Contessa Lara – L’innamorata

L’INNAMORATA
PARTE PRIMA

I

Il Circo Alhambra rigurgitava di gente. L’aria era calda: gli spettatori, quasi diritti, rossi, urlanti, applaudivano e sventolavano i fazzoletti. Le fiammelle del gas si agitavano nel soffio crescente di quell’entusiasmo popolare. Grida, rumori, muggiti quasi feroci, uscivano da quella moltitudine sbalordita e commossa. Le signore, vestite di chiaro, si curvavano sui parapetti dei palchi, guardando verso l’arena; gli uomini, in piedi, acclamavano. E l’orchestra seguitava a eseguire una seguedilla malinconica e ardente, che si udiva a tratti, sopra il fragore incessante del pubblico, come il grido di una procellaria sul tumulto di un oceano in tempesta.
Sull’arena due clowns, dalla faccia spalmata di biacca e di minio, dalla parrucca di stoppa, insaccati in un largo abito di cotone bianco dipinto di tutti i segni dello zodiaco, facevano versacci agli spettatori; li guardavano con la bocca spalancata, che pareva enorme così tinta in giro di rosso vivo, si rincorrevano a scapaccioni e a pedate, e finivano a battere le mani anche loro, stupidamente.
D’improvviso un leggero grido si udì; l’orchestra intonò un motivo di galoppo; la gente sedette; un gran silenzio si fece, e su un bel cavallo arabo, agile come una freccia e nero come la notte, apparve una creatura veramente meravigliosa.
Senza esser troppo alta, ella si slanciava arditamente con tutta la persona diritta sulla groppa del cavallo: il gonnellino leggero di veli, che le serrava la vita, lasciava ignude le belle braccia di un bruno dorato, svelte e rotonde come l’anse di un’anfora antica. La capigliatura disciolta le si svolgeva come un tenebroso torrente fin sulle caviglie dei piedi piccoli e mobili, calzati di scarpine rosee che si agitavano fra l’abbondante criniera del cavallo, come due farfalle sull’erba. In mano teneva, invece del frustino, un ventaglio.
Com’ella apparve nel Circo, un nuovo e più alto fragore di battimani salì alla turba degli spettatori. Ella fece un gesto di ringraziamento e di saluto, e gridò al cavallo:
– Olé! hop!
Il cavallo, animato da quella voce, dal rombo della moltitudine, dall’orchestra sonora, si slanciò a tutta corsa. La fanciulla rimase dritta sulla groppa dell’animale, volgendo qua e là la testa e mandando lampi dai grandi occhi neri: poi, lentamente, accendendosi a poco a poco, ricominciò le sue prove ginniche e coreografiche.
Si muoveva sul dorso del nudo cavallo con la stessa disinvoltura di una signora nel suo salotto: strisciava inchini; eseguiva passi da ballo; si raggiustava le vesti; si metteva a sedere o coricata supina con le belle braccia rotonde in arco dietro la testa; si faceva aria col ventaglio: fumava delle sigarette; si metteva e si levava degli abiti, che le porgeva un palafreniere vestito all’inglese. Così apparve, a mano a mano, mutata in castellana del Trecento, la borsa al fianco, la lunga veste di lana con lo strascico, il cappello a cono dal velo diffuso sulle spalle; in cortigiana del Cinquecento, eretta nella veste tessuta d’oro onde emergeva l’arco marmoreo delle spalle mal protette dalla bernia foderata di zibellino, china la pura fronte nel velo verde orlato di perle; in marchesa del Settecento, la mosca sulla guancia, incipriati i capelli, alta e lunga la vita nel guardinfante; in paggio, in monaca, in zingara, in contadina, in mendica. A ogni trasformazione erano applausi da far venire giù il teatro; ella, seria, in un torrente di luce elettrica che l’avvolgeva come di un nimbo, risalutava; poi subito, volgeva gli occhi e la voce, in lingua spagnola, al cavallo:
– Olé, Campeador! Caramba! Que tal? Muy bien! Olé, hop!
E ricominciava gli esercizi. Si lasciava sdrucciolare lungo il fianco dell’animale, galoppante, e rimaneva così, non seduta, ma appena aderente, per tre o quattro giri, poi, con agilità incredibile, passava, senza toccar terra, sotto il ventre di Campeador e risaliva dall’altro fianco; gli si appendeva con i piedi alla coda fluttuante e si lasciava trascinare sfiorando della testa l’arena inondata dalla larga capigliatura fuggente: e di nuovo era in piedi. Il pubblico l’acclamava freneticamente.
Ma lo spettacolo nuovo, che esaltava e faceva accorrere la gente in teatro, era l’ultimo; in cui Leona, detta la Perla di Granata, faceva prova di un coraggio e di una destrezza veramente straordinaria.
La cavallerizza difatti, che fino a quel punto aveva eseguito i suoi volteggi con piglio d’indifferenza suprema, scivolò giù dal cavallo, l’arrestò per il morso, di botto, e si mise a palpargli i fianchi e la testa, a carezzarlo, a parlargli all’orecchio. La bella bestia intelligente pareva intendere, perché drizzava le orecchie e abbassava il capo, sbuffando, sulla spalla della padrona.
Ella si allontanò, e fece un atto della mano, come se si segnasse; l’orchestra riattaccò il tempo di galoppo, e il cavallo ricominciò di carriera, ma solo, il giro dello steccato.
Volava, volava, con il vento, quando la fanciulla, impassibile sebbene un po’ pallida, si mise attraverso il suo cammino, le spalle voltate dalla parte onde Campeador, anelando e fumando, veniva. Senza arrestarsi un istante, il nobile animale afferrò con i denti la cavallerizza per la vita, e di un moto brusco della cervice superba, la lanciò in aria. Ella ricadde in piedi, diritta sul dorso dell’animale che non aveva interrotto la corsa.
Un grido d’ammirazione proruppe da tutte le bocche; e, quasi a un tempo, un enorme mazzo di viole, partito da un palco di prima fila, andò a colpire in pieno petto la Perla di Granata, che fu quasi per perdere l’equilibrio. Con un atto sdegnoso della bocca, ella si voltò con gli occhi fiammeggianti, verso quel palco, e gridò forte in modo che tutti potessero udire:
– Necio! (stupido).
Il pubblico fischiò il bellimbusto che aveva commesso quell’atto e stava ancora sul davanti del palco, guardando con aria di orgoglioso disprezz la folla, per darsi un contegno; poi ricominciarono i battimani, gli evviva, i brava, gli sventolamenti dei fazzoletti all’indirizzo dell’amazzone meravigliosa: e ci volle una buona mezz’ora, prima che la rappresentazione potesse ricominciare. Ma perché non agiva più Leona, molti uscirono e invasero il caffè attiguo il teatro, a bere una ghiacciata o un bicchiere di birra.
Anche il bellimbusto che aveva fatto quella prodezza, era entrato al caffè con alcuni suoi amici, e seduto a un tavolino già ingombro di bottiglie e di paste, teneva testa come poteva al fuoco di fila dei loro motteggi.
– Bravo, Cappello! – gli gridava uno – sei di parola! Ti eri messo in testa di fare un regalo alla tua bella nemica e gliene hai fatto uno di cui porterà il ricordo per un pezzo.
– Sfido io! – aggiunse un altro ridendo – un mazzo leggero come la lista dei suoi debiti!
– Avete da dire quel che volete – strillò un terzo – ma insomma, stavolta, Cappello ha fatto colpo.
– Sei proprio un innocente tu, caro Paolo – disse un giovane di trent’anni, già calvo, che si atteggiava a uomo finito – immaginarsi che le saltatrici da Circo si conquistino con i mazzi di violette! Scudi voglion essere, bimbo mio: si ha un bel chiamarsi Paolo Cappello e aver nelle vene sangue di principi; si ha un bell’essere ancora imberbi e forniti di una chioma assalonnica come la tua: senza gli scudi, non si cava un ragno da un buco: dà retta a uno che la sa lunga!
Senza far motto, con quel freddo sorriso di compostezza inalterabile che dà l’abitudine della società anche ai più inesperti, Paolo Cappello, un giovane poco più che ventenne, quasi un fanciullo, ascoltava i suoi amici intingendo tranquillamente un biscotto inglese in un bicchierino di malaga. Quando ebbe finito, si levò in piedi, si sbirciò nello specchio dirimpetto, e disse agli amici che già ricominciavano a canzonarlo per la sua ritirata:
– Chi di voialtri ha un biglietto da mille lire da buttar via?
– Per che fare? vuoi comprare per domani sera un mazzo del calibro di quello che ha quasi schiacciato la povera Leona? – disse uno.
– Ah no, caro io non fornisco armi ai patiti contro le loro belle – gridò un altro.
– Be’, lasciamo gli scherzi da parte – interruppe Paolo, impassibile – chi vuole scommettere mille lire che domani, a Villa Borghese, durante il passeggio, dò un bacio a Leona?
– Se ti riesce! – osservò qualcuno. Ho paura che Leona ti mandi a dire che preferisce i tuoi mazzi di viole ai tuoi baci.
– Insomma, c’è qualcuno qui che scommette? – ripicchiò Paolo, battendo col pomo della canna sul tavolino, un po’ spazientito.
– Se ti può far piacere di perdere le mille lire, scommetto io – rispose il giovane calvo, ghignando di compassione. – A un patto, però: che tu ne esca sano e salvo. Perché non mi meraviglierei che quella zingara, per far salire i prezzi, ti piantasse un coltello nel cuore.
– Sarebbe il giusto contraccambio dell’attentato di stasera – esclamò qualcuno.
– Dunque, accettato, eh, Sant’Elmo? – concluse Paolo, serio, abbottonandosi i guanti.
– Accettato – rispose l’altro, ridendo. Paolo salutò gli amici, pagò la consumazione, e uscì.
– È proprio cotto! – esclamò Sant’Elmo, arrotolando una sigaretta di latakiè con le dita di una mano sola, per darsi importanza di uomo che ha conosciuto i piaceri.
– Eh! – osservò Giorgio Ozanil, un bel giovane con una gran barba nera che dava maggior rilievo a due labbra grosse, rosse e sensuali – quelli di primo volo sono tutti così: pigliano fuoco subito.
– Il guaio è che la madre, che è stata informata della cosa, ha tagliato i viveri al figliuolo; il quale è naturalmente costretto ad accettare le grazie degli strozzini che gli pigliano il cento per cento – assicurò Gabriele Caligaris, un biondo alto, magro, con un naso pulcinellesco e una barbetta rada: un veneto, del paese di Paolo Cappello.
– Ma come gli è venuto in testa d’innamorarsi di Leona? domandò uno, tanto per dire.
– Come vuoi che gli sia venuto? Così – rispose l’Ozanil, scrollando una spalla. – Se Leona gli avesse dato subito retta, a quest’ora lui ne avrebbe fin sui capelli; invece l’ha messo bravamente alla porta, e il ragazzo, si sa, dà in ismanie.
– Ma è proprio onesta, Leona? – domandò qualcuno. Il Sant’Elmo fece un mezzo sogghigno; il Caligaris rispose:
– No, no, è inutile che tu faccia l’uomo superiore, mio caro. Onesta, onesta. Forse non sarà sempre tale, perché ha un po’ troppo cuore.
– Io poi sarei curioso di sapere perché Leona, che riceve tutti noialtri, proibisce soltanto a Paolo di metter piede in casa sua – domandò l’Ozanil.
– Oh Dio! Capisci, Paolo era troppo noioso. Tutto il giorno da lei a frignare; e poi la sera, sempre tra i piedi dei servi, degli scudieri, delle cavallerizze, per cogliere il momento di farle la solita dichiarazione; e non basta: pretendeva anche che Leona dovesse ricevere lui solo, perché era geloso; sicuro, geloso di tutti noi!
– Poveraccio! – esclamò il Sant’Elmo ridendo e scrollando la testa in atto di compassione alquanto beffarda.
– Senti questa – raccontò l’Ozanil – una sera le rubò una pantofola, e non gliela voleva più dare. Lei a corrergli dietro, lui a girar per la casa: noi ci si teneva i fianchi dal ridere: una commedia ti dico!
– O quando si era nascosto carponi sotto il suo letto, e non voleva più uscirne? – gridò il Sant’Elmo.
– La Leona mi ha raccontato che quando lo mise alla porta, lui, dopo averla minacciata, supplicata, ingiuriata, alla fine si lasciò cadere per terra sul pianerottolo, e scoppiò in un pianto dirotto. Dice che faceva pietà; e lei dovette far forza a se stessa per non riaprirgli.
– Ma, e la scommessa di domani non è una stravaganza peggio delle altre? – disse il Caligaris.
– Bah! non ne farà nulla – sentenziò il Sant’Elmo.
– Vedrai che lo farà.
– E io ti dico che non ne farà nulla.
– A ogni modo, domani io sarò a Villa Borghese.
– Oh, anch’io!
– Anch’io, di certo! – esclamarono tutti, e si levarono per rientrare nel Circo, dove il direttore della Compagnia presentava due stalloni ammaestrati in libertà, come diceva il programma.
Il domani, verso le sei, quando Villa Borghese accoglieva nell’ombra dei suoi viali freschi e fioriti, sotto i rami dei suoi grandi alberi folti e frondeggianti in boscaglie, con gli ultimi raggi del sole, la gente rimasta in Roma durante l’estate, nessuno ancora aveva visto né la Perla di Granata, né il suo minaccioso adoratore. Gli amici della sera avanti erano venuti tutti: il duca di Sant’Elmo, a cavallo di un bel sauro dorato; il Caligaris e l’Ozanil in vettura scoperta; altri a piedi. Si eran dati convegno in piazza di Siena.
Il conte Paolo Cappello montava un baio delle scuderie Telfener. Snello com’egli era, stava in sella con molta grazia; sebbene il suo cavallo ardente, perché giovane assai, avesse spesso bisogno di sentire il freno della mano inguantata. Paolo sorrideva con la balda arroganza comune ai giovani, e ogni tanto si cavava il cappello per salutar qualche signora che, passando in vettura scoperta, lo guardava con curiosità.
La voce di quella singolare scommessa si era, infatti, già sparsa rapidamente tra quella società frivola e spensierata a cui il giovane apparteneva; e tutti aspettavano, con una certa sospensione d’animo, lo scandalo. Donna Ortensia d’Agrippa, che era stata la prima iniziatrice di Paolo ai misteri d’amore, guidava ella medesima il suo calesse per tutti i viali, cercando con i grandi occhi, irrequieti, invasa dalla smania di assistere a quello scandalo.
Paolo andava al passo. Fece il viale d’ingresso tra le querce giovani che si arrampicavano e si spargevano per un’ascesa ineguale da un lato, e si diradavano per una discesa più ripida dall’altra; giunse alla prima fontana, il cui zampillo alto brillava come un diamante nel vespero chiaro, e svoltò a destra. Gli passavano accanto vetture larghe e pesanti di monsignori, vetture agili e preste di sportsman, carrozze eleganti di famiglie signorili e sgangherate carrozze di rimessa, uomini a cavallo e uomini a piedi; delle voci, delle risa, dei brani di conversazione salivano fino a lui dai gruppi di gente che si lasciava dietro: egli badava soltanto a carezzare il collo del suo cavallo, e guardava giù in fondo, tra la foresta che si raffittiva lasciando appena intravvedere ogni tanto la barra d’oro luminoso del tramonto autunnale.
Passò tra i due obelischi di mattone rosso senza neanche vederli: era come trasognato; in fondo gli seccava d’aver fatto quella scommessa. S’era accorto dai visi, dai gesti, dalle parole delle persone di sua conoscenza, che la notizia si era sparsa più assai che egli non avesse preveduto o voluto; e avrebbe desiderato potersi tirare indietro, ma la paura del ridicolo lo pungeva forte.
Il tramonto era assai dolce. Fra le grandi palme che spandevano qua e là la gloria delle loro fronde, tra gli abeti che ergevano i piani digradanti della loro architettura da tempio orientale, tra l’esercito delle querce che si disperdevano in tronchi innumerevoli per ogni lato della villa, apparivano dei lembi di cielo giallo, di un giallo sulfureo, orlati di un rosso vivo che si andava dileguando e moriva in un azzurro di cenere. Tutto intorno, attraverso i grandi alberi folti, sull’estremo limite delle boscaglie, dietro i poggi incoronati di cipressi e di pini, pareva che la villa fosse avvolta dall’incendio. E giù, verso Roma, pareva che la fiamma di quell’incendio si riflettesse nelle nuvole ardenti del cielo, sui tetti delle case, fino al confine del lontano orizzonte.
Paolo Cappello giunse sul limitare di piazza di Siena. L’immenso steccato era deserto; solo si vedeva lontano, sotto il gruppo di alberi del centro, una compagnia di pretini rossi, del Collegio germanico, giocare al pallone. La piazza era tutta circondata da un bosco cupo di querce, di cipressi, di pioppi, di pini: in mezzo al bosco, una palazzina bianca si annidava, come una colomba.
Mentre Paolo si voltava da tutte le parti per scoprire i suoi amici, vide venire il legno dell’Ozanil e del Caligaris, che fino allora lo aveva seguito. Il legno si fermò, e l’Ozanil disse, ridendo nella barba nera e lucente:
– Ebbene, come stiamo a coraggio?
Paolo, a quella prima voce di scherno, si sentì riaccendere tutti gli spiriti, come un generoso corsiero al sibilare del frustino. Sorrise con quel suo fare d’indifferenza orgogliosa, e disse:
– L’avete vista, Leona?
– No, ma l’ha vista Sant’Elmo.
– Ti avverto, peraltro – disse Gabriele Caligaris sporgendo fuori del legno la mano e il viso papagallesco – che se fra un quarto d’ora la grande impresa non sarà compiuta, io vado via, perché comincia a far freddo.
In quel momento, proprio dal viale opposto a quello onde era venuto Paolo, apparve Leona accompagnata dal duca di Sant’Elmo. Ella indossava un’amazzone che le aderiva al corpo come una maglia e scendeva in una stretta gonnella sul fianco del suo bel cavallino arabo; portava il cappello alto con il velo, e teneva le redini in una mano e lo scudiscio nell’altra. Infilò, con il duca, il viale a destra, che mette capo al tempietto di Faustina.
Anche Paolo si mosse, e tenne loro dietro. Sotto i filari dei grandi alberi oscuri, delle statue annerite e ammuffite dal tempo sorgevano lungo una cancellata di ferro. In fondo gli avanzi di doratura dei capitelli corinzi del tempietto sfavillavano ai raggi estremi che il sole mandava dalla cima luminosa di un colle. E Paolo vedeva l’ardita e bella figura di Leona, eretta in quel bagliore occidentale, guidare il cavallo con elegante maestria, senza affatto voltarsi. Il viale era quasi deserto.
Il conte Cappello, sentendo dietro a sé il rumore del legno del Caligaris sulla sabbia, e le risa discrete dei due amici, fu preso da un iroso desiderio di finirla al più presto, e spronando il suo baio si trovò a lato della cavallerizza. Ella arrestò il suo morello d’un tratto.
– Sapete – disse Paolo alquanto eccitato – che ho fatto una scommessa con Sant’Elmo?
– Gliel’ho detto io – rispose il Sant’Elmo, fissando con i suoi occhietti stanchi e beffardi il giovane conte.
Leona era divenuta pallidissima. Mormorò, con voce tremante.
– No hacia Usted tonterias… Non faccia sciocchezze, la prego.
– Che male c’è? – replicò Paolo che si sentiva a disagio e non sapeva come uscire da quell’imbroglio.
– Usted es un cattivo ragazzo e niente altro – soggiunse la donna, cercando di voltare il suo animale; ma in quello stesso istante, Paolo si chinò da un lato della sella, e riuscì a sfiorare con la bocca il viso dell’amazzone. Non si era ancora ben rivelato, che una formidabile scudisciata lo colpì in faccia: traballò come stordito, e cadde rimanendo impigliato fra le staffe; il cavallo, sentendosi libero, prese il galoppo, trascinando il cavaliere fino in fondo al viale, dove il Caligaris, che si era buttato giù dalla carrozza, lo raccolse sanguinante, fra le sue braccia.
Leona era partita al galoppo.
Quando Paolo Cappello, nella vettura del Caligaris, fu trasportato in casa sua, alla salita di San Sebastianello, dietro piazza di Spagna, egli non aveva ancora ripreso i sensi. Un lungo segno sanguigno gli attraversava la faccia rossa, qua e là macchiata da chiazze livide; un filo di sangue gli scorreva dal naso; ogni tanto il suo corpo era scosso da contrazioni violente. Fu chiamato un dottore, il quale dichiarò che c’era un principio di congestione cerebrale, e ordinò che l’infermo fosse messo subito a letto, gli fosse applicata una vescica di ghiaccio alla testa, e fosse lasciato in assoluto riposo.
Gabriele Caligaris, che da principio aveva approvato la condotta di Leona e aveva accolto Paolo in carrozza con un: – Gli sta bene – volle rimanere a vegliarlo tutta la notte, insieme a Nazareno il servitore del Conte.
Circa le nove di sera, Paolo incominciò a riprendere i sensi. Aprì gli occhi e li richiuse subito con un gesto di spasimo, perché la fiamma della lampada gli dava troppo fastidio. Gabriele abbassò il paralume, e si accostò all’infermo per domandargli:
– Come ti senti?
– Oh! – fece Paolo con un gemito – la testa!… la testa!… – e si teneva con le mani la testa dolorosamente.
– Vuoi pigliare qualcosa? un brodo? – riprese il Caligaris.
– Sì, un brodo – sospirò Paolo.
Gli portarono un brodo ristretto, che egli bevve a piccoli sorsi. Non si reggeva a sedere sul letto: bisognò che l’amico e il cameriere lo tenessero l’uno da una parte, l’altro dall’altra. Il dottore aveva ordinato che gli applicassero dei senapismi sulla nuca: l’infermo si lasciò medicare; ma quando cominciò a sentire il tiramento profondo, come di tentigini ardenti, del senapismo, si diede a smaniare, gridando che lo volevano uccidere, che erano tutti vili e briganti, che lo lasciassero in pace.
– Ha il delirio – disse il Caligaris – non bisogna contrariarlo. – E gli liberò la nuca, contentandosi di lasciargli la vescica di ghiaccio, che ogni tanto veniva rinnovata, alla testa.
Dopo quello sforzo, il giacente parve addormentarsi. Ma il suo non era un sonno tranquillo. Spesso si agitava, si lamentava di aver dei chiodi alle tempie, diceva parole e frasi incoerenti, parlava di Leona, della scommessa, di giuoco, di cavalli, di sua madre, di mille altri argomenti che gli turbavano lo spirito. Respirava affannosamente, e bisognava che spesso l’amico gli rimettesse la testa pesante sui guanciali che la tenevano sollevata. Gli dava noia il lume; ogni rumore lo faceva scuotere; si trovava in uno stato di irritazione invincibile. Solo dopo qualche ora, l’affanno decrebbe, il delirio cessò, e il sonno divenne meno agitato e meno interrotto.
Gabriele Caligaris s’era buttato su una poltrona della camera da letto, per sorvegliare l’infermo; quando lo vide più calmo, passò nel salotto vicino, dove si era fatto portare il pranzo, e prese un boccone, in piedi. Durante la serata, alcuni amici, il Sant’Elmo, l’Ozanil, altri ancora, erano venuti a trovare Paolo; Gabriele li aveva congedati tutti sulla soglia dell’uscio dicendo:
– Non bisogna disturbarlo.
– Ma è cosa grave? – aveva domandato qualcuno.
– Principio di congestione cerebrale – rispondeva gravemente Caligaris, secondo che aveva sentito dire al dottore – una paralisi dei nervi vasomotori con eccesso di contrazioni cardiache per effetto della commozione provata. Ne avrà per una ventina di giorni; e avrà almeno imparato a non fare l’asino – soggiungeva pacatamente, chiudendo la porta in faccia ai visitatori.
Verso le due dopo mezzanotte, Gabriele, vedendo che Paolo riposava, si buttò su un divano ai piedi del letto, e cercò di dormire pure lui. Non si udiva che il respiro regolare, un po’ rauco, del malato, e il palpito frettoloso dell’oriolo sul caminetto. Gabriele rimase un pezzo a guardare le ombre che la lampada proiettava sulle stoffe antiche della parete; fantasticò sulle conseguenze probabili di quella baggianata del suo amico, e alla fine si addormentò.
Fu svegliato dopo l’alba da Nazareno, che gli diceva all’orecchio in tono concitato:
– Signore! signore!
– Eh! eh! cosa c’è? – fece l’altro stropicciandosi gli occhi e balzando a sedere sul divano.
– C’è una signora che le vuol parlare.
– Nazareno! – gemette in quel momento la voce di Paolo.
– Signor conte, comandi! – fece il cameriere, accostandosi al letto.
– Con chi parlavi?
– Buon giorno, bel mobile! – esclamò il Caligaris rizzandosi in piedi. – Pare che si vada un po’ meglio, eh, stamane?
– Gabriele! come ti trovi, tu, qui?
– Eh! casi che si danno – fece quello con il suo sorriso di giovialità canzonatrice. – Come ti senti?
– Mi duole la testa, assai, assai… – rispose il malato. – E curioso come non mi ricordi più nulla…
Non aveva ancora finito la frase, che una figura di donna, il viso coperto di un fitto velo, si slanciò nella stanza, si precipitò in ginocchio al capezzale di Paolo, e cominciò a singhiozzare:
– Perdonatemi! Perdonatemi!
A quella voce, Paolo trasalì e fece per rizzarsi sul gomito; ma una fitta acuta alla testa lo fece ricadere sul guanciale. Gabriele Caligaris si accostò all’inginocchiata, e le disse, con voce in cui si sentiva l’immensa stupefazione:
– Leona! ma Leona! che siete matta?…
– No, lasciatemi! – diceva lei, piangendo forte. – Non mi muovo di qui fino a quando non sarà guarito…
Intanto, Paolo, con la mano convulsa, tirava il braccio di Leona. Ella sollevò la testa, sollevò il velo sulla fronte, guardò il giovane, gli lesse in viso e, con un grido di giubilo doloroso, si levò e gli si buttò fra le braccia, a baciarlo, a carezzarlo, a inondargli di lacrime le ferite del viso, a dargli i più dolci nomi, a domandargli perdono.
Gabriele Caligaris guardava come incantato. Molte volte egli era stato testimone degli sgarbi che Leona aveva fatto al giovane; e anche il giorno avanti, o non era stata lei che gli aveva applicato quel colpo che l’aveva messo a letto chi sa per quanto tempo? E ora!… Ah, le donne, le donne! – pensava il Caligaris scuotendo il capo, con gli occhi ancora fuori del capo per la meraviglia.
La bella Leona si installò in casa del conte Cappello. Era lei che gli preparava i brodi; lei che gli rinnovava la vescica di ghiaccio sulla testa; lei che gli applicava i senapismi e gli faceva pigliare le medicine. A volte, specialmente verso sera, la febbre tornava al giovane, che dava in ismanie disperate: Leona gli sedeva accanto, gli asciugava la fronte umida e ardente, gli porgeva da bere, lo confortava con le buone parole e con i baci. Quando Paolo accennava di voler riposare, ella si buttava sul divano e sonnecchiava; ma a una voce, a un soffio del malato, balzava in piedi, gli si accostava, gli domandava ansiosamente se desiderasse qualcosa, non si stancava di prodigargli tutte le cure più umili e più affettuose.
Le notti cominciavano a diventare lunghe e un po’ rigide. Fino a ora tarda Leona rimaneva a tenere compagnia all’infermo, che andava migliorando: gli leggeva dei libri, gli raccontava una parte della sua vita, gli cantava delle canzoni del suo paese, per addormentarlo, com’ella diceva con un bel sorriso infantile.
Una sera Paolo le domandò:
– Ma come sei venuta, dopo quello che c’è stato?…
Ella arrossì fino alla cima dei capelli; voltò la testa dall’altra parte, e rispose piano:
– Così.
– Ma pure?…
– Così. Perché ti amo.
– Ma se mi ami, perché mi hai trattato a quel modo?…
– Perché… così. Ma non parliamo di ciò, ti prego. Che t’importa? Non ti basta che ti ami? Non volevi questo?
E non c’era verso di cavarle altro di bocca. Paolo provava una sensazione assai dolce, avendo quella fanciulla vicino a sé, mentre egli era malato. Essendosi accorto che ella lo carezzava durante il sonno, perché il dottore aveva ordinato che non lo disturbassero, certe sere fingeva di addormentarsi. Allora Leona gli prendeva una mano, gliene baciava a una a una le dita, gliene baciava la palma, gliene baciava il dorso; poi lo baciava piano sugli occhi sulla lacerazione quasi già cancellata del viso, sulla bocca, pianamente, mormorando delle parole spagnole con la voce gonfia di tenerezza:
– Pobrecito!… Amar de mi alma!… Gachòn mia!… Hijo mio! Hijo mio!…
E durava così per qualche ora, finché Paolo non faceva un movimento un po’ brusco. La ragazza allora, spesso con le lacrime agli occhi, s’allontanava in punta di piedi e si metteva in ginocchio davanti al divano; cavava dal petto una corona e un abitino della Madonna, e pregava con un ardore così sincero, che nessuno avrebbe riconosciuto in quella fanciulla devota, dall’acconciatura modesta e dimessa, dalla pietà viva e profonda, la cavallerizza del Circo equestre dei fratelli Balzano.
Come Paolo era entrato in convalescenza, i suoi amici erano venuti a trovarlo e a fargli un po’ di compagnia. Spesso la Leona era uscita per qualche compera; e allora, come ognuno può immaginarsi, il discorso cadeva sull’inaspettata dedizione della ragazza, in città non si era parlato d’altro: tutti volevano spiegare la cosa secondo il proprio criterio. Chi raccontava che ella aveva avuto una scena violenta con il direttore della compagnia, il quale aveva creduto compromessi i suoi affari da quello scandalo, e non l’aveva voluta più seco: onde ella si era arresa per disperazione; chi trovava mille argomenti per sospettare che Leona era stata sempre innamorata di Paolo e gli aveva resistito per la sua onestà, ma non aveva più potuto far forza a se stessa, quando l’aveva saputo malato, e malato per cagion sua; chi si contentava di alzare le spalle e di esclamare che le donne sono tutte pazze; il duca di Sant’Elmo diceva che la sera del fatto, essendo andati parecchi amici a trovare Leona e avendole descritto lo stato di Paolo, ella da prima si era fatta pallida e aveva chiesto i più minuti particolari; poi, così senza ragione, era scoppiata in un pianto dirotto, ed era fuggita in un’altra stanza, lasciando alla cameriera la cura di accompagnarli alla porta.
Quando Leona tornava, tutti tacevano. Ella salutava senza imbarazzo, come se non fosse accaduto mai nulla, e andava a sedere vicino a Paolo, senza curarsi dei visitatori, i quali, dopo essere rimasti un poco a guardarsi in viso, si levavano e uscivano. Allora la donna gettava le braccia al collo del convalescente, lo copriva di baci e gli diceva in quel suo bizzarro e dolce linguaggio, misto di castigliano e di italiano, che pareva il cinguettio di un uccello:
– Me quieres? dimmi que me quieres, niño mio. Come sei bello! come sono belli i tuoi occhi! come sono belli i tuoi capelli! Tu non sai come ti amo, chico!
Egli allora cercava di attirarla a sé, per ricambiarle le carezze; ma ella, dolcemente, glielo impediva.
– No, no, sei ancora tanto debole! – gli diceva.
Ma non si sentiva la forza di resistergli troppo; e si lasciava lei pure carezzare e baciare le mani, gli occhi e la bocca, sorridendo con una certa vergogna. Ella non accennava mai nei suoi discorsi alla scena di Villa Borghese; ma ricordava molti particolari antecedenti, ai quali egli non s’immaginava punto che ella avesse badato. Una sera, mentre lei gli teneva sollevata la testa, perché gli erano tornate le trafitture alle tempie, e divideva un gelato con lui, Paolo le chiese:
– Quando hai cominciato ad amarmi?
– La prima volta che ti ho veduto – rispose lei semplicemente.
– E perché non me lo hai detto?
– Perché non volevo essere la tua amante, allora.
– E ora?
Con un atto di grazia indefinibile, ella gli abbandonò la bella testa bruna, dai capelli abbondanti e impregnati di un profumo caldo, sul seno. Egli si divertì a scioglierle la massa dei capelli neri, ad affondarvi dentro la faccia, il collo, le mani.
– Ahi! ahi! – gemeva lei ogni tanto ridendo e cercando di divincolarsi.
– Ah, come mi fa bene! ah, come mi fa bene! – diceva lui respirando quel profumo acre e penetrante.
Ma come ella vide che gli occhi gli si accendevano, si trasse indietro, si raccolse in fretta i capelli sulla nuca e minacciò il giovane, levando il dito per chiasso, e dicendo:
– Guarda, che se non stai buono, vado via.
– No, non mi lasciare, non mi lasciare più, mai, mai! – esclamava Paolo ricadendo sul letto, indebolito.
– Oh chico, oh chico mio! – rispondeva Leona, tornando ad avvicinarsi, con una gran tenerezza nel volto e nella voce.
In quello stato di leggerezza e quasi di rinnovellazione che è la convalescenza, Paolo faceva spesso dei progetti per godersi meglio il suo amore, il suo primo e splendido amore. Bisogna lasciare Roma: in questo Leona era d’accordo con lui; e quando ragionavano di ciò che farebbero, lei non mancava di dirgli con un accento pieno di stanchezza e di desiderio:
– Oh portami via, portami via!
Dove sarebbero andati? che importava, a patto che fossero soli e felici. Egli si ripeteva dei versi di un poeta che aveva letto, fantasticando, altra volta:

Fuggir lontano, ignoti al mondo, insieme,
Senza un addio, dimenticare! O rive
Dove s’intaglian per le sere estive
Gruppi immoti di palme, e l’aria freme
Di penetranti balsami impregnata,
e cala a balzi l’antilope, e guata!

E l’immaginazione, abbandonata a se stessa in quelle ore di ozio languido e lento, gli rappresentava paesaggi incantevoli dove poter nascondere l’amor suo a tutti gli uomini: rive d’oro sul mare silenzioso; boschi profondi e fragranti di palme e di pini; vasti giardini di rose illuminati dalla luna; asili innumerevoli di piacere e d’amore.
Anche Leona, gli occhi fissi e largamente aperti, lo seguiva in quei pellegrinaggi ideali; e quando egli aveva finito di descrivere quei luoghi evocati e animati dall’ardore del suo desiderio, ella batteva le mani come una bambina, e gridava:
– Oh, andiamo là! andiamo là!
Quando Paolo poté levarsi dal letto, la sua prima cura fu quella di provvedersi di un orario delle ferrovie, per studiare il viaggio che avrebbero fatto. Come si avvicinava il giorno che egli avrebbe potuto mettere a effetto il suo disegno, cominciava a interessarsi dei particolari; scriveva delle lettere ad amici lontani e conferiva coi vicini, per procurarsi i mezzi di vedere avverato il suo sogno. Aveva fatto venire delle sarte perché Leona si provvedesse di abiti per l’inverno imminente; ella aveva molti gioielli e altri lui gliene aveva comprati; l’appartamentino era tutto ingombro di casse, di bauli, di scatole, di arnesi per viaggio. Oramai si sentiva forte, benché il dottore gli raccomandasse sempre il riposo; e quando non si occupava del viaggio, passava il tempo a guardare la sua amante, a guardarla lungamente, tenendole strette le mani; tanto gli pareva incredibile che fosse lei, proprio lei, che stava con lui, in quella casa, sola, in potere suo, umile e devota come una schiava. Gli amici, seccati alla fine di quella storia, non erano più venuti; e Leona, come diceva a Paolo, li ringraziava dal più profondo del cuore.

II

Il conte Paolo Cappello, sebbene educato con quella leggerezza d’animo e di costumi che usa oggi nella nostra aristocrazia, conservava ancora, in grazia della sua estrema giovinezza, molte illusioni. La Leona che, per un vecchio libertino, sarebbe stato tutt’al più il capriccio di qualche settimana, fu per lui l’amore vero, perché il primo; l’ideale desiderato e cercato; la forma di donna spirituale e divina a cui egli tendeva inutilmente le braccia nei sogni della sua prima adolescenza.
In quell’età quando la fantasia ha il sopravvento sulla ragione Paolo vedeva Leona con tutt’altro occhio che gli amici. Persino ciò che a loro sembrava più spregevole in lei, l’origine e la condizione, le conferiva grazia e poesia nell’immaginazione del giovane. Per uno scettico e per un uomo di mondo, una cavallerizza non era altro che una saltatrice da Circo; per il giovane era, quale egli l’aveva vista con il cuore ardente e inesperto, una forma aerea e gentile, fatta di luce, di profumo e di fiamme; una creatura del mondo superiore e inaccessibile onde vengono radianti; tutta veli e sorrisi, bella come un angelo, leggera come il vento, luminosa come l’aurora e penetrante come la fragranza di un fiore tropicale.
Egli la vedeva sempre così agile e slanciata volare, con aperte narici, come sospesa sul suo cavallo, date le braccia e i capelli al vento, in un’onda di luce elettrica, fra il clamore delirante di migliaia e migliaia di spettatori, che tutti la invocavano, tutti la provocavano con vani ruggiti di desiderio. E il pensiero che egli, solo, aveva saputo conquistare quella donna, gli gonfiava il petto di un orgoglio delizioso: inoltre, si figurava che una donna così diversa dalle altre, dovesse amare in un modo nuovo, più etereo e più caldo, senza le piccolezze e le volgarità degli amori di tutti. E avrebbe voluto trovare un nido misterioso e incantevole, dove andare a nascondere quel suo primo sogno di piacere e d’amore; dove andare a morire delle beatitudini, delle ebbrezze, dei rapimenti indicibili che se ne riprometteva.
Ne scrisse, prima di partire per Napoli, a un amico, il quale gli rispose per telegramma, mentre egli appunto metteva il piede sulla predella del vagone, che il nido era trovato. Paolo diede l’annuncio a Leona, la quale lo ringraziò con un sorriso adorabile.
Che viaggio fu quello! Era una mite sera d’ottobre: il mezzo vagone, che Paolo aveva preso tutto per loro due soli, aveva, oltre i due sportelli da lato, una lunga vetrata dirimpetto al sedile: Paolo poi aveva disposto, prima della partenza, che fosse tutto adornato di fiori e di stoffe orientali, tra le quali Leona, ravvolta in una preziosa pelliccia di martora, si rannicchiava come un uccello freddoloso.
Il treno, rombando e fischiando, correva: e, come quel vagone era l’ultimo, così attraverso il cristallo di mezzo, si vedeva allargarsi la campagna solitaria e oscura: dei grandi alberi parevano fuggire, come ombre di belve, all’avvicinarsi della locomotiva; dei gruppi di case biancheggiavano ancora fra le balze, alla luce dell’estremo crepuscolo. Lontano, un lembo di cielo appariva ancora chiaro: e le nuvole vi si intagliavano più nere e più enormi, mentre la luna, pallida e grande, a poco a poco sorgeva dietro una catena di monti.
Paolo si era messo a giacere ai piedi della sua amata e, la testa appoggiata sulle ginocchia di lei, la divorava con gli occhi, in silenzio. Ella rosicchiava delle violette candite, che teneva nel grembo, e sorrideva: ogni tanto si curvava su di lui e gli metteva in bocca una violetta e un bacio umido e lungo. E quel dolce silenzio, tra il fragore della locomotiva, non era interrotto fuorché dai nomi appassionati che ella gli dava, dopo i baci, in italiano e in spagnolo:
– Chico! Querida! Amor de mi alma! Tesoro! Bello! – a cui egli rispondeva con voce mezzo spenta, languendo d’amore. La sera era alta, e la luna brillava pura, in mezzo al cielo, senza una nuvola.
Quando il convoglio entrò nella popolosa e tumultuosa stazione di Napoli, era vicina la mezzanotte. Paolo, con gli occhi e i capelli disfatti, fece aprire lo sportello, e si trovò davanti all’amico, Gennaro dei duchi di Paganica, il quale, galantemente, porse la mano a Leona per aiutarla a scendere, e ordinò a un servitore che aveva condotto con sé, indicandogli il vagone:
– Domenico, bada tu che non ci rimanga nulla.
Poi, rivolto a Paolo:
– Quello è Domenico, il tuo cameriere. Una perla, fidati di me.
Fece salire i due giovani nella sua carrozza; vi salì egli stesso, e li accompagnò alla loro dimora, a Pizzofalcone. L’appartamento di nove stanze, arredato con molto gusto, era stato ceduto, per millecinquecento lire al mese, da una signora napoletana, che passava l’inverno a Parigi.
Sulla soglia dell’alta porta di vetri opachi aspettava la cameriera, una napoletana grassoccia, dai capelli neri e crespi, dal naso rincagnito, di nome Marianna. Il duca di Paganica introdusse gli amanti nell’appartamento illuminato; accolse con un inchino cerimonioso i ringraziamenti di Leona e con una stretta di mano quelli di Paolo; poi, discretamente si ritirò.
I primi giorni, Leona non si stancava di ammirare la sua casa e quel lusso a cui non era mai stata avvezza, e il paesaggio che si stendeva davanti le sue finestre. Paolo era sempre al suo fianco; e passavano ore e ore sulla terrazza, contemplando il mare turchino di Santa Lucia, che lampeggiava nel sole; il Vesuvio che levava nel cielo limpido e dolce il suo gran pennacchio di fumo; l’isola di Capri, vaporosa e azzurra nella lontananza, e l’arco della costiera sonante e popolata di bianche case fino a Torre del Greco. Sotto i suoi piedi, Leona vedeva aprirsi le quadrate terrazze delle case borghesi: delle donne, rimboccate le maniche, appendevano i panni di bucato sulle corde distese: udiva dei brani di conversazioni in quel molle e vivace dialetto napoletano che ella quasi intendeva, tanto rassomigliava ai dialetti di Valenza e di Murcia.
– Ne’ Carminé, damm’a cammisa!
– A lloco stà!
– Donna Lucié, avete vist’a Pappona?
– Ove’ ch’è passata?
– Sta cuieta, sta cuieta, Marié, lassa stà o cane!
Erano grida, risa, lamenti, latrati, imprecazioni, querele, tutto il clamore di una fiera, che saliva da quelle terrazze, dalle terrazze lontane, dalle piazze, dai vicoli, da tutta la città rumorosa, in echi più fievoli a mano a mano che le distanze si facevano maggiori, ma sempre con le stesse intonazioni, con le stesse cadenze, quasi che i suoni di quel quartiere, per virtù di eco miracolosa, si propagassero in onde successive ed eguali per i quartieri vicini, per i quartieri lontani, dovunque.
Sulla spiaggia i pescatori stavano seduti al sole, al mite sole di ottobre, chiacchierando e fumando; i venditori di ostriche, vestiti di maglie turchine, diritti dietro le loro bancherelle, gridavano a intervalli: – Ostricaro! Ostricaro! – le vetture di piazza passavano rapidamente, salendo da Chiaia o scendendo verso Posillipo. Era un’allegria, un’animazione universale, come di un giorno di festa; e i due amanti, avvezzi alla pace claustrale di Roma, si sentivano invasi come da una ebbrezza nuova, come da un desiderio più forte di muoversi, di godere, di vivere.
Rientravano in casa, quando il cameriere veniva ad annunciare che la colazione era in tavola. Il mobilio della stanza da pranzo, arredata in stile del Cinquecento, era composto di due alte dispense di legno scolpito, di una dozzina di seggioloni coperti di cuoio antico e di un divano largo e profondo come un letto. Alle pareti pendevano arazzi rappresentanti motivi di caccia: un trofeo di armi e di pelli di belve sorgeva in un angolo; nei tre altri, delle statue di ninfe reggevano dei vasi mobili di cristallo con frutta e con dolci.
Leona, che mangiava assai svogliatamente, si contentava di qualche ostrica, di un brodo ristretto e di un bicchiere di Bordeaux; poi si buttava sulle frutta e sui dolci e, golosa come una bambina, non smetteva più di mangiarne.
Anche Paolo si affrettava per arrivare ai dolci, sapendo che quello era il momento buono. Licenziavano le persone di servizio, e rimanevano soli. Allora Leona andava a sedersi sul divano, vicino all’amante, e si divertiva a farsi imboccare da lui. Ogni fetta di mela, ogni acino di uva, ogni marrone candito, ogni sorso di vino o di caffè bisognava che glielo mettesse in bocca lui con la sua bocca; e lei rideva, di un riso tremante, accendendosi a poco a poco, dichiarando che i bocconi così le parevano più saporiti.
Poi era lui che voleva bere lo sciampagna nel cavo delle mani di lei. Era una faccenda delicata e deliziosa. Prima di tutto, bisognava che lei si rimboccasse le macchine di trina; e i bei polsi bianchi e vigorosi apparivano ignudi sotto i cerchi d’oro dei bracciali. Ella protendeva le due mani raccolte a guisa di coppa; egli, inginocchiato su un cuscino di raso, versava il vino spumeggiante e ardente, come oro liquido, si chinava e cominciava a bere. Ma sollecitata dalle carezze della lingua di lui, Leona si contorceva e rideva, spasimando, finché cadeva sul divano, come svenuta.
Così lasciavano venire la sera; e allora andavano a spasso. Leona, dopo l’abbandono di tutta se stessa, già cominciava a manifestare dei gusti plebei, e voleva sempre andar a pranzo fuori di casa, in qualche gargotta di Posillipo o di Pozzuoli. E Paolo, ridendo di quel capriccio, ve l’accompagnava. Il più sovente si recavano in una piccola trattoria aperta da un oste romantico sulla tragica rovina del palazzo Donn’Anna. Andavano diritti alla sala estrema, aperta, per un vano, sul mare.
Era un’antica sala dai muri foschi e cadenti, butterati di fori neri: il soffitto alto si squarciava da un lato, scoprendo un lembo di cielo profondo, dove qualche stella ammiccava, pallida e tremolante; sotto un ammasso di pietre che sostenevano, contro la furia dell’onda, l’apertura rassomigliante alla bocca di una spelonca, il mare procelloso mugghiava, urlava, spumeggiava e conquistava i sotterranei destando, con rombi formidabili, gli echi morti di quella fantastica rovina.
Senza intendere bene la poesia selvaggia di quel luogo, Leona, per istinto, l’amava. L’oste recava in tavola un fumoso lume a petrolio, delle posate di latta, dei grossi bicchieri di vetro, una bottiglia di vino e il miglior pane che avesse, guardando con riverente stupore quei due signori che si arrischiavano nella sua trattoria.
Leona, tutta felice tra quel puzzo mescolato di petrolio, di muffa e di rigovernatura di piatti, si levava i lunghi guanti profumati e il cappellino elegante, si accomodava d’un gesto i braccialetti scintillanti di gemme sui polsi e il boa intorno al collo, e cominciava a sorbire le ostriche e a esaltare la bellezza del luogo, mescolando al suo recente italiano lunghe frasi spagnole e ardite interiezioni napoletane in un cinguettio pieno di una grazia indescrivibile.
Si faceva narrare da Paolo quanto egli sapeva circa la storia di quel castello, e ascoltava a bocca aperta, come una bambina i racconti delle fate. Ogni tanto, in mezzo il pasto, si alzava per affacciarsi dall’apertura e guardare sotto il mare che intorno alle rovine del palazzo Donn’Anna fremevano e singhiozzavano, fischiavano e urlavano, e si rifrangevano tornando per gli anditi sottostanti. Se ne ritraeva quasi subito con un brivido di paura e di freddo, e rimettevasi a sedere e a ciarlare e a sgranocchiare nocciole e a bere vino bianco di Capri.
Il ritorno era dolce. Nella solitudine lunga della riviera di Chiaia, Paolo se la pigliava sotto il braccio, e le mormorava nell’orecchio roseo e caldo, protetto dalla pelliccia odorosa, le frasi più tenere e più appassionate.
– Leona, ti adoro, ti adoro!
Ella l’avvolgeva tutto con la carezza dei suoi grandi occhi neri e gli serrava il braccio con il braccio. Poi gli diceva:
– Chico! come ti voglio bene! Quando penso che tu sei tanto buono con me, con la povera Leona, e che sono qui, al tuo fianco, non so, ma mi sento venire le lacrime agli occhi… Senti, è vero che non mi abbandonerai mai sola al mondo? Sono una povera ragazza, sai, e non ho altri che te, te, a cui ho dato tutto, tutto… lo sai!…
– Amore, perché mi fai questi discorsi? Cattiva! Tu sai bene che io ti amo, che io ti idolatro… Come farei a vivere senza di te?
La riviera, palpitante di lumi, si incurvava davanti a loro lontano, fino a Resina. Il grande occhio di fuoco del Vesuvio lampeggiava e si spegneva, a intervalli eguali, sull’orizzonte. Più in qua, il faro brillava di una luce più languida, ora bianca, ora verde, sempre diversa. E tra la riva e il Castel dell’Ovo, che torreggiava a poche braccia di distanza come un gran masso ciclopico, le onde si querelavano mugghiando cupe e venivano irose a urtare sulla spiaggia sassosa, levando alti sprazzi che talvolta, ricadendo sui marciapiede, giungevano fino ai due amanti. Leona dava un piccolo grido e si ritraeva. Paolo ne profittava per metterle un bacio tra i capelli o sul collo, alla ventura.
– Se un giorno – ripigliava Leona – la mia compagnia ti infastidisse, dimmelo; io saprò morire; ma star sola, no, mai, mai, mai!
– O che grullina! – esclamava Paolo, invaso da una tenerezza infinita. E perché non reggeva più alla voglia di baciarla, si guardava attorno per vedere se ci fosse nessuno; poi si svincolava da lei e lì, in mezzo alla strada, le prendeva la testa fra le due mani, e le premeva la bocca sulla bocca, lungamente, silenziosamente.
– Ay de mi! – gridava lei, ridendo e dibattendosi; e ripigliavano insieme la strada, felici.
Vivevano così, soli, lontani dal mondo, senza ricevere e senza dare notizie, come in un sogno. Leona non si stancava di godersi la sua casa e il suo amore: non usciva che la domenica, per andare ad ascoltare la messa. Del resto ella provava una gioia infantile a passeggiare sui suoi tappeti morbidi e alti, dove i piedini calzati di babbucce turche affondavano; a stendersi sui suoi divani coperti di pelle di belve che emanavano un profumo acre e penetrante; di toccare i grandi arazzi di raso nero rilevati a guerrieri panciuti e deformi, tutti d’oro, del salotto giapponese; a fiutar tutte le essenze della stanza da bagno, dove gli odori più acuti e più languidi invitavano a sognare e ad amare.
Non punto avvezza a tutti questi raffinamenti del lusso, passava delle ore a esaminare a uno a uno gli innumerevoli gingilli dell’appartamento, quando Paolo usciva solo, per impostare qualche lettera o per fare qualche acquisto. Prendeva in mano le statuine di terracotta e di bronzo, i vasi di maiolica pieni di fiori freschi, i ventagli colorati come grandi farfalle, i parasoli bizzarri, i piatti antichi delle pareti; e stava a osservarli, pensosa. Come sarebbe stata contenta di vivere sempre in una casa come quella, fra tanti oggetti carini, con l’amante suo… Oh, mio Dio, se codesto avesse potuto durare!… Un’ombra nera, a volte, le sorgeva nel cuore; ma ella si consolava pensando che non aveva ragione di sospettare. Paolo l’adorava; perché non avrebbe seguitato a volerle sempre lo stesso bene? Ella sarebbe stata così umile, così sottomessa… A ogni modo, ora non voleva pensare a nulla – e scrollava le spalle: – poi sarebbe stato quel che sarebbe stato.
Per cacciare via i cattivi pensieri, sedeva al piano, che ella suonava un poco, e canticchiava delle canzoni popolari del suo paese. Erano melodie semplici e appassionate, piene talvolta di un’allegria spensierata e scomposta, talvolta di una mestizia infinita. Ella cantava senza avere studiato, come gli uccelli; e non di meno sapeva dare al suo canto un’espressione così immediata e sincera, che la gente si fermava per la via ad ascoltare. Segnatamente quando ella diceva alcune frasi che poco o molto si potevano riferire alla sua condizione, il suo canto diventava qualcosa di così puro, di così alato e insieme di così intensamente comunicativo da parere che ella prorompesse davvero nelle risa e nei singhiozzi onde accompagnava quelle armonie bizzarre, a strappi e a riprese, mescolate di sibili, di grida, di voci inattese e di cadenze indefinibili, di ondeggiamenti inafferrabili e irriproducibili. Così quando cantava

Ay! que placer
Que es el amar
Si se halla un alma
Angelical!
Y que dolor
Si hay falsedad
No, no, no, no,
Huye de mi
Duda fatal,

la sua voce, dapprima lenta, molle, come rapita in un’immensa beatitudine, a mano a mano diventava rauca e stridente, pregna di minacce e di lacrime, fino a uno scoppio terribile d’ira e di strazio: e gli occhi, ora socchiusi sotto la lunga ala delle ciglia umide e nere, ora scintillanti di passione crudele, e le labbra, ora respiranti il piacere come in un bacio, ora aride e secche, ma spalancate così da lasciar vedere i denti connessamente serrati, onde la voce passava sibilando, e le guance, ora rosse come la brace, ora pallide come un cencio, e il seno anelante e i capelli arruffati, tutto conferiva a dare all’espressione del canto più energia, più bellezza, quasi l’illusione della realtà.
Delle altre volte, ella cantava dei versi che le ricordavano la Spagna:

Cuanto contento
Siente mi alma
Cuando recuerdo
La bella España!
Los castellanos
Siempre galantes
Son muy constante
En el querer.

Allora, la tristezza di una nostalgia forse inconsapevole errava nel suo canto monotono e incerto: i suoi larghi occhi neri si fissavano nel vuoto, umidi e ardenti; i contorni del suo bel volto parevano disfarsi dalla grande dolcezza. E il suo accento diventava ancora più molle e insieme più ardente di desiderio e di preghiera, quando ella ripigliava il ritornello:

Querida España!
Oh! cielo hermoso,
Jardin precioso,
Suelo ideal,
Clima dulcìsimo
Que te sonrie
Que Dios te envie
Felicidad!

Spesso, Paolo tornava mentre ella stava ancora seduta al piano, e allora si fermava sulla soglia, dietro la portiera pesante, per non disturbarla, e ascoltava con il cuore gonfio di tenerezza. Poi, quando ella finiva, le batteva le mani: la ragazza trasaliva, come riscossa da un sogno; si levava e correva a buttargli le braccia al collo e a baciarlo, ancora tutta vibrante di commozione.
Anche Paolo, che era un elegante pianista, qualche volta suonava, specialmente la sera. Ma, ahimè! quelle belle fantasie del Mendelssohn, quelle belle mazurche sentimentali dello Chopin. Quelle belle rapsodie del Liszt, quelle gavotte, quelle fughe, tutta quella musica, così alta e sottile, non faceva che infastidire la bizzarra creatura, la quale, dopo le prime battute, gli si aggrappava al braccio per farlo smettere, e gli diceva piagnucolando:
– No, non voglio. Es feo!
Brutto! era brutto! Paolo, educato fin dall’infanzia a sentire levare alle stelle quella musica meravigliosa, si cacciava le mani fra i capelli, ridendo, e fuggiva. Lei per un po’ se ne aveva a male, e faceva il broncio; ma si rabboniva poi subito, rideva lei pure e batteva le mani come una bambina, se Paolo, per contentarla, tornava al piano e intonava qualche facile e briosa canzone napoletana.
La sola amarezza di Leona, in quei giorni della sua luna di miele, era il piglio insolente con cui si vedeva trattata dal cameriere. Con la Marianna, una napoletana bonacciona, sempre allegra e cordiale, un po’ troppo confidenziale, ma insinuante e devota, tanto quanto se la diceva; ma Domenico, un romano serio e impettito, con un eterno sogghigno di compatimento superiore sulle labbra rase, gli dava sui nervi. Per vendicarsi, Leona lo strapazzava tutto il giorno; lo faceva correre qua e là con un pretesto o con l’altro; gli faceva ridiscendere cento volte le scale, poi, per giunta, gli faceva delle partacce che non finivano mai.
Il cameriere se ne lamentava da solo a solo con il signor conte, assai rispettosamente, perché sapeva che quello era un signore davvero. Paolo stava a sentire, un po’ urtato da quei pettegolezzi, poi cercava di rabbonirlo, lo lodava del suo servizio, prometteva di pregar la “signora contessa” (Domenico faceva un risolino sottile sottile) che gli si volesse mostrare un po’ più indulgente.
Ma quando gliene parlava davvero, era una casa del diavolo, Leona, benché docile e affettuosa con il suo amante, non aveva punto lasciata la violenza della sua natura: e non le pareva di doversi frenare con gli altri come si frenava, senza sforzo, a volte, con Paolo. Sicché, soltanto a ricordarle quel “pillo” come ella qualificava Domenico c’era da farla uscire dai gangheri, proprio! Allora poi non guardava più in faccia a nessuno, e se l’amante non smetteva subito, correva il rischio di sentirsi trattare lui pure di tutti i nomi.
Paolo non voleva far dispiacere all’amica; ma d’altra parte era assai seccato di codesti fracassi. Se c’era qualcosa che gli riuscisse intollerabile, era l’idea che nel vicinato si parlasse di lui e della sua donna: ora egli sapeva bene che tra l’espansiva loquacità di Marianna e la rabbiosa maldicenza di Domenico, presto l’intero rione sarebbe stato pieno dei fatti suoi.
Altro rimedio non c’era contro tale pericolo, che il mandar via Domenico. Ma il conte temeva, a ragione, che il cameriere sarebbe andato a sfogarsi con il Paganica che glielo aveva dato per un servitore modello: e al suo amico, meno che agli altri, egli avrebbe voluto far sapere le cose di casa sua. Di modo che seguitava a tirare innanzi, non sapendo a che santo votarsi; quando un bel giorno fu inaspettatamente costretto a fare per forza quello che fino allora non aveva voluto fare per amore.
Una mattina Leona, svegliatasi un po’ più presto del solito, toccò due o tre volte il bottone del campanello elettrico, per ordinare alla cameriera di portarle la tazza di latte caldo, che ella soleva bere tutti i giorni prima di alzarsi da letto. Ma fosse difetto di acqua nelle pile, fosse altro guasto dell’apparato, il campanello non suonò: e bisognò che la signora si levasse da sola, si gettasse un accappatoio sulle spalle e andasse in cucina. Trovò il latte sul fuoco, lo prese e già apriva bocca per chiamare qualcuno, quando le parve di udire profferire il suo nome, nella vicina stanza da pranzo, con una risata beffarda, da Domenico.
Gli occhi le sfavillarono dalla collera; ristette e si pose in ascolto. Marianna diceva:
– E va bene! E tu che vuoi? Se al signorino è piaciuto di pigliarsi colei?
– Sarà – rispondeva il romano – ma quella di godersi gli avanzi dei butteri…
Leona non lo lasciò terminare. Spalancare bruscamente la porta, dare in un ruggito di belva e lanciare in faccia al mascalzone il vaso del latte fu un punto solo. Domenico, bianco come un cencio, era rimasto come colpito dal fulmine: ella intanto digrignando i denti e brandendo quel suo pugno bianco ma muscoloso di scudiera, gli andava addosso. Per fortuna Marianna si diede a strillare come un’aquila; il conte intervenne e, informato dell’accaduto, consegnò al cameriere il salario del mese e lo mise, con una solenne pedata, fuori dell’uscio.
Tutto quel giorno, Leona non si poté dar pace dell’offesa ricevuta. Piangeva, gridava, smaniava: avrebbe voluto che quel briccone fosse fatto a pezzi. La sera, per farla distrarre un po’ e per calmarla, Paolo le propose di condurla a San Carlino, un teatro che ancora pochi anni addietro, sulla piazza del Municipio, attirava la bordaglia di Napoli.
La donna accettò giubilando. Era inutile: per quanto Paolo facesse, per quanto facesse ella medesima alla fine di raffinarsi un poco, i suoi istinti popolareschi scattavano su francamente, a ogni occasione. Paolo, in fondo, si divertiva di trovarla così sbarazzina, non fosse altro che per il contrasto con se medesimo: e i suoi sensi di signore di razza si trovavano stranamente solleticati dall’acre soffio di plebe che quella ragazza recava dappertutto.
Il San Carlino degli ultimi tempi era una specie di cantina sotterranea, divisa in due ordini di palchi, il loggione, la platea e il palcoscenico. Pochi lumi a petrolio lo illuminavano: fuori, sulla piazza, grandi cartelloni rossi annunziavano lo spettacolo della serata: Pulcinella finto medico, Le Novantanove disgrazie di Pulcinella, Pulcinella galantuomo in città e ladro in campagna, Il matrimonio di Pulcinella, e via dicendo; tutte vecchie commedie dell’arte rispolverate e rimesse a nuovo secondo il gusto dei tempi.
Verso le sei di sera, la gente cominciava ad affollarsi allo spaccio dei biglietti. Erano bottegai e camorristi, piccoli commessi di magazzino e vecchi impiegati borbonici, mogli di cocchieri e donne di piacere, strilloni di giornali e soldati; qualche signore in tuba e guanti, il virginia in bocca, un sorriso di sprezzante curiosità sulle labbra; qualche signora ardita e curiosa, il volto coperto di un fitto velo, le mani nascoste nel manicotto, impacciata e paurosa.
Prendevano il biglietto; poi per una scala sudicia e stretta scendevano nella cava, e si trovavano ai primi posti, ai posti distinti, ai posti di prima fila, davanti il sipario calato, che ogni tanto ondeggiava per lasciar passare una testa, la quale faceva cenno al direttore d’orchestra. Si udivano due colpi della bacchetta, e l’orchestra, composta di sei o sette strumenti, attaccava una quadriglia triviale.
Il conte Paolo e Leona arrivarono verso le sette, pochi minuti dopo che era cominciata la recita. Leona indossava, sotto la lunga pelliccia, un abito di velluto color foglia di rosa, chiuso di lato con una banda di velluto color verde Nilo; la scollatura quadrata, al pari del lembo dell’abito, era ornata di un superbo merletto di Venezia; aveva dei brillanti agli orecchi e sul petto; e un largo cappello di velluto color verde Nilo, ornata di piume alla Gainsborough, imprigionava il pesante volume della sua nera capigliatura.
Quando ella, con gran rumore di usci e di seggiole entrò nel suo palco di seconda fila, tutti gli spettatori della platea levarono gli occhi a guardarla; e più di uno esclamò, con accento di cupidigia persuasa:
– Quanto si bbona!
Si udì qualche risata, qualche zittìo; poi tutti tacquero. La Leona, le narici aperte e palpitanti, aspirava, con evidente soddisfazione, l’odor misto di aglio, di tabacco e di carne umana che impregnava l’aria: già le sue guance si erano fatte di fuoco, i suoi occhi si dilatavano. Ella rideva ogni momento; rideva delle mariolerie di Pulcinella, tutto vestito di bianco, il viso mascherato di nero, sul palcoscenico; rideva delle riprese inaspettate che venivano dal loggione e dalla platea; rideva della sensuale ammirazione onde si sentiva circondata; rideva di un riso schietto e sonoro, che faceva voltare la gente. Invano Paolo, che era rimasto indietro nel palco, si dibatteva sulla sua seggiola, e l’ammoniva di stare tranquilla: ella gli volgeva il bel viso annegato di una gioia infantile, e gli rispondeva:
– Oh mi diverto, mi diverto tanto!
E codesto era detto con tale abbondanza di cuore, che l’amante non aveva coraggio di replicare.
A poco a poco, ubbriacata da quella larga e gioconda effusione meridionale che rispondeva così bene al suo temperamento, anche Leona cominciò a pigliare parte alla gara di motteggi fra attori e spettatori. I guappi e le vaiasse della platea, vedendo una signora così perbene far lega con loro, dapprima la guardarono ridendo e battendo le mani; poi, con simpatia più clamorosa, l’apostrofarono direttamente, tutte le volte che lei dava una risposta salata ai lazzi di Pulcinella; e quando questi, sulla fine della commedia, accortosi della patria di lei e dell’esaltazione che ella destava nel pubblico, la salutò, a sproposito, con questo madrigale di basso porto spagnolizzato per la circostanza: – Evviva las sciascionas espagnolas! – Un urlo di entusiasmo indescrivibile empì il teatro; tutti si levarono in piedi agitando i fazzoletti, e il conte fu appena a tempo di trascinare Leona fuori del palco: ancora un istante e quella plebe così eccitabile, cordiale e chiassona, l’avrebbe portata in trionfo per via Toledo.

III

La vigilia di Natale, verso le otto di sera, Leona, appoggiata al braccio di Paolo, scendeva per via Toledo, un po’ stordita dal gran viavai della gente e della gazzarra che facevano i venditori ambulanti, quelli davanti le bancarelle piantate sull’orlo del marciapiede, quelli ritti sulle soglie delle botteghe. Era un rombo, un tumulto, un crescente fracasso d’animazione universale. Tutti i negozi scintillavano: nelle vetrine dei salumai si ammonticchiavano sul davanti intere lingue affumicate, interminabili nodi di sanguinacci paonazzi, fette enormi di galantina, sul cui mosaico bianco, verde, nero, rossiccio, tremolavano cerchi di gelatina luminosa e giallognola, prosciutti crudi e prosciutti cotti, zamponi di Modena, budini di Milano, soppressate di Sicilia. Dietro sorgevano castella di formaggi: il gorgonzola venato come un bel marmo antico, lo stracchino morbido come il burro, il formaggio d’Olanda in grosse palle vinose, le larghe fette butterate del gruiera, le forme del cacio romano e sardo, del pecorino, del formaggio di Cotrone. Ai lati si ergevano pile di scatole di sardine, di vasi di olive di Spagna, di scatole di tonno sott’olio, di gamberi e di aragoste in conserva, di salmone e di caviale.
Più avanti, gettando uno sguardo su una bancarella di giocattoli, Leona vedeva confusamente pulcinelli vestiti di rosso, di bianco, di giallo, di turchino, con le cinture di carta dorata, la maschera nera e il naso ricurvo come il becco di un pappagallo; orologi e catene di metallo; cavalli di legno dalle criniere di stoffa o di bambagia, sciabole, fucili, tamburi, soldatini di piombo e di legno, palle di gomma elastica grosse, mezzane, piccine di ogni colore, di tutti i colori insieme. E una voce lunga e nasale si levava: – Pe’ piccerille! pe’ piccerille!…
Leona aveva ogni momento dei gesti e dei gridi fanciulleschi di ammirazione, che facevano ridere Paolo, benché ne avesse poca voglia. Giusto quel giorno egli aveva ricevuta una lettera di un suo creditore, il quale gli annunciava che la sua signora madre aveva ricusato di pagare una cambiale firmata da lui: il creditore dava due giorni di tempo prima di fare il protesto. Ma quella Leona era tanto curiosa! Si fermava come incantata davanti a una pupattola che poteva costare mezza lira; diventava rossa dall’entusiasmo per una frusta col fischietto da pochi soldi. Una bambina, una vera bambina! Dalle vetrine dei dolcieri, poi, non si sarebbe staccata mai. Quei larghi pasticci a ghirigori e a disegni colorati, quelle paste leggere e trasparenti, di un bel colore d’oro, quei marroni canditi nei panierini di carta pieghettata, quelle chicche verdi, gialle, nere di cioccolatte, color rosa, color di arancio, color fragola, quelle larghe fette di cocuzzata le facevano venire l’acquolina in bocca. A lasciarla fare, avrebbe riportato a casa dei monti di roba.
– Ma che ne vuoi fare? – le domandava l’amante – ne abbiamo tanta a casa della roba da mangiare!
– Sì? – diceva lei, seguitando a guardare da un lato nelle vetrine. Sulle botteghe dei fruttivendoli erano ceste di insalata, canestri di pere, di mele, di finocchi, di aranci, di mandarini; casse coperte di frutta secca, castagne, noci, nocciole, mandorle, susine secche, fichi secchi, uva passa, e poi datteri a grappoli, melloni d’inverno, grandi ananassi maturi che spargevano intorno fragranza di fiori. E dall’altro lato del marciapiede, davanti a tre lumi a petrolio che fumigavano al vento, luccicavano appese caffettiere, padelle, posate, secchi, grattuge, marmitte; e lo stagnino, ritto in piedi, la pipa in bocca, gridava ogni minuto: – Sei soldi, sei soldi a scelta, sei soldi! – E la folla, sui marciapiedi, in mezzo alla strada, sugli sbocchi dei vicoli cresceva, cresceva sempre. Passavano signori con grandi fagotti sotto il braccio o fra le braccia; donne con il cappellino, o in capelli, un involto in ciascuna mano; bambini con in bocca trombette onde uscivano suoni striduli e rauchi; artieri con un pesce fresco o una cartata di frittura nel pugno levato in alto; e correvano, si urtavano, schiamazzavano, senza voltarsi. Negli occhi di tutti brillava una luce viva e straordinaria: era un ardore febbrile di arrivare presto a casa, di trovarsi in famiglia, davanti la tavola apparecchiata; di rifarsi, in quella notte di scialo, di tutte le miserie, di tutte le privazioni, di tutti i dolori di un’intera annata.
Pian pianino, i due amanti passarono davanti il caffè d’Europa, illuminato e pieno di gente; si lasciarono dietro la via di Chiaia; giunsero in piazza del Plebiscito, vasta e deserta, e per una leggera salita si avviarono a casa. Di lontano, videro sul loro portone una donna che pareva aspettare; Paolo aguzzò gli occhi per vederci meglio: la donna muoveva incontro loro. Sotto la luce del fanale, Leona la riconobbe; diede un grido, si staccò dal braccio dell’amante, e le corse incontro a braccia aperte, esclamando:
– Amalia! tu qui?
Paolo guardò codesta Amalia. Era una ragazza magra, gli occhi fuori del capo, il cappellino di traverso sui capelli scarmigliati, tutta avvolta in un lungo mantello di panno ordinario orlato sul collo e alle maniche di una pelliccia spelacchiata.
Amalia era una compagna d’arte di Leona: nella compagnia faceva degli esercizi sul trapezio. Raccontò in breve che il direttore, finita la stagione di Roma, aveva sciolto la compagnia: lei non aveva trovato scrittura, ed era venuta a Napoli, sapendo che c’era la sua amica Leona.
– Ho detto fra me: se Leona è ricca – te lo meriti, oh questo sì: – e volgendosi a Paolo – creda, signore, che se lo merita: un fiore, un vero fiore! – dunque, se è ricca lei, non vuol dire che sia diventata di cuore duro, come tante che conosco io, che quando riescono a trovare il merlo che le mantenga – scusi, sa, non dico per lei – mettono su muffa, e non rispondono neanche al saluto delle colleghe.
Il conte, che era rimasto ad ascoltare, con mal represso fastidio, tutto questo sproloquio, alla fine fece un passo avanti e, squadrando dall’alto in basso la nuova venuta, le domandò seccamente:
– Scusi, ma lei chi è?
– O bella! – esclamò colei rivolgendosi a Leona – mi domanda chi sono? Sono l’amica di Leona, sono: tu mi conosci, eh? non è vero che mi conosci? E sono una donna onesta, sa, io: oh per quello non dubiti! Informazioni, quante ne vuole! Povera, non vuol dire: la nascita è un caso, lei me lo insegna…
– Probrecita… ha ragione! – mormorava intanto Leona all’orecchio di Paolo, il quale guardava in aria masticando il suo sigaro, e diventava ogni momento più pallido. E, senza neppure interrogare il suo amico:
– Perché non vieni su a cenare con noi? – disse ad Amalia.
– Magari! – rispose l’Amalia con un accento che veniva dal cuore. E senza farsi tanto pregare, prese Leona sotto il braccio e, saltellando come una capra, infilò le scale.
Paolo, rimasto sulla porta, stette un momento a guardare il cielo formicolante di stelle e ad ascoltare il rumore vago e confuso della città circostante. Doveva salire in casa, o andarsene a cenare in trattoria? Una nausea invincibile gli sorgeva nel cuore, e gli contaminava il suo bel sogno d’amore, tutti i piaceri goduti in quei mesi, perfino l’immagine della sua diletta. Ma come? egli doveva tollerare che la sua casa diventasse il ritrovo di saltimbanchi, che vi entravano senza neppure domandargli il permesso? E a quell’idea tutto il suo sangue aristocratico gli ribolliva nelle vene, e un amaro sogghigno gli veniva alle labbra.
– E poi – pensava – quella ragazza lì non può amarmi. È buona, sì; è piena di cuore; ma ha gusti, ha istinti troppo diversi dai miei. Come quella sera a San Carlino. Io avevo un bel rodermi: lei se la godeva. È inutile: la natura è più forte di noi. Ecco, lei adesso è felice di rimestare con quella sgualdrina le memorie del Circo! E dire che io mi sono indebitato fino agli occhi per lei! Mah! ha ragione mia madre: sono un ragazzo e un matto!
Si era tirato su la pelliccia, e già metteva il piede in strada, quando udì per le scale un fracasso. Si fermò un momento, e vide Leona, e dietro Leona l’Amalia, e dietro l’Amalia la cameriera.
– Ebbene, chico, perché non vieni? – gridò sinceramente meravigliata la Leona.
– Se è per me che fa questi musi, io levo l’incomodo! – strillava l’Amalia con la voce agra e petulante.
– Signorino, siate buono, salite: la cena è in tavola – supplicava Marianna.
Per evitare spiegazioni, il conte Paolo, ringoiando le lacrime di dispetto che gli salivano alla gola, si avviò verso la scala, senza guardare nessuno. La Leona capì che ci doveva essere del torbido, gli si attaccò al braccio, e gli disse piano:
– Perché, niño mio, vuoi farmi pena stasera? Che ti ha fatto la tua povera Leona? Perché ho invitato l’Amalia? Ma quella creatura non mangiava da ventiquattr’ore! Che ti fa a te che venga a pigliare un boccone da noi? È un’opera di misericordia alla fine. Via, non farmi il broncino, niño mio! Come potevo negare un pezzo di pane a quella disgraziata stasera? Tu lo sai! io non sono fatta per certe parti!…
– Potevi darle dei denari e mandarla via – brontolò Paolo, che si sentiva svaporare la collera a quel discorso, che in fondo gli dimostrava il buon cuore della ragazza.
– Ma se non ne ho avuto il tempo! se mi ha presa d’assalto, prima che potessi riflettere! Via, niño, sii buono… Te amo tanto yo! Un po’ di pietà alla fine, por tu pobre querida…
– Andiamo! andiamo! – disse Paolo, un po’ calmato, buttando il mozzicone di sigaro sul pianerottolo, ed entrando in casa. L’Amalia, come nulla fosse, veniva dietro ciarlando a bassa voce con Marianna la cameriera.
Il conte Paolo, ancora molto giovane, di temperamento fantastico e debole, mentre si esagerava troppo ogni impressione esterna, grata o sgradevole, non durava poi molta fatica a lasciarsi sviare dai proponimenti fatti in quel primo bollore dell’affetto; e al più si contentava di covar segretamente la sua stizza, accresciuta per di più del dispetto contro se stesso, per la propria dappocaggine. Così quella sera, egli sedette a tavola, ma con tanto di viso lungo, con le due donne: le quali, del resto, l’una, Amalia, per calcolo, l’altra Leona, per ingenuità, non se ne dettero per intese; e seguitarono a ragionare e a ridere fra loro come se lui neanche ci fosse. Leona domandava notizie delle compagne, a bocca piena, in un gergo volgare, dando rilievo ai particolari più crudi con quel suo riso secco e acuto e quella sua voce arrochita dal vizio.
– E la Cesira?
– Ah quella lì, mica bestia! La sa lunga, lei! Tu ti ricordi, eh, quel vecchio macaco che veniva da Genova, ogni settimana, per vederla? Quando lei fiutò che l’uomo era stracco, senti che la ti fa… Scusi, veh, se mi verso ancora un bicchiere di vino; ma l’è bonino sai, parola d’onore – soggiunse, forbendosi la bocca con il dorso della mano.
– È Borgogna! – disse Leona, ridendo.
– Borgogna? ci trattiamo bene – fece l’altra, con gli occhi lustri, ammiccando silenziosamente a Paolo, che se ne stava in disparte. E, ripigliando il suo racconto.
– Dunque sta a sentire – esclamò. – Lei già, tu lo sai meglio di me, brutta come il peccato, ha avuto sempre fortuna. Eh, nascere, cara mia! Basta. Dunque, una sera l’amico viene in casa. Si mettono a tavola, mangiano e bevono come, con rispetto parlando, due porci; poi a letto. Nel meglio, bum! bum! bum! alla porta. Che è, che non è, lei salta a sedere sul letto, si mette le mani nei capelli, e dice: – Mio marito. – Sai, Tonio, quello dei cani ammaestrati: vivono assieme da due anni, e se ne danno, se ne danno… Basta, entra Tonio. Il genovese, mezzo morto dallo spavento, si caccia, in camicia com’era, sotto il letto. Tonio, freddo, lo tira fuori per un braccio – tu sai se è forte quel diavolo! – lo mette a sedere sopra una sedia davanti al tavolino, e cava di tasca una cambiale e un coltellaccio. L’altro tremava come una foglia. Gli dice: – Niente paura, caro lei! Ha violato il mio domicilio coniugale; lo potrei scannare come un coniglio, che non lo pagherei un soldo: se vuole uscire vivo di qui, da bravo, mi firmi questa cambiale. – Il poveraccio firmò diecimila lire! –
– Che brigante, però! – disse Leona.
– Brigante quanto tu vuoi: ora se ne stanno a Milano, e fanno i signori.
– E di David ne sai nulla? – domandò curiosamente Leona.
– Ah! ah! – fece l’altra ridendo maliziosamente – volevo dire io che non mi domandavi di David. Di’ la verità: tu hai sempre avuto un debole per quello lì…
– Ma sei matta! sta zitta! – mormorò Leona volgendo rapidamente un’occhiata su Paolo, che era diventato livido.
– Bel giovane, veh! oh, per quello! Ho del gusto, io. David? Quando si sciolse la compagnia entrò come primo cocchiere in casa di una vecchia russa, la contessa Libumiski, Labrumiski, so nulla io? che, dice, i cocchieri giovani li tiene in palma di mano.
A questo punto, Paolo si levò e, senza dire una parola, uscì dalla stanza. Leona mosse incontro all’amica, i pugni alzati, bianca dalla collera, e le disse stringendo i denti in uno di quei suoi scatti terribili:
– Va via! va via! o ti rompo il grugno!
– Ohè! ohè! – disse l’altra, dando indietro come poteva, sulle gambe che la reggevano a fatica.
– Va via! va via! – seguitava Leona, sempre più inferocita.
– Ma che ti piglia? diventi matta! – rispose balbettando l’Amalia, che non intendeva se non confusamente, tra i vapori del vino, la ragione di quel congedo così brusco.
– Va via!… va via!
L’Amalia uscì barcollando. Ma quando fu sulla porta della scala, non poté più frenare la lingua, e gridò a squarciagola:
– Già tutte compagne, pidocchi rifatti!
Leona colse il suono, non il senso di quelle parole. E corse in camera da letto per trovare Paolo; non c’era. Attraversò il salotto, cercò nella sala da fumo, passò nella sala da bagno, si slanciò nell’anticamera: non c’era, non c’era! Chiese a Marianna:
– Dov’è il signore?
– È uscito – rispose la cameriera.
– Quando?
– Poco prima di quella signora.
– Pobre, pobre de mi! – mormorò la ragazza, palpandosi con le mani le tempie, e fissando al suolo gli occhi largamente aperti come quelli di una pazza. Si riscosse, si mise in fretta la pelliccia e il cappello, e mosse verso la porta.
– Che fate, signorina, che fate! – le gridò dietro Marianna.
Leona non rispose; aprì la porta e si precipitò per le scale. In pochi minuti si ritrovò sulla piazza del Plebiscito: soffiava un brezzone acuto che tagliava la faccia. Andò avanti: si fermò davanti al caffè d’Europa e per i vetri appannati guardò se egli ci fosse. Il caffè era spopolato: solo tre o quattro signori, nella gran luce cruda, sorbivano lentamente una bevanda calda. Uno di loro le fece un gesto e un sorriso: ella trasalì, e guardò più attentamente: non era lui. Il signore si alzava: ella, invasa dalla paura, fuggì. Dietro a lei un venditore di giornali gridava in tono lamentoso e nasale, come se ripetesse qualche preghiera:
– O pungolo! O piccolo!
Ella risalì via Toledo, di fretta, tra le bancarelle ancora rimaste in piedi e le poche botteghe ancora aperte, senza guardare nessuno, senza vedere nessuno. Si trovò al largo della Carità, dove la statua di Carlo Poerio pareva vigilare nell’ombra: due o tre passanti si fermarono, la guardarono, poi le tennero dietro per un poco: quando si accorsero che fuggiva, scrollarono le spalle e tornarono indietro. Ella correva, correva, senza prendere fiato: ogni tanto si guardava attorno, se vedeva degli uomini, senza fermarsi. Una volta le parve di riconoscere Paolo: il cuore le diede un balzo; corse diritta a quell’uomo, che si fermò, e le disse:
– Buona sera, carina!
Non era lui: fuggì. L’uomo rimase trasecolato. Quando ella si trovò in piazza Dante, quasi deserta, si fermò ansante, e bisognò che si appoggiasse con le spalle a un chiosco chiuso. Si mise la mano sul cuore, e pensò: – Che fare? che fare? come ritrovarlo, a quell’ora? Oh Signore! e se egli non fosse tornato mai più? – Delle lacrime cocenti le gonfiarono gli occhi. Ora il freddo le raggricciava la pelle e le penetrava nelle ossa. Se avesse almeno potuto indovinare dove egli si trovava! Forse in un caffè, forse in un albergo, forse in giro, per la città, per quella oscura città sterminata. Disse fra sé con fervore devoto, giungendo le mani: – Dio mio! fatemelo trovare… – E improvvisamente le venne un’ispirazione, di quelle che parrebbero meravigliose a qualcuno, se non fosse accaduto a tutti di averne. Soggiunse riconfortata: – Deve essere tornato in casa. – Si accostò a una vettura pubblica, i cui fanali gialli languivano fra una nebbia sottile: il vetturino, avvolto in un gran pastrano, dormicchiava in serpa. Salì in vettura, e gli gridò l’indirizzo di casa sua. La vettura partì.
Dopo qualche minuto, ella si ritrovò davanti al portone. Suonò, reprimendo a stento i battiti del cuore; Marianna venne ad aprire, e le disse subito, a bassa voce:
– È tornato, è tornato. Benedetta voi: perché siete uscita?
Leona non rispose, e si avviò diritta in camera. Alzò la portiera, vide Paolo seduto su una poltrona ai piedi del letto e, senza neanche levarsi il cappellino, corse e gli si gettò ai piedi, singhiozzando come una disperata.
Il giovane, che non si aspettava quella uscita, rimase un po’ interdetto. Ma riacquistò subito il suo sangue freddo, e mettendo la mano sulla testa di Leona che gliela aveva appoggiata sui ginocchi, le domandò dolcemente:
– Che hai? perché piangi?
– Piango… piango… – rispose lei stentando a profferire la sillaba – perché tu te ne sei andato.
– Me ne sono andato, sicuro: non volevo mica stare ad ascoltare la storia delle tue tenerezze con i tuoi compagni del Circo rispose il giovane amaramente.
– Non è vero: non è vero! quella donna era ubriaca! – gridò la ragazza, levando la faccia tra le lacrime.
– Sarà – disse Paolo con aria incredula.
– Ah, tu non mi credi! – disse la donna piangendo più forte e torcendosi le mani – e pure tu lo sai – soggiunse, levando in atto di amore e di rimprovero, i begli occhi neri sul suo amante – e pure tu lo sai, lo sai, che non sono stata mai di altri che tua!
Il suono e il senso di quelle parole, l’accento stesso con cui erano dette, disarmarono Paolo, che rivide nella memoria le prime ore di ebbrezza passate, in quel suo appartamentino di via delle Quattro Fontane, con lei, paurosa e tremante fra le sue braccia. Ogni ira cadde; rialzò la fanciulla, che singhiozzava ancora, se la tirò a sedere sulle ginocchia, la circondò delle braccia e cominciò a baciarla pianamente e a consolarla.
– Via, andiamo, non fare la bambina! Sì, lo confesso, ho avuto torto di dar retta per un momento ai discorsi di quella sgualdrina; ma anche tu, perché hai voluto che rimanesse a cena con noi? È della gentaglia, quella: meno la si tratta, meglio è.
– Ma io l’ho fatto per troppo buon cuore! – insisteva Leona.
– Buon cuore o altro, tu sai che qui, in casa mia, comando io – ripigliò Paolo con fermezza indulgente – e prima di fare qualunque cosa, bisogna interrogare me.
– Non lo farò più – seguitava a gridare lei, con l’accento di una bambina colta in fallo – quando ti giuro che non lo farò più.
Intanto Paolo le aveva preso fra le mani la bella testa onde il cappellino era caduto sul tappeto, e le metteva baci sugli occhi, sui capelli, sul collo, sulla bocca, dappertutto. Quelle lacrime, quel viso tutto rosso e languente, quella commozione onde ella vibrava ancora tutta, eccitavano stranamente i sensi del giovane; il quale, a mano a mano che si accendeva, dimenticava il recente litigio per le ore di acuto piacere che già pregustava con il desiderio.
Suonò il campanello elettrico. Comparve Marianna, la quale, vedendo la signorina sulle ginocchia del signorino, sorrise.
– Porta dei dolci, delle frutta, dello sciampagna; metti ogni cosa su quel tavolincino; poi accendi il fuoco nel camino e vattene a letto.
La donna eseguì in fretta gli ordini ricevuti. Una bella fiammata riscaldò la camera parata di seta celeste, dalle portiere celesti, dalle tende celesti davanti alle finestre, dal tappeto alto di felpa celeste per terra. Un grande specchio teneva tutta una parete, riproducendo, fra due leggeri armadi laccati di bianco e dorati, una mirabile copia del gruppo di Amore e Psiche del Canova. Delle ottomane larghe e profonde, ricoperte di damasco azzurro, ricorrevano lunge le pareti attorno il letto che si levava a foggia di conchiglia, sotto un baldacchino stilizzato alla Luigi XIV, nell’alcova, e dipinto in giro di Ninfe e di Satiri, da quel decoratore squisito che fu il secentista Giovanni Lanfranco.
Una gran pelle bianca, dalle lunghe ciocche setose di capra di Mongolia, era distesa ai piedi del letto. Sui bracciali di una sedia pendeva un lungo paio di calze ricamate: delle babbucce rosse trapunte d’oro ammiccavano presso il letto, nell’ombra. Sul marmo di un cassettone, pure laccato di bianco e dorato, degli anelli, dei diamanti, delle pietre di valore scintillavano in una coppa di cristallo di rocca: un odore vago di essenze impregnava l’aria.
Prima di ritirarsi, la buona Marianna disse con accento materna: – E buona notte di Natale ai signori! – Grazie – risposero insieme i due giovani: la cameriera disparve, la portiera pesante si abbassò: rimasero soli e abbracciati, davanti il tavolincino coperto di bottiglie e di dolci.
Leona era invasa da un vago stupore sonnolento, dopo l’angoscia di quelle ore: un singulto, di quando in quando, le scuoteva ancora il petto. Mangiucchiò qualcosa, sempre di magro, perché scrupolosa com’era in fatto di pratiche religiose, non aveva voluto trasgredire il precetto di non mangiare carne, di vigilia; bevve una coppa di sciampagna, lentamente, debolmente, a piccoli sorsi, come una malata. Paolo, intanto, le baciava gli occhi e le mani, le preparava i bocconcini più ghiotti, le diceva piano all’orecchio:
– Mi vuoi bene?
– Sì – rispondeva lei languidamente.
– Quanto?
– Mucho.
– No, è poco.
– Todo – soggiungeva lei sorridendo, e scrutandolo dolcemente di sotto in su, tra i capelli neri che le si erano arruffati sugli occhi.
Egli la guardava, e un senso di tenerezza infinita l’invadeva tutto. Era così piccola, così sola nel mondo! che avrebbe fatto senza di lui? Certo, non aveva un’educazione raffinata: ma che colpa ne aveva lei, poverina? Del resto, non le era piaciuta così, non l’aveva conosciuta prima di prenderla? Che cosa si aspettava? che venuta in casa sua avesse a trasformarsi di botto in una principessa del sangue? Era bella, era anche onesta: che importava se qualche volta si dimostrava un po’ triviale? Doveva pensarci lui a raggentilirla.
In queste meditazioni seguitava a carezzarla: le ravviava i capelli, la baciava piano sull’orecchio; le poneva la testa sul seno, silenziosamente. Ella gli disse:
– Giurami che non mi lascerai più, mai più.
– Lo giuro – rispose Paolo.
Allora ella gli mise le braccia attorno al collo, e gli diede un gran bacio sulla bocca. Egli ebbe un fremito, e si avviticchiò, tutto, vibrando, al corpo di lei. Ma come ella gli vide luccicar gli occhi di desiderio, si alzò, e protendendo le mani, gli comandò dolcemente:
– No, non si può!
– Perché non si può? – fece lui con voce bassa, un po’ arrantolata.
– Porque es la Noche Buena!
Egli non seppe tenersi dal ridere. Dove diavolo mai andava a cacciarsi la religione! La ragazza soggiunse, esitando e arrossendo:
– È anche troppo che, una notte come questa, siamo in peccato mortale.
Il pensiero del matrimonio, che balenò a quelle parole nella mente del giovane, gli produsse un senso invincibile di paura e di ripugnanza. Egli non aveva riflettuto mai a questo: ora, l’idea che ella ci riflettesse, gli produsse, insieme a un grande imbarazzo, un’improvvisa freddezza. Che quella donna non fosse la grande innocente che egli si era immaginato fino allora?
Oh, ma se calcolava su quello, aveva fatto molto male i suoi conti!
Leona gli dovette leggere in viso ciò che accadeva nel cuore di lui, perché riprese con voce triste, ma ferma:
– Non parlavo di te, io! non sei tu che devi rendere conto a Dio del nostro peccato. Tu non puoi fare altrimenti: lo sapevo, lo so. Tu non mi devi sposare – soggiunse più piano, come se si vergognasse di profferire quella parola.
Paolo, debole come al solito, ma non cattivo, rimase male a quella dichiarazione tanto più onesta del suo silenzio. Non sapendo che cosa rispondere, cercò di sviare il discorso. Disse, un po’ burberamente:
– E allora che cosa facciamo?
– Se vuoi essere gentile – rispose la donna – conducimi alla messa di mezzanotte.
Egli fece con la spalla un gesto di dispettoso consentimento; l’aiutò a rimettersi la pelliccia e il cappellino; poi egli pure si mise il cappello, prese il bastone e le chiavi di casa, spense i lumi, e uscirono. La scala era buia. Paolo provò la sensazione, per la prima volta in quella casa, di uscire da un albergo, di nascosto del padrone, con una donna raccattata per via.
Aprì la porta di strada, e si trovarono all’aria aperta. Era un freddo acuto: in alto, nel cielo vasto e profondo, le stelle scintillavano, pure e innumerabili. Egli offrì il braccio a Leona, che vi si appoggiò mollemente. Una campana lontana chiamava i fedeli alla messa di mezzanotte.

IV

La casa a Pizzofalcone non era più solitaria e tranquilla come una volta. L’inverno accennava a farsi meno rigoroso: e la sera, sovente, degli amici di Paolo, delle donnine allegre, artiste di teatro, si riunivano intorno a Leona; si chiacchierava, si giocava, si faceva della musica e si cenava.
Non era stata Leona che aveva voluto codesto; ma quando Paolo glielo aveva proposto, ella aveva accettato con giubilo. I primi bollori della passione erano passati, e Paolo, oramai, la sera, quando aveva letto il giornale, scritto qualche lettera e scambiate due o tre parole con la sua amante, non sapeva più cosa fare. Era divenuto acre e nervoso: non gli si poteva più dire una parola, senza che andasse su tutte le furie: la povera Leona tremava, appena lo sentiva tornare in casa. Le sue angustie economiche crescevano ogni giorno: cambiali protestate, lettere minacciose di creditori, amici che ricusavano di prestargli ancora denaro, vecchi conti dimenticati che tornavano a galla, tutto questo sovreccitava il giovane che, senza osare di accusare apertamente Leona, come l’accusava in cuor suo, dei suoi dissesti, la puniva maltrattandola senza ragione.
Ella soffriva e taceva; ma si era accorta da un pezzo che l’amore di Paolo andava scemando ogni giorno, e ciò l’accorava più di tutte le cattiverie, più di tutti gli sgarbi. Egli in casa non conosceva più neanche quella pacatezza del gentiluomo, che aveva mostrato sempre e seguitava a mostrare in pubblico. Era smanioso e collerico; gridava per nonnulla; se si rompeva un bicchiere, se la minestra era fredda, se un ordine non era eseguito, erano urli, smanie, proteste che a quel modo non si poteva più andare avanti, al punto che perfino Marianna, in cucina, si sfogava con la signora:
– Ma esso che ha? è diventato il diavolo?
Leona si asciugava di nascosto gli occhi sempre pieni di lacrime, e pregava, pregava ardentemente il Signore, ogni sera prima di andare a letto, ogni domenica in chiesa, ginocchioni per ore e ore, che gli rendesse l’amore del suo amico. Ma codeste preghiere erano fatte senza convinzione, perché senza speranza. Ella sapeva che il Signore non poteva permettere che ella seguitasse a vivere in peccato mortale; e piangeva così, rassegnata, con un gran vuoto nel cuore, aspettando che accadesse quello che fatalmente doveva accadere.
A poco a poco, tutti i suoi gioielli, tutti i suoi abiti erano stati portati al Monte di Pietà. Un giorno Paolo era tornato tutto sconvolto, e aveva raccontato che un creditore a cui sua madre non aveva voluto pagare una cambiale di tremila lire, lo aveva minacciato di fare pubblicare il protesto sulla quarta pagina di tutti i giornali di Roma. Il nome di un conte Cappello sulla quarta pagina dei giornali! Egli non sapeva darsi pace. Risolutamente Leona gli aveva proposto di mandare i suoi gioielli al Monte. Dapprima egli era montato su tutte le furie; poi si era lasciato ammansire dai ragionamenti e dalle preghiere della povera donna: – i gioielli non erano perduti; tanto, lei non sapeva che farsene; si sarebbero spignorati presto con altri denari che sarebbero venuti – insomma, egli aveva finito con l’accettare. E tutto quel giorno si era mostrato tenero e appassionato come nei primi tempi del loro amore. Ma il giorno stesso si era ricominciato da capo. E così, a uno per volta, per ottenere una carezza o uno sguardo meno indifferente del solito, ella aveva mandato al Monte anche i vestiti di velluto e di seta, le camicie di batista, i lenzuoli, i cappellini, ogni cosa. E lui accettava, oramai, evitando di domandare come ella avesse fatto a procurarsi il denaro che gli faceva bisogno; raccontandole che presto l’avrebbe compensata di ogni suo sacrificio, e tornando, di lì a poche ore, a tormentarla, a farle il muso duro, a rinfacciarle la propria miseria e il proprio avvilimento.
Oltre alle lacrime e alla preghiera, Leona aveva un altro conforto nella solitudine amara della sua vita: le sue canzoni. La sera, quando l’amante le borbottava o sbadigliava accanto, lungo disteso sul divano della stanza da pranzo, ella si acconciava, il meglio che poteva, una vestaglia sciolta di lana intorno al corpo, e un fiore fresco nella folta foresta dei neri capelli; e cominciava ad accennare, sotto le dita lunghe e affusolate, il motivo molle e ardente di una habanera, di una jota o di una seguedilla: d’un tratto le sue gote si accendevano, l’occhio le splendeva, le labbra le fremevano mezzo aperte. E allora, quasi dimenticando i suoi dolori, ella si abbandonava all’onda del canto: e nella evocatrice tristezza della sua melodia le pareva forse di rivedere un basso di Granata nel Zagatin, il quartiere dei poveri: la mamma le pettinava i capelli, mentre fuori dell’uscio, suo fratello, Miguel, seduto sul sedile di pietra, protetto dalla pergola, una gamba a cavalcioni dell’altra, toccava la chitarra. E, subito dopo, le sorgeva nella memoria la riva del Darro, tutta piena di alberi e di ombre, attraverso le quali vedeva rizzarsi le statue degli Apostoli sul convento degli Agostiniani. Oh i giochi, oh le corse, oh i primi sorrisi e i primi rossori sotto quegli alberi, quando le passava daccanto la nota figura di un bel giovane bruno, il berretto sugli occhi, la faccia rasa fuorché i favoriti ad arco, il sigaro in bocca e al fianco la larga fusciacca che nascondeva il coltello! Ella sognava a occhi aperti, e diceva:

Caminito de la Andalusia
Me dijo un Gitano que si le queria:
Yo le dijo prontito que no;
Para los Gitanos me peino yo.
Yo me peino para los toreros
Que matan los toros con mucho primor;
Yo me peino para los toreros
Y banderilleros de la Puerta del Sol!
Juy!

Fin qui ella cantava su un ritmo agile e mosso, come di sfida e di scherno: le note guizzavano e salivano rapide, brevi e giocose come faville; l’accompagnamento era diffuso di una civetteria sensuale e crudele. Ma d’improvviso la voce di Leona diventava di una dolcezza e di una tristezza ineffabile, rilevata meglio dai lunghi singhiozzi dell’accompagnamento, quand’ella ripigliava:

Para hermosura Granada,
Para elegancia Paris,
Para canciones Triana,
Para toreros Madrid!
A la jota, jota! yo soy Española,
No soy Andalusa, tampoco Manola,
No soy Gaditana, no soy de Moron.
Que soy da la raya del baio Aragón.
Juy! Salero! Olé!

E ricominciava il motivo ardente e orgoglioso di prima:

En la raya de Aragón
Me encontré yo un torero,
Y jamas no he visto un mozo
Con tanto salero.
A la jota, jota! yo soy Española,
No soy Andalusa, tampoco Manola.
Yo soy la Juanita, yo soy el lucero,
Yo soy la gachona de mi real torero.
A la jota, jota! Arza, olé!
Arza olé! del baio Aragón!

Tutta questa strofa era ardita e provocante; ma segnatamente quel verso

Yo soy la gachona de mi real torero.

era detto da Leona con un accento di passione così orgogliosa e così dispettosa, che persino il conte Paolo, mentre leggeva il giornale nell’altra stanza, si scosse e tese l’orecchio. Leona, sempre più ebbra di quella melodia innamorata e selvaggia che schioccava e vibrava come una frusta, seguitava a cantare:

Arza, olé!
Yo soy la Juanita, yo soy el lucero,
Yo soy la gachona de mi real torero…

– Sarebbe per caso quel David, il tuo real torero? – interruppe Paolo a denti stretti e in tono beffardo, allungando il collo fra le portiere.
Ella voltò appena la testa; ma senza guardare il suo amante, e scoppiò in una lunga risata nervosa, che a poco a poco divenne singulto, poi singhiozzò, finché, abbassata la testa fra le mani, ella non diede in un pianto irrefrenabile..
Paolo, immensamente seccato, esclamò:
– Ah si ricomincia con le lacrime, adesso!
Avrebbe voluto piantarla e andarsene; ma un po’ il buon cuore, che in fondo aveva davvero, un po’ la debolezza del carattere, lo trattennero lì. E come Leona seguitava.
– Mi fai il famoso piacere – le disse – di spiegarmi che cosa hai?
– Ho… ho… – rispose lei – che tu mi accusi sempre di quello che non mi merito.
– Perché ti ho domandato se il tuo real torero era David? Eh, cantavi così convinta, che mi sono immaginato che a qualcuno alludessi sul serio!
– O mamma mia! o mamma mia! – singhiozzava dolorosamente Leona, la testa nascosta nel braccio.
– Ebbene, mi sarò ingannato: ti chiedo scusa; ma chètati. – E la baciava svogliatamente, per consolarla. Lei, a poco a poco, smise di piangere; e allora Paolo disse:
– La verità è che noi qui la sera, soli come cani, non sappiamo che cosa fare. Bisognerà uscire, far venire qualche amico, chiacchierare, distrarsi, che diavolo! Non siamo mica due vecchi, da tapparci in casa a dire il rosario.
– Per me, fa venire chi ti pare – aveva risposto Leona, la faccia ancora bagnata di lacrime.
Paolo il giorno dopo era andato a trovare degli amici, ad altri aveva scritto; la conversazione si era andata facendo sempre più animata, dopo due o tre settimane: e così verso la metà di marzo, il fior fiore della società equivoca di Napoli si ritrovava di sera, almeno tre volte la settimana, in casa di Paolo.
Con l’occasione di vedere degli antichi compagni di piacere, e di conoscerne dei nuovi, il conte Cappello aveva ricominciato a giocare e, per fortuna, aveva vinto: così aveva potuto rimediare in parte ai suoi guai e levare dal Monte quella roba di Leona che le era più necessaria per farsi vedere ai suoi visitatori.
Non è a dire se Leona avesse già dei mosconi d’attorno. La sua bellezza, un po’ sformata dai patimenti quando ella aveva cominciato a ricevere, era divenuta in poche settimane più fresca e più florida; come un fiore che, dopo un acquazzone, si rileva più vivace di prima sullo stelo. Tutti gli uomini della sua società, cinque ufficiali di cavalleria, due avvocati, tre banchieri, una mezza dozzina di signori dell’aristocrazia napoletana, non escluso il duca di Paganica, tutti le facevano una corte spietata. Ella rideva e scherzava; ma spesso i suoi sguardi, anche in mezzo alle più galanti dichiarazioni dei suoi adoratori, diventavano distratti, e un’ombra passava sulla sua fronte. Delle volte Paolo lasciava la sala da gioco per venirle a dare un bacio: Leona levava gli occhi e gli leggeva in faccia, non tenerezza, non amore, ma solo il piacere di aver guadagnato qualche migliaio di lire: allora ella abbassava la testa e sorrideva con amarezza profonda.
In quelle serate dove a ciascuno era lecito di parlare sboccatamente, di fumare, di bere, Leona cercava di stordirsi e di dimenticare. Si faceva informare dalle sue nuove amiche, ballerine, cortigiane, cantanti, di tutti i pettegolezzi di alcova: così aveva imparato che il tenente Pirgo si era mangiata una fortuna con Lilia Dash; che il marchese Ventimiglia era l’amante delle due sorelle Bianca e Olga Rai; che Giulio Jovene, il banchiere che l’assediava più di tutti, conviveva con una chellerina, la famosa Lillì; che Margherita Strauss, la prima ballerina del San Carlo aveva rifiutato dieci biglietti da mille lire di Pasquale Taratufolo, il ricco avvocato di cui si raccontava tutta una storia lontana di estorsioni e di concussioni. Ella ascoltava, curiosa e pensosa; rideva ai particolari piccanti, e mandava giù un groppo che le veniva alla gola all’idea che lei pure, prima o poi, sarebbe stata quotata in piazza, come le altre.
Qualche mese di quella vita era bastato per farle smettere quella selvatichezza diffidente e ingenua che era stata fino allora la sua naturale difesa. A furia di riflettere sui casi suoi e degli altri, aveva imparato a dubitare di tutti: e il suo sorriso non era già schietto come una volta, ma più lento, più pensoso, più malinconico. Violenta, però, era rimasta sempre, negli atti come nelle parole, quando si credeva offesa; e giusto al tenente Pirgo che, mezzo brillo, una sera sulla terrazza, le aveva fatto una proposta indecente, aveva risposto, mostrandogli il ventaglio:
– Se Usted non mi si leva dai piedi immediatamente, vede questo ventaglio? glielo rompo sul muso, pillo!
E, per quella sera, il tenente aveva dovuto domandare scusa e infilare la porta.
Le sere che non c’era baldoria in casa, Leona restava sola, perché il conte andava fuori a giocare. Oramai quella sua vecchia passione lo aveva ripreso tanto più fortemente che gli sembrava il solo modo di uscire dalle strettezze. Essendo stato aiutato dalla fortuna le prime sere, aveva finito a passare tutte le notti intorno al tappeto verde; quando la mattina rientrava in casa era sbiancato e disfatto: andava a letto e dormiva di un sonno pesante fino a dopo mezzogiorno.
Durante quelle lunghe sere di solitudine e di inutile attesa, Leona, seduta nella sua camera da letto, leggeva qualche romanzo, ma soprattutto fantasticava. Aveva sempre nell’orecchio e nella mente la romba dei discorsi uditi le sere avanti dalla gente disordinata e leggera che veniva a trovarla; e a furia di pensarci su, a furia di paragonare il suo stato presente con quello di alcuni mesi prima, e la sua condizione con quella di alcune sue amiche tanto meno scrupolose di lei, a furia di far progetti e di lasciarli da parte, di piangere e di sogghignare, di rivolgere nell’animo le promesse di questo e le percussioni di quello, lentamente, inconsapevolmente apriva il suo cuore ai germi di corruzione che da ogni parte vi penetravano.
Certi abusi, certi mancamenti alla religione e al dovere, non le parevano più così brutti, quando considerava che quelle donne le quali se ne rendevano colpevoli, non avrebbero potuto astenersene, senza essere derise, abbandonate senza soccorso, ingiuriate e calunniate senza speranza di difesa; certe virtù non le parevano più così necessarie, da quando si era dovuta accorgere, non solo che non servivano a procurarsi lode e reputazione, ma che invece erano tenute in dispregio e avute a noia persino da coloro a favore dei quali venivano esercitate. Quando questi pensieri le affaticavano la mente, Leona cercava di mandarli via con un segno di croce, come cattive tentazioni; si inginocchiava e pregava; voleva distrarsi in ogni modo: ma essi tornavano, prima che ella potesse averne coscienza, persino quando voleva occuparsi d’altro: e se ne trovava più ingombro l’animo appunto quando si figurava di averlo liberato.
A questi turbamenti interiori presto anche si aggiunse un rincrudimento peggiore nel carattere dell’uomo che, solo, avrebbe ancora potuto salvarla, con l’amore e con il sacrificio. La fortuna si era voltata contro il conte Paolo, il quale perdeva rapidamente i denari che aveva guadagnati; e, non sapendo con chi sfogarsi, se la pigliava, come di solito, con la sua amante. Ella stava zitta e sopportava in silenzio, ma senza più piangere, quelle ingiuste violenze; una volta gli disse:
– Ma io che posso farti? Perché te la pigli con me?
– Io non me la piglio con nessuno! – brontolava Paolo.
– Vuoi che me ne vada?
– Ah ti farebbe piacere di piantarmi, ora che io non possiedo più nulla!
Leona diventava pallida.
– Tu sai bene che io non sono venuta a star con te per denari – gli rispondeva calma: – sei tu che mi hai voluta, per forza. Io ti amo, lo sai; ti amo ancora adesso, benché tu sia tanto cattivo.
Era una scena di tutti i momenti. Pareva che lui non si potesse più vedere quella a donna davanti. Le faceva il viso arcigno, la maltrattava, le rimproverava, con frasi maligne, la loro miseria; ma quando ella gli domandava se desiderava di vederla andar via, non rispondeva o rispondeva che era lei che voleva abbandonarlo. E la sventurata restava.
Un giorno, allo svegliarsi, Paolo ricevette un telegramma. Lo lesse, e balzò a sedere sul letto.
– Che c’è? – domandò Leona, che glielo aveva portato.
– Arriva Caligaris stasera, alle sei.
– Arriva, dove?
– Dove ha da arrivare? qui, a Napoli – rispose Paolo dispettosamente.
Leona non aggiunse altro; ma ebbe una stretta al cuore, inesplicabile. Paolo disse:
– Che ore sono?
– Le due.
– Va bene. Ho il tempo di far colazione.
Si lavò, si vestì, in capo a un’ora fu pronto per uscire. Disse a Leona:
– Stasera bisogna preparare il pranzo per tre.
– Non ho denari – disse ella piano, chinando la testa.
– Fallo venire dal caffè d’Europa, e non mi seccare! – gridò lui sbattendo, nell’uscire, la porta.
Alle sei in punto si trovava nella stazione, tra il fracasso assordante dei facchini che vociavano, degli impiegati che davano ordini, delle carrette che trasaltavano sul selciato, delle locomotive che fischiavano. L’aria era tiepida: una striscia di cielo roseo si stendeva sul lontano orizzonte; e qua e là fiammeggiavano accesi i primi fanali.
Improvvisamente si udì un fischio più lungo, più acuto degli altri; apparve una colonna di fumo, e il treno, rumoreggiando, entrò nella stazione. Due, tre, gridarono dominando il tumulto:
– Napoli! si scende! Napoli!
Gli sportelli si aprivano: i passeggeri, coi bagagli in mano, scendevano a frotte. Paolo guardava i vagoni per scoprire il suo amico; fissava i viaggiatori che gli passavano davanti; a un tratto vide il Caligaris che lo salutava con la mano ritto alla ringhiera del vagone-salone. Corse da quella parte, mentre il Caligaris consegnava la sua roba a un facchino: i due amici si abbracciarono, si domandarono notizie della salute, uscirono. Caligaris fece mettere la roba su una vettura da piazza: salì con Paolo e ordinò al cocchiere:
– All’albergo del Vesuvio.
– E così, come va? come ti tratta l’aria di Napoli? – domandò Gabriele Caligaris, quando il legno si fu incamminato.
– Male, mio caro! – esclamò Paolo, sorridendo con un po’ di sforzo. – Ho una disdetta birbona. Anche iersera, tremila lire volate via.
– Bah! quando c’è l’amore… – insinuò l’altro giocondamente.
– Senti – ripigliò Paolo – è inutile che tu mi faccia il diplomatico. Perché sei venuto tu, a Napoli?
– Ma io non faccio il diplomatico niente affatto figliuolo mio! – rispose Caligaris, ritirando il collo e il lungo naso pappagallesco nell’alta e magra persona, e allargando le braccia in un scoppio di risa stridenti. – Tanto è vero che, a pranzo, ti racconterò ogni cosa.
– Ma tu pranzi a casa mia! – disse Paolo, scrutando la fisionomia dell’amico.
– Ah, allora è un altro paio di maniche! Ebbene, ne parleremo all’albergo.
Rimasero alcuni minuti in silenzio. Paolo disse:
– E di mia madre, sai nulla?
– È a Roma – rispose Gabriele tranquillamente.
– Come, a Roma? l’hai vista?
– Eh, l’ho vista, sì! – soggiunse quello con un ambiguo sorriso. Di nuovo tacquero entrambi. Poco dopo, la vettura si fermò davanti all’albergo. Il signor Caligaris vi era aspettato, e fu subito accompagnato nell’appartamentino che gli era destinato. Lasciò Paolo in salotto, e andò a lavarsi e a mutarsi gli abiti in camera. Di lì a qualche minuto ricomparve, fresco e profumato, la rada barbetta ancor umida, la sperticata figura avvolta in un abito da società.
Pose le mani inguantate sulle spalle di Paolo, e gli domandò sorridendo bonariamente:
– Dimmi la verità: sei ancora innamorato di Leona?
– Mah… – balbettò Paolo.
– Mi basta questo. Sai perché sono venuto io qui? Sono venuto perché tua madre mi ci ha costretto. Alle corte: tua madre vorrebbe che tu lasciassi Leona. Se tu la lasci, ti paga tutti i debiti, e ti cresce l’assegno fino a duemila lire il mese; se non la lasci, neanche un soldo – e levava il dito in aria con accento burlesco – neanche un soldo!
– E perché non ha risposto alle mie lettere?
– Questo non lo so. Ti posso dire che ha pregato me di trovare gli argomenti per persuaderti. Io gliel’ho detto: – qui non è il caso di trovare argomenti. Se è ancora innamorato, non c’è argomento che tenga; se non è innamorato, il miglior argomento è la promessa di levarlo d’impiccio. – Ora sai perché sono venuto; sei avvisato di tutto e vedrai quel che devi fare. Ah! – conchiuse mandando un sospiro di soddisfazione – anche questa è fatta!
Il pranzo in casa del conte Paolo non fu molto allegro. Il conte pareva stranito: pigliava poca parte alla conversazione, rispondeva a scatti come se si riscuotesse da un sogno, cercando di dissimulare la propria preoccupazione. Leona, un po’ insospettita, spiava tutti i suoi atti ed esaminava bene anche il nuovo venuto come per accertare qualcosa, che ella già indovinava per aria. Il solo che si mostrasse disinvolto era Gabriele Caligaris: mangiava con appetito; raccontava dei casi suoi e degli amici di Roma; parlò di spettacoli, di conversazioni, di donne allegre, di duelli, di tutto, ridendo e gesticolando, con quel suo accento di scetticismo supremo, onde sembrava che non pigliasse nulla sul serio. Egli pure osservava Leona, e le diceva, con garbo, molte galanterie: sì, si era fatta più bella di come era a Roma, aveva una certa rassomiglianza con la regina Natalia di Serbia, intendeva bene che Paolo l’amasse tanto; ma non fece alcuna allusione né al Circo, né alle visite che le faceva in quel tempo; come se non l’avesse mai conosciuta.
Dopo pranzo, cominciarono a venire i soliti amici. A mano a mano che le tre sale si riempivano di gente, Paolo diventava meno cupo e meno impacciato: anzi più di una volta Leona, che lo teneva d’occhio, lo vide ridere di cuore, con sincera soddisfazione, come non l’aveva più visto ridere da tanto tempo.
Il Caligaris, intanto, che veramente era rimasto sorpreso della bellezza, della grazia e più ancora di quell’impronta di malinconia che il dolore aveva lasciato sulle fattezze di Leona, le si era cucito ai panni e non la lasciava più. Anche Leona desiderava di parlargli da sola a solo, per scoprire terreno: così, quando Emma Corallo, la famosa canzonettista, cominciò a cantare, accompagnata al piano dal tenente Pirgo, le ultime canzoni di Piedigrotta, l’innamorata e l’amico di Paolo si trovarono sulla terrazza, insieme, come per caso.
Era una mite e odorosa sera d’aprile. La luna piena bagnava i cieli di un chiaror bianco e sottile: un singhiozzare lento di flutti veniva, con un fresco effluvio di alghe e di fiori, da Santa Lucia.
– Ebbene, che siete venuto a fare qui, voi? – domandò bruscamente la giovane.
– Mio Dio, sono venuto ad adorarvi, come fanno tutti, del resto – rispose Gabriele, accennando con la testa le sale rumoreggianti.
– Nada de eso – replicò Leona con una smorfia di malcontento. Poi ripigliò piano, così piano che la sua voce debole sembrava il soffio di uno strumento armonioso:
– Perché siete diventato così cattivo con me? Eppure mi eravate amico, a Roma, Gabriele!
Il Caligaris fu scosso da quelle parole, da quell’accento che rivelava un’angoscia profonda, nobilmente dissimulata. Dopo qualche esitazione rispose, lasciando il tono solito di garbata ironia:
– Vi sono amico anche adesso, Leona; credetelo.
– Se mi siete amico, ditemi che siete venuto a fare qui – insistette Leona.
– Questo non ve lo posso dire, per ora.
La ragazza gli levò in faccia gli occhi larghi e neri come l’inchiostro; poi abbassò la testa, senza più replicare. A sua volta, Gabriele la guardò, e vide due grosse lacrime, nel chiarore gelido della luna, solcarle lentamente le guance. Le prese la mano e le domandò, con voce commossa:
– Ma voi dunque l’amate molto quell’uomo?
– Sì, molto – ella rispose semplicemente.
– Povera creatura! – mormorò lo scettico, stringendo quella piccola mano che si abbandonava fredda in quella di lui.
Dell’altra gente veniva sulla terrazza. Gabriele, adducendo la stanchezza del viaggio, prese commiato e uscì. Mentre un legno lo portava all’albergo, egli pensava:
– Sono cotto! come è vero Dio, sono cotto! Ah, le donne! Bisogna convenire per altro che questa qui è un boccone da papa. E poi, tanto buona, tanto disgraziatina! Ma guarda un po’ le combinazioni!… E quell’imbecille di Paolo… Non se la meritava ah!, non se la meritava davvero! Basta: io dei torti non voglio farne a nessuno; ma quella lì… sarei un asino se me la lasciassi scappare.
Il giorno dopo si alzò con l’idea di sentire Paolo cosa contasse di fare. Lo trovò verso le quattro davanti il caffè d’Europa, che guardava il corso delle carrozze.
– Vieni – gli disse – andiamo a lasciare un biglietto da visita alla duchessa di Castelbuono, e poi si fanno due passi prima di andare a tavola.
La duchessa di Castelbuono abitava al Gesù. I due amici salirono bel bello per Toledo, in mezzo alla folla che ingombrava i marciapiedi a quell’ora. Nel dolce tramonto di aprile le vetrine delle botteghe scintillavano: il cielo di un turchino languido si accendeva di rosso verso Capodimonte.
– E così – domandò il Caligaris – hai riflettuto a quel che ti dissi?
– Senti, amico mio – rispose Paolo, che si aspettava quella domanda – a me non mi basta l’animo di abbandonare così quella donna. Ciò che tu mi proponi sarebbe la mia salvezza; ma come si fa? Leona, se la lascio, commette qualche sproposito.
Gabriele sorrise; e soggiunse:
– Bah! tu sei gran vanitoso, figliuolo mio.
– Bisognerebbe che avessi veduto tu gli squasimodei che vedo io da un paio di mesi! Capirai che la mia vita non è tutta rose, oh no davvero! Settantaduemila lire di debiti, caro amico! E non so più come fare a tirare avanti. Vedi bene che davanti a una situazione come questa, non c’è vanità che tenga.
– Ma tu l’ami o non l’ami, colei?
– Amarla? o no, francamente! Circa otto mesi di intimità, di intimità di tutti i giorni, di tutte le ore! Ti garantisco che non c’è amore che resista a una prova simile.
– E allora che cosa pensi di fare?
– Io? nulla. Mi lascio vivere, aspettando che il caso mi levi dall’impiccio.
Gabriele Caligaris ascoltava guardando per terra davanti a sé, non smettendo quel suo sorriso di allegra ironia. Quando Paolo ebbe finito, gli disse:
– Vedrai che il caso avrà più giudizio di te.
Erano giunti al Gesù, davanti l’alto portone del palazzo Castelbuono. Il Caligaris entrò e consegnò un suo biglietto al portinaio. Poi raggiunse l’amico, e ritornarono insieme verso Toledo. Tacevano entrambi: arrivati davanti il negozio di Caflisch, il Caligaris invitò Paolo:
– Vieni a pigliare qualcosa.
Entrarono. Paolo mangiò due o tre paste, e bevve un cognac; Gabriele si fece servire un assenzio. Quando uscirono sulla via. Gabriele disse con indifferenza:
– Te lo farò io il servizio.
– Che servizio?
– Il servizio di dire a Leona la tua situazione, e come dipenda da lei che tu esca da ogni imbarazzo.
– E lei cosa credi che faccia?
– Non so; ma voglio tentare.
Paolo si mise a riflettere: provava, a quella promessa, un sollievo che non voleva confessare a se stesso. Dopo alcuni istanti, riprese:
– Se ti chiedesse del denaro, qualunque somma, rispondi di sì.
– Lascia fare a me – concluse Gabriele con il suo sorriso tagliente.
Prima di separarsi da Paolo, il Caligaris gli disse:
– Stasera hai gente in casa?
– No, nessuno.
– Allora verrò io, verso le dieci, a parlare a Leona.
– Sta bene: io sarò uscito da un pezzo.
E così fece. Tornato a casa, mangiò un boccone senza parlare a Leona, senza guardarla, come se temesse che ella gli potesse leggere negli occhi quello che gli passava nell’animo; poi accese un sigaro, e si avviò a un ridotto, ove andava di solito tutte le sere che non si giocava in casa sua.
Leona, rimasta sola, accese una spagnoletta, e si buttò a sedere su una poltrona a dondolo, fantasticando. Poi, forse stanca di rimestare sempre le medesime cose, si accostò al pianoforte, e si mise a suonare. La finestra era aperta: delle voci rare salivano dalla via, nella notte; l’aria tiepida e leggera recava un acuto effluvio di rose dai giardini del Palazzo reale, la cui mole superba si intagliava netta, nel chiarore della luna sorgente, in lontananza.
A un tratto si udì squillare il campanello dell’uscio di strada; e, poco dopo, Marianna venne ad annunciare:
– Il signor Caligaris.
Gabriele entrò con il cappello in mano, il sorriso sulle labbra, il volto atteggiato di una benevolenza forse un po’ superiore, ma certamente cordiale. Leona gli stese le due mani e gli disse:
– Non credevo di rivedervi così presto.
– Come! Paolo non vi ha avvisata che stasera sarei venuto a trovarvi?
– No, hombre – rispose Leona; e aggrottando le belle sopracciglia arcate, soggiunse:
– Avete visto Paolo?
– Siamo stati oggi insieme, per circa un’ora.
Sedettero. Il Caligaris prese una sigaretta dalla scatola di lacca incrostata di madreperla che stava sul tavolino di mezzo, e disse a Leona:
– Permettete?
– Fumate, fumate pure.
– Ma voi perché non seguitate a suonare? So che le vostre canzoni spagnole fanno furore… quasi più dei vostri occhi, che è tutto dire.
Leona si era levata in piedi ed era andata a serrare tutte le porte. Si mise a sedere su uno sgabello dirimpetto a Gabriele, i gomiti sui ginocchi, il volto fra le mani, e gli disse:
– Aspetto.
– Che cosa aspettate, cara?
– Che mi diciate quello che mi dovete dire.
– Oh, vi devo dire tante cose, io! – rispose Gabriele lanciando una boccata di fumo.
– Cominciate dal dirne una. Ma fatemi il favore di essere serio – soggiunse Leona, strappandogli la sigaretta di mano e lanciandola fuori della finestra aperta.
– Voi me l’avete data, voi me l’avete tolta, sia fatta la vostra volontà – disse il Caligaris, accennando verso la finestra con comica rassegnazione.
– Dunque?
– Dunque, punto primo: io vi amo.
– Le solite!
– No, ve lo dico per darvi coraggio di ascoltare il resto. Perché io vi amo davvero, amo come si ama a quarant’anni, non come si ama a ventuno.
– E poi?
– E poi, sapete perché sono venuto, io, a Napoli?
Leona accostò lo sgabello con atto di viva curiosità, diventando un po’ pallida. Gabriele riprese:
– Sono venuto per incarico della contessa Cappello, la madre di Paolo; la quale propone al figliuolo di perdonarlo, di pagargli i debiti e di crescergli l’assegno mensile, a un patto: voi indovinate qual è, questo patto.
– Che lasci me – fece Leona con voce rauca. – E a Paolo… lo avete detto?
– Iersera, appena arrivato.
– E cosa vi ha risposto?
– Iersera, nulla. Ma oggi mi ha confessato che la combinazione gli farebbe piacere, se potesse trovare un modo, diciamo così, pulito, di sbarazzarsi di voi.
Leona si era levata in piedi, fremendo, e tormentava fra le dita i lunghi cordoni di seta rossa della sua veste da camera. Dopo alcuni minuti riprese con accento indefinibile:
– Vi ha detto proprio così?
– Proprio così.
Di nuovo, entrambi rimasero muti. Gabriele riprese:
– Bisogna che sappiate tutto. Ebbene, vi dirò anche che io ho proposto a Paolo di dirvi ogni cosa stasera; e Paolo ha accettato.
Senza rispondere sillaba, Leona si affacciò alla finestra. Si sentiva gli occhi arsi, la gola serrata; non udiva e non vedeva più nulla. La brezza fredda della notte alta le penetrava fra le vestimenta, e le raggricciava le carni: ella ne provava un sollievo, quasi che si sentisse tornata alla vita da un abisso ove si era perduto tutto il suo essere. Guardò un istante il Vesuvio, che lampeggiava rosso sul mare; e rise, come una pazza. Improvvisamente si voltò e chiese a Gabriele che la sorvegliava, un po’ inquieto:
– Mi volete prestare mille lire?
Egli, cavallerescamente, cavò di tasca il portafogli e glielo porse.
Leona se lo mise in tasca, con un modo inconsapevole, senza neppure dire grazie. Poi, rivolta all’amico, in tono supplichevole, ma perentorio:
– Ora lasciatemi – soggiunse.
– Vi lascio – rispose il Caligaris – ma prima voglio dirvi una cosa. Ricordatevi che io vi amo, davvero; a modo mio, ma vi amo; perché siete in fondo una buona ragazza, e ve lo meritate. Voi sapete la mia posizione. Sono solo, e non dipendo da alcuno. Non fate spropositi, non ne mette conto… E qualunque cosa vi possa bisognare… credete, non sono mica così cattivo come si crede…
– Grazie, grazie… – disse Leona, con un sorriso disfatto; e gli strinse la mano. – Arrivederci!
Gabriele Caligaris uscì. Leona, come trasognata, stette immobile in piedi, gli occhi fissi nel vuoto; poi, lentamente, si accostò al piano, sedette, e su una melodia di una tenerezza, di una tristezza infinita cominciò a cantare con voce che più non era la sua:

Me han dicho de que te casas
Así lo dice la gente
Y todo sera en un dia
Tu casamiento y mi muerte…

Sospirò convulsamente due o tre volte, come se qualcosa le volesse uscire dal petto; poi ripigliò:

Quien me ha de querer a mi
Sabiendo lo que te quiero
Y que me muero por ti…

A questo punto un singulto uscì dal petto della cantatrice: ella non poté seguitare; il pianto che le faceva groppo alla gola, proruppe: ella si abbatté disperatamente sulla tastiera, e diede sfogo all’angoscia che la opprimeva. Singhiozzava, singhiozzava, né c’era alcuno in quella stanza larga e magnifica, piena di tappeti, di arazzi, di gingilli e di fiori, che la consolasse: la luna immobile e pura, in mezzo al cielo, versava per la finestra una striscia di un candore luminoso fin sulla testa della bella creatura sofferente.
Quando ella si fu un po’ sollevata, andò in camera. Un gran crocifisso di avorio pendeva da un lato dell’alcova, davanti a un inginocchiatoio di velluto celeste, Leona vi si lasciò cadere prona, chinò il volto sul braccio, e pregò. Non osava domandare nulla al Signore: né che gli rendesse l’amore suo, né che la liberasse; pregava così, per il desiderio, per il bisogno di annegarsi in un affetto sopramondano. La sua anima addolorata e sbigottita errava in mille pensieri di angoscia, di pentimento e di peccato; vane speranze, progetti diversi, memorie care e strazianti la tormentarono per un pezzo: ella cercava di allontanare da sé tutto il suo passato, tutto il suo presente, e pregava. Di quando in quando, ancora, qualche lacrima cocente le cadeva dagli occhi, che le dolevano. Ella pregava; ripeteva delle vecchie orazioni spagnole che aveva imparato, bambina, dalla sua povera madre: delle preghiere per i morti, l’ave Maria, delle giaculatorie, pur che pregasse, pur che si sentisse un po’ più distaccata dalla terra, un po’ più vicina all’infinito; pur che non sapesse, non comprendesse, non ricordasse più nulla.
Improvvisamente una voce la riscosse:
– Che fai ancora levata a quest’ora?
Ella si rizzò in piedi, e si passò la mano sugli occhi: la luce della candela le faceva male. Disse pianamente:
– Che ora è?
– Sono le quattro e mezzo – rispose il conte Paolo bruscamente. – Perché non sei andata a letto?
Ella non rispose: aveva gli occhi fissi e aperti. Paolo, che aveva perduto al giuoco anche quella notte, esasperato da quel silenzio, riprese:
– Risponderai una buona volta, stupida!
Ella gli si accostò lentamente, con i capelli disfatti; lo guardò in faccia e gli disse con un filo di voce:
– Se non mi ami più, perché seguitiamo a vivere insieme?
Paolo si ricordò della promessa di Gabriele Caligaris, e forse capì che dalla risposta che avrebbe dato, dipendeva il suo avvenire. Ma non ebbe il coraggio di dire la frase cruda che gli veniva sulle labbra, e si contentò di replicare:
– Perché… perché è il mio maledetto destino!
Al suono di quella voce adorata, alla vista di quelle sembianze di bambino malvezzo, un’onda di tenerezza rifluì al cuore della povera Leona; la quale non si poté più padroneggiare, e di nuovo scoppiò in un pianto dirotto.
– Ah, ci mancava la musica, adesso! – urlò Paolo fuori di sé; e riprendendo il cappello che aveva posato sopra una sedia. Arrivederci, arrivederci domani – gridò, uscendo; e poco dopo si udì sbatacchiare violentemente la porta di casa.
Leona voleva gridare, voleva chiamarlo: i singhiozzi glielo impedirono; ma tutta l’anima sua correva dietro l’amante. Si calmò un poco; si asciugò gli occhi; aprì l’armadio, ne cavò la pelliccia e il cappello, si vestì per uscire. Quando fu pronta, si accostò al letto, dalla parte dove dormiva Paolo, e baciò il guanciale, dove egli era solito di posare la testa, a più riprese, con un ardore di passione indicibile, mormorando fra le lacrime:
– Adios, chico! Adios, hijo mio! Adios! Adios!
Attraversò le camere e il corridoio, si trovò davanti alla porta, l’aprì. La scala era buia e silenziosa. Leona si ricordò la notte di Natale, la noche buena, quando egli l’aveva accompagnata alla messa, e un nuovo singhiozzo la prese alla gola, mentre ella scendeva, reggendosi al muro. Quando fu nel portone, durò fatica a tirare la molla pesante della serratura inglese: alla fine si trovò all’aria aperta. Intorno, il silenzio era solenne: le stelle palpitavano nel cielo profondo: la luna cadeva verso ponente. Tirava un vento freddo che le ristorò un poco la faccia cocente. I fanali languivano in fila, lungo un vicolo deserto. Diritta, senza voltarsi, discese la gradinata che conduceva a piazza del Plebiscito: qui vide un legno, che passava davanti il Palazzo Reale. Diede una voce al cocchiere, che si voltò, e la raggiunse: ella salì, e ordinò piano:
– Alla stazione.
PARTE SECONDA

I

I saloni del banchiere israelita von Moos fiammeggiavano di lumi e si popolavano a mano a mano di dame, di deputati, di giornalisti, di finanzieri, di signori accorsi al primo ricevimento della stagione.
Sotto la luce chiara delle migliaia di candele che ardevano nei lampadari, era uno scintillio vivo di ori, di gemme, di diamanti, di perle; un fruscio largo e non interrotto di rasi, di broccati, di trine, di velluti; un lampeggiar caldo di pupille nere, grige, verdi, cerulee, di chiome nere, rosse, bionde, cineree, color di rame; di braccia bianche e fiorenti, di seni colmi, di spalle lunate. Di quando in quando le marsine nere dei gentiluomini rompevano severamente la folla varia e gioconda di quelle forme e di quei colori abbaglianti; delle coppie passavano, si incontravano, si fiancheggiavano, si fermavano, si dividevano, si mescolavano, lentamente e continuamente: i cavalieri, con il gibus sotto un braccio e l’altro inarcato a sostenere il braccio inguantato delle dame, si chinavano ad ascoltare o a rispondere, discretamente, sbirciando ogni tanto istintivamente lo strascico della loro compagna, per paura di mettervi un piede sopra. Passavano signore giovani e signore attempate; vecchi funzionari dall’aspetto grave e austero; giovani snelli che davano il braccio a signorine; signore sole, rialzando con una mano leggermente lo strascico; ufficiali in gran tenuta. E gli specchi alti riflettevano e moltiplicavano, da una parte e dall’altra, quell’avvicendarsi vertiginoso di invitati, i lumi dei lampadari, i gruppi e le coppie, gli agitamenti dei ventagli, gli inchini dei gentiluomini e i sorrisi delle dame.
La signora von Moos, moglie del banchiere, grassa, dai grandi occhi bovini, in un abito verde pallido, sparso di azalee, faceva mirabilmente gli onori di casa. Donna Ortensia d’Agrippa, che era divenuta più fresca e più bella dopo l’abbandono del conte Cappello, vestiva di broccato giallo a bottoni d’oro, e andava qua e là al braccio dell’ambasciatore turco, cercando la sua piccola amica, Margherita von Moos, la nipote del banchiere. La trovò che ballava una quadriglia, nella sala di mezzo, al braccio di Giorgio Ozanil raggiante di rumorosa allegria nella sua gran barba nera che destava l’invidia di tutti gli amici. Le più grandi dame dell’aristocrazia e dell’alta borghesia passavano di quando in quando: la contessa Santacroce si rizzava semplice e fiera nell’abito bianco ricamato d’argento; la duchessa di Monleone, in broccato bianco sparso di grandi mazzi di fiori, ballava con il primo segretario dell’ambasciata di Spagna; la principessa di Chiusi portava fra i capelli neri una perla enorme contornata di diamanti, come una costellazione ardente; la signorina Broga, in tulle verde lago, una collana di perle alla gola, ballava con il duca di Canne; la signora Ormatoff, una russa, appoggiata alla mensola di uno specchio, pareva sorvegliare la quadriglia e ogni tanto ammiccava verso la porta, come per scoprire qualcuno: un diadema di brillanti sfavillava sulla sua voluminosa capigliatura di un colore d’oro caldo. E la musica dell’orchestra copriva il rumore delle voci e delle risa, si mescolava all’animazione di tutte le sale, rilevava i brani di conversazione, gli atti delle dame, le maldicenze sommesse dei gentiluomini. Ogni tanto, qualche signorina, qualche signora giovane attraversava i gruppi degli invitati, e correva da una parte: delle signore si alzavano, delle altre si mettevano a sedere, stanche e rosse dal ballo: un effluvio di essenze, di cipria, di fiori, di carni femminili riempiva l’aria già calda, accrescendo lo stordimento prodotto dai lumi, dal continuo avvicendarsi della gente, dal rumore del ballo e dell’orchestra, dall’ebbrezza tumultuosa della serata.
Nel vano di una finestra il Sant’Elmo, sempre con quel suo sogghigno di scetticismo annoiato sulle labbra, diceva a Giorgio Ozanil che aveva finalmente lasciata la signorina Moos:
– Hai finito, ragazzaccio? Adesso, o vieni via, o vado via solo; perché non intendo mancare alla cena della Perla di Granata.
– Vengo subito disse l’altro – ma lasciami almeno riposare un momento, seccatore che sei!
– Bisogna essere un gran bambinone, come te, per divertirsi ancora a fare dei salti – continuava il Sant’Elmo, scrollando la testa calva.
In quel momento la signora von Moos passava al braccio di Paolo Cappello, dicendo:
– Eh via, chi crede oramai a tutte le vostre dichiarazioni?
– Sembra che Paolo si consoli – disse il Sant’Elmo con il suo risolino stridente.
– Perbacco! ma Leona si è consolata da un pezzo – rispose l’Ozanil che seguitava ad asciugarsi la fronte.
– Sai se Paolo sia stato invitato anche lui?
– Dove?
– Alla cena di Leona.
– Sicuro!
– Si vede che quel Caligaris ha dello spirito. Io, per me, ho sempre avuto più paura dei rivali passati che di quelli a venire.
– Oh sai bene che Caligaris è un filosofo! Lui lascia fare a Leona tutto quello che le pare e piace; e scommetto che se Leona vorrà procurarsi degli altri amanti…
– Mi iscrivo!… – gridò Sant’Elmo con un leggera risata.
– Eh, per ora non c’è pericolo – riprese l’Ozanil con accento di malinconia. – A Nizza il principe di Cusa le fece una corte spietata, e non riuscì a ottenere neanche una stretta di mano.
– Che sia sempre innamorata di Paolo, quella bizzarra spagnola?…
– Chi lo sa? A buon conto Paolo, a quel che vedo, fila il sentimento con quella vecchia pazza della Moos…
– …per sposare i milioni della nipote – soggiunse il Sant’Elmo.
Ma come, in quel momento, Paolo Cappello veniva alla volta dei due amici, essi tacquero.
– Ebbene – domandò Paolo con quel suo tono di tranquilla indifferenza – si va dalla Leona?
– È un’ora che lo dico, io! – esclamò il Sant’Elmo – se non vado via, mi addormento in piedi.
– Andiamo! – concluse Giorgio Ozanil.
E attraversando la folla delle signore che sedevano o passeggiavano, e dei cavalieri che si affollavano sulle porte, tutti e tre uscirono.
Paolo Cappello non andava alla cena di Leona senza una certa trepidazione, a cui si mesceva un’acuta curiosità di sapere che effetto la sua presenza avrebbe fatto alla donna. Quando ella lo aveva lasciato, a Napoli, egli aveva tratto un sospiro d’interna soddisfazione, quasi che si fosse liberato da un peso che gli stava sullo stomaco; si era rappattumato con la madre, aveva pagato i suoi debiti e se ne era andato in Svizzera, durante l’estate, senza più pensare a Leona.
Tornato a Roma sui primi di novembre, aveva saputo che Leona, divenuta l’amante di Gabriele Caligaris, stava a Nizza, e si divertiva: i giornali francesi, nei loro echi mondani, la citavano spesso, descrivevano le sue acconciature, vantavano la sua bellezza e il suo brio. A quelle notizie, Paolo aveva provato una fitta al cuore: non che amasse più Leona, ma gli rincresceva che ella potesse fare a meno di lui. Davanti agli amici posava a uomo che ne avesse avuto abbastanza di lei; ma gli amici scrollavano la testa, con aria incredula: si accordavano tutti a sospettare che Leona fosse stata lei invece che lo avesse piantato; e ciò gli dava una noia, un dispetto anche maggiore di quello che egli avrebbe provato se la cosa fosse andata veramente così. Ma come Leona era lontana, le occasioni di ricordarla non capitavano troppo spesso: Paolo seguitava a far vita allegra, e ora si era messo attorno alla signora Moos, una donna di quarant’anni che si conservava abbastanza fresca da poter essere desiderata.
Il villino abitato da Leona si trovava in via Varese, solitario tra i fabbricati recenti di quella parte di Roma. I tre amici vi giunsero in legno chiuso, discesero e suonarono il campanello elettrico del cancello chiuso: un portiere alto, in livrea, tutto raso, venne ad aprire.
Salirono per una larga scala di marmo coperta di un lungo tappeto di Smirne e fiancheggiata di statue, di arazzi, di vasi di fiori; e sulla porta trovarono due camerieri che li liberarono delle pellicce e dei bastoni, mentre il maggiordomo andava ad annunciarli.
Il salone di Leona era già pieno di gente. Le più famose cortigiane di Roma vi facevano mostra della loro bellezza. Teodora Wolf, la superba creatura bionda che aveva sulla coscienza la rovina di un avvocato principe, il quale per lei si era messo perfino a truffare i propri clienti, portava un abito di damasco verde Nilo: il tulle sboffante che le circondava, come una nuvola, il seno, era imprigionato in un corsaletto di velluto colore di scarabeo, orlato d’oro. La veste aderente era guarnita di trina di Venezia fermata da nodi di velluto colore di scarabeo. In testa ella aveva un arco di luna in brillanti, e sorrideva freddamente alle galanterie che le diceva un bel giovane bruno, primo segretario dell’Ambasciata di Francia. Paula, la famosa Paula, a cui un arciduca d’Austria era corso dietro per tutta l’Europa, era vestita di un abito color di rosa a rabeschi d’argento, e come era molto scollata, il suo seno bianco pareva sbocciare, quasi fiore meraviglioso, di tra una fila di grosse perle che scintillavano ai lumi. Cera anche Nadina Krasoff, la selvatica russa mantenuta dal principe Spada; e la sua alta figura un po’ teatrale si drappeggiava stupendamente in un vestito di crespo della Cina di un celeste pallido guarnito di un vaporoso merletto di Fiandra ingiallito dal tempo: dotta conoscitrice dell’arte di amare e di farsi amare, ella non aveva alcun ornamento né al collo, né agli orecchi, né sulle braccia; così le sue carni ignude, di una bianchezza di latte, si rivelavano intere: solo una stella di diamanti tremolava e scintillava fra i suoi capelli di un colore luminoso di rame. Si sapeva che un giovane duca, appartenente all’aristocrazia nera di Roma, si struggeva da un pezzo per lei, e infatti aveva sollecitato un invito da Leona; ma Nadina aveva posto per condizione alla propria venuta che quel “figliuolo di prete”, come lei lo chiamava, non le capitasse davanti: Leona, sorridendo, aveva promesso che il duca non sarebbe stato invitato. Altre donne, in eleganti acconciature, sedevano qua e là per il salone, ridendo, chiacchierando, agitando i ventagli; dei gentiluomini e degli ufficiali, in piedi o seduti vicino alle donne, si inchinavano ogni tanto con sorrisi discreti, stretti nella marsina come in una maglia di acciaio, facendosi vento con il gibus, pronti ad accorrere a un appello che veniva spesso dal lato opposto della stanza, corretti come se si trovassero a Corte.
Ma bella fra tutte le belle era Leona, la padrona di casa. Portava un abito di raso color bottone d’oro, tempestato sul davanti di perle; a strascico di moerro sopra colore riccamente guarnito di Malines; i fermagli del vestito e la collana che le avvolgeva la gola erano formati di rubini e brillanti grossi come nocciole; in testa, sull’onda tenebrosa della magnifica capigliatura, ella, con un senso di squisita civetteria, non aveva fuorché una rosa naturale, una stupenda rosa thea, dietro l’orecchio. Pareva leggermente ingrassata; il suo aspetto, sempre vivace, non aveva più l’aria fanciullescamente spensierata di un tempo: a volte, ella interrompeva improvvisamente una di quelle sue fresche e rumorose risate, come ricondotta improvvisamente a un pensiero molesto. Ma era l’affare di un istante; subito dopo, la naturale franchezza dell’indole ripigliava il sopravvento, e la gentile creatura non badava più che a divertirsi e a far divertire.
Il conte Paolo Cappello entrò nel salone ammiccando in giro per riconoscere qualcuno; poi si avviò alla volta di Leona e le fece un inchino cerimonioso e profondo sino all’affettazione. Si aspettava, da parte di Leona, un’accoglienza fredda; lei, al contrario, fece un vivo atto di piacere, vedendolo; gli stese la mano, la bella mano bianca coperta di anelli e gli disse:
– Oh, caro Paolo! Cuanto me gusta di vedervi dopo tanto tempo che non ho avute vostre notizie! Che ve ne siete fatto della vostra vita? Sedete un po’ qui: raccontatemi!
Tutto questo era detto con tanta sincerità, con tanta disinvoltura, che il conte rimase un po’ imbarazzato. Sedette vicino a Leona, e le raccontò come aveva passato l’estate in Svizzera, a Saint-Moritz, dove era freddo quasi come l’inverno; le descrisse le escursioni fatte sulle montagne, le persone che aveva veduto, i guadagni che aveva fatto al giuoco, perché – caso straordinario! – quell’anno aveva avuto fortuna…
– E a Napoli ci siete più stato? – interruppe semplicemente Leona.
– Oh no!… mi farebbe troppo male – rispose Paolo tentando di pigliare un accento sentimentale.
Leona diede in una sonora risata; e, come un’amica le si accostava per domandarle qualcosa, ella piantò Paolo e andò con l’amica dall’altra parte del salone.
Paolo guardava attorno a sé tutta quella folla varia e rumorosa, e provava un’uggia indefinibile. Si aspettava, entrando in quella casa, di suscitare almeno la curiosità; e si era dovuto accorgere che nessuno gli aveva badato, né quando egli era entrato, né quando aveva salutato la sua antica amante, né quando lei l’aveva lasciato lì per andare a dare qualche ordine nella sala da pranzo. I vicini stessi, coloro che circondavano Leona, l’avevano guardato alquanto con aria di indifferenza; poi avevano seguitato a ragionare tra di loro. Perfino i suoi stessi amici, quelli che l’avevano accompagnato, l’Ozanil e il Sant’Elmo, dopo avere salutato Leona, si erano dispersi tra la folla; e ora, cercandoli con gli occhi, egli vide che assediavano entrambi Teodora Wolf, ridendo e celiando, come per obbligarla a raccontare qualcosa che ella non voleva dire. Ma dai loro gesti, dall’ardore della conversazione, si capiva che tutto quel tempo non avevano neanche avuto l’idea di guardare quel che facesse Paolo; il quale, con suo sommo dispetto, si trovava a non aver preso importanza nella vita di Leona, né agli occhi di lei, né agli occhi della società dove più avrebbe desiderato che quella avventura si fosse risaputa.
Poco dopo, infatti, egli ebbe l’amara riprova della poca traccia che aveva lasciato il colpo di testa di Leona per lui. Si era fatto presentare a una certa Giuliana Gioia, una della vecchia guardia, che da un pezzo aveva lasciato gli affari e viveva di rendita. Giuliana conosceva tutti i pettegolezzi e tutti gli scandali del mondo galante di Roma; possedeva un occhio infallibile per giudicare quel che una donna di piacere poteva costare al suo protettore, e nessuno sorprendeva con maggior penetrazione di lei gli intrighi che si annodavano e si scioglievano in quell’ambiente superficiale e giocondo.
Parlarono di Leona.
La Gioia raccontò che il Caligaris era davvero un gentiluomo, che non molestava per nulla la sua amante; che persino le domandava il permesso di andarla a vedere, e che pagava per lei più di cinquantamila lire l’anno.
– Del resto – concluse – ha ragione: Leona è una buona creatura, e poi non ha avuto altri amanti prima di lui.
Paolo abbozzò un sorriso di ironia consapevole, e disse:
– Qualcuno credo che ne abbia avuto.
– Dove? – strillò Giuliana, ferita nel suo amor proprio di testimone infallibile della moderna galanteria.
– A Napoli – rispose Paolo.
– Ah, so, so – concluse Giuliana, calmandosi – un ragazzo, nevvero? uno del Circo, mi pare; ma già, quello non conta: si comincia sempre così. Il mio primo amante, immaginatevi, fu il mio maestro di ballo.
In quel momento fu dato il segnale della cena. I signori offrirono il braccio alle donne; a poco a poco il salone si spopolò, e tutti passarono nella sala da pranzo.
Paolo, molto seccato, vi entrò dietro gli altri, dando il braccio a Giuliana Gioia, grassa, tozza, burrosa e coperta di brillanti e di raso.
Gli invitati sedettero, e la conversazione ricominciò più animata di prima. Leona si trovava al posto d’onore, e aveva a destra un capitano di cavalleria, a sinistra Giorgio Ozanil, che non smetteva mai di ridere e di rumoreggiare, da quel fanciullone che era. Il conte Paolo rimase, con la sua dama, in fondo alla tavola, e quasi di rimpetto a lui vide Gabriele Caligaris che serviva le ostriche a Nadina Krasoff, guardando ogni tanto dalla parte di Leona con un sorriso ambiguo e indulgente. La tappezzeria della camera, tutta rossa, di stile araldico, a grandi leoni rampanti, che scintillavano nella luce degli alti candelabri di bronzo, metteva quasi nei convitati una maggiore allegria: due enormi mazzi di fiori, ai due lati della lunga tavola, esalavano una fragranza acuta.
– A proposito – disse un giovane biondo che sedeva dirimpetto a Leona – voi che venite da Nizza! ma è poi vera la storia del duello fra Luigia Satin e Maria Landi?
– Diavolo! – disse il capitano di cavalleria, scrollando una spalla – ne parlava anche oggi il Gil Blas.
– Vero, vero, verissimo! – esclamò, col suo dolce accento castigliano Leona, interrompendo una conversazione con Giorgio Ozanil, i cui occhi sfavillavano d’ilarità, come al solito.
– E com’è andata? – riprese il giovane biondo.
– È andata così. Luigia Satin era l’amante del marchese di Morales, un americano, brutto, ma brutto!… una scimmia. Maria Landi glielo portò via. Luigia Satin, non sapendo come sfogare la sua rabbia, perché il marchese le dava quanti denari voleva, una sera, a teatro, mentre Maria al braccio del duca attraversava il vestibolo, le diede di “stracciona di un’italiana”. Maria si voltò, e le ruppe il ventaglio sul muso. Le separarono; ma il giorno dopo Luigia Satin mandò a sfidare la rivale. Muy bien, non e vero?
– E come andò a finire?
– Scesero sul terreno. Ma siccome le donne non si intendevano di duelli, invitarono a dirigere il combattimento il capitano Fallardi: voi lo conoscete, Mineo? – soggiunse Leona, guardando l’ufficiale di cavalleria.
Questi accennò di sì con la testa. Leona riprese:
– Dunque, andarono sul terreno. Il duello era alla spada. Luigia Satin era assistita da Emma Dickens e Cora Coral; Maria, da Adele Gloria e da Virginia Nardones. Ma prima di farle mettere in guardia il capitano Fallardi ordinò che le combattenti si spogliassero nude fino alla cintola.
– Brigante di un Fallardi! – esclamò il capitano Mineo, tra le risa dei commensali.
– E così? – insistette il giovane biondo, vivamente interessato da quel racconto.
– Ebbene, si spogliarono. Ma quando il capitano se le vide davanti in quel costume… No, no, no se puede… no se puede… – esclamò improvvisamente la narratrice, rovesciandosi indietro sulla spalliera della seggiola e ridendo fino alle lacrime.
– Avanti! avanti! – gridavano tutti, da ogni parte della tavola.
I vini ardenti e i cibi squisiti avevano alquanto esaltato i cervelli: dappertutto erano risa, richiami, celie, conversazioni, un baccano che cominciava a passare i limiti del convenevole.
Teodora Wolf, gli occhi lustri e imbambolati, stava ad ascoltare, con la guancia appoggiata a una mano, le barzellette un po’ troppo crude del Sant’Elmo; Paula vuotava coppe di vino di Sciampagna, giurando che avrebbe scommesso una discrezione con chiunque avesse voluto tenerle testa nel bere; Nadina Krasoff canticchiava delle canzoni russe a Gabriele Caligaris che la guardava attraverso il fumo di una sigaretta, socchiudendo gli occhi cauti e enimmatici; Giuliana Gioia era divenuta idillica, e dichiarava al conte Cappello di voler andare a passare il resto della sua vita in una casetta bianca, sulla riva del mare, con uno che l’amasse di amore puro e sincero.
Ma Paolo aveva altro per la testa. Lontano da Leona, attorno a cui cresceva ogni momento la rumorosa allegria dei giovani più noti per le loro abitudini di lusso e di galanteria, egli si sentiva solo, dimenticato; e provava un’invidia segreta per coloro che si trovavano nelle grazie della sua amante dell’anno avanti, un sentimento angoscioso di averla lasciata partire, di averla quasi buttata nelle braccia di un altro. La guardava spesso, senza riuscire mai a incontrare gli occhi di lei; e alla vista di quella bellezza così fresca, così fiorente, così originale, non sapeva capacitarsi come avesse potuto stancarsene. Anche l’umiliava alquanto il pensiero di non averle potuto mai procurare il lusso in cui ella adesso viveva; e dava a se stesso la colpa di averle fatto conoscere questo nuovo genere di vita, al cui confronto non poteva certo guadagnarci quello, assai più modesto, che egli le aveva potuto offrire e permettere. Ma quello che gli pareva più strano, era che egli non sentiva di desiderarla: avrebbe voluto soltanto che ella dimostrasse per lui almeno tanta premura quanta ne dimostrava per il capitano Mineo, per Ozanil, per Sant’Elmo, per tutti quegli altri che ora, a pranzo finito, le si affollavano dattorno.
Un momento pensò di alzarsi egli pure come gli altri, e di andare vicino a lei. Ma che cosa le avrebbe detto? Tutta la leggerezza del suo spirito lo aveva abbandonato, e non si sentiva di sciorinarle delle celie un po’ libere, come facevano gli altri; avrebbe voluto parlarle a lungo seriamente e intimamente, e ciò non si poteva in quel luogo, davanti a quella gente, senza diventare supremamente ridicolo. Rimase al suo posto, soffrendo come non aveva sofferto mai nella sua vita.
Improvvisamente una voce, quella di Nadina Krasoff, rispose:
– Andiamo nel salone a fare quattro salti.
– Brava, andiamo a ballare – approvò Leona, battendo le mani con gioia infantile.
– E chi suona? – disse Paula.
– Suona Sant’Elmo.
– Ah no, mia cara! – riprese questi – scusatemi tanto, ma io intendo di fare la mia digestione in pace.
– Que feo! – esclamò Leona imbronciata.
– Non importa, suono io – dichiarò Gabriele Caligaris che, fino allora, si era tenuto, con molto buon gusto, nell’ombra.
Tutte le donne batterono le mani, e precedute da Gabriele, tornarono in tumulto nel salone. Gabriele sedette al piano, e attaccò un valzer di Strauss; già cinque o sei coppie erano formate e si slanciarono in danza.
Paolo era tornato nel salone con gli altri, macchinalmente. Girò gli occhi dattorno, e vide Leona che ballava con il capitano Mineo: egli le mormorava qualcosa all’orecchio, ella, rossa e vibrante, rideva. Allora Paolo provò, per la prima volta, una punta acuta di gelosia. Aspettò che i due gli passassero accanto per vedere se gli riusciva di sorprendere qualche parola: non gli riuscì, perché prima di arrivare fino a lui, la coppia si fermò.
Tre o quattro signori corsero verso Leona, reclamando ciascuno il suo turno. Toccava al giovane biondo, che fece egli pure tre o quattro giri con la padrona di casa. Poi fu la volta di Ozanil, poi di un altro, poi del segretario dell’Ambasciata di Francia. Alla fine, Leona stanca, anelante, rossa in viso, si lasciò cadere sopra un divano per riposarsi. Un istante, rimase sola.
Allora Paolo le si accostò, e le sedette vicino. Aveva un aspetto così stralunato, che lei gli domandò subito:
– Che avete? vi sentite male?
– Soffro, soffro molto – rispose Paolo con voce piena di lacrime. L’accento di quelle parole era così sincero, che Leona, la quale aveva cominciato ad abbozzare un sorriso di interno trionfo, non ebbe cuore di mostrarsi crudele; lo guardò in faccia, gli vide gli occhi umidi, e presa improvvisamente come da un’onda di tenerezza:
– Que chico! – mormorò sorridendo. E soggiunse: – Si suona una mazurka, sentite? Volete fare un giro con me?
– Oh sì! – rispose lui, sorridendo riconfortato, come un bambino a cui si perdoni, dopo una partaccia, qualche gran malefatta.
Così stretto a lei, stringendole forte la mano e circondandole con un braccio la vita, egli le disse con voce rotta, come poteva nei giri del ballo, tutto ciò che aveva patito quella sera; le protestò che l’amava, che l’amava ancora, perdutamente; le domandò perdono dei torti che aveva avuto verso di lei; le ricordò i baci, le carezze, le dolci sere di Napoli. Parlava, parlava, ebbro di dolore, ebbro di musica, cercando di persuadere, di esaltare, di commuovere, dimenticando il luogo ove si trovavano, con la sensazione di volare come in una nuvola calda e profumata, in alto, in alto, per aria. La musica, improvvisamente, cessò; e si fermarono. Leona non aveva profferita una parola. Egli si guardò attorno, come istupidito; i lumi della sala gli abbacinavano gli occhi; tutta quella gente, attraverso la polvere sollevata dai ballerini, gli pareva quasi una visione di sogno. La voce di Leona lo riscosse:
– Venite a trovarmi oggi, alle cinque.
Il capitano Mineo, in quel momento, s’inchinava davanti alla donna, e le diceva:
– Se credete, la quadriglia incomincia.

II

Roma era tutta avvolta in un velo di pioggia sottile che dalla volta del cielo grigio e abbassato si distendeva sui tetti delle case, sulle cupole delle chiese, sulle alture incoronate di cipressi e di pini, sui palazzi e sui monumenti. L’orizzonte appariva tutto coperto di una nuvolaglia ondeggiante che si stendeva fino a Monte Mario da una parte e si perdeva sulla linea ineguale dei colli albani bianchi di neve, dall’altra. Di quando in quando un pallido raggio di sole forava la nuvolaglia e brillava sui comignoli delle case; poi spariva improvvisamente: e di nuovo la città ricadeva nel cupo silenzio, nella tristezza inesorabile dell’inverno romano.
Il conte Paolo Cappello si era levato poco dopo il tocco, ed era uscito per far colazione, secondo il suo costume, al caffè di Roma. Piazza di Spagna, mezzo deserta, pareva più lustra e più larga sotto la pioggia che lavava le facciate dei palazzi chiari, avvolgeva di una nebbia leggera la triplice gradinata della Trinità dei Monti e dava maggior risalto agli alberi rinverditi del Pincio e di Villa Medici. In fondo, lo stelo altissimo dell’Immacolata Concezione si levava nell’aria, come proteggendo la piazza; le vetrine dei gioiellieri, dei mosaicisti, dei librai, dei mercanti di oggetti religiosi, gocciavano di pioggia. Ogni tanto un omnibus pieno di gente passava scuotendo rumorosamente il selciato; poi tutto tornava in una quiete prodigiosa, in mezzo alla quale non si udiva fuorché il gocciolio insistente e monotono della fontana foggiata a barca, sullo sbocco di via dei Condotti.
Paolo entrò in via dei Condotti. Sui due marciapiedi, rari viandanti andavano curvi sotto l’ombrello, la schiena saltellante, intabarrati fino alle orecchie. Delle vetture pubbliche di quando in quando uscivano dalle vie laterali, da via Mario dei Fiori, da via Bocca di Leone; si fermavano un istante, attraversavano la strada e sparivano. Il selciato motoso cominciava a diventare assai sdrucciolevole; Paolo si fermava davanti le vetrine a guardare i fiori artificiali, le ceramiche, gli oggetti giapponesi, le stoffe. Entrò da un fioraio e comprò un gran mazzo di fiori sciolti, ancora freschi di guazza, colti la mattina stessa. Poi uscì, e si trovò sul Corso affollato di vetture, di omnibus, di pedoni sotto gli ombrelli che si levavano e si abbassavano in processione, di donne ferme che vendevano cerini e giornali, di carretti, di fattorini che fumavano la pipa, aspettando. Davanti il caffè di Roma, un gruppo di sei o sette signori, fra i quali Paolo riconobbe un deputato autorevole, ingombrava il marciapiedi; egli si fece largo, passò, entrò nel caffè affollato, e andò a sedere al suo solito posto, in fondo, dietro la seconda colonna di destra.
Mangiò lentamente, senza appetito, consultando ogni momento l’oriolo con un’occhiata fuggitiva. L’aspettazione di quel convegno che Leona gli aveva concesso la sera avanti lo teneva in una irrequietudine nervosa, che egli non riusciva a dominare del tutto. Che cosa gli avrebbe detto, lei? E lui, che cosa le avrebbe detto? Non sapeva, non voleva pensarci; ma aveva la certezza immancabile che lì, davanti a lei, egli avrebbe trovato l’accento, le parole che bisognavano. E, quasi inconsapevolmente, si rimirò nello specchio che gli stava dirimpetto, e sorrise a fior di labbra.
Una voce gli disse:
– Come? siete qui, voi? mia moglie mi aveva detto che sareste andato alla sala Dante.
Paolo si ricordò. La sera avanti egli aveva promesso alla Moos di andare al concerto di musica ebraica annunziato dai cronisti mondani come un avvenimento; poi, svegliatosi con il pensiero della visita a Leona, il concerto gli era passato di mente. Rispose al banchiere:
– È vero, dovevo andarci; ma poi sono sopraggiunte delle circostanze…
– Affari di cuore eh? Gioventù, gioventù! – esclamò il banchiere scrollando tutto il suo corpo badiale in un riso di indulgente superiorità.
Il conte Paolo Cappello non rispose nulla; ma con i suoi occhi grigi e un po’ miopi guardò così sottilmente il banchiere, di sotto in su, che quello, un po’ imbarazzato, non trovò miglior modo di uscirne che di prendere commiato.
– Arrivederci, dunque, eh?… E buona fortuna!…
Paolo lo guardò allontanarsi, le braccia conserte, in atto di profondo disprezzo. Poi, di nuovo, diede un’occhiata all’oriolo. Erano le quattro.
– Andiamo! – mormorò. E si levò in piedi. Un cameriere gli si avvicinò rispettosamente, lo aiutò a infilarsi la pelliccia e gli porse i fiori e l’ombrello. Paolo salutò qualche conoscente, che sedeva alla tavola vicina, e uscì.
Una vettura chiusa lo trasportò rapidamente ai quartieri alti; in via Varese tornò a guardare l’oriolo: erano appena le quattro e mezzo. La vettura si fermò davanti il villino.
Il giovane pagò, discese e, sebbene non fosse ancora l’ora, andò a suonare al cancello. Gli fu aperto, salì, si presentò alla porta. La cameriera gli disse:
– La signora non è ancora rientrata. Ma lei può passare lo stesso: già, non può tardare molto.
Paolo entrò in un salotto arredato con gusto veramente ammirabile. Le pareti, le seggiole, i divani erano tutti ricoperti di un cuoio antico di Cordova che il Caligaris aveva acquistato a una vendita: su un fondo glauco colore d’acqua di mare, si schiudevano delle rose rosso pallido, delle rose gialle, delle rose carnicine, delle rose oscure, delle rose paonazze filettate d’oro sul bocciuolo e intorno la corolla, e qua e là intramezzate di grandi chimere d’oro disfatto: alla luce incerta che penetrava dalla finestra dissimulata per una larga tenda di sciamito siciliano del tempo di Federico II, l’oro qua e là balenava irradiando fugacemente le rose: cosicché tutta la stanza pareva quasi illuminarsi della luce ancora indistinta di un’aurora meravigliosa.
Delle grandi pelli di tigre, di leopardo, di pantera nera di Giava, erano distese per tutto sui divani e sul pavimento: in mezzo alla stanza sorgeva, su un piedistallo di bronzo, un gran piatto arabo a riflessi metallici che conteneva una caffettiera e sei tazze di porcellana avvolte in astucci di filigrana tempestata di turchesi e di corallo color di rosa. E sul tappeto persiano che copriva il pavimento, due narghilè, davanti a un paravento di legno finemente lavorato a traforo, fumavano, riempiendo la stanza di un odore vago e caldo, forse di qualche gomma preziosa d’Oriente.
Improvvisamente un fruscio di abiti si udì dietro l’alta portiera, e Leona apparve. Portava una veste da camera di raso nero, larga e ondeggiante; una sciarpa marocchina, graziosamente avvolta, come un turbante, sulla testa, le inquadrava il puro ovale del viso ove i grandi occhi splendevano come due neri diamanti.
– Buona sera, Paolo – disse ella, mentre il giovane conte si levava per salutarla – è un pezzo che aspettate?
– Un secolo! – rispose lui, cercando di guardarla bene negli occhi, perché la stanza si era fatta già buia. Le fiamme dei due narghilè scintillavano in fondo alla stanza come due rubini ardenti.
– A momenti portano i lumi; sedete! – soggiunse Leona, lasciandosi cadere sulla pelle di pantera nera che copriva a mezzo il divano.
– Oh no, non fate portare i lumi! è così dolce quest’ombra! – sospirò Paolo.
Uno scroscio di risa argentine squillò dalla parte del divano. La voce di Leona riprese:
– Come siete diventato sentimentale, da che non ci siamo visti!
In quel momento la cameriera entrò reggendo un candelabro, dove cinque candele colore di rosa ardevano appena accese. Leona le disse:
– Avvicina quel narghilè, e porta dei dolci e dei liquori.
La cameriera obbedì. Leona svolse il lungo tubo pieghevole del narghilè e, accostatosi il lungo bocchino d’ambra alle labbra, cominciò ad aspirare il fumo odoroso del tabacco. Quel trattamento alla turca era una bizzarria di Leona, la quale odiando il tè, non aveva mai acconsentito a farne servire in casa propria.
– Prendete un biscotto, una chicca, qualcosa – disse Leona, mentre la cameriera posava sul gran piatto arabo un vassoio pieno di dolci e delle bottiglie.
Paolo accettò una tazza di caffè, che sorbì lentamente, fissando la spagnola, provando una mollezza felice a trovarsi solo, in quel luogo, con quella donna.
– Metti un po’ di legna nel camino – ordinò Leona alla cameriera.
Questa scostò il paravento, e riattizzò il fuoco che cominciò a crepitare, e fiammeggiò improvvisamente. Un gran calore si diffuse per la stanza. La cameriera disparve.
– E così – disse Leona con accento di grande indifferenza, tirando una boccata di fumo – che mi raccontate di bello?
Paolo la guardava, senza rispondere. A mano a mano riconosceva sul volto di lei, indovinava sul corpo di lei, mille particolari invisibili a un altro che non fosse stato un amante: una leggera fossetta da una parte del mento, una peluria impercettibile al sommo del labbro, un neo piccino sotto l’occhio sinistro. E la memoria dei baci dati e resi con tanta passione, si faceva sempre più viva, si accendeva in desiderio di baci nuovi, gli metteva un brivido di voluttà per tutte le fibre.
Quella donna era stata sua, tutta sua, già una volta; perché non lo sarebbe di nuovo? E a poco a poco la stanza spariva, la tavola spariva, tutto spariva agli occhi del giovane; egli la rivedeva in un’altra stanza tappezzata di azzurro, le cui finestre si aprivano sul mare ceruleo; e fiochi voci lontane di pescatori salivano, nel tramonto, dalla spiaggia. E quella visione fantastica era così intensa, così viva, così presente, e le sensazioni che gli procurava erano tanto simili a quelle già provate altra volta, che egli, senza neppure dover fare forza a se stesso per uscire da quello stato di illusione sentimentale in cui si annegava dolcemente e volontariamente, prese una mano della donna, e la strinse.
– Que es eso? – balbettò Leona ritirando la mano e scuotendosi ella pure come da un sogno. Dall’accento onde fu pronunziata quella frase, Paolo capì che poteva tentare. Un pensiero gli attraversò, rapido come il lampo la mente: – Ella sarà di nuovo mia – e cadde ai piedi della donna.
Le prese le mani, e le coprì di baci; le baciò i polsi; le baciò le vesti sulle ginocchia, mormorando, singhiozzando frasi convulse di desiderio, implorando perdono, ricordando, gemendo. Ella lo lasciava fare; solo con una mano gli carezzava i capelli, e gli diceva, con un’immensa dolcezza nella voce:
– Cattivo! cattivo! come sei stato cattivo!
A quell’accento, a quelle parole, una gran tenerezza invase, con l’onda affluente delle memorie, il cuore del giovane: i suoi nervi, già molto tesi dall’aspettazione e dal desiderio, si sciolsero; egli si sentì gli occhi gonfi di lacrime e, per un istinto comune ai temperamenti deboli nei contrasti amorosi, volle far valere quella sua debolezza per vincere la resistenza della donna amata: egli sapeva che una lacrima può più di tutto agli occhi di una donna.
E scoppiò in un pianto disperato. Leona si chinò su di lui, dolcemente, maternamente, e lo strinse fra le sue braccia.
È uno dei fenomeni più singolari della vita interiore, l’attrazione esercitata dagli uomini femminei sulle donne violente. La donna violenta è quasi sempre sincera; come l’uomo femmineo è quasi sempre falso, insidioso, calcolatore e cattivo. Sembra che egli profitti della fiducia ispirata dalla sua apparenza timida e delicata per maturare gli inganni più perversi, le malizie più sottili, i tradimenti più inaspettati. E la donna violenta, la donna vivace e ingenua, quella che ha sempre pronto il riso e le lacrime, quella che ha le ire terribili e fuggitive e le tenerezze improvvise, quella che non medita mai la vendetta ed è pronta sempre al perdono, quella appunto è la donna che rimane colta alle panie dell’amante così amabile e così perverso.
L’uomo femmineo è supremamente egoista. Avendo comuni con le donne tutti gli artifizi, tutte le civetterie, tutte le piccolezze, e non avendo d’altra parte gli istinti di protezione e di imperio dell’uomo completo, codesto individuo neutro, senza sesso, non si lascia sedurre dai vezzi che egli istintivamente conosce e talvolta esercita; cosicché la maggior attrattiva della donna, la grazia, non ha presa su di lui. Vanitoso egli stesso, intende e sa valutare gli effetti premeditati del sorriso, dell’acconciatura, dell’apparato decoramentale, onde le donne lusingano e soggiogano gli uomini. Nelle battaglie dell’amore egli adopera le stesse armi di cui le donne, spesso, si servono in buona fede; ma egli se ne serve pensatamente, misurando bene i colpi, numerando le ferite. Le donne, pur conoscendo quelle arti, da parte di un uomo non se le aspettano, e vi restano prese: allora, se sono false esse pure come il loro amante, ne ridono insieme a lui, e diventano presto amici e alleati; se sono ingenue e sincere, ne rimangono vittime.
Il conte Paolo Cappello era, come si è potuto vedere, appunto uno di codesti uomini, non punto rari nella promiscuità decadente di questa fine di secolo. Bastava guardargli le mani, delle lunghe mani morbide e bianche, dalle dita affusolate, come quelle di una badessa, dalle unghie rosee accuratamente affilate, per comprendere a prima vista il carattere molle, lusinghevole e indifferente del signore veneziano. Qualche volta egli aveva creduto di amare, per un delirio della fantasia o per un ardore momentaneo delle vene; ma ingenuamente e pienamente non aveva amato mai. Cercava la donna per procurarsi un godimento, qualche volta dei sensi, qualche volta dell’amor proprio: non appena il suo amore richiedesse il più piccolo sacrifizio, egli lo gettava via da sé, come un peso intollerabile.
Da quella sera, Paolo ricominciò a praticare con Leona tutte le sue lusinghe di gattino viziato, tutte le sue lezie di bambino che ha bisogno di essere carezzato e ninnato. E la povera donna si lasciava attrarre, come la prima volta, a quell’apparenza di candore e di gentile monelleria: non ricordava o non voleva ricordare le disillusioni provate a Napoli; trovava una scusa alle cattiverie passate del suo piccolo amico, beata di vedere tornato il dolce tempo quando ella aveva aperto il suo cuore all’amore. Ora Paolo era sempre tra le gonnelle di Leona: andavano insieme ai teatri, facevano delle passeggiate in campagna, giravano per le ville: la voce era corsa; e Paolo si sentiva solleticato nell’amor proprio dall’invidia di tutti coloro che aspiravano invano alle grazie della bizzarra spagnola; quanto a Gabriele Caligaris, sorrideva scetticamente di quel nuovo idillio, senza mostrarsi né offeso, né indispettito: pareva che quel singolare gentiluomo si godesse una bella commedia preparata apposta per lui.
Il carnevale passò senza incidenti degni di considerazione. Come tante altre belle cose caratteristiche uccise dalla smania positiva e livellatrice del nostro secolo, anche il carnevale romano ora è morto; e qualche veglione funereo nel teatro Costanzi e lo spettacolo inanimato dei moccoletti, l’ultima sera, non bastano neppure a ricordarne la tradizione. Ciò nonostante, Paolo e Leona vollero prendere parte alla battaglia dei moccoletti.
Avevano tolto in affitto una loggia sul Corso, presso l’albergo di Roma. Verso sera, quando l’arco del cielo cominciava a diventare pallido e verso piazza Venezia i fanali si accendevano, Leona si affacciò. La via era piena di gente che andava e veniva, in maschera o senza; a piedi, in carrozza, su carri variamente addobbati, dei mazzettacci volavano da un balcone all’altro, dalle carrozze e dai carri ai balconi, dai balconi sulla via. Un fragore indistinto e confuso, un’animazione nuova saliva e si diffondeva dalla folla che circolava a stento. E la voce dei venditori di moccoletti si udiva rauca e nasale, in mezzo a quell’onda tumultuosa di popolo: – Moccoli! moccoletti! – Sugli usci, dalle finestre, dai carri, in mezzo alla via, uomini, donne, fanciulli, arlecchini, pulcinelli, diavoli, maghi, tutti compravano i lunghi moccoli sottili, ridendo, correndo, gesticolando, unendosi a coppie o a brigate. Risa e grida partivano anche dalle logge piene di gente, ove delle signore giovani alzavano le braccia, si chinavano sul parapetto, strillavano a quelli che passavano per via, rientravano in casa e riapparivano fuori.
Improvvisamente, i primi moccoli brillarono, come una torma luminosa di lucciole, in fondo a piazza del Popolo. E un’agitazione irresistibile soffiò su tutta la folla della via e delle logge, da un capo all’altro del Corso. Migliaia e migliaia di moccoli, a destra verso piazza del Popolo, a sinistra verso piazza Venezia, in mezzo alla moltitudine ondeggiante e rumoreggiante della via, sui carri, sulle vetture in fila, sulle logge ammantate di stoffe e ornate di ghirlande, sui tetti delle case, sulle botteghe e sugli abbaini, in lungo e in largo, per tutto, fiammeggiarono magicamente tra l’urlo confuso e formidabile che sorgeva da quegli innumerevoli petti umani, esaltati da quella festa suprema del carnevale morente. Nulla di più fantastico e di più prodigioso che quello spettacolo sterminato di fiammelle tremolanti per tutto; agitate come da un vento ineguale e capriccioso; ora spente, ora riaccese; che invadevano tutto, che ingombravano tutto, la terra, le case, l’aria; quasi che un incredibile esercito di fuochi fatui si fosse abbattuto sulla città quasi che una caduta continua e inestinguibile di astri coprisse ogni cosa di luce e di fumo.
La fragorosa ilarità della gente cresceva ogni momento. Già si erano impegnate le lotte fra quelli che tenevano accesi i moccoli e quelli che li volevano spegnere. – Moccoli! moccoletti! – E in mezzo alla folla della via erano lotte rapide e allegre di due, cinque, dieci persone, che finivano con lo spegnimento di un moccolo; sulle logge, delle signore contrastavano i loro moccoli, strillando come aquilette, agli uomini che le assediavano; delle lunghe pertiche armate di fazzoletti e di ventole si levavano qua e là dalle carrozze della via fino ai mezzanini, fino ai primi piani, per assalire dei moccoli che fiammeggiavano arditamente. E ogni spegnimento di moccolo era accompagnato da nuove grida e da nuove risa; poi la battaglia si impegnava più lontano, contro altri moccoli, intanto che i primi si riaccendevano, su quel nero formicolio di teste umane, che teneva tutto il Corso, tutte le logge, tutti gli sbocchi, e fluttuava e fremeva e rumoreggiava continuamente.
Anche Leona aveva acceso il suo bravo moccolo, rinfiancata da Paula e da Nadina Krasoff, che ne accendevano degli altri. Paolo stava dietro, e spegneva ora l’uno ora l’altro dei tre moccoli che gli ardevano davanti. Ma quel giuoco, alla lunga, sarebbe divenuto un po’ monotono, se improvvisamente non fossero saliti anche Giorgio Ozanil e Gabriele Caligaris a partecipare alla battaglia. Da basso il Sant’Elmo, con una lunga canna, sulla cui cima ondeggiava un immane ventaglio giapponese, dava l’assalto egli pure, gettando ogni tanto quel suo riso freddo, scrollando la testa, senza convinzione.
Si udì un clangore rauco di trombe: un carro si avanzava tutto ardente di moccoli, come un altare. Rappresentava i Centauri. Una ventina fra signori e signore, mascherati da Centauri, con la parte equina del corpo fatta di cartone dipinto, intorno a un gran colle selvoso di cartone, che pure ardeva di lumi. L’acclamazione della folla li accolse: i Centauri agitavano i moccoli, invano assaliti dalla folla che circondava il carro; dei mazzettacci, gettati dalle finestre, dalle logge, dalla via, volavano intorno ai moccoli; i quali ardevano sempre.
Giunto sotto la loggia di Leona, il carro si fermò. Allora fu viva la lotta fra quelli del carro e quelli della loggia. Ciascuno teneva in una mano il suo moccolo, e nell’altra la pertica sormontata di un ventaglio fisso; e facevano a chi spegneva più moccoli. Leona, tutta protesa fuori della loggia, scarmigliati i capelli, rossa in viso, agitava sul carro la sua ventola; e a ogni colpo spegneva un moccolo, mentre il suo restava sempre acceso. Invece, Nadina e Paula, le quali badavano troppo ai loro moccoli, non riuscivano a spegnerne neppure uno della schiera avversaria. Leona, che si accorse di questo errore di tattica, tutta ardore com’era per il trionfo dei suoi, gridò:
– Giù, giù tutti! insieme, tutti insieme!
Uomini e donne della loggia obbedirono. D’un tratto, come per un formidabile soffio di vento, i moccoli del carro furono tutti spenti. La folla batté le mani fragorosamente. Il carro si mosse e proseguì lentamente verso piazza del Popolo. Altre vetture venivano dietro e si incrociavano con quelle che andavano verso piazza Venezia; allora erano nuove battaglie fra vettura e vettura; invece qualcuno di una vettura, che non poteva più difendere il moccolo dagli assalitori della via, lo porgeva a un altro di una vettura vicina; e la battaglia mutava di luogo.
Lo spettacolo di quelle tre signore eleganti, le quali difendevano così eroicamente i loro moccoli, animò anche altri della via a tentare l’impresa di spegnerli: e presto una lotta numerosa e accanita scoppiò sotto la loggia di Leona. Ella, più ardita di tutti, levava alto le belle braccia, sottraendo il moccolo ai colpi degli assalitori; e ogni tanto, quando qualche mano di dietro o qualche pertica dalla via era sul punto di fare il colpo, dava un piccolo grido, e pronunziava qualche ingiuria in lingua italiana mescolata di castigliano:
– Que tontos!… Non lo toccare, caramba!… Vamos buono, sta buono!… Ah!… vágame Dios, que picaros!… No, no, no… non voglio.
Alla fine, il moccolo fu spento. Leona, tutta trafelata e sudata, lasciò che la battaglia continuasse intorno ai moccoli delle sue amiche, e rientrò. Paolo, seduto su un sofà lontano dalla loggia, fumava. Ella gli si accostò e gli disse, con un sorriso:
– Ti annoi?
– Sì, andiamo via! ora che nessuno ci vede – gli soffiò lui nell’orecchio.
Uscirono; guizzarono tra la folla; infilarono una via traversa e, trovato un legno da nolo, salirono. Dietro, si lasciavano il soffio ardente e rumoroso del Corso; davanti, avevano la solitudine e il silenzio di Roma. Quando egli fu solo con lei, nel legno chiuso, la strinse fra le braccia e la baciò in bocca. Ella, ancor tutta vibrante di piacere, gli rese i baci. La carrozza li portava rapidamente verso il villino di via Varese.
Con i primi giorni di quaresima il tepore molle della primavera, della dolce primavera romana, si diffuse sulla città, sui colli, sulla campagna inondata di sole. Monte Mario perdeva alquanto della sua solenne tetraggine, poiché i raggi del giorno avvolgevano quasi di una irradiazione luminosa le cime ondeggianti dei suoi cipressi; i monti laziali, coperti ancora di neve, si distendevano per una curva ineguale e cerulea; il Gianicolo, lieto delle sue due ville maggiori, Villa Corsini e Villa Pamphili, verdeggiava già tutto, attorno la fontana monumentale di Paolo V, che si levava bianca nel cielo azzurro in cospetto della sottostante metropoli.
Leona si sentì venire la voglia di fare delle scampagnate. Appena l’aria cominciava a farsi più calda, uscivano entrambi gli amanti fuori da una porta della città, dove la carrozza rimaneva ad aspettarli, e si gettavano nei campi, a braccetto, come due monelli scappati dal collegio. Leona, tutta rosea sotto le falde del cappellino di paglia ornato di fiori, correva per i viottoli, raccoglieva le viole pei campi, si arrampicava sulle colline, costeggiava il fiume che, largo e giallo, scintillava ai raggi del sole. Poi entravano, ebbri di sale e di baci, in un’osteria di Ponte Molle o di Ponte Nomentano, e facevano colazione con una frittata, un pezzo di cacio pecorino e due frutta. Ma Leona era così allegra, così spensierata, che ingrassava a vista d’occhio; e giurava, che non aveva mangiato mai così bene come in quei giorni. Paolo la stava ad ascoltare, un po’ più serio, un po’ più freddo, sorridendo pacatamente, badando a ripulire bene con il tovagliolo le posate di stagno dell’osteria romanesca.
Una volta andarono fuori di porta San Sebastiano, verso la tomba di Cecilia Metella. Era una limpida e luminosa mattinata di aprile; l’aria, il cielo, gli alberi in lontananza, tutto pareva irradiarsi quasi di una trasparenza luminosa e leggera, entro la quale le forme ondeggiavano lentamente, un po’ velate, come entro un mare non distinguibile che avvolgesse e cullasse ogni cosa. Le vie, le piazze erano popolate di gente che andava o veniva allegramente; gli abbaini delle case, le cupole delle chiese, le guglie dei campanili, i vetri delle finestre mandavano lampi: dappertutto si udiva un cinguettio lieto e confuso di passeri. Di quando in quando, su una strada meno frequentata, una povera donna, con uno scialle nero gettato sulle spalle e un fazzoletto rosso sulla testa, suonava l’organetto; e un uomo, vicino a lei, cantava una canzone dolce e monotona: una dozzina di sfaccendati si erano raccolti intorno a loro, e ascoltavano.
Paolo e Leona sboccarono sul Foro romano che, pieno di sole e di statue rotte, si allargava davanti fino alla massa enorme del Colosseo, e infilarono la via che, costeggiando il palazzo dei Cesari, conduce a porta San Sebastiano. Fuori di porta, si trovarono sull’antica via Appia, chiusa ai lati da due muriccioli, onde le lille sporgevano i rami carichi di fiori leggermente violacei, la cui fragranza era diffusa per l’aria.
La vettura, passando, alzava un fitto velo di polvere che luccicava al sole. Dei carri, delle carrette tirate da qualche mulo arrembato, con a lato il mulattiere, venivano lentamente verso Roma, levando un cadenzato tintinnio di sonagli; anche qualche altra vettura, che recava dei forestieri, con in mano un Baedeker legato in rosso, andati a visitare i monumenti, si incontrava con quella dei due amanti: poi, di nuovo, la strada bianca e la solitudine. Il cielo, di un turchino intenso, si stendeva senza una nuvola. Davanti la porta delle catacombe di San Calisto, delle altre vetture di forestieri aspettavano ferme, all’ombra: i cocchieri, scesi di serpe, bevevano vino e ciarlavano. Leona domandò all’amico:
– Che c’è aquì?
– Delle catacombe: vuoi vederle?
– Catacombe? – fece lei con un’espressione d’ingenua curiosità – pues, roba antica?
– Sicuro! – rispose ridendo Paolo, che sapeva l’avversione della bizzarra creatura per tutti i monumenti, per tutte le reliquie pagane e cristiane, che formano la gloria dell’eterna città.
– Ah!… – fece lei levando le mani con un gesto di terrore comico; e accennò al cocchiere di andare avanti.
Ogni tanto, da una parte o dall’altra, appariva il cancello di qualche villa, un viale fiancheggiato di alberi o di siepi, e in fondo qualche statua o qualche fontana. Finalmente la doppia muraglia cessò, e la campagna romana, la grigia, brulla, sterminata e ammirabile campagna romana si allargò davanti ai loro occhi.
A questo punto Leona ordinò al cocchiere di fermarsi e aspettare. I due giovani lasciarono il legno, e seguirono per un tratto, a piedi, la strada maestra. Alla loro sinistra la pianura si stendeva irregolare e gialliccia, solo interrotta da lunghe staccionate che si intersecavano e si perdevano all’infinito. Qualche raro albero sorgeva di quando in quando, come abbandonato, sulla gran pianura tranquilla; dove le rovine degli acquedotti ciclopici rosseggiavano e dilungavano, interrotti ogni tanto, come i tronconi di un rettile prodigioso. In fondo alla strada, dove terminava la discesa, la tomba di Cecilia Metella si levava alta e circolare, come un enorme tamburo barbarico, nel cielo smagliante.
– Guarda com’è bello! – disse Leona, mostrando, con un gesto del braccio, il paesaggio.
– Sì, è molto bello – rispose Paolo distratto. Improvvisamente gli era venuto un pensiero: quel giorno, la società delle corse alla volpe, a cui apparteneva la Moos, si era dato convegno alla tomba di Cecilia Metella. Come mai non ci aveva pensato, la mattina? E ora gli seccava che dei suoi amici potessero vederlo con Leona: pareva quasi che avesse voluto attestare in faccia a tutti la sua buona fortuna. E l’idea di poter essere accusato di una vanità così meschina, gli dava una noia indicibile. E poi anche…
– Ho una fame che la vedo per aria – saltò su Leona. E, volta a Paolo: – E tu non hai fame? – gli domandò.
– Sì, anch’io: guardiamo un po’ dove si può trovare da mangiare – disse Paolo.
Poco lontano di lì, una rozza insegna, tra due frasche, sorgeva, con la leggenda: Osteria dei cacciatori. I due giovani entrarono; attraversarono un viale tutto bianco e fiancheggiato ai due lati di un orto, e si fermarono sulla soglia di un androne, dove un cane lupetto bianco abbaiava furiosamente. Una donna grassa, ancora giovane, guercia da un occhio, venne incontro a loro con un sorriso pieno di garbo.
– Che c’è da mangiare? – domandò Paolo.
La donna rispose:
– Vogliono una frittata, del formaggio, delle radici?… Abbiamo poi il vino che è buono assai.
– Va bene – disse Leona, entrando: – fateci la frittata; ma presto.
– Subito, signora – gridò la donna, correndo verso la cucina.
Leona era divenuta pensosa. Guardava intorno quell’antica costruzione che doveva essere l’avanzo di un tempio o di una terma, e si sentiva così lontana dal mondo, così sola con l’amore suo, in quel luogo dove nessuno sarebbe andato a scovarli! Un carretto giaceva rovesciato in un angolo dello stanzone; su quattro legna che ardevano per terra, un paiuolo bolliva. Oh come sarebbe stata felice se avesse potuto passare la vita colà, come una buona massaia, in mezzo alle galline! E come la padrona rientrava, ella le chiese:
– Quanto pagate di pigione?
La donna si voltò tenendo in mano un piatto, e rispose:
– Cinquanta lire al mese! Abbiamo cinque stanze grandi al piano superiore, il pollaio e l’orto. – E disparve.
Di lì a poco ricomparve, portando la frittata. Leona si mise a mangiarla con appetito; Paolo sembrava svogliato, e rivolgeva ogni tanto dei sorrisi supplichevoli alla sua arnica.
– Di’ la verità – domandò lei, ridendo – non ti ci puoi vedere tu qui! Sei un raffinato, tu!
– Quando sono con te, mi trovo bene dappertutto, bambina! – rispose Paolo carezzandole i capelli con tenerezza.
Ella si levò, e andò ad abbracciarlo furiosamente. La donna, che li guardava, rideva e mormorava:
– Eh, beati loro che sono giovani e signori!
Dopo la frittata, Leona volle anche il formaggio, un’insalata e delle frutta. Poi si fece dare da Paolo una sigaretta, e l’accese.
– Com’è bella la vita! – esclamò, lanciando in aria una boccata di fumo.
– Ma è antico questo locale? – domandò Paolo a sua volta.
– Questo era un Circo, il Circo di Romolo – rispose la donna guercia con una certa superbia.
Ma Leona, sentendo parlare di archeologia, fu invasa da una grande paura; si rimise in fretta e in furia la mantellina e il cappello di paglia, che si era levati per fare colazione, e corse verso l’uscita. Paolo ebbe appena il tempo di pagare e di raggiungere l’amica, che ella già si trovava sulla rasa campagna, lontano dalla strada maestra, a pochi passi dagli acquedotti romani, che gettavano un’ombra leggera sulle erbe arse e rase della pianura insonnolita nell’ozio del pomeriggio.
Leona andava avanti e raccoglieva dei fiori selvatici che trovava sul suo cammino, e cantava. La sua voce alta e squillante si diffondeva per il silenzio, e faceva voltare i carrettieri; i quali passando sulla strada, guardavano sorridendo quella bella signora, che cantava nell’aperta campagna.
Di quando in quando, una schiera di cornacchie passava a volo: allora Leona taceva e alzava la testa, con infantile curiosità, a mirare gli uccelli che si allontanavano.
Ogni tanto una staccionata le si parava dinanzi; ella aspettava che Paolo la raggiungesse, saltasse la staccionata e poi sollevasse lei in braccio per aiutarla a passare dall’altra parte. E allora erano risa, contorcimenti, pugni che ella dava per chiasso al suo amante, il quale non voleva più metterla a terra. Egli le copriva di baci tutto il bel corpo che si sentiva palpitare sulla faccia; ella, fingendosi stizzita, gli lanciava qualche fiore, e poi tornava a pigliare la rincorsa e a cantare. Pareva che il suo cuore giovane e ardente accogliesse tutta l’immensa letizia della primavera.
Quando, dopo avere molto girato, si ritrovarono sull’orlo della via Appia, Leona, che si sentiva un po’ stanca, si buttò o sedere; intanto che Paolo andava a chiamare la carrozza. Leona, per un momento, rimase sola.
In quella appunto uno scalpitio di cavalli si udì sulla strada e, improvvisamente un gruppo di gentiluomini in marsina rossa, stivali alla scudiera e cappello a cilindro, montati su ardenti cavalli che andavano al trotto, comparve a una trentina di passi dal luogo ove si trovava Leona. Qualche carrozza veniva dietro. Erano dei signori che si recavano alla caccia alla volpe.
Leona provò una stretta al cuore, e avrebbe voluto fuggire; ma pensò che forse era stata già vista, e il suo naturale istinto di orgoglio ripigliando il di sopra, ella rimase al suo posto. I cavalieri passarono: ella riconobbe Gabriele Caligaris, Giorgio Ozanil e il capitano Mineo; tutti e tre la salutarono: il primo con le sopracciglia insolitamente corrugate, gli altri due con il labbro atteggiato a un sorriso di leggera canzonatura. Giorgio Ozanil disse anche con quel suo vocione gioviale:
– Sapevo bene, vedendo Paolo, che Virginia non poteva essere lontana!
L’equivoco fece ridere anche altri, discretamente, perché il Caligaris non se ne avesse per male. Quando passarono le vetture, in una delle quali c’erano le signore von Moos, la zia affettò di guardare da un’altra parte; la nipote invece fissò arditamente in faccia la spagnola.
Il contegno o beffardo o sprezzante di quella gente fece a Leona l’effetto che un colpo di frusta farebbe a un puledro selvatico. Tutto l’impeto del suo sangue si risvegliò d’un tratto: ella si levò e andò verso la carrozza che si avvicinava.
Quando vi salì dentro con l’amante, lei gli domandò in castigliano:
– Li hai veduti?
– Sicuro – rispose il giovane, che aveva l’aria un po’ rannuvolata.
Successe un lungo silenzio. Di nuovo lei disse al giovane:
– Ah, se tu mi amassi come ti amo io!…
– Ebbene? – chiese Paolo che non intendeva.
Ma subito lei gli fece segno che il cocchiere poteva ascoltare. Così, senza più dir parola né l’uno né l’altro, rientrarono in città, ripassarono davanti al Foro su cui l’ombra del tramonto calava, e risalendo per via Nazionale, giunsero al villino di via Varese.
Ma appena si trovarono a casa, in quel salotto arabo dove ella si era data la seconda volta con tanta esuberanza di passione, Leona buttò le braccia al collo di Paolo, e gli singhiozzò sulla bocca:
– Portami via! portami via con te! Non vedi che io non posso essere di altri che tua!…
Paolo si preparava a rispondere, quando una voce fredda ma ferma disse dietro di lui:
– La signora ha perfettamente ragione. È inesplicabile come voi, che dimostrate ancora tanto attaccamento per lei, la possiate lasciare sotto il mio tetto.
I due si voltarono: era Gabriele Caligaris che, adducendo un pretesto, aveva piantata lì la caccia, ed era tornato alcuni minuti prima di loro. Difatti, indossava ancora la marsina rossa.
A quelle parole, Paolo si era fatto serio. Ma Leona, senza dargli il tempo di replicare, gridò in uno slancio di innamorata fierezza:
– No, no: sono io che non ho voluto. Lui me l’ha proposto cento volte: se non ho accettato, gli è… gli è… che non volevo sembrare ingrata verso di voi.
Il Caligaris fece un riso secco, e rispose:
– La grazia di quella gratitudine! Voi, mia cara, mi fate posare come un imbecille; quando vengo a trovarvi, non siete mai in casa; se vado invece a un teatro, a una passeggiata, in un luogo pubblico, vi trovo sempre, e non sempre sola…
– Voi sapete i nostri patti – esclamò Leona – mi avete lasciata libera di fare quel mi piacesse.
– Ma non vi ho lasciata libera di farmi diventare la favola della città e dei castelli – riprese Caligaris, che cominciava a riscaldarsi. – Io non vi amo, e sta bene; vi ho lasciato padrona anche di innamorarvi di un altro, ed è vero, perché non me ne importava proprio nulla…
– Eh lo so che io non sono stata per voi mai altro che un oggetto di lusso, come un cavallo o un cane da caccia!…
– Perfettamente, perfettamente – riprese il Caligaris con la massima calma. – Dunque, vi permettevo ogni cosa; ma a patto che conservaste un po’ di discrezione, un po’ di tatto. Che diavolo! Non si ripaga mica un uomo che spende cinquanta o sessantamila lire l’anno per voi, mettendolo alla berlina senza uno scrupolo.
– Alle corte! – interruppe Paolo, che si sentiva vessato assai da quella conversazione. – La signora lascia sull’istante questa casa. C’è altro da dire?
– Nulla assolutamente – rispose il Caligaris, gelido.
– Quanto all’insolenza del vostro contegno di oggi, ne riparleremo – concluse Paolo, aprendo la porta a Leona che usciva.
– Sono ai vostri ordini – rispose il Caligaris con un leggero inchino della testa e un balenio, come di metallo, negli occhi.
E, dopo aver chiuso egli stesso la porta dietro i due amanti, mormorò con accento di compassione sincera:
– Povera disgraziata! chi sa dove va a finire con quel bel mobile!

III

Paolo Cappello, messo al punto, era stato costretto a ripigliarsi in casa Leona; ma, potendo, ne avrebbe fatto anche a meno. Quella natura debole e nervosa, sotto un’apparenza di fredda correzione, aveva un’estrema mobilità di volere e di sentimento; ma nessuna costanza, nessuna tenacia, nessuna fedeltà di propositi: un meraviglioso egoismo dominava tutte le sue azioni. Fino a che gli era parso umiliante che la Leona fosse di un altro, e che nessuno sapesse o mostrasse di ricordarsi che era stata anche sua, egli era tornato ad amarla, violentemente e sinceramente, a segno da immaginarsi che sarebbe morto d’amore per lei; quando poi Leona gli si era abbandonata di nuovo, egli, soddisfatto nell’amor proprio, era tornato ben presto al suo stato abituale di indifferenza; ora poi, che se la vedeva ancora, contro sua voglia, fra i piedi, provava un’uggia sorda, un dispetto non confessato contro gli altri e, più, contro se stesso.
Gli effetti del diverbio tra lui e Gabriele Caligaris erano stati composti dai loro padrini, i quali non avevano creduto necessario uno scontro. Ma non era codesto che avrebbe impensierito il Cappello: egli, oltre a quelle sue preoccupazioni indeterminate, ne aveva una più seria e più reale.
Senza che Leona ne fosse mai stata informata, Paolo era divenuto l’amante della Moos, la moglie del banchiere israelita. La Moos era stata, a quanto raccontavano, una ballerina del teatro di Vienna; e, se non conservava l’agilità delle membra che un tempo aveva dovuto abbisognarle per esercitare quel mestiere, ne conservava gli istinti di lusso e di galanteria. Inoltre, aveva superato, non si sapeva bene di quanto, i quarant’anni; e si attaccava all’amore con la rabbia medesima onde si attacca il naufrago alla tavola che può prolungargli di qualche ora la speranza e la vita.
Paolo Cappello, dunque, non aveva dovuto durare molta fatica a sedurre la nuova signora, che non domandava di meglio. Ella stessa aveva preso in affitto un quartierino composto di una camera e di un salotto, con ingresso libero, in via del Governo Vecchio: dove il conte Paolo e Vittoria Moos si vedevano un paio di volte la settimana.
Neanche di tale conquista Paolo era lusingato di molto; ma se ne consolava con l’idea di obbligare una volta o l’altra la “vecchia” come egli la chiamava, a dargli in moglie l’unica sua nipote Margherita, una vezzosa creatura che aveva poco più di vent’anni e poco meno di due milioni di dote, senza contare ciò che le sarebbe toccato dopo la morte degli zii.
Ma Vittoria Moos era, come tutte le donne della sua età, una amante un po’ incomoda. Gelosa, teatrale per colpa della sua eccessiva sentimentalità, ella amava Paolo con un ardore che rasentava la persecuzione: ogni momento, un biglietto di lei lo richiamava, per una data ora, al quartierino del Governo Vecchio; e lì erano lacrime, supplicazioni, proteste, interrogazioni diffidenti e quasi colleriche: tutte cose le quali riescono adorabili in un bel visino di donna giovane e fresca, ma ridicole e pressoché esasperanti in una faccia larga, rugosa e verniciata a più mani di biacca e di minio come quella dell’antica ballerina.
Ella, com’è naturale, aveva appreso subito la querela accaduta in casa della Perla di Granata, come alcuni seguitavano a chiamare Leona; e non aveva mancato di mandare un telegramma imperioso al suo giovane amico, perché corresse, quel giorno medesimo, al luogo del convegno.
Paolo che quel giorno aveva altro da fare, si era messo il telegramma in tasca con una scrollata di spalle, e non ci aveva pensato più. Per qualche giorno fu lasciato in pace: la notizia che c’era un duello per aria era giunta fino alla signora; la quale sapeva che in tali circostanze gli uomini non sono padroni delle loro ore. Ma quando le cose sembravano accomodate, ecco un nuovo telegramma:
– «Ti aspetto oggi alle quattro. Vitt.».
Paolo lo ricevette mentre si trovava a colazione con Leona; e ragionava con lei circa il genere di vita che avrebbero fatto. Egli sosteneva, almeno in apparenza, di voler fare altri debiti, perché Leona non avesse a soffrire del mutamento: lei, invece, dichiarava che con quello che aveva Paolo sarebbero stati assai bene; non c’era punto bisogno di far tanti lussi; avrebbero vissuto semplicemente, e lei sarebbe stata felice soltanto di stare con lui.
Quando Nazareno, il cameriere, consegnò a Paolo il telegramma, e Paolo lo lesse, non poté trattenere un movimento di impazienza. Leona l’osservava con occhi larghi e fissi; ma non disse nulla.
Terminata la colazione, Paolo si vestì, si profumò, secondo il solito, e dato un bacio a Leona, uscì. Scendendo per via San Sebastianello, diede un’occhiata verso il Pincio, tutto verde e pieno di gente che andava a spasso; poi svoltò in piazza di Spagna, e fece cenno a un vetturino, che si accostò con il suo legno.
– Via del Governo Vecchio, 16 – disse Paolo, salendo. Il legno partì.
– Quando si dice nascere disgraziati! – pensava il giovane, allungando le gambe e tirando larghe boccate di fumo dalla sua sigaretta. – Pareva che tutto mi andasse così bene, e…, sissignori! ecco che mi trovo in un imbroglio peggiore degli alti. Che dirò adesso a quella vecchia del diavolo?… Eppure, qualcosa bisognerà bene che le dica… Basta; qualcosa troverò… E poi, se non se ne contenta, servo!… Ma se ne contenterà, oh, se ne contenterà! Figurarsi!… Il peggio è se se ne accorge quest’altra!… Oh, le donne!… che piaghe d’Egitto!… Ma già, in un modo o nell’altro, bisognerà che la faccia finita…
Volgendo tali pensieri nell’animo, giunse al luogo del convegno. Pagò il vetturino e, per una scala stretta e oscura, giunse al primo piano; infilò la chiave nell’uscio ed entrò.
In mezzo a un volgare salotto tappezzato di carta a grandi rosoni rossi su fondo grigio, la signora von Moos se ne stava seduta in una poltrona, tenendosi una mano sugli occhi e l’altra abbandonata sul fianco, in un atteggiamento troppo bello per non essere premeditato. Quella curiosa donna, tutta imbevuta dei romanzi francesi che leggeva da mattina a sera per secondare i suoi gusti sentimentali, aveva preso a tal segno l’abitudine della posa romanzesca, che non le riusciva di smetterla neanche in momenti di vero dolore.
Quando Paolo entrò, ella finse di non sentirlo, e non si mosse.
Il giovane, che già conosceva quella maniera di fare, le disse freddamente:
– Ebbene, che desideri?
– Tu? sei tu? – esclamò lei, fingendo di destarsi da un sogno.
– Ma sì, ma sì, sono io – rispose lui, facendo forza a se stesso per rimanere cortese.
– Oh amore! oh amore! perché sei tanto perverso? – cominciò lei sollevando tutta la faccia e trascinando l’erre nell’ugola con un vezzo comune a quasi tutta la gente del settentrione. – Che ti ho fatto io, povera donna, che mi sono data con tutta la passione, con tutto l’affetto?… Se tu sapessi quanto soffro, amore! perché mi vuoi fare soffrire tanto, sempre, sempre, sempre?…
E chinata la faccia sulle mani che aveva bianche e bellissime, scoppiò in un pianto dirotto.
Paolo, tranquillo, si era messo a sedere sopra un divano e la guardava, aspettando pazientemente che si fosse sfogata. Quando ella ebbe terminato di piangere:
– Mi fai ora il piacere – le disse lui – di spiegarmi che male ti ho fatto?
Ella sollevò gli occhi al cielo, con un gesto largo delle due braccia, e riprese:
– Ma come? tu mi sfuggi, tu mi tradisci, e ardisci domandarmi cosa mi hai fatto? Ma tu ti sei preso il mio corpo, il mio cuore, l’anima mia: e in compenso che mi hai dato, crudele, altro che disinganni?
– Disinganni? io disinganni?… Uhm!… non capisco…
– È quella donna, quella donna, quella disgraziata che mi ruba il tuo amore – si mise a gridare l’antica ballerina con accento melodrammatico. – Oh io ne morirò, io sento che ne morirò! – E qui un nuovo scoppio di pianto.
Paolo tornò ad allungarsi sul divano, e aspettò ancora.
– Non mi dici nulla? – gli domandò la donna, arrestando a un tratto il torrente delle sue lacrime.
– Mah, cara amica, che t’ho da dire? – rispose Paolo che riusciva appena a dissimulare quanto gli urtasse i nervi quel colloquio. – Tu sai com’è andata la faccenda. Io fui l’amante di quella creatura, l’anno passato, a Napoli, per qualche mese: quest’anno, di ritorno a Roma, l’andai a trovare come un buon amico, e null’altro. Che ci posso fare io se quell’idiota di Caligaris, perché mi trova in casa di lei, si lascia pigliare da un accesso di ridicola gelosia, e la mette alla porta? Capirai che io non potevo lasciare in mezzo alla strada una donna che aveva l’aria di aver perduto il pane per causa mia…
– E perché eravate insieme sulla via Appia? – singhiozzò ancora la donna.
– Perché… perché… L’ho accompagnata, perbacco! Non è questa la prima volta che accompagno una donna a passeggio…
– No, no, è inutile: tu mi tradisci, tu mi tradisci! – ricominciò a gridare la signora Vittoria. – E ora che ne farai di quella donna? – domandò inquieta.
– Dio buono! la terrò in qualche luogo finché non le abbia procurato un posto… che so? in qualche teatro, per esempio…
La signora Vittoria lo guardò fisso, come per leggergli in cuore le sue vere intenzioni, i suoi sentimenti sinceri; e certo non ci dovette trovare quello dell’amore per la Leona. Si levò, andò a sedere vicino all’amante, e avvolgendogli le braccia intorno al collo, gli disse:
– Dimmi che mi ami, Paolo! dimmi che ami me sola, tesoro!
– Sì, cara, amo te sola – mormorò lui rendendogli il bacio che ella gli dava. Poi, sorridendo a un pensiero che gli passava per la testa:
– Ma come farai – le disse – se io un giorno mi sposo?
La donna rimase un istante perplessa; poi, con un movimento patetico, degno di trovare posto nel quinto atto di un dramma da arena.
– Oh figli miei! – esclamò, stendendo le braccia come per benedire, la faccia illuminata da una grande tenerezza – ma voi sareste i miei figli, Paolo! Oh, io non sarei punto gelosa, sai! La mia tenerezza per te è anche materna!
Un lampo passò negli occhi del giovane; mentre le sue labbra sottili sorridevano con una certa ironia: egli sapeva bene come fosse materna la tenerezza dell’antica ballerina. Ma quella maniera di considerare il suo matrimonio da parte della curiosa signora, se lo sorprese un poco, certo gli fece molto piacere; perché la sua fronte, fino allora un po’ corrugata, si spianò, ed egli fece alla donna più carezze che ella forse non si aspettasse. Quando si divisero, verso sera, erano rappattumati del tutto.
Dopo che Leona ebbe passato alquanti giorni in casa del conte Cappello, ella si accorse che Paolo ricominciava a divenire tale quale era a Napoli, negli ultimi tempi della loro convivenza. Non era più tanto iroso, né tanto nervoso, perché meno accanato dai debiti; ma sempre freddo, sempre distratto, con un’aria di costernazione, che feriva la donna al cuore peggio di un insulto. Ella lo amava come non l’aveva amato mai; e si rassegnava a tutto onde egli non le sfuggisse. Reprimeva gli scatti del suo temperamento; era diventata umile, sottomessa, pronta a qualunque sacrificio. Come in casa non c’erano altri famigli che il vecchio Nazareno, ella a poco a poco aveva cominciato a curare le faccende domestiche: ordinava il pranzo e lo sorvegliava; si adattava a stirare, a dare qualche punto, sempre in moto, sempre in faccende, come una buona massaia. Sulle prime, Paolo l’aveva sgridata: egli non intendeva che lei si mettesse a fare la serva; bisognava pigliare una donna; quella non era vita per lei. Leona protestava che ciò anzi serviva a distrarla, e che in casa non c’era bisogno di altre femmine: e diceva codesto con un sorriso così convinto, con una grazia così amabile, da non lasciare alcun dubbio che parlasse sinceramente.
– Io, vedi – soleva ella ripetere al suo amante, mentre, in piedi, dietro la poltrona dove egli era sdraiato, gli passava un braccio intorno al collo e gli lisciava ripetutamente, sopra pensiero, un baffo sottile e profumato – io, vedi, sono così contenta di avere a pensare alla nostra casa più di quanto abbia mai dovuto pensarci, che tu non puoi figurarti il mio piacere! Almeno faccio qualcosa di utile, così!
E si alzava presto, al mattino, mentre Paolo dormiva ancora profondamente, con l’indifferenza propria al suo carattere di uomo viziato e insieme di fanciullo.
Intanto che ella si vestiva, piano per non disturbarlo e avere, magari, un rabuffo da lui, le sue labbra si muovevano nelle orazioni mattutine, ma anche per una fede buona e selvaggia che era nata con lei e con lei sarebbe morta.
I larghi occhi di Leona, dilatati dall’oscurità quasi completa della camera, dove una piccola lampada emetteva appena un bagliore in un angolo, vagavano nel cercare i panni che ella indossava, tra il crocifisso nero che pendeva in capo al letto, dalla parte dove dormiva lei, e la testa di Paolo, dalla parte opposta, che posava inerte sul cuscino; mentre il respiro uguale del dormente armonizzava il suo lieve soffio regolare con il battito misurato dell’orologio di bronzo situato sul caminetto.
– Pobrecito mio! – pensava l’innamorata creatura. – Almeno quando dorme non ricorda tutti i sacrifici che gli costa il suo amore per me! Ah, se potessi compensarlo degnamente! Se potessi farlo felice, procurare che non avesse rimpianti!
E, rapida, si infilava le gonnelle, si allacciava il busto, si abbottonava il corpetto, dando, ogni poco, una manata sui capelli per buttarsi indietro le ciocche lunghe che le scendevano sulle ciglia e sulle guance, infastidendola, solleticandola.
Subito che era pronta, cioè vestita e lavata, correva a cercare per casa il vecchio servo:
– Su, su, Nazareno, che è ora di andare!
E tutti e due, Leona e Nazzareno, uscivano a fare la spesa.
Si fermavano qua e là per le botteghe, osservando, contrattando pazientemente con gli insolenti venditori romani, dei quali la maggior parte maltratta la propria clientela con berci e imprecazioni come nel più basso litigio. A Leona, ogni poco, ribolliva il sangue; e un po’ nella lingua sua, un po’ in italiano avrebbe voluto rispondere per le rime a quei mascalzoni. Ma si reprimeva spesso, tacendo, quasi sempre figurando che non dicessero a lei, tutto per arrivare a portare a casa qualcosa dinanzi a cui, poi a tavola, Paolo non facesse troppo lo svogliato e il disgustato.
Ciò che le costava un vero sforzo era di entrare nei macelli. La compassione per le povere bestie squartate, il puzzo grasso dell’aria, la sudiceria sanguinolenta dei beccai le mettevano addosso un insoffribile ribrezzo. Ciò nonostante, varcava la soglia ributtante, indicava il posto dove voleva che la carne fosse ben tagliata, esaminava il pezzo, discuteva sul peso… E molti giorni a colazione e a pranzo, al ricordo di quelle deformi masse di carne, di un rosso livido e di un bianco giallognolo, attaccate a un uncino, ella si volgeva al servo con un buon sorriso un po’ confidenziale, dicendogli:
– Cuocimi due uova, Nazareno. Le uova le sai cuocere, è vero?
Qualche volta, di ritorno dalla spesa, Leona trovava l’amato già sveglio. Egli se ne stava lì, nella mezza ombra tiepida della camera, le braccia incrociate sotto il capo, le coltri abbassate in mezzo al petto coperto dalla camicia da notte trapunta a colori e chiusa al collo da un cordone di seta a nappe.
– Sei già desto, chico, querido mio, sei già desto? – chiedeva la donna mettendo nella voce delle intonazioni dolci e carezzevoli come se parlasse a un bambino.
– Sì, sono desto.
– E come stai, amore?
– Sdraiato.
Ella si sforzava a sorridere di quella specie di sgarbo che voleva parere dello spirito; e apriva a poco a poco le imposte del balcone fiorito, avendo cura di tirare giù lo storino trasparente, che stava tra i vetri e le tende di merletto.
– Così? Così, querido, così?
– Va bene; basta – brontolava Paolo tra i denti, con piglio severo e uno sbadiglio annoiato che gli allargava la bocca.
Leona continuava a sorridere; ma senza punto illudersi di fargli piacere. Cominciava a sentire di essere sopportata da lui come un peso, tollerata come un fastidio per allora inevitabile; e mentre, nel versargli il caffè, nel porgergli i giornali, nel preparargli le sigarette, un nodo violento di lacrime le serrava sempre più la gola, ella si sforzava a parlare di cose indifferenti; chiacchierava quando poteva, per dare a intendere a se medesima che ella era felice, felice in quella casa, né più né meno di tante altre donne legittimamente legate a un padrone che le tratta ora bene ora male, a seconda dell’umore che gli danno la propria salute, l’andamento degli interessi e le condizioni atmosferiche. Paolo non era cattivo – badava a dirsi Leona – era come la maggior parte degli uomini: egoista.
Egli, dal suo canto, osservava lei, ma con tutt’altro sentimento. A volte le chiedeva in tono di rimprovero dispettoso:
– O perché sei uscita a codesto modo?
Leona si dava giù uno sguardo in giro; poi domandava:
– Che cosa ho di strano?
– Hai che non mi sembri più tu.
Ella alzava le spalle, con un sorriso e un gesto della bocca che significava:
– Non m’importa nulla a me dei bei vestiti; non sono i cenci che mi stanno a cuore. – E ragionava ad alta voce:
– Questo copripolvere è buonissimo per andare a fare la spesa; questo cappelluccio nero è ancora mettibile per andare a fare la spesa…
– Maledetta la spesa e… la tua smania di sfaccendare!
Paolo Cappello, al vedere la sua amante uscire presto al mattino, vestita modestamente come la moglie di un piccolo impiegato, non poteva fare a meno di paragonarla alla donna galante che ella era prima, circondata di eleganze le più raffinate; e anche all'”artista” di Circo di un tempo più lontano, luminosa visione circonfusa di veli, di fiori, di lustrini, che passava ardente e felice tra un clamore alto di applausi… Eppure, senza confessarlo a se medesimo, abituatosi a poco a poco a quella sottomissione di lei, aveva cominciato a compiacersi della servilità devota, quotidiana, nella quale Leona metteva tanta parte dell’amore suo; e, a poco a poco, aveva finito a considerare la cosa come naturale.
Un giorno, mentre stavano pranzando, gli occhi di Paolo si posarono su una mano di Leona che ella teneva aperta, distrattamente, sulla tovaglia, dalla parte di lui. La piccola mano, così bianca prima, era arrossata e in un punto, tra il mignolo e il medio, due o tre screpolature rigavano di sangue l’epidermide.
– Che mani rovinate! O cosa diamine hai fatto?
Ella si stropicciò la pelle irruvidita e indebolita.
– Nulla. È il metterle ogni momento nell’acqua calda e nell’acqua ghiaccia. Passerà…
Qualche volta Paolo, o fosse il tempo, o avesse guadagnato al giuoco, o si fosse stancato di quella sua eterna musoneria, diventava improvvisamente di un umore più sopportabile. Allora era pieno di amabilità per la sua amante; le proponeva delle scampagnate; la conduceva a passeggio o a teatro; la copriva di baci e di carezze, preso da un acuto rimorso di averla trattata male per tanto tempo. Quelli erano giorni di festa per la buona creatura: ella tornava, con la facile fiducia di coloro che amano, a illudersi di essere amata; rideva e cantava; si metteva i suoi vestiti più belli; trovava mille ragioni, per spiegarsi la freddezza e l’indifferenza dell’amico suo, in ogni cosa, fuorché nel dispetto contro di lei.
Ma quei bei giorni passavano presto: e Paolo tornava più cupo e più accigliato di prima. Aveva preso il vezzo di atteggiarsi lui a vittima di quella posizione: ed esagerava apposta i suoi doveri verso la donna, per farle sentire tutto il peso del sacrificio che credeva di fare per lei. Le sere che non aveva voglia di andare al Circolo o in società, quando aveva finito di desinare, diceva a Leona:
– Vuoi che usciamo?
– Come vuoi! – rispondeva con un sorriso malinconico lei, che sapeva dove quella domanda dovesse andare a finire.
– No, come vuoi tu. Io sono qua per servirti – rispondeva lui in tono di amara ironia.
– Ma, amore mio, se vuoi che usciamo, usciamo pure, mi fai piacere; se vuoi che restiamo in casa, non me ne importa.
– Ah, giacché non ti importa di uscire con me! – ripicchiava lui trionfalmente, perché aveva trovato il pretesto di attaccare un nuovo litigio.
La povera donna si sentiva un nodo alla gola, e non rispondeva più nulla per paura di fare peggio. Ma egli seguitava a interrogarla, a tormentarla, per urtarle i nervi a farle dire qualcosa di dispiacente: allora erano grida, minacce, recriminazioni che non finivano più; finché Leona non si fosse ritirata in camera a piangere e singhiozzare come una disperata. Ma quel dolore irritava vieppiù il padrone di casa, che sentiva, senza avere punto voglia di correggersene, la propria crudeltà e la propria viltà; e il battibecco seguitava più violento, anche a proposito delle lacrime: alla fine Leona bisognava che domandasse pietà, in ginocchio, al proprio persecutore; il quale, rabbonito, quasi compiendo un atto di sovrana clemenza, la sollevava, la baciava in fronte e usciva, con il cuore libero e la testa alta.
Allora Leona, come l’estate era vicina, si metteva alla finestra. La lunga striscia di cielo fra il Pincio e la Trinità dei Monti brillava di stelle pallide, rare e quasi annegate nel chiarore perlaceo della luna, che si effondeva, non vista, per tutti i seni dell’orizzonte. Un fresco stormire di foglie innumerevoli veniva, dai giardini del Pincio, con il vento impregnato di un vago sentore di erbe e di fiori: tra i busti immobili e neri che ombravano la spianata davanti Villa Medici, il chioccolio argentino della fontana pareva cullare i silenzi della notte alta. Leona guardava il cielo, guardava gli alberi, guardava la via; e a poco a poco si abbandonava con l’anima a fantasticare e a sognare.
Di nuovo, spesso, rivedeva con la mente tutta la sua vita fino a quel giorno: dove erano, in quel momento, i suoi amici di infanzia? Che faceva a quell’ora il bel “Manolo” della riva del Darro? E i suoi compagni d’arte, che facevano? E Campeador, il suo bel cavallo arabo, dai grandi occhi umani? E la buona Marianna di Napoli, che faceva a quell’ora? Dov’era? Dov’era tutta quella gente che ella aveva visto o conosciuto, per un’ora, per un giorno, per alcuni mesi, rapidamente e intensamente, nel suo pellegrinaggio attraverso la vita? Chissà! Le stelle tremolavano in cielo; e il silenzio era dattorno.
Ma dopo una corsa disordinata e inconsapevole della fantasia per tutti i luoghi ove Leona aveva amato e sofferto, ella tornava al suo pensiero fisso, alla sua preoccupazione più dolce e più dolorosa, a Paolo. Ecco, ella ora pensava a lui con un’onda di tenerezza nel cuore e con gli occhi pieni di lacrime. Perché? Egli la trattava tanto, tanto male, quel cattivo ragazzo! Cosa era questa passione che la faceva morire, e senza la quale ella non avrebbe potuto vivere? Che aveva egli di diverso dagli altri per farsi amare così ardentemente, così disperatamente? Ella non lo sapeva, ella non poteva dirlo; fissava gli occhi nell’orizzonte, scrollando la testa, e mormorando tristemente: – Si fuera loca!… (Se fossi pazza!).
E rassegnata a non vedere, a non comprendere quel che accadeva dentro di lei, la povera donna si abbandonava al suo amore, come il naufrago che, perduta ogni speranza, chiude gli occhi e si abbandona alle onde tumultuose dell’oceano.
Lo amava, lo amava! non poteva pensare altro e non poteva dire altro. Avrebbe sopportato anche il doppio dei maltrattamenti, a patto che Paolo stesse sempre in casa, con lei, vicino a lei. Sapendolo fuori, ella era invasa da una gelosia acuta, che le avrebbe fatto fare chissà che cosa, se ella non si fosse padroneggiata. Soffriva in silenzio tutto il tempo che l’amante restava fuori di casa; ma quando tornava, lei lo accoglieva con un sorriso, dissimulando le sue lacrime e i suoi sospetti, sapendo che egli non avrebbe tollerato una scena. Poi, quando egli usciva ancora, lei lo inseguiva lungamente con gli occhi ardenti e malinconici; e come la sua immaginazione le rappresentava convegni d’amore con altre donne, baci e carezze in un gabinetto particolare o in un salotto elegante, ella dava in bramiti di belva, correva qua e là per la casa e finalmente si buttava bocconi sul letto singhiozzando come una forsennata.
Quello sfogo le alleggeriva un po’ il cuore e le ammolliva i nervi: allora, un po’ calmata, si inginocchiava davanti il crocifisso, e pregava.
Quanto a Paolo, o non si accorgeva di ciò, o fingeva di non badarvi, per non dar luogo a spiegazioni. Quasi tutto il giorno, e gran parte della notte, egli stava fuori di casa: e il più spesso dai Moos.
Margherita von Moos, la nipote del banchiere, era una fanciulla malavvezza e autoritaria. Benché fosse stata cresciuta nel collegio del Sacro Cuore a Parigi, lei, tornata in casa e sapendo di essere adorata dallo zio tutore, che le passava tutti i capricci, in poco tempo era diventata così testarda e così volontaria, così piena di sé e così sprezzante verso gli altri, che lo zio, ridendo, finiva a darle sempre ragione, anche contro se stesso. Anche era di una fantasia un po’ depravata; e le letture che soleva fare, le amiche che praticava, e anche certe confessioni inconsapevoli della zia, rinforzavano e incoraggiavano, se ce n’era bisogno, codesti suoi istinti meno nobili. La più parte delle persone che capitava in casa dei Moos, era costretta a passare sotto le forche dello spirito beffardo della signorina Margherita: e tutti ne uscivano, chi più chi meno, malconci.
Ella poi non aveva soggezione di alcuno; e menava vita indipendente più che di consueto non si conceda a una ragazza. Andava sola per le vie; guidava; tirava di scherma; inventava delle mode assai eccentriche, senza punto curarsi di quello che si diceva intorno a lei. Non aveva mai amato alcun uomo; e non si era mai voluta sposare, quantunque molti partiti le si fossero offerti; la sua amicizia era tutta per Adele di Lambace, una sua compagna di collegio, di buona famiglia, ma povera, il cui padre senatore era consigliere alla Corte dei Conti. A teatro, a passeggio, in società, in villa, ai bagni, dappertutto, Margherita von Moos era accompagnata da Adele di Lambace: nella società romana erano soprannominate “le Indivisibili”.
Fra il conte Paolo Cappello e le due viziose ragazze si stabilì presto una simpatia fondata sulla comunanza dei gusti, dei caratteri e degli istinti malsani. Per mezzo di Paolo, Margherita e Adele poterono riuscire ad avere dei libri che non avrebbero osato andare a comprare dai librai e che lo zio non avrebbe permesso di leggere; era Paolo quello che dava loro dei ragguagli precisi su certi scandali della vita galante dei quali sentivano parlare confusamente in famiglia; sulle abitudini di certe donne; su tutte quelle cose che nelle case per bene si nascondono gelosamente alla curiosità delle fanciulle. Paolo diceva tutto, narrava tutto, con una certa circospezione, scegliendo le parole e mostrando di avere riguardo al pudore delle sue amiche: le quali, dovendo così lavorare un po’ con la propria immaginazione, si accendevano ancor più in quella vaga atmosfera di peccato che respiravano appena.
Il Cappello vedeva passare nei loro occhi, a quei racconti, certe fiamme di buon augurio; e, sorridendo enimmaticamente, seguitava, seguitava lungamente, freddamente, a distillare il suo veleno, sapendo di compiere un’opera di corruzione che ogni giorno più legava Margherita alla sorte di lui. Egli era divenuto, peraltro, di una pazienza meravigliosa; benché irritato ed eccitato talvolta egli stesso da quei discorsi, sapeva padroneggiarsi e non precipitare nulla; ma il suo occhio che guatava in quei momenti la ricca nipote del banchiere, aveva qualcosa come il fascino che si sprigiona dall’occhio del serpente che attira l’uccello posato sull’albero.
Ma se Paolo non abusava della fiducia che le sue alunne gli dimostravano, egli sapeva avvantaggiarsi di quella specie di viziosa complicità per osare ogni giorno di più, senza che loro potessero ormai aversene a male. Del resto, le sciagurate ne ridevano. Paolo aveva l’aspetto tanto delicato, che pareva quasi una donna, così gracile e imberbe com’era, con quei suoi dolci occhi azzurri e quel sorriso sottile. E con lui le due amiche non provavano alcuna soggezione: a furia di ciarlare con lui, come avrebbero fatto con una loro compagna, dimenticavano il sesso, e si lasciavano andare.
D’altra parte, l’estate avanzava a grandi passi; la gente partiva da Roma per recarsi ai bagni o in villeggiatura, e la casa dei von Moos era rimasta deserta. Finite le feste, finite le allegre cene: oltre a Paolo, solo alcuni impiegati superiori e alcuni banchieri frequentavano ancora quelle sale. Paolo e “le Indivisibili” ora uscivano di buon mattino, a piedi o a cavallo, per recarsi a Villa Borghese o a Villa Pamphili o fuori le porte in campagna; ora rimanevano in casa a fare della musica, a chiacchierare, a leggere, a scherzare. Quando capitava la zia, i cui convegni con Paolo in via del Governo Vecchio seguitavano come prima, ella copriva di uno sguardo di materna intenerimento i tre giovani, e li ammoniva come dei bambini:
– Paolo, non fate arrabbiare troppo Titina bella!
– Titina, smetti di rifare il verso a quel povero Paolo!
– Adele, tu che sei la più saggia, vedi un po’ di far stare a segno quei monelli!…
E diceva tutto questo, la testa reclinata da una parte, posando a estatica, sorridendo di commozione tra quel suo continuo strascicamento dell’erre che aggiungeva un non so che di comico a quelle sue lezie mature. E non usciva dal salotto che non levasse gli occhi al cielo, agitando le mani per aria, e mormorando:
– Ragazzi!… veri ragazzi…
I tre, naturalmente, le ridevano dietro. Ormai Margherita sapeva, di sua zia, vita, morte e miracoli; perché Paolo l’aveva, tacendo solo dei suoi rapporti con lei, istruita di tutto.
– La zia la sa lunga – diceva ogni tanto Margherita, anche davanti a tutti, scoppiando in una risata, e guardando Paolo, quasi che egli solo potesse intendere il significato che lei dava a quella frase. Per la smania di sfogare in qualche modo la sua interna scostumatezza, ella aveva preso l’abitudine delle frasi a doppio senso, che ella sola e Paolo intendevano; e, sotto un’apparenza di ingenuità, diceva delle cose che sarebbero parse enormi anche a un sergente di cavalleria. Paolo ascoltava e rideva, aspettando.
Più di una volta Margherita aveva cercato di scrutare l’animo di Paolo riguardo a Leona; ma il giovane trovava sempre modo di evitare spiegazioni, troncando abilmente il discorso con una celia o con un madrigale. Una sera, sui primi di luglio, la fanciulla gli disse, mentre nel salotto con c’era nessuno, e lei provava al pianoforte una sonata del Grieg:
– Sapete: lo zio ha sbrigato i suoi affari, e tra una settimana si va a Karlsbad.
– Ah! – fece Paolo, divenuto pensoso.
– Ci venite, voi?
Paolo sospirò e rispose:
– No, non credo.
– Je meurs où le m’attache – disse Margherita con una risata maligna, picchiando più forte sulla tastiera.
A quella notizia, a quella risata, Paolo non sapendo egli stesso perché, si era sentito un soffio freddo nel cuore; gli pareva che se Margherita fosse partita da Roma senza essere sua, non sarebbe stata sua mai più, mai più; tutte le sue arti, tutte le sue malizie, tutto quel piano così audacemente concepito e accortamente condotto, sarebbe andato per aria.
Giusto due giorni prima, vedendo arrivare il momento propizio ai suoi disegni, egli aveva provocato una rottura con Vittoria, la zia della ragazza; e quella aveva preso delle pose da Arianna abbandonata ed era entrata in un periodo di mestizia sentimentale. Ora egli temeva che appunto la “vecchia” avesse provocato quella partenza; e decise di parlarle il giorno dopo, di arrischiare tutto pur di farla restare a Roma.
Margherita seguitava a pestare sul piano all’indiavolata. In mezzo a una battuta, si fermò improvvisamente, e disse al giovane:
– Mi spiegate una cosa?
– Dite.
– Che cosa ha quella femmina per tenervi così stretto? Perché insomma…
– Credete – rispose Paolo con accento così sincero da non lasciar dubbio sui suoi sentimenti – credete che non desideri io pure di liberarmi da una catena così pesante?… Se sapeste!… se sapeste!… Ma come si fa? Io non posso mica gettarla sul lastrico!… Caligaris la ripiglierebbe.
– E a voi che ve ne importa?… – domandò la fanciulla.
– Ah, io non posso fare mica la figura di uno straccione! Già troppo si incomincia a dire che io non ho abbastanza denari da darle, e che le faccio fare una vita di angustie… Come si fa?… come si fa?… voi non sapete come vanno queste cose. Per uscirne bene, bisognerebbe che accadesse qualcosa… che so io? …che mi sposassi, per esempio… – e guardò in viso la fanciulla per misurare tutto l’effetto delle sue parole.
Margherita ebbe una scossa; impallidì; le labbra le tremarono un poco. Disse peraltro con molta freddezza:
– E perché non vi sposate?
– Perché la donna che amo – le soffiò il giovane sull’orecchio – non me la darebbero.
Ella fece un sorriso ambiguo, e non disse nulla. Soltanto, prima che Paolo andasse via, gli gridò dietro:
– Che venite domani a pigliarci, me e l’Adele, che si va un po’ a galoppare alla Farnesina?
– Sono ai vostri ordini – rispose il conte.
– E soprattutto fatemi il piacere di non venire in botte – soggiunse la fanciulla un po’ sul serio, un po’ per chiasso – mi urta quel vedervi arrivare in legno da piazza.
Paolo Cappello, un po’ vessato da quelle parole, si inchinò e uscì. Tornato a casa fu di peggio umore del solito, e andò presto a letto senza neppure dare un bacio a Leona: che, umile e rassegnata come un povero cane, gli girava dattorno per vedere se egli avesse bisogno di qualcosa. E la mattina seguente, alle sei, si trovava a porta del Popolo, con tre cavalli, ad aspettare “le Indivisibili”, che dovevano arrivare in vettura.
Arrivarono infatti di lì a pochi momenti. Montarono tutti a cavallo, e percorsero al trotto la via polverulenta che conduce a Ponte Molle. Di lì entrarono, per evitare il sole che dardeggiava già alto, nel campo della Farnesina. Con un pretesto, l’Adele spinse il suo cavallo al galoppo; Paolo e Margherita rimasero soli.
– Iersera – cominciò Margherita che pareva alquanto nervosa mi avete detto una frase che io mi aspettavo da un pezzo…
– Che vi amo: oh sì! – mormorò Paolo, con ardore.
– Ebbene, anch’io vi amo… cioè, mi piacete… E come avete aggiunto che non mi avrebbero mai data a voi per sposa, ho voluto provare…
– Provare?… – disse Paolo ansioso.
– Già; ne ho parlato alla zia, iersera stesso…
– Ebbene?…
– Avevate ragione.
Tacquero entrambi. La campagna, inondata in lontananza dal sole, splendeva come una visione fantastica. Margherita ripigliò con amara ironia:
– È straordinario come la vecchia diventi scrupolosa quando si tratta degli altri… Ah, ma se credono di tormentare me…
E digrignando i denti, diede, per sfogare i suoi nervi, un colpo di frustino al cavallo, che prese il galoppo. Paolo la seguì, gridandole: – Fermate! Fermate! – Allora lei, che sentiva l’animale accelerare vieppiù ogni momento la corsa, cercò di trattenerlo.
Ma era troppo tardi. Il cavallo, fuori di sé, andava di tutta carriera. Gli alberi, le case lontane, il gran cielo fiammante, parevano girare intorno all’amazzone: la pianura era immensa. Ella si sentiva venire le vertigini: il cappello cilindrico le cadde per terra; i capelli le si disciolsero sulle spalle, come un fiume d’oro. Improvvisamente si sentì vacillare: le mani non reggevano più le redini; ebbe paura. Udiva Paolo galopparle alle spalle, e gridarle: – Fermate! Fermate! – con voce rauca; avrebbe voluto saltar a terra, a costo di spezzarsi una gamba; ma il cavallo volava come una freccia. Ella pensò:
– È stupido morire così – e fece un ultimo sforzo, per arrestare quella corsa. Invano. Non aveva più forza, le braccia le si erano aggranchite, un sudore freddo le saliva alle tempie. – Fermate! Fermate! – gridava Paolo che non riusciva a raggiungerla.
– Non posso – ella rispose debolmente, provando una sensazione di vuoto, quasi che si sentisse mancare. Aveva già chiuso gli occhi e quasi lasciate le briglie, quando Paolo arrivò abbastanza vicino da dare una scudisciata terribile al cavallo, e fermarlo di botto. Immediatamente egli saltò giù di sella, e prese fra le braccia la fanciulla che si sveniva. Quel viso pallido e sorridente sotto i capelli disciolti, il calore di quel corpo agile e palpitante, la commozione del pericolo, accesero i sensi di Paolo, come la scintilla dà fuoco a una batteria già carica. Fremendo, egli cinse delle due braccia la vita dell’amazzone, e le avvolse di baci umidi e caldi tutta la bocca. A quella carezza inaspettata, Margherita, ebbra di desiderio e ancora vibrante di tenerezza riconoscente per colui che le aveva salvato la vita, si avviticchiò con tutto il corpo al corpo di lui, rantolando come una giovane belva in amore. Egli si guardò attorno: la grande campagna era silenziosa e deserta fino dove giungeva, attraverso il gruppo di alberi che li proteggeva della loro ombra, lo sguardo; solo i due cavalli pascolavano a pochi passi di distanza, senza curarsi dei due giovani: egli la prese, la trascinò dove le fronde più spesse formavano quasi una siepe di verzura; e lì, sotto il cielo che fiammeggiava turchino, sotto l’occhio vibrante del sole, innanzi alla campagna immobile e sonnolenta, la fanciulla gli si abbandonò tutta, con tutta l’anima, quasi in un sogno luminoso e voluttuoso.

IV

Durante l’ultima estate e i primi mesi dell’autunno, Leona rimase quasi sempre sola, con Nazareno, nella casa di via San Sebastianello. Paolo era sempre in viaggio: ora andava a Montecarlo a giocare; ora si recava a Karlsbad dove i von Moos erano a prendere i bagni; ora accettava l’invito di qualche amico di andarlo a trovare in campagna. Ella non si lamentava mai di non accompagnare il suo amante: egli, peraltro, non le faceva mai una scusa, né le dava una spiegazione: al più, in qualche momento di maggiore espansione, le accennava vagamente ai suoi pochi mezzi, alla necessità di non farsi vedere troppo insieme dalla gente, e concludeva i suoi discorsi con un bacio che la povera donna aveva più caro di qualunque viaggio.
Mentre Paolo Cappello era fuori di Roma, Leona faceva la vita più semplice che si possa immaginare. Lavorava di cucito, teneva la casa in ordine, non riceveva nessuno, non vedeva nessuno. La mattina aspettava la posta con grande ansietà, sperando sempre che le giungesse una lettera del suo amico; ma la lettera giungeva di rado: era breve, secca, frettolosa. Leona si sentiva alla gola un nodo di lacrime; ma rispondeva subito con una lunga lettera ardente di passione e di dolore, che faceva scrollare le spalle al bel conte quando egli la riceveva in una Rotonda di bagni o nella sala di bigliardo di una villa aristocratica.
Nazareno, il cameriere del conte, sulle prime aveva accolto con diffidenza la giovane; che gli pareva una poco di buono e una intrusa. Calmo e discreto come egli era di sua natura, l’aveva trattata sempre, del resto, con grande rispetto; proponendosi in cuor suo di vigilare e di riferirne, in ogni caso, al padrone. Ma, a poco a poco l’esempio della grazia, della bontà rassegnata, dell’attaccamento semplice e profondo di Leona lo avevano vinto; e si rammaricava dentro di sé che il signor conte maltrattasse o trascurasse tanto la signorina, come egli la chiamava. E mentre il conte se ne stava a divertirsi, il buon Nazareno cercava, come poteva meglio, di rallegrare la signorina: l’accompagnava a passeggio, rimanendo sempre ossequiosamente qualche passo dietro di lei; si faceva in quattro per risparmiare a lei ogni fatica; si era accordato con la lavandaia che le portasse dei fiori freschi ogni giorno. Leona era commossa della muta devozione di quel vecchio; e si sfogava con lui quando aveva il cuore troppo pieno: egli cercava di rassicurarla, di confortarla: trovava sempre qualche buona ragione per scusare il padrone: un bravo signore, concludeva, che poteva avere dei difetti come tutti, purtroppo, ne abbiamo; ma incapace di una cattiva azione: e lui lo poteva dire che lo aveva tenuto sulle ginocchia bambino.
Una mattina del mese di ottobre, Leona, passando da via dei Due Macelli per tornare a casa, fu fermata da un gran cartellone stampato a caratteri rossi e neri, dove si annunciava, per quella sera medesima, la prima rappresentazione della compagnia equestre dei fratelli Balzano. I fratelli Balzano! La sua compagnia! Dunque avevano messa insieme, di nuovo, una compagnia? Leona si fermò a leggere l’elenco degli artisti con il cuore che le batteva forte: c’erano i nomi che conosceva, madamigella Alma, Rosina Calvado, miss Ea, la figlia dell’aria, e poi Lamberto, Pietro Moria, Tony, Plum-Pudding, tanti e tanti altri. Si allontanò con il viso in fiamme, smarrita, gli occhi umidi e assorti, come se avesse incontrato un amante non più veduto da un pezzo. Tornata a casa, disse a Nazareno:
– Va all’Alhambra a fissare un palco per questa sera.
La smania di rivedere dei cavalli, delle cavallerizze, degli scudieri, di respirare l’aria ardente del Circo, di rivivere qualche ora della vita di un tempo, l’aveva invasa a un tratto, irresistibilmente. Si rivedeva ritta sul cavallo, in gonnellino corto di velo, il frustino nel pugno, le narici aperte, il seno gonfio e anelante, passar di galoppo tra la luce viva, le grida dei palafrenieri, i battimani del pubblico, fiera, anelante, vittoriosa, superba. Oh quelle belle serate di libertà e di trionfo, quando il suo cuore non aveva conosciuto la passione, quando la sua giovane fronte non aveva sentito battere ancora la fredda ala del dolore!
La sera, quando entrò nel palco, la rappresentazione era già incominciata. Guardò nel Circo e riconobbe subito uno spettacolo che conosceva: miss Ea con i suoi cavalli. Miss Ea, alta, bionda, il corpo serrato in un’amazzone nera, la frusta in mano, presentava dodici cavalli, tutti bianchi come la neve, ammaestrati all’alta scuola. Miss Ea stava in mezzo al Circo; da una parte e dall’altra aveva sei cavalli erti in fila, come scolpiti; i quali, a ogni sua voce, a ogni cenno della sua frusta, si levavano, si abbassavano, si inginocchiavano, cambiavano di posto, le galoppavano intorno, saltavano l’uno sull’altro, sempre ordinati e sicuri. Ella riconosceva il più piccolo e il più impaziente di quei cavalli, Said, che agitava il collo, schiumava dalla bocca, lanciava fiamme dagli occhi; miss Ea doveva fare sforzi inauditi per riuscire a tenerlo in fila con gli altri. Come finì, e i cavalli rientrarono di corsa, l’uno dopo l’altro, nella scuderia, il pubblico scoppiò in applausi. Miss Ea si inchinò profondamente a salutare; poi con un piccolo salto, disparve.
L’orchestrina ricominciò un tempo di galoppo; e apparve madamigella Alma, la famosa volteggiatrice. Dopo uno o due giri sul suo cavallo baio, si rizzò in piedi e cominciò a saltare i cerchi rossi, verdi, bianchi, turchini, che dei clowns rumorosi e litigiosi le reggevano in alto. Poi si lasciò scivolare dal cavallo, lo raggiunse, e di un balzo vi saltò su in piedi, senza perdere l’equilibrio, mentre il cavallo correva. Poi fece altri giuochi, dei soliti, riscuotendo qualche applauso svogliato; salutò e rientrò nella scuderia.
– Que tonteria! – fu il giudizio di Leona, mentre il povero Nazareno, che non si era trovato mai a un simile spettacolo, diritto dietro a lei, guardava con la bocca spalancata dall’ammirazione.
Gli esercizi si succedevano agli esercizi; ma il teatro restava freddo: non c’era l’artista che sapesse elettrizzare gli spettatori. Ah, se ci fosse stata lei su uno di quei cavalli! E di nuovo Leona si rivedeva su quell’arena; calcolava la leggerezza, l’agilità, la grazia delle proprie membra; si immaginava di fare i volteggi che aveva già fatto, fino ad affrontare veramente il pericolo, fino a strappare l’applauso formidabile della gran folla inebbriata: le guance le ardevano, gli occhi le luccicavano. Inconsapevolmente un grido le uscì dalla gola, accompagnato da un gesto vigoroso del braccio:
– Hop! Olé!
Alcuni spettatori, dai palchi vicini, si voltarono a guardare, e sorrisero.
Ella chinò gli occhi sull’arena e, a un tratto, si sentì quasi mancare il respiro: Campeador! aveva visto il suo cavallo, Campeador!
La vista dell’amico più ardentemente desiderato, più disperatamente rimpianto, non l’avrebbe commossa tanto, quanto l’apparizione del suo buon cavallo. Ella si spenzolava fuori del palco, gli occhi umidi, la bocca anelante, quasi senza battere palpebra, per non perderlo di vista mai, neppure un istante. Un’onda di tenerezza l’annegava tutta: seguiva dello sguardo tutti i moti, tutti gli atti del superbo animale, che galoppava portando una scudiera inesperta, una bambina rossiccia sui dodici anni; mandava dei baci muti al cavallo e mormorava ogni tanto con voce piena di dolcezza: – Chico mio! Querido de mi alma! Campeador! – E il cavallo, quasi che una segreta corrispondenza lo avesse avvertito della presenza della sua antica padrona, ogni tanto levava la testa intelligente e sbruffava: d’improvviso si fermò sotto il palco di Leona. Soltanto una frustata della bambina inferocita riuscì a farlo rientrare nella scuderia.
Senza guardare nessuno, senza pensare a nulla, Leona si precipitò fuori del palco, scese le scale del teatro, si fermò sulla porta della scuderia.
– Chiamatemi il direttore – disse a uno stalliere, che la guardava sorpreso.
Poco dopo comparve il signor Balzano, il fratello maggiore, un bell’uomo di quarant’anni in abito da maneggio, con gli stivaloni alla scudiera e un frustino in mano. Fissò Leona senza riconoscerla subito, e cominciò:
– La signora desidera?..
Ma quando udì la voce della donna, fece un atto di stupore, e le tese le mani.
– Tu? tu qui? e come mai? Vieni, vieni.
– Voglio vedere Campeador – disse ella, andando avanti.
– Si ritorna agli antichi amori, eh? – fece il direttore, sorridendo bonariamente.
Lungo la scuderia, illuminata dalle fiammelle vive del gas, una doppia fila di cavalli stava, da una parte e dall’altra, davanti le mangiatoie. I dodici cavalli bianchi erano i primi; poi ne venivano degli altri; alla fine il signor Balzano disse:
– Ecco Campeador.
– Campeador! Campeador! – gridò la giovane donna con accento di giubilo e di tenerezza profonda.
La nobile bestia voltò la bella testa e levò gli occhi umani verso Leona; un fremito corse lungo il suo fianco ancora polveroso e, come non era legato, si voltò a mezzo e cominciò a nitrire, a sbruffare, ad accennare quasi con la testa, a raspare con le zampe la terra, riconoscendo l’amica.
– Campeador! pobre amigo! mi riconosci? riconosci la tua povera Leona? – gli diceva lei carezzandogli i fianchi, il collo e la testa con la bella mano profumata, coprendogli di baci la fronte e gli occhi, avvicinando la propria testa a quella del superbo animale. – Oh sì! tu ti ricordi; tu non sei ingrato, povero Campeador! – E seguitava a palparlo e a baciarlo, sempre, con un ardore di affetto indicibile, con la tenerezza disperata di un distacco supremo. Campeador batteva con la zampa la terra, e sospirava forte; il suo bel pelo fremeva sotto i baci della donna; le sue larghe e fredde narici si piegavano a soffregare la mano piccola e bianca che gli prodigava carezze; i suoi grandi occhi tristi e pensosi, fissando Leona, erano umidi come di pianto.
– E così – riprese il signor Balzano – quando ti decidi a ritornare fra noi?
– Quien sabe! – rispose lei piano, seguitando a lisciare il collo dell’animale.
Il direttore e Leona scambiarono ancora qualche parola. Finalmente ella mise un ultimo bacio sulla fronte del cavallo, e gli disse, trattenendo a stento le lacrime:
– Addio, Campeador!
E, come ella si mosse per andar via, il cavallo la seguiva: un gesto del direttore lo trattenne.
– Oh, querido de mi alma! – esclamò Leona e tornò a coprirlo di baci. Ma questa volta non si poté più tenere, e, le braccia stese al collo dell’animale, scoppiò in un pianto dirotto.
Poche sere dopo, Paolo tornò; Leona, seguita da Nazareno, l’aspettava alla stazione; non appena lo vide, gli corse incontro, gli si buttò al collo e gli coprì la faccia di baci. Paolo chiese al cameriere:
– Niente di nuovo?
– Niente, signor conte.
Un legno li ricondusse a casa. Paolo domandò alla Leona come aveva passato il tempo; se si era troppo annoiata senza di lui; se il denaro le era stato sufficiente. La donna rispondeva dolcemente, umilmente, ma con la voce velata da una grande malinconia; poiché ella vedeva come il suo amante fosse tornato più freddo e più disamorato di prima.
La casa era lustra come uno specchio; in tutte le stanze regnava un ordine, una pulizia, una pace intima e raccolta che rivelava la donna, la donna vigilante e affettuosa. Sullo scrittoio di Paolo, era una coppa di Murano in stile del cinquecento: una sorpresa che Leona aveva preparata al suo diletto, con i suoi risparmi di quei due mesi di solitudine. Paolo sentiva la tenerezza timida e sottomessa di quell’accoglienza; ma non se ne volle lasciar commuovere. Ringraziò a fior di labbro la donna, che lo guardava fissamente, con i grandi occhi supplichevoli, aspettando una buona parola; poi passò con lei nella sala da pranzo, dove la minestra fumava in tavola.
Allora egli cominciò a raccontare le gite che aveva fatto: era stato a Viareggio, a Livorno, sulla riviera ligure, a Venezia. Citava le persone che aveva veduto, le avventure che gli erano occorse, ridendo allegramente al ricordo di qualche storia comica o piccante. Leona lo lasciava dire, contentandosi ogni tanto di fare qualche domanda, per mostrare che lo ascoltava; guardandolo spesso in viso; sospettando, sotto quell’onda di parlantina, qualcosa che egli le voleva nascondere. Quando il giovane ebbe finito, gli chiese:
– E ora non ti muovi più?
– No… non so… non credo – fece lui imbarazzato. E, per sviare la conversazione, soggiunse:
– Hai visto qualcuno dei nostri amici?
– Nessuno: sono stata sempre sola, con Nazareno.
A Paolo parve che queste parole, che erano la verità, suonassero rimprovero per lui; e se ne sentì infastidito. Non rispose; ma non aprì più bocca per tutta la sera.
– Sei di cattivo umore? – gli domandò Leona, quando si accorse di quell’improvviso silenzio.
– Ah, ah! si ricomincia? – fece lui con accento seccato.
– O allora perché a un tratto ti sei fatto muto? – ribatté lei, con un fremito nella voce.
– Perché non ho altro da dire – rispose lui, seccamente. – Sei tu piuttosto che da due ore che parlo, mi rispondi con monosillabi.
– E che vuoi che ti dica, io? Sono vissuta sempre con Nazareno, badando alla tua casa, senza vedere nessuno: ecco tutto.
Di nuovo, a lui parve che ella gli rinfacciasse quei due mesi di svago. Si alzò e disse:
– Sai, mi sento stanco del viaggio: vado a letto.
Ella gli diede la buonanotte, e lo guardò allontanarsi, il cuore gonfio di un’angoscia crudele. Neanche un bacio gli dava, dopo tante settimane che non si vedevano! Ah, egli non l’amava più, egli non l’amava più! ne aveva la certezza assoluta. Che avrebbe fatto ella, ora? Sarebbe ancora rimasta in quella casa, dove era tollerata per forza? No, no: avrebbe provocato una spiegazione, e sarebbe andata via. Via, sola, senza nessuno al mondo, abbandonata a se stessa, come prima! Una tristezza infinita, senza pianto, le ingombrava l’anima. La sua immaginazione correva; architettava mille progetti inattuabili: voleva ingelosirlo, farsi amare da un altro, occupare tutta Roma di sé e della sua vita. Ma come, come far questo con l’amore pazzo che le rodeva il cuore, che glielo empiva tutto di lui? Che aveva fatto egli dunque per farsi amare a quel modo? Destino! era il suo destino! Ma quella vita non poteva durare; bisognava venire a una spiegazione: o dentro o fuori.
E se egli aveva un’altra amante? Se quei due mesi li avesse passati a viaggiare con colei, mentre ella, povera donna, se ne stava in casa ad aspettarlo? Una punta più acuta di dolore e di gelosia le lacerò il cuore. D’improvviso ella li vide entrambi, lui e quell’altra che non conosceva, in un vagone di ferrovia, muti, abbracciati… Oh, no, no, era troppo! Perché almeno non avrebbe egli avuto la franchezza di dirglielo? E poi, le pareva che, se ciò fosse stato vero, ella se ne sarebbe dovuta accorgere: glielo avrebbe letto negli occhi, avrebbe trovato i segni certi del tradimento, l’aria stessa le avrebbe rivelato l’orribile segreto. Non si poteva dissimulare, non si poteva mentire così. Ella aveva dato tutto a quell’uomo, il suo onore, la sua giovinezza, tutta se stessa, due volte; lo aveva amato con tutte le forze dell’anima sua; non poteva risolversi a credere che egli in compenso la ingannasse con tanta perfidia: ciò le pareva mostruoso, quasi fuori del possibile.
Forse non si trattava di altro che di un raffreddamento derivato da altre ragioni che ella non conosceva: la mancanza di denaro; il bisogno di una vita più brillante, chi sa? Oh, ella avrebbe concesso tutto, avrebbe ceduto in tutto, se avesse potuto immaginare che egli le dimostrerebbe un po’ più di affetto sincero! Sì, bisognava spiegarsi, bisognava intendersi: ella voleva sapere la verità: domani, domani.
E quando prese il candeliere per andare a letto lei pure, due grosse lacrime silenziose le rigavano il volto pallido e stanco.
Il domani, appena svegliatosi, Paolo si alzò e si vestì per uscire. Leona non ebbe il coraggio di domandargli dove andava; ma glielo disse lui, quando fu sull’uscio, come se avesse aspettato quell’ultimo momento per evitare i discorsi:
– Sai, oggi arriva mia madre: io resto all’albergo, con lei.
– Non torni neanche stasera? – domandò lei, timidamente.
– Non so: può darsi – concluse lui, avviandosi verso la porta della scala.
Quella brusca notizia mise lo scompiglio nell’anima della giovane donna, senza che neppure lei ne indovinasse la cagione. Aveva dei cattivi presentimenti. Perché Paolo non le aveva dato quella notizia la sera avanti? E che poteva venire a fare la vecchia contessa a Roma? Forse volevano indurre Paolo a separarsi dalla sua amante? O c’era dell’altro nell’aria?
Non si era mai sentita tanto agitata come quella mattina. Girava per la casa, toccando ogni cosa, senza riuscire a fare nulla, distratta, soprapensiero. Alla fine, la sua smania divenne tale che ella risolvette di uscire, come se all’aria aperta dovesse trovare la soluzione del mistero che la tormentava.
Si avviò verso il Pincio, a passi affrettati, ed entrò nel giardino.
A quell’ora non c’era nessuno; tanto più che il cielo era coperto di nuvole oscure e pesanti, e tirava un brezzone umido che raggricciava la pelle. Le ultime foglie dell’autunno turbinavano in corsa lungo i viali, dove qualche passero ancora saltellava in cerca di cibo. Tutto intorno i grandi alberi scheletriti parevano divincolarsi fra le strette furiose del vento; una fontana invisibile chioccolava, triste e monotona, in distanza.
Leona girò gli occhi dattorno; ma il giardino era sempre deserto. Allora invece di seguitare a salire, discese per un viale opposto, e dopo un centinaio di passi, si trovò in piazza del Popolo. Andò avanti, senza guardare, senza sapere; solo la voce di un vetturino: – Il legno! – le fece voltare un momento la testa. Imboccò il Corso. Sdrucciolava sul selciato lustro di pioggia; si fermava ogni tanto davanti a una vetrina, immemore, come stupita; poi senza avere visto nulla, ripigliava il cammino. E un pensiero le stava fisso, come un chiodo, nella mente: – Mi separeranno da lui! Mi separeranno da lui! – I passanti, a mano a mano che ella procedeva, diventavano più numerosi: ora ella li guardava in faccia, a uno a uno, quasi per riconoscerli: un tale, un uomo grasso e panciuto, vedendosi fissare a quel modo, fece un mezzo giro e le tenne dietro. Ella avrebbe voluto farsi una ragione sui fatti; passare in rassegna tutte le ragioni che avrebbe avuto Paolo di tenerla seco, anche contro la volontà della vecchia contessa; in fin dei conti, poi, non era certa di nulla: ma la sua fantasia lavorava, evocava Paolo ora innamorato, ora freddo, ora generoso, ora cattivo: in quel momento un garzone di fornaio la urtò con la cesta che reggeva sulla spalla. Lei si voltò e gli gridò dietro:
– Villanaccio!
L’altro rispose con parole che lei non intese. Intanto cominciava a piovigginare: le gocce d’acqua le ferivano il collo e la faccia come punte di aghi sottili. Leona alzò la testa e guardò per cercare dove ricoverarsi: davanti, in fondo, vide l’insegna del caffè di Roma. Allora, improvvisamente, si ricordò che lì andavano a far colazione degli amici di Paolo; ebbe la certezza materiale che lì avrebbe saputo quel che voleva. Entrò.
Suonava mezzogiorno, e il caffè era pieno di gente. Leona andò a pigliare posto a una tavola, in fondo: tutti si voltarono sul suo passaggio; due o tre signori si cavarono il cappello: lei non li riconobbe subito. Ma, come fu seduta, Gabriele Caligaris le si avvicinò, il cappello in mano, la testa un po’ calva, corretto; le stese due dita e le disse calmo, come se nulla fosse accaduto fra loro:
– Be’ e di dove piovete? È un secolo che non vi si vede.
– Oh, Gabriele! – disse Leona, stringendogli la mano.
– E così che fate, ora?
– Io? nulla: mi riposo – rispose lei con accento di amara ironia.
– Avete notizie di Paolo?
– È tornato ieri sera.
– Ah! – esclamò Calligaris con l’accento di uno che risponde più al proprio pensiero che alla domanda del suo interlocutore.
Il cameriere mise davanti a Leona un piatto con una bistecca e un fiaschetto di vino. Leona masticò in silenzio qualche boccone della bistecca; bevve due dita di vino, poi, improvvisamente, chiese a Gabriele:
– Sapete la novità?
– So, so – rispose l’altro, scrollando la testa, in atto di con doglianza discreta.
Leona lo guardò; capì che l’altro era informato e che bisognava che ella non si tradisse, se voleva scoprire il terreno, e soggiunse:
– Che ne dite?
– Il villino di via Varese è sempre a vostra disposizione – mormorò il Caligaris, chinando galantemente la testa.
Leona diede un guizzo; ma si contenne. Bevve un altro sorso di vino, fece risuonare negligentemente le smaniglie che portava ai polsi, e riprese:
– È arrivata anche la madre di Paolo.
– Ah, ah! – fece Gabriele, cantando. – Il signor von Moos fa le cose in regola.
Di nuovo, Leona guardò il Caligaris. Il signor von Moos! Che c’entrava il signor von Moos, in quella faccenda? C’era dunque, qualcos’altro che ella non sospettava? Freddamente, seguitando a affettare una mela, riprese:
– E che fa il signor von Moos?
– Mah! si rassegna. Oramai, già, non c’era altro rimedio. Del resto, tanto meglio per voi: quel ragazzaccio, credete, vi avvelenava. Non vi si riconosce più, parola d’onore! – soggiunse, come osservandola ora per la prima volta.
Leona aveva la febbre: fosse il caso, fosse l’astuzia del suo interlocutore, costui sembrava evitare di dire chiaro quello che lei voleva sapere; d’altra parte lei, interrogandolo direttamente, temeva di tradirsi e di metterlo in guardia contro qualunque rivelazione. Stette un poco a riflettere sulle parole onde avrebbe riappiccato il discorso, in quella il Caligaris le domandò:
– E voi ora che intendete fare, se è lecito?
– Nulla… non so… – balbettò la donna.
– Speriamo almeno che Paolo vi compensi con qualche cosa di un po’ meno ideale che non abbia fatto fin qui – esclamò il Caligaris con il suo accento beffardo.
– Lui? ma se non ha un soldo! – disse Leona alzando le spalle.
– Eh! ha i milioni di sua moglie, adesso!
Fu un colpo di coltello al cuore di Leona. Ella aprì la bocca, come se si sentisse mancare l’aria e divenne bianca come un cencio: il Caligaris, che, con la testa piegata, tamburinava delle dita sul marmo della tavola, non se ne accorse. Soltanto levò la testa, meravigliato, quando notò il cambiamento della voce di lei, che diceva, facendosi forza per dissimulare la sua ambascia:
– Io butterei quel denaro dalla finestra.
Gabriele s’immaginò che ella si fosse avuta a male delle parole di lui, e, seccamente, soggiunse:
– Fareste male, mia cara, i tempi sono duri.
Ella si alzò e fece per pagare; ma il Caligaris la impedì quasi a forza. Leona ringraziò con un sorriso nervoso, e uscì: le pareva di soffocare.
Cadeva un’acquerugiola fitta e sottile, che avvolgeva quasi di un velo i palazzi, le botteghe, la via che si stendeva da una parte fino a porta del Popolo, dove il grande obelisco sorgeva, come un’ombra, nella nebbia grigia, e, dall’altra, verso piazza Venezia. Ella non pensò neanche a chiamare un legno di piazza, e, sotto la pioggia, imboccò via dei Condotti. Le gocce fredde che le sdrucciolavano sul collo mal protetto dalla pelliccia, la facevano trasalire: ella non vi badava. Ogni tanto urtava in qualcuno che le passava accanto, l’ombrello aperto: quello si rivoltava, la guardava fisso, poi ripigliava la via, tentennando la testa.
Leona si trovò in casa senza sapere come ci fosse arrivata. Nazareno le diceva:
– Il signor conte ha mandato a prendere della roba, e se l’è fatta portare all’albergo.
– Che roba? – domandò lei, come trasognata.
– Due vestiti, le camicie, la veste da camera e alcune carte. Allora ella si ricordò che non sapeva ancora il nome di lei, della fidanzata. Disse al cameriere:
– Sai che il conte è sposo?
– Oh!… – fece il vecchio con accento di meraviglia e di profondo rammarico; e, senza aggiungere altro, uscì, le spalle incurvate, fuori della camera.
– Che fare ora? che fare ora? – si lamentava ella a voce alta, girando qua e là per la casa. La testa le ardeva; le mani le tremavano. Faceva mille progetti, uno più stravagante dell’altro: andare all’albergo, gettarsi ai piedi della vecchia contessa, supplicarla che impedisse quel matrimonio. No, no, non era questo. Avrebbe veduto Paolo, gli avrebbe parlato, avrebbe pianto, l’avrebbe minacciato; ma la sua immaginazione glielo raffigurava freddo e indifferente davanti a lei, la sigaretta in bocca, l’accento secco e sprezzante. Il vile! ma perché l’aveva voluta, perché l’aveva perseguitata, perché le aveva tolto la pace del cuore e della coscienza, due volte? Per forza l’aveva voluta; e ora l’abbandonava per un’altra, perché un’altra aveva i milioni! L’ingiustizia delle cose del mondo la rivoltava.
Poi ella cercava di farsi una ragione. Non sapeva forse che lui, così vano, così ambizioso, così egoista, era capace di questo e di altro? Non aveva preveduto da un pezzo, senza osar mai di confessarlo a se stessa, che tutto sarebbe finito così? Perché ora se ne rammaricava? Era pur vissuta tanti mesi senza di lui, dopo la loro rottura di Napoli! E, con amarezza profonda, sentiva allora che non lo aveva amato mai tanto, neppure nei primi giorni del loro legame; che gli si era affezionata sempre più a mano a mano che lo aveva conosciuto più perverso e più ignobile! Era un amore fatto di tenerezza, di dolore, di abitudine, di rimpianti e di sogni. Chissà? forse gli voleva tanto bene, perché l’aveva fatta tanto soffrire.
Seguitava a girare per la casa, fantasticando, guardando tutti i mobili, tutti i gingilli, quasi che avesse voluto fissarseli bene nella mente e negli occhi. Un mazzo di fiori, un vecchio mazzo di fiori appassiti, che egli le aveva dato sei mesi prima e che ella aveva conservato in una coppa di cristallo, la commosse improvvisamente. Di subito gli occhi, rimasti aridi fino a quel momento, le si riempirono di lacrime; un singhiozzo le proruppe dal petto; si accasciò su se stessa, per terra, e diede in un pianto disperato e convulso.
Quello sfogo le fece bene. Quando si rialzò, era un’altra: i suoi occhi neri, largamente aperti, mandavano, tra le lacrime, strani bagliori. Se li asciugò in fretta, con il dorso della mano, quasi temendo di non fare in tempo, di essere sorpresa, e andò nello studio di Paolo.
Cautamente, senza far rumore, come una ladra, cercò di aprire i cassetti dello scrittoio: erano chiusi. Allora andò in camera: sapeva che nel comodino c’era un vecchio mazzo di chiavi di ogni forma e di ogni lunghezza, mezzo arrugginite, tenute insieme da un cerchio di acciaio. Le prese, tornò nel salotto, ne provò e riprovò molte: una, finalmente, girava nella serratura: il cassetto si aprì.
C’erano dentro delle carte, dei guanti scompagnati, delle buste da lettere, dei biglietti da visita, due o tre boccette vuote di essenza, dei fasci di lettere, la più parte venute per la posta. I timbri le rivelavano quelle di data recente: le aprì, le lesse a una a una: erano sottoscritte: «Vittoria Moos» o «Vittoria » o «Vitt.» senz’altro. C’erano anche dei telegrammi con la stessa firma, che davano o rimandavano convegni, che avvisavano, che supplicavano. Le parole di Gabriele Caligaris le tornavano in mente; anche le tornavano in mente certe frasi di Paolo a proposito della ricchezza del banchiere tedesco: ciò nonostante ella non si raccapezzava. In quelle lettere si parlava di un marito, dei rischi e delle angustie di una falsa posizione, del terrore di essere sorpresa. No, non poteva essere lei! E seguitava a leggere: – «Che fatalità! La persona di cui mi servivo e sulla quale avevo intera fiducia, per una questione avuta con altri di famiglia, lascia il suo servizio domani, cosicché tu non mi scriverai, bambino mio, finche io non ti avvisi di aver trovato un altro mezzo sicuro per avere le tue lettere». – «Grazie per questa tua santa lettera: la nobiltà dell’anima tua è pari alla tua gentilezza. Io ti amo per questo e per altro, tesoro! Non temere, io sarò all’altezza dei tuoi sentimenti elevati. Vorrei poterti dimostrare che, per amor tuo, io sono capace di qualunque sacrificio». – «Io so come tutto questo andrà a finire… ma non funestiamoci pensando all’avvenire. Tu mi dici ora, fanciullo mio, che mi ami; e io voglio crederti, chiudo gli occhi e non voglio riflettere ad altro e non voglio sapere più nulla».
Tutto questo accadeva tra l’aprile e il maggio.
Improvvisamente, una lettera dell’agosto diceva: «Margherita mi ha confessato ogni cosa. Ho pianto, mi sono disperata, avrei ucciso con le mie mani quella crudele fanciulla; ma ora mi sono rassegnata. Del resto, me l’aspettavo; ma avrei voluto che tu avessi la franchezza di dirmi tutto, di non lasciarmi illusioni. Tu sai bene, cuor mio, che io avrei fatto di tutto per vederti felice. Oramai io sono vecchia; voialtri siete giovani tutti e due, e vi amerete, e sarete felici. Sia fatta la volontà del Signore. Tu sei stato sempre il mio figliuolo adorato: ora lo sarai di fatto e di nome. Io vedrò di fare intendere la cosa a mio marito, e voialtri due, buone e adorate creature, benedirete la vostra povera madre che, simile al pellicano, si strappa il cuore per voi. Chino la testa, e piango».
Finalmente Leona intendeva. Non sapendo che Margherita era nipote del banchiere, si immaginò che ne fosse la figliola; e un’onda di disgusto le salì su dal cuore. Anche questo: egli sposava la figlia dopo essere stato l’amante della madre! Oh, ma si poteva essere dunque più abbietto di così?
Improvvisamente, ella udì, nell’altra stanza, la voce di Paolo. In fretta e in furia, si cacciò in tasca quelle lettere, richiuse il cassetto e, per non dar sospetti, si affacciò alla finestra.
– Leona! – disse Paolo, fermandosi in mezzo alla stanza.
– Eh! – fece lei, tranquilla, voltandosi.
– Guarda che stasera non torno: mia madre mi vuole con sé all’albergo!
– Va bene – rispose la donna.
Ma quando egli si avviò per uscire, lei lo trattenne con un gesto.
– E – disse – non tornerai neppure domani, nevvero?
– Perché?
– Oh! perché la mia presenza in questa casa ti compromette. Lui scrollò le spalle. Ella riprese:
– Non mentire, non mentire. A quando il matrimonio?
– Che matrimonio? – balbettò lui.
– Il tuo matrimonio con la Moos: tutta Roma ne parla. Egli divenne cinico. Rispose:
– Ebbene, sì: giacché te lo hanno detto, sarà una noia di meno. Sissignora: sposo la von Moos: c’è altro?
– E io?
– Oh – fece lui, con un mezzo sogghigno, fingendo di intendere quello che l’altra non voleva dire – penseremo anche a te, non avere paura.
– Quanto mi dai per l’onore che mi hai rubato, per l’ignominia che mi costi? – disse lei, cominciando a esaltarsi, ma cercando di tenersi calma a ogni modo.
– Fa una domanda – disse lui freddamente.
– Vile! vile! vile! – proruppe Leona, andandogli incontro, i pugni chiusi, le pupille sbarrate, tremando per tutto il corpo.
– Ohè – fece lui, tirandosi da una parte, impaurito sul serio.
– Tu non la sposerai, capisci? – gli mormorò ella in viso con voce sorda, gettando fiamme dagli occhi.
– E chi me lo impedisce? – esclamò lui, con un riso di orgoglio sprezzante.
– Io! io! io! Io lo impedirò a te e a quella vecchia mezzana di tua madre!
– Ah, sgualdrina! – disse lui sul punto di avventarsi.
– Provati!
E, con un piede puntato avanti, il solido pugno da scudiera teso contro di lui, i capelli sparsi, lo guardava in atto di sfida. E come egli, seguitando a vomitare contumelie, le sbatteva la porta in faccia, lei gli corse dietro gridando:
– Canaglia! canaglia! credevate dunque di potermi buttare via così, come un cencio smesso? Credevate di poter commettere le vostre infamie così, senza un rimorso? Aspetta, che te lo dò io il matrimonio! Aspetto, aspetta, pìcaro!
Il conte Paolo Cappello era già sulla strada, che ella gridava ancora.
Quando Leona, ancora fatta vibrante per quello sfogo, rientrò nella stanza, si buttò a sedere su un divano e, curva sulle ginocchia, la testa fra le mani, si mise a riflettere. A poco a poco la stanza rimase nel buio: i mobili, le stoffe, i vasi, i gingilli di ogni sorta quasi naufragavano, perdendo i colori e i contorni, nell’ombra della sera: solo la finestra aperta si intagliava chiara nel cielo umido e grigio. Delle voci venivano di lontano, languidamente; e, dai bussi fitti della Trinità dei Monti, giungeva, eguale e monotono, il singhiozzo della fontana.
Improvvisamente Leona si riscosse e ordinò a Nazareno di portarle un lume. Aveva nella fronte quella ruga profonda che suole precedere una determinazione troppo rischiosa. Tutta la sera non disse nulla; pranzò in fretta, di malavoglia e quasi sempre distratta, a segno che, non accorgendosi di aver già mangiato la frutta, tornò a domandarla. Poi, rimase a bere del vino e a fare un giuoco di carte, fermandosi ogni tanto a fantasticare, gli occhi istupiditi. Andò a letto ubriaca, e dormì di un sonno di piombo.
Il sole era già alto sull’orizzonte, quando Leona si svegliò e si rizzò a sedere sul letto. Si vide sola; si ricordò; ebbe come una trafittura nel cuore. Balzò fuori del letto; si vestì lentamente; si lavò; si tirò su i capelli: tutto questo incoscientemente, come una mentecatta. Quando si mise la mano nella tasca del vestito, e vi trovò le lettere della von Moos, che vi aveva nascoste la sera avanti, provò quasi un senso di meraviglia. Poi uscì.
Il tempo si era mutato, e la mattinata era fredda, ma bella. L’aria ghiaccia le fece bene; ella attraversò piazza di Spagna, che rideva nella luce diffusa, e per via della Croce si recò nella chiesa di San Carlo al Corso. La chiesa era aperta; ella vi entrò, e andò diritta a inginocchiarsi vicino a un confessionale. Due o tre vecchie signore, che ascoltavano la messa, si voltarono a sbirciare la nuova venuta. Leona, la faccia tra le palme, pregava.
Di lì a poco udì un leggero rumore nel confessionale; lo sportello si aperse, e una voce sussurrò:
– Dite il confiteor.
Ella disse il confiteor pianamente, senza levare gli occhi, senza abbassare le mani dal viso.
La voce riprese, dolcemente:
– Dite i vostri peccati, figliola mia.
– Vivo in peccato mortale, padre – mormorò ella con un filo di voce.
– Con un uomo?
– Con un uomo.
– E allora, perché venite da me, figliola mia? – riprese la voce, ancora più dolcemente.
– Per un consiglio, padre.
– Parlate.
Ella raccontò la sua storia: come si era data a quell’uomo; come egli l’aveva lasciata la prima volta; come l’aveva ripresa; come ora l’abbandonava di nuovo, per sempre, per sempre, per sposare un’altra. La voce della penitente era gonfia di lacrime.
– Ebbene, figliola mia: offrite a Dio codesto dolore, che egli forse vi manda per espiazione dei vostri peccati; ringraziatelo anzi che vi abbia tratto, nella sua grande misericordia, dall’abisso dove eravate caduta…
– Ma lui! lui! – proruppe la donna singhiozzando – lui che sposa la figlia di una sua amante, una vecchia…
– Calmatevi, figliola, calmatevi! – insisteva la voce.
Ella soffocò il pianto; riprese:
– Gli devo lasciare far questo?
– Benedetta figliola! pensate a confessare i peccati vostri, non quelli degli altri.
– Oh padre! se mi abbandona lei!…
– Abbiate pazienza, figliola – riprese la voce, con un accento di persuasione paterna – ma io son qua per confessare tutti, santa pazienza! Vedete quanta altra gente che aspetta! Abbiate pazienza, figliola, figliola mia! Questo con la confessione non c’entra. Oh, Signore! Non ci mancherebbe altro che ognuno venisse qui a raccontarmi i suoi guai! Voi vivete in peccato mortale; volete seguitare a vivere in peccato mortale; e che volete che vi dica, Signore del Paradiso!
Ella si alzò stupefatta, senza rispondere, e se ne andò barcollando; un’altra prese il suo posto.
Uscita dalla chiesa, Leona chiamò un legno e vi salì dentro. Improvvisamente, mentre si adagiava sui cuscini, le venne un’altra idea; il suo viso parve rischiararsi un momento. Ordinò al cocchiere:
– Albergo della Minerva.
Sapeva che la madre di Paolo era lì, e le voleva consegnare le lettere della von Moos, affinché la contessa, che certo ignorava la tresca anteriore, si opponesse a quel matrimonio. Paolo non sarebbe stato più suo, ma non sarebbe stato neppure di quell’altra. La contessa, certo, non avrebbe voluto tener mano a un’infamia di quella sorta. E cercò di nuovo in tasca per assicurarsi che le lettere c’erano davvero.
Durante il percorso, in via della Maddalena, ella incontrò il Caligaris, che le fece di cappello, con quel suo solito sorriso di sottile ironia.
Davanti l’albergo della Minerva, la carrozza si fermò. Leona ne discese, entrò nel portone e domandò a un cameriere:
– La contessa Cappello?
– Favorisca di venire con me – rispose il cameriere, precedendola.
Ella lo seguì al primo piano. Davanti a un uscio, il cameriere picchiò.
– Avanti! – disse una voce agra di donna.
– Chi devo annunciare? – mormorò il cameriere mettendo la mano sul pomo della serratura e volgendosi verso la signora, con un inchino del capo.
– Leona – disse l’altra, arrossendo un poco, quasi che quel nome avesse dovuto rivelare al cameriere il suo vero stato.
Il cameriere lasciò l’uscio socchiuso, ed entrò. A Leona il cuore batteva forte. Ella udì profferire il suo nome; udì la voce agra esclamare:
– Che vuole ancora, costei?
Un’altra voce, la voce secca e fredda di Paolo, ordinò:
– Dite a quella signora che la contessa non riceve.
Leona non aspettò che il cameriere le venisse a riferire quella risposta, e si precipitò per le scale. Dei vapori le salivano al cervello e le davano come una visione di sangue: ella era divenuta livida, e le mani, nel manicotto, le tremavano. Attraversò il portone con gli occhi bassi, in fretta; risalì nella vettura che l’aspettava, e ordinò al cocchiere:
– Banca Moos.
Digrignava i denti, in silenzio, come una belva ferita a morte.
Il cielo, le vie, le case, ella non vedeva più nulla; una brama irresistibile di distruzione e di vendetta la mordeva al cuore; le pareva che il cavallo non corresse abbastanza. – Tu non lo sposerai! – mormorava dentro di sé, le labbra contratte dall’ira. E vedeva il banchiere, un uomo che ella non conosceva, ritto innanzi a una finestra, leggere quelle lettere, a una a una, sudando freddo.
Di nuovo, il legno si fermò davanti a un gran portone spalancato, sul quale una tabella recava in lettere d’oro la scritta: Banca Moos & C. Leona salì rapidamente le scale coperte da un tappeto grigio listato di rosso; giunse al primo piano e domandò a un usciere gallonato:
– Il barone Moos?
– Non riceve – disse l’usciere – ripassi dalle tre alle quattro. – Non importa, non importa: basta che gli consegniate queste carte. È di là, non è vero?
– Sissignora: è nel suo gabinetto.
Leona cavò il pacco delle lettere, che le sfuggivano dalle mani; alcune caddero in terra: l’usciere le raccolse.
– Potete darmi una busta, ma grande!
L’usciere andò a un tavolino, aprì un cassetto e ne trasse una busta enorme. Leona vi ripose dentro le lettere, alla rinfusa; chiuse la busta, e la consegnò all’usciere, dicendogli:
– Bisogna dargliele subito: si tratta di un affare importante.
– Non dubiti, signora! – rispose l’usciere pigliando religiosamente in mano quella busta, raccomandata con tanta premura. Quando Leona uscì dalla banca, provava un senso di sollievo, come se fosse uscita da una prigione. Era quasi allegra, e tornò a fare colazione al caffè di Roma.
Il giorno seguente lo scandalo di casa von Moos faceva le spese della conversazione in tutta la società elegante di Roma che, sulla fine di ottobre, era già numerosa. Davanti al caffè Aragno, nel caffè di Roma, negli uffici dei giornali, dappertutto si raccontavano i particolari del fatto, secondo che ognuno li sapeva o poteva immaginare. Von Moos aveva sorpreso alla moglie delle lettere del conte Cappello, dicevano alcuni; no, aveva sorpreso al Cappello le lettere della moglie, dicevano altri. Ma come? ma sì, per un equivoco: il Cappello, che doveva sposare la nipote del banchiere, aveva rimandato le lettere alla zia di lei, e invece erano capitate in mano allo zio, il banchiere medesimo. Il matrimonio era andato per aria, naturalmente: la sera stessa, zia e nipote partivano per la Germania; e si parlava anche di una sfida corsa fra il conte Cappello e il banchiere. In un crocchio di amici il segretario del Moos raccontava, ridendo, come il barone aveva dato a lui quelle lettere, affinché le leggesse e gliene riferisse, credendo che si trattasse di affari. Oh! la faccia che aveva fatto quando il segretario, dopo avere scorso il carteggio, aveva dovuto osservargli:
– Signor barone, credo più conveniente che queste carte le esamini da sé.
– Impagabile! impagabile! – gridavano tra le risate gli amici del caffè di Roma.
Quando Gabriele Caligaris udì raccontare la cosa, esclamò placidamente:
– Qui sotto c’è lo zampino di una donna.
– Leona!- esclamarono tutti, meravigliati di non averci pensato prima. – Sicuro! doveva essere stata lei! Ah, la terribile creatura!
– E ora dove si trova? – domandò l’Ozanil.
– Come? non sapete la notizia? – rispose il Caligaris. – È tornata agli antichi amori: domani sera debutta all’Alhambra.
– Bisogna andarci, perbacco! – disse qualcuno.
– Caligaris ne ha l’obbligo, lui che fu per sei mesi il tutore della donzella – riprese Giorgio Ozanil ridendo giovialmente nella sua gran barba lucida e nera.
Il Corso era rumoroso e animato, la sera appresso, come sempre, a quell’ora, in Roma, d’autunno. Il cielo, cupo e profondo, scintillava di stelle: davanti le vetrine fiammeggianti delle oreficerie, dei magazzini di mode, delle dolcerie, la gente si fermava a crocchi e guardava a lungo. Erano giovani donne a braccio dei loro mariti impiegati, che andavano a spasso; erano ufficiali di primo pelo che adocchiavano qualche sartina. Passando, si potevano cogliere brani di conversazione, come in una sala da ballo: una vettura veniva a passo, e si udiva la voce del vetturino, accompagnata dallo schioccare della frusta: – Il legno! – Ogni tanto la porta vetrata di una trattoria si spalancava, e, con un grasso odore di cucina, ne usciva un gruppo di signori, il sigaro in bocca, le mani affaccendate a tirare su il bavero del cappotto.
Il caffè di Roma era più popolato del solito. Attraverso i vetri umidi di vapore, si vedevano dei camerieri in marsina andare e venire, le braccia ingombre di piatti. Tutti i tavolini erano pieni: in fondo, quattro o cinque signori, in abito da viaggio, la borsetta a tracolla, mangiavano in silenzio; e come non erano fra gli assidui del luogo, più di uno si voltava a guardarli.
La porta del caffè si aprì, e apparve Gabriele Caligaris. Si fermò un momento per calzare un guanto, accese un sigaro e chiamata una vettura, ordinò al cocchiere di portarlo all’Alhambra.
Ma in quel momento una turba di strilloni si precipitò per il Corso, gridando: – Fanfulla! Fanfulla con il duello di oggi! Fanfulla! – Le voci salivano e si perdevano in tutte le direzioni; molti si fermavano a comprare il giornale; anche il Caligaris lo comprò e, senza aprirlo, se lo mise in tasca. La vettura si mosse.
Sulla porta del Circo c’era già una folla straordinaria. Gabriele scese dalla vettura, girò da un lato e per una porticina che dava in un lungo corridoio si avviò verso l’interno, donde a tratti giungeva uno sbruffare e uno scalpitare di cavalli, qualche nitrito impaziente e un acre odore di fieno.
Sotto la luce cruda del gas che illuminava le pareti di legno, egli incontrava qualche clown già bell’e vestito, la parrucca rossiccia a punta, i pomelli ardenti di minio, le sopracciglia alte ad angolo acuto, il vestito cascante; qualche pompiere in divisa che passeggiava serio e silenzioso; qualche cavallo tratto a mano da un palafreniere. Quando si trovò sull’entrata della stalla, il signor Balzano, che urlava dei comandi alla sua gente con il frustino levato, gli disse con assai buona grazia:
– Buona sera, signore.
Il Caligaris, che era noto per la sua ricchezza e aveva fama di intenditore in fatto di cavalli e di donne, godeva nel circo di una grande considerazione.
– Buona sera, Balzano – rispose lui, con un accento beffardo di degnazione. – Stasera è in rialzo, eh, la vostra baracca?
– Eh! quando le donne ci si mettono di mezzo! – disse il direttore, ridendo.
– La Perla di Granata, nevvero? Voi siete un uomo di genio, Balzano. E, a proposito, dov’è la piccina?
– Nel suo camerino; ma ha già dato ordine di non ricevere nessuno.
– Neppure me? un vecchio amico innocente?
E senza darsi pensiero dei gesti di stizza che il direttore faceva dietro le spalle di lui, andò verso il camerino di Leona, e, con il pomo del bastone, picchiò.
– Chi è? – chiese la voce della giovane.
L’uscio di legno si aprì e, dietro la tenda, apparve la bruna testa sorridente di Leona.
– Venite: fate presto – disse; e richiuse subito.
Il camerino era ingombro di casse, di vestiti, di maglie, di scarpine color di rosa, di nastri. Sulla pettiniera giacevano alla rinfusa bottiglie, vasi, scatolini di ogni foggia e di ogni dimensione, donde emanava un profumo pesante di pomata e di cipria. Leona, in una lunga amazzone oscura che le serrava il busto come una maglia, il lucente cappello cilindrico piantato sul volume abbondante dei suoi meravigliosi capelli, un frustino sotto il braccio, la sigaretta in bocca, si calzava un paio di guanti scamosciati che le arrivavano fino al gomito. Chiese a Gabriele, tranquillamente:
– Ebbene! com’è andata?
– Ferito sotto la settima costola – rispose l’altro, serio.
Ella impallidì. Soggiunse, con la voce arrochita:
– A morte?
– Non credo; ma ne avrà per sei mesi, almeno.
Leona non aggiunse nulla; ma poiché doveva abbottonarsi un guanto, e la mano le tremava, disse a Gabriele, porgendogli il braccio:
– Mi fate il piacere?
Ella era triste, molto triste; ma provava, in fondo, una gran calma, un benessere di rinnovamento, quale si prova in convalescenza, dopo una malattia lunga e mortale.
Eppure l’uomo che ella aveva creduto di amare fino a due giorni avanti, si trovava in fin di vita, e lo aveva perduto per sempre. Si era dunque ingannata? Non lo aveva mai amato? Ma due giorni avanti le era parso di morire dalla disperazione. Era forse l’orgoglio offeso? E l’amore non era fatto d’altro che di abitudine e di amor proprio? Non sapeva, non comprendeva; questo sentiva soltanto, che il suo cuore, improvvisamente, era entrato nel buio, si era chiuso come una tomba, dove non c’era più né desiderio, né speranza, né dolore, né nulla. Era questo, dunque, l’amore? E, come l’orchestra attaccò un tempo di galoppo, ella, con il frustino, si mise a batterne il tempo sulla pettiniera ingombra: un vaso di pomata rosea cadde per terra, e si ruppe.