Cordelia – Piccoli eroi – Libro per ragazzi

Questo libro è la semplice storia di alcuni fanciulli che passano i mesi d’autunno in campagna assieme alla sorella maggiore, la quale insegna loro la scienza della vita, e coglie l’occasione degli avvenimenti che succedono tutti i giorni, per dar loro saggi consigli ed utili ammaestramenti.
Le allegre scampagnate, le visite agli stabilimenti industriali, i divertimenti all’aria aperta, vengono alternati colla lettura di racconti, nei quali si narra la storia di eroismi ignorati, di sacrifizî sconosciuti.
Questo libro è dedicato ai ragazzi dai nove ai quattordici anni. Spero anch’io, per servirmi delle espressioni di un illustre e caro maestro, che esso possa interessare i giovani lettori e far loro un po’ di bene.

LA FAMIGLIA MORANDI.

Appena il signor Morandi potè riaversi dal colpo provato per la morte della moglie, sentì una stretta al cuore pensando al suo impiego, che lo teneva fuori di casa tutto il giorno, e ai suoi sei figliuoli ancora giovanetti, dei quali bisognava occuparsi.
– Come posso fare? – disse con accento straziante, tenendosi la fronte colle mani in atto disperato. – Non so più dove dare del capo!
Maria, una bella fanciulla di diciassette anni, colla faccia di madonnina e gli occhi espressivi, gli si avvicinò e mettendogli le braccia intorno al collo disse:
– Babbo, tu pensa al tuo ufficio; ai ragazzi penserò io.
Il signor Morandi la guardò in faccia per accertarsi se dicesse da vero, ed esclamò:
– Che cosa puoi far tu che sei quasi una bimba? Se almeno tutti i ragazzi fossero d’indole docile come Vittorio e Giannina, ma gli altri tre…. Oh la sarebbe una cosa superiore alle tue forze!
– Senti, babbo, – riprese Maria. – Lo so, di mamme non ce n’è che una, ed è impossibile poterla supplire, ma quello che potrebbe fare un’altra persona, ti prometto di farlo io; chè infine i miei fratelli li conosco da tanto tempo e gli voglio bene.
– È vero, sei una donnina, ma tanto giovane che non puoi sapere quello che ci vuole a condurre una casa come la nostra.
– Mi farò vecchia, sono così seria che tutti mi danno molti anni di più; vedrai, babbo, che resterai contento.
– Non pensi che dovrai sacrificare la tua gioventù in un ufficio ingrato?
– Faccio qualunque sacrifizio piuttosto che veder un’altra persona far le veci della mamma, mi ci metto con tutta la buona volontà e ti prometto di fare il possibile affinchè tu possa stare tranquillo.
– E sia! – disse il signor Morandi dando un sospirone di sollievo e alzandosi per nascondere la sua commozione; poi prese fra le mani la testolina bruna della figlia e la baciò dicendole:
– Dio t’aiuti e faccia sì che non t’abbia mai a pentire dell’incarico che ti sei preso! – Poi chiamò gli altri figliuoli e disse loro accennando a Maria: – Questa sarà la vostra mammina, mi raccomando, siate buoni e non la fate troppo inquietare.
Ecco come Maria si trovò a diciassette anni al governo della casa, coll’obbligo di dover pensare a cinque figliuoli irrequieti.
Non era ancora uscito suo padre, che Maria ebbe timore d’aver presunto troppo delle sue forze; dei suoi fratelli, Carlo, il maggiore, era insubordinato, Elisa piena di pretensioni, come se fosse una principessa, Vittorio studioso ma disordinato, Mario vivace ed irrequieto e la sola Giannina docile e buona; e mentre si sentiva disposta a dar loro dei consigli e ad aiutarli negli studii, come avea sempre fatto, le dava pensiero il fare da massaia. Quell’ufficio non era il suo ideale, non sapeva nemmeno da che parte incominciare, specialmente con una famiglia tanto numerosa, colle poche rendite di cui poteva disporre e in una città dispendiosa come Milano.
Il padre era impiegato alla ferrovia, aveva un discreto impiego, ma per mantenere tutta la famiglia con un certo decoro bisognava fare miracoli di economia, come avea sempre fatto la signora Morandi.
Da principio Maria continuò collo stesso sistema della mamma, e si arrovellava il cervello a far conti per venirne a capo coi quattrini che le dava il babbo.
Il suo sogno era di poter a furia di abilità e di economia far godere alla famiglia una vita agiata, ed il suo scopo, veder bene avviati i ragazzi.
Essa avea fatto in cuor suo intera rinuncia dei suoi desiderii e delle sue aspirazioni, per consacrarsi interamente al benessere della famiglia.
La mattina s’alzava prima di tutti, e dopo aver dato ai fratelli una bella ciotola di latte, li mandava a scuola mettendo nel loro paniere qualche cosa per la merenda, affinchè potessero aspettare tranquillamente l’ora del pranzo.
Eppure per quel po’ di merenda bisognava vedere come la facevano stizzire!
Elisa era spesso imbronciata di dover portare soltanto pane e burro o un po’ di cacio, mentre molte compagne avevano nel paniere prosciutto, arrosto, biscotto ed altre leccornie; a Carlo non bastava mai nulla, avrebbe voluto una porzione da lupo. Mario invece, nella sua sbadataggine, era capace di dimenticare a casa la merenda; meno male che Vittorio era sempre contento e Giannina divideva spesso il suo companatico colle compagne che portavano alla scuola pane solo.
Spesso a Maria venivano le lagrime agli occhi per la sua impotenza a tener tranquilli i ragazzi, per l’impossibilità di vederli contenti; però al babbo non diceva nulla per non tormentarlo, egli avea già abbastanza pensieri pel capo; ed essa tenea tutto dentro di sè, ma qualche volta non ne poteva più e si sentiva affranta e scoraggiata.
Godeva un po’ di tranquillità sol quando i fratellini erano alla scuola; allora si sedeva a rattoppare i loro vestiti, a rammendare la biancheria, faceva calcoli colla sua testolina per vedere di fare delle economie, sempre preoccupata del loro benessere.
Uno dei pensieri che rallegrava le sue ore di solitudine era di poter condurre in campagna i fratelli a passar le vacanze. Era una sorpresa che preparava loro fra pochi giorni, un sogno che stava sul punto di realizzare.
Parecchi anni prima, un vecchio zio avea lasciato loro in eredità un casolare di campagna presso il villaggio di M….
Era modestissimo e composto in tutto di sette stanze con davanti un pezzo di terra circondato da un muricciuolo. Non vi avevano mai abitato, perchè colla mamma, spesso ammalata, quella casa mancava di comodità ed era tanto lontana dal villaggio, che prima di poter aver medico e medicine c’era tempo di morire.
Il signor Morandi non avea potuto trovare nè da venderla nè d’affittarla, e la teneva come una cosa inutile, finchè fossero venuti tempi migliori da poterla riattare, oppure da trovare un compratore.
Maria sapeva di quella casetta, e dandole pensiero avere in città, nel tempo delle vacanze, quei cinque diavoletti, volle andare a vedere se c’era la possibilità di poterla abitare, e parlò di questo suo disegno al babbo.
– Chissà quante spese bisognerà fare per abitarla! – egli rispose. – Credo che sia un sogno.
Maria fece una corsa fuori di città un giorno che i ragazzi erano a scuola, e trovò che la casetta era abitabile: semplice, con pochi mobili, di forme antiquate, non eleganti, ma non vi mancava nulla di quello che era strettamente necessario; la sola spesa sarebbe stata di dare una mano di bianco alla cucina. Appena ritornata, disse al padre:
– Il letto dello zio, che è il migliore, va bene per te, gli altri, se non sono molto soffici, non importa, noi siamo giovani e non abbiamo bisogno di tante ricercatezze.
E il padre acconsentì, contento di farsi dare i suoi giorni di permesso durante l’autunno, per fare un po’ di campagna.
Maria, nei momenti di calma, pensava a quei due mesi d’autunno, come ad una festa.
I ragazzi, stando all’aria aperta in libertà, avrebbero acquistata tanta salute; intanto essa avrebbe anche fatto delle economie. In quel pezzo di terra davanti alla casa dove lo zio coltivava i suoi fiori, essa s’era contentata di conservare qualche rosaio presso la porta d’ingresso, ma avea fatto piantare, nel resto del campo, cavoli, fagiuoli, piselli, patate, pomidoro, prezzemolo, insalatina e tutta la verdura che sarebbe bisognata per la casa, e quella verdura s’era offerto a coltivargliela un vicino; così non avea spese: poi al villaggio tutto era più a buon mercato che in città; insomma essa era felice di questo suo disegno. Era soltanto preoccupata degli studii dei suoi fratelli, perchè, se dovevano ripetere gli esami, allora addio campagna! avrebbe forse dovuto rinunciarvi, e a quel pensiero si sentiva stringere il cuore.

GLI ESAMI.

Era una giornata calda nel cuor dell’estate. Elisa e Giannina che frequentavano le scuole elementari, e Carlo che andava al ginnasio, dovevano far l’esame appunto in quel giorno, e Maria, ansiosa di saperne l’esito, andava ogni tanto alla finestra per vederli spuntare di lontano.
Vennero prima le bambine contente, avevano risposto bene ed erano certo passate. Carlo invece entrò di cattivo umore, e tutto furioso gettò il cappello da una parte e i libri dall’altra. Maria si sentì dare un colpo al cuore, e capì subito che cosa significasse quella furia.
– Gli esami non sono andati bene? – chiese con un sospiro.
– Il professore è un asino, – disse Carlo irritato.
– Sarai tu un asino, che non avrai saputo rispondere; almeno lo confessassi, e non fossi tanto presuntuoso. Dunque non sei passato? Me l’aspettavo.
– Mi domandò certe cose difficili; poi i compagni mi facevano ridere, mi sono confuso, ecco.
– Mi dispiace, – disse Maria con amarezza, – così tutti per colpa tua dovranno rinunciare alla campagna.
– Non dir questo, Maria, posso studiare anche là, anzi studierò meglio in mezzo alla quiete campestre.
– Gli è che forse non avrai più bisogno di studiare. Sai che cosa ha detto il babbo? Se non passi ti metterà ad un mestiere, almeno ti guadagnerai il pane.
– Siete matti, – disse Carlo, – io far l’operaio? Mai più. Lo sai, io voglio diventare un personaggio celebre, un eroe.
Le sorelline si misero a ridere.
Maria gli disse che principiava molto bene; del resto sarebbe meglio diventare un buon operaio, che un cattivo dottore.
– Non lo dire al babbo che l’esame è andato male. – disse Carlo, – studierò e ti prometto di non ripetere l’anno; non lo dire al babbo, ti prego.
– Non lo dirò, ma lo verrà a sapere, lo domanderà ai professori.
– Spero che non avrà tempo.
– Però in villa ci andiamo, non è vero, Maria? – chiese colla sua grazietta Giannina, la bimba più piccola.
– In villa? – disse Maria. – Non è una villa la nostra, ma una povera casetta di campagna.
– Se Elisa raccontò ad Angiolina Merli che avevamo una bella villa, con un bel giardino!…
– Sempre le tue solite fanfaronate, – disse Maria rivolgendosi con accento severo ad Elisa. – Possibile che non ti corregga mai di questo vizio?
– Tutte raccontano che vanno in villa e parlano di viali ombrosi, di giardini fioriti, e l’ho raccontato anch’io, per non essere da meno dello altre.
– Lo sai che non voglio che tu dica quello che non è vero.
– L’Angiolina non può mica vedere.
– È forse la figlia della cucitrice? È una buona ragazza.
– Sì, – disse Giannina, – è la più attenta di tutta la scuola, e quando Elisa raccontava della villa avea le lagrime agli occhi pensando che i suoi genitori erano tanto poveri e non potevano andare nemmeno a respirare un po’ d’aria buona; essa diceva: “Invece di una villa mi contenterei di andare in una capanna, pur di essere all’aria aperta e vedere un po’ di verde.”
– Ebbene, la inviteremo a venire con noi, – disse Maria, – è una brava ragazza, conosco sua madre e si fa un’opera buona, così anche vedrà la differenza che passa fra la villa fantastica che le ha descritta Elisa e la casa modesta dove andiamo ad abitare.
Elisa s’era fatta tutta rossa e diceva:
– Maria, ti prego, non farlo, lo racconterà alle compagne e rideranno di me.
– Sarà il tuo castigo, così imparerai a non esagerare le cose e a non farti credere più di quello che sei.
– Piuttosto invita l’Evelina, – disse Elisa.
– Ti pare? Essa è abituata a viver più riccamente di noi, ci dovremmo mettere in impegno e far delle spese, e poi non si troverebbe bene; invece per Angiolina non cambiamo nulla delle nostre abitudini e si troverà bene come una regina. Evelina sarebbe un disturbo inutile perchè non ho nessuna intenzione di fare degli inviti; riguardo ad Angiolina si fa una buona azione. Così uno di questi giorni andremo dalla signora Merli per invitarla.
– Chissà se sua madre la lascerà venire! – disse Elisa. – Sarei proprio contenta che non le desse il permesso.
In questa speranza si calmò, ma era sempre preoccupata dal dubbio che Angiolina accettasse, e quel pensiero le turbò la gioia d’aver terminati gli esami.

MARIO E VITTORIO.

Vittorio faceva la seconda e Mario la prima classe delle scuole tecniche. Erano tutt’e due intelligenti, ma Vittorio tranquillo, studioso, diligente, e Mario invece irrequieto, non avea voglia di studiare e non stava mai attento. Avea dovuto perdere un anno per la sua condotta, e perchè in scuola si burlava non solo dei compagni, ma dei professori.
Maria era impaziente d’aver notizie dei suoi fratelli, e ad una cert’ora s’avviò colle ragazze alla scuola, ma quando entrò nell’atrio, s’accorse che gli esami non erano ancora terminati. Vi trovò molti babbi e molte mamme, anch’essi impazienti di aver notizie dei loro figli, e alcuni ragazzi che uscivano a due a due, a gruppi, chiacchierando assieme e gesticolando, alcuni saltando dalla gioia, altri, incerti, fermati ad attendere che uscissero i professori, nella speranza di saper qualche cosa sull’esito dei loro esami.
Quelli che vedevano da lungi i genitori si univano a loro e quasi tutti erano contenti d’aver terminato le scuole per quell’anno, e della prospettiva di due o tre mesi di vacanza.
Finalmente uscì Vittorio e s’avvicinò alle sorelle colla faccia contenta, sicuro dell’esame che avea fatto.
– È andato bene? – disse Maria.
– Il professore m’ha domandato una cosa facile e m’ha detto: bravo! Come sono contento! – S’alzò in punta dei piedi e diede un bacio a Maria.
Mario uscì correndo e saltando, si mise a giocare alla palla coi libri, e fermatosi davanti alla turba dei suoi fratelli disse:
– Non mi chiedete nulla?
– Dalla tua allegria si direbbe che è andato bene.
– Credo di sì, io non sapevo molto di quello che m’hanno domandato, sono andato avanti diritto senza interrompermi, e pare siano rimasti contenti.
Intanto Maria vide uscire il professore di Mario che conosceva bene, per avergli raccomandato spesso il fratello, gli si avvicinò e gli chiese notizie dell’esame.
– Può dire d’esserne uscito per miracolo, e se non lo salvavo io….
– Ne fece qualcuna delle sue? – chiese Maria.
– Guardi! – rispose il professore, e levò di tasca un pezzo di carta che mostrò a Maria, dicendo: – Questo è il professore che assisteva all’esame, se l’avesse veduto, pensi che classificazione gli avrebbe data!
Era una buffa caricatura che faceva ridere anche non avendone voglia.
Mario rideva e diceva:
– Era troppo bello con quel naso a punta e con quella barbetta; non ho saputo resistere alla tentazione di disegnarlo.
– Pensi, – soggiunse il professore, – che egli m’ha chiesto che cosa facesse colla matita il signorino. Io m’avvicinai, vidi di che si trattava e prendendogli la carta risposi: È uno sgorbio, e dissi a Mario che quella non era l’ora di disegnare; l’ho salvato per miracolo.
– Grazie, – disse Maria al professore, poi rivoltasi a Mario lo rimproverò.
Non poteva perderlo quel brutto vizio di mettere tutti in caricatura?
E Mario rideva e diceva:
– Era troppo bello; era troppo bello.
E il professore salutando Maria, le susurrò a bassa voce:
– Che cosa vuole! è un capo ameno che mi diverte, non sono capace d’essere severo con quel ragazzo, però ha troppa smania di burlarsi di tutti, o finirà coll’aver qualche dispiacere.
Ma Mario non sentiva nulla e tutto felice di aver terminato per quell’anno la scuola, diceva ai suoi libri: Miei cari amici, ora vi vado a mettere al sicuro, e finchè durano le vacanze non turberò il vostro riposo. E andava avanti correndo, urtando la gente come se fosse il padrone della città.

LA CUCITRICE DI BIANCHERIA.

Anna Merli abita, per spender poco, un piccolo quartiere al terzo piano d’una gran casa un po’ fuori del centro. Ha una bella cucina chiara e spaziosa, una camera grande dove dorme col marito, e nello stesso tempo sta tutto il giorno a lavorare. Vicino c’è un camerino, o a dir meglio un bugigattolo, dove dorme Angiolina. Il marito è operaio meccanico, essa cucitrice di biancheria, e fra tutt’e due guadagnano appena tanto da poter vivere colla figliuola.
Un giorno Angiolina, mentre la mamma faceva andare il pedale della macchina da cucire, stava mettendo in assetto la cucina e lavando le stoviglie che avevano servito pel pranzo, quando sentì bussare all’uscio e fu tutta sorpresa di trovarsi in faccia alla Maria e all’Elisa Morandi.
– Mamma, – disse, – c’è qui l’Elisa Morandi colla signorina Maria.
La Merli sospese il lavoro e andando incontro a Maria e ad Elisa esclamò un po’ confusa:
– Che bella sorpresa!
Fece sedere Maria davanti alla macchina, mentre Angiolina conduceva Elisa dal lato opposto della camera.
Maria disse subito lo scopo della sua visita: desiderava che la signora Merli le facesse il favore di lasciar andare l’Angiolina in campagna con loro.
– Quanto sono buoni, – esclamò la cucitrice, – di pensare alla mia figliuola! Poverina, è così palliduccia e ne avrebbe tanto bisogno di un po’ di campagna; ma non sarà troppo incomodo per loro? e poi noi siamo povera gente, e temo che mia figlia faccia cattiva figura coi suoi vestiti modesti.
– Non si dia pensiero di questo, – disse Maria, – abbiamo non poco da fare a tirare innanzi anche noi colla massima economia e non nuotiamo nel lusso, ma già che nostro zio ci ha lasciato una casetta in campagna, e c’è un letto di più, ho pensato d’invitar l’Angiolina che è una brava ragazza, ed è stata delle prime della scuola; così sarà una compagnia e un buon esempio per le mie sorelle.
– Oh per questo, della mia Angiolina non posso lagnarmi; se avesse veduto come mi ha assistito poco tempo fa quando fui ammalata, e non per questo trascurava la scuola, e poi…. – qui si avvicinò per dire qualche cosa all’orecchio di Maria e non farsi sentire da Angiolina che si era avvicinata a loro.
– Povera Angiolina, – esclamò Maria, – sono proprio contenta di poterle procurare un po’ di distrazione.
Intanto la signora Merli chiamò a sè la figlia, e le disse dandole un bacio:
– Sai, figliuola mia, la ragione per cui la signorina Maria si è incomodata a venir fin quassù? È stato per invitarti ad andare in campagna con loro.
– Io in campagna! lo dici per celia, – rispose la fanciulla facendosi rossa.
– Proprio sul serio, – disse Maria, – so che sei amica dell’Elisa, e ho pensato che avrà piacere di averti insieme almeno per quindici giorni.
– È vero? – chiese Angiolina rivolta ad Elisa che se ne stava in un angolo tutta confusa. – Non lo merito, sai; vedi, quando mi raccontavi della tua bella villa credevo che tu lo facessi per farmi dispetto, perchè ero povera e non potevo andare anch’io in campagna, e ho pensato male di te, sono stata ingiusta, perdonami.
– Anch’io mi sono ingannata, – disse Elisa, – non è una villa la nostra, ma una casa, lo ha detto Maria, poi vedrai, ma non aspettarti grandi cose, – e diede un sospirone, contenta d’aver rimediato alle esagerazioni dei giorni passati.
– Sarà sempre troppo per me; mi basta un po’ di aria libera e vedere degli alberi verdi. Che gioia, che felicità! – e si mise a saltare e a battere le mani.
Ad un tratto si fece seria e disse:
– Ma e tu mamma resterai sola! non ho cuore di lasciarti.
– Ora sto bene, e sono contenta che tu vada a divertirti; non pensare a me, la sera ho il babbo e di giorno ho la mia macchina che mi tiene compagnia; piuttosto ringrazia queste signore che hanno voluto farti questa sorpresa.
Angiolina si avvicinò a Maria e, – Grazie! le disse volendo baciarle le mani, ma essa la baciò in volto, poi volle che la signora Merli riprendesse il lavoro interrotto, anzi la pregò che le mostrasse come poteva lavorare così speditamente e tanto bene.
– Ci vuole un po’ d’abitudine e d’attenzione, – disse, e le mostrò come si dovea infilar l’ago in modo che il filo avesse una tensione uguale, e dove si dovea mettere il lavoro e come bisognasse sempre condurlo colle mani, affinchè l’impuntura venisse diritta.
– Appena avrò fatta qualche economia, voglio prendermi anch’io una macchinetta da cucire, – disse Maria, – è un gran risparmio di tempo.
– Può comperare una macchinetta a mano; costa meno, e per una famiglia basta, – disse la Merli; – ma se mi vuol far proprio un piacere quando ha qualche lavoro lungo venga da me, io metto la macchina a sua disposizione. Me lo promette, non è vero? magari le fossi utile a qualche cosa! Sarei felice di mostrarle la mia riconoscenza; è proprio un’opera buona quella che fa per la mia figliuola.
– Sono ben contenta, – disse Maria congedandosi. – Dunque siamo intese; dopodomani alla stazione, – e uscì tutta lieta d’aver avuta quella buona idea.
Elisa si sentiva felice d’aver cancellata l’impressione del suo racconto esagerato, e diceva:
– Per gente che vive in due camerette, la nostra casa farà l’effetto di una villa; io però sarei stata più contenta d’avere l’Evelina.
– E non ti fece piacere la gioia di quella povera gente! – disse Maria. – Sei proprio senza cuore. Dà retta a me; se avessi invitato Evelina, o avrebbe rifiutato, essa che ha tante ville, migliori della nostra catapecchia, o avrebbe accettato con mal garbo e credendo di farci un onore, si sarebbe trovata male, e per giunta ci avrebbe sprezzati e criticati, mentre invece possiamo esser contenti d’aver fatto una buona azione e d’aver reso un servizio a persone che lo meritano e ci serberanno un po’ di gratitudine.

IN CAMPAGNA.

Il treno rallentava, ed i ragazzi volevano slanciarsi fuori, impazienti di correre per l’aperta campagna.
– Adagio, – disse Maria, – volete rompervi una gamba prima di arrivare; finchè non siamo ben fermi, vi proibisco di muovervi.
– Io sono lesto, – esclamò Mario.
– Non ho paura, – disse Carlo.
– Tutto va bene; ma scendere quando una carrozza è in moto è una grave imprudenza; tanti altri più agili di voi e più coraggiosi si sono rovinati per tutta la vita; si tratta d’un minuto e non c’è proprio bisogno d’essere impazienti.
Intanto il treno s’era fermato e giù discesero lesti come tanti scoiattoli, impazienti di correre.
Maria volle invece radunare prima tutto il bagaglio e consegnarlo ad un facchino, raccomandandogli di portarlo a casa sua subito, poi s’avviò assieme ai ragazzi, tutti contenti di trovarsi all’aria aperta, in mezzo ai prati verdi, lontani dalla scuola e dalla città.
Maria aveva un bel da fare a dirigere quella schiera irrequieta. Alla donna di servizio disse di fermarsi al villaggio per far le provviste più necessarie: legna, carbone, candele, pane, vino, carne, uova e burro; le raccomandò di far presto; intanto sarebbe andata avanti coi ragazzi ad aprire la casa.
Vittorio le domandava notizie di tutti i villini che vedevano, Carlo saltava sui muricciuoli e nei fossi lungo la via, Elisa osservava le ville più belle, e Angiolina e Giannina ammiravano tutto, ed erano allegre e contente di trovarsi in campagna.
La loro casa, poco lontana dalla stazione, era una casetta con un balcone grande, coperto da un pergolato di vite, che circondava tutto il muro del cortile; era molto semplice, quadrata, bianca, colle persiane verdi, e d’aspetto ridente. Davanti c’era qualche vaso di fiori e dai lati la verdura che Maria avea fatto piantare e che essa fu piacevolmente sorpresa di trovare molto cresciuta.
– Come sono contenta! – disse. – Guardate quei fagioli che s’arrampicano lungo il muro, e quella insalatina fresca; voi ragazzi, quando avrete riposto nei cassettoni la vostra roba, coglierete un po’ di quell’insalata per pranzo.
Ma nè Carlo nè Mario non se la sentivano di lavorare, volevano correre e divertirsi; invece Angiolina si mise subito all’opera con una prontezza che fece meravigliare Maria.
Essa l’aiutò a disfare i bauli e le casse, a scopare le camere e spolverare le mobiglie con un’abilità da vera massaia.
Giannina voleva imitarla, ma non ci riusciva, invece di radunare la polvere in un mucchio per poi raccoglierla nella cassetta delle spazzature, la sparpagliava per la stanza e dovette rinunciarvi.
– Sei ancora troppo piccina. – disse Maria, – dovrebbe piuttosto farlo l’Elisa.
Ma Elisa invece perdeva il tempo ad osservare le stampe attaccate alle pareti del salotto, rappresentanti la leggenda del Figliuol prodigo, ed i mobili, che guardava con aria sprezzante, trovandoli vecchi e di cattivo gusto.
Al pianterreno non c’erano che tre stanze, la cucina, il salotto grande, spazioso, con tre finestre, ammobigliato con una tavola rotonda nel mezzo e intorno un canapè coperto di damasco di lana verde, due poltrone uguali, e delle sedie di paglia; addossata ad una parete una credenza a tre piani per mettervi i tondi all’ora del pranzo, dovendo quel salotto servire da sala da pranzo, da studio e da ricevere; accanto poi c’era uno stanzino per la donna di servizio. Il piano superiore era composto di quattro camere da letto grandi e ammobigliate colla massima semplicità: nella prima dovea dormire il signor Morandi e Vittorio, nella seconda Mario e Carlo, nella terza Maria e Giannina, nella quarta Elisa e Angiolina.
Quando ritornò la donna colla provvista, Maria volle che s’occupasse unicamente della cucina; le premeva troppo che le casseruole e le pentole fossero pulite bene e le tavole lavate colla potassa; diede un’occhiata agli arnesi di rame per assicurarsi che fossero stagnati, perchè diceva sempre: Non c’è bisogno di fare dei manicaretti, ma quello che si mangia deve essere sano e pulito.
Poi andò al piano superiore e si fece aiutare dall’Elisa che si prestò di malavoglia a rifare i letti, mentre gli altri mettevano i loro vestiti nei cassettoni; ma i ragazzi facevano un’insalata di tutto, e l’Angiolina aveva un bel da fare per mettere un po’ d’ordine in quei cassetti. Essa diceva:
– Fate così; le camice da una parte, le mutande dall’altra, e nel mezzo le cose minute, i fazzoletti, le calze, le cravatte; vedete, ci sta tutto in un cassetto, nell’altro potete mettere i vestiti.
– Ma non c’è l’attaccapanni? – disse Carlo.
– Sì, ma è meglio lasciarlo libero, vedrete che in poco tempo sarà carico anch’esso.
Fece mettere i libri nel cassetto del tavolino che ognuno aveva nella propria camera; così, col suo aiuto, la casa fu presto in ordine, anzi, ebbero tempo di pensare anche agli adornamenti.
In un armadio trovarono dei vecchi tappeti: uno fu disteso in salotto davanti al canapè, con un altro copersero la tavola; poi corsero nel cortile, spiccarono un ramo di rose fiorite, vi aggiunsero un geranio, qualche ramo d’erba odorosa, formarono un mazzo di fiori che misero in mezzo alla tavola, ed il salotto prese un aspetto più gaio ed elegante.
Quando tutto fu in ordine, Maria per contentare i ragazzi li condusse a fare un giro nel villaggio prima del pranzo; passando, andò a salutare il curato che era stato tanto amico di suo zio, e li accolse sorridendo.
Era un buon vecchietto che parlava volentieri del tempo passato, e raccontava le storie del quarant’otto, avendo preso parte in quella rivoluzione, e dimenticando il presente in quei ricordi.
Maria, stimando utile per i ragazzi la conversazione di quel buon vecchio, lo invitò a casa sua, e gli chiese intanto notizie degli altri villeggianti.
Egli raccontò che la bella villa sulla collina apparteneva ad una famiglia di ricchi industriali, che portavano molto vantaggio al paese perchè avevano una grandiosa fabbrica laggiù nella valle, che dava lavoro ad un gran numero di operai, e poi perchè spendevano molto, e il signor Guerini, proprietario della villa e della fabbrica, non dimenticava nè i poveri nè la chiesa, anzi avea regalato a sue spese un nuovo organo.
– E quel casino rosso laggiù in fondo al viale? – chiese Maria.
– È il casino del professore Damiati, una persona molto istruita che viene qui a villeggiare da qualche anno.
– L’ho inteso nominare, è professore al ginnasio, non è vero? – riprese la fanciulla; – mi piacerebbe tanto conoscerlo perchè vorrei pregarlo di dare delle lezioni a Carlo che deve ripetere un esame.
– Glielo farò conoscere, – disse don Vincenzo, – anzi, se andiamo verso la posta, lo incontriamo di sicuro.
– Ebbene, tanto meglio, se non le incomoda siamo pronti.
E s’avviarono tutti insieme parlando della stagione, della campagna e dello zio, che don Vincenzo nominava sempre con vero rincrescimento.
– Crede, – diceva, – che dopo la sua morte mi pare quasi di non viver più nemmeno io? Ci siamo conosciuti giovani, alle barricate di porta Vittoria nelle Cinque Giornate; sono momenti dei quali non ci si dimentica, e poi siamo stati sempre amici, tanto ch’egli è venuto ad abitar qui per me, e ci si divertiva a stare assieme la sera ricordando il tempo passato; le ore trascorrevano in un lampo; penso sempre a quelle belle serate.
– Venga ora che ci siamo noi a raccontarci di quel tempo, sarà tanto utile anche per i ragazzi.
– Ecco il professore, – disse don Vincenzo accennando ad un giovane che veniva verso di loro, assorto nella lettura del giornale che era arrivato in quel momento, e seguito da un bel cane.
– Signor Damiati? signor Damiati? – chiamò il curato. – Deve aver trovato delle notizie molto interessanti in quel giornale, che non alza nemmeno gli occhi per salutarmi.
– Davo una scorsa alle novità del giorno, ma di questa stagione anche la politica tace, – disse Damiati alzando gli occhi e salutando.
– C’è qui la signorina Morandi che desidera conoscerla, – soggiunse don Vincenzo.
Il professore salutò Maria e fece una carezza a Mario che gli era vicino, mentre gli altri ragazzi avevano fatto circolo intorno al cane.
– Ho inteso parlare di lei, – disse Maria, – e speravo proprio incontrarla, anche perchè desidererei un favore.
– Dica pure, se posso esserle utile….
E un po’ timidamente, quasi tremante, gli disse come era imbarazzata per Carlo, temendo che da solo non potesse studiare, e lo pregava che gli volesse dare qualche lezione, qualche suggerimento….
Il professore disse che proprio quando era in campagna avea deciso di riposare e di non obbligarsi a dar lezioni, ma essendo tanto vicini avrebbe fatto un’eccezione, sarebbe stato felice di andar a passare qualche ora nella loro compagnia, e così quasi conversando avrebbe potuto aiutare Carlo nei suoi studii.
– Mi farà un vero regalo, – disse Maria, – scusi, sa, se sono stata un po’ ardita di chiederle un favore così subito, senza conoscerla, sono tanto umiliata di non potere aiutar io mio fratello, perchè di latino non so proprio nulla.
Il professore promise di andar presto a vederli, poi si salutarono tutti, e Maria tornò a casa coi ragazzi, contenta del modo con cui avea occupato quel primo giorno; anche i ragazzi eran felici della bella passeggiata e soltanto Carlo pareva imbronciato all’idea di dover rimettersi a studiare.

L’IDEALE DI CARLO.

La famiglia Morandi era raccolta nel salotto intorno alla tavola rischiarata da una lampada appesa al soffitto. Il signor Morandi leggeva il giornale, Vittorio guardava un libro illustrato, Maria accomodava della biancheria insieme all’Angiolina che aveva chiesto di aiutarla, mentre Giannina pregava Elisa, che non ne avea voglia, di farle dei vestiti per la bambola.
– Andiamo, – disse Maria, – falle questo piacere.
– M’annoio, – disse Elisa.
– Ti annoierai di più a non far nulla, – soggiunse, poi rivolgendosi a Carlo disse: – Tu spero ti metterai a studiare il tuo latino.
– Che noia! sempre questo eterno latino! – rispose il ragazzo facendo spallucce; – io già, sai, non m’importa di diventare uno scienziato, voglio essere un uomo d’azione, un gran generale, un eroe: Alessandro, Giulio Cesare, Napoleone; ecco i miei ideali, al diavolo i libri, lasciatemi fare il soldato, – esclamò Carlo cogli occhi lucenti e il viso in fiamme, tutto eccitato da quella giornata passata all’aria aperta.
– Sì, – disse Maria ironicamente, – dopo bisognerà improvvisare una guerra per mettere il tuo eroismo alla prova. Ora, mio caro, il mondo è cambiato, e al giorno d’oggi la parola eroe ha un significato molto diverso da quello che aveva una volta; eroe si può esserlo in tutti i luoghi, in tutte le professioni, alla scuola, all’officina, fra le pareti domestiche, purchè uno dimentichi sè stesso, rinunci al proprio piacere, alla propria volontà, per un alto ideale, per il bene del suo paese, della propria famiglia e dei suoi simili, e forse è un eroe tanto più grande, perchè il suo eroismo è ignorato e non vi è spinto dall’idea della gloria che è sprone a grandi sagrifizi. Se vorrete, vi leggerò quando sarete stati ubbidienti, alcune storie vere, ch’io ho raccolto, di eroismi ignorati, nella speranza che possano esservi utili; sarà un modo di occupare queste serate d’autunno.
– Brava! – disse Vittorio. – Che gioia! I tuoi racconti mi piacciono tanto.
– Vediamo questi eroi! – disse Carlo, – anzi, dovresti cominciare subito.
– Per questa sera, – rispose Maria, – contentati di studiare; il mio manoscritto è in fondo al baule.
– È tanto noioso questo latino! Ora poi che sono in vacanza….
– Ebbene lascia stare, – disse il signor Morandi interrompendo la sua lettura, – ti prometto che se non passi l’esame ti mando a fare il ciabattino.
I fanciulli diedero in una risata, mentre Mario continuava colla matita a scarabocchiare sulla carta.
– Ecco il tuo ritratto, – disse a Carlo quando ebbe terminato.
Le ragazze ansiose s’avvicinarono a Mario e si misero a ridere con tutta la forza dei loro polmoni, alla vista d’una figura che avea un po’ il profilo di Carlo, seduta al bischetto con un paio di scarpe in mano tirando lo spago; con sotto la scritta: l’eroe dello spago.
Carlo, indispettito, diede uno schiaffo a Mario che si ribellò, e incominciarono a picchiarsi e a prendersi per i capelli.
Maria li divise e rivoltasi a Carlo disse tranquillamente:
– Un eroe che batte un ragazzo più giovane di lui! Che vergogna!
Carlo rimase mortificato da quelle parole, ma tenne tutta la sera il broncio al fratello, il quale andava dicendo che, volere o non volere, avrebbe illustrato tutti gli avvenimenti e i tipi che gli sarebbero passati davanti durante le vacanze e i racconti che si sarebbero fatti intorno a lui. Se suo fratello voleva essere un eroe, egli aspirava alla gloria d’un grande artista e voleva esercitarsi a cogliere il vero che gli cadeva sott’occhi.

I RACCONTI DI MARIA.

I ragazzi non si dimenticarono la promessa di Maria e non la lasciarono in pace finchè non cercò il manoscritto. La sera dopo quando furono tutti radunati intorno alla tavola la supplicarono impazienti di incominciarne la lettura.
Aveva appena lette le prime parole, che entrò don Vincenzo assieme al professore Damiati.
– Continui pure, – dissero.
Maria voleva sospendere la lettura dicendo che erano storielle scritte per i ragazzi e non potevano interessare persone come loro.
Ma non ci fu verso, vollero che continuasse, altrimenti minacciavano di andarsene.
– Sono tutta confusa, – disse Maria, – di avere un simile uditorio, non so più dove sia rimasta, – soggiunse riprendendo il manoscritto.
– Incominci dal principio, – disse il professore, – vogliamo sentir tutto, e mentre Mario stava temperando la matita per illustrare il racconto, come diceva lui, tutti gli altri fecero silenzio per ascoltare la lettura di Maria.
Essa incominciò colla voce un po’ tremante, ma chiara e armoniosa, a leggere il suo racconto.

LA FIGLIA DEL CANTONIERE.

Pierina era la figlia, del guardiano della casa cantoniera numero 6, posta presso ad un modesto villaggio, sulla via del Gottardo.
Fra i primi ricordi dell’infanzia, al primo risvegliarsi della sua intelligenza intorpidita, essa rammentava che parecchie volte al giorno, suo padre usciva con qualche cosa arrotolata oppure con un lanternino in mano, e pochi momenti dopo, si sentiva uno strepito, che pareva il terremoto e faceva scuotere fino dalle fondamenta la piccola casa, poi il rumore si affievoliva, finchè si dileguava in lontananza. Non sapeva che cosa fosse, ma quando usciva il padre, essa stava attenta, aspettando il solito rumore.
Una sera che il babbo era assente, ed essa un po’ irrequieta, la mamma accese il lanternino, la prese fra le braccia e uscì sulla strada.
L’impressione che provò quella volta non la dimenticò più.
Vide lontano una massa scura, grande, gigantesca, con due occhi rossi infocati, che sbuffava e mandava lampi di fuoco, come un mostro fantastico, e quella massa nera veniva precipitosamente verso di loro come se volesse ingoiarle, stritolarle. Nascose la testa sulla spalla della mamma, chiuse gli occhi e si mise a gridare.
La mamma non si mosse: stette ferma al suo posto finchè il mostro fu passato e si sentì il rumore diminuire in lontananza e ad un certo punto cessare.
Pierina continuava a piangere e a tremare.
– Bisognerà bene che ti abitui al passaggio del treno, mia piccola paurosa, – le disse la madre riconducendola in casa.
E infatti s’abituò in breve a quel rumore, anzi quando cominciò a camminare e sentiva lo strepito della macchina, voleva correr fuori a veder il vapore, e avrebbe voluto toccarlo, e colle manine tese faceva festa al luccicore dell’ottone intorno alla locomotiva, seguiva cogli occhi la colonna di fumo, ed esclamava guardando in alto: bello! bello! In poco tempo, quell’oggetto che l’aveva tanto sgomentata era divenuto il suo divertimento, anzi, quando lo sentiva in distanza, correva sulla strada ferrata in mezzo alle rotaie, ballando e saltando dalla gioia.
E allora la sua mamma, tutta agitata, usciva a prenderla fra le braccia e le dava tante busse da farla strillare.
– Non devi andar sulla strada quando viene il treno, hai capito? – le diceva.
Ma Pierina non capiva nulla, soltanto sapeva che quando andava sulla strada per far festa al vapore, prendeva le busse che le facevano male, e un po’ alla volta perdette l’abitudine d’andarci, e si contentò di salutare il treno dalla finestra o dalla corte, davanti alla casa.
Fattasi più grandicella, incominciò a frequentare la scuola del villaggio, e tutte le mattine quando vi si recava, sentiva nelle orecchie la voce della mamma che le diceva:
– Ricordati, prendi il sentiero della montagna, non passare lungo le rotaie.
– Oh mamma, non sono più una bimba, – rispondeva, – e non c’è pericolo che vada sotto al treno.
– In ogni modo sono più tranquilla se prendi l’altra strada; qualche volta ritornando colle amiche, chiacchierando, non si sa mai, una disgrazia è presto venuta, e noi siamo tanto abituati al rumore del treno che ci può venir addosso senza che ce ne accorgiamo.
Ormai Pierina era una cantoniera perfetta, e spesso quando i suoi genitori erano occupati, andava lei stessa, all’ora che passava il treno, a fare i segnali.
Il padre l’aveva istruita bene, perchè potesse far le sue veci e lo aiutasse, tanto più che la mamma doveva occuparsi d’un altro bimbo ancora in fasce e non poteva muoversi di casa. Il cantoniere prima che passassero i treni, percorreva la strada affidata alla sua custodia, poi dava un’occhiata ad un ponte sospeso sopra un precipizio, per vedere se non ci fosse alcun guasto, specialmente dopo qualche temporale, e quando aveva veduto che tutto era in ordine si metteva al suo posto, e tenendo in mano la bandieruola verde indicava al treno che poteva proseguire; se la via era ingombra prendeva invece la bandiera rossa e lo faceva arrestare.
Pierina lo aveva accompagnato spesso, era stata attenta e aveva subito imparato ogni cosa, tanto che tutta felice di poter rendersi utile, diceva spesso al babbo:
– Se hai da fare, va pure, penserò io al passaggio dei treni.
– E posso fidarmi? – le diceva, – non dimenticherai l’orario?
– Non c’è pericolo, poi la mamma me lo rammenterebbe.
Pierina era tanto attenta e diligente che di lei potevano proprio fidarsi, anzi essa era al suo posto sempre dieci minuti prima del passaggio del treno col segnale in mano, colla sua faccia sorridente e i riccioli biondi agitati dal vento e indorati dal sole.
I conduttori e i macchinisti dei treni che percorrevano quella via, conoscevano già la Pierina, e quando s’avvicinavano alla casa cantoniera numero 6, pensavano che forse avrebbero veduto la biondina che faceva loro l’effetto d’una bella apparizione. Qualche volta la salutavano con un cenno, ma essa era sempre là ferma e seria, tutta compresa del suo ufficio.
E vi fu un periodo di tempo che vedevano sempre la biondina e di giorno e di sera, là in vista col segnale in mano, e si potea dire che la guardia della strada era unicamente affidata a lei.
Ciò avvenne perchè suo padre, una notte avendo dovuto aspettare il treno in ritardo, mentre nevicava, s’era presa una polmonite, e avea dovuto starsene a letto, mentre la mamma dovea stare ad assisterlo.
Il male avea fatto progressi, e il medico diceva che non c’era più speranza.
La Pierina non sorrideva più, avea il cuore grosso e le lagrime agli occhi, ma non dimenticava l’ora del passaggio dei treni, sapeva che i suoi genitori non avevano più testa, e doveva pensarci lei.
Ed anche il giorno che il babbo morì, e la sua mamma piangeva, essa non dimenticò d’andare alle ore consuete al suo posto.
Il babbo glielo avea detto tante volte in quei giorni che era ammalato, di non dimenticare l’orario; ed ora ch’egli non era più là, essa stava ancor più attenta.
Passarono alcuni giorni, e la sua mamma piangeva sempre.
– Perchè piangi? – le diceva Pierina, – ormai non c’è rimedio, se ti ammali, che cosa facciamo io e Luigino?
– Penso, – le rispondeva, – che ora che non c’è più lui, ci manderanno via dalla nostra casetta, e vedi, io voglio bene a questa casa dove sono venuta col mio uomo, dove vi ho veduti nascere.
– Anch’io voglio bene alla mia casetta, ai miei fiori, alle montagne e al vapore che passa, – disse Pierina. – Vedi, non potrei vivere nemmeno senza di lui, ma come abbiamo potuto fare questi giorni che il babbo era ammalato, potremo fare ancora; io sono grande e posso pensare alla strada.
– Sì, ma vedrai che ci manderanno via, – e a quel pensiero non poteva darsi pace.
Quando venne un ispettore, mandato dalla direzione della ferrovia, per vedere come fosse composta la famiglia, la povera donna lo supplicò in ginocchio che le lasciasse la casa cantoniera.
– È un mese che ce ne occupiamo noi, e, vede, non è mai accaduto nulla; è questione di qualche anno, poi mio figlio crescerà, e allora saremo tre come prima.
– Ma si tratta di una grande responsabilità, – diceva l’ispettore, – e non possiamo lasciare la guardia a due donne, ed una di queste ancora bambina.
– La mia Pierina è come un uomo, attenta, coraggiosa, intelligente; vedrà, vedrà che saranno contenti di noi, ma ci lasci al nostro posto.
L’ispettore era commosso dalle lagrime di quella donna, ma non poteva decidersi a cedere alle sue preghiere.
– Basta, vedremo, – disse, – io farò il possibile, ma senza un uomo è difficile, quello che posso fare per voi è di lasciare per il momento le cose come stanno; tutti gl’impiegati dei treni m’hanno detto bene di voi e della bambina; fingerò di ignorare che vostro figlio è un bimbo, e per qualche tempo procureremo di tirare innanzi, ma attente che non succeda nulla, e non dimenticate d’esser sempre al vostro posto.
La povera donna dovette contentarsi di quelle parole, ma viveva sempre con quella paura nel cuore e col pensiero di dover da un giorno all’altro abbandonare la sua casetta ed andare raminga coi figli a guadagnarsi il pane.
Pierina faceva miracoli: fra un treno e l’altro trovava il tempo di andare alla scuola, ma quando il treno dovea passare essa era sempre là, immobile al suo posto, e si divertiva a seguire collo sguardo quella lunga striscia nera che s’incurvava come una serpe, sul dorso dei monti, entrava nelle viscere della terra, e usciva trionfante, divorando la strada; che le passava innanzi, soffermandosi come per salutarla, per poi riprendere il suo cammino con maggior forza di prima.
Le pareva di veder passare un amico, e diceva che non avrebbe potuto vivere in un luogo dove non avesse veduto passarle davanti cinque o sei volte al giorno il vapore.
Se prima l’avea guardato con paura, poi con ammirazione, dopo che la maestra le ebbe spiegato come la forza che fa muovere tutto quell’ammasso di carri, carrozze, di gente e di roba, non è che un po’ di vapore, formato dall’acqua in ebollizione, e sapientemente compresso, cercava di studiare il movimento di tutti quei congegni, combinati tanto bene, e come mossi da una volontà sola, da un potere misterioso.
Un giorno che una macchina s’era fermata davanti alla sua casa, essa potè salirvi e vide il focolare come una bolgia infocata, entro la quale continuamente un operaio getta enormi pezzi di carbone che bruciano in poco tempo, e la caldaia, dove bolle l’acqua continuamente, e i motori, e le valvole di sicurezza, e il fumaiuolo donde esce il vapore dopo che in quella complicazione di congegni ha dato l’impulso che muove tutta quell’immensa massa; ma essa avrebbe voluto comprendere il mistero di quei congegni e scoprirne la forza arcana, e ci pensava sopra tutte le volte che lo vedeva passare.
Era una giornata burrascosa sul finir di novembre. Tutto il giorno avea nevicato in montagna, e raffiche di vento scuotevano le cime degli alberi, ruggivano nelle gole dei monti.
Luigino era ammalato, e la mamma non lo poteva lasciare un minuto.
Pierina, come al solito, dava un’occhiata alla strada, ed era al suo posto al passaggio dei treni, senza curarsi dell’infuriar della bufera e della pioggia che cadeva a torrenti.
Tutt’a un tratto verso l’ora del tramonto, mentre stava colla mamma ed il fratellino, che si lagnava nel suo letto, soffrendo più del solito, s’udì uno scroscio, un rombo terribile che fece tremare la casa come se crollasse.
– Mio Dio! che cosa succede? è la fine del mondo? – disse la donna.
– Vado a vedere, – disse Pierina.
– Con questo tempo? aspetta almeno che sia cessato, prenderai un malanno.
– Bisogna vedere, non sai che deve passare il treno delle cinque?
– È il diretto, non rallenta.
– Ma se fosse accaduta qualche disgrazia?
– Alle due è passato il treno, e tutto era in ordine, – disse la madre.
– Ma questo rumore? vado per stare tranquilla, non ho paura, sai, ci sono avvezza.
Si coperse bene con un mantello impermeabile, e uscì.
Tornò dopo cinque minuti tutta agitata, accese in fretta la lanterna rossa che attaccò ad un bastone. Prese il corno che stava quasi sempre inoperoso attaccato al muro e se lo mise a tracolla.
– Che fai? – -le disse la madre.
– È venuta una frana, è caduto il ponte, che orrore!
– Che cosa intendi di fare?
– Bisogna fermare il treno.
– Sei pazza?
– Lascia fare a me, non t’inquietare, vedi, preparo i segnali.
– Se non li vedono con questo tempo, con questa nebbia?
– Suonerò il corno.
– Se non lo sentono?
– Speriamo che possano vedere o sentire. Vado, mamma, è l’ora.
Incappucciata nel suo mantello nero con un lampione rosso in una mano e la bandiera nell’altra, uscì, mentre il vento era più impetuoso che mai, e una pioggia gelata tagliava la faccia.
Pierina non si sgomenta per il tempo, il solo pensiero che la preoccupa è che quelli del treno vedano oppure odano i segnali. Il dubbio che le fa battere il cuore, è che con quel tempo non stiano in vedetta, tanto più essendo il treno diretto che non rallenta quasi mai. Sente il fischio in distanza della vaporiera, il suo cuore batte più forte, l’idea che quel lungo treno possa sfracellarsi nel precipizio le mette i brividi, è già in vista, ed essa soffia nel corno con quanto fiato ha in corpo, comincia disperatamente ad agitare la lanterna e la bandiera, ma il treno non rallenta, Pierina grida, si smania, suona più forte, ma il rumore delle carrozze e del vento rende indistinto il suono del corno, e il vapore s’avanza, sempre imperterrito, ed è già a pochi passi dalla fanciulla.
Essa non pensa più al proprio pericolo, s’avvicina, è quasi davanti alla macchina, sta per toccarla, soffia nel corno con tutta la forza dei suoi polmoni, non vede più nulla, le par di sentire come un gran frastuono nelle orecchie, e cade esausta per terra.
Si trovò sollevata dalla madre, la quale non potendo resistere dall’inquietudine, era uscita quando aveva sentito avvicinarsi il treno, e vedendo il pericolo a cui s’era esposta la figlia, sfogava la sua nervosità battendola come quando era bambina.
– Un bel spavento m’hai fatto prendere, – diceva, – non vedi che è stato un miracolo se non sei stata stritolata; che imprudenza!
Pierina nel vedere il treno fermo, immobile come una gran massa inerte, rideva e piangeva nello stesso tempo.
Non era dunque caduto nel precipizio! O quale miracolo! essa che avea creduto d’esser precipitata anche lei, era invece caduta affranta dalla fatica: le parea di sognare trovandosi ancora viva.
Ma intanto, mentre i conduttori chiedevano e volevano vedere la causa di quella brusca fermata, i forestieri strepitavano e si lagnavano d’essere stati disturbati e fermati così tutt’a un tratto, là in mezzo alla strada, con quel tempo, e furibondi, aprivano gli sportelli e scendevano per saperne la ragione.
– Eccola la ragione, – disse il macchinista, conducendo tutti quei curiosi al ponte, – possiamo ringraziare il Signore se non siamo tutti sfracellati laggiù.
– Ma come ve ne siete accorto?
– È stata questa bambina, – disse andando a prendere per un braccio Pierina, – e possiamo ringraziar lei prima di tutti, essa ci ha salvati, – e raccontò come proprio all’ultimo momento vedendo quell’ombra nera avvicinarsi alla macchina, e come un oggetto rosso agitarsi davanti ai suoi occhi, non avea pensato che a stringere i freni e a fermarsi; era stata una gran scossa, egli era caduto quasi giù dalla macchina, anche tutti i viaggiatori avevano dovuto rimaner tramortiti dal colpo, ma erano vivi e lo dovevano alla biondina.
Mentre il capo conduttore dava ordini affinchè alcuni uomini andassero al villaggio a cercare mezzi di trasporto, per il trasbordo dei viaggiatori e della roba, e telegrafava alle stazioni vicine che la strada era ingombra, e che mandassero dei soccorsi, i viaggiatori curiosi vollero scendere per vedere il luogo del disastro.
C’erano uomini e donne di tutte le età e di tutte le condizioni, alcuni ben vestiti e imbacuccati in ricche pellicce, altri con scialletti di lana avvolti intorno al capo, e ruvidi mantelli intorno alla persona.
Molte signore al vedere quella voragine, dove avrebbero potuto esser precipitate, svenivano; altri scherzavano dicendo: – Sarebbe stato un bel salto! – ma tutti ammiravano il coraggio della fanciulla che li aveva salvati.
La sua mamma invece continuava a sgridarla e a dirle:
– Un filo soltanto mancava che andassi sotto alla macchina; che cosa avrei fatto senza di te? Perchè sei stata così imprudente?
– Ho pensato a tutta quella gente che sarebbe morta, a tante mamme, a tante bambine che avrebbero pianto, a me non ho pensato, – rispose.
Una signorina inglese era in ammirazione davanti a Pierina, e tutta sorpresa che sua mamma la sgridasse.
– Come è brutale quella donna! – disse scambiando alcune parole in inglese colla signora che l’accompagnava, poi rivoltasi alla Pierina soggiunse:
– Vuoi venire con me? sono ricca, ti terrò come una sorella, ho una bella casa; starai tanto bene, nessuno ti sgriderà, vuoi venire?
Alla donna chiese:
– Me la lasciate? vi darò in cambio dei denari.
La donna non capiva e la guardava in faccia come trasognata; ma Pierina aveva capito bene, e gettando le braccia al collo della sua mamma, esclamò:
– Resto colla mia mamma, nella mia casetta, sono tanto contenta!
Un signore, ad imitazione della signorina inglese, volea fare qualche cosa per la fanciulla che li aveva salvati quasi miracolosamente, e disse:
– Piuttosto, per mostrare la nostra gratitudine, facciamo una sottoscrizione per questa povera gente, – e incominciò a dare l’esempio levando fuori del borsellino cento lire e tutti gli altri concorsero secondo le loro forze.
Ma Pierina non voleva accettare.
– Non ho fatto che quello che dovevo, – disse, – siamo qui apposta per guardare la strada; ma se volete proprio esserci utili, dovete dire alla Direzione della ferrovia che abbiamo fatto il nostro dovere, che nemmeno un uomo poteva fare di più; raccomandate loro che ci lascino la nostra casa cantoniera, il nostro cantuccio dove viviamo tanto felici.
– Lasciate fare a me, – disse il signore ch’era un ingegnere addetto alla direzione della ferrovia. – Lo faremo certo, e dopo un fatto simile credo non vi manderanno via, ma in ogni modo accettate questo denaro, vi servirà a pagarvi la casa nel caso non volessero lasciarvi la guardia d’un posto tanto pericoloso, e la Direzione della ferrovia, vi assicuro, ne fabbricherà un’altra vicino al ponte.
Intanto erano venuti i muli e i carri per caricare la roba, e passare al di là del precipizio, sul sentiero della montagna.
Molti viaggiatori lasciarono un ricordo alla Pierina, e l’abbracciarono, ed essa, quando tutto fu ritornato tranquillo, disse alla mamma che ancora non poteva rimettersi dallo spavento passato:
– Sono contenta; almeno non ci porteranno più via la nostra casa.
– Quanto sei buona! – le disse la madre, – ed io che t’ho sgridata, ma, sai, non ho pensato che al tuo pericolo; avevo perduta la testa.
– Non ti crucciare, mamma, lo so che mi vuoi bene, e pensare che quella signora voleva che andassi con lei! Doveva esser pazza.

Tutti quei ragazzi avevano seguito attentamente il racconto senza fiatare.
– Bello, bello, – esclamarono, – peccato che sia finito! ma ce ne racconterai un altro, è vero? – disse Giannina.
– Un’altra sera, ora sono stanca.
– Brava! – esclamò don Vincenzo.
– È bello davvero, – disse il professore.
– È una storia vera, – disse Maria, – non ho fatto che trascriverla.
– E aggiungervi un po’ della vostra grazia e del vostro sentimento, – soggiunse il Damiati.
– È bellissima la sua idea, e spero non mancherà di avvertirmi quando ne leggerà qualche altro.
– Si figuri, ne sono tutta orgogliosa, e non mi sarei mai aspettata che queste storie per i ragazzi, potessero interessare un professore come lei; ma ella è tanto buono!
Poi per cambiar discorso guardò quello che stava scarabocchiando Mario in silenzio.
– È proprio incorreggibile, – disse mostrando al professore i disegni del fratello.
Era una carta che rappresentava un treno dal quale scendevano dei tipi veramente buffi d’inglesi impalati, di forestieri camuffati con mantelli ridicoli; c’erano teste che guardavano fuori dai finestrini coi capelli irti e le facce spaventate, oppure con dei berretti dalle fogge più strane. Davanti a tutti poi, una bimba, con una cappa nera, con una bacchetta in mano, in atto di fermare il treno.
Il professore osservò quei scarabocchi e disse:
– Non c’è male, ha dell’attitudine a cogliere il lato ridicolo delle cose, e una certa facilità di disegnarle.
Poi rivoltosi a Mario, soggiunse:
– Però oltre che cercare di perfezionarti nell’arte del disegno, devi tenerti in mente una cosa: che se è bello qualche volta far spuntare il sorriso sulle labbra, e far risaltare anche il lato umoristico di un fatto o d’una persona, ci sono certi fatti, certe virtù che non si possono mettere in ridicolo, senza mostrare poco criterio o poco cuore. Non bisogna lasciarsi trascinare dalla smania di faro lo spiritoso a qualunque costo; vedi, per esempio, in questo tuo disegno tutti possono ridere al vedere quelle facce spaventate, quelle persone vestite in modo bizzarro, perchè sono persone immaginarie, e possono anche esser ridicole; ma hai avuto un bel camuffare la povera Pierina con quella cappa nera, hai potuto ben farla piccina, tutti quelli che ne conoscono la storia, rispetteranno quella veste, come si rispetta il cappotto del soldato crivellato di palle sul campo di battaglia, e più l’hai fatta piccina, più grande appare il suo eroismo. Impara dunque a distinguere quello che può essere colto impunemente, o anche con vantaggio, da quello che deve esser sacro ad una persona di cuore.
– Come parla bene, professore! – disse Maria. – Vede, tutte queste cose le ho pensate tante volte, ma non sapevo dirle come le ha dette lei: se mi volesse aiutare ad educare questi ragazzi!
– Volentieri, – rispose, – sono a sua disposizione per quello che posso.
Intanto era venuta a don Vincenzo la voglia di fare anche lui la sua predica, e disse che appunto l’arma di satirizzare, adoperata bene, può recare dei vantaggi, e citò il Giusti, che colle sue poesie satiriche, gettando il ridicolo sopra i principotti che opprimevano da tiranni l’Italia, diede loro il colpo di grazia, tanto che col suo spirito fu uno dei principali autori dell’indipendenza del nostro paese.
Damiati, al vedere che don Vincenzo incominciava il suo discorso favorito, e non avrebbe terminato tanto presto, s’alzò dicendo:
– È tardi, un’altra sera io farò la lezione a Carlo, e don Vincenzo vi potrà raccontare tutte le sue avventure del quarant’otto; se domani intanto i ragazzi vogliono venire a fare una passeggiata con me sulla collina, potrò continuar loro la mia predica, se non si annoiano.
Essi accettarono con gioia, e Maria ringraziò con un sorriso il professore che la sollevava un po’ dal pensiero di quei ragazzi vivaci.
Mario stava ancora disegnando.
Il professore gli disse salutandolo:
– Ti raccomando, se fai la mia caricatura, non farmi troppo brutto; però te lo permetto, ma certe cose, no.
Quando fu uscito assieme a don Vincenzo i ragazzi si misero a ridere forte.
Il professore doveva essere un mago, aveva proprio indovinato: Mario faceva il ritratto del Damiati in piedi su un pulpito, in atto di predicare.

UNA PASSEGGIATA.

Il professore Damiati, la mattina dopo, mentre un bel sole di autunno indorava la cima delle colline e le goccie di rugiada tremolavano sull’erba dei prati, chiamò, passando da casa Morandi, i ragazzi per condurli a passeggiare sulla collina. Voleva indurre a seguirli anche Maria colle fanciulle, ma ella si scusò dicendo di dover accudire ad alcune faccende domestiche e promise di andare ad incontrarli più tardi, verso l’ora del tramonto.
Il professore aveva intenzione di condurre i ragazzi ad un Santuario che si vedeva biancheggiare sulla cima d’una collina in mezzo alle piante verdi, dove un tempo c’era un chiostro. Di lassù si godeva una bella vista e nei mesi d’autunno era il pellegrinaggio favorito delle comitive di villeggianti; vi andavano a far colazione, per passare tutta la giornata all’ombra delle piante e visitare nel medesimo tempo il Santuario.
Si avviarono, allegri, col paniere pieno di viveri in mano, e Vittorio si offerse di portare anche quello del professore. Mario aveva, oltre al paniere, l’album, che portava sempre con sè per disegnare gli avvenimenti della giornata.
Damiati cercò di star vicino a Carlo e incominciò subito ad interrogarlo dei suoi studii e volle sapere perchè non cercasse di essere più attento alla scuola e di contentare la sorella.
Gli rispose quello che diceva sempre:
– Non sono nato per studiare, voglio fare il soldato.
– E credi che i soldati non abbiano bisogno di studiare? Naturalmente tu non ti contenteresti di esser soldato semplice.
– Il mio sogno è di diventar generale, vorrei fare come Garibaldi.
– Probabilmente se tu avessi il coraggio e l’abilità di Garibaldi, ti mancherebbe l’occasione per metterli alla prova e per farli conoscere. Non capisci che ora i tempi sono cambiati, e colle armi perfezionate anche le battaglie si vincono al tavolino e la guerra è diventata una scienza? Poi le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.
– Se non potrò fare il soldato, diventerò marinaio, – disse Carlo.
– E avresti poi la forza di sopportare una vita dura e piena di pericoli? Non sai quanti ragazzi attratti dalla poesia del mare, dopo aver provato quella vita di privazioni e di paure, vi hanno rinuncialo spossati e spoetizzati. Prima di esporsi alle grandi fatiche, bisogna aver coraggio di affrontare le piccole, prima di essere grandi, bisogna esser piccoli eroi, come dice bene tua sorella; perciò, se vuoi darmi retta, incomincerai a vincere la tua pigrizia ed a metterti a studiare sul serio; quando avrai superate le difficoltà che ti si presentano, quando avrai fatto degli sforzi per fare non quello che ti piace, ma quello che è tuo dovere, sarai già incamminato a diventare qualche cosa e forse anche un eroe se te ne capita l’occasione; ma dà ascolto a me, principia col riportare qualche piccola vittoria sopra te stesso, le altre verranno da sè.
Lo lasciò poi andare dicendo che non voleva annoiare tutta la compagnia a furia di prediche e incominciò ad ammirare il paesaggio, a cogliere dei fiori lungo il sentiero della collina, e fu una gara fra quei ragazzi per arrampicarsi sui declivi onde scoprire i ciclamini che si vedevano spuntare in mezzo al verde. Quel sentiero girava intorno al monte, incurvandosi e salendo sempre, mentre da un lato c’era la valle profonda che in certi punti faceva l’effetto d’un baratro.
Il professore raccomandò ai ragazzi di tenersi dalla parte del monte, perchè dall’altra, c’era pericolo di cadere nel vuoto. Proseguivano il loro cammino, arrampicandosi e cogliendo fiori, quando tutt’a un tratto, ad una svolta della strada, videro avanzarsi verso di loro una mandria di buoi, che occupava tutto il sentiero e sbarrava la via. I ragazzi si fermarono esitanti.
– Avanti, Carlo – disse il professore, – tu che vuoi fare il soldato dovresti essere il più coraggioso, passa per il primo in mezzo a quei buoi.
– Non c’è posto – disse tutto tremante il ragazzo.
– Avvicinati! coraggio!
Carlo s’arrampicò sul monte per evitare quegli animali, ma lo fece così in fretta e con tanta paura che un vitello ch’era sul pendio lo rincorse, ed egli gridando, tutto pauroso, rifece i suoi passi e si nascose dietro il professore.
Tutti si misero a ridere e il professore disse a Vittorio:
– Prova tu, vediamo se hai più coraggio.
Vittorio si fece innanzi ubbidiente e passò in mezzo a quelle bestie come se nulla fosse, seguito dagli altri, che dopo il suo esempio non vollero esser da meno di lui.
– Vedete, – disse Damiati, – che non c’è da temere, quelle sono le bestie più docili che ci siano, basta non spaventarle. Osservate, le conduce un ragazzo.
Infatti il mandriano era un ragazzo di forse quindici anni.
– Io non ho mai capito come bestie così grosse, – disse Mario, – si lascino condurre da un ragazzo così piccolo; io al loro posto scapperei.
– Sì, ma ai loro occhioni, come si suol dire, un ragazzo è un gigante, e poi non conoscono la forza che possiedono e non si ribellano che quando sono infuriati – disse il professore; – vi assicuro che le bestie sono buone, basta non molestarle.
– Sì, ma i leoni?
– Se hanno fame s’ingegnano come possono e se incontrano per istrada una buona preda l’ammazzano; io invece conosco dei ragazzi che tormentano, inutilmente, delle povere bestioline che non fanno nulla di male. Chi è più crudele?
Mario aperse la mano tutto confuso e lasciò fuggire una farfalla che ci teneva chiusa.
– L’avevo presa per copiarla, – disse; – del resto sono bestie stupide che non sentono nulla.
– Speriamo sia così, in ogni modo questi animali hanno la vita di un giorno e non bisogna esagerare nemmeno nella compassione; anche gli scienziati li tormentano, ma con uno scopo utile, solo non mi piace che si faccia per crudeltà.
Intanto s’avvicinarono alla meta. In mezzo alle piante secolari si vedeva sorgere una chiesetta circondata da cappelle, poi, accanto, una casa e un cortile con un gran porticato che pareva un convento.
– Ci sono i frati? – chiese Vittorio.
– No, – rispose Damiati, – c’è soltanto un custode che si fa chiamare col nome di eremita, ed è infatti un eremita dei nostri tempi.
– Che gioia! – disse Mario; – sono proprio contento di far conoscenza con un eremita.
– È un uomo come gli altri.
– Come! io che me lo figuravo con una tonaca e una barba lunga; allora non c’è nessuna novità.
– Un vero eremita dovrebbe essere quasi un selvaggio, una persona che vive soltanto colla natura e mangia solo i frutti della terra; ora è cambiato anche questo, ci sono degli uomini che vivono solitari, ma a patto di scendere ogni tanto al villaggio quando sono stanchi della solitudine, e forse stanno soli perchè sono d’un carattere così bisbetico che non vanno d’accordo col loro simili, – disse Damiati; – ma ecco l’eremita.
Infatti un uomo veniva incontro a loro e chiedeva se volessero vedere la chiesa.
I ragazzi lo guardavano con curiosità e gli chiesero se non s’annoiasse di star sempre lassù solo. Egli disse che non aveva bisogno di nessuno; gli domandarono la sua età e la ragione per cui si fosse ritirato in quella solitudine, ma non volle dir nulla, e visto ch’essi avevano levato le provviste dai loro involti, s’offerse di portare dei sedili e dei piatti perchè potessero mangiare comodamente all’ombra delle piante.
Prima di tutto si misero a mangiare, perchè l’aria fresca della mattina aveva aguzzato il loro appetito, e divoravano la carne, le uova sode e le altre provviste che avevano recato, come se fossero bestie affamate.
– Bisogna lasciar qualche cosa per l’eremita, – disse Mario.
– Ma io ho fame, – rispose Carlo.
– Non ci pensate, – disse Damiati, – al caso gli lasceremo qualche moneta; – poi fece loro ammirare il bellissimo paesaggio che si vedeva da quel posto: di faccia una fila di colline verdeggianti intersecato da strade che formavano delle righe bianche, poi giù una valle sparsa di paeselli con un torrente che scendendo dallo montagne l’attraversava e sul quale stavano in certi punti sospesi dei ponticelli pittoreschi.
– Bello! – diceva Mario, – come mi piacerebbe dipingere questo quadro, ma quando sarò più grande lo farò. Senta, professore, dica al babbo ed a Maria che mi facciano studiare la pittura.
– Se avrai una vera inclinazione, lo faranno certo, ma intanto devi cercare da te stesso di esercitare l’occhio a cogliere il vero; prova a ritrarre quel paesaggio e ne vedrai la difficoltà. Si fa presto a dire voglio essere un artista, o voglio essere un eroe, come dice tuo fratello, anzi a questo mondo tutti vorrebbero essere qualche gran cosa, tutti hanno grandi aspirazioni, ma pochissimi riescono ad uscire dalla mediocrità. Sentite, ragazzi, ora siete giovani e dovete pensare a faticare e a lavorare molto, e forse dopo potrete avere il premio che sperate.
Mario s’era posto a disegnare colla matita in mano e l’album aperto, ma dopo due o tre tentativi inutili per copiare il paesaggio si contentò di fare la caricatura di Carlo che fuggiva inseguito da un vitello perdendo lungo la via il paniere della colazione, e disse:
– È inutile, io non sarò altro che un pittore caricaturista.
– Chi sa che cosa diverrai! – disse Damiati. – È troppo presto per saperlo, intanto pensa a studiare.
Visitarono la chiesa e poi scesero saltellanti dalla collina, contenti della loro passeggiata. Ai piedi del monte trovarono Maria, Elisa, Angiolina e Giannina e tutti assieme s’avviarono verso casa narrandosi gl’incidenti della giornata.
Ad un certo punto videro un gruppo di ragazze guardare attentamente per terra; Elisa, che era molto curiosa, si avvicinò a quel gruppo composto della signorina Guerini, l’istitutrice, e di una loro amica, ma appena si accostò, le altre se n’andarono senza salutarla, ed essa si trovò davanti ad una biscia morta che faceva ribrezzo. Corse subito a raggiungere la sorella, dicendo tutta imbronciata:
– Hai visto la signorina Guerini? che superbia!
– Perchè? S’è fermata un momento, ma non metteva conto che si fermasse di più per quella bella vista.
– È stato per non salutarci; domanda anche a Carlo come questa mattina sono passati davanti a noi in carrozza senza nemmeno degnarsi di guardarci.
– Non vi conoscono e non si saranno accorti di voi, che non siete poi dei personaggi illustri.
– Ma Alberto è stato alla scuola elementare con me? – disse Carlo.
– Non se ne ricorderà; ma perchè volete occuparvi degli altri? Pensiamo a godere piuttosto della nostra passeggiata.
Ma Elisa che sperava di far amicizia colla signorina Guerini era imbronciata, Giannina ed Angiola correvano avanti per fermarsi a coglier fiori e Mario raccontava a Vittorio che voleva fare la caricatura di Alberto Guerini quando passa tutto superbo sul suo velocipede, senza degnarsi di guardare i miseri mortali che camminano lungo la via.
– Vedi, – diceva, – voglio disegnarlo in tre tempi: prima nell’atto che passa superbo lungo la strada, poi quando scende impetuosamente da un declivio, e finalmente nel punto che cade in un fosso colle gambe all’aria e il cappello un miglio distante.
Maria parlava invece col professore Damiati domandandogli consigli sul modo d’educare i ragazzi, sempre preoccupata dal pensiero dei cinque figliuoli, e quando la salutò sull’uscio di casa essa gli raccomandò di venire spesso la sera a trovarli insieme a don Vincenzo.
– La loro conversazione sarà tanto utile ai miei figliuoli, – disse Maria; – mi raccomando, non mi abbandonino.

SERATE IN FAMIGLIA.

A don Vincenzo pareva di ringiovanire quando andava a passar la sera in casa Morandi. Perciò vi andava spesso e volentieri, accompagnato dal professore, che ammirava la dolcezza e l’abnegazione di Maria la quale si dedicava così giovane al benessere della famiglia e all’educazione dei suoi fratelli. Egli era tutto felice di esserle utile e s’era fitto in capo di far amare lo studio a Carlo; lo trovava un po’ pigro e svogliato, ma sperava, aiutandolo nelle difficoltà, stuzzicando il suo amor proprio, di riuscire a renderlo più docile ed a fare che dedicasse qualche ora della giornata allo studio.
Gli parlava più da amico che da professore, ed il ragazzo si rassegnava a studiare con lui, in grazia delle storielle piacevoli e degli aneddoti curiosi che gli raccontava e delle passeggiate che sapeva organizzare per divertirlo quando rimaneva contento dei suoi cómpiti.
Però la sua idea fissa erano i fatti eroici, i lunghi viaggi, la vita avventurosa, e diceva sempre:
– Io studio per non vedervi imbronciati, ma se capita l’occasione, scappo e mi faccio soldato, marinaro o esploratore.
Quando don Vincenzo parlava del quarant’otto, Carlo pregava Damiati di sospendere la lezione e s’avvicinava con tanto d’orecchi alla tavola, dove le ragazze lavoravano, e il prete ricominciava per la centesima volta i suoi racconti, ma sempre animandosi, gesticolando in modo che pareva avessero la virtù di levargli una ventina d’anni dalle spalle.
“Ora si muore, si vegeta, – egli diceva, – quelli erano tempi in cui si viveva, ogni giorno c’era qualche novità, qualche avvenimento che ci faceva battere il cuore, e s’era tutti uniti in un solo pensiero come se attraverso tutte le nostre teste passasse una medesima corrente elettrica.
“Io, in quel tempo, ero a Milano al seminario a studiare, ma anche là dentro, fra quelle quattro mura, in mezzo ai nostri studi, penetravano le idee che correvano per la città, si sapeva tutto quello che accadeva, eppure non vi saprei dire in che modo quelle notizie giungessero fino a noi.
“Voi, nati in questi tempi, non sapete che cosa voglia dire non esser padroni in casa propria, essere tenuti schiavi, spiati e magari posti in prigione e condannati per una parola sfuggita involontariamente, per un’occhiata mal interpretata; pensate che un mio fratello il quale aveva dato senza accorgersi uno spintone ad un ufficiale austriaco, fu posto agli arresti e mancò poco che fosse fucilato.
“Ve la immaginate voi la nostra vita agitata? Eppure era così bella, si congiurava nascostamente, s’era pieni di speranze nell’avvenire, e ci si consolava delle continue sofferenze nel vederci tutti uniti nelle nostre aspirazioni e nei nostri desiderii.
“Noi si studiava, ma la nostra mente faceva mille progetti per concorrere a liberare il nostro paese, ognuno di noi sognava d’essere un eroe e di riuscire in qualche impresa ardita da far tremare quelli che ci opprimevano; fra una lezione di latino e di teologia si scrivevano dei versi nei quali s’invocava l’angelo sterminatore che sperdesse i nostri nemici. Quando poi si seppe che Pio IX, il nostro pontefice, favoriva la libertà, allora furono inni al Santo Padre, preghiere che ci aiutasse, e lo adoravamo in ginocchio come si adorano i Santi e la Madonna. Vi assicuro che vivevamo in un’agitazione febbrile, ognuno di noi era una specie di bomba pronta a scoppiare alla prima scintilla, e quando si seppe che fuori c’era la rivoluzione, che si facevano le barricate, allora nessuno seppe star tranquillo, si fece anche noi la nostra piccola rivoluzione interna, e si volle prendere parte agli avvenimenti.
“Mi par ancora ieri, e sì che ne sono passati dei begli anni; quando ci si mise a fabbricare le barricate, si pareva matti, si entrava nelle case a prendere lo mobiglie che potevano servirci, si spogliavano gli appartamenti, si smantellavano le fabbriche per adoperare i materiali onde sbarrare le vie, ci si cambiava in facchini, manovali, e poi si finiva col diventare non soldati, ma leoni per difendere le barricate che avevamo innalzate con tanta fatica, e là, dietro a quei ripari, fabbricati dalle nostro mani, vi dico io che ne ho vedute di scene commoventi, vi assicuro che se vivessi cent’anni, il ricordo di quei tempi basterebbe per riempirmi la mente e tenermi compagnia.
“In quei giorni tutta la popolazione era nelle strade, le donne scappavano in casa qualche ora per prepararci da mangiare, e poi venivano a recarcelo colle loro mani.
“Mi pare di vedere ancora una bella giovane di venti anni venir tutti i giorni con un canestro pieno di viveri, che distribuiva indistintamente a poveri e ricchi, amici e sconosciuti, a tutti quelli che erano là instancabili, oppure accasciati dalle ferite e dalla fatica a combattere; ci appariva come una fata benefica, quando un giorno, mentre faceva la distribuzione dei viveri, scoppiò una bomba accanto a lei e rimase ferita orribilmente: fu un urlo d’indignazione in tutti noi e ci si mise a combattere con maggiore energia per vendicarla.
“Mi ricordo d’un bambino che s’arrampicava come uno scoiattolo sulle barricate, e munito dei sassi che avea tolti dal selciato della via li lanciava con forza sopra quelli che osavano avvicinarsi; di tratto in tratto veniva la madre a strapparlo da quel posto pericoloso.
” – Sei matto, – gli diceva, – ad esporti così?
“Ma egli ritornava sempre al suo posto elevato; e quando una palla gli trapassò un braccio, egli disse:
” – Non è nulla, fasciatemelo presto che ritorni al mio posto, per fortuna ho ancora un braccio buono.
“Non ci fu verso, volle ritornare ma cadde svenuto, e dovettero trascinarlo via per forza.”
– Come mi sarebbe piaciuto vivere in quel tempo! – disse Carlo; – allora, sì, avrei potuto diventare un eroe.
– Eravamo tutti eroi, – soggiunse don Vincenzo, – però non si poteva fare altrimenti, non era permesso di tremare nè di aver paura. Mi ricordo un signore che trovò il figlio nascosto dietro una porta, e trascinandolo fuori per un braccio gli disse: – Almeno muoviti e fa il galoppino da una barricata all’altra, e se vengo a sapere che non hai fatto il tuo dovere, non ti riconosco più per figlio.
Quando don Vincenzo s’infervorava in quei discorsi, anche il signor Morandi, di consueto silenzioso, si animava e parlava di quei tempi quando anch’egli si era trovato in mezzo alla rivoluzione e bloccato a Venezia.
Come avea sofferto in quel tempo! Anzi, quelle sofferenze gli avevano lasciato un’ombra di tristezza che non si sarebbe cancellata mai più.
– Pensi, don Vincenzo, – disse una volta, – a Milano la rivoluzione è durata cinque giorni, ed è quasi stata una festa, ma io che mi son trovato a Venezia, ed ho sofferto la fame per un anno!… E ai figli disse: Se sapeste che cosa voglia dire soffrire la fame, come sareste contenti della vita che fate, come godreste la vostra agiatezza e la vostra tranquillità!
– E perchè non ci racconti nulla, babbo? – chiesero i ragazzi.
– Quel tempo mi ricorda cose troppo tristi, – rispose il signor Morandi; – mio fratello è morto a Marghera, mia madre morì di dolore, non posso evocare quei giorni senza che mi si spezzi il cuore; la libertà mi è costata troppo cara.
– Come saranno stati belli i primi tempi di libertà, dopo tante lotte e tanti sagrifizi! – disse Maria.
“- Si dovette attendere ancora dieci anni, ma quei primi giorni furono deliziosi, – disse don Vincenzo, – fu una gioia da non poter comprendere se non si è provata. Si pareva pazzi, per le vie ci si abbracciava tutti, amici e sconosciuti, si saltava dalla contentezza, si parlava dalle finestre, poveri, ricchi, tutti amici, tutti uniti, come si fosse una sola famiglia; quando entrarono i nostri soldati fu una frenesia: una pioggia di fiori li coperse, un grido d’entusiasmo uscì da tutto le bocche, tutti volevano vederli da vicino, i ragazzi andavano in mezzo alla truppa, fra le zampe dei cavalli, si voleva ammirarli, abbracciarli, i nostri fratelli, i nostri soldati che avevamo tanto desiderato. Quando poi entrarono i bersaglieri correndo, seguendo il ritmo della loro allegra fanfara, lesti, colle penne dei cappelli agitate dal vento che correndo per le vie come se volassero, parevano un gaio stormo d’uccelli che venisse a portarci la primavera, la pace, l’allegria, allora l’entusiasmo fu al punto culminante. So che tutti ridevamo, piangevamo, eravamo pazzi; in quel delirio di gioia avevo la febbre; so che dovetti andarmene a casa affranto, non potei dormire, tanto ero agitato, e se chiudevo gli occhi mi vedevo una danza di bandiere a tre colori, di soldati e di cappelli da bersagliere.
“E la gioia maggiore fu di vedere il nostro re Vittorio Emanuele entrare a Milano col suo aspetto marziale, la sua faccia aperta e buona. Sono stati momenti quelli che non si dimenticano, e vedete, io non invidio la vostra gioventù baldanzosa, piena di speranza nell’avvenire, perchè sono contento d’esser vissuto in quei giorni in cui eravamo tutti fratelli, e come si era stati compagni nelle lotte e nelle privazioni si ritornava ad esserlo nella gioia comune.
“Però passato quel tempo d’entusiasmo la vita m’apparve monotona. Pio IX non era più quello di prima, dovevano avergli cambiata la testa; noi, preti, in città, non avevamo più tante simpatie, e il mondo mi parve così brutto che volli venire in campagna, dove lo spettacolo della natura è sempre grandioso ed attraente.
“Qui ho trovato delle gioie tranquille e non mi pento della mia risoluzione, ho degli amici che mi vogliono bene, ho i miei fiori, gli uccelli che ritornano ogni anno a fare i nidi sotto al mio stesso tetto. Quando poi avevo vostro zio che era stato un mio compagno del quarant’otto e non si stancava mai di ricordare quel tempo, io non desideravo nulla di più, e proprio bisogna dire che il Signore mi vuol bene; dopo che m’ha dato il dispiacere di togliermi quel buon amico, ecco che siete venuti voi ed io posso ritornare in questa casa, che mi ricorda tante cose, e vi vedrò ritornare tutti gli anni come gli uccelli dei miei nidi; crescere, poi magari prendere il volo, finchè un giorno o l’altro lo prenderò io il volo. Intanto, l’avervi conosciuto sarà una consolazione dei miei ultimi anni, e poi sono certo che resterà qualcuno a ricordare il vecchio curato, non è vero?
– Ora deve star qui tanti anni con noi, non dobbiamo pensare a malinconie, – dissero in coro i ragazzi.
– Anzi, – soggiunse il Damiati che avea terminato di ripassare il compito di Carlo, – la signorina Maria dovrebbe raccontarci le avventure d’un altro piccolo eroe.
– Questa sera, no, – disse Maria, – una bella figura farebbero i miei eroi dopo i discorsi del quarant’otto! Se volete v’invito per domani sera.
– Bene, bene, domani sera è impegnata, – disse il professore.
E si contentarono di far ancora un po’ di chiacchiere finchè Mario terminava una vignetta dove pretendeva d’aver rappresentato la rivoluzione del quarant’otto con bombe, barricate e una tal confusione nella quale non si poteva raccapezzare nulla, tanto che anche il futuro artista dovette concludere che i quadri storici non erano il suo forte.

IL PROCACCIA.

Angiolina era andata a prendere il manoscritto e l’avea posto davanti a Maria, mentre tutti gli altri stavano intorno alla tavola attenti ad ascoltarla.
– Quest’oggi – disse Maria – è una storia molto semplice, e forse dopo i fatti eroici di ieri sera non riuscirà ad interessarvi; procurerò di esser breve. – E preso il manoscritto incominciò:

Siamo in un tugurio sopra una montagna; intorno, delle praterie, verdi l’estate, e l’inverno coperte di neve, delle cime aguzze di monti con boschi di abeti neri e di tratto in tratto qualche capanna, qualche casolare, in mezzo a quella solitudine
In una camera povera, affumicata e quasi spoglia, se ne sta rannicchiata accanto al fuoco una donna dall’aspetto macilento e tremante dal freddo.
Un ragazzo entra portando un fascio di legna.
– Ecco, mamma, della legna per riscaldarci.
– Se bastasse! – disse la Maddalena con un sospiro, – ma bisogna mangiare,
– Abbiamo ancora della farina, – rispose il ragazzo che si chiamava Antonio, – poi Francesco m’ha lasciato i suoi quattrini prima di partire.
La donna diede in un sospiro più forte sentendo nominare l’altro figliuolo e disse:
– Se almeno me lo avessero lasciato, non si correrebbe il pericolo di morire di fame, oppure se mi sentissi bene, qualche cosa potrei fare, ma invece me lo mandano soldato ora che avevo più bisogno di lui.
– Ci sono io, – disse Antonio.
– Che cosa vuoi fare tu che sei ancora bambino?
– Ho dodici anni e sono forte, cercherò del lavoro e l’ho promesso anche a Francesco.
– A proposito, che cosa ti ha detto prima di partire? – chiese la donna.
– Nulla! che cercassi del lavoro, anzi scendo al villaggio per vedere se trovo da fare qualche cosa.
Così dicendo uscì, e mentre scendeva la montagna erta e sdrucciolevole per la neve caduta, andava pensando a quello che gli avea detto appunto Francesco prima di partire pel reggimento.
Egli era vissuto fino a quel giorno senza crucci, andando alla scuola, e i giorni di vacanza giocando cogli amici. Avea spesso fatto qualche piccolo servizio al fratello o alla mamma, e all’ora consueta trovava in casa un boccone da mangiare, che, per quanto fosse semplice, gli facea l’effetto di un cibo squisito, ed era vissuto tranquillo e felice come un uccellino.
Ma quella mattina, dopo il discorso fattogli dal fratello, si sentiva trasformato, i suoi pensieri non erano più tanto allegri e gli pareva d’esser già un uomo col peso d’una grande responsabilità.
– Senti, – gli avea detto Francesco, – se non mi chiamavano soldato, non t’avrei parlato di nulla, e non avrei turbato con delle inquietudini la tua età spensierata, ma parto, e devo dirti tutto quello che mi pesa sul cuore da tanto tempo. Tu ora così piccino devi aver molto giudizio e fare il capo di famiglia.
– E la mamma? – avea detto Antonio.
– Povera mamma! Non sai che è molto ammalata? il dottore dice che ha mal di cuore e non deve aver pensieri nè inquietudini, ha bisogno di mangiar bene e di non faticare; insomma, bisognerebbe essere ricchi, oppure ch’io potessi pensare per tutti, invece ora a lei devi pensarci tu, finchè sono via; ti raccomando, sai, bada che quella povera donna non soffra, fa tutto il possibile, magari chiedi l’elemosina, ma procura che non le manchi un po’ di pane; io, sta tranquillo, cercherò di mandarti qualche soldo, ma che cosa può fare un povero soldato!
Antonio pensava a questo discorso e a Francesco che nel farglielo avea le lagrime agli occhi, e rammentava come l’avea preso fra le braccia stringendolo stretto contro la sua faccia, quando gli promise di lavorare e guadagnare il pane per sè e per la mamma ammalata.
Ma ora in quella strada deserta, intirizzito dal freddo, vedeva che era più difficile di quello che avesse immaginato.
Se fosse la buona stagione, pensava, potrei offrirmi a qualche mandriano per pascolare le bestie, ma siamo d’inverno…. Vedremo, giù al villaggio può darsi che trovi qualche occupazione.
Egli nella sua mente vagheggiava i tempi delle fate, quando bastava esser buoni e ubbidienti, per veder subito qualche fata accorrere ad aiutarci; egli sarebbe stato tale per meritare la protezione di una buona fata, e si guardava intorno se ci fosse qualche animaluccio da salvare, qualcuno da soccorrere, come se fossero ancora quei bei tempi; ma non c’era anima viva, e soltanto udiva il rumore del vento che usciva dalle gole dei monti e scuoteva le cime degli abeti.
Quando vide le prime case del villaggio il suo cuore si aperse alla speranza; in quelle case abitava della gente, e forse qualcuno si sarebbe mosso a pietà di lui.
Camminando adagio per quelle vie deserte, vide aprirsi una porta ed una donna uscire con un paiuolo in mano, per ripulirlo.
Si avvicinò a lei e si fece coraggio di chiederle se avesse qualche occupazione da dargli.
– Posso far di tutto, – disse, – ripulire e lavare la casa, aver cura delle bestie, far delle commissioni.
– Sei matto, – disse la donna; – coi tempi che corrono, non c’è abbastanza da lavorare nemmeno per noi.
Egli proseguì il suo cammino con un sospiro.
Vicino alla chiesa, vide un uomo piuttosto ben vestito che veniva incontro a lui.
Egli si fece avanti, e pensando alla mamma ammalata, a quello che gli aveva detto il fratello, stese la mano per chiedere l’elemosina.
– Non ti vergogni? – gli disse quell’uomo, – alla tua età chiedere l’elemosina! va a lavorare, piccolo vagabondo.
Non chiedeva di meglio che procurarsi del lavoro, avrebbe voluto dirglielo, ma sentì come un gruppo alla gola che gli tolse il respiro e corse via senza dir nulla, vergognandosi.
Cominciava ad essere scoraggiato e pensava se non fosse meglio per quel giorno ritornare a casa, quando udì il rumore della diligenza che arrivava, e non si mosse, nella speranza che quelli che venivano di lontano fossero più pietosi.
La diligenza si fermò davanti all’osteria della Posta, ed egli corse subito per togliere ai viaggiatori le sacche, gl’involti che avevano in mano, e per aiutare a scaricare i bauli. Ma l’oste che al rumore della diligenza era uscito, diede uno scappellotto ad Antonio dicendogli:
– Levati dai piedi, non abbiamo bisogno del tuo aiuto.
Il povero ragazzo non potè più resistere e diede in uno scoppio di pianto.
La figlia dell’oste, uscita anch’essa all’arrivo dei viaggiatori, ebbe compassione di quel ragazzo e si avvicinò domandandogli che cosa avesse.
– Volevo guadagnarmi qualche soldo aiutando a scaricare i bauli; ho tanto bisogno di trovar lavoro, colla mamma ammalata e mio fratello soldato, ma sono troppo disgraziato, dovrò tornare a casa a mani vuote.
La fanciulla fu commossa dalle parole di quel ragazzo che le pareva sincero, e pensò di aiutarlo.
– Vieni, – disse, – ti darò un po’ di brodo per riscaldarti.
– Per me non importa, ma è per la mia mamma che voglio guadagnare qualche cosa.
– Povero ragazzo! – pensò la fanciulla. Poi si rivolse a lui dicendogli: – Posso fidarmi di te? sei forte per portare un pacco sulla montagna nella cascina chiamata Colombara?
– Se sono forte! Lo credo io! Mi dia questo pacco.
– Ma potrai farlo? Non lo lascerai cadere lungo la via?
– No, stia sicura; glie lo giuro! – disse mettendosi la manina sul petto.
– Bada che è pesante.
– Sono forte.
– Ecco, – disse la ragazza consegnandogli un involto alquanto voluminoso; – vedi, è inutile, è più grande di te.
– Non abbia timore, – disse Antonio. Prese un pezzo di legno che trovò in terra, si fece dare una corda e vi attaccò il pacco solidamente e se lo mise dietro le spalle. – Mi pare una piuma, – soggiunse, – domani ritornerò a vedere se ha altri pacchi da consegnarmi.
– Bada di portarlo direttamente alla Colombara, ti daranno venticinque centesimi per la tua fatica; buon viaggio, procura di non sdrucciolare.
– A rivederci domani, – disse Antonio tutto contento e saltellando sulla strada fangosa, come se andasse ad una festa.
Il pacco era pesante, la salita faticosa, ma egli non sentiva nulla, nella sua felicità di poter fare qualche cosa ed essere utile alla mamma; pensava ch’egli aveva trovato una buona fata, e ormai l’ostessa l’avrebbe protetto. Aveva una faccia così buona quella ragazza che si teneva sicuro che non l’abbandonerebbe più, e saliva saliva la montagna con quei pensieri allegri, non sentendo nè il freddo, nè il disagio del cammino; eppure ci voleva circa un’ora per giungere a destinazione, e quando la montagna si faceva più erta egli sentiva il pacco farsi più pesante, ma era pieno di coraggio e andava avanti finchè giunse alla cascina, tutto sudato.
Gli venne incontro una ragazza e gli chiese se avesse una lettera per lei.
– Non m’hanno consegnato che questo pacco, ma domani ritorno in paese e domanderò se vi sono lettere per voi, – disse Antonio.
– Ricordati, – le disse la fanciulla, – per ogni lettera che mi porterai ti darò un soldo, prendi intanto. – -E gli diede i cinque soldi per il pacco ed un bicchiere di vino per giunta.
Antonio discese la montagna canterellando, egli aveva un progetto con cui sperava di mantenere la sua mamma, e gli pareva già d’esser ricco.
Giunse a casa allegro portando una bottiglia di latte e un po’ di pane, comperato lungo la via.
Trovò la mamma inquieta della sua lunga assenza.
– Bisognerà bene che tu mi lasci andare se vuoi che guadagni da vivere; non sono più un bimbo io, e non c’è pericolo che mi perda.
Essa si mostrò contenta del figliuolo, ma pensava sempre al suo Francesco che era lontano, e tutte le volte che Antonio ritornava dal villaggio, gli chiedeva ansiosa se avesse ricevuto lettera dal fratello.
In pochi giorni Antonio era diventato il corriere della montagna. Aveva tanto pregato Rosa, la figlia dell’oste (ch’egli si ostinava a riguardare come la sua buona fata), che affidasse a lui tutti i pacchi e la corrispondenza della montagna, che malgrado la sua giovinezza glielo aveva accordato. Sempre però gli diceva:
– Bada che non sia troppa fatica e troppa responsabilità per un ragazzo come te; se perdessi una lettera, guai! non ti darei più nulla e dovresti pagare la multa.
Ma Antonio la rassicurava, e la supplicava di lasciare a lui quell’incarico, affinchè potesse guadagnare qualche soldo, per poter comperare il pane alla sua mamma.
E così, ogni mattina, scendeva al villaggio, ed era tutto felice quando la diligenza portava tanti pacchi e tante lettere per gli abitanti della montagna, e bisognava vedere come si caricava, tanto che qualche volta la sua personcina scompariva sotto quella massa di roba; ma più ne aveva, più era contento, e girava la montagna per delle ore, finchè avesse tutto consegnato all’indirizzo preciso.
Il ragazzo era ormai un amico per gli abitanti di quei casolari, che gli venivano incontro col sorriso sulle labbra, in attesa di notizie dei parenti lontani.
La ragazza che abitava alla Colombara stava ad attenderlo sempre sull’uscio, nella speranza che le portasse qualche lettera del suo promesso sposo, ch’era soldato; essa lo faceva sempre entrare a riscaldarsi, e non mancava mai di dargli un bicchiere di vino o una ciotola di latte; gli faceva anche delle confidenze e gli raccontava quello che Enrico le scriveva, quando egli le portava una lettera.
E Antonio le parlava di Francesco che era soldato anche lui, e le raccontava che aveva voluto andare a Massaua in un paese lontano lontano, dove si moriva dal caldo, ma per guadagnare di più; e ciò gli dava pensiero perchè le lettere tardavano a venire, e per non vedere inquieta la mamma dovea dirle che aveva avuto notizie, anche se non ne sapeva nulla.
– Dille che Enrico mi scrive che sta bene, – gli diceva la ragazza, – -sono soldati tutti e due, ed è naturale che essendo dell’istesso paese, si possano conoscere.
E così Antonio diceva sempre alla mamma che Francesco stava bene; l’avea saputo alla Colombara.
C’erano giorni che in paese non arrivava nulla e Antonio dovea tornarsene a casa tutto avvilito d’aver perduta la sua giornata.
Ci fu un periodo di tempo che nevicava forte, e andar per quelle montagne era difficile e pericoloso.
La Rosa lo consigliava di aspettare che il tempo si facesse migliore; ma egli non le dava retta, e quando c’era qualche cosa da portare, voleva andare lo stesso, a costo di arrivare a casa sfinito e assiderato.
Dalle notizie che raccoglieva da quelli che avevano i parenti lontani, avea saputo che in Africa c’era stato un combattimento con morti e feriti, ed egli era in pensiero pel fratello che da tanto tempo non mandava notizie; anche la mamma era inquieta e per calmarla le diceva che Francesco faceva sapere col mezzo d’Enrico che stava bene e li salutava.
Però quella vita cominciava ad esser troppo faticosa per lui, e quel dover tenere tutto chiuso in sè stesso, gli opprimeva il cuore, s’aggiunse che la malattia della mamma s’aggravò ed egli andava al villaggio coll’inquietudine di trovarla peggiorata, ritornando a casa la sera.
Un giorno ebbe come una scossa quando trovò una lettera del sindaco che avea delle comunicazioni da fare alla sua mamma. Non disse nulla e andò tutto solo a sentire la ragione di quella chiamata.
Quando il sindaco gli disse che l’aveva fatto chiamare per dirgli che suo fratello era morto a Dogali combattendo contro Ras Alula, egli non volea credere e stette là ad aspettare che gli dicesse d’aver fatto per celia, ma il sindaco gli confermò la tremenda notizia.
– Consolati, – gli disse, – è morto da eroe, e certo gli daranno la medaglia.
Ma che cosa gl’importava e la medaglia e che fosse morto da eroe, se non sarebbe ritornato, e non l’avrebbe più riveduto! E alla mamma come avrebbe potuto dare quella terribile notizia? No, non era possibile, piuttosto che dirglielo non sarebbe ritornato a casa.
Infatti non disse nulla, ma gli pesava di dover continuare ad ingannarla; andò a consigliarsi colla sua amica alla Colombara, ed anch’essa lo esortò a non dir nulla alla mamma; era inutile affliggerla, poichè non aveva che pochi giorni di vita.
Essa compiangeva il povero Antonio; ma quel giorno era contenta perchè le aveva portata una lettera nella quale Enrico le scriveva che sarebbe presto venuto in congedo.
Essa regalò al suo amico tante cose da portare a casa; delle frutta, della farina e delle uova.
– Prendi, – disse, – almeno che la tua mamma abbia da sostentarsi.
Ma egli non pensava che al suo fratello morto e al segreto che dovea tenere in petto.
Quando entrò in casa volle mostrarsi contento, ma aveva le lagrime agli occhi.
– Perchè hai quella faccia? – gli disse la mamma.
– Sono stanco, ecco.
– E di Francesco non sai nulla?
– Sta bene, me lo dissero alla Colombara.
– Pure dovrebbe scrivere, io sono inquieta, – replicò la povera donna.
Antonio non parlò più in tutta la giornata, e da quel momento avrebbe voluto star tutto il giorno fuori perchè la mamma non gli chiedesse di Francesco. E stava fuori infatti il maggior tempo possibile, e in casa non parlava mai; si era fatto chiuso e muto come una tomba.
Anche la sua mamma era di cattivo umore, si lagnava sempre dei suoi mali, borbottava perchè egli non le raccontava più nulla e Francesco non scriveva.
Ed egli continuava la sua vita faticosa, sempre in giro sulla montagna, carico di pacchi e di lettere, che portavano ora la gioia ora la tristezza nei tugurii di quei montanari.
Un giorno, di ritorno dalle sue escursioni, trovò la mamma che si dibatteva in preda a violente convulsioni fra spasimi atroci; egli corse a chiamare il medico che tentò di calmarla, ma essa era uscita, avea saputo che suo figlio era morto ed era ritornata a casa in quello stato.
Quando incominciò a rinvenire se la prese con Antonio che non le aveva detto nulla, e continuò a rimproverarlo dicendogli che non aveva cuore perchè le avea tenuto nascosto un fatto simile, e l’avea ingannata sulla sorte del suo figlio prediletto.
Antonio, tutto confuso, non sapeva che cosa dire; ma la sua vita diventava più triste e più insopportabile e il suo lavoro più ingrato.
Egli si sentiva la voglia di andarsene solo, lontano, per non sentir più quei rimproveri che sapeva di non meritare; ma poi pensava che senza di lui la sua mamma sarebbe morta di fame e rimaneva.
Pochi ragazzi avrebbero avuto tanta pazienza di sopportare i rimproveri e le ire di quella donna, divenuta quasi pazza dal dolore; ma egli si rammentava le raccomandazioni di Francesco e continuava a lavorare per lei, a curarla quand’era ammalata ed a sopportare pazientemente le sue sfuriate.
E quando un giorno la trovò morta nel suo letto e non lo sgridò più, egli si sentì un groppo alla gola e pianse d’esser rimasto solo al mondo.
Egli continuò a girare quei monti, ma triste, senza parlar mai, con un’idea fissa nel capo: di andar soldato in Africa e di uccidere Ras Alula per vendicare il fratello.

Questa storia aveva interessato molto Carlo, il quale diceva che, sebbene non avesse da vendicare nessuno, sarebbe andato anche lui assieme ad Antonio in Africa, tanto per andare alla guerra.
E Mario alla vignetta che rappresentava Antonio che saliva la montagna sepolto sotto una quantità di pacchi e d’involti, ne aggiunse un’altra, che rappresentava Carlo, il quale, appena incontrato un africano, fuggiva a gambe levate come se avesse veduto il diavolo.

LA FIERA.

La mattina, mentre Maria colle sorelle ed Angiolina attendevano alle faccende domestiche, i ragazzi solevano fare una passeggiata fino al villaggio.
Un giorno ritornarono tutti animati, allegri, raccontando che nei giorni seguenti ci doveva essere la fiera del villaggio: avevano letti gli avvisi che promettevano feste, fuochi e luminarie: poi in piazza incominciavano già a piantar banchi, baracche, per mostrare fenomeni viventi, un teatro di burattini, una giostra e tante altre cose; doveva proprio essere una vera baldoria, ed essi erano contenti pensando di approfittare di tutti quei divertimenti.
Maria disse chiaro e tondo che non li avrebbe lasciati andare a divertirsi se prima non avessero dedicato qualche ora allo studio, perchè ci doveva esser tempo per tutto e che non pensassero di starsene in piazza tutto il giorno.
Carlo ed Elisa non volevano intendere quelle ragioni, e replicarono che durante la fiera volevano far festa, come tutti quelli del villaggio, e facevano progetti di divertirsi, d’assistere a quegli spettacoli, e già, prima del tempo, cominciavano a distogliere la mente dallo studio. Maria con quei due ragazzi pigri ed insubordinati si sentiva scoraggiata e avvilita nella sua impotenza di renderli ubbidienti.
Guai se gli altri non l’avessero compensata delle sue fatiche colla loro dolcezza di carattere e colla loro ubbidienza! Specialmente Giannina la rendeva contenta cercando d’imitare l’Angiolina, la quale era una perfetta massaia e una ragazza ben educata e piena di cuore.
Maria era sempre più contenta d’aver invitata l’Angiolina, perchè colla sua operosità dava il buon esempio alle altre. Essa la mattina si alzava prima di tutti, e dopo aver dato aria alla camera ed essersi lavata e pettinata, rifaceva il suo letto ed anche quello di Elisa, la quale non finiva mai di star allo specchio a ravviarsi i capelli, e non le parea vero d’avere un’amica che facesse anche la sua parte di lavoro.
– Come sei buona! – le diceva, – ma che non sappia Maria che sei tu quella che metti in ordine la camera, altrimenti mi sgrida.
– Mi piace tanto, mi fa tanto bene questo moto, diceva l’Angiola; e intanto andava di qua e di là a spolverare i mobili, e quando aveva finito scendeva per dare una mano a Maria e alla donna di servizio.
Poi si mettevano tutte a lavorare, e quel giorno appunto dovevano terminare di orlare delle lenzuola, e ci si misero tutte e tre con molta assiduità per restare libere pei giorni di fiera. Angiolina rimpiangeva la macchina da cucire della sua mamma, ma la Maria diceva che aveva piacere che le sorelle s’avvezzassero a cucire a mano; esercitavano così la pazienza, stavano tranquille e potevano chiacchierare.
– Le macchine, – disse, – vanno bene quando c’è fretta, ma forse sono una delle ragioni per cui le donne al giorno d’oggi sono tanto nervose, non dico per te, Angiolina che sei un’eccezione; ma mi pare più sano raccogliersi intorno al tavolino e stare assieme a discorrere. Guardate come sta bene Giannina, orlando il suo fazzoletto. – Infatti quella bimba lavorava con una grazia che faceva venir voglia di baciarla.
Mario si annoiava quando le ragazze lavoravano, e andava a tirar loro le trecce e non le lasciava un momento in pace.
– Bada che domani non ti conduco alla fiera, – disse Maria, – se non stai tranquillo.
– M’annoio, – disse Mario.
– Fa qualche cosa.
– La vostra caricatura, allora.
– Quello che vuoi, basta che ci lasci quiete.
Ma mentre le ragazze facevano andar l’ago sulla tela colla massima rapidità, i ragazzi erano distratti e continuavano a parlare dei divertimenti che avrebbero goduto il giorno appresso.
Mario tutt’a un tratto nel temperare la matita si tagliò un dito, e andò da Maria pallido per lo spavento.
– Non è nulla, – disse la fanciulla, e legò con un fazzoletto il dito tagliato. Andò poi a prendere nell’armadio la cassetta della farmacia, ne tolse cotone e pezzuole fenicate, e con queste, legò stretto il dito del fratello raccomandandogli di star tranquillo e di star più attento un’altra volta.
L’Angiolina le chiese perchè adoperasse quelle pezzuole che puzzavano, invece di un semplice pezzo di tela. Allora Maria spiegò come è sempre più prudente di fasciare una ferita con roba disinfettata.
– Vedi, – disse, – noi siamo circondati da microbi, cioè da animali invisibili che se penetrano nell’organismo ci possono avvelenare il sangue e farci molto male. Quando la pelle è tagliata, è come se ci fosse una porta aperta per lasciarli entrare; sicchè è sempre meglio adoperare sostanze che riescono loro nocive.
Angiolina stava ad ascoltarla a bocca aperta; poi dopo aver pensato un momento, disse:
– Ma quella volta che la mamma si ferì la mano colla macchina da cucire, se io l’avessi fasciata come il dito di Mario, non le sarebbe venuta la risipola?
– Probabilmente no, – rispose Maria, – perchè quello è un male che viene spesso da infezione del sangue.
– Pensare che s’io avessi saputo queste cose la mamma non avrebbe sofferto tanto! Ma m’insegnerà, non è vero, tutto quello che sa di medicina? – disse rivolgendosi a Maria.
– Volentieri. Prenderai degli appunti, come ho fatto io stessa, e come desidero che facciano anche le mie sorelle; nella vita non si sa mai quello che può accadere, ed è una grande soddisfazione prevenire i mali che possono venire ad una persona di famiglia e saperli curar bene.
– Ma dimmi, una volta non c’erano questi microbi? – chiese Giannina.
– C’erano, – rispose Maria, – ma nessuno lo sapeva, perchè non si potevano vedere; fu l’invenzione dei microscopii potenti, che fece scoprire tutto un mondo invisibile, e fu l’ingegno di grandi scienziati che a furia di studii e d’esperienze riuscì qualche volta a trovar il modo di combattere questi nemici. Un tempo quando uno era ferito gravemente, gli si faceva un’operazione chirurgica, e la morte era molto probabile: ora invece coi nuovi sistemi questo pericolo è molto diminuito.
Angiolina stava attenta a quei discorsi come se si trattasse di un racconto fantastico.
– Come è bella la scienza e quanto mi piacerebbe studiarla! Ma mi dica, se non si hanno alla mano dei disinfettanti, come si fa?
– Si può sempre lavar la ferita coll’acqua bollita, perchè ad un certo grado di calore tutti i microbi muoiono e l’acqua bollita è già disinfettata.
Mario, che era pauroso e sentiva dolore nella ferita, era tutto pallido e temeva di aver qualche microbo; la sorella lo rassicurò, ma volle cambiare discorso, promettendo ad Angioina di darle una lezione di medicina domestica in seguito, tranquillamente, dopo finito il chiasso della fiera.

LETTERA DI ANGIOLA ALLA SIGNORA MERLI.

Cara mamma.

Come sei stata buona a lasciarmi venire in campagna colla signora Morandi! Quanto mi diverto! E quante cose avrò da raccontarti al mio ritorno.
Da tre giorni siamo in piena baldoria, c’è la fiera in paese e ci siamo dati tutti alla pazza gioia.
Però oggi la signorina Maria volle che si rimanesse in casa a raccogliere le nostre idee, e per non restare oziosi ci disse di scrivere le nostre impressioni sulla fiera del paese.
È una specie di gara, per vedere chi di noi scrive meglio, e questa sera il professar Damiati giudicherà, e classificherà i nostri componimenti.
Io approfitto subito di questa giornata di tranquillità, e sono felice di aver tempo di scriverti; ma Carlo quando seppe che oggi si stava a casa, ha fatto il muso, l’Elisa andò di malavoglia a prendere i suoi quaderni, e sento Mario, nella stanza vicina, irrequieto, che s’alza ogni momento per correre alla finestra ad ogni più piccolo rumore che vien dalla strada.
– Ma mi accorgo che anche la mia signora figlia si perde in divagazioni inutili, – mi par di sentirti dire.
Hai ragione, mammina mia, ed ecco che torno all’argomento.
T’assicuro che la vita di questi giorni pare un sogno. Il nostro villaggio non è più riconoscibile.
Nella piazza quasi sempre spopolata e tranquilla, tanto che quando passavamo per andare alla messa o alla posta, non s’incontrava che qualche donna colle secchie la quale andava ad attingere l’acqua alla fontana, o qualche contadino colla gerla sulle spalle, c’è un frastuono indiavolato, intorno alla chiesa sono collocati dei banchi colle tende bianche, e sui banchi una quantità di oggetti variopinti e luccicanti, che si vendono per quarantanove centesimi, e una folla di contadine vestite da festa, alcune venute dalle montagne, nei loro costumi tradizionali, colle camicette bianche ricamate, i corpetti di velluto, la vita corta, e le vesti di panno con bordure rosse, che guardano cogli occhi meragliati(1), tutta quella roba, incerte su quello che devono comperare; poi banchi pieni di dolci e frutta, e in terra mucchi di stoffe variopinte, poi delle altre distese sui muri, e i venditori che gridano da assordare, e una folla che non lascia passare se non a forza di spintoni.
La parte più interessante dello spettacolo è sul prato dietro la chiesa, dove c’è una giostra che è il gran divertimento dei ragazzi, poi il teatro delle scimmie, che mi ha tanto divertito, ed è molto buffo. Pensa, delle scimmie vestite da gran dame, coi cappellini piumati, e i vestiti guarniti di gale, che fanno delle scene buffe e graziose.
Ce n’è una che mi piace tanto; si mette il cappellino davanti allo specchio, come si potrebbe far noi, si guarda con compiacenza, poi quando un’altra scimmia vestita da cameriera, le dice che la carrozza è pronta, sale in carrozza, – una carrozzella colle ruote dorate, e tirata da due cani bardati con molta eleganza, – si sdraia, sui cuscini con grande sussiego, tenendo colla mano l’occhialino, e di tanto in tanto facendosi vento con un gran ventaglio.
Il cocchiere e lo staffiere sono due scimmie vestite di azzurro, coi cappelli a cilindro, coi galloni d’oro, e anch’esse stanno sedute a cassetta, così impettite e serie come la loro padrona.
Quando la carrozza ha fatta due o tre giri sul palcoscenico, la signora scende, e si fa portare da mangiare; pare che le vivande non siano di suo aggradimento, perchè va sulle furie, e getta il piatto in faccia al cameriere, e irritata sbattendo il ventaglio, salta in carrozza, e via senza salutare nessuno. Se sapessi quanto ci ha fatto ridere! ti assicuro che non ne potevo più.
Fuori, sul prato, abbiamo assistito ad un altro spettacolo. Una compagnia di saltimbanchi avea steso un tappeto, tirata una corda, e facevano salti ed esercizii ginnastici.
C’era una bimba, tanto carina, che l’avrei mangiata coi baci. Avea una bella faccia bianca, coi capelli biondi come l’oro, e degli occhi dolci e buoni, tanto che mi pareva, una piccola fata; essa mi faceva compassione così vestita, succinta con un piccolo gonnellino a pagliuzze d’argento. Ballava sulla corda con molta grazia, e tutti andavano pazzi per lei; però anch’essa si diverte, ed è tutta felice quando le battono le mani.
La chiamano polentina, e il pubblico non è mai sazio di vederla, tanto che quando ha terminato i suoi giochi, si sente gridare da tutte le parti:
– Ancora, ancora, Polentina, – e lei, quantunque stanca, e rossa infocata, riprende i suoi esercizii allegra e sorridente.
Benchè essa sembri contenta della sua sorte, io la compiango; e quando ho veduto la sua casa, ho pensato quanto io sia felice d’avere una mamma come te, che pensa a farmi star bene, e degli amici come i Morandi che mi fanno tanto divertire.
Se vedessi la casa di Polentina!
È un carro coperto di tela, dove dorme assieme al suo babbo, che suona la gran cassa; alla sua mamma, che dice la buona ventura, vestita da zingara, e ad uno scimmiotto.
In quel carro dormono, fanno da mangiare, e si portano da un paese all’altro, dove vanno a ripetere sempre i medesimi giuochi.
Povera gente! Eppure non si mostrano malcontenti della loro sorte.
Mi sono anche molto divertita a vedere la cuccagna, ch’era una cosa nuova per me.
Tu, sai già di che cosa si tratta: è un albero alto alto, liscio, dove in cima sono attaccate tante buone e belle cose, che i contadini devono conquistare, arrampicandosi lassù, a furia di braccia e di ginocchi, ciò che riesce abbastanza difficile, perchè quell’antenna è tutta insaponata e sdrucciolevole.
Se avessi veduto quanti ragazzi tentavano quella salita, e poi non erano ancora a mezza strada che scendevano giù sdruccioloni, fra le risate e i motteggi di tutta la popolazione.
Finalmente, dopo molti tentativi inutili, uno riuscì ad arrivare in cima, poi un altro, poi un altro ancora. Bisognava sentire che applausi e che grida da tutte le parti!
Come erano contenti quei ragazzi, che scendevano carichi dei trofei della vittoria.
Erano polli, salsicciotti, sciarpe colorate, e anche dei borsellini con qualche moneta.
Don Vincenzo, ch’era vicino a noi, e che se la godeva come un bambino, diceva che in questo gioco c’è la sua moralità: prima è un esercizio ginnastico, poi mostra che non si giunge alla meta senza fatica.
Più tardi, ci dovevano essere i fuochi d’artifizio; i ragazzi volevano aspettarli, ma la signorina Maria non volle, perchè dice che di notte, in mezzo alla folla, sono pericolosi; una volta essa vide un fanciullo sfigurato, per esser stato colto da un razzo in mezzo alla faccia; dunque non metteva conto per un piccolo divertimento, esporsi ad un pericolo anche lontano, ed ho trovato che aveva ragione.
Se sapessi che buona ragazza, è la signorina Maria! Ho imparato da lei tante cose, in questi pochi giorni, più che se fossi andata a scuola; essa sa tutto: sa curare gli ammalati, fasciare le ferite, fa dei buoni dolci, e poi ha scritto dei racconti, che ci legge qualche volta, ed è per me una vera festa il sentirli.
Se una buona fata mi domandasse di esprimere un desiderio, ti assicuro che non chiederei, come farebbe l’Elisa, gli equipaggi e i vestiti eleganti della signorina Guerini, nè di essere un famoso pittore, come vorrebbe Mario, o un eroe come Carlo; ma le chiederei di farmi rassomigliare a Maria.
Spero che quando saranno ritornati in città, mi lascerai andar spesso in casa Morandi; sarà il mio più grande divertimento, ed io studierò, e sarò buona per meritarmelo.
Addio, mammina, abbraccia il babbo, e sta sicura che per quanto io mi trovi qui assai bene, pure sono impaziente di abbracciarti.

LA TUA ANGIOLINA.

P.S. Prima di spedirti la lettera ti racconto l’esito della nostra gara.
Alla presenza del professore Damiati si diede lettura dei nostri scritti.
Quello di Vittorio, e quello della tua figlia furono giudicati i migliori.
Carlo ed Elisa erano troppo distratti per poter far bene.
Mario mostrò un foglio di disegni che fecero rider tutti.
Rappresentavano il teatro delle scimmie, e le scimmie eravamo noi: Elisa che voleva imitare la signorina Guerini, Carlo il ragazzo Guerini, io la Maria, la Giannina volea imitar me; insomma tutti scimmie, e sopra scrisse: Impressioni della fiera.
Veramente nel programma non c’era un cómpito di disegno, ma si rise e glielo hanno passato per buono.
Mi sono dimenticata nella mia descrizione di parlarti di un ciarlatano che ci fece molto divertire, e siccome Vittorio lo descrisse nel suo componimento, così te lo mando perchè tu ti possa formare un’idea esatta del modo con cui abbiamo passato questi giorni. Addio, e un bel bacio.

RICORDI DELLA FIERA
(dal taccuino di Vittorio)

IL CIARLATANO.

Dove sono? Chi fu il mago che ha trasformato il mio villaggio? Forse siamo di carnevale? Che frastuono! Che baraonda! Ma è pur bella qualche volta un po’ di confusione!
Ed io godo in questi giorni di fiera appunto perchè durano poco.
Mio Dio, che strepito!
– Signorine, vengano a comperare! novantanove centesimi al pezzo, guardino che bella roba.
– Della tela bellissima, dei fazzoletti, tutto a buon mercato; avanti avanti, signori!
– Il teatro delle scimmie, le sette meraviglie del mondo! il cosmorama pittorico! entrino, signori, che resteranno sorpresi! – E simili grida da tutte le parti, tanto che mia sorella ha tutte le ragioni di dire che ha la testa grossa come un pallone.
– Taratatà taratatà, che cos’è questo rumore che viene laggiù dalla strada maestra? Si vede un nuvolo di polvere, s’ode uno scalpitìo di cavalli, tutti tacciono per un momento e si domandano:
– Che cosa sarà?
Le trombe squillano più forte, la massa nera s’avvicina, e già si distinguono quattro cavalli bianchi attaccati ad un cocchio alto e maestoso.
Vengono a gran carriera, son già vicini alla piazza.
– Largo largo, indietro, eh op, eh op.
La folla si restringe, si pigia, e il cocchio passa a mala pena in mezzo a quel mare di teste e s’arresta nel centro della piazza.
Un uomo di mezza età, colla barba brizzolata, d’aspetto abbastanza simpatico, sale sul seggio davanti, il quale è tutto ricoperto di velluto rosso, e si rivolge a tutta quella folla, intenta ad ascoltarlo.
Parla bene, con voce sonora, dice di chiamarsi Rocco Lavarione, d’aver studiato all’università, viaggiato mezzo mondo e conclude che possiede una polvere miracolosa che guarisce tutti i mali, ed invita quella gente a farsi avanti per comprarsela.
Il professore Damiati dice che è uno dei soliti ciarlatani; però io non mi sarei mai figurato un ciarlatano dall’aspetto così rispettabile.
“Venite venite, – intanto egli continua dall’alto del suo cocchio, – io non sono un ciarlatano, quello che dico è la pura verità, comperate la mia polvere, se non avrà la virtù ch’io vi prometto me la renderete, ed io vi restituirò il vostro danaro; posso parlar meglio di così? vedete che non arrischiate nulla.”
Tutta quella popolazione, rimasta incerta fino a quel momento, incomincia a scuotersi; già una donna si avvicina, sale sul cocchio e domanda la polvere, che le viene subito data per una lira; un’altra segue il suo esempio; un giovanotto dice di avere un dolore sulla faccia, e Rocco Lavarione gli fa una fregagione colla sua polvere, e poi gli chiede:
– E il dolore non lo sentite più?
Il ragazzo dice di no e se ne va tutto contento.
Incomincia il pigia pigia della gente intorno alla carrozza; tutti stendono le mani per chiedere la polvere miracolosa.
Rocco Lavarione e il suo domestico non hanno braccia bastanti per appagar tutti; le lire piovono nel vassoio, s’accumulano in un momento. E tutta quella gente se ne va contenta col pacchetto di polvere in mano, sorridente come se portasse a casa un tesoro.
Vicino a noi c’è un gruppo di villeggianti che vorrebbero persuadere quei contadini che è un inganno, ma essi non credono e continuano ad affollarsi intorno al cocchio di Rocco Lavarione.
Se si mette in dubbio l’efficacia di quella polvere essi ci guardano con occhi feroci; e infatti perchè togliere loro la fede e la speranza?
L’idea di possedere un farmaco che guarirà i loro mali, non è già una felicità?
Il professore presso di noi dice che il popolo è come un fanciullo che vuole il meraviglioso.
Al medico del villaggio, che si presenta come qualunque altra persona e che pure ha studiato, non credono, ed invece hanno fede in quell’uomo che parla come un oracolo, dall’alto della sua carrozza.
Io vorrei comperare un pacchetto di polvere per sapere di che cosa è composta, ma mia sorella non vuole; lo fa invece un mio vicino, il quale dal vestito si capisce che non è un contadino.
Al vedere quel signore ben vestito che s’avanza verso Rocco Lavarione, si fanno arditi anche i più timidi; e coloro che se ne stavano incerti, tutti s’avanzano a far ressa intorno al cocchio; i danari piovono, i pacchetti sfumano e Rocco Lavarione sorride contento, e quando vede diradarsi la folla, mette il danaro in un sacco di pelle, fa sferzare i cavalli, e via di corsa, aprendosi un varco in mezzo alla gente che lo segue cogli occhi, mentre egli si dilegua in lontananza, come una visione fantastica. I venditori ricominciano ad offrire la loro merce; si sente la gran cassa richiamare gli spettatori nel teatro delle scimmie, e noi restiamo a discutere se sia permesso approfittare della credulità della gente per intascare danaro come fa Rocco Lavarione.
Taluno dice che non si dovrebbe permettere; altri invece gli danno ragione di far così, finchè vi sono gonzi che si lasciano pigliare. Uno racconta la storia di quell’uomo, e narra che una volta era un povero diavolo che aveva anche studiato per far il dottore, ma non era riuscito a conseguire la laurea, avea cercato un impiego inutilmente e stava quasi per morire di fame, quando gli venne l’idea della sua polvere, che se non ha la virtù che egli le attribuisce, è composta di erbe aromatiche polverizzate e non è nociva.
– Infine ha diritto di vivere anche lui, – soggiunge, – e se la gente si lascia ingannare, suo danno.
In tutta la giornata non si fece che pensare a quello spettacolo, ed io me ne tornai dalla fiera con una grande compassione per tutta quella gente credula, così felice dell’acquisto fatto, e per Rocco Lavarione, che era un ciarlatano per quanto sostenesse di non esserlo, e in quello stesso momento mi pareva di vederlo felice intorno ad una tavola ben guernita, mangiando il suo pranzo, tutto allegro del danaro guadagnato, e mi domandavo se la sua baldoria durerà molto tempo; ma mi persuadevo che durerà fintanto che al mondo vi saranno dei gonzi, cioè ancora per un bel numero d’anni.

TOM E FRIDA.

Quella sera, dopo che i ragazzi ebbero terminato di leggere i loro componimenti, vollero che Maria leggesse uno dei suoi racconti. Non era giusto che essa non prendesse parte alla gara dei suoi fratelli.
– Già che lo volete, ne leggerò uno volentieri, ed anche d’un argomento che ha qualche analogia coi divertimenti di questi giorni, ma il mio, sarà fuori di concorso.
– In quanto a questo, le decretiamo subito il primo premio, e credo che nessuno se ne lagnerà, – disse il professore Damiati.
– Benissimo! – esclamarono gli altri applaudendo, – ed ora sentiamo questo racconto.
– Ed io rinuncio ad illustrarlo, – disse Mario, – mi sono stancato troppo colla mia composizione.
Maria aveva già cercato nella sua cartella il racconto che avea promesso di leggere ed incominciò.

Tom e Frida erano fratello e sorella, e non sapevano in qual modo si fossero trovati a far parte del circo equestre diretto dai signori Harris, nè perchè li chiamassero con quei nomi esotici, essi che erano nati sotto il bel cielo d’Italia.
Tom era maggiore di Frida di quattro anni, e aveva soltanto un vago ricordo della sua infanzia.
Si rammentava, come in sogno, un bel paese illuminato dal sole, dove stava tutto il giorno all’aria aperta, in mezzo al profumo dei fiori, allegro e felice; poi una notte mentre dormiva nel medesimo lettuccio con Frida, si ricordava d’aver sentito tremare la casa, poi un rombo, un grido, e avea visto il palco della camera abbassarsi in modo che poteva toccarlo colle sue manine, e tanti sassi, tanta polvere, da rimanere accecati, poi più nulla.
Qualche tempo dopo si era trovato nel circo del signor Harris, assieme ai cani sapienti, alle scimmie ammaestrate ed ai cavalli addestrati all’alta scuola.
Aveva sentito parlare d’esser stato salvato colla sorella quasi per miracolo al tempo del terremoto di Casamicciola, perchè la trave della sua stanza avea formato come un arco sopra il letto, impedendo alle macerie di schiacciarlo assieme alla sorella.
Essendo rimasti soli al mondo, la signora Harris era stata così buona da accoglierli nel suo circo, per educarli all’alta scuola come i suoi cavalli.
Infatti ogni giorno c’erano parecchie ore di lezione. Tom doveva imparare varii esercizii ginnastici, e di equilibrio: poi, fare i salti mortali e montare i cavalli più indomiti.
Egli avrebbe preferito fare qualche altra cosa; ma era agile e forte, e si prestava abbastanza volentieri a quegli esercizii, che imparava colla massima facilità; invece Frida, gracile e delicata, si rifiutava spesso di ubbidire alla signora Harris, e allora erano colpi di frusta che scendevano sulle sue spalle delicate, perchè la padrona voleva adoperare il medesimo sistema colle persone, e coi suoi cavalli.
Tom fremeva quando facevano piangere la sua sorellina, e una volta che le fece scudo colla propria persona s’ebbe una scudisciata così forte, da dover rinunciare alla volontà di difenderla.
Essi vivevano uniti, tenendosi abbracciati, o giocando assieme, e quasi estranei a tutto quel mondo di bestie e d’uomini peggiori delle bestie, che viveva intorno a loro. Ogni volta che venivano chiamati per gli esercizii, Frida piangeva, e nascondendo la sua testina sulle spalle del fratello diceva: – Non voglio. –
Egli proponeva di far doppio lavoro, anzi di fare le parti di Frida, purchè la lasciassero in pace; ma la signora Harris diceva che nessuno della compagnia doveva mangiare il pane a tradimento, e se Frida non era buona di lavorare da sè sola, doveva rassegnarsi a fare gli esercizii assieme cogli altri.
La bimba pesava poco, ed era molto utile nelle piramidi umane dove il suo posto doveva esser sempre su in cima; tremava come una foglia dalla paura, quando la signora Harris faceva gli esercizii sul cavallo e la tenea ritta in piedi sulle spalle mentre il cavallo galoppava colla massima celerità.
Mandava allora dei piccoli gridi; credeva di morire, e l’Harris le dava dei pizzicotti nelle gambe per farla tacere.
Soltanto quando faceva qualche esercizio assieme al fratello non si ribellava; egli la prendeva delicatamente, si sdraiava in terra e poi colle gambe in aria, i piedini di lei appoggiati sui suoi, girava intorno come una ruota, e quand’era stanca apriva le braccia, ed essa spiccava un salto e cadeva in grembo a lui con tanta grazia che tutti applaudivano.
– Quando sono con te mi sento sicura, – diceva Frida; – ma quando sono presa da quelle manacce, mi vien freddo e mi par di morire.
Tom, nella speranza di render i suoi padroni più buoni colla sorella, imparava sempre nuovi giuochi: era riuscito a salire e scendere sopra un piano inclinato, con una gran palla sotto i piedi, a fare il doppio salto mortale sul cavallo in moto, a correre col velocipede sopra un filo di ferro, mostrando una destrezza ed un coraggio straordinarii in un fanciullo di dodici anni; ma queste cose, invece di giovare, recavano danno a Frida, perchè i coniugi Harris, avidi solo di guadagno, diventavano più esigenti colla fanciulla, che volevano seguisse l’esempio del fratello. Ogni giorno le insegnavano qualche nuovo gioco, ed essa piangeva sempre, che era proprio una compassione.
Si può dire che gli Harris, i loro quattro figliuoli e Tom e Frida, unitamente a quattro cani, due scimmie e quattro cavalli, formassero il nucleo della compagnia stabile; poi si scritturavano ogni tanto, per qualche sera, degli artisti avventizii, che erano ora qualche fenomeno vivente, ora dei ginnasti famosi, oppure degli animali sapienti.
Una volta si trovavano in una città di provincia dell’Italia settentrionale, quando si unirono a loro due ginnasti, che facevano delle cose meravigliose, restando appesi solo coi piedi a due trapezii collocati in alto sotto alla vôlta del teatro. Erano giuochi da mettere i brividi, pensando al pericolo di una caduta che poteva riuscire pericolosissima, benchè sotto ci fosse una rete per ammortire il colpo.
Quando questi ginnasti, i quali erano marito e moglie, videro Frida, dissero:
– Quanto è leggera! Pare una palla, che bei giuochi si potrebbero fare con questa bimba! –
– Prendetela, – dissero gli Harris, – e fatela lavorare, con noi non fa quasi nulla.
Essi furono contenti, e un giorno la condussero su, in alto, dove c’erano i trapezii; la bimba piangeva, ma la fecero tacere a furia di busse. – Avanti, marmotta, – le dicevano quando essa non voleva salire le scale malsicure, che univano la rete ai trapezii.
Una volta in alto, la donna prese in braccio la bimba e si lasciò cadere colla testa in giù tenendosi coi piedi attaccata al trapezio; il marito dall’altro trapezio nella stessa posizione, aspettava colle braccia aperte, e a quell’altezza incominciarono a gettarsi la bambina come se fosse una palla; essa strillava, ma non le davano retta. Tom era in teatro cogli occhi in alto per non perder nulla di quella scena, e fremeva di sentirsi impotente a liberare la sorella da quel supplizio.
– Va benissimo, – esclamarono gli acrobati, – questa sera faremo il giuoco che sarà di un bellissimo effetto, e tu bada di non piangere, – dissero a Frida, – se apri bocca, guai a te!
Tom pregava che la lasciassero in pace, ma nessuno gli badava, e la sera Frida fu costretta a prender parte ai giochi della coppia volante.
Il teatro era pieno di spettatori, le signore tremavano per la povera piccina, quando la videro lassù sotto la vôlta del teatro gettata come una palla; ma era un’emozione mai provata, un gioco nuovo e applaudivano calorosamente, tanto che dovettero ripetere il gioco, e la coppia degli acrobati era trionfante.
Ogni sera, quand’era il momento della rappresentazione, Frida usciva tremante e Tom stava ad osservare tutti i suoi movimenti, non staccando gli occhi da lei, e quando la vedeva scendere, le correva incontro, la prendeva fra le braccia e la portava via.
– Basta, – diceva la bimba piangendo e tutta ansante, – non voglio più, mi fa troppo male.
– Anche a me fa male – diceva Tom – vederti lassù; potessi andar io in tua vece, come sarei contento!
– No, no, non dirlo, vengono le vertigini, par di vedere una buca profonda colla bocca aperta per ingoiarci; è terribile.
Una sera tutti erano al solito posto, i due ginnasti salirono le scale di corda trascinandosi dietro Frida che aveva gli occhi pieni di lagrime; aveva detto di non sentirsi bene, di avere un forte mal di capo, ma l’esercizio era annunciato nel programma e bisognava eseguirlo.
I due coniugi incominciarono le loro evoluzioni, mentre la bimba riposava, seduta sopra un trapezio, tenendo in mano una corda.
– Andiamo, a noi, – disse la donna, aprendo le braccia per pigliare Frida.
Essa si lasciò andare, come corpo inerte, e incominciarono il solito gioco, mandandosela da una mano all’altra come una palla, ad un certo punto essa ebbe una specie di vertigine, perdette i sentimenti, sgusciò di mano alla donna e andò a cadere a capo fitto nella rete.
Un gemito partì dal petto della bimba, un altro dagli spettatori, e un grido da Tom, il quale tutto tremante s’arrampicò sulle corde che scendevano dall’alto, e lesto come un gatto andò nella rete, prese fra le braccia Frida e la portò giù.
Essa sentendosi nelle braccia del suo amico aperse gli occhi.
– Ti sei fatta male? – disse Tom.
– Sono tutta stordita, – rispose la fanciulla.
Appena fu scesa, il signor Harris le si avvicinò e volle che camminasse.
– Non posso, – disse Frida.
– Un momento solo, devi uscire e mostrare che sei viva; – così dicendo la strappò dalle mani di Tom e la spinse in mezzo al circo, dove la piccina fu salutata da un applauso.
Tom li raggiunse con un salto, riprese la sorella fra le braccia, e la condusse via mandando ad Harris un’occhiata feroce.
– Non voglio più fare quell’esercizio, – disse Frida.
– Non temere, appena potrai reggere alla fatica, andremo via, lontano da qui; io farò di tutto piuttosto che sopportare questo supplizio.
– Sì, andiamo presto, – disse la bimba.
– Ancora non sei forte abbastanza.
– Con te posso andare fino alla fine del mondo, non ho paura.
Una notte mentre tutti dormivano, Tom e Frida zitti, zitti, uscirono, prima dagli alloggi della compagnia, e poi dalle porte della città, si misero a correre per potersi trovare il giorno dopo molto lontani dai loro aguzzini. Però ad un certo punto Frida rallentò il passo.
– Sei stanca? – disse Tom.
– Non è nulla, andiamo avanti.
Ma venne il momento che la bimba non si sentì più la forza di proseguire.
Tom la prese in braccio, e così fece ancora qualche chilometro, tanto per mettere maggior distanza fra sè e gli Harris.
L’aria della notte e la lunga strada aveva aguzzato il loro appetito e non avevano un soldo in tasca per comprarsi del pane.
Fu quello il primo momento in cui Tom si trovò seriamente impensierito, nel dubbio di aver salvato la sorella da un pericolo, per poi farla morire di fame.
Cominciava appena ad albeggiare, e le strade erano deserte.
– Entriamo qui, – disse Tom trovando una cascina aperta, di quelle che si trovano in mezzo ai boschi e servono ai boscaiuoli per riporvi gli arnesi del lavoro, – quando sarà giorno andremo laggiù dove si vedono quelle case, e domanderemo del pane.
Sdraiati sulla paglia si addormentarono, e si svegliarono quando il sole era già alto sull’orizzonte. Tom incominciò a temere d’essere inseguito dagli Harris, e si mise a correre con Frida attraverso il bosco finchè giunse al villaggio nel pomeriggio.
Avevano fame; ma Tom non ebbe coraggio di chiedere l’elemosina e pensò di guadagnarsi qualche soldo facendo qualcuno dei suoi giochi.
Egli s’era portato in un sacco i suoi arnesi, e là, in mezzo alla piazza sulla nuda terra incominciò a far salti, capriole, giocò con delle palle e dei piatti, tanto per divertire quella gente, mentre si sentiva stanco e affranto dalla fatica. Guadagnò qualche soldo che valse a fargli proseguire la via e continuò così per parecchi giorni, conducendo la sua sorellina, soffermandosi quand’era stanca, facendo i suoi giochi quando aveva fame, e temendo sempre d’essere scoperto ed inseguito dagli Harris.
Un giorno lesse nei giornali che gli Harris offrivano un premio a chi scoprisse il luogo dove dovevano esser nascosti due ginnasti della compagnia, che erano fuggiti rubando degli attrezzi di proprietà dei signori Harris.
Tom si sentì i brividi al leggere quelle parole, e come gli facessero una colpa d’aver portato con sè gli attrezzi ch’egli adoperava sempre, e che avea pagati cento volte col suo lavoro; e lo colse tanta paura d’essere preso, che da quel momento pensò di andare lontano, lontano, dove non sentisse mai più parlare degli Harris, che gli avevano fatto tanto male.
Incominciò a camminare giorno e notte senza fermarsi; quando Frida era stanca la prendeva in braccio e continuava il suo cammino guardandosi indietro nel timore d’essere inseguito. Se incontrava qualche carro per via, supplicava che gli permettessero di salirvi per fare un tratto di strada assieme alla sorella; diceva che doveva andar lontano lontano, e che la bimba era stanca e ammalata.
Essa era pallida, gracile, ma non parlava mai, contenta di appoggiarsi solamente sopra suo fratello, e di non far più quegli esercizii che le incutevano tanta paura.
Un giorno arrivarono in una bella città in riva al mare, dove c’erano tanti bastimenti pronti per la partenza.
Il primo pensiero di Tom fu d’imbarcarsi sopra uno di quei bastimenti e andare in un paese lontano, dove gli Harris non l’avrebbero potuto raggiungere.
Ma non aveva danari; poi, sopra un bastimento non avrebbero accolto tanto facilmente due piccoli vagabondi, come qualche volta s’erano sentiti chiamare andando per i villaggi, e infatti coi loro vestiti sbrindellati, colla faccia pallida, ne avevano tutta l’apparenza.
Tom, deciso d’imbarcarsi ad ogni costo, pensò ad uno stratagemma.
Sull’imbrunire, mentre una folla d’emigranti caricava la propria roba sopra il bastimento, s’offerse di aiutare a trasportare i bagagli.
Era forte, alzava dei pesi enormi per la sua corporatura; venne accettato. Così incominciò ad andare avanti e indietro in mezzo a quel via vai di gente e di facchini, finchè s’accorse che s’erano abituati a vederlo e non badavano più a lui.
Allora prese per mano Frida, e la condusse sul bastimento, e scesero giù per una scala erta e stretta finchè entrarono in un bugigattolo nascosto, buio, dove non c’era pericolo che nessuno li potesse scoprire.
– Ed ora, zitti, – disse Tom, – non dobbiamo muoverci finchè il bastimento non è in moto.
Frida aveva paura in quel bugigattolo che pareva una tomba e stava vicina al fratello, facendosi piccina e rannicchiandosi come un uccello spaurito.
Stettero così delle ore, che parvero interminabili, quando udirono prima un gran movimento, poi un rumore, e finalmente si sentirono trasportare lontani con delle scosse che li facevan traballare nel loro antro.
– Usciamo, – disse Frida, – ho paura.
Ma Tom non osava uscire; all’idea che il suo stratagemma venisse scoperto gli batteva il cuore dalla trepidazione.
E intanto il bastimento andava, andava a tutto vapore; dovevano esser lontani dal porto; ma Tom non osava uscire.
Tutto ad un tratto videro un’ombra nera, entrare nel loro bugigattolo: era un marinaio venuto a prendere del carbone; il quale quando vide muovere qualche cosa, accese un lanternino e – Che cosa fate qui, piccoli vagabondi? – chiese vedendo i due fanciulli che tremavano come una foglia.
– Pietà, – disse Tom, – non abbiamo fatto nulla di male, ho voluto fuggire i miei padroni, che mi maltrattavano.
– Intanto uscite di qui, – disse il marinaio, – e sentiremo che cosa ne penserà il capitano.
Quando i ragazzi furono alla presenza del capitano, Tom raccontò la sua storia, e dichiarò che avrebbe fatto qualunque servizio, anche il più umile, per guadagnare il vitto per sè e per Frida.
– Vedrà, sarà contento di me, – disse il ragazzo coll’accento della sincerità.
Il capitano si lasciò commovere da quelle parole e disse:
– Basta, vedremo; se vi condurrete bene, vi perdonerò la vostra scappatella, altrimenti appena arriviamo in America, vi farò mettere in prigione.
Ma Tom era buono, ubbidiente e servizievole; tutto il giorno in piedi, non si stancava di correre, e rendersi utile. Egli s’arrampicava come uno scoiattolo sugli alberi del bastimento, scendeva le scale colla massima rapidità, e stava ritto in piedi, anche quando il mare era agitato, e i più esperti marinai traballavano e perdevano l’equilibrio; non era un ginnasta per nulla.
Il capitano si affezionò a quel fanciullo così docile e laborioso, e gli propose di restar con lui e di fare il marinaio.
Il mare era sempre stato il sogno di Tom, e a quella proposta egli si sentì battere il cuore dalla gioia, tanto che si sarebbe sentito una voglia prepotente di abbracciare il capitano.
– Essere marinaio! – pensava, – viaggiare, vedere paesi nuovi, fare un mestiere nobile, vestire una divisa onorata, invece della maglia del saltimbanco, servire il proprio paese, invece di avvilirsi a fare il giocoliere e divertire una folla che l’avrebbe sprezzato; questa era la felicità, la riabilitazione, ed esclamò: – Ma dice davvero?
– Sì, sì, davvero.
– E Frida potrà stare con me?
– Questo no, non è possibile.
Tom stette un poco a pensare, diede un’occhiata alla sorella che gli era vicina, e lo guardava in aria supplichevole, e rispose:
– Grazie, capitano, la sua proposta mi fa tanto piacere, ma non posso accettarla.
– E perchè?
– Non posso abbandonare la mia sorellina.
– E che cosa farai quando sarai arrivato?
– Mi farò scritturare in qualche circo equestre, e ritornerò alla vita del saltimbanco: è il mio destino.
Sì dicendo prese fra le braccia Frida, e scappò via; aveva un nodo alla gola, temeva di pentirsi, di lasciarsi tentare ad accettare fa proposta del capitano, e non voleva, no, non voleva abbandonare la sua Frida.
La bimba, ormai sicura che Tom non l’avrebbe lasciata, gli cingeva il collo colle sue piccole braccia; batteva le mani dalla contentezza ed era felice. Essa però non poteva comprendere la lotta che avea dovuto sopportare il di lui nobile cuore; nè il grande sacrificio che avea fatto per lei.

LE RICETTE DI MARIA.

La fiera era terminata, ma i ragazzi continuavano ad essere distratti, irrequieti e non avevano voglia di rimettersi a studiare.
Carlo voleva andare a vedere in piazza se ci fosse ancora un po’ di gente e Mario desiderava salutare polentina e le scimmie prima che partissero; Maria disse che non poteva accompagnarli perchè avea promesso d’andare colle ragazze a visitare una donna ammalata e poi avevano da occuparsi in casa; soli non li avrebbe lasciati, perchè in paese c’era ancora troppa confusione.
Più tardi videro passare il professore Damiati e Carlo si fece coraggio per chiedergli d’accompagnarli fino al villaggio.
– Volentieri, – disse il professore, – se vostra sorella lo permette.
Visto che andavano col professore, Maria non aveva più nulla a ridire, e i tre ragazzi tutti contenti, presero il cappello e s’avviarono assieme al Damiati.
Elisa rimase imbronciata, perchè anch’essa avrebbe desiderato andar a divertirsi; ma Maria volle che le fanciulle restassero in casa ad occuparsi; erano state a zonzo abbastanza nei giorni passati.
Infatti avevano da cucire della biancheria; da aggiustare i loro vestiti e da fare tante altre piccole cose trascurate durante la fiera.
Prima di tutto uscirono per andare a vedere una povera donna, una vicina di casa, che si era scottata gravemente un braccio. Quella stessa mattina aveva chiamato Maria, la quale con delle compresse inzuppate d’acqua fredda e con qualche goccia d’etere versata sulla ferita era riuscita a calmarne gli spasimi; ora andava a farle la fasciatura e portava con sè tutto l’occorrente. Essa desiderava che le sue sorelle assistessero a simili medicazioni, affinchè imparassero a fare altrettanto se si fosse presentata l’occasione.
Elisa aveva ribrezzo di tutte le piaghe, Giannina diventava pallida e quasi si sentiva mancare, ma dovevano avvezzarcisi per contentare Maria: la quale diceva sempre:
– Voi siete di quelle che in un caso di disgrazia, invece di recare aiuto, scappereste un miglio lontano, e intanto il povero ammalato potrebbe morire, per mancanza di soccorso.
Angiolina invece, si metteva di buona voglia ad imparare; e quando furono dalla donna si fece forza ed aiutò Maria a fasciarle il braccio.
La poveretta diceva di sentirsi un po’ più sollevata, ma lungo il braccio aveva una piaga con tutt’attorno una striscia rossa infiammata. Maria la medicò con tutta delicatezza, lavando la piaga con acqua tiepida, poi mettendovi delle filacce inzuppate d’acqua fenicata e fasciando il braccio in modo che la fasciatura non si muovesse e nello stesso tempo non fosse tanto stretta da impedire la circolazione del sangue; poi legò un fazzoletto dietro al collo della donna in modo che le scendesse sul petto e le fece mettere dentro il braccio.
– Vi raccomando di non muoverlo, – disse Maria salutandola, ed uscì dicendo: – Giacchè Elisa si mostra tanto delicata, la prima volta che ci sarà da fasciare un ammalato, dovrà occuparsene lei.
Quando furono a casa incominciarono a parlare di mali e rimedii.
Angiolina voleva notarsi i consigli di Maria; essa aveva sempre il rimorso della risipola venuta alla sua mamma, perchè non aveva saputo curarla bene.
– Pensare che s’io avessi saputo tante cose come lei, – diceva a Maria, – la mamma non avrebbe sofferto tanto! Non so perchè a scuola non insegnino una scienza che è così utile.
Maria la confortava, dicendole che trattandosi d’un male grave è sempre meglio chiamare il medico, ma aggiungeva che è certo una soddisfazione il saper assistere una persona cara ed esserle utile, almeno se il dottore tarda a venire; anzi, giacchè in quella mattina non avevano distrazioni, avrebbe dato qualche norma in proposito.
Angiolina prese la penna per scrivere; sapendo che in fatto di medicina bisogna essere esatti, temeva che la memoria non le servisse.
– Gli accidenti che possono succedere più spesso in una famiglia, – disse Maria, – sono il tagliarsi con un coltello, con un vetro, con delle forbici; se il taglio è semplice, basterà lavarlo coll’acqua fredda, unire gli orli della ferita e legarla con un pezzo di tela; se la ferita è più profonda bisogna comprimere un po’ più forte; se poi il sangue che esce in gran copia, di color roseo, mostra che è stata tagliata un’arteria, allora la cosa è più grave, bisognerà fortemente comprimere la ferita colle dita: se le bende o una moneta avvolta in un pezzo di tela non bastano, legare stretta l’arteria sopra la ferita e non stancarsi di far tutti questi sforzi per arrestare il sangue, finchè venga il medico.
– E quando ci si abbrucia? – chiese Angiolina.
– Avete veduto come ho fatto a quella donna. Basterà una fasciatura con qualche cosa di fresco, come un pezzo di tela bagnato d’acqua o della neve o del ghiaccio; quando il dolore è un po’ calmato, converrà fasciare la ferita con pezze inzuppate nell’acqua fresca, aggiuntavi qualche goccia di acido fenico.
Una persona che si espone ad un freddo intenso può aver le membra gelate in modo da perderle, perchè si sospende la circolazione del sangue e la carne s’incancrenisce; in questi casi non bisogna assolutamente esporre la parte offesa al fuoco, perchè ne sarebbe certa la perdita, bisogna invece, far ritornare la circolazione e il calore lentamente con fregagioni fatte prima colla neve e col ghiaccio, senza mai stancarsi; poi con pezzuole di lana, e così a poco a poco riscaldare il membro intirizzito.
– E se ci punge un insetto? – chiese Angiolina.
– Se ti punge un insetto, ciò che avviene spesso in campagna, sono utili le fregagioni fatte con acqua ed aceto o acqua fenicata, o meglio ancora coll’ammoniaca: rimedio che bisognerebbe aver sempre pronto, perchè salva anche dal veleno della vipera; però se avete la disgrazia d’essere morsi da uno di questi animali venefici, bisogna legare subito la parte sopra la ferita, bruciarla coll’ammoniaca, e prenderne anche per bocca, mista coll’acqua.
– Come ha fatto ad imparare tutte queste cose? – chiese Angiolina.
– Sono vecchia, – disse Maria, – poi ho sempre avuto il desiderio d’imparare quello che può esser utile, e credete pure che recar sollievo ad un ammalato, salvare una persona cara, è una grande felicità.
Angiolina voleva altre ricette e altri insegnamenti, ma Maria disse che prima ancora di portar soccorso ai mali bisogna procurar d’evitarli, e ciò si può fare facilmente con un po’ d’attenzione.
– In casa vi sono sempre dei veleni, – soggiunse, – che servono per varii usi domestici; bisogna tenerli lontani dalle cose che si mangiano, poi non devono essere a mano e si deve scrivere sulle boccette veleno con tanto di lettere; poi ci sono le cose facilmente infiammabili(2), come il petrolio, la benzina, l’alcool, ecc. e bisognerà tenerle lontane dal fuoco, e se per caso con tali materie avviene un principio d’incendio, bisogna esser pronti a soffocarlo con cenere, con coperte, e mai gettarvi un liquido che potrebbe mutare un semplice accidente in una grave disgrazia. Anche nell’adoperare le cose taglienti bisogna aver riguardo; trattandosi poi di armi, è una grave imprudenza tenerle cariche in casa, e specialmente i ragazzi non dovrebbero mai toccarle.
Quelle fanciulle stavano tutte ad ascoltar con tanto d’orecchi; Giannina diceva che voleva imparare tutte quelle cose che sapeva la sorella. Elisa invece confessava che non sarebbe mai stata buona da nulla, e soltanto alla vista del sangue cadeva in svenimento.
Ma Maria sosteneva che con un po’ di buona volontà ci si avvezza a tutto, che anch’essa una volta scappava al vedere una ferita, ma che avea voluto vincere quella ripugnanza e si era poi trovata tanto contenta.
Angiolina andò a prendere una bambola e volle che Maria le insegnasse a fasciarla e a curarla come se fosse ferita, ma la bambola era di legno e non poteva servire, sicchè Giannina si prestò a lasciarsi fasciar lei un dito e poi un braccio.
Maria mostrò come si doveva fare, poi si provò Angiolina, poi Elisa; ma nè una nè l’altra riuscirono a fare una fasciatura così forte come quella di Maria. Poi essa volle che imparassero a preparare un impiastro; prese dalla sua farmacia un po’ di farina di semi di lino, e insegnò a versarci sopra l’acqua bollente e fare come una poltiglia, poi a stenderla sopra una stoffa leggera e cucirla tutto intorno in modo che non uscisse; questa cosa divertì molto quelle bambine; come se fosse un gioco, vi si misero di buona voglia. Pareva proprio che ci trovassero gusto, e visto che Giannina si stancava di far la parte di ammalata, ricominciarono colla bambola, che da quel giorno fu considerata come un’inferma, ebbe la testa fasciata, le braccia coperte d’impiastri, e venne messa a letto dove di tratto in tratto riceveva le visite delle sue infermiere.

EROISMO DI VITTORIO.

Le bambine stavano ancora sedute lavorando accanto a Maria, la quale aveva un bel da fare a rispondere alle interrogazioni di Angiolina, che non si stancava mai d’imparare cose nuove, quando s’udirono delle voci, poi dei passi e finalmente entrarono nella stanza tre ragazzi che parevano indiavolati e il professore che volea salutare Maria.
I ragazzi si misero a parlare tutti in coro e raccontare dei saltimbanchi che avevano veduto partire, di Polentina che avevano salutata, e poi di un cane, di Vittorio, dei signori Guerini; una confusione di discorsi che assordavano quelle povere ragazze, le quali non riuscivano a capir nulla e si turavano le orecchie.
– Zitti, zitti, – disse il professore Damiati, – ora parlerò io; intanto presento alla signorina Maria un altro piccolo eroe, che potrà figurare con onore nella sua collezione.
– Come! Vittorio? fa per celia? – disse- Maria.
– Quella marmottina! – soggiunse Elisa ridendo.
Vittorio sentendo che si parlava di lui, era andato tutto confuso a rincantucciarsi e per far qualche cosa avea preso un libro in mano.
– È proprio così, – soggiunse Damiati, – e Carlo e Mario sono testimoni della sua prodezza. Io però voglio raccontare il fatto come è avvenuto, perchè so che sarà utile a queste bambine, e poi il coraggio di Vittorio merita di essere conosciuto.
Dunque andavamo verso il villaggio dove c’era sempre molto chiasso, sebbene un po’ meno che nei giorni passati.
I venditori ambulanti raccoglievano le mercanzie e le mettevano nelle casse. I saltimbanchi spogliavano le baracche, e caricavano i carri di roba, mentre le scimmie facevano le capriole e Polentina salutava tutti, mangiando dolci, che le venivano regalati da qualche ammiratore.
Noi ragionavamo; e facevamo le nostre osservazioni. Abbiamo anche noi salutato Polentina e regalato un pomo ad una scimmia che ci avea stesa la mano e i ragazzi si divertivano in mezzo a quella confusione, tanto che non avrebbero voluto più ritornare a casa; c’erano anche i Guerini coll’istitutrice, e Mario voleva restare finchè restavano loro; non so veramente per qual ragione, perchè essi non si voltavano mai dalla nostra parte; ma forse per studiare il naso dell’istitutrice inglese. Finalmente quando essi si mossero, anche noi, dietro di loro, ci siamo posti in cammino. Bisogna sapere che io ero con Mario, e davanti camminavano Vittorio e Carlo, i quali si trovavano più vicini alla comitiva dei Guerini.
Tutto ad un tratto, non so precisamente come sia avvenuto, perchè io ero intento a dare delle spiegazioni a Mario, si vede sbucare un cane brutto, brutto, si slancia dietro ai Guerini che non potevano vederlo e nello stesso tempo sento Vittorio gridare:
– Un cane idrofobo, scappate, correte!
Quelli non badano e continuano la loro strada, non sospettando di aver il cane proprio alle calcagna colla bocca aperta, la lingua fuori, tanto che poco mancò che afferrasse la gamba di Alberto. Quand’ecco Vittorio in un lampo prende un sasso e lo scaglia con tutta la sua forza sulla testa del cane, il quale, quantunque mezzo tramortito dal colpo, si volge furente contro Vittorio, mentre i Guerini infuriati non sapendo nulla del cane, gridavano voltandosi verso di noi: – Chi è quel villano che getta sassi?
A questo punto m’accorsi di tutto quello che accadeva e vidi il pericolo di Vittorio, che con un coraggio qual non mi sarei mai aspettato aveva preso un altro sasso per scagliarlo contro al cane inferocito. Non so se sia stato precisamente il sasso di Vittorio o un colpo di bastone ch’io gli assestai sul capo: ma il fatto è, che il cane cadde morto, e noi potemmo pensare al pericolo corso e nello stesso tempo al coraggio e alla rapidità colla quale Vittorio aveva operato.
Ma io non ho potuto trattenermi dal dire in inglese all’istitutrice di casa Guerini additando il nostro eroe: – Potete ringraziare Vittorio Morandi se non siete stati morsicati da un cane idrofobo.
– Come idrofobo? – disse la signorina.
– Sicuro, proprio così, guardate, e le facevo osservare la lingua nera e la bava che usciva dalla bocca del cane steso morto per terra.
I ragazzi tremavano e non potevano parlare per l’emozione.
– Non toccatelo, – dissi, – e andiamo a casa, perchè abbiamo bisogno di rimetterci dallo spavento provato. I Guerini se n’andarono salutandoci appena; eppure forse Vittorio ha salvato loro la vita.
– Ma era proprio idrofobo? – disse Maria tutta commossa pensando al pericolo al quale erano sfuggiti i suoi fratelli.
– Sì, sì, idrofobo! – disse Vittorio. – me ne sono accorto subito, aveva una faccia brutta, la testa bassa, la lingua fuori, la bocca spalancata, la coda strasciconi, era brutto brutto, proprio come mi ha spiegato il professore che sono i cani idrofobi.
– E perchè non sei scappato? – disse Elisa.
– Ho visto che andava verso i Guerini, e mi son fatto coraggio.
– E se ti mordeva? – disse Maria.
– Non m’hai insegnato tu che bisogna fare quello che si deve, senza pensare a ciò che può accadere?
– Meritava proprio che tu esponessi la vita per quegli antipatici Guerini! – disse Elisa.
– L’idrofobia è una cosa così terribile! – soggiunse Maria, tutta pallida all’idea del pericolo cui s’era esposto il fratello; poi lo fece venire vicino, gli prese la testa fra le mani e gli diede un bacio dicendogli:
– Va, sono proprio contenta di te; non avrei immaginato tanto coraggio con un’apparenza così tranquilla.
– E Carlo che cosa faceva, – disse Elisa, – egli che vuol essere un eroe?
– Carlo aveva la testa bassa e non fiatava.
Vi fu un momento di silenzio, nessuno voleva parlare.
– Ma dunque che cosa faceva? – chiese Maria, rivolgendosi a Mario.
– È scappato, – disse Mario, – come ha fatto ora; infatti, mentre tenevano quel discorso, Carlo tutto confuso era sgattaiolato fuori di casa.

LA FAMIGLIA GUERINI.

Carlo, tutto avvilito d’essersi scoperto pauroso la prima volta appunto che s’era presentata l’occasione di mostrare un po’ di coraggio, pensò di mettersi a studiare sul serio, anche per sfuggire alle beffe dei fratelli che non lasciavano di tormentarlo.
– Ecco il nostro eroe! – diceva Elisa.
– Guarda che bella figura facevi! – diceva Mario mostrandogli una caricatura dove scappava a gambe levate, mentre Vittorio combatteva con un cane.
– Lasciatemi in pace, voglio studiare, – rispondeva Carlo; – del resto io non sono così sciocco da esporre la mia vita per chi non mi saluta nemmeno quando m’incontra. Egli avea detto al professore che volea studiare, e mostrargli che se non avea coraggio di affrontare i cani idrofobi, avea quello di superare le difficoltà della grammatica.
Damiati era contento di poter frequentare la casa Morandi, perchè si trovava bene in quell’atmosfera serena e quieta, ed era tutto pieno d’ammirazione per Maria, che sotto apparenze modeste avea molto ingegno e non comune istruzione, non che rara pazienza nel sopportare tutte le impertinenze dei fratelli, cui correggeva senza perdere la calma e non lagnandosi mai della sorte che le era toccata, di perdere i più begli anni della giovinezza nel fare da mamma.
Egli era pronto a renderle servigio, e contento di aver ridestato un po’ d’amore allo studio nella mente di Carlo, ci metteva tutto l’impegno a renderglielo facile e piacevole.
Stava appunto correggendo i lavori del suo allievo, mentre Maria lavorava accanto alla finestra assieme alle sorelle e ad Angelina che le continuava a chiedere ricette domestiche, Mario scarabocchiava, e Vittorio leggeva un libro di viaggi, quando tutt’a un tratto quel silenzio fu interrotto da un rumore di ruote, e una carrozza si fermò appunto davanti alla loro casa.
– I signori Guerini, – disse Elisa guardando dalla finestra; – mio Dio, che disordine che c’è qui! – soggiunse guardandosi intorno.
– Non è nulla, – disse Maria, – è il disordine che c’è sempre in una stanza dove si studia e lavora; io non mi confondo per così poco, sei tu che hai fatto tutto questo disordine tagliando i vestiti per la bambola.
Ma Angelina aveva già radunati i ritagli di stoffa che erano in terra e li aveva portati in cucina nella cassetta della spazzatura, appunto mentre la signora Guerini entrava accompagnata dai suoi figli.
Tutti si alzarono, e vi fu nel salotto un momento di silenzio vedendo entrare nella stanza modesta quella bella signora vestita colla massima eleganza. Ma essa fece cenno che nessuno si scomodasse, e rivoltasi a Maria, disse che avea saputo il pericolo corso dal suo Alberto e avea voluto condurlo in persona a ringraziare il suo salvatore.
Così dicendo essa dava intorno un’occhiata come per cercare a chi dovesse rivolgersi.
Maria chiamò Vittorio, il quale si fece innanzi tutto confuso; la signora Guerini lo accarezzò, lo presentò al figlio, dicendogli:
– Spero che sarete amici, e il mio Alberto non si dimenticherà mai che l’hai salvato da un gran pericolo.
– Io non ho fatto nulla che meriti tutti questi elogi, è stata una combinazione, ho veduto una brutta bestia e l’ho uccisa.
– Sei altrettanto modesto quanto coraggioso! – disse la signora che si era seduta, e indirizzato il discorso a Maria le fece molti complimenti dell’aver educato così bene quei ragazzi.
– Creda che non ci ho alcun merito, – disse Maria, – quando hanno una natura buona, riescono bene.
La signora parlò ad uno ad uno a tutti i ragazzi e chiese i loro nomi, poi presentò la sua figlia Elvira, che poteva avere l’età di Elisa, ma se ne stava silenziosa accanto alla mamma e non osava parlare.
– È molto timida, – disse la signora Guerini, – ma spero che farà amicizia colle bambine, come già vedo Alberto che fa coi ragazzi….
Infatti Alberto parlava con Carlo che avea interrotta la lezione e con Vittorio, poi osservava gli scarabocchi di Mario e si smascellava dalle risa vedendosi rappresentato sul punto di esser morso da un cane, scappando da una parte mentre Carlo scappava dall’altra.
Il professore s’era unito al crocchio dove c’era la signora Guerini, la quale diceva a Maria che avea appunto udito far i suoi elogi dal professore e da don Vincenzo, e invitava tutti ad una festa campestre, che dovea dare nel suo giardino il giorno dopo.
Maria disse che dopo la morte della mamma faceva una vita molto a sè e tentò di rifiutare, ma la signora Guerini ci mise un po’ di insistenza; era una cosa alla buona, proprio campestre, senza etichetta, e aggiunse che avrebbe avuto un immenso dispiacere se non fossero andati tutti a rallegrare la sua casa; si fece promettere da Maria che non sarebbero mancati, poi la pregò di leggere ai suoi figli uno di quei bei racconti che divertivano tanto don Vincenzo e che erano così istruttivi.
– Sono racconti da ragazzi, – disse Maria tutta confusa.
– Ed è per questo che ho piacere che i miei figli li sentano, e la pregherò d’invitarci tutte le volte che ne farà la lettura.
– Sono tutti troppo buoni, – mormorò Maria.
– Sono così belli quei racconti! – entrò a dire Angiolina, – anzi bisogna che ora ne legga uno ogni giorno, perchè voglio sentirli tutti prima di andare a casa.
– Andiamo, ce ne legga uno, – disse la signora Guerini.
– Sì, – soggiunse Angiolina, – almeno il più breve.
– Ebbene, già che lo volete, non mette conto che mi faccia pregare; lo dico volentieri, tanto più che l’eroina è una persona di mia conoscenza.

UNA PICCOLA FATA.

Era una famigliuola modesta e felice perchè si contentava di poco. Il babbo era operaio meccanico e guadagnava venticinque lire la settimana, la mamma era cucitrice di bianco, e lavorava per vivere con un po’ d’agiatezza, e possibilmente far qualche risparmio.
Avevano una figlia che era la loro consolazione e il costante pensiero di tutti e due.
Volevano procurarle quel benessere che avevano invano sognato per loro, e lavoravano con maggior lena e con più coraggio pensando alla cara bambina.
Vivevano a questo modo da parecchi anni; la figlia frequentava la scuola, studiava con amore, ed era fra le prime della sua classe, tanto che i genitori formavano i più bei sogni per quella bimba d’ingegno.
Volevano che potesse studiare e diventar da più di loro, non c’era sacrificio a cui si sarebbero rifiutati per lei, ed essa era tanto buona che meritava tutto il bene che le volevano.
In casa non mancava nulla; il marito consegnava alla moglie tutta la sua settimana e non spendeva un soldo all’osteria; dicendo che se la sera si sentiva voglia di bere un bicchiere di vino, preferiva di berlo in casa, nella sua cameretta tepida e ben illuminata, avendo accanto la moglie e la figlia, che lo rallegrava col raccontargli i fatti e gli avvenimenti della scuola, e colle sue allegre risate.
Qualche volta prendeva la figlia sulle ginocchia, e le raccontava delle storielle, mentre la mamma faceva andare la sua macchina da cucire per terminare un lavoro urgente.
A lei non veniva mai meno il lavoro, essa era precisa, onesta, i principali negozianti la conoscevano, le davano quantità di commissioni, tanto che il lavoro si ammucchiava nella sua stanza, ed essa era lieta pensando al benessere che così poteva procurare alla famiglia.
Ma un giorno l’allegria scomparve da quella casa.
Lavorando in fretta, facendo correre allegramente il pedale della sua macchina, l’ago, senza che si accorgesse, le trapassò una mano, tanto che dal dolore fu sul punto di cadere svenuta.
Era sola in casa, e trovò appena la forza di mettere la mano dentro l’acqua fresca, poi sentendo quietare il dolore fasciò la ferita, e fece uno sforzo per mostrarsi sorridente quando rientrarono il marito e la figlia.
– Che hai, mamma? – chiese la piccina vedendole la mano fasciata.
– Non è nulla, mi sono punta, ma passerà.
Però quel giorno non ebbe voglia di mangiare, e il giorno dopo non potè servirsi della mano che si era tutta gonfiata.
Essa non disse nulla al marito per non affliggerlo; ma la accorava il non poter continuare a lavorare; appunto in quei giorni aveva promesso di terminare dei lavori urgenti che dovevano servire per il corredo d’una sposa.
– Perchè non mangi? – le diceva la bambina.
– Non mi sento troppo bene, è questa mano che mi duole, ma guarirà.
– Va dal dottore, – le disse il marito.
– È inutile, noi non abbiamo tempo d’essere ammalati; questa sera mi metterò un impiastro.
Ma la notte, invece, il male s’aggravò, e le venne la febbre, tanto che la mattina il marito prima d’andare all’officina andò a chiamare il medico.
La bambina, sentendo che la mamma era ammalata, e che doveva venire il medico, non volle andare alla scuola, e pregò una compagna che venisse a dirle la lezione che avevano fatta, così avrebbe potuto studiare restando in casa.
Quando venne il dottore trovò che il male era grave, c’era già un principio di risipola, poi la febbre era abbastanza alta.
Raccomandando alla donna il massimo riposo, ordinò una medicina da prendere ogni due ore, e disse che forse avrebbe dovuto fare un piccolo taglio alla mano, ma in ogni modo per parecchi giorni non c’era da pensare ad alzarsi.
La fanciulla si sentiva venire le lagrime agli occhi, vedendo la sua mamma ammalata più di quello che avrebbe immaginato; ma si fece coraggio e le disse:
– Tu stattene quieta, alla casa penserò io.
– Sì, ma il mio lavoro che il negoziante aspetta e che gli premeva tanto…. Chissà che cosa penserà di me!
– Passerò io, e gli dirò che sei ammalata, – disse la fanciulla.
– Non dirgli nulla, forse domani starò meglio, e se potrò lavorare cercherò di far presto.
Ma il giorno dopo stava peggio, aveva la febbre e vaneggiava.
Padre e figlia s’erano messi d’accordo di star alzati la notte, prima uno, poi l’altro per assistere l’inferma.
La fanciulla, quantunque piccina, pareva una infermiera provetta, scriveva tutte le prescrizioni del dottore per non dimenticar nulla, e le eseguiva a puntino, poi colle sue mani preparava dei brodi succolenti per l’ammalata, e il mangiare per il babbo, a sè pensava poco, non n’aveva tempo, spesso si contentava d’un po’ di latte e un po’ di pane.
Ma la malattia si prolungava, e la mamma era sempre preoccupata del suo lavoro.
Una sera, mentre l’ammalata riposava, la fanciulla provò ad avviare la macchina e a far andar avanti il lavoro che stava ammucchiato in una cesta.
Vide che le riusciva bene e continuò ad andare innanzi, approfittando dei momenti nei quali la mamma dormiva, perchè quando era desta doveva stare ad assisterla.
La povera donna si crucciava sempre, e diceva al dottore:
– Mi faccia guarir presto, ho bisogno di alzarmi, di lavorare; esser ammalati e non guadagnar niente per giunta è una gran pena.
– Stia tranquilla che guarirà presto, specialmente se starà un po’ quieta.
Alla figliuola diceva invece:
– Come faremo ad andare avanti se non posso lavorare?
– Mamma, bada a guarire, non pensare a nulla.
Il lavoro andava sempre avanti, e la fanciulla vedendo che le riusciva bene, lavorava, lavorava tutte le notti; si sentiva stanca, le sue palpebre si facevano gravi pel sonno, ma essa lo combatteva facendo un giro per la stanza e dandosi dei pizzicotti, e il lavoro procedeva sempre, finchè un giorno, lo portò tutta contenta al negoziante senza dir nulla alla mamma, e tornò a casa con un gruzzolo di danaro che capitava a proposito, perchè colla malattia avevano quasi consumato tutti i risparmi.
Quando la fanciulla era stanca da non potersi più reggere in piedi incominciò la convalescenza per la mamma: era tempo.
Il dottore prediceva che fra pochi giorni l’inferma avrebbe potuto alzarsi, e intanto la fanciulla poteva dormire di più mentre la mamma non aveva più febbre, la ferita s’andava rimarginando e non c’era bisogno di vegliare la notte.
Il primo pensiero della povera donna quando si sentì meglio, fu di chiedere il suo lavoro.
– È stato consegnato al mercante.
– E chi lo ha terminato?
– Io non so, sarà stata una fata.
La donna guardò in faccia la figlia, poi si ricordò d’averla veduta come in un sogno, nelle sue notti febbrili, tutta intenta a far andare la macchina da cucire e alla sua mente apparve la verità.
– Figlia mia, – disse abbracciandola, – sei stata proprio tu; ma come hai fatto a far questo miracolo? – poi la guardò bene in faccia, e soggiunse: – Povera bimba, si vede; sei tanto pallida, e hai sotto agli occhi quei due cerchi neri; e pensare che non m’ero accorta di nulla! Come si diventa egoisti quando si è ammalati! Ma ora dovrai andar fuori all’aria aperta e divertirti, sarò io che ti curerò.
– Vedrai, mamma, che il saperti guarita mi renderà per la gioia il colore alla faccia; non temere, sto bene e sono tanto contenta.

– È la storia di Angiola, – saltò su Giannina.
Angiolina era tutta confusa, e disse: – È un tradimento, ma la storia non è terminata.
– Raccontaci il seguito, – disse Giannina.
– Ecco, – soggiunse Angela:

“Quella bambina, non meritava d’essere collocata fra le eroine, perchè ognuno al suo posto avrebbe fatto lo stesso; si trattava della sua mamma! ma è stata più fortunata di tante altre. Un giorno è capitata a casa sua una buona fata, la quale l’ha condotta in campagna, in mezzo agli alberi verdi, agli uccelli che la mattina la rallegrano coi loro canti, e nella compagnia di tanti bei bambini, con tanti divertimenti; davvero che quella fanciulla domanda sempre a sè stessa, perchè è stata tanto fortunata.”

Tutti le fecero festa, la signora Guerini la additò come esempio ai suoi figli, poi salutando Maria, disse:
– Sono proprio felice d’esser venuta in mezzo a fanciulli così buoni, vi assicuro che nell’uscire dalla vostra casa ci si sente migliori; vi supplico, non mancate domani alla nostra festa; abbiamo bisogno di buone fate come siete voi, a rivederci; anche voi, professore, ricordatevi.
Maria li accompagnò alla carrozza e stette coi fratelli sulla porta finchè li vide allontanarsi sulla strada maestra.

LA FESTA CAMPESTRE.

– Andremo, è vero, Maria? – disse Elisa, appena fu uscita la signora Guerini.
– Non so, – rispose Maria, – devo pensarci, perchè se mi fa piacere essere in buona relazione coi nostri vicini, non ho mai pensato di entrare nella loro intimità; c’è fra noi troppa distanza; essi sono ricchi, e ci potrebbero trascinare a delle spese che per noi sarebbero una rovina, e forse ci renderebbero malcontenti della nostra vita modesta, che ora ci piace tanto.
– Andiamo, andiamo, ho tanta voglia di vedere la villa; dicono che è così bella, – disse Elisa.
– E a me Alberto mi ha promesso di farmi andare in velocipede, – soggiunse Carlo.
– Voi, proprio non lo meritereste; se mi risolverò a condurvi sarà per compensare Vittorio d’essere stato coraggioso.
– Andiamo, – supplicava Mario, – così potrò fare qualche caricatura!
Maria non seppe resistere a quelle preghiere e promise di accompagnarli.
Allora Elisa incominciò a pensare ad aggiustare il suo vestito, quello che metteva i giorni di festa, ed era tutto sciupato; voleva andare in paese a comperare dei nastri per adornarlo, ma Maria si oppose. Non voleva spendere un centesimo per quella festa, e tanto meno per fronzoli inutili; bisognava contentarsi di andar vestiti semplicemente e non mettersi in capo di essere ammirati: soltanto voleva dare un’occhiata ai vestiti chiari per vedere che non ci fossero macchie o strappi, e durante il giorno ebbe un bel da fare a ripulirli e stirarli, e dar loro qualche punto. Angiolina le era di grande aiuto e pensava alle sue amiche senza pensare a sè stessa.
Essa diceva che avrebbe fatta una figura meschina col suo vestito di lanetta bigia ed anzi si era proposta di stare a casa; ma quando capì che Maria non gliel’avrebbe permesso, si rassegnò, dicendo che si sarebbe nascosta in un canto perchè nessuno badasse a lei.
Per tutta la giornata quei ragazzi non fecero che parlare della festa; erano allegri, felici, gridavano e saltavano come pazzi.
Maria stava sopra pensiero; dopo la fiera, la festa in casa Guerini: erano troppi divertimenti, troppe distrazioni, e chi ne andava di mezzo era lo studio, e temeva che Carlo non potesse passare gli esami; ma egli la rassicurava. Avrebbe studiato con più lena dopo essersi divertito.
Il giorno dopo all’ora stabilita s’avviarono verso villa Guerini.
Maria era vestita semplicemente di lana, con un cappellino di paglia che le copriva la fronte; le sorelle avevano aggiustato e ripulito i loro vestiti chiari e in mezzo alla campagna facevano una bella figura.
Quando giunsero davanti al gran cancello della villa, si fermarono un po’ timide, non avevano coraggio d’andare avanti.
Anche Maria, che non era avvezza a frequentare la società, si sentiva confusa e impacciata, ma si fece coraggio ed entrò seguita dalla sua compagnia. Attraversarono un viale ombreggiato ed un giardino tutto formato da gruppi di conifere, di piante esotiche e di macchie fiorite.
– Come è bello! – dicevano i ragazzi in ammirazione; – pare un giardino incantato.
E pareva incantato davvero: ad ogni tratto s’apriva un viale, poi si trovavano quasi rinchiusi in un boschetto misterioso, poi veniva un po’ di rado dove entrava esultante un raggio di sole, e alberi, e fiori, e sedili coperti di musco; ma per un bel tratto non trovarono anima viva; ad un certo punto soltanto incontrarono due cani danesi, che fecero subito amicizia con Mario e Giannina, e finalmente dopo aver passato un viale più largo si trovarono davanti alla bellissima villa tutta circondata di piante fiorite e illuminate dal sole, rallegrata da immensi zampilli d’acqua, che a quella luce parevano spruzzi di diamanti, e davanti videro un bel prato verde dove era preparata una quantità di giochi, e si trovavano aggruppate varie persone, belle signore eleganti, e vispi bambini che correvano e si trastullavano, ridendo e riempiendo quel giardino di vita e d’allegria.
I signori Guerini fecero molte feste ai Morandi, e la signora presentò al marito, Vittorio che aveva salvato Alberto, Angiolina quella brava figliuola ch’era stata tanto utile alla sua mamma, e Maria che amava già come una vecchia amica, della quale don Vincenzo e il professore Damiati avevano sempre parlato con molta stima. Il signor Guerini era un uomo cortese, ma d’aspetto severo, e a quei fanciulli dava soggezione tanto che gli stavano innanzi cogli occhi bassi senza parlare.
Egli, per fargli animo, disse loro di raggiungere il crocchio dove si trovavano Alberto ed Elvira cogli altri invitati, e mentre si disperdevano correndo sul prato, rimase a chiacchierare con Maria. Parlarono dei bimbi e del modo di educarli: egli si mostrava impensierito, perchè ai suoi figli piacevano troppo i divertimenti e poco lo studio, e mostrò il desiderio che frequentassero casa Morandi, dove sapeva che i ragazzi erano studiosi e passavano le giornate occupandosi.
Maria parlò dei suoi fratelli, poi ammirò il giardino, la villa, e si mostrò riconoscente d’esser stata invitata ad una festa così bella, come non ne avea mai veduto l’uguale.
Infatti la festa riusciva bellissima, arrivavano da lontano degli equipaggi che conducevano signore eleganti, e bimbi belli, e ben vestiti.
Sul prato verde e pieno di gente, gli attrezzi della ginnastica e l’altalena erano presi d’assalto; poi si giocava alla palla, al volano, ai cerchi; in mezzo ad un boschetto ombroso c’era un casotto di burattini, che al momento in cui s’incominciò la rappresentazione raccolse intorno a sè tutta quella schiera di bimbi.
Carlo fece una corsa in giardino sul velocipede di Alberto, Vittorio si fece prestare una macchinetta fotografica e volle tentare di cogliere qualche gruppo. Furono serviti dei rinfreschi, dei pasticcini, che formarono la delizia di tutti quei bimbi, e il divertimento terminò con un ballo campestre in mezzo al prato.
Fu una festa completa, che lasciò una durevole memoria nei ragazzi Morandi, i quali non avevano mai assistito ad un simile spettacolo, tanto che appena ritornati a casa, Angiolina scrisse subito alla sua mamma la lettera seguente:

Cara mamma,

Te la puoi imaginare la tua figliuola ad una splendida festa in una villa grandiosa, di quelle che si trovano descritte nei libri delle fate?
Eppure, la tua figlia c’è proprio andata, in carne ed ossa, colla sua vesticciuola di lana bigia e il suo cappellino di paglia semplice e modesto.
Ma se avessi veduto che allegria! che splendidezza! Fu una vera fantasmagoria! ne ho ancora la testa tutta confusa!
Figurati un bel giardino grande, anzi immenso, con tanti viali, tanti boschetti e tanti fiori; pensa che allontanandosi dalla casa c’era da perdersi come in un labirinto.
Fortunatamente che non c’era bisogno d’allontanarsi tanto, perchè tutti i divertimenti erano vicini, raccolti intorno alla villa; un vero incanto.
Della villa non potrei fartene la descrizione, perchè non vi entrai che un momento solo, ed ho preferito stare in giardino dove c’erano tanti giochi e tante bambine.
Non mi ricordo nemmeno tutto quello che ho fatto; so che ho giocato, ho ballato come una disperata, ho assistito ad una rappresentazione di burattini; figurati che Arlecchino voleva far da maestro agli altri, e intanto diceva una quantità di spropositi, che ci facevano smascellar dalle risa.
Ho mangiato una quantità di pasticcini deliziosi, e mi sono tanto divertita, che credo in paradiso non ci si possa divertire di più.
C’era una lotteria, con regali per tutti, ed io ne ho avuto uno bellissimo, un astuccio con l’occorrente per scrivere; poi Alberto Guerini, il quale ha una macchina fotografica, fece la fotografia di tutti i presenti, a frotte, a gruppi, e mi promise una copia del gruppo, dove c’entro anch’io, per memoria di una giornata così bella.
Ritornando a casa, non si fece che parlare della festa. Elisa era fuori di sè, e invidiava Elvira destinata ad una vita così ricca ed elegante. Carlo avrebbe avuto una gran voglia del velocipede di Alberto, e Vittorio diceva di volersi fabbricare una macchinetta fotografica; il professore gli avea spiegato tanto bene come era fatta, che sperava di riuscirvi.
Anche Mario e Giannina erano allegri, e pensavano di andar spesso in casa Guerini; ma Maria non sembra pensarla così, osservando che la vita non è una continua festa, che bisogna studiare e lavorare, e che per quest’anno non avrebbe accettato un altro simile invito.
Poi voleva persuadere Elisa che i signori Guerini, con tutte le loro ricchezze, dovevano aver molte brighe; intanto tutto il da fare che si erano presi per divertire quella gente, poi quell’essere sempre in giro, od aver sempre degli ospiti, doveva esser una vita faticosa, che non lasciava tempo all’intimità ed al raccoglimento.
A me pare che abbia tutte le ragioni, e che facendo una vita a quel modo, non ci sia nemmeno tempo di volersi bene, e di scambiare le proprie idee colle persone care.
Ti confesso però che mi sono divertita molto, appunto perchè non avevo mai assistito ad una festa simile; ma se ciò si ripetesse spesso, mi stancherei, e non sarei contenta di passare il tempo a divertirmi senza esser utile a nessuno.
Tu temi che mi rincresca ritornare in città! Mamma mia, non dir queste brutte cose! Ho avuto molto piacere di passar quindici giorni in campagna, mi sono tanto divagata; ma rivedere dopo tanto tempo la mia mamma e il mio babbo, e ritornare alla mia casetta, è per me la gioia più grande.
Mi spiace più di tutto perdere i bei racconti di Maria; ma essa mi ha promesso di leggerne qualche altro finchè rimango qui, e poi di mandarmeli tutti, sono racconti che mi piacciono tanto; pare che il mondo sia più buono, dopo averli sentiti.
Addio, mamma mia; addio, babbo, fra tre o quattro giorni sarò di nuovo con voi, vi racconterò tutto quello che ho goduto, e che sarebbe troppo lungo scrivere, e vi farò vivere della mia vita di questi quindici giorni; la vostra

ANGIOLINA.

DOPO LA FESTA.

Maria era disperata; dopo la festa di casa Guerini i suoi fratelli erano tanto fuori di sè che non riusciva più a farli studiare; non facevano che parlare del divertimento goduto, delle splendidezze di quella villa. Carlo era infatuato del velocipede, Vittorio della macchina fotografica, e si era proposto di farsene una, sicchè Maria diceva loro chiaro e tondo che dopo una visita di ringraziamento, non sarebbe ritornata tanto spesso a villa Guerini, ma i ragazzi aspettavano Alberto ed Elvira, che avevano promesso di venire ad ascoltare un racconto di Maria.
Aspettavano anche il professore e don Vincenzo, perchè ormai i racconti si leggevano di giorno, in un angolo della corte, sotto un pergolato.
Elisa era impaziente che venissero; intanto si guardava nello specchio per vedere se era ben pettinata e quasi si vergognava della sua casa modesta, del suo giardino, il quale non era che una corte con un po’ di piante, e diceva:
– Chissà che cosa diranno i Guerini, loro che hanno una villa così bella!
– Sciocca, – le diceva Maria, – colle tue idee sarai sempre disgraziata; noi non siamo ricchi e non possiamo competere coi nostri vicini; se non si contentano di venire nella nostra casa modesta, rimangano pure nella loro villa. Tu certo nei loro panni sdegneresti di venire da persone modeste come noi.
Elisa rimase tutta avvilita ed andò ad abbracciar la sorella dicendole:
– Non andare in collera, hai ragione, sono troppo ambiziosa, e voglio correggermi; ma non vengono mai, – soggiunse guardando fuori dalla finestra.
– Pazienza, – disse Maria, – abbiamo vissuto tanto tempo senza di loro e potremo vivere ancora.
– Eccoli, eccoli, – esclamò Carlo.
Infatti si sentì in distanza un rumore di ruote, e poi una carrozza si fermò davanti al cancello del cortile.
Scesero i ragazzi Guerini e l’istitutrice. Alberto diede a Vittorio una lente di una sua vecchia macchina fotografica, come gli aveva promesso, perchè si facesse una macchinetta; e una scatola di lastre preparate, affinchè potesse divertirsi a fare delle fotografie, e dopo gli avrebbe mostrato il modo di svilupparle.
Elvira, dopo aver salutate le amiche, pregò Maria che le leggesse una delle sue belle storie; intanto erano venuti anche don Vincenzo e il professor Damiati, e tutti si sedettero sotto il pergolato con tanto di orecchie attente per non perdere una parola del racconto di Maria.

CARMELA.

L’infanzia di Carmela fu triste, la madre le morì quando era ancora in fasce, ed essa fu costretta a vegetare sola sola, in una viuzza di Napoli, dove non penetrava raggio di sole, mentre il padre, Giovanni, girava la città vendendo ostriche ed altri frutti di mare.
– Sta tranquilla, e bada di non farti male, – le diceva prima di uscire di casa; poi le lasciava qualche cosa da mangiare, dei gusci di ostriche per giocare, e se ne andava fino alla sera in giro per la città.
Carmela non ardiva uscire dalla sua buia stradicciuola, ed era contenta quando qualche bimbo del vicinato si fermava a giocare con lei.
Così cresceva pallida, come una pianta priva di sole; avea i capelli nerissimi, che non pettinava mai, arruffati e tanto in disordine che le nascondevano la faccia e gli occhi, belli ed espressivi.
Si era ormai abituata a quella vita e avrebbe desiderato che continuasse per molto tempo, quando avvenne un fatto che portò il disordine in casa, e le fece provare il primo dolore della sua vita.
Un giorno il padre venne a casa ad un’ora insolita conducendo con sè una bella donna, bianca, rossa e grassa; proprio il ritratto della salute,
– Questa donna ti farà da mamma, e non starai più sola, – le disse, – bisogna che tu le voglia bene.
Carmela alzò gli occhi, guardò la donna e rispose:
– Non avevo bisogno di nessuno; stavo tanto bene sola.
– È un vero mostriciattolo, – disse la donna, dando un’occhiata alla bambina, che s’era rincantucciata e nascosta in mezzo ad un mucchio di cenci.
– È molto buona, e non dà noia; te la raccomando, – soggiunse Giovanni rivolgendosi alla moglie.
Ma ad Anna non piaceva quella bimba, che la chiamava mamma, e le era d’impiccio; essa aveva sposato Giovanni per godersi un po’ di libertà, almeno nei primi anni di matrimonio, e cominciò ad averla in uggia, fin da quel primo giorno.
Per Carmela che desiderava soltanto star quieta, la pace era finita, perchè Anna, amante dei propri comodi e del farsi servire, la faceva sgambettare e lavorare tutto il giorno.
– Bisogna bene che s’avvezzi a far qualche cosa, se non vuol mangiare il pane a tradimento, – diceva al marito ed alle vicine. Le comandava di far questo o quello, di attingere l’acqua, o accendere il fuoco per far bollire i maccheroni, di scopare le stanze, e magari di aggiustarle i vestiti; se la bimba non ubbidiva, erano busse che cadevano sulle sue spalle senza pietà, sicchè a Carmela toccava rassegnarsi e sgobbare come un mulo.
E fu peggio, quando nacque in casa un’altra bimba, e Carmela fu costretta a fare anche da bambinaia, e guai se non toccava la sua sorellina con tutta delicatezza! Se la bimba faceva capricci, la colpa naturalmente era di Carmela, e a lei toccavano i rimproveri e le busse.
Di carattere dolce, non diceva nulla, non si lagnava, si rassegnava alla sua trista sorte e piangeva in silenzio.
Molte volte s’era proposta di raccontare al padre i maltrattamenti della matrigna, poi non ne aveva avuto il coraggio. Del resto non avrebbe servito a nulla, perchè Giovanni, innamorato della moglie al punto d’esserne schiavo, non vedeva che cogli occhi di lei, e anch’egli preferiva Graziella, colle sue guancie rosee e paffute, colla allegria chiassosa, che dava vita alla casa come un raggio di sole, a Carmela buona, dolce, ma sempre triste, muta e rassegnata.
Mano mano che Graziella cresceva, erano per lei, non solo le carezze e i baci, ma altresì i vestiti più belli, i bocconi più saporiti; in casa i genitori la tenevano come una regina, e appagavano tutti i suoi desiderii, ed essa era capricciosa, volea sempre uscire, andare a divertirsi, e la mamma che non sapeva negarle nulla, la conduceva al passeggio, in riva al mare, a giocare cogli altri ragazzi, e lasciava Carmela sempre a casa, a far bollire la pentola, come Cenerentola.
Se per caso mostrava desiderio anch’essa di uscire, per vedere qualche cosa di più gaio della stradicciuola, dove vegetava priva d’un raggio di luce, la madre le faceva capire che colla sua faccia gialla era ben meglio che restasse nell’ombra, e già che non poteva brillare alla luce del sole dovea rassegnarsi ad essere utile alla famiglia.
Carmela nel suo isolamento aveva un solo amico: il figlio d’una vicina che abitava nella stessa viuzza, e che da bambino aveva giocato assieme a lei coi gusci d’ostriche. Egli si chiamava Gennaro, e quando sapeva che la signora Anna era uscita, andava dalla Carmela a raccontarle i piccoli avvenimenti della sua scuola, le parlava dei compagni, dei suoi divertimenti, della campagna, del mare e delle rappresentazioni di Pulcinella, alle quali assisteva spesso, ed essa stava là intenta ad ascoltarlo, pendeva dalle sue labbra e per quei racconti avrebbe lasciato qualunque divertimento.
Un giorno Gennaro la venne a salutare; avea stabilito di andar a fare il mozzo sopra un bastimento, e dovea andare lontano lontano a girare il mondo, perchè volea diventare marinaio.
– Che farò ora senza di te? – disse Carmela.
– M’aspetterai, e quando ritornerò, ti racconterò tante belle storie di paesi che non conosci.
– Vedrai delle altre bambine, e ti dimenticherai di me, che sono brutta.
– Non è vero, i tuoi occhi sono tanto belli e buoni, che non li dimenticherò certamente.
Era la prima volta che Carmela sentiva fare un elogio della sua persona, ed era commossa, avrebbe voluto dire tante cose al suo amico, ma non poteva; un groppo alla gola le toglieva il fiato; però lo guardò coi suoi occhi buoni, con uno sguardo espressivo che voleva dire: – Torna presto.
Dopo quel giorno, rimase ancora più triste; ma quando la matrigna le diceva che era un mostriciattolo, essa pensava alle parole di Gennaro, e si consolava.
Graziella cresceva a vista d’occhio, era bianca, rossa e prosperosa, ma di una bellezza volgare; avea poco cuore, e quando poteva, cercava d’umiliare la sorella in tutti i modi possibili; raccontava i suoi trionfi, i complimenti che le venivano fatti; era continuamente occupata ad adornarsi e ad agghindarsi allo specchio, pensava sempre a vestiti nuovi, tanto che il babbo dovea lavorare dalla mattina alla sera, per appagare i suoi capricci.
– Ma non ti pare che sarebbe tempo che Graziella guadagnasse qualche cosa? – diceva Giovanni alla moglie.
– Lascia che si diverta, è ancora una bimba, – rispondeva Anna; però, un giorno si decise di metterla da una sarta, affinchè imparasse il mestiere; ma ciò non valse ad altro che a darle un pretesto per stare di più fuori di casa, e per diventare più vanerella.
Carmela s’era rassegnata anch’essa a tenere Graziella come un essere privilegiato, e l’ammirava continuamente; si divertiva anzi ad ornarla come una bambola, ed a vederla farsi più bella, dopo aver indossato la veste nuova che aveva aiutato a cucirle, rubando delle ore al sonno.
Graziella era una piccola egoista, non amava che sè stessa. Accarezzava Carmela quando aveva bisogno del suo aiuto; la mamma, perchè la conducesse ai divertimenti; il babbo, quando voleva che le desse quattrini per comperare dei fronzoli; e godeva la vita senza pensieri, passando lunghe ore fuori di casa, assieme alla madre, non curandosi nè di Giovanni, che lavorava come un cane, nè di Carmela, che si preoccupava di preparare loro la minestra, e porre in ordine la casa.
Un giorno Anna e Graziella si spaventarono nell’udire che una loro vicina era morta di vaiuolo, e che la malattia regnava nella città. Ebbero subito il pensiero di andare lontano; ma Giovanni disse che non avea quattrini da sprecare per capricci. Perciò dovettero rassegnarsi a rimanere, ma tremavano dalla paura di prendere la malattia, e quando uscivano di casa, cercavano di star in mezzo alla via per non toccare il muro; non parlavano più coi vicini, ed erano infelici di dover vivere con quel pensiero. Un giorno Giovanni venne a casa con una febbre fortissima, e le due donne divennero pallide come morte, quando il dottore affermò che si trattava di vaiuolo.
Il primo pensiero di Anna fu di mandare il marito all’ospedale, dicendo che sarebbe stato curato meglio; ma egli disse che voleva morire nel suo letto: in quanto a lei era padronissima di andarsene, se temeva di prendere il male; in quanto a lui qualche santo lo avrebbe aiutato.
– Non è per me, è per Graziella, – disse Anna, – sarebbe peccato che la sua faccia rimanesse butterata; non posso permettere che rimanga qui a questo pericolo.
– Andate, – disse Carmela, – resterò io che sono brutta.
Anna non si fece ripetere due volte questa proposta, e rispose:
– È giusto; è inutile che stiamo qui tutti; tu sola basti; poi si tratta di tuo padre: ti raccomando di curarlo bene e guarda di non prender quel brutto male; anzi è meglio che tu ti faccia vaccinare.
Anna non s’avvicinò nemmeno al letto per salutare il marito, e assieme a Graziella, che quando aveva inteso parlare di vaiuolo non era più entrata in casa, andò a Portici, presso una vecchia parente.
Carmela rimase sola accanto al letto dell’ammalato, non dormendo nè giorno nè notte per assisterlo, e quando il dottore le diceva:
– Badate, è una malattia contagiosa, non vi avvicinate troppo a vostro padre – essa non gli dava retta, e si contentava di lavarsi col sublimato corrosivo o coll’acido fenico, dicendo:
– Faccio queste cose, perchè voglio star bene e poter assistere mio padre, e che non resti solo; ma per me, non m’importa di nulla.
Per parecchi giorni sopportò le più crudeli sofferenze; avvilita dall’impotenza di recar sollievo al povero infermo. Vi fu un momento che il padre, in preda ad una febbre ardente, voleva gettarsi dalla finestra, ed essa temè di non aver abbastanza forza per trattenerlo. Nè poteva far assegnamento sull’aiuto di alcuno, perchè tutti fuggivano la loro casa come se fossero appestati, ed essa era alla disperazione; sola, col padre delirante, che voleva alzarsi, che non la riconosceva più, e la cacciava via. Fortunatamente quel periodo non durò molto, e a furia di cure e di riguardi il male prese una buona piega: ma bisognava vedere com’era sfigurato il povero Giovanni! avea la faccia gonfia, tutta piena di piaghe, e Carmela con una pazienza da santa, vinceva il ribrezzo e la nausea che quella vista le incuteva, per curarlo e diminuirgli lo spasimo.
Furono venti giorni di vero martirio per la povera figliuola; e quello che le dispiaceva di più, era vedere che nè la madre nè Graziella davano segno di vita, mentre l’ammalato domandava nel delirio continuamente di loro.
Quando Giovanni incominciò a star meglio, allora conobbe la grande abnegazione della sua figlia, e l’egoismo della moglie e di Graziella, e disse a Carmela:
– Tu sei un angelo. Guai se non eri tu a curarmi! sarei morto come un cane; e dire che a te non badavo nemmeno! Come mi pento d’essere stato così ingiusto! Ma ora, noi due staremo sempre assieme, e le altre resteranno là dove sono andate; non le voglio più vedere.
Carmela le difendeva: – Sarebbe stato un peccato che Graziella venisse presa da una malattia così terribile, che può lasciar tracce sul viso, – diceva scusandole.
Ma Giovanni non voleva saperne più nè della moglie, nè dell’altra figliuola, e diceva abbracciando Carmela:
– Si sta tanto bene noi due, e non voglio più che tu faccia la vita che facevi una volta; verrai con me a girare la città, a respirar un po’ d’aria libera: ne hai di bisogno, sei tanto pallida.
Quando la casa tu disinfettata, e Giovanni guarito, ritornò Anna, ma egli non la volle vedere.
Anna se la prese con Carmela, dicendo che le aveva guastato il marito, che non le voleva in casa perchè Graziella era più bella di lei; e mentre s’avventava contro la figliuola per batterla, entrò Giovanni, che, rivoltosi alla moglie, disse:
– Voi non siete degna di respirare l’aria che respira quest’angelo; voi mi avete abbandonato, essa mi ha assistito e m’ha salvato. – Poi a Carmela, disse: – Andiamo via noi da questa casa, giacchè loro non vogliono andarsene. – E condusse fuori la figlia, la quale diceva alla matrigna:
– Vado per obbedienza.
Giovanni era forte, robusto e non avea paura del mare; s’unì ad una compagnia di pescatori, e quando faceva buona pesca, andava a venderla assieme a Carmela, la quale si sentiva rivivere trovandosi tutto il giorno all’aria aperta che le accarezzava la faccia, le penetrava nei polmoni, e la rinvigoriva.
Essa però pensava sempre ad Anna e Graziella, che non sapevano lavorare, e sarebbero certo morte di fame; e quando il padre aveva fatto una buona pesca, riempiva in segreto una cesta di pesci, e sull’imbrunire andava nell’antica viuzza accanto alla casa dove era nata, e sulla soglia lasciava la cesta, e poi rifaceva la via in un lampo.
Anna e Graziella quando la prima volta trovarono i pesci presso l’uscio, dissero:
– È la provvidenza che si ricorda di noi.
Esse non erano più riconoscibili tanto soffrivano; non sapevano lavorare, e per conseguenza non avevano di che mangiare.
Graziella era bensì ritornata a lavorare dalla sarta, ma non guadagnava che pochi centesimi. Anna aveva offerto i suoi servizi a qualche famiglia, ma non essendo buona a nulla, dopo le prime prove veniva licenziata.
– Tutto colpa di quel mostricciattolo di Carmela, che ha stregato Giovanni durante la malattia, – diceva Anna, e si sentiva crescer l’odio che aveva sempre avuto per quella fanciulla.
Quando trovavano la cesta di pesce sulla porta, dicevano che certo qualche buona fata pensava a loro, e per far qualche soldo, vendevano il pesce ai vicini.
Graziella sarebbe stata curiosa di sapere chi dovesse ringraziare del pesce, e volea spiare sull’uscio per scoprire qualche cosa; ma Anna non volea saper nulla: diceva che era meglio credere che venisse dal cielo e non aver obbligazioni con alcuno.
Una sera che Carmela avea portato il pesce al posto consueto, e se ne tornava a casa, incontrò nella viottola buia un bel marinaio che la guardò negli occhi.
– Gennaro, siete voi?
– Carmela! – esclamò, – non vi avrei più riconosciuta, vi siete fatta bella come una fata.
– E nemmeno io vi avrei riconosciuto, se il cuore non m’avesse detto che eravate voi.
– Ma che cosa fate ora?
– Sto in riva al mare, e faccio la pescatrice.
– Volete che vi accompagni!
– Venite.
Così traversarono la città raccontandosi a vicenda le loro avventure di tutto il tempo in cui erano stati lontani. Ad un certo punto, il marinaio si fermò, e le chiese guardandola negli occhi:
– Volete che ci sposiamo? io sono stanco di star solo.
– Perchè no? – rispose Carmela, – se è contento il babbo!
– Andiamo a chiederglielo, – disse Gennaro.
E senza por tempo in mezzo, andò da Giovanni a chiedergli la mano della figlia.
Il giovane era forte e aveva voglia di lavorare, e Giovanni non seppe trovar altra risposta che questa:
– Se vi piacete, pensateci voi; io non ho nulla in contrario.
E così combinarono, e Carmela si sentiva contenta come una regina.
Però il giorno del matrimonio, disse al padre:
– Perchè io sia felice devi farmi un bel regalo.
– Tu sai che non sono ricco.
– Ma tu puoi fare quello che chiedo.
– Ebbene; che cosa vuoi?
– Prima, promettimi che lo farai.
– Sentiamo.
– Devi perdonare alla mamma e a Graziella.
– Non me ne parlare.
– Ti prego, babbo, se vedessi come hanno sofferto; non si riconoscono più: sii buono, fammi contenta. Dunque, le faccio venire?
– Fa pure, sei tu la padrona.
E Carmela corse, anzi volò alla sua vecchia casa, entrò come un razzo, e disse:
– Mamma? Graziella? venite, venite, il babbo vi perdona.
Graziella la guardava stupefatta, Anna era muta dalla sorpresa.
Finalmente Graziella le gettò piangendo le braccia al collo, e le disse:
– Sei stata tu, non è vero, a far decidere il padre? Quanto sei buona! E fosti anche tu quella che ci portava sempre il pesce, e pensava a noi?
– È stato chi è stato, e non se ne parli più; il babbo vi perdona, ed è contento di ritornare con voi; andiamo. – E le trascinò fuori, fino in fondo alla strada, dove Giovanni e Gennaro l’aspettavano.
– Ecco, babbo, oggi tutti devono esser felici, abbraccia la mamma e Graziella! – Poi presentò il suo sposo.
– Che bel giovane! – disse Anna. – Si diventa buoni quando si hanno di quelle fortune! – soggiunse ironicamente.
– Io la sposo, perchè Carmela è sempre stata buona, – disse Gennaro, – perchè ho saputo l’assistenza che ha fatto a Giovanni quando fu ammalato, e penso che se mai mi capiterà una disgrazia simile, non mi lascerà morir solo come un cane.
– Basta, basta, – disse Carmela, – non voglio che pensiamo a malinconie, dobbiamo stare allegri.
Graziella disse alla mamma:
– È vero! Carmela merita la sua fortuna; Gennaro ha ragione, è sempre stata buona anche quando io era cattiva; ma ora che ho provato che cosa è soffrire, ho più compassione per gli infelici.
Carmela la fece star zitta dandole un bel bacio.
Giovanni disse a Gennaro, scotendo il capo:
– Graziella è giovane, e se ne farà ancora qualche cosa: ma l’altra è proprio incorreggibile.

Quando Maria ebbe terminato, quell’uditorio stato attento dal principio alla fine incominciò a far dei commenti, tutti ammirarono la bontà e l’abnegazione di Carmela, ed erano contenti che l’altra ragazza fosse stata punita. Maria osservava che quantunque nel mondo i buoni non siano sempre premiati e i cattivi puniti, in ogni modo far il proprio dovere è una tale soddisfazione che non ha bisogno d’altri compensi. Mario come al solito avea fatto la caricatura di Carmela brutta come un mostriciattolo, con una grande cesta di pesci sulla testa e Graziella davanti allo specchio a farsi bella.
Intanto venne la signora Guerini colla carrozza a prendere i figli, e pregò Maria di andar spesso alla villa, dove quasi tutti i giorni dopo la cinque vi era un po’ di gente e i ragazzi si sarebbero divertiti giocando assieme.
Maria ringraziò, e disse: – che non avrebbe potuto approfittare spesso dell’invito, temendo che i troppi divertimenti servissero a distrarre i suoi fratelli dagli studii, specialmente Carlo che dovea ripetere l’esame; ma chiese il permesso di condurli invece a vedere la fabbrica, perchè essi lo desideravano e sarebbe stata una cosa molto istruttiva.
La signora Guerini disse che alla fabbrica potevano andare quando credevano, anzi soggiunse che Alberto ed Elvira sarebbero stati felici di accompagnarli. Così fissarono la gita per la mattina dopo, e Vittorio pensava di mettere intanto in ordine la sua macchinetta fotografica, e far fotografie e poi andare a svilupparle nella camera oscura di Alberto.

VISITA ALLO STABILIMENTO GUERINI.

Nel punto dove la valle si allarga e il torrente scendendo dalle montagne rumoreggia fra i sassi, si vede biancheggiare un vasto fabbricato quadrato, con grandi cortili e degli altissimi fumaiuoli che sembrano toccare il cielo.
I ragazzi Morandi erano passati tante volte davanti a quel fabbricato, s’erano fermati a sentire il rumore delle macchine e il canto degli operai, ma non avevano osato entrare, trattenuti da un cartello sul quale era scritto: Non entrano che le persone addette ai lavori; perciò quel giorno, tutti contenti, uscirono di casa prima dell’ora stabilita, impazienti di ritrovarsi coi loro amici.
Maria avea pregato il professore Damiati di accompagnarli. Egli così istruito, che sapeva parlare di tutto con chiarezza, avrebbe potuto dare ai ragazzi delle spiegazioni sulle macchine, e la visita allo stabilimento sarebbe stata più utile con una guida come lui.
Vittorio poi, che aveva la passione delle macchine, e diceva che avrebbe voluto fare l’ingegnere meccanico, era lietissimo di quella passeggiata e la considerava come una vera festa.
Passando da villa Guerini chiamarono i loro amici, e trovarono che il signor Guerini in persona voleva accompagnarli e far loro gli onori del suo stabilimento. Egli, strada facendo, incominciò a raccontare la storia della sua azienda.
Narrò che suo padre gli aveva lasciato un filatoio, ancora incompiuto, posto nell’ala più vecchia del fabbricato, ed egli a poco a poco s’era innamorato di quel genere di lavoro, era andato in Inghilterra a studiare i nuovi sistemi di filatura, avea ampliato la sua fabbrica, vi avea aggiunto una tintoria, e finalmente la tessitura delle stoffe, che ora occupava la parte principale del fabbricato; egli parlava con amore del suo stabilimento, che avea veduto nascere e crescere sotto ai suoi occhi, ma diceva di essere stanco, e impaziente che suo figlio potesse supplirlo per riposarsi.
Così discorrendo erano giunti davanti al cancello, ed entrarono tutti nel primo cortile passando per la camera del custode; un ampio stanzone dove il signor Guerini, mostrò intorno al muro, attaccate ad una tabella, delle medaglie con un numero progressivo; ogni operaio ne avea una che dovea consegnare al custode quando entrava e farsela restituire all’uscita per verificare l’ora d’entrata e le ore del lavoro.
Nel primo cortile c’erano mucchi di lana e di cotone in bioccoli, che gli operai caricavano sopra carri a mano e trasportavano sotto ad una tettoia per la pulitura. Là sotto videro alcuni grandissimi recipienti d’acqua bollente, più in là, dei forni per asciugare, poi più giù delle macchine per scardare il cotone e la lana ripulita, e dappertutto una quantità di uomini, donne e ragazzi occupati a trasportare, a ripulire, separare la merce buona dalla cattiva.
Non fecero che traversare quella tettoia, fermandosi poco, perchè il signor Guerini diceva che quelle operazioni non erano molto importanti; ma fecero una sosta più lunga nella tintoria, dove dentro a grandi caldaie, bollivano materie d’ogni colore e dove degli operai sudanti per il caldo eccessivo, prodotto da quei liquidi in ebollizione, gettavano nelle caldaie matasse di filo greggio che si tingevano nei più vivi colori, poi le mettevano ad asciugare, ma spesso dovevano passare per un’altra tinta, e forse per altre ancora.
– Andiamo avanti, che qui c’è troppo sudiciume, – diceva Elvira, ma i ragazzi si divertivano nel vedere tutto quelle pozzanghere rosse, verdi, violette, quelle acque di tutti i colori che correvano in appositi canaletti e poi andavano a finire in un fosso, che le conduceva nel torrente.
– Ora capisco, – disse Carlo, – perchè qualche volta si vede l’acqua tinta di vari colori.
– Badate di non sciupare i vestiti, – disse il signor Guerini.
Uscirono all’aperto e s’avvicinarono a un luogo donde si sentiva il rumore delle macchine, che pareva un mare in burrasca.
– Oh bello! – esclamarono in coro quei ragazzi, quando entrarono in un bel stanzone spazioso, ben illuminato, dove c’era una quantità di macchine in moto e si vedeva un bel numero d’operai attenti al lavoro; un vortice di ruote, di pulegge, di cilindri, un luccichio di metalli, tanto che per il primo momento non poterono raccapezzarsi in quella confusione, con quel rumore assordante.
– Questi sono i filatoi, – disse il signor Guerini; – sono quasi tutti uguali l’uno all’altro, e per non far confusione, fermiamoci ad osservarne uno.
Si fermarono davanti ad una bellissima macchina, grande, rotonda, dove dal centro usciva il cotone e la lana a falde, e a mano a mano che passava da alcuni forellini messi in moto da ruote dentate, s’andava assottigliando, in modo che si avvolgeva in fili sottilissimi intorno alle centinaia di rocchetti, che giravano continuamente, come in una danza vertiginosa.
Il signor Guerini fece fermare la macchina, perchè vedessero bene, e allora il professor Damiati spiegò, come quegli arnesi dove il cotone era disposto a falde quasi in natura, facessero l’ufficio della conocchia che adoperavano le donne antiche per filare, e mostrò quale progresso si era fatto da quel tempo, in cui s’impiegavano parecchie giornate per filare un solo gomitolo di cotone, ed ora se ne filano centinaia in un’ora.
– Pare una magia, – dicevano quei ragazzi tutti attenti a vedere come in quel continuo ballare di rocchetti e di fili, le cose procedessero con tanta prestezza e precisione, ed espressero il desiderio che si rimettesse in moto la macchina; poi stettero ad osservare meravigliati, estatici, ammirando la velocità con cui andava, e la prontezza colla quale gli operai riappiccavano il filo che qualche volta si spezzava durante il lavoro, cambiavano i rocchetti e fermavano la macchina quando accadeva qualche incaglio.
– Pare una gran ragnatela, – disse Mario, che stava ad ammirare a bocca aperta quello spettacolo nuovo per lui.
– Mi pare che ce ne sieno tante di ragnatele! – soggiunse Angiolina, – e dire che non ho mai pensato, che per una gugliata di cotone ci volesse tanto lavoro!
– Ma credi che con quel cotone si possa lavorare? – chiese Alberto Guerini. – Senti, – e le diede un filo, che appena teso, si spezzò.
– Vedete, – disse, mostrando di essere istruito nella materia, – ora venite con me e vi farò vedere.
E li condusse vicino ad un’altra macchina, la quale serviva di torcitoio, cioè torceva i fili di due o tre rocchetti avvoltolandoli intorno ad uno solo; e qui Alberto tutto contento di poter far sfoggio della sua scienza, soggiunse:
– In questo modo si fa il cotone più o meno grosso, secondo che si torcono insieme due, tre o quattro fili; e così il cotone che serve per cucire, si può far forte quanto si vuole.
Tutti i ragazzi stavano a bocca aperta, davanti a quelle macchine in moto, a quegli operai attenti al lavoro, che parevano anch’essi far corpo colle loro macchine, ma furono ancora più maravigliati quando andarono nello stanzone della tessitura.
– Oh bello! – disse Giannina fermandosi davanti ad un grande telaio, dove erano tesi in bell’ordine dei lunghissimi fili, e una spola correva avanti e indietro con grande rapidità, formando, dove passava, una tela fitta e compatta.
– Pare un topolino! – esclamò Mario.
– Ecco, vedete, questo è l’ordito, – disse il professore Damiati, – e il filo che lo attraversa guidato dalla spola è la tessitura; badate come quando la spola è passata, con un macchinismo quasi automatico, una metà dei fili s’abbassa e l’altra metà si alza perchè i fili che devono essere intrecciati si alternino coi fili trasversali.
– E che cosa sono tutte quelle spole? – disse Carlo.
– È per fare un tessuto di colori diversi; ogni colore ha una spola, e l’operaio deve stare attento di cambiarla al momento giusto.
– Come è bello! – disse Vittorio, – mi piacerebbe star qui tutto il giorno, – e intanto guardava sotto alle macchine, cercando di scoprire il loro meccanismo, si arrovellava il cervello in mezzo a quell’intrecciarsi di ruote e di cilindri, e diceva che gli pareva impossibile, che tutte quelle macchine così esatte e perfette, fossero fatte dagli uomini.
Mentre erano là con tanto d’occhi ad osservare, la tela si tesseva con grande rapidità e si avvoltolava intorno ai cilindri; e nel medesimo tempo dalla parte opposta ne usciva altrettanto ordito, e Vittorio continuava a guardare dicendo:
– È meraviglioso, io ci perderei la testa.
Il professore spiegava come l’invenzione di quelle macchine fosse avvenuta a poco a poco, a furia di uomini d’ingegno che vi apportarono sempre nuovi miglioramenti e coll’aiuto delle nuove scoperte nell’industria; narrò che i primi tessuti erano cose grossolane, poi l’arte del tessere si perfezionò col telaio inventato da Jaquard, ma anche quello era rozzo, pesante, e la spola doveva esser guidata dalla mano, finchè a poco a poco si giunse al punto di poter ottenere colla massima facilità una immensa quantità di lavoro, specialmente dopo che s’incominciò(3) ad adoperare il vapore come forza motrice.
Maria avrebbe voluto stare tutta la giornata in quel tempio del lavoro, ma temeva di abusare della bontà del signor Guerini, il quale trascurava in quel momento le sue occupazioni, per servire loro di guida; poi temeva che una visita tanto prolungata, potesse distrarre gli operai; sicchè dopo aver dato un’occhiata alle stanze meno importanti dove la tela veniva imbiancata e cilindrata, dove ai rocchetti di cotone si appiccicavano dei bigliettini colla marca di fabbrica e si mettevano in scatole per la spedizione; dopo essersi per ultimo soffermata davanti alla macchina a vapore, dalla quale partiva tutto il movimento, uscì da quel luogo riportandone un’impressione indimenticabile.

LA MACCHINA FOTOGRAFICA.

Vittorio era riuscito coll’aiuto d’una lente regalatagli da Alberto, a mettere assieme una macchina fotografica molto semplice, ma colla quale si riprometteva un grande divertimento, pel tempo delle vacanze.
Ecco come avea fatto per combinare la sua macchinetta: – Prima prese una cassettina di legno, che foderò di stoffa nera, avendo cura che non vi penetrasse nemmeno un filo di luce: poi collocò davanti la lente destinata a raccogliere i raggi luminosi e mandarli nell’interno della cassetta, o camera oscura; guardò se gli oggetti posti davanti alla lente si disegnavano bene e con chiarezza, sopra un vetro smerigliato che pose dietro alla cassetta per fare l’esperimento. La macchinetta era riuscita bene; ed egli poteva benissimo al posto del vetro smerigliato mettere dei vetri preparati col bromuro d’argento, e sensibili alla luce. Studiò un sistema per cambiar i vetri entro un sacco nero, in modo che non fossero esposti alla luce, e fece un cappello aderente alla lente da mettere e togliere a mano, e intanto studiava una forma più comoda di otturatore.
Egli voleva fare il ritratto di tutta la sua brigata, prima che partisse l’Angiolina; faceva i dispetti a Mario che coi suoi disegni non avrebbe potuto più gareggiare con lui, il quale copiava scene e paesi colla rapidità fotografica.
Quando la sua macchina fu pronta, fece posare al sole tutta la famiglia, e si stizziva perchè, vedendo la sua aria importante da provetto fotografo, non potevano star fermi, nè trattenersi dal ridere. Rifece tre volte il gruppo nella speranza che riuscisse almeno una volta; poi non ebbe pace finchè non gli venne fatto d’andare alla villa Guerini per sviluppare le sue lastre nella camera oscura d’Alberto, il quale dovea fargli da maestro.
Andò assieme a Carlo, che era ansioso di vedere i risultati della fotografia, e quando furono tutti e tre rinchiusi nella camera buia, Alberto versò un liquido in una bacinella e disse:
– Vedete, questo è idrochinone, una sostanza che farà risaltare la imagine sul vetro; si potrebbe anche adoperare l’acido pirogallico, l’ossalato di ferro e tante altre cose; ma io preferisco questo, perchè mi pare migliore. – Poi coperte le lastre col liquido, gl’insegnò a scuoterlo fino al punto di veder disegnarsi qualche cosa, infatti sui vetri si andavano figurando delle linee bianche e nere come per virtù magica.
– Vedete, – disse, – gli oggetti chiari più in luce, vengono neri, e viceversa, le cose scure vengono chiare, perciò queste si chiamano negative. Ecco ora questo vetro è abbastanza nero, mettiamolo in questa bacinella, dove c’è un po’ d’iposolfito di sodio il quale scioglie i sali d’argento ormai inutili; così, ora, la negativa è completa, possiamo portarla alla luce; però prima bisogna lavarla bene nell’acqua pura.
Quando furono alla luce ebbero la dolorosa sorpresa di trovare una negativa colle figure doppie.
– Oh rabbia! si sono mossi, – disse Carlo tutto imbronciato.
– Mi pare che sia la macchina che s’è mossa; – disse Alberto, – queste però sono riuscite meglio; ma sono senza testa, – soggiunse osservando la seconda negativa.
La terza era meglio delle altre, ma le persone avevano la faccia nera e poco distinta, e anche quella non si poteva dire ben riuscita, però bisognava lasciarla asciugare prima di stamparla, e poterne vedere l’effetto. Alberto regalò agli amici qualche pezzetto di carta preparata, affinchè potessero stampare le fotografie, ed una bottiglietta con un liquido per fissarle sulla carta.
– Quando questa carta è esposta alla luce senza negativa viene tutta nera, – disse Alberto – e non si vede nulla; – e spiegò come le parti che sulla negativa erano chiare venivano scure sulla carta, perchè la luce vi passava liberamente e l’anneriva, mentre le parti scure rimanevano chiare; ed era tutto contento di poter fare da maestro a quei ragazzi, che per la prima volta avevano nelle mani una macchina fotografica.
Andarono a casa tutti allegri, credendo che una volta stampata la fotografia avrebbero potuto mostrare la loro bravura, ma appena Maria diede loro un’occhiata, disse tutta spaventata:
– Che cosa avete fatto? Non vedete che i vostri vestiti sono macchiati?
Essi si guardarono e risposero confusi:
– È vero – ma non ci si vedeva in quella camera buia, buia; c’era soltanto un lanternino rosso.
– E intanto avete sciupato i vestiti, e così non potrete più venire in nessun posto, e molto meno dai signori Guerini, perchè non posso comperarvi degli abiti nuovi per i vostri capricci.
– Prova a ripulirli – disse Vittorio.
– Non vedete che gli acidi hanno intaccato il colore? ormai non c’è rimedio, non si possono ripulire.
Maria era disperata, voleva rompere la macchinetta, perchè quelli non erano divertimenti per loro, costavano troppo, ed era certa che non erano riusciti e non avevano fatto altro che perdere il tempo e sciupare i vestiti.
I ragazzi si misero a stampare, e rimasero proprio malcontenti di vedere i gruppi così mal riusciti, e che tutti avevano le faccia scure come se fossero africani.
Elisa non voleva essere così brutta, Giannina diceva che pareva una scimmia, e Angiolina diceva d’essere un mostro.
I fotografi erano avviliti, e Vittorio si dichiarava vinto e diceva di voler rinunciare alla fotografia, anche per non dare dispiacere alla sorella. Carlo avrebbe voluto la macchinetta di Vittorio per perfezionarsi; ma Maria la prese e la chiuse in un armadio, mentre Angiolina pensava al modo di mettere un pezzettino di stoffa nuova con un rammendo, dove erano le macchie, tanto per non vedere delle faccie scure l’ultimo giorno che restava in loro compagnia. Invece Mario trionfava; aveva ragione di essere nemico della fotografia! almeno coi suoi scarabocchi non sciupava i vestiti e anzi, già che gli capitava la buona occasione, s’accinse a fare la storia delle gesta fotografiche dei suoi fratelli.
Lavorò tutta la giornata, e quando mostrò i suoi lavori, furono accolti da un’ilarità generale.
Erano tre quadretti, pieni di spirito; nel primo la posa, coi fotografi che si davano grande importanza e gli altri negli atteggiamenti più grotteschi; il secondo rappresentava la camera oscura, cioè uno stanzino buio dove misteriosamente i suoi fratelli versavano un liquido sui loro vestiti, invece di versarlo sulle negative; poi finalmente il quadro finale: i fotografi coi vestiti macchiati e con in mano due pezzi di carta che rappresentavano dei personaggi senza testa, o con due teste, i fotografi con tanto di naso, e Maria che si disperava di vederli in quello stato.
Tutti risero, e Angiolina pregò Mario di regalarle quei disegni.
Maria faceva uno sforzo per star seria, ma avea una gran voglia di ridere, e sgridava Mario di non esser buono che a burlarsi di tutti.
Più tardi quando vennero il professore e Don Vincenzo, essa raccontò loro le disgrazie(4) dei suoi fratelli, che s’erano sciupati i vestiti; e disse ch’era proprio adirata colla fotografia e con tutte le nuove invenzioni.
Don Vincenzo fece eco alle sue parole; anch’egli trovava che si viveva meglio nei tempi passati senza tante macchine, tanti giornali e tante scoperte. Appunto quella mattina aveva letto in un giornale che un operaio aggiustando un filo della luce elettrica era rimasto fulminato e che era avvenuto uno scontro ferroviario: tutte cose che in altri tempi non sarebbero accadute. Damiati non voleva sentire quei discorsi; egli che era un vero uomo moderno, amava il progresso e ammirava i nuovi ritrovati della scienza: diceva soltanto che bisognava esser preparati a tutte queste novità. Invece ci comportavamo da bambini, esagerando in tutto; prima eravamo rimasti spauriti dall’invasione di tante macchine, che si credevano opere infernali, dopo s’andò all’eccesso opposto, e si riguardò tutto come un giochetto, mettendo spensieratamente le mani fra le macchine, bruciandosi e avvelenandosi coi preparati chimici, esaltandosi il cervello colla lettura dei giornali, impazienti di correre e d’arrivare, dopo che il vapore avea sostituito i cavalli, avidi di notizie dopo che correvano col telegrafo, e tutta una vita agitata e febbrile che venne a turbarci la calma.
– A me, vi confesso, – soggiunse, – piace questo movimento e questo progresso, ma vorrei solo che i nostri figli fossero anche essi pari alle difficoltà dei nostri tempi; cioè, più avveduti, più prudenti, e conoscessero i pericoli che aumentano da tutte le parti, e avessero l’avvertenza di schivarli. Se quell’operaio avesse saputo il modo con cui si forma l’elettricità, avrebbe saputo scansarsi prima di lasciarsi uccidere dalla corrente elettrica; se Carlo e Vittorio avessero saputo come erano composti i liquidi che adoperavano per la fotografia, non si sarebbero macchiati i vestiti; forse, causa la loro ignoranza avrebbero anche un giorno o l’altro potuto bere in sbaglio uno di quegli acidi, e avvelenarsi. Ora la smania d’arrivare a tutto, di saper molte cose, fa sì che si studia superficialmente: la scienza resa popolare, ci famigliarizza anche colle cose più nocive, e si è circondati da pericoli prima ancora di conoscerli e di saperli evitare. Una volta invece la scienza era possesso di pochi; si circondava di silenzio e mistero, e naturalmente c’erano meno pericoli; ma le popolazioni erano invece ignoranti e superstiziose.
Consigliò poi i ragazzi a diffidare delle sostanze che non conoscono, ad esser prudenti e studiare per poter rendersi ragione dei pericoli, e tenerne lontane le persone di famiglia.

PARTENZA DI ANGIOLINA.

Angiolina vedeva volar via con rammarico le belle giornate che passava in campagna assieme ai suoi amici; ma la mamma la sollecitava a ritornare a casa, ed essa s’era decisa di partire assieme al signor Morandi, il quale dovea recarsi in città.
Bisognava proprio che pensasse al piacere di rivedere la sua mamma, per non dolersi troppo di abbandonare quella vita che le piaceva tanto.
Aveva ancora un giorno di vacanza, e quella giornata volle impiegarla bene. Essa radunò tutta la sua roba e chiuse la sua valigetta; poi andò a salutare tutti gli angoli della casa e del cortile; volle per ultimo uscire per andare alla posta, ed ivi trovò il curato e il professore, che come al solito, parlavano delle notizie del giorno.
– Domani non sarò più qui – pensò, e quasi senza volerlo i suoi occhi le si empirono di lagrime.
Quando fu seduta a tavola disse:
– È l’ultimo giorno che pranzo con voi.
– Vuoi restare finchè stiamo tutti? – chiese Maria, – a noi fai piacere.
– Ho la mamma che m’aspetta, – rispose Angiolina.
– Ma ritornerai l’anno venturo – disse Maria.
– Per me sarei tanto contenta, e vivrò tutto l’anno con questa speranza.
Poi volle a tutti i costi portare con sè alcuni lavori che Maria dovea fare.
– Li terminerò io – disse; – così occupandomi dei vostri lavori mi sembrerà d’esser meno lontana da qui. – Poi soggiunse: – Mi dispiace per tante ragioni andar via, anche perchè non sentirò più raccontare le belle storie di Maria.
– Belle o brutte, te ne leggerò in città, – disse Maria, – intanto mi si presenterà forse l’occasione di aggiungerne delle altre.
– Ci vedremo dunque anche in città?
– Certo.
– Come sono contenta! mi dispiace meno d’andar via.
Poi voleva dire tante cose per esprimere la sua riconoscenza, ma non aveva coraggio.
– Sono una sciocca, – disse a Maria, – non so dir nulla, ma mi hanno fatto tanto bene queste settimane passate all’aria aperta; e poi ho imparato tanto, è così brava lei! Come mi piacerebbe poterla imitare!
E Maria le prendeva la testina e le dava tanti baci dicendole:
– Non hai bisogno d’imparar nulla da nessuno, conservati una buona figliuola come sei e come vorrei che fossero le mie sorelle.
– Ecco l’ultima notte che dormo in questa stanza, ecco l’ultima colazione che faccio con voi, – andava dicendo la fanciulla. Ma la colazione non la fece, perchè non ne aveva voglia: era troppo commossa di lasciare quei luoghi, dove si era trovata tanto bene.
Andò nella sua camera e discese col cappellino e la borsetta in mano.
Tutti vollero accompagnarla alla stazione, e darle qualche ricordo: Vittorio le regalò un libro, Giannina le porse un mazzo di fiori, Mario le regalò un disegno che rappresentava tutta la famiglia Morandi in lagrime per la sua partenza.
Essa era turbata e non trovava più parole per ringraziare.
– È troppo, è troppo, grazie, – continuava a dire, – quanto siete buoni!
Arrivarono alla stazione cinque minuti prima che partisse il treno.
Dovette subito mettersi al posto, ma stette al finestrino a chiacchierare coi suoi amici; aveva da raccomandar loro tante cose e specialmente di scriverle, di dirle tutto quello che accadeva in quel paese e di tornar presto in città, dove essa avrebbe contato i giorni aspettandoli. Le pareva d’aver ancora tanto da dire, ma si udì il segnale della partenza.
– Addio, addio, – disse sporgendo la manina fuori dal finestrino; poi fu vista quella manina scuotere un fazzoletto bianco mentre il treno spariva in distanza.
– Addio, addio, – gridarono tutti sventolando i fazzoletti, e stettero là fermi finchè videro un punto nero che correva, correva lontano, finchè non udirono più il rumore del treno, poi rifecero la strada fatta, ma più tristi, come se mancasse loro qualche cosa e sempre parlando di Angiolina.
– Ecco una ragazza che dovreste prendere per modello, – disse Maria.
– È vero, è tanto buona, – disse Giannina, – voglio proprio aiutarti come faceva lei.
Elisa pensava invece, che sarebbe toccato a lei ad aiutare la sorella maggiore; ma ciò le dava noia perchè il suo maggior piacere sarebbe stato di far la signora e non pensare che ai divertimenti, come Elvira Guerini.
Essa propose alla compagnia d’andare appunto a trovare i Guerini per consolarsi della partenza di Angiolina; ma Maria replicò che di distrazioni ne avevano avute anche troppe, e bisognava pensare a lavorare e a studiare, altrimenti Carlo non avrebbe passato l’esame; poi non voleva andar troppo spesso in casa Guerini; perchè la sua famigliuola modesta al contatto coi Guerini avrebbe certo acquistato delle abitudini e dei bisogni che non avrebbe potuto soddisfare.
– Quelle sì sono persone felici! – disse sospirando Elisa, e si rassegnò a tornarsene a casa, ma tenne il broncio per tutto il giorno, tanto che Vittorio si maravigliava che l’Elisa si rattristasse tanto per la partenza di Angiolina.

L’EROE DELLA MONTAGNA.

La mancanza di Angiolina era tanto sentita da tutta la famiglia Morandi, che pareva fosse partita, assieme alla fanciulla, anche una buona dose d’allegria.
Elisa era di cattivo umore, perchè non aveva più l’aiuto dell’amica, per metterle in assetto la camera, per rammendarle i vestiti, e per tante altre cose, che Angiolina faceva colla massima indifferenza, e a lei davano noia. Giannina cercava di aiutare un po’ più Maria, correva ad eseguire le sue commissioni, preparava la tavola, e faceva il possibile per rendersi utile, ma era tanto piccina, che le sue deboli forze non bastavano a far tutto.
Anche i Guerini venivano più di rado, perchè avevano degli ospiti coi quali dovevano andare tutto il giorno in giro pei dintorni. Però veniva un po’ più spesso il professore Damiati che si trovava sempre bene in casa Morandi. Per far piacere a Maria, dava lezione a Carlo, ed agli altri ragazzi utili suggerimenti, e spiegava loro tutte le cose che non riuscivano a comprendere.
Egli incoraggiava Maria a leggere i suoi racconti, che erano il divertimento di tutta la brigata, e avevano servito a quietare la vanagloria di Carlo, che prendendo a modello quelli eroi, diceva di contentarsi di eroismi più modesti. Giannina e Mario, i quali si annoiavano senza Angiolina, avevano pregato Maria di leggere l’eroe della montagna, come aveva promesso da tanto tempo; ed essa vedendo che la conversazione languiva, prese il suo manoscritto e incominciò la lettura.

La famiglia di Nando Verres, viveva in una casupola ai piedi delle Alpi, ed era felice. Nando, forte come una quercia, conosceva tutti i passi difficili delle montagne circostanti, ed era molto ricercato come guida dai viaggiatori, che volevano avventurarsi sulle cime aguzze di quelle alture, sempre coperte di neve.
Nella buona stagione, non restava mai in casa, anzi le persone che lo volevano, dovevano impegnarlo qualche settimana prima per poterlo avere, e non si muoveva se non lo pagavano bene.
Egli avea bisogno di guadagnar molto, poichè avea la moglie e una nidiata di bimbi da mantenere; il maggiore dei quali, che si chiamava Nando come il padre, aveva appena quattordici anni.
Il montanaro era partito con un signore inglese una mattina all’alba, per una gita che dovea durare tre giorni, ma quando fu il terzo giorno, la moglie cominciò ad essere inquieta non vedendolo ritornare; essa ogni tanto usciva dal suo casolare per contemplare il cielo grigio, e le montagne che erano tutte coperte da una nebbia fitta, e nel vedere quel cattivo tempo, si sentiva stringere il cuore, perchè temeva qualche sventura.
Nei primi anni di matrimonio, quando il suo uomo era sulla montagna, stava sempre inquieta; poi quando lo vide tutte le volte ritornare con un bel gruzzolo di quattrini, non ci pensò più; ma diceva sempre che non avrebbe voluto che i suoi figliuoli facessero quel mestiere dove c’erano troppi pericoli; però il figlio maggiore avea voluto spesso seguire il padre nelle gite alpestri e difficili, innamorato anch’egli delle alte cime, e dell’aria frizzante della montagna che gli dava appetito e gli rinvigoriva i muscoli.
Madama Verres, come la chiamavano nel villaggio, continuava dunque a guardare il cielo e i monti coll’ansia nel cuore.
Nella notte aveva sentito la bufera rumoreggiare nelle gole delle montagne, la pioggia cadere lenta e senza tregua, ed avea un triste presentimento, come non aveva avuto mai.
Passò due giorni in quell’inquietudine, quando si presentò a lei un messo venuto dalla città vicina a chiedere notizie del signore inglese partito con suo marito, per la montagna.
– C’è la madre di quel signore nella massima inquietudine; – disse, – si parla di un tempo orribile, di una compagnia che si è perduta sulla montagna, e mi ha mandato a vedere se ne sapete qualche cosa.
– Nulla, nulla, muoio anch’io dall’incertezza, dalla paura di qualche disgrazia, – disse la povera donna.
– Bisognerà far delle ricerche, – disse il montanaro, – la signora inglese promette una ricompensa a chi le porterà notizie del figlio; ma nessuno si vuol arrischiare a salir la montagna con questo tempo.
– Andrò io, – disse Nando, il ragazzo di quattordici anni.
– Sei pazzo? – gli disse la madre.
– Sono forte, conosco la montagna e la strada che è avvezzo a seguire il babbo, e sono certo di trovarne le tracce.
– E se avvenisse qualche disgrazia, che cosa faccio io?
– Ti prometto di ritornare, e di portarti notizie di babbo.
Prese una bisaccia di tela, con alcuni viveri, si munì di un bastone ferrato, e di corde, si fece seguire dal suo cane che non lo abbandonava mai, e s’avviò sulla montagna senza ascoltare le preghiere della mamma che temeva di perderlo.
Salì il sentiero lubrico del monte pieno di speranza, seguendo la via che soleva tenere suo padre. Camminò, avanti avanti, sempre salendo per ore intere, ora in mezzo alla fitta nebbia, ora sotto ad una pioggia che gli arrivava alle ossa; sempre cercando intorno a sè le tracce del passaggio del padre; nella notte si ricoverò in un rifugio, e quello fu il primo posto dove trovò segni del passaggio di persone viventi: in terra vide dei resti di viveri, poi la paglia coll’impronta di due persone, che dovevano aver dormito la notte, ed una di quelle impronte era proprio della lunghezza di suo padre. Dovevano certo esser passati di là per salire sulla cima del monte.
All’alba si rimise in cammino, sempre seguito dal cane, osservando tutto ciò che potesse indicargli il passaggio di qualche persona.
Il sentiero era scomparso sotto ai mucchi di neve caduta; egli col bastone ferrato ruppe quella neve, ma inutilmente; e avanti, avanti sulla montagna che si faceva più erta e pericolosa; si sentiva gelare, e pur dovea continuare il suo cammino. Ad un certo punto vide il cane inquieto, far dei moti strani, e scorse le traccie d’una valanga, che dovea esser caduta di recente.
– Cerca, cerca, – disse al cane.
E il cane obbediente cominciò a raspare colle zampe, finchè si fermò guardando e dimenando la coda; infatti sentì sotto la neve qualche cosa di molle, divenne pallido e cominciò a tremare; non avrebbe potuto continuare il suo lavoro senza l’aiuto del cane, che a furia di zampe cercava di rompere la neve gelata.
Quando si potè scoprire qualche cosa, non ci fu più dubbio: erano esseri umani quelli che erano sepolti in mezzo alla neve. Allora Nando si mise con maggior lena a disseppellire quella massa nera che si faceva più distinta, la quale prese forma di un gruppo di braccia e di gambe che non si capiva che cosa fosse; ma quando fu del tutto scoperta, Nando riconobbe il padre raggomitolato assieme all’inglese, che avevano trovato tutt’e due la stessa morte orribile.
Solo, in quella solitudine, con que’ due cadaveri davanti agli occhi, si sentì stringere il cuore, e pensò alla sua mamma; ma il freddo incalzava, e non c’era tempo da riflettere; lasciò il cane a guardia dei cadaveri, vide in distanza degli abeti, vi andò correndo, ne strappò dei rami, e fece una specie di slitta, dove adagiò i due cadaveri, e discese la montagna trascinandoseli dietro con una corda; il sentiero era sdrucciolevole, avea le mani intirizzite, si sentiva mancare; ma era coraggioso e volea resistere fino alla fine.
Era notte quando giunse al villaggio, e non avea coraggio di presentarsi alla mamma.
Ma essa, che stava continuamente alle vedette, gli andò incontro, e quando vide il corpo del marito steso sui rami d’abete, cadde svenuta nelle braccia del figlio.
La poveretta rimase parecchi giorni quasi inebetita, non potendo persuadersi che il suo uomo fosse morto, e non sapendo come campare tutti quei figliuoli. Quando vennero nuovi forestieri a cercare della guida Nando Verres, si presentò loro il figlio e disse:
– Eccomi.
– Come, vuoi tu andare così giovane, e dopo l’esempio di tuo padre? – gli disse la madre.
Egli mostrò i fratellini e disse:
– Bisogna che pensi a te e a loro; non temere, mamma, ti prometto che non mi esporrò ai pericoli inutilmente, – e sì dicendo partì e in poco tempo divenne degno successore di suo padre.
Ma sebbene egli sia ora una delle guide più rinomate delle Alpi, la signora Verres, quando parte, ha sempre le lagrime agli occhi, e trema sempre temendo di non rivederlo più.

SCIOPERO ALLO STABILIMENTO GUERINI.

Una mattina quando Carlo e Vittorio ritornarono dall’ufficio postale dove erano stati come al solito a prendere i giornali, raccontarono che tutto il villaggio era sottosopra, perchè gli operai dello stabilimento Guerini s’erano posti in isciopero, e dissero che nella piazza e per le vie, dappertutto si parlava di questo avvenimento, e c’erano gruppi d’operai, come se fosse festa.
Più tardi quando il professore andò dai Morandi(5) a dar lezione a Carlo, egli diede maggiori ragguagli.
Gli operai avevano preso il pretesto da una multa, che il direttore aveva inflitta ad uno di loro, per chiedere aumento di paga e diminuzione delle ore di lavoro, e non avendo ottenuto nulla, quella mattina non erano andati alla fabbrica.
Per quel giorno non si parlò d’altro che di quel fatto; ad ognuno se ne domandava notizie. Mario voleva sapere che cosa significasse questo sciopero, e il professore spiegava, come gli operai per ottenere quello che desideravano, si univano assieme e disertavano dal lavoro per obbligare il proprietario a conceder loro quello che esigevano.
-Sì, ma intanto non guadagnano, – disse Mario.
– Non è vero, – disse il professore. – Dovete sapere che s’è formata una società fra gli operai. Ognuno quando lavora, versa nella cassa della società una piccola somma, che poi serve a pagare gli operai che si mettono in sciopero, i quali in questo modo hanno la paga anche senza lavorare.
– È una cosa ingiusta, – disse il ragazzo.
– È un modo come un altro per far la guerra al proprietario; mezzo che in certi casi può essere giusto, e riesce a migliorare la condizione dell’operaio; ma molte volte l’operaio abusa di questa forza, va all’eccesso, ed allora il danno è tutto suo.
– Chissà come saranno inquieti ed irritati i signori Guerini! – osservò Maria.
Più tardi giunsero notizie peggiori; l’agitazione fra gli operai era grande; essi avevano fischiato i signori Guerini, e gettato dei sassi dietro la loro carrozza; si diceva che ci fossero dei feriti. A quelle notizie Maria non potè più star ferma e decise di andare alla villa Guerini per sapere qualche cosa di preciso.
– Non è prudenza muoversi, – disse Carlo, – gli operai se la possono prendere anche con noi.
– Dove è andato il tuo eroismo? – chiese Maria, – qui non si tratta di esporsi per capriccio ad un pericolo. È una famiglia di persone gentili che ci hanno accolto colla massima cortesia ed ora si trovano in angustie; mi par nostro dovere di andar a sentir le loro notizie e vedere se possiamo giovare in qualche modo ai nostri amici; non abbiamo fatto male a nessuno e non dobbiamo temere.
– Vi ammiro anche questa volta per il vostro coraggio, – disse il professore, – soltanto vi chiedo il permesso di accompagnarvi, anch’io desidero offrire i miei servigi ai signori Guerini.
– Andiamo, – disse Maria. – Carlo ed Elisa, che sono più grandi, possono venire con noi; gli altri restino a casa; è inutile dar tanto nell’occhio e andare in frotta, come se si trattasse d’una festa.
– E se vi succedesse qualche cosa?
– E non temete d’essere d’incomodo in questo momento? – chiesero i ragazzi.
– Se siamo d’incomodo non ci riceveranno, ecco tutto; – rispose Maria, – noi avremo fatto il nostro dovere. Non c’è pericolo che ci succeda qualche cosa; in ogni caso entreremo dalla porticina del giardino e nessuno ci vedrà.
Maria si mise il cappello e uscì assieme ad Elisa, seguita da Carlo e Damiati.
S’avviarono verso casa Guerini evitando di passare in mezzo al paese; però nelle vicinanze della villa incontrarono delle brigate di operai, che ragionavano fra loro e gesticolavano con vivacità. Proseguirono la strada senza badare a quei crocchi di persone disoccupate, e giunsero alla villa, dove i signori Guerini li ricevettero mostrandosi molto grati della loro premura e dispiaciuti che potessero aver qualche noia per cagion loro.
– Siamo messi all’indice, – disse la signora tutta addolorata, – e quello che mi rincresce di più è di vedere l’ingratitudine dei nostri operai, che abbiamo pur trattato sempre bene, come fossero nostri figli.
Poi raccontò come la mattina avesse voluto accompagnare il marito alla fabbrica, perchè sarebbe stata inquieta di lasciarvelo andar solo.
– Se vedeste – soggiunse, – che desolazione! Pare un cimitero; tutte quelle macchine là immobili, quegli stanzoni freddi, vuoti, quel silenzio…. fa stringere il cuore.
Il signor Guerini era tutto irritato, e andava avanti e indietro per la stanza pensando al danno che gli recava quello sciopero, alle commissioni che non poteva eseguire, e più di tutto a quella gente, alla quale avea dato lavoro, a tutti quei contadini, che gli dovevano l’esistenza e che ora gli si ribellavano.
Ogni tanto veniva qualche messo mandato dal direttore dello stabilimento: una commissione d’operai sarebbe venuta il giorno appresso per dire ciò che pretendevano.
Seppero che il sindaco aveva telegrafato alle autorità della provincia, e nella giornata doveva venir della truppa per tenere a dovere gli operai più turbolenti.
La signora raccontò una scena commovente.
Cinque operai erano andati al lavoro malgrado le minacce dei compagni, dicendo che non avevano nessuna ragione di abbandonare una famiglia che li aveva sempre beneficati. Gli altri volevano entrare a forza per trascinarli di là, bastonarli, e forse ucciderli; tanto che essa stessa li avea pregati di sospendere il lavoro; ma quando uscirono dalla fabbrica furono accolti a furia di fischi e d’insulti; era una cosa che faceva proprio pena. Era vero che dei sassi erano stati lanciati dietro alla loro carrozza. Fortunatamente non avevano ferito nessuno, ma erano tutti sgomentati e tremavano ad ogni più piccolo rumore e ad ogni suonata di campanello.
– E come farete questa notte? – disse il professore.
– Chiuderemo bene la villa, e starà alzato qualcuno a far la guardia.
– Se voleste venire da me, – disse il Damiati.
– O da noi – disse Maria.
– Grazie, – ma prima di tutto non si vorrebbe attirar su di voi l’ira del popolo, poi non vogliamo abbandonare la casa; sarebbe una viltà. Anche i ragazzi devono abituarsi alle lotte e alle difficoltà della vita; se in questi giorni avrete coraggio di venire a tenerci compagnia, ci farete un regalo; nei momenti difficili quando si ha tanti nemici, fa piacere aver dei buoni amici, e vedere che non ci abbandonano. –
Maria promise di passare alla villa gran parte della giornata coi suoi fratelli, e si offerse per tutto quello che potesse loro esser utile.
Le faceva proprio pena vedere quella famiglia in quel frangente, e chiusa in casa come in una prigione, e quando furono usciti, chiese ad Elisa se avrebbe avuto piacere in quel momento trovarsi nei panni d’Elvira, ch’essa invidiava tanto.
– Sono in prigione, ma è una bella prigione, dove io ci starei tutta la vita, – rispose la fanciulla.
– Ti annoieresti, – disse Carlo, – come un uccello si annoia in gabbia, anche se è d’oro.
– Ora passano, è vero, un brutto momento, ma io mi cambierei subito con loro, – disse Elisa. Però quei fatti la fecero riflettere, e capì che più si è in alto, più ci sono dolori, e che forse sua sorella aveva ragione nel dire che la vita modesta e ignorata ha pure i suoi vantaggi.
Vedendo gli operai abbastanza quieti, fecero un giro nel villaggio, in mezzo ai gruppi di gente dove non si parlava d’altro che dello sciopero; e di operai che ragionavano fra loro sul da farsi.
Bisognava resistere, – dicevano, – era tempo di finirla, erano stanchi di lavorare come bestie da soma, per mantenere il lusso dei ricchi, volevano godere e divertirsi, era venuto anche il loro tempo.
In alcuni gruppi c’erano le donne che volevano dar consigli e dir la loro ragione. Maria fermò una donna che conosceva ed era moglie d’un operaio, e le chiese se fosse contenta d’aver il marito ozioso tutto il giorno e se non sarebbe meglio che lo consigliasse a riprendere il lavoro.
– Si soffre oggi per godere domani, – rispose, – vogliamo anche noi vestir bene come loro, e farci servire; siamo stanche di soffrire.
C’erano altre che si mostravano dispiacenti, temevano che i mariti prendessero il vizio di bazzicare all’osteria, ed anzi andavano a levarceli di là; ma quelli le invitavano a bere insieme, alla riuscita della loro causa; e verso sera la piazza e le vie del villaggio presentavano uno spettacolo poco piacevole. Gli operai uscivano dall’osteria mezzo ubbriachi cantando delle canzonacce, coi cappelli per traverso e le vesti in disordine. Anche qualche donna era un po’ brilla, e i ragazzi non avendo più freno, girellavano per le strade e facevano baldoria.
Maria volle subito ritornare a casa e fece osservare ai fratelli la differenza che passa fra l’operaio quando è al lavoro, serio, attento, colla faccia composta, che mette allegria a vederlo, da quando è ridotto in quello stato dall’ozio e dal vino, come in quel giorno, che dava uno spettacolo da stringere il cuore.
Vi fu sull’imbrunire un momento che pareva ci fosse in paese la rivoluzione: fu quando venne e s’accampò vicino al villaggio una compagnia di soldati; allora il furore di quel popolo ubriaco era tale da metter paura: volevano dar fuoco alla fabbrica, uccidere il signor Guerini, e non si quietarono se non dopo l’arresto degli operai più turbolenti.

DON VINCENZO.

Lo sciopero durava da dieci giorni e non accennava a finire. Al chiasso e all’eccitamento dei primi momenti, era succeduto una specie di cupo abbattimento.
In villa Guerini erano stanchi di star chiusi come in prigione, e di non veder una fine a quella condizione di cose, ed essere costretti a vivere sempre nell’ansia dell’incertezza; per fortuna avevano la famiglia Morandi e il professore Damiati che passavano quasi tutta la giornata con loro, e ciò li confortava, ma il signor Guerini era stanco, scoraggiato, di cattivo umore.
Nel villaggio si vedevano capannelli d’operai che vagabondavano stanchi anch’essi di quella vita oziosa, ma decisi a continuarla, a resistere per vincere. Anche le donne erano stanche di aver sempre tra i piedi i loro mariti oziosi e desideravano che quello stato di cose terminasse; in dieci giorni, non s’era fatto un passo; soltanto tutti erano affranti, e capivano che a quel modo non potevano durare.
Don Vincenzo era il più afflitto di tutti, non riconosceva più il suo villaggio quieto e tranquillo e i suoi parrocchiani un tempo tanto laboriosi. Egli li vedeva tutto il giorno all’osteria, li sentiva alzare la voce e tremava per quelle povere famiglie che sarebbero state vittime innocenti. Egli voleva finirla, e dopo aver avuto una lunga conversazione col signor Guerini, decise di parlare la domenica prossima dal pulpito ai suoi fedeli. Infatti, dopo la messa, egli si rivolse al popolo e così incominciò il suo sermone.
“Dove sono, – disse, – i miei fedeli parrocchiani che andavano la mattina al lavoro cantando allegri e felici? Dov’è il mio villaggio tranquillo nel quale non si incontravano che facce liete, e che vedo ora tutto pieno di gente oziosa e vagabonda, di facce scure e minacciose, di persone briache? Io non riconosco più questi bei luoghi dove regnava la pace, dove fervea il lavoro, e mi par d’essere in un altro mondo.
“Io vi parlo come un padre parlerebbe ai suoi figli, penso al vostro bene e a quello delle vostre famiglie; per me ricchi e poveri siete tutti uguali, e vi assicuro che mi sento una stretta al cuore nel vedervi lasciare il lavoro per motivi futili. Vorrei sapere di che cosa vi lagnate. Non volete multe? Fate in modo di non meritarle, state attenti al vostro lavoro, precisi all’ora di entrare all’officina, e persuadetevi che quando si è in una popolazione tanto numerosa come la vostra, certe leggi ci vogliono per mantenere la disciplina. Volete diminuite le ore di lavoro? Per quali ragioni? Forse per aver più tempo di stare all’osteria e consumare i vostri risparmi? Lasciate chiedere diminuzione di orario a quelli operai che sono infelici davvero, destinati a lavorare nelle miniere, senz’aria, senza luce, esposti ad ogni istante a mille pericoli. Ma voi, vivete in stanze vaste e spaziose, basta guardarvi in faccia per vedere che siete il ritratto della salute, voi dovete mercanteggiare le ore di lavoro? Vergognatevi; eppure anche questo non basta, ed ecco che chiedete una maggiore mercede, e vi lagnate, e dite che siete voi che mantenete il lusso del proprietario, mentre invece dovreste ringraziarlo ch’egli col porsi a capo d’un’industria abbia trovato il modo di occupare degnamente voi e i vostri figli.
“Poi credete d’esser voi soli a lavorare e ch’egli poltrisca nell’ozio. Come v’ingannate! quando voi riposate in seno alle vostre famiglie, senza pensieri nè preoccupazioni, egli invece pensa a tutta la sua azienda, consuma il cervello sui registri, è turbato da mille incertezze, affranto dalla fatica e dalla responsabilità della fabbrica immensa a cui deve dare l’impulso, non ha un minuto di pace, e voi invece di aiutarlo, gli mettete dei bastoni nelle ruote; quanto siete ingrati! Pensate a quello che era questo paese quando non c’era lo stabilimento Guerini, a quello che eravate voi, condannati a sudare per lavorare una terra sterile, senza un raggio di sole nella vostra vita, senza una speranza per i vostri figli.
“Ora avete il benessere, l’agiatezza, guadagnate abbastanza per vivere e se avete giudizio potete far anche qualche risparmio; alla fabbrica potete occupare i vostri figli; se siete intelligenti, se amate il lavoro, potete riuscire a guadagnare una bella mercede, e la quiete per la vecchiaia; e tutto questo a chi lo dovete? Al signor Guerini. È inutile che facciate rumore, è proprio così. Egli era ricco senza di voi, e v’assicuro che avrebbe potuto vivere benissimo e forse più tranquillo, con quello che possedeva; ma pieno di vita, di coraggio, odiando l’ozio che avvilisce, pensò di adoperare le sue ricchezze per ampliare la piccola filanda lasciatagli dal padre, e sorse quel vasto stabilimento che per tanti anni fu la vostra provvidenza, che ha dato lavoro a voi e ai vostri figli, e fu la ricchezza di questo paese.
“È vero, ne convengo, anche il signor Guerini ha approfittato del vostro lavoro, ma voi che cosa sareste senza di lui? È inutile che vi vogliate sostituire a lui, che gridiate all’ingiustizia; a questo mondo tutti abbiamo assegnata la nostra parte, e tutti abbiamo diritto di vivere, dal più piccolo insetto all’animale più intelligente, ma tutti dobbiamo stare al nostro posto.
“Voi tutti, siete come le ruote che compongono una macchina: ognuna ha la propria parte per piccina che sia, ma se non è combinata assieme alle compagne, se non è messa al suo posto da un ingegnere intelligente, non è che un pezzo di metallo inutile, buono solo da mettere nei ferravecchi.
“Il proprietario è l’ingegnere, e mettetevi bene in testa che voi nulla valete senza di lui.
“Io parlo pel vostro bene; lo vedete, che io conduco una vita semplice e modesta come voi.”
– Mangia dei buoni capponi, – s’udì una voce gridare fra la folla.
“È vero, – riprese il prete – alle volte mi permetto il lusso di mangiar bene, ma è cosa che potete fare voi pure; soltanto preferite bere dei litri di vino di più. Ma vi ripeto, non faccio lusso, e se vado nelle case dei signori, è quale vostro ambasciatore; narro loro i vostri bisogni, le vostre pene, e a voi porto i soccorsi che essi mi danno; e se foste venuti da me invece di abbandonare il lavoro, forse le cose si sarebbero accomodate e voi non sareste stati tutti questi giorni vagabondi, oziosi, come bestie raminghe senza casa nè tetto. No, non è possibile che questo fatto sia venuto da voi, siete stati certo mal consigliati da qualche scioperato che non avendo voglia di lavorare trascina gli altri nella strada cattiva; e Dio voglia che non ve n’abbiate a pentire.
“Debbo confidarvi una cosa che mi venne all’orecchio? E vi assicuro che è proprio la verità. Sapete che cosa il signor Guerini ha intenzione di fare?
“Se domani non tornate al lavoro, egli, stanco di lottare con voi, di assistere alla vostra ingratitudine, ha deciso di chiudere lo stabilimento, di vendere le macchine, e andare lontano a riposarsi in quiete, e lo farà di sicuro perchè è disgustato del mondo e di voi.
“Ecco a qual decisione l’avrete trascinato. E voi che cosa farete? Chi ne soffrirà in questa lotta? Chi avrà compassione di voi, che pure avrete voluta la vostra rovina?
“Me ne dispiace per le vostre famiglie, che non ne hanno colpa, per i vostri figli innocenti. Ma voi, donne, perchè non pregate i vostri mariti che ritornino a migliori consigli? Perchè non li supplicate che questo fatto crudele non avvenga? Pensate che cosa sarà il nostro villaggio una volta che sarà chiuso per sempre quel tempio del lavoro; ch’era l’allegria e la gloria del nostro paese! Non vedete? passando davanti allo stabilimento sembra di passare davanti ad un cimitero, tutto è mesto e silenzioso; quel luogo dove pochi giorni sono regnava il moto e la vita, quel luogo dal quale i vostri mariti uscivano contenti dopo una giornata di lavoro, a godere l’aria aperta, la casa, i figli; lieti perchè avevano fatto il loro dovere e guadagnato il pane per sè e la propria famiglia. Io tremo pensando all’avvenire che vi aspetta; alla miseria, alla fame, a quello che sarà di voi tutti quando vi mancherà il lavoro; pensateci finchè siete in tempo; io v’ho avvertito, ho fatto il mio dovere.”

Finita la predica, un mormorìo s’udì echeggiare per la chiesa; pareva il mare in burrasca, tutti si domandavano se fosse vera la notizia che aveva dato don Vincenzo; alcuni alzavano le spalle, dicendo che il curato era d’accordo coi signori e aveva fatto per spaventarli; però, specialmente le donne, le quali avevano fede nel loro curato che aveva sempre detto la verità, tremavano che quel fatto si avverasse, e pregavano i mariti che ritornassero al lavoro. Essi si riunirono a gruppi sulla piazza della chiesa parlando vivacemente e discutendo sulla notizia che avevano intesa, incerti su quello che dovessero fare.
Decisero di recarsi in commissione da don Vincenzo per assicurarsi se fosse vero quello che aveva affermato, e dirgli nello stesso tempo le loro ragioni.
Essi erano un po’ meno arditi perchè avevano saputo il rifiuto di alcune società operaie alle quali avevano domandato soccorsi, essendovi altri scioperi, sicchè se proprio il signor Guerini avesse chiuso lo stabilimento, non avrebbero dopo poco tempo avuto da vivere.
Furono scelti gli operai più stimati e che sapevano parlar meglio per recarsi da don Vincenzo.
Essi, quando furono alla sua presenza, dissero che non pretendevano di mettersi al posto del proprietario, ma volevano la giustizia; lavoravano e avevano diritto di poter viver bene.
Don Vincenzo fece loro capire che il modo di vivere era una cosa relativa; egli sapeva che il Guerini era uno dei proprietari giusti, di quelli che cercano il benessere degli operai, ma non poteva dar retta ai loro capricci; si sa, il danaro più se n’ha, più ve ne sarebbe bisogno, e dovevano contentarsi e non esiger troppo.
Volevano parlare tutti ad un tratto, tanto che don Vincenzo dovette alzare la voce per rimetter un po’ d’ordine. Narravano che avevano tutti numerose famiglie da mantenere, e che i viveri crescevano di prezzo ogni giorno. Tutto ad un tratto entrò un uomo conducendo, anzi quasi trascinando, una ragazza pallida, magra, che metteva compassione.
– Vede se siamo ingiusti? – disse rivolto al prete, – mia figlia è ammalata e non ho mezzi per farla guarire; noi non domandiamo di aver dei palazzi, delle carrozze, ma almeno abbiamo diritto d’avere il necessario per curare i nostri figli ammalati; non domandiamo per le nostre famiglie che soffrono che una parte di quello che gettano via i ricchi nei divertimenti.
– Ha ragione; bene! – gridarono tutti quegli operai, facendo eco alle parole del loro compagno.
– Adagio, – disse don Vincenzo, – qui si va fuori del seminato; tutti quelli che mi hanno chiesto dei soccorsi, sono stati esauditi, anzi la signora Guerini mi dà ogni anno una somma da distribuire a questo scopo; perchè non mi avete detto nulla della vostra figliuola? – disse rivolto all’operaio che avea parlato.
– Sono troppo orgoglioso per domandar l’elemosina, – egli rispose.
– E chi può sapere che avete la figlia ammalata? Potete farne una colpa al signor Guerini se lo ignora? Poteva indovinarlo? In che modo? Vedete, avete delle pretese eccessive. Il vostro principale, se avete in casa degli ammalati, son sicuro che farà qualche cosa a vostro favore, ma non potrebbe farlo per tutti indistintamente, altrimenti dovrebbe poi domandare l’elemosina per sè e per i figliuoli.
È già un po’ di tempo che io ho consigliato il signor Guerini d’istituire una cassa di soccorso per gli operai ammalati, e che tutte le multe che vengono pagate vadano a beneficio di quella cassa; ora vi faremo aggiungere qualche cosa anche per le vostre famiglie, quando c’è qualcuno ammalato; va bene? Ecco; basterà la fede del medico che dichiari vostra figlia ammalata perchè possiate avere un supplemento alla paga; credete, tutti sono disposti a pensare al vostro bene, purchè siate ragionevoli; ma ve lo dissi, se continuate a star oziosi, si chiuderà la fabbrica; e allora piangerete, ma inutilmente.
Terminato questo discorso il prete stette ad aspettare.
Gli operai si consultarono fra loro a bassa voce, poi uno parlò a nome di tutti:
– Non piace nemmeno a noi stare in ozio, e desideriamo riprendere i lavori; siamo disposti a cedere qualche cosa, se anche il principale farà qualche concessione; per esempio possiamo rinunciare alla diminuzione d’orario, se ci aumenta almeno il salario.
– Non posso promettervi nulla, – disse don Vincenzo, – parlerò al signor Guerini in proposito; ma se volete un mio consiglio, tornate domani al lavoro, e vi prometto ch’egli farà il possibile per contentarvi.
– Prima ci conceda quello che è giusto, e poi ritorneremo.
– Andate, o altrimenti ve ne pentirete, – disse il prete congedandoli.
– Verremo più tardi a sentire la risposta.
Dopo qualche ora ritornarono da don Vincenzo e seppero che se tornavano al lavoro, il signor Guerini dava un aumento ai migliori operai, e la signora stabiliva della sua cassetta particolare una cassa di soccorso per le famiglie degli operai ammalati; ma se la mattina non entravano allo stabilimento, la fabbrica sarebbe stata chiusa per sempre, perchè il Guerini era stanco d’essere compensato così male da persone ch’egli aveva beneficate.
Dette queste parole, don Vincenzo licenziò gli operai i quali stettero tutto il giorno formando dei crocchi in mezzo alla piazza, incerti su quello che dovessero decidere.

DOPO LA BURRASCA.

I signori Guerini incominciarono a sentirsi più tranquilli. Da quello che aveva detto loro don Vincenzo, dalle persone che venivano dal villaggio e dalle voci che correvano, capivano che lo sciopero era quasi alla fine, che gli operai, venuti a migliori consigli, erano persuasi di riprendere il lavoro.
In quella casa, pareva che dopo molti giorni di pioggia fosse entrato un raggio di sole, tutti erano allegri e contenti; Alberto ed Elvira, stanchi di quella forzata prigionia, parlavano già di passeggiate, di trottate all’aria aperta e volevano riacquistare il tempo perduto.
Come erano annoiati di star rinchiusi nella loro villa! Guai se non avessero avuta la compagnia dei Morandi, che da buoni amici erano venuti tutti i giorni a confortarli ed a tener loro compagnia!
– Che buone persone! – diceva la signora Guerini parlando dei loro vicini – non c’era da divertirsi alla villa in questi giorni, eppure sono sempre venuti. È ben vero che gli amici si riconoscono nelle circostanze, e noi dobbiamo esser riconoscenti a quelli che non ci abbandonarono nei momenti difficili.
Anche i ragazzi s’erano affezionati ai Morandi e li aspettavano con impazienza, tanto più che Maria aveva promesso di riprendere la lettura dei suoi racconti, appena fosse succeduta un po’ di calma alla trepidazione di quei giorni.
I Morandi s’erano infatti avviati verso la villa, ma Maria volle passar prima dal paese per sentire se le voci che correvano fossero esatte e per avere il piacere di confermarle ai signori Guerini.
Traversarono il villaggio in mezzo ai crocchi d’operai che ragionavano tranquillamente, contenti anch’essi d’aver presa una decisione.
– Però se non cede anche il padrone, noi ritorneremo a passeggiare per le vie.
– Se crede di farci ritornare al lavoro promettendo quello che non ha intenzione di mantenere, si sbaglia; l’avrà a fare con noi! – Si sentiva esclamare di tratto in tratto da quegli operai.
Ma erano voci isolate, come gli ultimi lampi di un temporale che sta per cessare. Le donne li persuadevano ad esser ragionevoli, avevano sofferto abbastanza in quei giorni vedendo i loro mariti erranti per le osterie, ed era tempo che la quiete ritornasse nelle loro case.
Se prima sui muri c’erano scritte delle massime che incitavano il popolo alla ribellione, ora, si leggeva da per tutto queste e simili espressioni:

Operai al lavoro!
Il lavoro nobilita.
Chi non ha lavorato non gusta il riposo.
Chi non lavora s’annoia.

E Maria approfittava di quel risveglio al sentimento del lavoro che era come nell’aria, per dare ai fratelli degli utili suggerimenti.
– Avete veduto coi vostri occhi gli effetti dell’ozio? – diceva – ciò dovrebbe servirvi d’ammaestramento, e mettervi nell’animo la volontà di lavorare. Presto le vacanze sono terminate, e anche per voi torneranno i giorni del lavoro; procurate di mettervici di buona voglia, se vorrete l’anno venturo godervi i mesi d’autunno contenti e senza pensieri.
– E tu, Elisa, dopo aver veduto che anche nelle case dei ricchi vi sono delle noie e delle preoccupazioni, non dovresti più invidiarli.
Elisa non voleva ancora confessarlo, ma in cuor suo dava ragione alla sorella, e si proponeva d’essere in seguito più modesta e più laboriosa.
Intanto erano giunti a casa Guerini, dove trovarono tutti di buon umore, perchè avevano saputo che gli operai avevano deciso di riprendere il lavoro.
– È come se mi avessero tolto un peso dal cuore, – diceva il signor Guerini. – È certo che se gli operai non avessero ceduto, ero deciso a chiudere la fabbrica e a ritirarmi dagli affari; ma vi confesso, che per quanto io mi senta stanco di lottar sempre, ed essere compensato coll’ingratitudine di quelli ai quali ho fatto del bene; pure all’idea di lasciare la mia fabbrica che ho veduto sorgere dal nulla, che fu il pensiero costante della mia vita, il mio orgoglio, la mia ambizione, che amo come i miei figli, vi assicuro che sarei morto di dolore.
Egli, dicendo queste parole, avea quasi le lagrime agli occhi; ma diede un sospirone di sollievo, e alzandosi soggiunse:
– Ora è finita, non pensiamoci più, parliamo d’altro.
Cambiarono discorso, ma per un po’ di tempo continuarono a chiacchierare dei fatti del giorno; intanto entrò don Vincenzo assieme a Damiati, anch’essi a rallegrarsi che tutto stesse per finir bene. Raccontarono d’aver parlato agli operai, e che tutti erano disposti a ritornare l’indomani all’officina.
Quando i ragazzi furono seduti intorno alla tavola, e che la conversazione incominciava a languire, essi pregarono Maria di leggere il racconto promesso, e stettero tutti attenti ad ascoltarla.
– Leggerò un racconto che ha qualche relazione coi fatti di questi giorni, – disse Maria incominciando la sua lettura, – eccolo:

L’EROE DELL’OFFICINA.

Gigi e Pinella, figli d’operai, abitavano fuori di Porta Ticinese nella stessa casa in due stanze vicine. Erano nati nello stesso anno ed era sorta una specie di rivalità fra le loro mamme, dacchè ognuna voleva che il proprio figliuolo fosse più bello e più intelligente dell’altro; tanto che dopo la nascita dei figliuoli si guardavano in cagnesco, e si bisticciavano per cose da nulla.
– Rosa, mi pare che il vostro figlio sia piuttosto palliduccio, – diceva Filomena alla mamma di Pinella, – dovreste dargli l’olio di fegato di merluzzo.
– Gigi è più grasso, ma non vedete che ha sempre qualche cosa alla pelle? Ve lo dico io, non è un grasso sano, e preferisco il mio mingherlino, – rispondeva Filomena.
Quando poi i ragazzi cominciarono a frequentare la scuola, c’erano sempre nuove questioni.
Pinella studiava, era intelligente, e si faceva onore, e la Filomena moriva di rabbia e picchiava Gigi che invece d’andare a scuola si fermava per strada a giocare coi compagni.
– Di quel vostro figlio non ne farete mai nulla, – diceva la Rosa, – deve avere il cervello come quello d’un pulcino.
– Badate ai fatti vostri, e sarebbe assai meglio che non faceste studiar tanto il vostro figliuolo! Non vedete che ha la faccia gialla come un limone? Per conto mio preferisco un asino vivo a un dottore morto, – rispondeva Filomena.
Anche fra i ragazzi era un continuo bisticciarsi; andavano a scuola e giocavano assieme, parevano buoni amici, ma poi per una cosa da nulla attaccavano lite, ed erano busse d’inferno che fioccavano, tanto che spesso Pinella andava a casa o col naso rotto o con delle contusioni sulla faccia, e la Rosa si metteva a sbraitare che le ammazzavano il figliuolo, e che non era contenta se una volta o l’altra non faceva metter Gigi in prigione.
Quando Pinella ebbe terminato le scuole elementari, Rosa senza dir nulla a Filomena lo fece entrare nella tipografia dove lavorava il padre di Gigi, perchè imparasse il mestiere.
Era una tipografia che lavorava molto. Pinella fu destinato all’officina delle macchine, e gli diedero l’incarico di star dietro la macchina tipografica a ritirare i fogli che uscivano stampati.
Egli era tutto orgoglioso del suo incarico, e quando incontrava Gigi che andava ancora a scuola colla cartella sotto il braccio, si dava delle arie e gli diceva:
– Buon divertimento alla scuola; io vado all’officina.
Gigi si sentiva a quelle parole soffocare dalla bile, e un giorno disse chiaro e tondo ai genitori che non voleva più andare alla scuola dove insegnavano cose inutili e che voleva far l’operaio come Pinella; che infine aveva la sua stessa età ed anzi l’altro era più mingherlino.
Il padre voleva che continuasse a studiare, dicendo che meritava quel castigo perchè non era passato agli esami ed era rimasto più indietro del compagno.
Ma la Filomena dava ragione al figliuolo, diceva al marito che egli era pure diventato un buon operaio senza bisogno di tanti anni di scuola che era tempo che Gigi guadagnasse, e doveva assolutamente trovargli un posto nella tipografia, come l’avea trovato la Rosa per Pinella.
Una volta che le entrò in capo questa idea, tormentò tanto il marito, che questi per aver un po’ di pace, fece accettare Gigi nella stessa tipografia dove egli era impiegato da tanti anni, e dove c’era Pinella, ma essendo occupati tutti i posti principali, nella tipografia tennero Gigi come galoppino.
Egli era incaricato di far le commissioni, di portare le bozze di stampa, spazzare la stamperia e far tanti altri piccoli servizi.
Si rassegnò a quegli umili uffici piuttosto che di tornare alla scuola, ma il suo sogno era di occupare il posto di Pinella, e dal momento che entrò in tipografia fece tutto il possibile per metterlo in cattiva vista dei compagni.
Pinella era contento, e non si curava della malevolenza di Gigi; egli era sempre là sulla sua macchina, attento a tutti i movimenti, guardandola come un essere soprannaturale, cercando d’indovinare il mistero di quelle ruote e di quei congegni, che funzionavano con tanta precisione, da continuare per delle giornate a dargli stampati, e tutti uguali, i fogli ch’egli le porgeva bianchi.
Quel fatto che pure vedeva ripetersi cento volte all’ora, lo sorprendeva sempre.
– È un mostro – pensava – ecco, io gli dò della carta bianca da mangiare, ed egli me la rende scritta, e con tante belle cose che poi si spargono per il mondo a seminare il sapere; è come una magìa; – e avrebbe voluto legger tutto quello che stava scritto su quelle pagine, e il suo sogno era di veder smontare una di quelle macchine, e di poter riuscire a combinarla colle sue mani.
Quando il macchinista la faceva fermare per accomodar qualche congegno o per ungerla con un po’ d’olio, egli ne osservava tutti i movimenti, si chinava per vederne l’interno, e si arrischiava a domandare qualche spiegazione.
Quando era a casa, pensava sempre alla macchina, ed era felice la mattina di andare al suo posto; ci si divertiva e gli pareva quasi di trastullarsi con un balocco, e le voleva bene come se fosse una sua creatura.
Gigi soffriva nel vederlo lieto e contento sull’alto della macchina, che appena appena si degnava di guardarlo, e quando gli passava vicino gli faceva sempre delle boccacce, oppure cercava di sgualcire i fogli ch’egli teneva ammucchiati accanto a sè, pronti ad essere stampati.
Gigi aveva giurato in cuor suo di rubare il posto all’amico, e sperava di riuscirvi.
Il solo difetto di Pinella era di star qualche momento come incantato a guardare i movimenti della macchina, oppure di fermarsi a leggere qualche brano interessante sui fogli che uscivano stampati.
E Gigi non mancava di far osservare ai compagni quei momenti di distrazione.
– Guarda come è incantato, – diceva al padre accennando Pinella. – Se fossi io al suo posto!
E un giorno che Pinella rimase a casa ammalato, egli riuscì ad impadronirsi di quel posto e decise che non glielo avrebbe mai più lasciato.
Quando Pinella ritornò all’officina e trovò occupato il suo posto, sentì come un colpo al cuore, e soffocato dall’ira, avrebbe voluto salire sulla macchina e strappare di là il suo compagno, ma, di carattere dolce e non sentendosi forza di lottare con uno più forte di lui, si contentò di dire:
– È una cattiva azione.
E da quel giorno non parlò più a Gigi, e gli tolse il saluto; ma quando passava vicino alla sua macchina, si sentiva venir le lagrime agli occhi.
Eppure, quando non aveva altre faccende, era sempre là davanti alla sua macchina e sebbene vedesse Gigi tutto trionfante fargli gli sberleffi, egli restava là come affascinato, senza poter staccarsene.
A casa era sempre triste e avvilito, e la sua mamma quando seppe il tradimento di cui egli era stato vittima, giurò una guerra implacabile ai suoi vicini. Da quel giorno le due donne si fecero tutti i dispetti possibili; non parlarono più, si chiusero la porta in faccia, sparlarono l’una dell’altra, si gettarono addosso mucchi d’immondizie, e se non si presero per i capelli, fu perchè si sfuggivano per non farne qualcuna troppo grossa.
Era la vigilia di Natale, e nella stamperia dove si trovavano Gigi e Pinella, ferveva il lavoro; tutte le macchine erano in moto; si dovea far molto e presto, perchè c’era una quantità di lavori, che dovevano esser terminati prima di sera.
S’era aumentata la pressione al vapore, e le macchine andavano con una celerità vorticosa.
Tutti gli operai della tipografia erano allegri e loquaci, parlavano della festa che avrebbero passato in famiglia, il giorno dopo; dei cibi che avrebbero mangiati, dei divertimenti che avrebbero goduti; poi quella rapidità di lavoro, quel rumore delle macchine, dava a tutti un eccitamento febbrile, che si diffondeva per lo stabilimento, e gli animava, come se fossero tutti scossi da una corrente elettrica.
Gigi era al suo posto, ma distratto, pensando alle feste, ai dolci, ai giuochi, alle battaglie colle palle di neve cogli amici; si affrettava a mettere i fogli sotto la macchina sembrandogli colla fretta di terminar più presto la sua giornata di lavoro.
Pinella era come al solito intento ad osservare la sua macchina prediletta e Gigi, che pareva esaltato e non sapesse quello che faceva.
E il lavoro continuava sempre, colla rapidità e la forza delle ultime ore.
Ad un tratto, Gigi lasciò cadere un foglio, e si chinò distratto fin sotto alla macchina per raccoglierlo, frettoloso, non sapendo quello che facesse, ma non fu più visto alzar la testa, e un grido straziante s’udì uscire di sotto alla macchina, al quale rispose un grido di tutti i presenti, che avevano capito che un loro compagno s’era impigliato fra le ruote d’una delle macchine.
Pinella non gridò, ma svelto come uno scoiattolo saltò sulla sua macchina e strinse il freno con tanta forza, che la fece fermare all’istante, poi si chinò e trasse fuori Gigi, col braccio sanguinante.
Tutto questo fu fatto in un secondo, mentre gli operai spaventati dal grido non s’erano mossi.
– Bravo, – gridarono.
– Evviva Pinella.
Intanto il padre di Gigi che aveva assistito alla scena, s’era avvicinato tutto ansioso al figlio che aveva le carni del braccio un po’ strappate, ma era vivo, e si capiva che la ferita non era pericolosa.
– Ringrazia Pinella – gli disse – se non sei tutto stritolato e ridotto una massa senza forma; che cosa hai fatto? Dove avevi la testa per metterti a quel rischio?
Egli non rispondeva; confuso, avvilito, si lagnava del suo braccio, quantunque il medico chiamato in fretta avesse dichiarato che la ferita non era pericolosa.
Passato quel primo momento di confusione, tutti ammirarono la prontezza e la bravura di Pinella, e prima di uscir dallo stabilimento gli fecero una ovazione, e quasi lo portarono in trionfo.
Egli si schermì; era timido e tutto quel chiasso gli dava noia; chiese solo di ritornare a riprendere il suo posto preferito accanto alla macchina.
– Ti daremo un posto migliore, – gli disse il capo-macchinista. – Ti prendo sotto la mia protezione, e guai chi oserà farti del male!
Quando andò a casa e raccontò alla mamma il fatto, essa disse:
– Quella gente proprio non meritava che tu lo salvassi; ti vogliono tanto male!
Più tardi terminata la cena sentì picchiare timidamente all’uscio, entrò la Filomena conducendo Gigi col braccio al collo.
– Rosa, permettete, – disse tutta confusa, – voglio dare un bacio al vostro figliuolo, sono stata ingiusta, lo riconosco.
– Fate pure, – rispose la Rosa voltandosi dall’altra parte e sentendosi commossa.
– Hai un bel cuore; – disse Filomena a Pinella, e lo gettò nelle braccia di Gigi dicendo:
– Dovete essere amici, e anche noi, non è vero, Rosa? dobbiamo dimenticar il passato, e se non vi rincresce domani che è Natale si potrebbe suggellare la pace pranzando assieme.
Rosa non poteva rispondere, aveva le lagrime agli occhi, e quando potè parlare disse:
– Io non ho mai avuto nulla con voi, era tutto per amore del mio figliuolo.
– E lo merita, è proprio un buon figliolo, potete andarne superba. E tu devi chiedergli scusa d’avergli preso il posto – disse rivolta al figlio.
I ragazzi erano confusi di trovarsi ancora amici, ma erano contenti, si guardavano in faccia e sorridevano.

Un applauso salutò la fine di questo racconto.
Era venuta a proposito la descrizione di un’officina; e quell’aver tutta la settimana pensato e discorso di lavori e di operai l’aveva reso più interessante.
– È proprio bello, – disse il signor Guerini, – e ve ne faccio i miei complimenti.
– Lo lessi, perchè in questo momento mi parve fosse opportuno; – disse Maria; – vi ringrazio d’avermi prestata attenzione.
Mario, come al solito, si era sfogato a far disegni uno più buffo dell’altro, che tutti si passarono di mano in mano.
Rappresentavano nientemeno che un ragazzo che usciva dalla macchina tipografica colla faccia stampata, poi Gigi che faceva le boccacce a Pinella, e questi che dava un abbraccio alla macchina, ed altre simili stramberie.

ULTIMI GIORNI.

Maria si sentiva stringere il cuore al pensiero di lasciare quel casolare di campagna dove avea passato due mesi deliziosi e dove s’era trovata tanto bene: ai ragazzi pareva addirittura di andare in prigione ed erano tutti imbronciati all’idea di lasciare quella vita all’aria aperta, allegra e spensierata per riprendere la via della scuola ed essere obbligati a stare delle lunghe ore immersi nello studio.
Maria avea detto che anche le cose migliori devono finire, che quella vita era bella perchè diversa da quella di tutti i giorni, ma che bisognava decidersi a ritornare in città.
Incominciò ad occuparsi con ardore dei preparativi della partenza, tanto per stordirsi e sentir meno il distacco da quei luoghi piacevoli e da tante persone simpatiche, alle quali avea posto affezione.
Era verso l’ora del tramonto dell’ultima giornata di villeggiatura e un’ombra di tristezza passava sulla fronte serena della fanciulla all’idea delle lotte quotidiane che l’aspettavano in città per far studiare i suoi fratelli e tener disciplinata quella schiera irrequieta.
Quando vennero don Vincenzo e il professor Damiati per passare quelle ultime ore nella sua compagnia, erano dispiacenti anch’essi di dover interrompere la piacevole consuetudine di vedersi tutti i giorni, e di veder partire i loro amici.
La sera era bella e piena di profumi, e stettero fuori per un po’ di tempo, girando per il giardino e contemplando la luna che sorgeva sull’orizzonte come un disco infocato.
I ragazzi presero in mezzo a loro don Vincenzo, e gli fecero raccontare un episodio del quarant’otto.
Maria e il professore passeggiavano lentamente rimpiangendo i bei giorni passati, e formando progetti per l’anno venturo, quando si sarebbero ritrovati insieme, in mezzo a quelle colline.
– Verrà a vederci qualche volta anche in città? – disse Maria. – Se sapesse il bene che mi ha fatto coi suoi consigli e il suo aiuto! – soggiunse. – Anche Carlo dopo le sue lezioni è un altro ragazzo, ha preso amore allo studio, e credo che passerà l’esame; non so in qual modo esprimerle la mia riconoscenza, per quello che ha fatto per noi.
– Non mi faccia andare in collera, – rispose il professore. – Che cosa dovrei dire io, che dopo averla conosciuta, dopo essere stato ammesso come amico nella sua famiglia, mi sono riconciliato col mondo? Vede, avevo avuto dei dispiaceri, ero disilluso; certe virtù credevo che non esistessero che nei romanzi, e lei mi ha fatto ricredere; poi sa, che la storia dei suoi piccoli eroi m’ha interessato molto? sa, che ha una grande facilità di raccontare e tener desta l’attenzione cogli scritti, e mi sorprende come non abbia mai pensato di pubblicare i suoi racconti, che mi piacerebbero tanto?
– Senta, professore, – disse la fanciulla, – è poco tempo che ci conosciamo, ma mi pare di parlare ad un vecchio amico, e voglio aprirle intero il mio cuore. Quando viveva la mamma, ed io ero una ragazza spensierata, non avendo altre occupazioni che i miei studi e i miei giuochi, avevo fatto anch’io un bel sogno; ed era di poter un giorno mettere sulla carta tutte le fantasie che mi passavano pel cervello, i sentimenti che traboccavano dal mio cuore, e poi di poter spargere quelle fantasie per il mondo, in modo che capitassero nelle mani di altre fanciulle, a portar loro qualche ora di distrazione o d’obblio, e così, avere in qualche angolo del mio paese delle amiche sconosciute che mi volessero bene, e che pensassero a me con simpatia, oppure aver la speranza di confortare un dolore, di far vibrare un cuore assopito, e dopo morta, lasciar ancora qualche cosa di me, e forse la parte migliore del mio pensiero. – Ero troppo orgogliosa, e sono stata punita, – soggiunse con un sospiro. – Non è stato che un bel sogno.
– Che potrebbe però realizzarsi, – disse il professore.
– I sogni rimangono sogni, e forse è meglio così, – rispose Maria. – Ed ecco la realtà, – soggiunse, accennando ai fratelli, che s’avvicinavano, per rientrare in casa. – Ora, – riprese avviandosi dietro a loro, – tutti i miei sforzi devono mirare soltanto al loro benessere, ogni individuo è un mondo da studiare, ogni mente un campo da coltivare, e quando si hanno i figliuoli, dobbiamo dedicarci interamente a loro, nè è possibile che ci sia tempo da pensare ad altro.
– E a sè non penserà mai? nemmeno se un giorno un onest’uomo che le piacesse, la supplicasse d’essergli compagna per tutta la vita; se le balenasse la prospettiva d’avere i suoi proprii figli da educare, rifiuterebbe l’amore e la felicità?
– Certo, finchè i miei fratelli avranno bisogno di me.
– Cioè, finchè le sue sorelle avranno trovato marito, e i suoi fratelli una occupazione.
– Naturalmente.
– Ma sarà vecchia allora?
– Pazienza, sarò contenta d’aver compiuta la mia missione.
– Lei è una santa che vorrei adorare in ginocchio, – disse il professore.
Intanto erano tutti rientrati, e quando furono seduti intorno alla tavola, la conversazione si fece generale.
I ragazzi volevano che Maria raccontasse la storia d’un altro piccolo eroe, ma le era impossibile: non ne avea voglia; poi la sua collezione era esaurita,
Allora il professore disse ch’egli sapeva la storia d’un eroe che valeva più di tutti quelli di Maria.
– Ce la racconti, – disse Giannina.
– Andiamo, incominci, ch’io farò le illustrazioni, – saltò su Mario.
– La storia del mio eroe, o meglio della mia eroina, si racconta in poche parole, – disse il Damiati.
– Si tratta d’una fanciulla, che godeva la vita spensieratamente come voi, aveva un bel sogno che la riempiva di gioia, dei pensieri che le illuminavano la fantasia e che un giorno spontaneamente rinunciò alle aspirazioni di gloria, ai sogni di felicità, ai suoi piaceri, alla sua giovinezza, per dedicarsi interamente a dei fanciulli che non erano suoi, e così condusse una vita di sacrificio e d’abnegazione, sempre serena, sempre sorridente, senza lagnarsi mai, contenta della sua sorte.
Eppure ne aveva delle noie per la sua giovane età! pensate: un ragazzo non voleva studiare, una ragazza egoista e vanerella, un terzo studioso, ma disordinato, poi una bimba da educare, un birichino da dover frenare, e le toccò questa fatica, mentre era ancora nel fior degli anni. Forse col tempo quei ragazzi comprenderanno il suo immenso sacrificio e l’apprezzeranno, e forse invece la ricompenseranno coll’ingratitudine.
– Questo no! – proruppe Vittorio avvicinandosi a Maria, e saltandole al collo per abbracciarla.
– Cattivo professore! – esclamò Giannina, seguendo l’esempio del fratello.
– È la storia di Maria, – dissero Carlo ed Elisa, raggruppandosi tutti intorno alla sorella.
– Ha ragione, signor professore, è una vera eroina.
– Vediamo come la pensa Mario, – disse Damiati, strappandogli la carta che stava scarabocchiando.
– Bravo Mario! – esclamò mostrando il disegno. – È la prima volta che ha fatto qualche cosa di buono.
Non era una delle solite caricature, ma il disegno rappresentava Maria colla sua faccia dolce da madonnina, ed un’aureola intorno al capo come una santa, e ai suoi piedi i suoi fratelli in atto di adorarla, promettendo d’esser buoni per far contenta la loro mammina.
– Bravo! – gridarono tutti in coro.
– Benissimo, – disse don Vincenzo, – Mario diventerà un buon artista, perchè ha del cuore, – e rivoltosi a Maria, soggiunse: – Se poi con una sorella come voi, non facessero tutti il loro dovere, sarebbero davvero ingrati.
Maria era confusa, non trovava parole per rispondere, e sentiva una dolcezza che le veniva dal cuore, e le faceva venir le lagrime agli occhi; teneva la testa bassa, baciando Mario e Giannina per non far vedere la propria commozione, e balbettava:
– È un tradimento, è un vero tradimento.
Ma quando più tardi salutò il professore e don Vincenzo, si sentì prendere da una malinconia dolce e tranquilla, e le pareva che il suo cómpito fosse più facile, dopo che aveva avuto l’approvazione dei suoi amici, e quella prova di affetto dai fratelli, e si sentiva d’essere più agguerrita nel rientrare in città a ricominciare la vita di tutti i giorni; e salutandoli disse loro con un sorriso:
– Non compiangetemi, sono tanto felice!

FINE.