Corea: strade divergenti tra Seoul e Washington

di Mario Lombardo

L’evoluzione della crisi nella penisola di Corea sta progressivamente portando alla luce le potenziali differenze di approccio alla “minaccia” del regime di Pyongyang tra il governo americano e quello di Seoul. La distanza tra i due alleati è dovuta a questioni di natura economica e strategica e questa settimana è emersa in maniera chiara forse per la prima volta dall’ascesa al potere del presidente sudcoreano, Moon Jae-in, quando quest’ultimo ha proposto apertamente alla Corea del Nord la ripresa di colloqui diretti tra rappresentanti delle rispettive forze armate.

La proposta fatta al regime di Kim Jong-un prevede un incontro presso la località di Panmunjom, al confine demilitarizzato tra le due Coree, già per venerdì prossimo. Il primo di agosto, invece, la Croce Rossa sudcoreana vorrebbe rilanciare anche le riunioni tra le famiglie divise tra i due paesi dalla guerra del 1950-1953.

Gli ultimi colloqui diretti a livello militare tra i due paesi si erano tenuti nell’ottobre del 2014, mentre le riunioni famigliari erano state abbandonate un anno più tardi. Seoul non ha comunque specificato i termini delle discussioni proposte ma, secondo la stampa locale e internazionale, potrebbero essere affrontate questioni preliminari per favorire la ripresa del dialogo, come la cessazione del lancio di volantini di propaganda nel territorio della Corea del Nord e lo stop ai voli dei droni rudimentali di Pyongyang oltre il confine meridionale.

La proposta dell’amministrazione Moon deve essere stata accolta con poco entusiasmo a Washington. A pochi può sfuggire infatti il tempismo dell’iniziativa sudcoreana, con il nuovo presidente di centro-sinistra impegnato a tendere in qualche modo la mano a Kim Jong-un mentre gli Stati Uniti sono nel pieno di un’escalation militare nella penisola di Corea e stanno cercando di adottare nuove sanzioni punitive contro lo stesso regime e le compagnie cinesi che con esso fanno affari.

Fin dal suo insediamento, Moon ha in realtà cercato in tutti i modi di sminuire le diverse posizioni sulla questione coreana tra il suo governo e quello dell’alleato americano. Durante il vertice tra Moon e Trump alla Casa Bianca nel mese di giugno, entrambi avevano provato a dare un’immagine di unità nell’affrontare la crisi, anche se appariva già allora evidente la crescente divergenza dei rispettivi approcci.

Moon, d’altra parte, in un discorso tenuto a Berlino il 6 luglio alla vigilia del G20 di Amburgo aveva anticipato un piano per la ripresa del dialogo con la Corea del Nord. Significativamente, il suo intervento era arrivato pochi giorni dopo il test missilistico intercontinentale del regime di Kim che aveva generato un’ondata di accuse e minacce, con gli USA in prima linea nel cercare l’appoggio degli alleati per aumentare ulteriormente le pressioni su Pyongyang.

Poco sorprendente è stata perciò la reazione della Casa Bianca alla notizia della proposta di dialogo lanciata lunedì da Seoul. Il portavoce del presidente, Sean Spicer, ha concesso che il suo paese contempla in maniera teorica l’ipotesi di un negoziato pacifico con la Corea del Nord, ma ha aggiunto che le condizioni richieste da Washington affinché ciò avvenga sono “molto lontane” dall’essersi realizzate.

Una dichiarazione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale americano ha in seguito ribadito sostanzialmente lo stesso concetto. Per Washington, la possibilità di ristabilire un qualche dialogo con Kim dipende dalla disponibilità di quest’ultimo ad abbandonare preliminarmente il proprio programma nucleare e missilistico. Una condizione, cioè, di fatto impossibile da accettare per il regime nordcoreano, il quale ritiene, non senza ragioni, che il possesso di armi in grado di provocare gravissime perdite agli USA o alla Corea del Sud sia l’unica garanzia di sopravvivenza di fronte alla minaccia americana.

Se il governo di Seoul è ben cosciente delle differenze tra la propria attitudine verso Pyongyang e quella dell’amministrazione Trump, nelle dichiarazioni ufficiali continua tuttavia a prevalere il tentativo di mostrare un’unità di vedute poco meno che perfetta. Martedì, ad esempio, in risposta alle perplessità manifestate dalla Casa Bianca dopo la proposta di Moon, il ministero dell’Unificazione sudcoreano ha assicurato che non esiste alcun divario “nel valutare le condizioni per la ripresa del dialogo sulla denuclearizzazione della Corea del Nord”. Questo stesso ministero e quello degli Esteri hanno poi garantito che gli Stati Uniti e “le altre principali potenze” erano state avvertite preliminarmente dell’iniziativa di Moon.

Da parte del regime di Kim non c’è stata ancora risposta all’offerta di dialogo proveniente da Seoul. Nei giorni scorsi, la stampa ufficiale nordcoreana aveva però mostrato aperture molto caute a un possibile processo di distensione. La priorità della Corea del Nord rimane ad ogni modo un accordo con gli Stati Uniti, dai quali ritiene comprensibilmente derivi la minaccia principale nei suoi confronti.

Il governo di Washington ha però già fatto sapere in più di un’occasione di non essere disposto nemmeno a considerare concessioni preliminari in cambio di un congelamento del programma militare nordcoreano. Dapprima la Cina, riportando quasi certamente una proposta di Pyongyang, e in seguito Pechino e Mosca in forma congiunta avevano di recente chiesto agli USA di sospendere le esercitazioni militari con le forze armate sudcoreane in un gesto che potesse favorire la ripresa del dialogo, ma l’amministrazione Trump ha entrambe le volte escluso questa possibilità.

Proprio nella richiesta di concessioni preliminari da parte nordcoreana risiede dunque la differenza principale tra i punti di vista di Washington e Seoul, con quest’ultimo governo che, nella sostanza, sembra spesso maggiormente allineato alle posizioni cinesi o russe rispetto a quelle americane, malgrado i tentativi di dare l’impressione del contrario.

Mentre la classe dirigente della Corea del Sud continua com’è ovvio a considerare l’alleanza con gli Stati Uniti il perno della sicurezza del paese, le dinamiche internazionali degli ultimi anni, accelerate dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, hanno spinto Seoul a guardare altrove per la promozione dei propri interessi strategici ed economici.

Soprattutto il centro-sinistra sudcoreano, a cui appartiene appunto l’attuale presidente Moon, rappresenta una fazione dell’apparato di potere che vede con particolare favore il rafforzamento delle relazioni commerciali con Pechino. Da qui deriva anche la migliore disposizione, rispetto ai conservatori sudcoreani, verso la Corea del Nord, considerata inoltre come potenziale bacino in grado di fornire manodopera a bassissimo costo per le imprese di Seoul.

Nel calcolo di Moon rientra anche la predisposizione della maggioranza della popolazione del suo paese, decisamente ostile a un’escalation con la Nordcorea che potrebbe sfociare in un conflitto armato dalle conseguenze incalcolabili. Moon e il suo Partito Democratico (DPK) erano d’altra parte riusciti a riconquistare la presidenza proprio grazie a un programma incentrato sulla distensione con Pyongyang.

Da considerare con attenzione è poi l’interesse del governo sudcoreano nel partecipare al progetto di integrazione economica e infrastrutturale eurasiatica lanciato dalla Cina e noto alternativamente come “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI). Un’aspirazione, quella della classe dirigente sudcoreana, che non può prescindere dal mantenimento di relazioni cordiali con la Cina, così come dalla distensione con Pyongyang, se non altro per garantirsi un collegamento territoriale verso occidente.

Seoul si trova d’altronde nella stessa situazione di molti altri paesi asiatici e non solo, più o meno vincolati da un’alleanza strategica e militare con gli Stati Uniti ma attratti sempre più nell’orbita economica e commerciale della Cina.

Il perseguimento di questi obiettivi di sviluppo è così la ragione principale del potenziale conflitto tra la Corea del Sud e gli Stati Uniti, con questi ultimi impegnati non solo a mettere in un angolo il regime di Kim e ad aumentare le pressioni su Pechino, ma anche, secondo l’agenda ultra-nazionalistica di Trump, a rimettere in discussione i termini delle alleanze e delle relazioni commerciali con i propri partner.

La difficile, se non impossibile, scommessa di Seoul, rilanciata dalla recente proposta di distensione con il regime di Kim, sarà dunque quella di riuscire a intraprendere un percorso indipendente sulla Cina e la Corea del Nord, evitando una clamorosa rottura con gli Stati Uniti che potrebbe avere conseguenze disastrose sia sul piano domestico che internazionale.

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