Cuba, gli USA non ci sentono

di Fabrizio Casari

Riduzione drastica del personale diplomatico, blocco dell’erogazione dei visti e delle altre operazioni consolari, invito ai cittadini statunitensi a non recarsi a Cuba. L’improvviso innalzamento della tensione tra Washington e L’Avana si deve a Donald Trump, che ha ritenuto di dover reagire a quella che i diplomatici statunitensi a Cuba hanno definito “una provocazione cubana”. Quale sarebbe questa provocazione?

Sembra che, a detta della Segreteria di Stato USA, alcuni diplomatici abbiano accusato particolari fastidi all’udito e che questo abbia generato lesioni – in alcuni casi serie, in altri meno –  a 21 diplomatici. Sempre a detta degli statunitensi, questo disturbo vestibolare, originatosi attraverso un fastidioso ronzio poi divenuto sempre più invasivo, fino a ledere i timpani delle vittime, sarebbe opera dei cubani.

Che – sempre a detta degli USA – intenzionalmente, avrebbero utilizzato strumenti atti all’offesa acustica attraverso l’uso di ultrasuoni, con l’obiettivo di danneggiare l’attività dei diplomatici statunitensi a L’Avana. Non è chiaro se il presunto attacco acustico si sia concretizzato nei locali dell’ambasciata statunitense o negli hotel internazionale dove i diplomatici risiedono. Ma è invece chiaro che per il tipo di sintomi, la contemporaneità e la selettività delle vittime può ben essere inserito tra le cose meno probabili in scienza.

Cuba però risponde alle accuse ed afferma di non avere nessuna responsabilità nell’accaduto e, addirittura, di aver indagato e non essere riuscita a scoprire nulla. Cuba, d’altra parte, non ha mai avuto la possibilità di far visitare dai suoi medici il personale diplomatico colpito, prassi indispensabile per tentare di decifrare natura e provenienza del supposto trauma.

Ad ogni modo, il Cancelliere cubano Bruno Rodriguez, in un incontro con il suo omologo Tillerson, (un colloquio definito “franco”, ovvero piuttosto alterato se decodifichiamo il linguaggio protocollare usato in diplomazia) ha ribadito tutta la disponibilità delle autorità investigative cubane a lavorare per scoprire cosa sia successo, da dove si sia originato e a responsabilità di chi. E visto che le indagini statunitensi sull’accaduto non hanno portato a risultati sostenibili pubblicamente, Rodriguez ha offerto la disponibilità cubana ad operare in collaborazione con il FBI che ha potrà inviare una task force a L’Avana.

La storia sembra uscire fuori da un romanzo di Le Carrè e presenta alcuni aspetti non perfettamente chiari. Non sono pubblici infatti i nomi, il numero di persone coinvolte né tantomeno le diagnosi effettuate, così come non è chiaro come mai questa “tortura audio” non avrebbe colpito l’intero personale USA a Cuba. A questo si deve aggiungere che la diagnosi sarebbe stata effettuata da anonimi medici dell’Università di Miami, il che assegna di per sé alla vicenda una opacità assoluta, difficile da non evidenziare, dato l’odio totale verso Cuba delle istituzioni della Florida.

In primo luogo, come sempre, c’è da chiedersi cui prodest, ovvero a chi giova, un inasprimento della tensione tra Cuba e USA, e qui in effetti le cose risultano tremendamente chiare. I cubani si sforzano di non gettare alle ortiche il lento e faticoso processo di distensione avviato con l’amministrazione Obama, ed hanno invitato la Casa Bianca a non prendere decisioni affrettate in un quadro così confuso ed incerto, che altro non offrirebbero se non un peggioramento delle relazioni bilaterali. Dall’altra parte, invece, Washington ha agito prima di ipotizzare alcunché, prendendo al balzo l’occasione per mettere in crisi le relazioni con Cuba, cosa che è tema strategico nell’agenda di Trump.

Sarebbe stato stupido da parte di Cuba provocare con gesti di ostilità verso i diplomatici statunitensi che si rivelerebbero funzionali alla politica di Trump. E se c’è qualcosa di cui i cubani non possono essere accusati è di non saper fare politica, a maggior ragione di non sapere come muoversi nel delicato e problematico rapporto con gli USA: prova ne sia che sono stati gli USA, dopo oltre sessant’anni di scontro aperto fallimentare, a dover riconsiderare la loro politica verso l’isola e non viceversa.

Per l’Amministrazione Trump, invece, le cose vanno lette in modo completamente diverso. Sin dal suo insediamento alla Casa Bianca, il tycoon ha messo la rottura con Cuba nei primi posti dei suoi obiettivi di politica estera. Per farlo, ha inserito i peggiori arnesi cubano americani, coinvolti mani e piedi nel terrorismo contro l’isola nell’area del Dipartimento di Stato che si occupa di America Latina e Caraibi.

Due erano gli obiettivi di Trump: il primo guadagnarsi il riconoscimento di quanti – da Marco Rubio a Diaz Balart, da Bob Menendez fino a Ileana Ros-Lehtinen – rappresentano al Congresso e al Senato l’area della mafia cubana che ha visto svanire negli scorsi anni il business finanziario e politico che l’aggressione a Cuba determinava negli States.

Il secondo è che nella sua sfrenata e paranoica corsa per smontare la politica della precedente amministrazione Obama, Cuba è sembrata un obiettivo perfetto: vuoi per la eco che la mossa di Obama di riallacciare le relazioni diplomatiche ha avuto, vuoi per essere argomento sensibile per l’ultradestra americana, in particolare la marmaglia dei fuoriusciti cubani in Florida, che sebbene non dispongano più della maggioranza dei voti nello Stato, godono tuttavia di un notevole serbatoio elettorale.

Trump ha quindi deciso di consegnare la politica estera verso Cuba e l’America Latina ai settori più reazionari del partito repubblicano, con la speranza che tanta generosità serva a procurargli un consenso parlamentare ad oggi ancora scarso e, soprattutto,  i voti necessari al Senato e al Congresso per affrontare l’impeachment non appena si concluderà l’iter investigativo che lo riguarda.

Ma la scelta di riportare indietro le lancette dell’orologio della storia per salvarsi la poltrona non è una esclusiva dei repubblicani o di Trump: già Clinton e diversi altri presidenti democratici prima di lui avevano costruito la loro linea politica su Cuba prestando ascolto agli odiatori di Miami. Ma non vi sono dubbi che un presidente a caccia di consensi nell’ultra destra che volesse incarnare la storia dei repubblicani riguardo le relazioni con Cuba, non può che mettersi in scia a quanto fecero Reagan, Bush padre e Bush figlio.

Obama ruppe quella unanimità di errori e riconobbe come quella contro Cuba era stata per decenni il simbolo della inutilità di politiche di contrapposizione e di guerra sporca, che hanno solo determinato lutti, danni e sofferenze a milioni di persone senza ottenere nemmeno un risultato che è uno, a parte quello di arricchire la Fondazione Nazionale Cubano Americana e il suo indotto di terroristi e ladroni.

D’altra parte questo voleva la CIA e questo faceva comodo anche ai repubblicani, che sul business del dissenso, costruito sulle speculazioni sugli ingressi clandestini e sulla deviazione dei fondi statali, oltre che il riparo di diversi terroristi, come Bosch, Posada Carriles e Jimenez e le fortune di diversi faccendieri, a cominciare da Jorge Mas Canosa, hanno sostenuto le carriere di diversi politicanti, come i già citati Rubio, Menendez, Diaz Balart e Ross Lethinen. Il denaro, insomma, che partiva per combattere Cuba, in qualche modo arrivava in parte alle tasche del partito repubblicano della Florida.

Dunque non è la presunta aggressione acustica, tutta da dimostrare sia nella sua reale esistenza sia nelle responsabilità cubane, ad aver insordito la diplomazia statunitense. Niente di nuovo in fondo: su Cuba, da sempre, la Casa Bianca è sorda e priva di equilibrio.

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