Da Yellen a Powell, come cambia la Fed

di Carlo Musilli

La Banca centrale americana ha un nuovo presidente. Si chiama Jerome Powell e da febbraio prenderà il posto di Janet Yellen. Avvocato, finanziere, docente, Powell è essenzialmente un repubblicano moderato che piace a tutti, fatta eccezione per i destrorsi più radicali.

Tra il 1992 e il 1993 è stato sottosegretario al Tesoro di George Bush padre e dal 2012 siede nel board della Federal Reserve. Lo ha nominato l’ex presidente Barack Obama e, da allora, si è comportato come fosse un perfetto democratico, votando sempre a favore della linea Yellen in tema di politica monetaria. C’è da aspettarsi che questa impostazione non cambi: Powell proseguirà lungo la strada aperta da chi lo ha preceduto, portando avanti in modo lento e graduale il rialzo dei tassi d’interesse e la riduzione del bilancio della Fed.

Domanda: perché mai Trump ha scelto di sostituire Yellen mantenendo una linea di continuità al vertice della Banca centrale, anziché nominare un personaggio di rottura più vicino alle sue convinzioni estremiste?

In effetti, il Presidente americano ha valutato anche la possibilità di affidare l’incarico a figure come John Taylor o Kevin Warsh, due falchi affamati di stretta monetaria assai più vicini di Powell all’indole trumpiana. Alla fine, però, The Donald si è reso conto che sarebbe stato un atto di autolesionismo: se oggi gli Usa attraversano una congiuntura particolarmente favorevole – ottavo anno consecutivo di crescita, disoccupazione ai minimi e Borse ai massimi – è soprattutto grazie alla politica accomodante portata avanti da Yellen. E Trump sa che operare una stretta monetaria in questo momento vorrebbe dire strangolare la crescita economica di cui tanto ama vantarsi, pur senza averne alcun merito. Insomma, se la partita si fosse giocata soltanto sulla politica monetaria, Yellen avrebbe avuto ottime chance di essere confermata.

Ma sul tavolo c’era anche la deregolamentazione della finanza. La numero uno della Fed in uscita è una sostenitrice del Dodd-Frank Act, la legge voluta dall’amministrazione Obama per mettere un freno alla speculazione dei colossi di Wall Street. Trump, al contrario, ha sempre detto di voler cancellare quelle norme, che secondo lui rappresentano una zavorra per l’economia. Come molti finti politici in conflitto d’interessi, il Presidente-imprenditore finge di non sapere che proprio la deregulation selvaggia è stata alla base della crisi del 2008.

In questo quadro, Powell rappresenta una figura di compromesso. Non condanna la Dodd Frank, ma è favorevole a un ammorbidimento della Volcker Rule, che vieta il trading proprietario alle banche ed è stata criticata perché ridurrebbe la liquidità sui mercati. Dice anche di voler correggere gli stress test annuali sulle banche e sostiene che “non tutti i problemi si risolvono con maggiori regole”. Una strizzata d’occhio a Wall Street che ha fatto la sua fortuna.

Tutto questo non rappresenta una buona notizia per chi vive dalla nostra parte dell’Oceano. Se nei prossimi anni le aperture di Powell si trasformeranno in una vera e propria politica di deregulation, l’Eurozona si ritroverà a vivere in un paradosso. Le banche dell’area valutaria, ingessate in un milione di regole varate in nome della stabilità finanziaria, perderanno competitività rispetto alle concorrenti Usa, ma allo stesso tempo rimarranno esposte ai possibili shock in arrivo dagli Stati Uniti. Dove un colpo di bianchetto sulle regole potrebbe innescare di nuovo la bomba della speculazione sfrenata.

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