La dispietata mente, che pur mira
Di retro al tempo che se n'è andato,
Da l'un de' lati mi combatte il core;
E 'l disio amoroso, che mi tira
Ver' lo dolce paese c'ho lasciato,
D'altra part'è con la forza d'Amore;
Né dentro i' sento tanto di valore
Che lungiamente i' possa far difesa,
Gentil madonna, se da voi non vene:
Però, se a voi convene
Ad iscampo di lui mai fare impresa,
Piacciavi di mandar vostra salute,
Che sia conforto de la sua virtute.
Piacciavi, donna mia, non venir meno
A questo punto al cor che tanto v'ama,
Poi sol da voi lo suo soccorso attende;
Ché buon signor già non ristringe freno
Per soccorrer lo servo quando 'l chiama,
Ché non pur lui, ma suo onor difende.
E certo la sua doglia più m’incende,
Quand’ ‘i mi penso ben, donna, che vui
Per man d’Amor là entro pinta siete:
Così e voi dovete
Vie maggiormente aver cura di lui;
Ché Que’ da cui convien che ‘l ben s’appari,
Per l’magine sua ne rien più cari.
Se dir voleste, dolce mia speranza,
Di dare indugio a quel ch’io vi domando,
Sacciate che l’attender io non posso;
Ch’i’ sono al fine de la mia possanza.
E ciò conoscer voi dovete, quando
L’ultima speme a cercar mi son mosso;
Ché tutti incarchi sostenere a dosso
De’ l’uomo infin al peso ch’è mortale,
Prima che ‘l suo maggiore amico provi,
Poi non sa qual lo trovi:
E s’elli avven che li risponda male,
Cosa non è che costi tanto cara,
Ché morte n’ha più tosto e più amara.
E voi pur sete quella ch’io più amo,
E che far mi potete maggior dono,
E ‘n cui la mia speranza più riposa;
Ché sol per voi servir la vita bramo,
E quelle cose che a voi onor sono.
Dimando e voglio: ogni altra m'è noiosa.
Dar mi potete ciò ch'altri non m'osa,
Ché 'l sì e 'l no di me in vostra mano
Ha posto Amore; ond'io grande mi tegno.
La fede ch'eo v'assegno muove
Dal portamento vostro umano;
Ché ciascun che vi mira, in veritate
Di fuor conosce che dentro è pietate.
Dunque vostra salute omai si mova,
E vegna dentro al cor, che lei aspetta,
Gentil madonna, come avete inteso:
Ma sappia che l'entrar di lui si trova
Serrato forte da quella saetta
Ch'Amor lanciò lo giorno ch'i' fui preso;
Per che l'entrare a tutt'altri è conteso,
Fuor ch'a' messi d'Amor, ch'aprir lo sanno
Per volontà de la vertù che 'l serra:
Onde ne la mia guerra
La sua venuta mi sarebbe danno,
Sed ella fosse sanza compagnia
De' messi del signor che m'ha in balia.
Canzone, il tuo cammin vuol esser corto;
Ché tu sai ben che poco tempo omai
Puote aver luogo quel per che tu vai.
Lo meo servente core
Vi raccomandi Amor, che vi l'ha dato,
E Merzé d'altro lato
Di me vi rechi alcuna rimembranza;
Ché, del vostro valore
Avanti ch'io mi sia guari allungato,
Mi tien già confortato
Di ritornar la mia dolce speranza.
Deo, quanto fie poca addimoranza,
Secondo il mio parvente:
Ché mi volge sovente
La mente per mirar vostra sembianza;
Per che ne lo meo gire e addimorando,
Gentil mia donna, a voi mi raccomando.
Se Lippo amico se' tu che mi leggi,
Davanti che proveggi
A le parole che dir ti prometto,
Da parte di colui che mi t'ha scritto
In tua balia mi metto
E recoti salute quali eleggi.
Per tuo onor audir prego mi deggi
E con l'udir richeggi
Ad ascoltar la mente e lo 'ntelletto:
Io che m'appello umile sonetto,
Davanti al tuo cospetto
Vegno, perché al non caler non feggi.
Lo qual ti guido esta pulcella nuda,
Che ven di dietro a me sì vergognosa
Ch'a torto gir non osa,
Perch'ella non ha vesta in che si chiuda;
E priego il gentil cor che 'n te riposa
Che la rivesta e tegnala per druda,
Sì che sia conosciuda
E possa andar là ‘vunque è disïosa.
Savere e cortesia, ingegno ed arte, nobilitate, bellezza e riccore, fortezza e umiltate e largo core, prodezza ed eccellenza, giunte e sparte, este grazie e vertuti in onne parte con lo piacer di lor vincono Amore: una più ch'altra ben ha più valore inverso lui, ma ciascuna n'ha parte. Onde se voli, amico, che ti vaglia vertute naturale od accidente, con lealtà in piacer d'Amor l'adovra, e non a contastar sua graziosa ovra: ché nulla cosa gli è incontro possente, volendo prender om con lui battaglia.
Non canoscendo, amico, vostro nomo, donde che mova chi con meco parla, conosco ben che scienz'à di gran nomo, sì che di quanti saccio nessun par l'à: ché si po' ben canoscere d'un omo, ragionando, se ha senno, che ben par là; conven poi voi laudar sanza far nomo, è forte a lingua mia di ciò com parla. Amico (certo sonde, acciò ch'amato per amore aggio), sacci ben, chi ama, se non è amato, lo maggior dol porta; ché tal dolor ten sotto suo camato tutti altri, e capo di ciascun si chiama: da ciò ven quanta pena Amore porta.
Qual che voi siate, amico, vostro manto di scienza parmi tal che non è gioco; sì che, per non saver, d'ira mi coco, non che laudarvi sodisfarvi tanto. Sacciate ben (ch'io mi conosco alquanto) che di saver ver' voi ho men d'un moco, né per via saggia come voi non voco, così parete saggio in ciascun canto. Poi piacevi saver lo meo coraggio, e io 'l vi mostro di menzogna fore, sì come quei ch'a saggio è 'l suo parlare: certanamente a mia coscienza pare, chi non è amato, s'elli è amadore che 'n cor porti dolor senza paraggio.
Savete giudicar vostra ragione, o om che pregio di saver portate per che, vitando aver con voi quistione com so rispondo a le parole ornate. Disio verace, ù rado fin si pone, che mosse di valore o di bieltate, imagina l'amica oppinione significasse il don che pria narrate. Lo vestimento, aggiate vera spene che fia, da lei cui desiate, amore e 'n ciò provide vostro spirto bene: dico, pensando l'ovra sua d'allore. La figura che già morta sorvene è la fermezza ch'averà nel core.
In questa estate calda di sequestri di siti web e di blog da parte dell'autorità giudiziaria emerge una buona notizia, destinata, si spera, a fare scuola: il Giudice dell'Udienza Preliminare di Como Nicoletta Cremona su istanza dello stesso Pubblico Ministero che aveva sequestrato il portale www.nadirpress.net, ha dissequestrato dopo un mese la stessa testata sul presupposto che quest'ultima, anche se equiparata alla stampa vera e propria, non può essere sequestrata come stampa clandestina e non ha l'obbligo di registrazione in tribunale.
Il fondamento normativo della decisione si riscontra nella prevalenza, in casi come quelli di specie, della norma sul commercio elettronico che esenta le testate telematiche da tale obbligo e le sottrae, fra l'altro ai sequestri rispetto alla legge sulla stampa. ...
Fa piacere che quando persone note come il CEO di Google fanno affermazioni come quella che "l'anonimato è un rischio che non possiamo permetterci", provochino quanto meno articoli informativi che ne espongono chiaramente le argomentazioni. Grazie a questi, altri articoli possono metterle in discussione e confutarle.
"L'unica maniera per gestire tutto questo - ha chiosato Schmidt - è attraverso la vera trasparenza e una condizione di nessun anonimato online. In un mondo fatto di minacce asincrone, l'assenza di metodologie di identificazione è troppo pericolosa. Abbiamo bisogno di un servizio di verifica delle identità per le persone. E i governi lo richiederanno". Ora sicuramente nel testo completo le "minacce asincrone" avranno una migliore precisazione, ma qui stanno a svolgere il ruolo di una citazione fuori contesto, inserita solo per aggiungere parole preoccupanti in dichiarazioni a metà strada tra l'interesse politico e la vera e propria psyop. ...
Ich schicke voraus, daß ich kein Kunstkenner bin, sondern Laie. Ich habe oft bemerkt, daß mich der Inhalt eines Kunstwerkes stärker anzieht als dessen formale und technische Eigenschaften, auf welche doch der Künstler in erster Linie Wert legt. Für viele Mittel und manche Wirkungen der Kunst fehlt mir eigentlich das richtige Verständnis. Ich muß dies sagen, um mir eine nachsichtige Beurteilung meines Versuches zu sichern.
Aber Kunstwerke üben eine starke Wirkung auf mich aus, insbesondere Dichtungen und Werke der Plastik, seltener Malereien. Ich bin so veranlaßt worden, bei den entsprechenden Gelegenheiten lange vor ihnen zu verweilen, und wollte sie auf meine Weise erfassen, d. h. mir begreiflich machen, wodurch sie wirken. Wo ich das nicht kann, z. B. in der Musik, bin ich fast genußunfähig. Eine rationalistische oder vielleicht analytische Anlage sträubt sich in mir dagegen, daß ich ergriffen sein und dabei nicht wissen solle, warum ich es bin, und was mich ergreift.
EText-No. 30762
Title: Der Moses des Michelangelo
Author: Freud, Sigmund, 1856-1939
Language: German
Link: 3/0/7/6/30762/30762-h.zip
EText-No. 30762
Title: Der Moses des Michelangelo
Author: Freud, Sigmund, 1856-1939
Language: German
Link: 3/0/7/6/30762/30762-8.txt
Uns Laien hat es immer mächtig gereizt zu wissen, woher diese merkwürdige Persönlichkeit, der Dichter, seine Stoffe nimmt – etwa im Sinne der Frage, die jener Kardinal an den Ariosto richtete –(...)
EText-No. 28863
Title: Der Dichter und das Phantasieren
Author: Freud, Sigmund, 1856-1939
Language: German
Link: 2/8/8/6/28863/28863-h.zip
EText-No. 28863
Title: Der Dichter und das Phantasieren
Author: Freud, Sigmund, 1856-1939
Language: German
Link: 2/8/8/6/28863/28863-8.txt
Zwei Szenen aus Shakespeare, eine heitere und eine tragische, haben mir kürzlich den Anlaß zu einer kleinen Problemstellung und Lösung gegeben.
Die heitere ist die der Wahl des Freiers zwischen drei Kästchen im »Kaufmann von Venedig«. Die schöne und kluge Porzia ist durch den Willen ihres Vaters gebunden, nur den von ihren Bewerbern zum Mann zu nehmen, der von drei ihm vorgelegten Kästchen das richtige wählt. Die drei Kästchen sind von Gold, von Silber und von Blei; das richtige ist jenes, welches ihr Bildnis einschließt. Zwei Bewerber sind bereits erfolglos abgezogen, sie hatten Gold und Silber gewählt. Bassanio, der Dritte, entscheidet sich für das Blei; er gewinnt damit die Braut, deren Neigung ihm bereits vor der Schicksalsprobe gehört hat. Jeder der Freier hatte seine Entscheidung durch eine Rede motiviert, in welcher er das von ihm bevorzugte Metall anpries, während er die beiden anderen herabsetzte. Die schwerste Aufgabe war dabei dem glücklichen dritten Freier zugefallen; was er zur Verherrlichung des Bleis gegen Gold und Silber sagen kann, ist wenig und klingt gezwungen. Stünden wir in der psychoanalytischen Praxis vor solcher Rede, so würden wir hinter der unbefriedigenden Begründung geheimgehaltene Motive wittern.
EText-No. 24017
Title: Das Motiv der Kästchenwahl
Author: Freud, Sigmund, 1856-1939
Language: German
Link: 2/4/0/1/24017/24017-h.zip
Mamma è una rivista che si trova si su web, ma anche su carta. È una rivista che ha tra le sue menti Carlo Gubitosa, giornalista, scrittore e mediattivista di cui si parla da queste parti. Ed è una rivista che, usando il linguaggio del giornalismo a fumetti e della satira politica e sociale, ci prova a vivere di abbonamenti bandendo la pubblicità. Ma poi capita di inciampare in provvedimenti che suonano come censure minori (e che, per citare il pezzo riportato sotto, fanno sbadigliare invece di smuovere i lettori). Ne parla Ulisse Acquaviva nell’ultimo editoriale, Tariffe postali: la prova del fuoco dei gruppettari, un “appello al sottobosco ribelle italiano pronto a mobilitarsi contro i bavagli solo se qualcuno gli apparecchia la piazza”. Eccolo di seguito il pensiero del suo autore (e di tutti i mammari). Prima di proseguire con la lettura, però, si faccia almeno un giro sulla pagina in cui sono descritte le modalità per sostenere quest’iniziativa editoriale.
Sbavagliatori, gruppettari, popoliviola, grillini, fan di Santoro e Travaglio, manifestatori di piazze Navona, antiberlusconiani e contestatori, unitevi! Oggi avete la possibilità di dimostrare la vostra coerenza: reagite in massa al bavaglio che tocca le PICCOLE RIVISTE SPEDITE SU ABBONAMENTO, così come avete reagito al bavaglio sulle intercettazioni che toccava solo i grandi quotidiani (le piccole riviste non le pubblicano perché nessun amico gliele passa).
Se vi siete persi le puntate precedenti ve le riassumo io: ...
La conoscenza della grammatica italiana, grazie al decreto Maroni, diventerà uno dei punti principali nella famosa patente d’integrazione, balzello burocratico necessario per rimanere in Italia. Agli stranieri che vogliono stare nel nostro Paese per più di cinque anni, secondo quanto stabilito dal decreto del Ministero dell’Interno del 4 giugno 2010, verrà richiesto di sottoporsi ad un test d’italiano. ...
Als Färber heiraten konnte, hatte er hinter sich schon achtzehn Jahre der Arbeit, des Suchens, des wechselvollen Kampfes mit der Menschenmasse, durch die man hindurch muß, den Zufällen, die man entwaffnen muß, mit dem Leben. Luise hatte kein Geld, aber mit vierzig Jahren wirst du doch endlich dir und ihr genügen, oder du bist kein Mann. Er genügte, wie jeder, auch noch der kleinen, die kamen. Wie jeder, stand er nach seiner Arbeit über eine Wiege gebeugt, suchte in dem Gesichtchen des Säuglings nach sich selbst, nach seinen Ursprüngen und der von ihm mitgeschaffenen Zukunft, die er nicht mehr sehen sollte; entsann sich bei einem Aufseufzen des kleinen Schlafenden der schweren Stunden, die hinter ihm und vor diesem lagen; sah es den Blick öffnen, der den Vater noch nicht kannte und einsam schien, als wisse er schon alles. Nun aber lächelte es, und alles war gut. ...
Flaubert vollbringt sein ganzes Werk im Kampf gegen sich selbst. Dieser endgültige Eroberer des Realismus ist kein Liebhaber der Wirklichkeit; dieser Moderne haßt die Bürgerwelt, dieser Erfinder des unpersönlichen Romanstils hat Lyrik zu verbergen. ...
Roma - Dopo il dinamismo mostrato degli operatori del settore negli ultimi mesi, con i prezzi degli e-reader al ribasso e l'offerta di contenuti in crescita, la domanda di ebook sembra rispondere bene. E, di conseguenza, sembra aprire le strade a nuovi modelli editoriali.
Ryu Murakami, già autore e regista (tra l'altro di Tokyo Decadence), ha così deciso di diventare anche editore di se stesso. A dargli questa possibilità proprio gli ebook, e le modalità di distribuzione che offrono.
La piattaforma scelta dall'artista giapponese è iPad, il libro che verrà distribuito si intitola The Singing Whale e oltre al testo avrà una serie di contenuti video e musiche composte da Ryuichi Sakamoto. La decisione comporta il divorzio dal suo precedente editore, Kodansha, che però resta alla finestra e potrebbe rientrare nei giochi per la pubblicazione cartacea del volume.
Per il momento, tuttavia, significa che l'autore si è assunto la totalità dei rischi commerciali derivanti dall'operazione (così come un profitto maggiore in caso di successo): con un prezzo di vendita di circa 17 dollari (alto per un ebook, ma in parte compensato dai contenuti multimediali) Murakami dovrà vendere 5mila copie per pareggiare i costi di sviluppo.
Il mercato degli ebook, d'altronde, sta mostrando segni di notevole crescita. Amazon ha registrato nel 2010 vendite triplicate rispetto al primo quarto 2009 (tanto da superare le copie cartacee con copertina rigida), cresciute del 163 per cento solo nel mese di maggio; allo stesso modo le vendite di contenuti digitali da parte di Barnes&Noble registrano un più 51 per cento rispetto al corrispondente periodo dell'anno scorso.
Cinque autori arrivano anche a superare quota 500mila libri venduti su Kindle Store: Charlaine Harris (l'autrice della saga da cui è tratta la serie tv True Blood), Stephenie Meyer (la penna dietro le avventure vampiresco-adolescenziali di Twilight), l'autore di thriller James Patterson, Nora Roberts (autrice rosa) e l'autore svedese Stieg Larsson. Proprio quest'ultimo (morto prima di assistere al successo della sua trilogia Millenium), conquista la vetta superando il milione di ebook venduti.
Il fatto che proprio l'autore svedese sia il primo (e per il momento il solo) ad entrare nell'esclusivo club chiamato dalla libreria online "Kindle Million Club" può non sorprendere: il bestseller internazionale sta registrando vendite record, le avventure dell'hacker Lisbeth Salander bene si adattano allo strumento tecnologico, e il peso dei tre tomi fa subito pensare alla necessità di usufruirne in maniera diversa dal classico supporto cartaceo. Tuttavia superare il milione di copie (ad un prezzo paragonabile a quello della versione cartacea, 12,03 dollari su Kindle Store) significa che gli ebook si stanno avviando verso la conquista del mercato di massa.
da: www.punto-informatico.it
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/
Tutti ancora dormìan per l'alta notte
i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno
già le pupille abbandonato avea
di Giove che pensoso in suo segreto
divisando venìa come d'Achille,
con molta strage delle vite argive,
illustrar la vendetta. ...
Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
...
I.
Due istinti fondamentali sono nell'uomo: l'istinto di conservazione - l'istinto di procreazione.
Il primo ha la sua sede nei bisogni fisiologici, che mirano alla preservazione dell'individuo: alimentazione, respirazione, moto, ecc. - il secondo nei bisogni sessuali, che tendono, a traverso gli stimoli dell'incosciente, alla conservazione della specie.
All'azione benefica del primo si deve, se l'individuo vive, si sviluppa, e progredisce nella parabola della sua particolare esistenza; dai risultati organici del secondo deriva al genere umano la conservazione e la espansione nella sua vita collettiva.
...
quattro, insomma, di tutto. E quel corredo della figliuola, messo su, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d'un ragno, non si stancava di mostrarlo alle vicine.
- Roba da poverelli, ma pulita.
Con quelle povere mani sbiancate e raspose, che sapevano ogni fatica, levava dalla vecchia cassapanca d'abete, lunga e stretta che pareva una bara, piano piano, come toccasse l'ostia consacrata, la bella biancheria, capo per capo, e le vesti e gli scialli doppii di lana: quello dello sposalizio, con le punte ricamate e la frangia di seta fino a terra; gli altri tre, pure di lana, ma più modesti; metteva tutto in vista sul letto, ripetendo, umile e sorridente: - Roba da poverelli... - e la gioja le tremava nelle mani e nella voce.
- Mi sono trovata sola sola, - diceva. - Tutto con queste mani, che non me le sento più. Io sotto l'acqua, io sotto il sole; lavare al fiume e in fontana; smallare mandorle, raccogliere ulive, di qua e di là per le campagne; far da serva e da acquajola... Non importa. Dio, che ha contato le mie lagrime e sa la vita mia, m'ha dato forza e salute. Tanto ho fatto, che l'ho spuntata; e ora posso morire. A quel sant'uomo che m'aspetta di là, se mi domanda di nostra figlia, potrò dirglielo: «Sta' in pace, poveretto; non ci pensare: tua figlia l'ho lasciata bene; guaj non ne patirà. Ne ho patiti tanti io per lei...». Piango di gioja, non ve ne fate...
E s'asciugava le lagrime, Mamm'Anto', con una cocca del fazzoletto nero che teneva in capo, annodato sotto il mento.
Quasi quasi non pareva più lei, quel giorno, così tutta vestita di nuovo, e faceva una curiosa impressione a sentirla parlare come sempre.
Le vicine la lodavano, la commiseravano a gara. Ma la figlia Marastella, già parata da sposa con l'abito grigio di raso (una galanteria!) e il fazzoletto di seta celeste al collo, in un angolo della stanzuccia addobbata alla meglio per l'avvenimento della giornata, vedendo pianger la madre, scoppiò in singhiozzi anche lei.
- Maraste', Maraste', che fai?
Le vicine le furono tutte intorno, premurose, ciascuna a dir la sua:
- Allegra! Oh! Che fai? Oggi non si piange... Sai come si dice? Cento lire di malinconia non pagano il debito d'un soldo.
- Penso a mio padre! - disse allora Marastella, con la faccia nascosta tra le mani.
Morto di mala morte, sett'anni addietro! Doganiere del porto, andava coi luntri, di notte, in perlustrazione. Una notte di tempesta, bordeggiando presso le Due Riviere, il luntro s'era capovolto e poi era sparito, coi tre uomini che lo governavano.
Era ancora viva, in tutta la gente di mare, la memoria di questo naufragio. E ricordavano che Marastella, accorse con la madre, tutt'e due urlanti, con le braccia levate, tra il vento e la spruzzaglia dei cavalloni, in capo alla scogliera del nuovo porto, su cui i cadaveri dei tre annegati erano stati tratti dopo due giorni di ricerche disperate, invece di buttarsi ginocchioni presso il cadavere del padre, era rimasta come impietrita davanti a un altro cadavere, mormorando, con le mani incrociate sul petto:
- Ah! Amore mio! amore mio! Ah, come ti sei ridotto...
Mamm'Anto', i parenti del giovane annegato, la gente accorsa, erano restati, a quell'inattesa rivelazione. E la madre dell'annegato che si chiamava Tino Sparti (vero giovane d'oro, poveretto!) sentendola gridar così, le aveva subito buttato le braccia al collo e se l'era stretta al cuore, forte forte, in presenza di tutti, come per farla sua, sua e di lui, del figlio morto, chiamandola con alte grida:
- Figlia! Figlia!
Per questo ora le vicine, sentendo dire a Marastella: «Penso a mio padre», si scambiarono uno sguardo d'intelligenza, commiserandola in silenzio. No, non piangeva per il padre, povera ragazza. O forse piangeva, sì, pensando che il padre, vivo, non avrebbe accettato per lei quel partito, che alla madre, nelle misere condizioni in cui era rimasta, sembrava ora una fortuna.
Quanto aveva dovuto lottare Mammm'Anto' per vincere l'ostinazione della figlia!
- Mi vedi? sono vecchia ormai: più della morte che della vita. Che speri? che farai sola domani, senz'ajuto, in mezzo a una strada?
Sì. La madre aveva ragione. Ma tant'altre considerazioni faceva lei, Marastella, dal suo canto. Brav'uomo, sì, quel don Lisi Chìrico che le volevano dare per marito, - non lo negava - ma quasi vecchio, e vedovo per giunta. Si riammogliava, poveretto, più per forza che per amore, dopo un anno appena di vedovanza, perché aveva bisogno d'una donna lassù, che badasse alla casa e gli cucinasse la sera. Ecco perché si riammogliava.
- E che te n'importa? - le aveva risposto la madre. - Questo anzi deve affidarti: pensa da uomo sennato. Vecchio? Non ha ancora quarant'anni. Non ti farà mancare mai nulla: ha uno stipendio fisso, un buon impiego. Cinque lire al giorno: una fortuna!
- Ah sì, bell'impiego! bell'impiego!
Qui era l'intoppo: Mamm'Anto' lo aveva capito fin da principio: nella qualità dell'impiego del Chìrico.
E una bella giornata di maggio aveva invitato alcune vicine - lei, poveretta! - a una scampagnata lassù, sull'altipiano sovrastante il paese.
Don Lisi Chìrico, dal cancello del piccolo, bianco cimitero che sorge lassù, sopra il paese, col mare davanti e la campagna dietro, scorgendo la comitiva delle donne, le aveva invitate a entrare.
- Vedi? Che cos'è? Pare un giardino, con tanti fiori... - aveva detto Mamm'Anto' a Marastella, dopo la visita al camposanto. - Fiori che non appassiscono mai. E qui, tutt'intorno, campagna. Se sporgi un po' il capo dal cancello, vedi tutto il paese ai tuoi piedi; ne senti il rumore, le voci... E hai visto che bella cameretta bianca, pulita, piena d'aria? Chiudi porta e finestra, la sera; accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un'altra. Che vai pensando?
E le vicine, dal canto loro:
- Ma si sa! E poi, tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo di giorni, non ti farà più impressione. I morti, del resto, figliuola, non fanno male; dai vivi devi guardarti. E tu che sei più piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a una. Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona guardiana.
Quella visita lassù, nella bella giornata di maggio, era rimasta nell'anima di Marastella come una visione consolatrice, durante gli undici mesi del fidanzamento: a essa s'era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto, specialmente al sopravvenire della sera, quando l'anima le si oscurava e le tremava di paura.
S'asciugava ancora le lagrime, quando don Lisi Chìrico si presentò su la soglia con due grossi cartocci su le braccia quasi irriconoscibile.
- Madonna! - gridò Mamm'Anto'. - E che avete fatto, santo cristiano?
- Io? Ah sì... La barba... - rispose don Lisi con un sorriso squallido che gli tremava smarrito sulle larghe e livide labbra nude.
Ma non s'era solamente raso, don Lisi: s'era anche tutto incicciato, tanto ispida e forte aveva radicata la barba in quelle gote cave, che or gli davano l'aspetto d'un vecchio capro scorticato.
- Io, io, gliel'ho fatta radere io, - s'affrettò a intromettersi, sopravvenendo tutta scalmanata, donna Nela, la sorella dello sposo, grassa e impetuosa.
Recava sotto lo scialle alcune bottiglie, e parve, entrando, che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia, con quell'abito di seta verde pisello, che frusciava come una fontana.
La seguiva il marito, magro come don Lisi, taciturno e imbronciato.
- Ho fatto male? - seguitò quella, liberandosi dello scialle. - Deve dirlo la sposa. Dov'è? Guarda, Lisi: te lo dicevo io? Piange... Hai ragione, figliuola mia. Abbiamo troppo tardato. Colpa sua, di Lisi. «Me la rado? Non me la rado?» Due ore per risolversi. Di' un po', non ti sembra più giovane così? Con quei pelacci bianchi, il giorno delle nozze...
- Me la farò ricrescere, - disse Chìrico interrompendo la sorella e guardando triste la giovane sposa. - Sembro vecchio lo stesso e, per giunta, più brutto.
- L'uomo è uomo, asinaccio, e non è né bello né brutto! - sentenziò allora la sorella stizzita. - Guarda intanto: l'abito nuovo! Lo incigni adesso, peccato!
E cominciò a dargli manacciate su le maniche per scuoterne via la sfarinatura delle paste ch'egli reggeva ancora nei due cartocci.
Era già tardi; si doveva andar prima al Municipio, per non fare aspettar l'assessore, poi in chiesa; e il festino doveva esser finito prima di sera. Don Lisi, zelantissimo del suo ufficio, si raccomandava, tenuto su le spine specialmente dalla sorella intrigante e chiassona, massime dopo il pranzo e le abbondanti libazioni.
- Ci vogliono i suoni! S'è mai sentito uno sposalizio senza suoni? Dobbiamo ballare! Mandate per Sidoro l'orbo... Chitarre e mandolini!
Strillava tanto, che il fratello dovette chiamarsela in disparte.
- Smettila, Nela, smettila! Avresti dovuto capirlo che non voglio tanto chiasso.
La sorella gli sgranò in faccia due occhi così.
- Come? Anzi! Perché?
Don Lisi aggrottò le ciglia e sospirò profondamente:
- Pensa che è appena un anno che quella poveretta...
- Ci pensi ancora davvero? - lo interruppe donna Nela con una sghignazzata. - Se stai riprendendo moglie! Oh povera Nunziata!
- Riprendo moglie, - disse don Lisi socchiudendo gli occhi e impallidendo, - ma non voglio né suoni né balli. Ho tutt'altro nel cuore.
E quando parve a lui che il giorno inchinasse al tramonto, pregò la suocera di disporre tutto per la partenza.
- Lo sapete, debbo sonare l'avemaria, lassù.
Prima di lasciar la casa, Marastella, aggrappata al collo della madre, scoppiò di nuovo a piangere, a piangere, che pareva non la volesse finir più. Non se la sentiva, non se la sentiva di andar lassù, sola con lui...
- T'accompagneremo tutti noi, non piangere, - la confortava la madre. - Non piangere, sciocchina!
- Ma piangeva anche lei e piangevano anche tant'altre vicine:
- Partenza amara!
Solo donna Nela, la sorella del Chìrico, più rubiconda che mai, non era commossa: diceva d'aver assistito a dodici sposalizii e che le lagrime alla fine, come i confetti, non erano mancati mai.
- Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre nel lasciare la figlia. Si sa! Un altro bicchierotto per sedare la commozione, e andiamo via ché Lisi ha fretta.
Si misero in via. Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale. E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle porte, alle finestre, o fermandosi per via, sospirava: - Povera sposa!
Lassù, sul breve spiazzo innanzi al cancello, gl'invitati si trattennero un poco, prima di prender commiato, a esortare Marastella a far buon animo. Il sole tramontava, e il cielo era tutto rosso, di fiamma, e il mare, sotto, ne pareva arroventato. Dal paese sottostante saliva un vocio incessante, indistinto, come d'un tumulto lontano, e quelle onde di voci rissose vanivano contro il muro bianco, grezzo, che cingeva il cimitero perduto lassù nel silenzio.
Lo squillo aereo argentino della campanella sonata da don Lisi per annunziar l'ave, fu come il segnale della partenza per gli invitati. A tutti parve più bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto. Forse perché l'aria s'era fatta più scura. Bisognava andar via per non far tardi. E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla sposa.
Restarono con Marastella, stordita e gelata, la madre e due fra le più intime amiche. Su in alto, le nuvole, prima di fiamma, erano divenute ora fosche, come di fumo.
- Volete entrare? - disse don Lisi alle donne, dalla soglia del cancello.
Ma subito Mamm'Anto' con una mano gli fece segno di star zitto e d'aspettare. Marastella piangeva, scongiurandola tra le lagrime di riportarsela giù in paese con sé.
- Per carità! per carità!
Non gridava; glielo diceva così piano e con tanto tremore nella voce, che la povera mamma si sentiva strappare il cuore. Il tremore della figlia - lei lo capiva - era perché dal cancello aveva intraveduto l'interno del camposanto, tutte quelle croci là, su cui calava l'ombra della sera.
Don Lisi andò ad accendere il lume nella cameretta, a sinistra dell'entrata; volse intorno uno sguardo per vedere se tutto era in ordine, e rimase un po' incerto se andare o aspettare che la sposa si lasciasse persuadere dalla madre a entrare.
Comprendeva e compativa. Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il cuore pieno di lagrime.
Fino alla sera avanti s'era buttato ginocchioni a piangere come un bambino davanti a una crocetta di quel camposanto, per licenziarsi dalla sua prima moglie. Non doveva pensarci più. Ora sarebbe stato tutto di quest'altra, padre e marito insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero fatto trascurare quelle che da tant'anni si prendeva amorosamente di tutti coloro, amici o ignoti, che dormivano lassù sotto la sua custodia.
Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la sera avanti.
Alla fine Marastella si lasciò persuadere a entrare. La madre chiuse subito la porta quasi per isolar la figlia nell'intimità della cameretta, lasciando fuori la paura del luogo. E veramente la vista degli oggetti familiari parve confortasse alquanto Marastella.
- Su, levati lo scialle, - disse Mamm'Anto'. - Aspetta, te lo levo io. Ora sei a casa tua...
- La padrona, - aggiunse don Lisi, timidamente, con un sorriso mesto e affettuoso.
- Lo senti? - riprese Mamm'Anto' per incitare il genero a parlare ancora.
- Padrona mia e di tutto, - continuò don Lisi. - Lei deve già saperlo. Avrà qui uno che la rispetterà e le vorrà bene come la sua stessa mamma. E non deve aver paura di niente.
- Di niente, di niente, si sa! - incalzò la madre. - Che è forse una bambina più? Che paura! Le comincerà tanto da fare, adesso... È vero? È vero?
Marastella chinò più volte il capo, affermando; ma appena Mamm'Anto' e le due vicine si mossero per andar via, ruppe di nuovo in pianto, si buttò di nuovo al collo della madre, aggrappandosi. Questa, con dolce violenza si sciolse dalle braccia della figlia, le fece le ultime raccomandazioni d'aver fiducia nello sposo e in Dio, e andò via con le vicine piangendo anche lei.
Marastella restò presso la porta, che la madre, uscendo, aveva raccostata, e con le mani sul volto si sforzava di soffocare i singhiozzi irrompenti, quando un alito d'aria schiuse un poco, silenziosamente, quella porta.
Ancora con le mani sul volto, ella non se n'accorse: le parve invece che tutt'a un tratto - chi sa perché - le si aprisse dentro come un vuoto delizioso, di sogno; sentì un lontano, tremulo scampanellio di grilli, una fresca inebriante fragranza di fiori. Si tolse le mani dagli occhi: intravide nel cimitero un chiarore, più che d'alba, che pareva incantasse ogni cosa, là immobile e precisa.
Don Lisi accorse per richiudere la porta. Ma, subito, allora, Marastella, rabbrividendo e restringendosi nell'angolo tra la porta e il muro, gli gridò:
- Per carità, non mi toccate!
Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.
- Non ti toccavo, - disse. - Volevo richiudere la porta.
- No, no, - riprese subito Marastella, per tenerlo lontano. - Lasciatela pure aperta. Non ho paura!
- E allora?... - balbettò don Lisi, sentendosi cader le braccia.
Nel silenzio, attraverso la porta semichiusa, giunse il canto lontano d'un contadino che ritornava spensierato alla campagna, lassù, sotto la luna, nella frescura tutta impregnata dell'odore del fieno verde, falciato da poco.
- Se vuoi che passi, - riprese don Lisi avvilito, profondamente amareggiato, vado a richiudere il cancello che è rimasto aperto.
Marastella non si mosse dall'angolo in cui s'era ristretta. Lisi Chìrico si recò lentamente a richiudere il cancello; stava per rientrare, quando se la vide venire incontro, come impazzita tutt'a un tratto.
- Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, - le rispose egli cupamente. - Ogni sera, io faccio il giro prima d'andare a letto. Obbligo mio. Questa sera non lo facevo per te. Andiamo. Non c'è bisogno di lanternino. C'è la lanterna del cielo.
E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo fiorite.
Spiccavano bianche tutt'intorno, nel lume della luna, le tombe gentilizie e nere per terra, con la loro ombra da un lato, come a giacere le croci di ferro dei poveri.
Più distinto, più chiaro, veniva dalle campagne vicine il tremulo canto dei grilli e, da lontano, il borboglio continuo del mare.
- Qua, - disse il Chìrico, indicando una bassa, rustica tomba, su cui era murata una lapide che ricordava il naufragio e le tre vittime del dovere. - C'è anche lo Sparti, - aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio innanzi alla tomba, singhiozzante. - Tu piangi qua... Io andrò più là; non è lontano...
La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su l'altipiano. Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d'un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d'aprile.
Don Lisi, chino su la fossa della prima moglie, singhiozzava:
Aspetta qua, - disse il Bandi al D'Andrea. - Vado a prevenirla. Se s'ostina ancora, entrerai per forza.
Miopi tutti e due, parlavano vicinissimi, in piedi, l'uno di fronte all'altro. Parevano fratelli, della stessa età, della stessa corporatura: alti, magri, rigidi, di quella rigidezza angustiosa di chi fa tutto a puntino, con meticolosità. Ed era raro il caso che, parlando così tra loro, l'uno non aggiustasse all'altro col dito il sellino delle lenti sul naso, o il nodo della cravatta sotto il mento, oppure, non trovando nulla da aggiustare, non toccasse all'altro i bottoni della giacca. Parlavano, del resto, pochissimo. E la tristezza taciturna della loro indole si mostrava chiaramente nello squallore dei volti. ...
Mentre la scuola pubblica letteralmente affoga nei tagli imposti dalla riforma Gelmini e dalle manovre economiche di Tremonti, il Governo pensa a potenziare le “istituzioni alternative” deputate alla formazione dei giovani. Se da un lato si continua a rimpinzare di finanziamenti le scuole cattoliche - la sola città di Verona ha appena stanziato 300.000 euro per i suoi istituti paritari - dall’altro una legge a firma congiunta mira ad istituire un fondo per organizzare corsi di formazione delle Forze Armate per i giovani.
Le firme su quella che è già stata ribattezzata la ”legge balilla” sono del ministro della Difesa La Russa, della giovane ministra dei Giovani Giorgia Meloni e del ministro del Tesoro Tremonti che, nonostante pianga miseria in sede di bilancio, ha dato il via libera a 20 milioni di Euro, necessari alle attività per i primi tre anni di sperimentazione.
L’idea alla base del provvedimento è quella di invogliare i ragazzi e le ragazze a preferire una sicura carriera militare all’inevitabile precariato post-laurea o post-diploma: i ragazzi verrebbero invitati per un soggiorno di tre settimane all’interno delle caserme dell’Arma, dove seguirebbero la routine e i costumi del reggimento e verrebbero di conseguenza edotti sulle meraviglie dell’essere soldato nell’era delle guerre globali. Che sì sono guerre, ma almeno ti fanno vedere il mondo.
In questo modo la Difesa spera di assicurarsi sufficiente carne fresca in barba all’avvenuto decadimento della coscrizione obbligatoria e, velatamente, spinge a promuovere una professione che, grazie alle continue cronache di sopraffazione, ha perso quell’aura di sacralità da sempre celebrata nel folklore nazionalista.
All’interno del provvedimento - che paradossalmente si colloca nell’ambito delle iniziative per la diffusione dei valori e della cultura della pace e della solidarietà internazionale tra le giovani generazioni - sono stanziati poi 4 milioni di Euro per la ristrutturazione delle caserme destinate a diventare delle vere e proprie “scuole di guerra”, mentre ne serviranno altri 850.000 per le attività di addestramento che, tra le altre, comprendono lezioni di “tiro con arma individuale”.
I nostri ragazzi potranno dunque maneggiare armi pur non avendone la licenza e seguire attività sulla scorta di quelle create per i soldati di professione; stando al testo, i compiti istituzionali delle Forze Armate si riferiscono alla preparazione per “missioni internazionali di pace a salvaguardia degli interessi nazionali, di contrasto del terrorismo internazionale, di soccorso alle popolazioni locali e di concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni, in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità e urgenza”. Sì, avete letto bene.
Con uno stravolgimento del vocabolario degno del miglior Grande Fratello (quello di Orwell), i ragazzi e le ragazze che verranno irretiti da questa non inedita propaganda, impareranno che la guerra è pace, che il valore si dimostra con la forza e che la solidarietà è cosa che si può portare col fucile.
Quello che era un disegno di legge depositato lo scorso primo aprile, rischia ora di essere approvato (senza ovviamente alcuna discussione previa) all’interno della maxi-manovra finanziaria con il paradossale risultato che lo stesso testo che taglia i fondi per l’addestramento delle Forze Armate professioniste, regala 20 milioni di euro per l’indottrinamento delle possibili nuove reclute.
A riprova che l’operazione voluta da La Russa e soci é diretta all’acquisizione di nuovi soggetti abili al combattimento, il testo specifica che la partecipazione ai corsi è riservata solo ai giovani più meritevoli ed atletici, che hanno un titolo di studio elevato e che risiedono nelle aree tipiche di reclutamento.
Una risposta alla disoccupazione nel Mezzogiorno o un semplice infondere “amor di Patria”? Nelle intenzioni dei ministri questa sperimentazione sarà “un’esperienza di vita unica che contribuirà ad avvicinare i giovani ai valori delle Forze Armate, con una formazione specifica al rispetto e alla difesa dei valori costituzionali”.
Siamo però sicuri che tra questi valori costituzionali, quelli chiaramente esplicati all’articolo 11 non verranno presi in considerazione: come si fa a spiegare a dei diciottenni imberbi che l’Italia che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” è la stessa Italia di stanza in Afghanistan?
Si corre il rischio di incontrarli a Portofino o a Taormina. A bordo di yacht o in lussuose ville prese in affitto a Porto Cervo. Sono prestanome, nullatenenti e finti indigenti che sfuggono al controllo dello Stato. Un sistema fiscale, il nostro, pieno di buchi da cui scappa in modo cronico il Paese degli affari fantasma. Quelli nati dall’evasione, dall’elusione fiscale o dalla truffa vera e propria. Il buco è di 100 miliardi l’anno di mancati incassi.
Una cifra che diventa ancora più ingiusta nel panorama della crisi economica generale che ci ha colpiti e la cui soluzione tempestiva è stata chiesta proprio al ceto medio, ai dipendenti e alle famiglie. Le più tassate e le più abbandonate dal welfare. Un capolavoro d’iniquità.
La manovra finanziaria promossa dal governo, i ricchi delle ville in Sardegna, quelli delle società che sono scatole vuote, o dei bilanci in perdita fallimentari, proprio non li vede, anzi. Li perdona e li condona. E la chimera di veder rientrare l’imponibile nelle mani del Fisco è rimasta tale. Gli evasori non si pentono e continuano a rastrellare affari su affari in modo illegale, in attesa del prossimo condono o dell’ultimo scudo fiscale. Quello che alle loro tasche costerà sempre meno delle tasse ordinarie.
Inutile dire che a mancare è la cultura della legalità e che a contraddistinguere l’economia italiana è un modo preciso di fare impresa che normalizza l’aggiramento delle regole e che tollera la prossimità con l’inciucio, quando va bene. Il governo ha dato prova, in diverse occasioni, di volere questa forma di deregulation per le imprese e gli affari e di non vederne né un pericolo né un’insidia per la giustizia sociale e per la legalità dell’intero Paese.
Depenalizzando il falso in bilancio, istituendo norme contro i lavoratori come l’arbitrato e lanciando la proposta di aprire un’azienda in un giorno, si stanno costruendo i presupposti per non uscire più da questa cancrena del sommerso e della contaminazione dell’economia con l’illegalità e con la criminalità.
Eppure Berlusconi, che di questa allergia alle regole fa la sua bandiera, porta a casa anche i voti dei tartassati. Perché se con i ricchi e con gli affari illeciti funziona la regola delle convenienza, con le fasce deboli funziona la strategia della propaganda. Quella che spopola in tv con la medicina delle social card o dell’ICI - solo per citare alcuni esempi- e che non dice di aver tolto alle famiglie tanti preziosi servizi come gli asili nido pubblici o il tempo pieno a causa di scuole sempre più povere.
Cosi le mamme, a parte la Ministro Gelmini, possono starsene a casa, rinunciare al lavoro e adattarsi ad una faticosa vita monoreddito, decidendo infine di non avere più figli. Ancora una volta i meno ricchi, gli affittuari, hanno pagato il prezzo del privilegio riservato ai benestanti proprietari di un immobile.
La manovra fiscale aggira la scandalosa falla dell’evasione. Per la nostra marea nera non sono previste misure d’intervento, nemmeno straordinario. Tanto il conto dell’emorragia lo pagano i dipendenti e le fasce sociali più deboli. Esattamente come i falsi invalidi li pagheranno i veri invalidi, che vedranno le loro pensioni decurtate mentre commissioni finte regaleranno oboli di illegalità per alimentare simil ammortizzatori sociali "fai da te".
Questo è il ritratto di un Paese al rovescio. Dove nessuno è ricco e dove i finti poveri vivono di lusso. Non si vuole estirpare il danno dell’evasione, perché lì sta lo zoccolo duro che muove i soldi e il potere delle upper class corrotte. I fantasmi del fisco sono le icone della corruzione che ci rincorre in giro per il mondo. E sono quelli che non avrebbero il diritto di entrare mai in una scuola o in un ospedale pubblico italiano. Andassero in Svizzera o a Montecarlo, dove hanno scelto di custodire a nero i neri risparmi di una vita.
«Tantôt ils lui voyaient, par un phénomène de vision ou de locomotion,
abolir l'espace dans ses deux modes de Temps et de Distance,
dont l'un est intellectuel et l'autre physique». Hist. intell. de LOUIS LAMBERT.
A MON CHER
ALBERT MARCHAND DE LA RIBELLERIE Tours, 1836.
Par un soir du mois de novembre 1793, les principaux personnages de Carentan se trouvaient dans le salon de madame de Dey, chez laquelle l'assemblée se tenait tous les jours. Quelques circonstances qui n'eussent point attiré l'attention d'une grande ville, mais qui devaient fortement en préoccuper une petite, prêtaient à ce rendez-vous habituel un intérêt inaccoutumé. La surveille, madame de Dey avait fermé sa porte à sa société, qu'elle s'était encore dispensée de recevoir la veille, en prétextant d'une indisposition. En temps ordinaire, ces deux événements eussent fait à Carentan le même effet que produit à Paris un relâche à tous les théâtres. Ces jours-là, l'existence est en quelque sorte incomplète. Mais, en 1793, la conduite de madame de Dey pouvait avoir les plus funestes résultats. La moindre démarche hasardée devenait alors presque toujours pour les nobles une question de vie ou de mort. Pour bien comprendre la curiosité vive et les étroites finesses qui animèrent pendant cette soirée les physionomies normandes de tous ces personnages, mais surtout pour partager les perplexités secrètes de madame de Dey, il est nécessaire d'expliquer le rôle qu'elle jouait à Carentan. La position critique dans laquelle elle se trouvait en ce moment ayant été sans doute celle de bien des gens pendant la Révolution, les sympathies de plus d'un lecteur achèveront de colorer ce récit.
Madame de Dey, veuve d'un lieutenant général, chevalier des ordres, avait quitté la cour au commencement de l'émigration. Possédant des biens considérables aux environs de Carentan, elle s'y était réfugiée, en espérant que l'influence de la terreur s'y ferait peu sentir. Ce calcul, fondé sur une connaissance exacte du pays, était juste. La Révolution exerça peu de ravages en Basse-Normandie. Quoique madame de Dey ne vît jadis que les familles nobles du pays quand elle y venait visiter ses propriétés, elle avait, par politique, ouvert sa maison aux principaux bourgeois de la ville et aux nouvelles autorités, en s'efforçant de les rendre fiers de sa conquête, sans réveiller chez eux ni haine ni jalousie. Gracieuse et bonne, douée de cette inexprimable douceur qui sait plaire sans recourir à l'abaissement ou à la prière, elle avait réussi à se concilier l'estime générale par un tact exquis dont les sages avertissements lui permettaient de se tenir sur la ligne délicate où elle pouvait satisfaire aux exigences de cette société mêlée, sans humilier le rétif amour-propre des parvenus, ni choquer celui de ses anciens amis.
Agée d'environ trente-huit ans, elle conservait encore, non cette beauté fraîche et nourrie qui distingue les filles de la Basse-Normandie, mais une beauté grêle et pour ainsi dire aristocratique. Ses traits étaient fins et délicats ; sa taille était souple et déliée. Quand elle parlait, son pâle visage paraissait s'éclairer et prendre de la vie. Ses grands yeux noirs étaient pleins d'affabilité, mais leur expression calme et religieuse semblait annoncer que le principe de son existence n'était plus en elle. Mariée à la fleur de l'âge avec un militaire vieux et jaloux, la fausseté de sa position au milieu d'une cour galante contribua beaucoup sans doute à répandre un voile de grave mélancolie sur une figure où les charmes et la vivacité de l'amour avaient dû briller autrefois. Obligée de réprimer sans cesse les mouvements naïfs, les émotions de la femme alors qu'elle sent encore au lieu de réfléchir, la passion était restée vierge au fond de son coeur. Aussi, son principal attrait venait-il de cette intime jeunesse que, par moments, trahissait sa physionomie, et qui donnait à ses idées une innocente expression de désir. Son aspect commandait la retenue, mais il y avait toujours dans son maintien, dans sa voix, des élans vers un avenir inconnu, comme chez une jeune fille ; bientôt l'homme le plus insensible se trouvait amoureux d'elle, et conservait néanmoins une sorte de crainte respectueuse, inspirée par ses manières polies qui imposaient. Son âme, nativement grande, mais fortifiée par des luttes cruelles, semblait placée trop loin du vulgaire, et les hommes se faisaient justice. A cette âme, il fallait nécessairement une haute passion. Aussi les affections de madame de Dey s'étaient-elles concentrées dans un seul sentiment, celui de la maternité. Le bonheur et les plaisirs dont avait été privée de sa vie de femme, elle les retrouvait dans l'amour extrême qu'elle portait à son fils. Elle ne l'aimait pas seulement avec le pur et profond dévouement d'une mère, mais avec la coquetterie d'une maîtresse, avec la jalousie d'une épouse. Elle était malheureuse loin de lui, inquiète pendant ses absences, ne le voyait jamais assez, ne vivait que par lui et pour lui. Afin de faire comprendre aux hommes la force de ce sentiment, il suffira d'ajouter que ce fils était non seulement l'unique enfant de madame de Dey, mais son dernier parent, le seul être auquel elle pût rattacher les craintes, les espérances et les joies de sa vie. Le feu comte de Dey fut le dernier rejeton de sa famille, comme elle se trouva seule héritière de la sienne. Les calculs et les intérêts humains s'étaient donc accordés avec les plus nobles besoins de l'âme pour exalter dans le coeur de la comtesse un sentiment déjà si fort chez les femmes. Elle n'avait élevé son fils qu'avec des peines infinies, qui le lui avaient rendu plus cher encore ; vingt fois les médecins lui en présagèrent la perte ; mais, confiante en ses pressentiments, en ses espérances, elle eut la joie inexprimable de lui voir heureusement traverser les périls de l'enfance, d'admirer les progrès de sa constitution, en dépit des arrêts de la Faculté.
Grâce à des soins constants, ce fils avait grandi, et s'était si gracieusement développé, qu'à vingt ans, il passait pour un des cavaliers les plus accomplis de Versailles. Enfin, par un bonheur qui ne couronne pas les efforts de toutes les mères, elle était adorée de son fils ; leurs âmes s'entendaient par de fraternelles sympathies. S'ils n'eussent pas été liés déjà par le voeu de la nature, ils auraient instinctivement éprouvé l'un pour l'autre cette amitié d'homme à homme, si rare à rencontrer dans la vie. Nommé sous-lieutenant de dragons à dix-huit ans, le jeune comte avait obéi au point d'honneur de l'époque en suivant les princes dans leur émigration.
Ainsi madame de Dey, noble, riche, et mère d'un émigré, ne se dissimulait point les dangers de sa cruelle situation. Ne formant d'autre voeu que celui de conserver à son fils une grande fortune, elle avait renoncé au bonheur de l'accompagner ; mais en lisant les lois rigoureuses en vertu desquelles la République confisquait chaque jour les biens des émigrés à Carentan, elle s'applaudissait de cet acte de courage. Ne gardait-elle pas les trésors de son fils au péril de ses jours ? Puis, en apprenant les terribles exécutions ordonnées par la Convention, elle s'endormait heureuse de savoir sa seule richesse en sûreté, loin des dangers, loin des échafauds. Elle se complaisait à croire qu'elle avait pris le meilleur parti pour sauver à la fois toutes ses fortunes. Faisant à cette secrète pensée les concessions voulues par le malheur des temps, sans compromettre ni sa dignité de femme ni ses croyances aristocratiques, elle enveloppait ses douleurs dans un froid mystère. Elle avait compris les difficultés qui l'attendaient à Carentan. Venir y occuper la première place, n'était-ce pas y défier l'échafaud tous les jours ? Mais, soutenue par un courage de mère, elle sut conquérir l'affection des pauvres en soulageant indifféremment toutes les misères, et se rendit nécessaire aux riches en veillant à leurs plaisirs. Elle recevait le procureur de la commune, le maire, le président du district, l'accusateur public, et même les juges du tribunal révolutionnaire. Les quatre premiers de ces personnages, n'étant pas mariés, la courtisaient dans l'espoir de l'épouser, soit en l'effrayant par le mal qu'ils pouvaient lui faire, soit en lui offrant leur protection. L'accusateur public, ancien procureur à Caen, jadis chargé des intérêts de la comtesse, tentait de lui inspirer de l'amour par une conduite pleine de dévouement et de générosité ; finesse dangereuse ! Il était le plus redoutable de tous les prétendants. Lui seul connaissait à fond l'état de la fortune considérable de son ancienne cliente. Sa passion devait s'accroître de tous les désirs d'une avarice qui s'appuyait sur un pouvoir immense, sur le droit de vie et de mort dans le district. Cet homme, encore jeune, mettait tant de noblesse dans ses procédés, que madame de Dey n'avait pas encore pu le juger. Mais, méprisant le danger qu'il y avait à lutter d'adresse avec des Normands, elle employait l'esprit inventif et la ruse que la nature a départis aux femmes pour opposer ces rivalités les unes aux autres. En gagnant du temps, elle espérait arriver saine et sauve à la fin des troubles. A cette époque, les royalistes de l'intérieur se flattaient tous les jours de voir la Révolution terminée le lendemain ; et cette conviction a été la perte de beaucoup d'entre eux.
Malgré ces obstacles, la comtesse avait assez habilement maintenu son indépendance jusqu'au jour où, par une inexplicable imprudence, elle s'était avisée de fermer sa porte. Elle inspirait un intérêt si profond et si véritable, que les personnes venues ce soir-là chez elle conçurent de vives inquiétudes en apprenant qu'il lui devenait impossible de les recevoir ; puis, avec cette franchise de curiosité empreinte dans les moeurs provinciales, elles s'enquirent du malheur, du chagrin, de la maladie qui devait affliger madame de Dey. A ces questions une vieille femme de charge, nommée Brigitte, répondait que sa maîtresse s'était enfermée et ne voulait voir personne, pas même les gens de sa maison. L'existence, en quelque sorte claustrale, que mènent les habitants d'une petite ville crée en eux une habitude d'analyser et d'expliquer les actions d'autrui si naturellement invincible qu'après avoir plaint madame de Dey, sans savoir si elle était réellement heureuse ou chagrine, chacun se mit à rechercher les causes de sa soudaine retraite.
- Si elle était malade, dit le premier curieux, elle aurait envoyé chez le médecin ; mais le docteur est resté pendant toute la journée chez moi à jouer aux échecs. Il me disait en riant que, par le temps qui court, il n'y a qu'une maladie... et qu'elle est malheureusemennt incurable.
Cette plaisanterie fut prudemment hasardée. Femmes, hommes, vieillards et jeunes filles se mirent alors à parcourir le vaste champ des conjectures. Chacun crut entrevoir un secret, et ce secret occupa toutes les imaginations. Le lendemain les soupçons s'envenimèrent. Comme la vie est à jour dans une petite ville, les femmes apprirent les premières que Brigitte avait fait au marché des provisions plus considérables qu'à l'ordinaire. Ce fait ne pouvait être contesté. L'on avait vu Brigitte de grand matin sur la place, et, chose extraordinaire, elle y avait acheté le seul lièvre qui s'y trouvât. Toute la ville savait que madame de Dey n'aimait pas le gibier. Le lièvre devint un point de départ pour des suppositions infinies. En faisant leur promenade périodique, les vieillards remarquèrent dans la maison de la comtesse, une sorte d'activité concentrée qui se révélait par les précautions même dont se servaient les gens pour la cacher. Le valet de chambre battait un tapis dans le jardin ; la veille, personne n'y aurait pris garde ; mais ce tapis devint une pièce à l'appui des romans que tout le monde bâtissait. Chacun avait le sien. Le second jour, en apprenant que madame de Dey se disait indisposée, les principaux personnages de Carentan se réunirent le soir chez le frère du maire, vieux négociant marié, homme probe, généralement estimé, et pour lequel la comtesse avait beaucoup d'égards. Là, tous les aspirants à la main de la riche veuve eurent à raconter une fable plus ou moins probable ; et chacun d'eux pensait à faire tourner à son profit la circonstance secrète qui la forçait de se compromettre ainsi. L'accusateur public imaginait tout un drame pour amener nuitamment le fils de madame de Dey chez elle. Le maire croyait à un prêtre insermenté, venu de la Vendée, et qui lui aurait demandé un asile ; mais l'achat du lièvre, un vendredi, l'embarrassait beaucoup. Le président du district tenait fortement pour un chef de Chouans ou de Vendéens vivement poursuivi. D'autres voulaient un noble échappé des prisons de Paris. Enfin tous soupçonnaient la comtesse d'être coupable d'une de ces générosités que les lois d'alors nommaient un crime, et qui pouvaient conduire à l'échafaud. L'accusateur public disait d'ailleurs à voix basse qu'il fallait se taire, et tâcher de sauver l'infortunée de l'abîme vers lequel elle marchait à grands pas.
- Si vous ébruitez cette affaire, ajouta-t-il, je serai obligé d'intervenir, de faire des perquisitions chez elle, et alors !... Il n'acheva pas, mais chacun comprit cette réticence.
Les amis sincères de la comtesse s'alarmèrent tellement pour elle que, dans la matinée du troisième jour, le procureur-syndic de la commune lui fit écrire par sa femme un mot pour l'engager à recevoir pendant la soirée comme à l'ordinaire. Plus hardi, le vieux négociant se présenta dans la matinée chez madame de Dey. Fort du service qu'il voulait lui rendre, il exigea d'être introduit auprès d'elle, et resta stupéfait en l'apercevant dans le jardin, occupée à couper les dernières fleurs de ses plates-bandes pour en garnir des vases.
- Elle a sans doute donné asile à son amant, se dit le vieillard pris de pitié pour cette charmante femme. La singulière expression du visage de la comtesse le confirma dans ses soupçons. Vivement ému de ce dévouement si naturel aux femmes, mais qui nous touche toujours, parce que tous les hommes sont flattés par les sacrifices qu'une d'elles fait à un homme, le négociant instruisit la comtesse des bruits qui couraient dans la ville et du danger où elle se trouvait. - Car, lui dit-il en terminant, si, parmi nos fonctionnaires, il en est quelques-uns assez disposés à vous pardonner un héroïsme qui aurait un prêtre pour objet, personne ne vous plaindra si l'on vient à découvrir que vous vous immolez à des intérêts de coeur.
A ces mots, madame de Dey regarda le vieillard avec un air d'égarement et de folie qui le fit frissonner, lui, vieillard.
- Venez, lui dit-elle en le prenant par la main pour le conduire dans sa chambre, où, après s'être assurée qu'ils étaient seuls, elle tira de son sein une lettre sale et chiffonnée : - Lisez, s'écria-t-elle en faisant un violent effort pour prononcer ce mot.
Elle tomba dans son fauteuil, comme anéantie. Pendant que le vieux négociant cherchait ses lunettes et les nettoyait, elle leva les yeux sur lui, le contempla pour la première fois avec curiositié ; puis, d'une voix altérée : - Je me fie à vous, lui dit-elle doucement.
- Est-ce que je ne viens pas partager votre crime ? répondit le bonhomme avec simplicité.
Elle tressaillit. Pour la première fois, dans cette petite ville, son âme sympathisait avec celle d'un autre. Le vieux négociant comprit tout à coup et l'abattement et la joie de la comtesse. Son fils avait fait partie de l'expédition de Granville, il écrivait à sa mère du fond de sa prison, en lui donnant un triste et doux espoir. Ne doutant pas de ses moyens d'évasion, il lui indiquait trois jours pendant lesquels il devait se présenter chez elle, déguisé. La fatale lettre contenait de déchirants adieux au cas où il ne serait pas à Carentan dans la soirée du troisième jour, et il priait sa mère de remettre une assez forte somme à l'émissaire qui s'était chargé de lui apporter cette dépêche, à travers mille dangers. Le papier tremblait dans les mains du vieillard.
- Et voici le troisième jour, s'écria madame de Dey qui se leva rapidement, reprit la lettre, et marcha.
- Vous avez commis des imprudences, lui dit le négociant. Pourquoi faire prendre des provisions ?
- Mais il peut arriver, mourant de faim, exténué de fatigue, et... Elle n'acheva pas.
- Je suis sûr de mon frère, reprit le vieillard, je vais aller le mettre dans vos intérêts.
Le négociant retrouva dans cette circonstance la finesse qu'il avait mise jadis dans les affaires, et lui dicta des conseils empreints de prudence et de sagacité. Après être convenus de tout ce qu'ils devaient dire et faire l'un ou l'autre, le vieillard alla, sous des prétextes habilement trouvés, dans les principales maisons de Carentan, où il annonça que madame de Dey, qu'il venait de voir, recevrait dans la soirée, malgré son indisposition. Luttant de finesse avec les intelligences normandes dans l'interrogatoire que chaque famille lui imposa sur la nature de la maladie de la comtesse, il réussit à donner le change à presque toutes les personnes qui s'occupaient de cette mystérieuse affaire. Sa première visite fit merveille. Il raconta devant une vieille dame goutteuse que madame de Dey avait manqué périr d'une attaque de goutte à l'estomac ; le fameux Tronchin lui ayant recommandé jadis, en pareille occurrence, de se mettre sur la poitrine la peau d'un lièvre écorché vif, et de rester au lit sans se permettre le moindre mouvement, la comtesse, en danger de mort, il y a deux jours, se trouvait, après avoir suivi ponctuellement la bizarre ordonnance de Tronchin, assez bien rétablie pour recevoir ceux qui viendraient la voir pendant la soirée. Ce conte eut un succès prodigieux, et le médecin de Carentan, royaliste in petto, en augmenta l'effet par l'importance avec laquelle il discuta le spécifique. Néanmoins les soupçons avaient trop fortement pris racine dans l'esprit de quelques entêtés ou de quelques philosophes pour être entièrement dissipés ; en sorte que, le soir, ceux qui étaient admis chez madame de Dey vinrent avec empressement et de bonne heure chez elle, les uns pour épier sa contenance, les autres par amitié, la plupart saisis par le merveilleux de sa guérison. Ils trouvèrent la comtesse assise au coin de la grande cheminée de son salon, à peu près aussi modeste que l'étaient ceux de Carentan ; car, pour ne pas blesser les étroites pensées de ses hôtes, elle s'était refusée aux jouissances de luxe auxquelles elle était jadis habituée, elle n'avait donc rien changé chez elle. Le carreau de la salle de réception n'était même pas frotté. Elle laissait sur les murs de vieilles tapisseries sombres, conservait les meubles du pays, brûlait de la chandelle, et suivait les modes de la ville, en épousant la vie provinciale sans reculer ni devant les petitesses les plus dures, ni devant les privations les plus désagréables. Mais sachant que ses hôtes lui pardonneraient les magnificences qui auraient leur bien-être pour but, elle ne négligeait rien quand il s'agissait de leur procurer des jouissances personnelles. Aussi leur donnait-elle d'excellents dîners. Elle allait jusqu'à feindre de l'avarice pour plaire à ces esprits calculateurs ; et, après avoir eu l'art de faire arracher certaines concessions de luxe, elle savait obéir avec grâce. Donc, vers sept heures du soir, la meilleure mauvaise compagnie de Carentan se trouvait chez elle, et décrivait un grand cercle devant la cheminée. La maîtresse du logis, soutenue dans son malheur par les regards compatissants que lui jetait le vieux négociant, se soumit avec un courage inouï aux questions minutieuses, aux raisonnements frivoles et stupides de ses hôtes. Mais à chaque coup de marteau frappé sur sa porte, ou toutes les fois que des pas retentissaient dans la rue, elle cachait ses émotions en soulevant des questions intéressantes pour la fortune du pays. Elle éleva de bruyantes discussions sur la qualité des cidres, et fut si bien secondée par son confident, que l'assemblée oublia presque de l'espionner en trouvant sa contenance naturelle et son aplomb imperturbable. L'accusateur public et l'un des juges du tribunal révolutionnaire restaient taciturnes, observaient avec attention les moindres mouvements de sa physionomie, écoutaient dans la maison, malgré le tumulte ; et, à plusieurs reprises, ils lui firent des questions embarrassantes, auxquelles la comtesse répondit cependant avec une admirable présence d'esprit. Les mères ont tant de courage ! Au moment où madame de Dey eut arrangé les parties, placé tout le monde à des tables de boston, de reversis ou de whist, elle resta encore à causer auprès de quelques jeunes personnes avec un extrême laisser-aller, en jouant son rôle en actrice consommée. Elle se fit demander un loto, prétendit savoir seule où il était, et disparut.
- J'étouffe, ma pauvre Brigitte, s'écria-t-elle en essuyant des larmes qui sortirent vivement de ses yeux brillants de fièvre, de douleur et d'impatience. - Il ne vient pas, reprit-elle en regardant la chambre où elle était montée. Ici, je respire et je vis. Encore quelques moments, et il sera là, pourtant ! car il vit encore, j'en suis certaine. Mon coeur me le dit. N'entendez-vous rien, Brigitte ? Oh ! je donnerais le reste de ma vie pour savoir s'il est en prison ou s'il marche à travers la campagne ! Je voudrais ne pas penser.
Elle examina de nouveau si tout était en ordre dans l'appartement. Un bon feu brillait dans la cheminée ; les volets étaient soigneusement fermés ; les meubles reluisaient de propreté ; la manière dont avait été fait le lit, prouvait que la comtesse s'était occupée avec Brigitte des moindres détails ; et ses espérances se trahissaient dans les soins délicats qui paraissaient avoir été pris dans cette chambre où se respiraient et la gracieuse douceur de l'amour et ses plus chastes caresses dans les parfums exhalés par les fleurs. Une mère seule pouvait avoir prévu les désirs d'un soldat et lui préparer de si complètes satisfactions. Un repas exquis, des vins choisis, la chaussure, le linge, enfin tout ce qui devait être nécessaire ou agréable à un voyageur fatigué, se trouvait rassemblé pour que rien ne lui manquât, pour que les délices du chez soi lui révélassent l'amour d'une mère.
- Brigitte ? dit la comtesse d'un son de voix déchirant en allant placer un siège devant la table, comme pour donner de la réalité à ses voeux, comme pour augmenter la force de ses illusions.
- Ah ! madame, il viendra. Il n'est pas loin. - Je ne doute pas qu'il ne vive et qu'il ne soit en marche, reprit Brigitte. J'ai mis une clef dans la Bible, et je l'ai tenue sur mes doigts pendant que Cottin lisait l'Évangile de saint Jean.... et, madame ! la clef n'a pas tourné.
- Est-ce bien sûr ? demanda la comtesse.
- Oh ! madame, c'est connu. Je gagerais mon salut qu'il vit encore. Dieu ne peut pas se tromper.
- Malgré le danger qui l'attend ici, je voudrais bien cependant l'y voir.
- Pauvre monsieur Auguste ! s'écria Brigitte, il est sans doute à pied, par les chemins.
- Et voilà huit heures qui sonnent au clocher ! s'écria la comtesse avec terreur.
Elle eut peur d'être restée plus longtemps qu'elle ne le devait, dans cette chambre où elle croyait à la vie de son fils, en voyant tout ce qui lui en attestait la vie, elle descendit ; mais avant d'entrer au salon, elle resta pendant un moment sous le péristyle de l'escalier, en écoutant si quelque bruit ne réveillait pas les silencieux échos de la ville. Elle sourit au mari de Brigitte, qui se tenait en sentinelle, et dont les yeux semblaient hébétés à force de prêter attention aux murmures de la place et de la nuit. Elle voyait son fils en tout et partout. Elle rentra bientôt, en affectant un air gai, et se mit à jouer au loto avec des petites filles ; mais, de temps en temps, elle se plaignit de souffrir, et revint occuper son fauteuil auprès de la cheminée.
Telle était la situation des choses et des esprits dans la maison de madame de Dey, pendant que, sur le chemin de Paris à Cherbourg, un jeune homme vêtu d'une carmagnole brune, costume de rigueur à cette époque, se dirigeait vers Carentan. A l'origine des réquisitions, il y avait peu ou point de discipline. Les exigences du moment ne permettaient guère à la République d'équiper sur-le-champ ses soldats, et il n'était pas rare de voir les chemins couverts de réquisitionnaires qui conservaient leurs habits bourgeois. Ces jeunes gens devançaient leurs bataillons aux lieux d'étape, ou restaient en arrière, car leur marche était soumise à leur manière de supporter les fatigues d'une longue route. Le voyageur dont il est ici question se trouvait assez en avant de la colonne de réquisitionnnaires qui se rendait à Cherbourg, et que le maire de Carentan attendait d'heure en heure, afin de leur distribuer des billets de logement. Ce jeune homme marchait d'un pas alourdi, mais ferme encore, et son allure semblait annoncer qu'il s'était familiarisé depuis longtemps avec les rudesses de la vie militaire. Quoique la lune éclairât les herbages qui avoisinent Carentan, il avait remarqué de gros nuages blancs prêts à jeter de la neige sur la campagne ; et la crainte d'être surpris par un ouragan animait sans doute sa démarche, alors plus vive que ne le comportait sa lassitude. Il avait sur le dos un sac presque vide, et tenait à la main une canne de buis, coupée dans les hautes et larges haies que cet arbuste forme autour de la plupart des héritages en Basse-Normandie. Ce voyageur solitaire entra dans Carentan, dont les tours, bordées de lueurs fantastiques par la lune, lui apparaissaient depuis un moment. Son pas réveilla les échos des rues silencieuses, où il ne rencontra personne ; il fut obligé de demander la maison du maire à un tisserand qui travaillait encore. Ce magistrat demeurait à une faible distance, et le réquisitionnaire se vit bientôt à l'abri sous le porche de la maison du maire, et s'y assit sur un banc de pierre, en attendant le billet de logement qu'il avait réclamé. Mais mandé par ce fonctionnaire, il comparut devant lui, et devint l'objet d'un scrupuleux examen. Le fantassin était un jeune homme de bonne mine qui paraissait appartenir à une famille distinguée. Son air trahissait la noblesse. L'intelligence due à une bonne éducation respirait sur sa figure.
- Comment te nommes-tu ? lui demanda le maire en lui jetant un regard plein de finesse.
- Julien Jussieu, répondit le réquisitionnaire.
- Et tu viens ? dit le magistrat en laissant échapper un sourire d'incrédulité.
- De Paris.
- Tes camarades doivent être loin, reprit le Normand d'un ton railleur.
- J'ai trois lieues d'avance sur le bataillon.
- Quelque sentiment t'attire sans doute à Carentan, citoyen réquisitionnaire ? dit le maire d'un air fin. C'est bien, ajouta-t-il en imposant silence par un geste de main au jeune homme prêt à parler, nous savons où t'envoyer. Tiens, ajouta-t-il en lui remettant son billet de logement, va, citoyen Jussieu !
Une teinte d'ironie se fit sentir dans l'accent avec lequel le magistrat prononça ces deux derniers mots, en tendant un billet sur lequel la demeure de madame de Dey était indiquée. Le jeune homme lut l'adresse avec un air de curiosité.
- Il sait bien qu'il n'a pas loin à aller. Et quand il sera dehors, il aura bientôt traversé la place ! s'écria le maire en se parlant à lui-même, pendant que le jeune homme sortait. Il est joliment hardi ! que Dieu le conduise ! Il a réponse à tout. Oui, mais si un autre que moi lui avait demandé à voir ses papiers, il était perdu !
En ce moment, les horloges de Carentan avaient sonné neuf heures et demie ; les falots s'allumaient dans l'antichambre de madame de Dey ; les domestiques aidaient leurs maîtresses et leurs maîtres à mettre leurs sabots, leurs houppelandes ou leurs mantelets ; les joueurs avaient soldé leurs comptes, et allaient se retirer tous ensemble, suivant l'usage établi dans toutes les petites villes.
- Il paraît que l'accusateur veut rester, dit une dame en s'apercevant que ce personnage important leur manquait au moment où chacun se sépara sur la place pour regagner son logis, après avoir épuisé toutes les formules d'adieu.
Ce terrible magistrat était en effet seul avec la comtesse, qui attendait, en tremblant, qu'il lui plût de sortir.
- Citoyenne, dit-il enfin après un long silence qui eut quelque chose d'effrayant, je suis ici pour faire observer les lois de la République...
Madame de Dey frissonna.
- N'as-tu donc rien à me révéler ? demanda-t-il.
- Rien, répondit-elle étonnée.
- Ah ! madame, s'écria l'accusateur en s'asseyant auprès d'elle et changeant de ton, en ce moment, faute d'un mot, vous ou moi, nous pouvons porter notre tête sur l'échafaud. J'ai trop bien observé votre caractère, votre âme, vos manières, pour partager l'erreur dans laquelle vous avez su mettre votre société ce soir. Vous attendez votre fils, je n'en saurais douter.
La comtesse laissa échapper un geste de dénégation ; mais elle avait pâli, mais les muscles de son visage s'étaient contractés par la nécessité où elle se trouvait d'afficher une fermeté trompeuse, et l'oeil implacable de l'accusateur public ne perdit aucun de ses mouvements.
- Eh ! bien, recevez-le, reprit le magistrat révolutionnaire ; mais qu'il ne reste pas plus tard que sept heures du matin sous votre toit. Demain, au jour, armé d'une dénonciation que je me ferai faire, je viendrai chez vous...
Elle le regarda d'un air stupide qui aurait fait pitié à un tigre.
- Je démontrerai, pousuivit-il d'une voix douce, la fausseté de la dénonciation par d'exactes perquisitions, et vous serez, par la nature de mon rapport, à l'abri de tous soupçons ultérieurs. Je parlerai de vos dons patriotiques, de votre civisme, et nous serons tous sauvés.
Madame de Dey craignait un piège, elle restait immobile, mais son visage était en feu et sa langue glacée. Un coup de marteau retentit dans la maison.
- Ah ! s'écria la mère épouvantée, en tombant à genoux. Le sauver, le sauver !
- Oui, sauvons-le ! reprit l'accusateur public, en lui lançant un regard de passion, dût-il nous en coûter la vie.
- Je suis perdue, s'écria-t-elle pendant que l'accusateur la relevait avec politesse.
- Eh ! madame, répondit-il par un beau mouvement oratoire, je ne veux vous devoir à rien... qu'à vous-même.
- Madame, le voi..., s'écria Brigitte qui croyait sa maîtresse seule.
A l'aspect de l'accusateur public, la vieille servante, de rouge et joyeuse qu'elle était, devint immobile et blême.
- Qui est-ce, Brigitte ? demanda le magistrat d'un air doux et intelligent.
- Un réquisitionnaire que le maire nous envoie à loger, répondit la servante en montrant le billet.
- C'est vrai, dit l'accusateur après avoir lu le papier. Il nous arrive un bataillon ce soir !
Et il sortit.
La comtesse avait trop besoin de croire en ce moment à la sincérité de son ancien procureur pour concevoir le moindre doute ; elle monta rapidement l'escalier, ayant à peine la force de se soutenir ; puis, elle ouvrit la porte de sa chambre, vit son fils, se précipita dans ses bras, mourante : - Oh ! mon enfant, mon enfant ! s'écria-t-elle en sanglotant et le couvrant de baisers empreints d'une sorte de frénésie.
- Madame, dit l'inconnu.
- Ah ! ce n'est pas lui ! cria-t-elle en reculant d'épouvante et restant debout devant le réquisitionnaire qu'elle contemplait d'un air hagard.
- O saint bon Dieu, quelle ressemblance ! dit Brigitte.
Il y eut un moment de silence, et l'étranger lui-même tressaillit à l'aspect de madame de Dey.
- Ah ! monsieur, dit-elle en s'appuyant sur le mari de Brigitte, et sentant alors dans toute son étendue une douleur dont la première atteinte avait failli la tuer ; monsieur, je ne saurais vous voir plus longtemps, souffrez que mes gens me remplacent et s'occupent de vous.
Elle descendit chez elle, à demi portée par Brigitte et son vieux serviteur.
- Comment, madame ! s'écria la femme de charge en asseyant sa maîtresse, cet homme va-t-il coucher dans le lit de monsieur Auguste, mettre les pantoufles de monsieur Auguste, manger le pâté que j'ai fait pour monsieur Auguste ! quand on devrait me guillotiner, je...
- Brigitte ! cria madame de Dey.
Brigitte resta muette.
- Tais-toi donc, bavarde, lui dit son mari à voix basse, veux-tu tuer madame ?
En ce moment, le réquisitionnaire fit du bruit dans sa chambre en se mettant à table.
- Je ne resterai pas ici, s'écria madame de Dey, j'irai dans la serre, d'où j'entendrai mieux ce qui se passera au dehors pendant la nuit.
Elle flottait encore entre la crainte d'avoir perdu son fils et l'espérance de le voir reparaître. La nuit fut horriblement silencieuse. Il y eut, pour la comtesse, un moment affreux, quand le bataillon des réquisitionnaires vint en ville et que chaque homme y chercha son logement. Ce fut des espérances trompées à chaque pas, à chaque bruit ; puis bientôt la nature reprit un calme effrayant. Vers le matin, la comtesse fut obligée de rentrer chez elle. Brigitte, qui surveillait les mouvements de sa maîtresse, ne la voyant pas sortir, entra dans la chambre et y trouva la comtesse morte.
- Elle aura probablement entendu ce réquisitionnaire qui achève de s'habiller et qui marche dans la chambre de monsieur Auguste en chantant leur damnée Marseillaise, comme s'il était dans une écurie ! s'écria Brigitte. Ça l'aura tuée !
La mort de la comtesse fut causée par un sentiment plus grave, et sans doute par quelque vision terrible. A l'heure précise où madame de Dey mourait à Carentan, son fils était fusillé dans le Morbihan. Nous pouvons joindre ce fait tragique à toutes les observations sur les sympathies qui méconnaissent les lois de l'espace ; documents que rassemblent avec une savante curiosité quelques hommes de solitude, et qui serviront un jour à asseoir les bases d'une science nouvelle à laquelle il a manqué jusqu'à ce jour un homme de génie.