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Vi segnaliamo:
Gran piacere ho preso dalla tua epistola: concedimi ch’io mi serva di questo modo di parlar comune, nè lo tirare a quel senso che lo tirano gli Stoici. Perchè con tutto che noi crediamo, che il piacer sia vizio, e sia anco così, non dimeno il solemo usare per dimostrare un allegro affetto dell’animo. ... Continua a leggere...
Esorta pur l’amico tuo, che animosamente sprezzi questi che lo riprendono, che datosi all’ombra, et all’ozio, sia mancato all’onore, et alla dignità sua, e che abbia preferito la quiete a tutto quello, che averebbe potuto acquistar di più. Or faccia toccar con mani ogni giorno a questi tali con quanto suo utile egli si sia governato. Quelli, ai quali si porta invidia, non resteranno però d’andare innanzi: gli altri o che saranno dissipati, o che caderanno. ... Continua a leggere...
Per dar principio al parlare dalle cose comuni, la primavera ha cominciato a mostrarsi; ma inclinando già verso l’estate, quando dovea far caldo, solamente ha cominciato ad intepidirsi. Nè però ancor gli si può credere, perchè spesso si converte in inverno: e se vuoi saper quanto sia instabile, basteti solamente questo, ch’io non mi fido ancora della sua freddezza, et ancor contrasto con la sua rigidezza. Questo, mi dirai, è non patir nè caldo, nè freddo. Così è, il mio Lucilio. Già a questa mia età basta pur troppo il freddo suo naturale, che appena si può riscaldare a mezza estate: di maniera che la maggior parte d’essa son forzato di passarla carco di vestimenti. Io ringrazio la vecchiezza che m’abbia piantato in questo letto: e perchè non la debbo ringraziare per questa cagione? ... Continua a leggere...
Che tu sii spesso travagliato dal catarro, e da febbricciuole, che vengono per ordinario in conseguenza d’esso catarro fatto famigliare, mi rincresce tanto più, quanto io so per esperienza quel che sia questo male, che nel principio disprezzai. Potea già quell’età della gioventù sopportar quest’ingiurie, et esser poco obbediente all’infermità; ma crescendo poi di tempo fui sottomesso, e mi ridussi a tale, che mi distillavo tutto: dimaniera che estenuato quanto poteva essere, molte volte mi venne voglia di troncar lo stame della mia vita; ma la vecchiezza del mio troppo amorevol padre mi ritenne. ... Continua a leggere...
Ti rincresce che Flacco Amico tuo sia morto; ma non vorrei però che tu te ne rammaricassi più del dovere. Io non ti dico già che non ti dogli di questa perdita, che appena avrei tanto ardire di richiedertene; e so ben che sarebbe il meglio. ... Continua a leggere...
Già cotesto amico tuo t’ha persuaso, ch’egli è un uomo da bene: ma avverti che un uomo da bene così presto non solo non si può fare, ma nè anco comprendere. Sai tu di qual uomo da bene ora io ti parli? Di quello, che vien compreso sotto questa seconda nota. Perocchè quell’altro forse, non altrimenti che una fenice, nasce ogni cinquecento anni una volta; nè ci dovrà maravigliare, che da così lungo intervallo si generino sì gran cose. Le mediocri e che volgarmente nascono, spesso son da Fortuna prodotte; ma le grandi sono con la rarità istessa commendate. ... Continua a leggere...
Lungamente ero stato assediato dall’indisposizione, quando di novo in un subito m’assalì. Di che sorte indisposizione, mi dirai. Ragionevolmente in vero me ne ricerchi, poichè non vi è male, ch’io non conosca per esperienza: non dimeno a uno particolarmente par ch’io sia dato in preda, e questo non so perchè me lo battezzi con nome Greco, perchè convenevolmente si può chiamar difficultà di respirare. Questo è un impeto assai breve, e simile a una procella, e dura intorno a un’ora; perciocchè chi è che lungamente stenti in mandar fuora il fiato? Io ho bonamente provato tutti gl’incomodi, e tutti gli pericoli che può aver un corpo umano; ma nessuno mi par che sia più fastidioso di questo. ... Continua a leggere...
Oggi in un subito sono comparse da noi le navi Alessandrine, le quali si sogliono mandar innanzi a far intendere la venuta del restante dell’armata, e però le dimandano corsiere. Queste sono volentier vedute da quei di Terra di Lavoro: e la gente di Pozzuolo tutta corre all’alto per vederle, e dalla sorte di vele conosce le Alessandrine, ancorchè fussero tra mille navi. ... Continua a leggere...
Dopo tanto tempo ho riveduto i tuoi luoghi Pompei; e nel rivedergli m’è tornato avanti gli occhi la mia giovanezza, e mi parea che mi fusse ancor lecito di fare tutto quel, che ivi nella gioventù facevo, e che pur jeri l’avessi fatto. Già noi avemo navigato questo mar della vita, Lucilio mio: e come a chi per mar va pare, al dir del nostro Virgilio,
Che fuggan via le terre e le cittadi; così nel corso di questo rapidissimo tempo avemo prima ascosa la puerizia, dipoi l’adolescenza, dipoi quel tempo ch’è in mezzo tra gli confini della gioventù, e della vecchiezza: et ora per l’ultimo ci si comincia a scoprire il comun fine della generazione umana. ... Continua a leggere...
L’Epistola tua m’è sommamente dilettata, e m’ha eccitato dal sonno, in ch’io ammarcivo, e ravvivato la memoria, che in me è già pigra e lenta. E perchè non devi tu credere, Lucilio mio, che un gran mezzo, et instrumento di pervenire alla vita beata sia il persuadersi che è un ben solo, e questo è quel che è onesto? ... Continua a leggere...
Io concorro nel tuo parere, che tu ti debbi ascondere nell’ozio; ma voglio che tu lo facci anco per modo, che l’ozio resti ascoso. Et ancorchè tu sappi di far questo non per precetto de’ Stoici, ma ad imitazion loro; tu devi anco farlo per precetto, perchè il ritirarti del tutto lo potrai far quando vorrai. ... Continua a leggere...
Matilde cercò cogli occhi la Santina, entrando nella bottega della sarta. Indi le si mise accanto, e disse piano: - Sai? Poldo piglia moglie -.
Santina avvampò in viso; poi si fece smorta, e chinò la testa sul lavoro. Non disse nulla; non ci credeva; ma il cuore le si gonfiava di certi presentimenti che adesso le tornavano dinanzi agli occhi. Solo le tremava il labbro nel frenare le lagrime.
Appena poté inventare un pretesto per uscire corse al Municipio, e lesse coi suoi occhi: «Leopoldo Bettoni con Ernestina Mirelli, agiata». Tornando in bottega, cogli occhi gonfi, si buscò una buona lavata di capo. ... Continua a leggere...
- Malerba? - Presente! - Qui ci manca un bottone, dov'è? - Io non so, caporale. - Consegnato! - Sempre così: il cappotto come un sacco, i guanti che gli davano noia, e non sapere più cosa farsi delle mani, la testa più dura di un sasso all'istruzione e in piazza d'armi. Selvatico poi! Di tutte le belle città dove si trovava di guarnigione, non andava a vedere né le strade, né i palazzi, né le fiere, nemmeno i baracconi o le giostre di legno. L'ora di sortita se la passava vagabondo per le vie fuori porta, colle braccia ciondoloni, o stava a guardare le donne che strappavano l'erba, accoccolate per terra in piazza Castello; oppure si piantava davanti il carrettino delle castagne, e senza spendere mai un soldo. I camerati si divertivano alle sue spalle. Gallorini gli faceva il ritratto sul muro col carbone, e il nome sotto. Egli lasciava fare. Ma quando gli rubavano per ischerzo i mozziconi che teneva nascosti nella canna del fucile, imbestialiva, e una volta andò in prigione per un pugno che accecò mezzo il Lucchese - si vedeva ancora il segno nero - e lui cocciuto come un mulo a ripetere: - Non è vero. - O allora, chi gli ha dato il pugno al Lucchese? - Non so -. Poi stava seduto sul tavolaccio, col mento fra le mani. - Quando torno al mio paese! - Non diceva altro. ... Continua a leggere...
Il Bobbia disse fra di sé: - Voglio vedere se è vero, o no! - E si mise in agguato sul canto di San Damiano. Crescioni stava là di faccia: c'era il lume alla finestra. Verso le nove, come gli avevano detto, eccoti la Carlotta che passava il ponte, colle sottane in mano, e infilava la porta di Crescioni. Vi andava proprio in gala, quella sfacciata! Allora - sangue di Diana!... In quattro salti la raggiunse in cima al pianerottolo, ché lei volava su per le scale; e Crescioni se li vide capitar dentro in mazzo, Carlotta e il suo uomo, acciuffati pei capelli. ... Continua a leggere...
La prima volta che agguantarono Tonino in questura, un sabato grasso, fu per via di quelle donne di San Vittorello, che l'Orbo l'aveva strascinato a far baldoria coi denari della settimana. Per fortuna non gli trovarono addosso la grossa chiave colla quale aveva mezzo accoppato il Magnocchi, merciaio.
Erano stati a mangiare e a bere all'osteria dei «Buoni Amici», lì in San Calimero, e l'Orbo aveva raccattato pure il Basletta e Marco il Nano - pagava Tonino. ... Continua a leggere...
Balestra era arrivato da poco al reggimento, insaccato nel cappotto; Femia stava bambinaia in via Cusani: così incontravansi spesso in piazza Castello, davanti alla banda, Femia leticando coi bambini della padrona, lui perso nella baraonda di Milano, e pensando al suo paese, colla mano sulla daga. Un bel giorno finirono col mettersi a sedere allato, sotto i castagni d'India in fiore, e scambiarono qualche parola intorno alla folla che vi era quella domenica, ai bambini della Femia i quali le davano di quelle paure col tramvai lì vicino. Carletto l'altro giorno s'era ammaccato il naso cadendo lungo disteso. - Ella baciava il fanciullo che non voleva saperne, e strillava. - Quando si è soli al mondo ci si attacca anche alle pietre. - Tale e quale come lui! Al reggimento non aveva né amici né parenti. ... Continua a leggere...
Battista, il ciabattino, era morto col crepacuore che Tonio, suo eguale, fosse arrivato a metter bottega in Cordusio, e lui no: la vedova seguitava ad arrabattarsi facendo la levatrice in Borgo degli Ortolani, magra come un'acciuga, con delle mani spolpate che sembrava se le fosse fatte apposta pel suo mestiere. Tutta pel figliuolo, Sandro, un ragazzo promettente, che «l'avrebbe fatta morire nelle lenzuola di tela fine, se Dio voleva, com'era nata», diceva la sora Antonietta a tutto il vicinato; e si turava il naso colle dita gialle quando saliva certe scale. Dell'altra figlia non parlava mai: che era portinaia in San Pietro all'Orto, e il marito le faceva provar la fame. ... Continua a leggere...
Come il bugigattolo dei portinai non vedeva mai il sole, e avevano una figliuola rachitica, la mettevano a sedere nel vano della finestra, e ve la lasciavano tutto il santo giorno, sicché i vicini la chiamavano «Il canarino del n. 15». ... Continua a leggere...
C'era andato a portare un paniere di bottiglie, di quelle col collo inargentato, nel palco della contessa, e s'era fermato col pretesto di aspettare che le vuotassero; tanto, in cinque com'erano nel palchetto, non potevano asciugarle tutte, e qualcosa sarebbe rimasta anche in fondo ai piatti. Sicché alle sue donne aveva detto: - Aspettatemi alla porta del teatro, in mezzo alla gente che sta a veder passare i signori -.... Continua a leggere...
Pazienza l'estate! Le notti sono corte; non è freddo; fin dopo il tocco c'è ancora della gente che si fa scarrozzare a prendere il fresco sui Bastioni, e se calan le tendine, c'è da buscarsi una buona mancia. Si fanno quattro chiacchiere coi compagni per iscacciare il sonno, e i cavalli dormono col muso sulle zampe. Quello è il vero carnevale! Ma quando arriva l'altro, l'è duro da rosicare per i poveri diavoli che stanno a cassetta ad aspettare una corsa di un franco, colle redini gelate in mano, bianchi di neve come la statua del barbone, che sta lì a guardare, in mezzo ai lampioni, coi suoi quattro figliuoletti d'attorno. ... Continua a leggere...
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09/02/2010 @ 0.00.44
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