Home Page - Classici Stranieri - La biblioteca libera

 
"
"
Google
 
\\ Home Page
Benvenuto/a su Classici Stranieri, la biblioteca libera

Link principali:
 
06/06/2009 - Whiskypedia - Software Linux 2005
06/06/2009 - Whiskypedia - Software Linux 2006
06/06/2009 - Whiskypedia - Philarmonia Baroque
06/06/2009 - Whiskypedia - Gutenberg Project - TXT - Vol. 1
04/06/2009 - Whiskypedia - Appunti di Informatica Libera
04/06/2009 - Whiskypedia - Guide Linux
04/06/2009 - Whiskypedia - HowTo Linux
04/06/2009 - Whiskypedia - GNUtemberg
04/06/2009 - Whiskypedia - The Open DVD 8.10
04/06/2009 - Whiskypedia - Wikipedia for Schools
02/06/2009 - Download - Musica Creativa
07/05/2009 - Audiobook - Vamba - Il giornalino di Gian Burrasca - Lettura di Valerio Di Stefano
20/03/2009 - Discussione - La dolce censura di Liber Liber
15/01/2009 - Link - Literatura espanola
05/01/2009 - Iniziative - Indice per formati
17/10/2008 - Risorse - Whiskypedia
21/09/2008 - MP3 - Musica classica
21/09/2008 - Risorse - Iscriviti alla nostra newsletter

Vi segnaliamo:
 

Messer Dioniso Corio, gentiluomo di questa cittá molto onorato e di antica famiglia, soleva molto volentieri, quando era in compagnia, con qualche novella gli ascoltanti rallegrare. Egli era bellissimo parlatore e sempre aveva qualche bella cosa a le mani. Onde, quando il signor cavalier Vesconte Alfonso fece le nozze de la signora Antonia Gonzaga sua moglie, io che era ancor degli invitati mi ricordo che narrò tra l'altre volte una novella qui a Milano avvenuta, la quale, per esser a proposito de la materia di cui ora si ragionava, mi piace di dirvi. Vi dico adunque che Francesco Sforza, che con l'armi s'acquistò il ducato di Milano, fu uomo ne le cose militari senza dubio da esser agguagliato a qualunque eccellente ed antico romano. Egli ancor che non fosse letterato, come quello che era stato sotto il vittorioso capitano Sforza Attendulo suo padre da teneri anni nodrito, nondimeno amò sempre gli uomini dotti in qualunque scienza si fosse, e diede loro gran salarii. Fra molti adunque che egli qui in Milano e altrove mantenne, v'era il Porcellio, poeta romano, il quale, ben che fosse nato e allevato a Napoli, nondimeno voleva esser detto romano. Egli era assai buon poeta secondo quei tempi che le buone lettere, ch'erano state tante centinaia d'anni sepolte, cominciavano a levar il capo e a ripolirsi. E chi bramasse veder qualche sua composizione, vada nel palazzo che fu del famoso conte Gasparo Vimercato e vedrá ne le sale e camere a diversi propositi sotto varie pitture, epigramme assai de le sue, che dimostrano la vivacitá del suo ingegno. In lui però l'eccellenza de le lettere ed il pregio de le muse di gran lunga avanzavano molti enormi vizii che aveva. Ma fra gli altri diffetti che in lui abbondavano, questo fra gli altri era uno dei solenni, che sempre la carne del capretto gli piaceva molto piú che altro cibo che se gli potesse dare, di maniera che questo era il sommo suo diletto d'andar in zoccoli per l'asciutto. Tuttavia, per diminuir l'openione che in corte generalmente di lui si teneva, piú che per voglia ch'egli n'avesse, e anco stimolato dal duca Francesco, che bramava pure ch'egli s'avvezzasse a mangiar altre carni che di capretto, prese per moglie una vedova di venti otto anni che 'l duca gli fe' dare, che aveva una buona ereditá. La moglie, ch'era donna molto costumata, s'accorse in breve che il marito mal volentieri andava in nave per il piovoso; pur, essendo buona femina e sperando che col tempo il marito devesse mutar vezzo, se ne passava a la meglio che poteva, pregando tutto il dí Iddio che degnasse illuminar la mente del marito e levarlo da cosí abominevol peccato. Ed ecco che il Porcellio infermò gravissimamente, di modo che i medici avevano poca speranza de la vita del povero vecchio, avendo perduto il sonno ed il mangiare. Egli era piú vicino ai settanta anni che altrimenti e si trovava molto debole. Veggendo questo, la moglie si sforzò con mille buone ragioni d'indurlo che si confessasse. Egli l'ascoltava, ma diceva poi che non voleva farlo. Onde ella conoscendo che indarno s'affaticava, mandò al duca Francesco umilmente pregandolo che per amor di Dio degnasse mandar una persona d'autoritá, che al Porcellio persuadesse, essendo cosí gravemente infermo come era, che volesse aver qualche cura de l'anima, a ciò che egli come un cane non morisse senza i santi sagramenti de la Chiesa. Il duca, udita la santissima supplicazione de la buona femina e pietosa moglie, mandò al convento de le Grazie dei Frati osservanti di san Domenico, che alora di nuovo era edificato, e si fece chiamar il padre fra Giacomo da Sesto, uomo vecchio e di santissima vita, e quello informò di quanto voleva che facesse. Il santo Uomo, udita la volontá del duca, se n'andò di lungo a la casa del Porcellio. Quivi arrivato e detto a la donna come per commessione del prencipe era venuto per visitare e confessar il Porcellio, fu da lei con grandissima riverenza ricevuto. La quale, poi che l'ebbe fatto sedere, cominciò a pienamente informarlo de la malvagitá de la vita del marito, pregandolo con le lagrime sugli occhi che si volesse affaticar per far che il marito s'emendasse. Il santo frate, stringendosi ne le spalle, si ritrovò assai di mala voglia, e disse che per non mancar del debito suo farebbe ogni cosa che a lui fosse possibile. Bramoso adunque di guadagnare un'anima che, secondo che la moglie diceva, era ne le mani del diavolo, entrò ne la camera del Porcellio e disse: - La pace d'Iddio sia a questa casa e a tutti quelli che vi stanno. - Cosí dicendo s'accostò al letto e dolcemente salutò il Porcellio, il quale fe' vista di veder assai volentieri il frate. Quivi entrati in varii ragionamenti, il santo frate gli fece intender come l'eccellentissimo signor duca lo mandava e la cagione perché. Dopoi gli disse molte buone parole essortandolo destramente a confessarsi, perché ogni ora che a lui fosse comoda egli era presto a udirlo. Il Porcellio, dopo che ebbe ringraziato de l'umanitá il duca e il frate de la fatica, disse che alora si confessarebbe. Usciti adunque tutti de la camera, cominciò il santo frate con sommissima diligenza a far l'ufficio suo. E, venendo ai peccati de la carne, modestamente il domandò se mai aveva peccato contra natura. A questa interrogazione il Porcellio, in sé raccolto, cominciò con ammirazione fisamente a riguardar il frate, e quasi come se mezzo scandalizzato fosse: - Messere, - disse, - voi mi domandate pur la strana cosa. Che parlate voi? Io non peccai contra natura a la vita mia giá mai. - Il santo sacerdote, vergognandosi d'avergli tal richiesta fatto, passò a l'altre cose, e usata ogni diligenza che seppe perché l'infermo perfettamente si confessasse, poi che vide che il Porcellio non aveva altro che dire, gli diede quella penitenza che gli parve e l'assolse, imaginandosi che la buona moglie fosse in grande errore. Assolto che l'ebbe e fattogli una santa essortazione, volendo partire, gli disse: - Messer Porcellio, io verrò domane a visitarvi, e se altro vi ricordarete io vi udirò e ordinerassi poi che venga il sacerdote vostro parrocchiano a darvi il santo sacramento de l'Eucarestia, a ciò che prendendo il salutifero viatico state in ordine per far quanto piacerá al nostro redentore messer Giesu Cristo, in mano del quale sta la vita e la morte nostra. - Fate voi, - rispose il Porcellio, - ché io tanto farò quanto mi comandarete. - Il buon padre col segno de la santa croce lo benedí e partissi di camera. Come la moglie il vide uscito di camera, cosí fattosegli incontro lo interrogò se il marito era deliberato di piú non peccare contra natura. A cui il santo frate umanamente rispose: - Madonna, voi devete pensare che quando noi udiamo la confessione di chi si sia, o sano od infermo, che noi facciamo tutto il debito nostro, e non appartiene a nessuno a voler intendere ciò che il confitente dica. A noi poi, che siamo dai nostri superiori deputati a udire le confessioni, non sta bene far motto in qualunque modo si voglia di cosa alcuna che detta ci sia, anzi, se noi rivelassimo la confessione, saremmo degni d'esser morti. Ma tanto vi vo' e posso ben ora dire, che voi sète in grandissimo errore de la openione sí strana che di vostro marito avete. Egli, sia lodato Iddio, non ha punto quel sozzo vizio che voi mi diceste, anzi n'è molto lontano. - La buona femina alora, che sapeva come il fatto stava, piangendo teneramente disse: - Padre mio caro, io non son punto errata né m'inganno, ma il misero di mio marito è quello che inganna se stesso, e si vergogna dire questo enorme peccato. Credetelo a me che io lo so, che egli vi è piú avviluppato dentro che non è il pulcino ne la stoppa. Tornate, padre, di grazia, a riparlargli e non guardate a lui, ché io v'assicuro che egli vi ha detto la bugia. - Bene, madonna, - disse il buon frate, - io ci ritornerò domatina per farlo communicare, e se cosí sará, farò quanto a me conviene. - E cosí, presa da la donna licenza, se ne ritornò a le Grazie. La seguente matina il frate andò a l'infermo e dopo le salutazioni gli disse: - Figliuol mio, io sono ritornato a ciò che questa matina tu riceva il nostro salvatore, come deve far ogni fedel cristiano. Ed a riceverlo, quanto la fragilitá umana comporta, bisogna preparare la mente nostra, che sia degno albergo di tanto oste. Perciò conviene essersi intieramente di tutti i peccati confessato e non celar cosa nessuna al sacerdote. Ieri tu mi dicesti che niente altro avevi a dirmi, ed io son avvertito da buona via che tu per vergogna hai tacciuto un peccato che è in te. Ma egli non si vuole far cosí. Ché se tu avessi messo Cristo in croce e che tu ne sia mal contento di core e te ne confessi, egli sta confitto lá su la croce con le braccia aperte, e sempre è presto, purché tu voglia, a perdonarti. Sí che, figliuol mio, dimmi liberamente ogni tuo peccato, e secondo che non hai avuto vergogna a commetterlo, non ti vergognar a dirlo. E forse che sei dinanzi al giudice del maleficio, che tu debbia dubitar de la vita? Non temere, e di' il tutto come sta. - Padre, - rispose il Porcellio, - io ieri intieramente mi confessai e a tutte le interrogazioni che mi faceste risposi la pura veritá. Tuttavia, se avete dubio alcuno, dite ed io tosto ve ne chiarirò. - Alora il frate pieno di zelo de la salute del peccatore gli disse: - Figliuolo, a me è stato affermato che tu sei molto colpevole, e dico pur assai, del peccato contra natura. Il perché, se cosí è, tu me lo devi dire ed aver dolore di cosí enorme vizio, e fermamente deliberarti mai piú di non commetterlo. Se tu te ne confessi, io te ne assolverò; altrimenti tu ne anderai in bocca di Lucifero tra quelle insopportabili pene d'inferno. - Il Porcellio, a queste parole mezzo corrucciato, quasi in còlera rispose: - Messere, voi mi parete un altro, perciò che cotesto che mi dite non è vero. E chi mi fa di peccato contra natura colpevole non sa ciò che si dica, e mente. Voi devete creder a me in questo caso e non ad altri. Nessuno sa meglio i casi miei di me. - Il santo padre sentendo questo, e sapendo che al confitente bisogna credere cosí quello che dice contra se stesso come in favore, in questo modo gli rispose: - Figliuolo, ho fatto il debito mio, secondo che la bontá divina m'ha spirato. Egli sará ben fatto che si mandi al parrocchiano che porti il sacramento de l'altare, al quale io venendo in qua ho parlato, ed egli aspetta. - Si mandò al parrocchiano, e la moglie, veggendo che il frate era dimorato buona pezza con l'infermo, pensò, sentendo anco che il parrocchiano veniva, che il marito si fosse d'ogni cosa confessato. In questo mezzo che il parrocchiano s'aspettava, il santo frate stette ragionando di buone cose col Porcellio, il quale a certo proposito gli disse: - Io non so chi sia né saper lo voglio chi m'abbia appo voi infamato del peccato contra natura, che in me non fu mai; Dio glielo perdoni. - E qui cominciò con giuramenti affermar al frate che gli era stata detta la bugia, ed al testimonio suo chiamava tutti i santi del cielo con le piú terribili parole del mondo. Il buon padre che propinquo a la morte il vedeva, non si averia potuto imaginare che egli altro che il vero dicesse giá mai. Il perché venuto il parrocchiano, il povero Porcellio prese il Sacramento de l'altare, e in apparenza mostrava una gran contrizione. Di che la moglie sua mostrava grandissima contentezza, pensando d'aver guadagnata l'anima del marito. Partendosi poi il frate, la donna l'accompagnò verso la porta, ringraziandolo sommamente del santo ufficio che aveva fatto col marito, e lo supplicava che pregasse Iddio che il Porcellio si mantenesse in questa openione e che piú non ritornassi al vomito. Il frate le fece una onesta riprensione e le disse: - Madonna, voi sète ostinata innanzi che no, e peccate avendo cattiva openione di vostro marito in quel che egli non è colpevole, ed infamandolo come fate di cosí vituperoso vizio. Egli non sta bene né si vuol far cosí. - La donna, udendo questo, fece fermar il frate che voleva uscir di casa e sí gli disse: - Padre, io non vorrei giá che voi vi partiste scandalizzato di me non facendo cosa che debbiate scandalizzarvi, ed anco non vorrei che mio marito morisse come una bestia. Ché se egli è vivuto, come ha fatto fin qui, peggio che non fanno gli animali irrazionali, io vorrei pure se possibil fosse che morisse come deve fare ciascun buon cristiano. Ciò che io di lui v'ho detto, non pensate giá che detto l'abbia per gelosia o per qualche lieve sospetto che di lui mi sia venuto, ché io non mi moverei cosí leggermente. Ma io con questi dui occhi il tutto ho visto. Né io, misera me, in questo son sola, ma in casa tutti ve ne renderanno testimonio. E forse che seco non ne ho fatto cento volte romor grandissimo, assicurandovi che egli a la presenza mia non l'averia saputo negare. Il perché, padre mio, non guardate al negare ch'egli faccia, ma per Dio ritornate in camera e vedete cavarlo di mano del diavolo. - Restò a questo il santo uomo smarrito, e ritornò al Porcellio e gli disse: - Oimè, figliuolo, io non so quello che di te mi dica. Tu mi neghi d'aver peccato contra natura, del quale sei piú carico che se tu avessi a dosso la fabrica del maggior tempio di Milano, e nondimeno sono io assicurato che tu sei piú vago mille volte dei fanciulli che non è la capra del sale. - Alora il Porcellio con alta voce piú che puoté e crollando il capo disse: - Oh, oh, padre reverendo, voi non mi sapeste interrogare. Il trastullarmi con i fanciulli a me è piú naturale che non è il mangiar e il ber a l'uomo, e voi mi domandavate se io peccava contra natura. Andate, andate, messere, ché voi non sapete che cosa sia un buon boccone. - Il santo frate, tutto a questa diabolica voce stordito, si strinse ne le spalle, e rimirato alquanto il Porcellio per miracolo, come averebbe fatto mirando un spaventoso mostro, sospirando disse: - Oimè, signor Iddio, io ho fatto porre Cristo in una ardente fornace; - e partissi, e incontrando la donna disse: - Madonna, io ho fatto quanto ho potuto. - In questo il Porcellio chiamò ad alta voce la moglie; ella subito corse in camera del marito. Il ribaldone e scelerato uomo le disse: - Moglie, fammi recare una secchia d'acqua e non tardare. - Dimandato ciò che ne volesse fare: - Io vo' - disse egli - ammorzare il fuoco intorno a Cristo, che quel bestione del frate mi dice che io ho posto in una fornace; - e narrò a la moglie il tutto, la quale ebbe di doglia a morire. Il Porcellio prese meglioramento e sanò del male, e a cosa si divolgò in corte e per Milano, di maniera che da tutti essendo mostrato a dito, fu astretto non uscir piú di casa, e creder si può che come era vivuto da bestia si morisse da bestione. E insomma si può dire che il lupo muta il pelo ma non cangia vizio.

 

Poi che il magnanimo Alfonso re di Ragona, per l'inestimabile liberalitá di Filippo Vesconte uscito di pregione, acquistò Napoli, Angravalle, cavalier napoletano che molti anni aveva sotto lui militato e ricco si trovava, d'una giovane molto bella, che Bindoccia si chiamava, fieramente s'innamorò. Ella era figliuola del signor Marino Minutolo. E perché era bellissima, molti baroni e gentiluomini la corteggiavano; ma ella mostrava non si curar di persona, e a le ambasciate rispondeva che ella serbava la sua verginitá a colui che dal padre le fosse per marito donato. Angravalle, poi che s'accorse che se per moglie non la prendeva, che forse altri l'averebbe presa, al padre di lei per consorte la fece domandare. Il padre, consegliatosi con alcuni parenti ed amici, si contentò di dargliela. Onde egli tutto pieno di allegria solennemente sposò Bindoccia, e le nozze si fecero molto onorevoli. Menatola poi a casa ed entrato in possessione dei tanto desiderati beni, avendola onoratissimamente messa in ordine di vestimenti, di gemme, d'anella, di collane e d'altri simili gioielli, la notte anco la trattava tanto bene, che poche erano meglio di lei maritate. Circa dui anni adunque perseverò Angravalle a mostrarsi con lei sempre piú fresco e valente cavaliero; ma egli non pensava che tolto aveva a pascer un animale che di cotal cibo non si sazia giá mai, anzi quanto piú se ne ciba e ne mangia, tanto piú ne appetisce e brama, a cui il voler poi le spese sminuire è sovente di molti scandali cagione. Passati adunque i dui anni, o che ella gli venisse a noia, o che egli fosse de la persona mal disposto, o che si trovasse cosí tratto il bambagio del farsetto che, pien di freddo, d'ova fresche e di malvagía avesse piú bisogno che di dar beccar a l'oca, cominciò, che che se ne fosse cagione, a porre al suo corrente cavallo un duro freno e ad allentargli in modo il corso, che con grandissimo dispiacer di Bindoccia a pena correva due o tre, a la piú, poste il mese. Oltre a questo, sapendo ch'era stata da molti seguita, cosí ne divenne geloso, come se veduto avesse qualche cattivo atto in lei. Egli primeramente perché la vedeva bellissima, pensava che ciascuno ne fosse innamorato e ch'ella altresí con tutti a l'amor facesse, e conoscendosi non le far il debito nel letto, come era solito, dubitò che ella altrove non si provedesse d'ortolani che il di lei giardino coltivassero. Per questo le tolse tutte quelle donne che in casa teneva e le mandò via; diede medesimamente congedo a tutti i servidori di casa, un solo di cui si fidava tenendone, che era un mascalzone ruvido e villano, il quale la mula governava e faceva la cucina. Prese poi una mutola e sorda per fantesca, ma tanto inetta ch'era da niente, assicurandosi che ella non riceverebbe né riportarebbe ambasciate. Ogni cosa anco che Bindoccia faceva, egli diligentissimamente osservava, e per levar l'occasione che nessuno per casa gli andasse trescando, lasciò tutte le pratiche dei gentiluomini con i quali prima soleva praticare. Aveva solamente un suo fedelissimo compagno, giovine di ventidui anni, che Niceno era nomato, col quale il piú del tempo si dimorava. E perché era primo cugino d'una cugina di sua moglie, e lungamente in molte cose l'aveva esperimentato, altro sospetto di lui non prendeva, ancor che la notte e il giorno in casa gli venisse. Bindoccia, che nel principio pensava il marito sentirsi mal disposto per la dieta che faceva, punto non si meravigliava; ma veggendosi poi levate le donne, e i famigli mandati via, e la dieta tanto crescer che in dui mesi una volta non si cibava, si ritrovò meravigliosamente di mala voglia, e non sapeva che farsi né dirsi. Dubitò forte che il marito d'altra femina fosse innamorato, e che quello che a lei conveniva altrui si desse. Pure non puoté mai venir in cognizione di cosa alcuna circa questo fatto. A la fine veggendo le cose sue andar di mal in peggio e al marito vie piú che mai crescer la gelosia, deliberò, avvenisse quello che si volesse, di quell'arme ch'ella era ferita ferir Angravalle, sperando con questo o rivocarlo al primo ufficio, od in modo d'amante provedersi, ch'ella venisse al conto de le sue prime ragioni. Cominciò adunque a malgrado del marito, che per rispetto del padre e dei fratelli di lei non ardiva darle de le busse, presentarsi a le finestre e a tutti che la guardavano mostrar buon viso. Di che il misero geloso si disperava. Considerando poi che il volersi procacciar d'amante potrebbe esser d'alcuno scandalo cagione e metter se stessa in pericolo de la vita e de l'onore, pose gli occhi a dosso a Niceno, il quale di continuo in casa praticava, e parendole bello e avveduto molto, e di bei modi e gentilissimi costumi adornato, di lui non mezzanamente cominciò ad accendersi. Tuttavia, sapendo che egli al marito era troppo caro, non ardiva il suo focoso desiderio scoprirgli. Ben si sforzava con gli occhi e con allegro viso dimostrarli ciò che la lingua palesar non ardiva, e quanto piú chiusamente ella ardeva, tanto piú le sue fiamme d'ora in ora maggiori ne divenivano e miseramente quella struggevano. Il perché avendo molti e varii pensieri fatti, a la fine deliberò con la sua ed altresí di lui cugina, che Isabella Caracciuola era nomata, il caso suo conferire e il conseglio e aita di quella impetrare. Onde con saputa e volontá d'Angravalle, un giorno a casa di lei se n'andò, e dopo molti ragionamenti, non v'essendo chi i loro ragionamenti impedisse, in questa maniera madonna Bindoccia a dir cominciò: - L'esser noi state, signora mia cugina, fin che fanciullette eravamo, insieme nodrite, e il conoscer quanto sempre amata m'hai, mi dá animo che io possa liberamente i gravi e noiosi miei affanni senza tema alcuna discoprirti. Il perché lasciando tutte l'altre cose da parte, ti dico che io mi truovo in tanto mal essere e cosí disperata, che io non so come io sia viva. E odi per Dio s'ho cagione che a disperarmi sia bastante. Come sai, fui data per moglie ad Angravalle, ed io lo tolsi volentieri, ancor che io fossi fanciulla ed egli passasse quaranta anni, non pensando piú innanzi e non avendo persona di cui mi calesse. Egli, poi che in casa sua condotta m'ebbe, mi tenne sí caramente e sí bene mi trattò, io dico ogni notte, che la matina ne potevano ben andar a messa di piú belle e meglio ornate di me, ma piú consolate non giá; e cosí m'ha tenuta dui anni. Dopoi, senza che io gliene dessi cagione, ha di tal guisa cangiato stile, che mi fa far digiuni e vigilie, che in calendario alcuno non sono registrate, per ciò io ti giuro esser tre mesi passati che mai non m'ha tocco. Da l'altra parte, oltre che contra ogni devere e senza ragione è divenuto geloso, adesso non geloso, ma farnetico e scimonnito mi pare. Io credo che tu sappia come stiamo in casa, e di che qualitá siamo serviti, che se fosse in Napoli scarsitá estrema di servidori e non se ne trovassero per prezzo, non poteremo star peggio. Noi non abbiamo né famiglio né donna, salvo questa mutola che qui vedi, che farebbe col suo viso piatto e rincagnato e con quegli occhioni di bue spiritar chi di notte la vedesse con un poco di lume a l'improvviso, e un gocciolone per famiglio ch'è il maggior tristo del mondo, ma fidatissimo d'Angravalle. In casa nostra, che era albergo d'ogni uomo da bene, non pratica persona se non Niceno, che è l'anima del mio marito. Ma poco mi curarei che persona non ci venisse, quando egli nel resto mi trattasse come le mogli trattar si deveno. E che diavol vuol egli che io mi faccia di tanti vestimenti quanti ho, e de le gioie e anella che da principio mi comperò? Io non posso andar a le chiese come l'altre gentildonne vanno, perché se è alcuna festa de le grandi, egli vuole che a buon'ora io me ne vada a udir la prima messa a la nostra parrocchia, con questa mutola e con la guardia di quel ribaldo del fante, e subito come è finita, ch'io me ne torni a casa. Il perché io mi son deliberata di cangiar anch'io il mio consueto vivere, e se egli quello di casa risparmia, di quello di fuori provedermi. Sallo Iddio, che mal volentieri a questo mi metto; ma il bisogno mi stringe, e la necessitá non ha legge. Io non passo ancora venti tre anni, e sono pur tenuta bella, e a me pare di poter comparir fra l'altre, se il mio buon specchio non m'inganna. Se io ora non mi prendo qualche piacere, quando il prenderò poi? Aspetterò che queste mie bellezze dal tempo o da qualche infermitá siano guaste, e che i miei biondi capelli diventino d'ariento, e le carni morbide ed alabastrine s'increspino, e poi non ritrovi alcuno che mi voglia? Grandissima dapocaggine sarebbe la mia, se io non facessi quello che molte fanno. E quante ce ne sono che, dai loro mariti ben trattate, hanno nondimeno qualche segreto amatore? Non piaccia adunque a Dio che io senza goder la mia giovanezza divenga vecchia. Io sono di carne e d'ossa come tutte l'altre. Se Angravalle voleva in questi digiuni tenermi, non deveva al principio avezzarmi a cosí frequenti cibi, e di sé farmi tanta copia se non vi si voleva mantenere. Non sa che cosa sia il male chi non ha provato il bene. Sí che, mettami pur questo stitico quelle guardie che vuole ed usi quante arti egli sa, che io deliberata sono di trattarlo come merita e quello dargli che va cercando. E perché sommamente di Niceno si fida, io vorrei che egli quello fosse che ai miei bisogni soccorresse, e supplisse a quello in che il suo amico manca. Io, tra molti i quali ho veduto e considerato, ho fatta di lui elezione, parendomi vertuoso, e giovine molto costumato, e che non anderá divolgando i casi nostri, ma del mio onore quella cura averá che si conviene. Che in effetto io non vorrei giá venir a le mani di qualche sgherro che mi straziasse e mi facesse donna di volgo divenire, di modo che tutto il dí fossi mostrata a dito. Ora di Niceno a me pare ch'io ogni bene aspettar possa. V'è solamente una difficultá, che per vederlo cosí domestico di mio marito, io non ardirei il mio desire manifestargli giá mai. Ché se per disaventura egli in questo mi si mostrasse ritroso, io di vergogna abbisserei. Ma questa difficultá ho stimato che tu di leggero, volendo, potrai facilitare, e quando viene a vederti, che spesso so che ci viene, tu potrai con quel modo che il meglior ti parrá questo mio appetito discoprirgli, ed affermargli che io ardentissimamente l'amo; ché certamente io sono pur assai del suo amor accesa. Come io sappia che egli si disponga ad amar me secondo che io amo lui, farò che tutto il resto con nostra grandissima contentezza succederá di ben in meglio, e gli farò conoscere ciò che io saperò fare per uccellare Angravalle e i suoi custodi. Di questo adunque, signora cugina mia carissima, io caramente te ne prego, supplicandoti con ogni mia forza che il prego vaglia mille. - Sentendo simil parole, Isabella, che la piú innamorata donna era che in Napoli fosse, e per prova sapeva quanto piú saporiti siano i dolci basci d'un caro e fedel amante che quelli d'un marito, e troppo volentieri in simil casi s'interponeva portando per l'amico o amica i pollastri, cosí le rispose: - Duolmi, signora cugina da me molto amata, non mezzanamente, quello aver da te inteso che ora narrato m'hai, avendoti in questo quella maggior compassione che per me si possa. Ma per non moltiplicar in parole che nulla di profitto t'arrechino, ti dico che io sommamente ti lodo, e commendo il tuo avvedimento, e ti conseglio a seguir quanto hai determinato di fare, facendo ciò che, per avviso mio, il piú di noi usa e segue. Ché, a dirti il vero, mal anderebbe il fatto nostro, se noi ai freddi e rari abbracciamenti e carezze de' mariti ci contentassimo. E perciò con Niceno, il qual dici che cosí ti piace e tanto ami, lascia la cura a me. Egli ne viene spesso a casa mia, e meco di cose amorose sempre ragiona, anzi pure piú e piú fiate m'ha ricercata ch'io volessi ritrovargli una innamorata. Come egli venga a me, che molto non può tardare, io entrerò in parlamento di belle donne e d'amore, e ricordandoli ciò che m'ha richiesto, dirò che io gli ho trovato cosí bella giovane gentildonna per amante, come abbia Napoli. So che subito egli vorrá saper il nome. Io anderò a poco a poco scoprendogli il tutto, e intenderò l'animo suo, il quale mi persuado che sará simile a quello che noi vogliamo. Conchiusa che io seco averò la bisogna, farò che lo saperai. - Parve a Bindoccia esser del caso suo, se non in tutto, almeno in gran parte secura, e tutta di buona voglia a casa se ne ritornò. Ora per buona ventura quel dí medesimo su la sera andò Niceno a trovar sua cugina Isabella, la quale entrando in ragionamenti d'amor con lui, sí bene e tanto acconciamente a quello l'amor di Bindoccia espose, e con sí fatte ragioni glielo persuase, che egli ai piaceri di quella si dispose, quantunque su 'l principio molto renitente si mostrasse, parendogli pur di far male, attesa la fratellevol benevoglienza che con Angravalle aveva. Ma pensando a la vaga e singolar bellezza de la donna che lo faceva pregare, conoscendola per una de le belle e gentili giovanette di Napoli, di cui i primi baroni del regno si sarebbero tenuti contenti, si deliberò questa sua amorosa ventura con ogni sollecitudine di seguire. Il che avendo madonna Bindoccia per via d'Isabella inteso, ed altresí veduti gli amorosi sguardi di Niceno, determinò non perder tempo, ma ai suoi ferventi amori dar alto principio, e, come si costuma talvolta dire, farla e rifarla sugli occhi al marito. Né dopo molto, essendo venuto Niceno in casa, donde Angravalle poco innanzi era uscito, e Bindoccia entrata seco in diversi ragionamenti, il famiglio che per guardia di lei era in casa rimaso, conoscendo la domestichezza che tra il padrone e Niceno era, non si curò di spiar quello di che eglino ragionassero. Onde ebbero i nuovi innamorati assai spazio d'ordire contra Angravalle quella tela che di poi volevano tessere. E andando talvolta il famiglio di sala in cucina ed altrove per bisogno di casa, per arra del lor amore piú fiate gli amanti amorosamente si baciarono; ma di passar piú oltre non vi fu agio, perché il famiglio andava e veniva. Ora, avendo madonna Bindoccia da Niceno avuta quella fede e certezza de l'amor di lui che volle, poi che egli fu partito, essendo la sera a cena con suo marito, poco o nulla ella si cibò, mostrandosi tutta svogliata di mangiare, e cotali suoi vezzi ed atti usando, come se lo stomaco distemperato e molto mal disposto avesse, faceva sembiante sentirsi un gravissimo dolore. Il marito le dimandò ciò ch'ella si sentisse, al quale con una voce tutta indebolita malinconicamente la donna rispose che pativa una fiera passione di stomaco ed uno stordimento sí grande, che le pareva che la casa tuttavia si raggirasse. Il marito l'essortò che a letto se n'andasse e attendesse a riposare. Ella che altro non voleva, andò a corcarsi, e con cenni mostrò a la mutola che le scaldasse dei panni. E come se avuto avesse un gran male, sospirava piangeva e sbuffava, tuttavia per il letto dimenandosi. Come poi Angravalle fu al letto venuto, ella altro non fece che rammaricarsi, e raggirarsi senza ricever mai riposo. Circa poi il mezzo de la notte con gran fretta si levò, e fingendo d'aver flusso di corpo, se n'uscí di camera e in un'altra quivi vicina andò, ove era il luogo da levar il peso del corpo. Angravalle che alora s'era destato, e la moglie aveva sentito levare, tutto di gelosia pieno, dubitando che ella alcun suo amante seco avesse, celatamente le tenne dietro, ma non perciò sí destro che ella, che l'occhio aveva al pennello, non se ne accorgesse. Ora parendo a lei che il fatto succedesse secondo il suo avviso, tuttavia gemendo si lamentava, e con la bocca faceva un certo rimbombare, rappresentante il suono che fa uno quando pieno di ventositá scarica le superfluitá del ventre. E cosí se ne stette buona pezza, in modo che Angravalle credette fermamente che nel vero avesse flusso di corpo e acerbi dolori patisse. Si levò ella e ritornò al letto, ma poco di poi tre o quattro volte anco si rilevò, e al destro se n'andò, e medesimamente Angravalle la seguitò; ma nulla sentendo che sospetto generar potesse, e parendogli ogni volta che la seguitava che ella il corpo purgasse, non si curò altrimenti, ben che ella diece volte forse si levasse, d'andarle piú dietro. Come madonna Bindoccia s'avvide che egli piú non le teneva dietro né spiava ciò che ella si facesse, le parve che il suo avviso troppo bene le succedesse, e diceva tra sé: - Guardami pure, marito, se sai, ché questa notte che viene io veglio che tu senza partirti da Napoli navighi in Inghilterra a Cornovaglia, e la tua nave passi per Corneto. - Venuto il giorno e stando ella nel letto, si fece chiamar il famiglio, e gli ordinò un manicaretto appropriato e conveniente al flusso del corpo. Voleva Angravalle o almeno diceva di farle venire il medico; ma ella non volle, dicendo non voler che il corpo se le stringesse, perché ella si purgava e sapeva che per questo riceverebbe gran profitto e beneficio di sanitá. Cosí tutto il dí se ne stette nel letto, ed alcuna volta levandosi faceva vista come l'altre volte d'andar al necessario e votare il ventre. Ora Niceno, secondo l'ordine che avuto da la donna aveva, come furono tre ore di notte, a la casa del marito de la sua donna si trasferí, e in quella per via d'un giardino entrò. La casa era molto grande, con bellissimo cortile e verroni ed altane, come in Napoli s'usa. Era anco copiosa di sale e di camere di sotto e di sopra, e in quella altri non albergavano che Angravalle, Bindoccia, la mutola ed il famiglio, il quale, perché dei cavalli aveva cura, dormiva ne le stalle che erano assai discoste da la casa. Il perché Niceno, che tutti i luoghi de la casa ottimamente sapeva, senza punto esser veduto o sentito, dove volle a suo bell'agio n'andò. La donna, quando tempo le parve, levò suso, ed a la camera del destro, lamentandosi di mal di ventre, ne venne. Quivi, secondo l'ordine da lei avuto, se ne stava Niceno ascoso, con allegro core attendendo la venuta de la bella donna, a la quale come giunta la sentí, cosí a l'incontro tutto gioioso se le fece, e quella affettuosamente in braccio ricevuta, disse: - Ben venga l'anima mia. - Madonna Bindoccia senza altramente rispondergli, abbracciò e basciò lui molto amorosamente e gli fece accoglienze grandissime. Ma perché avevano di tempo alquanto carestia, egli recatosela in braccio la portò suso un lettuccio che in camera era, e con estrema gioia ed inestimabil diletto di tutte due le parti corsero tre fiate senza partirsi la posta. Fatto questo, ritornò Bindoccia in camera e posesi nel letto, non troppo perciò accostandosi al marito, per tema ch'aveva di non dar ne le novelle corna che in capo di quello cominciavano a nascere. Né guari stette che, sotto il pretesto d'aver flusso, frettolosamente al suo amante, che lieto l'aspettava, fece ritorno. Quivi, per non perder tempo in parole, entrarono a far un'altra volta la moresca trivigiana. E mentre che scherzavano, la donna imitando il romore che fa l'uomo pieno di vento, quando va del corpo, fece con la bocca sí gran romore, che Angravalle, sentendo il ribombo, essendo le camere vicine, disse: - Mogliema, questo è tutto freddo che tu hai preso. - Ella, che giá aveva messo il rossignuolo ne la gabbia, beffando Angravalle in questo modo gli rispose: - Tu dici ben il vero, marito mio caro, ma la colpa è tua e il danno è mio, perché non mi sai coprir e tener calda. - Niceno scoppiava de le risa, e mille volte la donna basciava, e basciandola fecero due volte entrar il diavolo ne l'inferno dolcissimamente, prima che madonna Bindoccia partisse. Insomma, ella essendo al marito ritornata, quattro altre volte a l'amante rivenne, dal quale sempre fu ottimamente ricevuta, né mai senza far un tratto la moresca si partí. E parendo lor per quella notte aver fatto assai, avendo mandato Angravalle nove volte a Cornazzano, Niceno per la via che venuto era a casa sua ed ella al marito se ne ritornarono. Angravalle, che sí spesso levar l'aveva sentita, ultimamente le disse: - Moglie, se tu non provedi al caso tuo, questo sí bestial flusso ti potrebbe dar il malanno. Io vo' domatina far venir il nostro medico, ed egli ti fará qualche provigione dando compenso al tuo male. - La donna, che otto buoni siroppi di mele e di zucchero ed una medicina di manna si aveva quella notte con grandissima dolcezza ed incredibil piacer trangugiato, essendosi bene de l'umore malinconico purgata, né altro medico che il suo Niceno voleva, gli rispose che credeva di poter far senza medicine, perché meglio si sentiva e non aveva piú doglia di testa, e cosí il rimanente de la notte che restava attese a dormir molto bene, e quasi che dormí fino a l'ora del desinare, ristorando la stracchezza de le nove miglia che caminate aveva. Levatasi poi suso e da Angravalle domandata come si sentisse, a quello rispose che la Dio mercé si portava benissimo, perché conosceva che quel flusso l'era stato in vece d'una salutifera e perfetta medicina. Messer lo montone, come quello che non pensava a la malizie che continuamente le femine sanno trovare, troppo se lo credette. Stando adunque la cosa da Bindoccia tramata in questa maniera che udita da me avete, e cercando tuttavia madonna Bindoccia nuovi inganni e securi modi, col cui mezzo ella potesse con Niceno ritrovarsi, avvenne in questo mezzo che vicino a Somma, ove Angravalle una possessione aveva, una sua casa ed un fenile arse e fece grandissimo danno. Il perché egli fu astretto andar fuori per provedere a' suoi bisogni, e dar ordine a ciò che si devesse fare. Per questo lasciò il famiglio a casa con espresso comandamento che de la moglie sovra il tutto avesse la cura e che attendesse bene a chiunque in casa gli venisse, che sapeva esser necessaria cosa, avendogliene tante volte parlato. - Tu attenderai diligentissimamente, - gli diceva egli, - e notte e dí a ciò che ella fará, e spierai ogni sua azione, a ciò che quando sarò ritornato io possa da te intendere come vanno i fatti miei. - Con questo partí Angravalle e cavalcò verso Somma. Bindoccia rimasa libera, tutte quelle notti che Angravalle fuor di casa stette si fece venir Niceno e seco sempre si giacque, gustando ella molto meglio quelli abbracciamenti senza sospetto di Angravalle, che quando egli v'era. E cosí dandosi ogni notte il meglior tempo del mondo, mentre che il marito suo stette fuori in villa, ella attese a ristorar una parte del tempo perduto. Ora, l'ultima notte che Niceno venne a giacersi con lei, che era la notte di santo Ermo, sapendo che il dí Angravalle deveva da Somma tornare, non sapevano l'un l'altro lasciarsi, di maniera che l'aurora nel letto gli colse. Il che veggendo Niceno, disse: - Oimè, anima mia, che il giorno ne ha colti nel letto, e dubito di non esser veduto uscir fuor di qui; - e in fretta vestitosi uscí di camera, e volendo fuor del giardino partire s'avvide che il ribaldo del famiglio l'aveva veduto, e di leggero poteva averlo scorto e conosciuto per Niceno. Del che pur assai si dolse; ma non potendo esser che il famiglio veduto non l'avesse, quel giorno, dopo desinare, andò a trovar Bindoccia, fingendo di voler intender quando Angravalle tornarebbe. E cosí le disse come il fatto stava, e subito partissi. Da l'altra parte, presso a la sera essendo Angravalle ritornato, Niceno che la venuta di quello osservava, venne in casa a ritrovarlo, e, con quella medesima dimestichezza con che era uso, gran pezza seco stette di varie cose ragionando. Partito Niceno, Angravalle si ridusse col famiglio a la stalla, e da lui udí quello che mai d'udire non aspettava. Il perché qual fosse il dispiacere che ne prese, so che io non bastarei a narrarlo, e voi pensar lo devete. Egli, come quello che era de la moglie oltre ogni credenza e fuor di misura geloso, di lei ogni male credeva. Ma di Niceno, durava gran fatica a creder sí fatta cosa di lui, e voleva piú tosto credere che il famiglio l'avesse preso in scambio d'un altro. Per questo piú e piú volte lo interrogò, dicendogli che avvertisse bene che non si fosse ingannato. Il famiglio stava saldo, dicendo che benissimo l'aveva conosciuto, e che di certo colui che egli visto aveva era Niceno. Vivendo adunque Angravalle in dubio di questo fatto, ma non giá in dubio che la moglie non si fosse d'un altro provista, deliberò di star a veder se si poteva di niente certificare. La donna stava anch'ella con gli occhi aperti, per veder ed intendere se di lei cosa alcuna si trattava, e ogni volta che Angravalle parlava col fante, ella apriva le orecchie e a le parole e cenni loro poneva mente. Se Niceno veniva in casa, ché secondo il solito vi praticava, ella né piú né meno faceva, ed egli anco si diportava come per innanzi solevano. Di che Angravalle, che a tutti dui aveva gli occhi a dosso, forte si meravigliava, e stava perseverando che altri che Niceno fosse stato colui che il fante diceva d'aver veduto, e non sapendo piú sopportar questo fastidio, si deliberò di nuovo essaminar diligentemente il servidore, e poi far quella provigione che piú gli fosse parsa a proposito. Onde un dí egli disse al servidore che andasse ad aspettarlo in una camera che era in alto, ove erano i fornimenti dei cavalli che altre fiate soleva tenere. La donna a caso sentí il tutto, non se ne essendo Angravalle accorto; e per spiare ciò che far volessero, ella, mostrando far altro, attendeva che Angravalle lá su se ne salisse. Egli montò le scale e a la camera si condusse. Il che ella veduto, cautamente per un'altra via ascese suso una loggia che sovra il giardino porgeva la vista, la quale era vicina a la camera ov'era Angravalle. Ascesa lá su, fece vista di porre al sole i suoi pannilini, e sí cautamente faceva, che Angravalle ed il fante non la sentirono giá mai. Ella se ne stava con l'orecchie tese, per intender tutto quel che dicevano. Angravalle primieramente ricercò certi staffili per fargli mettere a la sella de la sua mula, i quali avendo trovati, si pose a sedere suso uno scanno che in camera era, e credendo d'aver lasciata la moglie a basso in camera, entrò in ragionamento di lei con il servidore, e gravemente sospirando, de la fortuna si lamentava. Volle poi che il fante di nuovo gli narrasse come Niceno veduto avesse, che panni in dosso aveva, se era armato, se solo, a che ora partí, e in che modo se n'andava via, se si voltava a dietro e che atti faceva. Ora avendogli a punto per punto colui risposto e assicuratolo che chiaramente Niceno aveva conosciuto, ultimamente in questo modo Angravalle disse: - Io voglio finger il tal giorno d'andar fuor di Napoli, e mi nasconderò in casa d'un amico mio, a ciò che possiamo coglier chi sará quello che con mia moglie viene a giacersi. Di questa rea femina credo io tutto quello che narrato m'hai che tu la notte di santo Ermo vedesti. Ma di Niceno che cosí costantemente mi affermi esser l'adultero che a lei venisse, non so io che me ne dica, e certamente egli m'è troppo difficil credere che sí fatto amico mio mi debba far cosí vergognosa ingiuria e tanto disonore in casa. Gran tempo è che io come con un mio fratello seco vivuto mi sono, e d'ogni mio segreto hollo sempre fatto consapevole, piú fede in lui avendo che in persona che al mondo conosca. Nondimeno, poi che tu perseveri affermando che lo conoscesti, io me ne vo' chiarire. Chiarito che io sia, farò al signor mio suocero e a' miei cognati veder tanta villania quanta fatta mi viene, deliberando al tutto levarmi questa vergogna dagli occhi. - Tutte queste parole puntalmente, senza perderne una, sentí Bindoccia; la quale, levando le mani al cielo poi che sentí che in altri ragionamenti travarcarono, lodò Iddio che l'avesse fatti saper i consegli del marito, e chetamente senza esser stata sentita discese a basso, e a la sua camera si ritirò. Non dopo molto scese anco giú Angravalle col fante, i quali veggendo ella ancora di segreto ragionare, disse fra sé: - Usate pure quante arti e quanta industria sapete, e mettetevi come spioni a le poste, ch'io voglio far l'amante mio venir a giacersi meco; e voi il vederete, e nondimeno io mi porterò di tal maniera che poi non lo crederete, anzi terrete per fermo esservi ingannati. Per l'anima di mia madre che io farò tutto questo, e so che caverò la gelosia del capo a questo montone di mio marito, e a quel poltrone del fante farò sí fatto scherzo e sí rilevato scorno, che egli fin che viverá si ricorderá mai sempre di santo Ermo e de la sua solennitá. - Né guari dopo venne il dí che Angravalle deveva andar in villa, o egli, per dir meglio, voleva far sembiante d'andarvi. Finse adunque di partirsi, e detto a la donna che quattro o cinque giorni starebbe fuori per certe bisogne che occorrevano, a casa d'un suo conoscente se n'andò; e quivi lasciata la mula, a le due ore a casa sua se ne venne e verso la stalla si condusse, ove il fante, secondo l'ordine dato, l'attendeva, il quale di dentro la stalla lo introdusse, e da la stalla passato nel giardino, e da quel a un altro luogo, quivi tutti dui s'appiattarono, perché da quel luogo si poteva benissimo veder se persona a la camera de la moglie si avvicinava per entrarvi dentro. Non era ancora Angravalle geloso col suo famiglio stato un'ora a la vedetta, quando Niceno per comandamento de la bella e scaltrita Bindoccia sovravvenne mezzo travestito di tal maniera, che di leggero poteva da ciascuno che di lui pratica avesse esser ben conosciuto. Angravalle di certo il conobbe, e non dubitò punto che quello Niceno fosse. L'amante se n'andò tutto dritto ove Bindoccia lo attendeva, che gioiosamente lo raccolse. Angravalle veduto questo impose al famiglio che di quel luogo non partisse fin che egli non ritornasse, ma ben mettesse mente se Niceno si partiva. Poi, pieno di fellon e mal animo verso de' dui amanti, con deliberazione di far loro un brutto scherzo, prese le sue armi, a la casa del suocero ne volò con frettoloso passo. Come quivi fu giunto, egli cominciò quanto piú forte poteva a batter la porta, e tanto quella percosse che si fece sentire. Erano giá passate le quattro ore de la notte, il perché il padre e li fratelli de la moglie d'Angravalle grandemente si meravigliarono che egli a quell'ora andasse a torno. Fecero adunque le porte aprire avendo allumati dui torchi, ed essendo i figliuoli in camera del padre giá venuti, attendevano che egli su salisse, il quale giunto in camera tanto era affannato, sí per la còlera che lo rodeva come anco che in fretta aveva caminato, che a pena poteva favellare. Sendo egli poi domandato de la cagione del suo venir a loro cosí fuor di tempo e tanto travagliato, e che strano caso era occorso, egli in questo modo rispose loro: - Signor suocero e voi signori miei cognati, se la figliuola e sorella vostra che a voi giá piacque per moglie darmi, non avesse da sua madre e dal sangue vostro tralignato, ma fosse sí onestamente vivuta, come a voi, a me e al grado suo era in ogni modo condecente, io a quest'ora a me straordinaria, come augello notturno non andarei a torno, e voi nei vostri letti, come si conviene, riposareste; ma perché ella, come rea femina e donna di mala sorte, non avendo riguardo a l'onor suo, che quanto la vita propria esser le deveva caro, e non curando del nostro, che altrettanto voleva il debito che netto e mondo da ogni macchia serbasse, voi di abominevol vituperio e me di sempiterna vergogna ha imbrattati, io astretto sono a cosí fatte ore venir a darvi fastidio e noia, a ciò che se vi piace meco vegnate e con gli occhi vostri possiate chiaramente vedere con chi vostra figliuola e sorella dentro il mio letto si prenda carnalmente piacere. Voi, signori miei, il vederete, e veggendolo mi rendo certo che non vi parrá grave che io quella vendetta ne prenda che tanta sceleraggine meritevolmente richiede. Ché essendo io su le passate guerre da onorato cavaliero vivuto, troppo strano mi pare che una femina mi debbia vituperare. Sí che voi l'intendete. - Queste parole amaramente trafissero l'animo del padre de la donna, e non meno punsero quelli dei fratelli di lei, che tutti sommamente quella amavano, e loro molto difficil pareva di quella cotal errore a credere. Domandato Angravalle con chi Bindoccia si giacesse, egli disse loro che con Niceno giaceva. Onde, prima che volessero di casa partirsi, fecero che Angravalle da capo un'altra volta narrò loro tutto ciò che prima aveva contato. Il che puntalmente fece egli, non variando in parte alcuna il suo ragionamento. Pregolli poi di nuovo che seco n'andassero, perché il tutto chiaramente eglino vederebbero, conoscendo che egli non gli narrava bugie. Il buon vecchio alora, sí per alleggerir il fallo de la figliuola, come anco per mitigar in qualche parte la còlera e l'ira de l'adirato genero, di cui forte dubitava che contra la moglie non incrudelisse imbrattandosi le mani nel sangue di quella, cosí gli rispose: - Se il fatto sta a punto come tu dici, Bindoccia non ci ha tanta colpa come tu ti pensi, perciò che in gran parte la colpa è tua, che la notte e il giorno hai sempre tenuto teco questo tuo Niceno, che è pur nobil giovine e bello. Tu devevi ben sapere che la stipa non sta bene vicina al fuoco. Se il serpe in seno ti hai nodrito, tuo sia il danno. E forse che di quel che a le donne è piú bisogno averai sí malamente Bindoccia trattata, che ella sará stata forzata a provedersi. Il perché noi a casa tua verremo e quella provigione faremo che sará tuo e nostro onore. - Detto questo, tutti si misere in camino. La donna che su l'avviso stava, come Niceno fu entrato, volle che si spogliasse e seco nel letto si corcasse, sapendo che al marito conveniva andar da l'un canto a l'altro di Napoli. E poi che con grandissimo diletto fecero piú volte correr l'acqua a l'ingiú, volle ella che Niceno si mettesse indosso una camicia de la mutola, con certo drappo in capo come faceva essa mutola, di modo che vedutolo a l'improviso, non Niceno ma la mutola si sarebbe creduto. Pose poi i panni di Niceno in luogo giá previsto. Poi ammaestratolo di quanto far deveva, ella molto secura attendeva la venuta del marito, avendo prima concio il letto di modo che ella sola vi pareva esser giacciuta. Cosí anco compose la carriuola. Or ecco arrivar il marito con gli altri. Trovato a la posta il famiglio, e inteso che Niceno non era partito, salirono le scale, e cominciò Angravalle coi piedi a scuoter l'uscio. A questo romore, la donna come da lungo sonno destata disse: - Chi è lá? - Poi, sembiante facendo di riconoscer il marito che gridava: - Apri, apri - disse, aprendo: - Che ora è questa di venir a casa? - Come la camera fu aperta, per esserle entrato il lume dei torchi, cosí Niceno che s'era corcato ne la carriuola, borbottando, secondo che la mutola soleva fare, si levò, facendo vista d'esser tutto sonnacchioso, e trattosi in collo una guarnaccia de la mutola e mezzo copertosi il viso, tuttavia facendo de le sciocchezze che la mutola far soleva, a la porta de la camera s'inviò. Angravalle che per fermo credeva lui essere la mutola: - Lasciala, - disse, - andare, ché questa rea femina, imperciò che ella è mutola e sorda e ciò che vede non sa altrui ridire, l'ha in camera tenuta. - Poi con un mal viso a la moglie rivolto: - Ove è, ribalda, - disse, - l'uomo che tu questa notte a te venir facesti? che miri, rea femina? che non rispondi? - Ella che l'amante sapeva essere in salvo, e parevale troppo bene il suo avviso succederle, in questo modo rispose: - Dio ti perdoni, consorte, queste parole che dire ti odo, che sarebbe molto meglio che tu ti fossi morsa la lingua. Sono io forse divenuta una di quelle che stanno in chiazzo e per prezzo danno lor stesse a chi ne vuole in preda? Io credo che per qualche sghiribizzo che in capo ti è nasciuto, hai a quest'ora condotto qui il signor mio padre e i signori miei fratelli, per far loro sí bello onore. Ma in fé di Dio le tue frenesie non averanno luogo, perché io non so quello che tu dica, o in sogno tu t'abbia imaginato, perciò che mai persona al mondo altri che tu non è giacciuto meco. Guarda ben bene per la camera, apri i forsieri, rivolta il tutto, e chiarisceti che tu t'inganni. Io non posso giá un uomo sotto questa sottanella celare. Tu hai pur trovata la camera con il chiavistello fermata, e visto chiaramente hai che nessuno qui dentro era eccetto la mutola, che per non star di notte sola in camera dentro la carriola s'è giacciuta. E cosí voleva far tutte le notti che tu restavi fuori, avendomi oggi detto che alquanti giorni ti conveniva star in villa. - Il padre di lei e i fratelli avevano diligentemente per tutta la camera guardato, e nulla trovando, e il letto in parte nessuna guasto né calcato essendo, se non da quella parte ov'ella s'era leggermente corcata, restarono senza fine pieni di meraviglia. Il perché rivolti ad Angravalle con viso turbato e minacciandolo, cosí il suocero suo gli disse: - Tu ci dicesti questa notte, quando a casa mia in tanta fretta venisti, che tu avevi veduto entrar in questa camera Niceno, e che per certo egli con Bindoccia si giaceva, e che se io con i miei figliuoli qui veniva, che in letto con essa il trovarei. Noi siamo qui; ov'è Niceno? ov'è uomo alcuno che con mia figliuola si giaccia? Tu non sai giá mostrarci persona. Ed in vero dentro il letto non ci è vestigio alcuno che alcuno posto vi si sia, se non in questo canto, ov'ella di modo si è corcata che mostra che mai non si sia dimenata, né raggirata intorno, e a pena che si sia mossa appare. Ché se nessuno seco, come tu dicevi, giacciuto si fosse, non starebbe il letto in questa maniera, ma il tutto sarebbe sossopra rivolto. Ben si sa, quando l'amante con l'innamorata in letto si trova, ciò che fanno, e che non dormeno, ma menano le mani e i piedi. Vedi anco questa carriola, e mira se nessuno v'è giacciuto se non quella tua mutola. Ora che dici tu? - Stavasi il misero e scornato Angravalle tutto fuor di sé, e non sapeva se desto era o se si sognava, e di modo gli era morta la parola in bocca, che non poteva a modo veruno ragionare. La donna alora al padre e ai fratelli rivolta, piangendo in cotal forma parlò loro: - Signori miei, voi, la mia sventura, a costui mi maritaste, e assai meglio per me sarebbe stato che io un vil mercadante o qualche artefice avessi preso, perciò che ogn'altro che Angravalle, a la mia onesta vita, a la nobiltá, ai modi miei e a voi altri averebbe avuto riguardo, e m'averia trattata come le mogli da bene trattar si deveno, facendomi buona compagnia, e non tenendomi per fantesca o schiava. Ma questo sozzo cane, che contra ogni devere cerca di tormi la vita con sí vituperosa infamia di voi e di me e di tutta la casa nostra, da un tempo in qua è entrato di me in sospetto, non che io gliene abbia mai data una minima ombra, ma, per mio giudicio, perciò che egli non fa meco quegli uffici che ragionevolmente deveria fare, e come fanno tutti i mariti da bene, e che la ragione vuol che si facciano. Ché non si maritano le donne agli uomini per esser tenute in piú servitú che le serve e schiave, ma per esser compagne e riverir i mariti e ubidir loro ne le cose lecite e oneste. Se poi talora il marito vede cosa alcuna ne la moglie che non gli piaccia, deve amorevolmente ammonirla quando è seco nel letto, e non sonar la tromba né incolparla, se prima del fallo non è chiaro. Dimmi, uomo da poco che tu sei, quando mai di cosa che io facessi fui da te avvisata o garrita? quando mai dicesti che lasciassi il tal vezzo o non facessi la tale e la tal cosa? Certo a me non sovviene che tu mai mi riprendessi. Tu mi ordinasti che io le feste principali solamente andassi a messa a la nostra parrocchia, e a buon'ora. Hai tu mai compreso che io ti sia stata disubidiente? Ma poi che dir si deve, io vi dirò, signori miei, il fatto come sta. Questo, di vestimenti e di gioielli m'ha messo in ordine da par mia, e circa dui anni da moglie hammi tenuta; poi da parecchi mesi in qua, Dio vi dica come stata sono, che de la vita che mi ha fatto fare ne verrebbe pietá ai cani. Dimmi un poco, Angravalle, ché di chiamarti per marito l'opere tue non meritano, dimmi, ti dico, se da otto o nove mesi in qua hai meco tre volte usato l'atto del santo matrimonio? Sono io guercia, son contrafatta, son ammorbata, che tu temi tanto d'accostarmiti e di non mi toccare? Adunque perché tu sei da poco e perché ti conosci mancar del debito tuo, tal m'hai stimata qual tu sei. E per questo tu, uomo di perfetto giudicio, giudicavi che io devessi cercar altrove quello che tu mi negavi. Or quando mai vedesti che io a uomo che si sia abbia dato orecchie? Quando mai ho ricevuto ambasciate, lettere o doni? Di', di', se in me cosa alcuna riprensibile hai veduta. Ma tu averesti meritato molto bene che io avessi fatto come fanno molte altre, e ti avessi in capo piantato il cimiero de la cittá di Corneto. Ma la onestá mia e i buon costumi a me in casa del signor mio padre insegnati, non sostengano che, se tu uomo da poco sei, che io femina divenga infame, trista e ribalda. - Alora un dei fratelli a lei cosí disse: - Vedi, sorella, questo ci ha detto che il suo famiglio ai dí passati vide uno che di camera tua su il levar del sole uscí e gli parve Niceno, e che questa notte tutti dui te l'hanno veduto entrar in camera. - Ella subito che sentí questo, quantunque piangesse, disse sorridendo: - Dunque, marito, a questo ribaldone hai questa bugia creduto? Ma poi che egli s'è lasciato tanto accecare, io ti vo' dir ciò che tacciuto mi averei per minor male. Questo uomo da forche, dolendosi meco che tu senza donne e servidori mi tieni, e che male nel letto mi tratti, ebbe ardire di pregarmi che io gli compiacessi del mio amore, e il giorno di santo Ermo quasi mi volse sforzare. - A pena l'animosa e scaltrita donna ebbe questo detto, che volendo il fante rispondere, uno dei fratelli di lei avendo i guanti di maglia gli diede su 'l mostaccio a pugno chiuso sí fiera botta, che li ruppe le labbra e dui denti in bocca, minacciandolo di peggio se mai in Napoli si lasciava vedere, e quasi fu alora per dargli una pugnalata; pur si ritenne. E il fante uscí di camera e quella stessa notte di casa, e il giorno poi partí di Napoli con il male e con le beffe. Angravalle, udite le dette ragioni e vere credendole, a lei disse: - Ma che dirai tu che io con questi occhi tra le tre e le quattro ore ho veduto uno che qua su se ne venne, e m'è parso certamente Niceno? Io il vidi, e so che io non dormiva. Può ben esser che io m'inganni in dire che sia Niceno, che potrebbe essere un altro. Ma per lo santo corpo di san Gennaro, che io ho visto salir un uomo qua su. - Questo, - rispose la donna, - se tu dici aver visto, io lo crederò. Ma sai che cosa è? Il fante, per colorir le sue bugie, averá per via di prezzo fatto venir alcuno che sará montato qua su, e come tu partisti l'averá fatto tornar indietro. La casa è grande, e il tristo ha le chiavi di tutte le porte. - Angravalle a questo non sapendo che rispondere, si sarebbe volentieri a dosso al famiglio sfogato se in camera stato fosse. Ma egli giá aveva pagato di calcagni. Ora Bindoccia, veggendosi l'oglio su la fava, finí di narrar al padre e ai fratelli la mala compagnia che Angravalle le faceva e i molti torti, tenendola del modo che la teneva, non potendo andare né a santi né a feste, e tanto innanzi disse, che quasi la zuffa s'attaccò tra Angravalle e i cognati, i quali gliene volevano far una, e giá avevano sfodrate le spade. E in effetto, essendo Angravalle solo, non poteva tra molti uscirne senza acqua calda. La donna, facendo vista di spartir la mischia, tolse il bastone del letto, e tra quelli animosamente mettendosi, o in fallo o come si fosse, appiccò due noci su 'l capo al marito, e tanto fece che si rappacificarono. Domandò poi Angravalle perdono d'esser troppo credulo al ribaldone del fante. In questo la donna si gettò ai piedi del padre e dei fratelli, caldamente pregandoli che con loro a casa ne la menassero. - Non mi lasciate, - diceva ella, - ne le mani a costui, se vi è cara la vita mia; egli, come vedete, d'ogni cosa ha sospetto, e temo che un dí per gelosia non mi uccida. Poi, io non voglio quello sciagurato fante in casa, e de la mutola non so a che servirmi. E se io non faccio la cucina non ci sará chi ne faccia il mangiare, se non vogliamo ogni dí mandar a la loggia dei Genovesi per vivere. - Il padre alora, volendo la figliuola seco menare, comandò ai suoi servidori che le cose di lei si prendessero. Angravalle questo sentendo si gettò ai piedi de la moglie, e piangendo la supplicò che tanto scorno non gli volesse fare. Ella stava dura, e quanto piú egli pregava, tanto piú ella si mostrava ritrosa. A la fine egli in presenza di tutti le accrebbe a la dote sei mila ducati d'oro, promettendole che tutta quella famiglia in casa terrebbe che a lei piacesse, e che mai piú di lei non prenderebbe gelosia. La donna essortata dai suoi disse che restarebbe seco. - Io resterò, poi che cosí al signor mio padre e fratelli piace. Ma vedi, marito, io non vo' che Niceno piú pratichi in casa. Tu hai preso di lui tanta gelosia oltre ogni convenevolezza, che ogni volta ch'io favellassi seco tu montaresti su 'l cavallo de le pazzie. - Questo, - disse alora il padre, - non starebbe, o figliuola mia, bene, e non mi pare che si faccia, con ciò sia cosa che tutta la cittá di Napoli sa la stretta domestichezza che è tra Niceno e tuo marito. Se egli seco piú non praticasse, si darebbe materia di pensar che per tuo rispetto si facesse. Egli mi par discreto e buon giovine, e che molto ama tuo marito. Sí che non mi piace che a modo alcuno se li dia licenza, anzi che come prima si lasci andar e venire a sua posta, e niente di questo caso occorso se gli manifesti. - Angravalle lodò sommamente il conseglio prudentissimo del suocero, affermando che sempre egli era stato duro a creder tanta follia di Niceno. Bindoccia, che il suo disegno vedeva colorito ed incarnato, disse: - Poi che a tutti voi cosí piace, io ne resto contenta. - E cosí essendo tutti accordati, il rimanente de la notte restarono di brigata in quella casa a dormire. Venuto il giorno, fece Angravalle chiamar un notaio e fece far l'accrescimento de la dote, con scrittura autentica, dei sei mila ducati a la moglie, e in tutto spogliatosi la gelosia quando era tempo di vestirsela, a quella libero campo lasciò di far tutto quello che piú a grado l'era. Ella poi, servidori per il marito, e per sé di quelle donne in casa condusse, che piú le parvero a proposito. Niceno di questi avvenimenti con Angravalle non mostrò saperne cosa alcuna giá mai. E praticando in casa come prima faceva, non fu di bisogno che Bindoccia gli mettesse la camicia de la mutola, né che a se stessa facesse venir il flusso del ventre per trovarsi insieme, perché ogni volta che volevano avevano agio e modo di star in compagnia e darsi il meglior tempo del mondo. Insomma, io conchiudo che di rado avvenga che, quando una femina delibera far alcuna cosa, che l'effetto non segua secondo il dissegno de la donna. Medesimamente ogni marito deve fuggir piú che il morbo di dar occasione a la moglie di far male.

 

Voi, signori miei, devete sapere che questa signora Bianca Maria de la quale s'è parlato - dico signora per rispetto ai dui mariti che ha avuti - fu di basso sangue e di legnaggio non molto stimato, il cui padre fu Giacomo Scappardone, uomo plebeo in Casal di Monferrato. Questo Giacomo, tutto quello che aveva ridotto in danari, si diede a prestar ad usura publicamente con sí larghi interessi, che avendo da giovine cominciato a far questo mestieri, ci divenne tanto ricco che comperò possessioni assai, e tuttavia prestando e poco spendendo acquistò grandissime facultá. Ebbe per moglie una giovane greca, venuta di Grecia con la madre del marchese Guglielmo, che fu padre de la duchessa di Mantova. Era la moglie di Giacomo donna bellissima e piacevol molto, ma dal marito assai differente d'etá, perciò che egli era giá vecchio ed ella non passava venti anni. Ebbero una figliuola senza piú, che fu questa Bianca Maria, per la quale ho cominciato a parlare. Morí il padre e restò questa figliuola molto picciola sotto il governo de la madre greca, con facultá di beni stabili al sole per piú assai di cento mila ducati. Era la figliuola assai bella, ma tanto viva e aggraziata che non poteva esser piú. Come ella fu di quindeci in sedeci anni, il signor Ermes Vesconte, figliuolo di quel venerando patrizio il signor Battista, la prese per moglie, e con solennissima pompa e trionfi grandissimi e feste la condusse in Milano. A la quale, prima ch'ella v'entrasse, il signor Francesco, fratel maggiore del signor Ermes, mandò a donar una superbissima carretta tutta intagliata e messa ad oro, con una coperta di broccato riccio sovra riccio tutto frastagliato e sparso di bellissimi ricami e fregi. Conducevano quattro corsieri bianchi come uno armellino essa carretta, e i corsieri medesimamente erano di grandissimo prezzo. Su questa carretta entrò la signora Bianca Maria trionfantemente in Milano, e visse col signor Ermes circa sei anni. Morto che fu il signor Ermes, ella si ridusse in Monferrato a Casale, e quivi trovandosi ricca e libera, cominciò a viver molto allegramente e fare a l'amor con questo e con quello. Ella era da molti vagheggiata e domandata per moglie, fra i quali erano principali il signor Gismondo Gonzaga figliuolo del signor Giovanni e il conte di Cellant barone di Savoia, che ha il suo stato ne la valle d'Agosta, e v'ha molte castella con bonissima rendita. La marchesana di Monferrato per compiacer al genero signor di Mantova faceva ogni cosa per darla al signor Gismondo, e quasi il matrimonio era per conchiuso. Ma il conte di Cellant seppe sí ben vagheggiarla e dirle sí fattamente i casi suoi, che celatamente insieme si sposarono e consumaron anco il matrimonio. La marchesana di Casale, ancor che questo sommamente le dispiacesse e fosse per farne qualche mal scherzo a la signora Bianca Maria, nondimeno dissimulando lo sdegno, per rispetto del conte non fece altro movimento. Si publicò adunque il matrimonio e si fecero le nozze con tristo augurio, per quello che seguí. E parve bene esser vero il proverbio che volgarmente fra noi si dice, che chi si piglia d'amore, di rabbia si lascia, perciò che non stettero molto insieme che nacque una discordia tra loro la piú fiera del mondo, di modo, che che se ne fosse cagione, ella se ne fuggí dal marito furtivamente, e in Pavia si ridusse, ove condusse una buona ed agiata casa, menando una vita troppo libera e poco onesta. Era in quei giorni al servigio de l'imperadore Ardizzino Valperga conte di Masino, col signor Carlo suo fratello. E per sorte trovandosi Ardizzino in Pavia e veggendo costei, se ne innamorò, e tutto il dí le stava in casa, facendole il servidore e usando ogni arte per venir a l'intento suo. E quantunque fosse un poco zoppo d'un piede, era nondimeno giovine assai bello e molto gentile, di modo che in pochi giorni venne de la donna possessore, e piú d'un anno si diede il meglior tempo del mondo seco, cosí manifestamente, che non solamente ne la cittá di Pavia, ma per tutta la contrada se ne tenevano canzoni. Avvenne che il signor Roberto Sanseverino conte di Gaiazzo, giovine de la persona valente e gentilissimo, capitò a Pavia, al quale la signora Bianca Maria gettati gli occhi a dosso, e giudicatolo meglior e piú gagliardo macinatore che non era il suo amante, del quale forse ella si trovava sazia, deliberò procacciarselo per nuovo amante. Onde cominciando a far mal viso al signor Ardizzino e non le volendo dar piú adito di ritrovarsi seco, vennero insieme a qualche triste parole. La giovane, piú baldanzosa che non si conveniva, e non pensando ciò che seco aveva fatto, cominciò a dirgli villania, non solamente chiamandolo zoppo sciancato, ma dicendogli molte altre vituperose parole. Egli, che mal volentieri portava in groppa, allargato il freno a la sua còlera, le diede piú volte de la putta sfacciata per la testa e de la bagascia e de la villana, di modo che dove era stato grandissimo amore vi nacque ne l'una parte e ne l'altra un fierissimo odio. Partí da Pavia il signor Ardizzino, e in ogni luogo ove accadeva che de la signora Bianca Maria si ragionasse, ne diceva tutti quei vituperosi mali che d'una femina di chiazzo si potessero dire. Ella a cui spesso era riferito il male che di lei il vecchio amante diceva, fece cosí col conte di Gaiazzo, che tutta in preda se gli diede. E pensando d'averlo di tal maniera adescato che di lui a modo suo potesse disporre, essendo un dí sui piaceri amorosi, e mostrando il conte tutto struggersi per lei, ella gli chiese di singolarissima grazia che volesse far ammazzar il signor Ardizzino, che altro non faceva che dir mal di lei. Il conte, udendo cosí fatta proposta, si meravigliò forte. Tuttavia le disse che non solamente farebbe questo, ma che per farle servigio era per far ogni gran cosa, e che era presto sempre a servirla. Da l'altra parte, conoscendo la malignitá de la donna e che il signor Ardizzino era persona nobilissima ed amico suo, dal quale mai non aveva ricevuto dispiacere alcuno, deliberò di non gli voler nuocere, e tanto piú parendogli che piú tosto il signor Ardizzino averebbe avuto qualche color di ragione di reputarsi offeso da lui, che l'aveva, nol sapendo perciò, cacciato de la possessione amorosa de la signora Bianca Maria. Attendeva dunque il conte a darsi buon tempo con la detta donna, e cosí perseverò alcuni mesi. Ma veggendo ella che il conte, essendo stato due o tre volte il signor Ardizzino a Pavia, non l'aveva mai fatto assalire, né cercato di farlo ammazzare, anzi l'aveva accarezzato, e mangiato alcune volte con lui di compagnia, deliberò levarsi da questa pratica del conte. Ora, che che se ne fosse cagione, cominciò a fingersi inferma e a non si lasciar piú veder da esso conte, trovando or una scusa ed or un'altra, e massimamente che il suo marito monsignor di Cellant le aveva mandato messi per riconciliarsi seco, e che ella era d'animo di far ogni cosa per ritornar col marito. Per questo che lo pregava a non voler piú praticar con lei, a ciò che quelli che dal marito venivano a Pavia potessero far buona relazione di lei. Il conte di Gaiazzo, o credesse questa favola o no, mostrò almeno di crederla, e senza altre parole se ne levò, e da questa amorosa impresa si distolse; e per non aver occasione di ritornarvi, da Pavia si partí e andò a Milano. La signora Bianca Maria, veggendo il conte esser partito, e sovvenendole che era piú libera col signor Ardizzino che sommamente l'amava, tornò a cangiar l'odio in amore, o forse, per dir meglio, a cambiar appetito. E tra sé deliberata di ritornar al primo gioco amoroso con il detto signor Ardizzino, ebbe modo di fargli parlare e di scusarsi seco, con fargli intendere che ella era tutta sua e che perpetuamente intendeva d'essere, se da lui non mancava, pregandolo che egli volesse far il medesimo e disporsi a voler in tutto e per tutto esser di lei, sí come giá ella era determinata esser eternamente di lui. Le cose si praticarono di tal maniera, che il signor Ardizzino ritornò di nuovo al ballo e riprese un'altra volta il possesso dei beni amorosi de la signora Bianca Maria, e di continovo, giorno e notte, era con lei. Stettero insieme piú e piú giorni, quando cadde ne l'animo a la donna di far ammazzare il conte di Gaiazzo. E chi le avesse chiesto la cagione, dubito io assai forte che non averebbe saputo trovarne alcuna, se non che, come donna di poco cervello e a cui ogni gran sceleratezza pareva nulla, averebbe addutti i suoi disordinati e disonestissimi appetiti, dai quali senza ombra alcuna di ragione, non dico governata, ma furiosamente spinta, a l'ultimo e sé ed altri a miserando fine condusse, sí come ascoltandomi intenderete. Entrata adunque in questo umore, e non le parendo di poter allegramente vivere se il conte di Gaiazzo restava in vita, e non sapendo che altra via trovare, se non indurre il signor Ardizzino a servirle di manigoldo, essendo seco una notte nel letto e scherzando amorosamente insieme, gli disse: - Sono piú dí, signor mio, che io aveva animo di chiedervi un piacere, e vorrei che voi non me lo negassi. - Io sono - rispose l'amante - per far tutto quel che mi comandarete, quantunque la cosa che vorrete sia difficile, pur che sia in mio poter di poterla menar a fine. - Ditemi, - soggiunse ella, - il conte di Gaiazzo come è vostro amico? - Certamente, - disse alora egli, - io credo che mi sia amico e buono, perciò che io l'amo da fratello, e so ch'egli ama me, e che ove potesse mi farebbe ogni piacere, sí come io farei a lui. Ma perché mi chiedete voi questo? - Io vel dirò, - rispose la donna; ed amorosamente baciandolo piú di sei volte, soggiunse: - Voi sète, vita mia, gravemente ingannato, perché io porto ferma openione che non abbiate il maggior nemico al mondo di lui. E udite come io lo so, a ciò che non vi pensassi che cotesta fosse una imaginazione. Quando egli praticava meco, venimmo a certo modo a ragionar di voi, dove egli mi giurò che non si trovarebbe mai contento se non vi faceva un dí ficcare un pugnale avvelenato nel petto, e che sperava in breve di farvi fare un cosí fatto scherzo che piú non mangiareste pane. E molte altre male parole mi disse di voi; ma la cagione che a questo lo movesse non mi volle egli discoprir giá mai, quantunque io molto affettuosamente ne lo ricercassi. Tuttavia, ancor ch'io fossi in còlera con voi, non restai perciò di pregarlo che non si mettesse a cotesta impresa. Ma egli mi replicava iratamente che era determinato di farlo e che io gli parlassi d'altro. Sí che guardatevi da lui e andate avvertito mettendo mente ai casi vostri. Ma se voi mi credessi, io vi consigliarei ben di modo che non avereste tema di lui né de le sue bravarie. Io giocarei di prima, e ciò ch'egli cerca di fare a voi, io farei a lui. Voi avete benissimo il modo di potergliela cingere, e ne sarete sempre lodato e tenuto da piú. Credetelo a me, che se voi non cominciate prima, egli non dormirá, ma un giorno che voi non ci porrete mente, egli vi fará ammazzare. Fate al mio conseglio, fatelo ammazzare quanto piú tosto potete, ché oltre che farete il debito vostro ed ufficio di cavaliero assicurando la vita vostra che vi deve esser carissima, a me anco farete voi un dei piú singolari piaceri che mi possano oggidí esser fatti. E se per vostro conto non lo volete fare, fatelo per amor mio, ché se voi mi donassi una cittá non mi sarebbe il dono cosí caro, come veder questo scilinguato morto. Sí che se m'amarete, come credo mi amate, voi levarete dal mondo questo superbo ed arrogante, che non stima né Dio né gli uomini. - Poteva la donna persuadere al signor Ardizzino questa sua favola esser vera, se non avesse mostrato questa sua ultima affezione, di modo che egli giudicò la donna essersi mossa per odio particolare che al conte portava e non per cagion di lui, e tenne per fermo che il conte mai non l'avesse fatto motto di simil materia. Nondimeno mostrò aver avuto molto a caro simil avviso, e senza fine ne la ringraziò, promettendole di attenersi al suo saggio conseglio. Ma egli non era giá per seguirlo, anzi aveva in animo d'andare a Milano e di parlarne col conte, come fece; ché, tolta l'oportunitá, essendo in Milano si ridusse a ragionamento col conte, e puntalmente gli aperse tutto ciò che da la donna gli era stato detto. Il conte si fece il segno de la croce, e tutto pieno di meraviglia disse: - Ahi putta sfacciata che ella è. Se non fosse che non può esser onore ad un cavaliero d'imbruttarsi le mani nel sangue di donna, e massimamente di donna vituperosa come è costei, io le cavarei la lingua per dietro la nuca; ma prima vorrei che ella confessasse quante volte m'ha con le braccia in croce supplicato che io vi facessi ammazzare. - E cosí l'un l'altro discoprendo le magagne de la rea femina, conobbero la malignitá sua. Il perché ne dissero quel male che di rea e disonesta femina si possa dire, e in publico e in privato narravano le ribalderie di quella, facendola divenir favola del popolo. Ella, sentendo ciò che questi signori di lei dicevano, ancor che mostrasse non se ne curare, arrabbiava di sdegno e ad altro non pensava che a potersene altamente vendicare. Venne ella poi a Milano, e condusse la casa de la signora Daria Boeta e quivi si fermò. Era in quei dí a Milano don Pietro di Cardona siciliano, il qual governava la compagnia di don Artale suo fratello leggitimo, perché egli era figliuol bastardo del conte di Collisano, che morí al fatto d'arme de la Bicocca. Questo don Pietro era giovine di ventidui anni, brunetto di faccia ma proporzionato di corpo e d'aspetto malinconico, il quale veggendo un dí la signora Bianca Maria, fieramente di lei s'innamorò. Ella conoscendolo e giudicatolo piccione di prima piuma ed instrumento atto a far ciò che ella tanto bramava, se le mostrava lieta in vista, e quanto poteva piú l'adescava, per meglio irretirlo e abbarbagliarlo. Egli, che piú non aveva amato donna di conto, stimando questa esser una de le prime di Milano, miseramente per amor di lei si struggeva. A la fine ella se lo fece una notte andar a dormir seco, e con amorevolissime accoglienze lo raccolse, e mostrandosi ben ebra de l'amor di lui, li fece tante carezze e gli dimostrò tanta amorevolezza nel prender amorosamente piacer insieme, che egli si reputava esser il piú felice amante che fosse al mondo, e in altro non pensando che in costei, cosí se le rendeva soggetto, che ella non dopo molto entrata in certi ragionamenti, domandò di singular grazia al giovine che volesse ammazzar il conte di Gaiazzo e il signor Ardizzino. Don Pietro, che per altri occhi non vedeva che per quei de la donna, promise largamente di farlo, e a la cosa non diede indugio. Onde, essendo in Milano il signor Ardizzino, deliberò cominciar da lui, perché il conte di Gaiazzo non v'era, e, tenutogli le spie dietro, seppe che una sera cenava fuor di casa, Il perché essendo di verno che si cena tardi, presi venticinque dei suoi uomini d'arme, che tutti erano armati da capo a piedi, attese il ritorno di esso signor Ardizzino. Sapete esser una vòlta sopra una viottola che dá adito da mano sinistra da la contrada de' Meravegli al corso di San Giacomo. E sapendo che il signor Ardizzino passarebbe quindi, s'imboscò con le sue genti in una casetta vicina, ed avuto da la spia che il signor Ardizzino veniva col signor Carlo suo fratello, dispose gli uomini suoi di modo che gli chiusero sotto la vòlta, e gli misero in mezzo. Quivi si cominciò a menar le mani. Ma che potevano dui giovini con otto o nove servidori non avendo altro che le spade, contra tanti uomini, tutti armati e con arme d'asta in mano? La mischia fu breve, perché i dui sfortunati fratelli furono morti, e quasi tutti i servidori. Il duca di Borbone, che alora fuggito di Francia era in Milano a nome de l'imperadore, fece dar de le mani a dosso quella istessa notte a don Pietro e metterlo in prigione; il quale confessò aver fatto questo per comandamento de la sua signora Bianca Maria. Ella sapendo don Pietro esser preso, avendo spazio di poter fuggire, non so perché se ne restò. Il duca di Borbone, intesa la confessione di don Pietro, mandò a pigliar la donna, la quale come sciocca fece portar seco un forsiero ove erano quindeci migliaia di scudi d'oro, sperando con sue arti d'uscir di prigione. Fu tenuto mano a don Pietro e fatto fuggir di carcere. Ma la disgraziata giovane, avendo di bocca sua confermata la confessione de l'amante, fu condannata che le fosse mózzo il capo. Ella, udita questa sentenza, e non sapendo che don Pietro era scappato per la piú corta, non si poteva disporre a morire. A la fine essendo condutta nel rivellino del castello verso la piazza, e veduto il ceppo, si cominciò piangendo a disperare e a domandar di grazia che, se volevano che morisse contenta, le lasciassero veder il suo don Pietro; ma ella cantava a' sordi. Cosí la misera fu decapitata. E questo fin ebbe ella de le sue sfrenate voglie. E chi bramasse di veder il volto suo ritratto dal vivo, vada ne la chiesa del Monistero maggiore, e lá dentro la vedrá dipinta.

 

Non son ancora molti anni, che in una cittá di Lombardia fu una onorata gentildonna, maritata molto riccamente, la quale era d'un cervel piú gagliardetto e capriccioso che a donna di gravitá non conveniva. Ella meravigliosamente si dilettava di dar la baia a tutti e spesso beffare alcuno, e poi in compagnia de l'altre donne ridersi di questo e di quello, di modo che nessuno ardiva far a l'amor con lei, o seco troppo dimesticarsi, perciò che essendo come era baldanzosa ed avendo tagliato, anzi rotto, il silinguagnolo, diceva tutto quel che in mente le cadeva, pur che a chi si fosse desse la sua e pungessi questo e quello. E perché nel vero non sta bene a gentiluomini contender con donne e voler con esse questionar con parole, ché sempre deveno esser riverite e da noi onorate, fuggivano quasi tutti di venir troppo con lei a parole, conoscendosi da tutti quanto era sfrenata di lingua e mordace, e che a nessuno portava rispetto. Ella era poi oltre misura bella e in tutte le parti che facciano una bella donna sí ben formata, e con sí leggiadre maniere e con tanta venustá e grazia il tutto faceva, ch'ogni cosa, ogn'atto, ogni cenno e ogni movimento pareva in lei accrescesse un certo non so che, con sí bell'aria, che ella in tutta Lombardia era senza pari. Erano stati alcuni che, non conoscendo intieramente la qualitá de la donna, s'erano messi a corteggiarla e far seco a l'amore, i quali ella, poi che di dolci sguardi aveva un tempo pasciuti, or con una or con un'altra beffa in modo se gli levava d'intorno, che gli incauti amanti restavano miseramente scherniti. E ancor ch'ella fosse, com'io v'ho divisato, spiacevole, nondimeno le piaceva d'esser vagheggiata, e spesso per meglio adescar gli amanti fingeva voler il giambo ed esser di questo o di quello accesa, ma in fine, come il grillo in capo le montava, pareva che nessuno conosciuto avesse giá mai, Ora avvenne che un ricco giovine e nobilissimo di quella cittá, ancor che udito avesse narrar le beffe da la donna a molti fatte e intese le condizioni di quella, veggendola cosí bella e leggiadra, e ogni dí pensando piú che non si conveniva a lei e a le bellezze che le parevano angeliche e non mortali, sí fieramente si trovò di quella innamorato, che ad altro non poteva rivolger l'animo e i suoi pensieri, e conobbe che piú era in poter d'altrui che di se stesso. E cosí varie cose di questo suo nuovo amore per la mente rivolgendo, e a le condizioni di quella, che gli erano state dette, pensando, e or lieto e or tristo divenendo, secondo che sperava e disperava, deliberò, per ogni via che a lui fosse possibile, acquistar l'amor di lei. Onde si messe a passar spesso per la contrada ov'ella albergava, e tutto il dí veggendola su la porta se le inchinava molto affettuosamente, e alora fermandosi o a piedi od a cavallo secondo che si trovava, si metteva a ragionar con lei. E ben che non fosse ardito di scoprirsele con parole, gli occhi tuttavia e i focosi sospiri parlavano per lui. Ella che avveduta e maliziosa era, e d'esser vagheggiata non mezzanamente si dilettava, e quel che era o forse piú si stimava, con la coda de l'occhiolino alcuna volta il guardava e s'ingegnava a poco a poco di mostrargli che di lui gl'increscesse. Aveva il giovine una sua sorella, la qual abitava appresso a la casa di questa sua innamorata. E perché non mi par di dir, per buon rispetti, i lor proprii nomi, avendo anco taciuta la cittá, nominaremo la sorella del giovine Barbara, e l'altra diremo Eleonora. Era Barbara rimasta vedova, e nodriva un picciol figliuolo che del morto marito l'era solo rimaso molto ricco, essendo lasciata donna e madonna dal marito. E andando il giovine, che Pompeio sará detto, a casa de la sorella, era sforzato passar dinanzi a la stanza d'Eleonora. Il che Pompeio si riputava a grandissimo favore, e tanto piú che sua sorella era molto domestica d'essa Eleonora, e sovente praticavano insieme. Ora ebbe egli un giorno tanto ardire, che a la sua innamorata manifestò tutto il suo amore, supplicandola che di lui volesse aver pietá ed accettarlo per servidore, molte altre cose dicendo, come costumano questi innamorati. La donna, che d'uomo del mondo non si curava, e non le pareva di beffar Pompeio per esser de' primi de la cittá, lo risolse che d'altra donna si provedesse e che piú di simil materia non le favellasse. Il giovine, non sbigottito per questo, attendeva pur a seguitarla, e sempre che aveva comoditá entrava su 'l fatto suo. Ma ella sempre piú dura e piú ritrosa se gli mostrava. Di che egli si ritrovava mezzo disperato. Stando in questo modo la bisogna, avvenne ch'un giorno Pompeio a caso intese come il marito d'Eleonora se ne era ito in villa, essendo circa il fin di giugno. Il perché cadutogli in animo d'andar a parlar con la donna e a veder di renderla pieghevole a' suoi amorosi disii, senza pensarvi su troppo, fatto d'amor audace e securo, montato su la mula, con i suoi servidori a casa di lei se n'andò, e mandati tutti i suoi con la mula a casa di sua sorella, commettendo loro che quivi l'aspettassero, entrò tutto solo dentro, essendo l'ora de la nona. Egli ebbe in questo la fortuna assai favorevole, perciò che la donna, che da merigge non dormiva, era in una camera terrena per scontro ad un uscio che in sala usciva, e quivi certi suoi lavori di seta faceva. Egli, entrato in casa e nessuno ritrovando, andò diritto a la sala, e posto il capo dentro vide la donna prima che da lei veduto fosse, ed entrato verso quella s'inviò. Ella alzata la testa vide il giovine e tutta sbigottí, perciò ch'ella era sola e ciascuno di casa dormiva. Onde, prima che egli parlasse, gli disse: - Oimè, Pompeio, chi v'ha ora qui cosí solo condotto? - Egli, fattole debita riverenza, le rispose: che avendo inteso che il marito suo era ito in villa, aveva voluto venir a visitarla e a starsi un pezzo a ragionar seco, e che senza esser visto, avendo prima mandato i suoi a casa de la sorella, era entrato dentro. Voleva egli entrar su l'istoria del suo amore, quando ella interrompendolo gli disse: - Oimè, a che pericolo voi mettete la vita vostra e la mia? e in qual bilancia ponete voi a questo punto l'onor mio? Perciò che il mio marito non è ito fuori de la cittá, e non può molto tardar che a casa non ritorni, ché essendo dopo il desinare andato per un certo servigio, deve esser in via di ritorno. Deh, Pompeio, se di me vi cale, se punto amate l'onor mio, partitevi. Che altrimenti il cor nel petto mi trema e parmi di veder a mano mano il mio marito. - Né aveva a pena queste parole dette, che il marito ne la strada parlava tanto alto, che ella a la voce lo conobbe, ed altresí riconobbelo Pompeio. Tremava di paura la donna, e Pompeio tutto tremante non sapeva che farsi. Stette il consorte de la donna alquanto dinanzi a la porta a ragionar con uno, prima che smontasse da cavallo. In questo ella da subito conseglio aiutata, in quella medesima camera ove Pompeio trovata l'aveva, il fece suso una gran cassa corcare, e con alcune vestimenta che quivi erano lo ricoprí sí bene, che nessuno di lui accorger si poteva, e comandògli che in modo alcuno punto non si scotesse. Svegliò poi una de le sue donne che in un camerino dormiva. Smontato il marito entrò in sala. Eleonora, fatto buon viso, con una ferma voce disse: - Chi è lá? chi viene? - Il marito le rispose, e rispondendo entrò dentro in camera e sovra il letto si messe a sedere. Indi disse a la moglie: - Consorte mia, io ho comperata una spada di lama vecchia da un pover compagno, la megliore e la piú fina che sia in questa cittá, e forse che un'altra simile non se ne trovarebbe di qui a molte miglia. Io ho pensato di farla un poco meglio imbrunire e di farle un bel fodro di velluto e poi donarla al nostro amico il capitan Brusco, ché certamente a cosí fatto uomo, come egli è, non sta bene altr'arme che questa. - E dicendo queste parole se la fece recare, e a la moglie mostrandola disse: - Ecco; mirate se ne vedeste mai una tale. - La donna alora scherzevolmente ridendo gli rispose: - Io non ho posto troppo mente a queste armi, ché non è mestieri da donne né me ne intendo, e non saprei che dir de la lor bontá, se non quando le veggio ben guarnite ed innorate, ché a quel modo mi paion belle. Ma io non so che vogliate di tante arme ed armature fare, quante ne avete dentro il vostro camerino, e poi non tagliareste una ricotta in tre colpi con queste vostre spade e scimitarre. Fareste meglio a comperar altre cose e a spender i vostri danari in cose di piú profitto. - Mai sí, - rispose egli, - io comprerò de le cuffie e di quelle bagattelle che voi tutto 'l dí comperate, e ogni giorno, se non avete nuove foggie di conciature di capo, nuovi colletti, e coperte fregiate d'oro a la carretta, con quattro corsieri del reame di Napoli o quattro gran frisoni, par che non possiate comparire. - Sí sí, - soggiunse la donna, - dite pur sempre mal de le donne, e date lor contra. Queste cosette stan ben a noi e sono nostre proprie; ché se noi ci abbigliamo cosí a la carlona, senza aiutar con l'arte le nostre natural bellezze, voi altri ci beffate e dite che noi siamo mal nette, vestite a la contadinesca e da star in cucina. Poi, come vedete alcuna altra ben abbigliata, ancor che non sia bella, pur che sia col viso ben impastato e con la pezzuola di Levante fatto rosso, le correte dietro come la capra al sale. Sapete ben ch'io vi conosco. Ma in cose d'arme che faceste mai voi? che pare a tante arme, come avete, che siate capitan de l'imperadore, e giá v'ho detto che voi non tagliareste una ricotta. - Bene sta, - disse il marito, - che io debbo aver le braccia di cera od essere assiderato. In fé di Dio che io con questa lama tagliarei un cavallo in due parti in un colpo solo, tanto è tagliente, buona e fina. - Sorrise in questo la moglie, e levatasi in piedi se n'andò appresso ove era celato Pompeio, e messa la mano sovra una de le sue vesti ch'era di velluto carmesino, sotto a cui l'amante era nascosto, disse al marito: - Mi vien voglia di giocar con voi qualche bella cosa che in dui colpi voi non la tagliate questa veste, qui ove io ho la mano, - e la mano aveva suso le gambe di Pompeio. Era in quel punto montata la fantasia a la donna di far una solenne paura a l'amante, e per questo invitava il marito a voler tagliar la veste, non perciò avendo animo che l'effetto seguisse. Pensate or voi che animo deveva aver Pompeio, il quale sentendo ciò che la donna diceva rimase piú morto che vivo, fu vicino a palesarsi e a saltar fuori. Ma trovandosi solo e non avendo arme da diffendersi, e sentendo che il marito era con i servidori in camera e aveva tuttavia la spada in mano, il faceva star tanto mal contento, che gli pareva essere con il capo su 'l ceppo e d'aver il manigoldo con la mannara di sopra, che dovesse ferirlo. Cosí varie cose tra sé rivolgendo, e pensando pur ch'egli aveva tante vestimenta a dosso, che non gli pareva esser possibile che in un tratto fossero tagliate, restò col cor tremante, aspettando che fine questi ghiribizzi d'Eleonora devessero riuscire, e sudava d'un sudor freddo come un freddissimo ghiaccio. Ora, teneva pur detto la donna al marito che cosa egli volesse giocare, che quella veste non tagliarebbe. Il marito le disse: - Moglie, io non so che profitto né a voi né a me ci rechi il guastare le vostre vestimenta, perché mi par che a tutti dui sarebbe di danno. Ma facciamo la prova in qualche altra cosa, e vederete che dolce taglio sará quello di questa spada, che non ci è rasoio che tanto tagli. - Giochiamo, giochiamo, - rispose la donna, - su questa vesta, che se voi la tagliate, io vi farò far un saio di broccato d'oro, riccio sovra riccio, e se non potrete tagliarla voi mi farete aver una veste di raso bianco. - Aveva ella alcune entrate da per sé, per una ereditá che le era da una sua zia stata lasciata, da la quale non picciolo profitto cavava; per questo parevale poter liberamente col marito giocare. Egli veggendo pur la donna sua deliberata di veder la prova de la tanto lodata spada, dopo alcuni contrasti vi s'accordò, e levatosi da sedere e alzato il braccio, disse: - Donna, ditemi: ove volete che io percuoti e taglie? - Aveva ella, come s'è detto, la mano su la veste dritto a le gambe, e levatola via la pose per iscontro a le coscie di Pompeio e disse: - Tagliate qui, se vi dá l'animo di riuscirne con onore. - Dite voi da senno o mi burlate? - disse il marito, - ché per l'anima mia io ve ne caverò ad un tratto la voglia. - Da dovero dico e da meglior senno che io mi abbia, - soggiunse ella. - Ma forse vi potrebbe venir fatto che qui di leggiero tagliareste, ma non perciò qui, - e pose alor la mano quasi sovra il petto del nascosto amante, e dal petto la pose per mezzo il collo, e disse: - Orsú, tagliate qui, dov'è questo nastro giallo, - e tuttavia vi teneva su la mano. Il marito alora essendosi concio in atto di ferire, disse a la moglie: - Fatevi in costá, se volete ch'io vi faccia veder ciò che questa spada sa fare, e vederete un colpo per una volta. - Erano de l'altre robe sotto a Pompeio e a dosso. Onde ridendo al marito disse: - In buona fé, io credo che voi sète cosí buono che mi guastareste queste vesti. Andate andate, ché quando le aveste guaste, io non so quando poi n'avessi de l'altre. La forza del vostro braccio io non vo' per ora che si dimostri sovra i miei panni. - E con queste ed altre parole condusse il marito fuor di camera, il quale montato a cavallo andò per la cittá a diporto. Ella, mandate le sue donne per casa a far faccende, entrò in camera e scoperse il povero amante che era piú morto che vivo, e mille volte la donna, se stesso e il suo amore aveva biasimato. Scoperto che la donna l'ebbe, sorridendo gli disse: - Or via, andate per i fatti vostri, e piú non mi molestate di cose d'amore, perciò che ogni volta che voi ardirete venirmi in casa a questo modo, io di tal moneta vi pagherò, e forse di peggiore. - Pompeio preso alquanto d'animo: - Signora mia, - le rispose, - non incolpate altro se non il troppo amore, che a far questo m'ha sospinto. - E non volendo ella che moltiplicasse in parole, si partí tutto combattuto d'amore e da sdegno. E pensando in che modo poteva goder del suo amore e de la donna vendicarsi, gli cadde ne l'animo uno strano pensiero, ed altro non aspettava se non l'occasione, e come prima corteggiava e seguiva la donna, la quale quando lo vedeva era astretta a ridere, ricordandosi come trattato l'aveva. Avvenne, non molto dopo, che il marito d'Eleonora partí di Lombardia e andò a Roma, ove sapendo Pompeio che qualche mese egli starebbe, l'istesso dí che quello se n'andò, egli finse d'esser infermo, e fece per la cittá divolgar che la sua infermitá era gravissima. Onde alcuni giorni chiuso in camera dimorò, avendo un solenne medico a la cura sua, che tanto faceva quanto voleva Pompeio. Aveva anche de l'animo suo instrutta madonna Barbara sua sorella. Questa un dí invitò madonna Eleonora a desinar seco, la qual di grado accettò l'invito, perché tra loro era gran domestichezza. Mentre desinavano e del mal di Pompeio ragionavano, venne un servidore e a madonna Barbara disse: - Signora, egli è in quest'ora venuto a vostro fratello un strano accidente, e ha perduta la favella. - Oimè, - rispose ella, - fa metter in ordine la carretta. - E confortandola madonna Eleonora e offerendosi andar seco, lasciate le donzelle in casa a desinare, elle montarono amendue in carretta, e calate l'antiporte de la carretta, se n'andarono di lungo a casa di Pompeio. Egli era nel letto in una camera molto oscura. Arrivarono in camera le due donne e accostatesi al letto gli disse la sorella: - Fratello, fa buon animo; ecco qui madonna Eleonora, ch'è venuta a visitarti. - Egli con debolissima voce dicendo alcune parolucce che non s'intendevano, mostrava star malissimo. I servidori, che ammaestrati erano, lasciarono le due donne col padrone; madonna Barbara, mostrando di far non so che, se n'uscí scaltritamente di camera e serrò l'uscio. Come lo scaltrito giovine s'accorse di aver in preda la sua crudel innamorata, saltò del letto e gettatole le braccia al collo, le disse: - Voi sète mia prigioniera. - Voleva ella uscirgli di mano, ma indarno si scuoteva. Egli, tenendola ferma, aperse una finestra. Piangeva la donna conoscendo che il gridare non le valeva, e fieramente di madonna Barbara si lamentava, nomandola disleale e traditora. Il giovine con amorevol parole la confortava a la meglio che poteva, dicendole che mettesse l'animo in pace perciò che egli era disposto giacersi seco amorosamente, e che mai da le mani sue non uscirebbe fin ch'egli non avesse avuto il suo intento, e vendicato non si fosse de la fiera e spaventevol beffa che ella fatta contra ogni convenevolezza gli aveva. Ma che in questo sarebbero assai differenti, con ciò sia cosa che egli non adoprarebbe ferro. Ella a modo alcuno non si voleva dar pace, ed essendo, com'era, superba, ritrosa e forte, piena di sdegno arrabbiava di còlera e di stizza, e non v'era ordine che in modo alcuno si volesse acquetare. E cosí dirottamente piangendo e senza aita e soccorso in poter del suo amante veggendosi, voleva disperarsi. Pompeio, poi che buona pezza l'ebbe lasciata piangere e fieramente lamentarsi, avendosela recata in braccio e a mal grado di lei piú volte basciatole la bocca e il petto, cominciò di nuovo a rammentarle le cose vecchie, e sí le disse: - Signora mia, voi sapete quanto tempo è ch'io vi son stato servidore, e che cosa non era al mondo per difficil che si fosse, che io per amor vostro non avessi fatta. Voi molte fiate mi faceste buon viso e mostraste che v'era caro ch'io vi servissi. E perché mi pareva non aver né luogo né tempo comodo a manifestarvi il mio ferventissimo amore, e come per voi era privo d'ogni pace e riposo, avendone perduto il cibo e ancora il sonno, mi deliberai pigliar quella comoditá che a me pareva d'aver trovata, quando mi fu detto che il consorte vostro era andato in villa. Cosí tremando e ardendo venni a trovarvi. Voi devete ricordarvi de la maniera che mi trattaste, e ciò che contra ogni convenevolezza faceste. E se per sorte l'alterezza e superbia vostra v'avessero levato di mente l'estrema paura che mi faceste in quel punto, devete creder ch'io non me l'ho smenticata, anzi ognora l'ho nel core, e sovviemmi tuttavia che voi, non l'avendo io meritato, mi poneste a rischio di morire. Non devevate usar quei termini meco, ma conoscendomi, come mi conoscevate, ch'io v'amava, se l'amor mio non vi piaceva, potevate darmi onesta licenza, che io averei messo l'animo altrove. Ora io intendo prender di voi quella vendetta che mi parrá. E sapendo che a casa mia di vostra voglia non sareste venuta, mi son ingegnato con inganno ivi condurvi, ov'ora essendo, farete gran bene a darmi quel che tormi non potete. - A la fine, dopo molti contrasti, ella fu astretta a spogliarsi ed entrar con l'amante nel letto, ove giocarono piú fiate a la lotta, e sempre a lei toccò a trovarsi di sotto. Onde Pompeio prese quel amoroso piacer di lei, che tanto aveva bramato. Dopo la fine del giocar de le braccia, aperse Pompeio uno degli usci de la camera e fece la donna entrar in un'altra camera ricchissimamente apparata, dentro a cui era un letto che sarebbe stato onorevole per ogni gran signore. V'erano quattro materazzi di bambagio, con le lenzuola sottilissime tutte trapunte di seta e d'oro. La coperta era di raso carmesino tutta ricamata di fili d'oro, con le frange d'ognintorno di seta carmesina, meschiata riccamente con fila d'oro. V'erano quattro origlieri lavorati meravigliosamente. Le cortine di tocca d'oro carmesine di preciose liste vergate, circondavano il ricco letto. La camera, in luogo di razzi, era di velluto carmesino maestrevolmente ricamato tutta vestita, nel mezzo de la quale v'era una condecente tavola coperta d'un tapeto di seta, ed era alessandrino. Vi si vedevano poi otto forsieri fatti d'intaglio molto belli, posti intorno a la camera. V'erano anco quattro catedre di velluto carmesino, e alcuni quadri di man di mastro Lionardo Vinci il luogo mirabilmente adornavano. In questo mezzo aveva madonna Barbara fatto venire circa venticinque gentiluomini giovini de' primi de la cittá. Avvisato di questo Pompeio, che giá aveva fatto corcar in quel letto la donna, e copertole il viso d'un velo ricchissimo e profumata la camera di legno aloè, d'augelletti cipriani, di temperati muschi e di altri odori, fece ritrar le cortine, comandando a la donna che non facesse movimento alcuno per cosa che ella udisse. Dopo queste cose egli riccamente vestito, in viso tutto allegro, entrò in sala e con grate accoglienze quei gentiluomini raccolse. Quivi da tutti con grandissima meraviglia fu veduto, con ciò sia cosa che ciascuno il tenesse per gravissimamente infermo. Il perché egli che l'ammirazion di quelli poteva di leggero indovinare, in questa maniera disse loro: - Signori ed amici miei, io credo che tutti voi forte di me devete meravigliarvi, veggendomi qui sano che dianzi credevate che io gravemente infermassi. Egli è vero che io sono stato molto male ed in periglio de la vita; ma oggi presi una salutifera medicina, che m'ha, come vedete, guarito. E perché so che tutti del mio male prendevate dispiacere, hovvi voluto con la presenza mia rallegrare. Voglio altresí farvi veder quella salutifera medicina che m'ha sanato, con questo che io vo' che tutti m'impegnate la fede vostra di non movervi per cosa che si faccia. - Con questo gli introdusse in camera. Parve a chi v'entrò d'entrar in un paradiso, tanto era bello il luogo, e tanto soave odor spargeva. La donna, che queste genti sentí, e forse a la voce alcun parente o suo domestico conobbe, tutta tremante stava, non sapendo ciò che Pompeio far volesse. Or poi ch'assai fu l'apparato da tutti a piena voce lodato, e ciascuno desiderava vedere chi in letto giacesse, disse Pompeio: - Dentro questo letto, signori miei, è la preciosa e salutifera medicina che oggi m'ha sanato, la quale io intendo farvi vedere, ma a parte a parte. - Cosí detto, avvertendo che il volto non si scoprisse, egli con l'aita d'un suo servidore levò soavemente via la coperta dal letto, di modo che la donna restò solamente coperta da un sottilissimo lenzuolo, che nessuna parte del delicato e morbido corpo pienamente nascondeva. Pompeio dopo, levato un poco di lenzuolo, scoperse dui piedi bianchissimi piccioli alquanto lunghetti, con le dita che parevano d'avorio schietto sottili e lunghe, e con l'unghie che di perla rassembravano. Né guari stette ch'egli scoperse quasi tutte le coscie. Essendo la donna distesa, a l'aparir de le delicate gambe e coscie, sentirono i riguardanti svegliar tal che dormiva. Domandò loro Pompeio che gli pareva di cotal medicina. Eglino sommamente la commendarono, desiderando di saporirla. In questo egli, con una parte del lenzuolo, ascoso ciò che tra le coscie dimora, tutto il petto fin a la gola scoperse, il che a' riguardanti fu di mirabilissima gioia a vedere, perciò che essendo quel corpo bellissimamente formato, era il petto oltra ogni credenza meravigliosamente bello. Miravano tutti con diletto incredibile il ben rilevato e candidissimo petto, con due poppe ritonde e sode che parevano formate d'alabastro, se non che, tremando ella, vi si vedeva un certo ondeggiamento, che mirabil gioia rendeva. Aspettavano tutti veder l'angelico viso, quando Pompeio in un tratto le scoperte membra ricoperse, e condusse i gentiluomini in sala, ove madonna Barbara aveva fatto preparar de le frutte che la stagione apportava, con confetti ed ottimi vini. E confettando e bevendo, diverse cose dissero, andando poi ciascuno ove piú gli era a grado. Mentre le frutte si mangiavano, madonna Barbara, entrando dove madonna Eleonora ancor in letto giaceva, le disse: - Madonna, mio fratello v'ha pur reso pan per ischiacciata? - Ella piangendo la pregò che le facesse recar i panni, di lei che tradita l'aveva forte rammaricandosi. Sovravvenne Pompeio, e salutandola le disse: - Signora mia, noi siamo par pari. Tuttavia la ragion vuole che voi abbiate il torto, - e tante cose le disse che la si pacificò. E giá gustato avendo gli abbracciamenti de l'amante esser piú saporosi di quelli del marito, si lasciò in tutto passar la còlera, e fece di modo che lungo tempo goderono del loro amore, e lasciando di beffar piú nessuno divenne piacevole e gentilissima. E perciò, donne mie care, imparate a non beffar altrui, se non volete esser beffate con forse doppia vendetta.

 

     Questionato s'è piú volte, amabilissima signora e voi cortesi signori, tra uomini dotti ed al servigio de le corti dedicati, se opera alcuna lodevole, o atto cortese e gentile che usi il cortegiano verso il suo signore, si deve chiamar liberalitá e cortesia, o vero se piú tosto dimanderassi ubligazione e debito. Né di questa cosa senza ragion si contrasta, imperciò che appo molti è assai chiaro che il servidore verso il suo padrone non può tanto mai ogni giorno fare, quanto egli deve di molto piú. Ché se per sorte non ha la grazia del suo re, e pur vorrá, come fa chiunque serve, averla, che cosa deve mai lasciar egli di far quantunque difficil sia, a ciò che la desiata grazia acquisti? Non veggiamo noi molti che, per gratificarsi il lor prencipe, hanno a mille rischi e spesso a mille morti messa la propria vita? Ora, se egli si ritrova in favore e si conosce d'esser amato dal suo padrone, quante fatiche e quanti strazii è necessario che sofferisca, a ciò che in riputazione si mantenga e possa l'acquistata grazia mantenere ed accrescere? Sapete bene esser divolgato proverbio e da l'ingegnoso poeta celebrato, non esser minor vertú le cose acquistate conservare, che acquistarle. Altri in contrario contendono, e con fortissimi argomenti si sforzano provare che tutto quel che il servidor fa oltra 'l debito e sovra l'ubligazione che ha di servire al suo signore, sia liberalitá e materia da ubligarsi il padrone e di provocarlo a nuovi beneficii, sapendosi che, qualunque volta l'uomo fa il suo ufficio al qual è deputato dal signore, e lo fa con tutta quella diligenza e modi che se gli ricercano, che egli ha sodisfatto al debito suo e che merita da lui esser, come è conveniente, guiderdonato. Ma perché qui ragunati non siamo per disputare, ma per novellare, lasciaremo le questioni da canto, e circa ciò quel che un valoroso re operasse intendo con una mia novella raccontarvi, la qual finita, se ci sará dapoi alcuno che voglia piú largamente parlarne, io penso che averá campo libero di correr a suo bell'agio uno o piú arrenghi, come piú gli aggradirá. Dicovi adunque che fu nel reame di Persia un re, chiamato Artaserse, uomo d'animo grandissimo, e molto ne l'armi essercitato. Questo fu quel che prima, come narrano gli annali persiani, essendo privato uomo d'arme, ché grado ancora militare non aveva ottenuto ne lo essercito, ammazzò Artabano, ultimo re degli Arsacidi, sotto cui militava, ed il dominio di Persia a' persiani restituí, ch'era stato in mano de li macedoni e d'altre genti dopo la morte di Dario, che fu dal magno Alessandro vinto, per spazio d'anni circa CCCCCXXXVIII. Questi adunque, avendo tutta Persia liberata e da li popoli essendo fatto re, tenne corte di magnificenze e d'opere virtuose, ed egli splendidissimo in tutte l'azioni sue, oltre i titoli ne le sanguinolente battaglie valorosamente acquistati, era tenuto per tutto l'Oriente il piú liberale e magnanimo re che in quella etá regnasse. Nei conviti poi era un nuovo Locullo, onorando grandemente i forastieri che in corte gli capitavono. Aveva costui in corte un senescalco detto per nome Ariabarzane, il cui ufficio era, quando il re publicamente faceva un convito, salito sovra un bianco corsiero e con una mazza d'oro in mano, venirsene innanzi agli scudieri i quali il mangiar del re portavono in vasi d'oro di finissimi pannilini coperti, e i panni erano tutti trapunti e lavorati di seta e d'oro a bellissimi lavori. Questo ufficio di senescalco era sommamente stimato, e communemente a uno de' primi baroni del reame soleva darsi. Il perché, detto Ariabarzane, oltre che era di nobilissimo legnaggio e tanto ricco che quasi nessuno uguale di ricchezze nel reame si trovava, era poi il piú cortese e liberal cavaliere che in quella corte praticasse, e tanto a le volte faceva il magnanimo e senza ritegno spendeva, che, lasciando il mezzo in cui ogni virtú consiste, molte fiate a gli estremi inchinando, cadeva nel vizio de la prodigalitá. Onde assai spesso parve che non solamente col suo re volesse ne l'opere di cortesia agguagliarsi, ma ch'egli cercasse con ogni sforzo d'avanzarlo o vincerlo. Un giorno adunque fattosi il re portar lo scacchiero, volle che Ariabarzane seco agli scacchi giocasse. Era in quei dí tra' Persiani il giuoco degli scacchi in grandissimo prezzo, e di tal maniera un buon giocatore era stimato, come oggidí tra noi è lodato un eccellente disputatore in cose di lettere e materie filosofiche. Onde assisi l'uno a rimpetto de l'altro ad una tavola ne la sala reale, ove erano assai gran personaggi che il giuocar loro attenti e con silenzio miravano, cominciarono a la meglio che sapevano l'un l'altro con gli scacchi ad incalciarsi. Ariabarzane, o che meglio del re giocasse, o che il re dopo non molti tratti al giuoco non avesse l'animo, o che che se ne fosse cagione, ridusse il re a tale che non poteva fuggir che in due o tre tratti non fosse sforzato ricever scacco matto. Di questo il re avvedutosi, e considerato il periglio de lo scacco matto, divenne assai piú del solito colorito in faccia, e pensando se v'era modo di schifar lo scacco matto, oltre il rossore che in faccia gli si vedeva, con squassare il capo ed altri atti e sospiri, fece conoscer a chiunque il gioco guardava, che troppo gli rincresceva l'esser a simil passo giunto. Del che accorgendosi il senescalco e veggendo l'onesta vergogna del suo re