Domenico Ciampoli – Asilo

Giorgio grande meraviglia faceva uscire sulla porta delle capanne gli abitanti della valle di Roccabruna. Vedevano là, in cima al colle dirupato, il castello, il vecchio castello tutto illuminato: un gran fuoco ardeva sulla torre più alta, e di quando in quando, al chiaror delle vampe comparivano sui merli delle persone, come piccoli demoni nelle fiamme. E certo lo stupore di que’ poveri contadini doveva accrescersi pensando che – secondo il costume – quelli eran segni di gioia, la quale – anche secondo il costume – non poteva manifestarsi che dopo molti mesi dalla morte del vecchio barone: eppure il vecchio barone era stato seppellito solo da quindici giorni, nè l’unico erede, Giovanni di Cordova, a cui s’eran fatti dispacci, su dispacci era giunto in tempo per raccoglierne le ultime volontà.

Le cattive lingue quella sera dicevano molto bene dell’erede e molto male del morto; prima avevano detto il contrario, quando l’erede era un povero giovanotto scapato, senza un amico e senza uno scudo, e quando il barone era in grado di profondere le sue centomila lire di rendita.

Giovanni di Cordova che faceva in quella notte illuminare l’antico castello de’ suoi magnanimi antenati, ebbe la cara nuova della morte dello zio sul punto che in una bisca da bari buttava sur una carta l’ultimo marengo, ritratto dalla vendita d’un anello, pegno d’amore di una fanciulla, morta poi non so come in un ospedale.

Lesse il telegramma tremando: poscia, rizzandosi sulla bella persona – poichè Giovanni era un bel giovane da vero- dètte un pugno fragoroso sul tavolo da giuoco, e gridò:

– Miserabili amici!… Il vostro compagno d’armi diventa barone di Roccabruna con centomila lire di rendita…. Ora fate la limosina a Giovanni di Cordova, perchè possa raggiungere i suoi feudi senza morire di fame.

E stese verso gli amici il suo vecchio cappello che presto luccicò di monete d’oro. Giovanni raccolse in un pugno l’insolita offerta:

– Ed ora, addio! – disse a’ compagni: – Se l’erta del mio castello non vi spaventa, se il vino centenario delle mie botti vi solletica, se la voglia di spogliarmi vi dura sempre nelle ossa, venite nel castello di Roccabruna: Giovanni di Cordova vi aspetta fra quindici giorni.

Neppur uno mancò al ritrovo; ed è per questo che il castello era illuminato.

I famigliari, da quando egli era giunto, avevano temuto del nuovo padrone un cattivo soggetto; e Maria, la vecchia serva della defunta baronessa, l’aveva brontolato a tutti sin dal primo giorno, e ripetuto il secondo, allorchè vide guardare con certi occhi ladri una sua povera figliuola che seminava fiori nel giardino. Del resto si rassegnavano col cuore in pace a soffrir tutto, in grazia dei peccati commessi fra la morte del barone e l’arrivo del nipote, e fors’anche dei peccati che commetterebbero per l’avvenire, avendo conosciuto in Giovanni un uomo che non guardava poi tanto pel sottile.

In fatto di donne, per esempio – assicuravano Giorgio Neri e il Mago, suoi dilettissimi amici – egli sosteneva l’individuo non dover formare la specie, che anzi la specie dover formare l’aspirazione d’ogni persona bene educata; onde aveva lungamente praticate le sue teorie su larga scala, e quando l’individuo voleva dominar sulla specie e sul cuore, egli gridava: – Al diavolo, bellezza tentatrice! Il vario non può essere l’uno! – Così che Emma, Ida, Angiolina, Bianca e cento altre di nome somigliante lo avevano soggiogato per un quarto d’ora e poi lasciato andar via, le une disperandosi di avere smarrito, senz’avvedersene, la collana di perle, le altre dolendosi di un certo malessere prodotto loro dalla presenza di quell’uomo. Ida, Emma, Bianca, Angiolina ricomparvero dinanzi alla mente di Giovanni, il giorno che vide la figlia della vecchia Maria seminar fiori nel giardino. Era Ida altina, bianca, ma senza i capelli biondi, poichè le chiome nere pareva averle tolte ad Emma insieme a qual gran paio d’occhi castagni che gli mettevano in corpo la febbre e che ora gli ricordavano i languori di Bianca e le tenere carezze di Angiolina. Ma non era nessuna delle quattro…. era una povera montanina col suo corpetto di velluto cilestre, guarnito a nastri gialli, col suo lindo grembiule rosso e la sua sottana azzurra, che spirava un profumo di biancheria anche a vederla da un gotico finestrone del castello, dov’era Giovanni. Quand’egli s’accorse d’aver pensato troppo all’individuo Gemma – poichè aveva udito chiamarla proprio così: – sarà l’aria dei monti – disse: – l’aria de’ monti che faceva tanto bene a Rousseau e a Byron: potrebbe darsi ch’io cominciassi a pensare da vero quassù… – E infatti poco dopo si ricordò di non aver fatto colazione, di non aver disposto tutto per gli ospiti, di non aver arredata a suo modo la stanza del convito e di non aver dato un calcio a quel malnato di servitore, che, quando egli giunse e si annunziò erede del barone, gli rise proprio sul muso.

Intanto andavano e venivano quella sera i servi per una gran sala del castello, in mezzo a cui era una tavola imbandita, con attorno una ventina di convitati. Un bel fuoco scoppiettava allegro allegro nell’ampio camino, illuminando sinistramente vecchi ritratti di persone vecchie e trofei d’armi antichissime. In mezzo alla tavola era un gran candeliere d’argento, la cui luce viva e tremante si rifletteva su’ visi a quei galantuomini, che urlavano, cantavano, bevevano.

Giovanni, seduto sur un seggiolone a bracciuoli, alto più degli altri, dominava la brigata. Quando il vino ebbe fatto il suo dovere comparendo sulla punta del naso e degli orecchi, egli si rizzò, tese il braccio che reggeva il bicchiere e disse:

– Amici!… Io bevo alla vita eterna del venerabile barone di Roccabruna, mio generoso antecessore e parente!

– Amen! – risposero gli altri in aria canzonatoria, ed urtando fra di loro i bicchieri, così che del vino il più ne bevve la tovaglia.

– Oh! che direbbe egli mai – seguitava Gianni – quell’uomo sobrio, delle nostre orgie?… Guardatevi intorno: sotto le armi dei nostri maggiori si stendono i barili del vino che c’inebria; sulla mensa è l’argenteria de’ dì solenni, e forse quegli stessi tovagliuoli, onde vi forbite le pudiche labbra, servirono per nettàre l’onore del mento a quei venerabili bricconi… Amici! Un brindisi a quei venerabili bricconi!

S’intese un urlio prolungato, un cozzar di vetri, un gorgogliare di gole, poi un chiacchierio alto, sonante, e uno scrosciar di risa. Quasi barcollante, dal lato di fronte a Giovanni, si levò un giovane cogli occhi smorti, languenti, puntò l’indice contro di lui, e tartagliando:

– Io sono il Mago! – gridò.

– Viva il Mago! – ripeteva il coro.

– Io sono il Mago: voglio conoscere tuo zio… lo voglio conoscere, capisci?

– Sì, sì, vogliamo conoscerlo! – E la brigata si rizzò, parte mettendosi a cavalcioni de’ barili circostanti e parte sedendosi sulla mensa.

– Fatelo risuscitare dunque! urlò Giovanni in tuono di sfida.

– Io sono il Mago! – ripeteva il brutto ceffo: – Attenti!… In nome di Satana – gridò poi con aria solenne: – Barone di Roccabruna, esci dal tuo sepolcro e vieni a farci una visita….

– Una visita! una visita! ripeteva il coro.

In questo, era apparsa ad una delle quattro porte la vecchia Maria e il visino della figliuola; poi se n’erano scappate pel corridoio tutte spaurite. Giovanni in un baleno aveva rivista quella figurina del giorno che gli faceva in capo con l’altre una ridda di ricordi rosei e bricconi, e sebbene mezzo ebro, aveva ripetuto: – Sarà l’aria dei monti.

– Per la terza volta, Barone di Roccabruna, in nome di Satana, ti comando: esci dal tuo sepolcro!… e…

L’oratore fu interrotto dallo sbattere di un uscio. Tutti si volsero a quella parte e impallidirono.

Era comparso un vecchio curvo, vestito d’abiti gallonati in oro, reggendosi sul bastone, e, trinciando l’aria con la destra, pareva minacciare sventure.

Gianni gridò:

– Mio zio?.. Ah! dunque vuol tormentarmi pure dalla fossa?

E stringendo il pugno, corse verso il vecchio che stava per svignarsela, l’abbrancò pel collo, lo rovesciò per terra…

– Strozzalo, quel mascalzone! – urlò il Mago; nè Giovanni stava per farselo ripetere, quando udì una vocina dolce e mesta che diceva:

– È mio padre, signore!

Quella vocina gli fece rivedere le trecce nere, gli occhi castagni ed il corpetto cilestre…

– Vattene al diavolo! – disse Gianni dando uno spintone al vecchio.

E l’orgia riprese il suo naturale sviluppo.

Gianni rideva di un riso scialbo: sentiva in corpo una voglia matta di dar de’ pugni e di piangere; rivedeva sempre Bianca, Ida, Angiolina… ma i nastri gialli del corpetto di Gemma gli svolazzavano sempre innanzi agli occhi.

D’un tratto egli diè un pugno sulla tavola e scomparve; ma gli amici non se ne dettero pensiero. Chi giuocava alle carte, chi russava, chi si dondolava a cavalcioni d’un barile. Solo per un momento coloro che erano rimasti svegliati, tesero l’orecchio, a cui pareva esser giunto un certo rumore e delle grida; ma non era nulla: il vento fischiava per la vallata, e i vetri verdastri tremavano sui balconi.

Tutti dormivano alla fine; soltanto Giorgio Neri non poteva chiuder occhio, perchè lo scintillio delle posate d’argento sulla tavola, gli faceva un certo invito a stringerle al cuore. Egli infatti non potè resistere lungamente: e presele, le unì, le avvolse in un tovagliolo e le consegnò al suo pastrano. Poi pensò che i compagni, sognando, non avevano bisogno di denaro; che egli invece, partendo per andare lontano lontano, non poteva farne a meno; e senza incomodarli a svegliarsi, li alleggerì di quel peso con molta maestria e prese il corridoio per uscire… Ma si fermò d’improvviso, perchè vide venire molte persone con dei lumi accesi, e quando se gli furono accostati, riconobbe Gianni ch’era portato da quattro uomini, come un morto, con le braccia penzoloni… Vide anche che nessuno gli badava; scese le scale, e forse sfidò il vento che fischiava per la vallata, mentre tutta quella gente stendeva Gianni sul suo letto e gli faceva odorar dell’aceto.

– L’ha voluta lui! – diceva la vecchia Maria mezza piangendo: – proprio lui!…

I servi in disparte borbottavano, malignamente tristi: nessuno rispondeva alla povera donna che proseguiva: – Voleva ghermire la mia Gemma, proprio come la buon’anima del barone fece con me.

Tutti ridevano sotto i baffi, ma la vecchia proseguiva:

– Suo padre, il padre di Gemma, era lì d’un passo; si svestiva degli abiti di barone indossati per burla…corse, lo respinse; lui, ubbriaco, cadde… Ecco tutto! L’ha voluta lui, proprio lui!

Quando ad uno ad uno i servi sulla punta dei piedi uscirono dalla camera, Maria s’accorse che un passo leggiero vi entrava, e riconobbe la figlia, sebbene la lucerna impallidita dai chiarori dell’alba non dèsse che un fioco lume…

– Babbo è fuggito nel bosco… E lui, come sta?

– Meglio: ha aperto due volte gli occhi.

Gemma si avanzò di pochi altri passi, e vide il povero Gianni bianco bianco in viso.

– È freddo? – chiese alla mamma.

– Guarda: scotta invece.

La fanciulla gli toccò la mano arrossendo.

Gianni aperse gli occhi. Rivide le trecce nere, gli occhi castagni, il corpetto cilestre che se ne fuggivano, vide Maria e… dètte in uno sbadiglio. Poi si levò.

– L’ho presa grossa, Maria, non è vero? – le domandò stirandosi nelle braccia.

– Un pochino… solo che non doveva… Gemma… capisce?…

– Ah, Gemma? sì… sì… quella povera Gemma. Ha avuta paura!

– Certo.

– Sentite, Maria: portatele questo anello: era di mia madre… Ditele che le voglio bene e che… capite?… la vorrei per moglie.

In questo, molti servi corsero ad annunziare che i signori venuti nel castello erano spariti, portando via perfino il candeliere d’argento; che volendosi inseguire, si sarebbero potuti raggiungere.

– Lasciateli andare – disse Gianni freddamente: – sono stati amici miei.

Da quel tempo ebbe principio nel castello quell’uso curiosissimo di dar asilo e vitto a’ vagabondi o pellegrini per una notte sola, concedendo di portar via tovagliuoli, piatti e posate… le quali però non sono più d’argento.