Domenico Ciampoli – Il Duca zoppo

I

Forse è storia, ed è in voce di leggenda.
Le giovinette che sentono raccontarla si stringono alla mamma facendosi rosse, e poi la notte fanno brutti sogni. E la dimane raccontano il brutto sogno al fidanzato sotto le ombre de’ boschi o delle siepi di rovi per affrettare il giorno delle nozze.
Oh! quel vecchio castello, là su quel colle, a balze e scaglioni, sembra un brutto vecchio accoccolato, che sbirci la valle cogli occhi guerci.
Fra le torri smerlate e cadenti ulula il gufo, fischia la tramontana e si posano le nuvole nere cariche di burrasca. Il nibbio a larghi giri dà la caccia alle biscie e alle colombe; e il musco ricama i suoi ghirigori sulle muraglie.
Di notte, quando la luna piena intristisce le pianure col riso del cielo, quel castellaccio si disegna sull’azzurro come un tronco di quercia fulminato; allora il montanaro l’addita a’ suoi figlioli e racconta la brutta storia del castello di Popoli.

II

Era Maria una ragazza bionda, come le spighe di luglio, bella come la madonnina della Castellana.
Quando, fatta grande, lasciò i boschi e le mandre, adattò le scarpette a’ piedi e cinse il guarnello di lino col corpetto di velluto cilestre, divenne casalinga e timida.
Un giorno, pregava per la mamma morta nella chiesa del suo paese, provò un certo turbamento insolito nel vedersi guardare fiso fiso da un giovanetto della contrada.
Poi tornò a casa, e il giovanetto la seguì.
– Bella fanciulla bionda, vuoi dirmi dov’è tuo padre?
– Mio padre è alla montagna; guarda i boschi del nostro Signore.
– E tua madre?
– È morta.
E non si dissero piú nulla.
Ma il giorno di festa, quando il babbo discese dalla montagna, il giovinetto venne a lui e gli disse:
– Io voglio bene alla tua Maria: vuoi darmela a sposa?
E il babbo chiamò Maria, che arrossì.
E le nozze furono stabilite.

III

Allora era dritto quel vecchio castello, e nel castello viveva il Duca di Popoli. Nessuno che amasse la vita aveva mai detto come quel Signore fosse venuto al mondo; ma i vecchi lo sapevano bene.
Un giorno il Diavolo, annoiato di stare all’inferno, venne in terra, e vestitosi da cappuccino, entrò in un convento di monache, e prese a confessare le fanciulle. E tra le fanciulle, trovò una bella bruna, figlia d’un conte montanaro, che non voleva proprio stare là dentro.
– Vieni allora con me – disse il Diavolo – Io ti farò regina di terre e di castella; avrai cento servi a’ tuoi piedi, paggi e scudieri; e vivremo felici.
– E non sarà peccato?
– Dio ha detto: amate. Bisogna ubbidire alla voce di Dio.
E a mezza notte, sur un nero cavallo, veloce più delle nuvole mosse dal vento, la bruna monachella ed il demonio cavalcavano per valli e pianure, per colli e montagne.
Come ella fu stanca, ad una sola parola del cappuccino, comparve uno splendido castello d’oro. Le vie erano coperte di porpora, le porte d’argento; misteriose musiche armonizzavano col canto di infiniti uccelli; gli effluvi dei fiori imbalsamavano l’aria; le ombre di boschetti silenziosi rendeano mite la luce del sole….
E il demonio s’era cambiato in un bellissimo cavaliere.
Allora scesero dal cavallo nero, e si perdettero nelle più remote sale del castello.
Ma il giorno dopo tutto era sparito; e la povera monachella si trovò nella campagna deserta. E un vecchio pastore la raccolse per carità di Dio, e la tenne nella sua capanna.
Dopo nove mesi, venne alla luce un bambino, ma la mamma morì sul punto che gli dava la vita.
Il pastore prese il bimbo e lo portò al vecchio Signor del castello.
E il vecchio Signore disse alla moglie:
– Ecco il figliuolo che tu non hai saputo darmi: me lo manda il Diavolo.
E poi disse ad un servo:
– Moia il segreto col pastore.
E il pastore fu ucciso.
Così quel bambino divenne Duca di Popoli.

IV

E il Duca di Popoli era padrone degli uomini e delle mandre. Nati sulle sue terre, i contadini erano suoi con dritto di vita e di morte.
E quando il babbo di Maria venne a lui pel consenso alle nozze:
– Tua figlia dev’essere bella! – gli disse il Duca: – Bel pensiero il maritarla. Aggiungerò alla sua dote il mio regalo. Conducila ai miei giardini.
– Ma Eccellenza…. Ella è timida….
– A’ miei giardini; ho detto.
Il vecchio chinò il capo e uscì.
Dopo un tratto, venne lo sposo.
– Ubbidienza, figliuolo! Voi siete mie creature: non c’è in tutto il mio dominio una fanciulla da marito che non paghi il dritto al suo Signore.
Il giovane divenne pallido, le mani parevano correre a strozzare quel manigoldo; ma s’inchinò profondamente:
– A’ comandi di vostra Eccellenza, – balbettò; e via.
Il Duca si fregò le mani:
– Un po’ duri questi marrani, ma poi, bel bello, si lasciano domare. Poscia chiamò un servo:
– Il mio cavallo – disse.
E il servo uscì.
Poco dopo cavalcava alla volta dei giardini.
1 giardini, per chi non lo sappia, sono un canto di terra deliziosa nella ubertosa vallata di Popoli. Vi si vedono tutt’ora statue mozze e muri incrostati. Allora era il luogo di sollazzo de’ Signori di Popoli: fontane, fiori, labirinti di verzura, boschetti, ruscelli, peschiere, cacinette; parea una piccola valle di Tempe.
E da dieci miglia all’ingiro venivano le vergini il giorno prima delle nozze per l’omaggio al Signore della Terra.
Cavalcava dunque il Duca, con la testa alta, con una mano reggendo le briglie e con l’altra sull’anca; e forse con la mente vagava in non so quali regioni voluttuose, quando una pietra fischiando gli colse la gamba dritta frantumandogliene l’osso, e mentre egli si chinava, un’altra gli colpì la schiena, sicchè cadde riverso al suolo, mentre il cavallo impennato davasi alla fuga.

V

Una settimana dopo, il Duca fece chiamare il prete della sua chiesa.
– Padre – diss’egli – comunicate ai vostri fedeli ch’io amo di cambiar vita. Dio mi ha avvertito per mezzo di quello sciagurato che ormai n’è tempo. Sieno aperti i miei granai a’ poverelli; sieno liberi i miei soggetti d’ogni servitù; benedicano al pentito, che sconterà con le penitenze i peccati trascorsi. Andate alla famiglia del mio offensore e portate il mio perdono. Questa ferita, che mi rende zoppo per tutta la vita, valga a ricordarmi sempre che c’è un Dio il quale castiga i cattivi.
Il prete commosso piangeva a calde lagrime, e cogli occhi al cielo pareva ringraziarlo di quella miracolosa conversione.
– E perchè alle parole corrispondano i fatti, io deporrò d’ora in poi ogni insegna di grandigia: i coloni mi vedranno tra loro come fratello. Vi consento di ampliare la Chiesa, di profondere il mio avere in opere di misericordia. Così potessi dare il mio sangue per redimere un passato, che mi abbuia l’avvenire.
– Sperate in Dio – disse il prete, e partì, correndo ad annunziare al suo gregge che il lupo era diventato agnello.

VI

Così passarono sett’anni, sett’anni lunghi lunghi, durante i quali il Duca Zoppo aveva consumato una salma di farina ridotta ad ostie consacrate. Ogni mattina lo si vedeva umilmente in chiesa, inginocchiato sulla nuda terra, piangere e battersi il petto; ogni sera a’ vespri cantava le laudi del Signore. A lui ricorrevano gli orfani e le vedove derelitte, a lui i deboli e gli affamati, e tornavano via con soccorsi di denari, di abiti e di sante parole. Fu visto spesso entrare nei tuguri di poverelli infermi, difendere qualche viaggiatore da’ banditi, dar asilo ospitale a’ signori, suoi vecchi nemici. Non si versava per le sue terre più una goccia di sangue umano, e una serena calma, come i tramonti d’autunno, riempiva ogni cuore. Allora i villani che l’avevano conosciuto ribaldo, presero a stimarlo un santo, e quand’egli colmò di beni la famiglia del suo offensore, la nuova giunse fino a Roma e il papa gli mandò un regalo di agnusdei.
II giovanotto era fuggito lontano lontano, temendo la vendetta di quel tristo; ma dopo la conversione del Duca ognuno sperava che tornasse, e il Duca stesso ne tenne discorso al sacerdote, che gli curava l’anima.
– Oh, la sublime virtù del perdono! – disse il prete: – Imitate Cristo, o Duca, che sul Golgota perdonava a chi l’uccideva.
E il Duca perdonò giurando sugli evangeli che amerebbe chi gli aveva spezzata una gamba.
Furono spediti messaggi sopra messaggi, ma il giovanotto teneva duro: alla fine il prete, che per quella famosa conversione aveva visto interessarsi la santa sede e sperava con quest’ultimo colpo d’ottenere il vescovado di Valva e Sulmona, chiese al Duca d’andare egli stesso in cerca della pecorella smarrita, del figliuol prodigo. Il Duca acconsentì di buon grado, anzi permise alla madre del fuggitivo d’andare ella pure a rassicurarlo ed indurlo al ritorno.
E cammina, cammina, il sacerdote e la donna lo trovarono finalmente, e dopo avergli raccontato i prodigi del Duca e fatto promettere d’andargli a chiedere perdono, mandarono un messo che annunziasse la lieta novella al loro Signore.
Come stavano per entrare in paese, una calca immensa li attendeva alle porte: il Duca stesso, a piedi umilmente, gli era uscito incontro. E appena lo vide, corse, zoppicando, ad abbracciarlo, mentre il prete li benediceva in nome di Dio. Il popolo piangendo di tenerezza, gli seguì fino al castello, dov’era imbandito un pranzo in onore di quella pace generosa.
E come furono nella gran sala, il Duca volle che il sacerdote benedicesse alla povera Maria e suo offensore, ch’egli univa in matrimoni. Assistevano a quella commovente scena tutta la parentela dello sposo e della sposa, da’ più vecchi ai bambini lattanti. Il Duca aveva voluto che non ne mancasse uno solo; anzi sapendo che il centenario avo del giovanotto non poteva recarsi da lui, mandò la sua lettiga a prenderlo. Erano meglio di sessanta persone. Fra tanto il banchetto s’apparecchiava, egli permise a tutti di visitare il palazzo pieno di meraviglia per la povera gente, e volle che il prete accompagnasse lo sposo, mentr’egli tratteneva le donne e gli altri, spiegando loro i soggetti dei quadri e l’uso delle armature, il tessuto degli arazzi e i segreti de’ mobili.
Alla fine un valletto annunziò pronto il desinare, e tutti si disposero in giro alla mensa, in capo alla quale era seduta Maria. Il Duca andava e veniva, e come fu portata una grande zuppiera, egli si sedette, ordinando a un servo di cercar lo sposo e il prete, che non erano giunti ancora.
Intanto – disse volgendosi a Maria ed alla madre del giovanotto: – Fate voi gli onori della casa: distribuite la zuppa a’ convitati.
Le donne arrossirono confuse, ma alle nuove premure cedettero. La vecchia scoperchiò la zuppiera per cominciare, quando la povera Maria, guardandovi entro, gittò un grido spaventevole e cadde come fulminata. Tutti allora si rizzarono inorriditi e videro….
Dentro la zuppiera era la testa dell’offensore.
Allora si slanciarono contro al Duca inviperiti, ma dalle quattro porte della sala uscirono d’improvviso venti uomini armati e cominciarono la strage.
Vecchi, donne, fanciulli, adulti tutti furono scannati, e quando quei sicarii ebbero compiuta l’opera nefanda, il Duca ricomparve: guardò la strage colle braccia conserte, poi disse:
– Dopo sett’anni la vendetta è compiuta. Solo adesso il delitto è pari alla penitenza che ne ho prima scontata.
A quella sala fu dato il nome di sala scellerata; ed anche adesso chi può penetrare ne’ sotterrani del castello vede additarsi dalla guida una celletta dove morì di fame il prete, che doveva essere vescovo di Valva e Sulmona.