Elegia di Tommaso Gray poeta inglese da esso scritta in un cimitero campestre tradotta in versi italiani/ traduzione di Giuseppe Torelli.

Segna la squilla il dì, che già vien manco;
Mugghia l’armento, e via lento erra e sgombra;
Torna a casa il bifolco inchino e stanco,
Et a me lascia il mondo e a la fosc’ombra.

Già fugge il piano al guardo, e gli s’invola,
E de l’aere un silenzio alto s’indonna,
Fuor ‘ve lo scarabeo ronzando vola,
E un cupo tintinnir gli ovili assonna;

E d’erma torre il gufo ognor pensoso
Si duole, al raggio de la luna amico
Di chi, girando il suo ricetto ombroso,
Gli turba il regno solitario antico.

Di que’ duri olmi a l’ombra, e di quel tasso,
Ve s’alzan molte polverose glebe,
Dorme per sempre, in loco angusto e basso,
De la villa la rozza antica plebe.

L’aura soave del nascente giorno,
Di rondine il garrir su rozzo tetto,
Del gallo il canto, o il rauco suon del corno
Più non gli desterà da l’umil letto.

Per lor non più arde il foco, o attenta madre
A le sue cure vespertine attende:
La balba famigliuola in grembo al padre
Non repe, e baci invidiati prende.

Spesso a la falce lor cesse il ricolto,
Spesso domar le dure zolle i ferri.
Come lieti lor tiro al campo han volto!
Com’ piegar sotto a’ gravi colpi i cerri!

Non beffi l’opre lor fasto superbo,
L’oscura sorte, i rustici diletti,
E non ascolti con sorriso acerbo
De’ poverelli i brevi annali e schietti.

Qual per sangue, e real pompa s’onora,
Quanto mai l’or, quanto beltà dar possa,
L’istessa aspetta inevitabil’ora.
Anco la via d’onor guida a la fossa.

Nè tu sprezzar, o altier, cotesta tomba,
Se non orna trofeo l’ossa sepolte,
Nè bell’inno di lode alto rimbomba
Per lunghe logge, e istoriate volte.

Puote forse opra di scarpello arguto
Richiamar l’alma a la sua spoglia ignuda?
O può canto eccitare il cener muto,
E allettar morte inesorabil cruda?

Forse in questo negletto angolo alberga
Spirto già pieno d’un ardor celeste;
O man degna che tratti real verga,
E vocal cetra a nobil canto deste.

Ma lor Sofìa non svolse il gran volume,
Che ‘l tempo di sue spoglie ornò e distinse,
Tarpò al bell’estro povertà le piume,
E ‘l corso a l’alme con suo gelo strinse.

Chiare vie più che bel raggio sereno
Chiude il mar gemme entro a’ suoi cupi orrori;
E non veduti fior tingono il seno,
E per solingo ciel spargon gli odori.

Forse un rustico Ambdèno ha qui l’avello,
Che al tiran de’ suoi campi oppose il petto,
Un oscuro Miltone, od un Cromuello,
Non mai del sangue de la Patria infetto.

Tener grave Senato intento e fiso,
Di duolo e danni non temer minaccia,
Sparger su regni con la copia il riso,
E la sua vita altrui leggere in faccia,

Vietò lor sorte: pur se non concede
Che Virtù emerga, fa che ‘l vizio langue.
Quindi nessun la via chiuse a mercede,
Empio, nè al trono unqua, nuotò pel sangue.

Nessun di coscienza il verme rio
Compresse, o spense un candido rossore;
Nè incensi al lusso, e a la superbia offrio,
Arsi a la fiamma de le sacre Suore.

Lunge dal popolar tumulto insano
Non mai torsero il piè dal dritto calle,
Seguendo il corso lor tranquillo e piano,
Per l’erma de la vita opaca valle.

Pur a difender da villano insulto
Quest’ossa, eretto alcun sasso vicino,
D’incolte rime, e rozze forme sculto,
Qualche sospir richiede al peregrino.

I nomi e gli anni, senza studio ed arte,
Di carmi in vece, indotta man vi segna,
E con sacre sentenze intorno sparte,
Al buon cultore di morire insegna.

Chi mai, chi del l’oblio nel fosco velo
Questa affannosa amabil vita avvolse,
E lasciò le contrade alme del cielo,
Nè un sospiroso sguardo indietro volse?

Posa, spirando, in grembo amico e fido
L’alma, e chiede di pianto alcuna stilla.
Da la tomba anco alza natura il grido,
E sotto il cener freddo amor sfavilla.

Ma se di te, che in semplice favella
Narri storia di gente oscura umìle,
Fia che brami saper qualche novella
Quà giunto a sorte spirto ermo e gentile;

Spesso, forse dirà Pastor canuto,
La rugiada crollar giù da l’erbetta,
Frettoloso in su l’alba i’ l’ho veduto,
Per incontrare il Sol su l’alta vetta.

Sotto quell’ondeggiante antico faggio,
Che radici ha bizzarre e sì profonde,
Prosteso e lento, al più cocente raggio,
Fiso ascoltava il mormorar de l’onde.

Ora ridente di schernevol riso
Movea presso quel bosco il passo errante,
Mormorando sue fole, or mesto in viso,
O pien di cure, o disperato amante.

Una mattina in su l’usato monte
Io più nol vidi al caro arbore appresso:
Venne poi l’altra, e pur in quella al fonte
Non si mostrò, nè al poggio, o al bosco istesso.

La terza al fin con lenta pompa e tetra
Portar si vide al tempio: or t’avvicina,
E leggi tu, che ‘l sai, scolpito in pietra
Lo scritto, sotto quell’antica spina.

Giovane a fama ignoto et a fortuna
Qui vien che in grembo de la terra dorma.
Sofìa non isdegnò sua bassa cuna,
E tristezza il segnò de la sua forma.

Sincero era il suo cuore, e di pietate
(E, dal ciel n’ebbe ampia mercede) ardea.
Un sospir, quanto avea, diè a povertate,
E un amico impetrò, quanto chiedea.

Più oltre non cercar, nè d’ir scoprendo
Ti studia le sue buone, e le triste opre.
Fra la speme e ‘l timor, nel sen tremendo
Di Dio si stanno, e denso vel le cuopre.

IL FINE.