Elezioni GB: tremano i conservatori

di Michele Paris

La costante discesa nei sondaggi del Partito Conservatore britannico in vista delle elezioni anticipate del prossimo 8 giugno sta producendo una reazione frenetica tra i media, la classe politica e gli esponenti del business d’oltremanica, traducendosi in una vera e propria offensiva contro il principale rivale della premier Theresa May, il leader laburista Jeremy Corbyn.

Quando nel mese di aprile la numero uno dei “Tories” aveva annunciato a sorpresa la fine anticipata della legislatura, in pochi dubitavano della schiacciante vittoria che il partito al potere in Gran Bretagna avrebbe incassato di lì a un paio di mesi. A una settimana dall’apertura delle urne, invece, continuano a succedersi rilevazioni di opinione che indicano come il vantaggio sul Partito Laburista sia in calo, tanto da mettere in discussione la possibilità dei conservatori di ampliare l’attuale maggioranza parlamentare.

La stampa britannica che sostiene i conservatori o è schierata con la destra del “Labour”, ferocemente anti-Corbyn, ha così iniziato da qualche giorno a mettere in guardia il governo May. Una vittoria e una maggioranza risicate comprometterebbero i piani della premier, intenzionata a rafforzare la sua posizione per condurre le trattative sulla “Brexit” senza la necessità di scendere a compromessi sul fronte interno.

Quest’ultimo era ufficialmente lo scopo principale del voto anticipato, anche se, forse ancor più, un’ampia maggioranza conservatrice consentirebbe al governo di intensificare le politiche di austerity che hanno caratterizzato in maniera drammatica questi ultimi anni. Più della necessità di avere una mano ferma sulla “Brexit”, è proprio l’esigenza di proseguire su questa linea a essere anche alla base della campagna anti-Corbyn in atto, appoggiata fermamente dai grandi interessi economici e finanziari britannici che stanno dietro al Partito Conservatore e alla destra laburista.

L’altra ragione della profondissima ostilità negli ambienti di potere e dei media ufficiali nei confronti del leader laburista è la sua presunta debolezza sulle questioni militari e della sicurezza nazionale che potrebbe compromettere le posizioni e gli interessi del capitalismo britannico nel mondo.

Principalmente due fattori sembrano avere eroso il vantaggio enorme in termini di gradimento degli elettori che veniva attribuito fino poche settimane fa ai conservatori. Il primo era sotto gli occhi di tutti, pur essendo deliberatamente ignorato, mentre il secondo si è presentato in maniera relativamente imprevista.

Il primo è la sostanziale impopolarità dell’agenda politica ed economica dei “Tories”, la cui tradizionale impronta classista ha mostrato i caratteri più estremi con i governi Cameron e May. Privatizzazione dei servizi pubblici, tagli alla spesa sociale, smantellamento del welfare, compressione dei diritti civili sono popolari solo tra le classi privilegiate e la stampa “mainstream”, i cui interessi, effettivamente ben difesi dai gabinetti conservatori, sono sistematicamente confusi con quelli del resto della popolazione.

A riprova di ciò, un effetto disastroso sul gradimento dei conservatori aveva avuto la notizia dei piani di Theresa May per far pagare una buona parte dei costi di assistenza domiciliare agli anziani britannici. La proposta è stata subito battezzata “dementia tax” dagli oppositori del governo e ha costretto il primo ministro a un’umiliante, anche se parziale, marcia indietro.

Le relative fortune elettorali del Partito Conservatore sono poi da collegare al discredito di quello laburista dopo oltre un decennio di spostamento a destra sotto la leadership di Tony Blair e Gordon Brown. La ripresa dei laburisti, sia in termini di adesioni al partito sia per quanto riguarda le intenzioni di voto, si è registrata infatti sotto la guida di Corbyn, la cui leadership viene percepita per la prima volta da decenni come autenticamente progressista.

Il secondo fattore è l’attentato terroristico di settimana scorsa a Manchester. La strage sembrava poter essere sfruttata dal governo May per promuovere le credenziali conservatrici sulle questioni della sicurezza, ma le collusioni che sono subito emerse tra i servizi segreti britannici e gli ambienti fondamentalisti a cui era legato l’attentatore si sono trasformate in una sorta di boomerang.

Molti giornali, in ogni caso, hanno iniziato proprio in questi giorni a considerare scenari diversi dalla valanga conservatrice che sembrava essere inevitabile fino a poco tempo fa. Addirittura, martedì è stato pubblicato dal Times di Londra un nuovo sondaggio che deve avere gettato nel panico più totale i vertici del Partito Conservatore e i suoi sostenitori. Citando uno studio dell’agenzia YouGov, il quotidiano di Rupert Murdoch ha scritto che i conservatori potrebbero perdere la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni di Londra, trovandosi costretti a cercare un qualche partner per poter continuare a governare.

Altre rilevazioni avevano già evidenziato come il vantaggio dei “Tories” sul “Labour” fosse passato da ben oltre il 20% di qualche settimana fa a poco più – o, per alcuni, poco meno – del 10% attuale. La ricerca di YouGov, però, si basa su un modello di analisi considerato più preciso perché ha preso in considerazione tutti i singoli distretti elettorali del Regno Unito, dove si vota appunto con il maggioritario, e un campione di 50 mila potenziali elettori.

Il risultato è un margine di appena 4 punti tra i conservatori (42%) e i laburisti (38%), con i primi che potrebbero perdere 20 dei 330 seggi attuali, mentre il partito di Corbyn ne potrebbe guadagnare una trentina. Per governare in maniera autonoma sono necessari almeno 326 seggi.

Un altro sondaggio condotto da ICM per il Guardian ha poi indicato come il Partito Laburista abbia superato quello conservatore tra gli elettori che hanno tra i 25 e i 34 anni (43% a 34%), dopo che un netto margine di vantaggio vi era già tra quelli tra i 18 e i 24. Significativa è anche l’inversione di tendenza tra i lavoratori “non qualificati”, ora orientati per lo più a votare laburista piuttosto che per il partito di governo. I conservatori, secondo questa rilevazione, continuano ad avere un vantaggio complessivo sul “Labour”, grazie agli elettori più anziani e a un’affluenza che dovrebbe far registrare numeri piuttosto contenuti.

Il dato più importante del dibattito politico pre-elettorale in Gran Bretagna resta comunque l’offensiva contro Jeremy Corbyn, evidente dal fuoco incrociato di commenti e editoriali critici apparsi sulla stampa e dal trattamento del leader laburista nelle interviste da lui rilasciate. Il dibattito di lunedì scorso trasmesso da SkyNews e Channel 4 ne è stato un esempio.

La May e Corbyn non si sono in realtà confrontati direttamente, visto il rifiuto della premier, ma hanno risposto a una serie di domande di un pubblico selezionato e del moderatore, il giornalista della BBC Jeremy Paxman. La formula avrebbe dovuto garantire la massima equità nel trattamento dei candidati, anche se Corbyn ha avuto in realtà domande decisamente più provocatorie rispetto alla sua rivale.

Il numero uno laburista è stato in sostanza sfidato a spiegare le sue proposte ritenute troppo estreme e onerose per le finanze pubbliche, così come si è cercato di sottolineare la sua linea “soft” sulle questioni della sicurezza nazionale. Al contrario, la May non è stata nemmeno sollecitata a rispondere delle sue responsabilità da capo del governo e da ministro dell’Interno nel gabinetto Cameron per i fatti di Manchester, diretta conseguenza dell’operazione di cambio di regime promossa dal governo di Londra in Libia attraverso il sostegno garantito a forze terroristiche.

Corbyn non rappresenta ad ogni modo una reale opzione di cambiamento progressista per giovani, lavoratori e classe media, se non altro per il carattere reazionario assunto dal suo partito negli ultimi due decenni e per il peso della destra all’interno degli organi decisionali. La sua popolarità, così come la sua ascesa alla guida del “Labour” e un’eventuale clamorosa vittoria alle elezioni, sta però provocando la durissima opposizione della gran parte della classe dirigente britannica.

Ciò è dovuto principalmente alle illusioni di cambiamento che verrebbero alimentate tra decine di milioni di persone che non vedono oggi alcuna via d’uscita alle politiche militariste e di austerity implementate dai governi di qualsiasi schieramento.

Malgrado il recupero rilevato dai sondaggi, il Partito Laburista resta lontanissimo da un’affermazione nel voto di giovedì prossimo e con ogni probabilità i conservatori riusciranno alla fine a mettere assieme un nuovo governo, anche se magari debole e instabile.

Gli stenti del “Labour” sono alimentati d’altra parte anche dalle trame della destra del partito, impegnata da tempo a complottare contro la leadership di Corbyn. In piena campagna elettorale, questa fazione, in netta minoranza tra i sostenitori laburisti ma in maggioranza tra la delegazione parlamentare e ai vertici del partito, ha intensificato le proprie manovre per preparare una possibile scissione dopo il voto.

I piani allo studio prevedono tra l’altro la creazione di un movimento sostenuto dagli interessi economico-finanziari contrari all’uscita di Londra dall’Unione Europea, nel quale dovrebbero confluire, oltre alla destra laburista, i Liberal Democratici, i Verdi e alcuni conservatori anti-Brexit.

In questi ambienti, la sconfitta, possibilmente sonora, del “Labour” verrebbe anzi salutata con una certa soddisfazione, perché faciliterebbe un ulteriore assalto alla leadership di Jeremy Corbyn, dando la possibilità alla destra “blairita” di rimettere le mani sul partito o di gettare le basi per la sua liquidazione a favore della nuova forza in fase di creazione.

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