Emanuele Celesia – Un tintore di seta

I

Le valli del Bisagno e della Polcevera sono delle piú belle e rigogliose che i viaggiatori ricordino. Il facile pendio de’ lor poggi sempre distinti di fiori, l’ubertà del terreno, i marmorei palagi disseminati per le digradanti colline, le vestono di tale incanto, che vedute una volta, piú non si scorda tanta armonia di natura, tanta lucentezza di cielo. E gli uomini…!! Gente piú coraggiosa e avventata dureresti fatica a trovare. Sembra che fuggito dalle cittadine mani il sacro fuoco abbia riparato tra i villici cui gelosamente conservano, fieri delle passate grandezze e delle nuove speranze. In essi soltanto ancor si perpetua il deposito delle patrie memorie, e udresti sul far della sera i piú canuti assisi sul loro piazzale raccontare a’ figli e a’ nipoti le antiche lor glorie, i privilegi e i diritti dell’Abate del popolo, e il dí che coll’impeto dell’uragano gittarono i loro padri dal collo il giogo straniero.
E chi può loro contrastare tai glorie? Genova spiegò alto il suo volo, quando diè luogo a popolar reggimento. Le sfolgorate vittorie contro Cipro ed Alfonso d’Aragona, il commercio del Levante sicuro, la conquista di Malta e dell’isole di Capo Verde, i trionfi di Meloria e di Curzola, Ottaviano Fregoso, Cristoforo Colombo e l’istesso Andrea Doria sono i miracoli della fazione del popolo. Ma Genova non ha ancora una storia che la purghi delle molteplici accuse che le appongono gli antichi patrizi o gli scrittori da questi assoldati. Oberto Foglietto che diè a quest’ultimo la preminenza sovra i magnati, venne cacciato in esiglio: Bonfadio, forse per l’istessa causa, fu spento. Noi dunque la storia seguirem fedelmente ove ci paia coincidere a quanto noi raccogliemmo dal popolo, pronti a lasciarne le traccie ove parlino contro essa le tradizioni.
Il martirio d’un tintore di seta che informato a magnanimi sensi fu eletto a Doge dal popolo contro l’armi di Luigi XII, corrono belle di fama sulla bocca di tutti, e le sventure d’una fanciulla che morta d’amore, salvò la patria dall’ire del francese monarca, destano ancora sensi di commovente pietà.

II

La valle della Polcevera fu sempre congiunta alle nostre glorie e sventure. Percosso un terrazzano da Bartolomeo del Fiesco d’una guanciata, pronto com’era di lingua, diessi a correre le vie di Genova, incitando il popolo a trar dell’indegno oltraggio vendetta. Levatasi la città a tumulto, diè di piglio all’armi perseguitando la parte nobilesca, e raccoltasi nella chiesa di Castello, concesse la somma della cosa pubblica ad un magistrato di Otto che, ad esempio di Roma, furono chiamati tribuni del popolo. I quali, eretto il lor tribunale in faccia al Cleves, che allora in nome di Luigi XII governava la città, ardirono opporsi a’ suoi divisamenti; indi, tratto a sé Carlatino, già chiaro per le battaglie combattute tra i Fiorentini e Pisani, gli affidarono il comando dell’armi e lo inviarono a tentare l’impresa di Monaco, che un Grimaldi avea smembrato dalla Repubblica. Il ceto de’ nobili che dopo l’elezione de’ tribunali si vedea chiusa ogni via di primeggiare, mandò legati al Re, scongiurandolo discendesse a punire l’enormità della plebe: non poter esso ormai per decoro di dignità e per debito di giustizia differire piú oltre il suo risentimento. Piegavasi Luigi alle prave loro macchinazioni, e volendo egli stesso discendere sovra i rubelli, imponeva a Sciomon governator di Milano di chiudere agli ammutinati ogni comunicazione cogli stati lombardi; e a Galeazzo di Salazar, comandante del Castelletto, di travagliare la città. Egli adunque, sceso in dí festivo sulla contigua chiesa di San Francesco, menò molti prigioni, e il porto e la città bersagliò per più giorni, forando i caseggiati, le navi affondando. A tanta desolazione dolorò la moltitudine, e spedì messi al Pontefice per far piegare a più miti consigli l’irato animo di Luigi. Ma del placarlo fu nulla, vana tornò l’opera di Giulio secondo, il quale aspreggiato dalla ripulsa, impugnato il ferro, meditò la indipendenza della patria e la cacciata de’ barbari che scendono a calpestare con orme profane questa terra del dolore e del genio.
Correva il 20 marzo (1507), e un decreto tribunizio dichiarava nemico il Francese e intiera e legittima la propria libertà proclamava. Il giglio sordidato di fango e tratto a vitupero per i rioni della città, cacciati i presidii, ingrossati gli animi de’ popolani. Difettava però ancora la moltitudine d’un duce che esperto tirasse a sé la cosa pubblica, e guidasse le schiere contro le armi francesi che stavano per rovesciarsi sulla misera Genova. Ogni voto cadde sopra un povero tintore di seta, Paolo Da-Novi, come colui ch’era stato conosciuto nelle passate rivolture abilissimo strumento a dirigere il popolo. Uomo infatti piú destro e di maggior ardimento non poteasi in tanto uopo trovare. Tratto Paolo con altissime strida dal suo fondaco, fu proclamato Doge del popolo, e gli si assegnò una guardia di 500 fanti e di quanto facea di mestieri per impugnare il baston del comando. Da tal guerriero guidati i repubblicani, scombuiarono nella riviera occidentale le soldatesche di Gerolamo ed Emanuele Fieschi, e fu stretto d’assedio il Castelletto. La fortuna stette gran pezza indecisa: ma la valentia del Da-Novi trionfò d’ogni ostacolo: la fortezza è scalata, atterrati i baluardi: il sangue de’ Francesi raddoppia il vermiglio della ligure croce. Da tanti successi montato in furore re Luigi, alla testa di un fioritissimo esercito composto di Francesi, Tedeschi, Svizzeri, Italiani e della nobiltà genovese, scendeva sull’infelice città come belva sopra la preda. Al passo de’ Gioghi, fugati i seicento repubblicani che v’erano a guardia, calò senz’altro ostacolo nell’ubertosa Polcevera, e prendeva riposo nell’abbadia del Boschetto presso il borgo di Riparolo. Appena si diffuse la funesta novella, lo scoramento occupò il cuore de’ cittadini. Solo il Doge e i Tribuni, in tanto abbattimento di animi, si alzarono a grandi speranze, e incitavano il popolo a non mancare a se stesso. Intanto cominciavano ad apprestare le difese; dividere l’armi, barrare le vie con ferri, botti e catene, presidiare le mura, accorrere in ogni luogo. Munì il Doge la rôcca del monte Peralto, detta il Castellaccio, che sopraggiudica la città e tutte quelle eminenze che le formano cerchio, alzò una grande bastita sul colle di Promontorio, e stette ad aspettare il nemico.
Il quale, capitanato dal signore della Palisse e dal Sciomon, strenuissimi duci, cominciò a tentare la salita di Promontorio per fare sperimento della virtù popolare. Ma ben tosto s’addiede, che si può spegnere non domare il leone. Benché fossero i suoi in numero di soli 6000, il Da-Novi volle provocare l’assalto de’ regii di tanto maggiori e agguerriti. La battaglia si attaccò con sassi, con freccie ed altre armi da lanciare, consumate le quali, si venne alle prese colle picche e colle spade, ingegnandosi gli aggressori di guadagnare il sito superiore. Il Re, posto sopra un’eminenza, fremea rabbiosamente vedendo una banda di collettizie soldatesche durare a fronte di veterani guerrieri. Perocché i nostri, sebben tanto inferiori di numero e di militare esercizio, primeggiavano sopra i Francesi nelle virtù della guerra, anzi siffattamente menaron le mani, che morto ogni piú ardito nemico e mortalmente ferito l’istesso Palisse, cominciarono i Francesi a piegare. Senonché, con nuova mano di fresche milizie accorse il duca d’Albania, e potè pareggiar la battaglia. La quale sarebbe senz’alcun fallo finita colla peggio degli oltramontani che, laceri ed abbattuti, erano per voltare le spalle, se il Sciomon non avesse schierato a fronte de’ repubblicani tutto il resto della vanguardia, le di cui artiglierie, collocate sur un poggio vicino, bersagliavano i nostri ne’ fianchi. Fugata la moltitudine, alcuni cominciarono a sussurrare di spedire ambasciatori a Luigi per piegarlo a termini temperati di pace. Andarono Batista Rapallo e Stefano Giustiniano, ma non ammessi alla presenza del principe, che non volea patteggiare co’ ribelli, s’avvidero che nelle sole armi era riposta ogni loro speranza. Il Da-Novi, divise in due schiere i popolani, si scaglia coll’impeto della disperazione nelle file nemiche; il sangue corre a rivi; i Francesi dileguano innanzi al torrente che inonda; il Re stesso, assalito nel suo quartiere, si caccia precipitosamente a cavallo, e qual gregario soldato cerca nella difesa uno scampo; ma il cielo avea maturata la servitù della patria, e il generoso Doge, vista ogni cosa perduta, imprecando alla viltà di chi avea schiuso allo straniero le vie dell’Italia, pensò sottrarsi all’ire del vincitore e serbarsi a giorni migliori.
Correva il 18 aprile, e il Re circondato da cinque cardinali e dai duchi di Ferrara, d’Urbino, di Mantova ed altri principi, vestito di dorate armature, e colla visiera alzata faceva il suo trionfale ingresso. Giunto alla porta di San Tommaso, sguainato lo stocco, proruppe ad alta voce: — Genova superba; io t’ho domata coll’armi. — Aspri pensieri di sangue agitavano la sua mente, senonché ad ora ad ora gli scuoteva il cuore un sentimento di tale pietà, che ogni pensiero di sdegno gli dileguava all’istante.
Qual era la causa che sí fortemente lo commuoveva? Forse lo sdegno o l’amore? Accennano, è vero, gli storici, che come si accese in Milano di Caterina di San Celso, cosí in Genova Luigi fieramente innamorasse di Tommasina Spinola, e che ella ne morisse sul fiore degli anni e della bellezza, ma tacciono ogni altra particolarità che piú tende ad illustrare il nome di questa infelice. Ma vive nelle tradizioni del popolo la memoria del misero caso, che non può non isvegliare un senso di profonda pietà in chi ha intelletto d’amore.

III

Luigi XII, vinta Milano, e racchiuso Lodovico Sforza nel castello di Loches, s’era nel 1502 portato a Genova, ove fu ricevuto con splendidezze senza pari. Otto giorni quivi ebbe stanza, ma tanto era bastato perché accendesse in Tommasina, illustre dama, la piú fervorosa passione. La lettura della vita di Luigi, e le varie avventure ch’egli avea corse, erano state il dolce pascolo de’ suoi amori primieri; ella avea pianto al racconto di tante sventure, quando gemea racchiuso in una gabbia di ferro, e quando, assunto al trono, era ai propri nemici largo di perdono e d’obblio. Non appena il Re franco vide il sereno pallore della sua fronte, e quell’aura di gentilezza che ne avvolgeva la gentile persona, ne restò profondamente ferito, e in una sontuosa festa che i Genovesi apprestarono ad onorare un tant’ospite, sola la scelse a far seco lui componimento di danza. Cortesemente ella scusavasi, avvisando che nell’impeto della passione le avrebbe detto male la lena e vietato di raffrenare l’interne battaglie; ma dagli onesti rifiuti il Re franco piú acceso stese alla di lei mano la sua, che a quel tocco, quasi elettrico fosse, si fe’ pallida pallida, un sottilissimo fuoco le abbracciò la persona, e fu per isvenire.
Cosí essi s’erano amati e dappoi visti in ripetuti colloqui, ma giunse purtroppo veloce il giorno statuito alla partenza del Re. Non è a dire lo schianto, lo sfinimento dell’anima di Tommasina al funesto annunzio della sua dipartita. Ritiratasi in un suo palagio sulla riviera occidentale fra i balsamici olezzi degli aranci e de’ cedri, altra compagnia non volle che l’imagine del suo monarca, altre consolazioni non chiese che le sue lettere. La sola speranza di presto avvicinarlo la ligava ancora alla vita.
Luigi dal canto suo desideroso di vedere l’amante, e nel tempo medesimo infellonito contro i Genovesi, s’avviava con numeroso corteo verso la cattedrale per render grazie a Dio della vittoria. E qui gli si offerse un grazioso e commovente spettacolo. Imperciocché una schiera di seimila verginelle bianco vestite, e colle treccie disciolte sopra le spalle, gittandosi a’ suoi piedi, gli chiesero, con voci di pianto, misericordia e pietà. Ma egli scorso coll’occhio quell’esercito di giovinette, e non vedendo quell’una cui con tanto ardore anelava, chiuse il cuore ad ogni senso di perdonanza, e fatti innalzare mille patiboli, volle punire i rei, valersi del diritto della vittoria e spogliare i Genovesi del libero lor reggimento: senonché scese a più temperati consigli, non ignorando, dicon gli storici, che i popoli liberi piú facilmente si governano colla clemenza che non col terrore. Ma ben altra fu la cagione che lo spronava a perdonare alla ribelle città. Noi l’accennerem brevemente.
È notte — la terza notte che Luigi avea posto pié in Genova, né ancor Tommasina s’era offerta a’ suoi sguardi. L’avrebbe forse ella per avventura sbandito dal cuore? avrebbe fatto lieto de’ suoi teneri affetti un altro mortale? Chiuso in questi dubbiosi pensieri, egli correva a concitati passi le sale del suo palagio, quando appunto gli veniva annunciato che una dama premurosamente chiedeva l’accesso alla sua augusta presenza.
Questa lieta novella bastava a rasserenargli la fronte, a sbandir dal suo cuore quella nube d’affanno che lo travagliava. Caldo d’immenso affetto già egli precipitavasi ad incontrarla; quando schiuso ad un tratto l’usciale, un’ignota cadeva a’ suoi piedi, baciando la porpora del suo manto reale. Luigi, deluso nella sua dolce aspettazione, guatava in viso quella straniera come dubitoso del vero, e non muoveva parola. Fattala alla perfine alzare da terra, udia queste voci:
— Sire, serbate voi piú memoria di tale che qui conosceste… di Tommasina? Ebbene io sono una Doria, una sua amica d’infanzia, la sola cui ella abbia affidato il geloso arcano del suo amore. Io vengo a voi apportatrice de’ suoi ultimi…
— Morta forse… Dio santo! chi mai l’uccise? Oh! parlate per carità!
— Voi stesso, o monarca, voi l’uccideste: voi foste la causa innocente dell’acerbo suo fine. La falsa novella della vostra morte era giunta anche fra noi, e da quel punto l’infelice non ebbe piú un istante di tregua, non vide altro balsamo, all’incrudire del suo dolore, che morte. Certa credendo la bugiarda nuova, e vistasi priva di voi, la terra le parve una solitudine orrenda; la vita le fu una pesante catena, da cui cercò disciorsi in mille guise. Ricusata perciò ogni razione di cibi, e stremata da volontari digiuni, — Luigi, mio Luigi — chiamando, spirava tra le mie braccia. Pochi istanti pria di morire, mi fe’ tali parole: — La somma della genovese repubblica è in poter de’ Francesi; ma questa terra fu sempre loro fatale, ed io veggio nell’avvenire un giorno orrendo in cui questo popolo porrà giù dal suo collo il giogo straniero, e Francia ne trarrà forse memoranda vendetta. Oh! se fosse allor vivo Luigi! egli avrebbe saputo perdonare ad una terra che fu patria ad una donna che l’amò… tanto! — Potete or voi, sire, ricusare di compiere il voto piú caldo ch’ella nudrisse sul letto di morte?
Cosí disse la Doria, e il re chiuso in un tempestoso silenzio, e cieco di mortale dolore, non battea ciglio, non formava parola. Il dí venturo venia proclamato il perdono; in tal guisa una misera giovinetta, morta d’amore, doveva, anche estinta, giovare alla salute della sua patria.

IV

Ma non tutti i fautori di moti popolari veniano compresi in questo indulto dal Re; che anzi comandò fosse dannato del capo Demetrio Giustiniano, e dichiarati rubelli i Tribuni ed il Doge. Il quale, conscio de’ sobbollenti spiriti di Giulio II, e dell’ardore onde egli si adoperava a cacciare i barbari fuori d’Italia, avvisò portarsi a lui, e meditare insiememente l’ardito disegno. Né sarebbe andato fallito ove si pensi alla vasta mente di Giulio e alla valentia con cui un umile tintore di seta seppe guidare la cosa pubblica, se il tradimento che già avea dato in mano ai Francesi la sua patria, lui stesso non avesse venduto a’ suoi nemici. Imperocché, appena ei vide disperate le cose, fuggì a Pisa per indi passare a Roma a dar proposito al suo maschio pensiero. Ma il vile Corsetto, uomo da sacrarsi all’infamia, che dovea condurlo a Civitavecchia, spinto dalla cupidigia dell’oro, lo vendè per 800 ducati ai Francesi che, cinto di ferri, lo strascinarono in Genova, e lo dannarono degli averi e del capo. Fu perciò rasa la sua abitazione in Portoria, ed egli in abito di reo e colle mani avvinte a tergo, venne condotto sulla piazza del pubblico palagio, ove tante volte il popolo sentì tuonare la sua libera voce, e asceso il palco, udì intrepido la sua sentenza. Indi parlò, e le sue parole non andarono al certo perdute in quella moltitudine che, aggravata da tante ostili falangi, ed inerme, non potea trarre il suo Doge dalle lor mani. Raccomandato il suo spirito a Dio, stese il collo sul ceppo, e volto al carnefice, gridò: — Ferisci; — e cadde, mostrando quell’altezza di spiriti con cui da sí umili principii giunse alla suprema autorità della Repubblica. Il suo capo, confitto sovra una lancia, fu innalzato sulla sommità della torre a sgomento del popolo: il suo corpo, fatto in quattro brani, venne posto sulle quattro porte della città.
Di cotanta sevizie non andarono lungo tempo gioiosi gli efferati nemici, né cadde infecondo il sangue di questo martire della patria. Come già il guanto di Corradino venne raccolto da Procida, onde poscia ne nacquero i famosi vespri, cosí l’estremo gemito di vendetta del Doge fu raccolto dal magnanimo Ottaviano Fregoso che, coll’opera di Giulio II, giunse a sbarbicare dalla ligure terra l’abborrito giglio di Francia, né mai piú vi potè per lungo tempo estendere le sue radici. Da questo vero in que’ tempi cantato dal divino ingegno di Lodovico Ariosto, e che tanti secoli non hanno ancora falsato, ne originava una sentenza che suona comunemente fra il nostro popolo; Il terreno d’Italia chiude zolfo che abbrucia le suole a chi non è di casa.