Emile Zola – Un bagno

Te lo do ad indovinare in mille, Ninetta. Cerca, inventa, immagina. Una vera fiaba, qualche cosa di terribile e d’inverosimile…. Sai? la piccola baronessa, quella cara Adelina di C…. che aveva giurato…. Ma non indovineresti. No; è meglio che ti dica tutto.
Ebbene; Adelina si rimarita. Sul serio! Tu ne dubiti, non è vero? Bisogna che io stesso mi trovi al Mesnil-Rouge, a sessantasette leghe da Parigi, per credere ad una storiella simile! Ridi pure; tanto e tanto il matrimonio si farà lo stesso. Codesta povera Adelina, vedova a ventidue anni, cui l’odio e il disprezzo per gli uomini rendeva tanto graziosa!… Mah! In due mesi di vita comune, il defunto, – un degno uomo, senza dubbio, che si conservava abbastanza bene, che sarebbe stato perfetto senza le infermità che lo uccisero, – le aveva insegnato tutta la scuola del matrimonio. Ella aveva giurato che l’esperienza le bastava. E si rimarita! Mah!… Cosa siamo!
È vero che Adelina è stata sfortunata. Certe avventure non si prevedono. E se ti dicessi poi chi sposa!… Tu conosci il conte Ottavio di R*** quel giovanotto lungo, ch’ella detestava tanto? Non potevano incontrarsi senza scambiarsi sorrisi pungenti, senza sgozzarsi dolcemente con frasi amabili. Ah, poveri diavoli! Se sapessi dove si incontrarono un’ultima volta…. Già, bisogna che te la racconti, lo vedo bene. È tutto un romanzo. Stamane piove, ed io metto la cosa in capitoli.

I.
Il Castello è a sei leghe da Tours, Da Mesnil-Rouge, ne vedo i tetti d’ardesia, immersi nella verzura del parco. Lo chiamano il Castello della Belle-au-Bois-dormant, perchè lo abitò una volta un signore che fu sul punto di sposare una delle sue castellane. La bella fanciulla visse colà in clausura e, credo, vi si vede la sua ombra. Non vi fu mai pietra che abbia avuto tal profumo d’amore. La bella che vi dorme oggi è la vecchia contessa di M*** una zia d’Adelina e son trent’anni che deve venire a Parigi a passar l’inverno.
I suoi nipoti, maschi e femmine, le consacravano ciascuno una quindicina di giorni nella buona stagione. Adelina è puntualissima. D’altronde, ella ama il Castello, una rovina leggendaria, sgretolata dalle pioggie e dai venti, in mezzo a una foresta vergine.
La vecchia contessa ha formalmente raccomandato di non toccare i soffitti che si screpolano, nè i rami avventizi che sbarrano i viali. Quel muro di foglie, che ad ogni primavera si fa più denso, la fa beata e dice, d’ordinario, che la casa è ancora più solida di lei. Ma la verità è che tutta un’ala è già caduta. Quegli amabili gabinetti, costruiti sotto Luigi XV, servirono di colazione al sole. Le pietre si fendettero, i pavimenti cedettero; il musco poi invase persino le alcove. Tutta l’umidità del parco vi portò una freschezza, in cui si sente ancora l’odor di muschio delle tenerezze d’altri tempi.
Il parco minaccia di entrare in casa. Alcuni alberi son cresciuti a’ piedi delle scalinate, nelle fessure dei gradini. Non v’ha che il gran viale che sia carrozzabile; bisogna però che il cocchiere conduca a mano le bestie. A destra, a sinistra, i boschetti restano vergini, solcati da rari sentieri, neri d’ombre, dove si cammina colle mani tese per dividere le erbe. E i tronchi abbattuti trasformano in angiporti quei sentieruzzi. Il musco pende dai rami, le murelle fanno cortina sotto gli alti alberi; pullulamenti d’insetti, gorgheggi d’uccelli che non si vedono infondono una vita strana a quell’enorme fogliame. Ebbi sovente brividi di paura andando a trovare la contessa; i boschetti mi soffiavano sulla nuca un alito inquietante.
Ma nel parco c’è sopratutto un angolo, che turba deliziosamente il visitatore: è a sinistra del Castello, all’estremità d’un’aiuola, dove non germogliano più che papaveri selvatici grandi come me. Sotto un gruppo d’alberi è scavata una grotta che s’inoltra fra una drapperia d’edera, i lembi della quale vanno a finire fra l’erba. La grotta invasa, ostruita, non è che un buco nero, in fondo al quale si scorge la bianchezza d’un Amore di gesso, sorridente, con un dito sulla bocca. Il povero Amore è monco ed ha sull’occhio destro una macchia di musco che lo rende cieco. Egli sembra guardare, col suo pallido sorriso d’infermo, qualche dama innamorata e morta da un secolo.
Un’acqua viva che scaturisce dalla grotta, forma un largo bacino in mezzo alla radura, poi se ne fugge per un ruscello perduto sotto le foglie. È un bacino naturale, col fondo di sabbia, nel quale si specchiano i grandi alberi. Il buco azzurro del cielo forma una macchia azzurra, rotonda, nel centro del bacino. Là, sono cresciuti dei giunchi, e le ninfee vi hanno allargato le loro foglie rotonde. Nella luce verdastra di quel pozzo di verzura, che sembra aprirsi in alto e in basso all’aria libera, si sente solo il mormorio dell’acqua che cade eternamente con aria di dolce stanchezza. Lunghe mosche acquatiche pattinano da un lato; un fringuello viene a bere con movenze delicate, temendo di bagnarsi le zampine. Un brusco fremito di foglie comunica allo stagno come un tremor di vergine le cui palpebre si chiudano. E, dal fondo scuro della grotta, l’Amore di gesso intima il silenzio il riposo e il segreto delle acque e dei boschi a questo voluttuoso cantuccio della natura.

II.
Quando Adelina accorda una quindicina di giorni a sua zia che vuole averla, codesto paese da lupi si fa umano. Bisogna allargare i viali, perchè le gonne di Adelina possano passare. Ella giunse in questa stagione con trentadue valigie, che si dovettero portare a braccia perchè il carretto della ferrovia non osò mai inoltrarsi fra gli alberi. Vi sarebbe rimasto impigliato, te lo giuro.
D’altronde, come sai, Adelina è una selvaggia. Detto fra noi, è pazza, proprio. In convento, aveva certe fantasie veramente strane. Io suppongo che venga al Castello della Belle-au-Bois-dormant per saziarvi, lungi dai curiosi, il suo appetito di stravaganze. La zia resta nella sua poltrona e il Castello appartiene alla cara fanciulla, che vi deve sognare le più meravigliose fantasie. E ciò la solleva. Quando esce da quel buco, è savia per un anno intero.
Durante quindici giorni ell’è la fata, è l’anima della verzura. La si vede portare l’abbigliamento di gala e i suoi merletti bianchi e i nastri di seta in giro per i cespugli. M’assicurano anche che fu sorpresa in costume di marchesa Pompadour, colla cipria ed i nei, seduta sull’erba, nell’angolo più remoto del parco. Qualche volta scorsero un giovane biondo che percorreva lentamente i viali; ma io ho una paura birbona che il giovanetto non sia altri che questa cara pazzerella.
So ch’ella rovista il Castello dalle cantine ai granai. Fruga negli angoli più oscuri, scandaglia i muri co’ suoi pugnetti, fiuta col suo naso color di rosa tutta la polvere del passato. La si trova sulle scale, perduta in fondo ai grandi armadi, coll’orecchio teso alle finestre, pensosa davanti i focolari, colla brama evidente di salirvi su, dentro, e di guardare. E poi, non trovando senza dubbio quello che cerca, corre sull’aiuola dei grandi papaveri selvatici, sui sentieri neri d’ombra, nelle radure inondate di sole. Ella cerca sempre, col naso all’aria, inseguendo il lontano e vago profumo d’un fiore amoroso ch’ella non riesce a cogliere.
Difatti, te lo dissi, Nina; il vecchio Castello, in mezzo alla sua vegetazione selvaggia, spande un profumo d’amore. Vi fu una fanciulla imprigionata là dentro, e i muri conservano l’olezzo di lei, come i vecchi forzieri dove furono chiusi mazzolini di violette. E giurerei che proprio quell’odore sale alla testa di Adelina e la inebbria. Poi, quand’ha bevuto quel profumo di antico amore, quand’è ubriaca, partirebbe su un raggio di luna a visitare il paese delle fiabe, si lascerebbe baciare in fronte da tutti i cavalieri di passaggio, che ben vorrebbero svegliarla dal suo sogno di cent’anni.
Quando è presa da languore, porta dei banchetti nel bosco per sedersi. Ma nei giorni di gran caldo il suo sollievo è di andarsi a bagnare, di notte, nel bacino, sotto l’alto fogliame. È quello il suo ritiro; essa è la figlia della sorgente. I giunchi le si mostrano teneri, l’Amore di gesso le sorride quand’ella lascia cadere le gonne e si getta nell’acqua colla tranquillità di Diana, che confida nella solitudine. Non ha che le ninfee per cintura, sapendo che perfino i pesci dormono d’un sonno prudente. Quando dolcemente nuota, colle sue bianche spalle fuori dell’acqua, la si crederebbe un cigno che gonfia le ali, e s’avanza silente. Il fresco calma le sue ansietà. E sarebbe perfettamente tranquilla, senza l’Amore monco che le sorride.
Una notte andò in fondo alla grotta, non ostante l’orribile paura di quell’ombra umida; si rizzò sulla punta dei piedi, mettendo l’orecchio sulle labbra dell’Amore, per sapere se esso le diceva qualcosa.

III.
Ciò che v’ha di spaventevole in questa stagione è che la povera Adelina, arrivando al Castello, ha trovato alloggiato nella più bella camera il conte Ottavio di R*** quel giovanotto lungo, quel suo mortale nemico! Pare ch’egli sia un po’ cugino della vecchia signora di M… – Adelina ha però giurato di farlo sloggiare.
Essa difese bravamente le sue valigie e riprese le sue corse e i suoi eterni frugamenti. Ottavio, per otto giorni, la guardò tranquillo dalla sua finestra, fumando tranquillo i suoi sigari. Alla sera, non ci furono più parole pungenti, nè guerra sorda. Egli era d’una tale gentilezza, ch’ella giunse a trovarlo noioso, e a segno che non s’occupò più di lui. Egli fumava sempre; ella correva il parco e prendeva i suoi bagni.
A mezzanotte, quando tutti dormivano, ella discendeva al bacino d’acqua. Si assicurava prima di tutto se il conte Ottavio avesse spento il lume da notte. Allora, se ne andava a passi lenti, come ad un appuntamento d’amore, con certi desideri sensuali…. per l’acqua fredda. Ma quando pensava che nel Castello c’era un uomo, provava un sottil brivido di paura. S’egli aprisse la finestra!… S’egli scorgesse un pezzo delle sue spalle traverso le foglie!… Quando usciva grondante dal bacino, e un raggio di luna faceva spiccar la sua nudità di statua, nessun altro pensiero la faceva rabbrividir tanto. Una notte, discese verso le undici. Nel Castello si dormiva da due buone ore. In quella notte Adelina sentiva d’aver degli ardimenti particolari. Aveva origliato all’uscio del conte, e le pareva d’averlo sentito russare. Che orrore! Un uomo che russa! Al solo pensarci, provò un profondo disprezzo per gli uomini e un vivo desiderio delle fresche carezze dell’acqua, il cui sonno è sì dolce. Ella s’attardò sotto gli alberi, godendo di levarsi a uno a uno i suoi vestiti. Faceva buio fitto; la luna si levava lenta; e il corpo bianco della cara fanciulla diffondeva sulla riva come un vago candore di giovine betulla. Soffi caldi venivano dal cielo, e passavano sulle sue spalle con tiepidi baci. Ella provava un pieno benessere; era un po’ languente pel caldo, ma piena d’una beata noncuranza che le faceva, dalla ripa, tastare col piede la sorgente dell’acqua.
Intanto la luna, levandosi, illuminava già un angolo del bacino.
Allora, Adelina, spaventata, scorse sull’acqua una testa che la guardava in quell’angolo illuminato. Ella si lasciò scivolare, s’immerse fino al mento, incrociò le braccia, per raccogliere quasi sul suo petto tutti i veli tremolanti del bacino, e domandò con voce fremente:
– Chi è là?… Che fate là?
– Sono io, signora, – rispose tranquillamente il conte Ottavio…. – Non abbiate paura; prendo un bagno.

IV.
Successe un silenzio formidabile. Non c’erano ormai, sul bacino, che le ondulazioni allargantisi lentamente intorno alle spalle d’Adelina e che andavano a morire sul petto del conte con fiotti leggeri. Il conte alzò con calma le braccia, facendo l’atto di afferrare un ramo di salice per uscire dall’acqua.
– Restate! ve l’ordino! – gridò Adelina con voce di terrore. – Rientrate nell’acqua, rientrate subito nell’acqua!
– Ma, signora, – rispose egli, rituffandosi fino al collo, – è più d’un’ora che sono qui.
– Non fa nulla, signore; non voglio che usciate. Capite?… Noi aspetteremo.
La povera baronessa perdeva la testa. Ella parlava d’aspettare, senza riflettere; la sua immaginazione era alterata dalle terribili eventualità che la minacciavano. – Ottavio sorrise.
– Ma, – diss’egli timidamente, – mi pare che voltando la schiena….
– No, no, signore! Voi non vedete dunque la luna?
Difatti, la luna aveva camminato e illuminava tutto il bacino. Era una luna magnifica. Il bacino splendeva come uno specchio d’argento in mezzo al nero delle foglie. I giunchi, le ninfee della riva mandavano sull’acqua ombrìe disegnate finamente come dipinte all’acquerello. Una calda pioggia di stelle cadeva nel bacino per la stretta apertura del fogliame. Il filo d’acqua scorreva dietro ad Adelina con voce più bassa, e quasi ironica. Ella lanciò uno sguardo nella grotta e scorse l’Amore di gesso che le sorrideva con aria consapevole.
– La luna, certamente, – mormorò il conte, – tuttavia, voltando la schiena….
– No, no, mille volte no. Attenderemo che la luna non sia più là…. Voi vedete, essa cammina. Quando avrà raggiunto quell’albero, noi saremo nell’ombra….
– Ma ne avremo per un’ora buona, prima ch’essa sia dietro a quell’albero!…
– Oh tre quarti d’ora al più…. Non fa nulla. Aspetteremo…. Quando la luna sarà dietro all’albero, potrete andarvene.
Il conte volle protestare; ma siccome, parlando, faceva dei gesti e si scopriva fino alla cintura, ella emise dei piccoli gridi di disperazione sì acuti, ch’egli, per creanza dovette rituffarsi fino al mento; ed ebbe la delicatezza di non muoversi più. Allora restarono là, soli, l’uno di fronte all’altro. Le due teste, quell’adorabile testa bionda della baronessa, con quei grandi occhi che tu conosci, e quella fina del conte dai mustacchi un po’ ironici, rimasero saviamente immobili, sull’acqua dormente, l’uno discosto dall’altro una tesa tutt’al più.
L’Amore di gesso, sotto il padiglione di edera, rideva più forte.

V.
Adelina s’era gettata nel fitto delle ninfee. Quando la freschezza dell’acqua l’ebbe ritornata in sè ed ella, ormai, era risoluta di passare là un’ora, vide che l’acqua era d’una limpidità veramente molesta. Scorgeva in fondo, sulla sabbia, i suoi piedi nudi. Quella luna impertinente, si bagnava anch’essa, s’avvoltolava nell’acqua, la riempiva dei guizzi d’anguilla de’ suoi raggi. Era un bagno d’oro liquido e trasparente. Il conte vedeva forse i piedi nudi sulla sabbia, e se vedeva i piedi e la testa…. Adelina si coperse sotto l’acqua d’una cintura di ninfee. Tirò a sè adagio adagio delle larghe foglie rotonde che nuotavano e se ne fece un gran collare. Così vestita, si sentì più tranquilla.
Il conte però aveva finito col prendere la cosa stoicamente. Non avendo trovato una radice per sedersi s’era rassegnato a rimanersene in ginocchio. E per non parere affatto ridicolo, coll’acqua fino al mento, s’era messo a discorrere colla contessa, evitando tutto ciò che poteva ricordarle il fastidio della loro rispettiva posizione.
– Il caldo si è fatto sentire oggi, signora.
– Sì, signore, un caldo soffocante. Fortunatamente, fra quest’erbe si trova un po’ di fresco.
– Oh! sicuro…. Questa brava zia è una degna persona, non è vero?
– Proprio una degna persona.
Parlarono poi delle ultime corse e dei balli già annunciati pel prossimo inverno. Adelina, che incominciava ad aver freddo, rifletteva che il conte doveva averla veduta, mentre s’attardava sulla riva. E ciò era orribile. Solamente, aveva dei dubbi sulla gravità dell’accidente. Faceva buio sotto gli alberi; la luna non appariva ancora; poi si ricordava ch’era dietro il tronco d’una grossa quercia. Quel tronco aveva dovuto proteggerla. Ma, ciò non ostante, quel conte era un uomo abbominevole. Lo odiava, avrebbe voluto che gli scivolasse un piede, che annegasse; non gli avrebbe certo stesa la mano. Quando l’aveva veduta venire perchè non le aveva gridato ch’era là a fare un bagno? Ella formulò sì nettamente la questione dentro di sè, che non potè trattenerla sulle labbra. Interruppe il conte che parlava della nuova forma dei cappelli.
– Ma io non sapeva, – rispose egli. – V’assicuro ch’ebbi molta paura…. Eravate sì bianca, che ho creduto vedere la Belle-au-Bois-dormant che venisse a visitarmi; sapete? quella fanciulla che fu rinchiusa qui…. Avevo tanta paura che non potei gridare.

VI.
Mezz’ora dopo, essi erano buoni amici. Adelina aveva riflettuto che ella, in fine, si scollacciava anche nei balli, e che, insomma, poteva mostrare le spalle. Era uscita un poco dall’acqua. Aveva aperta la veste che le serrava la gola, e aveva poi osato levare le braccia. Somigliava ad una figlia delle sorgenti, col collo nudo colle braccia all’aria, vestita di tutta quella verzura che si stendeva e se ne andava dietro a lei come un lungo strascico di raso.
Il conte s’inteneriva. Aveva ottenuto di far qualche passo per avvicinarsi ad una radice; batteva i denti e guardava la luna con vivissimo interesse.
– Ebbene: cammina essa lentamente? – domandò Adelina.
– Eh no, ha le ali, – rispos’egli con un sospiro.
Ella si mise a ridere ed aggiunse:
– Ne abbiamo ancora per un buon quarto d’ora.
Allora, egli approfittò vilmente della situazione e le fece una dichiarazione d’amore. Le spiegò che l’amava da due anni e che aveva preferito contrariarla piuttosto che dirle delle sciocchezze: trovava questo metodo più piccante. Adelina assalita da inquietudine rialzò la sua veste verde fino al collo e cacciò le braccia nelle maniche. Era coperta dalle ninfee fino alla punta del naso color di rosa: e, siccome la luna le batteva proprio sugli occhi, n’era stordita, abbagliata. Non vedeva più il conte, quando intese uno sguazzare improvviso e sentì l’acqua agitarsi e salirle alle labbra.
– Volete star quieto? – gridò. – Perchè camminate così nell’acqua?
– Ma non ho camminato, – disse il conte; – ho scivolato…. Vi amo!
– Tacete, non vi muovete; parleremo di ciò quando sarà buio…. Aspettiamo che la luna sia dietro all’albero….

VII.
La luna si nascose dietro all’albero. L’Amore di gesso scoppiò in una risata.