Emilio Salgari – La campana dell’inglese

Anche durante la terza giornata papà Catrame non comparve in coperta. Voleva essere solo per frugare nei vecchi ricordi, onde prepararci una delle sue funebri leggende, o l’età gli pesava troppo sul groppone? Chi può dirlo?

Quando però alla sera lasciò la cala e salì sul ponte, mi parve che fosse di cattivo umore. Non salutò nessuno, non guardò né il mare, né l’alberatura, e non chiese se fosse accaduto alcunché di straordinario. Andò a sedersi sul suo barile, si prese il capo fra le mani e parve assopito.

Dovevamo aspettarci qualche paurosa storia, poiché il narratore non era d’un umore da farci ridere. Cosa mai ruminava nel suo vecchio cervello imbevuto di pregiudizi?

Niente d’allegro di certo, tanto più ch’egli era un vecchio triste come le leggende che ci raccontava, e fantastico come le popolazioni che vivono sotto i nebbiosi orizzonti dei mari del nord.

– Papà Catrame, – disse il capitano, – cosa ti frulla pel capo questa sera, che hai un viso da funerale?

– Sono triste, – rispose il vecchio, scuotendosi.

– Forse che il mio Cipro ti mette indosso la malinconia? Se è cosi, andrò a torcere il collo a quel birbone di musulmano che me lo ha venduto.

– Il vostro Cipro è eccellente.

– Forse che sei ammalato?

Papà Catrame scosse il capo, come per dire di no; poi alzò lentamente gli occhi e, fissandoli su di noi, disse, con voce che faceva un certo senso: – Credete voi alla campana dei morti?

Ci guardammo in viso l’un l’altro con stupore, misto a una certa paura. Di quale campana intendeva parlare il vecchio mastro?

Non rispondendo nessuno, chiese: – Avete mai udito suonare la campana sotto il mare, durante le tempeste, prima o dopo una disgrazia?

– Papà Catrame, – disse il capitano, – vaneggi, o sogni?…

– No, – rispose il vecchio con energia, – non sogno e non vaneggio; e qualcuno di voi deve averla udita qualche volta.

– Le antiche storie narrano, – diss’egli, dopo alcuni istanti di silenzio, – che durante le tempeste, le vittime del mare salgono alla superficie e suonano la campana, per chiedere ai naviganti una prece. Voi sorridete ora, perché non credete alle vecchie narrazioni marinaresche; ma aspettate un po’! Più tardi, voi tutti che mi ascoltate, crederete alla campana dei morti, perché papa Catrame l’ha udita suonare in mezzo all’ampio oceano.

– Che storia funebre dev’esser quella che ci racconterai! – disse il capitano. – Se continui di questo passo, spaventerai tanto questi miei lupicini, che al primo approdo scapperanno tutti, per non ritornare più mai sul mare.

Papà Catrame alzò le spalle, accese il suo pezzo di sigaro per umettarsi la lingua, poi cominciò la sua terza novella, fra l’attenzione generale.

– Avevo stretta amicizia con un marinaio inglese, imbarcato sullo stesso legno che io montavo. Non saprei proprio dirvi che tipo fosse: era stravagante, eccentrico come tutti i suoi compatrioti, superstizioso come una femminuccia e di umore sempre tetro.

– Parlava poco, beveva invece molto, e quando traballava, non faceva che parlare dei morti, poiché aveva sempre una lugubre idea nel cervello, quella di morire molto presto.

– Ogni volta che la nave lasciava un porto, egli veniva a bordo colle tasche completamente vuote, convinto che quello doveva essere l’ultimo viaggio. Del resto, era un eccellente camerata, con un cuore grande assai, e pagava sovente da bere ai compagni più poveri, faceva piaceri a tutti, e, soprattutto, era un bravo marinaio, rispettoso verso gli ufficiali, audace nelle tempeste e buon cristiano; poiché quantunque inglese di nascita, era irlandese di origine, e voi sapete che gl’irlandesi sono cattolici come noi.

Mastro Catrame si grattò la testa, come per fare scaturire dal cervello qualche cosa, poi disse: – Si chiamava… Aspettate un po’… la memoria si è fatta debole, e non ha mai ritenuto i nomi… Sì,… è così,… quell’originale si chiamava Morthon, un nome non allegro, come ben vedete; e forse per questo parlava sempre di morti.

– Avevamo lasciato i porti dell’America del Sud, diretti alle isole Mascarene, non ricordo più se a quella di Borbone, o a quella dell’Unione. Morthon, fedele alle sue abitudini, aveva dissipato nelle taverne del Brasile e della Repubblica Argentina tutti i suoi risparmi, ed era tornato a bordo un’ora prima della partenza, colle tasche penzolanti.

– Avevo notato però che si era imbarcato di assai cattivo umore, e che il suo viso, butterato dal vaiolo, aveva un’aria da funerale, come dovevo averla io poco fa, quando lo disse il capitano. Presentiva forse la sua imminente fine? Io lo credo, poiché quel povero marinaio non doveva più rivedere né le nebbiose spiagge della sua Inghilterra, né le verdeggianti sponde della Erinni (Irlanda).

– Un giorno, o meglio, una sera, che eravamo di quarto sul ponte, egli mi si avvicinò col viso disfatto, gli occhi strabuzzati, e mi chiese: «L’odi tu?…»

– «Che cosa?» – domandai io sorpreso.

– «Non odi proprio nulla?»

– «Nulla, fuorché il vento che geme fra il sartiame e le vele«.

– «È strano!» – disse.

– «Compare Morthon, hai sonno stasera: va’ nella tua cuccia», gli dissi.

– Egli mi guardò con due occhi pieni di terrore, e si allontanò più tetro che mai.

– La sera seguente eccolo avvicinarsi ancora a me, col viso ancora stravolto e bagnato di un freddo sudore, e farmi le stesse domande. Io cominciavo a credere che il cervello di quel povero inglese si fosse guastato, e non vi feci più caso.

– Cinque sere dopo, trovandoci noi quasi in mezzo all’Atlantico australe, Morthon, che di giorno in giorno diventava più cupo e più taciturno, mi afferrò bruscamente per un braccio serrandomelo come una morsa, e trascinatomi violentemente verso poppa, mi chiese con voce affannosa:

– «Ma non l’odi tu?»

– «Tu sei pazzo, Morthon», – gli risposi. – «Quale strana idea tormenta il tuo cervello?»

– Egli mi guardò fisso, quasi non credesse alle mie parole, poi emise un profondo sospiro, come se gli si fosse levato di dosso un gran peso che gli opprimeva il cuore, e si terse il sudore che gl’inondava il pallido viso.

– «Non m’inganni tu?» – chiese dopo pochi istanti. – «Non odi proprio nulla? Ascolta bene, Catrame, ascolta attentamente».

– Mi curvai sul bordo, tesi per bene gli orecchi e ascoltai a lungo, ma nessun suono strano giunse fino a me all’infuori del rompersi delle onde. Guardai Morthon; egli mi fissava con due occhi da far paura, con un’ansietà estrema, come se dalla mia risposta dipendesse la sua vita.

– «Non odo nulla che possa spaventarti tanto», – gli dissi. – «Parla: cosa odi tu?»

– «Ho udito suonare poco fa una campana, e sono cinque sere che quei funebri rintocchi giungono ai miei orecchi», – mi rispose con voce rotta.

– Lo guardai con spavento. Un’antica leggenda marinaresca dice che, quando un marinaio ode la campana, è segno che sta per morire, poiché è la campana dei camerati che riposano nel fondo degli abissi oceanici che lo chiama. Se Morthon la udiva, evidentemente stava per morire, poiché i compagni lo aspettavano nell’umida tomba, nel regno dei coralli.

– Non volli spaventarlo, e gli dissi che era una pazzia il credere alle antiche leggende, che la sua era un’idea fissa nel cervello, e che non s’inquietasse. Non mi rispose: s’allontanò pensieroso, tetro, borbottando fra sé non so quali parole.

– Non lo rividi più per parecchi giorni. Seppi poi che si era ammalato, e che di quando in quando veniva colto da accessi furiosi. Due settimane dopo ricomparve in coperta, e appena mi vide, mi disse: «Catrame, so che sono condannato, perché la campana la odo sempre. Se morrò, ricordati di me; e quando mi getteranno in mare, recita una prece pel tuo vecchio camerata. Ma bada, Catrame! Se tu ti dimenticassi, verrei anch’io a suonarti la campana…»

– La sera stessa una violenta bufera si scatenava sull’Atlantico, nella notte Morthon cadeva dalla cima del contropappafico, sfracellandosi il cranio sui gradini del ponte di comando!… La campana de naufraghi l’aveva chiamato!…

Papà Catrame si fermò: pareva in preda ad una viva emozione, ed era diventato più pallido del solito. Afferrò la bottiglia di Cipro, ne tracannò una buona metà, come se volesse soffocare quei dolorosi ricordi, poi, con voce lenta, monotona, riprese: – All’indomani, mentre continuava a imperversare la tempesta, il cadavere del disgraziato mio camerata veniva gettato in mare, senza che si potesse recitare l’uffizio dei morti, poiché le onde non ci davano tregua e la nave correva serio pericolo. In mezzo a quella confusione non mi ricordai le ultime parole del morto, e la prece andò in fumo.

– Non pensavo quasi più a Morthon, quando la terza notte dopo la sua morte, mentre il mare era tranquillo e a bordo regnava un profondo silenzio, udii squillare in fondo agli abissi una campana.

– Credetti di essermi ingannato, e mi curvai sul bordo per meglio ascoltare. Sotto le acque io udii distintamente suonare una campana; rabbrividii, e credetti per un momento d’impazzire per lo spavento. Morthon manteneva la sua promessa!

– M’inginocchiai sulla prua della nave, e mormorai una prece per l’anima del povero inglese. Subito quel funebre suono cessò, né da quella sera più mai lo udii.

Noi rimanemmo tutti silenziosi, guardando con spavento papà Catrame, e, tendendo gli orecchi, ci pareva di udire echeggiare sotto le onde dell’Oceano Indiano la campana dell’inglese. Uno scroscio di risa ci strappò dal nostro raccoglimento.

Era il capitano che così rideva.

– Che lugubre storia! – diss’egli. – Dimmi, papà Catrame: avevi bevuto molto quella sera?

Il vecchio lanciò su di lui uno sguardo irato, poi rispose: – Nemmeno un sorso d’acqua.

– Allora sei stato ingannato, vecchio mio.

– Forse che i vostri famosi scienziati hanno trovato la spiegazione di quel funebre suono? – chiese il mastro con pungente ironia.

– Gli scienziati non c’entrano; ma la spiegazione te la darà un uomo di mare.

– Ah! – esclamarono i marinai con tono incredulo.

– Dimmi, Catrame, – riprese il capitano, – quando udisti la campana, dove si trovava la tua nave?

– Presso l’isola di Los Picos.

– Allora ti dirò che il suono veniva di là.

– Ecco una cosa che non crederò mai, signore.

– E perché?

– Perché non ci sono né chiese, né conventi colà.

– Lo so.

– E nemmeno uomini.

– Lo so.

– E dunque? Che l’abbiano suonata le rocce?

– No: le onde, – rispose il capitano con voce solenne.

– Voi mi fate impazzire! – esclamò il mastro; – non vi comprendo più.

– Catrame, – riprese il capitano dopo alcuni istanti di silenzio, – quando presso ad un’isola deserta contornata da banchi o da scogliere pericolose non vi è un faro che avverta le navi, sai che cosa si mette?

– Non lo so, – rispose il mastro brusco brusco.

– Si mette una botte galleggiante o un gavitello qualunque sospendendo a una gabbia di ferro una campana.

– Concludo: il tuo inglese era un pazzo, un maniaco che si era fisso in capo di morire, e il suono funebre che tu hai udito, veniva dalla campana collocata per ordine dell’Ammiragliato inglese presso i banchi di Los Picos, onde avvertire le navi del pericolo. Non erano né i morti né gli uomini che la suonavano, ma semplicemente le onde che scuotevano il galleggiante gavitello. Hai capito, vecchio superstizioso?

In quell’istante nel ventre del nostro legno udimmo echeggiare un campana. Ci alzammo tutti di scatto, pallidi, atterriti; papà Catrame, cadde dal barile, emettendo un grido.

Il capitano proruppe in una seconda e più clamorosa risata.

– Ecco cosa fa la paura! – disse. – Credete che sia la campana de morti, e invece è la nostra che chiama alla guardia gli uomini di quarto!… Buona sera, papà Catrame, e bada che l’inglese non venga, qui sta notte, a tirarti le gambe!

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