Emilio Salgari – La Tigre della Malesia

CAPITOLO I

La mezzanotte del 20 aprile 1847, un acquazzone diluviale, accompagnato da scrosci di folgore e da impetuosi soffi di vento subissava la solitaria e selvaggia Mompracem, isola situata sulle coste occidentali di Borneo, e il cui nome bastava in quei tempi a spargere il terrore a cento leghe all’intorno. L’abitazione della Tigre della Malesia, posta come aquila su di una gran rupe tagliata a picco sul mare, a cinquecento passi dalle ultime capanne del villaggio di Gjehawem, quella notte, contro il solito, era illuminata. Dai vetri colorati di una stanza a pianterreno, uscivano getti di luce rossigna, che rischiaravano fantasticamente le asperità delle roccie e le trincee e le gabbionate sparse all’esterno.

Diamo un’occhiata a questa stanza, luogo favorito del terribile capo dei pirati di Mompracem. Era questo un salotto alquanto vasto, colle pareti sepolte sotto pesanti tessuti di broccatello, di velluto cremisi e di sete di Francia, qua e là sgualciti, macchiati e rattoppati, e col terreno coperto da morbidi tappeti di Persia, sfolgoranti d’oro e di colori.

Nel mezzo faceva bella mostra un tavolo intarsiato d’ebano e fregiato d’argento, destinato forse un tempo, a qualche sfondolato riccone delle Filippine, e tutto ingombro di bottiglie e di calici del più puro cristallo di Venezia. Addossati agli angoli, grandi scaffali, coi vetri infranti, chi sa per qual capriccio del pirata, riboccanti di anelli d’oro, di arredi sacri contorti o schiacciati, di vasi di metallo prezioso, di perle e di cumuli di diamanti e di brillanti mescolati assieme, scintillanti come tanti soli, sotto i riflessi della gran lampada dorata sospesa al soffitto.

In un canto un divano turco, non meno ricco per dorature e sculture, colle frange strappate e le stoffe infangate e spesso insanguinate; in un altro un armonium incrostato d’oro, colla tastiera di avorio, che portava qua e là certi segni, da credere che fossero stati fatti a colpi di scimitarra, avventati forse dal pirata nei suoi momenti di delirio, e per ogni dove, ammonticchiati alla rinfusa, ricchi costumi, quadri dalle tele screpolate, dovuti forse a celebri pennelli, tappeti arrotolati, lampade rovesciate, bottiglie ritte o capovolte, porcellane infrante, moschetti indiani rabescati, brunite carabine, tromboni di Spagna, e spade, scimitarre, scuri, piccozze e pugnali, bruttati di sangue e di resti di cervella!

In quella sala, così stranamente arredata, su di una poltrona, colla testa fra le mani, come di chi medita, se ne stava Sandokan, il sanguinario capo dei pirati di Mompracem.

Quest’uomo, meglio conosciuto sotto il nome di Tigre della Malesia, che da dieci anni insanguinava le coste del mar malese, poteva avere trentadue o trentaquattro anni.

Era alto di statura, ben fatto, con muscoli forti come se fili d’acciaio vi fossero stati intrecciati, dai lineamenti energici, l’anima inaccessibile a ogni paura, agile come una scimmia, feroce come la tigre delle jungla malesi, generoso e coraggioso come il leone dei deserti africani.

Aveva una faccia leggermente abbronzata e di una bellezza incomparabile, resa truce da una barba nera, con una fronte ampia, incorniciata da fuligginosi e ricciuti capelli che gli cadevano con pittoresco disordine sulle robuste spalle. Due occhi di una fulgidezza senza pari, che magnetizzavano, attiravano, che ora diventavano melanconici come quelli di una fanciulla, e che ora lampeggiavano e schizzavano fiamme. Due labbra sottili, particolari agli uomini energici, dalle quali, nei momenti di battaglia, usciva una voce squillante, metallica, che dominava il rombo dei cannoni, e che talvolta si piegavano a un melanconico sorriso, che a poco a poco diventava un sorriso beffardo fino al punto di trovare il sorriso della Tigre della Malesia, quasi assaporasse allora il sangue umano!

Da dove mai era uscito questo terribile uomo, che alla testa di duecento tigrotti, non meno intrepidi di lui, aveva saputo in poco volger d’anni farsi una fama sì funesta? Nessuno lo avrebbe potuto dire. I suoi fidi stessi lo ignoravano, come ignoravano pure chi egli si fosse.

Qualcuno, che voleva saperla più lunga di tutti, o che forse realmente sapeva qualche cosa, opinava che fosse un Sambas delle coste settentrionali del Borneo, qualche altro invece, opinava che fosse un Malese, o un Giavanese, o un Dajacho.

A ogni modo si sapeva che egli era il più terribile e il più capriccioso dei pirati della Malesia, un uomo che più di una volta era stato visto bere sangue umano, e, orribile a dirsi, succiare le cervella dei moribondi. Un uomo che amava le battaglie le più tremende, che si precipitava come un pazzo nelle mischie più ostinate dove più grande era la strage e più fischiava la mitraglia; un uomo che, nuovo Attila, sul suo passaggio non lasciava che fumanti rovine e distese di cadaveri.

Però se questa belva, se questo uomo-tigre era così sanguinario, non mancava di una certa generosità, che lo rendeva più attraente.

Quante e quante volte egli aveva rimandato, rifiutando persino il riscatto, dei prigionieri, nemici suoi personali. Quante e quante volte, dopo aver lottato ore e ore contro una nave ostinatamente difesa, con gran strage dei suoi pirati e con gran pericolo di sé stesso, vintala, la lasciava ripartire senza nulla esigere in compenso, e senza che i suoi tigrotti osassero alzare la voce.

Così, come era generoso, questo strano selvaggio, era pur cavalleresco. Il singolar uomo, quando gli veniva dato di fare prigioniere delle donne, usava verso di esse mille cortesie, improvvisando feste e banchetti, e continuando in tal modo fino a che la smania della guerra lo riprendeva. Allora, una bella notte, le faceva imbarcare a bordo dei suoi prahos, e senza chiedere uno spillo che fosse uno spillo, senza voler accettare un ringraziamento, le conduceva alla costa più vicina, e prima che potessero riaversi dalla sorpresa di quella strana generosità, le sbarcava, per ripigliare di poi la sua vita libera e avventuriera.

Erano già parecchie ore che il pirata se ne stava lì, sdraiato sulla poltrona, colla fronte stretta fra le mani, lo sguardo cupo e le labbra contratte. Il primo tocco della mezzanotte, suonato da un orologio della stanza vicina, venne a trarlo da quella immobilità più che strana.

Si levò girando all’intorno lo sguardo ancor più torvo, tracannò d’un fiato una tazza ricolma d’un liquore color ambra, e calcandosi ben in capo il verde turbante cosparso di piccoli diamanti, aprì la porta e uscì.

Egli s’inoltrò in mezzo a un labirinto di trincee sfondate che parevano aver sostenuto più di un assalto, fra terrapieni che non conservavano che l’ombra di sé stessi, d’antiche armi infrante e da rottami d’ogni sorta, in mezzo ai quali facevano lugubremente capolino scheletri umani dalle vuote occhiaie e monti d’ossami.

Nel passare, il pirata mise i piedi su di un teschio umano, che s’infranse crocchiando.

– Maledetto! – esclamò la Tigre.

S’arrestò sull’orlo della rupe. La notte era tempestosa; il vento ruggiva fra le trincee e sul tetto accuminato della capanna sfilacciando la bandiera color di sangue che ondeggiava sulla cima di una grande antenna, e il mare muggiva furiosamente ai piedi delle scogliere, e i tuoni rombavano orrendamente fra le masse vaporose.

Diede uno sguardo al villaggio di Gjehawem che stendevasi ai suoi piedi, l’asilo dei suoi cari tigrotti, poi guardò attentamente il mare aspettando che un lampo lo rischiarasse.

Stette cinque minuti immobile, sull’orlo della rupe, colle braccia incrociate aspirando voluttuosamente il vento infuocato del sud, lasciandosi flagellare dalla pioggia e collo sguardo fisso sullo sconvolto oceano, poi ritornò senza affrettarsi all’abitazione. Vuotò un’altra coppa e tornò a sdraiarsi sulla poltrona. Non vi restò che un istante, parve indeciso, ritornò alla porta tendendo l’orecchio e facendo un brusco voltafaccia si portò dinanzi l’armonium.

– Qual contrasto! – esclamò egli. – Al di fuori il ruggito del vento e del mare e qua io!

Fece scorrere le magre dita sulla tastiera traendone alcuni suoni che a poco a poco presero l’apparenza di una romanza suonata con lentezza estrema, appena appena distinta fra lo scatenarsi della tempesta. A poco a poco andò accelerandosi quasi volesse esprimere il veloce pensiero del suonatore, per poi ritornare lenta e melanconica fino a morire tra i soffi del vento. Sandokan si arrestò nel momento che riprendeva la bizzarra romanza. Il suo occhio brillante si fissò sulla porta semiaperta per la quale si introducevano sprazzi di pioggia, e parve ascoltare. Quasi nel medesimo istante un fischio acuto e prolungato risuonò al di fuori.

– È lui! – mormorò il pirata e si diresse verso l’uscita colla dritta appoggiata sull’impugnatura del kriss.

La tempesta si scatenava allora con tutta violenza, ma erano gli ultimi sforzi che faceva. Già una tinta chiara s’intravvedeva all’oriente, segno che le nubi spossate cominciavano a lasciar un varco.

Il pirata si spinse fino alla scala, accostò le dita alle labbra e, aspettando un momento in cui tutti quei fragori parevano acquetarsi, mandò un fischio prolungato, modulato, a cui vi rispose un secondo del tutto simile partendo fra le piante della pianura sottostante.

– Il mio uomo è arrivato in buon punto. Perdeva la pazienza – brontolò Sandokan.

Un’ombra si disegnò appié della tortuosa scala, che a poco a poco prese l’aspetto di un uomo avvolto in un gabbano di tela cerata. Aiutandosi colle mani e coi piedi come scimmia e lottando contro il vento che minacciava portarlo via per precipitarlo nell’abisso, giunse fino alla piattaforma.

– Sei tu, Yanez? – domandò Sandokan movendogli incontro.

– In persona – rispose quell’uomo, con l’accento straniero.

I due valentuomini entrarono assieme nell’abitazione rinchiudendo la porta. Sandokan prese posto dinanzi la tavola empiendo due bicchieri, mentre l’altro, gettando in un canto il gabbano grondante acqua e una ricca carabina indiana, faceva altrettanto.

– Alla tua salute, Sandokan! – esclamò egli tracannando in un sol fiato il liquore.

– Alla tua, Yanez – rispose il pirata, ma non lo vuotò che a metà.

Il nuovo arrivato non era abbronzato come il formidabile pirata, né si bello. Era un uomo di mezzana statura, ma agile come un’anguilla, allegro come lo poteva essere un marinaio che nuota nel lusso e si avvoltola nell’oro e con un misto di fierezza e di cortesia che lo facevano apparire a prima vista un nobile cavaliero. E infatti l’occhio non poteva ingannarsi; Yanez de Gomera era un nobile portoghese delle Celebe, uno di quegli uomini che emigrando aveano centuplicato il patrimonio e con che, divoratolo in pazzie e ridotto sul lastrico, aveva avuto il coraggio di farsi marinaio, trafficando con un piccolo prahos di poco valore fra le isole della Malesia. Era giunto ancora a raccozzare un po’ di oro col quale pensava d’impiantare una nuova fattoria a Borneo, quando cadde sotto le unghie di Sandokan, che per una di quelle bizzarrie inesplicabili, gli aveva lasciato la vita e, non contento di condurselo a Mompracem, aveva finito col farsene un amico, un confidente. Yanez de Gomera, un discendente degli antichi avventurieri del Portogallo, aveva finito col diventare un pirata come il suo padrone e amico. Non vi era arrischiata spedizione che egli non vi partecipasse quando Sandokan la guidava e l’ordinava, non vi erano ostacoli che lo arrestassero quando egli ve lo mandava. Era come un anello del formidabile pirata, pronto a farsi ammazzare per lui alla prima occasione, un uomo che aveva le medesime bizzarrie e i medesimi capricci e che aveva finito col chiamarlo fratello. Tra lui e il pirata non vi erano secreti; quei due uomini parevano nati l’un per l’altro: la morte sola avrebbe potuto dividerli.

– Ebbene, Yanez, sono sei ore che ti aspetto – disse Sandokan, empiendo il bicchiere di lui.

– La tempesta mi ha sorpreso alle Romades – rispose Yanez. – Vedi, Sandokan, il cattivo genio vi aveva messo la sua coda e soffiava come un’anima dannata sollevando il mare a prodigiosa altezza, sbattendo il povero prahos fino alle nubi. Si sudava sangue per impedire che il legno affondasse.

Il formidabile pirata sorrise guardando suo fratello, il Portoghese, come lo chiamava lui.

– Ti confesso che per poco vi lasciava la pelle. Eravamo sui frangenti dell’isola tanto da credere che il povero prahos vi si sfasciasse sopra, quando il buon genio ci ha spinti alla baia.

– E la crociera? Tu, Yanez, mi promettevi dei prahos da saccheggiare, non è vero?

Il Portoghese fece scoppiettare le dita come uomo contento, e tracannando il secondo bicchiere continuò:

– Non aver fretta Sandokan; avrai la tua parte di cadaveri. Ieri mattina un Malese che pescava alle Romades, un pirata dalla faccia verde come un alligatore, è venuto a trovarmi a bordo del mio prahos con fare misterioso. Il brav’uomo, sicuro di guadagnarsi qualche bella perla, mi disse che al largo delle isole si vedevano delle vele. Non aveva terminato che già ripigliava il mare colla prua al sud; i miei uomini fremevano già come tigri, che fiutano del sangue.

Sandokan si fece più attento. Le sue labbra poco prima sorridenti si ritrassero mostrando i denti.

– Oh! Oh! – esclamò egli a mezza voce. – Tira innanzi, Yanez.

– È presto fatto. Il vento a mezzodì, cangiò girando al sud e non fu più possibile avanzare che a forza di remi. Solamente verso sera, un’ora prima che la tempesta cominciasse a ruggire, giungemmo alla vista delle Romades, malaugurate terre che paiono protette dai cattivi geni. Le tenebre calavano come uno stormo di corvi, il mare montava spumeggiando, il vento ringhiava, ma la caccia non per questo si abbandonò. Tutti volevano vedere sangue.

– E l’hanno veduto? – domandò Sandokan fattosi pensieroso.

– No, per mille milioni di diavoli. Potemmo vedere al largo uno dei prahos che, a tutte vele spiegate, cercava approdare. Ti giuro, Sandokan, che aveva ventre rigonfio e portamento rispettabile. Ma il maledetto fu perduto di vista, ancor prima che si potesse abbordarlo. Le tenebre e la tempesta andavano allora d’accordo per aiutarlo, e chi sa ora dove si è cacciato.

– Tanto meglio! Tanto meglio! – ripeté Sandokan sorridendo.

– E perché, di grazia? – chiese Yanez lasciando andare un pugno sulla tavola.

– Perché domani pure io prenderò parte alla festa. M’immagino ormai qual via tenevano quei legni e indovino quale sia il loro carico. Lo vedrai, Portoghese, almeno uno cadrà in nostre mani. I nostri tigrotti potranno bere sangue.

– Bene, e poi dove si andrà? – chiese Yanez versandosi da bere.

Il pirata parve pensasse, poi si alzò, fece due o tre volte il giro della stanza e toccò per la seconda volta la tastiera dell’armonium.

Il Portoghese si accontentò di crollare la testa, e di sorseggiare il trasparente liquore, guardando distrattamente nel fondo del bicchiere.

Accadeva spesso che la Tigre, per uno di quei capricci inesplicabili, suoi proprii, lasciasse sospesa la domanda e si racchiudesse in un ostinato silenzio, che alcuno sarebbe stato capace di rompere.

– Lasciamolo suonare – mormorò l’avventuriero e, per non annoiarsi del tutto, andò a staccare una vecchia mandola, coll’intenzione senza dubbio di accompagnarlo.

Non aveva ancor toccate le corde, che Sandokan cessò dal suonare. S’avvicinò bruscamente al tavolo, e guardando fissamente il Portoghese, gli domandò con voce alquanto sorda:

– Hai veduto alcun pirata delle coste del Borneo?

– Sì, ho veduto Akamba – rispose il Portoghese.

– Che nuove di Labuan? Quegli avvelenatori di popoli, quei rubaterre, quei cani di Inglesi, sono sempre là accampati sull’isola?

– Credi tu, Sandokan, che il capitano Rodney Mundy avesse fatto una inutile comparsa a bordo dell’Iris? Quei ladroni, dove gettano l’occhio, si fanno padroni.

– Hai ragione Yanez. Ma di’ a loro, che muovan un dito contro Mompracem!… La Tigre della Malesia, se l’osassero, saprebbe bere tutto il sangue delle loro vene!

– Lo so, Sandokan. Ascoltami ora.

– Ti ascolto.

– Sai che ho udito ancora parlare della Perla di Labuan?

– Ah! – fe’ il pirata scattando in piedi. – Ecco la seconda volta che questo nome mi giunge agli orecchi e che tocca stranamente una corda sconosciuta del mio cuore. Sai, Yanez, che questo nome mi colpisce singolarmente? – Sai almeno che cosa sia questa Perla di Labuan?

– No. Non so ancora se animale o donna. Ad ogni modo mi mette curiosità.

– In tal caso, ti dirò che è una donna.

– Una donna?… Non l’avrei mai sospettato.

– Sì, fratellino mio, una giovanetta dai capelli castani profumati, dalle carni lattee, dagli occhi incantevoli. Akamba, non so ancora in qual modo, la poté vedere una volta, e mi disse che per dimenticarla, gli occorrono fiumi di sangue, e almen cinquanta abbordaggi.

– Ah! – fe’ il pirata con voce leggermente agitata. – Akamba ha detto questo?

– Sicuro.

– Deve essere, questa Perla, una creatura celeste per toccare il cuore di quel selvaggio.

– È quello che penso pur io, Sandokan. Sai, che io darei il meglio del mio bottino della settimana scorsa per vederla?

Sandokan non rispose. Solo le sue labbra si contrassero in istrana maniera, lasciando a nudo i denti, bianchi come l’avorio e accuminati come quelli di una tigre.

– Vivaddio! – esclamò il Portoghese. – Te lo confesso sinceramente, Sandokan, che mi sento scottare dalla voglia di fare un giretto verso quella dannata isola. So, so bene che non sono che idee, ma…

– E perché non sono che idee? – chiese con tono beffardo Sandokan.

– Chi di noi, andrà a gettar l’âncora sulle coste di Labuan? Sono troppo pericolose oggi.

– Ah! – esclamò Sandokan. – Nol sai chi sarà l’audace, che spiccherà il volo per Labuan?

– In fede mia, nol saprei.

– Ebbene, fratello mio, quest’audace sarò io, la Tigre della Malesia!…

– Sandokan! – esclamò il Portoghese spaventato. – Tu ti vuoi perdere!

La fronte della Tigre s’annebbiò e lo sguardo si fece fosco.

– Guarda, Sandokan – continuò Yanez. – Tu sei valoroso fra i valorosi, che fai mordere la polvere ai più valenti campioni di Borneo. Le tue braccia accerchiano potentemente questi mari che possono chiamarsi tuoi. Tu devii le palle dirette sul tuo petto e spunti le armi, ma la forza talvolta cede al numero, e potrebbe darsi che a Labuan incontrassi un nemico potente e forte quanto te e fors’anche più, che potrebbe accerchiarti, avvilupparti, soffocarti. Che ne dici, Sandokan?

Il pirata non disse verbo; solo la sua fronte s’ottenebrò ancor più e le labbra semi-aperte lasciarono sfuggire un rauco sospiro che sembrava un lontano ruggito.

– Vedi – ripigliò Yanez, – tutti han giurato in questi mari la tua perdita. Il tuo nome suona troppo alto fra queste isole ed insolita è la tua audacia. Credi tu che l’affamata Inghilterra non abbia gettato lo sguardo sulla nostra Mompracem e non abbia teso delle reti a Labuan? Se puoi, domanda che fa quel fumante incrociatore, di cui tu me ne hai parlato. Non può essere che una spia, non può essere che un leone silenzioso nel deserto che s’aggira attorno la tenda dell’Arabo, aspettando il momento opportuno per precipitarvisi contro. Se tu vai a Labuan, ti piomberà addosso prima che tu tocchi le coste dell’isola maledetta.

– Ma incontrerà la Tigre!… – esclamò Sandokan che tramutavasi tutto.

– E sia. Il leone perirà nella lotta, ma il suo ruggito giungerà fino alle spiaggie dell’occidente. Cento nuovi leoni si slancieranno sulle traccie della Tigre, fino a che verrà un dì che la incontreranno intavolando una suprema pugna. Morranno dei leoni, ma morrà anche la Tigre!

– Io?…

Sandokan si era alzato mugolando come la Tigre della Malesia. Un sinistro sorriso sfiorava le labbra contratte pel furore, mentre gli occhi lanciavano lampi e le mani raggrinzate brandivano fremendo un’arma immaginaria. Fu un lampo. Tornò a sedere vuotando fino all’ultima goccia il contenuto del suo bicchiere.

– Hai ragione – diss’egli perfettamente calmo.

– Credi tu che abbiamo parlato bene?

– Troppo bene, fratello mio.

– E che recarsi a Labuan sia la massima delle imprudenze?

– Sì.

– Ebbene, che hai deciso?

Sandokan stette un momento sopra pensiero, poi con voce vibrante, metallica, irrevocabile:

– Andrò a Labuan a vedere la Perla, dovessi abbordare l’incrociatore e misurarmi con tutti gl’Inglesi dell’isola!…

E siccome il Portoghese stava per ribattere la parola, stizzito:

– Silenzio – disse con gesto imperioso. – Silenzio, fratello mio. Così voglio!…

CAPITOLO II

I pirati di Mompracem

All’indomani, ancor prima che le sei fossero suonate, Sandokan e il Portoghese erano in piedi, sorseggiando una tazza di the, che un garzone dalla tinta giallognola aveva loro preparato.

– Ebbene, Sandokan – disse il Portoghese, – sei ancora fermo nella tua idea?

– Fermissimo, fratello mio – rispose il pirata.

– E lasciarti tu sfuggire una sì bella occasione, d’abbordare dei prahos carichi di mercanzie preziose, pel capriccio di recarti a Labuan?

– Oibò! Non aver paura, Yanez. L’interesse innanzi tutto.

– Sicché, daremo la caccia ai due legni?

– Certamente. Dove vedo sangue, e dove c’è occasione di fiutare polvere, ci corro.

– Per poi andarti a far assassinare a Labuan? Ah! Sandokan, tu tronchi il mio sogno di andar a finire la mia vita in una città dell’oriente.

– Pueh! – fe’ il pirata alzando sdegnosamente le spalle. – Che belle idee d’avventuriero.

– Cospetto! Vorresti tu che una volta tanto ricco da sfidare la miseria, me ne restassi ancora a Mompracem, come un sorcio in trappola?

– In tal caso, non prenderai parte alla spedizione. Non vedrai questa Perla, e potrai continuare i tuoi sogni.

– Eh! Non lo pensare nemmeno, Sandokan.

– La Perla ti attira adunque?

– Niente affatto. Ma lasciarti partire senza di me, sarebbe metterti la corda al collo per appiccarti. Senza la mia prudenza a quest’ora saresti morto le cento volte.

– Lo credi? – chiese la Tigre con tono incredulo.

– Sì, perdio, che lo credo.

– Ed io niente affatto.

– Perché, di grazia?

– Perché?… Perché io sono invulnerabile!…

– Tu vuoi burlarmi, Sandokan.

– Zitto là, fratello mio. I prahos, non sono d’umore di aspettare che tu finisca i tuoi discorsi. Prendi la tua carabina e scendiamo al villaggio. I nostri tigrotti, mi pare di vederli, s’impazientano. Hanno sete e sete di sangue.

Il Portoghese cacciò fuori un sospirone, e maledicendo in cuor suo la Perla di Labuan, staccata dalla parete una pesante carabina, seguì la Tigre di già uscita.

L’uragano era del tutto cessato, lasciando solo qualche nube sull’orizzonte e le traccie del suo passaggio nelle foreste dell’isola. Il sole, sciolti gli ultimi vapori, brillava all’oriente colla solita fulgidezza, versando torrenti di fuoco nel mare ancor agitato dai soffi della notte, e sulle verdeggianti pianure, in mezzo alle quali scorrevano numerosi ruscelli e torrenti, che parevan filoni d’argento liquido, scesi da miniere inesauribili.

I due pirati scesero la tortuosa scala, e si diressero verso la spiaggia, presso la quale prahos d’ogni dimensione e in completo armamento da guerra, danzavano all’âncora.

La loro comparsa fece uscire dalle capanne del villaggio tutti i pirati che le abitavano. Essi corsero come un sol uomo a schierarsi dinanzi ai due capi presentando colle loro cento divise e le loro cento tinte, uno spettacolo bizzarro.

Vi si vedevano in mezzo dei Cinesi dalla tinta gialla come poponi col pen-sse(1) nazionale; Indiani dal capo rasato, cui una continua vita di pericoli aveva dato loro una certa dose di coraggio del quale mancano generalmente i loro compatrioti; dei Malesi dalla statura bassa, ma membruti e robusti, dalla faccia quadra, piatta, ossuta, a tinta fosca; dei Battiassi di una carnagione fuliggine chiara e ancor più piccoli ma forse più robusti e che al coraggio aggiungevano ferocia d’antropofagi; dei Lampunghi non molto dissimili dai Cinesi; dei Negritos d’orribile struttura e dalle teste enormi, e un miscuglio di Giavanesi dai piacevoli lineamenti, di Daiassi del Borneo sanguinarissimi, dei Bughisi, di Macassaresi e infine dei Tagali delle Filippine.

Erano più di duecento uomini, duecento tigrotti raccozzati in tutte le terre della Malesia, senza scrupoli e senza religione, ciechi istrumenti della terribile Tigre della Malesia, cui una parola sola bastava per magnetizzarli, e una sola minaccia per farli tremare, mentre che dinanzi alla mitraglia e ai moschetti non avevano mai tremato!

Sandokan gettò uno sguardo di compiacenza sui suoi tigrotti, come amava chiamarli.

– Ehi! Patau, salta innanzi – diss’egli.

Un uomo di bassa statura, ma dalle forme di una robustezza eccezionale, un Malese che fino dai primi anni aveva fiutato la polvere di cannone sui prahos pirateschi, si staccò dalla banda e si fece innanzi con un dondolamento di lupo di mare.

– Sei tu, se non m’inganno, che vorresti vedere la Perla di Labuan? – chiese la Tigre.

– Sì, capitano – rispose il Malese.

– Sei tu, che ti lagni sempre di aver sete di sangue?

– Sì, Tigre della Malesia. Il tuo tigrotto ha sempre sete.

– Sta bene. Armerai due dei più rapidi prahos. Ti voglio accontentare.

Il Malese non aveva ancora ascoltato l’ultima parola che già volava, tirandosi dietro con un fischio mezza banda. In meno che non si dica i due più rapidi legni si trovavano pronti a sciogliere le vele.

– Bene – disse la Tigre, che non faceva a meno d’ammirare con legittimo orgoglio i suoi uomini. – Tutti sono smaniosi di andare a Labuan a vedere questa Perla; per Allah! danzeranno tutti al tuonar dei cannoni! Vieni, Yanez.

Nel momento che i due capi stavano per dirigersi alle imbarcazioni amarrate sulle sabbie, un indigeno dalla tinta nera come l’inchiostro, dalle labbra grosse come quelle degli africani, il naso stiacciato, gli occhi torvi e brillanti come quelli di una civetta, sbucando dalle foreste circostanti, avvicinossi a loro.

– Oh! l’orribile mostro! – esclamò Yanez segnalandolo al suo compagno.

– Ah! sei tu, Nini Balu? – disse Sandokan arrestandosi. – Mi hai l’aria, di portarci qualche novità. Su, cattiva creatura, sciogli la tua lingua da vipera.

– Un sospiratore affannato fuma in vista dell’isola – rispose il selvaggio.

Sandokan aggrottò la fronte, e portò involontariamente una mano sull’impugnatura del kriss.

– Tu vuoi dirmi che un incrociatore bordeggia al largo?

Il selvaggio fece un cenno affermativo col capo.

– Che fa questo vascello? – chiese la Tigre con voce rauca.

– Ci spia. Non fidarti, Tigre, di quella bestia nera. Ha un malefizio nel ventre.

Sandokan non rispose. Egli mirò distrattamente e per alcuni istanti l’onda che veniva a morire quasi ai suoi piedi, poi volgendosi bruscamente verso Yanez:

– Hai udito, fratello? – domandò egli.

– A meno di non essere sordo, sicuramente – rispose il Portoghese.

– Yanez – disse gravemente il pirata, – quel fumante incrociatore non mi dà a pensare, finché io batto il mare. Ma tu sai quanto il mare sia ampio, e quanto sia facile perdere di vista il nemico; finché io lo cerco, potrebbe piombare sull’isola e dar fuoco al nostro covo. Ora occorre un uomo di ferro per impedire che si bombardi il villaggio. Tu rimarrai.

– E tu? – domandò il Portoghese.

– In quanto a me proseguo la via che mi son fissato di tenere. Andrò, se mi si offre il destro dopo la presa dei legni, non solo a veder la Perla, ma a bombardare Vittoria, la città di Labuan.

– Ti occorrono venti prahos per lo meno, Sandokan.

– Alla Tigre della Malesia basta il suo ruggito per ispaventare il leone – disse Sandokan fieramente.

Poi si volse e fece un gesto a Patau, che avvicinossi come un lampo.

– Quaranta tigrotti a bordo dei prahos – disse. – Bada che sieno tutti assetati.

– Attaccheremo l’incrociatore? – chiese imprudentemente il Malese.

– Ciò non ti riguarda, rettile. Spicciati, per Cristo!

Il Malese si allontanò senza fiatare. Scelse quaranta dei più coraggiosi uomini, la maggior parte Daiassi, Malesi e Battiassi e li fece imbarcare a bordo dei due legni assieme a due cannoni di rinforzo.

Sandokan tornò a volgersi verso il Portoghese, che sembrava pensieroso e di cattivo umore.

– Suvvia! A che tenermi il broncio? – gli disse. – Avrai la tua parte di bottino lo stesso, lo sai bene. Vorrai dei prigionieri? Te li porterò. Vorrai sangue da bere? Te ne porterò una nave carica. Che vuoi di più?

– Ah! Sandokan! Ho il presentimento che questa spedizione ti sia fatale.

– Lascia i presentimenti alle femmine, Yanez. Orsù, i prahos mercantili non mi aspettano, lo sai. Addio, fratello.

– Addio, Sandokan. Che la buona stella ti guidi.

I due pirati si abbracciarono, come solevano far sempre quando intraprendevano una spedizione, dove non erano sicuri di tornar sempre. Poi la Tigre, colla testa alta, la carabina in mano, l’occhio acceso e le labbra contratte a un feroce sorriso, s’allontanò. Salì in una ricca imbarcazione, e in pochi colpi di remo raggiunse il suo prahos.

Le âncore, in meno che nol si dica, furono strappate dal fondo e le grandi vele furono sciolte al vento da una squadra di diavoli color verde-oliva o nero fuliggine, che parevano dotati della potente agilità delle scimie.

– Rotta per le Romades! – si accontentò di dire Sandokan, poi andò sedersi a prua sulla culatta del suo cannone favorito, con lo sguardo acuto, che avrebbe sfidato quello d’un’aquila, rivolto al sud.

I due legni, coi quali la Tigre stava con la sua solita intrepidezza per intraprendere la caccia dei mercantili e di poi la spedizione sulle pericolose coste di Labuan, appartenevano a quella specie conosciuta nella Malesia sotto il nome di prahos o di pralì.

Erano due legni bassi di scafo, di forma allungata e snella, più alti a poppa che a prua, e provvisti sottovento di bilanciere per impedire che una raffica improvvisa li rovesciasse e sopravento di un largo sostegno di bambù per la zavorra.

Portavano vele della lunghezza di quaranta e più metri di forme allungate, composte di striscie di grossa tela di cotone dipinta, con pennoni tesi obliquamente, fatti di bambù strettamente legati con fibre di rotang, e alberi triangolari, grossi, un lato dei quali veniva formato dalla coperta del prahos. Avevano doppi timoni per meglio dirigerli, un casotto sul ponte chiamato attap, l’attrezzatura tutta di bambù, di rotang e di fibre di gamuti, e grossi cannoni a prua e spingarde dal lungo tiro, per poter gareggiare colle navi meglio armate.

Al comando di Sandokan, i due legni pirateschi si affrettarono a prendere il largo descrivendo curve con matematica precisione per evitare le scogliere che fanno pericolosa corona all’isola, e bruschi angoli per non urtare contro le secche e i banchi madreporici.

Una volta usciti da quel laberinto, quantunque il vento fosse un po’ debole, misero la prua al sud, guizzando e rimbalzando come palle elastiche sulle onde, filando senza darlo a vedere tre e quattro nodi all’ora, rapidità sufficiente per poter raggiungere i legni mercantili, che dovevano camminar assai meno.

Tutti i pirati, benché la distanza fosse ancora ragguardevole dalle Romades, e nessuna vela apparisse all’orizzonte, si misero in osservazione, i più agili a cavalcioni dei pennoni per abbracciare maggior spazio e gli altri in piedi sulle murate, aggrappati alle sartie e alle griselle.

Quaranta cannocchiali viventi, in pochi minuti, scrutavano i trentadue punti della bussola, spiando la preda non solo, ma anche il fumante incrociatore, verso il quale avevano qualche apprensione.

Non era nemmeno da supporsi che avessero paura di esso o che temessero un incontro, malgrado la sproporzione delle forze. Avrebbe bastato che si fosse fatto vedere e che la Tigre ordinasse l’abbordaggio per espugnarlo. Solo avevano qualche timore che si unisse a qualche altro legno, e che sbarcasse improvvisamente soldati su qualche punto mal guardato di Mompracem.

Anche la Tigre della Malesia pensava all’incrociatore, ma non si preoccupava tanto.

Pure, volendo assicurarsi di ciò che pensavano i suoi uomini sulla probabile presenza di quel legno, chiamò Patau. Il Malese fu lesto ad accorrere.

– Credi tu – chiese la Tigre, – che quel maledetto negro non ci abbia ingannati?

– E perché avrebbe voluto ingannarci? – disse il Malese. – Nini Balu è una creatura, che non sarebbe capace di trattare colle giacche rosse(2). Sono sicuro, per mio conto, che il sospiratore affannato spii l’isola colla speranza di ornare le sue antenne di impiccati.

Le labbra della Tigre si piegarono a una smorfia, che voleva essere un sorriso.

– Credi tu che i nostri uomini si preoccupino della presenza di questo legno?

– Oibò – esclamò Patau con un’alzata di spalle. – Per preoccupare i tigrotti di Mompracem, guidati dalla Tigre della Malesia, occorrerebbero cento navi, e ancor queste sarebbero poche.

– Vedete, capitano. Alla sola idea che quel sospiratore affannato ci spia, tutto il mio sangue bolle e quello dei miei compagni fuma. Quando l’incontreremo, il sangue diverrà fuoco, e voi sapete ciò che vuol dire. Succederà un massacro e nella macchina getteremo a bruciare cadaveri anziché carbone.

– Lo so, Patau, che un dì o l’altro, ne ho la certezza, ci capiterà alle spalle. Ci spia, ma freme al mio nome, e trema dinanzi alla mia potenza. Guarda: forse ha gettato dei liquori fra gli indigeni di Mompracem, forse sa che io ho abbandonato il mio covo, e forse non ignora su quale terra io muova, ma non ardisce inseguirmi. Quaranta uomini, quaranta tigrotti gli fan paura e si tace!

– È roba vecchia, capitano. Quelle giacche rosse non sono forti che coi deboli. Non avete udito dire come siano sbarcati a Labuan? Tiravano cannonate per misurarsi con quei miserabili selvaggi, che non avevano mai fiutato polvere di cannone.

– Lo so – disse la Tigre sordamente. – Ma vorrei essere stato io laggiù coi miei prahos. L’Iris non sarebbe più tornato su queste coste, e il suo comandante Rodney Mundy sarebbe andato a trovare le madrepore appeso al suo ponte di comando.

– Ah! – esclamò il Malese con tono di rimpianto. – Bisognerebbe andare un dì o l’altro a Labuan. Sarebbe il mio sogno.

– E chi dice, Patau, che io non vi andrò? Uno strano capriccio mi ha preso, Malese mio: voglio andar a vedere la Perla.

Il Malese fece un salto indietro.

– Per Allah! – esclamò egli sorpreso. – Vi avrebbe toccato il cuore questa Perla?

Una nube oscurò la fronte della Tigre della Malesia.

– Ah! – ghignò Sandokan. – Credi tu che il mio cuore, inaccessibile a ogni passione, abbia perduto la sua invulnerabilità?

– No, capitano. Ma dicesi che questa Perla sia così bella!…

– Le mie bellezze, Patau, se tu nol sai, non sono che le pugne, i fiumi di sangue, e i monti di cadaveri. La Tigre della Malesia non conosce altre bellezze.

La fronte di Sandokan s’aggrottò e la sua faccia prese una truce espressione. Volse bruscamente le spalle al Malese, e si mise a guardare attentamente il mare, senza aggiungere altra parola.

I prahos continuarono la loro caccia, veleggiando sempre verso le Romades, accelerando la corsa pel vento che andava prendendo forza, guizzando come pesci, tagliando nettamente a prua le spumeggianti onde, che spruzzavano fino alla Tigre.

Man mano che la distanza scemava, tutti gli occhi dei marinai prendevano maggior potenza visiva. Le pupille si allargavano scrutando il meridionale orizzonte, e le mani si avvicinavano insensibilmente alle carabine, alle scuri e alle sciabole d’arrembaggio, quasi indovinassero prossima la presenza dei legni mercantili, mentre quelle fiere figure d’uomini parevano acquistare novella forza, novella ferocia, cento volte raddoppiata dal magnetico sguardo della Tigre.

E infatti i prahos mercantili, segnalati il giorno precedente, non dovevano essere gran fatto lontani. Se si erano arrestati alle Romades, il che poteva essere facile, dovevano apparire fra breve tempo, calcolando la loro destinazione per Labuan o Varauni.

A ogni modo, sia in pieno mare o sotto costa, fossero pure sotto quella di Borneo, non potevano sfuggire. Avrebbe bastato una parola di Sandokan per decidere i pirati ad assalirli anche in mezzo a un porto, sotto i cannoni dei forti.

– Guarda sottovento! – gridò d’un tratto un Dayasso che erasi arrampicato fino alla banderuola della maistra.

Sandokan, a quel grido, si rizzò. Gettò uno sguardo sul ponte del suo prahos e uno su quello che veniva dietro a venti soli passi lontano, e parve che fremesse. Attraversò la coperta e andò a mettersi egli stesso al timone. Non bisogna scherzare negli arrembaggi, dove il più piccolo fallo può causare un urto e una catastrofe. Egli respinse Patau.

– Il cannone di prua non domanda che di ruggire – gli disse. – Fa in modo che possa mordere.

– Bene, capitano, morderà – rispose il Malese.

A un suo fischio sei dei più risoluti pirati si misero ai lati dell’abbronzato pezzo che pareva volesse rizzar da solo la fumigante bocca verso gli orizzonti del mezzodì.

I due prahos parvero accelerassero la corsa. In due bordate si spinsero innanzi di quattrocento metri, scuotendo di dosso la spuma delle onde. I quaranta pirati balzarono in piedi come un uomo solo colle armi di già in mano, l’occhio sanguinoso fisso al sud ove scorgevasi un punto giallastro che sembrava radere l’orizzonte a tratti, ora scomparendo come se fosse colato a picco e ora rialzandosi impercettibilmente, ma tanto da poterlo scorgere nuovamente e riconoscerlo non già per la bianca spuma di un’onda ma per la vela di un prahos che veleggiava verso l’est.

– È una vela! – esclamò un Battiasso dalla statura colossale, dalla tinta color ferro.

– E chi dice di no? – domandò un Tagalo delle Filippine dalla carnagione rossastra e col viso tagliato a rombo. – Ma non vedi tu, che è sola?

– Eh! eh! – esclamò un Malese dall’incedere furbesco. – Che sieno fuggiti gli altri due adunque?

– Bisognerà crederlo, Ragno di Mare – rispose Patau volgendosi verso il suo compatriota. – Vi ha da scommettere che gli altri due hanno volto la prua al sud o che hanno naufragato durante la notte. Buon per loro, che avrei voluto veder l’equipaggio danzare sotto il ferro del mio cannone.

– Silenzio là! – esclamò Sandokan. – Ai vostri pezzi voi; alle carabine i moschettieri.

La conversazione fu tagliata nettamente. Gli artiglieri si precipitarono ai loro pezzi e tutti gli altri, eccetto quattro uomini destinati alla manovra del prahos, si affollarono a prua e alle murate, pronti ad avventarsi all’assalto al primo abbordaggio. In un minuto il più profondo silenzio regnò sui due legni pirateschi che veleggiavano l’un accanto all’altro; tutti gli occhi fissavano la bianca vela che lenta lenta ingrandiva, gareggiando nel riconoscere prima la portata, gli uomini e le armi.

Passò mezz’ora senza che la minima parola fosse pronunciata a bordo, tanta era l’autorità di Sandokan su quegli uomini di solito così turbolenti e durante questa mezz’ora la vela si accostò ai due rapidi prahos che manovravano in maniera da tagliare la ritirata dell’est e dell’ovest. Lasciato il varco al sud e al nord, sgombri per un gran tratto d’ogni terra, un inseguimento diventava su quelle due vie un nunnulla e l’abbordaggio sicuro. Con un uomo come Sandokan non vi era da sperare nella fuga; bisognava dare o accettare battaglia, pugnare finché restava sangue nelle vene e poi soccombere.

Man mano che si avvicinavano i due rapidi legni dei pirati, la vela ingigantiva lasciando vedere a poco a poco le murate del vascello, che fu in breve riconosciuto per un gran prahos mercantile, uno di quei legni che esercitano il lucroso traffico fra le isole della Malesia, e che uno dei pirati, benché fosse abbastanza distante, asserì essere uno dei tre scorti il giorno precedente.

– Yanez mi aveva parlato di tre navigli – mormorò Sandokan. – Dove si sono cacciati gli altri due?

Si morse le labbra quasi con collera, poi diresse il suo prahos sul legno mercantile, in maniera da poterlo abbordare a prua, mentre l’altro prendeva il largo tagliando la ritirata sulla via dell’ovest e abbordarlo, se occorreva, a poppa.

A due miglia di distanza il mercantile, un po’ affogato per l’eccessivo carico e cattivo camminatore, si arrestò correndo piccole bordate come indeciso sulla via da prendere.

Certamente era stato messo in sospetto dalla presenza di quei due prahos, che eseguivano una manovra non troppo rassicurante.

Bordeggiò così per tre o quattro minuti, come volesse assicurarsi delle intenzioni dei due legni da preda, poi cangiò bruscamente rotta, e virando di bordo batté prudentemente in ritirata.

– Tanto ci voleva a riconoscerci? – mormorò Sandokan, poi alzando la voce: – ehi, Patau, prepara il tuo cannone, e voi, tigrotti, prendete i moschetti. La danza non durerà molto, ma a ogni modo ci divertiremo.

Il povero legno mercantile doveva ben comprendere che la fuga sarebbe stata quasi impossibile e un combattimento, fra due fuochi, disastroso. Senza dubbio la sinistra fama della Tigre della Malesia era giunta all’orecchio dell’equipaggio per quanto da lungi venisse e la vicinanza di Mompracem doveva accertare i timori.

Sandokan, che non perdeva d’occhio il mercantile, poté assicurarsi coi propri occhi che l’equipaggio preparavasi a una disperata resistenza. Venti minuti dopo, i due prahos erano seicento metri dal fuggiasco. La rossa bandiera dei pirati, in mezzo alla quale campeggiava una tigre, salì maestosamente sull’albero di sinistra.

– Patau – disse Sandokan, – fa cantare il tuo cannone.

Patau non aspettava che questo comando, accese la miccia e si avvicinò al cannone.

Di repente una detonazione fortissima scoppiò al largo e una nube di fumo si alzò a poppa del prahos mercantile. Due tavole della murata di tribordo del legno da prenda saltarono sotto la palla.

Né Sandokan, né l’equipaggio si mossero. Patau diede fuoco al suo pezzo. L’effetto fu pronto. La palla del calibro da sei sfondò la murata poppiera del mercantile e investì il cannone ancor fumante sollevandolo dall’affusto. Le grandi vele un istante dopo vennero ammainate sul ponte, e una scialuppa venne calata in mare. Sei o sette uomini vi presero posto coll’evidente intenzione di fuggire prima che arrivassero i pirati. Il rimanente dell’equipaggio si radunò invece a poppa smascherando un secondo cannone deciso a difendersi.

– Ah! – esclamò Sandokan, saltando in piedi col volto abbuiato. – Vi sono dei vigliacchi a bordo di quel legno come vi sono dei coraggiosi. Patau, affondami quella scialuppa! I codardi non meritano la mia generosità!…

– Bene capitano – rispose il Malese con un satanico sogghigno. – Se al primo colpo non li mando all’inferno, non sono più Patau!

Il cannone era stato caricato e Patau non mancò alla parola. La scialuppa fu spaccata a metà e un nembo di mitraglia lanciato dall’altro prahos spazzando il mare istecchì i nuotatori.

– Bravo Patau! – esclamò Sandokan. – E ora, amico mio, rasa come un pontone quel legno. Andrà a farsi raddobbare di poi a Varauni a nostre spese. I coraggiosi sono degni di noi. Fa in modo che le tue palle non abbiano a mordere che del legno.

I due prahos correvano sopra al povero legno mercantile colla rapidità delle aquile, manovrando in maniera di poterlo abbordare da due lati. I cannoni ripigliarono la infernale musica fracassando gli attrezzi, alternando violente scariche di mitraglia che laceravano vele e recidevano corde. Il legno mercantile rispondeva vigorosamente col suo unico pezzo cercando, se non di vincere, almeno di vendere caramente la vita.

– Tira! Tira che sei un coraggioso! – gridava Sandokan entusiasmato. – Tu sei degno di combattere contro di me!…

I due prahos avvolti fra fitte nubi di fumo dalle quali scattavano lampi e uscivano detonazioni volteggiavano attorno al legno mercantile che virava a furia di remi, di bordo, presentando la prua sulla quale si affollavano i difensori.

– Barra sottovento! – gridò d’un tratto Sandokan che aveva impugnata la scimitarra.

Il suo prahos abbordò il mercantile sotto l’anca di tribordo ad onta della sua moschetteria e delle precipitose manovre dell’equipaggio nemico. Sandokan, benché i grappini d’arrembaggio non fossero ancora stati lanciati, si raccolse su sé stesso col kriss fra i denti, come una tigre che sta per avventarsi, quando una mano robusta lo trasse indietro. Il Ragno di Mare gli si rizzò accanto coprendolo col suo petto d’atleta, e bestemmiando tentò saltare sul prahos mercantile dove un marinaio toglieva di mira la Tigre della Malesia.

Non ebbe il tempo, ma si gettò dinanzi a Sandokan e ricevette in sua vece la fucilata in pieno volto. Il povero Ragno cadde in mare colla testa fracassata.

Sandokan gettò un muggito da toro ferito, e aggrappandosi alla bocca di un cannone, si issò in meno che se lo dica sulla coperta del legno mercantile. L’intero equipaggio annerito dal fumo e insanguinato si avventò contro di lui cercando respingerlo.

– A me, miei prodi! – urlò il pirata spaccando la testa al primo venuto. Dieci o dodici pirati risposero all’appello. Si arrampicarono come scimie lungo i bordi e aiutandosi coi paterazzi saltarono sul ponte circondando l’equipaggio. Nel medesimo tempo l’altro prahos abbordava il legno a poppa. I suoi uomini irruppero colle scuri alzate vociferando spaventosamente.

– Che nessuno li tocchi! – tuonò la voce della Tigre. – Sono degli eroi!

Fu compreso. I pirati circondarono l’equipaggio, lo disarmarono e lo legarono senza spargere goccia di sangue. La Tigre si avvicinò al capitano del prahos.

– Tu sei un brav’uomo – disse. – I tuoi uomini sono degni del loro comandante. Io ti lascio la vita!

Il capitano del prahos lo guardò come trasognato. Sandokan poggiò le mani sulle spalle di lui e guardandolo fisso:

– Dove vai? – gli chiese.

– A Labuan – rispose macchinalmente il capitano.

– Tu conosci quell’isola?

– Sì.

– Parlami della Perla di Labuan. Chi è?

– Una donna.

– Di qual razza?

– Inglese.

Le labbra di Sandokan si contrassero mostrando i denti.

– Dove ha la sua casa? – domandò egli con voce sorda.

– Nelle foreste della costa occidentale.

– Grazie, mio prode – disse Sandokan.- Olà! Gettate un barile d’oro a questi giovinotti!

Nessuno dei pirati aprì bocca, per opporsi a un sì strano comando. Del resto non era la prima volta che la Tigre della Malesia agiva in tal modo. Fu ubbidito, e il barile d’oro, con sorpresa dei marinai del prahos mercantile, che si chiedevano se sognassero o avessero da fare con qualche deità marittima, passò a bordo del legno.

Sandokan tornò ad avvicinarsi al capitano.

– Guardami in volto! – esclamò bruscamente egli.

– Chi sei? – chiesero i marinai ad una voce.

– La Tigre della Malesia!…

Prima ancora che l’equipaggio tornasse in sé dalla sorpresa e dalla paura, Sandokan era già a bordo del suo legno circondato dai pirati.

La Tigre stese la mano verso l’est, ve la tenne per qualche tratto così orizzontalmente, poi con voce metallica, stridente, collerica:

– Tigrotti, a Labuan! a Labuan!…

CAPITOLO III

L’incrociatore

Abbandonato il disalberato e sdruscito legno mercantile, i due prahos pirateschi, con due uomini di meno, ripresero la corsa verso Labuan, l’isola della Perla, che Sandokan ormai voleva ad ogni costo vedere.

Il vento dell’ovest era inoltre propizio per portarsi al nord-est e giungere all’indomani allo spuntar del sole e forse la stessa notte all’isola. Bisognava però agire con estrema prudenza poiché, per quanto fossero forti e risoluti, potevano incontrare più di un incrociatore che sbarrasse la via o almeno inceppasse la spedizione. Tutti sapevano che il regno di Borneo, la cui capitale non distava gran tratto, benché si prestasse volentieri alla pirateria e mantenesse prahos pirateschi per proprio conto, poteva, fosse solo per attirarsi le simpatie della nuova colonia, armare la sua flotta e lanciarla contro Sandokan. Tutti sapevano che quelli di Borneo erano gelosi di quelli di Mompracem che si erano fatti una sì formidabile nomea.

I due prahos presero arditamente la pericolosa via senza esitare. Sandokan, fatti ripulire i ponti, raggiustare gli attrezzi, tappare i fori delle bombe, fatto dispensare il pranzo del mezzodì, accese la pipa che somigliava a un narghilé turco e andò a sedersi sul medesimo cannone, dove il povero Ragno di Mare si era così generosamente sacrificato per lui.

Egli rimase mezz’ora senza dir parola, immobile, concentrato, assaporando la calma dopo la pugna, seguendo con occhio distratto le mosse del suo equipaggio che terminava di raggiustare le ultime gomene danneggiate dalla mitraglia. D’improvviso si scosse e piantando gli occhi su Patau, gli fe’ cenno d’avvicinarsi.

Una profonda ruga solcava l’ampia sua fronte e fumava con maggior furia di prima. Egli guardò per alcuni minuti e in silenzio il Malese, che non ardiva fiatare sospettando qualche rabbuffo.

– Dov’eri nel momento dell’abbordaggio? – chiese egli alfine con voce calma e grave ma che tradiva un lampo di collera.

– Al vostro fianco – rispose il Malese.

– Hai veduto cadere il Ragno di Mare? Pensa bene e parla meglio. Chi l’uccise?

Il Malese rabbrividì fino alla punta dei capelli e se fosse stato bianco sarebbe diventato pallido come un morto. Se si fosse trattato di precipitarsi all’abbordaggio dove la mitraglia mordeva e sibilava se ne sarebbe infischiato della paura, fosse pure stato sicuro di lasciarvi la pelle, ma dinanzi a Sandokan, cui bastava uno sguardo per inchiodare su due piedi i più ricalcitranti, egli sì, tremava.

– Ebbene? – domandò qualche istante dopo Sandokan senza abbandonare il suo posto, né la canna della gran pipa e senza nemmeno guardare in volto il Malese che tremava come avesse la febbre.

– Una palla di cannone – arrischiò Patau e dette indietro mentre l’equipaggio sogghignava contento che quel Malese del diavolo fosse stato innalzato fino a un grado così invidiato per essere precipitato chi sa dove da una sola parola del terribile padrone.

Non si amava a bordo Patau perché derubava silenziosamente i camerati valendosi della sua autorità, e senza che alcuno osasse farne parola al capitano. Si aveva paura di entrambi, ma ben differentemente.

Sandokan alla risposta del Malese aveva fatto un legger movimento, ma fu tutto. Egli continuò:

– Il tuo posto era accanto a me giacché non ti avevo affidato il timone. Quando noi giungeremo a Mompracem, ti farai fucilare! Vattene!

Non si poteva scherzare con un simile uomo, né arrischiare parola. Commettere una vigliaccheria a bordo sarebbe stato un far ruggire la Tigre. Il Malese senza batter ciglio, conservando quella fierezza in lui abituale, si allontanò come se si trattasse di un nonnulla. Sandokan lo richiamò.

– Potrebbe darsi che si avesse a incontrare l’incrociatore – diss’egli. – Mi occorre un uomo: tu puoi essere quello giacché ti ho spacciato per Mompracem; morire combattendo è un favore che io solo accordo ai coraggiosi. Alla prima cannonata, arresterai la palla col tuo petto.

– Grazie, capitano! – esclamò il Malese e contento della sentenza del suo formidabile capo, di cui nessuno avrebbe osato mettere in dubbio l’infallibilità, se ne andò al timone.

– Sabau! – gridò egli guardando sempre il mare e come parlasse a sé stesso.

Un altro Malese di bassa statura, ma di membra gagliarde, dalla faccia quadra anziché no, ossuta, dal naso schiacciato e grosso, dagli occhi piccoli ma brillanti, dalla bocca grande con le labbra grosse, la tinta fosca e vestito con un solo paio di corti calzoni rossi, si fece innanzi dondolandosi comicamente.

– Tu non sei stato il primo a saltare sul prahos dopo di me? – domandò Sandokan.

– Infatti, mi sono trovato sul ponte alle prese con uno di quei mascalzoni – rispose egli.

– Bene, quando la palla di cannone sfonderà il petto del tuo compatriota, subentrerai nel comando.

La giustizia era finita per quell’uomo singolare che si faceva chiamare la Tigre. Egli abbandonò il cannone, diede uno sguardo alle due grandi vele gonfie sotto il vento dell’ovest, un altro all’altro prahos che seguiva la via del primo rigorosamente dritta e si mise a passeggiare da prua a poppa colla fronte serena ed un sorriso bonario.

Durante la giornata i due legni pirateschi continuarono a veleggiare in quella parte di mare compresa fra Mompracem e le Romades all’ovest, la costa di Borneo all’est e nord-est, e Labuan colle Tre Isole al nord, senza trovare il minimo impaccio e senza scorgere alcuna di quelle vele che di solito si mostrano sì numerose in quei paraggi, recandosi o partendo dalla capitale del regno di Varauni.

Già da parecchi anni la fama di Sandokan si era sparsa su quei ristretti mari, e solamente i grossi vascelli con numerosi equipaggi o prahos armati da guerra arrischiavano la traversata diretta. I più si tenevano sotto la costa, sicuri di poter sbarcare e di salvare almeno le vite se non il carico o approfittando di qualche giornata burrascosa o di qualche notte oscura per prendere il largo. Sandokan non ignorava più quelle astuzie, diventate ormai tanto vecchie da essere conosciute anche sulle spiaggie di Mompracem, e sarebbe bastato passare una notte in vista della costa per essere sicuri al mattino di far ritorno con un carico completo delle più preziose merci del paese, cosa che non mancava mai però di fare a rischio di cadere in un’imboscata, quando trattavasi di spedizioni di minerale giallo.

La notte cadde con quella rapidità che è propria delle regioni equatoriali dove il sole, anziché tramontare, si tuffa. Tutti i lumi vennero spenti a bordo dopo la cena, non amando essere scoperti e di vedere a loro agio, le vele in parte terzarolate per premunirsi dagli improvvisi colpi di vento che non mancano in quei capricciosi mari, e le sentinelle scelte fra gli uomini più intrepidi e dalla vista più acuta, che sapevano scorgere, per quanto le tenebre fossero fitte, una nave due miglia lontano. Alle otto i due equipaggi si ritirarono in massa e senza far rumore guadagnando le loro amache oscillanti, senza perdere tempo a spogliarsi delle poche vesti, pronti a prendere posto ai cannoni e ai moschetti al primo all’arme, la qual cosa non di rado avveniva, sia per respingere un attacco di qualche notturno leone che spingeva la sua audacia fino a irritare la Tigre, sia per piombare su qualche inoffensivo legno e rischiararlo a colpi di cannone.

Sandokan rimase sul ponte assieme agli uomini di guardia, assiso a poppa tenendo una delle ribolle, collo sguardo che balzava dalla bussola al mare, porgendo ascolto al lieve russar degli addormentati e al frangersi dell’onda sulla prua del legno. Si avrebbe detto che quell’uomo cercasse di raccogliere qualche rumore estraneo a quello del mare. Chi sa? un lontano colpo di cannone, che poteva tuonare in direzione di Mompracem, o che cercasse colla potenza del suo occhio da tigre di attirare la preda fuggente e di scoprirla; chi sa? forse il fumante cacciatore.

Gli uomini di guardia confusi fra gli attrezzi, seduti o ritti, parevano condividere i pensieri del loro capo. Gli occhi loro, che rilucevano come carboni nella profonda oscurità, balzavano dalle vele al mare scrutandolo nei più lontani orizzonti, cercando avidamente una preda sempre sospirata o un pericolo. Poco montava che si dovesse sfidare colpi di cannone e colpi di scure, con gran pericolo della pelle; bastava loro veder della preda, menar le mani insanguinate su cento e cento vittime, tuffarle in nuovo sangue, ubbriacarsi al fumo della polvere e veder morti e morti mutilati, guazzar sui bagnati ponti.

Ma nessuna vela si mostrava nel cerchio abbracciato da quei potenti occhi, fuorché le tenebre sovrastanti ai flutti color di inchiostro che rimuggivano sordamente come uscissero da un abisso e che venivano a cozzare sulla prua del prahos frangendovisi sopra e lasciando solo allor intravveder un leggero scintillio, che si cangiava sulla scia in un gorgogliamento luminoso perfettamente visibile in quella oscurità.

Alla mezzanotte il vento, sino allora debole, sembrò svegliarsi colla comparsa della luna, che faceva capolino fra le nubi. I due prahos parvero rialzarsi sotto quella nuova spinta e accelerarono la corsa verso l’est poggiando di qualche quarto al nord, dirigendosi verso le Tre Isole, che non dovevano esser gran fatto distanti. E invero poco dopo, rischiarate dalla luna, che tornava a mostrarsi in uno squarcio dei negri vapori, furono vedute tutte e tre benché vi sia fra loro una rispettabile distanza.

Parevano uscire dal mare come improvvisamente, di un color fosco, di una struttura più bizzarra che pittoresca in quell’ora, vere sentinelle avanzate di Labuan e di Borneo, che potrebbero far solida barriera alla baia di Varauni dalla quale non distano molto.

Sandokan appena che poté vederle abbandonò la ribolla a uno de’ suoi uomini e discese nella sua piccola cabina. La vista di quelle isole faceva quasi a lui credere di esser a Labuan che voleva dire lontano dal fumante incrociatore che alla mattina navigava presso le coste meridionali di Mompracem, e quindi libero da un improvviso attacco da parte sua che avrebbe potuto riuscire disastroso.

La cabina di Sandokan era ben ristretta a bordo di quel prahos; non mancava però di una certa eleganza non dissimile da quella della sua abitazione, e che non toglieva che vi dormisse a suo agio. Era un caos di piccoli mobili gli uni più graziosi degli altri, ma gli uni più avariati degli altri, un miscuglio di sete e di tappeti che l’ingombravano, che la soffocavano addirittura sotto le pesanti pieghe e in mezzo alle quali vedevansi armi mescolate a bottiglie e tazze con bombe.

Sandokan, senza levarsi un nulla del vestito, si stese in mezzo ai tappeti e non tardò ad addormentarsi come un uomo della sua tempra, cui un cuor di ferro soffoca le urla delle vittime cadute sotto l’acciaio dell’assassino e i cui occhi non vedono né le ombre né il sangue.

Tutta la notte i due prahos veleggiarono in pieno mare, sempre in vista delle Tre Isole, correndo bordate per la lenta raffica, che a poco a poco collo spuntar del giorno girava all’est. Ma per quanto il vento divenisse contrario non impediva che i due rapidi legni guadagnassero via, aiutati di tratto in tratto dai remi manovrati da robuste braccia che li avean conosciuti fin dalla più tenera età.

Al primo raggio di sole, che invase bruscamente il mare scacciandone la cupa tenebra, sette od otto miglia lontano fu veduta Labuan. Quasi nel medesimo istante Sandokan comparve sul ponte.

– Patau! – esclamò egli con quel tono che non ammetteva replica né ritardo per quanto minimi fossero.

Il Malese abbandonando il remo in un sol salto gli fu vicino, sempre col medesimo volto fra l’ilare e il furbesco, come un uomo che ha ormai dimenticato la palla di cannone.

– Comandante! – rispose egli facendosi innanzi francamente.

– La tua palla? – domandò Sandokan con strano sogghigno.

– È sul petto – rispose il Malese, – la prima che parte sarà mia.

– Bene, conosci tu una baia dove non si possa essere molestati da quei cani dell’Australia?

– La conosco.

– Bene, dirigi i prahos.

Ad un ordine del Malese i due legni da preda virarono di bordo dirigendosi verso il sud dell’isola.

Labuan è un lembo di terra che dista appena otto leghe da Borneo e che ha una circonferenza di circa venticinque miglia.

Si eleva a 24 metri sul livello del mare; semplici alture tengono luogo di catene di monti, numerosi corsi d’acqua tengono luogo di fiumi, ma i più durante la stagione calda lasciano il letto completamente asciutto. Ha però magnifiche foreste che potrebbero somministrare eccellenti legnami da costruzione, una graziosa vallata con pascoli al nord-est dove finisce in una tranquilla baia. Vedute pittoresche rendono piacevole il soggiorno su quel lembo di terra, che ogni giorno acquista più importanza grazie le scoperte di vene di carbon fossile che si trovano in gran numero, specialmente nelle vicinanze dei fiumi.

Gl’indigeni non sono numerosi e sono tanto stupidi, che illusi dalla presenza degli stranieri e da regali di due soldi, si sottomisero al velenoso giogo inglese che lentamente ma sicuramente andrà decimandoli per isbarazzarsi di esseri che potrebbero un giorno dar noia alla giovane colonia.

Fu nel 1846, 24 dicembre, che il capitano Rodney Mundy comparve pel primo a bordo dell’Iris e che ne prese bellamente possesso, dopo di avere spaventati i nativi facendo tuonare le sue artiglierie, come volesse mostrare a quegli esseri semplici la potenza del leopardo inglese. Ed essi, dopo le danze d’onore e una festa si sottomisero senza alzar una sola arma in difesa della terra natia.

Da quel tempo gli Inglesi vi avevano fondato la cittadella di Vittoria e si affrettavano a lanciare in mare vapori di ferro per reprimere la pirateria flagello di quei disgraziati mari. Sandokan non lo ignorava, no, ed era anzi per questo che voleva prendere terra nel fondo di qualche canale, di qualche seno al sicuro da improvvisi attacchi per poter poi agire a suo bell’agio.

I due prahos, dopo di aver fiancheggiato per breve tratto la costa coperta da fitti alberi, in mezzo ai quali torreggiava qualche tek, navigando lentamente e con estrema prudenza per non dar sospetto a qualche colono che battesse i dintorni, si cacciarono silenziosamente in un piccolo fiume, che alla foce avevasi scavato poco a poco un seno semi-nascosto da piante palustri.

Le âncore furono gettate con buona riuscita su di un fondo sabbioso, le vele ammainate senza far rumore come lo dovevano due visitatori che volevano mantenersi incogniti, e i prahos spinti verso la riva destra, nascondendoli del tutto sotto l’ombra dei grandi alberi e dei canneti, che fiancheggiavano una piccola palude di due o trecento metri di estensione. Un incrociatore che avesse battuto la costa, non sarebbe riuscito a scoprire quei due legni pirateschi che si tenevano imboscati come le tigri nel delta del Gange che spiano, sotto le grandi foglie acquatiche, la preda.

Sandokan e Patau sbarcarono, mentre che il restante dell’equipaggio rimaneva a bordo rigorosamente consegnato. Bisognava agire più che prudentemente per affrettare i piani del formidabile capo, che già contava non solo di veder la Perla, ma di mettere a ferro e fuoco se non tutta almeno una parte dell’isola.

Armati entrambi di carabine indiane e di scuri, i due pirati s’internarono senza dir verbo sotto la foresta, che lasciava qua e là qualche varco, tracciato talvolta dalla mano umana ma il più dalla naturale disposizione delle piante, che si rizzavano in mille guise differenti, ora ritte, ora inclinate e talvolta contorte come giganteschi serpenti.

Sandokan guidò il Malese per un duecento passi sotto la foresta, come conoscesse di già il cammino, poi si arrestò ai piedi di un durion colossale le cui frutta pericolose per le cadute che il più delle volte riescono mortali per l’incauto che vi passa sotto, si agitavano leggermente sotto uno stormo di tucani dal becco colossale, che parevano affaccendarsi nella costruzione dei loro strani nidi.

– Ascolta, Patau – diss’egli. – La vicinanza di nemici, che godono fama di possedere potenti navi e potenti congegni di distruzione, non ti nasconderò che mi inquieta per Mompracem, la mal difesa isola che non saprebbe resistere dinanzi ai loro cannoni, e che è d’uopo ci rimanga. L’intenzione di queste giacche rosse dacché si sono stabilite su questi malaugurati mari, è evidente che mira a portare un colpo fatale alla pirateria; fuggono la nostra presenza, ma spiano e cercano di tagliarci la ritirata invadendo i nostri selvaggi covi.

– Lo so – rispose il Malese. – Mompracem è troppo vicina a Labuan, offre troppe mire per quei ladri di terre, e un dì o l’altro non mi meraviglierei che una intera flotta si presentasse dinanzi al villaggio e cominciasse una danza infernale a suon di cannone.

– È ciò che vado pensando anch’io da vario tempo. Vedi, la presenza di questo incrociatore, che fuma silenziosamente su queste onde, non mi rassicura punto riguardo alle sue intenzioni che puzzano di polvere cento miglia lontano. È d’uopo che uno di noi, Mompracem o Labuan, abbia a cedere le armi al più forte. Spenta la pirateria, la Malesia sarà morta.

– Se io rimanessi in vita – disse Patau senza commuoversi, – agirei prontamente. La colonia va crescendo di giorno in giorno, grazie alla scoperta del carbone che attira maledettamente tutte le navi da guerra dei dintorni; oggi è un pugno di uomini che l’abitano, domani saranno due, da qua un anno cento. Le difficoltà allora saranno cento volte raddoppiate, le mosse difficili sotto l’occhio degli incrociatori e poco a poco la pirateria cadrà.

Sandokan rimase colle braccia incrociate a mirare il Malese, come per commentar le sue parole che trovava più che giuste, poi ripigliò la via senza smascherare l’audace progetto che lo rodeva.

Patau lo seguì, cacciandosi come il padrone sotto cespugli spinosi dove vi era pericolo di lasciarvi mezze vesti, tendendo l’orecchio per raccoglier ogni estraneo rumore e coll’occhio in guardia sulle piante vicine, dove poteva darsi che qualche tigre se ne stesse imboscata aspettando la preda al varco o che qualche serpe si dondolasse da qualche ramo pronto ad avviluppare il primo venuto e stritolarlo tra le vischiose anella con una di quelle strette cui non resistono forze umane. Per mezz’ora quei due uomini proseguirono il difficile cammino senza scambiare una sola parola, poi Sandokan tornò ad arrestarsi facendo cenno al compagno di tacersi. Aveva udito lontano un abbaiar di cani che sembravano seguire qualche pesta di selvaggina e che andavano rapidamente avvicinandosi, ed a cui talvolta univasi uno squillo di tromba.

– Vi sono degli uomini che cacciano – disse Sandokan dopo di avere ascoltato attentamente. – Si vede che questi dannati Inglesi non perdono tempo. Sono sicuro che cacciano le ultime tigri sfuggite alle armi degli indigeni; ovunque è distruzione dove passa l’avvelenato loro soffio.

– Ma dove andiamo ? – chiese Patau che non comprendeva lo scopo della passeggiata.

– Dove vuoi che andiamo, se non si va in cerca della Perla?

– Ma questi uomini? Io credo che mostrarci sia pericoloso.

– Potrebbe darsi, Patau. Ma a noi occorrono notizie per sapere dove si trova questa Perla e come vanno le faccende della colonia. Tiriamo innanzi. I due pirati, anziché battere prudentemente in ritirata, si riposero in cammino dirigendosi verso il luogo dove udivasi squillare la tromba e abbaiare i cani.

A poco a poco gli alberi poco prima strettamente uniti, cominciarono diradarsi dando luogo a praticelli e a radure cespugliose in mezzo alle quali s’innalzavano gran numero di piante di pepe, che avviticchiandosi ai rami degli arenga e degli artocarpus, formavano grandi reti vegetali e festoni ricadenti, dove garrivano leggiadri uccelletti e svolazzavano battaglioni di lucertole volanti.

I latrati dei cani si udivano allora tanto vicini che i due pirati, temendo essere scoperti, si nascosero dietro ad un aloé la base del cui tronco spariva fra gigantesche erbe.

Quasi subito apparve un indigeno in calzoncini bianchi, tenendo a guinzaglio un grosso mastino che ringhiava fiutando la terra.

– Ecco il mio uomo – disse Sandokan all’orecchio di Patau. – Non farti vedere, Malese mio; non all’armiamo questo stupido schiavo delle giacche rosse, questo schifoso rettile, questo miserabile più codardo di tutti i popoli della Malesia.

Gettò al Malese la carabina e si cacciò fra i cespugli circostanti senza far rumore e in maniera di abbordare il selvaggio di fronte. Alla sua improvvisa comparsa il bracconiere si arrestò tra il sospettoso e lo spaventato.

– Che vai cacciando, sulle mie terre? – domandò brutalmente Sandokan piantandosi dinanzi a lui e vibrando un potente calcio al mastino che gli abbaiava contro.

– La tigre – rispose l’indigeno.

– Chi è questo furfante che si permette di calpestare i miei campi?

– Lord Haawen.

– Ah! – fe’ Sandokan ghignando. – Una giacca rossa. La colonia comincia adunque ad avere certi signori che si permettono di cacciare sulle terre altrui?

– Non sono di loro le terre? Gli antichi padroni sono morti.

Sandokan tornò a sogghignare ma con quel sogghigno crudele che faceva rabbrividire e parve che volesse fulminare il selvaggio colla potenza dei suoi occhi.

– Ah! – esclamò il pirata. – Tu rimpiangi adunque l’istante in cui l’Iris si mostrò su queste coste e che i tuoi accolsero danzando?

– Forse.

Sandokan si passò la mano sulla fronte e stette per qualche istante in silenzio come pensasse. Poi guardando fisso fisso il selvaggio:

– Odimi bene, maledetto schiavo – gli disse. – Sai tu che la colonia fu condannata ad essere distrutta da un uomo potente, la cui sua comparsa basterebbe per incutere spavento?

– No, stenterei d’altronde a crederlo.

– Nemmeno se quest’uomo si chiamasse…

Egli s’arrestò bruscamente mordendosi le labbra.

– Chi?…

– Silenzio – disse il pirata ponendosi un dito sulle labbra. – Silenzio! Dimmi ora, hai mai udito parlare della Perla di Labuan?

– E chi, in Labuan, non ne avrebbe udito parlare?

– Chi è?

– Un genio benefico, che nulla ha di comune colle giubbe rosse.

– La conosci tu, questa Perla?

– Sì, l’ho veduta.

– Dove abita?

– A un miglio da questo luogo – rispose il selvaggio.

– Potrei vederla io?

– Sì, lo potreste.

– Indicami il modo.

– Basterà che vi nascondiate dietro qualche albero del parco. Tutte le mattine va a passeggiare al chiosco chinese.

Una vampa inesplicabile salì in volto al pirata. Trasse un pugno d’oro e lo diede al selvaggio che lo guardò istupidito.

– Grazie, amico – gli disse. – E ora va… va, e non volgerti più mai indietro.

Il selvaggio se ne andò correndo. Sandokan aspettò che fosse abbastanza lontano da non vederlo più, poi ritornò presso il Malese che lo aspettava impazientemente.

– Ebbene? – chiese Patau.

– Tutto va bene, tigrotto – rispose Sandokan. – Domani vedremo la Perla.

– E le giacche rosse?

– Sono più forti di prima.

– Ah! – esclamò il Malese sospirando. – I bei giorni sono finiti.

– Crederesti tu che la Tigre avesse paura? Cento leoni sarebbero pochi per incatenare la gran Tigre. Ritorniamo, Malese.

Sandokan raccolse la carabina e si diresse verso la costa seguito da Patau. Non avevano ancor percorso cento metri, che un colpo di cannone rombò verso l’alto mare.

La Tigre della Malesia cacciò fuori un ruggito come di belva ferita, poi precipitossi verso la foresta agitando come un forsennato la carabina.

– Vieni, Patau! Vieni! – gridò egli, facendo salti da tigre. – Vedo del sangue!

I due pirati in cinque minuti attraversarono il lembo della foresta e giunsero al fiumicello. Nel medesimo tempo un secondo colpo di cannone rombò sul mare, e in mezzo a un denso fumo che volteggiava nell’aria assieme a scintille, fu veduto il fumante incrociatore che moveva a tutto vapore verso la costa, sbarrando la ritirata ai legni da preda!

CAPITOLO IV

Pirati e Incrociatori

Non vi era da ingannarsi sulla manovra dell’incrociatore che cominciava a scagliare i più grossi proiettili alla foce del fiume. Aveva fiutato la presenza dei prahos pirateschi, e, benché non potesse ancora averli visti, ne indovinava la posizione, perché le sue palle erano passate pochi pollici sopra le murate perdendosi nella piccola palude.

Non vi era tempo da perdere se non si voleva farsi schiacciare ancor prima di poter agire; bisognava abbandonare il pericoloso posto dove vi era la probabilità di venir presi fra due fuochi da terra e da mare. Giacché la manovra era riuscita e l’incrociatore li aveva scoperti con rara sagacità, il meglio da farsi era quello di assalirlo. Vinti o vincitori bisognava guadagnare il largo.

Sandokan e Patau in pochi istanti avevano guadagnato i prahos, dove si era ormai organizzata la difesa; i cannoni caricati, gli uomini sotto le armi: non si domandava che di abbordare il vapore malgrado la sua mole, i suoi uomini tre volte più numerosi e la colossale portata delle sue artiglierie.

– Andiamo, figliuoli, salpate le âncore, issate le vele, impugnate le armi! – gridò il capitano. – Il miserabile che viene a sfidarci nei nostri nascondigli non può essere che un coraggioso. Ci aspetta.

– Tanto meglio, si danzerà nel sangue – disse un Malese mordendo la lama della sua scimitarra.

– Ci ubbriacheremo di polvere! – esclamò un Daiasso che si accostava ghignando a uno dei cannoni.

I due prahos con una scossa furono allontanati dalle paludose rive, nel mentre una terza palla fischiava fra gli alberi troncandone i rami. Le vele terzarolate per non avere impicci sul ponte vennero tese al vento. I due legni, senza rispondere alle provocazioni nemiche per riserbarsi i colpi a buona portata, si spinsero in mezzo al fiumicello portandosi sull’altra riva la cui ombra delle grandi piante bastava per sottrarli agli occhi più acuti.

Si trattava di sbucare improvvisamente in mare e di muovere arditamente all’abbordaggio, ancor prima che il nemico pensasse alla ritirata. Possedendo la macchina nel ventre, era lui il padrone che poteva portarsi da un luogo all’altro, evitare un incontro che fosse pericoloso e battere in breccia colle sue artiglierie assai più potenti di quelle dei pirati. Sandokan aveva di già calcolato sui numerosi vantaggi di lui e cercava sventarli giuocando d’astuzia.

– Non abbiamo fretta – diss’egli a Patau che si teneva alla barra. – Cerchiamo di risparmiare i nostri uomini che sono contati, non esponiamo troppo i nostri legni al fuoco dell’assalitore che ha potenti cannoni: lo abborderemo questa notte, se occorre. Non lasciamolo sfuggire giacché il leone si è gettato dinanzi alla tigre.

L’incrociatore avea preso posto a seicento metri dalla costa e si teneva sotto macchina senza gettare il più piccolo ancorotto onde tenersi completamente libero nei suoi movimenti, assalire o retrocedere, determinato a scovare i pirati a colpi di cannone. Il suo pezzo di prua, senza dubbio un grosso cannone, tuonava ogni cinque minuti cangiando direzione, tirando a caso, non giungendo a scorgere i due legni che, semi nascosti e nel più profondo silenzio, scendevano lenti lenti la corrente aspettando l’istante di correre all’abbordaggio.

Tutti i pirati erano pronti a qualunque sacrificio, decisi di sbarazzare il loro mare da un nemico sì potente che finiva col diventare uno spauracchio anche pei più coraggiosi. Ognuno si giurava di farla finita una volta giunto sul ponte dell’incrociatore, scannare il nemico benché tre volte più numeroso o almeno farlo saltare colla Santa Barbara. Sandokan aveva dato gli ordini precisi, niuno li avrebbe cangiati; guerra avea promesso, guerra doveva essere. La vittoria sarebbe venuta dopo.

I due prahos continuarono a scendere la corrente senza più inquietarsi delle detonazioni dell’incrociatore. Le palle fischiavano nei boschi abbattendo gli alberi, rimbalzando fino al fiume, forando più d’una volta le vele, ma non si rispondeva. Si voleva mordere la carne del leone.

A venti metri dalla foce fu visto il legno nemico che continuava a tirare col solo pezzo di prua. Patau ad un segno del capitano si curvò sul cannone che pareva impaziente di ruggire.

– Guarda! Guarda! – esclamò Sandokan volgendosi verso il prahos che veniva dopo.

Una nube di fumo sfuggì dalla prua del legno da guerra seguita da una detonazione che si ripercosse sotto gli alberi della costa. La prua del prahos fu passata da un proiettile come fosse stata di cartone, facendo saltare le tavole del castello su cui poggiava il cannone. Il pezzo si rovesciò mentre una colonna d’acqua si precipitava fischiando nella stiva.

– Quei cani là tirano a meraviglia! – esclamò un Daiasso, che si precipitò con tre o quattro altri compagni sotto coperta, dove l’acqua di già invadeva il paramezzale.

– Se non ci sbrighiamo, la sarà finita prima di filare cento braccia – mormorò un Giavanese.

– Silenzio! – gridò Sandokan facendo lampeggiare la lama della scimitarra.

Il legno da guerra alla vista dei due prahos pirateschi aveva, dopo il colpo di cannone così fortunatamente riuscito, fatto un mezzo giro a tribordo dirigendo la prua verso il nemico, pel quale pareva avere un certo rispetto che poteva chiamarsi un po’ di paura, ad onta della sua mole e della sua potente artiglieria. Si udiva sul suo ponte rullare il tamburo e squillare la tromba come in un giorno di battaglia, uomini che comandavano e lo sbuffar della macchina che vomitava torrenti di fumo dalla ciminiera ristretta in mezzo ai quali scintillavano delle scorie.

Da ogni parte si vedevano artiglieri in posizione dietro i loro pezzi col cordone tira-fuoco in mano pronti a bombardare il nemico con turbini di ferro, soldati dalle giacche rosse visibili a grandi distanze e che offrivano un sicuro bersaglio e marinai armati di carabine issati sulle coffe, sui pennoni, sulle sartie, sulle griselle che gesticolavano vivamente impazienti di cominciare il loro formidabile fuoco di moschetteria.

Sandokan a tutti quei preparativi, a tutte quelle mosse del legno da guerra che si teneva sotto vapore per battere in ritirata dinanzi a trentasette uomini, si era messo a ridere. Quell’uomo singolare trovava che tutti quei preparativi erano ancor pochi dinanzi a lui, cui il nome sol bastava a triplicare le forze dei suoi pirati.

– Eh! – esclamò egli rizzandosi quanto era lungo. – Non scherziamo di troppo, figli miei, che il leone ha aperte le sue unghie. Orsù, tigrotti miei, mano ai remi e a tutta velocità all’arrembaggio senza risparmiare, fra mezzo, qualche moschettata. Una volta sul ponte, sangue e cadaveri!

– Sangue! Sangue! – urlarono come un sol uomo i due equipaggi.

– Ai remi! Ai remi! – comandò Patau sempre in posizione dietro al suo cannone, che andava accarezzando.

Trenta uomini, trenta macchine dalle braccia d’acciaio, si precipitarono sotto coperta dei due prahos che si tenevano a una rispettabile distanza l’un dall’altro per non offrire una mira troppo facile al nemico. Due secondi dopo i legni corsari, guizzanti come pesci, rapidi come battelli a vapore, uscivano a tutta velocità in pieno mare abbandonando ogni precauzione, movendo dritti al legno da guerra che continuava a presentare la prua a meno di cento metri dalla costa.

– Ah! – esclamò Sandokan quando vide la coperta del suo prahos quasi sgombra. – La danza sarà tremenda, ma si danzerà, se il birbante non si risolve a fuggire.

Egli si avvicinò a prua, dove Patau e quattro compagni lo aspettavano dietro il pezzo. Esaminò per qualche istante il legno nemico che aveva sospeso il fuoco intento senza dubbio in qualche audace manovra, e volgendosi verso il Malese sempre impassibile:

– Orsù, Patau, non abbiamo un istante da perdere. Seicento metri sono come seicento colpi di cannone, bastanti per fracassare le ali ai nostri legni. Colpo per colpo, occhio per occhio, dente per dente. Quando non avrai più occhio sicuro, cedi il posto e arresta la palla col petto!

– Bene, capitano – rispose il Malese. – Or mi vedrete all’opera!

Patau era uno dei migliori artiglieri che contasse la pirateria, un brav’uomo in fatto di colpi di cannone che sapeva dare alle palle una direzione infallibile che fracassavano sempre. Egli si curvò sul suo pezzo mirando il ponte dell’incrociatore, poi si rizzò colla miccia in mano.

Ancor prima che Sandokan avesse dato il comando, un lampo balenò a prua dell’incrociatore seguito da una sorda detonazione. La maistra fu tagliata nettamente come un giunco e precipitò sul ponte coprendolo a metà colla sua vela e coi suoi pennoni, mentre l’altro prahos rispondeva fracassando il bompresso che volò in mare a meno di un piede dal cannone ancora fumante.

– I nostri uomini cominciano bene! – disse Sandokan, traendosi di sotto le pieghe della vela. – Animo, Patau, rispondi alla provocazione! Fracassa loro qualche albero o fa saltare quel dannato cannone di prua.

– Eccomi, capitano. Colpo per colpo! Occhio per occhio! – rispose il Malese.

Avvicinò la miccia e dié fuoco. Il cannone s’infiammò ruggendo, vomitando ferro e fumo; il suo proiettile che si allontanava pochi metri sopra il livello del mare andò a schiantare la passerella del comandante con matematica precisione, mozzando nel medesimo colpo la ciminiera il cui fumo si sparse pel ponte soffocando i combattenti di babordo che dovettero abbandonare il posto.

– Ehi, Patau! – esclamò Sandokan cacciando la barra a tribordo. – Non addormentarti sul pezzo; fracassa se puoi la macchina a quel leone, fa saltare il suo magazzino delle polveri, fa mordere alle tue palle i cannoni del nemico. Non vedi tu, che si addormenta ancora?

Il vascello da guerra, colpito ripetutamente, pareva sorpreso di quel fuoco così matematicamente diretto. Il suo pezzo di prua non ruggì più, l’equipaggio si ritrasse dietro le murate precipitosamente, e il legno virando ancora presentò il tribordo al nemico che si avanzava ratto ratto a tutta forza di remi.

Pareva che si disponesse in maniera da fulminare con i suoi sei o sette pezzi i due legni corsari, che certamente non dovevano trovarsi a tutto loro agio in quel terribile duello, dove tutti i possibili svantaggi erano a loro conto. Sandokan stesso parve inquietarsi di quella manovra.

– Il nemico ci schiaccerà! – esclamò egli. – Se non l’abbordiamo tra cinque minuti saremo battuti.

In un salto si precipitò sotto coperta. I quindici uomini remigavano furiosamente coi pugnali fra i denti facendo sforzi sovrumani, incoraggiandosi col gesto e coll’esempio, promettendosi reciprocamente morti e sangue. Non occorreva di più per fargli raddoppiare le forze che toccavano l’estremo. – Non perdete un colpo di remo! Il nemico ci fugge! – gridò Sandokan arrivando fino ai banchi.

– Tuoni di Satana! – esclamò il Malese che tendeva i muscoli fino a farli quasi scoppiare.

– Dobbiamo adunque salire in coperta coi moschetti? – domandò un Daiasso.

– Silenzio! Ai remi! Ai remi! – comandò Sandokan.

Un nuovo colpo di cannone scoppiò al largo. Una palla di piccolo calibro, facendo saltare una tavola due piedi sotto il ponte, scoppiò nella stiva a pochi passi da Sandokan, che rimase impassibile. Una scheggia rimbalzando contro un’âncora, andò a fracassare la testa di un remigante che rotolò senza gettare un grido sotto i banchi spruzzando i compagni di sangue e di cervella. – Vedete che la danza comincia – disse freddamente Sandokan e risalì in coperta mentre i suoi uomini remigavano furiosamente inebbriandosi nel sangue dell’estinto compagno.

– Quel dannato là non perde i suoi colpi – mormorò Patau. – Ecco che si sveglia.

– Fuoco, Patau! Rompi le ali e fa saltare quella dannata batteria! – gridò Sandokan.

Ancora il legno nemico lo prevenne. Due colpi di cannone scoppiarono simultaneamente e due palle prendendo due diverse direzioni giunsero ancora una volta a destinazione. I due prahos ricevettero la scarica in pieno ventre e lo scoppio che ne seguì portò la morte di due remiganti.

– Ah! miserabile! – urlò Patau. – È così che si risponde. Aspetta un po’, vedrai!

Per la seconda volta accostò la miccia al cannone. La detonazione non era ancor terminata che il legno nemico parve incendiarsi. Un uragano di ferro volò sui due prahos allora lontani quattrocento passi, a cui risposero urla di furore e le scariche delle spingarde di poppa. Pirati, remi e artiglieri andarono sottosopra sotto il nembo di mitraglia; i due prahos furono rasati come pontoni.

Non avea ancor finito la scarica che ne seguì una seconda, poi il legno da guerra avvolto in nembi di fumo, crepitante sotto la moschetteria che grandinava palle sul nemico reso impotente in mezzo a quella tempesta che sfasciava i deboli suoi legni, si mise a indietreggiare a tutta velocità portandosi fuori di un possibile abbordaggio a seicento metri più lontano.

– Ah! miserabile! – urlava Sandokan rimasto illeso fra quell’uragano di scaglie.

Patau e due uomini rovesciati dalla caduta del trinchetto e dal cannone a metà sprofondato sul castello schiantato, si rizzarono quasi subito. Il pezzo d’artiglieria, trascinato in mezzo al ponte solcato in mille guise dal ferro nemico, fu in batter d’occhio caricato e puntato.

– Abbiamo da continuare la manovra? – domandò il Malese che si accingeva a rispondere ancora.

Sandokan non rispose. Egli guardò il legno nemico lontano un chilometro e più che fumava puntando le artiglierie verso la costa e che virava di prua con insolente provocazione, forte del suo diritto e dei suoi potenti mezzi. Egli misurò coll’occhio la distanza, guardò i prahos e si morse le labbra. Tirar innanzi, inseguire quel nemico fuggente che aveva il vento nel ventre e sì numerose artiglierie, sarebbe stata una pazzia. I due prahos di già seriamente avariati era da vedersi sarebbero stati sfasciati ancor prima di giungere all’abbordaggio. Tanto valeva farsi uccidere sotto la costa da pari a pari, in terra, petto contro petto, arma contro arma. Egli si avvicinò a Patau.

– Noi abbiamo preso una falsa via – diss’egli. – Il nemico è più forte di quanto credevo. Non vedi tu che ci sfugge quando tentiamo abbordarlo? Un cannone contro sei, è troppo!…

– Lo so bene io. Se non avesse la macchina nel ventre! – rispose il Malese quasi ferocemente.

– E due soli cannoni – aggiunse uno dei pirati che succhiavasi il sangue colante da un dito mozzato.

– Un’ultima prova, Patau. Fammi largo, va a rianimare i miei uomini nella stiva, fa avvicinare il prahos, lega i due legni assieme. Due cannoni e due spingarde possono ben far ruggire la tigre e mordere il leone che fugge come un codardo… Va, Patau, va! Se giungo ad abbordarlo ti prometto cento cadaveri.

Il Malese scomparve nella stiva e ne uscì un momento dopo traendosi dietro il drappello ridotto a soli dodici uomini. Con un fischio chiamò gli uomini dell’altro prahos. Il restante della manovra si compié con fantastica rapidità; i legni si trovarono ormeggiati, formando un sol ponte che presentava una formidabile batteria al nemico, ancor prima che questi potesse comprendere il piano del pirata.

Dinanzi alla batteria venne gettato tutto ciò che poteva servire per un riparo. Botti ripiene di palle, rottami, âncore, vecchi cannoni inchiodati che formavano parte della zavorra, e dietro a quella barricata si affollarono i pirati colle mani raggrinzate sulle carabine e i denti stretti sulle lame dei pugnali che scintillavano fra le labbra frementi. Otto uomini, i feriti, ma ancor robusti manovravano di remi al di sotto dei ponti, che scricchiolavano sotto i piedi dei combattenti anelanti carneficina.

La nave da guerra aveva allora arrestata la mossa retrograda. La ciminiera smozzata eruttava nubi di fumo e le ruote mordevano le acque spumeggianti. Essa si avanzava diritta alla batteria galleggiante colle gole fumanti dei cannoni puntati sul nemico e lo sperone a metà sommerso quasi avesse l’audace progetto di cozzarvi contro. Era quello che aspettava Sandokan.

Un minuto dopo i cannoni da ambo le parti ricominciavano la musica infernale. Si rispondeva colpo per colpo, palla per palla, mitraglia per mitraglia. Le due macchine da guerra si fulminavano a vicenda, in un duello mortale, movendosi incontro, proteggendosi con uragani di ferro, che sibilavano nell’aria e che mordevano tigre e leone, frantumando attrezzi, atterrando uomini.

Non si scorgevano quasi più, avvolti com’erano tra nembi di fumo che una calma assoluta manteneva al di sopra dei ponti, ma che montava? Da ambe le parti si ruggiva con egual furore, da ambe le parti si mordeva malgrado la sproporzione dei mezzi e delle forze.

I due prahos non la cedevano al vascello. Lampeggiavano, eruttavano ferro, non perdevano né un colpo, né un momento che poteva a loro costare una completa rotta. Forati, rasati, schiantati di tavole, sdrusciti, avanzavano non ostante la tempesta di palle che struggeva lo scarso quanto coraggioso equipaggio. Il delirio si era impadronito di quegli uomini che scemavano a vista d’occhio sotto il tiro micidiale del numeroso nemico, che si teneva sempre fuori di portata di un abbordaggio dove avrebbe potuta avere la peggio.

Patau, fedele alla parola data, aveva arrestato col suo petto la palla tirata sul suo cannone, ed era morto al suo posto, ma che montava? Gli artiglieri dei due prahos erano per metà fuori di combattimento, gli uni senza braccia dalle cui ferite uscivano torrenti di sangue spumoso, gli altri coi fianchi squarciati dalla mitraglia e il rimanente morti, ma che valeva? Nuovi artiglieri manovravano ai pezzi, uno dei quali era stato smontato, e facevano bravamente il loro dovere forando, spezzando, struggendo, e dietro a essi si affollavano tutti gli altri, anelanti, anneriti malgrado il fosco colore delle loro pelli dalla polvere dei cannoni e dei moschetti.

Il ferro turbinava attorno ad essi, staccava braccia e forava petti, troncava gambe e fracassava teste, sibilava sui ponti facendo saltar le tavole, schiantando le murate, tracciando solchi profondi nei più duri legni. Il fumo avviluppava quei due poveri legni corsari ridotti a brani, che non avevano più l’apparenza di velieri, ma sopra di essi ruggivano ancor delle tigri affamate, assetate di sangue che calpestavano i cadaveri dei compagni per farsi innanzi, che guazzavano nel sangue, che agitavano le armi, che chiamavano, che insultavano, che urlavano contro il nemico che sfuggiva l’abbordaggio.

Si vedevano volti foschi, raggrinzati pel furore, occhi iniettati di sangue che schizzavano fuoco a ogni lampeggiar dei cannoni, bocche che masticavano i pugnali sotto i denti freneticamente stretti, mani che facendosi scudo coi cadaveri dei compagni traevano moschettate colla speranza di abbattere a ogni colpo un nemico e in mezzo ad essi, Sandokan, che colla scimitarra in pugno rianimava i combattenti fra un nembo di palle che saltavano e fischiavano a lui dintorno, ora bestemmiando e comandando con una voce che risuonava come una tromba fra tutte quelle detonazioni e quegli scoppi e che ora diventava ruggente come il ruggito della Tigre della Malesia di cui egli ne portava il nome.

La terribile battaglia durò venti minuti, non di più. D’ambe le parti vi fu una breve sosta durante la quale Sandokan, prevedendo la completa disfatta dei suoi, comandò la ritirata.

Il nemico incalzava valendosi delle sue potenti artiglierie, sei volte maggiori di quelle che possedevano i pirati ridotte si può dire a un nulla. I due prahos tutti sdrusciti, tutti un foro, mezzi pieni d’acqua che continuava trapelare malgrado i tappi frettolosamente cacciati dai pirati, non si mantenevano più a galla, e non erano più in caso di tener ancora testa in pieno mare a quel vascello ferrato. Artiglieri e marinai non erano in un miglior stato: ci voleva assolutamente la ritirata per non venire totalmente schiacciati, e la ritirata, comandata per la prima volta in tanti anni di pugne dalla Tigre, cominciò lenta lenta per quanto lo permettevano gli uomini di bordo gran parte dei quali erano morti o feriti.

Il legno da guerra non per questo si arrestò, e parve deciso a inseguire i due legni fino sotto costa malgrado la poca profondità delle acque e i numerosi banchi subacquei.

Arrestò la sua mossa retrograda e cominciò avanzarsi a piccolo vapore, eruttando pari a vulcano fumo e fiamme.

Le palle ricominciarono a grandinare fitte fitte sui due poveri prahos, facendoli a brani. L’opera di distruzione ricominciò più tremenda di prima.

– Ah! ricominci adunque, nave maledetta! – esclamò Sandokan con indicibile accento. – Seguimi sino alla costa, vieni assalirmi laggiù al fiume se hai del coraggio, lancia i tuoi uomini a terra. Darei tutto il mio sangue per misurarmi petto a petto coi tuoi marinai.

Egli volse uno sguardo attorno e misurò la distanza che lo separava dalla costa. Vi erano quattrocento metri ancora da percorrere, distanza sufficente per venire completamente schiacciati prima di giungere alle prime scogliere.

Egli mandò una bestemmia, fece un salto da tigre e scartando col rovescio della scimitarra tre uomini avventossi sul cannone di prua ancor fumante.

– Tutti a bordo del mio prahos! – gridò con voce tonante. – Taglia le corde! Tutti ai remi! Se si vuol giungere salvi alla costa bisogna raggiungerla in meno di quaranta secondi.

I pirati sparsi sui due ponti si slanciarono su quello di Sandokan che pareva essere in miglior stato dell’altro. Le corde furono tagliate, la carcassa abbandonata alle onde coi suoi cadaveri e coi suoi due pezzi smontati, e gli uomini che ancor avevano delle braccia scesero nella stiva affollandosi ai remi. Sandokan e tre artiglieri rimasero soli sul ponte a rispondere al fuoco del nemico.

– Orsù, figli miei, del coraggio! – disse Sandokan, acquistando quella calma che occorre a un artigliere. – Siamo stati respinti se non battuti; la danza continua e noi danzeremo!

Quell’uomo singolare, senza curarsi delle scariche tremende del nemico che fulminava il prahos, si accostò con tutta calma al suo unico pezzo soffiando sulla miccia, con l’occhio in fiamme che tradiva la collera. Egli si curvò sul pezzo mentre il legno volava verso la costa.

– Aspetta, miserabile, ti fracasserò il tuo pezzo di prua!

Lo scoppio accompagnò l’ultima parola. Sandokan fece un salto innanzi in mezzo al fumo quasi volesse seguire coll’occhio l’invisibile palla, cui egli avea saputo dare una direzione infallibile. Un momento dopo una nube di fumo si alzò da prua dell’incrociatore, e le tavole del castello saltarono assieme al pezzo designato ed agli uomini che lo manovravano. Egli sorrise.

– Colpo per colpo – mormorò egli mentre i suoi uomini caricavano il cannone.

Una palla partita dal legno nemico sibilò alle sue orecchie. Gli mancò il respiro, mentre una seconda rimbalzava sull’ancorotto e scoppiava rumorosamente nella stiva al di sotto del cassero.

– Oh! Oh! La cosa diventa seria. Aspetta un po’, aspetta! – muggì egli.

Il suo secondo colpo partì fortunato come il primo. La maistra spaccata a due piedi sopra il ponte precipitò attraverso la prua con tutti i suoi uomini delle coffe e dei pennoni. Una ventina di marinai caddero in mare. Il fuoco della nave si arrestò quasi subito per dar tempo ai suoi di cominciare l’opera di salvataggio. Quel momento di tregua bastò per salvare il prahos, che a tutta forza dei suoi quindici remi guadagnò la costa cacciandosi nelle paludi del fiumicello.

Era tempo. Il povero legno corsaro empito a metà d’acqua non si sosteneva più; affondava lentamente sotto il peso, gemeva come un morente che non sa decidersi abbandonare la vita. Sandokan, che abbandonato il cannone aveva ripreso la ribolla, dovette arenarlo per impedire di andarsene completamente a picco. I suoi uomini uscivano allora dalla stiva dove l’acqua giungeva fino ai loro fianchi. Avevano abbandonato i remi per impugnare le armi pronti a ricominciare la lotta sempre con l’eguale coraggio e coll’egual ferocia. Sandokan li arrestò con un gesto e li chiamò intorno a sé, mentre che sul mare il cannone continuava a tuonare contro il prahos abbandonato che a poco a poco sprofondava.

– Non una parola – disse Sandokan quando li ebbero contati. – Quindici uomini perduti, quindici di meno che rivedranno Mompracem e nulla di più. Siamo ancora forti, e il vascello, in non miglior stato di noi, è ancora là ad aspettarci. Noi andremo ancora in mare ad attaccarlo.

Nessuno di quegli uomini disse verbo, tanto erano obbedienti e tanto credevano alla voce del capo. Solo Sabau si fece innanzi, non per fare osservazioni e meno ancora per lamentarsi benché avesse un braccio ferito da una scheggia di mitraglia, ma per reclamare il suo diritto.

– Patau è morto – disse il Malese. – Debbo prendere il suo posto?

– È giusto – rispose Sandokan. – Vedi, mio bravo Malese, siamo stati respinti, ma non battuti, da un nemico che si nasconde dietro il ferro, che rugge più di noi e che ha più denti. Non possiamo rimanere noi, i pirati di Mompracem, prigionieri su quest’isola che è terra di loro. Il nemico ci spia, ci taglia la ritirata perché è forte. Ci faremo ammazzare ma è d’uopo che abbandoniamo oggi queste coste che domani saranno nostre. Mi comprendi tu, Sabau?

– Si tratta di sforzare il passo, ecco tutto – rispose il Malese. – Giacché l’ordinate, si farà.

– Sì, lo si farà – risposero in coro, ma con truce espressione i pirati affollati attorno il capo.

– Sono le sei – continuò Sandokan guardando il sole. – Fra tre ore tutto sarà oscuro, non vi sarà lume di sorta, le tenebre saranno con noi. Usciremo in pieno mare e senza trar cannonate in silenzio come ombre, e quando il nemico si accorgerà della gherminella noi saremo a Mompracem.

– E poi? E poi? – domandarono i pirati, le cui dita fremevano stringendo le armi.

Sandokan si mise a sogghignare:

– Poi – diss’egli con voce cupa, – vi farò vedere Labuan rischiarata dagli incendi, vi farò vedere ruscelli di sangue umano scorrere pei boschi, e vi farò vedere una montagna di scheletri!

Volse le spalle alla sua banda che applaudiva freneticamente e andò a sedersi con Sabau a prua, puntando il cannone verso l’ingresso della foce, in maniera da poter difendere l’entrata contro un possibile attacco.

I suoi uomini, curati in furia i feriti, senza che questi emettessero il più piccolo lamento quantunque ve ne fossero di quelli ai quali la mitraglia aveva scarnato orrendamente braccia e gambe, si rimisero a lavorare con un ardore che giungeva al delirio.

Bisognava nelle tre o quattro ore che rimanevano rendere quel prahos sconquassato e sdruscito, navigabile se si voleva sfuggire la notte stessa alla crociera. Il lavoro fu subito cominciato da quei pirati, in mezzo ai quali trovavansi dei carpentieri che avrebbero dato dei punti a carpentieri europei e marinai cui nulla era impossibile.

Cominciarono a turare i fori fatti dalle palle con tappi di diverse grossezze, turare le lacerature fatte dalla mitraglia, mediante lamine di rame, e ribattere le tavole schiantate, e raddrizzare le murate abbattute.

L’acqua della stiva venne vuotata a furia di mastelli mancando di pompa, i timoni vennero rimontati e gli alberi rialzati assicurandoli colle manovre vecchie e coprendoli con nuove vele di ricambio.

Vennero prese anche misure contro un nuovo attacco potendosi dare che quantunque la notte fosse oscura la fuga venisse scoperta, ricominciando così la battaglia che né il prahos né l’equipaggio sarebbero stati capaci di sostenere.

Non avendo che un solo cannone, essendo stato l’altro smontato assieme alle spingarde, venne rizzata dinanzi una barricata con tronchi d’albero e botti ripiene di terra onde proteggerlo. Alle otto, nel momento che il sole precipitava all’orizzonte, tutto era pronto per la fuga; non restava che spingere il prahos nell’acqua. La nave da guerra aveva da un’ora cessato il fuoco che non otteneva altro vantaggio che quello di bombardare le foreste e si era portata al largo sicura che in quella notte i pirati non avrebbero tentata la fuga.

Alle nove un pirata fu mandato da Sandokan fino alla costa. Attraversò le foreste e ritornò assicurando che l’incrociatore dormiva all’âncora. Era il momento scelto senza aspettar la mezzanotte in cui di solito si tentano le fughe o gli attacchi e il nemico veglia forse più attentamente d’ogni altra ora.

– Andiamo – disse Sandokan abbandonando il suo posto. – Silenzio assoluto, soprattutto.

Egli fece un leggero cenno a Sabau. Bastò.

Quindici pirati entrarono nell’acqua e con una scossa spinsero il prahos nel fiume.

CAPITOLO V

Il ferito

La notte, come aveva predetto Sandokan, era più oscura della bocca di un forno spento. Non si vedeva a venti passi lontano, tanto erano fitte le tenebre che parevano scese appositamente a favorire la fuga del prahos.

Non luna in cielo, non stelle che si riflettessero sulle acque, non quel chiarore che proiettano le nubi quando l’astro delle notti risplende sopra di esse. Appena appena si distinguevano i tronchi d’albero della foresta lontana al più dieci metri sulle due rive. Confusi gli uni cogli altri, curvi o raddrizzati, messi là come tanti muti spettatori, formavano colla massa del cupo fogliame una oscurità ancor più densa, in mezzo alla quale il prahos scivolava silenziosamente seguendo il filo dell’acqua.

I soli rumori che si udissero erano i lievi cigolii dei timoni giranti sui cardini, il tremolar delle alte frondi appena, appena agitate da un soffio profumato dell’est, il gorgoglio dell’acqua che si frangeva dolcemente sulle sponde, il grido rauco degli animali notturni vaganti sotto le foreste in cerca di preda e il respiro degli uomini che se ne stavano sdraiati sulle tavole del ponte, coll’occhio fisso verso il mare, l’orecchio attento per raccogliere i minimi rumori del largo e le mani raggrinzate anziché tese sulle armi, che avevano finito di scintillare dopo l’ultimo lume spento a bordo.

Il prahos scendeva la corrente lentamente, ma tanto da bastare per guadagnare in meno di cinque minuti il mare e per non far il minimo rumore che potesse svelar la silenziosa fuga. Si teneva sulla riva destra, rasentando colle cime degli alberi le frondi sporgenti della foresta.

Sandokan e Sabau, entrambi ai timoni, confusi fra tre o quattro tronchi d’albero che servivano di difesa a quel punto sì importante, rattenendo il respiro, guidavano la silenziosa navicella con mille precauzioni, cogli occhi dilatati come cercassero una preda nascosta fra i giunchi della riva.

Il prahos che continuava a scendere, d’un tratto si arrestò, dopo un breve strofinio. Sandokan, indovinando che l’ostacolo non poteva essere che una secca, non batté ciglio.

– Arrestati? – domandò Sabau, con un fil di voce. – V’è il nemico alla foce?

– Non è nulla; lascieremo subito la secca – rispose Sandokan.

L’equipaggio, quantunque ignorasse la causa, non si mosse. Solo si udì che armavano le carabine, mentre gli uomini di prua, camminando come fantasmi, si curvavano sul cannone di già bell’e carico.

– La marea monta – disse Sandokan dopo qualche minuto di silenzio occupato a osservare le acque.

– Il tempo passa. Non si potrebbe por mano ai remi? – mormorò il Malese.

– È inutile, il rumore è pericoloso nel luogo ove ci troviamo. Non vedi tu nulla sulla sponda opposta?

– Nulla, fuorché la massa nera della foresta. Il nemico non sospetta di nulla.

– Bene, aspettiamo!… – E Sandokan senza dire una sillaba di più, aspettò che la marea montasse.

Passò un quarto d’ora, poi si udirono dei fremiti a prua, qualche scricchiolio sotto la chiglia, poi il prahos, sempre in silenzio, tornò a galleggiare. A una parola gettata sottovoce da Sandokan agli uomini della manovra, una piccola vela dipinta a nero come le tenebre, un fiocco, fu spiegato sul bompresso. Il legno filando appena qualche miglio all’ora, superata la barra delle scogliere e gl’isolotti di sabbia visibili sol per l’onda che ci gorgogliava attorno, uscì tacitamente in pieno mare.

– Il vascello? – domandò Sandokan, cacciando la barra un po’ all’orza.

– Eccolo laggiù, a mezzo miglio sopravvento. Dorme all’âncora – mormorò Sabau.

– Ah, il furfante ha preso il largo adunque? Bene, peggio per lui; il campo sarà più vasto.

Il legno da guerra aveva cautamente frapposto più di mezzo miglio fra sé ed i pirati, pei quali pareva avere le sue paure, quantunque li avesse completamente fiaccati. Dormiva all’âncora ma non del tutto; i fanali di posizione brillavano al loro posto e dalla ciminiera usciva qualche scintilla, che andava perdendosi fra l’alberatura seminascosta in un pennacchio di fumo appena visibile. Vi era da credere che la fuga riuscisse.

Il campo era vasto; si poteva scendere al sud, o salire per qualche miglio al nord, e per quanto i cannocchiali da notte fossero puntati, si poteva sfuggire alle indagini e anche a un inseguimento.

– Tutto va bene – mormorò Sandokan sogghignando. – Il diavolo è con noi, come direbbe il mio buon fratello Portoghese. Saremo a Mompracem ancor prima che il miserabile se ne accorga.

– Si può gettare da un lato la prudenza? – domandò il Malese che si rodeva dall’impazienza.

– Oibò! Coprirsi di vele potrebbe essere pericoloso. Il bianco col nero contrasta.

Il vento era debole, ma il mare perfettamente tranquillo e oscuro come fosse un mare d’inchiostro; il prahos sotto la sua piccola vela, si mise a filare direttamente all’ovest, tenendosi un mezzo miglio al sud dal vascello, la cui macchina brontolava.

Pareva che tutto dovesse andare a meraviglia, grazie l’audace manovra del corsaro e l’imprudenza del nemico che nel momento in cui si doveva maggiormente vegliare, abbandonava il posto. La distanza fra Labuan e Mompracem non è molta, tutta riducendosi a 60 miglia, che con vento e con remi manovrati dalle braccia di ferro dei fuggiaschi, dovevansi fare in una notte o poco più. Si poteva al mattino trovarsi in vista della costa amica, che equivaleva alla completa riuscita; che montava se l’incrociatore dava la caccia alle spalle?

Al primo colpo di cannone tutti i pirati di Mompracem sarebbero usciti sui loro prahos in mare e per quanto filasse il piroscafo e facesse ruggire le bocche dei cannoni, non avrebbe certamente potuto sfuggire a quel formidabile assalto dei più arditi pirati dell’intera Malesia.

Sandokan, sempre al timone accanto a Sabau, misurava la distanza che lo separava dall’incrociatore visibile solo pei suoi fanali di posizione e per la sua mole. Contava metro per metro, cercava di poter scorgere ciò che succedeva sul legno nemico, fremeva d’impazienza e di collera, e allontanandosi ruggiva in cuor suo di dover abbandonare quella preda colossale. Quel singolar uomo quasi quasi dolevasi di fuggirsene così silenziosamente come un ladro notturno. Avrebbe desiderato qualche colpo di cannone, un abbordaggio e infine una pugna corpo a corpo, una vendetta soddisfatta, quando avesse pur da ricevere una scheggia di mitraglia attraverso il corpo. In quei momenti, egli credeva di essere tanto forte da poter distruggere da solo quell’equipaggio sei volte più numeroso e i suoi uomini dividevano i medesimi pareri. Un all’arme non sarebbe stato accolto che con un urlo di gioia.

Il prahos a poco a poco sotto nuovi soffi di vento, che spiravano dalla costa, accelerò sensibilmente la corsa lasciandosi dietro una scia che talvolta scintillava quasi da credere alla vicinanza di un lembo di mare fosforescente. Sabau notò quel scintillio che poteva attirare l’attenzione degli uomini di guardia del piroscafo e sorridendo, anziché spaventarsi, ne fece osservazione a Sandokan.

– Vedete voi la scia che diventa talvolta luminosa? – mormorò il Malese.

– La vedo, Sabau – rispose Sandokan. – La fosforescenza fra poco crescerà.

– Navigheremo come in un mare illuminato. La fortuna non è con noi, ma forse è un vantaggio.

Sandokan sorrise e guardò a poppa. Attorno al timone parevano scaturire vivide scintille e la scia prima biancheggiante diventava raggiante come se una luna splendesse sotto i flutti d’inchiostro. A prua, l’acqua che spumeggiava prendeva la medesima tinta, visibile fra quella oscurità profonda a due o tre miglia distante. Fra i pirati distesi sul ponte si udì un lieve mormorio, qualche bestemmia, qualche sogghigno, e tutti gli occhi si volsero al legno da guerra sempre addormentato sulle sue âncore e lontano già quasi un miglio.

– Dormono adunque? – mormorò Sandokan tormentando la ribolla del timone.

Il prahos continuò a filare sotto il suo piccolo fiocco, smuovendo i flutti che si facevano ognor più fosforescenti sotto le migliaia e migliaia di uova di pesci. Aveva già percorso una quarantina di metri senza che alcun segnalasse quell’insolito chiarore, quando un grido formidabile, un richiamo risuonò dal mare. I pirati si levarono come un sol uomo colle armi in pugno.

– All’armi! All’armi! – aveva gridato una voce che il vento aveva portato fino al prahos.

– Sangue di Satana, siamo scoperti! – esclamò un pirata di colossale statura, i cui occhi brillavano come quelli di un gatto fra la profonda tenebrìa.

– Tanto meglio! – esclamò Sabau, alzando la scimitarra.

Il prahos si arrestò.

I flutti appena appena agitati tornarono diventare oscuri e la scia scomparve.

Il grido era partito dal legno da guerra, non vi era dubbio. Per quanto la smania di avventarsi sul nemico ardesse nel petto di Sandokan, egli cercò di rendere invisibile il suo legno troppo lontano dall’incrociatore per venire a un abbordaggio e troppo debole di artiglierie per ingaggiare un terribile duello.

– Non movetevi! – comandò egli con quel tono di voce che non ammetteva replica.

La medesima voce di prima, che il vento portava, si fece udire al largo:

– All’armi! All’armi!…

Tra il silenzio generale appena rotto dalle ondulazioni del prahos e dalla brezza che fischiava debolmente tra le manovre, si udì il rullo del tamburo risuonare sul legno nemico. Si batteva la carica.

I pirati non si mossero, decisi, come erano sempre, a tutto, pronti a sfidare una nuova tempesta di ferro e ad arrampicarsi sui fianchi del legno nemico. Sandokan era con loro; bastava.

Il tamburo continuava a rullare. Un istante dopo, malgrado la lontananza, s’udirono le catene che si torcevano nelle cubie e i colpi secchi dell’argano. Si salpavano le âncore, la battaglia era sicura.

– Al tuo pezzo Sabau! – disse brevemente Sandokan. – Quattro uomini con lui!

Si ubbidì sempre nel più profondo silenzio. Nel medesimo istante una fiamma lampeggiò sul ponte del piroscafo, seguita da una forte detonazione. L’acqua rimbalzò fino a poppa del prahos.

– I proiettili piovono – mormorò Sandokan. – Bene, tanto peggio per lui!

Un fumo rossastro sfuggiva a gran volute dalla ciminiera. Si udirono le ruote rimordere le acque spumeggianti, e si videro i fanali cangiar posizione.

Il piroscafo fu visto avanzare a tutto vapore sul prahos che sempre immobile nelle acque fosforescenti, attendeva impassibile lo scontro.

– Ai remi, voi! – comandò Sandokan nel momento che una seconda detonazione scoppiava al largo e che una nuova palla faceva saltar l’acqua a prua.

Il prahos virò immediatamente di bordo, descrivendo un semi cerchio colla prua volta al vascello nemico, che correva alla carica, coll’evidente intenzione di colarlo a fondo. La fuga non poteva ormai più tentarsi con un sì rapido camminatore, la ritirata su Labuan nemmeno sotto il fuoco schiacciante di un nemico sì potente in fatto di artiglierie. Il meglio era di incontrarlo evitando un urto, abbordarlo a babordo o a tribordo secondo i casi, arrampicarsi sul ponte e intavolare una pugna disperata. Uno dei due dovea scomparire. Tanto meglio: vi sarebbe stato più sangue e più cadaveri!

Entrambi si scorgevano: l’uno pei suoi fanali, l’altro per la scia fosforescente. Entrambi si udivano: l’uno per il sospirar della macchina ansante, l’altro pel battere dei remi. Il fuoco, palla e scaglia, s’incominciò con egual furia, per ischiacciarsi a vicenda prima dell’urto.

– Orsù, Sabau, la partita non è eguale, ma siamo sempre noi i pirati di Mompracem. Fa adunque ruggire il tuo pezzo e frangimi una di quelle ruote che mordono le acque – comandò Sandokan.

Il prahos volava ratto ratto, incontro al legno da guerra che arrivava a tutto vapore, mostrando la prua tagliata quasi ad angolo retto, come uno sperone affilato. Sabau cominciò col suo pezzo la musica infernale, protetto dietro la barricata mirando i fianchi del colossale nemico, che rispondeva a tratti, tempestando, ruggendo, infiammandosi, rompendo le tenebre e il silenzio per ogni dove.

In meno di cinque minuti il disgraziato legno che aveva un bel da fare a rispondere, fu demattato sotto un fuoco di dieci o dodici bocche che scagliavano palle e mitraglia. Il ferro strideva sulle tavole del ponte, sui fianchi, sulla barricata e fra gli attrezzi frantumati. Ruggiva, saltava, lacerava, spezzava, turbinava; ai fori aggiungeva strappi, alle avarie aggiungeva avarie.

Il cannone fu smontato, Sabau fulminato accanto al suo pezzo, la barricata sfondata, il timone infranto, e i remi furono schiantati assieme alle murate e ai banchi. L’acqua cominciò a penetrare nella stiva; i remiganti abbandonando i feriti bestemmianti e dibattentisi fra il liquido elemento che li affogava, salirono sul ponte cosparso di rottami disperdendosi dietro le barricate, cercando sostenersi con un inefficace fuoco di moschetteria. In meno di cinque minuti un terzo erano stati sventrati dall’uragano di ferro.

Sandokan solo, cui pareva un genio infernale miracolosamente proteggesse, rimaneva impassibile fra quel turbinio di mitraglia che sdrusciva il legno affondante. In piedi a poppa, con un remo in mano e la scimitarra fra le labbra, gettava di quando in quando una specie di ruggito soffocato come la tigre della Malesia che si vede presa dai cacciatori.

La partita era perduta; impossibile resistere a quel vulcano irrompente senza un pezzo d’artiglieria. Non restava che morire, ma morire onoratamente sul ponte del nemico dopo di aver venduta ben cara la vita. Dodici soli uomini ancor rimanevano sul ponte frantumato del prahos che coi fianchi aperti se ne andava a picco, ma dodici uomini assetati di sangue, guidati da un capo il cui valore era popolare in quei mari, e che valevano ancora i quaranta partiti da Mompracem.

– A me, miei pirati! – esclamò Sandokan, fino allora rimasto muto.

I dodici combattenti cogli occhi stravolti, i pugni chiusi come tenaglie attorno alle armi, facendosi scudo coi cadaveri dei compagni lo raggiunsero a poppa dove manovrava ancora al remo. Tre o quattro feriti che bestemmiavano sotto i rottami, vomitando torrenti di sangue a ogni scossa, si sforzarono di ubbidire ancora alla voce del capo; essi caddero ai piedi dei rimasti urlando come tigri.

– All’abbordaggio! Vendetta! Vendetta!

– Ah! cane di un nemico! – esclamò un Daiasso, mentre una palla gli troncava una mano.

Il piroscafo avventando fiancate sopra fiancate sul prahos sdruscito che non avea più l’apparenza di un legno, era allora a soli venti metri da poppa e proseguiva la corsa per affondarlo col suo sperone. Sandokan si aggrappò al remo con ambe le mani.

– Lancia un grappino! – esclamò egli virando di poppa per evitare l’urto. Il piroscafo era a pochi passi distanti e cercava alla sua volta di virare spazzando il mare a tribordo; le sue onde giungevano fino al prahos che rollava penosamente, e sul ponte del quale i pirati moschettavano i marinai delle artiglierie per nascondere l’audace manovra.

Di repente avvenne un cozzo sul babordo seguito da uno scricchiolio sinistro; il prahos si piegò a tribordo imbarcando le prime onde che si precipitarono fischiando nei boccaporti.

– Lancia! Lancia! – urlò Sandokan abbandonando il remo ed afferrando la scimitarra.

Il grappino giunse fino ai pennoni del trinchetto e vi si infisse fra le gomene. Il prahos che affondava virò di bordo seguendo il piroscafo che accelerava la via. Sandokan si aggrappò come una scimia alla gomena.

– A bordo! A bordo! – urlò egli cercando dominare colla voce il crepitar della moschetteria.

Quel comando bastò. I pirati aiutandosi a vicenda, aggrappandosi su per gli sportelli delle batterie, giungono alle murate e si scagliano sul ponte come una banda di affamati lupi, ancor prima che il nemico abbia a respingere l’audace invasione.

– Ammazza! Ammazza! – urlò Sandokan precipitandosi fra i combattenti.

I primi che si parano dinanzi cadono sotto i suoi colpi ed i suoi uomini lo seguono seminando la via di cadaveri. Si scagliano sui cannoni massacrando gli artiglieri, urlano, si dimenano, tempestano colpi a diritta e a manca valendosi dell’oscurità per accrescere la confusione, poi simili a tigri, sbaragliati gli uomini di prua, si gettano sul ponte a testa bassa.

– Ammazza! Ammazza! – urlava Sandokan agitando la scimitarra insanguinata fino all’elsa.

Il tamburo batteva la carica. L’equipaggio dell’incrociatore, sbandato e smarrito per un istante, si era raccozzato a poppa attorno ai comandanti e si precipitava innanzi caricando alla baionetta mentre la moschetteria degli uomini installati sulle coffe cominciava a mordere sibilando fra gli attrezzi. Non vi era né da arrestarsi né da dare indietro. I pirati ridotti a nove, ma diventati nove leoni, si gettano coraggiosamente sulla punta delle baionette e intavolano a mezzo ponte una lotta micidiale, cercando sfondare quella muraglia umana per giungere alla Santa Barbara e far saltare con essi la nave.

Sono uno contro dieci, ma in quel momento non si contano. Avventano colpi disperati, troncano braccia e aprono teste, urlano per ispargere maggior terrore nelle file nemiche, cadono, indietreggiano, si avanzano come le onde del mare, si aggrappano ai combattenti dilaniandoli coi denti e colle unghie, facendosi scudo coi corpi dei cadaveri; perdono le armi infrante ma strappano quelle dei nemici incalzanti e ricominciano l’omerica lotta fra i gemiti dei feriti.

Il valore doveva cedere al numero. Moschettati sopra, sciabolati a tergo, ributtati dinanzi, avviluppati da un nemico dieci volte meglio armato e che diventava ognor più numeroso, muoiono vendendo cara la vita, ma muoiono. Sei uomini cadono trafitti in meno di venti secondi.

Sandokan e gli altri, coperti di ferite colle scimitarre in pugno sono costretti a retrocedere dinanzi quella barriera irta di armi; facendosi strada fra i moribondi, si precipitano a prua tentando con uno sforzo disperato d’arrestare quella valanga di gente col cannone.

A mezza via Sandokan rotola sul ponte insanguinato con una palla nel petto. Gettò un ruggito di dolore. I suoi uomini gli si stringono d’attorno.

– Ammazza! Ammazza! – urlò ancora il ferito e sollevandosi con uno sforzo disperato si preparò a far testa al nemico che correva all’assalto colla baionetta.

L’urto fu terribile. I tre pirati, che si erano gettati dinanzi al loro capo facendo scudo coi loro corpi, caddero fulminati. Ma non così avvenne della Tigre della Malesia miracolosamente salvata dai suoi prodi.

Il formidabile uomo gettando il suo urlo di guerra spaccò la testa al primo uomo che gli si parò dinanzi, poi gettando da un lato l’arma seminfranta, abbrancando un marinaio e sollevandolo con forza erculea malgrado la ferita che mandava fiotti di sangue, si avventò contro una delle murate. Frantumare la testa del poveretto con una terribile stretta, scavalcare le murate e precipitarsi in mare prima che le baionette l’avessero toccato, fu per lui l’affare di un lampo.

Ma un tale uomo, dotato di una energia sovrumana e del coraggio della tigre, quantunque ferito e spossato, non doveva sì facilmente morire.

Mentre il piroscafo proseguiva la sua via trasportato dalle ultime battute delle ruote egli con un colpo di tallone risalì silenziosamente a galla, e rattenendo con ferrea volontà i gemiti che gli strappava la ferita al contatto dell’elemento corrosivo, si mise a nuotare come un pesce verso l’est senza lasciare traccie, senza destar attenzioni e con tutta la velocità di cui era capace un marinaio come lui. Il legno da guerra virava allora trecento passi lontano. Esso si avanzò descrivendo un gran cerchio attorno al luogo ove si era inabissato il pirata, coll’intenzione di tagliarlo in due collo sperone. Non bisognava lasciar vivere uno di quegli uomini di una razza maledetta, che durante dodici ore di una lotta sanguinosa aveva tenuto in scacco uno dei più valorosi legni della marina inglese.

Ma Sandokan, se il legno lo cercava attivamente, egli era ben deciso di sfuggire, di tutto tentare per guadagnar la costa che non doveva essere gran fatto lontana e meditar di là una strepitosa vendetta. Egli si era arrestato immerso per quattro quinti, protetto dall’oscurità, rannicchiato quasi su sé stesso nel liquido elemento a lui tanto famigliare senza gettare un sospiro, senza fare un gesto, senza movere occhio. Galleggiava come un rottame abbandonato pel quale si poteva prenderlo se fosse stato scorto.

Il piroscafo compì il suo giro mordendo le acque, poi si arrestò come cercasse indagare quei flutti da lui agitati e ripigliò le ricerche tagliando quello spazio in mille guise, virando da babordo a tribordo colla speranza di incontrare il nuotatore, e di lacerarlo o di stritolarlo sotto le ruote.

L’equipaggio intero fornito di fanali era sparso sulle murate, sulle griselle o calumato fino alle patte delle âncore per cercare di scoprirlo. Ma la manovra non riuscì benché lo sperone e le ruote passassero a pochi piedi da Sandokan sempre immobile e qualche palla tirata a casaccio facesse rimbalzar l’acqua a pochi pollici dal suo capo.

Dieci minuti dopo il piroscafo, sicuro che il pirata erasi annegato o era caduto sotto il dente di qualche pesce-cane, si allontanava a tutta forza della sua macchina dirigendosi verso il nord, lasciandosi dietro una scia fosforescente, gorgogliante, in mezzo alla quale ondulava qualche cadavere.

Sandokan, appena fu sicuro che la distanza e il fragor delle ruote soffocavano più che sufficientemente il rumor dell’onda tagliata dalle sue braccia, dopo di aver passato la cintola sulla ferita per arrestare l’emorragia e d’averla bene stretta, ricominciò a nuotare con tutte le forze che ancor rimanevano nel suo corpo impoverito di sangue. Egli non gemeva ad onta degli atroci dolori che soffriva ma si mordeva le labbra con una specie di furore, alternando fra una battuta e l’altra una bestemmia, un giuramento, comprimendo colle dita la cintola stretta sulle labbra della ferita dalle quali usciva un filo di sangue che si mesceva coi flutti d’inchiostro. Tutta la sua ira, tutta la sua vendetta era là, su quel piroscafo che dopo averlo battuto fuggiva, su quel piroscafo che lo aveva sconfitto per la prima volta in vita sua, su quell’incrociatore che scorrazzava quei mari non suoi, su quel fantasma potente quanto terribile che avea fatto mordere la polvere alla Tigre della Malesia.

Lottando disperatamente fra le acque sfinito per la perdita del sangue, quell’uomo aveva dei momenti in cui sfuggendo la costa si metteva insensatamente a inseguire il piroscafo che a poco a poco impiccioliva scomparendo fra le tenebre, lo chiamava, bestemmiava, lo sfidava, alzando le mani raggrinzate, frementi, strette come attorno l’impugnatura di un’arma immaginaria, scagliandogli contro mille insulti, mille minacce. Oh! allora sì pareva dar ragione a quel nome di Tigre della Malesia, e come nella pugna digrignava i denti, gli occhi mandavano lampi, e lanciava quel sordo mugolio che lo rassomigliava alla tigre.

Ma a poco a poco quei deliri, quella collera insensata sparvero, sfumarono, e il formidabile pirata richiamato alla realtà ripigliò il faticoso esercizio, cercando la costa avvolta fra fitte tenebre che non permettevano ancora di scorgerla rimandando in cuor suo quella vendetta, che per lui era la vita.

Nuotò così parecchio tempo, soffermandosi tratto tratto per ripigliar fiato e per istrapparsi di dosso le vesti onde acquistare maggior libertà nelle mosse, poi cominciò sentirsi spossato. Rallentava le mosse, sentivasi irrigidire le estremità dei piedi e delle mani, e la ferita strappavagli lugubri gemiti. Pure non era uomo da cedere sì facilmente. Voleva vivere per potersi vendicare, per potere un giorno schiacciare alla sua volta il maledetto che lo aveva battuto. Con una mano raggrinzata sulla ferita, facendo sforzi sovrumani, continuò a tirar innanzi deciso a guadagnare le coste di Labuan.

– È d’uopo che viva! – andava esclamando egli ferocemente fra una battuta e l’altra dei piedi. – Bisogna che io vendichi i miei prodi! Bisogna che ritorni io il padrone del mare. Dove sono queste maledette coste di Labuan? Ah! Perla, quanto mi sei costata! Eppur ti voglio vedere!

Egli così parlando si animava, mordeva la spume, tendeva i pugni battendoli quasi con furore su quei flutti che egli diceva suoi, quasi volesse far comprendere a loro che egli era il padrone. Si arrestò per la ventesima volta affranto da quegli sforzi erculei, ansante, coll’occhio stravolto, cercando l’isola e coll’orecchio teso per accogliere il fragore della risacca che ne segnalasse la vicinanza.

Si aggomitolò su sé stesso, gettando rauchi gemiti lasciandosi portare dal flusso che lo spingeva verso la costa. Le membra si irrigidivano per la perdita del sangue e per la spossatezza, il respiro diventava affannoso, gli occhi si velavano sotto ombre sanguinose e mille rumori gli risuonavano nelle orecchie, mille urli disperati, mille chiamate a cui parevano unirsi ruggir di bronzi e detonazioni di moschetti, che la febbre mille volte raddoppiava.

Il pirata, che vedeva consumarsi quella energia sovrumana che lo sosteneva anche nei più terribili frangenti, rimase là immobile per cinque minuti semi-svenuto, delirante, porgendo orecchio a quelle credute grida che gli parevano dei compagni, poi rompendo quella immobilità che a poco a poco lo perdeva, stese le braccia irrigidite riprendendo, con quella potente volontà in lui abituale, il penoso cammino in mezzo a quei flutti sempre più neri e nella più profonda oscurità.

Percorse ancora venti passi, poi avvenne fra lui e un oggetto non ancora definibile un urto. Credette in sulla prima di aver da fare con qualche pescecane, e si tuffò cercando fra le vesti lacerate il suo kriss dalla lama serpeggiante ancora infisso nella larga cintola e l’afferrò con moto convulso.

– Ancora un nemico adunque! – pensò egli con collera concentrata. Ricomparve alla superficie; avvenne un nuovo urto, allungò le braccia e afferrò un rottame che galleggiava in balia dei flutti. Pareva fosse un pezzo di ponte, senza dubbio di uno dei due prahos, e che poteva offrire un valido aiuto alle esauste sue forze. Vi si aggrappò disperatamente uscendo a metà dalle acque e scoprendo la ferita dalla quale usciva ancora qualche goccia di sangue dalle labbra rigonfie.

Per due ore, quell’uomo che non voleva morire, pericolosamente ferito, lottò contro il sonno e lo svenimento che lo assalivano, sempre a metà immerso, aggrappato al rottame che lo traeva insensibilmente alla costa. Furono due ore di patimento indescrivibile, due ore che parevano due secoli, poi cadde sfinito sul rottame lasciandosi trasportare dal flusso, credendo talvolta di udire il fragor della risacca o le grida di naviganti o lo sbatter di remi o i tuffi dei pesci-cani.

Alle tre del mattino avvenne un cozzo che il fece tornare in sé. Tese le braccia, allungò le gambe raggrinzate ed irrigidite e gettò uno sguardo all’intorno mentre un fragore insolito rimuggiva attorno. Era a poche braccia dalla costa dove il flusso ve l’aveva tratto. Abbandonò il rottame e traballando come un ubbriaco sui banchi di sabbia, dopo di aver lottato venti volte colla risacca che lo rispingeva, guadagnò con mille stenti una riva bassa, sabbiosa, coronata di fitte foreste dove cadde affranto in mezzo alle alghe.

CAPITOLO VI

Febbre e delirio

La ferita poteva essere se non mortale certamente pericolosissima, chiedeva una pronta cura se non fosse stato altro per arrestarne l’emorragia che poteva compromettere la vita del pirata.

Sandokan non lo ignorava, e appena poté riaversi un po’ dalla spossatezza, pensò subito a medicarsi, con tutte le misere risorse che gli offrivano le piante medicinali della foresta.

Con sforzo supremo, aiutandosi colle mani e coi piedi, bestemmiando e gemendo egli si trascinò fino ai primi alberi e dopo di essersi appoggiato al tronco di un betel a poca distanza da un rivoletto d’acqua, esaminò a lungo l’orribile ferita.

Aveva ricevuto una moschettata quasi a bruciapelo a segno che la carne portava ancora le tracce del fuoco; la palla era penetrata nel fianco sinistro al di sotto della quarta costola e dopo di essere sdrucciolata fra le ossa, era andata a perdersi nell’interno senza aver toccato, a quanto pareva, le parti vitali.

A ogni modo se non era mortale, poteva diventarlo per mancanza di un pronto soccorso; Sandokan non l’ignorava, e ritrovando la sua potente energia anche in quei momenti supremi, dove le ore di vita potevano essere contate, si preparò a medicarsi con tutte le risorse che poteva disporre. Egli appressò le magre dita alla ferita le cui labbra erano gonfie pel continuo contatto dell’acqua marina, e non badando alle orribili sofferenze, l’aprì, l’esaminò con occhio pratico e la premè facendone uscire un rivoletto di sangue, dapprima leggermente tinto e poi di un bel rosso.

– Bene – mormorò fra i denti. – Si guarirà!

Vi era tanta energia in queste ultime parole, da credere che fosse lui il padrone della sua vita; vi era tanta fiducia in quell’anima di ferro sostenuta dalla vendetta, che non dubitò più di guarire, ad onta delle scarse sue risorse, ad onta della mancanza d’aiuti, e della terra straniera su cui riposava.

Si trascinò senza emettere un sol gemito fino al rivoletto d’acqua, la principale medicina che egli possedesse, e spruzzò ripetutamente la ferita, poi facendo a brani un lembo della sua camicia di fina battista, fece alcune filacce, e la fasciò con mano abile. Il più era fatto, si trattava ora di cercare qualche erba a lui solo nota e di godere un lungo riposo. Il mezzo di trarsi d’impiccio sarebbe venuto dopo.

Bevette qualche sorso d’acqua per calmare la sete ardente che lo divorava cagionata da una violenta febbre, sostò ancora pallido e disfatto sostenendosi colle mani e colle gambe, credendosi sempre in procinto di venir meno, poi riprese le mosse, gemendo lugubremente. Bisognava cercar una di quelle erbe, ed egli era uomo da trovarla, e la trovò a poca distanza di un gruppo di bambù.

Era una pianticella alta al più sei pollici con ramoscelli pieghevoli, e foglie lunghe lunghe. Il pirata, facendo uno sforzo che gli costò una centesima imprecazione, strappò le radici e senza badare alla terra raggruppata attorno, si diede a masticarla finché l’ebbe ridotta a una specie di pasta gommosa, che applicò sulla ferita.

Aveva appena terminato che l’energia l’abbandonò per la seconda volta. Chiuse gli occhi che roteavano un cerchio di sangue, strinse i denti nuotanti fra la bava, cercò sostenersi brancolando come per trovare un appoggio alle mani e rotolò appié dei bambù bestemmiando Dio e Maometto. Dieci volte tentò rialzarsi digrignando i denti come una tigre, destando colle sue urla gli echi delle foreste, poi spossato cedette e cadde in una specie di svenimento che durò più di una mezz’ora.

Quando tornò in sé una sete ardente lo divorava e la febbre gli faceva provare interminabili tremiti a onta del sole che brillava. Si stropicciò gli occhi, poi si mise a strisciare cercando raggiungere il torrente, ma non vi riuscì.

Allora quell’uomo si rizzò sulle ginocchia alzando le braccia verso il cielo come una minaccia, come una sfida insensata e dal suo sguardo sembrò scaturissero scintille. Si credette più forte che mai.

– A me, mie forze! È d’uopo vivere!

Si rizzò girando attorno lo sguardo torvo, sostenendosi per un miracolo di potente energia e camminò o meglio barcollò fino al rivoletto dove cadde sulle ginocchia. Non voleva di più; tuffò le avide labbra fra le gorgoglianti acque, bagnò una seconda volta la ferita. Tentò una seconda volta di rialzarsi ma non fu capace e andò ad appoggiarsi ai piedi di un arecche, le cui sei od otto foglie di una sproporzionata grandezza (non minore di quindici piedi su sette di larghezza) proiettavano una benefica ombra.

Egli rimase cinque, dieci e forse più minuti immobile, col capo appoggiato al tronco dell’albero e le braccia conserte, guardando il mare che si apriva a lui dinanzi, quasi volesse indovinare ciò che succedeva a Mompracem, poi si scosse.

La sua faccia s’abbuiò terribilmente, i suoi occhi s’accesero d’uno strano fuoco, le labbra si contrassero fremendo mostrando i denti. Un pazzo scoppio di risa gli uscì dalla gola.

– Ah! – esclamò egli con rauca voce che pareva proprio il ruggito di una tigre. – Chi avrebbe detto che un giorno Sandokan avrebbe morso la polvere sotto i colpi di un incrociatore? Chi avrebbe detto che la Tigre della Malesia avesse a cedere dinanzi a un leone? E chi avrebbe detto che la Tigre ferita si ricovererebbe nella tana del nemico? Oh! quando vi penso sento ardermi il sangue dalla vendetta!…

Una spaventevole bestemmia echeggiò sotto le volte fronzute di grandi alberi facendo tacere le scimie verdi che dondolavano sulle cime dei più alti rami.

Il pirata tornò a guardare il mare sempre tranquillo e la terra su cui riposava.

– Che importa – continuò egli con maggior ira battendo coi pugni chiusi la terra, – che importa se oggi vinto e ferito mi trovo su questa odiata terra delle giacche rosse, quando domani questi luoghi che mi hanno visto approdare spossato e dissanguato non avranno più abitatore alcuno e non conserveranno più traccia di sé?…

“Che importa se oggi il leone ha il ruggito più forte della Tigre malese, quando domani sarà lui che morderà la polvere e sopra di lui sibileranno mille lingue di fuoco che struggeranno i suoi discendenti? Non si conosce ancor bene la potenza del mio braccio, il mio nome, il mio odio tutto accumulato su questo palmo di terra che dovrebbe fremere al mio soffio! Bene, battuto oggi, vincitore senza pietà domani!

Il pirata, così parlando, si animava come assaporasse di già la vendetta, agitava le braccia come brandisse una scimitarra di fuoco pronta a frantumare l’intera Labuan, fremeva e si dimenava bestemmiando.

Il dolore della ferita lo ricondusse alla realtà; egli divenne cupo e si morse le dita.

– Pazienza, Sandokan – continuò egli poi su altro tono, – la tigre della Malesia sa spiare la sua preda senza fretta e senza rumore, cerchiamo imitarla. Non sarei più il medesimo uomo se avessi a dimenticare l’onta di una sconfitta. Mompracem è laggiù al ponente, la vendetta mi darà la forza di raggiungerla, dovessi farmi schiavo di queste giacche rosse. Sono ancora il terribile Sandokan; malgrado la mia ferita, saprò trarmi d’impaccio anche sulla terra di loro… no, sulla terra del fuoco, sulla terra del Borneo!

Stette un’ora nella medesima posizione, appoggiato al tronco d’arecche, coll’occhio scintillante, fisso sul mare le cui onde venivano a morire gorgogliando a pochi passi lontano, quasi volesse invocare da esse, che egli chiamava sorelle, un aiuto e porgendo orecchio al sibilo del sangue impoverito, al battito precipitoso del cuore e ai tremiti della febbre che lo divorava. Si sentiva stordito, spossato, ammalato; il sangue gli affluiva in testa e i denti battevano come galoppo formidabile; andò ancora a spegnere la sete al ruscello tuffandovi avidamente le labbra, le mani, la testa.

I dolori ricominciarono accompagnati da una spossatezza indefinibile. La ferita gli strappava gemiti, le forze lo abbandonavano a onta di tutta la sua energia. Lottò ancora dieci volte trascinandosi alla riva del ruscello per tuffar la fronte ardente e spegnere la sete che lo divorava, confondendo Dio e gli uomini, invocando il Portoghese, i suoi pirati, la sua Mompracem, poi ricadde sfinito appié dell’arecche nel mentre che il sole dopo di aver compiuto il suo giro si tuffava nel mare dopo un breve quanto magnifico crepuscolo.

– La notte! La notte! – esclamò il ferito sollevando la terra a lui d’intorno colle unghie. – Oh! io non voglio dormire, voglio esser forte, ancora forte. Il nemico è là mi potrebbe spiare… no, non voglio dormire io… non voglio!

Si portò ambe le mani sulla ferita dolorosa e si rizzò in piedi. Girò lo sguardo verso la foresta che diventava rapidamente oscura e al mare che diventava color d’inchiostro, parve indeciso sulla via da prendere, poi si gettò sotto gli alberi, movendo diritto, senza saper il dove, né il perché. Camminava per non dormire, per non essere sorpreso dal nemico che forse vegliava; camminava per non cadere nelle sue mani.

Nel suo delirio credeva che gli Inglesi fossero là ad aspettarlo, pronti a precipitarsi su di lui appena addormentato. Credeva sempre di udire le grida degli inseguitori, i loro colpi di fucile, l’abbaiar dei loro feroci cani e fuggiva, ad onta della ferita, cadendo, rialzandosi, lasciando lembi del suo vestito ridotto a brani fra i cespugli, incespicando nelle radici, scalando alberi atterrati, precipitandosi nei ruscelli, bestemmiava, malediceva, ruggiva come la tigre agitando il suo kriss la cui impugnatura tempestata di diamanti scintillava come una face quando un raggio di luna vi batteva sopra.

Continuò la forsennata corsa per dieci minuti, internandosi sempre più nelle foreste, destando tutta la selvaggina dei dintorni, poi si arrestò anelante, smarrito. Alzò le braccia come un pazzo invocando la vendetta celeste su quella terra, che pareva ardesse sotto i suoi piedi, lasciò sfuggire un urlo da disperato e battendo l’aria colle mani, ruinò al suolo come un albero schiantato dal vento.

Allora alla febbre si aggiunse il delirio. La testa pareva fosse lì per iscoppiargli, pareva che dieci uomini la martellassero simultaneamente facendogli saltare il cervello. La ferita malgrado le filacce incominciò a sanguinare, ma pareva fuoco che uscisse dal petto e che ardesse le carni, la terra, le foreste e l’isola intera. Le forze lo abbandonarono ancora nel momento che tentava riprendere la sfrenata corsa e ricadde sui cespugli.

– Via di qua… via di qua! – urlava egli in preda al delirio e alla febbre. – Che volete voi, giacche rosse… su questa terra?… Via da questi mari… sono miei! Largo alla Tigre… largo ai pirati di Mompracem… largo ai padroni di questo mare… essi berranno il vostro sangue… essi succieranno le midolle delle vostre ossa… berranno nei vostri teschi… arderanno le vostre navi… le terre, le città, i villaggi! Che volete voi? Non avete terre in vostra patria?… ladri, avvelenatori di popoli… via di qua! via di qua!

Così parlando, il pirata si rotolava fra i cespugli mordendo la terra, strappando le radici colle unghie e coi denti. Urlava come una belva feroce, si rizzava sulle ginocchia, si batteva il capo, si torceva le braccia, stritolava i cespugli in una potente stretta. Egli credeva di aver dinanzi a sé degli Inglesi, e mordeva credendo mordere i loro crani.

– Io battuto?… La Tigre risorgerà!… vi abbrucerà col solo ruggito… vi disperderà, fossero pur cento leoni contro essa!… sangue di Maometto; io soffro per loro… sulla terra di loro… ma la pagheranno… aspettate, aspettate… vedrò i vostri volti al balenar dei cannoni! Del sangue, del sangue io ho sete… datemi del sangue di loro… traetelo dalle loro vene… datemi delle carni… carni di loro… che palpitino sotto le mie dita… datemele, io le divorerò!… Sono ferito… la palla avvelenata di loro suscita un vulcano nel mio petto… la sento ardere… ma guarirò, voglio vivere…, capisci leone d’Inghilterra… voglio vivere! voglio vedere la Perla di Labuan! Ah! maledetta Perla, fosti la mia ruina!

Uno scroscio di risa diaboliche irruppe dalle sue labbra perdendosi nel fondo delle foreste. Si arrestò colle mani contratte fra i capelli, fremente per la febbre, divorato dalla sete. Pareva che un fuoco immane gli ardesse nel petto, che la terra su cui posava fosse il fondo di una caldaia in ebollizione. Stette alcuni minuti in silenzio, poi ripigliò i suoi pazzi discorsi, destando gli echi delle foreste, agitando le mani come per allontanare delle ombre invisibili, degli scheletri, dei fiumi di sangue.

– Via di qua, via!… Che volete, orribili ombre?… Via quei fantasmi, volgete altrove quegli occhi di fuoco… Essi mi divorano! Che volete voi, nudi scheletri dalle bianche ossa e dalle vuote occhiaie?… Che avete da gemere… che avete da fare crocchiar quelle dita e quei piedi?… Perché quelle costole spezzate, quelle ossa frantumate… quei teschi aperti… via, via! Non sono Sandokan io forse? Sangue… fiumi di sangue e monti di cadaveri… sempre sangue e fantasmi. Ah! Sei tu Patau… la palla di cannone ti ha infranto il petto… Ah! siete voi… tutti voi che ho ammazzato… andate, andate laggiù nella fossa… nella gran fossa delle giacche rosse. Non verrò! non verrò!

La notte fu orribile. Il pirata in preda alla febbre e al delirio, non sognò che fiumi di sangue dove cercava invano di spegnere la sete, schiere di fantasmi avvolti nei loro sudari bianchi, e i cui occhi si fissavano nei suoi, scheletri che danzavano attorno a lui facendo crocchiar le ossa e facendo udir diabolici scoppi di risa, e una processione di uomini di tutte le razze, gementi, urlanti, coi fianchi aperti, colle teste spezzate a gran colpi di scimitarra o di scure, colle membra troncate donde uscivano fiotti di sangue e coi corpi traforati, scarnati in mille guise da palle di cannone e da mitraglia.

Ma a poco a poco tutte quelle visioni, le une più spaventevoli delle altre, rappresentanti le vittime di lui, disparvero ed egli cadde in un profondo torpore, in una specie di sonno di cui ne avea tanto bisogno, ma che durò qualche ora. Quando si svegliò era ancora notte, ma era più calmo.

– Credeva bene di esser morto! – mormorò egli guardandosi attorno con un misto di spavento e di sorpresa.

Ricompose le fascie della ferita, state rimosse durante il delirio, poi udendo il lieve mormorar di un ruscelletto vi si trascinò e spense la sete. La febbre cessava a poco a poco e vi era da credere che all’indomani stesse assai meglio della sera.

Trovò un posto fra i cespugli dove si accomodò alla meglio a pochi passi dal ruscelletto, e aspettò pazientemente il mattino, cogli occhi fissi al levante spiando ansiosamente l’apparir di qualche chiarore che segnalasse l’aurora.

Le ore passavano lente lente quasi avessero raddoppiato la lunghezza abituale, là sotto quelle fitte foreste, dove l’oscurità era più fitta che mai. Il tempo passava con una lentezza spaventevole pel ferito, abbandonato senza risorse fra quegli alberi, fra atroci sofferenze. Contava minuto per minuto, più ancora, battito per battito.

Qual supplizio! Egli ruggiva in cuor suo, e ideavasi orologi ai quali faceva rotear le sfere; faceva volare nella sua mente il tempo, maledicendo la lentezza di quei minuti altre volte sì rapidi e bestemmiava contro il sole che non appariva mai. Al di sotto dei grandi alberi poi udivasi le urla delle fiere che vagavano in cerca di preda, altro supplizio non meno spaventoso, dove il ferito provava tutte le emozioni della paura malgrado il suo coraggio, quando quelle urla andavano avvicinandosi. Se fosse stato sano, se ne sarebbe bene infischiato di loro, ma sfinito di forze, quasi impotente di lottare, in quella pericolosa situazione, armato di un solo kriss, era ben altra cosa.

Le tigri, forse le ultime che scorrazzavano le foreste, ruggivano balzando nei cespugli o arrampicandosi sui rami per attendere la selvaggina all’agguato, a cui si univano le strida delle scimie accoccolate sulle più alte cime degli alberi, affannate a respingere quei potenti carnivori o a mettersi in salvo, e l’abbaiar dei cani vaganti e il grugnir dei babirussa o dei cignali scovati.

Sandokan prestava orecchio a tutti questi concerti, a quei differenti rumori, rattenendo i gemiti, immobile fra i cespugli, col kriss in mano. Non si inquietava che delle tigri, quei carnivori potenti che avrebbero potuto piombare su di lui e farlo a brani ancor prima che avesse a pensare a difendersi. Vi era da stare all’erta tutta la notte.

Le ore, lente lente, passarono alfine, dopo una notte passata fra il delirio e l’angoscia. La luna che scintillava al di sopra degli alberi, senza tramandar uno di quei bei raggi d’argento al di sotto, tanto era fitto il fogliame, cominciò a impallidir a poco a poco man mano che una luce biancastra dapprima e rossa un po’ più tardi compariva al levante e le stelle impallidirono con essa. Il pirata respirò; le tenebre se ne volavan via dinanzi alla luce. Il sole apparve come improvvisamente illuminando la foresta, facendo tacere tutti quei concerti notturni, penetrando anche nei più reconditi luoghi. Sandokan si scosse trascinandosi fino al rivoletto d’acqua, dove lavò la ferita sempre infiammata e sempre dolorosa, applicandovi nuove filaccie e radici masticate.

Era estremamente debole, ma la febbre era cessata, un segno infallibile per credere che la guarigione benché lenta incominciava. Egli risolse di compierla ad onta di tutti gli ostacoli.

Abbisognava del cibo per richiamare le forze e rinnovare il sangue, quindi la necessità di trovarne. Non aveva che un kriss, un’arma quasi inutile per atterrare la selvaggina che il ferito non avrebbe potuto raggiungere, ma se non poteva contare su di essa, poteva almeno contare sugli alberi fruttiferi, che in quelle foreste non mancano.

Labuan, quantunque sia un lembo di terra, gode la medesima feracità di Borneo, dalla quale pare sia stato staccato in seguito a qualche formidabile cataclisma. Tutti gli alberi della Malesia hanno i loro rappresentanti, senza dimenticare anche il velenoso upas che si mostra in qualche luogo non troppo recondito dell’isola.

Non manca né di sagù, né di magnifici artocarpi, né di cavoli palmisti, né di canne da zucchero, piante che possono dare un alimento, se non troppo sostanzioso, almeno salubre ed eccellente. Sandokan non ignorava ciò, e quantunque la ferita lo facesse sempre soffrire, si mise in cerca di uno di quegli alberi, camminando come un ubbriaco o trascinandosi come un serpente quando le forze lo abbandonavano, arrestandosi per riprendere lena e ricominciando la penosa marcia fra fitti cespugli.

– Oh! troverò bene io qualche cavolo palmista o qualche sagù, che abbia a sfamarmi – mormorava egli continuando a strisciare fra erbe taglienti e acute spine. – Animo, non lasciamoci abbattere finché l’energia non viene meno, e le forze mi sorreggono, sono ancora Sandokan, la Tigre della Malesia.

Attraversò i cespugli in mezzo a centinaia e centinaia di tronchi, che si innalzavano in mille guise, gli uni più alti degli altri, inclinati o diritti o torti e lisci, frondosi o semi-spogli, e si arrestò dinanzi un piccolo albero, di tre o quattro metri di altezza, le cui foglie erano ricoperte di una fina polvere biancastra. Lo conobbe subito.

– Un sagù! – esclamò egli.

Infatti il prezioso albero, così comunemente sparso in tutta la Malesia, faceva capolino fra tutti gli altri, circondato da erbe gigantesche e da cespugli spinosi. È una delle piante più utili che oltre crescere spontaneamente nelle foreste viene con premura coltivata dagli indigeni, somministrando essa una fecola nutritiva al sommo grado che fa le veci della farina.

Non viene molto alta, tre o quattro metri al più, fa parte della gran famiglia delle palme, alle quali occorrono ben sette anni per giungere al loro pieno sviluppo e che amano i luoghi paludosi o almeno umidicci. Il sagù, la sostanza farinosa e piacevole che essa dà e che viene smerciata in gran quantità su tutte le isole della Malesia, non è che la midolla della pianta, bianca di colore, umida, nicchiata fra gl’interstizi di una fitta rete fibrosa, che si taglia a pezzetti rammollendola nell’acqua ottenendone ben un cento o centocinquanta chilogrammi.

Era una vera fortuna pel ferito l’incontro di un albero sì prezioso. La polvere biancastra sparsa sulle foglie indicava che la fecola era giunta a perfetta maturanza; nulla di più facile che cibarsene.

Sandokan, adoperando il kriss, si mise all’opera febbrilmente. Tagliò a pezzetti la parte fibrosa tanto da poter bastare per alcuni giorni, la tuffò per pochi minuti nel ruscello, poi si mise a morderla per calmare la fame che cominciava tenagliarlo trovando un po’ di sollievo in quel magro pasto.

Non bastava. Aveva un organismo di una robustezza eccezionale; bisognava trovare qualche cosa da aggiungere a quel pasto, della carne se fosse stato possibile. Impotente di abbattere qualche capo di selvaggina, si rivolse al mare cercando qualcuna di quelle enormi ostriche che quattro individui di non comune appetito sono imbarazzati a divorare. Il mare non era troppo lontano; lo udiva muggire e frangersi sulle rupi e sulle scogliere. Raccolse la sua provvista, bagnò ancora una volta la piaga e facendo sforzi da gigante camminò o meglio si trascinò fino alla spiaggia.

– Posso trovare qualcuna di quelle ostriche giganti – mormorò egli. – Il mio sangue è povero, bisogna rinnovarlo. La guarigione verrà dopo. Tagliò un bambù di quindici piedi d’altezza e ne aguzzò una delle estremità col kriss, fatto ciò si spinse nell’acqua vicino alle scogliere, scandagliando i crepacci, sostenendosi a mala pena contro l’impeto della risacca che si faceva sentire con qualche violenza.

Perlustrò ad una ad una le fessure facendone uscire frotte di pesciolini, troppo agili per venire afferrati, mosse le alghe in mezzo alle quali si appiattavano lunghe anguille, frugò sui banchi di sabbia rimescolando ostriche piccole e granchi, e continuò ad avanzarsi coll’acqua fino alle ginocchia, avvicinandosi a un banco sabbioso di pochi piedi sott’acqua.

– L’ostrica non deve mancare là, su quel banco, che si presenta a sì buon punto – pensava egli.

E infatti il marinaio non s’ingannava. Vide una di quelle ostriche colossali chiamate di Singapura, a metà seppellita nelle sabbie, capace di nutrire per lo meno due uomini. La raggiunse tuffandosi fino alle anche, si curvò, e con uno sforzo che gli costò più di un gemito, la strappò dalle sabbie.

– Ecco ciò che io cercava; che importa ora se sono ferito quando accanto a me ho un ruscello e dei viveri? Non andrò no, a battere la porta delle giacche rosse finché le forze mi resteranno; vivrò nei boschi come una tigre, e una volta guarito saprò ben io trovare la via per ritornare a Mompracem. Del resto, i miei uomini non mi hanno dimenticato.

Raggiunse la riva affranto, dove sostò, sedendosi sulla grande ostrica, che aveva rinchiuso prudentemente i suoi bivalvi. Occorreva del fuoco per farli riaprire; il kriss per quanto fosse di una tempra eccezionale non sarebbe riuscito a nulla contro il guscio di uno spessore notevole.

Gettò uno sguardo attorno, andò a raccogliere una bracciata di legne secche, sparse in gran quantità nei dintorni, colle dovute precauzioni per non trovare qualche velenoso rettile nel cavo di esse, o dei ragni se non del tutto pericolosi almeno cagionanti la febbre, e tagliando due pezzi di legno dalla tinta biancastra e lucente, si mise a strofinarli vigorosamente l’un contro l’altro finché ne trasse una fiammella. Non ci voleva altro. Le legne presero fuoco come esca, mettendo in fuga insetti, ragni e qualche serpentello innocuo, e quando furono semi-consumate, gettò la colossale ostrica sui carboni ardenti.

L’effetto fu istantaneo: i due gusci si apersero lasciando uscire un solleticante profumo. Ritiratala dal braciere, il pirata sedendosi in mezzo alle erbe e dimenticando per un istante e la ferita e la situazione disperata in cui si trovava, assalì la colossale ostrica aiutandosi colla lama del kriss.

Non aveva ancor inghiottito venti bocconi che l’abbaiar di un cane venne a ferire le sue orecchie.

Abbandonò per un momento l’ostrica e tese le orecchie, per nulla contrariato dell’abbaiar di quell’animale, che forse poteva guidare qualche cacciatore, e chi sa, forse qualche indigeno.

– Ah! se fosse un indigeno della costa o un barcaiuolo che possedesse un canotto! – esclamò egli. – Saprei ben io trascinarlo fino a Mompracem per caricarlo poi d’oro, a meno che non diventasse un pirata. Possa non essere una giacca rossa, alla quale io nulla chiederò. Ferito, pur morente, finché l’energia e l’odio per la loro razza maledetta mi sosterrà, rifiuterò i loro aiuti, i loro veleni. Tutti ignorano su questo lembo di terra chi io mi sia; il selvaggio potrà ospitarmi senza paure.

Dopo di aver ascoltato alcuni istanti, Sandokan credette bene di aspettar la comparsa del cane o del cacciatore, terminando il pranzo, la cui carne molle ed eccellente gli solleticava l’appetito. Ad onta della ferita, sbarazzò mezzo guscio.

– Aspettiamo – disse egli distendendosi mollemente sulle erbe. – Forse l’uomo o il cane si mostreranno.

Gli abbaiamenti continuavano, talvolta avvicinandosi e talvolta allontanandosi. Pareva che l’animale seguisse qualche pista. Sandokan già s’impazientiva, quando udì una detonazione in lontananza.

– È una giacca rossa! – esclamò egli rizzandosi sulle ginocchia. – Che la tigre la divori!

Non si occupò più né del cane né del cacciatore, che d’altronde parevano allontanarsi e si coricò sotto un arecche. Rimase tutto il dì là sotto, conservando una immobilità completa, l’unica medicina occorrente per la ferita già pericolosamente infiammata per gli sforzi incontrati nella pesca e nella passeggiata sotto le foreste. Con tutto ciò la febbre tornò ad assalirlo con nuovo vigore, e prima che il sole tramontasse, batteva i denti, provava ancora atroci dolori e cominciava a delirare.

Quell’uomo che non avea mai saputo che fosse paura, l’ebbe a provare quando il sole calò al ponente e le tenebre cominciarono a invadere la foresta. Ebbe paura della notte, e, deciso a tutto affrontare anziché addormentarsi, raccogliendo le ultime forze si ripose in cammino, aggravando il male. Dove andava? Egli nol sapeva. Vagava sotto i grandi alberi provando brividi interminabili come fosse nelle regioni polari, con un vulcano nel cervello, cogli occhi di bragia e il kriss convulsivamente stretto. Avrebbe fatto paura al più coraggioso isolano se avesse avuto la sfortuna d’incontrarlo.

A poco a poco la marcia fra quei cespugli, quelle spine che gli strappavano gli ultimi lembi di veste, fra quei tronchi dove vi cozzava il capo senza vederli, fra quelle erbe taglienti come tante lame flessibili, divenne rapida.

Ebbe paura, lui, il pirata, Sandokan, la Tigre della Malesia, il cui solo grido avrebbe bastato per far fuggir mezza popolazione. Il delirio tornò ad impossessarsi di lui colla febbre, si credette inseguito e si mise a fuggire.

– Qua… qua… giacche rosse! Sono io… Sandokan, la Tigre… sono io! – urlava egli.

Precipitò la corsa senza sapere ove andasse, varcando ruscelli e cespugli, scalando alberi e attraversando paludi in miniatura, cadendo e risollevandosi come la sera precedente. Correva come un forsennato, invocando le giacche rosse colla spuma alle labbra, cogli occhi fuori dall’orbite. Volava incespicando ogni cento passi, non udendo più nulla attorno fuorché il celere martellar del cuore, senza provare i dolori della ferita, soffocati dal delirio.

Quanta via percorse, non poté mai saperlo. Il fatto si è che si trovò d’improvviso dinanzi a una prateria solcata da un fiumicello scaricantesi in un ampio stagno, nel fondo della quale, in riva alle acque, sorgeva qualche cosa di nero che pareva una abitazione.

Sostò un momento, anelante, senza forza di gridare, poi si precipitò nella prateria continuando la sua sfrenata corsa. Fece cento, forse duecento passi colla schiuma alle labbra, le mani nell’aria, poi rotolò come fosse fulminato al suolo e vi rimase immobile, irrigidito, lasciando sfuggir un ultimo gemito che si perdé fra le tenebre della notte.

CAPITOLO VII

La Perla di Labuan

All’indomani, dopo la corsa insensata della notte, quando tornò in sé, era chiaro. Il sole, appena appena sorto, illuminava la prateria, i lontani alberi della foresta, il ruscello, lo stagno, l’abitazione intravveduta la sera precedente e di più una mezza dozzina di uomini che curvi su di lui spiavano ansiosamente ogni suo movimento. Egli si stropicciò gli occhi e fece un gesto per fuggire.

– Povero uomo! – esclamò una voce commossa, che, quantunque parlasse la lingua delle giacche rosse, non aveva quell’accento secco e imperioso che il pirata solea credere.

Egli si scosse tutto. Credette di essere in preda a un sogno, tornò a stropicciarsi gli occhi, poi esaminò a uno a uno quegli uomini sempre curvi su di lui, che parevano interessarsi del suo stato.

Cinque erano indigeni dai volti stupidi e insignificanti, il sesto un bianco. Se l’occhio non s’ingannava, pareva avesse una cinquantina d’anni. Alto, ben fatto, ma con quella rigidezza che è il distintivo particolare della razza anglo-sassone, poteva essere ancora un bell’uomo ad onta dell’età. Un volto simpatico, aperto, benché incorniciato da capelli rossi, occhi intelligenti, due mani aristocratiche anzi che no e delle braccia che dovevano esser dotate di una forza non comune. Vestiva semplicemente: un gran cappello bianco sul capo – una cupola circondata da un velo – una giacca di stoffa azzurra, pantaloni di pelle e lunghi stivali a risvolta completavano l’abbigliamento. Non vi era da ingannarsi sulla sua origine. Sandokan lo riconobbe per una giacca rossa, pure non tentò di fuggire. Comprendeva che una nuova fuga, un giorno ancora passato nelle foreste, avrebbe causato infallibilmente la morte. Era un Inglese che lo raccoglieva, meglio; il gioco non sarebbe riuscito più ridicolo. Un Inglese curare Sandokan, la Tigre della Malesia! Vi era ben da ridere; la storiella raccontata a Mompracem avrebbe senza dubbio furoreggiato.

D’altronde, quell’individuo pareva un galantuomo. Lo avrebbe curato e nulla di più, come si cura un ferito trovato sulla via. Non lo conosceva, nessuno sapeva che egli avea approdato a quelle coste in seguito a una moschettata e ad una tremenda rotta. Le risorse non mancavano per farsi credere un onesto marinaio, caduto sotto il piombo dei pirati di Mompracem. Tuttavia, per ingannar meglio il valentuomo, cercò di rizzarsi come per fuggire.

– Povero uomo! – ripeté la medesima voce. – Non movetevi, siamo amici. Verrete meco!

– Lasciatemi! Lasciatemi! – esclamò Sandokan. – Non ho nulla… più nulla da darvi.

– Al diavolo! Non siamo già pirati noi da derubarvi. Vi sembra che ne abbia il volto adunque? – disse l’Inglese sorridendo. – Orsù, calmatevi, nessuno vi torcerà un capello.

Sandokan lo guardò mezzo diffidente e con l’occhio torvo, quasi volesse leggere nell’animo di quell’uomo.

– Non siete dunque pirati, voi? – chiese egli con accento sì ingenuo da convincere un dayak stesso.

– Non ve lo dissi? Andiamo, povero uomo, rimanendo all’aperto morrete. Io vi curerò.

Sandokan, malgrado cercasse esser calmo, trasalì e strinse le pugna. Si avrebbe detto che fosse li li per ripigliar la fuga attraverso le foreste malgrado la ferita, ma si arrestò e chiuse gli occhi per nulla vedere, soffocando l’ira che gli saliva alla gola.

– Dovete soffrire molto, ma cercherò di guarirvi – disse l’Inglese curvandosi su di lui e toccando la ferita.

– Sì, che soffro! – esclamò Sandokan con voce sorda.

A un cenno dell’Inglese, i cinque indigeni lo sollevarono con tutte le possibili precauzioni, e malgrado egli ruggisse in cuor suo, si lasciò trasportare a forza di braccia all’abitazione.

Era dessa senza dubbio la miglior casa che sorgesse in Labuan dopo quella del governatore. Un vero palazzo di legno col tetto di zinco, dove le fenestre numerose, ma ben disposte avevano un po’ di architettura gotica, e dove i fregi non mancavano. Una veranda indiana girava attorno, rinchiusa da persiane dipinte a vivaci colori, e dove le piante arrampicanti, dividendosi in mille rameggi gli uni più bizzarri degli altri, avevano preso sede, avanzandosi ancora più sopra fino alle fenestre e ancora più in alto fino ai camini del tetto.

Si elevava sulle rive dello stagno sopra il quale si passava con un ponte levatoio, e ai cui fianchi staccava sì solide stecconate, alte tre o quattro metri, indispensabili per quei luoghi frequentemente visitati dai pirati di Mompracem e delle Romades. Un gran giardino riboccante dei più bei e più preziosi alberi e dei più rari fiori stendevasi a perdita d’occhio al di là delle palizzate cosparso di piccoli chioschi chinesi, di gran graticci di filo di ferro entro ai quali garrivano i più graziosi uccelli della Malesia e munito del relativo padiglione dalle pareti verdeggianti ombreggiato da un colossale albero della canfora il cui tronco non sarebbe stato abbracciato da dieci uomini.

Gli indigeni portando Sandokan che concentrato tutto nella sua ira nulla vedeva e nulla udiva, traversarono il ponte levatoio preceduti dall’Inglese e dopo esser passati per una fila di stanze arredate con eleganza, lo deposero in una di esse, ampia quanto mai, tappezzata in rosso, le cui grandi fenestre gotiche davano sul giardino.

Il ferito fu disteso su di un letto e messa a nudo la ferita; l’Inglese la esaminò attentamente come un uomo che se ne intende. Vi fece passare sopra leggermente una spugna bagnata di acqua fresca, alleviando l’atroce dolore che pativa il pirata, vi applicò un cataplasma d’esca e un miscuglio di sostanze vegetali di cui il ferito stesso ignorava l’effetto e la provenienza, vi sovrappose delle filacce e fasciò il tutto con abile mano.

– Non movetevi se lo potete, solo coricatevi sul fianco corrispondente al cataplasma e il capo alquanto rialzato – disse l’Inglese. – Non dite parole che potrebbero causarvi una debolezza estrema, dormite e non pensate che a guarire. D’altronde non avrete ad annoiarvi; vi presenterò io una graziosa infermiera che saprà rallegrarvi nei momenti di malinconia.

Il ferito, facendo uno sforzo su sé stesso sorrise. Allungò la mano, poi ritirandola:

– A chi dovrò dimostrare la mia gratitudine… per le cure avute?

– A James Guillonk, capitano di vascello di S. M. Britannica, la regina Vittoria.

Il ferito fece un balzo sul letto mentre le mani si raggrinzavano sulle coperte.

– Capitano di vascello! Capitano di vascello avete detto? – esclamò egli con truce accento.

– Che diavolo vi trovate di strano? – chiese flemmaticamente l’Inglese che non capiva.

– Ascoltate, James Guillonk. Io era ferito, laggiù sotto le foreste che mordeva la polvere sotto il piombo di un pirata, quando vidi una nave… sì una nave che fumava. Ho veduto una lotta mostruosa fra la nave e dei prahos… una carneficina… oh sì, terribile carneficina dove i pirati pugnavano come tanti eroi… Eravate voi che guidavate quella… quella nave?

– Non ero io, tacete, non una parola di più – disse l’Inglese accostando un dito alle labbra. – Ve lo proibisco severamente; ecco, guardate che la febbre vi assale, poi verrà il delirio.

– Il delirio! – esclamò Sandokan senza comprendere. – Non ho paura io del delirio né di loro!

Egli soffocò a metà la parola lì lì per uscirgli e ricadde spossato fra le coperte. L’Inglese accostò ancora un dito sulle labbra raccomandandogli silenzio e si ritirò sulle punte dei piedi seguito da quattro indigeni. Il quinto restò a guardia del ferito piantandosi dinanzi ai vetri.

Sandokan ad onta delle raccomandazioni alzò il capo e guardò intorno. La stanza era vasta e riccamente arredata, tappezzata in rosso, il color favorito del pirata che gli rammentava i suoi fiumi di sangue e era illuminata da due grandi fenestre gotiche attraverso i vetri delle quali si scorgeva un lembo del padiglione col suo colossale albero della canfora e coi suoi artocarpi dalle grosse frutta e i filari di cedri di un gran viale che attraversava il giardino.

Il pirata vide in un canto della stanza un pianoforte sul quale erano sparpagliati in un grazioso disordine libri di musica, ninnoli chinesi leggiadramente lavorati, una tavolozza, delle tele dipinte e dei pennelli. Nel mezzo della stanza un tavolo riccamente intarsiato con una scacchiera d’ebano e d’avorio, in cui gli scacchi, alcuni rovesciati ed altri in piedi, parevano indicare che la partita era terminata poco tempo prima, forse la sera precedente. Addossato a una parete vide un canapé, sul quale eravi ancora un lavoro di donna non ancor finito e presso il suo letto un ricco sgabello con un libro semi-aperto con un fiore appassito e schiacciato fra le pagine che esalava ancora un soave profumo.

Tese una mano verso quel libro, lo chiuse e guardò la legatura, in mezzo alla quale campeggiava un nome impresso a lettere dorate.

– Marianna! – lesse egli. – Chi può essere mai questa donna?

Il pirata senza potersene render conto nel leggere quel nome che non aveva e non poteva aver nulla di strano, si sentì agitato da una bizzarra sensazione. Qualche cosa di dolce colpì il cuore di lui, quel cuore d’acciaio che aveva la ferocia della tigre, e sussultò.

– Marianna! – ripeté egli con strana intonazione. – Qual nome!… L’aprì senza far rumore, gettando uno sguardo sull’indigeno sempre immobile dinanzi ai vetri. Non conteneva che delle annotazioni in una lingua che non poté comprendere, benché qualche parola avesse molta somiglianza colla lingua di Yanez. Andò senza volerlo a cercar quel fiore, un gelsomino, lo prese delicatamente con quelle dita che non conoscevano che l’impugnatura delle armi, l’alzò fino agli occhi e lo mirò a lungo. Lo fiutò più volte con ardente alito, lo fissò quasi volesse indovinare qual mano l’aveva racchiuso in quel libro, provando un non so che nel cuore, un tremito, una sensazione vaga, ignota, voluttuosa, e lui, il sanguinario, l’uomo di guerra, si sentì stranamente spinto a portare quel fiore alle labbra!…

Ripose quasi con dispiacere quel fiore fra le pagine, collocò il libro sullo sgabello e tornò a coricarsi dimenticando il luogo dove si trovava, la ferita, la febbre.

– Marianna! – ripeté per la terza volta e socchiuse gli occhi fantasticando su quel nome.

Si addormentò tranquillamente ad onta della febbre che lo divorava, sognando non già fiumi di sangue, fantasmi dagli occhi di fuoco, scheletri dalle ossa crocchianti e vuote occhiaie, ma foreste immense di una bellezza incomparabile, fiumi tranquilli mormoranti fra le praterie, montagne vaghe e in mezzo a tutto ciò un nome gigantesco, immane, tracciato a grandi lettere d’oro che lo abbagliavano, dapprima confuso, poi più chiaro e infine leggibile. Era ancora il nome di Marianna!

Ma il sonno e il sogno non durarono molto. La febbre si sviluppò terribilmente e pericolosamente accompagnata dal delirio. Si svegliò che il sole calava al ponente ed ebbe paura come le notti precedenti, malgrado che la situazione fosse cangiata. Egli si mise ad agitarsi urlando come un insensato.

– Via queste tenebre… via questi fantasmi che aspettano il calar del sole! Via, non vedete che mi guardano ancora, che mi abbruciano coi loro sguardi di fuoco?… Ah! ecco gli scheletri… danzate, danzate figli delle giacche rosse… ecco del sangue, dei teschi riboccanti di vino, delle membra lacerate… ovunque sangue, armi, armati, morti, moribondi!… Annegatemi tutti questi mostri dalle gole spalancate… dite loro che non ho paura… sono la Tigre, capite, la Tigre!…

Egli si arrestò non udendo più la voce di James Guillonk che cercava calmarlo, e che passava da uno stupore all’altro nell’udire questi strani discorsi. Poi ripigliò l’insensato quanto pericoloso vociare, che poteva tradirlo precipitandolo fra le braccia dei Britanni assetati del suo sangue.

– Oh! non ho paura io… tutte le giacche rosse non mi fanno tremare… sono la Tigre… la Tigre dei mari. M’hanno assassinato… ho la loro palla che mi abbrucia come fosse di fuoco… là, l’ho avuta là, a bordo di quell’odiata nave… da essi, quando faceva strage di giacche rosse!… Oh! mi vendicherò… atrocemente sì, mi vendicherò. Tutto a ferro e a fuoco!… Là, là, Mompracem, non tremare… la Tigre è là sul mare, spiando sempre. Ferro e fuoco!…

Poi la visione parve cangiare improvvisamente. Si levò a metà, cogli occhi stranamente fissi sul tavolo della stanza, e stese le mani nervosamente raggrinzate verso di esso.

– Di chi è quel nome… di chi è quel nome che risuona qua entro… nel cuore della Tigre?… che mi fa fremere? Chi giuocò là su quella scacchiera?… Vedo una mano, fina… vedo una fanciulla che mi sorride… mi tende le braccia… è bionda perché è razza delle giacche rosse! Mi sorride… il mio cuor freme… sanguina… Il suo nome, il suo nome… io lo sapeva! Ah! non mi rammento più!

Il pirata cadde spossato sul letto gettando un gemito; si agitò ancora come cercasse abbracciare qualche cosa che pareva sfuggirgli, poi cadde in un profondo torpore che somigliava al sonno.

Lord James lo contemplò colle braccia incrociate e la fronte leggermente corrugata. Aveva udito i bizzarri discorsi usciti dalle labbra del ferito, dei discorsi che potevano gettarlo su di una traccia e pensava. Come potevano mai entrarci le giacche rosse? Non poteva aver compreso il vero significato della parola, ma sospettava che ciò riguardasse quelli della sua razza. E poi, quei cadaveri, quel sangue, quel nome di Tigre che si dava, quelle stragi, e di più quella Mompracem, il fantasma di Labuan, il formidabile nido di pirati, aveva tutto ciò qualche cosa di sì strano, che preoccupava vivamente l’Inglese.

– Se fosse un pirata! – esclamò egli e si arrestò a contemplare quel fiero tipo che allora dormiva.

Uscì senza far rumore, riservandosi di chiedere una spiegazione all’indomani, dopo di averlo raccomandato a due indigeni e di avergli fatto preparare un calmante.

Quando Sandokan si svegliò era tardi. Non si rammentava quasi nulla di ciò che aveva detto durante la notte, solo degli scheletri che parevano aver danzato intorno a lui e dei fiumi di sangue.

– Bevete questa tazza – disse uno degli indigeni presentandogliela colma di vino.

Sandokan la vuotò senza dir verbo, ma provando un vero sollievo. Egli girò lo sguardo attorno come cercasse qualche cosa e lo fermò ancora sul libro del fiore leggendo il singolar nome, provando la medesima emozione del giorno precedente. Allungò la mano come per prenderlo, ma vedendo i due indigeni che lo guardavano con curiosità, si trattenne.

– Avete passato una cattiva notte – disse uno degli indigeni.

– Ah! – fe’ Sandokan alquanto contrariato di vederseli vicini.

– Avete parlato sempre, gridando come un insensato – continuò l’indigeno.

Il pirata sussultò e si fece più attento. Non si rammentava di ciò che avea detto, forse poteva essersi tradito senza saperlo. Colse l’occasione a volo.

– Voi mi dite che io ho parlato? – domandò egli colla massima calma guardando il negro.

– Sì, avete parlato di sangue, di navi, di scheletri, di giacche rosse e di mille altre stranezze.

– E di Mompracem? E di… – il nome che stava per uscirgli incautamente gli si arrestò fra le labbra.

– Sì, di Mompracem – disse ingenuamente l’indigeno. – Quel nome meravigliò il padrone.

Sandokan, malgrado fosse coraggioso si sentì invadere da un vago timore.

– Mi sono tradito! – mormorò egli gettando uno sguardo all’intorno come cercasse un’arma.

Ebbe per un istante l’idea di scagliarsi sui due indigeni e di darsi alla fuga dopo averli strozzati, ma si frenò. Poteva essersi ingannato; risolse aspettar gli eventi, deciso però a non lasciarsi prendere vivo. Avrebbe ben saputo lui prendere il largo a momento opportuno.

Egli stava per intavolar il discorso su più vasta scala, quando lord James entrò.

– Come state, giovanotto mio? – domandò egli movendo verso il letto. – I corpi d’acciaio sono sempre d’acciaio; guariscono a dispetto di tutte le ferite del mondo.

Sandokan sorrise, ma scrutando gli occhi dell’Inglese come per leggervi il pensiero che gli attraversava la mente. Intravvide una ruga più profonda del giorno innanzi sulla sua fronte, ma non si smarrì.

– Mi sento più forte che mai – rispose egli. – I miei ringraziamenti, milord, per le vostre cure.

– Non parliamone più, sarò abbastanza ricompensato nel vedervi guarito. Sapete che questa notte eravate in preda al delirio. Non vi nasconderò che dalle vostre labbra sono usciti strani discorsi.

– Ah! – esclamò Sandokan sorridendo. – Ho adunque parlato? Non mi ricordo più.

– Vi dirò poi cosa diceste. Ma una domanda prima di tutto; quantunque conosca in voi un personaggio d’alto grado, non so ancora chi siate. Vorreste dirmi qual vento vi spinse su queste coste?

– Ascoltatemi, milord – disse Sandokan. – Il mio nome forse non vi riescirà nuovo, godendo una certa fama sulle coste della Malesia e specialmente a Schaja dove mio fratello è ragià. Mi chiamo Whu-Pulau e fui mandato in questi mari da mio fratello con un prahos carico di belzoino pel sultano di Varauni. Ho avuto la sfortuna d’incontrare dei prahos pirateschi coi quali venni a combattimento. Fui vinto, il mio equipaggio scannato e io ferito potei scampare miracolosamente al loro furore.

L’Inglese stese la mano che Sandokan strinse non senza ribrezzo.

– Bene, mio degno amico, una spiegazione ora – disse il lord. – Avete parlato questa notte di Tigre, di cui vantaste le sanguinose gesta. Siete voi che portate un tal nome?

– Sì – rispose Sandokan che involontariamente trasalì. – I miei guerrieri mi diedero questo nome pel mio valore. Sono il terrore dei miei nemici e segnatamente dei pirati.

– Non è tutto – continuò flemmaticamente il lord. – Avete parlato di giacche rosse e di un’isola temuta: Mompracem. È un punto oscurissimo per me.

– Ah! – fe’ Sandokan fremendo. – Con queste giacche rosse, noi Malesi vogliamo significare i pirati, credendo che le loro stoffe siano sempre arrossate di sangue. In quanto a Mompracem è l’isola dalla quale i pirati sbucano, un gran nido, milord, che bisognerebbe distruggere dopo aver raccozzato forze considerevoli. Vi ha un formidabile uomo colà.

– Lo so, si chiama Sandokan, che porta un nomignolo poco differente dal vostro. Si chiama la Tigre della Malesia, un uomo di prodigioso coraggio, che getta il guanto di sfida in faccia all’Inghilterra ma che cadrà. Questi mari che chiama suoi, diverranno nostri.

– Sarebbe tempo – aggiunse Sandokan con sorda voce, mentre un lampo scattava dai suoi occhi.

L’Inglese esaminò ancora la ferita applicandovi nuove compresse. Il pirata lo lasciò fare, ma un tremito convulso lo agitava tutto e le carni si raggrinzavano sotto lo sforzo potente che faceva per frenare lo scoppio di rabbia. Vi fu un momento che egli alzò il capo digrignando i denti, e che si sentì preso da una pazza voglia di afferrare pel collo l’infermiere e di strangolarlo.

– Ruggi, ruggi contro la Tigre della Malesia, figlio di una razza maledetta – mormorò egli quando si trovò solo. – Quando mi vedrai illuminato dal balenar dei cannoni, a bordo dei miei prahos movendo su questa isola che chiami tua, saprai chi io mi sia. Il pirata diverrà allora un eroe leggendario della storia Malese, e il mio nome ancora di qua a cent’anni spargerà il terrore su queste coste come oggi. Dovunque il mio sguardo si fisserà non lascierà che tracce di ferro e di fuoco!

Il formidabile uomo tese il pugno come se giurasse odio eterno alla schiatta dei Britanni, poi i suoi occhi caddero involontariamente sul libro posato sullo sgabello. La sua ira svanì tutta. Era solo. Afferrò macchinalmente il libro e lo guardò a lungo quasi con tenerezza, leggendo per la ventesima volta quel nome di donna. Poi le avide dita cercarono il gelsomino abbandonato e appassito fra quei fogli, lo prese ancora delicatamente e lo fiutò. Le sue labbra ardenti per la febbre, che non avevano sorriso che coll’espressione della tigre, sorrisero dolcemente, in un senso che egli stesso non giunse a comprendere, e quelle labbra che non avevano baciato che le lame delle armi arrossate di sangue, cercarono su quel fiore un bacio!… Ritrasse la mano subitamente.

– Sono pazzo! – mormorò egli.

La voce uscita da quelle labbra aveva un’intonazione che lo spaventò. Egli premette ambe le mani sul cuore che batteva con insolita violenza, e stette lì, muto, anelante cogli occhi fissi su di un punto immaginario che pareva ingigantire, nel mezzo del quale vedeva un nome: Marianna!

D’improvviso udì risuonare dei passi nella stanza vicina. Sussultò e volse istintivamente gli occhi alla porta. Il cuore non batteva più, saltellava e bruciava come vulcano.

Entrò il lord che andò verso il letto col più amabile sorriso. Dietro a lui Sandokan scorse un’ombra, una fanciulla alla cui vista egli gettò un grido di ammirazione e di sorpresa.

Quella fanciulla che andava avvicinandosi a lui guardandolo con curiosità, sfiorando appena appena il tappeto, era la più bella e la più splendida che il pirata avesse mai visto. Era di media statura, di tinta bianca-rosea, con una testolina ammirabile, con occhioni azzurri come l’acqua del mare, una fronte d’incomparabile precisione sotto la quale spiccavano sopracciglia leggiadramente arcuate di un castagno chiaro, un nasino le cui nari mobili dovevano dilatarsi nella collera e nelle passioni e due labbra coralline, che sembravano mature ciliege. Lunghi capelli, sottili, profumati, ondulati, di un biondo lucente che parevano fili d’oro, scendevano in pittoresco disordine sul busticino scollacciato in mezzo al quale spiccavano bianche rose e spilloni dalla capocchia d’argento.

Nel vedere quella graziosa figura dalla taglia elegante, dal portamento superbo, il pirata si sentì scuotere fino al fondo dell’anima. Lui, il sanguinario avventuriere, la terribile Tigre della Malesia, che non avea mai provato emozioni che non fossero da belva, si sentì suo malgrado affascinato. Il suo cuore che poco prima batteva lo sentì ardere, abbruciare, parve che un improvviso fuoco gli scorresse per tutte le vene. Restò lì immobile, come istupidito, col volto stravolto senz’essere capace di staccare i suoi occhi dalla fanciulla.

– Oh! – esclamò il lord sorpreso da quello strano cangiamento. – Che volto scomposto che avete: state forse male?

– No!… No!… – esclamò vivamente il pirata scuotendosi.

– Lasciatemi in tal caso presentarvi mia nepote, Lady Marianna Guillonk, una donna col cuore da fanciulla…

– Marianna Guillonk!… Marianna Guillonk!… – balbettò Sandokan.

– E che, trovate strano il mio nome? – chiese la giovanetta con un incantevole sorriso.

Sandokan udendo quella voce trasalì di nuovo. Non aveva mai udito una voce sì dolce risuonare ai suoi orecchi abituati alla terribile musica del cannone. Si credette in preda a un sogno.

– Non trovo nulla di strano nel vostro nome, adorabile milady – diss’egli galantemente. – Trovo solo che questo nome è il più bello di tutti quelli che udii nel mio paese, e che lo imparai a conoscere ancor prima di aver veduto colei che lo portava.

– Ah – esclamò la leggiadra lady arrossendo. – E come?

– L’ho letto su quel libro che vedete lì. Senza sapere il perché mi impressionò in una strana maniera e indovinai che colei che così si chiamava non doveva essere meno bella.

– Adulatore – diss’ella sorridendo. Poi, cangiando bruscamente tono:

– È vero che i pirati vi ferirono?

Il volto di Sandokan s’abbuiò, ma fu un lampo.

– Sì – diss’egli sordamente. – Mi vinsero e mi ferirono. Oh! ma guarirò e allora guai a loro!

– Soffrite molto?

– Se soffro?… Ah! milady, le sofferenze non avevano nome prima, ma ora non sento più nulla. Mi pare che la vostra voce apporti mille balsami che alienano l’atroce dolore della ferita.

– Sarebbe mai possibile, amico mio, che la voce di una fanciulla abbia la potenza di alienare le sofferenze di un guerriero? – chiese il lord ridendo.

Sandokan non rispose. Egli si era improvvisamente avvicinato al volto della giovanetta sul quale una emozione sconosciuta faceva correre una rosea nube sulle seriche gote e la contemplava con un misto di stupore e di ammirazione e la fissava con due occhi che mandavano fiamme. Si ritirò tremando, facendo udire un sordo brontolio, passandosi a più riprese una mano sulla fronte imperlata di sudore.

– Milady!… – esclamò egli con istrana intonazione.

– Mio Dio che avete? – chiese ella sorpresa.

– Voi portate un altro nome, un nome ancora più bello di Marianna Guillonk.

– Quale? – chiesero ad un tempo la giovanetta e il lord.

– Sì… Voi siete la Perla di Labuan. Non potete essere che voi che portate un sì bel nome.

Il lord fece un gesto di sorpresa.

– Come sapete voi, che venite dalla Malacca, che mia nepote si chiama la Perla di Labuan?

– Non è possibile che questo nome datomi dagl’indigeni, sia giunto sino a quelle coste – disse lady Marianna arrossendo.

– No, non l’ho mai udito a Schaja, ma l’ho udito alle Romades. Mi si parlò di una fanciulla d’incomparabile fulgidezza – disse il pirata con slancio appassionato. – Di una fanciulla i cui biondi capelli erano più lucenti dell’oro, più fini dei fili di seta, più profumati dei più odorosi gelsomini del Borneo, i cui occhi erano più azzurri del cielo più puro, e più dolci dello sguardo più languido e la cui voce aveva la proprietà di affascinare e di toccare le corde degli animi più inaccessibili!… Sì, voi siete la Perla di Labuan! Non potete essere che voi che portate un tal nome.

– Ah! Tante grazie si attribuiscono a questa povera Perla – disse la lady ridendo. – In fede mia, credo di non meritarne tante.

– E io credo che se ne attribuisca ancora poche! – esclamò il pirata con fuoco. – Non ho mai veduto nella mia patria una giovanetta che rassomigli alla Perla!

– Vi sarebbe dubbio che la Perla avesse affascinato anche la Tigre? – chiese il lord celiando.

– E perché no? – disse Sandokan vivamente. – Non ha affascinato tutti i pescatori della costa?…

– Ah! voi scherzate – disse la giovanetta facendosi di bragia.

– Ve lo dico io. Mi narrarono che persino un pirata del Borneo ne fu affascinato.

– Oh! – fe’ il lord sorpreso. – Che quei maledetti si sieno spinti fino alla mia abitazione! My-God! la sarebbe curiosa.

– No, milord. Fu la voce di lady Marianna che l’affascinò.

– Ma come?

– La udì passando col suo prahos sotto la costa. I pescatori mi assicurano che la voce della lady superava quella di una sirena.

– Burlone – disse la giovanetta.

– Non vi ho detto che pur io, che mi chiamano a Schaja la Tigre, quando vi udii parlare mi parve di non sentire più il dolore della ferita?

– Orsù, Marianna – disse il lord gaiamente. – Affascina adunque completamente questa Tigre. Se le sole parole spengono il dolore, una romanza sono sicuro che lo farà guarire.

– Sì!… Guarirò!… Guarirò!… – esclamò Sandokan.

Vi era un accento d’ingenuità, un tale accento di sicurezza in quell’esclamazione che la giovanetta ne fu colpita. Prese macchinalmente la mandola. Appena che toccò le corde Sandokan sussultò come se una pila elettrica l’avesse toccato. La giovanetta notò quel sussulto, nondimeno si mise a cantare una romanza accompagnandola delicatamente coll’istrumento.

Cantava ella in una lingua straniera che il pirata non aveva mai udito, in una lingua più dolce del suono della mandola, modulata, carezzevole che toccava il cuore.

Le onde sonore, di una infinita dolcezza, lo inebbriavano, lo affascinavano e a segno che il sanguinario avventuriero che non avea mai gustato che la musica dei cannoni, si sentì suo malgrado commosso, si sentì trasportato in un nuovo mondo.

Spiava ansiosamente le mosse di quelle labbra coralline, quasi volesse colla potenza del suo sguardo farne uscire nuove parole che trovavano un eco sconosciuto nel più profondo del suo cuore, che scuotevano le fibre d’acciaio del suo corpo e che gli giungevano agli orecchi come musica divina. Egli era là, muto, anelante, rattenendo il respiro quasi temesse turbare coll’alito quella voce melodiosa, cogli occhi fissi su colei che cantava: pareva che volesse attirare quelle parole, inebbriarsi di quei suoni, scolpirsi in mente le dolcezze di quella lingua ignota.

Quando la giovanetta finì, quando quell’impareggiabile voce, dopo di aver vibrato con novella energia morì sulle corde della mandola, egli era ancora là, colle braccia tese come attirasse l’incantatrice, collo sguardo fiammeggiante fisso in quello umido di lei, colle labbra frementi, colle orecchie tese, col cuor sospeso. Ascoltava ancora e avrebbe voluto ascoltar sempre. La voce del lord lo trasse da quell’estasi dov’era piombato.

– Ebbene, mio prode amico, come trovate la romanza di mia nepote?

– Oh! – esclamò Sandokan con slancio appassionato e quasi selvaggio. – La trovai sublime come era sublime colei che la cantava. Nel mio paese non ho mai udito una simile voce più dolce del mormorio dei ruscelli, più modulata del gorgheggio degli uccelli!…

Il lord sorrise mentre la giovanetta arrossiva guardandolo fisso.

La conversazione durò ancora qualche tempo aggirandosi ora sui pirati, ora sulla penisola malese ed ora su Labuan, poi essendosi fatto tardi, il lord si ritirò colla nepote, dopo di aver stretto la mano che il pirata francamente gli porgeva.

Il pirata rimasto solo, stette a lungo a guardare la porta per la quale erano usciti, come uomo che medita: poi si scosse bruscamente. Il suo volto poco prima pallido erasi allora coperto di un vivo rosso e gli occhi poco prima malinconici si erano dilatati enormemente.

Qualche cosa gli rumoreggiò in fondo al petto ma non uscì; le labbra che fremevano come avessero la febbre si chiusero e i denti si strinsero come volessero impedire l’uscita di una frase che pareva volesse irrompere.

Stette così un minuto, due, tre, tutto in sudore, colle mani nei capelli, ansante poi le labbra si schiusero:

– Ah! – esclamò egli con una voce che pareva quella di una belva e improntata di un vivo spavento. – L’amerei io forse?…

CAPITOLO VIII

La guarigione

Marianna dei conti Guillonk era nata sotto il bel cielo d’Italia da padre inglese e da madre napoletana. Perduti ancor fanciullina i genitori, ed erede di una cospicua sostanza, era stata raccolta da lord James suo zio, uno dei più intrepidi lupi di mare della flotta britannica, un vero marinaio d’antica schiatta, ruvido, quasi direi brutale, incapace di provare affezione per chicchessia e quindi incapace di provare affezione per l’orfana.

Questo lupo di mare, imbarazzato di trovarsi fra le braccia una nepote, e non fidandosi d’altra parte d’abbandonarla a mani straniere, per nulla disposto allora a piantar radici in terra, l’aveva per così dire rapita dalle spiaggie napoletane portandola seco sui mari. Per più di sei anni l’aveva abituata alla dura vita marinaresca, per più di sei anni l’avea menata a ramingar pel mondo da un porto all’altro, da un’isola a un’altra, da un continente a un altro, fino a che un bel dì, per un inesplicabil capriccio, si era fermato a Labuan dove aveva piantato casa.

Una volta collocata la fanciulla, datale per compagna una napoletana, l’aveva abbandonata completamente a sé stessa, affaccendandosi a cacciare da mane a sera nelle foreste dell’isola o a tentare spedizioni contro i pirati che si era giurato di sterminare.

Mai che il lupo avesse rivolto una dolce parola all’orfana, mai che avesse dimostrato per lei qualche affetto. Si contentava di non contrariare i gusti di lei, pur sempre tenendola in certo qual modo prigioniera fra quelle foreste, come fosse geloso che le fuggisse.

Marianna a tal modo era cresciuta come una specie di selvaggia fra quei boschi, segregata dal mondo civile, contraccambiando, nel fondo dell’anima, l’indifferenza del rozzo lupo di mare.

Si era rinchiusa in quel piccolo mondo cinto d’alberi e recinto di fiori che coltivava con passione, e benché avesse per lungo tempo rimpianto le pittoresche rive del Tirreno, aveva finito a poco a poco coll’abituarsi a quella vita austera, ma che non mancava di poesia, coltivandosi da sé, in una maniera tutta sua.

Amava circondarsi di fiori perché in certo qual modo le rammentavano quelli della sua patria, amava l’immensità perché sapeva trovarvi la poesia del suo paese, amava il mare perché le ricordava quello delle spiaggie napoletane, amava la musica perché le sembrava la voce dei suoi compatrioti. Era cresciuta coraggiosa ed energica quanto dolce e sensibile. Scorrazzava intrepida, quale Diana cacciatrice, le foreste, affrontando arditamente il cignale, sfidando la tigre stessa che ritiravasi dinanzi la canna dell’infallibile sua carabina, inseguendo leggera come un capriolo il babirussa. Attraversava da sola tutte le foreste, senza temere il selvaggio imboscato, pel solo scopo di spingersi fino al mare per vederlo calmo o irritato e gorgheggiare sulle sue rive al tramontar del sole, o per destare gli echi dei boschi col dolce suono della chitarra o della mandola, o per guizzare come una naiade nelle baie, per nulla impaurita della presenza dei pesci-cani.

Se era intrepida altrettanto era buona e dolce, pietosa. Si recava presso i selvaggi accampati nelle paludi per recare loro soccorsi. Aiutava gli uni e gli altri, curava i feriti o gli ammalati, in maniera che tutti quelli dei dintorni la riguardavano come un buon genio e l’ammiravano come fosse una donna soprannaturale. Tutti accorrevano da lei, dalla Perla di Labuan come la chiamavano, sicuri che non li avrebbe respinti, e sarebbe forse bastata una sua parola, un cenno, per sollevare quei bruti, e avventarli contro i suoi compatrioti. S’era in certo qual modo formato un piccolo regno, dove imperava padrona assoluta, s’era formato un piccolo mondo che lei dirigeva a capriccio.

Marianna era giunta così in sui diciassett’anni crescendo libera e doppiamente libera dopo la morte della sua compagna napoletana, che aveva amato come una seconda madre e lungamente pianta, come si può piangere l’ultimo ricordo che rammenti la patria lontana e che in sul più bello si spenga.

Era cresciuta fra quelle grandi foreste che amava forse come quelle degli Appennini o del Vesuvio, su quelle spiagge ben differenti ma che riguardava come quelle incantate del Tirreno, cresciuta solitaria, orfana, senza un affetto, senza una carezza, senza una dolce parola.

Non aveva mai provato fino allora le emozioni sublimi dell’amore, in mezzo ai suoi boschi non aveva mai udito il suo cuoricino palpitare affannosamente, battere in una nuova maniera; ma dopo che aveva veduto il pirata, ché non sognava né sospettava in lui la sanguinaria Tigre della Malesia, dopo di aver mirato quell’ardita figura di selvaggio, che aveva la nobiltà di un sultano e la galanteria di un cavaliero d’Europa, dopo di aver mirato quel fiero volto che aveva del guerriero e dell’eroe, e quegli occhi scintillanti dai quali trapelava il coraggio indomito di una natura eccezionale, lei, la fragile e cara fanciulla, aveva provato un inesplicabile turbamento, una emozione insolita, aveva sentito un fuoco strano invaderla, fuoco che scorrevale più rapido per le vene, man mano destavansi le ardenti passioni della sua natura meridionale.

Dopo di aver favellato con lui, di averlo affascinato coll’incantesimo della sua voce, col suo sorriso, col suo sguardo, era stata alla sua volta affascinata, e invano cercava spezzare questo fascino che la turbava, fascino che minacciava inghiottirla, invano cercava allontanare quegli occhi scolpiti sul suo cuore che bruciavano come carboni ardenti, e invano cercava stordirsi seppellendosi fra i suoi fiori, ma senza più trovare quella calma, quella serenità che provava prima di aver veduto il pirata.

Se Sandokan però aveva ammaliato lei, lei aveva pure ammaliato Sandokan. Entrambi lo dovevano comprendere, poiché entrambi provavano le medesime emozioni, i medesimi battiti, la medesima fiamma; i loro pensieri se avessero potuto confidarseli li avrebbero trovati stessi, eguali come i loro sentimenti.

All’indomani Marianna era ancora dal pirata assieme al lord, il quale trovava dilettevole la compagnia del ferito, che riguardava sempre come uno dei più arditi guerrieri della Malesia, che parlava di guerra, di marina, che raccontava le sue sanguinose spedizioni contro i pirati delle coste, o le grandi caccie intraprese nell’interno della penisola.

La giovinetta prestava pur essa orecchio a quei fantastici racconti ammirando sempre più quel preteso Malese che ai suoi occhi prendeva la figura di un eroe degno degli eroi d’Omero, racconti che però il pirata dinanzi alla giovanetta andava modificando a poco a poco fino a scendere a parlare di futili o di belle cose, che non si avrebbe mai creduto che uscissero dalle labbra della terribile Tigre della Malesia.

Bisognava udirlo allora, quando la sua voce tonante e metallica cangiava tono per diventare dolce, affascinante. Bisognava udirlo, quando dimenticando le sue pugne e le sue stragi parlava colla giovanetta di alberi, di fiori, di caccie, di feste e persino di mode e di vesti!

Era una commedia, ma una commedia che egli stesso prendeva per realtà, e nella quale sentivasi trasportato in un nuovo mondo, nella quale provava strane emozioni, nella quale il suo cuore batteva precipitosamente e sentivasi preso da una strana febbre. Non provava allora le sofferenze attutite, scemate dall’armoniosa voce della lady che egli trovava mille volte superiore a quella del cannone e persino i ricordi della sua isola si cancellavano, sfumavano dimenticati fra i racconti della giovinetta che gli parlava della sua terra natia, del bel cielo d’Italia, dell’azzurro Tirreno, delle incantevoli sue coste e delle superbe sue città. Lui, il terribile e sanguinario pirata comprendeva infine che un legame più forte dell’amicizia lo univa a lei, comprendeva infine che questo legame fino come la seta andava ogni dì ingrossando, comprendeva infine che ormai una corrente di reciproca simpatia si era stabilita fra i loro cuori e che infine si amavano!

I giorni così volavano rapidi per entrambi come baleni e la guarigione del pirata volava aiutata potentemente dalla forza dell’amore, amore che sempre ingigantiva, mille volte raddoppiato dall’ardente natura del selvaggio. E infatti venti giorni dopo, il ferito poté abbandonare senza fatica il letto e presentarsi dinanzi a lord James nel momento che questi entrava.

– Oh! mio degno amico, voi in piedi! – esclamò il lord vedendoselo dinanzi.

– Vi meravigliate, milord? – chiese Sandokan sorridendo. – Mi pare essere rimasto a letto fin troppo.

– Gli uomini di guerra, checché se ne dica, sono formati d’acciaio. Come vi sentite?

– Ma benissimo, milord! Mi sento forte come una colonna di ferro. A proposito, i miei più caldi ringraziamenti, milord, tanto a voi che alla vostra cara nepote. A simili persone bisogna essere riconoscenti anche non volendolo.

– Via, non parliamo di ringraziamenti. Fra gente di guerra non si usa.

– Al contrario, milord, e vi confesso che senza di voi, per quanto fossi stato forte, a quest’ora sarei morto da un bel pezzo. La mia riconoscenza non cesserà mai, tenetelo ben in mente, milord, mai!… Andiamo, farò il contraccambio di questa ospitalità quando voi verrete a Schaja. Sarete il re delle nostre feste.

Il lord si mise a ridere, stringendo la mano che Sandokan francamente gli porgeva.

– Verrò – disse il lupo di mare, – ve ne do la mia parola, e se caso mai avrete bisogno di un aiuto per prendere la rivincita contro i pirati di Mompracem, pensate a me.

La fronte di Sandokan si abbuiò. Egli si avvicinò vieppiù all’Inglese.

– Guardate qui – disse con istrana voce. – La ferita si è chiusa, ma rimane un segno bianco: la cicatrice. È un segno che non si cancellerà più mai: un segno che in ogni ora, in ogni tempo mi rammenterà dei miei feritori. Quando ritornerò nella mia patria, a me allora la vendetta. Vedrò fuoco e sangue!…

Se l’Inglese avesse potuto comprendere il vero significato di quelle parole avrebbe rabbrividito. Ma egli tutto ignorava, non sospettava né poteva sospettare che chi parlava in tale guisa fosse la Tigre della Malesia che giurava di guazzare nel sangue inglese.

– Vedete – continuò Sandokan sul medesimo tono. – È la prima volta che subii una disfatta, e quegli uomini che han fatto mordere la polvere alla Tigre, la pagheranno ben cara.

– Fate conto di tornare in breve a Schaja? – chiese il lord. – Non abbiate fretta, amico mio, ché la vendetta più lunga è e più diventa matura. I pirati sono là, annidati nella loro formidabile isola, mille miglia lontani dall’idea di volerla abbandonare. Avrete sempre tempo di vendicarvi. Rimarrete fra noi fino a completa guarigione e mia nepote s’incaricherà di non farvi annoiare, ora che ha una profonda ammirazione per voi.

Sandokan lo guardò con sguardo balenante. Per lui, rimanere ancora su quella terra che forse cominciava ad amare, rimanere ancora presso quella fanciulla che aveva saputo affascinarlo, accanto a Marianna era la vita. Non chiedeva di più, dimenticava Mompracem.

Che importava a lui che i suoi tigrotti lo aspettassero, quando poteva vedere quella fanciulla divina? Che importava, se non assaporava sangue, quando assaporava la felicità di trovarsi presso lei? Che importava se non udiva il tuonare dei cannoni, quando la voce di lei era più dolce del ruggito dei fumanti bronzi? Che importava infine rischiare di essere scoperto, forse preso, forse ucciso, quando sentiva il cuore battere d’amore, quando respirava la medesima aria che respirava lei, quando si sentiva amare? Lui, la Tigre, tutto avrebbe sacrificato per provare ancora quelle emozioni sino allora mai provate a Mompracem.

– Ascoltatemi, lord James – disse il pirata con emozione. – Questi luoghi, dove ho passato dei momenti di suprema felicità, per me sono sacri. Accetto l’ospitalità che voi mi offrite, e se mai un giorno, non dimenticate queste parole che potrebbero avverarsi, se mai un giorno avessimo a trovarci sul campo di battaglia, non già amici, ma nemici e ben fieri nemici colle armi in pugno, saprò sempre serbare la mia riconoscenza.

Sandokan si tacque incrociando le braccia sul petto, col volto animato da una strana collera. Il lord lo guardò stupefatto per alcuni istanti, senza riuscire a trovar parola, poi avvicinandosi bruscamente al pirata impassibile:

– Non vorrei credere che fosse il delirio che vi facesse parlare – diss’egli. – Che mai andate parlando di nemici e di pugne, se le relazioni fra la mia e la vostra patria sono cordialissime? Andiamo, amico mio, io credo che non tramerete certamente qualche insurrezione pericolosa nelle nostre colonie malesi.

– Non potete comprendermi, milord. Ho detto anche troppo; tronchiamo questo discorso che potrebbe diventare imbarazzante e mettermi al punto di dover mentire.

– Tronchiamolo, giacché lo volete – disse lord James. – Ne avrò la spiegazione quel dì che noi ci troveremo sui campi di battaglia. E ora, amico mio, restate senza timori. Troverete in me un uomo leale più un amicone che vi terrà allegro, sperando di trovare il contraccambio a Schaja. Mi permettete ora una domanda?

– Cento, milord, se lo volete – rispose Sandokan che cominciava però a tenersi in guardia.

– Il vostro prahos, quale rotta teneva?

– Rotta per Varauni. Avevo da concludere un trattato con quel sultano. L’Inglese lo guardò un momento in silenzio come commentasse la risposta, poi continuò:

– Ho una nave ai miei ordini, mio prode amico. Quando sarete annoiato di abitare in questo brano di terra, se me lo permetterete vi condurrò io a Varauni, dovendomi recare in quei paraggi. Credete che la mia presenza possa esservi di qualche utilità?

La fronte di Sandokan tornò ad oscurarsi. Era imbarazzato a rispondere non sapendo cosa avrebbe potuto fare a Varauni, dove aveva invece tutto da temere. Non chiedeva, una volta guarito, che di tornare a Mompracem, alla sua terribile isola. Pure non esitò a rispondere.

– Forse la vostra presenza mi sarebbe di grande utilità – disse egli, poi un lampo gli balenò in mente. – Andiamo, milord, non nascondetemi che la vostra presenza a Varauni ha un significato.

– Infatti – rispose l’Inglese accarezzandosi il mento, – ha un importante significato. I pirati di Mompracem, amico mio, scorrazzano troppo arditamente questi mari. Crescono di audacia e di numero, e a dirla fra noi, minacciano seriamente le sorti della nostra colonia. Non abbiamo sufficienti forze per assaltare direttamente il loro covo e chiediamo il potente aiuto del sultano di Borneo.

– Ah! – fe’ Sandokan quasi sardonicamente, ma in modo che il lupo di mare non potesse accorgersene. – Questi pirati, di cui io ho fatto disgraziatamente la prova della loro audacia, sono veramente forti? Sarebbe mai vero, che Labuan avesse paura?

– Non si ha paura di Mompracem, ma di quel bravaccio che si appella la Tigre della Malesia. È un uomo che ha del sangue nelle vene, un uomo che mette i brividi a tutti i popoli delle coste. Non può essere un uomo quello là, ma uno spirito malefico uscito dall’inferno; è un essere pieno di risorse e di coraggio.

– Vi crederò, lord James, ma quando andrò a Varauni non dimenticherò di raccomandarlo particolarmente al sultano. Lo faremo scomparire e io sarò della partita con tutti i miei prahos. La palla di moschetto l’ho sempre nel petto.

– Ecco ciò che io voleva, amico mio. Quando saremo a Varauni parleremo di più: là concerteremo il nostro attacco contro l’isola maledetta della Tigre Malese.

Il lord trasse l’orologio e guardò le ore, mentre Sandokan lo fissava con occhi di fuoco.

– Sono le quattro – disse il lord. – Devo recarmi presso alcuni amici onde concertare qualche bella partita di caccia per la domane. Voi che mi avete detto di essere forte come una colonna di ferro, potete fare un giro nel parco, dove sarà probabile che abbiate a trovare Marianna.

Sandokan sentì un fremito percorrergli le ossa. Una vampa gli salì in volto e sentì il cuore battere in maniera da credere che volesse spezzarsi. Era quello che aveva sognato, potersi trovare con lei, da solo a solo, per confessarle forse la gigantesca passione che lo divorava.

– Arrivederci, mio bravo amico – disse il lord uscendo.

Il pirata non aspettò nemmeno che la porta si chiudesse del tutto. In un balzo fu dinanzi ai vetri della fenestra percorrendo con un solo sguardo da cima al fondo l’intero parco.

Là, in mezzo ai fiori, all’ombra dei grandi alberi, accarezzata dal profumato soffio tropicale, vide lady Marianna seduta o meglio abbandonata su di un tronco di albero sradicato, muta, pensierosa, colle dita sulle corde della mandola.

Gli parve una celeste visione: tutto il sangue gli affluì in volto e rimase lì, immobile, come trasognato, cogli occhi fissi sulla giovanetta rattenendo persino il respiro. D’un tratto dette vivamente indietro come se un abisso si fosse aperto dinanzi.

Il suo volto s’oscurò improvvisamente prendendo una espressione truce, feroce. Un gran scoppio di riso satanico uscì dalle labbra: sentì per un istante che ridiventava la Tigre della Malesia.

– E che! – esclamò egli con una voce che più nulla aveva d’umano. – Non sarei forse più io il pirata di Mompracem? Sono cangiato adunque io, per sentirmi attratto verso una fanciulla? Io!… Io!… Che non ho mai provato che gli stimoli del guerriero e della belva!… Io, che porto il nome di Tigre della Malesia!… Dimentico forse che la mia selvaggia Mompracem e che tutti i miei tigrotti m’aspettano per ricominciare le leggendarie imprese di Sandokan? Io, dimenticherei forse che questa fanciulla che mi affascina, è figlia di quella schiatta maledetta alla quale ho giurato odio e odio? Dimentico io che le forze umane di Varauni e di Labuan si preparano per ischiacciarmi?… Via questa visione, via questi fremiti che non sono degni della Tigre. Spegniamo questo vulcano che arde nel mio cuore e facciamo sorgere cento e cento barriere insuperabili fra me e quella visione che mi mette il fuoco nelle vene, fra me e quella sirena che mi seduce, che mi affascina! Su, su, Tigre! fa udire il tuo ruggito, divora la riconoscenza che io devo a lei che ha alleviato i miei dolori e a lui che mi ha curato. Su, va, fuggi da questi luoghi, ritorna a quel mare che senza volerlo ti spinse su queste coste, ritorna ad essere Sandokan, il sanguinario e temuto pirata della terribile Mompracem!…

Sandokan così parlando si era rizzato dinanzi ai vetri coi pugni chiusi, tutto fremente, tutto fuoco. Gli parve essere diventato un gigante, gli parve vergogna d’aver un sol istante amato, e gli parve di udire le urla dei suoi tigrotti che lo chiamavano alla pugna e di fiutare odor di polvere. Volle dare indietro, volle fuggire, ma non fu capace di muovere un passo. Egli rimase là, inchiodato dinanzi la fenestra come che una forza sovrumana ve lo tenesse cogli occhi che parevano schizzare dalle orbite, fissi sulla giovanetta: il pirata, la Tigre, tornò a diventare uomo e per di più amante!

– Marianna! Marianna!… – esclamò egli e alla invocazione di quel nome tutta la sua ira per quella figlia d’Inghilterra svanì. Si era allontanato passo passo dalla fenestra nell’istante che era ridiventato l’antico pirata di Mompracem; egli tornò ad avvicinarsi cozzando il capo contro i vetri.

Le sue mani si portarono involontariamente sul bottone: esitò un momento senza fiatare, senza staccare gli occhi dalla giovanetta che non sospettava nemmeno di essere spiata, poi con rapido gesto, ma senza far rumore, aprì la fenestra e si sporse all’infuori.

Un buffo d’aria tiepida e profumata penetrò nella stanza. Respirando quegli effluvi provenienti dai fiori di lei, sentì inebbriarsi, sentì ridestarsi più forte che mai quella passione un momento prima soffocata, si sentì suo malgrado vinto.

Le sue labbra lanciarono avidamente un bacio nell’immensità dello spazio e i suoi occhi cercarono scorgere il bel volto di Marianna semi-nascosto fra le ombre dei grandi alberi.

Il pirata l’ammirò in silenzio, fremente, anelante, trasognato. La febbre lo assaliva, si sentiva il fuoco scorrere per le vene e guizzare in tutte le parti del corpo e fiammeggiare nel cuore; gli pareva che nubi di fuoco scorressero dinanzi ai suoi occhi, in mezzo alle quali brillava la divina figura di Marianna.

Una pazza idea s’impadronì di lui. Misurò l’altezza che lo separava dal giardino, come la tigre misura lo slancio per avventarsi sulla preda, e quantunque superasse i dodici piedi, guadagnò il davanzale e saltò fra le aiuole.

– Bisogna che la veda ancora una volta, una sola – mormorò egli quasi fuori di sé. – Voglio godere ancora quella felicità che io provavo presso di lei… vederla ancora, poi me ne andrò. Fuggirò senza dirle una parola, come un ladro che ha paura di essere preso… me ne ritornerò al luogo donde sono partito, alla mia Mompracem… nella mia isola fra i miei pirati. Se rimanessi la febbre mi abbrucierebbe… non sarei più io la Tigre, non sarei più libero… Orsù, ancora una volta, poi seppellirò quel nome a me tanto caro e quei ricordi, e ritornerò Sandokan.

Il pirata, senza fare più rumore di un serpente si mise a strisciare verso lei che volgeva il capo. Si avanzava con gli occhi infuocati fissi su lei, aspirava colla voluttà di un orientale le emanazioni dei fiori che parevano l’alito di lei, si inebbriava in mezzo a quelle piante, in mezzo a quelle aiuole.

Era allora a dieci passi dalla giovanetta, nascosto dietro a un albero, quando la vide muoversi, agitarsi, alzare il volto verso il cielo, poi nascondersi il volto fra le mani.

Ella rimase per qualche tempo così, come assorta in dolorosi pensieri, poi le sue mani si portarono sulle corde della mandola, e la sua voce vibrante, dolce, carezzevole, improntata di una viva tristezza risuonò sotto le grandi volte di verzura destando gli echi delle foreste, aleggiando al disopra dei fiori che parevan piegare gli steli.

Il pirata, nell’udirla, credette essere in preda a un sogno. Tutti i suoi progetti di fuga sfumarono come per incanto, e rimase come inchiodato dietro l’albero, spiando i più lievi movimenti, porgendo attento ascolto a quella voce che scuoteva le sue fibre, che lo trasportava in un nuovo mondo.

– Resterò! – esclamò egli. – Resterò! Dovessi sacrificare il mio nome e la mia potenza!…

Poi, senza aspettar altro, delirante, si mise a fuggire attraverso i viali con passo rapido.

Giunse sotto la fenestra e con un balzo guadagnò il davanzale. Aveva paura di non sapersi più padroneggiare, aveva paura di fuggire abbandonando quei luoghi che cominciava ad amare.

Era appena entrato che lord James capitò. Era più sorridente del solito.

– Amico mio, sapete cacciare la tigre? – domandò egli al pirata.

– La tigre! – esclamò Sandokan come non comprendesse il significato di quella domanda.

– E che, non usate cacciare la tigre voi, nella Malacca?

– Sì… sì, è la mia passione – rispose il pirata.

– Benone, amico mio. Domani caccieremo la tigre!

CAPITOLO IX

La caccia alla tigre

Durante tutta la sera Sandokan non si era fatto vedere, né da lei, né dal lord, accusando di provare un po’ di sfinimento e una violenta emicrania, il che non gli avrebbe impedito alla domani di trovarsi fra i primi a cacciare la tigre. Non era che una scusa per trovarsi solo; non vi erano emicranie di sorta per lui che non le aveva mai provate, né sfinimenti; sentivasi più forte che mai. Voleva esser solo, per prepararsi per la caccia cui egli riguardava ben sotto altro scopo. Era turbato dopo gli avvenimenti della giornata, che gli avevano aperto un nuovo avvenire, che l’avevano spinto su di una nuova via, che avevano cangiato la Tigre della Malesia, forse prossima a lasciare per sempre quei mari che aveva bagnati di tanto sangue.

Aveva il fuoco nelle vene, non sapeva dominarsi più. Arrischiava l’ultima carta prima di precipitarsi perdutamente in mezzo a una nuova avventura, che per lui era la vita.

Egli girò e rigirò attorno la stanza come una belva rinchiusa nella sua gabbia, cercando allontanare quella visione che lo seguiva passo passo nell’ombra, che gli sussurrava nuove parole, che lo affascinava suo malgrado: poi si arrestò, come poche ore prima, dinanzi alla fenestra che guardava sul giardino come in preda a un sogno, e guardò senza sapere il perché al di fuori.

– Guarda – mormorò egli cercando rompere le tenebre che avvolgevano il parco. – Guarda! Qua la felicità, qua una vita nuova, qua lei e laggiù Mompracem, una vita d’avventuriere, una tempesta di ferro, del sangue, i miei uomini, il Portoghese! Quale di queste due vie? Tutto il mio sangue bolle, quando penso a quella fanciulla che non ho mai veduto nei miei sogni; il fuoco mi serpeggia nelle vene, entro le quali scorre piombo fuso! Si direbbe ch’io l’amo, che l’antepongo alla mia vita di uomo sanguinario. Il mio cuore rugge al sol pensiero che è figlia delle giacche rosse, ma sanguina al pensiero che io dovessi dimenticarla! Prima era il terror dei mari, prima non aveva mai provato emozioni, non aveva gustato che sangue e sangue… e ora, non gusto che lei, non respiro che l’alito di lei, non provo che emozioni per lei. Il mio mondo è lei!…

Il pirata aprì la fenestra, aspirò l’aria fresca della notte. La notte era magnifica, stellata, una notte tropicale; egli sentì il sangue rimescolarsi, turbinargli, il cuore fiammeggiare. Con un balzo precipitò nel giardino ancor prima che potesse rendersi conto di quella mossa.

Rimase incerto, ascoltando lo stormir delle fronde e il sibilar del sangue negli orecchi.

– Se io fuggissi? – si chiese egli. – Se io frapponessi fra me e quella visione divina la foresta, poi il mare, poi… poi dell’odio, perché ha del sangue di loro! Ritornerei libero laggiù… senza nulla rimpiangere… senza farle conoscere che io l’amo di già, ancor prima che lei abbia ad amarmi!

Sandokan fece alcuni passi come avesse preso una risoluzione movendo verso le mura del parco, poi s’arrestò come lo spavento l’avesse inchiodato al suolo. Gettò uno sguardo attorno, vide i grandi alberi che parevano messi là per spiarlo, vide quei fiori il cui profumo lo inebbriava, vide il tronco atterrato dove poco prima era seduta lei, vide su di esso la mandola poi qualche cosa di bianco. Fece un passo, due, poi dieci dirigendosi verso quel luogo col passo furtivo di un ladro.

– Era là – mormorò egli con voce commossa. – Era là, quella giovanetta affascinante, era là che cantava ed io ero laggiù a udirla, ebbro, trasognato!… Se io non la vedessi mai più?… Se io non la udissi mai più?… Se fuggissi?…

Egli girò nuovamente attorno lo sguardo e lo fermò sulla mandola, presso la quale vide un oggetto bianco. Egli si avvicinò come spintovi da una forza sopranaturale, senz’essere capace di staccare da esso gli occhi, e l’afferrò con mano convulsa.

Era un fiore, una rosa dei boschi che la giovanetta s’era dimenticata. Il pirata l’ammirò a lungo come si ammira una cosa sacra, fiutò più volte il delicato profumo che esalava, la portò alle labbra, la baciò con appassionato trasporto. Stette un minuto, due, forse tre, così col fiore attaccato alle ardenti labbra, poi lo nascose nel petto e marciò dritto alle palizzate.

– Andiamo – rantolò egli. – Tutto sarà finito.

Egli si arrestò nel momento che stava per pigliare lo slancio e varcarle. Un singulto gli serrò la gola, un tremore lo prese. Egli nascose il volto fra le mani mugolando come una belva.

– Ma no! Ma no!… – esclamò egli. – Non posso varcare questa cinta, non posso allontarmi da questi luoghi, nol posso, no, nol posso. Che s’inabissi Mompracem e i pirati, io resterò!…

Egli si era allora messo a correre pel parco volgendo le spalle alle palizzate, quasi avesse paura di dover varcarle, e come avesse paura di pentirsi di quelle parole uscitegli dalle labbra, che erano per lui una sentenza.

Rientrò nella stanza due ore dopo, trafelato per la corsa, affranto, tutto in sudore, più cupo che mai. Quando, dopo di aver a lungo esitato, si trovò ancora in quella stanza dalla quale era fuggito coll’intenzione di non rivederla mai più, un profondo singhiozzo gli uscì dalle frementi labbra.

– Ah! – esclamò egli con tono di rimpianto. – La Tigre della Malesia tramonta!…

Egli passò la notte senza sapere il come, senz’essere capace di chiudere occhio. Solo verso il mattino poté addormentarsi, ma fu un dormire di poche ore, poiché fu improvvisamente svegliato da un nitrire di cavalli, da un abbaiar di cani e da un vociare d’uomini.

Si vestì in un lampo, aprì la fenestra con precauzione per non essere visto, e guardò.

Sei o sette cavalieri, armati di fucili, di pistole e di coltelli a doppio taglio, erano entrati nel parco accompagnati da un branco di grossi cani. Sei, a giudicarli dalle vesti e dal fare, erano coloni dei dintorni, il settimo era un bello ed elegante ufficiale di marina, dal portamento altero e aristocratico. Sandokan guardò quest’ultimo con particolare attenzione, e senza sapere il perché, provò una puntura al cuore, provò un sentimento quasi direi di gelosia e d’invidia.

La sua fronte nell’ammirarlo s’aggrottò a più riprese e le labbra si sporsero sdegnosamente. Ma non aprì bocca e rientrò proprio nel momento che il lord bussava alla porta gridando:

– In piedi, amico mio, in piedi che i cacciatori sono arrivati. Non bisogna dormire quando si vuol scovare la tigre.

Sandokan si affrettò ad aprire.

– Ah! siete voi, milord? – diss’egli con voce calma.

– E chi potrebbe essere mai? Su, spicciatevi che i cavalli sono pronti, i cani abbaiano impazienti di mordere il pelo della belva, e i battitori sono in campagna. Il sole fra pochi minuti si leverà.

– Sono pronto, milord. E vostra nepote rimarrà alla villa sola? – chiese Sandokan arrestandosi nel momento che stava per varcare la porta della stanza.

– Che dite mai? Ha nelle vene del sangue di due razze. Non ha paura di una tigre, dovesse pur esser la più terribile della Malesia. In fede mia, che non se ne consolerebbe mai più che la si avesse a lasciar sola nel momento che tutti gli altri cacciano nelle sue foreste; di più, vi dirò, che arde dal desiderio di vedere un Malese a cacciar una belva sì pericolosa.

– Lei ha detto ciò! – esclamò Sandokan che non credeva o che non voleva credere.

– Sì amico mio, e starà in voi a far vedere come caccia un Malese.

– E lo vedrà milord. Se vi ha una tigre, sarà mia e la pelliccia sarà sua. Sandokan aveva pronunciato quelle parole con tutto il fuoco suggeritogli dalla passione. Tigre della Malesia contro tigre di Labuan! Dovevano cadere l’una o l’altra. Avrebbe ben saputo lui guadagnar la partita sotto gli occhi di Marianna. Egli alzò il capo con un gesto altero; ricominciava a essere Sandokan.

– Andiamo, milord, sono con voi. Ardo dal desiderio di trovarmi di fronte a questa tigre.

– Lo crederò – rispose l’Inglese. – I Malesi godono fama di essere valenti cacciatori, e mia nepote avrà agio di potersene assicurare coi propri occhi. Sarà contentissima poi di avere la pelliccia.

Uscirono e attraversate tre o quattro stanze entrarono in un elegante salotto, tappezzato di ogni sorta di armi, dove Sandokan aveva solo da scegliere. Fu colà che trovò Marianna in completo abbigliamento da cacciatrice. Pareva Diana, più bella che mai, fresca come una rosa dei boschi e nell’attitudine fiera di una cacciatrice provetta.

Nel vederla, Sandokan sentì il fuoco serpeggiargli nelle vene. Egli mosse verso di lei con passo sollecito e strinse fremendo la mano che la giovinetta gli tendeva, e che avrebbe voluto coprire di baci.

– Voi qui? – disse ella sorridendo e arrossendosi in una volta. – La ferita è adunque cicatrizzata?

– Perfettamente, milady – rispose Sandokan. – Oh! credetelo, la vostra presenza, la vostra voce, le vostre affettuose cure di cui serberò memoria anche quando ritornerò nella mia patria, hanno fatto più che tutti gli empiastri dei medici. Vedete? io mi sento più forte di prima.

– E voi dite di serbarne memoria anche quando sarete laggiù, nel vostro paese? – domandò la giovanetta la cui voce tremula scese fino al fondo del cuore di lui.

– Sì… mi capite, milady. Non mi dimenticherò mai, mai!…

Fra loro due regnò un breve silenzio intanto che il lord esaminava delle carabine, poi il pirata cangiando tono e avvicinandosi alla giovanetta che lo contemplava con tristezza:

– È vero adunque che verrete a cacciare la tigre con noi, nella foresta?

– Certamente – rispose con vivacità ella. – Non sono io adunque una cacciatrice? Mio zio ve lo disse.

– Avete mai veduto cacciare il terribile animale da un Malese?

– Mai, ed ecco ciò che aspetto di vedere. Si dice che quelli della vostra razza siano così valenti.

– Sì, sì, valenti – rispose Sandokan, che in quell’istante avrebbe lottato con cento tigri.

– Che adoperano meglio il kriss che la carabina. Oh! io vorrei vedere tutto ciò.

Sandokan trasse il suo kriss dalla cui impugnatura scattò un lampo. Egli lo mostrò alla giovanetta che sembrava atterrita alla vista di quell’arma sulla cui lama scorgevansi tracce di sangue.

– Vedete – disse egli sorridendo, – quest’arma è il nostro più fedele amico, al quale noi dedichiamo una specie di culto superstizioso. Con essa io ammazzerò la tigre o io non sarò più un Malese!

– No, no; potrebbe capitarvi sventura! – esclamò la giovanetta con tale accento che il pirata ne fremé.

– Voi avete esternato il desiderio di possedere la pelle della tigre. L’avrete e da me!

Il lord aveva finita la scelta delle armi e tornava verso di essi.

– Oh! il magnifico kriss! – esclamò egli vedendo quello che impugnava Sandokan.

– In fede mia, milord, è una arma ammirabile e di una tempra eccezionale. Non fallì mai, e meno oggi fallirà la tigre. Io inchioderò la belva come la inchiodava alla Malacca.

– Con tutto ciò non rifiuterete una eccellente carabina, che ha abbattuto più di un colosso delle foreste indiane, un’arma che sarà infallibile come il vostro kriss.

– Certamente, milord. Potrebbe darsi che una palla di carabina diventasse indispensabile.

Sandokan si gettò a bandoliera l’arma, l’Inglese ne prese un’altra simile cacciandosi nelle tasche un paio di corte pistole e Marianna staccò una piccola carabina indiana incrostata d’argento e di madreperla, sospendendosi per di più un elegante pugnaletto dal manico dorato alla cintura.

I cavalli impazienti scalpitavano nel parco, i cani abbaiavano e i battitori si mettevano allora in campagna. Gl’invitati chiamavano il lord salendo nei piani superiori.

– Andiamo, i miei compagni ci aspettano. Non sarebbe giusto farci aspettare.

Uscirono. Nel momento che entravano in un secondo salotto Marianna che era divenuta pensierosa, si avvicinò al pirata, che le veniva dietro.

– Non commettete imprudenze colla tigre – diss’ella con voce supplichevole. – Morto voi, e per cagione mia, non me ne consolerei più!

– Milady… – mormorò Sandokan con voce soffocata.

– Mi avete compreso. Non voglio la pelle della tigre; essa mi farebbe paura.

– Non siete voi che parlate… non potete aver paura di una pelle… voi che venite a cacciare con noi il terribile animale. Milady, non mettetemi al punto di dover mancare alla mia parola.

– E se ve l’ordinassi?… Non vorrei vedervi ferito una seconda volta per cagion mia.

– Non fatelo, milady! – esclamò Sandokan che non si padroneggiava più. – Sarei capace di violare la vostra proibizione. Lasciatemi. Là dove la vostra palla fallirà, il mio kriss ucciderà.

Sarebbe stata follia voler arrestare quell’uomo che la passione dominava. La giovanetta non parlò più, ma lo guardò con due occhi nei quali trapelava un dolce rimprovero. Sandokan la comprese, ma non volle far vista di comprendere; aveva promesso e la pelle della tigre doveva infallibilmente essere sua.

La comitiva li aspettava nel salone. Il lord, dopo di averli salutati e dopo che essi complimentarono la bella cacciatrice, presentò ad essi Sandokan, che si trasse d’impaccio colla maggior disinvoltura del mondo. Quantunque avesse tutto da temere da parte degli ufficiali di marina, che potevano averlo riconosciuto durante il terribile combattimento fra il piroscafo e il prahos, non tremò, né si smarrì. A ogni modo, nessuno sospettò in lui il terribile pirata e complimentarono il Malese di Schaja.

Non mancava che partire. Scesero nel parco dove i cavalli li aspettavano trattenuti da palafrenieri e dove i bracchi di alta statura e dalle mascelle di ferro abbaiavano tirando il guinzaglio.

– Andiamo, signori – disse il lord mentre aiutava sua nepote a salire in sella di un piccolo cavallo bianco. – La caccia comincia, la tigre si tiene nei dintorni fuggendo dinanzi ai battitori. Non sarà che colpa nostra, se lasciamo fuggire un sì superbo capo di selvaggina. Pensate che mia nepote è della partita e che brama la sua pelle; mi raccomando a voi.

– Non ci sfuggirà – disse l’elegante ufficiale di marina verso il quale Sandokan provava un sentimento di gelosia. – Se la mia palla non fallirà avrò l’onore di presentare la pelliccia a lady Marianna.

– E io avrò l’onore di pugnalare la tigre ancor prima che la pelle sia stata guasta da una palla – disse Sandokan guardando fissamente il giovanotto. – Nella Malacca non si usa rovinare la pelliccia con del piombo.

– A vostro piacimento – rispose il lord, – guardate però di non farvi ammazzare. La tigre è un animale che non ischerza.

Il segnale della partenza fu dato e la cavalcata uscì dal parco in gruppo serrato. Sandokan, che montava un magnifico cavallo sauro colla spigliatezza di un cavaliere consumato, si era spinto alla destra della giovanetta, mentre il lord si teneva alla sua sinistra. Il pirata, calmo ma fiero, determinato a tutto per pugnalare la tigre ad onta delle raccomandazioni della giovanetta, non aspettava che l’istante di porsi all’opera. Aveva appesa la carabina all’arcione e stringeva il kriss.

La foresta appena fuori dal recinto erasi fatta fitta ma permetteva ai cavalli di avanzare e di galoppare tenendo dietro ai battitori e ai bracconieri che li precedevano di cinquecento passi.

Si doveva circondare la foresta che aveva un’estensione di quasi due miglia, appena che fosse segnalata la tigre per togliere ogni scampo di fuga e restringersi fino a imprigionarla nel suo covo o fra qualche gruppo di alberi. Doveva essere là che si doveva affrontarla, e siccome ognuno non ignorava la resistenza che simili belve oppongono, si voleva essere riuniti per aiutarsi a vicenda. Era là che l’ufficiale e Sandokan, l’uno col fucile e l’altro col kriss dovevano disputarsi la vittoria tenuta fra le unghie del terribile animale.

La cavalcata percorse un cinque o seicento passi, arrestandosi tratto tratto per non precedere i battitori che avanzavano prudentemente, e per trovare un passaggio fra i fitti cespugli spinosi e fra i grandi alberi. Stava per dividersi in due colonne per meglio tirar innanzi, quando si udì improvvisamente lo squillo della tromba di John il capo bracconiere.

I cavalieri si affrettarono a quel segnale ad armare le carabine.

– Animo, signori, la tigre è stata segnalata – gridò il lord. – Ognuno al suo posto.

Il drappello si divise quasi subito prendendo differenti vie per accerchiar subito la foresta. Sandokan si gettò a destra dove lo precedevano mezzi cavalieri, Marianna si gettò a sinistra non senza prima aver gettato uno sguardo supplichevole al pirata, che rispose con un cenno della mano. In pochi minuti ognuno si trovò separato da centinaia e centinaia di metri, gli uni slanciati fuori dalla foresta, gli altri dietro i cani che abbaiavano sulla pista, e i più coraggiosi slanciati dietro i battitori, che segnalata la presenza della tigre si affrettavano a lasciar il varco ai cacciatori.

– A me, ora, a me! – esclamò Sandokan quando si vide solo. – È tempo di mostrare a quell’ufficiale che vanta la palla della sua carabina, chi io mi sia. Tigre della Malesia contro la tigre di Labuan!

Lo squillo di tromba erasi udito mezzo miglio lontano verso il centro della foresta. Non esitò un solo istante e cacciati gli sproni nel ventre del cavallo, coll’occhio in fiamme e il kriss fra le labbra partì alla carriera. Attraversò un lembo di foresta che tendeva diventare più intricata che mai, una vera rete di durion, di rotang, di cavoli palmisti, di banani, dove vi era tutta la probabilità di rompersi il collo. L’attraversò senza arrestare il suo cavallo che sembrava avere le ali ai piedi, tendendo l’orecchio all’abbaiar dei cani che seguivano le orme ora ritrovandole fra le erbe ed ora smarrendole. A lui occorreva trovare la tigre, investendola con quello slancio e quella forza in lui abituale, pugnalarla pur perdendo un lembo di carne prima che quel cane d’Inglese avesse a toccarla con la sua palla, e riportare la spoglia insanguinata a Marianna.

Passò dinanzi a sei o sette battitori che correvano in preda allo spavento gettando i bastoni e ponendo mano alle scuri. Egli rattenne violentemente il cavallo che piegò i garretti gettando un nitrito.

– Dove fuggite? – domandò egli arrestando uno dei fuggiaschi.

– La tigre! La tigre! – esclamò egli tentando svincolarsi da quella morsa che stritolavagli il polso.

– In qual direzione? Spicciati, negro d’inferno, che mi occorre la pelle! – esclamò Sandokan.

– Laggiù, in mezzo a quel gruppo di alberi, presso quel fossato.

Il pirata lasciò andare il battitore che fuggì dietro ai compagni, raccolse le briglie, impugnò il kriss e spinse risolutamente il cavallo verso il luogo additato. Giunto alla macchia formata da una ventina di rotang fiancheggiati da fitti cespugli spinosi, in mezzo ai quali abbaiavano tre o quattro bracchi col naso a terra, il corsiero cominciò a impennarsi e recalcitrare. Un forte odore di selvaggina appestava l’aria, odore particolare alle tigri, che si mantiene anche qualche tempo dopo che sono passate.

Sandokan balzò d’arcione, legò il cavallo che continuava a sferrare calci e nitrire, armò la carabina e dopo aver girato lo sguardo sui rami degli alberi per assicurarsi che non gli piombasse addosso a tradimento il terribile animale, si fece strada fra i cespugli.

Quasi subito, con quell’occhio infallibile d’un cacciatore provetto come era lui, scorse le tracce della tigre impresse sul terreno umidiccio. Seguì cautamente le orme accompagnato dai cani, smovendo i rami colla canna della carabina e s’arrestò dinanzi a un piccolo stagno la cui acqua era stata appena smossa.

– La tigre è passata di qua – mormorò egli sommessamente. – Non deve essere lontana. Ha fatto smarrire la traccia saltando di ramo in ramo. Astuzie troppo vecchie, mia cara!

Tornò al cavallo, risalì in sella e lo spinse innanzi. Non aveva percorso cento metri che udì la detonazione di una carabina accompagnata da un’esclamazione, che lo fece trasalire.

Diresse il cavallo verso il luogo ov’era partito il colpo, e in mezzo a una piccola radura vide la milady coll’arma ancor fumante in mano. In un baleno le fu vicino.

– Ah! – esclamò egli frenando a malapena la gioia che traboccava dal suo cuore. – Siete voi milady?

– E chi potrebbe mai essere se non io? – rispose la giovanetta, non dissimulando la sua sorpresa.

– Siete stata voi a tirare quel colpo di fucile? I miei complimenti per la vostra audacia.

– Non mi adulate – disse Marianna arrossendo. – Del resto, mi sembrò che la tigre non fosse stata nemmeno toccata.

– Voi rimpiangete il vostro colpo, o meglio la pelle della tigre. Ebbene, milady, non la rimpiangerete a lungo. Dovessi perdere ambe le braccia, io ve la darò.

Sandokan nel dire queste parole, vi aveva messo tanto fuoco che la giovanetta ebbe paura.

– No!… No!… – esclamò ella vivamente. – Non commettete pazzie per un capriccio che esternai nel momento in cui non misurava l’estensione del pericolo. Sapete, che se io avessi a vedervi nuovamente ferito, e per causa mia, ne avrei rimorso?

Sandokan nel mentre lei parlava, si era avvicinato ancor più. Si sentiva preso da una strana febbre, il sangue gli affluiva tutto in viso. Gli parve sognare: egli dimenticò per un istante la tigre.

– Milady – diss’egli con vivacità, – che importerebbe se io avessi a perdere un braccio, quando una volta ferito tornassi a provare quelle care cure che provai, quando una palla di moschetto mi condusse tra queste foreste, dove voi siete regina? Che m’importerebbe d’esser mutilato, quando avessi agio di udire ancora la vostra divina voce, quando respirassi la medesima aria che respirate voi, quando calcassi il suolo calcato dal vostro piedino, quando potessi ancora inebbriarmi dei vostri sguardi, dei vostri sorrisi?… Laggiù nelle mie selvagge foreste non proverei più queste gioie che hanno commosso il cuor della Tigre… Sentite, milady, io fremo tutto, e il cuore lo sento sanguinare, al pensare che verrà il dì in cui un abisso sarà scavato fra noi, un abisso che mi toglierà per sempre la vostra vista.

Egli prese le mani della giovinetta. La sua voce si commosse stranamente.

– Milady, milady!… – esclamò egli con iscoppio improvviso. – Guardate, uditemi! La prima volta che vi ho veduto, ho sentito il mio cuore fremere, battere, e io che non aveva mai provato le dolci emozioni dell’amore, quel dì le provai!… Quando udii la vostra voce, sentii il sangue bollirmi, quando respirai il profumo delle vostre labbra, mi sentii inebbriare, e quando ripenso che verrà il dì della separazione, mi sento mordere atrocemente il cuore da un lampo di gelosia, da un lampo di pazzo amore!…

La giovanetta dinanzi a quell’appassionata ed improvvisa confessione, rimase muta, presa suo malgrado, da profonda ammirazione per quell’uomo, che ai suoi occhi prendeva la figura di un eroe. Si sentì commossa.

Il pirata si era avvicinato ancor più. L’ardente suo alito si confondeva con quello di lei, il suo volto toccava quasi quello di lei. Egli proseguì con un tono che scendeva nel cuore dell’orfana come la più dolce musica del mondo e che attingeva nello sfogo della passione.

– Oh! non irritatevi, milady, se vi confesso che la follia m’ha preso, che la mia testa si è smarrita, se io, quantunque figlio di una razza di colore, mi sentii preso d’ammirazione per voi e che sperai che voi mi avreste amato!…Lasciate che ve lo dica, che questo amore ha vinto l’inaccessibile cuor della Tigre, il terror di questi mari; lasciate che ve lo dica, che non sogno che voi, che non vedo che voi, che dimenticherei patria, amici e parenti per voi; lasciate che ve lo dica, che per voi mi sentirei tanto forte da pugnare da solo contro mille giacche rosse!…

“Milady, volete esser mia? Farò di voi la regina di questi mari, la regina della Malesia. A un vostro cenno, cento uomini, cento tigri, cui non valgono né cannoni, né eserciti sorgeranno al mio grido, struggeranno città, massacreranno i difensori, detronizzeranno e rajah e sultani, per preparare un regno a voi. Dite tutto ciò che l’ambizione vi suggerirà e voi l’avrete. Ho uomini, ho navi, ho cannoni, ho oro, sono forte, sono potente. Per voi, nulla mi sarebbe impossibile!…

Marianna lo guardò sorpresa, affascinata da quel turbinìo di promesse, da quegli occhi di fuoco che la fissavano stranamente, da quella voce che trovava nel suo cuore un eco delizioso. Rimase per qualche istante muta, senz’essere capace di ritirare le mani che il pirata stringeva con frenesia.

– Ma chi siete adunque voi? – chiese ella alfine con un tono di voce che fe’ trasalire il pirata.

– Chi io mi sono?… – esclamò Sandokan. – Non chiedetemelo, milady, non chiedetemelo!

Fra loro successe un breve silenzio. Sandokan cinse con ambe le braccia la giovanetta e l’attirò a sé, quasi volesse levarla di sella,

– Ascoltatemi, milady – diss’egli con cupa voce. – Vi sono delle nubi rosse attorno al mio nome e delle fitte tenebre che nessuno ardirebbe sollevare; vi ha del terrore, del terribile attorno a me. Porto un nome che mette spavento, che è più potente di quello del sultano di Borneo; posseggo tanta forza da far tremare Labuan stessa!…

– E un uomo così potente è sceso fino ad amare una povera orfana, una derelitta…

– Non proseguite, milady, non proseguite! – l’interruppe Sandokan con violenza. – Queste parole sono un delitto. Vi ho veduto, fui affascinato, ho sentito di amarvi. Ditemi una parola, lasciate cadere dalle vostre divine labbra una confessione, dite anche voi che mi amate e farete di me il più felice degli uomini che vi colmerà di gioie, che deporrà ai vostri piedi un regno.

– È adunque proprio vero che voi mi amate? – chiese ella con voce soffocata.

– E lo dubitereste, milady? Vi amo tanto che vorrei morire così al vostro fianco, e colle vostre mani strette fra le mie. Uditemi, milady: se credete che io non sia degno di alzare gli occhi fino a voi, se credete che io figlio della Malesia, io selvaggio che porto un nome lugubre quanto terribile, non possa aspirare alla vostra mano, mettetemi alla prova. Mi sentirei tanto forte da sollevare il mondo intero per voi. Parlate, io obbedirò come uno schiavo, subirò ciò che voi m’imporrete senza un lamento, senza un sospiro. Volete che io diventi re per darvi un trono? Lo diventerò. Volete che io, che vi amo di già alla follia, ritorni nella mia patria? Vi ritornerò perché voi me l’avrete ordinato. Volete che io mi ammazzi dinanzi a voi? Mi ammazzerò perché voi l’avrete voluto. Parlate: ho la febbre, sento che la mia testa si smarrisce, sento che il sangue mi arde il cuore e le vene. Parlate, milady, parlate!

– E voi farete tutto ciò per colei che si chiama Marianna, per l’orfana?

– Sì milady, lo farei, oggi, domani, sempre!

Vi era un tale accento di verità in quelle parole, vi era un tal fuoco che la giovanetta trasalì tutta. Le sue mani si abbandonarono in quelle di lui che le portò alle labbra. Si sentì affascinata.

– Amatemi – sospirò ella. – E quando tornerete laggiù, non dimenticatemi troppo presto.

Il pirata gettò un urlo giammai uscito da gola umana. Nel medesimo istante risuonò una detonazione a duecento passi lontana, seguita da altre due tirate a egual distanza.

– La tigre! – esclamò la giovanetta.

– Sarà vostra – gridò il pirata e col pugnale nella dritta, gli occhi sfavillanti d’ardire, delirante, cacciò gli sproni nel ventre del cavallo che partì alla carriera seguito dalla giovanetta che sentivasi attirata verso quell’uomo che metteva a repentaglio la sua vita per mantenere una parola.

A duecento passi lontano vi erano i cacciatori riuniti, in mezzo ai quali si scorgeva l’elegante ufficiale di marina che si avanzava verso un gruppo d’alberi colla carabina in mano. Colà abbaiavano sei o sette bracchi ai quali rispondevano i ruggiti della tigre messa alle strette.

Sandokan si gettò d’arcione e corse verso di essi. La giovanetta lo seguiva sulla cavalla bianca con cuor sospeso, pallida, impaurita, ma fiera di veder lui che si preparava a pagare il debito.

– La tigre! La tigre! – gridò il lord che caricava la carabina.

– È mia! È mia! – gridò Sandokan che raddoppiò di velocità.

Pareva una seconda tigre che sbucasse fra i cespugli. Egli capitò come un lampo fra i cacciatori, col kriss sollevato, la cui impugnatura percossa dai raggi del sole, mandava baleni.

– Whu-Pulau! – gridò la giovanetta che si sentì venir meno.

– La pelle della tigre! Voglio la pelle della tigre! – urlò Sandokan.

L’ufficiale di marina lo precedeva di pochi passi. Lo videro abbassare la canna della carabina prendendo di mira la terribile belva, la quale aggrappata a un colossale ramo di un albero della canfora colle pupille contratte, gettava formidabili miagolamenti simili a ruggiti, agitando la coda da destra a manca, e sollevando la corteccia colle unghie. Pareva pronta a piombare sulla vittima da essa scelta. Pareva che fosse lì lì per slanciarsi.

Il colpo partì, ma il fumo non era ancor dissipato che la tigre, senza essere toccata, attraversava lo spazio cozzando contro il cacciatore che fu atterrato dall’urto. S’udì un grido di spavento a cui fece eco uno scoppio di risa sinistre emesso dalla Tigre della Malesia.

Egli, armato del suo terribile kriss, con un balzo di dieci piedi si era gettato dinanzi alla belva che stava per ripigliare lo slancio gettandosi sul semicerchio dei cacciatori. Le due tigri s’incontrarono di fronte, entrambe ruggenti, entrambe terribili. Fu un lampo.

Il pirata le si scagliò addosso rovesciandola con forza sovrumana, e prima ancora che la belva sorpresa da tanta audacia potesse dilaniarlo coi denti e cogli artigli, l’afferrò per la gola stringendo con tal forza da soffocare i ruggiti. Coi piedi ne inchiodò al suolo le zampe.

– Guarda!… Guarda chi io mi sono! – gridò Sandokan fremente.

La lama serpeggiante del kriss guidata da un braccio d’acciaio si sprofondò fino all’impugnatura nel cuore della tigre, che cadde ruggendo per non più rialzarsi.

Un urrah fragoroso accolse quella caduta. Il pirata illeso, gettato uno sguardo di sfida sprezzante sul giovane ufficiale di marina, si avvicinò alla giovanetta ancor muta di terrore e con un gesto di cui sarebbe andato altero un rajah:

– Milady! – le disse. – La pelle della tigre è vostra!…

CAPITOLO X

Il tradimento

Il pranzo dato da lord James, dopo che la caccia fu finita, fu uno dei più splendidi ed insieme dei più allegri, che fossero mai stati dati nella palazzina. La cucina inglese e quella malese vi erano magnificamente rappresentate, la prima con giganteschi beefsteak ed enormi pudding, capaci di produrre una indigestione allo stesso Gargantua e la seconda con costole di tigre alla salsa piccante, con teneri bambù simili agli asparagi, con pinne di pesce-cane e con nidi di rondini salangane all’aceto, che furono a unanimità di voti dichiarate eccellenti.

Durante tutto il pranzo il pirata fu il re della tavola come la Perla di Labuan ne fu la regina. Vi furono elogi pel primo sul suo coraggio, sulla sua abilità senza esempi, sul suo sangue freddo veramente straordinario, e ve ne furono per la giovanetta sulla sua rara intrepidezza d’amazzone e sulla sua audacia non comune in una donna. In questi ultimi elogi si distinse in particolare il giovane ufficiale di marina, che pareva avere per di più un mondo di attenzioni forse troppo spinte per la leggiadra lady, attenzioni che spesso chiamavano sulle labbra del lord un sorriso di mal celata gioia e su quelle di Sandokan un diabolico e sprezzante sogghigno.

Quando gli ospiti giunsero allo champagne, i brindisi cominciarono su tutta la linea. Uno dei cacciatori, pel primo, alzando la tazza nella quale spumeggiava la trasparente bevanda, bevette alla salute di Sandokan.

– Amici! – gridò egli con tono enfatico. – Beviamo alla salute di questo valente cacciatore che io proclamo primo fra i valorosi. Hurrà per Whu-Pulau!

I suoi compagni fecero eco mentre che il pirata s’inchinava colla maggior disinvoltura. Alzò alla sua volta la tazza ricolma e guardando fisso la giovanetta seduta a lui di fronte:

– Signori, beviamo alla salute della Perla di Labuan che io proclamo la più bella della Malesia!

Il secondo brindisi ottenne un effetto dieci volte maggiore del primo, e quel nome risuonò più volte nella sala, con gran soddisfazione della giovanetta che arrossi tutta sotto lo sguardo di fuoco del pirata.

– Signori – disse il lord, – nei vostri brindisi spero che non dimenticherete di bere alla memoria della povera tigre. Orsù, signori, un brindisi alla tigre di Labuan.

La proposta fu accettata con iscrosci di risa dall’allegra brigata che non si fece pregare. Solo Sandokan non alzò la sua tazza. La sua fronte s’abbuiò stranamente.

Il lord sorpreso notò quell’improvviso cangiamento. Lo urtò col gomito.

– Che diavolo andate fantasticando, mio prode amico? – diss’egli. – Trovate forse che il mio brindisi non sia di buon gusto per rimanervene li colla tazza ancor colma? Se credete che bere alla salute di una tigre morta, porti sventura, berremo alla salute d’una tigre viva.

– Non è ciò che mi preoccupa – rispose Sandokan con impercettibile sogghigno. – Credete voi, milord, che il nome di tigre di Labuan ben si adatti a quella che ho ucciso?

– Ma certamente – dissero in coro i cacciatori. – Non era forse delle foreste di Labuan?

– Infatti, sin qui avete ragione. Ma a che regione appartiene Labuan?

– Alla Malesia – rispose il lord che non capiva nulla di quelle strane domande.

– Sicuro, milord. Ora, fra noi Malesi, quando si ammazza una tigre, non le si dà il nome del luogo cui appartiene, ma bensì il nome della regione cui la terra appartiene. La tigre appartiene alla regione malese. Bene, signori, io brindo alla Tigre della Malesia!

Il pirata, soffocando uno scroscio di risa che gli montava alle labbra, vuotò la tazza ma nessuno lo imitò. Tutti guardarono Sandokan stupiti, mentre la giovanetta lo mirava con una specie di spavento colla tazza mezza vuota fra le mani. Ebbe un sospetto, ma si dileguò come un lampo.

– Ebbene, signori – disse il pirata con istrana intonazione che un attento orecchio avrebbe potuto trovare beffarda, – direte or voi, che il mio brindisi sia di cattivo gusto?…

– Infatti – disse il lord, – lo trovo di pessimo gusto. Sapete a chi avete brindato?

– A una tigre, mi sembra, alla Tigre della Malesia!

– E non sapete, che questo è il nome di un uom fatale, al quale ogni buon Inglese deve la sua parte di odio e di disprezzo, e pur voi la vostra? La Tigre della Malesia, è il nome del pirata di Mompracem!

– Ah! Quell’uomo formidabile, il padrone di questi mari, colui che fa tremare Borneo e Labuan, colui che m’ha cacciato una palla nel petto, si chiama la Tigre della Malesia! – esclamò Sandokan che assaporava la forza di quelle parole come la tigre assapora il sangue. – Ecco un brindisi ben strano, milord!

– Mille volte strano – disse l’ufficiale di marina che lo guardava fisso come cercasse di rammentarsi il luogo ove aveva o gli era parso di aver veduto quell’ardita figura. – Ma vi dirò, signore, che correte troppo; credo che invece di aver brindato alla Tigre della Malesia viva, abbiate brindato alla Tigre della Malesia morta.

– E che? Il terribile pirata, sarebbe adunque morto? – chiesero in coro i cacciatori.

– Vi ha da sperarlo – rispose flemmaticamente l’ufficiale. – Non avete udito parlare del combattimento avvenuto tre settimane fa, durante il quale le sorti della nostra nave furono sospese a un filo? I due prahos pirateschi, che ci abbordarono, si crede che fossero guidati dalla Tigre in persona.

– Ebbene? E così?

– Noi li abbiamo battuti, li abbiamo affondati quei legni, e non uno degli uomini che li montavano poté sfuggire al fuoco dei nostri cannoni, o se lo poté, in sì cattivo stato da non poter essere capace di guadagnare la costa. Se la Tigre era con essi, fu uccisa.

Sandokan, mentre l’ufficiale parlava, erasi bruscamente alzato. I suoi occhi balenavano come nei giorni di battaglia e le sue mani fremevano come stringessero ancora la scimitarra o il terribile kriss cento e cento volte tinto nel sangue del nemico. Egli si mise a ridere, d’un riso strano, satanico, beffardo.

– Voi avete parlato di due prahos pirateschi, non è vero? – chiese egli. – Quando io navigava verso Varauni, in vista di queste coste(3) li vidi entrambi. Potevano avere a bordo una quarantina d’uomini, una quarantina di pirati della più terribile razza che mi massacrarono l’equipaggio e mi allogarono una palla nel petto. Ero laggiù, sotto le foreste ferito, quando attaccarono la vostra nave.

– Ah! voi eravate là! – esclamò l’ufficiale con mal celata ira e guardandolo con diffidenza. – Avete assistito alla loro spaventevole rotta.

– Sì – rispose Sandokan beffardamente. – E confesso che se furono battuti, si batterono come tanti eroi.

L’ufficiale aggrottò la fronte e si morse le labbra. Stette un momento muto, poi volgendosi bruscamente verso il pirata che si era così storditamente cacciato in una via irta di spine:

– Quando siete stato ferito? – gli chiese.

– Il 24 aprile; il 27 sono arrivato delirando all’abitazione del lord.

– A quale distanza dalle coste di Labuan avvenne il combattimento fra voi e i pirati?

Sandokan non rispose; guardò fisso l’ufficiale. I loro sguardi s’incontrarono entrambi scintillanti, entrambi provocanti, entrambi diffidenti.

– Credo che mi sottoponiate ad un interrogatorio – diss’egli alfine.

– Oibò! – esclamò l’ufficiale cercando di dare un tono meno altero alla sua voce, – è una domanda che vi dispensa, se volete, dal rispondere. Mi meraviglio soltanto, come quelli della costa non abbiano udito il cannoneggiamento.

– Eravamo assai lontani da Labuan e il vento soffiava dall’est. Credo bene, colla mia palla nel corpo di aver fatto nuotando una dozzina di miglia.

– Del resto, che importano questi particolari – disse vivamente lord James. – Vinti o vincitori, i pirati non avranno lunga vita nel loro dannato covo, e non daranno molto da fare alla nostra nascente colonia che s’allarga ogni dì a dispetto di tutti i loro prahos e del loro capo. Guardate, amici, un brindisi per Labuan.

– Alla prosperità di Labuan! – risposero in coro i cacciatori alzando i bicchieri e vuotandoli in una volta.

– Alla prosperità di Mompracem! – rispose Sandokan rovesciando il suo sulla tavola.

– Oh! Oh! Mompracem! – esclamò il lord mentre l’ufficiale diventava pallido come un cadavere.

– E che? Avete dimenticato adunque, milord, i nostri progetti? – disse Sandokan ridendo. – Orsù, quando un’isola deve scomparire coi suoi abitanti merita bene un brindisi. Beviamo!

– Beviamo, allora beviamo! – risposero i cacciatori. – Un mese di vita per essa e poi la morte.

– La morte – ripeté Sandokan, e come essi vuotò sino all’ultima goccia il bianco liquore.

L’ora erasi fatta tarda. L’isola, dove le foreste presentavano ancora i medesimi pericoli come prima che venisse occupata, sia da parte delle tigri ancor numerose, sia da parte degli indigeni non troppo contenti dei nuovi padroni, percorrerla a ora troppo inoltrata non era prudente. Fu quindi da parte dei cacciatori che abitavano abbastanza lontano dato il segnale della partenza dopo i soliti ringraziamenti e le solite strette di mano, dove non andò esente Sandokan quantunque fremesse all’idea di stringere le dita alle giacche rosse. Alle dieci scendevano le scale dirigendosi verso i cavalli di già sellati che scalpitavano con impazienza. Il lord, la giovanetta e il pirata li accompagnavano.

– Signori – disse il lord, – io spero di vedervi fra breve per una nuova partita di caccia. Il mio amico che oggi ha dato saggio della sua portentosa valentìa nella caccia della tigre non mancherà di darne un secondo nella caccia del babirussa. Chi sa che voi, William, non siate più fortunato.

– Lo sarò – rispose il giovane ufficiale con voce sorda. – Ora avrei da farvi una preghiera.

– Parlate. Si tratta forse di intraprendere qualche caccia nei vostri domini?

– Non è ciò, milord. Se lo potete domani cercate di venir da me, si tratta di Labuan.

– Vi sarò – e il gentiluomo fece un passo indietro come per congedare i cavalieri, i quali partivano al galoppo.

Sandokan stette lì a guardare colui che portava il nome di William con ira mal repressa e si sentiva mordere, suo malgrado, il cuore da un lampo di gelosia.

Augurata la buona notte, dopo di aver stretto la mano della giovanetta che la sentì tremare nella sua, il pirata cupo e meditabondo si ritirò nella sua stanza. Egli si arrestò come altre volte dinanzi ai vetri delle fenestre colle braccia incrociate come solea fare quando qualche pensiero oscuro attraversava la sua mente, e gli occhi fissi sugli alberi del parco lievemente scossi dalla brezza notturna.

Il pirata era valoroso quanto perspicace. Trascinato dalla sua usuale temerità, nata da un gran disprezzo che aveva per quegli uomini che egli chiamava derisoriamente giacche rosse, aveva compreso che erasi gettato troppo storditamente in una via mille volte pericolosa, aveva compreso che aveva voluto troppo deridersi di essi facendoli brindare alla Tigre della Malesia e a Mompracem.

Lord James, che aveva viva affezione per lui, non poteva aver nutrito alcun sospetto sulla sua personalità, quantunque la sua comparsa su quelle terre e la ferita avessero dei punti che si legavano un po’ troppo chiaramente colla spedizione dei pirati e ancor più chiaramente colla disfatta subita dai prahos. Gli altri, i coloni, se avevano avuto qualche sospetto, potevano averlo bandito in gran parte, se non del tutto, essendo inammissibile che un lupo di mare come era il lord si fosse lasciato ingannare così grossolanamente; ma il giovane ufficiale di marina che aveva per di più un forte motivo per svelare il pirata, attinto nella rivalità e nella gelosia, poteva andare sino al fondo delle cose e improvvisamente smascherarlo.

Il pirata si era dato troppo a conoscere e in maniera da suscitare forti sospetti a un sagace. Quei brindisi, quelle parole la cui ironia, benché finemente nascosta, non poteva essere a tutti sfuggita, lo avevano gettato in un passo imbrogliato, in un passo che poteva chiamarsi più che pericolosissimo.

– Ho parlato troppo – mormorò il pirata abbandonando la fenestra. – Mi sono troppo beffato del nemico, ma non ho paura, sono sempre la Tigre della Malesia. Se uscirò da questo ginepraio senza malanni, avrò ben da ridere a Mompracem, quando racconterò ai miei tigrotti che degli Inglesi hanno brindato alla loro prosperità.

Si gettò vestito sul letto, non senza essersi prima assicurato che il suo fedele kriss, appena tinto nel sangue della tigre di Labuan, era a portata della sua mano e s’addormentò sognando.

Si svegliò che il sole, facendo capolino fra il fogliame dei grandi alberi, penetrava nella stanza attraverso i vetri.

Sorseggiò una gran tazza di the portatogli da un indigeno e scese nel parco dove trovò il lord che stava per salire a cavallo onde trovarsi per tempo all’appuntamento dell’ufficiale. Il pirata lo guardò attentamente in volto come volesse leggergli negli occhi. Il volto del lord era calmo come il solito.

– Siete mattiniero, mio giovane amico! – domandò il lord salutandolo spigliatamente.

– Infatti, milord, il dormire non è fatto per gli uomini di guerra. E che? A cavallo sì presto!

– Ecco, ciò che mi annoia è che per mia disgrazia dovrò lasciarvi solo. Ma non perdete tempo e cercate se è possibile di scovare qualche bel babirussa nei boschi o di abbattere qualche dozzina di tucani che non mancano nel fondo del parco. Mia nepote dopo il mezzodì verrà pur essa a cacciare e sarà orgogliosa di cacciare a fianco di un Malese, che spedisce così freddamente le tigri all’inferno.

– E dal canto mio sarò felice di avere una sì graziosa compagna – disse Sandokan che fremette di gioia al pensare di trovarsi assieme a lei. – Non perderà il tempo inutilmente con me, e se la fortuna mi sorriderà, mi terrò obbligato a regalarle una seconda pelle di tigre.

– Non fidatevi troppo, amico mio – disse il lord. – Voi siete troppo impetuoso, vi gettate troppo perdutamente fra le unghie della tigre che potrebbe dilaniarvi. Non abbiate fretta; i boschi sono ancora là a dar rifugio alle terribili belve, i miei amici hanno sempre dei moschetti pronti e della buona volontà per venirmi a trovare; fra non molto imprenderemo una seconda caccia contro un’altra tigre.

– E non pensate voi, milord, che il tempo vola? – disse Sandokan.

– E che monta? Siamo ancor giovani, e le tigri sono sempre là ad aspettarci.

– Non è ciò che io dico. Avete dimenticato che un dì o l’altro bisognerà partire?

– E che, avete forse fretta d’abbandonarmi? Il vostro paese è in pace, per cui non richiede il vostro braccio, i pirati di Mompracem sono annidati e non hanno voglia di abbandonare i loro dannati covi: casa mia è casa vostra. Rimanete finché non vi dispiace; quando la noia ci prenderà entrambi, allora ci metteremo in mare, e allora ricomincieremo la vera vita che cerchiamo entrambi.

– Sarebbe ridicolo da parte mia se rifiutassi una tale offerta o se insistessi ancora. Sono vostro ospite, milord, e sarà dovere da parte mia di contraccambiarvi quando approderete alle mie terre.

– Ora che ci siamo compresi, arrivederci, amico mio. Questa sera, del resto, io sarò di ritorno.

– Buon viaggio, milord – rispose Sandokan.

L’Inglese spronò il cavallo e uscì dal parco prendendo un sentiero che conduceva a Vittoria. Il pirata lo seguì collo sguardo fino a che scomparve dietro gli alberi e quando si rivolse una profonda ruga segnava la sua fronte. Egli porse orecchio al galoppo del cavallo che andava allontanandosi, col cuore oppresso e in preda a una viva inquietudine.

– È partito – mormorò egli e il pirata per la prima volta in vita sua sospirò per quell’Inglese che lo aveva curato colla sollecitudine di un padre, che l’aveva ospitato in casa sua senza conoscerlo, che lo aveva forse amato e più di tutto che lo aveva tratto sulla via di Marianna.

Egli si mise a percorrere il parco con passo agitato, incerto, passandosi spesso la mano sulla fronte come volesse scacciare un nero pensiero, e finì col sedersi sul medesimo tronco d’albero atterrato dove aveva veduto seduta la giovanetta, mormorando con un tono di voce che aveva perduta la beffarda intonazione della Tigre:

– Via!… Se lo avessi a trovare dinanzi a me colle armi in pugno, da fiero nemico, lo risparmierò!…

Il suo sguardo acceso da una cupa fiamma si rasserenò. Le sue mani presero involontariamente la mandola di Marianna; nel toccare le corde, si sentì come elettrizzare.

– Era qua, nel medesimo luogo ove io mi trovo, bella, divina, quel giorno che io stoltamente meditavo la fuga!… Mi sembra ancora un sogno di amarla, io, che ignorai sempre che fosse libare nella tazza dell’amore per libare nella tazza colma di sangue umano!… Chi, chi avrebbe detto, che la terribile Tigre della Malesia un dì avesse ad amare?

“E l’amo, e l’amo, e l’amo!… Vi ha del fuoco nelle mie vene, del fuoco nel mio cuore, del fuoco nel mio cervello, del fuoco nelle mie ossa!… Sono tutto fuoco, che la passione sempre più attizza, man mano che il mio amore per quell’essere divino ingigantisce.

“E l’amo, e l’amo, e l’amo, come giammai uomo alcuno amò, e tanto che per lei mi farei Inglese, che per lei mi farei schiavo, che per lei abbandonerei la burrascosa vita dell’avventuriere per la quale ho sacrificato un terzo della mia vita, che per lei sarei capace di maledire questo mare, che considero come sangue delle mie vene!… Il terribile pirata, la Tigre della Malesia, sarebbe capace di scomparire colla sua potenza a un sol cenno di lei, tanto è grande l’amore che nutro per la Perla di Labuan.

Egli chinò la fronte sulle mani e stette lì meditando. D’un tratto si rizzò fremente, coi pugni convulsamente stretti, gli occhi stravolti.

– E se rifiutasse il pirata!… – esclamò egli con voce che sibilava fra i denti. – Oh! non è possibile! Non è possibile! Se lei avrà orrore del baratro, nel fondo del quale urlano cento vittime, lo colmerò. Se avrà orrore del fiume di sangue umano che mi circonda, lo berrò tutto!… Dovessi vincere Borneo intera per darle un regno, dovessi immolare altre cento vittime, dovessi dar fuoco a Labuan e calpestare il cadavere del lord… sarà mia, mia, mia!

Il pirata si era messo a camminare, col volto trucemente sconvolto, le labbra semi-aperte come assaporasse di già il sangue delle nuove vittime che si proponeva immolare per far felice e potente colei che amava. Percorse il parco in tutta la sua lunghezza, tutto concentrato in tenebrose idee e finì col sedersi ancora sul tronco atterrato presso la mandola.

Non vi rimase che dieci secondi. Una voce a lui ben nota, che sapeva trovare la via del cuore anche attraverso le tempeste che la circondavano, lo fece balzare in piedi.

Egli indietreggiò fino al tronco di un albero barcollando come ubbriaco, pallido, tremante. In trent’anni il pirata non aveva provato emozione simile. La giovanetta, abbigliata da cacciatrice, coi capelli sciolti, lo sguardo animato, le guancie soffuse di un colorito roseo, moveva verso di lui seguita da un indigeno armato sino ai denti.

– Ah! mio prode amico – diss’ella sorridendo leggiadramente. – La poesia dei fiori sarebbe forse attraente anche per un guerriero del vostro stampo?

– Milady, la poesia è il fiore dei forti – rispose il pirata rimettendosi prontamente e portando galantemente alle labbra la mano che la giovanetta gli tendeva. – A quale fortuna questa visita?

La giovanetta trasalì; una vampa le salì in volto e guardò commossa il pirata, dopo di aver gettato un’occhiata sospettosa all’intorno. Accostò il dito alle labbra come per intimargli il silenzio.

– Venite – disse con un filo di voce.

Afferrò per una mano il pirata, che si lasciò condurre dove ella volle, come un fanciullo.

La giovanetta lo condusse in un piccolo chiosco chinese semi-nascosto fra un boschetto d’aranci e contornato da graticci di bambù.

Ella si lasciò cadere su di un divano di raso rosso facendo cenno al pirata di sedersele accanto. L’indigeno restò di guardia al di fuori colla carabina montata.

Era tanto bella così, coi capelli profumati sciolti sulle spalle, pallida per l’emozione, cogli occhi che brillavano di uno strano fulgore, che il pirata ne fu affascinato.

– Ascoltate – disse la giovanetta, facendo uno sforzo. – Ieri sera vi ho udito… avete lasciato uscire dalle vostre labbra delle parole… delle strane parole, che mi colpirono sinistramente, dolorosamente… Amico mio, m’è balenato nel cuore un sospetto… Oh! strappatemi questo terribile sospetto! Ditemi, mio prode amico: se la giovanetta che nei momenti di dolore vi ha alleviato le vostre pene, se colei che voi diceste d’amare, vi chiedesse una confessione, la fareste voi?

Il pirata, che mentre la giovanetta parlava erasi avvicinato tanto che il profumato respiro di lei accarezzava come alito profumato l’abbronzato suo volto, nell’udire le ultime parole, si ritrasse vivamente indietro. I suoi lineamenti si scomposero trucemente. Parve che vacillasse sotto un improvviso colpo.

– Milady! – disse d’un tratto dopo alcuni momenti di perplessità, afferrando appassionatamente le mani di lei. – Milady! Per voi tutto mi sarebbe possibile. Parlate: se vorrete un regno andrò a rovesciare un re per darvelo, se ho da vendicarvi andrò a mettere a ferro e a fuoco la terra che voi mi designerete e ne scannerò gli abitanti, se dovrò farvi una rivelazione, per quanto sia essa terribile, io, la Tigre, la farò!…

Marianna alzò gli occhi su di lui. I loro sguardi egualmente espressivi, quello del pirata scintillante che mandava bagliori sinistri, e quello della giovanetta lagrimoso e supplichevole s’incontrarono. Si guardarono per alcuni istanti in silenzio, entrambi in preda ad una viva emozione e ad un’ansietà che per loro era nuova.

Marianna per la prima ruppe quell’incanto, che poteva pur chiamarsi fascino.

– Non ingannatemi, mio prode amico – diss’ella con voce soffocata. – Qualunque voi siate, l’amore che mi nacque per voi non si spegnerà. Re o bandito, vi amerò egualmente!

Un profondo sospiro che parve un sordo ruggito uscì dalle labbra del pirata. Egli cadde alle ginocchia della Perla di Labuan.

– Ah! – esclamò, con voce tremula. – Quanto sei generosa, adorata Marianna! È il mio nome adunque, il mio vero nome che vuoi sapere, creatura celeste? Bene, amor mio, se ti ho ingannato ieri non t’ingannerò più mai.

– Sì, amico mio, il tuo nome, il tuo nome!

Sandokan si passò a più riprese la nervosa mano sulla fronte madida di sudore. Le vene del collo gli si gonfiarono prodigiosamente come sotto uno sforzo violento.

– Odimi, Marianna, – diss’egli, con selvaggio tono, – vi ha un uomo che impera su questi mari che egli chiama suoi, vi ha un uomo che è il flagello di queste coste, un uomo che fa tremare tutti gli abitanti di queste isole, un uomo che seco trasse centinaia e centinaia di vittime, che tinse più di cento volte il suo ferro nel sangue, vi ha un uomo in questi mari, il cui nome suona come una campana funebre!… Marianna, hai tu mai udito parlare della terribile Tigre della Malesia? Guardami in volto, guardami Marianna. Io sono la Tigre!…

La giovanetta mandò involontariamente un grido d’orrore e si coperse il volto colle mani. Un ruggito eruppe dalle frementi labbra del pirata. Egli tese le mani supplicanti verso di lei.

– Marianna! – esclamò egli con voce strozzata. – Non respingermi, non maledirmi, non ispaventarti. Fu la fatalità che mi trascinò a diventare pirata, fu la fatalità che mi pose questo terribile nome di Tigre della Malesia, come fu la fatalità che mi fece diventare sì tremendo, si feroce. Gli uomini furono inesorabili con me, che nulla aveva a loro fatto spingendomi mio malgrado a scegliere questa carriera piena di sangue e di vittime. Sì, fui assassino, fui senza pietà, fui sanguinario, odiai e odiai come giammai creatura umana odiò; ma gli uomini del mio cuore ne avevano fatto un vaso ricolmo di fiele e di vendetta che voleva uno sfogo. Era ricco, era potente, aveva un regno, aveva sudditi, e loro tutto mi tolsero, e avvelenarono le mie più care felicità. Non aveva io forse diritto di vendicarmi di questi uomini che furono con me senza pietà? Qual delitto commetto io? Forse quello di comprendere nelle mie rappresaglie tutti gli uomini indistintamente?

“E non sono pure inesorabili anche gli altri? Non mi danno la caccia su tutti i mari, come se io fossi una belva feroce, perché io mi vendico contro coloro che mi morsero il cuore? Non cercano tutti i mezzi possibili per annientare questa mia potenza che mi son fatta col mio coraggio? Marianna! Marianna! dillo tu, se io non aveva il diritto di vendicarmi di questi uomini. Dillo tu, dillo!…

– Sì! Sì! – esclamò con voce soffocata la giovanetta, che sentì allora di amarlo più che mai.

– Ah! tu confessi adunque che io non sono un assassino, che io non sono un miserabile. Tu confessi adunque che la Tigre della Malesia è degna d’amarti? Dimmi colle tue labbra divine che tu mi ami e io, la terribile Tigre, divento tuo schiavo!

– Sì, Sandokan. Ti amo! Ti amo e più oggi che ieri!

Il pirata l’attirò a sé e la circondò colle braccia tremanti. Un lampo di sconfinata gioia illuminava il suo truce volto, e le labbra, quelle labbra da tigre che avevano bevuto sangue umano, si apersero ad un sorriso di indefinibile felicità.

– Mia, tu sarai mia adunque! – esclamò egli con voce appassionata, ardente, accarezzevole. – Tu sarai della Tigre della Malesia, del pirata! Parla ora, Marianna, parla che io sono tutto tuo. Vorrai essere regina? Non avrai che a parlare e io diverrò tanto forte da farmi re per darti una corona e un regno. Vorrai essere ricca, la più ricca del mondo? Non avrai che da aprire le labbra e io andrò a saccheggiare l’India per coprirti di diamanti, di oro e di perle. Vuoi, perché abbi ad amarmi senza paura, che io mi faccia Inglese? Io, che odio tremendamente i tuoi compatrioti, mi farò Inglese. Vuoi che io abbandoni la mia sinistra carriera e il pirata scompaia dal mondo? Andrò a incendiare i miei prahos perché non abbiano più a corseggiare; andrò a inchiodare i miei cannoni perché non abbiano più a ruggire; andrò a struggere il mio covo sulla mia amata Mompracem e tradirò i miei compagni, il mio stesso fratello Yanez e il pirata, la Tigre si eclisserà, morrà. Dimmi ciò che vuoi, chiedimi l’impossibile e io lo farò. Per te, mi sentirei capace di sollevare l’intero mondo e di precipitarlo attraverso gli spazi del cielo!…

La giovanetta si chinò verso di lui sorridendo, cingendo con le bianche manine la sua testa.

– No, Sandokan – diss’ella commossa. – No, mia valorosa Tigre. Non ti chiedo che di amarti e di concedermi un lembo di terra lontana da questi luoghi che per entrambi sono irti di pericoli, un lembo di terra dove possiamo amarci senza paure.

– Sì! Sì! – esclamò il pirata delirante. – Sì, se tu vorrai, io ti porterò lontano lontano da questi luoghi che ridestano in entrambi dolorosi ricordi, tanto lontano che ogni pericolo per me scompaia, tanto lontano da non udirne parlare più mai, né della mia Mompracem, né della tua Labuan. Ti porterò su una di quelle isole solitarie, in uno di quegli eden che tu vai sognando, dove noi potremo andare assieme e danzare sulle onde del mare fra le brezze del levante, unico mio ricordo, e dove potremo andar a danzare sotto le foreste poetiche, tua unica rimembranza di Labuan. Parla, dillo, e io ti porterò lontano da questi luoghi e da questi popoli, dove dimenticati, ma felici, potranno vivere assieme, come due colombi innamorati, il terribile pirata che si è lasciato dietro torrenti di sangue e la gentile Perla di Labuan, dove una lagrima saranno i nostri dolori, un sospiro i nostri ricordi, un bacio le nostre gioie! Oh! dillo Marianna, che tu verrai!…

– Sì, mio valoroso Sandokan, io verrò, io verrò!… Senti ora, senti amico mio. Ti sovrasta un pericolo, ti sovrasta una scure. È orribile, ma i miei compatrioti hanno sete del tuo sangue e ti tendono un agguato.

Il pirata indietreggiò bruscamente guardando con due occhi spaventati la giovanetta.

– Marianna!… Marianna!… – gridò egli.

– Sandokan – continuò Marianna con maggior emozione. – Se io ti chiedessi un sacrificio, se io ti pregassi per compierlo, lo faresti tu?

– Tu mi fai paura, Marianna! Dimmi ciò che vuoi, e per quanto questo sacrificio sia terribile, te lo giuro, io lo compirò.

– Sandokan, ti si tende un agguato, ti si prepara un tradimento. Io tremo per te, io ho paura. Parti, mio prode amico, parti… Io lo voglio.

– Partire? Partire? – esclamò Sandokan con disperato accento. – Ma io non ho paura! Sono la Tigre!

– Sandokan, ti prego, parti finché ne hai il tempo. Mi pare di vedere i miei compatrioti correre per le foreste anelanti del tuo sangue. Ah! Sandokan, bisogna che tu parta, che tu ritorni alla tua isola. Ho dei sinistri presentimenti.

Per tutta risposta Sandokan si precipitò su di lei e la sollevò. La sua faccia poco prima commossa aveva preso una truce espressione; i suoi occhi balenavano, le sue tempie si gonfiavano e le labbra lasciavano vedere i denti.

– Quanto sei bella!… Quanto sei bella!.,.. – esclamò egli con istrana voce. – Marianna! tu mi metti il fuoco nelle vene.

Le sue avide mani parvero volessero lacerare i tessuti. Poi dette indietro come spaventato.

– No, No! – ripeté egli con voce strozzata. – Rimango! Rimango!… Rimango!…

Egli stette lì per alcuni istanti a mirarla col volto maggiormente cupo, poi facendo un improvviso voltafaccia, preso chi sa da quale bizzarria, si mise a fuggire pel parco febbricitante, e scagliossi nella foresta ruggendo come la tigre di cui portava il nome, varcando ruscelli, alberi atterrati e cespugli quasi da credere che fosse diventato pazzo.

Il pirata non si arrestò che alla riva del mare ancora colla febbre indosso, senza sapere come si trovasse là, poi ritornò indietro attraversando ancora la foresta, smarrendosi dieci volte di seguito, perdendo mezza giornata nell’uscirne e ritornò alla villa al cader del giorno. Egli domandò del lord.

– Non è arrivato – rispose uno degli indigeni, che ebbe paura di quell’uomo che pareva proprio pazzo.

– Bene, lo aspetterò.

Salì nel salotto senza prendere nulla. La giovanetta era là, inginocchiata dinanzi a una immagine colle mani congiunte. Il pirata vide due lagrime, due perle, solcare a lei le guancie e sentì il cuore sanguinargli.

– Marianna! – esclamò egli. – È forse perché io sono un pirata che tu piangi?…

– Tu qui? – gridò la giovanetta. – Sandokan, parti… ho paura… ritorna a Mompracem, ritorna!

– Paura? La Tigre della Malesia è qui: non piangere Marianna, non mi avranno.

In quell’istante si udì il galoppo di un cavallo, che si avanzava nel parco. Sandokan, senza sapere il perché, trasalì e portò la mano al kriss. La giovanetta si alzò con ispavento.

– Eccoli! Sono essi! Fuggi Sandokan… fuggi!

– Io! Io!…

La voce del lord risuonò sulle scale. Sandokan fiero, ma calmo, gli mosse incontro.

Lord James entrò, ma non era più lo stesso uomo partito alla mattina. Le rughe della sua fronte erano più profonde che mai, lo sguardo torvo, e vestiva la divisa di capitano di marina. Egli respinse con un gesto sdegnoso la mano che gli porgeva il pirata.

Sandokan impallidì e sentì il sangue affluirgli al viso. La giovanetta gettò un grido di spavento.

– Se io fossi stato un uomo come voi – gli disse il lord con accento freddo e sprezzante, – anziché domandare ospitalità a un nemico mi sarei lasciato morire nel fondo di una foresta. Ritirate quella mano lorda del sangue di cento vittime e gettate quel pugnale che vi disonora!

– Signore! – esclamò Sandokan, che capiva ormai di essere stato scoperto e che si apparecchiava a vendere caramente la vita. – Non toccatemi; la Tigre della Malesia potrebbe mordere la mano che l’ha guarita.

– Non un accento di più in mia presenza. Andate! – e il lord gli additò la porta.

Il pirata gettò uno sguardo sulla giovanetta inginocchiata dinanzi all’immagine, in preda allo spavento, semi-svenuta. Fe’ atto di precipitarvisi sopra, ma si frenò, ammutolì, e a lenti passi col portamento di un rajah, colla mano dritta sull’impugnatura del kriss e la testa alta, si diresse verso la porta, discese le scale, e soffocando i battiti del cuore giunse al parco. Allora gettò un vero ruggito e impugnò il kriss la cui lama scintillò ai raggi della luna.

A duecento passi lontano, dinanzi alle palizzate del parco si estendeva una linea di soldati pronti a piombare su di lui al primo squillo di tromba. Egli si arrestò sull’ultimo gradino.

CAPITOLO XI

La caccia al pirata

Se fosse stato in altri tempi, a quei tempi dove libero d’ogni legame si chiamava la Tigre della Malesia, il pirata, quantunque male armato e di fronte ad un nemico cento volte più numeroso, non avrebbe esitato un sol istante a gettarsi sulle punte delle baionette e aprirsi una strada in mezzo alle palle.

Ma ora aveva una giovanetta che lo aspettava ansante, ma ora la sua vita era impegnata, ora amava, ora non era più libero e non si poteva sforzare il passo irto di pericoli colla sicurezza di uscirne vittorioso. Vinto e prigioniero sarebbe stato per lui la morte ignominiosa sulla forca degli assassini e forse la morte di lei.

Ma non si smarrì. Per quanto i pericoli fossero giganteschi egli era l’uomo che non aveva paura. Tradito slealmente dal lord, che dopo averlo cacciato dalla sua casa lo gettava fra le braccia dei sanguinari Britanni che anelavano di vedere il suo sangue, non gli restava che di battere in ritirata e giuocare d’astuzia. La giovanetta lo avrebbe aiutato.

Non poteva ancora essere stato scorto dai soldati appostati lungo le palizzate del parco dietro gli alberi e i cespugli. Egli risalì le scale col kriss in mano ed entrò nel salotto dove il lord, poco prima, gli aveva additato la porta.

L’Inglese era ancora là dove l’aveva lasciato, colle braccia incrociate, e un sorriso freddo, sdegnoso sulle labbra. Solo la giovanetta era scomparsa.

– Milord! – disse Sandokan con voce rauca. – Se io vi avessi ospitato, se vi avessi onorato della mia amicizia, e poi conosciuto per un figlio delle giacche rosse, vi avrei additato la porta, ma non tradito. Laggiù, imboscati sulla medesima via dove io passerò, vi sono degli uomini. Non attendono che un segnale per gettarsi sulla Tigre disarmata.

“Vergogna; cento codardi guidati da un uomo sleale contro un solo pirata!

– Signore! – esclamò il lord rialzando fieramente il capo. – Non disonorate più oltre la mia casa colla vostra presenza. Voi che mi chiamate sleale, voi, che chiamate codardi degli uomini che hanno sfidato il fuoco in venti battaglie, siete un miserabile! Siete un assassino, perché assassinate vigliaccamente la gente inoffensiva, siete un ladro perché derubate onesti trafficanti, siete un codardo perché indietreggiate dinanzi a una baionetta.

La Tigre della Malesia a quei sanguinari insulti si scagliò sul lord, fremente d’ira, cogli occhi iniettati di sangue, col kriss alzato. Egli si mise a sogghignare atrocemente.

– Voi avete mentito! – gli urlò agli orecchi. – La Tigre mai saccheggiò pel solo capriccio di saccheggiare, mai assassinò gente inoffensiva, mai bevette il sangue di un uomo che non fu suo nemico. Mille voci si alzeranno in ogni tempo a difendermi: le voci delle donne che io sbarcai libere sulle coste senza aver torto capello, le voci di quei marinai che io lasciai sfuggirmi di mano perché non tanto forti da pugnare con me, le voci di coloro che mi videro in cento pugne primo all’attacco e ultimo nella ritirata. Ritirate quegli insulti, ritirate quelle parole, milord. Sarei capace di dimenticarmi di ciò che vi dissi un giorno quando mi curaste. Sarei capace di mordere la mano che mi guarì!

– Tacete! Uscite da questa casa, uscite vi dico – gridò il lord, che perdeva la flemma britannica.

– Per gettarmi sulle punte delle baionette, non è vero, milord? – disse Sandokan beffardamente.

– Ma che pretendete adunque da me?

– Che facciate indietreggiare quei soldati e che si lasci libero il passo alla Tigre della Malesia. Non rifiutatelo: sarei capace di barricarmi in questa villa che voi dite che io disonoro, e darle fuoco e bruciarla con me anziché arrendermi. Guardatevi, milord, guardatevi. La Tigre ha sete di sangue umano.

– A noi due adunque, Tigre della Malesia – urlò il lord, – a noi due; uno o l’altro dovrà morire.

Il lord aveva tratto la sciabola. Il pirata impugnò il kriss. I due nemici, terribili nemici, colle armi in pugno si guardarono fieramente provocandosi collo sguardo.

– Lo sapeva io, che lo sleale gentiluomo, dopo avermi tradito, mi avrebbe assassinato – sogghignò Sandokan facendo un salto indietro. – Orsù, milord, i momenti sono preziosi. Fate ritirare i vostri uomini.

Per tutta risposta l’Inglese fece una brusca mossa e si portò dinanzi alla porta sbarrandola colla sciabola, poi strappando da un chiodo un corno da caccia, mandò una nota prolungata.

– Ah! traditore! – esclamò Sandokan, che sentì il sangue ribollirgli per l’ira.

– È tempo, sciagurato, che la Tigre cada nelle nostre mani. Fra due minuti i miei uomini saranno qui, fra cinque daranno l’assalto, fra ventiquattr’ore il pirata sarà morto.

Sandokan mandò un sordo ruggito. Con un salto felino s’impadronì di una pesante seggiola, la sollevò sopra il suo capo e si slanciò sulla tavola. Faceva paura.

In quell’istante si udì al di fuori lo squillo di una tromba seguita subito da un grido straziante.

– Sandokan! Sandokan! – gridava una voce, che il pirata riconobbe in quella di Marianna.

– Sangue!… Sangue!… – urlò egli, e scaraventò la seggiola contro il lord precipitandovisi dietro.

Arrivò un secondo dopo, nel momento che il lord stordito dall’urto stava per abbandonare la posizione ritirandosi nel corridoio. Egli vi cozzò col capo e con tal violenza da rovesciarlo di colpo al suolo. La Tigre della Malesia alzò il kriss su di lui, sogghignando.

– Uccidimi, assassino! – gli disse freddamente il lord.

– Rammentatevi ciò che vi dissi alcuni giorni fa – disse il pirata, abbassando l’arma.

Gli strappò la sciabola, l’impugnò, cacciossi il kriss fra le labbra, e, senza aggiungere parola, slanciossi nel corridoio sbarrando la porta dietro di sé.

– Marianna!… Marianna!… – esclamò egli movendo verso la stanza della giovanetta.

– Sandokan! Sandokan! – gridò ella precipitandosi fra le sue braccia.

Il pirata gettò un urlo da tigre ferita e la strinse furiosamente al petto.

– Fuggi, Sandokan!… Ho veduto i soldati!…

– Li ho veduti, amor mio. Ma non avranno viva, no, la Tigre della Malesia.

Egli la trasse verso la fenestra, e la contemplò un istante al chiaro di luna, delirante, fuori di sé, ebbro d’amore.

– Sandokan, abbi pietà di me, fuggi! Ho veduto le punte delle baionette! – esclamò ella.

– Marianna!… Marianna, sarai mia non è vero? Sempre mia, del pirata, della Tigre?…

– Tua, sempre tua, Sandokan – mormorò la fanciulla, che si sentiva venir meno.

Il pirata accostò le sue labbra a quelle di lei, poi rizzandosi con un lampo d’orgoglio:

– Ora a me, cani d’Inglesi! Io mi batto per lei!…

Baciò un’ultima volta la giovanetta caduta in ginocchio, scavalcò il davanzale e mentre gl’Inglesi si avanzavano battendo la carica, precipitossi dalla fenestra e si cacciò in mezzo ai cespugli senza essere stato scorto.

Gl’Inglesi in grosso numero, che il pirata stimò più di cinquanta, dopo il segnale dato dal lord col corno da caccia, avevano subito marciato sulla villa formando un vasto cerchio che andava man mano restringendosi, fino a render impossibile la fuga dell’assediato che stretto fra un cerchio di baionette e avviluppato in una rete di fuoco avrebbe dovuto infallibilmente arrendersi. Un comandante, che Sandokan riconobbe subito per colui che il lord aveva chiamato col nome di William, li guidava facendo a loro frugare i cespugli quando diventavano troppo fitti, animato senza dubbio più dalla gelosia e dalla vendetta che dal dovere, prendendo tutte le precauzioni possibili, perché l’aborrito rivale non potesse sfuggire o gettarsi improvvisamente sui suoi soldati.

Il pirata, ancor col cuor oppresso e dilaniato dalla passione, ma ben deciso ad uscir vincitore da quella lotta ineguale preparatagli slealmente da lord James, o almen morire eroicamente dopo di aver venduto ben raramente la vita nascosto fra fitti cespugli, a duecento metri dalle palizzate del parco, rimaneva immobile senza fiatare, rattenendo l’ira che gli rumoreggiava nel petto e comprimendo i battiti del cuore.

Aveva dinanzi a sé un nemico cinquanta volte più numeroso, un nemico che non gli avrebbe dato quartiere fuorché per vederlo danzare all’estremità di qualche albero con una corda al collo, che spiava i minimi nascondigli, movendo innanzi coi fucili spianati diretti verso la casa dove supponevano che ancor si tenesse nascosto.

Sapeva che per vincere, per isfuggire alla mortal stretta, alla cerchia d’armi e d’armati, bisognava giuocare d’astuzia, spiare l’istante per aprirsi il passo col ferro in pugno, supplire coll’audacia la forza che mancava dinanzi a tanti leoni.

Una volta sfuggito alle loro palle, avrebbe saputo ben lui far ismarrire le sue traccie laggiù sotto le fitte foreste a dispetto di tutti gl’Inglesi di Labuan, a guadagnare le coste per quanto ben guardate fossero dagli incrociatori e mettersi in mare navigando verso Mompracem, sia su di una canoa scavata colle proprie armi o sopra di un prahos. Una volta raggiunti i suoi lidi, la sua isola, il suo covo, avrebbe saputo ben lui allora ritornare per rivedere Marianna, la Perla di Labuan.

– Avanti cani, avanti figli di una razza maledetta! – mormorò egli afferrando la sciabola. – La Tigre della Malesia non trema dinanzi a cinquanta leoni armati e ruggenti; la Tigre non si lascia vincere due volte né si lascierà prendere viva. Meglio cader pugnando da eroe coll’armi in pugno su di un cumulo di cadaveri, sotto gli occhi di lei, col nome di lei sulle labbra, anziché cadere nelle loro mani.

“Venite, venite a disputarmi la vita se avete del coraggio, venite a disputarmi la libertà, vieni tu, William, a disputarmi la giovanetta dagli occhi azzurri: troverete la Tigre! Mille uomini, in questo istante che io porto con me la promessa di lei, in questo istante che il suo sguardo lagrimoso mi segue, in questo istante che anelo la vendetta, non saprebbero arrestarmi. Mille cannoni non sarebbero capaci di sbarrarmi la via, mille navi non sarebbero capaci d’arrestare la mia canoa: mi sento tanto forte da pugnare con l’Inghilterra tutta!

Il pirata così parlando digrignava i denti e sentiva mille lingue di fuoco guizzargli nel petto, e mirava con occhio truce gl’Inglesi che si avanzavano passo a passo, fremendo tutto di gioia al pensiero di tuffar le armi nel loro sangue e sotto gli occhi di lei, pugnare col nemico così numeroso. Quando li vide a venti passi dai cespugli, si rizzò sulle ginocchia raccogliendosi su sé stesso come la tigre che sta per avventarsi sulla preda.

– Avanti! Avanti! – mormorò egli con indefinibile espressione di odio e di ferocia.

Il cerchio andava restringendosi sempre più man mano che si avvicinava all’abitazione del lord dalla quale non usciva il più piccolo rumore, tanto da credere che gli abitanti si fossero dati alla fuga o fossero caduti sotto il ferro del pirata. Quel silenzio pareva preoccupare vivamente i soldati, che tendevano l’orecchio con un misto di ansietà e di timore, esprimendo le loro opinioni e i loro terrori con voce sommessa.

– Che il nostro uomo abbia fatto un massacro di tutti gli abitanti? – diceva un soldato.

– Si sarebbe udita qualche moschettata, qualche grido, qualche altro segnale – diceva un altro.

– Eh! – saltò su a dire un Irlandese riconoscibile per la sua pronuncia. – I pirati sono come i gatti, saltano, graffiano e fuggono senza far rumore. Non sarei sorpreso se egli avesse preso di già il volo.

Gl’Inglesi si avvicinarono ancora di alcuni passi gettando uno sguardo sospettoso sulla casa. Il pirata si raccolse, allontanò senza far rumore i rami, e misurò la distanza stringendo come una morsa la sciabola e facendo passare il kriss dalle labbra alla mano sinistra. Egli stava per avventarsi su di essi e aprirsi il passo attraverso le punte delle baionette, quando il corno da caccia di lord James risuonò.

– Ancora un segnale! – esclamò il pirata rattenendo lo slancio.

Il cerchio dei soldati si arrestò quasi subito. Il tamburo batté la carica rumorosamente.

– Ah! Il pirata è imboscato attorno la casa, adunque? – disse un soldato. – Non li ha ammazzati.

– La Tigre non ci sfuggirà. Attenti, giovanotti, passo rapido ma sicuro, orecchio e occhio in guardia e pronti a cacciare mezzo piede di lama nel carcame di quel miserabile – comandò un caporale.

Il pirata guardò quell’uomo attraverso il fogliame e sorrise là sotto, dinanzi al nemico che lo avrebbe crivellato di ferite se lo avesse potuto scorgere, e accarezzando la lama della sua sciabola strappata dalle mani di una giacca rossa fissò il sanguinoso sguardo in quello dell’insultatore.

La carica si batté accompagnata da squilli di tromba. I cinquanta uomini si precipitarono innanzi rapidamente attraverso i cespugli movendo verso la villa. Il pirata misurò la distanza alzando la sciabola. Non li aspettò. Si rizzò tra i rami come una spaventevole apparizione, fece un salto di dieci passi da invidiare una tigre, piombò come un lampo sul nemico che si avanzava coi fucili montati, spaccò in due la testa del caporale facendone schizzar le cervella e scomparve sotto gli alberi ancor prima che gli Inglesi potessero riaversi dall’inaspettato attacco. Aveva le ali ai piedi; il pericolo raddoppiava la velocità.

Se non riusciva a porsi in salvo nei boschi dopo di aver varcate le palizzate prima che il nemico pensasse ad organizzare in furia un inseguimento, quella fuga poteva diventargli fatale. Si slanciò sul recinto con un solo salto aggrappandosi ai rami degli alberi e si gettò sulle rive dello stagno, lo passò a guado in meno di quello che lo si dica e si diede alla fuga nel mezzo della foresta, protetto dalle tenebre senza pensare che a frapporre tra sé ed i suoi nemici la maggior distanza possibile.

Nel momento che egli eseguiva quel secondo salto non meno ammirabile del primo sulla palizzata, gli Inglesi si erano lanciati come un sol uomo sulle sue traccie.

Egli li aveva uditi, aveva raccolte le loro grida di furore e le detonazioni delle loro armi, le cui palle recidevano i rami degli alberi e si schiacciavano contro i tronchi, ma ormai se ne rideva del loro numero e della superiorità dei mezzi.

Libero nella foresta dopo essere quasi miracolosamente fuggito a un pericolo sì grande nel momento in cui credevano di averlo nelle mani, non li temeva più, là, sotto gli alberi dove aveva agio di spiegare le astuzie della tigre, di far perdere le sue traccie ai più fini segugi, di opporre la rapidità al numero, il valore alla forza preponderante di quei che anelavano di vendetta, che volevano il suo sangue. Che importava a lui che tutta Labuan si mettesse in caccia quando era libero, armato, quando a ogni passo avea un rifugio, un nascondiglio impenetrabile, un mare che egli considerava come un amico, una giovanetta che gli soffiava all’orecchio la parola: t’amo? Non sarebbero stati capaci, no, di afferrare la Tigre della Malesia viva in mezzo al suo elemento, là, dove si preparava a lottare con quella ferocia che spaventava i più coraggiosi, dove si correva pericolo di vederla sorgere sotto a ogni cespuglio, sotto ogni ramo o piombare dall’alto degli alberi e dove toccava colpire.

– Mi si venga a trovare sotto le foreste, mi scovino questi miserabili cacciatori che fremono dinanzi alla tigre di Labuan; essi cadranno dinanzi alla Tigre della Malesia, fuggiranno come una banda di fanciulli spaventati dinanzi al ruggito di una belva. Solchino i mari coi loro fumanti incrociatori, battano i cespugli coi loro cani e coi loro cavalli, chiamino alle armi la popolazione intera, ma io passerò. Il mio prahos passerà là dove cento altri sono caduti, la mia sciabola si aprirà un varco là fra mille baionette, dove i più coraggiosi sono caduti. Mi ha detto di ritornare a Mompracem per rivedermi vincitore sotto le mura del suo parco, e lo sarò. Sì, Marianna, sì, fanciulla divina, degna della Tigre della Malesia, ritornerò per istrapparti da questi luoghi donde hanno scacciato colui che tu dicesti d’amare, per vendicarne l’affronto, e per trasportarti nella mia isola, nella mia Mompracem, fra i miei, e di là ove tu vorrai!

Le grida degli Inglesi man mano che si allontanava nella foresta correndo come un cavallo, andavano affievolendosi sempre più e le detonazioni diventavano più rare. Il pirata si arrestò un istante ai piedi di un gigantesco albero della canfora, per riprendere il respiro, per scegliere la via da prendersi in mezzo a quelle centinaia e centinaia di piante, le une più grandi delle altre, dove si vedeva come smarrito ad onta della sua solita perspicacia e per pensare sul da farsi in una posizione tanto difficile, su di un’isola nemica, con cinquanta uomini alle calcagna che gli davano la caccia.

La notte era chiara, grazie alla luna che brillava in un cielo senza nubi, spandendo i suoi raggi azzurrini di una infinita dolcezza, di una trasparenza vaporosa, che brillavano sulle fitte verzure, punteggiando in mille differenti guise il terreno coperto di rami e di foglie, scintillanti per la rugiada.

Il pirata avrebbe voluto che la notte fosse più oscura della culatta di un cannone da trentadue per correre meno pericolo di essere scorto dai suoi numerosi nemici di già lanciati sulle sue tracce per imboscarsi e sorprendere con più facilità qualche cacciatore troppo audace e cacciarsi dietro di lui nel dedalo della foresta. Aveva da guardarsi dalle palle che potevano da un istante all’altro piovere su di lui e fargli battere l’aria colle mani.

– Il nemico ha cominciato l’inseguimento – disse il pirata dopo di aver rattenuto il respiro e teso l’orecchio per cercar di raccogliere i minimi rumori. – Non bisogna commettere né pazzie né imprudenze, non bisogna aver fretta ma aspettare che abbia smarrito le tracce o perduta ogni speranza di raggiungermi. Essi pensano che io corra verso il mare per cercar qualche prahos: bene, io volgerò le spalle, fuggirò nella foresta e guai a loro se avranno l’ardire di venirmi a scovare.

Raccolse tutta la sua energia e tutte le forze centuplicate dall’amore e dall’odio, dalla libertà e dalla sete di vendetta, e, colla sciabola in pugno, dopo di essersi orizzontato colle stelle, volse le spalle alla costa e s’internò nella foresta dirigendosi a oriente, con passo silenzioso e rapido. Non conosceva i luoghi che aveva percorso una sola volta durante la caccia della tigre, ma tirava innanzi colla sicurezza di un indigeno, seguendo un sentieruzzo quasi invisibile che credeva conducesse nel più folto dei boschi, aprendosi spesso il passo fra cespugli spinosi a colpi di sciabola, scalando tronchi d’albero abbattuti chi sa da quanti secoli per decrepitezza e dal fulmine, e ora ricettacolo di un mondo d’insetti schifosi, arrampicandosi sui rami quando alberi troppo riuniti formavano una barriera che non poteva venir superata che mediante una scalata, che il pirata tosto eseguiva coll’agilità di una scimia verde, senza far gemere i rami e senza smovere le foglie, rumori che avrebbero potuto destare l’attenzione di qualche cercator di piste.

Continuò così a camminare, o meglio a strisciare, per più di un’ora, arrestandosi quando un uccello spaventato dalla sua presenza levavasi mandando strida di terrore o quando un animale selvatico prendeva la fuga urlando, e giunse sulle rive di un torrentello largo al più sei o sette piedi e le cui sponde erano coperte da fitte piante.

Egli si fermò un istante, guardando attentamente a dritta, a manca, dinanzi e di dietro, e assicurato del silenzio profondo che regnava a lui d’intorno, entrò nel letto fangoso.

– Non conoscono ancora tutte le astuzie della Tigre – mormorò egli sorridendo a fior di labbra. – Questa notte forse non ardiranno darmi la caccia in mezzo a questi alberi ma domani non si accontenteranno di ronzar sul limite della foresta. Hanno dei cani, degli animali intelligenti, ai quali il lord darà da fiutare qualcuno dei miei cenci, e si metteranno in cerca di me assieme a questi maledetti.

“La Tigre della Malesia sarà inseguita come la tigre di Labuan e da mastini e da cacciatori, cercata d’albero in albero, di cespuglio in cespuglio, a me adunque l’astuzia per far smarrire ogni mia traccia.

Il pirata rimontò il torrentello per un centinaio di passi, coll’acqua fino alle ginocchia, camminando su di un letto limaccioso dove penava a tenersi in piedi fra foglie e rami imputriditi e vermi d’acqua che schiacciava a centinaia, aprendo spesso colle dovute precauzioni le fronde degli alberi curvi, arrestandosi e abbassandosi. Bisognava far perdere le traccie non solo agli uomini ma anche ai cani e vi si adoperava a tutta lena. Non si arrestò che di fronte a un ramo colossale che si tendeva orizzontalmente al di sopra delle acque mormoranti.

– Ecco con che far impazzire i più arrabbiati cercatori di piste – mormorò egli e si rizzò a forza di braccia, strisciandovi sopra fino a guadagnare il tronco dell’albero, e cominciando la sua marcia aerea.

Per lui arrampicarsi di ramo in ramo come una scimia, passare di albero in albero senza far rumore, era un giuoco che aveva fatto cento volte nelle foreste di Borneo e di Mompracem. Sarebbe stato capace di percorrere cento miglia in quella maniera, passando sopra le teste dei nemici, senza destare la loro attenzione.

Aveva di già replicata sei volte l’audace manovra, quando un rumore, che sarebbe facilmente sfuggito a un orecchio che non fosse stato il suo, giunse fino a lui. Arrestò la pericolosa ascensione e ascoltò rattenendo il respiro, colla sciabola fra i denti e l’occhio in guardia, fisso al di sotto del folto fogliame.

Due uomini, due ombre silenziose si avanzavano cinquanta passi lontano, curvi fino a terra, osservando minutamente le foglie calpestate e i rami spezzati. Non tardò a conoscerli per due soldati.

– Ecco il nemico – mormorò egli. – Mi ha preceduto o mi sono io smarrito?

I due cercatori di piste, dopo di aver percorso alcuni passi, si arrestarono guardandosi attorno con un movimento pauroso che non sfuggì alla Tigre. Uno di essi guardò nell’aria scrutando fissamente il fogliame.

– Sai, John, che io ho una paura maledetta nel trovarmi sotto queste foreste? – disse egli.

– Lo so, e io non vado esente dallo stesso sentimento – rispose il compagno. – L’uomo che noi cerchiamo non è un uomo, è una tigre, che si nasconde anche sotto una foglia e che potrebbe capitarci addosso come il fulmine e mandarci al diavolo entrambi. Hai tu veduto come ha spacciato quel povero caporale?

– Perdio, se l’ho veduto! Ah! È ben un terribile uomo quello che noi andiamo cercando. Si correva all’assalto credendolo barricato nella casa, e invece era nascosto fra i cespugli come una tigre. L’ho veduto un sol istante, ma t’assicuro che mi è bastato, e che non vorrei vederlo mai più. Ha spaccato nettamente il cranio, al povero uomo ed è scomparso lasciandoci con un palmo di naso.

– Ma lord Guillonk, che diavolo faceva che non fu capace di ammazzarlo nella sua stanza?

– Ammazzarlo? Credi tu che si possa ammazzare così facilmente il terribile bandito che non ha paura di cinquanta dei più coraggiosi soldati d’Inghilterra incanutiti nelle più sanguinose battaglie? A quanto mi si raccontò, egli si è gettato sul valoroso capitano come una tigre, e dopo di averlo atterrato, quantunque non possedesse che un solo kriss, l’ha disarmato prendendo poi la fuga, senza lasciar traccie di sé preferendo saltar giù da una fenestra anziché incomodarsi a scendere le scale.

– Credi tu, Harry, che si giungerà a prenderlo? Io ne ho i miei dubbi.

– E io ho i miei, John. Quell’uomo è il diavolo in persona, che sarà capace di elevare una barriera insuperabile fra sé e i suoi inseguitori, barriera che durerà fino a che troverà mezzo di imbarcarsi e di veleggiare verso la sua dannata Mompracem a dispetto degli incrociatori. Che pazza idea che ha avuto di venir ad approdare a Labuan.

– Ma a onta di tante difficoltà, non mancano coloro che sperano di pigliarlo. Uno di questi è il baronetto William, quello che fa gli occhi dolci a lady Marianna. Egli ha giurato che vivo o morto prenderà la Tigre; credo che sia il prezzo del matrimonio stabilito con lord James.

– Si fa presto a dirlo, che vivo o morto si prenderà, il bello si è a scovarlo prima di tutto, e chi sa dove diavolo questo pirata si sarà nascosto. Io scommetto che mentre noi lo cerchiamo da questa parte, e gli altri frugano la costa occidentale, egli vola invece verso le coste settentrionali.

– Hai ragione, e il nostro isolamento mi preoccupa. Non abbiamo che il sergente Willis che ci segue. Non so chi ci potrà aiutare se ci troviamo di fronte al terribile pirata. Pieghiamo all’ovest Harry.

– E il sergente?

– Al diavolo il sergente! Quando non ci vedrà più, piglierà pur egli la via all’ovest, ben sapendo che il pirata si è diretto al sud, dove si dice che vi sia un prahos ancorato.

– Andiamo allora. Willis si trarrà d’impiccio da sé.

I due soldati, dato uno sguardo all’intorno per iscarico di coscienza, se la batterono rapidamente scomparendo sotto gli alberi.

Il pirata, che non aveva perduto sillaba dei loro discorsi, quando non udì più i loro passi, si lasciò scivolare fino a terra senza rumore.

– Bene – diss’egli. – Si ha paura della Tigre, ma la si insegue. Tutti mi danno la caccia piegando verso le coste occidentali e meridionali, dove si dice essere un prahos, benissimo, saprò regolarmi per volgere loro le spalle. Stiamo attenti però; ho un sergente alle calcagna, Willis. Lo incontrerò.

Egli riprese la silenziosa marcia, dirigendosi all’est, dove sapeva non esservi cacciatori.

Entrò una seconda volta nel torrente, e guadagnò la riva opposta sbarrata da una fitta cortina di cespugli, si aprì il passo e rientrò nella foresta sempre più oscura. Stava per guadagnare un albero sul quale contava di passare il restante della notte per ripigliare all’indomani la fuga quando una voce imperiosa, minacciosa gli gridò agli orecchi:

– Se fate un passo, se fate un gesto, siete morto!…

CAPITOLO XII

Giro Batoë

Un uomo si era rizzato bruscamente dietro un cespuglio a cinque soli passi di distanza, col fucile teso orizzontalmente. Il pirata che si era arrestato, senza provare il minimo spavento alla terribile intimazione, senza abbandonare la sciabola che brandiva, pronto a servirsene, aveva subito riconosciuto in quell’ombra, che pareva decisa a eseguire alla lettera la minaccia, un Inglese che non dubitò più fosse il sergente Willis poco prima nominato dai cercatori di piste.

Il singolar uomo, che si credeva, quantunque armato di una sola sciabola e di un solo kriss, tanto forte da far scomparire con un soffio quella giacca rossa, e che trovava sommamente ridicolo il misurarsi con uno solo, dinanzi alla minaccia che poteva costargli la vita, si mise a ridere, ma con quel riso che faceva fremere i più coraggiosi e che arrestò lo slancio del sergente che forse si sentiva tentato di lasciare partire la fucilata.

– Sai tu chi io mi sono? – domandò Sandokan accentando ogni parola e fissandolo con due occhi che brillavano come due carboni accesi, nella semi-oscurità.

– Eh! – fe’ il sergente che si sentì suo malgrado correre un brivido per le ossa. – Non occorre essere né lord Guillonk, né il baronetto William, per riconoscere il capo dei pirati di Mompracem.

– Credi tu di non ingannarti? – domandò il pirata la cui voce sibilava come il sibilo di un serpente.

– Oh! Scommetterei una settimana della mia paga contro un penny, che voi siete Sandokan.

– No, io sono la Tigre della Malesia.

I due uomini si misurarono collo sguardo e in silenzio, l’uno fremente d’ira, beffardo, minaccioso, quantunque la sua vita pendesse da una palla di fucile, l’altro fermo come una rupe ma spaventato e sorpreso di trovarsi, in piena foresta, di fronte a quell’uomo il cui valore e la cui ferocia era popolare.

– Orsù – disse Sandokan dando in uno scroscio di risa che l’eco della foresta ripeté. – Orsù, sergente Willis, se hai del coraggio per azzuffarti colla Tigre, a noi due.

– Come sapete il mio nome? – domandò l’Inglese che ebbe un superstizioso terrore.

– Guarda, cane d’Inglese. Pochi minuti fa, due uomini camminavano a cento passi da me seguendo la mia pesta o credendola di seguire. Sono piombato su di essi come l’aquila piomba sulla sua preda, li ho fatti parlare. Io sapeva che tu mi eri vicino, che mi spiavi dietro il cespuglio.

– E che avete fatto dei miei uomini?

– Quando la Tigre ha sete beve sempre sangue – rispose Sandokan con voce lugubre, cercando spaventare il soldato per gettarsi improvvisamente su di lui. – I loro corpi sono distesi dietro quelle arecche coi fianchi aperti.

– Ah! brigante! – esclamò il soldato che indietreggiò prendendolo di mira.

– Sangue, Willis! Sangue! – urlò il pirata alzando la sciabola.

Il colpo non parti per l’umidità della polvere. Ancor prima che il sergente potesse impugnare la daga, Sandokan l’atterrò serrandogli la gola con due mani di ferro.

– Grazia! grazia! – balbettò il poveretto che si sentiva strozzare. Sandokan aprì le mani e si alzò raccogliendo il fucile di lui.

Andò a sedersi a tre passi di distanza, fissando sul soldato due occhi che facevano paura.

– Vedi – gli disse con accento marcato ma cupo. – La Tigre della Malesia non si può uccidere, è invulnerabile. Come potevi tu ammettere che io, spirito infernale, mi lasciassi ammazzare? Io, che sfidai il fuoco di mille cannoni, io che affrontai la morte in cento abbordaggi, io che sono protetto da Belzebù?

– Ah! – esclamò il soldato battendo i denti dalla paura. – Voi siete uno spirito infernale?

– Te l’assicuro. Fui io che arrestai la tua palla nel momento che stava per partire.

– Voi mi fate paura.

– Lo credo.

L’Inglese si passò le mani attorno al collo. – È vero che non mi avete strangolato?

– Vero, cane d’un sergente – rispose Sandokan. – Senti ora, tu sei coraggioso, vuoi essere pirata?

– Oh!… Mai! Mai!

– Hai ragione. È tuo dovere il restar fedele alla tua bandiera. Parliamo d’altre cose allora, ma bada di non ingannar la Tigre: potrebbe capitarti sventura. Dove credono che io sia fuggito?

– Nei boschi – rispose il soldato.

– È poco. Parla ancora, ma spicciati, che i momenti per me sono preziosi.

– E se io non volessi parlare?

– In tal caso ti farei saltare le cervella. Sarebbe una vittima di più, che aggiungerei alle altre.

– Bene, si crede che siate fuggito verso la costa occidentale nascondendovi nelle paludi o nelle foreste o in qualche capanna d’indigeni, aspettando l’occasione di raggiungere le coste del sud ove si crede che abbiate un prahos. Non crediate però di sfuggire alle ricerche dei miei compatrioti: sono tutti in caccia dietro le vostre orme, guidati da un baronetto che pare abbia qualche conto da saldare. Non ne so di più, potete uccidermi se lo credete, ho parlato anche troppo.

– Quando io nel parco ho spacciato quel caporale, che ha fatto il baronetto William?

– Ah! Voi, lo conoscete anche? Si è morso le dita, ha bestemmiato, ha urlato inveendo contro lord Guillonk che vi aveva lasciato fuggire, poi si è precipitato nella villa. Si dice che abbia parlato a lungo col capitano, che vi sia stata qualche promessa fra loro, cui non sarebbe estranea lady Marianna; il fatto è che si mise in caccia con tutti i suoi uomini senza perdere un sol istante.

– Ah! – esclamò Sandokan sogghignando. – Ecco ciò che io voleva sapere. Io e lui!…

Stette un momento come immerso in un doloroso pensiero, poi cangiando tono:

– Spogliati della tua divisa; ti faccio dono della vita.

Il soldato ubbidì. Sandokan bene o male la indossò, senza dimenticare né la cintola, la cartucciera, e il berretto che si calcò bene in testa. Nel trovarsi così vestito, da giacca rossa, si mise a ridere.

– Non havvi contingente indiano o malese a Labuan? – domandò al soldato che lo guardava attonito.

– Che volete fare del mio vestito? Non abusate del mio grado e del mio nome.

– Se vuoi che ci lasciamo da buoni amici, non aprir bocca, senza che io l’ordini. Orsù, fra coloro che mi danno la caccia, non vi sono uomini di colore? Non ingannarmi, Willis; sarei capace di ritornare.

– Vi sono degli indiani, fanteria del Bengala – rispose il sergente.

– Bene, io passerò per un indiano – disse Sandokan. – E ora non fare resistenza.

Trasse da saccoccia una corda, e legò le mani e i piedi al soldato che non ardiva resistere. Finito ciò, se lo caricò sulle spalle colla stessa facilità che fosse un fanciullo e lo portò in mezzo ad una folta macchia assicurandolo con una forte liana a un ramo; vi gettò accanto la sciabola dopo di averla spezzata in due e si accinse a partire.

– Voi dite di salvarmi, ma non sapete che mi gettate fra le unghie della tigre? – disse l’Inglese spaventato.

– Bah! – fe’ Sandokan. – Le tigri non sono sì numerose come credi dopo quella che ho ammazzato ieri in questi dintorni. Ringrazia colei a cui devi la vita; non dimenticarti di Marianna Guillonk.

Ciò detto il pirata, nelle vesti d’Inglese, si allontanò, dopo aver cambiata carica al fucile.

– Quando mi si vedrà, passerò per un sergente della fanteria del Bengala – mormorò egli. – Passerò in mezzo a tutti i cacciatori a fronte alta, come un bravo comandante.

“Una gherminella non sarà mai riuscita così bene; Marianna stessa, la cara fanciulla, riderà pur essa quando gliela racconterò.

A quel nome involontariamente evocato, la fronte del pirata s’oscurò e i lineamenti del volto si contrassero dolorosamente. Egli portò le mani al cuore e un gemito gli uscì dalle labbra.

– Silenzio, silenzio – mormorò egli con cupa voce. – Non nominiamola, non pensiamo a lei. Sento che impazzisco, sento il cuore lacerarsi. Avanti, tiriamo avanti.

Si rimise in cammino con passo rapido stringendosi fortemente il petto, come volesse arrestare i battiti precipitosi del cuore.

Camminò tutta la notte facendo due sole fermate per tracannare un sorso di wisky trovato nella botticella del sergente, e sul far del giorno giunse ad una piccola radura circondata di colossali artocarpi. Stava per sedersi dietro un cespuglio per prendere un po’ di riposo, quando si sentì chiamare.

– Ohe! camerata! Ohe! Che diavolo andate cercando col naso a terra? – gridò una vociaccia rauca.

Il pirata, per nulla spaventato, girò attorno lo sguardo e vide distesi sotto un albero due soldati che riconobbe subito per quelli veduti alla notte. Avevano i fucili gettati a terra e prendevano il sole fumando colle loro pipe senza preoccupazioni di sorta.

– Ehi! – gridò Sandokan accentuando la pronuncia inglese. – E così che voi cacciate?

– Abbiamo cacciato tutta la notte – rispose colui che aveva udito chiamarsi Harry, – e senza trovare la traccia del pirata. Due minuti di riposo e poi, affé di Dio! dietro come cani a quel miserabile!

– A quale compagnia appartenete? – domandò Sandokan che rideva in cuor suo della gherminella.

– A quella del sergente Willis. L’avete incontrato voi? Egli cacciava all’oriente.

– Abbiamo cacciato assieme, e la pista è stata scoperta – rispose il pirata ma senza avvicinarsi. – Credo che voi farete bene avvisare i cacciatori dei dintorni di portarsi immediatamente al sud, se si vuol giungere in tempo di arrestarlo. Venti sterline al sole per chi avrà l’onore di scoprirlo.

– Voi, sergente, mi assicurate che la pista fu trovata? – chiese John saltando in piedi.

– Sicuro, e farete bene a non perdere tempo. Portate l’ordine all’intera compagnia di spingersi rapidamente al sud, e fate parlare al comandante William. Spicciamoci, amici, o il pirata prenderà il volo: venti sterline e un rapido avanzamento stanno nell’aria. Tutti al sud, mi capite, al sud.

Non ci voleva di più per allettare i due soldati. Raccolsero i fucili, cacciarono in tasca le pipe e augurato il buon giorno se la batterono con una certa rapidità per spargere la buona novella, scomparendo sotto gli artocarpi. Il pirata li seguì fino che poté collo sguardo, poi tornò a cacciarsi in mezzo alla macchia mormorando:

– Abbiamo del tempo; finché riposerò, essi mi sbarazzeranno la strada fino alla costa.

Chinò la testa sullo zaino, si assicurò che il fucile era a portata della sua mano e si addormentò senza più preoccuparsi dei nemici, più che sicuro di trovare al suo svegliarsi la strada libera.

Quanto dormì non avrebbe potuto dirlo, ma certamente poco, poiché il sole era ancor alto. Fu svegliato da una repentina detonazione che risuonò sotto la foresta, accompagnata da un galoppo precipitato.

– Che mi abbiano scoperto? – mormorò il pirata svegliandosi del tutto e raccogliendo la carabina.

Si rizzò sulle ginocchia e allontanando i cespugli con infinite precauzioni guardò. In sulle prime non vide nulla; udì solo il precipitato galoppo di un cavallo e credette che si trattasse di qualche cacciatore lanciato dietro a qualche babirussa, ma ben presto vide sbucare da una fitta macchia un uomo che non esitò a riconoscere per un Malese, il quale, con un kriss in una mano e un grossissimo randello nell’altra, attraversò in un lampo la radura, cacciandosi sotto un cespuglio vicino.

Quasi subito comparve un cavaliere col fucile ancor fumante in mano.

Era un Inglese, un soldato, che pareva in sulle furie, bestemmiando con vivacità e dando violenti strappi al cavallo che si impennava. Egli balzò d’arcione, prendendo una pistola che armò.

– Ah! la canaglia era nascosta laggiù fra i cespugli, dove strisciava come un serpente – gridava egli ponendosi a cercare con somma attenzione. – L’ho veduto appena, appena, ma mi è bastato per riconoscerlo. My-God! Era proprio il terribile Sandokan, la Tigre della Malesia. Se questo cavallo del diavolo non si fosse imbizzarrito, a quest’ora lo avrei nelle mani, ma non mi scapperà, no. Andiamo, giovanotto mio, non perdiamo tempo, frughiamo ben bene i cespugli e guardiamoci attorno. Bisogna guadagnare le cinquanta sterline promesse dal baronetto.

Il cavaliere, terminato il suo monologo, colla sciabola nella mano dritta e la pistola nella sinistra, penetrò nelle macchie, allontanando prudentemente i rami coll’arma e frugandovi nel mezzo colla punta, andando e venendo, bestemmiando in buon inglese.

Mentre il soldato frugava, Sandokan sempre nascosto fra i cespugli, cercava di vedere il Malese che aveva poco prima attraversato la radura facendosi inseguire pel terribile pirata. Ma per quanto si allungasse e girasse attorno gli occhi non ne venne a capo; si avrebbe detto che il fuggiasco fosse sparito sotto terra.

– Chi può esser mai questo Malese? – si domandò Sandokan. – Se ha tanta premura di non farsi vedere, non può essere che un individuo sospetto. Se fosse uno dei miei tigrotti?

La supposizione non era niente affatto ardita. Poteva darsi che quelli di Mompracem giustamente impensieriti del ritardo dei prahos e dell’assoluta mancanza di notizie, avessero spedito uno dei legni a Labuan.

Sandokan non esitò più a credere che quell’individuo, che tenevasi celato, fosse un pirata di Mompracem.

– In tal caso – diss’egli, – bisogna guardare che non venga scoperto e mandare al sud quel bestemmiatore. Non può riconoscermi, ne sono certissimo.

Stava per alzarsi e farsi vedere, quando dieci passi lontano vide muoversi i cespugli e apparire una testa. Tornò quella testa a sparire, ma non tanto presto che Sandokan non avesse a riconoscerla. Egli rattenne a malapena un grido.

– Giro Batoë! – esclamò. – Ah, il mio bravo Malese!

Giro Batoë era uno dei più intrepidi tigrotti di Mompracem, che aveva fatto parte della disgraziata spedizione sulle coste di Labuan. Sandokan, se ben si ricordava, lo aveva veduto cadere ferito ai suoi piedi e poi precipitare in acqua nella disunione dei due prahos.

Come trovavasi lì, era difficile saperlo. Senza dubbio era stato raccolto da qualcuno o aveva nuotando raggiunta la costa.

– Ecco un brav’uomo che bisogna salvare – mormorò Sandokan e senza esitar più si rizzò uscendo a metà dai cespugli, nel mentre che il Malese sorpreso dalla vicinanza del soldato, che aveva tutte le ragioni per crederlo un Indiano lanciato dietro le sue traccie, si aggomitolava su sé stesso per rendersi meno visibile.

Il cavaliere che andava e veniva bestemmiando vide subito Sandokan.

– Tò! un soldato! – esclamò il cavaliere guardandolo come un uomo che non crede ai propri occhi.

– Cercate un babirussa, che frugate tutti i cespugli dei dintorni? – domandò Sandokan. – Non è il momento questo, amico mio, bisogna aspettare la notte, e una notte magnifica, se lo si vuol trovare.

– Il babirussa! È un animale ben peggiore quello che io vado cercando, una vera tigre con denti e artigli capaci di spacciarci entrambi prima di prendere le armi. Non cacciate voi forse il pirata di Mompracem?

– Senza dubbio – rispose Sandokan. – Sono imboscato da tre ore, e sempre sulla sua pista.

– Sulla sua pista? E io ho scovato il pirata in persona. Non l’avete veduto voi attraversare la radura?

– In fede mia, non ho udito che il vostro colpo di carabina. Scommetterei che il furbo ha preso il volo verso il sud dove si dirigono le sue traccie. Si dice che corra come un cervo, e senza un cavallo non si riuscirà a prenderlo; se prendete la via del sud, non mi stupirei che aveste a trovarlo.

– A trovarlo sarebbe forse facile – rispose il cavaliere raggiungendo il suo cavallo. – Il difficile è a prenderlo, e vi confesserò che non mi sentirei d’averne il coraggio se non vi fossero una cinquantina di sterline, sulle quali conto per fondare una fattoria una volta gettata la sciabola del soldato. Andiamo, sergente, gl’Indiani sono tutti cavalieri, montate con me.

– E voi lo pensate? – disse con vivacità Sandokan che gettava di tratto in tratto uno sguardo ove si teneva imboscato il Malese. – Se noi lo inseguiamo verso il sud, credete che il pirata si lascierà inseguire su quella strada, quando alle spalle non vi ha nessun nemico? Si nasconderà in qualche macchia, dove un cane non sarà capace di trovarlo e si seppellirà sotto i pantani se non troverà meglio d’inerpicarsi sulle cime degli alberi come una scimia e poi un passo a dritta, un altro a destra, un semi-cerchio e indietro al galoppo ridendosi dello stratagemma. Noi lo inseguiamo tutti e due al sud ed egli fugge al nord.

– Per San Gilles! Voi avete ragione, sergente. L’ho sempre detto io, che un Indiano è furbo quanto un pirata – disse il cavaliere. – Sicché, voi restate e io vado a stanarlo.

– Sicuro e guardate se sarà possibile di allogargli una buona palla nella testa o almeno di cacciarlo dalla mia parte. Vi giuro sulla barba di Brama, che non mi scapperà.

– State in guardia però, sergente – disse l’Inglese salendo in sella. Stava per allentare le redini e partire, quando Sandokan l’arrestò con un cenno della mano.

– Una parola, se me lo permettete – gli disse.

– Due, sergente, se volete. Ma spicciatevi, che mi sembra di udire il tintinnìo delle cinquanta sterline di lord William.

– Voi avrete più occasione di me di recarvi alla villa di lord James.

– Lo credo, dal momento che i miei compagni si son accampati nel parco.

– Cercate di vedere lady Marianna e ditele che il malese Whu-Pulau ha passato felicemente le linee delle giacche rosse. Non mancherete di ricevere un pugno di fiammanti sterline.

– Non mancherò di farlo. E chi sarebbe questo Malese?

– Alto là! Non parliamo di cose che riguardano solo la lady. Andate, amico mio, o il pirata farà tanta via da far crepare il vostro cavallo prima di raggiungerlo.

– Sono una bestia! Avete ragione, sergente – e il cavaliere, salutato militarmente, spronò il cavallo e partì alla carriera internandosi nelle foreste.

– Corri, corri, animale – mormorò Sandokan accarezzandosi la barba con compiacenza. – Lady Marianna avrà mie nuove dal mio stesso nemico.

Stette un momento lì immobile, pensieroso, triste, poi si diresse verso i cespugli ove se ne stava Giro Batoë che aveva assistito senza batter palpebra alla conversazione, fuori di sé dalla gioia nel rivedere il suo terribile capo ancor vivo.

– Ohe! Giro Batoë! – gridò Sandokan.

Un urlo di gioia vi rispose e il Malese facendo un salto di dieci piedi gli cadde alle ginocchia.

– Ah! mio capitano! – esclamò il Malese con voce rotta e le lagrime agli occhi.

– Che diavolo! Il mio tigrotto Giro Batoë sarebbe capace di lagrimare come una femminuccia! – esclamò Sandokan rialzandolo.

– Ah! mio capitano, vi ho tanto pianto e sento tanta gioia nel rivedervi sano e salvo, che sarei capace di singhiozzare. Non vi hanno adunque ucciso laggiù, sui prahos?

– Ucciso? Uccidere la Tigre della Malesia? Ciò non avverrà mai, mi capisci, Giro Batoë, mai! Le giacche rosse non hanno abbastanza ferro per toccarmi il cuore. Orsù, parla ora: per qual caso ti trovi qui?

– Non avrete dimenticato la terribile battaglia che abbiamo ingaggiato alla foce del fiumicello con quell’infernal incrociatore, nella quale abbiamo subìto una sanguinosa disfatta.

– No, Giro Batoë, ti giuro che quella sconfitta la vendicherò e atrocemente.

– Sì, mio capitano, la vendicheremo e mi farò ammazzare il giorno, in cui ordinata una levata d’armi, non farò saltare le ruote della nave maledetta. Orbene, i due prahos erano stati legati, il ferro turbinava e ruggiva coprendo i nostri ponti di morti e di feriti; ad una scarica di mitraglia caddi ai vostri fianchi con una scheggia di ferro alla testa, svenni.

“Che accadesse di poi, non lo so. Quando rinvenni mi trovai in mezzo a un cumulo di cadaveri su uno dei legni che era stato da voi abbandonato. Vidi i vostri uomini battere in ritirata verso la costa; gridai per chiamarli, ma la voce del cannone copriva la mia.

“Il prahos su cui mi trovava, sventrato da un diluvio di ferro, affondò.

“Mi aggrappai a un rottame e dopo due ore di sforzi inenarrabili e patimenti atroci guadagnai la costa, e di là assistei alla seconda fase del combattimento. Oh! Era pur bello, superbo, quel prahos che lottava contro il gigante, avvampando da ogni lato, mordendo, ruggendo. Mi pareva assistere a una battaglia, dove gli uomini fossero diventati giganti ed eroi.

– Bene! – esclamò Sandokan, con legittimo orgoglio. – E poi?

– Poi, quando ho veduto che tutti erano morti, e che mi mancavano i mezzi per recare la fatal notizia a Mompracem, dopo aver a lungo pianto la morte dell’eroica Tigre e dei suoi tigrotti, mi internai nelle boscaglie, vivendo di frutta, di radici, di vermi. Così, di passo in passo stimolato dalla paura capitai in questi dintorni piantando dimora. Aiutato da alcuni indigeni che ebbero pietà del mio misero stato dissodai un lembo di terra e mi costrussi una capannuccia, aspettando tempi migliori per abbandonare questi maledetti luoghi. Rosi il freno per tre settimane, e già disperava di rivedere qualcuno dei miei compagni, quando udii che voi eravate vivo e che vi si dava la caccia. Credetti impazzire di gioia e partii all’istante, e nel cercarvi fui scoperto dal cavaliere inglese. Fu una fortuna, capitano, che egli mi inseguisse. Senza di lui non vi avrei forse mai trovato e non sarei più tornato alla costa per mettermi in mare colla mia canoa.

– Tu sei un valentuomo, Giro Batoë, e sono io che te lo dico, la Tigre della Malesia.

– Grazie, mio valoroso capitano – disse il Malese commosso. – Ma voi, come siete sfuggito al massacro?

– Ne parleremo più tardi – disse Sandokan cangiando tono, poi raccogliendo il moschetto:

– Tu mi hai parlato di una capanna e di un palmo di terra coltivato, non è vero?

– Sì, e dove troverete l’occorrente per isfamarvi, se avete dell’appetito e qualche sorso di acquavite che ho potuto procurarmi dagli indigeni raccontando loro qualche storiella o facendo qualche servigio.

– Tu mi hai parlato di una canoa sulla quale contavi raggiungere Mompracem, non è vero?

– Sì, una canoa che ho costruito scavando il tronco di un albero, aiutato da un giovane indigeno, una barca pericolosa, mio capitano, ma che saprà filare all’ovest quando la Tigre della Malesia la guiderà.

– Siamo lontani dal mare? – domandò Sandokan fattosi pensieroso.

– Un mezzo miglio al più. La canoa è nascosta fra fitti cespugli e non chiede che d’esser gettata in mare.

– Bene, andiamo alla capanna allora, poi penseremo alla partenza.

– Ma e i nemici? – chiese il Malese. – Sono capaci di scoprirci e di sorprenderci.

– Il nemico, Giro Batoë, ci insegue sulla via del sud. Del resto, non sono un sergente della fanteria Bengala?

I due pirati senza aggiungere parola si misero in cammino senza più curarsi del cavaliere che correva dietro alle cinquanta sterline né degli altri che potevano battere i dintorni.

Attraversarono la radura e penetrarono sotto la foresta camminando con passo rapido su di un terreno sparso di radici, che s’intrecciavano in mille guise quasi da prenderle per migliaia e migliaia di serpenti più o meno grossi, più o meno lunghi, e in mezzo a lunghe erbe spinose dove si tuffavano fino alle anche, un vero luogo d’imboscate ove sarebbe stato difficile l’evitarle.

– Camminiamo con prudenza – disse Sandokan al compagno – e rimani dietro di me. Vedendo la tua testa nuda e le tue vesti a brani, si potrebbe benissimo scambiarti per la Tigre e buscarti una fucilata malgrado la mia presenza. Gl’Inglesi sono testardi.

Camminarono per un quarto d’ora verso il nord, piegando alquanto verso l’occidente, senza incontrare il nemico, attraversando numerosi torrenti sulle cui rive si scorgevano le traccie di recenti passaggi, e giunsero a un piccolo sentiero appena visibile, dove il Malese si cacciò lestamente allungando il passo. Quando fu alla fine tese la mano e mostrando qualche cosa di oscuro:

– Ci siamo. Ecco la capanna.

CAPITOLO XIII

La canoa

La capanna di Giro Batoë si rizzava a poca distanza dalle rive di un ruscello, al coperto di un grande artocarpo che la proteggeva contro i raggi cocenti del sole e contro le pioggie. Era una baracca anziché un’abitazione, capace di ricoverare tutt’al più un indigeno che non sapesse procurarsi di meglio nel mezzo della foresta. Era bassa quanto mai, stretta tanto da potervisi appena muovere, costretta grossolanamente con rami intrecciati a erbe e col tetto terminante a cupola, mal formato, coperto di foglie d’arecche, una mezza dozzina delle quali erano state più che sufficienti a tale uopo.

L’interno non valeva meglio dell’esterno, tutto riducendosi a un letto di foglie secche, a una provvista di legna, a una scodella gigantesca di terra cotta, frutto dell’industria indigena e a due sassi mezzi sepolti nella cenere che servivano di camino. Non si poteva star comodi, ma a ogni modo offriva un rifugio e una difesa contro i venti e gli abitanti troppo pericolosi della foresta.

Giro Batoë, nell’entrare, fece fuggire un mondo d’insetti che avevano di già preso alloggio, e fece gli onori della capanna al capitano che non pareva malcontento di prendere un po’ di riposo e di satollarsi.

– Vedete capitano la mia abitazione non offre comodi di sorta, ma è sempre preferibile alle abitazioni degli indigeni che puzzano d’olio di pesce e di carne corrotta. Se volete dormire avete un letto che sarà forse migliore di quello che offre la foresta; se avete sete vi ha una scodella sempre ripiena di acqua limpida; se avete fame vi sono delle frutta e una dozzina di costolette di babirussa giovane che ho avuto la fortuna di sorprendere nel suo covo.

– Non domando di più, Giro Batoë; è anche troppo quando si ha fame e si sa di avere dei bracchi a due gambe alle calcagna. Accendi un po’ di fuoco e arrostisci un pezzo di carne.

– Non avrete d’aspettare che si cucini, capitano, e frattanto sbarazzatemi, se vi piace, un po’ di quelle frutta che occupano mezza abitazione. Troverete degli ananassi succolenti, delle patate che non avete mai gustato a Mompracem, delle frutta d’artocarpo d’inverosimile grossezza e delle noci di arecche che non domandano che di essere masticate. La mia dispensa è a vostra disposizione.

Il Malese, intanto che Sandokan poneva a profitto le parole di lui assaltando un cavolo palmista che non pesava meno di venti libbre, afferrò due pezzi di legno e si mise a fregarli l’un contro l’altro fino a trarre una fiamma colla quale accese le legne accumulate sul primitivo focolare.

– Sapete, capitano, che questo fumo potrebbe essere scorto dagli Inglesi? Non sarei per nulla meravigliato se fra qualche ora ci facessero una sgradita visita.

– E che, Giro Batoë, ti danno tanto a pensare adunque essi? – chiese Sandokan che divorava un pezzo di cavolo il cui sapore gli rammentava quello delle mandorle. – Io me ne infischio di tutti i soldati di Labuan.

– Non è per me, capitano, ma per voi. Se tra coloro che ci inseguono, vi fosse qualcuno che anche sotto la truccatura di sergente vi conoscesse?

“Avete un’aria troppo fiera, uno sguardo troppo vivo per credervi un indiano.

– Non dartene pensiero, tigrotto mio. Se essi capitano mi darò l’aria di uno stupido indiano, e comanderò loro di fare un fronte indietro verso il sud. Non vi ha che un uomo che io temo, il baronetto William, ma è assai lontano.

– Oh! Avete fatto delle conoscenze? – chiese Giro Batoë che metteva sui carboni ardenti un grosso pezzo di babirussa.

– E perché no? Ho trovato modo di stringere amicizia con personaggi alti, con baroni e conti io, il pirata che essi volevano appiccare io, la Tigre della Malesia! – Sandokan diede un gran scroscio di risa, al quale fece eco il Malese.

– Suvvia – continuò, – ci rivedremo fra breve con quel povero lord James che mi lasciò scappare senza soddisfare il conto dell’ospitalità accordatami. Sai Giro Batoë, che fra una diecina di giorni noi ritorneremo su quest’isola a dispetto di tutte le giacche rosse e dei loro piroscafi?

– Oh! capitano! – esclamò il Malese sorpreso. – Voi pensate di ritornare? Si tratta di fare un massacro di tutti gl’Inglesi della colonia? Se è così, ci prepareremo a mordere.

– Non si tratta di far scorrere un fiume di sangue, Giro Batoë – disse Sandokan con voce sorda. – Ho un appuntamento.

– Con chi?

– Non chiedermi nulla, Giro Batoë. Solo tieni in mente ciò che ti dico: questo appuntamento darà un colpo mortale a Mompracem.

– Voi mi fate paura.

– Non una parola di più su questa faccenda. A pranzo, ora che l’arrosto è pronto. Questa notte penseremo a metterci in mare colla prua volta al nostro nido.

Il Malese levò il babirussa dai carboni e lo presentò al capitano su di una gran foglia d’arecche, poi andò a frugare in un angolo della stanza, sollevò la terra colla punta del kriss, trasse una bottiglia a metà spezzata, ma ricoperta accuratamente da un pezzo di tela, e ritornò verso di lui guardandone il contenuto con occhio ardente.

– Dell’acquavite, mio capitano! – diss’egli deponendo la bottiglia dinanzi a lui. – Ho dovuto tanto lavorare per poterla guadagnare o meglio strappare agli indigeni, e la teneva nascosta come un liquido prezioso per rinforzarmi una volta preso il mare. Ora siamo due marinai, che non hanno bisogno di una sorsata per lottare contro le onde e contro i venti; potete vuotarla fino all’ultima goccia.

– Grazie, Giro Batoë, ma ne avrai la tua parte – rispose Sandokan che mangiava per due come un uomo che non è sicuro all’indomani di fare il medesimo pasto. – Orsù, devi avere fame dopo l’inseguimento che quasi ti costava o un braccio di meno o un sonno per tutta l’eternità. Siedi di fronte a me e fa gli onori della tua capanna. Se vuoi questa notte avere del coraggio per passare sotto il naso degli incrociatori e dinanzi la bocca dei loro cannoni, e della forza per manovrare al remo, se il vento ha la malaugurata idea di non soffiare, empi il tuo stomaco. Domani forse non ne avrai il tempo.

– È giusto, capitano – rispose il Malese, che assalì vigorosamente l’arrosto, masticando con certi denti da far invidia a un gaviale. – E supponendo che una palla di cannone, guidata da una mano cattiva, venisse a sfasciare il nostro povero canotto, che si farà? Vedete, sono cose che potrebbero capitare.

– Ebbene, non sei capace di nuotare forse? Ci tufferemo e guizzando sott’acqua come i pesci raggiungeremo la costa e di là la capanna. Gli alberi non mancano, le nostre armi hanno ancora del filo per tagliare, il fuoco si fa presto ad accenderlo, e nulla di più facile con tutto ciò costruire una seconda canoa. Passeranno due giorni, quattro, una settimana, un mese se vuoi, ma bisognerà che una volta o l’altra gl’incrociatori prendano il volo per altri lidi. Sarà quello il momento per ritornare a Mompracem. E poi, credi tu che i nostri amici non si metteranno in mare? Il Portoghese, per esempio, non ignora che la mia intenzione era quella di venir a incrociare sulle coste di Labuan per vedere la Perla. Quando vedrà passare i giorni senza che noi abbiamo a mandar nuove, s’immaginerà che ci è accaduta una disgrazia.

– Lo credo, e poi quando io sono a fianco di voi, mi sembra di essere a Mompracem.

Sandokan si mise a sorridere, poi vuotò mezza acquavite e porgendo la bottiglia al compagno che allungavasi per vedere se ne rimaneva una goccia:

– Bevi, Giro Batoë, e rinchiudimi la capanna. Il sole è ancor alto e a mio dire non devono essere ancora le quattro; abbiamo del tempo prima che diventi notte oscura. Non si potrà dormire una volta a bordo della canoa. Nulla di meglio d’approfittare dell’occasione.

– E se vengono gl’Inglesi? – domandò il Malese, che tremava per Sandokan.

– Te lo dissi ancora, li manderemo al sud – e la Tigre si distese sul letto di foglie colla faccia abbuiata e la mente fissa alla giovanetta, che temeva di abbandonare nelle braccia del lord e forse in quelle del baronetto William.

Il Malese vuotato sino all’ultima goccia il contenuto della bottiglia, spense il fuoco, chiuse la porta e si aggomitolò in un angolo della capanna sognando di trovarsi già a Mompracem in mezzo ai suoi compagni avvoltolandosi sui frutti di tanti saccheggi e librandosi su cento bottiglie di acquavite.

Sandokan però non fu capace di chiudere occhio. Non già per tema del nemico, né per le difficoltà che poteva incontrare nell’abbandonare le coste di Labuan, ma perché sentivasi atrocemente morso da una terribile gelosia e assalito da una folla di tetri pensieri che invano cercava scacciare.

Che poteva mai essere accaduto di Marianna dopo che egli si era precipitato dalla fenestra? Che era avvenuto fra il lord e il baronetto William? Quali misure mai avevano prese per infrangere l’amore nato fra l’ultima discendente dei conti Guillonk e la terribile Tigre della Malesia?

– Ah! – esclamò il pirata dimenandosi sul suo letto di foglie. – Darei mezza della mia vita per trovarmi ancora in quella abitazione. Povera Marianna, chi sa quali timori agiteranno il suo picciol cuore. Forse mi crederà vinto, prigioniero, insanguinato, fra le catene dei miei nemici e chi sa, fors’anche morto.

“Vorrei perdere goccia a goccia tutto il mio sangue pur di rivederla, purché strapparla da quelle angoscie, purché dirle che la Tigre della Malesia è viva e più viva anche di prima.

“Orsù, coraggio, che ne ho proprio bisogno. Questa notte fuggirò meco portando il suo giuramento e ritornerò alla mia isola, al mio covo e poi… sì, per Cristo, poi, dovessi farmi una seconda volta moschettare, dovessi perdere una seconda volta quaranta tigrotti, ritornerò. Ritornerò per istrapparla dalle mani di quell’odiato rivale, ritornerò per vendicare i miei prodi che caddero sotto il ferro delle giacche rosse! Sì, l’avrò, sarà mia, mia. E allora…

Il pirata si tacque portandosi ambe le mani agli occhi e sospirò dolorosamente.

– Allora farò ciò che lei vorrà. Non l’ho giurato io? Non le ho detto che per lei tradirei i miei tigrotti, darei un addio e per sempre alla mia vita d’avventuriere, alla mia isola, al mio mare e a tutto ciò che fino a oggi mi ha allettato, mi ha fatto vivere?

“Sì tutto farò per questa sublime giovanetta che ha saputo colpire l’inaccessibile cuore della Tigre della Malesia. Tutto farò per questa giovanetta che io amo, che io adoro, che io idolatro!

Il pirata passò il tempo pensando sempre alla giovanetta, che parevagli talvolta vedere dinanzi triste e lagrimante.

Quando il sole cadde all’occidente e le tenebre ebbero invaso tutti i recessi della foresta egli svegliò il Malese che russava come un tapiro.

– Andiamo, Giro Batoë, non perdiamo un momento di più – diss’egli. – La notte è oscura: le stelle e la luna sono coperte da un nero velo di nubi. vieni, Malese, vieni, che ho la febbre. Sento che se io restassi una mezz’ora di più mi rifiuterei di seguirti.

– Oh! che vi salta mai in testa? Vi sarebbe dubbio che…

– Zitto, per la barba di Allah! Zitto, Giro Batoë! – esclamò Sandokan quasi con ira. – Dov’è la canoa?

– Nascosta sotto un banano. Basterà farla scorrere sui truogoli per spingerla in mare.

– Vi hai cacciato qualche cosa entro?

– Ho pensato a tutto, capitano. Non manca né d’un albero, né d’una vela, né di pagaie. Di più, vi ho posto un gran vaso ricolmo d’acqua e una provvista di frutta capaci di nutrirci fino a Pulo Condor.

– Sta bene: andiamo, Giro Batoë. Ciò che non ci è di nessuna utilità, lascialo qui. Potrebbe darsi che domani avessimo a ritornare a questa capanna.

– Lo so io, capitano. Non sarà facile varcare la crociera, ma infine lo si tenterà. Udite come le foglie degli alberi stormiscono? È buon segno: il vento non mancherà e noi fileremo rapidi e in silenzio verso Mompracem. Forse domani potremo ridere di averla fatta bella alle giacche rosse di Labuan.

Sandokan non rispose e si mise in marcia, non già rapidamente come l’avrebbe voluto il Malese che sentivasi scottar la terra sotto i piedi, ma lentamente, stentatamente a malincuore.

A lui, che venti giorni prima avrebbe dato una delle sue braccia per poter ritornare a Mompracem, ora riusciva atrocemente penoso allontanarsi da quest’isola, sulla quale lasciava senza difesa la donna del suo cuore.

A ogni passo che faceva e che l’avvicinava al mare, parevagli che un lembo del suo cuore gli si staccasse e parevagli che la distanza che lo separava dalla Perla di Labuan accrescesse spaventosamente.

– Andiamo, andiamo – mormorò egli. – Tiriamo innanzi, siamo forti, fuggiamo. Poi, sì, poi ritornerò, ma ritornerò vincitore e la rivedrò in mezzo ai miei trionfi. Dieci giorni per me, sembrano l’eternità, ma passeranno.

La notte, come l’avevano predetto, era oscurissima, senza luna e senza stelle essendo coperte da grossi e foschi nuvoloni.

Non si vedeva a dieci passi lontano, ma il Malese era come un nittalopo e conosceva a menadito quei luoghi. Si cacciava senza esitare sotto i cespugli, in mezzo ai quali strisciava come un serpente, scalava come una scimia gruppi d’alberi che sbarravano il cammino, aggrappandosi alle liane e ai rotang e senza far rumori di sorta, quantunque avesse la certezza che il nemico si trovasse lontano e che Sandokan colla sua divisa di sergente avrebbe bastato per far abbassar qualsiasi moschetto.

Il suo compagno lo seguiva, imitando tutte quelle aeree manovre, taciturno, tutto concentrato nelle sue pene, col volto alterato da un atroce dolore.

Per un’ora continuarono a camminare, l’un vicino all’altro, poi Giro Batoë s’arrestò tendendo l’orecchio.

– Udite questo fragore che giunge quasi indistintamente sino a noi? – chiese egli.

– Lo odo: è il mare – rispose Sandokan. – Dove si trova la tua canoa?

– Qui vicino.

Egli guidò la Tigre attraverso una folta cortina di fogliame e fatti cinquecento passi tornò a fermarsi additando il mare che brontolava al largo e le cui onde venivano a spumeggiare ai piedi della foresta.

– Ci siamo – diss’egli sottovoce. – Vedete laggiù, sotto le foglie di quel banano qualche cosa di nero che ha una forma allungata? È la canoa.

– Andiamo a dare un’occhiata sulla spiaggia. Fa oscuro ma si può distinguere un incrociatore che dorme all’âncora.

– Ah! – esclamò Giro Batoë. – Se quei maledetti fossero andati al sud! Ma non vale; siamo tanto piccini rispetto a essi, che non ci vedranno.

I due pirati guadagnarono il limite della boscaglia e scesero sulla costa. Il mare era negro come fosse diventato d’inchiostro e, fin dove giungeva lo sguardo, perfettamente deserto.

– Alla canoa! – comandò Sandokan facendo uno sforzo nel pronunciare quella parola che per lui era tremenda.

Il Malese lo condusse sotto il banano, che colle sue gigantesche foglie nascondeva per intero l’imbarcazione. Sandokan l’esaminò attentamente. Era una pesante barcaccia scavata nel tronco d’un albero col fuoco e col ferro, e somigliante a quelle che adoperano gli indiani dell’Amazzoni e i polinesiani del Pacifico.

Sfidare il mare con simile battello dalle forme barocche era follia, sarebbe bastata un’onda per capovolgerla, ma i due pirati non erano gente da dare indietro. La fecero scorrere sui truogoli e in meno che lo si dica la spinsero in mare. Il Malese fu lesto a saltarvi entro e a prendere i remi.

– Venite, capitano, venite! – diss’egli. – La strada fra mezz’ora non potrebbe essere più libera.

– Un minuto ancora, Giro Batoë – rispose Sandokan, con voce sorda. – Poi andremo a Mompracem.

Strappò un pezzo di carta da un libricino, frugò nelle tasche, trasse una matita e per quanto la notte fosse oscura scrisse a gran caratteri queste parole:

“A lady Marianna Guillonk.

“Varcate le linee nemiche felicemente, imbarcato per Mompracem. Chi avesse a trovare la carta, portarla immediatamente a lei. Ordine di lord James Guillonk.

“WHU-PULAU IL MALESE”.

L’appese a un ramo basso, in maniera da esser veduto a qualche distanza, poi balzò nella canoa chiudendo gli occhi e gettando un sospiro che sembrava un profondo ruggito.

– E ora – diss’egli, – a Mompracem!…

Il vento soffiava dall’est, vale a dire propizio. L’albero fu rizzato, la vela tesa e la canoa leggermente sbandata, cominciò a filare rapidamente verso l’ovest lasciandosi dietro una striscia fosforescente che andava oscurandosi mano mano che si allontanava dalla costa, frapponendo fra il cuor del pirata che si sentiva commosso per la prima volta e quello della giovanetta traboccante d’angoscia e di spavento, il mare della Malesia.

Il pirata si assise a poppa manovrando al remo che serviva di timone, e il Malese a prua alla vela, l’uno taciturno e cupo e l’altro sorridente e felice, l’uno cogli occhi sanguinosamente fissi su Labuan che allontanandosi perdevasi fra le tenebre, l’altro cogli occhi fissi verso il punto ove sorgeva Mompracem che andava man mano avvicinandosi.

– Orsù – disse il Malese che aveva notato quel rapido cangiamento operatosi nel capitano. – Diventate cupo ora che si tratta di avvicinarsi alla nostra isola? Si direbbe che rimpiangete quasi Labuan.

– Sì che la rimpiango – mormorò con voce sorda Sandokan. – La rimpiango, Giro Batoë!

– Oh! Avete forse lasciato qualche cosa laggiù che vi dispiace di abbandonare? In fede mia, che comincio a credere che Labuan vi abbia ammaliato. Eppure – continuò il Malese, – ci si dava una caccia accanita, ci si inseguiva vigorosamente per i boschi e si cercava tagliarci la via per mare. Consolatevi, capitano, di averla fatta grossa agli Inglesi. Vorrei domani esser io là, a vederli mordersi le dita pel furore e per udir le maledizioni delle loro donne. Sapete, capitano, che ci odiano anch’esse.

– Oh! Non tutte! – esclamò Sandokan torcendo la pagaia fino al punto di farla gemere.

– Oh! – mormorò Giro Batoë sorpreso. – Trovate forse, capitano, che quelle vipere sieno da meno degli uomini?

– Taci, Giro Batoë! Se tu avessi a ripeterlo quell’insulto, mi sentirei capace di precipitarti nei flutti!…

Vi era un tale accento di minaccia, un che di imperiosità, che il Malese non ardì parlare. Egli si accontentò di guardare il pirata che fissava Labuan con due occhi di fuoco, comprimendo i battiti del cuore con ambe le mani e la faccia sconvolta da un terribile dolore.

– Gl’Inglesi l’hanno stregato! – mormorò Giro Batoë guardando la Tigre con occhio compassionevole.

Il vento si manteneva stabile. La canoa filava rapidamente più di quello che si avrebbe potuto credere, malgrado la sua pesantezza e il suo scafo barocco che infrangeva le onde anziché tagliarle. In capo a mezz’ora si trovava a più di due miglia da Labuan che cominciava a scomparire del tutto fra le tenebre.

Il Malese, lasciando il capitano in preda ai suoi pensieri, temendo che interrompendolo non avesse a effettuare la minaccia, di cui lo sapeva capace, si teneva all’erta vegliando attentamente cogli occhi volti ora al sud, ora all’est, all’ovest e al nord, per paura che qualche incrociatore si mostrasse improvvisamente sulla linea dell’orizzonte e prendesse la canoa a colpi di cannone.

Nessun naviglio si mostrò peraltro e la canoa poté veleggiare tranquilla tutta la notte, durante la quale Sandokan non fece una sol parola né staccò mai gli occhi da Labuan.

All’indomani ai primi raggi del sole si trovavano a più di venticinque miglia dalle coste di Labuan ormai scomparse da parecchie ore dall’orizzonte. Nessun aveva dormito sebben il mare si fosse tenuto fortunatamente calmo, e poi chi l’avrebbe pensato in quei momenti in cui il pericolo poteva capitare da un istante all’altro? Sandokan, che man mano che si allontanava, provava tutte le dolorose impressioni di un cuore che amava furiosamente e i morsi di una terribile gelosia che nessuna cosa avrebbe valso a soffocare, non l’avrebbe fatto, e il Malese che fremeva dalla gioia all’idea di avvicinarsi a Mompracem e di averla fatta alle giacche rosse non l’avrebbe sognato. Di più, la manovra esigeva delle braccia vigorose e maestre per dirigere una imbarcazione così pericolosa, dove si correva pericolo di trovarsi nell’acqua alla prima raffica.

Quando il sole apparve del tutto sull’orizzonte il vento scemò di qualche poco ma non tanto da impedire di filar senza fatica due nodi. A quella leggera alterazione Sandokan, che teneva ancora gli occhi fissi verso il luogo ove era scomparso Labuan, si volse verso il Malese. Ma non era più l’innamorato della notte, era ridiventato la Tigre, il cui sguardo balenante, affascinante, magnetizzava.

– Quanta via credi tu che abbiamo fatto? – chiese egli dopo qualche istante di silenzio.

– Una trentina di miglia, Tigre della Malesia – rispose Giro Batoë e avrebbe voluto aggiungervi qualche altra parola, ma la minaccia della notte lo frenò.

Sandokan lo guardò a lungo fisso fisso.

– Ah! – esclamò egli alfine. – Credi tu che io meriti ancora il mio antico nome?

– Sì, capitano, e oggi, e domani, sempre. Sapeva io, che non avreste tardato a ridiventare il terribile uomo di una volta.

– Hai scorto in me qualche segno di debolezza, per credere che lo avessi perduto? Forse ieri sera quando lasciavamo le spiagge di Labuan?

– No, ma eravate agitato, mi pareva che foste un po’ impazzito. Parlavate sì stranamente, guardavate in certo modo la terra che noi ci lasciavamo a poppa e mi avete minacciato così bruscamente…

– Avevi ragione, Giro Batoë – disse Sandokan tristamente. – Ma se tu sapessi ciò che io soffriva qua entro… Basta, tutto è finito e ridivendo la Tigre della Malesia assetata di sangue e anelante la vendetta!

– Lo sapeva, capitano. Fu un lampo di pazzia che vi colse ieri sera.

Sandokan increspò le labbra ad un amaro sorriso e portò un dito alle labbra come per intimargli silenzio.

Stette un momento sopra pensiero, poi tornò alla pagaia mentre Giro Batoë si sedeva a prua alla scotta della vela, tenendo gli occhi fissi all’ovest. La canoa beccheggiando pericolosamente, affondando nei cavi delle onde, le cui creste spumeggianti giungevano fino ai bordi, riprese la via lasciandosi a poppa le Tre Isole.

La navigazione fu lenta pel vento che nelle ore più calde cessò dal soffiare. Alla notte vi fu qualche colpo di mare che empì a metà la pesante imbarcazione e qualche colpo di vento che obbligò i due pirati a prendere i terzaruoli per diminuire la superficie della vela.

Tutto il giorno seguente la canoa filò all’ovest sempre lottando penosamente coi marosi. Al cader del sole, il Malese che si teneva in piedi a prua, segnalò la tanto sospirata costa della selvaggia e temuta Mompracem.

CAPITOLO XIV

A Mompracem

Sandokan nel rivedere quell’isola, baluardo della sua potenza e della sua grandezza in quei mari, che non a torto chiamava suoi, sentì che ridiventava la Tigre della Malesia.

La profonda ruga che solcava la sua fronte scomparve istantaneamente e la malinconica espressione del suo volto sfumò per dar luogo all’usuale espressione truce, terribile che incuteva rispetto e paura ai suoi medesimi tigrotti. Il suo occhio triste s’illuminò, fiammeggiò e le sue labbra sorrisero col riso beffardo, crudele che somigliava tutto a quello della tigre. Quantunque la distanza fosse ancora notevole, con uno di quegli sguardi che avrebbero sfidato più di un cannocchiale, ispezionò d’un sol tratto la costa che gli si presentava dinanzi e si rese subito conto di ciò che era accaduto durante la sua assenza nell’isola.

Il villaggio era ancora in piedi; i terrapieni e le palizzate e le scarpe e controscarpe che costituivano la sua difesa, erano ancora al loro posto accresciute anzi di numero, segno certissimo che nessun incrociatore aveva tentato un assedio o uno sbarco. Solo dei trenta prahos, che di solito sonnecchiavano nella piccola baia, parecchi ne mancavano. Tuttavia i pirati non si preoccuparono di molto, immaginandosi che fossero usciti per corseggiare.

Le tenebre, che calavano rapide, posero in breve fine alle loro investigazioni. Il vento era scemato, ma la canoa, quantunque assai lentamente, continuava ad avanzare verso le coste ormai quasi invisibili di Mompracem.

Si poteva smarrirsi, stante la mancanza di stelle, coperte da un nero velo di fitti vapori che erravano nell’aria da due giorni ma fortunatamente i lumi e i fuochi accesi nelle capanne vennero in loro soccorso per indicare la via. Unendo i remi alla vela, i due pirati, dopo due ore sani e salvi, e senza aver destato l’allarme, sbarcavano sulla riva a duecento passi dalla rupe tagliata a picco sul mare, sulla cui cima stava come un’aquila l’abitazione della Tigre.

Tirata a secco la canoa, che minacciava di venir capovolta dalla risacca, raccolte le armi e tutto ciò che vi era di buono da asportare, si diressero senza far rumore verso la rupe, alla cui base spumeggiava il mare con prolungati muggiti. Sandokan, nel sentirsi sotto i piedi la sua isola, che faceva parte della sua vita, che considerava carne del suo corpo, come il mare faceva parte del suo sangue, respirò, e forse per un momento, per un lampo dimenticò Labuan e forse Marianna.

S’inoltrò con passo rapido fino ai piedi della rupe, seguito dal Malese che credeva di essere in preda a un sogno, parendogli ancora impossibile di trovarsi sulla sua cara terra, e guadagnò il primo gradino della tortuosa scala scavata nel vivo sasso che metteva alla cima.

– Giro Batoë – diss’egli con qualche emozione volgendosi verso il Malese che erasi arrestato. – Giro Batoë, ora che siamo giunti a Mompracem, torna alla tua capanna. Abbiamo da dire lassù certe cose che devono essere un secreto per gli altri. Va, di’ ai tuoi compagni che io sono giunto e nulla di più.

– Bene, capitano – disse il Malese, che non era meno commosso di lui. – Voi mi avete strappato da quell’isola dove io soffrivo come fossi sui carboni… Capitano, se vi sarà bisogno di sacrificare qualche uomo… fosse pure per quella che voi dite d’aver lasciato laggiù, pensate a me.

– Grazie, Giro Batoë… vattene ora, vattene – e il pirata, ricacciando nel fondo del cuore il ricordo involontariamente evocato dal Malese, salì rapidamente i gradini elevandosi fra le tenebre.

Raggiunse la vetta, si mostrò un istante dinanzi alle trincee sfondate in mezzo alle quali facevano sempre capolino avanzi di scheletri umani, guardò con un misto d’orgoglio e di fierezza la bandiera rossa che sventolava sulla cima della capanna, gettò uno sguardo lontano, lontano verso l’oriente in direzione di Labuan, rattenendo per un istante i veloci battiti del cuore, aspirò il vento della notte come aspirasse il profumo di Marianna, e si avvicinò ratto ratto verso la porta della capanna mandando un profondo sospiro.

Nell’interno brillava un lume. Passando presso ai vetri d’una fenestra, vide un uomo che stava seduto dinanzi a un tavolo, colla testa fra le mani. Riconobbe a prima vista suo fratello, il Portoghese.

Apri pian piano la porta ed entrò senza che Yanez lo udisse. Egli si arrestò:

– Ebbene, Yanez, hai dimenticato la Tigre della Malesia? – chiese improvvisamente Sandokan cercando comporre le sue labbra a un sorriso che invece si atteggiarono a una smorfia.

La frase non era ancor terminata che il Portoghese rovesciando il tavoliere era saltato in piedi. Indietreggiò gettando un grido di sorpresa e di gioia, si stropicciò gli occhi credendosi in preda a una allucinazione, poi si precipitò fra le braccia di lui che lo strinse al petto come fosse stata la giovinetta.

– Tu, Sandokan! Tu, Sandokan! – esclamò egli fuori di sé. – Ah! amico mio, io ti credeva ben perduto.

– Perduto? Oibò, Yanez, e tu pensi che la Tigre possa perdersi?

– Ma, disgraziato amico, dove sei stato che non abbiamo ricevuto più tue nuove? Ah! Credi tu adunque, che non vedendoti più tornare, e non trovandoti né alle Romades, né a Labuan, né alle Tre Isole, né alle coste del Borneo, non ti abbia creduto morto? Parla, spicciati, fratellino mio. Che hai fatto in tanti giorni mentr’io ho avuto la debolezza di piangerti? Dove sono i tuoi prodi? Che può mai esserti accaduto che per un sì lungo tempo sei scomparso? Hai forse saccheggiato qualche reame di Borneo, o la Perla di Labuan ti ha stregato? Spicciati, fratellino mio: di’ su qualche cosa.

Invece di rispondere a tutte quelle domande, che non parevano finir più, Sandokan si mise a guardarlo cogli occhi torvi e il volto abbuiato. Egli incrociò le braccia e si avvicinò all’armonium quasi gli saltasse l’idea di mettersi a suonare. Il Portoghese con un salto gli si pose dinanzi risoluto a impedirlo.

– Orsù – disse Yanez un po’ contrariato da quel silenzio. – Parla, che significa quel vestito da soldato che ti dà l’aria di una giacca rossa bell’e buona e quel volto truce? Ti è accaduta disgrazia?

– Disgrazia! – esclamò Sandokan con voce rauca. – Ma ignori adunque che dei miei uomini non rimane che il malese Giro Batoë? Ignori adunque che tutti sono caduti pugnando sulle coste di Labuan, dove io non sono sfuggito che per un miracolo di sovrumana energia. Senti, Yanez, ho una palla nel corpo, una palla delle giacche rosse, e ho del fuoco che serpeggia nelle vene, e che sale fino al cervello, sino al punto di farmi quasi impazzire!

– Battuto! Tu… la Tigre della Malesia! È impossibile! È impossibile! Tu vuoi burlarmi Sandokan.

– Sì, Yanez, sì, mi hanno battuto, mi hanno vinto e per di più la Tigre fu ferita! Buon per loro, che la ferita che vomitava sangue l’hanno curata colle loro mani, ma in cambio di ciò, m’hanno stregato. Capisci, Yanez? Il mio equipaggio fu sterminato, e io, io sono stregato!…

Il pirata fece scorrere con gesto convulso una seggiola accanto a quella poco prima occupata dal Portoghese, e dopo di aver vuotato l’un dietro l’altro parecchi bicchieri ripieni di wisky come cercasse calmare l’ira che l’assaliva, terribile ira che spesso cangiava in un tremendo delirio, con voce rotta o animata, rauca o sibilante, stridula o ruggente, alternando gesti violenti e imprecazioni, raccontò filo per filo l’assalto del prahos mercantile, il combattimento col piroscafo, l’abbordaggio nel momento che il proprio legno affondava, la ferita, le sofferenze, e la guarigione. Ma quando venne a parlare della Perla di Labuan, tutta la sua ira, con gran sorpresa del Portoghese, sfumò. La sua voce, poco prima rauca e quasi ruggente, prese allora un altro tono diventando dolce, accarezzevole, appassionata.

Decantò con slancio poetico le bellezze della lady, parlò di quegli occhi grandi, dolci, melanconici, azzurri come l’acqua del mare e che lo aveano commosso, parlò di quei capelli lunghi, più biondi dell’oro, più fini della seta, più profumati dei fiori, parlò di quella voce incomparabile, angelica, che aveva trovato un eco delizioso nella profondità del suo cuore scuotendone le fibre d’acciaio e di quelle mani che sapevano trar dalla mandola quei suoni sì dolci, che lo avevano affascinato, che lo avevano incantato.

Dipinse colla viva passione di un’anima che ama alla follia, quei cari momenti passati assieme a lei, quei cari momenti durante i quali dimenticava e la sconfitta, e la vendetta, e i suoi pirati e la sua temuta Mompracem, quelle delizie che non aveva mai provato in tanti anni di pugne, e delle quali conservava ancora sì cara memoria. Così narrò la caccia alla tigre, la confessione del suo amore, per poi scendere fino all’inseguimento nelle foreste, allo stratagemma col sergente Willis, all’incontro di Giro Batoë e infine all’abbandono di Labuan.

– Vedi, Yanez – diss’egli con accento ancora commosso, – nel momento che io mettevo piede nella canoa, mi parve che si staccasse un lembo del mio cuore. Fu un momento terribile, un momento supremo quell’istante in cui abbandonava quell’isola dove viveva la mia amata Marianna: avrei voluto subissare la canoa e Giro Batoë, avrei voluto far rientrare il mare nel seno della terra perché non lo valicassi più mai e far sorgere in sua vece un mare di fuoco! In quel momento avrei voluto far saltare Mompracem e tutti i suoi tigrotti, perché non m’attirassero più mai, e avrei voluto non essere mai stato la Tigre della Malesia!…

– Ah! Sandokan! – esclamò Yanez con tono di rimprovero.

– Non rimproverarmi, Yanez, non rimproverarmi. Se tu sapessi cosa io provo qua entro, nel cuore, in questo cuore che io credeva essere di ferro, che io credeva inaccessibile a qualsiasi passione! Guarda, Yanez, sono sì innamorato di quella Perla che se io me la vedessi dinanzi, che se io udissi da quelle labbra sulle quali ho posate le mie, che tradissi i miei compagni, mi sentirei capace di tradirli!… Se quella voce che m’inebbriò sin dalla prima volta che l’udii, mi chiedesse di far fuoco a Mompracem lo farei, se mi chiedesse di farmi Inglese, io, la Tigre della Malesia… sì, sì Yanez, lo sento che lo farei!…

“Ho sempre il fuoco nelle vene che mi flagella e che mi pare consumi a poco a poco le mie carni, e sento che l’amerò oggi, domani, sempre, perché l’ho trovata divina, perché mi ha inebbriato, perché ha avuto il coraggio di amare la Tigre della Malesia. Dal giorno che l’ho veduta, Yanez, dal giorno che mi fe’ gustare l’ebbrezza dell’amore mi sono sentito cangiare. Mi pare di avere sempre il delirio, mi pare che tutti i ricordi della mia vita terribile si cancellino, mi pare che un nuovo orizzonte mi si schiuda dinanzi. Sono stregato, sono ammaliato, Yanez, sono innamorato alla follia. Ovunque volga lo sguardo non vedo che Marianna aggirarsi raggiante a me d’intorno, che m’accompagna ne’ miei sogni, ne’ miei pensieri, ovunque vedo quel genio scintillante di bellezza che mi affascina, che mi abbrucia!…

Il pirata si alzò con gesto brusco e il volto alterato e i pugni stretti. Fece due o tre giri attorno alla stanza come cercasse allontanare quel fantasma divino, e calmare le ansie che lo divoravano, poi ritornando presso il Portoghese sempre immobile, ma che lo guardava fra il compassionevole e il collerico, disse:

– Ascolta, Yanez, tu non lo crederai, eppure l’amore di quella fanciulla la cui bellezza mi rende pazzo, è radicato fortemente nel mio cuore come il sentimento della mia vita, che nessuno al mondo varrebbe a strapparlo. Credi tu che prima di lasciarmi vincere non abbia lottato? Oh! Io ho atrocemente lottato, ma non valsero le mie ire per quella figlia che scende dalle giacche rosse, né la ferrea volontà della Tigre che è caduta sotto la potenza di quello sguardo magnetico. Quante volte, quando i ricordi della mia vita sanguinaria mi assalirono, ho tentato di spezzare la catena. Quante volte, quando al pensiero di dover forse abbandonare il mare, il mio sangue, ho tentato di spezzarlo, e quante volte infine, pensando che per averla avrei pur dovuto spegnere la Tigre della Malesia, perdere quel nome a me tanto caro, quel nome di cui vo così altero, ho cercato di fuggire, e sempre invano. Mi sono trovato fra due abissi: là Mompracem coi suoi pirati, sfavillante fra il balenar dei cannoni e galleggiante in un mar di sangue, e qui lei; mi son trovato fra due abissi sui quali mi sono librato per un istante esitando. Sono precipitato nel secondo, dal quale nessuna forza umana sarebbe capace di trarmi. Sono di lei! La Tigre morrà!…

“Se volessi svellere questa fiamma che m’arde non lo saprei fare, non lo potrei. Invano cercherei di cacciare quel genio, quel fantasma dei miei sogni. Invano cercherei rompere quel fascino che mi incatena. Né le battaglie, né le emozioni di una vita agitata, né l’amore dei miei uomini, né fiumi di sangue, né monti di cadaveri, sarebbero capaci d’infrangerlo. Un’ombra, un’immagine si frapporrebbe fra me e queste battaglie, fra me e queste grandi emozioni, e spegnerebbe l’antica energia della Tigre, e questa ombra e questa immagine sarebbe ancora lei. No!… No!… Yanez, non potrei dimenticarla e se pur lo volessi avrei paura. No! Non lo farei dovesse costarmi e il mio nome, e la mia isola e la mia gloria!…

Il pirata dopo aver dato libero sfogo alla passione, si era arrestato per la seconda volta. Egli s’avvicinò al Portoghese che pareva ascoltasse ancora e gli disse con voce rotta:

– Yanez!… Trovi tu, che la Tigre della Malesia amando si sia disonorata?… Credi tu che io, perché la follia mi prese, non sia più degno di te?… Yanez!… Yanez!…

Il Portoghese per tutta risposta gli si gettò fra le braccia. Sandokan se lo strinse al petto con frenesia.

– Che dici mai, Sandokan? Qualunque cosa avvenga io ti sarò sempre amico, ti seguirò ove tu andrai anche sino in capo al mondo e troverò sempre che tu sarai degno di me. Tu sei stato stregato, amico mio, tu oggi sei innamorato, ma domani ho la sicurezza che non vi penserai più e che sarai guarito, che ritornerai a essere la Tigre della Malesia dal cuore inaccessibile.

– Ah! Non ripetermi queste parole, Yanez. Ho giurato che Marianna Guillonk sarà mia e lo sarà!

Il Portoghese lo guardò più commosso che incollerito.

– Odimi, Sandokan. Io credo che tu ami questa fanciulla che chiami divina, ma hai tu pensato seriamente alle conseguenze che potrebbero derivare da questo tuo amore? Che diranno i pirati della Tigre della Malesia, quando la vedranno correre sulle traccie di una fanciulla?…

– Che si dirà?…

– Sì, che si dirà di quest’uomo che vantava avere un cuore di granito?

– Si dirà che anche un pirata ha un cuore per amare, come hanno amato i gran guerrieri dell’antichità. Si dirà, per chi non vorrà credere che io realmente sono innamorato, che le giacche rosse mi hanno stregato perché mi temevano.

– Ah! Sandokan, mi sembra ancora impossibile che tu abbia potuto amare una figlia inglese.

– No! – esclamò il pirata con violenza. – No, figlia inglese, no! Essa mi ha parlato di un mare azzurro più bello del nostro mare malese, che lambe i piedi della sua patria, di una terra che è coperta di fiori e che è dominata da un fumante vulcano, di un eden che non è l’Inghilterra, dove si parla una lingua armoniosa che nulla ha di comune con quella inglese.

– Ti credo, Sandokan, ma sei sicuro che suo zio acconsentirà a cedertela? Guardati bene attorno: avrei paura che le giacche rosse approfittassero di questo amore per tenderti un agguato; tu lo sai che sono anelanti di vedere il tuo sangue.

– E che? Crederesti tu, Yanez, che io abbia bisogno del consenso del lord per farla mia? Crederesti tu che io avessi paura di loro? Non sono ancora un pirata di Mompracem? Non sono ancora la Tigre della Malesia che comanda la terribile orda dei tigrotti? Non ho dei prahos per varcare il mare e approdare a Labuan? Non ho cannoni per far saltare gl’incrociatori e spezzare i più insormontabili ostacoli? Sì, Yanez, la rapirò e senza il permesso del lord!

– E quando l’avrai rapita, che ne farai?

La faccia di Sandokan s’abbuiò.

– Quando l’avrò rapita – diss’egli, – farò ciò che lei vorrà. Sarà il momento in cui si decideranno per sempre le sorti di Mompracem.

– E tu vuoi proprio tornare a Labuan?

– Sì, e a rapirla in pieno giorno e più presto di quello che tu creda. Laggiù ho un rivale, Yanez: il baronetto William.

– Chi è quest’uomo?

– Un maledetto che vorrebbe disputarmi la mano della lady, un maledetto che ho la certezza che non indietreggerà dinanzi a qualsiasi ostacolo pur di farla sua, un maledetto infine che potrebbe rapirmela.

“Tu lo vedi, Yanez, bisogna che io mi rechi a Labuan per impedire che questo rapimento possa accadere.

– E se questo William te la portasse via?

– Non dirlo, Yanez. Rapirmela sarebbe uccidermi.

– Ma sei sicuro che questa fanciulla ti seguirà a Mompracem? Se si rifiutasse?

– Non supporlo un solo istante, Yanez; essa mi seguirà. Me lo ha giurato quando mi amava sotto il nome di Whu-Pulau ed è tornata a giurarmelo quando mi amò sotto il mio vero nome di Sandokan. E poi, chi dice che io l’abbia a trarre a Mompracem? Se lei vorrà lascierò per sempre il mio nido, dove a onta di una carriera sanguinosa, passai momenti felici, e la condurrò lontana, lontana, dove vorrà, forse nella sua lontana patria, che ancora rimpiange.

Tra i due pirati successe un breve silenzio, durante il quale si guardarono l’un l’altro fissamente.

– E tu vorresti proprio arrischiarti ancora sulle coste di Labuan, dove fosti battuto? – chiese Yanez.

– Sì.

– Ma sai, Sandokan, che quei luoghi ci portarono sempre sfortuna, e che gl’Inglesi oggi sono più forti che mai? Sai che oggi non siamo più noi che dettiamo le leggi e che essi minacciano Mompracem e che aspettano il momento opportuno per distruggerci?

La Tigre della Malesia si mise a sogghignare, ma con quel sogghigno suo particolare che metteva i brividi.

– Yanez – diss’egli con fierezza. – Quando si tratta di far valere i miei diritti di pirata sono sempre la Tigre della Malesia che fa tremare i forti e che sgomenta gl’intrepidi. Quando si tratta di far conoscere la mia audacia, saprò condurre ancora i miei tigrotti alla vittoria, malgrado gl’incrociatori e le fortezze. Oggi non è solo il mio diritto e la mia audacia che mi spingono a Labuan: vi ha una fanciulla che io amo alla pazzia. Quando sarà venuto l’istante di agire mi vedrai all’opera. Là, dove vedrai brillare la lama della mia scimitarra e il mio kriss troverai cadaveri; quando udrai la mia voce, troverai il nemico disfatto. Giammai mi sono sentito tanto forte come oggi.

– Bene, vuoi farla tua? Sia. Non parliamone più; quando si tratterà di partire, si partirà: una cosa sola ora ti chiedo e sarà l’ultima che ti chiederà il tuo amico, il tuo fratello d’armi, poi farai ciò che ti parrà.

– Parla, Yanez – rispose Sandokan, ma che già si preparava a rifiutare.

– Quando credi che si prenderà il largo? Tu devi aver già destinato il giorno.

– Vi ha di più, ho destinato l’ora, se ti piace. Devo trovarmi all’appuntamento la mezzanotte del 6 maggio.

– Ah! Un appuntamento, di già? – esclamò il Portoghese corrugando la fronte.

– Sì, e al quale non mancherò, dovessi sfidare tutti gl’Inglesi di Labuan!

– Allora tu partirai il dì innanzi. Bene, bada a me, parti dieci giorni dopo.

– Dieci giorni dopo! Sei pazzo, Yanez? Non sai adunque che io pavento quel rivale fino a che sono qui?

– Lo so, Sandokan, ed è bene per lasciargli tempo di compiere il suo progetto se ne ha qualcuno di ardito, o almeno a far credere a lei che ti hanno ammazzato o annegato durante la fuga, togliendole ogni speranza di rivederti. Credi a me, sarebbe il meglio che potesse toccarti, e sarebbe meglio per noi.

– Lasciarmela rapire?… Farla piangere… soffrire… farle spargere delle lagrime! Mai, Yanez, mai! – gridò il pirata fuori di sé. – E sei tu che me lo dici, tu, quello che io chiamava mio fratello? Dimmi, quale scopo avevi per parlarmi in tal guisa?

– Quello di salvare Mompracem! – rispose gravemente il Portoghese.

Il pirata si nascose il volto fra le mani e mandò un sordo gemito, che pareva un ruggito. Il Portoghese ebbe pietà di lui. Capì sino a qual punto fosse innamorato quel terribile uomo.

– Povero amico, sei adunque atrocemente ferito? – gli domandò egli, cangiando tono.

– Sì, sono ferito… atrocemente ferito! Vedi, m’hai cagionato tanto male, che un pugnale nel cuore me ne avrebbe fatto meno.

Sandokan si diresse bruscamente verso la porta, che aprì furiosamente.

– Dove vai? – gli domandò il Portoghese arrestandolo con ambe le mani.

– Ritorno a Labuan – rispose con voce rauca il pirata. Domani dirai ai miei uomini che gl’Inglesi mi hanno ucciso. Non udranno più mai parlar di me, e tu sarai la nuova Tigre… io ritorno da lei!

– Sandokan! – esclamò Yanez circondandolo con ambe le braccia e traendolo verso di sé. – Sei pazzo tu per ritornare a Labuan, solo, con simil volto, laggiù, dove ti daranno la caccia come una belva feroce, dove non avrai un amico che ti difenda, quando a Mompracem vi sono cento e più uomini pronti a seguirti in capo al mondo? Rimani, Sandokan, lo voglio. Voglio che tu ritorni l’antica Tigre della Malesia pur amando.

I due pirati si precipitarono l’un nelle braccia dell’altro e rimasero così, stretti. Un fischio prolungato, un fischio d’allarme li separò bruscamente. Entrambi lo riconobbero.

– Giro Batoë! – esclamò Sandokan, slanciandosi verso la porta sospettando qualche cosa d’insolito.

– Giro Batoë! – ripeté il Portoghese, che aggrottò la fronte, seguendolo frettolosamente.

La notte era egualmente oscura come poche ore innanzi, ma con tutto ciò i due pirati scorsero il Malese che saliva come una scimia facendo i gradini a quattro a quattro. In pochi istanti giunse fino alla piattaforma.

– Siete voi capitano? – domandò egli avanzandosi frettolosamente.

– Sì, e che vuoi, Giro Batoë? Che significa la tua presenza a un’ora così tarda e in un luogo ove non hai nulla da fare? – domandò Sandokan con voce collerica. – Spicciati: se sei venuto per parlare, parla, se non hai nulla di serio ritorna alla tua capanna prima che mi venga l’idea di gettarti dalla rupe.

– Sarò breve. I prahos sono giunti ora – disse Giro Batoë.

– Bene, e poi? – domandò il Portoghese. – Se era per venire a dirci questo, potevi andartene a dormire.

– Non è tutto. Hanno portato delle notizie inquietanti. A quanto udii un incrociatore si è fatto vedere al sud dell’isola. Pare che sia venuto da Labuan, e che abbia idea di mostrarsi dinanzi al villaggio.

– Ah! – esclamò Sandokan. – Credono adunque le giacche rosse, che noi siamo ancora in mare? Se sono venuti per questo, possono tornare a Labuan. Che hanno detto i nostri uomini?

– In fede mia, capitano, non si inquietano tanto e si sono accontentati di porre alcuni buoni artiglieri dietro i terrapieni del sud. Hanno creduto bene di lasciar dormire il capitano Yanez.

– Si ignora adunque che sono ritornato da Labuan?

– Perfettamente, Tigre della Malesia. Non mi avrebbero creduto, e poi l’effetto sarà più grandioso e più inaspettato quando comparirete in persona. Credete che abbia fatto male?

– No, mio bravo Giro Batoë. Va a dir loro di raddoppiare le sentinelle e di caricare i cannoni. No, rimani, che voglio preparare io una graziosa burla al piroscafo quando navigherà in queste acque.

– Che hai in capo di fare? – domandò il Portoghese.

– Lo vedrai, Yanez. Aspettiamo il suo arrivo; sono sicuro che non tarderà a presentarsi dinanzi al villaggio.

I tre pirati si accomodarono all’aperto, sedendosi sulle trincee sfondate accanto agli scheletri, cogli occhi rivolti al sud, l’uno accarezzandosi il mento come uomo che ha trovato ciò che cercava, e gli altri due curiosi di veder ciò che doveva accadere.

Passò un’ora senza che il piroscafo segnalato si mostrasse all’orizzonte, e durante la quale nessuno dei tre disse parola. Si credeva già che avesse preso il largo, quando all’alba furono veduti i suoi fanali ancora accesi che brillavano nella semi-oscurità. Veniva dal sud, navigando a un duecento passi dalla costa e avanzandosi a piccolo vapore. Si sarebbe detto che con una insolente bravata volesse sfidare i pirati di Mompracem.

– Eccolo – disse il Portoghese. – La canaglia si crede di essere ben forte per passare sotto costa.

– Meglio così: avrà agio di vedermi senza l’aiuto di cannocchiali – rispose Sandokan. – Ohe! Giro Batoë, accendi un fuoco presso di me, bisogna che mi scorga bene, che gli mostri che la Tigre della Malesia è ancora viva.

Il Malese non se lo fece ripetere. In pochi istanti accese un gigantesco falò capace di essere veduto a venti miglia in mare.

– Bene – disse Sandokan. – Ora scendi al villaggio e dìai miei tigrotti di imboscarsi dietro le batterie. Quando alzerò la mia bandiera che facciano ruggire i cannoni.

Il piroscafo continuò ad avanzare attirato da quel chiarore insolito passando dinanzi al villaggio a piccolo vapore e a meno di quaranta passi dalla costa. Quando giunse dinanzi alla gran rupe, Sandokan uscendo dall’ombra comparve improvvisamente accanto al fuoco: egli si arrestò sull’estremo ciglione colle braccia tese verso di lui e l’occhio fisso su di un uomo che si teneva in piedi sul ponte di comando.

– William! William! – esclamò egli con iscoppio furioso.

– La Tigre! – esclamò quell’uomo che non era altro che il baronetto William.

– Guardami in volto! Guardami! – urlò la Tigre della Malesia avvicinandosi ancor più all’abisso sotto il quale rimuggiva il mare con fracasso. – Sono vivo!

Vi rispose una tremenda bestemmia seguita da una scarica di fucili.

– Arrivederci a Labuan! – disse Sandokan ghignando. – Ci ritroveremo, maledetto da Dio e quel dì berrò il tuo sangue!

Si vedevano allora un centinaio di ombre agitarsi sulle batterie del villaggio.

Sandokan afferrò la rossa sua bandiera e la levò mostrandola al piroscafo, il quale cercava di virare di bordo per accostarsi alla spiaggia.

Un primo colpo di cannone tenne dietro a quel comando, poi dieci, venti, cinquanta: le trincee, i terrapieni, le lunette, i fossati, i prahos in un baleno s’empirono di fumo ruggendo.

Una tremenda grandinata di ferro piovette sul piroscafo demattandolo e rasandolo come un pontone, costringendolo a prendere il largo a tutto vapore, mentre che i pirati correndo sulla costa gridavano ad una voce:

– Viva Mompracem! Viva la Tigre della Malesia!

CAPITOLO XV

Il caporale inglese

La nuova che Sandokan era ritornato, si era sparsa colla rapidità del lampo in tutta l’isola.

Il piroscafo non era ancora scomparso che una folla delirante, composta dei più vecchi campioni della pirateria, era di già salita sulla rupe a felicitare il gran capo del suo ritorno.

Era tanta la gioia che animava quei tigrotti, che pareva proprio che volessero soffocarlo fra gli abbracci. Sandokan si sentiva suo malgrado commosso di quelle prove di simpatia dei suoi uomini, e seppellendo per un istante l’abisso che lo separava da loro nella sua qualità di gran capo, abbracciava e lasciavasi abbracciare da tutti. Era un delirio d’ambe le parti.

Non si parlò né dei morti, né della sconfitta, non si udì il più piccolo lamento uscire dalle labbra di quegli uomini abituati a ogni sorta di pericoli e di dolori quantunque più di uno avesse perduto l’amico, il fratello e persino il figlio. Quegli uomini o meglio quei tigrotti si sarebbero vergognati di spargere una lagrima dinanzi alla Tigre della Malesia, che era il loro dio. Non si parlò nemmeno di vendetta, ben sapendo che la terribile Tigre non avrebbe lasciato impunita una tal sanguinosa rotta.

– Amici! – disse Sandokan, dopo di aver ascoltato le loro felicitazioni. – Amici! Gli è pur vero che un leone che aveva denti cento volte più numerosi di noi, che aveva artigli cento volte più lunghi, che ruggiva assai di più, ha fatto mordere la polvere alla Tigre della Malesia; ma non abbiate timore, che verrà il tempo in cui gli si darà alla sua volta il colpo di grazia. Voi l’avete veduto il brigante venir a fumare insolentemente fin sotto le temute nostre coste, credendo che la Tigre fosse morta, ma voi lo avete pur veduto fremere e tremare, quando mi scorse lassù sulla mia roccia, accanto alla mia bandiera più vivo di prima e assetato di vendetta!

“No, tigrotti, no, gli eroi che caddero pugnando sotto la coste dell’isola maledetta non rimarranno invendicati, ve lo giuro. Andremo ancora su quella terra esecrata, e colà renderemo pur noi ruggito per ruggito, ferro per ferro, sangue per sangue. Quel giorno tigri e leoni lotteranno fino all’ultimo sangue e i tigrotti di Mompracem divoreranno i leoncini di Labuan!…

Quelle parole, pronunciate con quell’accento feroce col quale le sapeva pronunciare la Tigre della Malesia, furono affascinanti: i capi della pirateria si sentirono correre per le ossa un fremito di terribile entusiasmo. Ogni braccio alzò un’arma e un solo grido irruppe tremendo da tutti i petti:

– Sangue! Sangue! Sangue!…

– E sangue sia! – rispose Sandokan.

L’adunanza ad un suo cenno si sciolse. I pirati scesero alla spiaggia urlando sempre con quanta voce avevano in corpo.

Sandokan stette lì a guardare i suoi tigrotti che parevano impazziti. Crollò ripetutamente il capo con gesto ripieno di disperante tristezza e si volse verso Yanez col volto tetro.

– Ho ancora la voce della Tigre della Malesia, ma sento di non averne più il cuore – mormorò egli cupamente.

– Sandokan – disse il Portoghese posando le sue mani sulle di lui spalle, – quando saremo a Labuan avrai anche il cuore dell’antica Tigre della Malesia.

– Sì, allora… e poi? – domandò il pirata, guardandolo in volto.

– Poi, sarà ciò che Dio vorrà. Vattene a dormire, tu sei ammalato.

– Lo so, Yanez, ma ancora per poco. Guarirò!

Il pirata che si sentiva affranto per le sofferenze fisiche e morali rientrò nella capanna, dopo di aver lanciato uno sguardo di fuoco verso l’oriente. Il Portoghese invece discese la scala avviandosi alla spiaggia, coll’intenzione senza dubbio di intraprendere qualche cosa di serio.

La Tigre della Malesia, dopo di aver sorseggiato qualche tazza di the che usava come fosse un Chinese di Canton, si sedette dinanzi al tavolo più cupo che mai. Con mano nervosa fece saltare i tappi di una mezza dozzina di bottiglie di wisky, la sua bevanda prediletta e che usava senza parsimonia.

Si mise a bere con una specie di rabbia, vuotando un dopo l’altro parecchi bicchieri quasi avesse l’intenzione di soffocare la gelosia che lo rodeva e i timori che l’agitavano. Si arrestò al sesto bicchiere.

– Ah! – esclamò con voce sempre più sorda. – Potessi addormentarmi e non risvegliarmi che il dì della partenza. Questo amore mi rode atrocemente; questa impazienza mi uccide!…

Si mise a camminare per la stanza calpestando i tappeti, rovesciando le bottiglie e infrangendo i cristalli ammucchiati negli angoli, poi andò fermarsi dinanzi all’armonium che aprì.

– Darei mezzo del mio sangue per poter cantar pur io una di quelle care canzoni che lei cantava quando languiva vinto e ferito sul letto del dolore. E non è possibile, non mi rammento più nulla. Era una lingua straniera, e quando la udiva mi sembrava di essere ebbro… ah! come eri bella allora, come eri divina Marianna!…

Fece scorrere le sue dita sulla tastiera e si mise a suonare cercando rammentarsi qualche nota che non gli fosse del tutto sfuggita, arrestandosi per cercarne qualche altra che non trovava più e tentando ma invano di imitare la voce della napoletana. Dalle note flebili e dolci allora balzò improvvisamente a quelle sorde, cui voleva improntare d’ironia e di sogghigni, poi si mise a suonare rapidamente ciò che gli saltava in capo, quasi volesse stordirsi. Toccò tre o quattro di quelle romanze selvaggie, tutte sue proprie, poi s’arrestò come se un nuovo pensiero l’avesse colpito.

Ritornò al tavoliere colla testa in fiamme e afferrando con mano convulsa un bicchiere lo empì sino all’orlo. Egli guardò attentamente in fondo della tazza.

– Ah! Vedo gli occhi di lei nel fondo della tazza! – esclamò ridendo d’un riso insensato.

La vuotò, la empì e tornò a vuotarla, guardandone sempre il fondo come lo attirasse.

– Ah! Ah! – continuò il pirata che perdeva a poco a poco le facoltà mentali sotto l’ubbriachezza che s’impadroniva di lui. – Ah! Ah! Vedo tutto rosso, tutto sangue!… Avanti, fantasmi, avanti, venite a sedere di fronte a me, là, bevete, bevete… il liquore arde ma addormenta, il mondo sembra un sogno dorato, sì, tutto un sogno dorato… bevete, bevete che le giacche rosse dormono anch’esse, bevete, bevete che dorme anche la Perla!…

Il pirata continuò a bere senza più numerare i bicchieri, ingollando il wisky come fosse semplice acqua, abbandonandosi a una terribile ebbrezza che diventava per lui un sollievo, alternando alle parole insensati scrosci di risa.

– Marianna! – gridava egli alzando le braccia come cercasse di afferrarla e tentando di abbandonare la seggiola. – Marianna, aspetta ancora, che i miei pirati abbiano bevuto sangue, poi verrò da te. Aspetta che le polveri bagnate dal wisky sieno asciutte, che le scimitarre sieno lucenti, e poi ti raggiungerò a dispetto del lord, poi sarò tuo come tu sarai mia… Sì, sì, io verrò a Labuan che dovrà fremere al mio avvicinarsi e accompagnato dal corteo dei fantasmi che chiedono vendetta, che chiedono sangue… Io sono forte, sono l’aquila di Mompracem, il dio dei miei pirati… aspetta ancora, io vengo.

Sandokan cercò rizzarsi poi si mise a ridere d’un riso stupido e continuò a bere.

– Verrò dove tu vorrai, amor mio – continuò egli, – laggiù, in un’isola deserta, in un eden, lontano da questi mari che potrebbero attirarmi, lontano da questi fantasmi che assordano le mie orecchie giorno e notte, lontano dai miei uomini che potrebbero tradirti, che potrebbero ucciderti, avvelenarti, perché io rimanga sempre la terribile Tigre della Malesia!

“Guarda… guarda, Marianna, io ti porterò meco, partiremo soli, di notte… sì di notte oscura perché non abbiano a farti paura e non abbiano a separarci. Andremo a trovar le gioie nell’isola che ti ho promesso, e il Portoghese… capisci, il mio fratello, verrà con noi, ci difenderà!… Su, su, bevete anime perdute, bevete con me che le giacche rosse dormono ancora. Ah! Ah! Ah!… Sturò una seconda bottiglia e si versò da bere girando attorno uno sguardo inebetito. Gli sembrò vedere delle ombre volare dinanzi agli occhi che ghignando folleggiassero mostrando kriss, scuri e scimitarre insanguinate. In una di esse, che sogghignava più di tutte credette di scorgere il baronetto William. Si sentì preso da un impeto di collera e tremò tutto digrignando i denti. Egli agitò le braccia come volesse afferrarlo.

– Ti vedo… sì, ti vedo, odo i tuoi sogghigni, maledetta giacca rossa, ma se posso afferrarti guai, guai a te. La Tigre della Malesia succerà il tuo cervello. Tu vuoi rubarmela, lo vedo nei tuoi occhi nei quali leggo come su un libro aperto; tu ridi perché hai il lord, lo stupido che ha curato il pirata, l’insensato che mi ha lasciato fuggire! Ah! Ah! Non riderai troppo, mi vedrai tra breve illuminato dalle fiamme degli incendi, in mezzo alle fiamme come mi hai veduto ancora, quando passavi… non mi ricordo più dove… ma mi hai veduto! Se hai sete vieni a bere nella mia tazza che non contiene ora veleno. Vieni a bere anche tu come hanno bevuto i fantasmi!…

Il pirata alzò la tazza come per presentarla all’ombra, poi la lasciò cadere spezzandola. Tornò a ridere.

– Non si vuol che beva? Chi è che non lo vuole? Ah! siete voi, tutti i miei uomini! Vedi, Marianna, non vogliono che io ti ami perché hai del sangue… del sangue inglese. Sì, deve essere così, non vogliono che ami! Ah! Ah! Ma ti farò mia lo stesso, poi farò ciò che tu vorrai, sì io li tradirò… saranno puniti, Mompracem cadrà, e Labuan… oh! Cadrà pure, cadrà!…

Egli era giunto allora al colmo dell’ebbrezza. Si sentì prendere da una smania di distruggere e rovesciò il tavolino mandando sottosopra e bottiglie e tazze che si infransero con fracasso. Dopo reiterati sforzi poté rizzarsi e si mise a camminare per la stanza barcollando, aggrappandosi alle mobiglie.

– Vi vedo tutti, sì, vi vedo, ma aspettate che ora giungerà la Tigre!… Silenzio schifosi cani. Chi dice che io non sia la Tigre?

Il delirio, il tremendo delirio che l’assaliva nei momenti di furore e d’ebbrezza lo prese. Sostenendosi a malapena, appoggiandosi ai muri, rovesciando il vasellame e spezzando le vetraglie e urlando come un pazzo s’impossessò di una scimitarra. La guardò per alcuni istanti con feroce gioia, lasciò sfuggire dalle labbra un gran scroscio di risa selvaggie e si mise a menare colpi disperati correndo dietro ai fantasmi che parevagli vederseli folleggiar d’intorno, lacerando le tappezzerie, avventando tremendi colpi sugli scaffali, sulle tavole, sulle casse, sull’armonium, brancolando, incespicando, ridendo, bestemmiando e ruggendo come una belva feroce.

Guai a colui che in quei momenti gli si fosse presentato dinanzi. Il Portoghese stesso non sarebbe stato risparmiato dalla scimitarra del delirante. Urlò per mezz’ora, combattendo come un dannato come se si trattasse di dover sbaragliare un intero esercito, facendo piovere dai vetri infranti degli scaffali torrenti d’oro, d’argento e di perle, poi le forze gli vennero improvvisamente meno e cadde in mezzo ai rottami addormentandosi profondamente.

Dormì tre o quattro ore e quando si svegliò trovossi coricato sull’ottomana dove i suoi Malesi l’avevano portato.

I vetri spezzati erano stati già tolti di là, gli ori e le perle erano state ricollocate scrupolosamente al loro posto, i mobili rovesciati erano stati raddrizzati e raggiustati alla meglio. Solo si vedevano le traccie lasciate qua e là dalla scimitarra sulle muraglie e sulle tappezzerie ancora lacerate.

Il pirata si stropicciò gli occhi e si passò più volte le mani sulla fronte come cercasse rammentarsi dell’accaduto.

– Non posso aver sognato – mormorò egli. – Sì, era ubbriaco e mi sentiva felice, oh! sì, molto felice. Orsù, il fuoco spento ricomincia a serpeggiarmi nelle vene. Che non lo possa io spegnere mai più?

Si strappò di dosso la divisa del sergente Willis, indossò nuove vesti, scintillanti per le perle sparse a profusione, e uscì.

Il sole era ancora alto; non potevano essere che le quattro. Aspirò una boccata d’aria marina che dissipò compiutamente gli ultimi resti dell’ubbriachezza e percorse collo sguardo il mare che estendevasi a perdita d’occhio ai suoi piedi.

Egli rimase lì alcuni minuti, collo sguardo fisso fisso all’est, verso Labuan, col volto tristo e truce insieme, poi scese la scala dirigendosi alla spiaggia dove i suoi pirati lavoravano attivamente attorno a nuove trincee ed ai terrapieni. Chiamò Giro Batoë che s’affaccendava a porre in batteria un enorme cannone.

Il Malese fu lesto ad avvicinarglisi.

– Dov’è il Portoghese? – gli domandò Sandokan.

– Ha preso il largo a bordo di uno dei più rapidi prahos, dopo di essersi intrattenuto a parlar qualche tempo con un indigeno. Mi sembrò che parlassero di una pericolosa spedizione ma non ha preso con sé che una ventina d’uomini.

– Non sai dove andava adunque? – chiese Sandokan, diventato d’un tratto pensieroso.

– No, non ha detto nulla – rispose il Malese. – Mi pareva però preoccupato.

– Da dove veniva l’indigeno?

– Dal nord e ha preso pure il Portoghese la via del nord accelerando la corsa coi remi. Doveva avere gran fretta.

Sandokan stette qualche istante silenzioso guardando il mare poi volgendosi bruscamente verso il Malese che lo guardava attentamente come volesse leggergli negli occhi:

– Va a prendermi un moschetto, Giro Batoë. Andremo a cacciare il cignale nella foresta.

Il Malese partì come il vento e tornò poco dopo colla carabina. Sandokan se la gettò ad armacollo e internossi col compagno nella foresta vicina.

Batterono i dintorni tutta la giornata senza aver scambiato parola, ammazzando una dozzina di pappagalli e un piccolo babirussa sorpreso in una macchia. Dopo di aver percorso parecchie miglia, lasciando qualche brano di vesti fra le spine e di aver fatta una breve fermata nella capanna di un Cinese a vuotare una bottiglia di tafià, ritornarono alla spiaggia al tramontare del sole. Sandokan che alla mattina era cupo, pareva felice.

Domandò ancora del Portoghese, ma non era ritornato. Quella risposta lo preoccupò e divenne pensieroso.

– Che si sia spinto fino sulle coste di Labuan? – mormorò egli. – Che ne pensi tu, Giro Batoë?

– Io penso che egli avrà fiutato qualche cosa d’insolito, capitano – rispose il Malese che sgambettava ai suoi fianchi. – Il negro deve avergli comunicato qualche cosa d’importante dalla fretta con cui prese il largo. Chi sa che non si tratti d’Inglesi? Non sarei sorpreso se stesse cacciando qualche vaporiera verso Labuan.

– Potrebbe darsi, Giro Batoë, solo mi sorprende come abbia preso con sé così pochi uomini.

– Sì ma ha fatto imbarcare i tre più grossi cannoni da caccia che vi sieno in Mompracem, e ha scelto il fiore dei coraggiosi. Con simili forze, si possono fare grandi cose, capitano.

– Ah! È così adunque? – disse Sandokan. – In tal caso, preoccuparsi sarebbe una follia. Ehi! Giro Batoë, cercami tre o quattro dei più arrabbiati bevitori fra i capi dei prahos e vieni con essi a trovarmi lassù. Ho bisogno di bere, ho bisogno di dormire. Senza wisky non chiuderei occhio.

Egli ritornò alla sua capanna. Girò e rigirò a casaccio fra le trincee come cercasse qualche cosa e finì col sedersi sul ciglione della rupe coi piedi penzolanti, guardando all’oriente cercando scoprire il prahos del Portoghese e lanciando i suoi pensieri al di là del mare verso Labuan e meglio ancora alla villa. Rimase così fino a notte inoltrata, inebbriandosí dell’aria marina, pensieroso, ancora cupo, porgendo orecchio al muggito del mare che frangevasi furiosamente ai piedi della rupe e mirando quelle onde che pur bagnavano le coste dell’isola di Marianna, poi rientrò nella sua capanna dove i capi dei prahos lo aspettavano colle tazze colme in mano.

Passò una gran parte della notte gozzovigliando con loro, e andò a dormire a ora assai tarda, dopo di aver vagato a lungo sulla piattaforma della rupe, per calmare le arsure che lo divoravano.

Dormì pochissimo e sempre sognando cose lugubri; venne destato da Giro Batoë all’alba.

– Che vuoi? – chiese Sandokan.

– Il Portoghese è in vista della costa – rispose il Malese.

Sandokan s’affrettò a uscire e scorse subito il prahos che veleggiava a tre o quattro miglia dalle coste, colla rossa bandiera ondeggiante a poppa. Il povero legno era ridotto in uno stato compassionevole. L’albero di trinchetto era spezzato raso il ponte, quello di maistra si sosteneva a malapena con una fitta rete di paterazzi e di sartie. Murate e madieri erano tutti fracassati, schiantati e tempestati di stoppacci che chiudevano numerosissimi fori.

– Se non m’inganno, il prahos si è ben battuto – disse Sandokan. – Come mai non trae a rimorchio preda alcuna?

– Potrebbe darsi che avesse nella stiva qualche tonnellata di minerale giallo – rispose Giro Batoë.

– Forse… Oh! Dimmi, Giro Batoë, non vedo sul ponte vicino a un cannone, un uomo che sembra legato? Per Allah! Egli porta un vestito rosso!

– Sangue di Maometto! – esclamò Giro Batoë portando le mani dinanzi agli occhi per ripararli dal sole. – Quell’uomo là è una giacca rossa. Eh! Sarebbe una bella presa, capitano, per avere notizie da Labuan.

– Ma vuoi tu che Yanez si sia spinto fino alle coste di quell’isola? Bisogna che abbia calato a picco qualche vaporiera. A ogni modo andiamo a vedere.

I due pirati scesero sulla spiaggia dove si erano radunati tutti i pirati del villaggio.

Il prahos che avanzava frettoloso era allora vicinissimo. Il Portoghese Yanez scorgendo Sandokan alzò le mani in aria stropicciandole l’una contro l’altra con far allegro.

– Buona preda, Sandokan! – gridò poscia additando il soldato inglese. Cinque minuti dopo il legno gettava l’âncora nella piccola rada. L’imbarcazione venne calata in mare e portò a terra Yanez, il soldato inglese e sette pirati più o meno gravemente feriti.

– Ebbene, fratello – disse Sandokan. – Da dove vieni?

– Puoi vederlo che vengo dal mare – rispose Yanez, – e che ti porto una preda preziosissima che pescai proprio nel momento che se ne andava a picco. Vieni lassù alla nostra capanna, Sandokan, e ti racconterò qual valore abbia questa preda.

– Hai saccheggiato qualche brigantino inglese? Oppure ti sei spinto fino a Labuan?

– Né l’uno né l’altro, amico mio. Non ho preso nemmeno un pugno d’oro, ho invece ricevuto ferro a volontà che ha demattato completamente il mio povero legno, una vera pioggia di bombe che faceva saltare i miei uomini sopra e sotto coperta. Che tempesta! Mi ha ammazzato due tigrotti e me ne ha rovinato altri sei o sette. Orsù, fratello mio, andiamo alla capanna e tu, Giro Batoë, tieni bene d’occhio questa giacca rossa e sta attento che non abbiano a guastarmela interamente.

La raccomandazione capitava a tempo, poiché i pirati avevano circondato il prigioniero strappandogli la barba e i capelli e lacerandogli per derisione i suoi argentati galloni da caporale.

Giro Batoë affrettossi a levare dalle loro mani il povero diavolo che urlava di dolore e lo condusse nella sua capanna dopo di averlo ben bene legato. Yanez e Sandokan salirono sulla piattaforma della rupe e s’accomodarono fra le trincee.

– Orsù, Yanez, racconta – disse la Tigre. – Non vedi che io ardo d’impazienza? Sei stato a Labuan?

– Per quanto il prahos camminasse, non avrei avuto il tempo per essere di ritorno così presto. Quando ti lasciai, aveva l’idea di corseggiare nelle acque dell’isola per cercare se era possibile di avere qualche notizia sulla lady. Stava per dare gli ordini opportuni perché armassero uno dei più grandi prahos quando incontrai il Nano che veniva dal nord ov’era stato a pescare.

– Bene, e poi?

– Il birbone mi raccontò che mentre tornava s’imbatté in un sospiratore affannato che andava frugando i seni della nostra isola. Tu sai già, che un sospiratore affannato è una vaporiera.

– E tu l’hai inseguita?

– Aspetta un po’, fratello mio, che abbiamo del tempo dinanzi. Mi sono messo subitamente in mare col fiore dei più coraggiosi e tre dei più grossi cannoni che abbia Mompracem. A sera scoprimmo la vaporiera che fumava allegramente ritornandosene a Labuan. Con un colpo di cannone la facciamo avvisata che noi eravamo vicini, uno stupendo colpo che va a mozzarle nettamente la ciminiera. Viriamo di prua tagliandole la ritirata e cominciamo la musica.

“Bisogna proprio dire che avesse a bordo gente dal fegato grosso. Ruggivano come noi e ci malmenavano per bene, ma per mille saette! la coprimmo di ferro.

“I suoi fianchi si aprivano crepitando sotto la nostra mitraglia che batteva furiosamente in breccia e il suo ponte si seminava di cadaveri. Fumava e fischiava così terribilmente da credere sul serio che fosse sempre lì lì per saltare.

“Gli tiriamo una bordata sul ponte con tutti e tre i cannoni. Due giacche rosse che si tenevano in piedi sulla murata di poppa come equilibristi giapponesi, capitombolano in mare. Era quello che voleva. La vaporiera infuriava e non parlava di resa, non vi era da guadagnare continuando la danza; gli mandiamo un’altra fiancata, in forma di saluto sull’attrezzatura e cediamo il passo. Mentre se ne fuggiva tutta fumante, credendo ancor un sogno di averla scampata bella, noi peschiamo bravamente i due uomini; uno era morente colla testa fracassata e l’altro era vivo e te lo riporto. Egli ha l’aria di saperla molto lunga sul conto di quel baronetto di cui tu me ne hai parlato, e di più, viene da Labuan.

– Da Labuan? – esclamò Sandokan. – E che ti raccontò egli?

– Eh! Il mariuolo ha la lingua corta, Sandokan, e ho dovuto penare per farlo cantare.

– Vieni con me, Yanez; noi lo faremo parlare e a chiare note.

Si alzò rapidamente, scese la scaletta e raggiunse in un lampo la capanna di Giro Batoë, sempre seguito dal Portoghese che si stropicciava allegramente le mani come uomo che è perfettamente contento.

Il soldato, un caporale a giudicarlo dai resti dei gradi lasciatigli dai pirati, era legato solidamente a un anello di ferro e guardato da Giro Batoë che non era riuscito a strappargli una parola, dopo di avergli parlato inglese, malese e cinese. Alla vista di Sandokan, egli manifestò qualche sorpresa, guardandolo attentamente dalla testa ai piedi ma senza dir verbo.

– Mi riconosci forse? – domandò il pirata avvicinandosi, mentre Giro Batoë, a un cenno del Portoghese, usciva.

Il caporale si strinse nelle spalle ed ebbe un sorriso la cui espressione non isfuggì al pirata.

– Se ti avessi visto una sola volta – disse egli, – non avrei dimenticato mai un volto così truce come il tuo, che sa di pirata a una lega di distanza.

– Bene – disse freddamente Sandokan, – guardami bene in volto. Io sono la Tigre della Malesia!

L’Inglese si mise a sogghignare crollando ripetutamente il capo con moto dubitativo.

– La Tigre della Malesia non può essere ritornata a Mompracem. Essa è ancora laggiù, a Labuan, sotto le foreste inseguita come una vera tigre da tutti i cacciatori della colonia. Forse a quest’ora è anche morta.

– Guarda, io era nella villa di lord Guillonk quando i tuoi hanno circondato il parco; ho atterrato il lord e sono passato in mezzo alle baionette dopo di aver spaccato la testa a uno che aveva avuto l’ardire d’insultarmi. Il baronetto, che voi chiamate William, comandava la spedizione; m’inganno io?

– No; io faceva parte di coloro che circondavano il parco – rispose il soldato.

– Io sono fuggito sotto la foresta – continuò Sandokan, – ho spogliato il sergente Willis dopo di averlo battuto, ho ingannato tutti i soldati così travestito, e sono giunto alla costa la sera del 26 aprile col Malese che ti custodiva poco fa. Credi ora tu che io sia la Tigre della Malesia?

– Potrebbe darsi – rispose il soldato, che però non dubitava più di avere la Tigre in persona dinanzi.

– Sai che la Tigre sarebbe capace di bere il tuo sangue e di strapparti il cuore e divorarlo ancor palpitante.

– Forse! – Ma il soldato, nel pronunciare la parola impallidì, la qual cosa non sfuggì a Sandokan che lo guardava attentamente.

– Discorriamo allora e non cacciarti in mente di restar muto. Quando io sono fuggito dove m’avete dato la caccia?

Il soldato non rispose, anzi si morse le labbra perché non uscisse una sola parola.

– Cominci male, cane d’Inglese! – esclamò Sandokan che si sentì preso da un impeto di collera. – Bada bene, vi sono kriss che tagliano un corpo in diecimila pezzi, tenaglie roventi che strappano la carne a brano a brano, piombo liquefatto da far sorseggiare ai ricalcitranti e del fuoco per farli arrostire lentamente. Voi mi avete dato la caccia verso il sud, te lo dirò io, poi siete ritornati al nord e non trovandomi, sospettando che io avessi di già preso la fuga, vi siete messi in mare. Bene, parlami ora del baronetto William e di lord Guillonk. Che ha fatto il primo?

– Io non lo conosco, non so nulla; mi hanno mandato al nord – rispose il caporale.

Sandokan pose mano al kriss. Avvicinossi al caporale che impallidiva come un morto e glielo puntò alla gola facendone uscire una goccia di sangue. Il prigioniero gettò un grido di dolore.

– Parla o ti ammazzo – disse freddamente il pirata senza staccare il kriss che beveva sangue.

– Parlerò, lasciatemi! parlerò, vi dirò tutto. Il baronetto è ritornato alla villa più cupo del solito e bestemmiando. Vi aveva cacciato tutta la giornata, la notte e il dì seguente ora all’occidente e ora al sud senza trovarvi. Egli aveva promesso al lord di portare la vostra testa, per avere la mano di sua nepote, milady Marianna. Quando ha veduto che le ricerche riuscivano infruttuose, era in preda al furore. Ha comandato ai piroscafi di mettersi in mare.

– Continua, continua! – esclamò Sandokan, che non perdeva sillaba.

– Io faceva parte della scorta del baronetto e sono salito con lui nella villa dove il lord lo aspettava ansiosamente, bestemmiando per non potersi mettere anche lui in caccia. Aveva una ferita in una gamba fattagli inavvertitamente dalla Tigre della Malesia nel mentre che disputavagli il passo.

– Lo aveva ferito dunque io? Spicciati, parla, se ti è cara la vita.

– , la Tigre accidentalmente a quanto asserì egli, l’aveva ferito. Il lord udendo come la caccia non fosse riuscita perdette la calma e inveì contro il baronetto che giurava di pigliarvi tardi o presto. Non si calmò che dopo qualche ora, ma la sua ira tornò a scoppiare quando vide sua nepote milady…

– Lei! Lei! Marianna! – esclamò il pirata, che sentì il sangue montargli alla testa. – Parla! Parla, cane d’Inglese, spicciati ma non ingannarmi, capisci. Mi sentirei capace di farti a brani colle mie mani.

Il soldato vedendolo in quella maniera, ebbe paura. Un’occhiata del pirata l’obbligò a tirar innanzi.

– Ne seguì una scena violenta – diss’egli con voce tremante. – La giovanetta piangeva, invocando pietà per voi.

– Ah! – esclamò Sandokan con voce che non aveva più nulla di umano. – Lo senti Yanez? Lo senti?

– Continuate – disse il Portoghese. – Ma un avviso prima: se parli avrai la libertà e se taci ti faremo abbruciar vivo. Bada che le tue parole sieno vere. Tu rimarrai qui prigioniero finché noi andremo a Labuan, quindi al nostro ritorno potremo sapere se tu hai mentito. Tira innanzi ora e sta bene in guardia.

– Non v’ingannerò – rispose il soldato che si vedeva in piena balia dei pirati. – La giovanetta pregava, il lord bestemmiava contro la Tigre. Fu allora che la lady, che dicesi si sia innamorata del terribile corsaro, udendo che lo si insultava, si precipitò addosso al suo zio giurando che sarebbe fuggita se non cessava dal vituperare un nome a lei tanto caro.

“Il lord dopo un vivo alterco la lasciò sola uscendo col baronetto William…

– Bene, e poi? – chiese Sandokan che sentivasi il cuore battere furiosamente.

– Hanno parlato a lungo assieme, e il lord ha finito col cedere la mano di sua nepote al baronetto a patto che questi entro un anno gli porti la testa della Tigre.

– Avanti! Avanti!…

– Fra tre o quattro giorni lady Marianna Guillonk diverrà la moglie del baronetto William Rosenthal!

Sandokan aveva gettato uno spaventevole urlo come di belva ferita. Egli barcollò e chiuse gli occhi.

– Fra tre giorni! Fra tre giorni! – ruggì egli con indefinibile accento.

Si raddrizzò, avvicinossi al soldato che non capiva il perché di quella terribile alterazione, e l’afferrò per le braccia tenagliandogli le carni e scuotendolo con furore.

– Guardami bene in volto! – gli gridò agli orecchi. – Io sono la Tigre della Malesia!

– Oh!…

– Se tu mi hai ingannato guai a te!

– Vi giuro che dissi la verità.

– Sta bene. Tu rimarrai e io volerò a Labuan. Quando tornerò sarai libero e ti darò tanto oro quanto pesi, ma se hai mentito, ti farò soffrire mille torture. Vattene, cane, e medita.

Il pirata si volse al Portoghese che lo guardava fisso colle braccia incrociate.

– Partiamo, Yanez – gli disse con voce risoluta.

– Partiamo, Sandokan – rispose il Portoghese.

E i due uomini uscirono a rapidi passi.

CAPITOLO XVI

La spedizione di Labuan

L’audace quanto rapida risoluzione di Sandokan non aveva che uno scopo: impedire il matrimonio, si dovesse pure mettere a ferro e a fuoco l’intera Labuan, rubando la giovanetta che ormai si credeva in pieno diritto di far sua.

La spedizione, alla quale prendeva parte anche il Portoghese, fu deciso che avesse a comporsi per prima di un solo prahos montato da un numero limitato di scelti pirati, onde non allarmare gli incrociatori inglesi.

Sandokan non ignorava che una imprudenza poteva cagionare una vera catastrofe, come non ignorava che fosse capace di fare lord James per impedire che sua nepote avesse a cadere fra gli artigli della Tigre della Malesia.

Poteva darsi che il maledetto insospettito avesse ad abbandonare Labuan portando seco Marianna, e si ritirasse nei possedimenti inglesi di Sarawak sotto la potente protezione di James Brooke, e il pirata che sentiva di non poter guarire dalla terribile malattia che albergava nel suo cuore, voleva a ogni costo distruggere anche il più piccolo dei sospetti.

L’ordine di mettersi in mare venne, di conseguenza, subito dato. I pirati, che da tanto tempo agognavano questa spedizione su Labuan per dissetarsi, e trarne tremenda vendetta, al comando della Tigre si precipitarono come un sol uomo verso i prahos, agitando furiosamente scimitarre e scuri.

– Vendetta! Sangue! Sangue! Abbiamo sete Tigre! moriamo dalla sete! – erano le sole grida che si udivano uscire da quella folla frenetica entusiasmata.

Sandokan dovette usare tutta la sua autorità per impedire che s’imbarcassero tutti; egli ne scelse venticinque dei più risoluti, e dei più forti, anime perdute che avrebbero messo a sacco la Mecca stessa quantunque maomettani, vere tigri che non avrebbero esitato un solo istante a gettarsi anche su di un reggimento intero.

Uno dei più grandi e dei più solidi prahos, coi madieri rivestiti di lamine di ferro, armato di quattro cannoni da dodici e zeppo d’armi, fu subito messo a disposizione dell’audace banda.

Un momento prima di partire, mentre che l’equipaggio stava imbarcando una mezza dozzina di spingarde di grosso calibro, Sandokan chiamò attorno a sé tutti i pirati della costa e mostrando loro il Malese Gira Batoë:

– Ecco un uomo che ha la fortuna di essere coraggioso come una vera tigre – disse egli. – È uno dei due che sopravvissero alla sfortunata spedizione di Labuan. Mentre io parto, ubbidite a lui come ubbidivate a me.

Stette un momento silenzioso guardando il mare, poi traendolo verso la spiaggia:

– Ascoltami, Giro Batoë – gli disse. – Noi andiamo a Labuan; tu conosci la foce del fiumicello e puoi condurre dei prahos alla piccola palude senz’essere visto dagli incrociatori. Tu sai che venticinque uomini sono pochi per cozzare contro gl’Inglesi dell’isola che si tengono in guardia. Odimi bene ora: lascia scorrere due giorni, poi vieni a raggiungermi alla palude con una settantina dei più valorosi tigrotti e due prahos. Io sarò là ad aspettarti.

– Bene, capitano, vi sarò – rispose il Malese.

– Un’ultima raccomandazione, Giro Batoë. Fà sorvegliare attentamente il caporale; se ci scappa può rovinarci. Addio.

Ciò detto Sandokan, salutato da tutti i pirati, salì sul prahos dove l’aspettava Yanez.

– Partiamo – diss’egli brevemente.

A un cenno del Portoghese la gomena fu ritirata a bordo e le vele furono sciolte. Il piccolo legno abbandonò la darsena e uscì in pieno mare colla prua volta a Labuan.

Il cielo era sereno e il mare calmo come l’olio, però al sud apparivano certe nuvolette di una tinta particolare e di una forma strana, che non promettevano nulla di buono. Sandokan che oltre essere un cannocchiale vivente poteva chiamarsi un barometro vivente, fiutò qualche perturbamento atmosferico non troppo lontano. Tuttavia non se ne inquietò, prima conoscendo le buone qualità nautiche del suo legno che aveva lottato più volte coi più terribili cicloni, poi deciso di tutto sfidare purché approdare il più presto che fosse possibile a Labuan, dove i più forti motivi lo spingevano.

– Se alcuna forza umana fu mai capace di arrestarmi, meno ancora mi arresterà la tempesta – diss’egli al Portoghese. – Mi sento tanto forte nella passione da sfidare anche la natura.

– Credi che avremo tempesta? – chiese Yanez.

– Sì, fratello mio, e una tempesta che se non m’inganno ci farà rollare terribilmente.

– E non la temi?

– Temerla! Come posso temerla, quando Marianna m’aspetta, quando Marianna corre un pericolo? Vedi, Yanez, sono ammalato, ma atrocemente ammalato e a segno, che se io avessi a perdere la cara giovanetta, mi suiciderei. Ho la gelosia che mi avvelena il sangue, mi sembra avere mille serpi che rodano il cuore, mi sembra avere un vulcano qua, in mezzo al petto e che mi faccia ribollire il sangue. Bisogna che la faccia mia, come tu vedi, perché io possa guarire e la farò. Non mi fanno paura né le loro navi, né le loro forze, solo ho paura dei tradimenti, ma mi sento tanto forte e le forze mi vanno così crescendo man mano che mi avvicino a Labuan e che la passione ingigantisce da sfidarli. Sfiderei Maometto e Dio stesso.

– Ma vorresti tu cacciarti sotto il naso di qualche incrociatore, Sandokan, se esso avesse l’idea di sbarrarti la strada? Sarebbe pazzia, sarebbe un mettere in sull’avviso il lord ed il baronetto che si affretterebbero a ritirarsi in mezzo ai loro compatrioti se non trovano di meglio di battere in ritirata fino a Sarawak per essere più sicuri.

– E che, Yanez, vorresti tu che io dovessi ritornarmene a Labuan un’altra volta? No, te lo giuro, fratel mio, attaccherò qualsiasi legno che mi sbarrerà la via.

– Non dico questo. Se si vuol arrivare in tempo d’impedire il matrimonio e di prevenire la loro fuga, bisognerà andar innanzi anche se dieci incrociatori vegliano. Ma abbiamo prudenza, non destiamo all’armi che in questi momenti sono più che pericolosi; cerchiamo assumere l’aria di onesti trafficanti in rotta per Varauni tanto da ingannare i più astuti lupi di mare. Quando saremo fuor di pericolo faremo rotta falsa, e con quattro bordate e una arrancata, se il vento non ci sarà propizio, andremo a Labuan. Si troverà bene qualche fiumicello o qualche calanca da nascondere il prahos a occhi troppo indiscreti.

– Hai ragione, Yanez, giuocheremo di astuzia ora, poi giuocheremo col cannone.

– Meno che sarà possibile, Sandokan – disse il Portoghese. – Siamo venticinque e dei più risoluti, altri sessanta verranno dopo: benissimo, saremo in tutto novanta tigrotti, ma non bisogna commettere pazzie e urtarsi con tutta Labuan. A che creare imbarazzi quando si possono evitarli? Non mi hai assicurato tu, che la giovanetta ti seguirà ovunque?

– Sì, essa me lo ha giurato – rispose Sandokan il cui ricordo gli strappò un sospiro.

– Bene, nulla di più facile, una bella notte, il più presto che sia possibile onde evitare guai, andare al parco senza destar all’armi. Comprendi il resto. Se la rapirò senza far fracasso, quando gl’Inglesi si saranno accorti del bel tiro, noi saremo lontani e su falsa via perché non abbiano a raggiungerci coi loro dannati vapori che filano di più dei più rapidi prahos. Andremo sulle coste del Borneo per esempio, mentre essi fileranno verso Mompracem. Vi sarà un doppio giuoco.

– E credi tu che la villa non sia guardata, Yanez? Oh! Io li conosco quel lord e quel baronetto: essi sanno bene che sia capace di fare la Tigre. Dormiranno con un sol occhio o meglio ancora, saranno svegli con qualche compagnia di soldati o di marinai, coi quali bisognerà venire bravamente alle mani.

Il Portoghese si mise a mordere i mustacchi come faceva quando era imbarazzato.

– Io penso, Sandokan – disse egli, – che tu possa avere ragione. In tal caso ti suggerisco una via di mezzo senza aver bisogno di precipitare gli avvenimenti nel fondo dei quali si potrebbe trovare una seconda sconfitta e tu sai che si sfugge difficilmente due volte a simili pericoli. Non arrischiamo i nostri venti uomini contro delle muraglie dietro le quali vi possono essere delle centinaia d’uomini. Prendiamo le cose con calma e aspettiamo gli altri. Che ne dici?

Sandokan non rispose. Il suo sguardo dopo aver percorso il mare erasi arrestato sulla nuvoletta poco prima osservata che andava sempre più oscurandosi.

– Orsù, fratello, a che vai pensando? – chiese Yanez.

– Che il tuo piano potrebbe convenire ad altri ma non a me. Ma lasciamo le cose lì come stanno. Sai, Yanez, che le giacche rosse avranno un alleato?

– Un alleato? Forse il sultano di Borneo? O forse quel dannato Inglese che governa a Sarawak?

– Né l’uno né l’altro fino ad ora. Parlo dell’uragano che si avanza a gran passi. Il miserabile fra poco verrà a subissarci colle sue ondate. Ma non aver paura, Yanez, che lo sfideremo. Io andrò a Labuan a dispetto di tutte le tempeste del globo.

– Credi tu che il vento ruggirà?

– Sì e fortemente, ma saremo pronti a riceverlo. Lo vedrai, Yanez, domani a notte getteremo l’âncora sulle coste di Labuan.

Sandokan abbandonò il Portoghese che si era messo a guardare le nubi con qualche inquietudine, e andò a sedersi sul cannone di prua col capo stretto fra le mani e gli occhi fissi all’oriente fantasticando sui suoi progetti.

Egli si sentiva suo malgrado invaso da mille timori, non per la tempesta della quale se ne rideva, non per Mompracem che ormai era destinata a tramontare ma per la giovanetta abbandonata fra le braccia del lord e del baronetto.

L’impazienza lo rodeva come lo rodeva la gelosia. Calcolava la distanza che lo separava da Labuan, contava metro per metro la via guadagnata, trovando che il vento era debole e il suo prahos una carcassa.

Avrebbe voluto colla forza della sua passione animare quel legno, spingerlo e animare egualmente quel vento che a poco a poco scemava, e accorciare la via che per la prima volta in sua vita trovava terribilmente lunga.

Anche i suoi uomini, quantunque solamente animati dalla vendetta, che avevan giurato compiere e ben strepitosamente, s’impazientavano. Andavano e venivano pel ponte imprecando al vento che non trovavano abbastanza buono, cangiavano velatura ogni dieci minuti per cercar di accelerar la corsa aggiungendovi qualche nuovo fiocco di loro invenzione e ponendosi spesso ai remi, nonostante che il legno divorasse senza fatica i suoi quattro o cinque nodi all’ora e continuasse a crescere sotto i primi buffi di vento umido del sud e sud-ovest.

Dell’uragano che minacciava scoppiare seriamente, e che in quei mari sa infuriare e ben terribilmente, non se ne inquietavano di troppo. Abituati, sino dall’infanzia, a quei pericoli, che essi chiamavano di seconda classe, abituati a combatterli a bordo dei prahos, se ne ridevano. Tutto sarebbe terminato con qualche vela lacerata e dei buoni colpi di mare, un nulla infine che non avrebbe impedito di andarsene a Labuan e di approdarvi all’indomani al calar del sole.

Il vento accrebbe di velocità dopo il mezzodì quando si trovavano a una ventina di miglia da Mompracem, segno infallibile che la tempesta, che andava formandosi al sud, cominciava a predisporsi per iscoppiare o alla notte o all’indomani. Le nubi piccine e che potevano essere sfuggite a più di qualche occhio alla mattina, cominciarono con una mossa che avrebbe sembrato impercettibile a levarsi sull’orizzonte prendendo una tinta fosca e distendendosi su larga zona.

Chiunque, nel vederle, si sarebbe affrettato a virar di bordo e cacciarsi prudentemente in qualche sicura baia aspettando che tutto fosse passato, ma Sandokan quantunque si trovasse a sole venti miglia da Mompracem, ove sapeva di trovar un rifugio più che sicuro, non lo pensò nemmeno e meno ancora lo pensarono i suoi uomini che avevano cieca fiducia in lui. Lo aveva detto che né gli uomini né le tempeste di tutto il globo lo avrebbero arrestato ed era uomo da mantenere la parola.

Che importava se il vento ruggiva, se il mare si gonfiava, se il prahos rollava e beccheggiava, se perdeva vele e alberi, quando lei era là, quando forse lo aspettava, quando si correva pericolo di non ritrovarla più mai?

Fosse stato pur sicuro di approdare a Labuan una seconda volta ferito o come naufrago, solo e con le giacche rosse alle calcagna a inseguirlo per la seconda volta attraverso le foreste, non gli sarebbe importato purché trovarsi a Labuan e giungere in tempo di rapirla prima della catastrofe.

Solo il Portoghese ebbe qualche timore sulla buona riuscita della spedizione. Egli l’espose a Sandokan.

– L’uragano si addensa, fratello mio. Sarai tu capace di sfidarlo impunemente? Il nostro prahos è un buon legno, non vi ha da dubitare, ma la via è ancora lunga e potrebbe darsi che dovessimo cambiare rotta. Non credi tu che sia cosa saggia poggiare su Mompracem fino a che la burrasca si sia un po’ sfogata? Il caporale inglese ha detto fra quattro giorni, quindi il tempo mi pare più che sufficiente per lasciar passare il tifone che ordinariamente non dura molto.

– Non pensarlo nemmeno, Yanez – disse il pirata. – Non ho mai avuto paura di una tempesta e meno l’avrò oggi che si tratta di Marianna. Un ritardo, mi capisci, potrebbe diventarmi fatale e un sospetto potrebbe precipitare la catastrofe. Anzi io penso che questo mare infuriato ci sia di aiuto per passare inosservati la crociera.

– E sui pericoli di un naufragio, hai tu pensato? Annegata la Tigre, sarebbe la morte di lady Marianna.

Il pirata si mise a sogghignare.

– Il naufragio non lo temo, e la morte della Tigre non avverrà né oggi, né domani, né mai. Mi sento invulnerabile e sento pure che toccherò le coste di Labuan sano e salvo!

Il pirata aveva pronunciato queste parole con una sicurezza tale da credere quasi che fosse egli il padrone assoluto dei destini umani.

Il Portoghese credette bene di lasciar lì il discorso ben sapendo che la Tigre non avrebbe ceduto. Persuadere un tale uomo, che credevasi invincibile, sarebbe stata follia.

La velocità del prahos si accelerò ancor più verso le sette della sera, raggiungendo i sei nodi, velocità più che bastante per trovarsi all’indomani sulle coste di Labuan. Pareva che il legno fosse diventato un vero pesce guizzante, meglio ancora pareva un gigantesco uccello che radesse le onde, il cui becco ne era il bompresso e le ali le enormi vele.

Qualche ora dopo verso il nord fu segnalato un grosso brigantino, un bel mercantile dal ventre rigonfio, per far uso di una frase piratesca, la cui vista destò qualche idea di saccheggio fra i pirati.

Ma Sandokan che non aveva né voleva perdere tempo, sebben la presa di quel vascello promettesse bei guadagni vedendolo venire dal sud, la via che ordinariamente tengono le navi provenienti dall’India, da Giava, da Sumatra o dal Timor e che si recano a Varauni o alle Filippine, cariche delle più preziose merci da far venir l’acqua in bocca a un pirata meno innamorato di lui o meno frettoloso, lasciò che il brigantino continuasse tranquillamente la sua via, il che fece dire a qualche pirata che la Tigre della Malesia era cangiata, certamente stregata durante il suo soggiorno nelle foreste di Labuan.

Tuttavia, è d’uopo dirlo, nessuno ardì mormorare; i più ammisero che se agiva così doveva avere le sue buone ragioni di cui non erano obbligati, né autorizzati a indagare.

Solo il Portoghese, che, come si disse, godeva una confidenza illimitata, ardì farne parola.

– Che diavolo – disse egli fra il serio e il malizioso, – hai tu già dimenticato il tuo mestiere, Sandokan?

– Forse – si accontentò di dire il pirata e poi, cangiando tono, – il brigantino, Yanez, non è già inglese, né m’interessa molto. A qual pro sacrificare uomini che oggi sono indispensabili quanto rari, pel capriccio di guadagnare delle stoffe o delle spezierie che non si saprebbe ove porle e perdere del tempo che è più prezioso di tutti gli ori della mia capanna! Non lamentarti troppo presto, Yanez, potrebbe venir un giorno che per volontà di lei abbia a stancarti di tante prede e assieme a te stancare i miei uomini.

– Bene, Sandokan – disse il Portoghese abbassando la voce, – potrebbe adunque darsi che tu tornassi la Tigre?

– Sì, se lei lo vorrà; non capisci che oggi la Tigre è incatenata e che la mia volontà non dipende che da lei?

– Ma cercherai almeno tu di persuaderla a seguirti a Mompracem e di diventare la compagna della Tigre? Guarda, perduto tu, fuggito con lei o morto, Mompracem cadrà. Perderà quella potenza che tu le avevi dato. Vivo tu, e ancor pirata, brillerà tanto, acquisterà una fama sì grande, da eclissare e far fremere gli stranieri annidati su questi mari. Vi sono centinaia di Malesi e di Dayachi, che alla prima tua chiamata, correrebbero a Mompracem a ingrossare la formidabile schiera dei pirati.

– Lo so, Yanez, e forse lo tenterò. Ma vuoi tu che io releghi lei in una isola selvaggia come la mia, fra gente che sa solo trar archibusate e menar il kriss e la scure? Vuoi tu che io ne faccia una piratessa di lei, così timida, così dolce, così buona? Vuoi tu che la getti in mezzo al sangue, che le mostri per ogni dove scheletri umani e stragi? Vuoi tu che la soffochi col fumo dei nostri moschetti, che la esponga a un eterno pericolo, che l’assordi con le urla dei combattenti, con gemiti di feriti, col ruggito dei cannoni? Dimmi, Yanez, lo faresti tu?

Il Portoghese lo guardò, crollando il capo con dubbio… e non rispose.

– No, Yanez – continuò il pirata con accento appassionato, – io non lo farò mai! mai!…

– Sicché questi sono gli ultimi giorni per Mompracem? Pensa, Sandokan, a quei tempi in cui tu brillavi per la tua potenza, a quei giorni in cui il ruggito della Tigre della Malesia spandeva il terrore per trecento miglia all’intorno, a quei giorni dove tu eri il padrone assoluto di questi mari.

– Ho pensato a tuttociò – rispose la Tigre con voce soffocata.

– Ebbene, Sandokan, e non ti ha detto nulla il cuore?

– Sì, l’ho sentito sanguinare.

– E nondimeno lasci morire la tua potenza, lasci morire la grandezza di Mompracem. Come puoi soffocare quei ricordi tanto cari?

– Non lo so, ma li soffoco. Vorrei allontanarli per sempre, vorrei distruggerli, non vorrei…, no, non vorrei mai essere stato la Tigre della Malesia.

– E tuttociò…

– E tuttociò per Marianna Guillonk – rispose il pirata quasi con ferocia.

– Ma bisogna bene che tu abbia ad amarla per anteporla alla tua gloria.

– Immensamente, Yanez. Giammai uomo al mondo amò come amo io la Perla di Labuan.

In quell’istante un lampo abbagliante squarciò le tenebre illuminando il mare che montava a vista d’occhio muggendo spaventosamente. Sandokan si scosse tutto: rialzò fieramente il capo come lo sapeva rialzare quando era Tigre e stendendo la mano verso il sud:

– La tempesta!…

Attraversò il ponte e si collocò alla ribolla del timone, nel mentre che i suoi tigrotti saltati in piedi si disponevano ai bracci delle manovre pronti a sostenere i primi assalti del mare.

– Avanti, uragano, io non ti temo – disse Sandokan. – Ti sfido!

I primi colpi di vento umido capitavano di già dal sud con quella rapidità che sogliono acquistare nelle tempeste, accompagnati dai primi colpi di mare.

Il prahos colla velatura ridotta si mise a filare all’oriente, tenendo bravamente testa agli elementi che cominciavano a scatenarsi, e senza deviare di una sola linea dalla rotta di Labuan non ostante i violenti rollii e beccheggi.

Però la tempesta, come si credeva, non iscoppiò interamente e la notte passò relativamente tranquilla, rotta solo dal muggito del mare e dallo scrosciar delle scariche elettriche che pareva crescessero a ogni istante d’intensità, dallo scricchiolar dell’alberatura che si curvava sotto i soffi ripetuti, dal fischiar delle corde che si urtavano le une colle altre scorrendo nei boscelli cigolanti e dal crepitar delle vele che sbattevano vivamente sotto i rollii o i beccheggi.

Sandokan in tutta la notte non abbandonò la ribolla del timone, e il Portoghese non lasciò un istante il ponte. Approfittando di quella tregua lasciata dall’uragano, aiutato dai pirati, si affaccendò ad assicurare i cannoni e le spingarde, armi la cui perdita sarebbe stata un’illimitata disgrazia, da che si correva verso le pericolose coste di Labuan. Nel medesimo tempo non si dimenticò di assicurare le imbarcazioni e qualche manovra che a suo credere non presentava una certa solidità.

All’indomani l’uragano si scatenò in tutta la sua terribile maestà, seguito da tutto un corteo di lampi, di fulmini e di pioggia. Capitò improvvisamente verso le dieci del mattino, mettendo sottosopra l’oceano che montò in un batter d’occhio.

Le nubi accavallate e minacciose sin dal giorno prima si illuminarono sotto la luce dei lampi, abbassandosi tanto da tuffare i loro negri lembi nel seno delle acque spumeggianti, le quali si urtavano fra mille fragori a cui rispondevano tutti i tuoni del cielo. Il povero prahos, vero guscio di noce che sfidava la natura irritata, fu battuto, soffocato sotto le montagne d’acqua che correvano all’assalto urlando; barcollava furiosamente sulle creste dei marosi irritati, veniva precipitato negli abissi per essere di poi sobbalzato nuovamente fino alle nubi, rovesciando tutti gli uomini e perdendo ora un lembo di tela strappatagli dal vento e ora un attrezzo portatogli via da un colpo improvviso di mare.

Con tuttociò, Sandokan non dava indietro, non diminuiva di un centimetro la superficie delle vele enormemente gonfie deciso a tenere la sua rotta per Labuan a dispetto della tempesta.

Fermo alla ribolla del timone, cogli occhi in fiamme, coi lunghi capelli sciolti al vento, irremovibile fra gli scatenati elementi che ruggivano a lui d’intorno, pareva ancora la Tigre della Malesia, che non contenta di aver sfidato gli uomini, sfidava la natura. I suoi pirati, aggrappati alle manovre, se ne stavano impassibili dinanzi a quei furiosi assalti del mare, conservando quella calma che è tanto necessaria all’uomo di mare in quei momenti supremi, e tenendo gli occhi fissi sulla Tigre pronti a eseguire i più pericolosi comandi a dispetto del vento e delle ondate.

Il prahos, un vero giocattolo, tutto coperto dalle sue immense vele che rumoreggiavano con iscoppi che somigliavano a scariche di piccoli pezzi d’artiglieria, non cessava un sol istante dal correre, tenendo bravamente testa al mare che sempre più infuriato avventava le sue ondate fino al mostravento degli alberi.

Si sbandava sempre più spaventosamente, si drizzava pari a cavallo imbizzarrito, gemeva maledettamente, si tuffava sferzando le acque colla prua, si lasciava rubare dalla coperta tutto ciò che non era ben legato, ma non dava indietro né torceva cammino di una sola quarta.

La terribile lotta continuò così il giorno intero e senza che l’uragano cessasse un sol minuto, anzi la sera raddoppiò d’intensità accrescendo così l’orror della notte.

La situazione peggiorò qualche ora dopo che si fe’ oscuro e a segno che Sandokan dovette suo malgrado lasciarsi andare un po’ al nord ma senza diminuire la superficie delle vele, che straordinariamente gonfie curvavano gli alberi minacciando di spezzarli.

Non vi si vedeva più; il mare saltava a bordo muggendo e coperto di candida spuma, scuotendo sempre più il povero legno che rollando disperatamente precipitavasi negli avvallamenti delle onde dalle quali non ne usciva che a gran pena e a prezzo di manovre e fatiche senza nome.

Lottare più a lungo, tenere ancora la via dell’est ostinatamente contrastata dal vento e dalle onde che andavano a gara per infuriare, quasi avessero giurato di misurarsi in una formidabile tenzone, sarebbe stata follia. Il legno cominciava a fendersi, i madieri minacciavano di disunirsi per dar passaggio a vie d’acqua e gli alberi di spezzarsi.

Il Portoghese lo vide, e capì che era imprudenza ostinarsi più a lungo a tener testa a quegli elementi scatenati. Si staccò dalla murata alla quale sino allora erasi tenuto aggrappato e stava per avvicinarsi a Sandokan per indurlo a cangiare rotta, quando una detonazione scoppiò improvvisamente al largo. Un istante dopo l’albero di maistra del prahos spaccato a metà da una palla di cannone, ruinava sul ponte!

CAPITOLO XVII

La villa di lord James

Dopo la repentina quanto brutale aggressione, che con simile tempo e in momenti così critici i pirati non s’avrebbero giammai aspettato, il povero prahos scomparve nel cavo di un’immensa onda, dalla quale non uscì che perdendo il rimanente dell’alberatura.

Sandokan, rovesciato coll’equipaggio da quel violento rollio, appena che fu capace di rizzarsi, abbandonata la ribolla del timone a rischio di compromettere la sicurezza del legno, si slanciò con un sol salto a prua, cercando scoprire l’audace che insolentemente lo sfidava in mezzo all’uragano.

– Ah! Ah! – esclamò egli sogghignando. – Vi sono degli incrociatori che battono il mare e provocano con simile tempesta?

Infatti l’aggressore, che in mezzo a quel formidabile rimescolamento del mare, trovava modo di sparar cannonate con matematica precisione, era un gran vascello a vapore sul cui picco sventolava la rossa bandiera inglese e sulla cima dell’alberetto di maistra il gran nastro dei legni da guerra. Il birbante era a meno di seicento metri, e cercava di far fronte alle onde che l’assalivano furiosamente a prua, inabissandosi enormemente e sbandando spaventosamente per l’eccessivo peso della sua costruzione di ferro.

– Tutti sul ponte! – esclamò Sandokan ripigliando la ribolla del timone nel momento che il prahos abbandonato a sé stesso si gettava fuori di via portandosi al nord.

– Dobbiamo rispondere? – chiese un marinaio, che si teneva aggrappato a una delle spingarde, pronto a farla cantare.

Un secondo colpo di cannone rimbombò, la palla fischiò agli orecchi dei pirati.

– Ah! birbante! – esclamò Paranoa, che aveva preso la miccia.

Una montagna d’acqua precipitossi contro il vascello che fu violentemente respinto verso il nord, nonostante che la sua macchina non cessasse di funzionare.

Il prahos senza vele e terribilmente battuto fu alla sua volta portato duecento passi più vicino all’incrociatore che si sforzava di raggiungerlo.

– Ehi! Sandokan! – esclamò il Portoghese. – Noi diamo indietro, gettandoci in bocca al leone! Se la continuerà così non approderemo più a Labuan, senza un lembo di tela e sotto il cannone del maledetto.

– Silenzio! – comandò la Tigre, senza abbandonare il timone. – Rizzate un pezzo di albero e una trinchettina.

Il prahos fu lanciato al nord di venti passi dopo essere stato dondolato per qualche tratto sulla cresta di un’onda, offrendo punto di mira all’incrociatore, che respinto alla sua volta tirava sempre col suo grosso cannone di prua. Una nuova palla frantumò l’estremità del pennone di trinchetto. I pirati si misero a urlare come aquile cercando puntare uno dei cannoni.

– Sangue di Maometto, giù un albero! – gridò il Portoghese. – Lasciate che la canaglia strepiti.

I momenti erano preziosi. Il povero legno mutilato, senza direzione e senza stabilità per l’assoluta mancanza di vele, andava attraversando le onde con ispaventevoli rollii minacciando di ingavonarsi in uno degli avvallamenti e di non uscirne mai più non ostante gli sforzi disperati di Sandokan, che tentavo rimetterlo sulla via dell’est manovrando a timone.

I pirati, abbandonando i cannoni, divenuti inutili fra tutto quel diavolio, fra quei colpi di mare che spazzavano da un capo all’altro e incessantemente il ponte e i cui colpi sarebbero stati incerti fra quei violenti rollii, si misero all’opera senza smarrirsi d’animo, cercando di rizzare un po’ d’attrezzatura e di spiegare un lembo di tela per dar un po’ di stabilità al legno.

A prezzo di fatiche inenarrabili, di pericoli senza nome dove più di un uomo fu ferito, battuto contro le murate o sul punto di esser portato via, fu stabilito un alberetto di trinchetto assicurandolo con nuove sartie, valendosi dei lampi per servirsi di un po’ di luce che mancava quasi del tutto. Una trinchettina fu stabilita un po’ più tardi, malgrado il vento che dieci volte di seguito l’abbatté prima di essere spiegata e malgrado il cannoneggiare del piroscafo le cui palle per buona ventura non colpivano che raramente il segno. La manovra audace e pericolosa, quasi impossibile su quel piccolo prahos che il più delle volte scompariva fra le onde, fu eseguita colla maggior intrepidezza possibile sotto gli occhi della Tigre che non abbandonava un sol istante la ribolla.

– Tenetevi saldi! – esclamò il Portoghese nel momento che una gigantesca ondata si precipitava sul legno e che Sandokan si preparava a virar di bordo portandosi all’est.

Il prahos fu subissato per metà quantunque trasportato verso le nubi, ma fu tutto. Virò di prua e mentre che il piroscafo impotente di far fronte alle onde per la sua mole e per qualche avariame nelle sue tambure, continuava a indietreggiare perdendo via, sfogando il suo malumore con ripetute quanto inefficaci scariche d’artiglieria, il piccolo legno, offrendo il fianco ai colpi di mare, colla sua trinchettina crepitante ed enormemente gonfia, si slanciò all’est ripigliando la lotta colla tempesta.

Dieci minuti dopo, grazie alla sua velocità che diventava ognor crescente sotto nuovi soffi, perdeva di vista il piroscafo che indietreggiava al nord, ponendosi alla cappa, senz’altre detonazioni. Si mise a filare direttamente a Labuan che doveva essere vicina, malgrado l’infuriare delle onde che lo assalivano con novella furia sul tribordo senza voler cedere di una linea, sferzando l’acqua che spumeggiava, fra rollii maledetti che potevano diventare funesti, talora avventato sulle creste, talora precipitato negli abissi mobili.

Avanzò così per mezz’ora, col pericolo di scomparire per sempre in qualche cavo delle onde o di cozzare contro qualche scogliera, cercando la costa che non si riusciva ancora a scorgere ma che doveva essere a poca distanza, guidato dalla ferrea mano di Sandokan, cui nulla avrebbe fatto torcer cammino, fiero di poter lottare su quei mari che chiamava suoi, di domare quelli elementi scatenati, di passare là dove era stato battuto il piroscafo quattro volte, e forse più, più grosso del suo legno.

– Ehi! – esclamò d’un tratto il Portoghese che si era avanzato fino al trinchetto. – Terra dritto l’asta di prua!

– Labuan! Labuan! – esclamò Sandokan che scattò in piedi come spinto da una molla.

– Attenzione alle secche a tribordo! – gridò un Malese, additando un luogo ove il mare spumeggiava a prodigiosa altezza, frangendovi sopra con terribile fracasso.

– Paranoa! – disse Sandokan volgendosi verso un Dayacho a lui vicino e che occupava fra la banda un posto distinto dovuto alla sua abilità di nocchiere. – Prendi la ribolla.

Il pirata obbedì. Sandokan si lanciò a prua, malgrado i violenti rollii e i colpi di mare e guardò.

La costa si disegnava chiaramente a quattrocento metri distante rischiarata dai lampi, libera dai pericolosi frangenti che sogliono circondare quelle terre della Malesia, ma dirupata e senza presentare approdi di sorta, senza presentare alcun rifugio dove il prahos vi si potesse cacciare per mettersi al coperto dalle onde incalzanti. Il pirata gettò una bestemmia.

– Saccaroa! – esclamò egli servendosi dell’esclamazione abituale. – Dove siamo noi?

– Certamente a Labuan – disse il Portoghese che si teneva a lui vicino aggrappandosi a uno dei cannoni.

– Lo so bene io, ma dove cacciarsi con simile tempesta? Non vi sono seni né approdi pel nostro prahos. Egli sarà schiacciato contro la costa se ci avviciniamo ancor più.

– Ah! Se la canaglia cessasse un po’ dall’infuriare! Orsù, Sandokan, che facciamo noi? Viriamo di bordo e lasciamoci andare al nord come il piroscafo. Non possiamo approdare.

Il pirata lo guardò per alcuni istanti in silenzio col volto truce, poi tendendo improvvisamente ambe le mani verso le dirupate coste di Labuan:

– Yanez! – diss’egli improvvisamente. – Noi approderemo!

– Approderemo? Ma non vedi, Sandokan, che la costa non offre rifugio?

– Che importa? Marianna mi aspetta, Yanez; oggi cada il mondo, noi approderemo.

– Ma il prahos? Si sfracellerà contro la costa e non so chi di noi si salverà.

– Hai paura, Yanez? – chiese il pirata, la cui voce sibilava come il vento.

– Tu sai che vicino a te non ho paura nemmeno del diavolo.

– Sta bene: allora approderemo.

Il prahos, spinto dal vento e dalle onde, si trovava a trecento passi dalla costa.

– Paranoa! – gridò Sandokan. – Muovi dritto lungo la costa e guardati dai banchi.

Poi, volgendosi verso i suoi tigrotti che lo miravano trasognati:

– Voi, preparate l’imbarcazione e issatela fino alla murata. La lanceremo in mare.

Che intenzione poteva mai avere il pirata? Voleva egli frantumare il prahos contro le scogliere della costa generando una catastrofe? I marinai, che non avevano mai avuto paura, si guardarono tuttavia in volto con ansietà; peraltro ubbidirono ciecamente e sollevarono a forza di braccia l’imbarcazione fino alla murata di tribordo mettendovi entro due carabine, munizioni, remi e viveri per parecchi giorni.

Sandokan si avvicinò al Portoghese, che guardava con ispavento quegli strani preparativi.

– Sali nell’imbarcazione, Yanez – gli disse.

– Ma che vuoi fare, insensato?

– Approdare a Labuan, a dispetto della tempesta e delle scogliere.

– Ma tu vuoi annegarti?

Sandokan per tutta risposta lo afferrò e sollevandolo come fosse un fanciullo lo depose nella imbarcazione.

– Paranoa! – gridò egli dipoi, correndo a poppa. – Io debbo approdare a Labuan. Sta attento ora a quanto ti dirò. Quando ti darò l’avviso, vira di bordo e lasciati trasportare al nord finché la tempesta durerà. Sali al nord fino a che tornerà a calmarsi il mare, poi ridiscendi fino a queste coste, e va a gettare l’âncora a quel fiumicello che ti descrissi. Io ti aspetterò col Portoghese alla piccola palude.

– Bene capitano – disse il Dayako. – Ma voi?…

– Approderò.

– Vi lascierete la vita, capitano.

– Taci, Paranoa. La Tigre della Malesia è sempre la stessa.

Il pirata, deciso di affrontare tutto pur di giungere a tempo di strappare la giovanetta dalle mani del lord e del baronetto, salì nell’imbarcazione.

A cento metri di distanza dalla costa, si alzò in piedi afferrando un remo, mentre il Portoghese ne prendeva un altro.

Un’onda gigantesca correva allora sul povero prahos che tentava di virare per presentargli la poppa. Gli capitò addosso come un lampo, sollevandolo fino alle nubi: s’udì uno schianto formidabile.

– Lascia andare! – gridò Sandokan che vide la murata sfasciarsi. – Vira! Vira!..

L’imbarcazione abbandonata a sé stessa fu portata via coi coraggiosi che la montavano. Quasi nel medesimo tempo il prahos virò di bordo fuggendo verso il nord.

– Arranca, Yanez, arranca! – gridò Sandokan che remigava disperatamente. – Approderemo a Labuan!

Un’altra onda capitò addosso e avvolse la piccola imbarcazione.

– Per Giove! – esclamò il Portoghese. – Dove andiamo?

– Arranca! Arranca! Andiamo a Labuan!

– E l’urto?

– Zitto, guarda la costa.

L’imbarcazione dondolata spaventosamente s’avvicinava alla costa portatavi dalle onde. Percorse in meno di due minuti cinquanta passi: salì una montagna d’acqua, precipitò in un abisso poi avvenne un cozzo violento.

I due intrepidi sentirono mancarsi il fondo della scialuppa sotto i piedi. Mezza chiglia staccata dall’urto se ne andò.

– Sandokan! Sandokan! – esclamò il Portoghese, che vedeva la scialuppa affondare.

– Tieni saldo, Yanez…

La voce fu soffocata da un tremendo colpo di mare che avventossi contro di loro. La scialuppa fu sollevata; si dondolò un istante sulla cresta di un’onda poi tornò a toccare. Il controcolpo l’avventò contro la costa, spingendola fino ai primi alberi, contro i quali si frantumò. I due pirati rotolarono senza saper il come in mezzo alle sabbie del lido.

– Afferra le armi! – gridò Sandokan saltando in piedi.

Il Portoghese, quantunque stordito dall’urto e scorticato tutto, lo ubbidì. Salvate le armi e una parte di viveri, i due uomini miracolosamente scampati al naufragio si affrettarono a ritirarsi sotto gli alberi, mentre che le onde finivano di spazzare via i rottami della povera scialuppa.

Sandokan, guadagnata la foresta col compagno, fresco come avesse sbarcato con tempo calmo, più forte che mai perché si sentiva sul terreno ove viveva pur lei, felice di aver guadagnata quella costa tanto contrastata, non aveva ancor respirato che già parlava di mettersi in cammino non ostante la pioggia che cadeva a catinelle.

Non conosceva, né poteva conoscere il luogo ove era approdato ma non se ne impensieriva. Egli raccolse il fucile coll’evidente intenzione di scendere al sud fino a trovare il fiumicello e di là portarsi alla villa e cercar di agire subito quantunque mancasse l’appoggio dei suoi uomini.

– Andiamo, Yanez – diss’egli, volgendosi verso il compagno che si era tranquillamente sdraiato fra le erbe sotto un arecche, le cui foglie servivano a meraviglia d’ombrello. – Ho il fuoco nelle vene, l’impazienza e la gelosia mi rodono. Perdere un sol minuto che forse è prezioso mi sembra un delitto. Non vedi, non te ne accorgi che noi siamo a Labuan, sulla terra dove brilla la mia stella?

– Che diavolo ti salta in capo, Sandokan? – disse il Portoghese che non divideva le impazienze del compagno. – Sono ancora tutto stordito dall’urto dovuto al tuo insensato piano: siamo appena sfuggiti a un pericolo, che tu mi parli di riprendere la via per gettarti in un ginepraio irto di armi.

– Ma non vedi, Yanez, che il tempo vola e che lei forse corre pericolo? Se noi avessimo a giungere troppo tardi per strapparla dalle mani dei due miserabili, che farò mai io? Se tu sei debole io sarò forte e ti porterò fra le mie braccia: vieni adunque. La terra mi brucia i piedi, io tremo tutto all’idea che sono a Labuan e che lei è là. Andiamo a salvarla, mi sembra che corra un pericolo cento volte maggiore di quello che l’Inglese mi ha detto, mi sembra di udire le sue grida che chiamano soccorso, mi pare di vedere tendere le sue braccia verso di me!…

– Non aver fretta Sandokan, non ci fuggirà. Tu mi hai detto che ti ama e che quantunque debole sa nei momenti supremi spiegare una energia sovrumana; sono sicuro che essa non si lascierà vincere né rapire prima dei dieci giorni, i suoi rapitori non ardiranno usare violenze di sorta contro di lei. Sono giacche rosse, lo sappiamo, ma non mancano di cavalleria. Cederanno di fronte a una giovanetta. E poi, pensi tu di gettarti storditamente nelle loro unghie per farti prendere e ammazzare? La spedizione se ne andrà in fumo, tu sarai appiccato e io assieme a te, e lei morrà di dolore se ti ama tanto, come mi hai detto e come ha confessato il caporale che presi a quella vaporiera. Aspettiamo: la Tigre è spesso paziente.

– Ma se tu sapessi ciò che io provo trovandomi su questa terra! – esclamò Sandokan con voce rauca.

– Lo so, tu sei ammalato e gravemente, ma non commettiamo imprudenze che possono riuscire fatali tanto a te che a lei. Vedi, fratello mio, io sono bianco e la so lunga più di un selvaggio della Malesia in fatto di amori. Fa tempesta, un magnifico tempo per togliere ogni idea di prendere il largo anche a un lupo di mare. Piove, un magnifico mezzo per cavar la voglia a un galante di far viaggiare la giovanetta. Nulla di meglio adunque che aspettare come aspettano essi. Forse il caporale ha esagerato, forse la villa è guardata da qualche compagnia di giacche rosse. Vorresti tu assalire la villa per farti ammazzare con qualche moschettata?

– Ma credi tu, Yanez, che io abbia paura di un pugno di giacche rosse? Sono la Tigre, e oggi sono tanto forte da che la passione ingigantisce, che sfiderei Labuan da me solo.

– Lo so, Sandokan, ma le palle non hanno rispetto pei coraggiosi e volano senza dar l’avviso, meglio ancora, senza farsi vedere. Fa scuro, piove e il vento fischia, ma è sempre giorno, e non si può passare inosservati. Vuoi tu andar alla villa? Bene, noi vi andremo e assieme, ma aspettiamo almeno la notte. Devono essere le quattro, stiamocene imboscati fino alle sei, poi ci metteremo in marcia. Questa notte, se vuoi, noi la vedremo.

– Vederla? E io dovrò aspettare fino allora, Yanez? – disse il pirata che fremeva tutto a quell’idea.

– Certamente, Sandokan, e vedrai che il tempo non sarà perduto. L’uragano può calmarsi, il vento scemare, e il prahos scendere sino a questi luoghi. Orsù, gettati sotto questo arecche e lascia che piova.

Sandokan parve indeciso. Egli guardò il Portoghese sperando di risolverlo a partire, poi cedette e si gettò sotto l’albero mandando un sospiro roco, senza pronunciare una parola di più, ma col sangue infiammato dalla passione e la faccia trucemente sconvolta.

La pioggia continuava a cadere e l’uragano a infuriare sul mare, il quale agitato sino agli estremi limiti dell’orizzonte si sollevava in enormi ondate spumeggianti, frangendosi sulla spiaggia e sulle secche con tal violenza da portarne gli spruzzi fino ai due pirati, quantunque lontani un centinaio di passi. Quella vista destò qualche inquietudine nei loro cuori, riguardo al prahos che fuggiva al nord.

– Povero prahos – disse il Portoghese, dopo qualche istante di silenzio. – Credi tu, Sandokan, che si salverà? Quando noi lo abbiamo lasciato, era in un tristo stato. Senza alberi e colle murate a metà sfondate. Se egli facesse naufragio e andasse a picco? Sai, Sandokan, che sarebbe una brutta disgrazia.

– Lo so – rispose l’interpellato, che prestava orecchio attento a tutti quei fragori.

– E se ciò dovesse accadere? Sentiamo, che faresti tu, se ci manca l’appoggio delle loro forze?

– Che farei? – esclamò il pirata quasi sorridendo. – Assalteremo noi la villa, se fa d’uopo. Io la rapirò lo stesso.

– Tu corri sempre, Sandokan, e non pensi che due uomini per quanto valenti sieno, non sono che poca cosa dinanzi a una cinquantina di moschetti.

– Vorresti tu aspettare Giro Batoë? – domandò Sandokan, che crollava di già il capo in senso negativo.

– Ma certamente, fratello mio. Fra due giorni al più, non sarà qui?

– Due giorni! – esclamò Sandokan, colla medesima intonazione di un uomo che voglia esprimere l’eternità. – Due giorni! E come vorresti che io faccia a stare due giorni senza che abbia a vederla?

– Chi dice di stare due giorni senza vederla? Anzi bisogna farle sapere che noi siamo qui, pronti ad approfittare della prima occasione per rapirla. Lo vedrai, fratello mio, questa notte andremo a spiare nel parco per vedere se si può farle qualche cenno.

– E se non si può?

– Allora aspetteremo i nostri tigrotti e una volta riunitili daremo bravamente l’assalto alla villa e porteremo via la Perla dopo di aver scannate tutte le giacche rosse onde non abbiano a portare notizie a Vittoria. Una volta avutala in nostra mano e portatala a Mompracem ce ne rideremo di tutti gli Inglesi di Labuan. Che ne dici?

– Credo che tu abbia ragione, Yanez – mormorò il pirata, e alzandosi si diresse verso la spiaggia.

Il Portoghese lo lasciò fare, ma senza però perderlo di vista. Aspettò che la pioggia cessasse un po’, poi caricatosi della carabina e dei viveri, lo chiamò.

– Vieni, Sandokan – diss’egli. – Credo sia ora di metterci in cammino senza aspettare che l’oscurità sia tanto fitta da non permetterci di fare dieci passi senza urtare contro i tronchi degli alberi.

– Lo credo bene – rispose il pirata che si provò a sorridere. – Andiamo, Yanez, che mi sento la terra scottare ancora sotto i piedi.

La foresta non presentava né passaggi, né indicazioni sufficenti per giungere alla villa di lord James, ma Sandokan era uno di quegli uomini che indovinano i sentieri e che sanno dirigersi senza aver bisogno di bussola o di stelle, come gli uomini dei boschi.

Ignorava a qual distanza si trovasse il fiumicello nel quale erasi cacciato coi due prahos la prima volta che aveva approdato a Labuan; ma che importava? Sapeva che si trovava al sud e che la villa distava da esso un paio di miglia, e ciò era più che sufficiente per guidarlo all’uno o all’altra e di giungervi prima che la notte finisse. Egli si mise in viaggio pel sud colla sicurezza di un indigeno pratico dell’isola.

L’uragano che si era fatto sentire sì vivamente sul mare si era egualmente fatto sentire nelle foreste di Labuan. Numerosi alberi, i più vecchi campioni delle boscaglie, abbattuti dalla folgore e dagli impetuosi soffi di vento giacevano in gran numero sparsi qua e là, alcuni totalmente appoggiati contro la terra e altri sospesi a diverse altezze, arrestati nella loro caduta dalle liane e da altri alberi, sotto o sopra i quali erano obbligati a passare i pirati.

Cespugli lacerati, frantumati, spogli; rami torti e contorti, ammassi di fogliame, immense quantità di frutta erano disperse per ogni dove, e in mezzo a quelle urlavano scimie ferite, grugnivano babirussa e stridevano uccelli.

Malgrado i tanti ostacoli che incontrava sul suo cammino, Sandokan non si arrestava un sol minuto, né si smarriva. Camminò diritto fino a che le tenebre furono calate, si fermò sull’orlo di un sentiero, alla cui vista trasalì. Egli lo additò al Portoghese.

– Che significa ciò? – chiese questi, che sbuffava come una foca. – Siamo forse su di un sentiero pericoloso?

– No – disse Sandokan con voce soffocata. – È il sentiero che mena alla villa!

– Oh! Oh! Così presto adunque? Orsù, la fortuna è con noi, Sandokan. Tira innanzi, ma bada bene di non commettere pazzie.

La Tigre della Malesia non aspettò nemmeno che avesse finito. Armata prudentemente la carabina per non cadere in qualche agguato, si slanciò rapidamente sul sentiero ansimante, col cuore che gli batteva furiosamente, la febbre addosso e la fronte tutta inondata di sudore. Egli si mise a trottare tanto che il Portoghese penava a tenergli dietro.

– Marianna!… Fanciulla divina!… Mia stella!… Amor mio!… – andava esclamando egli divorando la via. – Non aver più paura, che son qua io, la Tigre della Malesia!

In quel momento il pirata si sentiva tanto forte che avrebbe superato mille ostacoli per giungere alla villa. Cento baionette, cento cannoni, la morte stessa non sarebbero stati capaci di arrestare la Tigre.

Anelava, si sentiva divorare da un immane fuoco che ardevagli nel petto, si sentiva prendere dallo spavento e mille timori lo agitavano, i timori di non ritrovarla, i timori di giungere troppo tardi. Egli a poco a poco si mise a correre come un pazzo, varcando alberi e cespugli e torrenti, colla mente fissa tutta alla villa, dimenticando il Portoghese che lo seguiva, bestemmiando, intimandogli su tutti i toni di arrestarsi.

– Ehi! Sandokan pazzo diabolico, che ti salta in capo? Aspetta un po’, anima dannata, che ti raggiunga, fermati per mille spingarde! Vuoi farti ammazzare?

– Alla villa! Alla villa! – rispondeva invariabilmente il pirata che aveva le ali ai piedi. – Oh! guai! Guai, se arrivo tardi!…

Aveva allora, malgrado le continue raccomandazioni di Yanez, abbandonato ogni prudenza e correva come corresse all’assalto, invocando le giacche rosse, colla carabina alzata quasi da credere che volesse accoppare qualcuno. Calpestava i rami dei cespugli che si spezzavano crepitando pericolosamente, frantumava le radici degli alberi, lacerava impetuosamente le liane, si arrampicava come una scimia sui tronchi atterrati e saltava come un cervo le siepi e i cento altri ostacoli che sbarravano il sentiero.

Buon per lui che l’uragano non ristava dall’infuriare, coprendo i rumori di quella pazza corsa col rumoreggiare del tuono, col gemito degli alberi e delle frondi scosse dai violenti buffi di vento che urlava sotto le oscure foreste.

Corse per dieci minuti così, poi si arrestò bruscamente. Al chiaror di un lampo aveva scorto le palizzate del parco elevarsi a cento passi innanzi. Il Portoghese lo raggiunse rattenendolo violentemente, nel momento che il pirata stava per precipitarvisi contro.

– Ma frenati adunque, testardo! – esclamò Yanez. – Vuoi che ci ammazzino tutti e due prima di vedere la villa?

– Non hai veduto le palizzate? Sono quelle del parco, quelle della villa. Vieni, Yanez, vieni! – esclamò il pirata cercando trascinarlo via. – Ho il delirio!

– Ma non sai, disgraziato, che dietro quelle palizzate vi possono essere imboscate delle giacche rosse?

– Le giacche rosse! – esclamò Sandokan come non avesse compreso; poi, dando in uno scroscio di risa che il tuono soffocò a metà, – ma credi adunque, Yanez, che io abbia paura di loro questa notte?

– Lo so, lo so – ripeté il Portoghese. – Ma possono ammazzarti, puoi compromettere lei, la giovanetta, Marianna!

Il pirata si arrestò di botto guardandolo con strana espressione al chiarore dei lampi. Lo comprese.

– Puoi aver ragione – rispose egli. – Ma io voglio vederla, mi capisci, Yanez, voglio entrare laggiù.

– Vi entreremo, Sandokan, ma frenati. Un’imprudenza potrebbe perdere te e lei. Vieni ora.

Il Portoghese lo trasse con precauzione sino alle palizzate, poi si arrampicò su come un gatto, e dopo essersi assicurato che tutto era silenzio si lasciò cadere nel parco. Sandokan eseguì la stessa manovra, frenandosi con ferrea volontà. Capiva che un’imprudenza era più che sufficiente per mandare all’aria la spedizione con tanta audacia e con tanta speranza intrapresa. Essi attraversarono il parco che pareva completamente deserto e tenendosi al coperto degli alberi giunsero a un centinaio di passi dalla villa, seppellita fra le tenebre. Il Portoghese teneva stretto il pirata, le cui mani parevano bruciare.

– Dov’è? Dov’è? – chiese Sandokan che tentò liberarsi dalla stretta per gettarsi verso la porta.

– Non muoverti, fratello mio. Tu devi sapere dov’è la sua stanza.

– Sì, sì – rispose il pirata con voce soffocata. – Lassù, sopra quel pergolato.

– Bene, aspettiamo che un po’ di luce ci permetta di vederla. Ma prudenza, non farci ammazzare soprattutto.

Il lampo non si fece a lungo attendere illuminando colla sua livida luce la villa. Il pirata dette indietro gettando un vero ruggito, trascinando con sé il Portoghese.

– Che hai veduto? – domandò quest’ultimo, senza abbandonarlo.

– Che ho veduto? – esclamò Sandokan con voce rauca. – Hanno sbarrato le sue finestre con un’inferriata!…

– Bene, e io ho veduto un uomo imboscato laggiù accanto al padiglione. Vegliano; è segno che lei è ancora nella villa.

– E io? Che dovrò fare io che voglio vederla? – chiese Sandokan con voce strozzata.

– Oibò, questa volta non fa per noi. Vieni con me, Sandokan, lo vedrai.

– No! No! Lasciami, io voglio vederla!

Il Portoghese lo afferrò con ambe le braccia e lo trascinò sotto gli alberi malgrado la sua disperata resistenza.

– Odimi bene, Sandokan – disse il Portoghese con voce grave nel momento che un nuovo lampo seguito da un formidabile scroscio illuminava la villa e la sentinella. – Se tu commetti imprudenze, desterai l’allarmi, ci prenderanno a moschettate, saremo respinti malgrado il nostro valore, il domani tutto sarà perduto: tu mi comprendi. Ritiriamoci senza far rumore e domani agiremo. Sai tu il luogo che frequenta quando esce nel parco?

– Ti comprendo, Yanez – rispose Sandokan che tornava in sé. – Frequenta il chiosco chinese.

– Bene, andiamo a cercarlo, è d’uopo che essa sappia che noi siamo qui.

Il pirata lo capì. Egli quantunque provasse tutte le pene dell’inferno nell’allontanarsi da quel luogo, lo condusse al chiosco chinese, in quel medesimo luogo dove le aveva confessato per la prima volta il suo nome e dove lui le aveva giurato amore.

Vi entrarono. Era deserto: ma per quanto fosse oscuro, Sandokan vide la mandola della giovanetta al di sopra del tavolino intarsiato d’ebano e di avorio. Egli l’additò al Portoghese e l’accostò alle labbra.

– Povera Marianna! – esclamò egli con voce che aveva dello strazio.

– È questo il luogo che suol frequentare, non è vero Sandokan?

– Sì, questo il luogo ove viene a respirare il profumo dei suoi fiori, questo il luogo ove viene a cantare le sue dolci canzoni e il luogo dove lei mi giurò eterno amore!…

– Bene, lacera un foglio di carta dal tuo libro. Fa oscuro, ma i tuoi occhi vedono ancora: scrivi ciò che ti dirò.

Il pirata obbedì come un fanciullo e scrisse:

– Siamo noi. Domani, a notte, procura una fune. Alle dodici lasciala calare, io sarò da te. Non aver paura di nulla. Veglio.

“LA TIGRE DELLA MALESIA”.

Il Portoghese lasciò cadere la carta nell’interno della mandola, ma in maniera da potersi scorgere, mentre Sandokan strappati alcuni fiori ve li gettava sopra. I due pirati si guardarono in volto al chiaror dei lampi; l’uno calmo l’altro febbricitante.

– Andiamo, Sandokan – disse il Portoghese, rompendo l’incanto.

– Andiamo, Yanez – ripeté Sandokan con voce soffocata e uscirono a rapidi passi.

Cinque minuti dopo varcavano le palizzate e si cacciavano sotto le foreste.

CAPITOLO XVIII

Il pirata e la giovanetta

La notte era oscura e sempre tempestosa. Il vento ruggiva sotto le oscure boscaglie, torcendo in mille guise i rami, strappando le foglie, piegando o sradicando gli alberi e la folgore guizzava fra le nubi accompagnata da formidabili tuoni. Era una vera notte d’inferno, propizia per tentare un audace colpo di mano sulla villa, se gli uomini dei prahos vi fossero stati.

I due pirati battevano rapidamente in ritirata senza curarsi della pioggia, della folgore che scendeva dal cielo ogni minuto, e degli alberi che potevano fiaccarli nella loro strepitosa caduta. Preso il sentiero che li aveva poco prima guidati alle palizzate del parco, si allontanavano con passo silenzioso e quasi furtivo, senza scambiarsi una parola, ma coll’occhio in guardia e le mani sulle carabine, dirigendosi all’ovest.

Non volevano allontanarsi troppo da quei luoghi per vegliare attentamente sulla giovanetta e sugli Inglesi, ma volevano tuttavia porre una certa distanza fra sé stessi e la villa per isventare qualsiasi inseguimento e per non correre rischio di essere scoperti.

Il pirata camminava innanzi guardandosi dai rami che cadevano a ogni istante spezzati dal vento che continuava a ruggire tremendamente, dalle frutta che precipitavano al suolo rimbalzando e spaccandosi e dagli alberi che scossi furiosamente minacciavano di cadere. Il Portoghese lo seguiva stropicciandosi allegramente le mani, guardandosi attorno attentamente per non vedersi capitare all’improvviso addosso qualche giacca rossa imboscata. Questi era felice, quegli era cupo, quantunque gli avvenimenti della notte fossero stati tutt’altro che disgraziati, come avevano creduto che potesse essere.

Il povero ammalato si ritirava colla morte nel cuore, contando i passi che l’allontanavano dalla sua cara Perla, come li aveva contati prima, quando si avvicinava pieno di speranza, di timore, di passione e di gelosia. Gli pareva che, ritirandosi, un lembo nel cuore gli si staccasse.

Era evidente che la Perla era ancora alla villa, che il baronetto non l’aveva rapita, poiché quelle sentinelle appostate attorno all’abitazione non vi sarebbero state se la giovanetta fosse stata portata via. Ma sapere che lei era ancora là, non bastava pel povero innamorato, che aveva sognato di vederla, di parlare e, più ancora, che aveva sognato di rapirla. Era poco per quell’uomo che amava alla follia, per quel selvaggio che per vederla aveva sfidato tanti e tanti pericoli, avventurandosi in quei luoghi dove da ogni cespuglio poteva partire una palla e freddarlo, e che per farla sua aveva giurato di sacrificare il suo nome, la sua gloria e, se ce ne fosse stato bisogno, anche l’ultimo dei suoi compagni, l’ultimo dei suoi cari tigrotti, che riguardava come suoi fratelli, più ancora, come suoi figli.

– Oh! – esclamò egli. – Potessi almeno questa notte vederla, potessi almeno questa notte stringerla fra le mie braccia e rapirla, rapirla dalle mani dei maledetti che la tengono prigioniera!

Egli mandò fuori un profondo sospiro che pareva un rauco suono. Il Portoghese che gli veniva dietro l’udì.

– Che! Che hai fratellino mio da sospirare? – chiese egli sorpreso. – Per mille spingarde! Tu puoi essere contento di questa notte.

– Non del tutto, Yanez – rispose il pirata. – Sperava di poterla, dopo tanti giorni, rivedere.

– Tu esageri, Sandokan; non sono ancor quattro o cinque giorni che l’hai lasciata. E poi, che vale vederla questa notte quando domani saprà che tu ronzi nei dintorni vegliando, e che domani a notte darai la scalata. Allora fratello mio, potrai parlare a tuo agio, e fors’anche strappar quella maledetta inferriata.

– Ma come vorresti tu che io salga, quando vi sono delle giacche rosse in agguato? E poi credi tu, Yanez, che il lord non istia in guardia? Dal momento che degli uomini vegliano, è segno che hanno paura di noi, e chi sa, forse hanno saputo qualche cosa della spedizione.

– Oh! Oh! Ecco che la faccenda diventa seria, fratello mio, e che tu ragioni meglio di me quantunque tu sii pericolosamente ammalato. È evidente che sospettano una nostra visita su queste coste, però ho molte speranze per credere che tu darai la scalata senza troppi impicci. Vedi, Sandokan, la notte ventura non sarà certamente migliore di questa.

“L’elettricità si dice che addormenti, e che il vento faccia ben presto russare o chiudere gli occhi, un magnifico espediente per rendere ciechi e sordi gli uomini di guardia. Noi siamo gente che non va soggetta a simili debolezze, e ne approfitteremo a meraviglia. Varcate le palizzate, striscieremo come serpenti e ci accosteremo alle giacche rosse: dieci dita attorno alla gola, un bavaglio onde non abbiano a urlare, una corda per renderli impotenti, e poi all’opera. Darai la scalata senza essere disturbato; tu parlerai e io veglierò. Lo vedrai, fratellino mio.

– Sei ora tu, Yanez, che corri troppo – disse Sandokan che si provò a sorridere a quelle magnifiche idee del bravo Portoghese. – Se lei domani non uscisse nel parco? Se lei ignorasse che noi siamo qui?

– Uhm! – fe’ il Portoghese, socchiudendo gli occhi. – La partita sarebbe perduta, Sandokan; a proposito, giacché parli di fiaschi, mi viene in capo un’altra idea.

– Quale? – domandò Sandokan arrestandosi nel momento che un albero schiantato precipitava a terra.

– Bada bene dove poni il piede e osserva i mariuoli della foresta, Sandokan. Potrebbero schiacciarti, né più né meno di un babirussa. Una vera fortuna per le giacche rosse e in ispecie pel baronetto William.

– Taci, Yanez, taci! – esclamò Sandokan che sentì la gelosia mordergli atrocemente il cuore.

– Bene, non parliamone; tu diventi la Tigre, quando odi quel nome. Parliamo d’altro, se vuoi, della mia idea per esempio. Sai, Sandokan, che io ho paura che gl’Inglesi abbiano trovato la nostra carta e che questa notte ci tendano un agguato? Non ti sembra cosa possibile?

– Potrebbe darsi – disse seccamente il pirata. – È chiaro, che se gl’Inglesi troveranno la carta, circonderanno il parco per prenderci dentro. Ma vorresti tu per questo rinunciare di recarti laggiù alla villa? Oh! Io vi andrò, fossi sicuro che cento giacche rosse mi aspettano colle carabine montate.

– E io verrò con te, Sandokan, te lo assicuro, purché non abbi a commettere imprudenze e galoppare come ier notte che pareva che tu fossi diventato pazzo.

– Ah! Tu verrai adunque?

– Cospetto! È roba vecchia. Ma se tu ti metti a urlare e diventi pazzo, ti avviso che volto le spalle e lascio che tu vada a farti ammazzare solo.

Il pirata sorrise.

– Sarò prudente – diss’egli. – Purché abbia però a vederla e a parlarle.

– La vedrai e le parlerai. Lascia che ti conduca io, e ogni cosa andrà bene.

Avevano percorso allora un miglio e più, ora seguendo un sentiero, ora un altro, e ora cacciandosi in mezzo ai boschi per far perdere le loro traccie nel caso che agli Inglesi saltasse il ticchio di seguirle. Sandokan, stimando essere la distanza più che sufficiente per non venire scoperti, si arrestò.

Tagliate tre o quattro gigantesche foglie d’arecche e sovrappostele a due bastoni messi orizzontalmente, in maniera da formare un tetto, vi si cacciarono tutti e due sotto coricandosi in mezzo a folte erbe a mala pena umide.

– Odi questo fragore? – chiese Sandokan dopo qualche istante di silenzio.

– Sì – rispose il Portoghese. – Deve essere una raffica che sta per capitare.

– No, è il mare, Yanez. Orsù, con simile tempo non è possibile che i prahos possano approdare: dormiamo. Chi sa che domani Giro Batoë e Paranoa non sieno al fiumicello.

I due pirati accomodatisi alla meglio, chiusero gli occhi e mentre gli elementi si scatenavano al di fuori curvando tutte le foreste, si addomentarono, non ostante la umidità che li irrigidiva.

La notte non fu senza dubbio buona con tutto quel diavolìo, con quei ruggiti ognor più formidabili del vento, quei crepitii degli alberi schiantati ruinanti al suolo, quel gemere dei rami contorti e quella pioggia che non cessava dal cadere, trapelando anche fra le foglie della misera tettoia. Tuttavia i due pirati dormirono della grossa e si svegliarono a ora assai tarda, verso il mezzodì, nel momento in cui la tempesta, dopo di aver raggiunto la massima intensità, cominciava a scemare.

– Andiamo, Yanez – disse Sandokan dopo di aver rinnovato per precauzione la carica della carabina. – Abbiamo dormito abbastanza e il fiumicello non deve essere troppo vicino.

– Credi tu adunque che il prahos di Paranoa abbia approdato? – chiese Yanez.

– Non ho speranze; la tempesta infuriò tutta la notte. Chi sa dove il povero legno fu trascinato. Tuttavia andiamo al fiumicello.

– Il povero Paranoa senza dubbio è ancora lontano, e forse sta lottando coll’uragano. È difficile poter approdare a qualche costa con simile tempo.

– Lo so, Yanez.

– Sentiamo, Sandokan, e se non tornasse mai più? Se si fosse annegato? Corpo di una spingarda! Sai che le cose cominciano a volgere alla peggio e che la stella di Mompracem comincia a tramontare?

– Sì, comincia a tramontare e sarò io che, per Marianna, la farò scomparire per sempre.

– E non ti sgomenti?

– Sgomentarmi? Ah! se tu sapessi, Yanez, quale strazio io provo, quando penso che verrà il dì in cui la mia fama perirà, quando penso che il mio nido rimarrà deserto, la mia isola diverrà muta e che non rivedrò più mai questi mari che chiamavo miei!… Io, la Tigre, il pirata, non rivederli più mai questi mari!…

“Oh! Questo più mai mi si arresta alla gola come una palla di cannone e mi strazia atrocemente il cuore!… Eppure la tremenda parola uscirà quando la giovanetta comanderà alla Tigre.

– Se tu non fossi gravemente ammalato, ti direi: vieni, Sandokan, fuggiamo da questi luoghi, andiamo a piantar radici su di un’altra isola dove non possa giungere il nome di Marianna.

– Mai! Mai! Yanez! – esclamò il pirata. – Cada Mompracem, s’oscuri la mia gloria, si disperda il mio nome, mi si strappi e il mio mare e l’ultimo dei miei tigrotti, ma dimenticare lei, abbandonarla, mai!

– Lo so, che tu sei stregato, che tu sei innamorato morto, che è impossibile fartela dimenticare quella donna. Orsù, non parliamone più, dove è il fiumicello?

– Deve essere laggiù.

– Tiriamo innanzi allora, e cerchiamo di tenerci in mente la via che percorriamo. Vi ha della distanza da qui alla villa, e questa notte, colle tenebre, si potrebbe smarrirsi.

– Non aver paura, Yanez. Saprei trovare la via che mena alla villa a occhi chiusi. Vi ha una stella che brilla sulla palazzina: la mia.

La foresta andava a poco a poco diradandosi, lasciando il posto a piccole radure in mezzo alle quali sorgevano avanzi di capanne d’indigeni. Il pirata riconobbe quasi subito quei luoghi, quantunque li avesse percorsi correndo e delirante, e allungò il passo fino a che giunse alla piccola palude. Si arrestò un momento cercando un passaggio, e l’attraversò conducendo il compagno sul medesimo luogo dove avevano approdato i prahos nella prima spedizione alla malaugurata isola.

Vi si vedevano ancora le traccie lasciatevi dal secondo prahos, quando respinto e semi-spezzato era venuto a rifugiarsi per subire le riparazioni. Qua e là si vedevano ancora bombe, moschetti spezzati, scimitarre e scuri infrante, cordaggi, lembi di tela, rimasugli d’attrezzi e pezzi di murate.

Sandokan, gettato un cupo sguardo a quegli avanzi, che gli rammentavano la sua prima sconfitta, si spinse fino al fiumicello. Guardò verso la foce, ma era deserta; solo il mare si frangeva sui banchi e sulle scogliere lottando contro la corrente.

L’avevano preveduto. La tempesta che continuava a infuriare dal sud non doveva aver permesso al povero legno disalberato di trovarsi in quel luogo. Forse, se non era naufragato, a quell’ora poteva essere ancora rifugiato o alla baia di Kimais o nelle cale dell’isoletta Pulo Tiga.

– Poveri compagni – disse Yanez con sincera commozione. – Forse essi rimpiangono il momento di non aver naufragato a Labuan. Se la maledetta tempesta cessasse o girasse al nord!

– Credi tu che giungerebbero in tempo per riunirsi ai prahos di Giro Batoé? – domandò Sandokan.

– Non ne ho speranza, fratello mio; arriveranno sempre tardi, se non saranno di già annegati; e tu, Sandokan, hai calcolato su Giro Batoé? Ne sono certo che ormai avrà preso il mare, ma non so quando potrà approdare con simil tempesta. Io temo che abbia a trovarsi ben impacciato. Una suposizione: se non giungesse più?

– Se non giungesse più! – esclamò Sandokan che provò un brivido al solo pensarlo.

– Potrebbe darsi. Due prahos non veleggiano troppo bene colla tempesta e le collisioni non sono difficili accadere quando gli elementi sono in collera. Se essi naufragassero?

– Taci, Yanez, io non lo crederei mai! – rispose il pirata che sentì grosse gocce di sudore imperlargli la fronte.

– Ma infine, si potrebbe ammetterlo. Non siamo già noi i padroni degli elementi. Che faresti tu, Sandokan?

– Io? Ebbene, Yanez, in tal caso la rapirò senza i loro aiuti!

Il Portoghese crollò il capo, ma non lo contrariò. Sapeva che sarebbe stato più facile arrestare con una palla un piroscafo che arrestare la passione di lui. Egli cangiò discorso e accennando il fiumicello:

– È qui, Sandokan, che tu hai approdato, quando venisti per la prima volta a Labuan?

– Sì, qui – rispose il pirata, che aggrottò la fronte. – Allora ero la Tigre, non avevo visioni dinanzi agli occhi, non avevo passioni nel cuore, non avevo catene attorno le braccia. Mi hanno battuto, ci siamo difesi ma ben terribilmente difesi contro l’incrociatore che ci sfidava. Mi hanno ferito, e quella palla, che conservo ancora nel mio petto come un ricordo di essi, mi ha condotto tra le braccia della giovanetta. Ho ben ragione di dire che quella palla ucciderà per sempre la Tigre!

– Rimpiangi adunque quella sconfitta e quella palla, Sandokan? – domandò il Portoghese.

– No, Yanez, no! – rispose Sandokan con voce rauca. – Non la rimpiangerò mai!

Il pirata discese fino alla riva seguito dal compagno, e dopo di aver contemplato per qualche tempo la corrente e la circostante foresta come per rammentarsi degli avvenimenti di quella giornata, si diresse verso il mare poco distante additando al Portoghese alcuni alberi violentemente schiantati e forati dove vi si vedevano ancora le tracce delle palle di cannone del piroscafo.

– Egli tirava alla foresta – disse Sandokan che diventava più cupo man mano si avvicinava alla spiaggia.

Si arrestò un istante colle braccia tese verso il luogo dove era avvenuta la tremenda pugna fra il prahos e l’incrociatore, percorse tre o quattro volte con passo agitato la costa avvicinandosi ai banchi e alle scogliere contro le quali muggiva e rimuggiva il mare e finì col sedersi sul tronco di un albero atterrato, colla testa stretta fra le mani e gli occhi fissi su quelle acque irritate, quasi volesse cercare ancora un vestigio dei due legni affondati dal fuoco dell’incrociatore o qualche traccia del suo valoroso equipaggio forse di già completamente divorato dagli squali.

Il Portoghese lo lasciò assorto nelle sue meditazioni e andò frugando fra le scogliere cercando qualche ostrica gigante di Singapura. Non andò molto che ne trovò una simile a quella trovata da Sandokan quand’era ferito, e la riportò alla spiaggia dopo di aver corso venti volte il pericolo di essere portato via dai colpi di mare.

Accendere il fuoco ed aprirla, fu per lui l’affare di un momento.

– Orsù, fratello mio, lascia i prahos sott’acqua e i morti in bocca ai pesci – diss’egli. – Vieni a dare un colpo di dente a questa tenera polpa e un altro a questi durion che hanno una polpa che pare crema. Ai morti vi penserai più tardi.

– Hai ragione, Yanez – rispose Sandokan sforzandosi, ma invano, a sorridere.

Il pasto fu fatto in silenzio e rapidamente a pochi passi dal mare, dopo di che seppellito il rimanente dei viveri, per preservarli dal dente degli animali o da quello degli indigeni, si rimisero in cammino sotto le foreste dirigendosi alla villa.

Potevano essere le cinque di sera. Il tempo era più che sufficiente per arrivare all’appuntamento, ma volevano trovarsi prima che l’oscurità fosse perfetta per prendere certe misure di precauzione giudicate indispensabili.

Sapevano di giuocare una carta pericolosa, dove una inavvertenza poteva venire corrisposta a buoni colpi di carabina, e si sa che le palle non rispettano nemmeno gl’innamorati, come non rispettano i coraggiosi.

Giunsero nei dintorni della villa, avanzando con l’occhio e l’orecchio in guardia, spiando prudentemente i cespugli che potevano nascondere qualche giacca rossa, porgendo attento ascolto a tutti i rumori della foresta, allo stormire delle foglie, allo spezzarsi dei rami, agli urli delle belve. Essi s’imboscarono a duecento passi dalle palizzate nel mezzo di una folta macchia, aspettando la notte.

Dal luogo ove si trovavano, era facile vedere ciò che poteva succedere nel parco e nella palazzina. Sandokan poté distinguere il lord a una delle fenestre assieme ad un ufficiale inglese, e gli parve anche veder lady Marianna col volto appoggiato alle sbarre di ferro, ma non si mosse e frenò l’impazienza e i timori che l’assalivano. Il Portoghese dal canto suo, arrampicandosi come una scimia su di un albero tenendosi nascosto nel fogliame, vide altre sei o sette giacche rosse passeggiare nel parco e accanto al padiglione una sentinella armata di fucile con baionetta inastata.

– I maledetti hanno paura – mormorò egli all’orecchio di Sandokan dopo di essere disceso. – Vegliano bene.

– Non monta, Yanez, chi sa che tutti quei soldati non sieno che semplici invitati?

Infatti qualche tempo dopo, prima che l’oscurità fosse completa, il Portoghese dall’alto dell’osservatorio vide un drappello di sedici o diciotto soldati abbandonare la villa. Cercò guardare ove si dirigessero, ma non poté indovinarlo. Essi scomparvero sotto la foresta dopo di aver fatto un ultimo saluto al lord che si affrettò a rientrare.

L’oscurità si accrebbe qualche ora dopo tanto di impedire di scorgere gli alberi a venti passi lontano. Verso la mezzanotte, i due pirati, che si erano tenuti nascosti sotto la macchia contando minuto per minuto, si alzarono.

– Andiamo! – disse Sandokan che non sapeva più dominarsi. – Andiamo, Yanez, che sono tutto fuoco!

– Hai notato tu la sentinella che si tiene presso il padiglione? – domandò il Portoghese arrestandolo.

– Sì, l’ho notata, ma la spaccieremo. Io ho le mie corde, tu hai il bavaglio. Vieni, Yanez, ho la febbre; il delirio mi prende.

Attraversarono i duecento passi e giunsero alle palizzate del parco come la notte precedente. Il Portoghese le varcò pel primo; guardò sotto gli alberi e fra le aiuole porgendo orecchio al fischiar del vento che scuoteva il fogliame, poi rassicurato che nessuno vegliava lì vicino, si lasciò cadere dall’altro lato. Sandokan lo raggiunse subito dopo, e si nascosero sotto la fitta tenebria degli alberi cacciandosi fra i cespugli.

– Il nemico dorme – disse il Portoghese all’orecchio di lui, che si frenava a gran pena.

– Vedi nessun lume, vedi nessuna ombra alla fenestra di lei? Io sono diventato cieco.

– Fa troppo oscuro per veder qualche cosa. Andiamo, Sandokan, silenzio e prudenza innanzi a tutto.

Si misero a camminare senza movere le foglie, a passi furtivi, tenendosi nascosti dietro ai tronchi d’albero e ai cespugli, strisciando fra le aiuole, facendo meno rumore di un serpente. Essi giunsero così fino a cento passi dal padiglione dove se ne stava la sentinella mezza addormentata sulla sua carabina.

D’un tratto Sandokan si arrestò e vacillò come un bue sotto la mazza del beccaio. Aveva veduto una forma bianca appoggiata alle sbarre di ferro di una fenestra e che tendeva le mani verso di lui. Tutto il sangue gli affluì alla testa.

– Marianna! Marianna! – mormorò il pirata giungendo le mani verso la forma bianca che pareva un’ombra.

Egli, l’uomo che aveva sfidato cento volte la morte, che era vissuto fra il sangue e le stragi, in quel momento supremo ebbe paura ma questa durò un lampo. Si rizzò coll’energia della tigre, gettando un sordo ruggito che era un appello alle sue forze, e cacciandosi in mezzo ai cespugli senza muoverli, coll’occhio in fiamme, i capelli irti sul capo, colla febbre addosso, il fuoco nell’anima, strisciò verso il padiglione sempre seguito da Yanez che non fiatava.

Egli sorse alle spalle della sentinella semi-addormentata come uno spettro e in un baleno l’atterrò chiudendogli la bocca con una mano, mentre coll’altra gli serrava la gola con tal forza che nessun gemito uscì dalle labbra. Il Portoghese era là. Sei pollici di lama nel cuore e la sentinella passò dalla vita alla morte senza emettere un sospiro.

Il pirata gettò un urlo di gioia soffocato e si lanciò verso la palazzina. Trovò una fune a nodi sotto le sue mani e mentre che il Portoghese si appostava accanto al cadavere, si mise a salire con tutta la rapidità infusagli dalla passione. Egli giunse al balcone senza quasi sapere il come e sentì due braccia che sporgendo fra le sbarre lo circondarono sorreggendolo. Gli si rimescolò tutto il sangue.

– Sei tu Sandokan? – chiese una voce che lo scosse fino al fondo dell’anima.

– Marianna! Marianna! – mormorò egli, coprendo di baci le mani della giovanetta. – Finalmente ti vedo! Tu sarai mia, non è vero?

– Tua, Sandokan, in vita e in morte – mormorò la giovanetta, ebbra d’amore. – Non mi aveva adunque ingannato il mio cuore, quando batteva di speranza e mi diceva che tu saresti venuto. Ah! Sandokan, quanto ho sofferto!

– E io, amor mio, credi tu che non abbia sofferto? Sento ancora il cuore che mi sanguina, la gelosia che mi rode, sento la febbre che mi divora. Marianna! Dal giorno che sono fuggito inseguito come una belva dai tuoi, cacciato di foresta in foresta, moschettato, sciabolato, ho tanto sofferto laggiù nella mia isola selvaggia, che mi domando ancora se quelle sofferenze furono un sogno. Credo di aver compiuto miracoli per isfuggire ai miserabili che volevan bere il mio sangue, e per ritornare alla mia Mompracem. Quando ho udito per la bocca di un prigioniero che tuo zio ti vendeva al baronetto, sono partito senza indugiar un istante. Ho affrontato la tempesta, ho affrontato gl’incrociatori, ho corso mille pericoli, ma che importa quando sono giunto qui e che ti vedo?

– Sandokan! Sandokan! – mormorò la giovanetta incrociando le mani attorno al collo del pirata.

– Ascolta, Perla di Labuan – disse Sandokan stringendola contro le sbarre di ferro che avrebbe voluto svellere a onta della loro grossezza. – Tu sei prigioniera nelle mani di loro, ma io ti libererò dovessi porre Labuan a ferro e a fuoco. Non ho che mio fratello, il Portoghese, il buon Yanez, oggi, ma domani i miei uomini approderanno: quaranta tigri che al mio grido si getteranno sulla casa e io ti porterò meco ove tu vorrai.

La giovanetta ebbe paura. Lo guardò con ispavento accostando il suo volto a quello di lui. Due lagrime, due perle, caddero sulle labbra del pirata che sentì il cuore sanguinargli a quel contatto.

– Non piangere, Marianna, io vorrei ricambiare quelle lagrime con goccie del mio sangue. Non aver paura, amor mio, ti libererò e berrò il sangue dei miserabili che ti hanno rinchiusa fra queste sbarre di ferro.

– Ho paura, Sandokan. Perché venire su queste coste dove ti si spia, dove ogni cespuglio nasconde un nemico, dove si veglia giorno e notte? Io fremo tutta a pensare a tanta audacia e tutto per me!

– Per te, Marianna, io vorrei fare cento volte di più di ciò che feci. Che importa a me se il nemico anela il mio sangue, che importa a me se egli mi spia o mi ferisce, quando ti ho veduta, quando ti ho stretta fra le mia braccia, quando mi sono inebbriato dei tuoi sospiri? Posso io aver paura quando tu mi aspetti e mi ami poiché giurasti d’amarmi? Dillo, Marianna, posso aver paura?… Anima divina! Avrei sfidato cento volte la morte per trovarmi qui, questa sera, sospeso ad una fune, diviso da sbarre di ferro, ma fra le tue braccia!…

– E se ti sorprendessero? Dio mio, che sarebbe mai di me se avessero ad ucciderti!

– Oh! Non parlare così, non dire queste parole Marianna! – esclamò Sandokan. – Vi ha qualcuno che mi protegge.

– Chi?

– Che ne so io? Dio, Maometto o il diavolo, so che qualcuno veglia sulla Tigre della Malesia. E poi, che importa se questa invulnerabilità venisse meno e mi assassinassero, quando morrei stretto fra le tue braccia? Guarda, quando saliva questa fune, sulla cui cima m’aspettava la Perla di Labuan, mi pareva salire in paradiso.

La giovanetta si sforzò a sorridere.

– Non illudermi, Sandokan. Tutti in questa villa hanno sete del tuo sangue.

– Lo so, ma nol berranno, te lo giuro Marianna. Non aver paura, che la sentinella è morta e che Yanez, il mio buon fratello, veglia sotto i miei piedi. Lasciami che io goda questi momenti di sublime felicità che mi inebbriano e de’ quali ho tanto bisogno dopo tante sofferenze. Ah! Se tu sapessi, Marianna, quanto io ti amo! Non puoi mai e poi mai immaginarlo. Sento di diventare pazzo dalla gioia, al pensare che tu fra poco sarai mia, e che mi seguirai sull’isola della felicità, sull’isola incantata, dove potremo amarci senza paure, senza ansie, senza pericoli.

– Gli è adunque vero, mio prode amico, che tu abbandonerai la tua Mompracem, che tu abbandonerai il mare che tu chiamavi sangue delle tue vene e tutto ciò per me? – disse la giovanetta. – È vero adunque che tu dimenticherai la fama che tanto ti fece brillar fra i pirati della Malesia? È vero adunque che tu ti lascierai incatenare senza un lamento, senza un sospiro?

Qualche cosa che pareva un singulto uscì dalle labbra del pirata.

– Sì, creatura celeste, sì abbandonerò tutto, mi lascierò incatenare senza lamenti, senza rimpianti – disse il pirata con veemenza furiosa. – Sì, noi andremo lontani a godere la felicità che nella mia isola sarebbe impossibile trovare; sì, noi andremo su di un’altra terra, dove non udrò più né il fragor dei cannoni né le urla dei miei tigrotti, né più mai il nome della Tigre della Malesia!… Quel caro nome che un dì andavo orgoglioso di possedere, quel caro nome che era la mia gloria, la mia potenza, la mia vita!…

Il pirata chinò la testa sul petto e forse qualche stilla cadde dai suoi occhi. Un fischio debole, ma abbastanza distinto gli fe’ rialzare la testa. Era il fischio d’allarme di Yanez.

– L’hai udito, Marianna? – mormorò egli. – L’ora tremenda della separazione è giunta; mio fratello ha mandato il segnale. Dei pericoli vagano fra le ombre della notte.

La giovanetta lo strinse contro i ferri della fenestra. Due lagrime caddero sul maschio volto del pirata che accostò le labbra a quelle di lei. Il rumore di un bacio risuonò fra le tenebre.

– Sandokan, adorato Sandokan! – esclamò la giovanetta mentre i singhiozzi sollevavano il suo petto.

– Marianna!

– Se non ci vedessimo più mai?

– Non dirlo, non dirlo, Marianna. Dimmi, amor mio, che vuoi che faccia; per te mi sento capace di fare l’impossibile. Vuoi che io rimanga, io rimarrò, vuoi che tenti infrangere questi ferri che ti tengono prigioniera, io lo tenterò, vuoi che io dia fuoco alla villa per tentare di rapirti, io lo darò. Parla, la tua bellezza mi rende pazzo. Mi sentirei capace di espugnare da solo a solo la fortezza!…

– No, Sandokan, nol farai. Va, noi corriamo pericolo: va, e quando tu sarai tanto forte da poter lottare coi miserabili che mi tengono prigioniera, verrai a liberarmi e io sarò tua, tua per sempre… Ah! ecco il terribile momento!…

– Ma tu, anima divina, vuoi rimaner sola in balìa di essi? No, Marianna, io rimarrò qua a difenderti!

La giovanetta l’attirò ancora una volta a sé, bagnandolo delle sue lagrime. Il pirata sentì un groppo che forse era un singhiozzo montargli alla gola. Il fischio del Portoghese giunse agli orecchi dei due amanti.

– Lo odi tu, Sandokan? Vi ha qualche pericolo, va, parti, mio nobile amico; io te lo comando.

Il pirata stava per ubbidire, quando un terribile grido risuonò nella stanza. Due mani di ferro strapparono la giovanetta dalla fenestra facendola cadere sulle ginocchia.

– Miserabili!… – urlò una voce furiosa che Sandokan riconobbe per quella del lord.

– Marianna! Marianna! – gridò egli tentando risalire all’inferriata.

Non ebbe il tempo. La corda fu recisa e il pirata abbandonato a sé stesso precipitò roteando nel vuoto!

CAPITOLO XIX

Due pirati in una stufa

Ogni altro uomo che non fosse stato la Tigre della Malesia o per lo meno un Malese si sarebbe senza dubbio rotte le gambe o la testa in quella repentina caduta, ma non così avvenne per quell’uomo che oltre essere fatto d’acciaio possedeva l’agilità del felino. Aveva appena toccato terra, sprofondando nelle aiuole, che già era in piedi col kriss in mano sbuffante d’ira, pronto a precipitarsi contro la porta e tentarne arditamente l’assalto.

Il Portoghese fortunatamente gli era vicino. Egli gli saltò addosso e lo trascinò via, nel momento che una fucilata scoppiava a una delle fenestre.

– Vieni, insensato! – gridò Yanez, sollevandolo fra le braccia. – Vuoi farti ammazzare?

– Lasciami, Yanez, noi la rapiremo. All’assalto! All’assalto! – urlò il pirata afferrando la carabina.

Tre o quattro canne di fucile apparvero alle fenestre togliendoli di mira.

– Fuggi! Fuggi! Sandokan! – gridò una voce che il pirata riconobbe per quella di lady Marianna.

Il pirata fece un salto di quindici piedi salutato da una scarica di fucili, una palla dei quali gli portò via il grosso diamante del turbante. Si voltò ruggendo come una tigre, e scaricò la sua carabina contro una delle fenestre frantumando i vetri e colpendo un Inglese che cadde al suolo sfracellandosi la testa.

– Sono qua Marianna! Sono qua! – tuonò Sandokan tendendo le mani verso la giovanetta che si teneva disperatamente aggrappata alle sbarre della fenestra malgrado tutti gli sforzi del lord per trascinarla via.

– Fuggi! Fuggi! – gridò ella per l’ultima volta.

La porta della palazzina si aprì fragorosamente. Una mezza dozzina di soldati armati di carabine, guidati da un sergente che Sandokan riconobbe in Willis e una decina d’indigeni portanti torcie accese e armati di pistole. comparvero slanciandosi all’aperto. Il Portoghese fece fuoco attraverso il fogliame.

Il comandante barcollò e cadde gettando un urlo di dolore, e mentre gli altri si arrestavano attorno a lui spaventati dall’improvviso attacco, i due pirati si diedero alla fuga tenendosi sotto gli alberi per non offrire punti di mira, caricando le armi e cercando di dirigersi verso le palizzate, che quantunque nascoste dalle tenebre, sapevano trovarsi sulla loro via. Percorsero cinquanta passi prima che gl’Inglesi pensassero a inseguirli e si gettarono fra le aiuole scomparendo del tutto dai loro occhi abbagliati dal chiaror delle torcie.

– Fila diritto, se non vuoi farti prendere – disse il Portoghese, nel momento che Sandokan s’arrestava.

– Non so decidermi a partire, Yanez!… Io ho paura a lasciarla sola., sento le sue grida impresse nel mio cuore… Yanez, se noi ritornassimo? – disse il pirata con voce rotta armando la carabina per far fronte al nemico.

– Nemmen sognarlo, fratello mio! – esclamò il Portoghese, che gli afferrò le braccia deciso a impedirgli il passo. – Non correrà alcun pericolo lei; essa è una donna energica. Siamo noi che corriamo pericolo di buscarci una palla nella schiena. Fila diritto, che le canaglie vengono colle loro dannate torcie.

– Non sono che sedici, io li ho contati. Possiamo gettarci su di essi e sbaragliarli. Ritorniamo.

– Non commettiamo pazzie, testardo pirata! Essi, essi hanno sedici palle, noi ne abbiamo due. Che valgono le nostre forze e il nostro coraggio quando il piombo fischia? Domani, mi comprendi, Sandokan, daremo l’assalto.

Il pirata non si mosse. La sua testa era in rivoluzione, la passione lo faceva delirare. Egli guardò il Portoghese con occhio supplichevole. L’altro, cui premeva la pelle d’entrambi, fu inflessibile.

– I minuti volano, ti ho detto di fuggire, Sandokan. Vieni, lei lo vuole, io lo voglio: ti porterò se non fuggi.

Un soldato apparve quaranta passi lontano con una torcia in mano la cui luce illuminava la canna della carabina e la punta della baionetta. Altri quattro comparvero dietro di lui mettendosi a frugare le macchie.

I due pirati non esitarono più, e fuggirono d’accordo, cercando le palizzate. Passarono senza arrestarsi dinanzi al chiosco chinese, si tuffarono in mezzo ai fiori, guizzarono fra i cespugli, lasciando qualche lembo di veste nei rosai e si precipitarono verso il fondo del parco salutati da un nuovo colpo di carabina tirato a casaccio. Essi raggiunsero le palizzate senza essere scorti, mentre che i soldati e gli indigeni li cercavano su una falsa via, andando e venendo fra le macchie, sfogando il loro malumore con imprecazioni.

– Si screditano – mormorò il Portoghese che in fondo era ancora un po’ cristiano. – Andiamo, Sandokan, la via mi sembra libera, e mentre essi c’inseguono all’ovest o all’est, noi filiamo al sud con tutta sicurezza. Non aver paura per lei che saprà cavarsi d’impiccio meglio di noi. Lascia che le cose questa notte vadano così e vedrai che avrò l’onore di stringere la sua mano e tu di stringerla fra le braccia, dopo un brillante attacco.

– Sì, domani – rispose Sandokan, che si avvicinò quasi con ripugnanza alla palizzata.

Già stava per prendere lo slancio e varcarla, quando il Portoghese lo arrestò bruscamente, facendolo curvare fino a terra.

– Non moverti! – gli mormorò egli all’orecchio, accovacciandoglisi vicino. – Zitto!

Il pirata tese l’orecchio, ma non udì che il sibilar del vento che faceva gemere gli alberi della foresta e stormire le fronde.

– Che hai veduto? – gli chiese sotto voce Sandokan, che non vedeva nulla.

– Non ho veduto alcuno, ma ho udito un ramo spezzarsi dietro la palizzata.

– Può essere stata una bestia o il vento che ha fatto cadere qualche ramo morto. Non lo odi tu soffiare?

– No, non fu una bestia, fu un uomo, te l’assicuro, Sandokan. Mi è persino parso di udirne una voce. Ci scommetterei il diamante del mio turbante contro una piastra, che dietro la palizzata vi sono delle giacche rosse che ci aspettano colla sicurezza di prenderci. Non ti ricordi del drappello che abbandonò la villa al calar del sole?

– Hai ragione, Yanez. Esso andava a imboscarsi, ma noi saremo più astuti di quei soldati. Aspetta che vada ad assicurarmene.

Sandokan, diventato prudente, si alzò, senza fare più rumore di un insetto volante, lento per non far stridere le foglie secche, guardandosi dinanzi, di dietro e ai fianchi. Stette un momento così in ascolto, rattenendo persino il respiro, poi si arrampicò colla leggerezza di un gatto sulle palizzate. Non aveva ancora raggiunto la cima, che udì al di là alcune voci e dei passi.

Si issò con maggior precauzione e gettò un rapido sguardo sotto il bosco: vide una dozzina e più di ombre che si appostavano dietro gli alberi. Egli si affrettò a ritornare raggiungendo il Portoghese.

– Non ti sei ingannato, Yanez. Il nemico ci tende un agguato al di là delle palizzate; ma avrà da far con me prima di prenderci. È il drappello che tu hai veduto partire, e che allarmato dalle detonazioni dei fucili, è ritornato.

– Che abbiano sospettato la nostra presenza, che ci tendano un’imboscata? Affrettiamoci a battere in ritirata, fratello mio, finché la via è libera. I prahos possono essere giunti.

– Taci, Yanez – mormorò Sandokan. – Odi, essi parlano.

Due voci si udivano al di là delle palizzate, l’una imperiosa, l’altra rauca. Il vento portava i loro discorsi chiaramente agli orecchi dei pirati, che senza curarsi dei soldati che frugavano il parco a quattrocento metri di distanza, si misero in ascolto.

– Queste moschettate, non c’è dubbio, segnalano la presenza dei nemici – diceva la voce imperiosa. – Non perdiamo un istante in vane chiacchiere, giovanotti miei, allargatevi e imboscatevi dietro gli alberi. Chi dice che questi nemici non sieno pirati guidati dalla Tigre in persona, che tentano una delle loro solite mariuolerie? Mi comprendi, Bob, essi sono nel parco, e noi tendiamo la rete entro la quale cadranno. Non perdiamo colpi, soprattutto.

– State sicuro, luogotenente, che i maledetti non ci sfuggiranno questa volta. Non possono essere molti loro, mentre noi siamo in grosso numero capace di far fronte a un battaglione di essi. Fossero anche dodici noi siamo sempre trentasei.

– Le canaglie sono cresciute bene di numero – mormorò il Portoghese all’orecchio di Sandokan.

– Taci, Yanez – rispose egli, stringendo una delle sue mani con tal violenza da farne scricchiolar le ossa.

– Si dice che il mariuolo – ripigliò la voce imperiosa, – quello che si fa chiamare pomposamente la Tigre della Malesia, sia pazzamente innamorato della nepote di lord Guillonk, un boccone destinato al baronetto. Eh! Si vede che il selvaggio non manca di buon gusto, e vi ha di più, Bob, che milady ne è innamorata. Non lasciamoci sfuggire una sì bella preda amico mio, sulla cui testa pesa un migliaio di sterline.

– Se la Tigre della Malesia ha avuto l’imprudenza di cacciarsi in questi luoghi, per quanto sia astuta e coraggiosa non ci fuggirà sì facilmente come l’altra volta. Sapete, comandante, che bisogna essere ben bravi per filarsela a Mompracem dopo di averci spediti al sud, e per mostrarsi poi al baronetto senza curarsi dei cannoni del piroscafo e delle migliori carabine!

– Lo so, amico mio, quel mariuolo è l’uomo più audace che abbia incontrato in vita mia, ma non la farà lunga. Si parla di già di una poderosa spedizione a Mompracem, e chi sa che, a quest’ora, non abbiano intrapreso qualche cosa di buono intendendosela a meraviglia cogli indigeni e con qualche pirata corrotto a furia d’oro. Mi capirai bene, Bob, che, caduta Mompracem e appiccata la Tigre, Labuan brillerà.

– Lo so, comandante, ma stiamo in guardia. Ecco che gli uomini sono al loro posto; toccherà al lord e agli altri rimasti nella villa a scovarlo, se si trova nel parco. Si aveva ragione di temere e di mandarci all’agguato. La notte buona è venuta, e lo sfido io a uscire vivo dal recinto.

– Bene, Bob, al tuo posto laggiù a trenta passi dietro quell’artocarpo. Tre carabine su sessanta passi sono più che sufficienti per arrestare un pirata, per quanto corra. Va, e orecchi aperti! Dove odi il fischio, tutti dietro e senza perdere tempo. Le mille sterline mi sembrano di già in tasca.

I due pirati udirono il rumore secco delle carabine che si armavano, e il passo dell’uomo chiamato Bob che andava allontanandosi, a prendere il suo posto. Il comandante non si mosse e restò senza dubbio lì dietro.

– Egli conta sulle mille sterline senza di me – disse Sandokan sogghignando. – Bisogna bene che sia un uomo prezioso per mettermi una simile taglia sul capo; tocca a me a farli viaggiare ancora.

– Che facciamo noi? – domandò il Portoghese guardando il compagno che pareva pensasse.

Egli gettò uno sguardo verso i soldati e gl’indigeni. Cercavano sempre all’estremità opposta del parco.

– Siamo circondati – disse Sandokan. – Se tentiamo la fuga avremo una quarantina d’uomini alle spalle prima di aver percorso cento passi. Tu mi hai detto che la vita è preziosa, lei mi ha detto che morto io morrà anch’essa! Bene, se non sono più la Tigre per tentare quelle pazze imprese dove l’audacia suppliva il coraggio, giuocherò coll’astuzia dell’uomo dei boschi. Vieni, Yanez, la vedrai bella.

– Ecco che parli bene, Sandokan. Ma dove andremo noi, che siamo circondati?

– Fida in me, Yanez, e vedrai che non te ne lagnerai. Questa notte accontentiamoci di far perdere le traccie e di nasconderci in un luogo dove non sapranno trovarci. Domani, accada ciò che si vuole, prenderemo il volo. Spicciati.

I due pirati si alzarono colle carabine sotto al braccio, e si allontanarono a lenti passi tenendosi sotto le piante per non essere scorti dai soldati, che gironzolavano nel parco.

Sandokan condusse il suo compagno in mezzo alle aiuole e di là al chiosco chinese. Vi entrò e camminò fino al fondo dove sapeva esservi una serra di fiori; aprì, senza far rumore, la porta e gettò uno sguardo nell’interno.

Vi erano entro dei vasi di tutte le forme e dimensioni, i cui fiori delle piante esalavano un penetrante profumo, e qua e là delle sedie di bambù d’estrema leggerezza. Non era ciò che cercava, ma un’enorme stufa che poteva nascondere nel suo interno tre uomini della fatta dei due pirati.

– Dove diavolo mi conduci? – domandò il Portoghese che non capiva nulla. – Credi tu che le giacche rosse non penetreranno in questa serra con un migliaio di sterline che luccicano davanti ai loro occhi?

– Certamente, Yanez, che penetreranno in questa serra – disse Sandokan. – Ma io credo che non salterà a loro il ticchio di venirci a cercare nel fondo di una stufa.

Il Portoghese diede in un grande scoppio di risa.

– In una stufa?…

– Sicuro, ci nasconderemo in questa stufa.

– Ma sai, Sandokan, che noi diverremo più neri del più nero africano?

– Non importa, Yanez; l’avventura sarà più magnifica. GI’Inglesi, e soprattutto il lord, mai più s’immaginarono che un giorno in questa stufa si nasconderebbe la Tigre della Malesia. Andiamo, fratello mio, entra pel primo.

– Ma, Sandokan… ti pare?

– Se vi entra la Tigre, puoi entrarvi anche tu. O la stufa o le moschettate degli Inglesi, Yanez: non vi ha da scegliere.

Il Portoghese non esitò più e sparve nell’interno della stufa strisciando per l’imboccatura. Sandokan, dopo di aver dato un ultimo sguardo agl’Inglesi che cominciavano a dividersi, ma accresciuti di numero, lo seguì. I due pirati si trovarono nell’interno della stufa annerita afferrandosi per le mani, ma senza vedersi tanto l’oscurità era profonda. Il Portoghese lasciò libero sfogo alla sua ilarità non ostante la pericolosa situazione.

– Chi potrà immaginarsi che noi ci troviamo in una stufa? – diss’egli tasteggiando le pareti caliginose.

– Non parliamo troppo, Yanez, potrebbero udirci e trovarci: gl’Inglesi si dirigevano verso il chiosco.

– E se essi venissero a vedere nella stufa? – esclamò il Portoghese che rabbrividì al solo pensarlo. – Sai, Sandokan, che essi ci prenderebbero senza che noi avessimo a difenderci. Corpo di una spingarda! La sarebbe magnifica.

– Ma non tanto facile a farsi, amico Yanez. Siamo come in una fortezza quantunque oscura e troppo ristretta, e non vi riusciranno che dopo un lungo assedio, e vedrai che noi al bisogno lo sosterremo gagliardamente.

– Sì, noi abbiamo le nostre carabine e munizioni sufficienti per mandare al diavolo tutti gli assedianti, ma bisognerà capitolare quando si morrà di fame, a meno che tu non trovi maniera di cangiare la caligine in viveri belli e buoni. E poi, la nostra fortezza ha delle muraglie deboli a quanto sembra, e quelle canaglie pur di guadagnare mille sterline sarebbero capaci di porre in batteria un pezzo di cannone e di fulminarci.

– Sei tu ora che corri, Yanez – disse il pirata che fidava forse troppo nelle sue forze e nelle scarse risorse che aveva a sua disposizione. – Prima che il cannone abbatta le muraglie, ci slanceremo noi all’assalto. Il foro è ristretto, ma si uscirà a dispetto delle loro carabine.

– Taci, mi fai venire i brividi, Sandokan, colle tue parole. Io non so come l’andrebbe a finire una volta assediati, ma certamente a nostro svantaggio. Io ho paura delle palle che non si vedono.

– Non parlare: ecco gl’Inglesi – mormorò Sandokan, che trasse il kriss impugnandolo con mano ferma.

Si udivano delle voci che andavano avvicinandosi assieme ad un calpestio. Sandokan, dopo di aver raccomandato assolutamente silenzio e immobilità completa al compagno, si abbassò tasteggiando il suolo coperto di cenere e di fuliggine e strisciando verso l’apertura sporse il capo.

Il chiosco era ancora oscuro, ma dieci passi lontano vide un drappello di sette od otto soldati che andava avvicinandosi seguiti da due indigeni che portavano le torcie. Capì che si preparavano a visitare la piccola e graziosa abitazione, e si ritirò lestamente chiudendo con precauzione lo sportello di ferro della stufa.

– Eccoli – mormorò egli toccando il Portoghese, che non fiatava più. – Stiamo pronti a tutto, e se ci scoprono non indugiamo a saltar fuori appoggiando la fuga con due colpi di carabina. Tiriamo giusto e picchiamo sodo.

Un filo di luce penetrò nella stufa, attraverso le fessure dello sportello. I due pirati si gettarono sulle ceneri spiando le mosse del nemico colle mani sulle carabine. Il drappello fece la sua entrata nel chiosco e si mise a rovistarlo spostando i grandi vasi di fiori e sollevando persino i sedili. Il Portoghese rabbrividì.

Se gl’Inglesi, ai quali premeva, senza dubbio, guadagnare le mille sterline e liberarsi da un uomo sì pericoloso che ogni dì cresceva d’audacia, minacciando direttamente le sorti di Labuan, rovistavano a quel modo, era da vedersi che l’ampiezza della stufa avrebbe loro dato nell’occhio.

Sandokan stesso ebbe questo timore, e si affrettò a battere in ritirata verso il fondo della negra fortezza, sollevando una nube di cenere e di caligine, seguito dal Portoghese.

– Teniamoci pronti a saltar fuori – diss’egli al compagno. – Le nostre negre figure sono sicuro che faranno scappare quei poltroni.

– Zitto che parlano, Sandokan. Odi?

– Che il maledetto pirata abbia preso il volo – disse un soldato, che andava smovendo con precauzione i vasi – o che si sia inabissato nelle viscere della terra? Quel diavolo d’uomo sarebbe capace di farlo, poiché per parte mia, non esito a prenderlo per un figlio di Belzebù, checché se ne dica.

– E io, credi che sia di parere contrario? – disse un altro soldato, che doveva avere la sua parte di paura dalla voce tremula. – Non l’ho veduto io per la prima volta avventarsi da solo contro cento soldati? E non l’ho veduto io la seconda volta cadere da un secondo piano senza fracassarsi né una gamba né un braccio? Questa Tigre della Malesia mi mette paura nel sentirla solo a nominare.

– Ma Tigre o non Tigre, il miserabile qui è venuto e qui vi lascierà le ossa – disse un terzo soldato. – Noi battiamo il parco, i nostri compagni circondano le palizzate, come vuoi, James, che abbia a fuggire? Scommetterei la paga di due mesi contro un solo penny che noi lo prenderemo.

– Ma come vuoi trovarlo, se egli è uno spirito? – ripigliò la prima voce.

– Uno spirito?… Tu sei matto, James. Guarda mò se i marinai dell’incrociatore che distrussero i suoi prahos alla foce del fiumicello non gli allogarono una buona palla nelle costole? Lord Guillonk, che ebbe la sfortuna di curare il maledetto, asserì che la ferita gettava sangue eguale al nostro. Ora ammetti tu che gli spiriti abbiano sangue?

– No.

– Allora non è più uno spirito, ma un uomo in carne ed ossa. Cerchiamo attivamente e vedrai che lo troveremo, il brigante.

– Uhm! – fe’ colui che si chiamava James. – Non ho speranza che lo si abbia a trovare. Se si crede a me, io dico che ormai fila come un cervo fra le foreste, e chi sa? forse si è anche imbarcato, quantunque il mare non sia troppo calmo.

– E poi – disse un altro soldato, – credete, amici, che anche scovato, si lascierà prendere sì facilmente? Quel demonio d’uomo, se è veramente un uomo, poiché anch’io ho i miei rispettabili dubbi, prenderà il volo passando dinanzi alle nostre carabine, senza che le palle l’abbiano a toccare. Andate a domandare al povero Willis, se è ancora vivo, come il pirata l’ha giuocato sotto le foreste. My-God! mi narrava che dinanzi al terribile uomo, tremava come una foglia.

– E credi tu che io non tremi la mia parte, malgrado le mille sterline che mi luccicano dinanzi agli occhi? Non è da dubitarsi, amici miei, che tre o quattro di noi andranno domani a trovare Belzebù, prima di prenderlo. La Tigre non ischerza, signori: morde e graffia mortalmente.

Un brivido di spavento corse per le ossa dei soldati, che investigavano con maggior prudenza, temendo la improvvisa comparsa del pirata. Se Sandokan non avesse saputo che il parco era circondato, non avrebbe esitato a balzar fuori, sicuro di porre in fuga quel drappello non troppo coraggioso.

– Il pirata non è venuto a nascondersi in questo chiosco – disse un soldato. – Orsù andiamo a cercarlo altrove.

– Oibò – disse un altro, cui il premio di mille sterline metteva un certo coraggio addosso. – Vedo là una serra con certi vasi, dove il valentuomo potrebbe tenersi celato. Mano alle carabine e dito sul grilletto, amici miei.

I soldati in gruppo coi due indigeni s’avanzarono in mezzo alle piante. La luce penetrava nella stufa attraverso le fessure, illuminando i volti anneriti dei due pirati, che si tenevano immobili come due statue.

– Guarda, James – disse d’un tratto un soldato. – Ecco là una stufa che mi sembra ben ampia per contenere una mezza compagnia di pigmei del re d’Abissinia. Hanno bisogno di gran caldo questi fiori rari.

– Possibile, amico mio; ma io penso che si potrebbe trovare là entro il nostro uomo.

Lo sportello fu aperto e un guizzo di luce penetrò nell’interno, ma insufficiente per rischiarare l’intera stufa. Il soldato vi cacciò a metà la testa, ma la ritirò quasi subito starnutando.

– Non vi ha che caligine che mi ha acciecato – disse egli bestemmiando. – Tutto è nero come la notte più buia di questo mondo. Al diavolo le stufe e l’idea che un uomo si possa trovare in quell’inferno!

– Era ridicola – disse un soldato, ridendo. – Ed ecco il nostro amico più nero di un africano.

I soldati dettero in uno scroscio di risa a cui vi si associò l’annerito, e dopo di aver fatto il giro della serra, sicuri che il pirata non si trovava più nel chiosco, si allontanarono, ripigliando le loro ricerche nel parco.

Il Portoghese quando non li udì più, emise un sospirone che pareva volesse durare un quarto d’ora.

– Corpo di una spingarda! – esclamò egli. – Credo di aver vissuto dieci anni in dieci minuti. Sai, fratellino mio, che noi possiamo accendere un cero alla madonna di Lisbona, d’averla scappata bella. Io credevo di non dover uscire più vivo da questa stufa.

– Lo credo bene, Yanez – disse Sandokan, che rideva fino a slogarsi le mascelle. – Nel momento che quella canaglia d’Inglese introduceva la testa nella stufa, ho veduto passare come una nube rossa dinanzi ai miei occhi. Ti assicuro, Yanez, che non mi sarei, però, lasciato prendere sì facilmente; avrei avuto denti e artigli per tutti e dieci.

– E avresti dato così l’all’armi mettendoci alle calcagna tutti quelli che sono imboscati dietro le palizzate. È meglio che sia passata così liscia.

– Lo so, Yanez, e voglio sperare che a quei codardi non salterà più in capo di ritornare al chiosco. Possiamo ormai considerare questa serra come casa nostra.

– E vorrai tu rimanere in eterno fra questi fiori che ci soffocano? Non abbiamo viveri, e per di più non si può dormire con tutta tranquillità. Non ti nascondo che mi trovo a disagio in questo luogo, sapendo che i prahos sono in viaggio e che forse sono anche arrivati.

– Io non dico di rimanere lungo tempo qui, Yanez; appena che la vigilanza delle giacche rosse sarà rallentata, noi prenderemo il volo. I prahos, non aver timore che possano venir scoperti; Giro Batoë, tu sai che è un uomo che la sa lunga e che è pratico più di me di questi luoghi.

– Ma i viveri?

– Ne troveremo. Ho veduto nella serra degli ananassi e degli aranci d’inverosimile grossezza che non aspettano che il momento di venire mangiati. Usciamo, Yanez, dalla nostra fortezza, e andiamo a fare le nostre provviste dopo di aver dato un’occhiata alle mosse delle giacche rosse. Animo, cammina innanzi.

Il Portoghese, che in quella stufa sentivasi mancare il respiro, non se lo fece ripetere e spingendo innanzi la carabina per ogni precauzione, strisciò all’aperto avendo cura di saltare immediatamente sui vasi per non lasciare traccie nere sul suolo. Sandokan lo seguì quasi subito.

Al di fuori era sempre oscuro, ma i loro occhi abituati alla oscurità della stufa distinsero facilmente gli aranci che non indugiarono a saccheggiare per ispegnere la sete e calmare gli stiracchiamenti dello stomaco.

– Non far rumore e non moverti, Yanez, io andrò a vedere come va la faccenda – disse Sandokan.

– Io stimo cosa imprudente allontanarsi dal chiosco, fratello mio. Rimani e lascia che le cose corrano da sé senza arrischiare di venir scoperto, o peggio ancora, di ricevere qualche scarica in pieno volto.

– Sarò prudente, lo vedrai, Portoghese. Bisogna che io vada a vedere qualche cosa per ideare il mio piano.

– E che vuoi vedere, quando noi ci troviamo in una fortezza dove il nemico non torna più? Al diavolo il tuo piano, che con simile notte non può diventare che pericoloso. Vedremo domani mattina ciò che bisognerà fare.

Il pirata crollò il capo, mise la sua carabina nelle mani del Portoghese e traendo il kriss, la sua arma favorita, disse:

– Lasciami andare; io sarò più agile della scimia e più prudente d’un babirussa. Fra dieci minuti ritorno.

Il Portoghese non si oppose più, quantunque paventasse per ciò che poteva fare Sandokan. Questi uscì, aprendo senza far rumore i cristalli ed entrando nel chiosco diede una rapida occhiata all’interno, rattenendo il respiro cogli orecchi tesi, e assicurato dal silenzio che regnava, lo attraversò, camminando sulla punta dei piedi.

Il drappello poco prima composto di soli sedici soldati era cresciuto fino a una ventina di più, e diviso in piccoli gruppi batteva le aiuole e i cespugli, procedendo colle torcie, e decisi più che mai a impadronirsi del pirata quantunque mettesse loro un certo spavento addosso, sicuri che era ancora nel parco. Egli si strinse nelle spalle.

Uscì del tutto dal chiosco e guardò attentamente la villa lontana un trecento passi. Vide la fenestra della giovanetta illuminata e sussultò impugnando il kriss.

– Se potessi rapirla! – mormorò il pirata, che aveva l’idea di tentare un ardito colpo di mano.

Fece tre o quattro passi tenendosi più basso che poteva per non essere scorto dai soldati, poi si arrestò cogli occhi fissi sulla fenestra sempre illuminata.

Egli poté distinguere un’ombra che passava dinanzi ai vetri seguita da un’altra.

Abbassò lo sguardo dinanzi alla porta e vide una terza ombra, una sentinella che si teneva immobile ma sbarrando l’entrata colla carabina, e che senza dubbio non si sarebbe lasciata sì facilmente avvicinare né ammazzare come la prima caduta sotto il kriss del Portoghese.

Sandokan che aveva già progettato il suo piano si arrestò indeciso guardando fissamente la sentinella immobile.

– Soldati di sopra, soldati di sotto! – mormorò egli coi denti stretti, tormentando l’impugnatura del kriss.

L’esitazione non durò che un lampo per quell’uomo che non conosceva paure. Tentò l’avventura e si mise ad avanzare coll’occhio fisso sui gruppi dei soldati, che andavano e venivano pel parco per non lasciarsi tagliare la ritirata. Ma non aveva ancor fatto venti passi che la sentinella si scosse, alzando la carabina.

– Chi va là? – gridò il soldato con voce rauca e puntò l’arma verso la nera ombra che si arrestò.

CAPITOLO XX

Il fantasma delle giacche rosse

La partita oltre essere compiutamente perduta, minacciava diventare seriamente pericolosa pel pirata. Non era da presumersi che la sentinella, stante la oscurità e la distanza, avesse potuto ben scorgerlo dietro il cespuglio dov’erasi nascosto, tuttavia poteva sparargli addosso almeno per assicurarsi se era stata una visione dell’occhio, o realmente un uomo. L’intimazione si ripeté, ma senza che il soldato scaricasse l’arma e abbandonasse il posto e senza che Sandokan ardisse fare il più piccolo passo. Alla terza, il pirata, temendo che chiamasse all’armi, quantunque ardesse dalla smania di compiere la sua temeraria impresa, si mise a indietreggiare a lenti passi tenendosi dietro ai tronchi d’albero, cogli occhi sempre fissi sul soldato, che non abbandonava la sua minacciosa posizione.

Bestemmiando in cuor suo e digrignando i denti per l’ira, Sandokan in pochi istanti raggiunse il chiosco e guadagnò la serra dove il Portoghese l’aspettava con viva ansietà.

– Ebbene, che hai veduto? – chiese quest’ultimo, che nel rivederlo respirò largamente.

– Nulla che sia in nostro favore, Yanez – rispose Sandokan con collera. – La casa è guardata da sentinelle, il parco è battuto da soldati, le palizzate sono circondate. Questa notte non si potrà tentare nulla.

– Benissimo, fratello mio, a meraviglia! Agiremo col sole, se quelle giacche rosse, che il buon Dio confonda, ci lascieranno fare. Voglio credere che non rimarranno in eterno in questo parco.

– Ma non hai tu pensato alla giovanetta che forse si strugge dal dolore credendomi forse morto o prigioniero? Giusto Allah! vorrei dare cento goccie del mio sangue per risparmiarle una sola lagrima!

– Lo so, Sandokan, ma checché sia, lei si trova in una situazione mille volte migliore della nostra. Non dartene pensiero di lei ora, e occupiamoci invece di noi che ci troviamo abbastanza in male acque.

– Ci occuperemo, Yanez, e una volta salvi, penseremo allora a liberar lei. Orsù, questa notte nulla si può fare. Cerchiamo di approfittare della tregua che ci lasciano le giacche rosse e dormiamo un po’.

– Dormire! – esclamò il Portoghese. – E non sai tu che questa tregua potrebbe venire rotta da un momento all’altro?

– Il nemico non ritornerà in questi luoghi che ha già visitato, te l’assicuro, Yanez. Andiamo, coricati dietro questi vasi, dormiremo con un occhio aperto.

Il Portoghese quantunque non si fidasse troppo di dormire colle giacche rosse così vicine, ubbidì, e si stese dietro ai vasi, imitato da Sandokan. Ma né l’uno né l’altro furono capaci di chiudere un occhio e passarono il rimanente della notte, il Portoghese pensando ai mezzi per tentar la fuga e ai prahos e Sandokan alla giovanetta verso alla quale aveva dei timori che non riusciva a scacciare e levandosi di tratto in tratto per spiare le mosse delle giacche rosse.

Quando spuntò il giorno gl’Inglesi rovistavano ancora i cespugli e le aiuole, accresciuti assai di numero.

Se li vedevano andare e venire, senza mai stancarsi e sempre dubbiosi di non aver ben frugato, gettando sotto sopra i fiori e sfogando la loro ira con frequenti imprecazioni all’indirizzo della Tigre Malese.

I due pirati, dato nuovamente il sacco agli aranci che abbondavano nel fondo della serra, di una grossezza meravigliosa non inferiore alla testa di un fanciullo, di quella specialità chiamata dai malesi buà kadangsa, per ogni prudenza tornarono a cacciarsi nella stufa, dopo di aver cancellato minutamente le traccie di fuligine lasciate sul terreno e sui vasi. Quantunque il chiosco fosse stato scrupolosamente esaminato, gli Inglesi potevano ritornare, per assicurarsene meglio alla luce del giorno.

Un filo di luce che penetrava per lo sportello bastava a illuminare vagamente sì, ma sufficientemente l’interno della negra fortezza, e la medesima fessura permetteva altresì con un po’ di pazienza di spiare le mosse delle giacche rosse. I due fuggiaschi si accomodarono fra la cenere e la caligine che li soffocava, ponendo mano tranquillamente al frutto del saccheggio, e aspettando pazientemente il momento di spiccare il volo, senza destare all’armi e correre nuovi pericoli.

– Verrà bene il momento in cui essi sgombreranno il parco – disse Sandokan sbucciando uno degli enormi aranci. – Quando essi vedranno che io non sono più nascosto né fra i cespugli né in mezzo ai fiori si metteranno in campagna seguendo qualche nuova traccia che crederanno la mia. Sarà allora che noi guadagneremo la foresta.

– Anche di giorno? – chiese il Portoghese che trovava più che pericoloso prendere il largo col sole.

– Se sarà possibile, lo tenteremo anche di bel mezzogiorno, fratello mio. Sono impaziente di prendere il largo e di raggiungere i miei prahos, che devono essere di già arrivati o che arriveranno durante la giornata. Bisogna spicciarsi prima che il lord se ne fugga a Vittoria nel bel mezzo dei suoi compatrioti, dove sarà ben difficile assalirlo nel cuore della colonia sotto il fuoco del fortino e degli incrociatori.

– E poi – disse Yanez – hai tu udito ciò che diceva quell’ufficiale questa notte? Egli parlava di una spedizione che si prepara su Mompracem o che si è di già preparata. Io ho i miei timori; quell’uomo non parlava per spaventarci poiché ignorava che dietro la palizzata vi eravamo noi, che ne dici Sandokan?

– Gli è ben anche per questo, che vorrei spicciarmi a compiere il rapimento – rispose il pirata, che aggrottò ripetutamente la fronte. – Se essi attaccano la nostra isola, quando il fiore delle genti si trova lontano, non so come andrà a finire. Tu sai, Yanez, che i sessanta uomini che sono con noi formano il nucleo dei pirati, che tutti gli altri quantunque più numerosi non sono che Cinesi, Siamesi, Birmani e pochi Bughisi, Giavanesi o Malesi su cui contare; di più le trincee sono ancora deboli e le artiglierie più grosse e meno vecchie trovansi ancora imbarcate a bordo dei prahos.

– E se, al nostro ritorno, trovassimo il nido occupato? – chiese il Portoghese, che rabbrividì tutto al solo dirlo.

– Lo rioccuperemo – rispose calmo calmo Sandokan. – Sessanta pirati, guidati dalla Tigre della Malesia, tu sai che sono capaci di fare miracoli. Vorrei vederlo, Yanez: ne farei un massacro di tutte le giacche rosse, facendo scorrere veri fiumi di sangue e formar trincee a furia di cadaveri.

– E se le nostre forze fossero così deboli da non poter tentare la conquista di Mompracem?…

Il pirata ammutolì, guardandolo fisso al vago chiarore che penetrava dallo sportello della stufa.

– Bene – diss’egli dopo qualche istante di silenzio, – allora volgerò la prua al sud o al nord, e me ne andrò su altre isole. Allora avrò la giovanetta assieme con me e per me sarà tutto.

– E tu, disgraziato, lascieresti la tua Mompracem nelle mani delle giacche rosse senza nulla fare per riconquistarla?

Sandokan scattò in piedi col kriss stretto convulsivamente in mano e gli occhi accesi. Sentì per un istante l’odio per quella razza maledetta riprenderlo, sentì per un istante di ridiventare la terribile Tigre della Malesia, ma fu un lampo. Egli ricadde nella cenere mandando un profondo sospiro.

– Ebbene, Sandokan?

– La lascierò nelle loro mani – rispose freddamente, ma cupamente, la Tigre. – Marianna basterà per consolarmi della perdita della mia isola.

– È inutile, tutto è inutile! – esclamò il Portoghese. – La Tigre è stregata, è moribonda.

Egli lasciò il compagno nel fondo della stufa e strisciò verso lo sportello mettendosi in osservazione.

Di là, egli poté vedere una diecina di giacche rosse, che battevano ancora, ma quasi svogliatamente, i cespugli é le ultime aiuole del parco.

Era evidente che tutti gli altri, sicuri che il pirata avesse di già preso il largo, si erano messi in campagna, prendendo diverse direzioni, e guardando attentamente la costa per agguantarlo prima che si mettesse in mare.

Il Portoghese che le pensava tutte cominciò ad avere qualche paura per i prahos che potevano veleggiare al largo e forse trovarsi di già nel fiumicello. Se gl’Inglesi guardavano la costa, i legni correvano pericolo di venire scoperti. Il Portoghese sentì assalirsi dalle caldane.

– Eccoci in un bell’impiccio – mormorò egli. – Da che la Tigre della Malesia è stata stregata, tutto va di male in peggio e a rapidi passi. Una tempesta sulle spalle che ci ha abbandonati nel bel mezzo dei nemici e che forse ci ha affondato un prahos coi suoi venti valentuomini; un inseguimento che minaccia di non finir più o di terminare con qualche palla nelle costole; dei prahos che minacciano di venire scoperti e bombardati magnificamente da quei maledetti piroscafi di ferro e una spedizione al nostro nido nel fondo della quale si vede e con molte probabilità l’ultimo colpo di grazia per Mompracem! Non ci voleva di più. Che hai fatto mai, Sandokan?

Il Portoghese scosse la testa pur rassegnato e sospirò pensando con visibile spavento alle conseguenze della presa di Mompracem che lo precipitava nella miseria. Certamente che gl’Inglesi non avrebbero mancato nella loro visita di struggere il villaggio e di saccheggiarlo ben bene prima, rubandone le incalcolabili ricchezze di Sandokan, sulle quali egli si avvoltolava pensando di finire la vita in mezzo all’oro in qualche città d’Oriente, come andava da qualche tempo sognando. Il Portoghese ebbe paura e tornò a sospirare.

– Noi rimarremo senza una piastra e senza un risdagliero – mormorò egli. – Vorrò vedere che diavolo penserà di fare Sandokan colla milady, quantunque i nostri kriss non manchino di grossi diamanti.

Gettò un’occhiata verso gl’Inglesi mandandoli ben volentieri al diavolo e rientrò.

– Che hai veduto Yanez? – domandò Sandokan sempre seduto nel fondo della caliginosa stufa.

– Pochi soldati e molta miseria dinanzi agli occhi, fratello mio – disse il Portoghese.

– Non ti comprendo. Che diamine mi vai parlando di miseria? – chiese Sandokan sforzandosi a sorridere.

– Hai tu dimenticato di già la spedizione di Mompracem? Ci porterà la miseria, amico mio.

– Hai veduto tu quegl’Inglesi partire o hai udito forse il cannone tuonare? – domandò Sandokan ridendo.

– In fede mia no, ma l’ufficiale lo ha detto e tu pure udisti le sue parole.

– Dal parlare al fare amico mio, corre un gran tratto. Io non parlo di Mompracem ora, parlo di prendere il largo abbandonando questa stufa entro la quale mi sento soffocare. Come stanno le cose al di fuori?

– Non ho veduto che una decina di soldati e mi sembrano stanchi di frugare. Tutti gli altri a quanto pare si sono messi in campagna, correndo dietro al fantasma cercandolo nella foresta e forse, forse in riva al mare, implicando pericolosamente l’avvicinarsi dei prahos che sono forse al largo.

– Ah! – fe’ Sandokan che meditava qualche piano. – Non aver paura pei nostri prahos, Yanez, essi non si lascieranno sì facilmente scoprire o non si avvicineranno se hanno pur qualche sospetto. E poi, credi tu che tutti possano distinguere un prahos corsaro da un mercantile? Nascosto una parte dell’equipaggio e qualche spingarda o qualche cannone, cacciato un nuovo timone nell’acqua per farne i due, e messa un po’ di zavorra sottovento nel sostegno di bambù, improvvisato con quattro tavole l’attap (casotto o tettoia di bambù che sogliono avere al centro della coperta i prahos specialmente mercantili) e ammainati i fiocchi, ecco di che ingannare i più astuti soldati e fors’anche un incrociatore. Ciò non mi preoccupa, Yanez, bensì mi dà da pensare la via che hanno preso le giacche rosse. Se non sappiamo dove sono quei maledetti, la fuga riesce difficile se non impossibile.

– Sarà difficile il saperlo – disse il Portoghese che non trovava modo di uscire da quel garbuglio.

– L’oscurità questa notte è abbastanza fitta per potersi arrischiare senza sapere se i nemici sieno al sud o al nord. Ah! se potessi rapire uno di quegli uomini che girano pel parco!

– Bella pazzia. Sarebbe un farci scoprire.

Sandokan alzò le spalle.

– Aspetta – diss’egli improvvisamente al Portoghese. – Credo di avere una buona idea; rimani nella stufa e lascia che io veda coi miei propri occhi come stanno le cose al di fuori: chi sa che non abbiamo a tentare un bel colpo?

Abbandonò silenziosamente la stufa, attraversò il chiosco e spintosi fino alla porta guardò la posizione che occupavano gli Inglesi. Erano ridotti in minor numero di prima quando li aveva contati il Portoghese; erano cinque o sei, qualcuno disperso fra le aiuole, gli altri sdraiati all’ombra degli alberi fumando pacificamente colle loro pipe.

Il pirata guardò le palizzate con uno sguardo d’onde trapelava ira e dolore.

Una sentinella vegliava alla porta come la notte precedente allontanandosi raramente di più di due o tre passi, un’altra colla baionetta in canna, stava appoggiata a una fenestra del primo piano. Tutte le altre fenestre erano chiuse o semi-chiuse, eccetto quelle del lord.

– Dormono o fingono dormire – mormorò Sandokan – ma vegliano attentamente le sentinelle. La fanciulla è ancora là, guardata chi sa come, ma sempre là. Vegliate pure maledetti, cingetela pure d’armi la mia Perla, io la strapperò dalle vostre unghie. Oh, sì, ve la rapirò prima che vi salti l’idea di trascinarla a Vittoria.

Stette un momento cogli occhi fissi sulle fenestre della giovanetta colla fronte aggrottata, poi alzò macchinalmente la testa verso quella del lord. Egli strinse i pugni e fece atto di slanciarsi innanzi.

Aveva veduto una persona a quella fenestra che riconobbe subito.

– Ah! Sei tu, maledetto lord! Sei tu il carnefice della mia Perla. Se ti potessi avere in mia mano!…

Lo mirò con indicibile espressione di ira, poi, quando lo vide rientrare gettò uno sguardo sui soldati lontani un seicento passi e notò che uno di essi stava allontanandosi dai compagni, prendendo l’ombroso sentiero che conduceva al chiosco. Si ritirò rapidamente guadagnando la serra e chiamò il Portoghese sdraiato sul fondo della stufa.

– Fratel mio, spicciati, salta fuori che il nostro uomo si avvicina – disse Sandokan rapidamente.

Il Portoghese che lo aveva perfettamente compreso strisciò lestamente all’aperto più nero d’un africano.

– Hai veduto qualche giacca rossa avvicinarsi al chiosco? – domandò egli scuotendo la caligine di dosso.

– Sì, un Inglese ha preso il sentiero che mena a questa parte. Guarda, fratello mio, a me occorre quest’uomo per sapere qualche cosa sulla caccia che ci danno i suoi compagni nella foresta.

– E vorresti tu impadronirtene? – domandò il Portoghese che ebbe paura.

– Certamente e per farlo ben parlare sulla punta del mio kriss – disse Sandokan entrando nel chiosco.

– E i suoi compagni? Non pensi tu, Sandokan, che abbiano a vederci o a udirlo, poiché non sarà tanto facile strozzargli la voce e portarlo qua entro senza destare all’armi, e tu sai che la nostra situazione è scabrosa.

– Lo so, ma ho tutto calcolato. I suoi compagni sono distanti più di seicento passi quindi non possono udire facilmente qualche gemito o qualche rumore, e gli alberi bastano per nasconderci. Mi occorre assolutamente questa canaglia se vuoi prendere il largo e marciare con qualche sicurezza nella foresta senza andarci a gettare in bocca al leone. Orsù, spicciati, egli è appena distante quattrocento passi.

– Non ti fidare troppo, Sandokan, delle nostre forze – disse il Portoghese che esitava. – Se getta un grido o se manchiamo il colpo la sarà finita per noi. E poi credi tu che se parlerà dirà il vero? Questi cani di Inglesi hanno due lingue come hanno due cuori.

– Lascia pensare a me, Yanez: io lo farò cantare e a voce alta, è la verità, e credilo che avrà tanta paura nel trovarsi fra le mani della Tigre che non mi ingannerà. Presto, mettiti in mezzo a quei fiori dietro la porta e non fiatare.

“Quando salterò alla gola strozzandogli la voce, afferralo bene per le mani e gettatelo sulle spalle. Lo porteremo nella serra e una volta là racconterà ciò che noi vorremo sapere.

– Uhm! Tu ti cacci in un ginepraio donde non so come farai a uscire. Tu pensi più a farlo cantare su ciò che successe alla palazzina che riguardo la nostra fuga. E se egli, a mo’ di esempio, gridasse?

– Non perderemo tempo, Yanez, e prenderemo il largo a costo di farci inseguire da tutti i mariuoli della villa dopo di avergli cacciato dieci pollici di lama fra le costole – disse Sandokan freddamente. – Non esitare più, prepara i garretti per fare un magnifico salto appena che io l’avrò atterrato e guardati bene dalla carabina della sentinella che è abbastanza vicina per farti scoppiare la testa con una palla.

– E hai pensato tu a questa, Sandokan? – domandò il Portoghese doppiamente allarmato.

– Non aver paura di quel poltrone, Yanez; i cespugli che sono abbastanza fitti non gli permetteranno di vederci. Spicciati, non fare rumore né muoverti prima che il nostro uomo sia passato. Eccolo che si avvicina, presto, getta a terra la carabina che per ora non ci è di alcuna utilità.

– Farò ciò che tu vorrai, Sandokan, ma ho paura che la cosa non passi così tranquilla come tu credi.

Il pirata, la cui audacia non cedeva ad alcun timore né ad alcuna esitazione, si strinse nelle spalle e andò ad appostarsi dietro alla porta del chiosco, pronto a piombare con un salto da tigre sul soldato e afferrarlo pel collo onde strozzargli la voce. Il Portoghese, deposta la carabina, gli si mise di dietro.

Il soldato era allora lontano un centinaio di passi. Era un uomo mingherlino, che dovea mancare di forza, ma non di agilità né di energia, e che veniva innanzi con un dondolamento di lupo marino, col naso alzato, gli occhi volti sbadatamente sugli alberi.

La sua carabina gli pendeva da una spalla colla bocca rivolta verso a terra mille miglia lontano di sospettare di correre pericolo.

Sandokan urtò col gomito il Portoghese e strizzò l’occhio furbescamente, poi, dopo di aver dato uno sguardo al soldato, gli si accostò, avvicinando le labbra a uno dei suoi orecchi.

– La faccenda non sarà difficile – mormorò egli. – In un volger di mani il nostro uomo sarà a terra senza emettere un lamento.

– Prudenza, fratello mio – rispose il Portoghese, che, per ogni precauzione, trasse il kriss.

Il soldato percorse cinquanta passi, sempre col naso all’aria; era ormai fuori di vista dei suoi compagni, che andavano frugando i cespugli presso le palizzate. Sandokan allargò le gambe, tese le mani innanzi e si raccolse su sé stesso.

Il soldato percorse altri trenta passi.

Sandokan si slanciò, l’afferrò pel collo serrandoglielo come preso fra una morsa d’acciaio e in meno che non si dica lo atterrò. Per quanto fosse stata rapida e potente la stretta, il disgraziato poté gettare un grido.

– Yanez! – esclamò Sandokan.

Il Portoghese era lì. Afferrò per le braccia il soldato e lo sbatté violentemente contro il suolo stordendolo, poi se lo caricò sulle spalle e rientrò precipitosamente nel chiosco mentre che i soldati, allarmati da quel grido lamentevole, si precipitavano sul sentiero.

– Fa presto, Yanez, entra nella serra – disse rapidamente Sandokan stringendo sempre più la gola del prigioniero a segno di farvi penetrare le dita e farne uscire il sangue.

– Per Giove! Siamo stati scoperti! – esclamò il Portoghese entrando in furia nella serra.

– Non aver paura, Yanez, hanno udito solamente il grido e il nostro uomo non griderà mai più. Gettalo a terra.

Il Portoghese si affrettò ad ubbidire. Sandokan, stracciando un lembo del suo turbante, lo imbavagliò strettamente e gli legò le mani dietro il dorso.

– Portalo nella stufa e resta vicino ad esso. Non far rumore, fratello mio, io vado a spiare il nemico.

Il pirata si slanciò nel chiosco armando la carabina, e, nascondendosi prudentemente fra le piante, guardò.

I sette od otto soldati avevano udito il grido ed erano stati allarmati, ma senza, a quanto pareva, aver ben compreso di che si trattasse, e ben lungi dal credere che il loro compagno fosse stato così arditamente rapito.

Sandokan li vide avvicinarsi al sentiero che menava al chiosco, guardando sotto gli alberi e interrogandosi a vicenda, indecisi sul da farsi, poi uno di essi additava la carabina gettata fra le erbe, che i pirati non avevano avuto la precauzione di raccogliere. Egli lanciò una bestemmia e per un istante ebbe l’idea di darsi precipitosamente alla fuga, ma si rattenne deciso di aspettar la fine degli avvenimenti, risoluto a strappar qualche rivelazione al prigioniero così audacemente conquistato e al prezzo di tanti pericoli. I soldati che ormai avevano la certezza che chi aveva gettato il grido era stato il loro compagno, si slanciarono sul sentiero avvicinandosi a rapidi passi verso la malaugurata carabina e gettando uno sguardo abbastanza diffidente sul chiosco.

Sandokan si affrettò a battere in ritirata e raggiunse nella serra il Portoghese che teneva il soldato sotto le ginocchia mostrandogli in modo espressivo la punta del kriss assicurando che era avvelenata.

– I soldati vengono da questa parte, Yanez, cacciati nella stufa e trascina con te il prigionero.

– Ma se vengono, ci scopriranno! – esclamò il Portoghese che si guardò attorno con ispavento.

– Lascia pensare a me, non ci hanno ancora scoperti. Solo hanno trovato la carabina che abbiamo lasciata a terra.

– Non perdiamo tempo allora, fratello mio, filiamo raccomandandoci alle nostre gambe.

– Sei matto, per farci passare per le armi prima di giungere alla cinta. Cacciati nella stufa mentre che io faccio scomparire le nostre traccie. Spicciati, fratello mio, io li sento venire rapidamente.

Non ci voleva di più. Il Portoghese gettò nella sua oscura fortezza, come aveva chiamato ma che ora chiamava una magnifica trappola, le due carabine e vi si cacciò lestamente entro ritirando colle braccia il prigioniero, che legato e imbavagliato non faceva veruna resistenza né gettava il più piccolo gemito. Sandokan, soffiate via le traccie che potevano tradirli e cancellate frettolosamente le macchie di sangue, si affrettò a imitarlo chiudendo prudentemente lo sportello.

Era tempo. Un istante dopo, i soldati giungevano dinanzi al chiosco e facevano le loro supposizioni sul grido e sull’arma trovata e sulla scomparsa del suo padrone che aveva un non so che di soprannaturale che sgomentava i più coraggiosi.

– Che Harry abbia voluto burlarsi di noi nascondendosi dietro a qualche cespuglio? – diceva un soldato la cui voce robusta giungeva distintamente alle orecchie dei due pirati.

– Il ragazzo è burlone – disse un altro soldato. – Ma credo che in questi momenti non sia d’umore di fare degli scherzi. Non avete udito che il suo grido era strozzato come quello di un uomo che viene improvvisamente preso per la gola?

– Che si sia nascosto entro il chiosco? Non è ammissibile che l’abbiano portato via, così, sotto ai nostri occhi.

– E perché no? – disse una voce nasale dalla pronuncia scozzese. – Avete dimenticato che questa notte il pirata trovavasi nel parco? Chi l’ha veduto varcare le palizzate? Non sarebbe da meravigliarsi, se il terribile uomo che beve sangue umano avesse rapito il nostro camerata per dissanguarlo.

– E che? Vorresti tu, Dik, che fosse ancora nel parco?

– Chi dice che il birbante non sia un fantasma, uno spirito infernale che abbia la proprietà di scomparire nel tronco di un albero o di nascondersi dietro a una foglia?

– Non può essere, te lo ripeto, non è uno spirito. Io scommetto invece, che Harry ci ha fatto una burla fingendo di essere stato portato via e che si tiene nascosto dietro qualche vaso del chiosco, ascoltando i nostri discorsi.

– Ohe! Harry! – gridò una voce nasale. – Da una banda gli scherzi. My God! Ti pare che abbiamo voglia di scherzare? Ohe! Rispondi, birbante.

Naturalmente nessuno rispose. Il povero prigioniero, mezzo strangolato, legato e imbavagliato, quantunque udisse i discorsi dei suoi camerati e si struggesse dall’ira, non poteva non solo articolar sillaba ma nemmeno muoversi. E non l’avrebbe d’altronde ardito, vedendo le due lame dei kriss dei pirati a pochi pollici dalla sua gola.

Questo prolungato silenzio rinnovò fra i soldati il timore che lo sfortunato Harry fosse caduto vittima della Tigre Malese.

– Che facciamo? – chiese alfine un soldato.

– Per Bacco! Cerchiamolo, amici; non bisogna abbandonare un simile camerata. Orsù, entriamo prima nel chiosco.

I due pirati, nell’udire che i soldati si preparavano a visitare il chiosco, malgrado il loro coraggio, sentirono rizzarsi i capelli sulla fronte.

– Che facciamo, fratello mio? – chiese il Portoghese con un filo di voce.

– Cominciamo col cacciare dieci pollici di lama nella gola di questo prigioniero, che potrebbe tradirci – rispose freddamente Sandokan.

– Sei matto! Potrebbe agitarsi, potrebbe mandare qualche gemito. Non muoviamoci anzi e prepariamoci a difenderci.

– Credo che tu abbi ragione, Yanez. Non far rumore allora e mettiti dinanzi allo sportello a fracassarmi la testa del primo Inglese che appare. Io preparerò dal canto mio un bel gioco per prendere il largo.

Il Portoghese armò la carabina dirigendone la canna verso lo sportello, mentre che il pirata scandagliava senza far rumore la grossezza delle pareti colla punta del kriss. Contento di quell’esame si curvò sul prigioniero.

– Giovanotto mio – diss’egli con voce da non mettersi in dubbio, – se tu cerchi di parlare farai conoscenza col mio kriss e bada bene, Harry, che la punta l’ho avvelenata di fresco col succo dell’upas. Bada ora ai casi tuoi se vuoi vivere.

I soldati erano penetrati allora nel chiosco e rovistavano minutamente i cuscini, i vasi e le tavolette, procedendo con somma cautela, coll’idea che il fantasma si trovasse nascosto sotto o dietro a essi.

– Io non vorrei trovarmi di fronte alla Tigre – disse uno di essi la cui voce tremava. – Sapete, compagni, che non sarei sorpreso di trovarlo dietro a qualche vaso occupato a bere il sangue del povero Harry.

– Ma io non vedo nulla. Entriamo nella serra ma armi in mano, giovanotti miei, io sento un certo odore che lo si direbbe di sangue caldo. To’! Cos’è questo che macchia la soglia della porta?

– Per mille bombe, sangue! – esclamò un soldato che dovette impallidire nel riconoscerlo. – La faccenda diventa seria e il povero Harry, amici miei, è bell’e spacciato. Io credo che troveremo il suo corpo dietro un vaso.

– Se si ritornasse a chiamare un rinforzo? Io vi giuro che se vedo comparire la Tigre io me la batto, e in fede scozzese che lascio le mille sterline e il corpo di Harry. Non so chi inseguirà uno spirito che beve sangue umano e che si nasconde dietro una foglia diventando un moschino o una farfalla. – Ora che siamo qui tiriamo innanzi – disse uno che doveva essere il più coraggioso della banda. – Ve lo ripeto che non può essere uno spirito. Orsù, non lasciamoci sfuggire una sì bella occasione per comperare cento botti di gin e per fare una baracca tremenda. Un po’ di coraggio, tiriamo innanzi.

A onta delle sue parole incoraggianti, i soldati e lui medesimo procedevano con estrema lentezza.

– Dio! Dell’altro sangue che va sino alla stufa! – esclamò una voce. – Oh! Oh! Il nostro uomo si nasconderebbe nella stufa?… L’esclamazione repentina fu udita dai due pirati. Il Portoghese sentì rizzarsi i capelli sulla fronte; Sandokan balzò in piedi gettando un sordo ruggito che fu inteso dal nemico spaventato.

– Afferra la carabina e tienti pronto a seguirmi! – esclamò Sandokan al Portoghese.

Egli si appoggiò colla spalla contro la parete che dava nel fondo della serra, l’unica via libera. Si udì un sordo scricchiolìo seguito da un rauco brontolio.

– La Tigre! – esclamarono i soldati che si diedero a precipitosa fuga. Quasi nel medesimo istante la parete fu sfondata, e i due pirati approfittando dello spavento del nemico, balzando attraverso i rottami, si diedero alla fuga dirigendosi a tutte gambe verso le palizzate.

CAPITOLO XXI

Attraverso le foreste

Era tanto lo spavento e la sorpresa causati dal crepitìo della stufa che ruinava e dalla improvvisa comparsa del terribile pirata e del suo compagno, che questi, prima ancora che i soldati potessero riaversi, por mano alle armi e inseguirli, facendo salti da tigri, precipitandosi da un lato all’altro del sentiero e cacciandosi dietro gli alberi e i cespugli per evitare le palle, avevano di già varcato le palizzate del parco e si erano messi fuori di portata.

Avevano ritrovato le loro gambe da cervi e senza badare agli squilli di tromba che segnalavano la loro fuga e alle detonazioni inutili si gettarono sul primo sentiero che si parò loro innanzi, passando rapidi in mezzo ai cespugli, alle piante e agli alberi sradicati dall’uragano, varcando ruscelli e stagni, intenti a far perdere le tracce con frequenti ascensioni sui rami e manovre da scimie sui rotang che tenevano luogo di liane, e a mettere una notevole distanza fra essi e il nemico che doveva essersi lanciato dietro.

La tromba che risuonava sempre fragorosamente nel parco e le detonazioni che si seguivano a rapidi intervalli, bastavano per dare le ali ai piedi. Quei segnali dovevano essere intesi dai cacciatori, e poteva darsi che più tardi avessero alle spalle il grosso della truppa: bisognava guadagnar tempo finché ne rimaneva.

La fantastica corsa durò un’ora senza che l’uno né l’altro parlasse di arrestarsi, sempre internandosi nel più fitto dei boschi dove i passaggi diventavano difficili, poi rallentarono la fuga, dopo di aver percorso una distanza che Sandokan non stimò inferiore a quattro miglia. Un cavallo stesso non ne avrebbe fatto di più, e cominciarono allora a prendere quelle precauzioni che esige una fuga in mezzo al nemico che poteva improvvisamente sorgere dietro a ogni cespuglio, a ogni albero o in mezzo alle erbe, abbastanza alte per nasconderlo.

Ripigliarono fiato per un minuto, senza scambiar una parola per non consumare le forze così preziose in quei pericolosi momenti, poi gettate le carabine ad armacollo che diventavano di grave impaccio, si misero a trottare cercando di fare il menomo rumore possibile, cacciandosi fra tronchi d’albero così uniti dove sarebbe penata a passare una tigre, e continuando le evoluzioni aeree che diventavano ogni istante più indispensabili.

Man mano che si allontanavano dal parco, la foresta ripigliava la foltezza che caratterizza le foreste tropicali, dove riesce sommamente difficile trovare un sentiero e meno ancora radure, che scompaiono in breve tempo sotto l’invasione dei vegetali.

Dappertutto alberi e alberi riuniti, mescolati confusamente, gli uni alti, lisci, enormi, gli altri nodosi, contorti, bassi, che univano reciprocamente i loro rami e intrecciavano le frondi. Dappertutto fitti cespugli, incassati, stretti, fra quei bizzarri colonnati, dappertutto radici che potevansi scambiare a prima vista con giganteschi boa-constrictor, che sbarravano la via rasente terra, che s’incrociavano in mille guise, alcune descrivendo archi che un geometra non vi avrebbe trovato di che dire sulla loro esattezza, altre descrivendo spirali o serpentine o angoli, e in mezzo alle quali vagavano formiche verdi o nere di sproporzionata grandezza e con mandibole di ferro.

Una vera rete poi allacciava stretta stretta e cespugli e alberi e radici, formata da rotang calamus appartenenti alla famiglia delle palme, che si prolungano per più di cento metri, da gambir uncaria altri arrampicanti sproporzionati e preziosissimi, e da piper nigrum allo stato selvatico sulle cime dei quali urlavano battaglioni di feroci scimiotti.

I due pirati, in mezzo a quella fitta foresta che poteva chiamarsi ancora vergine, dovettero abbandonare la marcia a piedi per cominciare la marcia aerea. Aggrappandosi a tutti quei fili di rete, cominciarono la scalata con una sveltezza e agilità da invidiare le scimie, raggiungendo le più alte cime degli alberi, scendendo e poi tornando a risalire, moltiplicando così gli ostacoli per gli inseguitori, che certamente non sarebbero stati capaci di trovarli in quella porzione di foresta così intricata.

Percorsi un cinque o seicento passi, dopo di aver venti volte arrischiato di cadere da altezze che mettevano le vertigini, si arrestarono affranti in mezzo ai rami di un buà màmplam, le cui frutta, quantunque detestabili pei palati europei a causa del loro forte sapore di resina, potevano servir a loro di cibo, e che colle fibre di rotang saldamente intrecciate potevano a loro servire di amache comodissime e fresche.

– Di’ ora – disse Sandokan quando si fu accomodato – che gli Inglesi ci vengano a trovare. Sfido tutti i loro dannati cani a venirci scovare.

– Sfido io! – esclamò il Portoghese al quale pareva ancora un sogno di essere riuscito a svignarsela dal parco. – Sai, fratello mio, che noi siamo proprio fortunati? Trovarci in una stufa con una giacca rossa, venire scoperti e prendere il volo sotto il tiro di mezza dozzina di carabine, tutto ciò ha dell’incomprensibile. Ma dunque, hanno proprio tanta paura della Tigre?

– Bisogna crederlo e se vuoi, Yanez, un po’ troppo paura per eguagliarmi a uno spirito che succia sangue e che tiene relazioni collo spirito del male – disse Sandokan che rideva ancora sui discorsi degli Inglesi. – Non avrei mai creduto di mettere tanto spavento colla mia sola comparsa a degli uomini bianchi. Orsù, io son decisamente la Tigre, fino a che rimarrò solo e non manco di fortuna. Quando penso che mi hanno precipitato da una fenestra perché mi fratturassi le gambe, che sono sfuggito alle loro moschettate e che mi sono cacciato in una stufa per prendere il largo quando si preparavano ad assediarmi, incomincio a credere d’essere uno spirito.

– E io sarò il primo a crederlo, Sandokan, come lo credono le giacche rosse, che si sono lasciate sfuggire una sì bella occasione per guadagnare le mille sterline. Una bella somma, in fede mia, che non si ha torto di spendere per catturare un uomo della tua fatta, che si reca ad abboccamenti malgrado una cinquantina di carabine messe là per ispiarlo. Tu hai giuocato una magica carta, amico mio, coll’abilità di un giuocatore provetto. A proposito, che ne sarà mai della tua giovanetta? Vedi, colla tua audacia, hai accresciuti i timori da parte di essi e specialmente del lord che non si lascierà cogliere alla sprovveduta, e che circonderà ben bene di baionette la villa, se non gli salta in capo la malaugurata idea di prendere alla sua volta il largo e di fuggirsene a Vittoria.

– Lo credi tu, Yanez? – domandò il pirata che si fece cupo in volto e che rompeva convulsivamente i ramoscelli.

– Sicuro, potrebbe darsi che il valente uomo per precauzione vada a nascondere la graziosa nepote nel centro della colonia, sotto i cannoni del fortino e dei piroscafi. La cosa diverrebbe estremamente seria e cento volte più pericolosa.

– Pericolosa? Sia, giacché tu lo vuoi, ma non estremamente seria, poiché andrei a rapirla anche a Sarawak sotto i soldati di James Brooke. Ascoltami, Yanez, io sono tanto risoluto, che affronterei le forze riunite di Labuan, Sarawak e Varauni purché farla mia, e senza esitare un sol istante.

“Nessun ostacolo sarà tanto grande da arrestare la passione che arde nel mio cuore. Se occorre, arrischierò non solo le sorti di Mompracem ma anche la vita dei miei pirati.

– È cosa vecchia, amico mio, e la malattia non si vincerà che colla giovanetta. Ma hai calcolato, Sandokan, che noi a Labuan non abbiamo che quaranta uomini o sessanta se vuoi che mi tenga assai largo, e che a Mompracem non ve ne resta che un centinaio al più? Con simili forze non si sfida la potenza di Sarawak.

– Oggi, ma domani, da qui una settimana, un mese, due anche, si potrebbe sfidarla. Nella Malesia vi sono cento e cento tribù piratesche che proseguono il lavoro sanguinoso e distruttore da secoli; vi sono più di cinquemila tigri che conoscono la fama della Tigre della Malesia e che mi seguirebbero assieme a tutti i Dayacchi di Borneo, purché alzassi la voce promettendo oro agli uni e teste da sospendere come trofei alle loro capanne agli altri.

– Lo so, Sandokan, e la malattia che ti rode sarebbe capace di farti tentare anche questo mezzo terribile, e tentarne di maggiori. Del resto vedremo come andranno le cose prima, e se il lord penserà a prendere il largo. Sono supposizioni mie quelle che esposi e nulla di più. Se è vero che la giovanetta possiede quell’energia di cui mi hai parlato, non so se si lascierà sì facilmente portar via, sapendo che tu vegli e che aspetti l’arrivo dei tuoi uomini per liberarla.

– Sì, essa possiede tanta energia da pareggiarsi su questo punto forse alla Tigre della Malesia. Sono sicuro che, se fosse libera, tenterebbe la fuga e si caccerebbe nelle foreste malgrado le tigri e gl’indigeni. Oh!… Ma non vi starà a lungo fra le unghie di quel sinistro vecchio, che vorrebbe gettarla fra le braccia del dannato William. No, per Allah! Non vi rimarrà a lungo.

– Sogni tu, di già, di dare bravamente la scalata alla fenestra?

– E perché no? – disse con violenza Sandokan rizzandosi a metà sull’oscillante amaca.

– Uhm! – fe’ il Portoghese. – Credi tu che i nostri tigrotti sieno lì ad aspettarti? Non dimenticare che siamo in piena foresta.

– Andremo a trovarli al fiumicello.

– Tu corri come un piroscafo, Sandokan. Non hai pensato che il nemico ci cerca e che potrebbe sorprenderci?

– Bah! Due colpi di carabina saranno sufficienti per metterli in fuga. Io me ne rido di questo nemico. Vorrei un po’ vedere se sarebbe capace di trovarci. Gl’Inglesi, Yanez, non sono fatti per cercare le piste, né per girare su terre che non conoscono che sulle loro carte scarabocchiate, che chiamano geografiche. Un uomo dei boschi può passare sotto il loro naso, dondolarsi sopra le loro teste e scomparire senza che loro l’abbiano a vedere.

– Mi fido molto poco, Sandokan, delle tue parole.

– Hai torto. Ne vuoi una prova?

– Una prova? Che vorresti far tu?

– Passare in mezzo alle loro carabine e raggiungere i prahos senza che se ne accorgano.

– Tu ti cacci in un ginepraio. Hai troppa fretta per tentare l’attacco della villa, che si dovrebbe fare senza troppo rumore e con un mondo di precauzioni.

– Non ho fretta, ma seguo il destino che mi guida. Io leggo nel libro dell’avvenire.

– E credi tu di veder del chiaro nel libro dell’avvenire? – chiese Yanez, crollando il capo come uomo che creda assai poco.

– No, al di là del chiaro vedo oscuro, vedo delle tenebre fitte, fitte, più nere di quelle che io abbia mai veduto in vita mia, ma nel fondo vedo una stella, Yanez, vedo un punto luminoso che brilla più vivo che mai.

– Ti crederò.

– Ne dubiti?

– Chi sa. Forse credo del tutto.

– Ebbene vieni allora, andiamo a passare in mezzo alle carabine delle giacche rosse.

– Tu vuoi commettere qualche pazzia. Restiamo in questo nostro nido giacché abbiamo avuto la fortuna di trovarlo e lascia che le giacche rosse si allontanino.

– Non commetterò pazzie; vieni, Yanez! Prima che il sole sia del tutto tramontato noi giungeremo sulle rive del fiumicello. Non si ode rumore alcuno, la foresta è fitta, abbiamo le nostre armi e sappiamo strisciare come serpenti. Di chi puoi aver paura?

Il Portoghese, quantunque avesse le sue paure, curioso da una parte di sapere qualche cosa sui prahos si arrese. Dissetatisi col succo buà màmplam che sapeva maledettamente di resina, s’aggrapparono ai rotang e ai gambir uncaria che serravano l’albero e si calarono fino a terra.

Il bello era uscire da quella foresta e guadagnare il fiumicello. Sandokan stesso si trovava smarrito e non sapeva qual via prendere.

– Io credo che noi ci troviamo in bell’impiccio, Sandokan – disse Yanez che non era capace di vedere nemmeno il sole per potersi orientare. – Da qual parte si andrà?

– Ti confesso, che mi trovo smarrito – rispose Sandokan. – Ma presto o tardi usciremo di qua e troveremo il fiume. Ecco qua un passaggio che una volta deve essere stato un sentiero. Le piante lo hanno coperto e sono sì unite da non lasciar passare un piccolo babirussa, ma passeremo con un po’ di pazienza. Orsù, andiamo avanti, e bada bene di non schiacciare la coda di qualche serpente e di prepararti a fare delle ascensioni meravigliose.

– Avanti allora!

I due pirati si cacciarono come due serpenti in mezzo alle piante, cercando seguire il sentiero tagliato ogni istante da lunghe liane rampicanti e da immense ragnatele dal grosso filo setoso, procedendo ora coll’occhio rivolto a terra per non incespicare nelle radici o per non calpestare incautamente qualche velenoso rettile e ora rivolto sugli alberi per non ricevere sulla testa qualche frutto pericoloso, e movendo con precauzione i rami e le foglie per non destar all’armi. Ben presto ripresero le salite sui rotang o sui gambir, mettendo in fuga o irritando i semnopithecus maurus, scimie dal pelame nero e dalla coda lunga, chiamate comunemente in Malesia bigit, le quali, facendo ridicole smorfie e salti con una destrezza meravigliosa, vedendo turbati i loro recessi, si vendicavano scagliando frutta e ramoscelli sui due intrusi.

Camminando così a casaccio, mettendo in fuga colle loro ardite manovre di clown nubi di uccelli che aveano piantato in mezzo a quei fitti alberi i loro nidi sicuri che nessun essere umano sarebbe giunto sin là e calpestando qualche serpentello o qualche dozzina di sanguisughe dei boschi, i due pirati poterono uscire da quell’imbroglio dopo qualche ora e raggiungere un torrentello che pareva segnare la fine di quella gigantesca macchia. Al di là estendevasi una radura verdeggiante, solcata da fiorellini di vari colori, circondata da boschi ma meno fitti, dove si poteva camminare più rapidamente

e forse con meno pericolo. Fecero una sosta dissetandosi nelle fresche acque e discutendo sulla via da tenersi.

Sandokan non tardò a orizzontarsi dopo di aver osservato attentamente i dintorni dei quali conservava un vago ricordo.

– Io devo esser passato di qui – disse egli ritornando presso il Portoghese che, sdraiato sulla riva del torrente, si occupava a masticare dei buà màmplam di miglior sapore dei precedenti. – Ecco qua un’impronta che si adatta a meraviglia alle mie scarpe lasciata su questo terreno umidiccio, ed ecco là sul tronco di quel mango selvatico le traccie di una scalata che devono esser state fatte da me. Sarebbe forse il luogo ove ho atterrato il sergente Willis?

– Mi sembra che questi luoghi ti sieno famigliari, Sandokan. Bada bene a non condurmi in bocca al leone.

Il pirata anziché rispondere si mise a frugare fra le macchie; vide un ramo rotto a terra, poi traccie distinte e delle macchie di sangue ancora visibili sulle erba e sulle radici. Continuò le indagini e non andò a lungo che trovò dei brandelli di stoffa bianca che riconobbe subito per suoi. Egli li mostrò al Portoghese.

– Che diavolo hai trovato tu, fratello mio, che vai osservando tanto quelle striscie come fossi diventato un mercante?

– Le robe mie, Yanez, che hanno servito a legare il povero sergente che hai così bene spacciato sulla porta della villa. Vedi, ecco qua un ramo rotto che mi aveva servito d’appoggio, là delle traccie di sangue che è mio, uscitomi dalla mano appena ferita dalla palla di lui. Il povero uomo se fosse qui se ne ricorderebbe bene anche lui.

– Un luogo propizio per le imboscate, adunque? – disse il Portoghese che si guardò istintivamente all’intorno.

– Forse, ma non ci arresteremo – rispose Sandokan. – Io sì che conosco la via che ho percorso vestito da sergente inglese, una bella truccatura, Yanez, che mi ha aiutato a meraviglia per trarmi d’impiccio facendo viaggiare tutti i soldati nei luoghi ove era impossibile trovarmi; vieni con me che io ti guiderò, se non al fiumicello, almeno alla capanna di Giro Batoë.

– Andiamo, ma non aver furia, Sandokan. Scandagliamo il terreno prima.

Dopo aver ascoltato attentamente e di essersi assicurati che fra le grida dei semnopithecus maurus, le grida dei pappagalli e lo stormir delle foglie agitate dal venticello non udivasi né grida. di cacciatori, né detonazioni di moschetti, attraversato con un salto il torrente, tornarono a cacciarsi sotto gli alberi che andavano diradandosi sensibilmente.

Malgrado che il sole calasse rapido all’occidente e l’oscurità andasse facendosi sempre più fitta nei boschi, Sandokan un’ora dopo giunse ad una piccola spianata in fondo della quale rizzavasi qualche cosa di nero, che aveva una forma accuminata ben differente dai cespugli che la dominavano.

– Che è? – chiese Yanez sorpreso.

– La capanna di Giro Batoë – rispose Sandokan.

Fece venti passi, poi si arrestò bruscamente armando la carabina. Aveva visto un’ombra rizzarsi improvvisamente fra le macchie e scivolare rapida all’interno della capanna. Per quanto fosse buio, riconobbe in quell’ombra una creatura umana.

– Fermati, Yanez – diss’egli. – Ho veduto un uomo entrare nella capanna.

– Che sia un Inglese?

– È passato troppo rapidamente perché io lo avessi ben a distinguere. Mi aveva però più l’aria di un indigeno o per lo meno di un orang-utang che d’Inglese.

– Che facciamo adunque? Per conto mio, direi di prendere il largo prima che abbiano a capitarci malanni.

– Io penso invece di tirar innanzi, Yanez – disse Sandokan. – Giro Batoë mi aveva detto esservi degli indigeni nelle vicinanze della sua capanna. Prendi la carabina e andiamo un po’ a vedere.

I due pirati si avvicinarono cautamente a quella baracca di foglie e di bambù e s’arrestarono dinanzi la porta spingendo entro lo sguardo. Quasi nel medesimo istante un uomo si precipitò in mezzo a loro gettando un urlo di pazza gioia.

– Mio capitano! Signor Yanez! – e il malese Giro Batoë in persona cadde alle loro ginocchia.

CAPITOLO XXII

L’ussaro

La comparsa del bravo Malese fu accolta dai capi della pirateria con un vero urlo di gioia. Tutti i timori che cominciavano ad assalirli sulla sorte dei prahos svanirono in un lampo.

– Sei tu, proprio tu, proprio il mio Giro Batoë? – disse Sandokan, sollevandolo da terra. – Credevo proprio che la fatalità me lo avesse rapito. Di’ su, Malese mio, dove sono i prahos?

Il Malese lo sguardo con occhi spaventati, senza aprir bocca.

– Sei diventato muto? – chiese Yanez.

– Zitto, non qui, nella capanna – balbettò Giro Batoë. – Possono udirci.

I tre pirati si affrettarono ad entrare nell’abituro e a rinchiudere prudentemente la porta per non attirare l’attenzione di qualche cacciator di piste, che potevasi trovare nei dintorni. Il Malese accese un po’ di fuoco.

– Ebbene, Giro Batoë? – chiese Sandokan, che ardeva di impazienza. – Dove sono i prahos? Spicciati, per l’inferno che sento gravitarmi una pietra sullo stomaco.

Il Malese mandò un sospiro e per la seconda volta fissò il capitano con occhi smarriti e la faccia sconvolta. Sembrava spaventato.

Sandokan e il Portoghese gli si slanciarono addosso. L’ansietà era dipinta sulle loro faccie.

– Giro Batoë!…

– Capitano! – rispose il Malese con un filo di tremula voce.

– Per Giove! Che hai tu? Che ti è accaduto? Dove sono i tuoi uomini?

– I miei? Sono in vista della costa, i miei, quelli del mio prahos.

– E gli altri?

– Disgrazia! Disgrazia!… – gemette Giro Batoë.

– Che ne fu degli altri legni? Tu sei partito con più di un prahos.

– Sì, ma sono perduti.

La Tigre mandò un ruggito straziante e si cacciò le mani nei capelli. Il Portoghese indietreggiò.

– Chi hai incontrato? – chiese con truce accento Sandokan. – Degli incrociatori forse?

– No, non ho veduto navi nemiche.

– E allora?

– Fu la tempesta!

La Tigre mandò una bestemmia.

– Ah! La tempesta! La tempesta! – muggì egli. – Fu la mia sventura, il mio ultimo colpo di grazia.

Egli si prese la testa fra le mani e stette qualche minuto così, cogli occhi torvamente fissi a terra.

– Narra, Giro Batoë, narra – disse Yanez che non aveva più sangue nelle vene. – Come andò la cosa?

– Sono partito da Mompracem con tre legni e sessanta uomini.

– Ebbene?

– La tempesta infuriava. A mezza via fra Labuan e Mompracem un prahos fu inghiottito dalle onde. Ah! maledette onde!

– Tira innanzi – comandò Sandokan.

– Tentai salvare gli uomini che lo montavano, ma mi fu impossibile. Fui trascinato verso Labuan e perdetti di vista l’altro legno che sparve fra le tenebre. Mi parve vederlo disalberato.

– E poi?

– Poi sono giunto a Labuan dove approdai mettendomi in cerca di voi. Capitano, se credete che io sia colpevole, arresterò la prima palla di cannone, come la arrestò Patau.

Sandokan non rispose. Incrociò le braccia, la sua faccia si fe’ cupa, lo sguardo torvo diventò sfavillante. Un singulto, uno straziante singulto gli lacerò la gola, una bestemmia uscì dalle frementi labbra, ma fu tutto.

Fece due volte il giro della capanna con agitazione nervosa, poi si arrestò dinanzi a Giro Batoë e, guardandolo fisso, con voce grave gli disse:

– Lo sapeva, Giro Batoë, che tu saresti venuto e che la tempesta che mi rapì Paranoa e tutti i suoi, avrebbe egualmente rapito qualche altro prahos. È una fatalità, ma che si romperà dinanzi al ruggito della Tigre della Malesia; sì, io romperò questa fatalità che si libra al disopra di Mompracem minacciando la nostra potenza. Via, quanti uomini hai tu?

– Venti – rispose il Malese guardando il pirata la cui faccia cupa si rasserenava a poco a poco.

– Venti uomini! E sono tutti questi degli ottanta che sono partiti dalla mia… Mompracem!

– Ma Paranoa, dov’è egli?

– Dov’è? Al nord se non ha naufragato – rispose Sandokan che piegato un istante si rialzava più indomito di prima. – Tutto volge alla peggio, Giro Batoë, ma se la tempesta ci ha battuto e se gl’Inglesi si armano e accrescono di numero e di potenza, noi li sfideremo entrambi. Sì, diverrò la Tigre e guai ad essi se oseranno opporre il ferro al ferro!

– Ma che vuoi far tu con venti uomini? – domandò il Portoghese, che credeva di già la spedizione andata a male.

– Che voglio fare? – esclamò Sandokan con violenza e interrompendo la passeggiata. – Ascolta, Yanez, tutti i nostri progetti di assalti sono crollati dinanzi alla fatalità, dovrò cangiar giuoco ora che le forze son venute meno quando più io sperava e che ne aveva bisogno, ma riusciremo. Ho giurato che io la strapperò la mia Marianna dalle mani di quel mostro che si chiama suo zio. Ho giurato che la farò mia, che la porterò meco nella mia isola, e tu sai che io sono uomo da mantenere la parola. Lascia che io abbia compiuto questa grand’opera, che io sia guarito da questa malattia che mi abbrucia e poi vedrai la stella di Mompracem brillare più viva di prima. Poveri tigrotti!…

Il pirata si mise a camminar con passo agitato per la capanna, colle braccia incrociate, la testa china, gli occhi torvi e le labbra contratte che lasciavano vedere i denti stretti. Si vedeva lo spasimo di un atroce dolore dipinto sul suo maschio volto. Egli divenne cupo come la notte più cupa conficcandosi le unghie nella carne, rattenendo un singulto che gli montava a intervalli alla gola uscendo dal cuore che in quei momenti doveva sanguinare, pensando e ripensando a quegli uomini, ai suoi tigrotti che il formidabile pirata riguardava come carne delle sue membra, come il mare era sangue delle sue vene, e sui quali non doveva più mai contare. La Tigre mirò con ispavento la minaccia che balenava su Mompracem, la ruina della sua isola che si approssimava, e forse in cuor suo, maledì l’istante in cui si era invaghito della giovanetta.

– Poveri compagni! – mormorò egli con voce rauca e l’esclamazione gli si soffocò fra le labbra con un basso ruggito.

Ma l’emozione, il dolore per i suoi uomini inghiottiti senza gloria fu un lampo. La passione riprese il sopravvento e rialzando il capo con orgogliosa fierezza, si fermò dinanzi a Giro Batoë che lo contemplava assieme al Portoghese, tristamente.

– Dov’è il tuo prahos? – domandò egli con quella calma e con quell’accento imperioso che adoperava in altri tempi.

– A sei o sette miglia al largo; non attende che il mio segnale per approdare – rispose il Malese.

– Bisogna che approdi questa notte stessa. Gl’incrociatori potrebbero scoprirlo e rubarmi quest’ultima speranza.

– Sandokan – disse il Portoghese avvicinandosi al suo amico sempre cupo e pensieroso. – Sentiamo: sogni ancora di rapir la giovanetta?

– Se sogno? Credi tu, Yanez, che la malattia sia guarita o che la Tigre vinta la seconda volta abbandoni l’impresa? Vedi, Mompracem, io lo so, è perduta forse per sempre, ma lei vive, lei è sempre là ad aspettarmi e io l’avrò. Che importa se le forze sono venute meno alla Tigre? Che importa se gli Inglesi sono cento volte più forti di noi? Alla forza noi opporremo l’astuzia, al ruggito del leone l’agilità della Tigre. Andiamo a far approdar il prahos, è d’uopo che salvi almeno coloro che ancor mi restano.

– Ma che vuoi mai fare? Siamo deboli, Sandokan, non lasciarti guidare dalla passione che potrebbe perderti.

– Perdermi? Che io voglio fare? – disse il pirata che si sentì ingigantire invece di spaventarsi. – Credi tu che gli ostacoli sieno capaci d’arrestarmi Yanez? Vieni, tu mi vedrai domani stesso all’opera.

“Ci imboscheremo sfidando le forze del prepotente che crede spaventare i pirati di Mompracem, spieremo l’istante in cui meno veglierà per piombargli addosso come tante aquile e schiacciarlo. Mi basterà un momento per rapir Marianna, lo capisci fratello mio?

– Tu vuoi ancora rapirla, Sandokan – disse il Portoghese che non approvava la violenza del suo compagno.

– È l’unica risorsa che mi rimane. Lascia che io la veda un sol istante nel parco e sarà mia. Vieni ora, andiamo al prahos.

I tre pirati uscirono dalla capanna nel più profondo silenzio. Giro Batoë, il più pratico di quei luoghi, si mise alla testa, e facendoli passare per certi sentieri noti ai soli indigeni e a lui, attraversando numerosi torrentelli di cui Labuan pare che abbondi, facendoli scalare alberi e passare fra cespugli spinosi, li condusse al mare senza avere incontrato anima viva. Egli si mise a guardare attentamente all’ovest scrutando il fosco orizzonte e mostrò ad essi un punto luminoso appena distinto, che si poteva facilmente scambiare con una stella, ma che lentamente scivolava sui neri flutti.

– È il fanale sospeso al pomo della maistra – diss’egli. – Possiamo andare alla foce del fiumicello, che è poco lontana.

– Qual segnale devi fare perché si avvicini? – domandò il Portoghese guardando il punto luminoso che continuava a camminare.

– Accendere due fuochi sulla spiaggia. Un fuoco solo era segnale di allontanarsi maggiormente – rispose il Malese.

Essi percorsero un mezzo miglio camminando sulla sabbia in mezzo a numerosi gusci d’ostriche, di crostacei e ad ammassi di alghe, gettando di tratto in tratto qualche occhiata verso la foresta oscura e il fanale. Essi giunsero verso la mezzanotte alla foce del fiumicello, le cui acque, scorrendo con lieve mormorìo fra le rive ristrette e boscose, si mescevano con quelle del mare che andavano ritirandosi per la bassa marea. Con un colpo d’occhio, i pirati si assicurarono che era perfettamente deserto.

– Non vedo luoghi troppo propizi per nascondersi – disse il Portoghese, dopo di aver esaminato le rive. – Se gl’Inglesi vengono a perlustrare i dintorni, lo vedranno senza dubbio, anche se si tirasse a secco in mezzo alle erbe e gli alberi.

– Non lo scopriranno, Yanez – disse Sandokan. – Noi lo nasconderemo in mezzo alle canne della piccola palude, coprendolo ben bene di rami e di foglie dopo di aver levati gli alberi e tutte le manovre. Giro Batoë, fa il segnale.

Il Malese non perdette tempo. Radunò un fascio di legne che raccolse sul limite del bosco e accese due fuochi a una certa distanza l’un dall’altro. I tre pirati videro da lì a poco il fanale del prahos sparire per dar luogo a un fanale rosso. Giro Batoë spense i due fuochi.

– Fra mezz’ora saranno alla spiaggia – diss’egli. – Ho raccomandato di tenersi sempre sotto vela per poter avvicinarsi o prendere il largo al menomo pericolo.

I tre pirati si sederono sulla spiaggia cogli occhi fissi sul rosso fanale che andava a poco a poco avvicinandosi. Dopo dieci minuti il prahos era visibile.

Aveva le sue immense vele spiegate e fendeva le onde rapido come un lampo e senza rumore: si sarebbe potuto scambiarlo per un gigantesco uccello dalle ali lunghe quaranta e più metri.

Arrivò presto alla costa, imboccò senza arrestarsi il fiumicello e gettò l’âncora di fronte alla piccola palude. I tre pirati lo raggiunsero e salirono a bordo accolti da fragorosi battimani.

Sandokan con un gesto li fe’ tacere.

– Silenzio – diss’egli. – Fatevi a me d’intorno.

L’equipaggio lo circondò.

– Siamo soli – continuò egli senza lasciar trapelar commozione veruna dalla voce. – Tutti gli altri sono morti, uccisi dalla fatalità che gravita tremenda su di noi; che nessuno parli, che nessuno si lamenti, che nessuno faccia la minima obiezione. La Tigre della Malesia lo vuole.

– Bene – risposero in coro i marinai con ferma voce. – Nessun parlerà.

– Siamo forse spiati, forse dei nemici vagano in questi dintorni; silenzio assoluto adunque e prudenza! Io lo comando. Giro Batoë, fa ammainare gli alberi e le vele, fa scomparire ogni manovra elevata e caccia il prahos sulla riva sinistra in mezzo ai canneti. Fallo scomparire sotto un ammasso di fogliame e di rami in modo che alcun occhio possa riconoscerlo e getta l’imbarcazione in acqua. Fra poco io partirò.

Non aggiunse una parola di più, e scese col Portoghese nella cabina mentre che i suoi uomini, ciechi strumenti dei suoi voleri, senza emettere né un lamento né un sospiro, si mettevano febbrilmente al lavoro sotto la direzione di Giro Batoë.

Dato il sacco alle provvigioni, il Portoghese e la Tigre si stesero sulle brande per dormire, ma per quanto quest’ultimo lo cercasse, non gli fu possibile.

Tetri pensieri, paure, inquietudini, lo assalivano e gli strappavano, suo malgrado, imprecazioni, ruggiti e forse forse dei singhiozzi.

Per quanto forte, feroce, fatalista fosse, il terribile uomo non riusciva a rassegnarsi alla perdita di quei cari compagni, di quei cari tigrotti, fautori della sua gloria, che aveva per tanti e tanti anni tratto di vittoria in vittoria, né sapeva rassegnarsi alla perdita completa della sua cara Mompracem, della sua temuta isola, che ormai, sprovvista di difensori, potevasi chiamare morente.

Quantunque avesse di già intravveduto il prossimo tramontar della sua stella in quei mari, il prossimo tramontar della sua potenza, del suo nome, all’ultimo momento sentivasi straziare il cuore, sentivasi mancare la forza. Per quell’uomo, benché innamorato alla follia, era atroce veder cadere brano a brano quella nomea che a prezzo di tanto sangue aveva acquistato.

Si levò dalla branda, dove tutta la notte s’era agitato ruggendo, mugolando, che il sole si era alzato, e si lasciò cadere su di un sedile, colla testa stretta fra le raggrinzate dita.

– Ah! – esclamò egli, con voce strozzata. – Il pirata sta per spirare, la Tigre, quella terribile Tigre che un dì andava orgogliosa del suo nome, sta per morire e morire per sempre. Marianna! Marianna! se tu sapessi quanto mi strazi il cuore! Se tu sapessi quanto mi costa amarti, quanto mi costa abbandonare la mia terribile carriera, che era la mia gloria!…

“Orsù, era fatalità, era destino che io, dopo aver tanto brillato, dopo aver guazzato nel sangue di coloro che mi morsero il cuore, di aver sparso il terrore per duecento miglia a me d’intorno, avessi ad amare!

“Un giorno il mio cuore era di granito, un giorno non sapeva amare che le stragi, che le guerre, che la mia Mompracem, che il mio mare, che i miei tigrotti… e ora non so amare che lei, Marianna, la nepote di una giacca rossa, d’un nemico!

“Giorno e notte sento il fuoco dell’amore che mi arde il cuore, che serpeggia come piombo fuso nelle mie vene; giorno e notte non vedo che lei che volteggia dinanzi ai miei occhi, che mi sorride, che mi affascina, che mi accieca, che spegne l’ultima mia volontà, l’ultima mia forza che potrebbe ancora essere capace di spezzare la catena che mi lega a lei! Non sono più la Tigre, non sono più il terribile Sandokan; sento di essere un’ombra ammalata, atrocemente rosa dall’amore, e destinata a perire fra le braccia di quell’incantatrice dagli occhi azzurri e dai capelli d’oro che mi ha domato dopo avermi distrutto i miei tigrotti, i miei figli!…

Il pirata alzò le braccia, con gesto disperato e chiuse gli occhi movendo le labbra come cercassero un bacio nell’aria. Stette così un minuto, due, cinque, immobile trasognato, poi tornò in sé.

Gettò un sospiro; il passato ricomparve assieme all’avvenire, entrambi tenebrosi, sfilando dinanzi ai suoi sguardi e rabbrividì, suo malgrado, di spavento, ma fu tutto.

Fece qualche passo per la stretta cabina poi salì in coperta dove il Portoghese lo aspettava di già con qualche impazienza. I suoi ordini erano stati puntualmente eseguiti durante la notte, di maniera che il prahos era completamente scomparso a qualsiasi sguardo d’Inglese. Giro Batoë dopo di aver fatto ammainare gli alberi, e levate le vele, l’aveva fatto trascinare fra i canneti dalla riva sinistra, ricoprendolo di un ammasso di rami e di alberelli, che lo nascondevano del tutto.

La sola imbarcazione galleggiava fra la riva e anch’essa semi-nascosta tra le erbe.

– Credeva che dormissi per due giorni interi – disse il Portoghese movendogli incontro con sollecitudine.

– No, Yanez – rispose Sandokan. – Progettava il mio piano. Ecco tutto.

– Ebbene che pensi di fare? Bada bene, Sandokan, che se si deve giuocare giuochiamo in silenzio e con astuzia.

– Lo so, e ci metteremo subito in campagna. Non bisogna lasciarci sfuggire la minima occasione per porsi all’opra. Scegli dieci fra i più agili e coraggiosi uomini e, assieme a Giro Batoë, imbarcali. Mi occorrono e bene equipaggiati.

I dieci uomini, la maggior parte Malesi e Bughisi, di un provato coraggio e di una agilità da dare dei punti alle scimie stesse, furono scelti in un batter d’occhio. Furono imbarcati assieme ad alcune coperte, una tenda, munizioni e una grossa provvista di viveri. Sandokan, prima di unirsi ad essi, chiamò il sottocapo.

– Ikaut – diss’egli volgendosi verso il Dayacco. – Tu rimarrai con dieci uomini al prahos per ogni possibile evento; bada a essere prudente e non attirare l’attenzione delle giacche rosse che possono girare nei boschi o navigare sul mare. Eseguisci ciecamente gli ordini che ti saranno mandati, e tienti pronto a qualsiasi ora per prendere il largo.

– Bene, capitano, fidatevi di me – disse Ikaut. – Quando me l’ordinerete, il prahos sarà in mare prima di un’ora.

Sandokan prese posto nell’imbarcazione, e i tredici uomini attraversato il fiumicello sbarcarono sulla riva opposta.

– Dove andiamo noi? – domandò il Portoghese guardando Sandokan sul cui volto brillava un raggio di contentezza.

– Lo vedrai, Yanez, noi compieremo il nostro progetto senza rumore, ma con torrenti di sangue.

Caricatisi dei viveri, armi e munizioni, la tenda e coperte, si misero in marcia attraverso i boschi, dirigendosi senza rumore, e senza fretta verso la villa che poteva distare tre chilometri. Sandokan dopo di aver guardato con qualche attenzione un mango selvatico contornato da rotang e da cespugli che lo coprivano a metà si arrestò.

– Tu rimarrai qui – diss’egli, volgendosi a uno dei suoi uomini. – Pianterai il tuo domicilio, ti terrai nascosto o nei cespugli o nel fogliame. Trecento metri alla tua sinistra hai il fiume e quindi il prahos col quale avrai facile relazione e gli trasmetterai i miei comandi, e a trecento metri verso il bosco avrai un tuo compagno. Spia, riferisci a esso ciò che tu vedi che di bocca in bocca passerà sino a me. Mi comprendi? Una catena ti unisce al prahos e a me; abbi prudenza e che la fortuna ti sia propizia.

Gli fu dato una coperta, la sua parte di munizioni, qualche po’ di viveri e lasciato. Mentre egli preparava il suo domicilio fra i cespugli, il drappello continuò la marcia, fino a che, ad altri trecento o trecentocinquanta metri, fu posta una nuova sentinella. La manovra si ripeté, descrivendo una gran curva a una certa distanza dalla villa, fino a che Sandokan, il Portoghese e Giro Batoë giunsero sul sentiero che menava a Vittoria, la cittadella di Labuan, a una distanza di circa tre o quattro chilometri dal fiumicello. Standosene colà accampati, spiando ogni occasione propizia, potevano avere una continua relazione col prahos senza essere scoperti e ricevere o trasmettere notizie e comandi. Le sentinelle che avevano posto, erano uomini che non si lasciavano sì facilmente scovare, capaci di attraversare una intera foresta passando di ramo in ramo a mo’ delle scimie sia di giorno che di notte, senza destare attenzione, passando sopra la testa del più astuto cercatore di piste.

– Hai compreso il mio piano? – domandò Sandokan al Portoghese che si stropicciava le mani da uomo contentissimo.

– Perfettamente, fratellino mio – rispose egli. – Avevo ragione di dire che la Tigre è più forte del leone.

– Sì, e ne vedrai ancor di belle, Yanez. Noi siamo sul sentiero di Vittoria a un seicento metri dalla villa, nulla può sfuggirci di ciò che può succedere, e se il lord ha qualche idea di darsi alla fuga per sottrarre la giovanetta alle mie zanne, avrà da che far con me, per quanti soldati abbia. In un baleno posso radunare ventitre tigri o in un baleno prendere il mare. Lo vedrai.

Il campo fu rizzato in mezzo a tre banani selvatici, i quali completamente avviluppati fra una rete di rotang e di gamuti, nascosti ai piedi da fitti quanto alti cespugli, permettevano ai pirati di passare i giorni senza essere con tanta facilità scoperti. La tenda tenuta assai bassa e di color scuro che si poteva confondere colle piante, fu rizzata, e i tre uomini con una grossa provvista di viveri, bene armati, e con qualche bottiglia di wisky vi presero posto aspettando pazientemente gli eventi, senza perdere di vista il sentiero lontano una sessantina di passi.

Non erano passate sei ore, che Giro Batoë era andato a prendere notizie dalla prima sentinella imboscata sulla cima di un gluga. Fu nel ritornare che l’orecchio fino del Malese fu colpito da un lontano rumore, appena distinto che doveva venire dal sentiero che conduceva a Vittoria. Senza comprendere da ciò che provenisse, in pochi salti guadagnò la tenda.

– All’erta capitano! – esclamò egli. – Qualche cosa succede sul sentiero; io ho udito un certo rumore che non rassicura troppo.

– Gl’Inglesi di già? – mormorò il Portoghese, che, da uomo prudente, tendeva la mano verso la sua ricca carabina.

– Non lo potrei accertare. L’essere che lo produce deve trovarsi assai lontano – disse Giro Batoë.

– Possiamo prendere le nostre precauzioni – disse Sandokan. – Può essere qualcuno che si avvicina alla villa. Venite.

Uscì seguito dai compagni e si spinse fino al sentiero dove appoggiò l’orecchio al suolo. Non tardò a udire un suono precipitato che andava avvicinandosi rapido e che la superficie della terra trasmetteva chiaramente.

– Mi sembra un cavallo – diss’egli, alzandosi. – Se fosse un cavaliere che si recasse alla villa?

– In tal caso consiglierei di lasciarlo passare tranquillamente – rispose il Portoghese.

– Lasciarlo passare? – esclamò Sandokan che gli balenò in mente un sospetto e un nuovo piano. – Se fosse il baronetto? Sangue di Maometto, guai a lui, e poi baronetto o soldato, mi occorre, amici miei. Se si reca alla villa, deve recarsi per qualche cosa; presto Giro Batoë, vammi a prendere una corda e tendiamogli un agguato per farlo cadere.

– Farlo cadere? Egli si difenderà, sparerà fucilate, pistolettate e metterà in all’arme quelli della palazzina. Tu, Sandokan, ti vuoi perdere.

– Lascia fare a me, Yanez. Il cavaliere s’avvicina rapidamente, è segno che ha molta fretta. Il cavallo che viene alla carriera cadrà di colpo secco trascinando l’uomo; noi gli saremo addosso prima che abbia tempo di porre mano alle armi.

– Ma che diavolo vuoi farne di questo cavaliere?

Il pirata sorrise furbescamente accostando un dito alle labbra per invitarlo a tacere.

Aiutò il malese Giro Batoë a tendere una solida corda attraverso il sentiero, ben assicurata a due tronchi d’albero e tanto bassa da rimaner nascosta dalle erbe.

– Lascia che s’avvicini, Yanez – disse poscia, – e l’uomo sarà nostro senza far fracasso. Tu, Giro Batoë, va a imboscarti dietro quel folto cespuglio e appena che il cavallo cade afferralo per la briglia. Noi penseremo al cavaliere.

Il Malese si affrettò a ubbidire e sparve in mezzo alla macchia posta sull’altro lato del sentiero. Sandokan e Yanez si nascosero in mezzo alle folte erbe in vicinanza della corda.

Il galoppo del cavallo andava allora avvicinandosi rapido, e udivasi tratto tratto un lungo fischio, senza dubbio emesso dal cavaliere.

– Il cavallo vi urterà contro come un prahos col vento in poppa avventato contro uno scoglio – disse Sandokan. – Spero di far viaggiare tutti i soldati del parco al sud dell’isola più facilmente dell’altra volta. Ah! lord James, mi conoscerai meglio!

– Vorresti impicciarti in qualche pericolosa faccenda? – chiese Yanez. – Non so che diavolo intenda di fare.

– Lo saprai fra breve, e ti avviso prima che tu avrai una parte importante in questa faccenda. Diverrai un elegante cavaliere inglese.

– Io! Io un cavaliere inglese! Sei pazzo, Sandokan.

La Tigre si mise un dito sulle labbra raccomandandogli silenzio.

Il cavaliere inglese che pareva venisse da Vittoria, comparve sul sentiero a trecento passi di distanza. Era un bel giovanotto sui ventisei anni, robusto, dal volto fiero, vestito da ussaro, che cavalcava con eleganza estrema. Pareva avesse assai fretta, e spronava vivamente il suo cavallo morello che col petto chiazzato di candida bava andava alla carriera colle crini al vento. Sandokan urtò Yanez.

– Attento – gli soffiò all’orecchio.

Il cavallo s’avvicinava rapido come una freccia, eccitato dalla briglia, dallo sprone e dal fischio che il cavaliere emetteva. Capitò come un fulmine addosso alla corda. Fece un balzo indietro gettando un nitrito doloroso e rotolò fra le erbe seco trascinando l’ussaro.

I pirati erano lì. Ancor prima che il cavaliere potesse liberarsi dalle staffe e porre mano alla sciabola gli furono addosso. Giro Batoë saltò alla testa del cavallo e afferrando le briglie lo tenne fermo, e Sandokan e Yanez si precipitarono sull’uomo riducendolo all’impotenza.

– Non opporre resistenza – gli disse Sandokan passando due dita di ferro al collo di lui e dandogli una stretta. – Sciogli la lingua appena che ti è passata la paura e bada, giovanotto mio, di non ingannare. Ehi! Giro Batoë, lega il cavallo che potrebbe più tardi esserci di qualche utilità.

Il Portoghese, mentre che Giro Batoë si affrettava a ubbidire, legò saldamente le mani dell’ussaro, che non ardì opporre resistenza e presolo fra le braccia lo portò sotto la tenda per farlo parlare a loro comodo.

– Orsù ora sei nelle nostre mani e hai dei kriss alla gola – disse Sandokan sedendosi accanto al soldato. – Tu devi avere qualche lettera per lord James, è facile capirsi. Lasciami un po’ vedere ciò che contiene.

Il pirata, malgrado le proteste dell’ussaro, si mise a rivoltare le sue tasche e non tardò a far saltare fuori una lettera che lesse avidamente.

Era diretta al lord James Guillonk e scritta dal baronetto William Rosenthal. Non conteneva che poche parole, ma abbastanza importanti. Il baronetto faceva avvisato il lord che un prahos piratesco era stato veduto da un piroscafo e lo raccomandava di ben vegliare su lady Marianna, sospettandosi che la Tigre guidasse quel legno.

– Notizie vecchie – disse Sandokan, quando l’ebbe letta. – Se egli sapesse che io sono di già a Labuan e che sto per rapirla!…

Intascò la lettera dopo di aver attentamente guardata la scrittura come volesse imprimersela bene in mente e tornò sedersi.

– Il baronetto mi pare che si occupi molto di noi – disse il Portoghese.

– Sì, Yanez – rispose Sandokan. – E si occupa molto della giovanetta, ma per poco.

– Hai qualche progetto nuovo?

– Chi sa? – poi volgendosi nuovamente verso il soldato: – giovanotto mio, le notizie che rechi a lord James sono vecchissime e a me occorrono notizie freschissime. Che fa il baronetto William?

– Ah! – fe’ il soldato sogghignando, – credi tu che io voglia parlare? Quando avrò parlato tu mi ammazzerai egualmente, lo si sa. Chi è uscito vivo dalle mani dei pirati? To’, scommetterei che tu sei quel ladrone che si dà pomposamente il nome di Tigre.

– Credo che tu abbia indovinato, cane d’Inglese – disse Sandokan mentre un lampo d’ira balenavagli negli occhi. – Bada però bene a misurar le parole; il tuo cranio potrebbe darsi che mi servisse da tazza!

– Si dice che tu beva sangue umano, sarebbe più giusto che tu lo bevessi nel cranio di un soldato. Non metterti in testa però che io abbia a parlare o che io abbia paura di un miserabile come sei tu. Mi hai preso tendendomi agguato, perché avresti avuto paura a misurarti con me, sono caduto stupidamente nelle tue mani, fa ciò che credi. Quando il tuo kriss si caccierà nella mia gola, fingerò di essere già morto.

– Se tu non mi avessi offeso, ti lascierei libero perché tu sei coraggioso. Giro Batoë, afferrami quest’uomo e fa in maniera che fra un’ora sia a bordo del prahos. È il primo uomo che regalo a essi; che ne facciano ciò che vogliono purché domani o posdomani veda la sua testa sull’asta della mia bandiera. Va, io ne farò di meno delle sue notizie che saranno sempre false.

Il Malese mise un bavaglio sulle labbra del soldato che si era messo urlare dibattendosi, poi afferrandolo fra le sue robuste braccia lo portò seco. Sandokan per un istante cupo si volse verso il Portoghese e spiegando la lettera:

– Yanez, sapresti tu imitare questa scritta in maniera che il lord non abbia ad accorgersene che non è del baronetto?

– Uhm! Non sarà tanto facile, ma infine con un po’ di pazienza si può riuscire. Ma che vorresti farne tu?

– Aspetta; Giro Batoë, alla prima sentinella spogliami quell’uomo che ho bisogno delle sue vesti – disse Sandokan voltosi al Malese.

– Ti abbisognano le sue vesti, adunque? – domandò il Portoghese. – Tu mi hai un piano che non giungo a comprendere.

– Lo saprai, Yanez. Tu vedi che la villa è troppo bene guardata e che noi siamo troppo deboli per tentare un assalto dove le probabilità di una rotta sono tutte volte contro di noi. Bisogna che quei soldati se ne vadano, ed è perciò che ho bisogno di una falsa lettera e delle vesti di quel soldato. Tu sei bianco, non si può sospettare che tu sia un pirata, la sarebbe ridicola; parli bene l’inglese da farti credere un nativo di Calcutta, sei coraggioso quando bisogna esserlo e sei stato soldato. Il cavallo è ancora là, indosserai le vesti d’Inglese e andrai alla villa facendoti credere proveniente da Vittoria cogliendo il momento di dire due parole alla giovanetta da parte mia. Acconsenti tu, Yanez, a far tutto ciò per me? Te ne serberò ricordo finché avrò sangue nelle vene.

– Sono tuo, Sandokan! Disponi di me come vuoi. Mi hai salvato, mi hai chiamato fratello, devo ubbidirti: è mio dovere.

– Grazie, Yanez, io sapeva che tu eri un uomo fatto per me. Grazie, e ora scrivimi questa lettera.

– Ecco il più difficile, fratello mio, tuttavia scriverò. Dammi la lettera che vediamo bene il carattere.

Esaminò la scrittura fina ed elegante, per qualche tempo, poi traendo un calamaio e una penna dal fondo delle saccoccie si mise a scarabocchiare su alcuni fogli di carta della quale non mancava mai. Provò e riprovò per mezz’ora, poi quando credette di essere riuscito a imitarlo, scrisse ciò che gli dettava il pirata.

Mylord,

“I pirati hanno abbandonato da sei giorni Mompracem e sono sbarcati sulle nostre coste senza che i piroscafi abbiano potuto impedirlo. La Tigre della Malesia li guida, forse decisa a mettere in opera i suoi tenebrosi progetti su vostra nepote. Ho avuto notizie della sua comparsa al parco e della scalata, della fuga e della vostra caccia sfortunata, ma ora non abbiate timore. Un combattimento si è impegnato al sud dell’isola fra i pirati e le nostre truppe e una parte di essi colla Tigre sono stati battuti. Ignoro la vera località del luogo, ma credo che la moschetteria che continua durare basterà per guidare gli aiuti, che dovrete spedire immediatamente per ordine del Governatore.

“Coraggio, mylord, un ultimo sforzo e i banditi trincerati fra gli alberi, stretti per terra e per mare fra poco cadranno dinanzi al valore dei nostri soldati e con essi la Tigre. Mandateli e che Dio sia con loro.

“I miei saluti a voi e a vostra nepote che fra breve rivedrò.

“Vostro

“BARONETTO ROSENTHAL WILLIAM”.

Il Portoghese aveva appena terminato che Giro Batoë era di ritorno colle vesti del cavaliere senza dimenticare la sciabola.

– Hai consegnato il tuo uomo? – domandò freddamente Sandokan suggellando la lettera, dopo di averla letta.

– Sì, mio capitano, e credo che fra poco si pentirà di aver troppo beffato la Tigre – rispose il Malese.

Yanez prese le spoglie del soldato e le indossò dopo essersi liberato dalle sue. Erano un po’ strette e più lunghe, ma non vi fece caso. Cinse la cintola colla sciabola, si appiccò gli speroni ai lunghi stivali, si calcò in capo il gran cappello da ussaro, e salì con tutta serietà in arcione raccogliendo le redini.

– Mi hai compreso, Yanez, consegnerai la lettera al lord e parlerai a Marianna – disse Sandokan tirandosi da un lato.

– Bene, fratello mio, e vedrai che mi comporterò da vero soldato. Lascia le briglie, Giro Batoë.

Quasi nel medesimo istante il Portoghese spronò il cavallo e partì alla carriera, mentre i compagni ritornavano alla tenda.

CAPITOLO XXIII

La missione del Portoghese

La missione del Portoghese era senza dubbio una delle più arrischiate che avesse sognato in vita sua e delle più strane. Avrebbe bastato una parola sfuggita a caso, un sospetto, una mancanza, una risposta fuor di senso e forse un motto per tradirlo, quantunque avesse dovuto sembrare assai strano il trovare un pirata in un bianco.

Egli non ignorava che la carta che stava giuocando per conto di Sandokan era pericolosa, ma si preparava a sostenere la sua parte di soldato inglese colla spigliatezza e sagacia di Lusitano, che aveva raddoppiata la malizia e il coraggio nella sua vita d’avventuriere.

Si rizzò fieramente in sella raccogliendo le briglie, stringendo le ginocchia, e fantasticando entro di sé sul miglior modo di fare la sua comparsa dinanzi al lord senza compromettere la situazione, spinse risolutamente il cavallo verso la villa.

In pochi minuti superò i seicento metri che lo dividevano e si arrestò dinanzi al cancello del parco.

– Chi va là? – domandò un soldato posto in sentinella dietro ai cespugli togliendolo freddamente di mira.

– Ehi! giovanotto, abbassa il tuo fucile che non sono già un babirussa da cacciarmi una palla nelle reni. Ordine di William Rosenthal!

Il nome fece più effetto dello scherzo. Il soldato, che aveva le sue ragioni per diffidare, abbassò l’arma e aprì il cancello.

– Si prendono adunque tante precauzioni in questo luogo? – domandò Yanez sorridendo. – My-God! quasi crederei che all’intorno formicolano dei nemici, e che lord Guillonk tenga dei tesori nelle sue cantine anziché botti di Xeres o di Porter.

– Non venite da Vittoria? – domandò la sentinella che manifestava qualche sorpresa alle parole del Portoghese.

– Certamente, e vi sorprende ciò? Si vede che i soldati in campagna perdono la bussola sulle notizie.

– Voi lo credete; ignorate adunque, che i pirati ronzano attorno al parco e che la Tigre in persona tentò arditamente di penetrare nell’abitazione per rapirvi la milady!… Mi sembra impossibile che non abbiate incontrato qualcuno di quei furfanti.

– Voi andate spifferando robe vecchie da provincia, amico mio – disse Yanez che si preparava a raggiungere la villa. – I pirati non solo hanno preso il largo, ma si battono colle nostre truppe al sud, capitanati dalla Tigre, un pezzo d’uomo, giovanotto mio, che fa venir i brividi al solo vederlo, ma che la sua testa vale un migliaio d fiammanti sterline. Orsù, preparate il vostro bagaglio per andarvene alla guerra; io conto fra poco di essere della partita.

– Dite davvero, camerata?

– Altro che, ed ecco qua la lettera che il baronetto William Rosenthal spedisce a lord Guillonk perché vi mandi al campo anziché lasciarvi a poltrire in questo parco – e il Portoghese, girato sui talloni, si diresse alla palazzina.

Fu allora che egli vide i soldati accampati in bell’ordine nel parco, colle tende rizzate, i fucili in fasci e i fuochi accesi pel rancio e numerose sentinelle messe a guardia delle palizzate.

– Uhm! – fe’ egli contando il piccolo esercito. – Quante precauzioni per una lady, che ama un pirata e che non è amata da suo zio. Vi sono più di cinquanta uomini fra Malesi, Indiani ed Europei; un osso duro da rodere. Speriamo che fra poco vadano a passeggiare nelle foreste del sud.

Arrestò il cavallo dinanzi alla porta di fronte a una seconda sentinella che lo esaminava scrupolosamente dalla testa ai piedi e smontò nel momento che uno staffiere prendeva per le briglie il cavallo.

– Lord James Guillonk? – domandò brevemente Yanez mostrando la lettera.

– Salite e troverete l’aiutante del lord – rispose la sentinella, tirandosi da un lato.

Il Portoghese, raccogliendo tutta la sua audacia per giuocare la terribile carta, affettando la massima calma e rigidezza di un vero anglo-sassone, messa la sciabola sotto il braccio salì le scale ed entrò in un salotto.

L’aiutante di campo del lord, un luogotenente dalla faccia ardita e le mosse meccaniche, gli venne incontro.

– Comandante – disse il Portoghese salutando militarmente, e misurando scrupolosamente le parole colla flemma britannica. – Una lettera per lord Guillonk da parte del baronetto William Rosenthal. Credo che farete bene a consegnargliela subito.

– Avete da parlare personalmente al lord? – chiese l’ufficiale, prendendo la lettera e leggendo con attenzione l’indirizzo.

– Non al lord, ma a lady Marianna Guillonk – rispose audacemente Yanez.

Il luogotenente lo guardò sorpreso però non fece osservazione alcuna.

– Aspettatemi qui – s’accontentò di dire.

Il Portoghese rimasto solo si mise a guardare scrupolosamente la sala, le fenestre, misurando l’altezza e la scala.

– Per satanasso! – mormorò egli stropicciandosi come era di consueto le mani. – Entrare per queste fenestre non sarà affar serio una volta ammazzate le sentinelle. Sandokan mio, credo che noi rapiremo la bella senza bisogno di buttar giù tutte le porte.

Era a tal punto delle sue riflessioni quando il luogotenente rientrò.

– Milord vi aspetta per avere migliori informazioni su questi avvenimenti assai laconicamente descritti nella lettera.

Il Portoghese sentì un brivido corrergli per le ossa. Il momento terribile si avvicinava dove occorreva la maggior audacia e sangue freddo per ingannare i due gentlemen senza dare alcun sospetto e per non imbrogliarsi o lasciarsi sfuggire qualche parola portoghese.

– Yanez mio – mormorò il Portoghese mentre attraversava la sala flemmaticamente. – Abbi prudenza e sangue freddo per sostenere la baracca.

Entrò col luogotenente in un salotto arredato con somma eleganza, e seduto su di una gran seggiola a spalliera vide il lord vestito semplicemente di bianco, colla lettera spiegazzata fra le mani, col volto pensieroso, ma collo sguardo acceso. Gli si avvicinò salutandolo, e aspettò di venire interrogato.

– Voi avete detto di venire da Vittoria, non è vero? – domandò il lord con voce grave nel quale accento trapelava la stizza.

– Sì, milord – rispose Yanez spigliatamente.

– Siete forse agli ordini del baronetto di Rosenthal nella qualità di sua ordinanza? Potete parlarmi di lui e di Vittoria.

– Oserò dire a V.O. che godo la sua confidenza, nella qualità di suo lontano parente.

– Ah! – fe’ il lord senza muoversi d’una linea. – Non sapevo ciò; in tal caso voi non ignorerete ciò che è scritto sulla lettera.

– No, milord, posso recitarvela parola per parola. Era una precauzione, nel caso che i pirati me la rubassero o che la perdessi.

– I pirati! – esclamò il lord la cui fronte si aggrottò. – Parlatemi dei pirati; dove sono essi?

– La lettera lo dice, sono al sud impegnati in un sanguinoso combattimento colle nostre truppe. Si aveva saputo che la Tigre aveva abbandonato Mompracem con tre o quattro prahos e il fiore delle sue genti e che avea approdato sulle nostre coste durante la tempesta. Uno dei nostri piroscafi li scorse, li bombardò per qualche tratto, ma il vento e le onde lo costrinsero a ritirarsi con qualche danno nell’attrezzatura e nella macchina. Non si ignora ciò che intraprese l’audace pirata sulla villa allo scopo di rapire milady vostra nepote, né la caccia che gli si diede nelle foreste.

– La caccia! – esclamò il lord irritato. – Andate a cacciar voi quel miserabile che si nasconde persino in una stufa!

– Lo si sa, milord, che quella Tigre è piena di risorse, ma credo che questa volta non ritornerà mai più alla sua isola.

“Una cannoniera, che navigava al largo da queste coste, scorse un prahos sul quale erasi imbarcato il pirata sbucar da un fiumicello e veleggiare verso il sud. La caccia fallì anche per la cannoniera, ma notò il posto ove i pirati sbarcarono e dove si imboscarono con altri compagni sopraggiunti di lì a poco.

– E sono andati ad assaltarli? – chiese il lupo di mare che fece un salto sulla seggiola col volto diventato raggiante.

– Sì, milord. Tutte le truppe disponibili imbarcate sui piroscafi e sulle cannoniere filarono al sud e sbarcarono a notte oscura, prendendo posto dinanzi e ai fianchi del nemico in maniera di tagliare la ritirata. Il combattimento si cominciò da parte di una mano di pirati guidati dalla Tigre in persona, mentre che i piroscafi sfasciavano i prahos.

– Siete sicuro che era la Tigre che li comandava? – domandò l’Inglese che stentava a crederlo.

– Sì, gli ufficiali l’hanno conosciuto dal turbante a piume rosse, dalla scimitarra e dal kriss la cui impugnatura è piena di grossi diamanti. La lotta fu sanguinosa e lunga ma i nostri hanno vinto e ora si preparano a un attacco generale appena saranno giunti i rinforzi e farla finita per sempre con questa razza di pirati, che minacciano audacemente Labuan.

Il lord tornò a diventare cupo. Stette alcuni istanti in silenzio cogli occhi fissi a terra, poi rialzando la testa e guardando Yanez:

– La lettera non dice quanti soldati dovrò spedire. Io credo che dieci uomini più o dieci uomini meno non sieno gran cosa.

Il Portoghese aggrottò lievemente la fronte e si morse le labbra, ma non si smarrì.

– Io credo che farete bene a mandare al sud tutti i vostri soldati – diss’egli. – Si tratta di schiacciare completamente i pirati.

– Voi parlate, ma senza conoscere chi sia la Tigre della Malesia. Voi dite che è là, circondato dai nostri soldati e in procinto di venire sconfitto e preso, ma io ho paura di quell’uomo. Egli sarebbe capace di prendere il volo e di recarsi qui con un pugno dei suoi tigrotti. Non dimenticate che egli ha giurato di rapire mia nepote.

– Se credete che la Tigre sia capace di fare questo, prendete le vostre precauzioni senza che sieno né poche né troppe. Tuttavia credo che abbiate a ingannarvi sulla sua fuga: difficilmente si passa attraverso a delle truppe quando queste hanno giurato di vedere il sangue della Tigre.

– Chi sa? Luogotenente, sceglietemi dieci dei più gagliardi e dei più risoluti uomini della vostra compagnia, e fate agli altri piegare le tende. I primi rimarranno con me, e i secondi partiranno pel sud. Voi li condurrete il più presto che sia possibile sul luogo del combattimento.

– Bene milord, e poi?

– E poi, una volta battuta la Tigre tornate a Vittoria. Potrebbe darsi che io mi vi recassi fra qualche giorno.

Il luogotenente salutò e uscì colla medesima calma e come andasse a fare una semplice passeggiata.

Il lord s’alzò e si mise alla fenestra a guardare i soldati che levavano in fretta e in furia il campo, piegando le tende, caricandosi degli zaini e sciogliendo i fasci di fucili. Egli rimase lì in osservazione alcuni minuti e poi rientrò fermandosi dinanzi al Portoghese impassibile.

– Voi mi avete detto di essere il confidente di William, non è vero? Ditemi, che fa egli a Vittoria?

– Quando partii stava raccogliendo dei soldati per correre in aiuto dei combattenti – rispose Yanez.

– Bene, è un giovanotto che farà carriera. A proposito, non vi ha incaricato di consegnare qualche lettera a mia nepote?

– No, milord, mi ha incaricato solo di portare i suoi saluti a lady Marianna e…

– Ebbene…

– Si capisce.

– Qualche complimento, lo indovino.

Il lord chiamò un indigeno che s’affrettò a comparire.

– Dove trovasi Marianna? – gli chiese.

– Nel salotto azzurro, milord – rispose il negro.

– Accompagnate questo giovanotto e annunciatelo per un parente del baronetto William. Andate, amico mio, portate i saluti del vostro comandante, intanto che io preparo la lettera pel Governatore.

Era quello che Yanez desiderava, di vedere lady Marianna per comunicarle i progetti di Sandokan. Seguì con passo sollecito l’indigeno, attraversò due o tre corridoi e dopo di essere stato annunciato entrò trepidante nel salotto azzurro.

In sulle prime non vide che fiori e tappezzerie, ma poi distinse una forma umana abbandonata su di un canapé, vestita con un lungo accappatoio bianco.

Quantunque non l’avesse mai veduta prima d’allora, riconobbe subito lady Marianna.

La giovanetta era sdraiata sui cuscini, circondata dai più rari fiori, che empivano la stanza di soavi profumi, sostenendo con una mano la testa, in una posa graziosa, in un abbandono malinconico, voluttuoso che colpì il Portoghese a onta della sua indifferenza pel debole sesso.

Pallida, quasi tetra, cogli occhi azzurri e scintillanti fissi a terra, coi capelli biondi a riflessi dorati sciolti sulle spalle, colle labbra sottili e coralline strette, coperta dell’accappatoio bianco che lasciava indovinare le sue ammirabili forme, come avvolta in una nebbia vaporosa, misteriosa sembrava una dea meditabonda che fece ribollire il sangue al cavaliere rimasto là ad ammirarla.

Al rumore che fece lui entrando, si scosse lentamente come uscisse da un sogno e alzandosi a metà fissò in lui l’azzurro sguardo sul quale brillava qualche cosa di umido e stette a guardarlo, sorpresa, quasi irritata, passandosi nervosamente la fine mano nel folto dei capelli profumati.

– Ah! Siete voi che venite da Vittoria? – disse la giovanetta con voce malinconica, affievolita, quasi tetra dopo qualche istante di silenzio.

– Sì, milady, e fui incaricato di qualche commissione per voi – disse il Portoghese che si trovava un po’ imbarazzato alla presenza di quella giovanetta che trovava sublimamente bella più di quanto gliela avesse descritta suo fratello Sandokan.

– Da parte di lord William, non è vero? – domandò lei con una ironia che non sfuggì all’orecchio di Yanez.

Egli esitò guardandosi attorno per veder se nessun l’ascoltava, poi avvicinandosi con un far misterioso alla giovanetta:

– Una preghiera, milady. Credete che noi siamo realmente soli e che nessuno ci possa udire?

Ella corrugò lievemente la fronte guardandolo fisso come volesse indovinare ciò che significavano quelle parole.

– Se noi siamo realmente soli? – esclamò ella con qualche stupore. – Che significa questa domanda, signore? Io credo che per raccontarmi qualche cosa sul baronetto Wílliam, il prezioso amico di mio zio James, non occorrano precauzioni.

– Ecco ciò che v’inganna, milady; non si tratta di quel diavolo d’Inglese ma ben di un altro uomo ben più forte e più potente.

Ella lo guardò con fierezza, poi alzandosi bruscamente e avvicinandosi a lui.

– Andate a chiudere quella porta, ma una parola, prima. Non fidatevi troppo di me, né abusate: potreste pentirvi.

Il Portoghese ubbidì e chiuse accuratamente la porta dopo essersi assicurato che nessuno spiava e ritornò verso la giovanetta che lo aspettava colla fronte aggrottata e l’occhio acceso. Le si avvicinò e in maniera da essere udito solo da lei:

– Milady, io non sono soldato inglese – disse egli. – Ho adoperato queste vesti per giungere sino a voi e parlarvi di Sandokan.

– Di Sandokan!… – esclamò la giovanetta precipitandosi verso di lui cangiata tutta. – Di Sandokan, della Tigre della Malesia?…

– Sì, milady, ma non parlate troppo forte, potreste tradirmi. Sandokan deve avervi parlato sovente di me, di suo fratello il Portoghese, di Yanez, egli me lo ha detto. Io sono mandato da lui.

– Ah signore! – esclamò Marianna afferrandogli le mani. – Si, sì, mi parlava sovente del suo buon fratello il Portoghese, ma parlatemi di lui, è vivo, è morto, si trova ancora nei dintorni? Dio mio, quanto ho sofferto da quella notte!

– Abbassate la voce, milady, le mura possono avere orecchie. Uditemi, egli è vivo, più vivo di prima, più innamorato che mai, e sempre più deciso a rapirvi malgrado l’accrescere degli ostacoli.

– Ah! signore, qual bene mi fate! Credeva che in quella terribile notte fosse caduto vittima della sua audacia.

– Morto? In fede mia, io credo che la Tigre, che è sfuggita al fuoco di cento abbordaggi, non morrà mai sul campo di battaglia.

– Ma come avete potuto sfuggire all’inseguimento dei miei compatrioti?

– Ascoltatemi, lady Marianna. Voi sapete che il lord tagliò la corda alla quale tenevasi aggrappato Sandokan. Orbene, la Tigre cadde, ma proprio come un felino senza farsi il menomo male.

– Ah!

– Una volta a terra, tutte e due dopo di aver risposto al fuoco delle sentinelle ci rifugiammo nella gran stufa, che si trova nel chiosco chinese. Per ventiquattr’ore rimanemmo in quella negra fortezza, poi pigliammo il largo quando gli Inglesi credevano di tenerci in loro mano. Ma da allora la fortuna ci volse le spalle. Degli ottanta pirati che dovevano aspettarci soli venti ne trovammo; gli altri si erano annegati. Mompracem è minacciata, le forze scarseggiano ed ora tutto va di male in peggio pei tigrotti della Malesia.

“Oh! ma rassicuratevi, lady! Se le forze ci sono venute meno al momento d’agire, non così il coraggio e l’astuzia, ed ecco che, grazie a questa, voi mi vedete qui dopo di aver spedito, mediante una falsa lettera, i vostri compatrioti al sud. Mentre io arrischio la missione e vi proteggo, Sandokan e i suoi si trovano imboscati a trecento passi da qui aspettando l’istante propizio per venirvi a salvare.

– Ah! signore, è proprio vero quello che mi raccontate? – esclamò la giovanetta, tergendo due lagrime, due vere perle che le stillavano da quegli occhi poco prima ripieni di fierezza e di fuoco.

– È la verità, milady, e sono pronto a darvene una prova – disse Yanez.

– Vi credo, signore, vi credo. Ma se venisse scoperto? Se lo arrestassero? Dio mio, qual pensiero!

– Scoprirlo! Avanti che abbiano da pigliare Sandokan bisogna che radunino un esercito, milady. Non abbiate alcun timore per lui. Sentite ora, milady. Siete risoluta a seguire la Tigre della Malesia se avesse a liberarvi?

– E ne dubitate? Non ha giurato di amarmi fino all’ultimo respiro? Non mi ha giurato di farmi sua? Perché non dovrei seguire quell’uomo che ha arrischiato la vita per venirmi a dire che mi ama? Perché non dovrei diventare la sposa di quell’uomo che per me infrange la sua carriera, calpesta i suoi doveri, disperde la sua potenza? Sì, lo seguirò e dove egli vorrà condurmi.

La giovanetta così parlando si era alzata con fierezza. Poi sostò, si tacque, impallidì e nascose il volto fra le mani.

– Milady – disse il Portoghese con voce commossa, – l’avvenire che vi aspetta può essere oscuro; l’uomo che vi offre la sua mano è un pirata, è la sanguinaria Tigre della Malesia, ma quest’uomo, che io studiai per cinque anni, so che è capace di farvi felice e che vi adora alla follia.

– Lo so, signore, lo so, e io ricambio questo ardente amore che il pirata ha per l’orfana. Sì, lo ripeto, sarò sua, lo seguirò dove egli vorrà condurmi e uniti cancelleremo il passato, lurido di sangue.

Fra il Portoghese e Marianna successe un breve silenzio, poi quest’ultima con novella energia che attingeva nella passione che ardeva nel suo cuore, forse con egual forza di quello di Sandokan, continuò:

– Che importa se il passato di lui fu tetro, pieno d’orrore e di vittime? La passione lo cancellerà nel suo come nel mio cuore, abbandoneremo questi luoghi per entrambi forse cari, tanto per frapporre migliaia di leghe, tanto da non udirne parlare più mai. Io dimenticherò la mia isola dove sono cresciuta, soffocherò i miei ricordi d’infanzia, spezzerò il vincolo che mi lega ai miei compatrioti: lui dimenticherà la sua Mompracem, soffocherà i ricordi della sua passata carriera, e spezzerà il vincolo che lo univa ai suoi pirati. Io sarò sua come lui sarà mio, la debole creatura a fianco del terribile uomo, la Perla di Labuan legata alla Tigre della Malesia. Sì, diteglielo, che sarò sua oggi, domani, sempre dinanzi a Dio e agli uomini!

– Ah! divina milady! – esclamò Yanez precipitandosi alle sue ginocchia. – Parlate, che volete che faccia, che volete che tenti? Io farò per voi tutto ciò che vorrete per istrapparvi da questa prigione e vedervi libera e felice accanto al mio buon fratello Sandokan.

– Che volete fare che io sono prigioniera?

– Bisogna liberarvi, milady. Ditemi, vi lasciano mai uscire dal parco?

– Uscire? E lo pensate voi, Yanez? Da quella notte che Sandokan mi venne a vedere, non misi mai piede fuori dalla cinta del parco. Mio zio, che vorrebbe gettarmi fra le braccia del baronetto Rosenthal o per lo meno unirmi a qualche ragià del Borneo per dare un brano di terra all’ingorda sua patria, non mi lascierebbe uscire nemmeno scortata da venti soldati. Ha paura che lo si tradisca, sospetta di tutto e di tutti. Non pensatelo nemmeno che mi si possa rapire fuori dalle palizzate o che ceda a lasciarmi andare sposa della Tigre. Mi ha giurato che sceglierebbe di uccidermi con un colpo di pistola.

– Ah! miserabile! – esclamò Yanez che vide capitombolare l’idea d’assaltare la villa. – Questa cosa mi mette in un bell’imbarazzo. Ascoltate milady, io bisogna che oggi parli con Sandokan per metterlo al corrente della situazione e per ideare un nuovo piano. Potrò parlarvi questa sera senz’essere veduto?

– Sì, mi vedrete. Quando suoneranno le sette, recatevi in questa stanza. Anzi io pregherò mio zio che vi lasci cenare con noi.

– Siamo intesi allora, milady. Io raggiungo immediatamente Sandokan e vado a progettare con lui un nuovo piano per liberarvi.

La giovanetta gli si avvicinò cogli occhi umidi e prendendogli le mani con voce commossa gli disse:

– Se lo vedete, ditegli che io sono pronta a tutto e che sarò solo di lui. E ora, che potrò mai fare per voi?

– Per me? – esclamò Yanez che s’inebbriava dell’ardente alito di lei. – Mi basterà il vedervi felice.

– Andate, andate, cuor nobile! Io non vi dimenticherò mai!

Il Portoghese uscì come ubbriaco, abbagliato, affascinato dalla leggiadra lady.

– Per Giove! – esclamò egli dirigendosi verso il salotto dove lo attendeva il lord. – Aveva ben ragione mio fratello di chiamarla ammirabile, di chiamarla divina. Non ho mai veduto nulla di simile in vita mia.

Egli trovò lord James con una lettera in mano. A quella vista impallidì e credette seriamente che la baracca così arditamente architettata fosse lì li per crollare.

Tuttavia riordinando le idee per un momento scosse e raccogliendo l’astuzia che ancor rimaneva giuocò audacemente l’ultima carta, facendo in un baleno il suo piano.

– Una lettera! – esclamò egli con sorpresa, guardando il lupo di mare. – Che devo farne io, milord?

– La consegnerete al Governatore da parte mia e direte al baronetto William, se potete ancora trovarlo, di essere prudente.

– Mi permettete una parola, milord? Il baronetto William nella sua qualità di parente mi ha incaricato di rimanere alla villa e di vegliare attentamente su vostra nepote lady Marianna, con vostro permesso. Non vi nascondo che ha sempre paura della Tigre.

– Egli vi ha detto questo? – domandò lord James, sorridendo bonariamente. – In tal caso, rimanete e fate buona guardia; avrò sempre agio di mandare questa lettera al Governatore. Come il baronetto io temo l’audacia di quel pirata del diavolo.

– Mi permettete allora, milord, di fare una passeggiata nei dintorni e di visitarli per bene, onde non s’abbia a nascondere qualcuno di quei miserabili. Non ho mai avuto paura di quella razza che si danno pomposamente il nome di tigrotti.

– Badate, giovanotto mio, di essere prudente, e forse parlate con meno sprezzo di quella gente che oggi ha raggiunto un grado di audacia che mette sgomento ai più intrepidi. Un giorno parlava anch’io come voi, ma ora le opinioni sono cangiate. Tuttavia, vedete, è molto probabile che essi sieno partiti. Ne avete incontrato venendo da Vittoria?

– Nemmeno uno, milord, e credo che non ne incontrerò nemmeno in questi dintorni. Del resto sarò di ritorno prima di notte.

– Fate come vi piace e se questa sera ne avrete il tempo, venite a trovarmi a tavola. Voi siete soldato e io capitano, ma le distinzioni cessano dinanzi agli uomini che sanno d’essere entrambi gentlemen e quando si sa che le parentele possono da un istante all’altro restringersi. Voi mi potrete comprendere, giovanotto, che siete intimo del baronetto William.

– Perfettamente, milord – rispose Yanez con sottile ironia che non poté essere compresa dal lord, accompagnandola con un sorriso.

Il lord fece un cenno, congedandolo. Il Portoghese, dopo aver salutato, si allontanò flemmaticamente, contento alfine di essere libero, e dippoi scese nel parco passando dinanzi alla sentinella. Con un colpo d’occhio si assicurò che i soldati erano di già partiti pel sud in cerca dell’invisibile nemico. Egli si mise a ridere stropicciandosi le mani con fare contento.

Tutto andava a meraviglia, bastava prendere l’occasione a volo, approfittarne e operare audacemente. Se il lord aveva sventato tutte le trame, tutti i tentativi di Sandokan, questa volta doveva inevitabilmente cadere nel laccio con tanta arte teso. Vincitore per due volte doveva essere vinto e ben battuto.

– Bah! – esclamò Yanez uscendo dal cancello trascinandosi dietro con un rumor di ferraccio la sciabola. – La gherminella sarà magnifica, riuscirà senza rumori e senza pericoli. Sfido io che quel diavolo di Sandokan facesse tante pazzie per giungere a rapirla, è tanto bella, tanto cara!… Hanno ragione, si amano e finiranno per diventar felici a dispetto del dannato vecchio. E io, che diavolo farò io, quando Mompracem non avrà più tigrotti? Orsù compirò il mio sogno e andrò a finire la mia vita in qualche angolo di una città d’estremo oriente, a Batavia, a Singapura, a Canton, o qualche altra, a meno che non segua mio fratello e l’adorabile sua sposa. Cosa possibilissima del resto. Uhm, come finirà poi la baracca?

Crollò due o tre volte il capo, come uomo che vede oscuro attraverso i suoi sogni dorati e allungò il passo seguendo il sentiero di Vittoria, guardando a destra e a manca. Non andò molto che udì un debole fischio che riconobbe subitamente.

– È Sandokan – mormorò egli, e rispose al segnale con un fischio, raddoppiando il passo.

La Tigre, seguita da Giro Batoë, si rizzò dietro a un cespuglio e gli corse incontro saltandogli al collo.

– Parla! Parla! Parla, fratellino mio! – esclamò Sandokan. – L’hai veduta? Le hai parlato? Racconta, che io brucio tutto, io fremo fino alla punta dei capelli.

– Non solo ho compiuto la mia missione come un Inglese rigidissimo, ma l’ho veduta e le ho parlato di te e, per Giove! l’ho trovata divina, tanto che mi pareva di diventare pazzo, di essere ubbriaco dinanzi a lei. A vederla piangere mi son…

– A vederla piangere! – urlò Sandokan con una intonazione che aveva dello strazio. – Dimmi chi fu a farla piangere che io vado a strappare il cuore al maledetto che l’ardì, che vado a cangiare quelle lagrime in fiotti di sangue. Dimmelo, Yanez, ché la Tigre ha sete, terribilmente sete!

– Diventi idrofobo. Chi vuoi che sia stato a farla piangere, se non l’amore che nutre per te?

– Ah! fanciulla sublime! – esclamò il pirata. – Su, raccontami ogni cosa, Yanez, te ne prego.

Il Portoghese non se lo fece dire due volte e narrò per filo e per segno tutte le peripezie della sua pericolosa missione.

– Vedi, Sandokan – finì egli, – non bisogna fidarsi troppo delle nostre forze, poiché in quella casa posso assicurarti che vi è ancora una ventina d’uomini fra soldati e indigeni, che al primo allarme si barricheranno in casa. E poi, vedi, il lord disse che l’ammazzerebbe sua nepote anziché lasciarsela rapire. Voglio credere che sia una fola, però bisogna tenerne conto. Non si sa mai che possa accadere.

“Orsù, se hai qualche cosa da dirmi, spicciati che il lord mi aspetta a cena.

– E vedrai Marianna?

– Sfido io.

– Ah! Potessi vederla pur io e rapirla sotto gli occhi di quel maledetto lord.

– Mezzi pericolosi, fratello mio. Credi a me, non adoperiamo la violenza per rapirla. Venti uomini barricati in una casa, valgono quanto un esercito.

– E non potresti tu questa notte metterti in sentinella e aprirci la porta dopo di aver freddato mezzi soldati? Mi pare che il piano sia eccellente e che con un po’ d’audacia si possa condurlo a buon fine.

– Uhm! che giuoco pericoloso, Sandokan! Non sarà facile ammazzare cinque o sei individui senza far rumore. E poi, credi tu che una volta entrati nella palazzina si sia padroni della piazza? Tutti si desteranno, le sentinelle che vegliano dinanzi la camera della lady ci piglieranno a moschettate, il lord farà improvvisare barricate e per avanzare bisognerà espugnare camera per camera sotto un fuoco infernale, sotto una pioggia di palle di quindici o venti carabine. E infine, il lord, trovandosi alle strette, potrebbe essere capace d’eseguire la minaccia di far saltare le cervella alla sua vezzosa nepote che mi pare non ami troppo. Morta lei, tutto sarà finito e tu sarai più ammalato di prima.

Il ragionamento del Portoghese era logico, tanto logico che spaventò Sandokan. Il lord, in un momento di disperazione, poteva lasciarsi trascinare al punto di commettere un assassinio, era chiaro, chiarissimo. Il piano ideato crollò come un castello di carte sotto il soffio di un fanciullo.

Ma, a ogni modo, bisognava rapirla, prima che gl’Inglesi accortisi della burla potessero ritornare o capitare nuovi ostacoli da parte del baronetto. L’uragano poteva addensarsi e scoppiare, e in maniera da far fallire tutti gli sforzi del pirata o almeno da renderli cento volte più difficili. Sandokan lo sapeva; bisognava prevenire lo scoppio e in breve tempo.

– Ebbene, fratello mio, che te ne pare dei miei ragionamenti? – domandò il Portoghese. – Credi tu che io possa tentare il colpo?

– No, Yanez, tu parli bene, ma il tempo vola: nell’aria vi sono delle nubi che potrebbero minacciare una burrasca. Bisogna che io la rapisca prima che si sappia a Labuan che io mi trovo qui con venti soli uomini, e che Mompracem è senza difesa. Ascolta, vedi tu queste pillole nere? – disse Sandokan aprendo una scatola e facendo vedere delle pallottine che tramandavano un odore particolare.

– Bene, delle pillole che sono senza dubbio velenose – disse Yanez dopo di averle fiutate e guardate attentamente.

– Non del tutto, Yanez; contengono un potente narcotico che sospende per sei ore la vita. Possono esser utili quando la sfortuna potrebbe farci cadere prigionieri delle giacche rosse e fingerci morti per poi risuscitare senza bisogno di medici. Non credi che si potrebbe farne inghiottire qualcuna alla giovanetta? Seppellita, penseremo noi a trarla dalla tomba.

– Uhm! seppellirla dopo sei ore? Non si fa così presso le giacche rosse, amico mio, che diffidando sempre dei morti, sogliono avere la mania d’aspettare un giorno o due prima di precipitarli in una buca. Inghiottita la pillola, dopo sei ore la giovanetta tornerà viva, e la burla sarà finita. Non è ciò che bisogna tentare; credo di avere un piano più migliore.

– Spicciati allora, Yanez! Il tempo vola, io temo sempre di vedermela rapire da quel cane di William.

– Odimi bene, Sandokan. Il lord crede, bene o male, più o meno, che i pirati abbiano abbandonato i dintorni e che sieno tutti al sud. Io ho udito, che ha qualche idea per maggior sicurezza di recarsi a Vittoria e di stabilirvisi per un certo tempo. Perché non potrei io, che comincio a godere qualche confidenza per la parentela del baronetto William, deciderlo a intraprendere domani il viaggio?

– Ah! – esclamò il pirata, stringendo fra le braccia il Portoghese. – Se tu sapessi fare ciò, Yanez!

– Si potrebbe farlo. Una volta in viaggio, la faccenda non sarà difficile; venti uomini contro venti, ad armi eguali e con coraggio diverso. Una lotta magnifica, moschettate e colpi di kriss, una dozzina di cadaveri, qualche grido e si rapisce la giovanetta dopo di aver freddato sin dal primo urto il lord onde non abbia a compiere la sua lugubre idea.

– Freddarlo! – mormorò Sandokan, diventando tetro. – Non bisogna farlo, Yanez; ho promesso quando mi curò di salvargli in ogni occasione la vita. Ha la mia parola e la Tigre della Malesia la manterrà.

– Come vuoi, Sandokan, faremo un macello invece delle giacche rosse. Tu mi hai compreso, fa armare il prahos acciocché sia sempre pronto a prendere il largo, raduna i tuoi uomini sul sentiero, e al momento opportuno, agisci. Io farò la mia parte di soldato, ma veglierò invece sul lord e alla prima moschettata lo atterro. Tu e i tuoi farete il rimanente. È tardi, non bisogna far troppo aspettare un capitano che invita a pranzo un semplice soldato e impazientare troppo quell’adorabile lady.

– Addio, Yanez, e rammentati di ciò che ti dissi. Quando avrai bisogno di un uomo che sia terribile quanto valoroso, ricordati della Tigre della Malesia.

Il Portoghese fece un legger saluto colla mano, e, messasi la sciabola sotto il braccio, si diresse a lenti passi verso la villa.

CAPITOLO XXIV

Il rapimento

Quando vi giunse, la cena era di già pronta nel salotto azzurro della lady. Il lord passeggiava in lungo e in largo colla rigidezza di un Inglese nato sulle rive del Tamigi, colle braccia incrociate e la faccia più cupa del solito. Lady Marianna invece era seduta dinanzi ad una delle fenestre che guardavano sul giardino, cogli occhi fissi sugli ultimi raggi di sole che andavano nascondendosi dietro gli alti alberi delle foreste.

Alla comparsa del Portoghese, il lord s’arrestò e la giovanetta si volse figgendogli in volto i suoi grandi occhi azzurri nei quali balenava una fiamma umida.

– Ah! siete voi, amico mio – disse il lord. – Cominciava a temere che vi fosse capitata qualche disgrazia.

– Disgrazia! – esclamò Yanez scambiando con Marianna un rapido sguardo rassicurante. – In fede mia, milord, non sono più i tempi in cui si correva pericolo di buscarsi una palla nelle reni solo allontanandosi di pochi passi dal giardino.

– Non avete trovato nemmeno un pirata adunque? Io credeva che qualcuno di quei ribaldi si tenesse ancora celato in questi dintorni.

– Non ho trovato neanche la più piccola traccia di loro. Credo di aver percorso più di due miglia internandomi sotto le foreste e frugando i cespugli. Anzi mi sono recato fino al fiumicello dove mio cugino William mi aveva detto che si riunivano di solito i tigrotti di Mompracem.

– Che volete che vi dica, mi sembra impossibile che la Tigre abbia abbandonato questi luoghi.

“Non crederei nemmeno se avessi visitato io albero per albero, cespuglio per cespuglio, macchia per macchia.

– Ma quale interesse poteva mai avere la Tigre per ronzare continuamente attorno a questa villa? Se fosse stata ripiena di botti di sterline…

Il lord lo guardò con occhio tetro, diede uno sguardo a sua nepote che continuava a guardare gli ultimi raggi di sole in apparenza calma quantunque triste, e traendo il Portoghese dall’altro lato della sala con una specie di folle rabbia.

– Quale interesse poteva avere egli? – disse il lord con ira ma in modo di non essere udito da lei. – Credete voi che quel miserabile tentasse i suoi assalti e le sue notturne scalate in mezzo a cinquanta soldati pel solo scopo di saccheggiare la villa? Egli è un uomo che, a quanto mi si disse, possiede ricchezze incalcolabili, frutto di dieci anni di assassini e di sangue, incapace di arrischiare una spedizione per guadagnare una mezza dozzina di migliaia di sterline.

“No, giovanotto mio, una strana passione ha invaso la Tigre della Malesia, una passione nata al tempo in cui io, vinto dalla pietà di un ferito, dall’energia di quell’essere, l’ho stoltamente curato strappandolo alla morte, passione che ora deve essere ingigantita nel suo cuore di selvaggio.

– Una passione! – esclamò Yanez fingendo d’ignorare tutto. – E che passione potrebbe esser mai nata alla Tigre della Malesia?

– Quale? – disse il lord con voce sorda. – Voi avete veduto mia nepote, si dice che sia bella, io l’ignoro, ma deve essere così se ha scosso le fibre di un sì terribile assassino. Egli ha osato alzare gli occhi sino a lei, sino all’ultimo rampollo di una stirpe senza macchia, sino all’ultima discendente di una razza di eroi, dei conti Guillonk. Egli l’ama, deve amarla colla feroce passione di un selvaggio, di un pirata, centuplicata dalla posizione, dal baratro che li separa. Mi capite ora?

– Perfettamente, milord, ma bisogna essere ben pazzi per sperare una simile unione, e ben folli per sfidare gl’Inglesi di Labuan.

– Sì, pazzo e folle. Non l’ho veduto io stesso passare in mezzo a cento carabine lasciandosi dietro nuovi cadaveri, sfuggire alle più attive ricerche, per poi ritornare attrattovi dalla potente passione che lo domina e che lo fa impazzire? Non l’ho veduto io stesso dar arditamente la scalata fra cinquanta soldati dopo di aver aggiunte nuove vittime al suo numero per vederla, per parlarle, per dirle che l’amava? Non l’ho precipitato io stesso troncando la corda da un’altezza ragguardevole e senza che il maledetto si fratturasse le gambe? Esso ha il diavolo nel corpo, è un uomo di ferro, e una tigre, una vera tigre.

– Avete fatto male, milord, bisognava ucciderlo anziché precipitarlo. I pirati sono tutti come le tigri.

– Lo so, ma chi poteva supporre che fosse lui che tentava a quell’ora la scalata ammazzandomi le sentinelle? Avevo un pugnale in mano, ho fatto quello che poteva fare, ecco tutto. Ah! perché l’ho curato e accolto nella mia casa?

– E lady Marianna non gli poteva far comprendere che non l’amava? – disse il Portoghese cui balenò in mente un’idea.

– Lei! – esclamò lord James, guardando con occhi truci la giovanetta sempre immobile dinanzi alla fenestra. – Ho avuto la disgrazia di raccogliere nella mia casa una donna che non sa che sia l’onore dei conti Guillonk, una donna che sarà la mia sventura! Lui ha saputo soggiogare, ammaliare quel cuore che io credeva debole bensì ma fiero, e la sciagurata l’ama!

Il lord si morse le labbra per non lasciar sfuggire una bestemmia, una maledizione, e crollò il capo guardando ancora la giovanetta con due occhi più truci che mai dove trapelava una collera appena frenata e incrociò macchinalmente le braccia gettando un rauco suono. Il Portoghese lo guardava sogghignando.

– E che pensate mai di fare voi, milord? – domandò Yanez, cercando di dare serietà al suo volto diabolicamente ironico.

– Che penso di fare? – esclamò il lord come uscisse da un sogno. – Sentite, mi fu affidata dal padre suo, dal mio buon fratello, che mi raccomandò di farle da padre, e credo di averlo fatto, brutalmente se volete perché io ero un uomo di mare che non sapea che fosse famiglia. Mio dovere è di conservare all’ultima discendente dei conti Guillonk un nome senza macchia e lo farò. Io sono il padrone, sono io che comando, lei è mia, ne farò ciò che vorrò. So che mi odia, ma che importa? Io credo di non averla mai amata come lei non mi ha mai amato, ma voglio che quella passione per un assassino abbia a morire. Le ho destinato il baronetto di Rosenthal, un discendente di gloriosa famiglia e di più un uomo di mare, e non avrà che lui, io lo voglio, guai chi oserà opporsi.

– Ma, milord, e se lei l’amasse proprio questo pirata, se quest’uomo, questo assassino cangiasse vita, abbandonasse questi luoghi per sempre, facendo crollare con sé la potenza di Mompracem lasciando libero il varco a Labuan?

– Mai! Mai! Ho troppo orgoglio inglese per acconsentire questa unione che mi disonora. Anziché darla alla Tigre della Malesia, all’assassino di cento vittime, scelgo gettarla fra le braccia dell’ultimo dei miei mozzi.

– Milord, ma sapete che la Tigre della Malesia potrebbe sfuggire ai soldati e precipitarsi sulla villa dando arditamente l’assalto? Egli è un uomo che potrebbe farlo, e che credo lo farà se ama realmente vostra nepote.

– Lo credete voi? E credete che quando io mi vedrò stretto dai pirati, se ciò potrà succedere, che io mi lasci vincere?

– Eh! milord, quell’assassino sarebbe capace d’espugnare la villa per quanto ben difesa. E allora la milady sarà sua.

– Sua! Prima che abbia mettere una mano su di lei, io le farò saltare le cervella. Meglio la morte che il disonore.

– E voi vorreste uccidere una fanciulla sì cara, vostra nepote, l’ultima discendente dei conti Guillonk?

– L’ucciderò! – rispose freddamente lord James con tal accento da non lasciar alcun dubbio sulla terribile decisione.

Il Portoghese lo guardò con ispavento e ammutolì. Negli occhi del lord lesse la verità di quella minaccia. Ebbe paura.

– Ascoltate, milord – disse egli dopo qualche istante d’esitazione. – Io credo che abbiate ragione, ma perché non scegliere qualche altro mezzo per far perdere al pirata ogni speranza di farla sua? Potete salvare ben vostra nepote senza ucciderla. Per quanto sia potente la Tigre della Malesia, non ardirà assalire Vittoria. Perché non recarsi ad abitare colà, sotto la protezione del forte, dei piroscafi, del piccolo esercito, del Governatore e del baronetto William che saprà farsi amare da lei?

– Recarmi a Vittoria? E perché no? – disse il lord come parlando a sé stesso. – Soffrirà abbandonare questi luoghi ove è cresciuta e che mi diceva di amare come le spiaggie del Tirreno, ma infine sarà sempre meglio di una palla di pistola nella testa.

– E si potrebbe approfittare del momento in cui i pirati sono assediati dalle nostre truppe – incalzò il Portoghese.

– Approfittare? – disse il lord crollando il capo. – Non mi fido, avrei paura che i pirati si nascondessero nei dintorni per assalirmi malgrado la mia scorta. Non ho che venti uomini, dieci dei quali sono indigeni, più propensi ad unirsi ai pirati che a prestare man forte a noi. No, giovanotto mio, io avrei paura.

– Ma, milord, se voi aspettate, le nostre truppe possono essere battute, e i pirati ritornare e assalire la villa. Pensatevi bene, milord. Ho percorso i dintorni, sono venuto da Vittoria con una lettera e non ne ho incontrato nemmeno uno.

– Vi credo, ma diffido sempre. Tuttavia ci penserò, e poi, credete che mia nepote abbandonerà questi luoghi facilmente?

– Voi siete suo zio, milord – continuò Yanez che preparava audacemente l’agguato in cui doveva cadere. – E infine, si tratta della salvezza comune. Badate a me, approfittate dell’occasione e domani stesso partite per Vittoria. Ventidue uomini valgono bene ventidue pirati, che infine hanno dell’audacia, ma mancano essenzialmente di forza. Urlano molto, ma mordono poco.

– Vi penserò – ripeté il lord che non pareva disposto ad arrendersi. – Andiamo a cena, giovanotto, che dovete aver fame.

Si assisero dinanzi alla tavola bene imbandita dove non mancava né il pudding il pasticcio nazionale, né i tradizionali beefsteak. Una dozzina di bottiglie delle migliori cantine d’Europa erano ben disposte attorno ad una lampada chinese di talco che tramandava una scialba e misteriosa luce.

– Marianna – disse il lord, facendo quasi uno sforzo per dare alla sua voce un tono meno sprezzante del solito.

– Che volete? – chiese la giovanetta bruscamente senza volgere il capo.

– Se credete…

– Lasciatemi così, io sto male, mi soffoco – rispose Marianna con una voce fievole che pareva un lamento.

– Sempre la stessa – mormorò il lord crollando con impazienza il capo.

La cena fu fatta in silenzio colla flemma tutta propria degli Inglesi che Yanez sforzavasi imitare. Furono vuotate parecchie bottiglie, venne sorseggiato il the e poi accesi i zigari.

Il lord non apriva bocca e Yanez non ardiva interromperlo occupato a progettare nuovi piani per decidere il lupo di mare a fare i suoi bagagli e partire per Vittoria.

Erano passate due ore, quando il lord improvvisamente si alzò e guardando fisso il luogo dove trovavasi sua nepote:

– Marianna – le disse, – se è vero che avete bisogno di aria, vi permetto di scendere nel parco sotto la scorta di questo giovanotto. Voglio sperare che i pirati a quest’ora saranno lontani e forse completamente distrutti, e credetelo bene, anche quella Tigre della Malesia… Via non parliamo più di lui: spero che voi avrete già dimenticato quel bandito.

Il Portoghese agli ultimi bagliori del crepuscolo, vide la giovanetta alzarsi con una mossa da leonessa ferita. Ella tese ambo le braccia con un gesto di suprema minaccia verso il lord che le volgeva le spalle, e parve si volesse slanciare verso di lui. Si frenò, incrociò macchinalmente le braccia sull’affannoso seno, e avvicinandosi alla tavola:

– Grazie, milord – diss’ella con tono ironico guardando con profondo disprezzo e mal celata ira. – Grazie…

– Milady, se aggradite la mia compagnia – s’affrettò a dire Yanez che temeva si scatenasse fra zio e nepote una bufera.

– Grazie, cavaliere – rispose Marianna.

Si appoggiò al braccio di lui e pallida, fremente, col volto scomposto uscì, lasciando il lord solo immerso nei suoi tetri pensieri. Quattro soldati armati sino ai denti si unirono a essi tenendosi però a una rispettosa distanza.

Le ombre della notte erano di già scese, ma la luna brillava in cielo illuminando come di giorno i grandi alberi, e le grandi distese di fiori, che un venticello fresco fresco, imbalsamato faceva stormire e piegare lievemente.

Marianna si arrestò un istante in mezzo al gran viale, mirando la natura addormentata e inebbriandosi di quei olezzanti soffi, poi s’abbandonò al braccio di Yanez gettando un gemito strappatogli dalla passione e dal dolore e tergendo due brillanti lagrime, che sgorgavanle dagli occhi. Ella guardò Yanez che sembrava ubbriaco, che sentivasi affascinato dinanzi a tanta avvenenza.

– Ah! Quanto soffro, amico mio – diss’ella. – Mi pare che il cuore mi venga strappato brano a brano… Parlatemi, sì, parlatemi di lui, credo di averlo ben meritato.

– Milady – disse il Portoghese, traendola su di un piccolo sentiero boscoso senza che ella vi si opponesse. – Il maledetto ha l’oltraggio sulle labbra e il veleno in petto, ma non l’avrà a lungo, io vi vendicherò entrambi. Non piangete, signora, io credo di non aver mai pianto perché sono cattivo, ma mi commuovo al punto d’irritarmi e di precipitare la vendetta contro di lui. Uditemi, tutto è crollato per questa notte, ma credo che domani sarete libera, felice, lontana. Sandokan è sempre nei dintorni coi suoi uomini, che spia il momento per rapirvi, che vi ama più di prima, deciso a tutto. Ho bisogno del vostro aiuto, signora, per dar l’ultima mano alla trama ordita.

– Oh! Parlate, parlate, Yanez, io farò tutto ciò che voi vorrete! – esclamò la giovanetta. – Ogni sacrificio sarà per me una gioia, sono forte, più forte di quello che voi abbiate a supporlo. Ordinatemi di pugnalare le mie sentinelle, io sarei capace di farlo, ordinatemi di fare ciò che una donna non ha mai fatto e io lo farò. La passione, lo sprezzo, gli oltraggi saranno capaci di darmene la forza. Soffoco, vi sono dei momenti che mi sembra d’impazzire, dei momenti in cui commetterei dei delitti! La disperazione m’invade, sento che le sofferenze sono troppo atroci per la mia anima, che la catena è troppo pesante: no, no, non mi lascierò vincere, non mi lascierò gettare fra le braccia di quel baronetto che io odio con tutte le forze della mia anima. L’avvenire è oscuro, ma che monta? Forse la vita sarà burrascosa ma che vale, quando io sarò libera a fianco di lui, io debole a fianco al forte che saprà difendermi? Dal giorno in cui fui brutalmente strappata dalle spiaggie della mia patria non ho avuto più bene; dal momento che ho sentito d’amare non ho avuto che disprezzo e oltraggio, è troppo e tutto da lui, da quell’uomo che si chiama mio zio! Sono vissuta sotto il suo disprezzo, senza mai una parola, senza mai una consolazione per l’orfana, per la derelitta, sotto il suo braccio di ferro, calpestata, un giorno abbandonata, un altro prigioniera. E tutto ciò perché ho un cuore, perché ho sentito d’amare un uomo che non è il suo baronetto!

Due grosse lagrime che andavano aumentando sotto le palpebre irrigarono il pallido volto della giovanetta, rischiarato dallo scialbo chiarore della luna. Il Portoghese sentì il sangue gonfiarsi nelle vene e la strinse teneramente.

– Non piangete, signora, Sandokan è là, io sono qui a vegliare pronto a dare tutto il mio sangue per voi. Vi amo come una sorella, forse più; io vi difenderò, sarò vostro fratello. Volete che io vi rapisca questa sera stessa per strapparvi dalle mani di lui? Guardate, io sento invadermi dall’ebbrezza nel sangue, sarei capace di diventare una tigre pur io, quattro uomini soli ci seguono, io vado a trucidarli. Poi a me la vendetta per quell’uomo che vi fece tanto soffrire per tanti anni.

– No, mio valoroso compagno – mormorò la giovanetta. – Lui è mio zio!… Lasciate, potrebbe uccidervi.

– Ah! divina milady! E sia giacché lo volete lo risparmierò come voleva risparmiarlo Sandokan. Ascoltatemi, questa notte non si farà nulla, rimarrete ancora prigioniera in questi luoghi, ma sarà l’ultima. Domani sarete lontana, tanto lontana da fargli perdere ogni speranza di raggiungervi. Voi potete ancora fare uno sforzo, sarà pur l’ultimo. Pregate il lord, decidetelo a recarsi a Vittoria il più presto possibile prima che l’uragano che minaccia abbia a scoppiare.

– Andare a Vittoria! Ma non sapete che una volta laggiù, venti cannoni tuoneranno contro i pirati?

Il Portoghese si mise sorridere, e accostando le labbra alle orecchie di lei dopo di aver guardato i quattro soldati:

– Non è che uno stratagemma, milady – diss’egli. – I pirati si tengono imboscati, e quando noi passeremo, si getteranno sul drappello, e vedrete che Sandokan saprà ben ruggire in quel momento. Mi comprendete, succederà una lotta di pochi momenti, la scorta sarà sbaragliata, il lord reso impotente e voi cadrete nelle mani della Tigre. Non abbiate paura, io veglio e al primo segnale, alla prima minaccia che il lord osasse farvi, io lo atterro. Domani a sera noi saremo lontani da queste esecrate coste.

– Ma sapete che mio zio sarebbe capace di uccidermi, anziché lasciarmi cadere nelle mani dei pirati?

– Ve lo ripeto, milady, non abbiate paura di nulla che me ne incarico io di difendervi: vi giuro che non vi torcerà un sol capello o, per Giove! io l’ammazzo!

– No! No! – esclamò vivamente Marianna. – Non toccatelo: è l’ultimo dei conti Guillonk!

– M’accontenterò di metterlo fuori di combattimento, d’impedirgli che abbia a mordervi. Non una parola ora, milady. Appoggiate la mia domanda presso il lord, cercate di deciderlo a partire e niente di più. Siete pronta a farlo?

– Sono pronta a tutto. Sarò solo della Tigre della Malesia e per diventar sua farò anche l’impossibile.

– E non ve ne pentirete, milady. Credetelo, il sangue dei conti Guillonk vale quanto il sangue di Sandokan.

– Ma chi è adunque questo Sandokan? Quali vicende mai lo trassero a diventare pirata e per di più un terribile pirata? Voi ne sapete qualche cosa, non dite di no. Fatemi conoscere colui al quale io andrò sua sposa.

Il Portoghese non rispose.

– Yanez.

– Milady.

– Ve ne prego.

– Uditemi, milady – disse Yanez con voce grave. – Fu il destino, o meglio la fatalità che precipitò quest’uomo che chiamasi la Tigre dai gradini di un trono al pirata.

“Aveva vent’anni appena quando salì sul trono di Maludu, un regno che trovasi vicino alle coste settentrionali del Borneo. Terribile, forte come un leone, coraggioso come una tigre, in breve volger di tempo aveva raccolto attorno a sé tutti i popoli vicini dopo averli vinti, a segno che a ventidue anni estendeva la sua potenza fino alle rive del Koti e alle frontiere del regno di Borneo.

“Queste imprese gli furono fatali. Inglesi dapprima, Spagnuoli dopo, Olandesi più tardi, il sultano di Borneo, i ragià di Koti e quelli del lago di Kini Balou, paventando che finisse col soggiogare l’intera isola, e scacciarli dai loro domini, cominciarono a tramare contro di lui. Le sollevazioni cominciarono sulle coste fomentate dai bianchi, poi presero piede nell’interno, sicché tutto il paese in breve tempo sollevossi contro di lui. Invano lottò, invano schiacciò gli uni e gli altri. La sua famiglia cadde sotto il ferro degli assassini: padre, madre, sorelle caddero mutilati ai suoi piedi. Le truppe passarono sotto le bandiere dei nemici, i suoi amici lo abbandonarono, altri lo tradirono, ed egli dovette salvarsi colla fuga seguito da un pugno di valorosi che non lo vollero lasciare nemmeno nella sciagura.

“Errò parecchi anni sulle spiagge settentrionali dell’isola, ora inseguito come belva feroce, ora senza viveri, ora senza mezzi, trascinandosi qua e là a capriccio, cercando indarno di riacquistare il perduto regno e di vendicare l’assassinata famiglia.

“Spinto dalla miseria, dall’odio, dalla vendetta, precipitò di pendio in pendio, finché si fece pirata. S’imbarcò su di un prahos, abbandonò le spiaggie della sua patria giurando atroce vendetta e approdò a Mompracem.

“Era forte, era prode, era terribile. Formò una banda, e devastò il mare. Inglesi, Spagnuoli, Olandesi, Bornesi, non ebbero da lui quartiere. Assaporò il sangue, s’inebbriò della polvere del cannone, diventò la Tigre della Malesia. Voi sapete il resto.

– E il ragià di Maludu si fece pirata – mormorò dolorosamente Marianna.

– Sì, pirata e che immolò di proprio pugno più di cento vittime. E che avrebbe potuto fare d’altronde quest’uomo che la vendetta rodeva e che la miseria accompagnava?

“Ma non fu assassino, milady, credetelo, fu vendicatore e niente di più. – Non importa. Ragià o pirata, guerriero o assassino, sarei stata egualmente sua! – esclamò con fierezza Marianna.

Erano giunti allora nel fondo del parco vicini alle palizzate. Il Portoghese ebbe per un istante l’idea di afferrare la gíovanetta e di varcarle. I quattro soldati che lo seguivano ed una sentinella che stava semi-nascosta dietro una macchia di lillà, lo fecero desistere dall’audace progetto.

– Ritorniamo, milady – diss’egli. – La fuga sarebbe impossibile con questi cinque uomini. Ritorniamo che il lord ci aspetta.

– Ci aspetta – mormorò Marianna, rabbrividendo in modo che Yanez la sentì.

– Non abbiate paura, milady – disse il Portoghese. – Sarà l’ultima volta che vi parlerà.

Marianna emise un profondo sospiro che parve un gemito e chinò il capo sul petto che sollevavasi sotto i singhiozzi.

Quando ritornarono, trovarono il lord seduto dinanzi al tavolo. Era ancora cupo, pensieroso, forse occupato a commentare le proposte del Portoghese. Era evidente che quell’uomo, che non conosceva, né aveva mai conosciuto passioni, che voleva conservare il suo nome senza macchia, aveva paura lasciando la villa di cadere in qualche agguato tesogli dalla Tigre.

– Coraggio, milady, io intavolerò il discorso – mormorò Yanez all’orecchio della giovanetta, mentre entrava nella sala.

– Sì, farò tutto ciò che voi vorrete – rispose Marianna e si lasciò cadere anziché sedersi su di una seggiola, ma risoluta a tutto tentare.

Il lord vedendo Yanez si scosse e alzò gli occhi sempre torvi su di lui, guardandolo per qualche tratto in silenzio.

– Siete ritornato – disse alfine con un sorriso ma che si cangiò invece in un sogghigno diabolico. – E i pirati?

– Nemmeno l’ombra, milord, ve lo dissi, essi sono scomparsi. Ebbene, avete pensato per far partenza verso Vittoria?

– Vittoria! – esclamò egli come non si ricordasse più di nulla. – Ah! sì, mi rammento di ciò che mi avete detto, ma credo di aver pensato che sarà meglio attendere qui il baronetto. Finita la spedizione, egli si affretterà a ritornare, ne sono certo.

– Non mi fiderei, milord, e io credo che lady vostra nepote sia dell’egual parere. Si ignorano le sorti del combattimento.

– È vero, Marianna? – chiese il lord con tono ironico guardando fisso e quasi con diffidenza la nepote.

– Sì – rispose seccamente la giovanetta. – Datemi la libertà, io sono ammalata, soffoco, conducetemi via da questi luoghi che non sono più per me. Fate di me ciò che volete, ma allontanatemi da questo carcere ove mi sento avvelenare.

Il lord sussultò guardandola con maggior diffidenza. Era la prima volta che la udiva parlare in tal guisa, che parlava di Vittoria per la quale aveva sempre nutrito una avversità strana. Che voleva dir ciò? Era forse cangiata? Lo credette.

– Avete adunque dimenticato il pirata? Era ben tempo, milady, credetelo – disse egli con maggior ironia.

Il Portoghese vide una fiamma balenare negli occhi della giovanetta, mentre che impallidiva. Portò la mano sull’elsa della sciabola e avrebbe spaccato la testa all’oltraggiatore se non si fosse rammentato della promessa data. Si frenò.

– Sapeva che la pazzia che vi aveva preso sarebbe cessata assieme all’ammirazione per quell’eroe da coltello – continuò il lord sull’egual tono. – Se fossi voi, mi sentirei umiliata di averlo amato un sol istante.

La giovanetta si rizzò colla faccia pallida, altera, cogli occhi in fiamme come una tigre furibonda.

– Non continuate, non oltraggiate! – esclamò ella con tale accento che il lord ne fremette.

Stettero alcuni istanti in silenzio, guardandosi l’un l’altro, come due tigri che si misurano collo sguardo prima di avventarsi addosso. Lui era uomo e cedette, dominato dagli occhi fiammeggianti di lei, dall’alterigia, dalla maestà della fanciulla.

– Giacché lo volete non ne parlerò più – diss’egli. – Domani andremo a Vittoria, e voi mi seguirete.

Il Portoghese, che aveva di già tratta a metà la sciabola, respirò, asciugandosi le goccie di sudore che imperlavano la sua fronte. La giovanetta dopo quello sforzo, pur conservando la sdegnosa alterezza, si ritirava a lenti passi; il lord non si mosse.

– Fatevi condurre nella vostra stanza – disse il lord al Portoghese, quando la giovanetta si fu allontanata.

Yanez s’inchinò, augurò la buona notte e si ritirò dopo aver gettato un bieco sguardo su di lui. Un indigeno lo condusse in una elegante stanza tappezzata a rosso che suppose fosse la medesima abitata da Sandokan.

– Ah! miserabile! – esclamò egli quando trovossi solo. – Avrei dato mezzi dei miei tesori per vendicarla. Ma sta pur certo, maledetto d’inferno, che non la tormenterai a lungo; vi ha una voce che mi dice che noi un giorno ci rivedremo su altre terre. Quel dì sarà la tua ultima ora.

Si gettò sul letto vestito e cercò addormentarsi, ma non vi riuscì che a ora assai tarda. Quando si alzò il sole era già alto.

Aprì la fenestra e guardò nel parco, credendo vedervi i cavalli pronti per la partenza e i soldati occupati a levar le tende. Con sua grande sorpresa e, diciamolo pure, terrore, vide il giardino completamente vuoto. Solo le sentinelle passeggiavano dinanzi alla cancellata.

– Avrebbe il lord cangiato idea? – pensò egli.

Uscì e si recò nel salotto, ma non trovò né lord James né la milady. Interrogò un indigeno ma gli rispose di non aver ricevuto ordine alcuno di prepararsi a partire.

– Aspettiamo – mormorò il Portoghese. – Qualche cosa succederà. Venne mezzodì, ma il tanto sospirato ordine di mettersi in viaggio non fu dato. Il Portoghese cominciò a impensierirsi, tanto più che nessuno dei due si faceva vedere. Le paure cominciarono ad assalirlo: temette che la trama fosse stata scoperta, che Sandokan si fosse fatto incautamente vedere, o che la giovanetta si fosse improvvisamente ammalata.

Egli passò il rimanente della giornata in un’ansia continua, e già disperava della riuscita del suo ardito giuoco, quando alle sei di sera venne in furia comandato ai soldati di abbandonare i loro posti e di piegare le tende e agl’indigeni di fare i preparativi per la partenza.

Il Portoghese respirò ed affrettossi a recarsi nella sala dove i servi erano affaccendati a fare i bagagli. Dalla fenestra poté veder gli staffieri che s’affannavano ad insellare i cavalli e i soldati che si caricavano degli zaini.

Pochi momenti dopo comparvero lord James e sua nepote. Lui era vestito da viaggio, in bassa tenuta di capitano di marina e armato sino ai denti. Non mancava né di sciabola né di carabina e nemmeno di pistole; pareva che dovesse recarsi alla guerra.

Lei era vestita leggiadramente d’amazzone, con un giubbettino di velluto e lunga veste di seta azzurra che faceva doppiamente risaltare il pallore e la bellezza del suo volto e sul capo un berrettino piumata che s’inclinava graziosamente sui dorati capelli.

Il Portoghese che l’osservava attentamente vide due lagrime tremolarle sugli occhi, e sul suo volto scolpito uno sgomento, un affanno che lo spaventò.

Non era più l’energica fanciulla del giorno innanzi che aveva parlato con tanto fuoco e tanta fierezza. L’idea di un rapimento pareva atterrirla, l’idea di dover abbandonare e per sempre quei luoghi pareva angosciarla, e l’idea di gettarsi in un avvenire tetro, oscuro nelle braccia di un pirata che portava il terribile nome della Tigre della Malesia, pareva che la spaventasse. Quando salì a cavallo, abbondanti lagrime solcarono le pallide guancie che una passione gigantesca aveva dimagrite e infossate, e il suo seno si sollevò sotto i singhiozzi che le montavano alla gola. Ella si aggrappò alla sella e vacillò come stesse per cadere, volgendo un mesto sguardo su quei luoghi che più mai doveva rivedere, a quei luoghi dove era vissuta e cresciuta, e che ora perdeva per sempre per seguire il destino e forse la fatalità che la spingeva irresistibilmente verso la Tigre della Malesia.

Il Portoghese, con una mano sul calcio della pistola per prevenire qualche catastrofe, spinse risolutamente il suo cavallo verso di lei.

– Coraggio, milady – mormorò egli, – l’avvenire è vostro! – e si mise al suo fianco a due passi dal lord che non diceva verbo.

Si misero in marcia colle carabine montate, gli occhi fissi sui due lati del sentiero, gli orecchi in guardia per raccogliere i menomi rumori che indicassero la vicinanza del nemico; ognuno, malgrado le asserzioni della lettera del baronetto, diffidava e primi fra questi il lord che scrutava le circostanti foreste, gettando di tratto in tratto uno sguardo torvo verso la nepote, sguardo terribile nel quale brillava una sinistra fiamma, una suprema minaccia. Il Portoghese vi lesse con ispavento in quegli occhi la risoluzione d’ucciderla anziché lasciarsela rapire.

Quattro soldati a piedi aprivano la marcia, calpestando le alte erbe del sentiero con prudenza, altri sei a cavallo camminavano ai lati facendo scudo al lord e alla giovanetta, mentre otto indigeni, non meno armati degli altri ma forse meno risoluti, venivano dietro con lesto passo senza scambiare una parola.

Erano giunti allora a mezzo chilometro dalla villa, quando Yanez, alzandosi repentinamente sulla sella colla sciabola in pugno, mandò un fischio acuto, il segnale che doveva avvertire Sandokan del loro avvicinarsi. Il lord si arrestò di botto.

– Che fate? – domandò egli, afferrando la carabina e guardandolo sospettosamente.

– Chiamo i miei uomini – rispose freddamente Yanez, alzando la sciabola verso di lui pronto a spaccargli il capo.

– Ah! traditore! – urlò il lord che comprese la trama.

Quasi nel medesimo istante si udì una scarica violenta partita dai due lati del sentiero. Tre cavalieri e quattro indigeni caddero fulminati, e venti uomini, venti tigri colle scuri in mano irruppero dai circostanti boschi gettando urla indescrivibili, caricando il drappello, spaventato, sorpreso dall’inaspettato attacco. Sandokan in persona, armato della terribile scimitarra di già insanguinata sino all’elsa, si avventò alla testa degli Inglesi che si riparavano dietro i cavalli, cercando opporre una disperata resistenza. Egli spaccò il capo al primo che gli capitò tra i piedi nel momento che questo stava per tirargli un colpo di pistola quasi a bruciapelo.

Il lord gettò un vero ruggito. Colla pistola in pugno si spinse verso la giovanetta che si aggrappava disperatamente al collo del suo cavallo. Ma il Portoghese era lì. Con un balzo da tigre afferrò la lady che veniva meno, e sollevandola fra le braccia vigorose cercò di passare in mezzo agli Inglesi che si difendevano furiosamente dietro i cavalli ammazzati.

– Largo! Largo! – urlò cercando dominare colla voce il fracasso della moschetteria.

Non fu udito; Marianna gli svenne fra le braccia. Egli la depose al suolo nel mentre che il lupo di mare pallido di furore gli si faceva addosso colla sciabola alzata. Ebbe appena il tempo di parare colla sua arma il colpo mirato alla testa.

– Ah! miserabile! – gli gridò Yanez saltandogli addosso. – Aspetta un po’, vigliacco, che ti faccia assaggiare la punta del mio ferro.

Il lord gli tirò una pistolettata, ma la palla mal diretta si perdé altrove. I due uomini impugnate le sciabole si precipitarono furiosamente l’un contro l’altro, sbuffando come leoni, misurandosi terribili fendenti, saltando a destra e a manca, stringendosi coi pugnali, l’uno risoluto a sacrificarla anziché lasciarsela rapire e l’altro a difenderla. Né l’uno né l’altro cedeva, né l’uno né l’altro paventava delle palle, né della carneficina che accadeva a loro d’intorno, né si commoveva alle urla strazianti dei feriti che si torcevano a loro vicini bestemmiando e insanguinando le erbe.

Mentre loro due s’azzuffavano con accanimento senza pari, disputandosi la disgraziata fanciulla che non dava più segno di vita, Inglesi e pirati si assalivano con egual furia, cercando di respingersi vicendevolmente.

I primi, ridotti a solo un pugno di combattenti, messisi dietro ai cavalli, facevano intrepidamente fronte ai tigrotti di Mompracem, difendendosi col coraggio infuso dalla disperazione, sostenuti validamente dagli indigeni che menavano ciecamente le mani, confondendo le selvagge loro urla a quelle tremende dei pirati. Colpivano di punta e di taglio, roteavan i fucili servendosene dei calci come di mazza, avanzavano, infuriando sempre più, incoraggiandosi colla voce e coll’esempio.

La Tigre, colla scimitarra in pugno, invano tentava di sfondare quella parete umana per portar aiuto al Portoghese che s’affannava a respingere i crescenti e turbinosi attacchi del lord. Ruggiva come una vera belva, fendeva teste, squarciava petti, troncava gambe e braccia, smussava armi, s’avventava pazzamente sulle punte delle baionette, trascinando seco la terribil sua banda che mugolava ai suoi fianchi colle scuri alzate tinte e ritinte nel sangue del nemico.

Per dieci minuti Inglesi e pirati si batterono, afferrandosi l’un l’altro e cercando rovesciarsi e scannarsi, poi i primi cedettero. La Tigre trascinò un’ultima volta all’assalto i suoi tigrotti, che riuscirono a spezzare quella trincea vivente ed impadronirsi dei cavalli tanto ostinatamente disputati. – Tieni saldo, Yanez! – urlò la Tigre che avanzava penosamente tempestando il nemico che tentava con ogni suo sforzo di arrestarlo. – Tieni saldo che ci sono!

Proprio in quel medesimo istante la sciabola del Portoghese si spezzò. Egli trovossi disarmato con la giovanetta accanto. Impallidì orribilmente.

– Aiuto, Sandokan! – vociò egli.

Il lord si precipitava su di lui coll’arme alzata. Non si smarrì. S’abbassò, evitò il colpo, si fece sotto e s’aggrappò disperatamente al lupo di mare. Tutti e due rotolarono al suolo digrignando i denti e mordendosi l’un l’altro come tigri.

Gli Inglesi allora retrocedevano e cadevano l’un dietro l’altro sotto la scimitarra della Tigre e le scuri dei pirati. Il lord se ne avvide, e cercò liberarsi dalla stretta del Portoghese per assassinare la giovanetta, ma non vi riuscì.

– Ah! brigante! – urlò egli serrandosi stretto contro il petto Yanez e colle gambe e colle mani. – Ehi! John! Ammazzami la mia nepote! Te lo comando!

Un soldato ferito e tutto insanguinato si staccò dal gruppo dei combattenti. Sandokan lo vide impugnare la daga e saltare addosso alla giovanetta. Gettò un urlo terribile, disperato, straziante.

– Yanez! Yanez! Salvala!

Il Portoghese lo udì, vide e comprese tutto. Radunò tutte le sue forze, si rizzò traendo seco il lord, e girando su sé stesso cozzò furiosamente contro il soldato che cadde lungo disteso, poi stringendo le magre dita attorno al collo del lupo di mare, con una violenta scossa lo scaraventò contro il tronco di un albero stordendolo.

Quel momento bastò. La Tigre, spezzata la barriera dei combattenti piombò sul soldato che rosso di collera cercava d’alzarsi e gli fracassò il cranio con tal violenza da farne spruzzar le cervella a dieci passi di di stanza, poi saltatolo via afferrò la giovanetta e la sollevò gettando un urlo di gioia selvaggia.

– Mia! Mia! Mia! – ruggì egli con indefinibile accento.

Se la strinse contro il petto, e fuggì attraverso le foreste seguito dai suoi tigrotti, che avevano allora allora finito di scannare l’ultimo Inglese. Il lord rimase solo sul luogo della pugna, torcendosi e bestemmiando in mezzo ai cadaveri.

CAPITOLO XXV

La moglie della Tigre

La notte era magnifica. La luna, quell’astro solitario delle notti serene, splendeva in un cielo senza nubi, spandendo la pallida sua luce di un azzurrognolo trasparente, d’una infinita dolcezza, al di sopra delle oscure e misteriose foreste, illuminando le mormoranti acque del fiumicello e specchiandosi con vago tremolìo sui flutti dell’ampio mare della Malesia.

Un soave venticello, carico delle esalazioni profumate delle grandi piante, agitava con lieve sussurrio le frondi, scendendo verso la marina a corrugar la placida distesa delle acque e morendo di poi nei lontani orizzonti dell’ovest.

Tutto era silenzio, tutto era mistero, tutto era pace. Sol di tratto in tratto udivasi la risacca che rompevasi con monotono fragore sulle deserte sabbie del lido, il gorgoglio dei fiumicelli che andavano a portare il loro tributo nel gran bacino salmastro, e il gemito della brezza che pareva un flebile lamento, al quale faceva talvolta eco un singhiozzo che elevavasi dal ponte del prahos di Sandokan.

Il veloce legno piratesco aveva allora lasciato la foce del fiumicello e filava ratto ratto verso l’ovest, spintovi dal vento che sibilava lamentosamente fra gli attrezzi, silenzioso come un fantasma dalle immense ali, lasciandosi addietro le coste di Labuan che cominciavano a confondersi fra le tenebre, portando seco i superstiti della spedizione.

Tre sole persone vegliavano sul suo ponte: il Portoghese, taciturno, triste, cupo, seduto a poppa colla dritta sulla barra del timone, assorto in dolorosi pensieri, e Sandokan e la giovanetta seduti a prua, all’ombra delle vele, accarezzati dalla brezza, stretti in un tenero amplesso.

Il pirata teneva stretta contro il suo petto la bella fuggitiva e andava tergendo colle punte delle dita le lagrime che brillavano sulle ciglia di lei, emettendo di tratto in tratto un rauco sospiro, un profondo ruggito a ogni singhiozzo che sollevava il suo affannoso seno.

– Senti, amor mio – diceva egli posando le ardenti labbra sui biondi e profumati capelli di lei. – Senti! Noi andremo lontani, lontani da questi mari e da queste isole, dove ogni onda e ogni scoglio ridesta in me dolorosi e truci ricordi, ti farò felice, grandemente felice, sarò tuo in vita e in morte, e seppelliremo il passato in modo che non ne udremo parlarne più mai, più mai! Non avremo più lagrime, non avremo dolori, non avremo rimpianti; il mio mare, la mia isola, la mia potenza, la mia gloria, il mio temuto nome, la sanguinaria mia vita d’avventuriere, io dimenticherò per sempre fra i tuoi sorrisi, e tu dimenticherai per sempre la tua lontana patria, la tua isola, il tuo unico parente, nell’amor mio.

“Senti, fanciulla adorata, sino ad oggi fui pirata, trascinatovi dalla fatalità e dalle sventure, fino ad oggi fui assassino, fino ad oggi tuffai le mie mani e il mio ferro nel sangue delle vittime, fino ad oggi fui crudele, fui feroce, fui tremendo, fui Tigre… ma non lo sarò mai più, no, mai più! Soffocherò per sempre i ricordi della passata mia vita, lurida di sangue, frenerò l’impeto della mia natura selvaggia, sacrificherò il mio mare che un dì andavo orgoglioso di dire mio, e struggerò la mia isola che un dì chiamava mia e la terribile banda che fe’ la mia gloria.

“Non piangere, adorata Marianna, l’avvenire che ci aspetta non sarà lugubre, non sarà tetro, non sarà oscuro, ma bensì un avvenire ridente, un avvenire pieno di felicità, dove un sorriso saranno le gioie, e un bacio i nostri deliri d’amore!

“Guarda, non aveva mai amato, perché mi sembrava che fosse vergogna per la Tigre amare, ma il dì che ti ho veduta, sentii il sangue gonfiarmisi nelle vene, sentii il mio cuore di granito palpitare e ardere d’immenso amore, e una emozione sconosciuta, indefinibile, voluttuosa scuotermi tutte le fibre! Quando ti udiva, mi pareva essere trasportato in un nuovo mondo, quando ti vedeva provavo delle scosse terribili che mi schiantavano l’anima dalla gioia, quando i tuoi sguardi celesti si fissavano nei miei, parevami diventare un altro uomo, un altro essere e dimenticava allora di essere stato pirata e tacevansi le voci delle vittime da me immolate che m’accompagnavano lugubremente nei miei sogni urlandomi dietro: assassino!…

“Marianna! Marianna! – continuò il pirata con voce improntata di suprema tenerezza, – sarai mia, non torneremo più su questo mare della Malesia che bagna le coste delle nostre due isole, non rivedremo le selvagge foreste che a entrambi erano care, non rivedremo questi luoghi che ci han veduti crescere, vivere, amare! Mai più rivedrai i tuoi fiori che ti facevan felice anche fra le ansie e i dolori, non rivedrai più le coste dell’isola maledetta che pur ti parevan ridenti, perderai patria, perderai parenti, perderai tutto come perderò tutto io, ma che importa? Ti darò una nuova isola più bella, più poetica, più gaia, più ridente, ti darò una nuova patria sulla quale potrai amarmi senza paure, sulla quale potremo mane e sera ripeterci quella divina parola che per noi è tutto: ti amo e sono tua!

“Marianna! divina fanciulla, ti amo, ti amo! Oh! Ripeti anche tu questa parola che mi rende felice, che non udii mai risuonare alle mie orecchie in tutta la mia vita burrascosa, mai, mai, mai!

La giovanetta s’abbandonò nelle braccia di lui, che la strinse teneramente al petto, e appoggiato il suo volto irrigato di lagrime sulla sua spalla: – Sì, Sandokan, ti amo, ti amo, ti amo!… E come giammai donna alcuna amò sulla terra!

Un ruggito di delirante gioia irruppe dal petto del formidabile uomo. Le sue labbra baciarono i dorati capelli di lei, la fronte nivea e le coralline labbra consumando le lagrime che scendevano lungo le pallide gote.

– Sì, Marianna, tu sarai mia, e io ti difenderò contro il mondo intero, e ti farò felice e felice come giammai donna alcuna lo fu dal dì che schiatta umana visse. Non piangere amor mio, non prestar orecchio alle funeste voci che ti dissero essere con me l’avvenire incerto e oscuro. Tergi quelle lagrime che mi straziano atrocemente il cuore, quelle lagrime che io vorrei ricambiare con goccie del mio sangue. Ah! quanto ti amo!

“Non ho sognato che questo momento, averti fra le mie braccia, per dirti in faccia a questo mio mare che mi attrasse fin dall’infanzia che ti adoro. Non ho sognato che questo momento di stringerti al mio petto, di baciare le tue divine labbra, di sentire il tuo picciol cuore palpitare sul mio! Oh! Vicino a te, mi sembra non essere più la sanguinaria Tigre della Malesia: mi sembra essere un altro uomo!…

“Non tremare, non aver paura, non udrai più la voce brutale di tuo zio, né le parole del maledetto, di William. Di’ a loro che vengano a strapparti dalle mie braccia, da quelle della Tigre della Malesia, di’ a loro che vengano a misurarsi col mio braccio vincitor di cento pugne. Io li disperderò, li farò a brani coi miei denti.

“Oggi siamo in questi mari, domani saremo nella mia isola, nel mio inaccessibile nido dove non avranno l’ardire di venirmi ad attaccare, a quel nido che mette sgomento agli audaci, paura ai valorosi, e poi, quando tu vorrai, quando ogni pericolo sarà passato, lascieremo per sempre questi luoghi! Su altre terre, dove non udremo la voce dei nemici, dopo di avere scavato un baratro fra noi e i ricordi, andremo a godere la felicità che non potremmo godere su queste isole!

– Sì – mormorò la giovanetta. – Andremo lontani, da dimenticarle per sempre… da non udirle nominare più mai!

Marianna mandò un sospiro che pareva un gemito e svenne fra le sue braccia. Il pirata si curvò su di lei, ebbro di amore, delirante, strinse il seno palpitante contro quello di lui e spense in un bacio ardente l’ultimo ricordo dell’assassino.

– Quanto è bella! – mormorò egli con voce appassionata. – E sarà di un pirata, di un assassino!

Si strinse il capo fra le mani quasi volesse soffocare il turbine delle memorie e un singhiozzo gli montò alla gola.

– Mia! Mia! – ripeté egli con indefinibile accento di selvaggia passione. – Fui pirata, perché la sventura mi vi ha spinto, fui assassino perché il mio cuore traboccava d’odio e di vendetta, ho bagnato questi mari di sangue di cento e cento vittime, ma non lo sarà più! Fuggirò con lei lontano da questi luoghi ove ogni cosa mi rammenta la vita passata, ove ogni onda mi rammenta una goccia di sangue, ove ogni scoglio mi rammenta un assassinio. Il mio nome morrà, la Tigre della Malesia non farà più udire il suo ruggito, fuggirò dai miei compagni che pur tanto amava. Sarà un sacrificio pur grande pel cuore di un pirata, ma lo farò. Sarai mia, fanciulla divina, ti renderò felice, sarò come uno schiavo sottomesso ai tuoi capricci: il pirata morrà. Sarò un altro uomo!

Sandokan si precipitò sulla fanciulla svenuta e la sollevò fra le sue braccia. Nel medesimo istante una larga mano si posò su una delle sue spalle e una voce grave lievemente commossa, gli disse:

– Fratello mio, lascia gli amplessi e i baci ora, impugna la scimitarra, che il nemico c’insegue!…

Il pirata si volse con feroce urlo stringendo con frenesia la giovanetta quasi paventasse si volesse strappargliela e si trovò di fronte a Yanez che con un braccio teso indicava un punto luminoso all’orizzonte verso Labuan.

– Yanez! Yanez! – esclamò Sandokan.

– Senti, fratello mio – disse il Portoghese. – Or ora ho scorto quel lume all’oriente; vedo laggiù un pericolo per noi, una nave che vola sulle nostre traccie forse desiosa di riacquistare la preda che tu hai rapito a Labuan, forse un incrociatore irto di armi e pieno d’armati. Lascia gli amplessi e le emozioni ora. Mira il pericolo: difendila!

– Sì! Sì! Difenderla, difenderla! – urlò il pirata, che ritornava la Tigre. – Guai a chi tenterà sbarrarmi la via che mi conduce alla felicità, guai a lui! Di’ che vengano a misurarsi meco. Io sarei capace in questo istante, sotto gli occhi di lei, di pugnare col mondo intero. No, non me la lascierò strappare. Sarai mia, Marianna, sempre mia!

Il pirata così parlando sembrava invaso dal delirio, si animava, la voce sua vibrava per la commozione e per l’ira come la lama di una spada, stringeva la giovanetta con una specie di folle furore contro il suo petto, e gli occhi balenavano ai raggi della luna come diventassero di fuoco.

Egli gettò uno sguardo sul lume che pareva avvicinarsi e si strappò di fianco la scimitarra come volesse difendersi contro di esso.

In quell’istante la fanciulla tornò in sé gettando un sospiro, soffocata sotto la stretta furibonda del pirata.

– Sandokan! Sandokan! – esclamò ella gettando le braccia attorno al collo di lui con un movimento di spavento.

– Eccomi, Marianna, non aver paura, non ti strapperanno dal mio fianco le giacche rosse – rispose Sandokan, agitando la scimitarra. – No, non ti avranno. Io sono la Tigre, ti difenderò contro tutti essi.

– Perché quella scimitarra? Mi fa paura, Sandokan. Non siamo lontani adunque da Labuan? Non siamo liberi noi?

Il pirata la guardò con suprema tenerezza ed esitò per un istante. Poi, traendola dolcemente verso poppa senza che ella vi si opponesse, le mostrò colla punta della scimitarra il lume che brillava sopra una grande ombra a riflessi bianchi.

– Una stella! – esclamò la giovanetta, che per un movimento istintivo si serrò contro di lui.

– Una stella? – mormorò Sandokan coll’arma sempre tesa verso il punto luminoso. – No, amor mio, no, Marianna, non è una stella quella che brilla laggiù sopra quell’ombra, è un occhio che scruta avidamente il mare cercandoci, è un fanale che segna una nave, un incrociatore lanciato da quel maledetto sulle nostre traccie irto di armi, carico d’armati, assetati del mio sangue.

– Mio Dio! Ho paura, Sandokan – disse la giovanetta aggrappandosi disperatamente a lui, che la contemplava rapito.

– Non aver paura, sei al mio fianco, sotto la difesa di quest’arma che ha vinto cento pugne sanguinose, a fianco della Tigre della Malesia, che non ha mai tremato di spavento. Tutti gl’Inglesi di Labuan e Borneo, non sarebbero capaci di strapparti dalle mie braccia. Guai a loro, se avessero tanta audacia d’affrontare la Tigre delirante. Guai a loro! Mille uomini cadranno prima di giungere sino a te. Non aver paura, amor mio, sono sempre qua!

– Ma se ti uccidessero, Sandokan, che ne sarebbe mai di me? Chi mi difenderà dopo?

– Uccidermi? – esclamò Sandokan rizzando l’alta statura mentre un lampo d’orgoglio guizzava negli occhi. – Sono invulnerabile!

– E vi difenderò io, milady – disse il Portoghese traendo alla sua volta la scimitarra dinanzi a lei.

– Sì, Marianna, saremo in due che ti difenderemo, due tigri che non hanno mai tremato, due tigri della selvaggia Mompracem.

Le due scimitarre s’incrociarono dinanzi alla giovanetta, che chiuse gli occhi al lampo che ne scattò sotto i raggi della luna.

L’incrociatore, che mezz’ora prima era una semplice ombra indefinibile, era allora visibile appieno coi suoi alberi che spiccavano sul fondo chiaro del cielo, avvolti dal nero fumo della macchina, in mezzo al quale scintillavano alcune scorie che salivano a una certa altezza. La prua affilata tagliava le acque che spumeggiavano chiaramente al chiaro dell’astro notturno, e il vento dell’oriente portava sino al prahos il fragor delle tambure che battevano frettolosamente i flutti.

– Vieni! Vieni! maledetto da Dio! – esclamò Sandokan con veemenza, minacciandolo colla scimitarra mentre coll’altro braccio cingeva la fanciulla spaventata. – Vieni a sfidar la Tigre se hai sangue nelle vene, di’ a tuoi cannoni di ruggire, alle giacche rosse d’impugnare le loro armi. Io non ti temo! Se io ruggo, guai a te!

Quella minaccia parve che venisse intesa dall’incrociatore che trovavasi un miglio appena lontano. Un lampo abbagliante guizzò improvvisamente a prua seguito da una sorda detonazione. Una palla fece saltar l’acqua appena a dieci passi da poppa, spruzzando Giro Batoë che trovavasi al timone. La Tigre della Malesia si mise a sogghignare ma con quel sogghigno tutto suo proprio che agghiacciava sempre il sangue.

– Aspetta un po’, maledetto da Dio, poi vedrai la Tigre all’opera! – tuonò egli, minacciandolo con aria truce e mostrandogli l’abbronzato suo cannone. Un secondo lampo balenò a prua del legno seguito da una detonazione più forte.

Il Portoghese si scosse tutto.

– In coperta! – comandò egli correndo a prua. – Su, tigrotti di Mompracem: vi ha sangue da bere.

– Sandokan! Sandokan! – esclamò Marianna, stringendosi timidamente al suo fianco. – Ho paura.

I pirati uscivano allora dalla stiva, mugolando come tigri. Sandokan prese per mano la giovanetta.

– Vieni, amor mio – le disse dolcemente. – Ti condurrò nel tuo nido al riparo delle bombe di quegli uomini che sino a ieri erano tuoi compatrioti, e che oggi sono tuoi nemici!

S’arrestò un istante, fissando con bieco sguardo il piroscafo che sforzava la sua macchina al punto di correre il rischio di farla saltare, poi porse il braccio alla lady, attraversò il ponte con passo fermo, calmo, ma superbo, e la condusse nel sottoponte, nella cabina.

Era questa una stanzetta che giustificava pienamente il nome di nido datale dal pirata, arredata con un gusto ed una eleganza la più squisita. Le pareti erano scomparse sotto ricche stoffe di seta cremisi e il pavimento era coperto da tappeti indiani che rifulgevano per l’oro e l’argento sparsovi a profusione. Ricchissimi mobigli intarsiati d’avorio e di madreperla occupavano gli angoli; dal soffitto pendeva una gran lampada dorata e in un canto ardeva su di un tripode della polvere di sandalo che spandeva un profumo soave, inebbriante. Il pirata guardò sorridendo Marianna che sembrava sorpresa.

– Vedi – le disse, mentre un nuovo colpo di cannone rombava sul mare. – Questo è il tuo nido, questo è il tuo mondo, e tu sarai la cara colomba che l’abiterà. È sospeso sui flutti, è mobile, ma è sicuro. Non aver paura delle palle dei miserabili che bersagliano il mio legno: esse non ti toccheranno mai, mi capisci, Marianna, mai! Le lamine di ferro che corazzano la poppa le arresteranno e la mia scimitarra infrangerà le armi delle giacche rosse che ardiranno salire sul ponte del mio legno. No, no, non ti rapiranno, mia adorata fidanzata: per farlo, bisognerà che abbiano a passare sul corpo dei miei tigrotti e poi sul mio, il che non accadrà mai. Sono invulnerabile!

“Di’ pure a loro che ruggano, di’ pure a loro che tuonino contro il mio prahos che è dieci volte inferiore del loro piroscafo, di’ pure che vengano all’abbordaggio, io li vincerò, io li fulminerò come il fulmine di Allah che folgora gli empi. È la Tigre della Malesia che te lo dice, Marianna, e puoi credere ad essa che giammai mentì, che giammai s’ingannò!

– Sì, mio valoroso campione, ti credo – mormorò la giovanetta che sentivasi presa da immensa ammirazione per quell’uomo terribile che parlava in tal guisa. – Ma se ti uccidessero? Tutti ti odiano, tutti han giurato di vendicarsi su di te, e tutte le loro palle saran dirette contro il tuo petto da eroe.

– E credi tu, Marianna, che io sia l’uomo che abbia paura? Credi che la Tigre della Malesia li tema? Guarda, mi sento tanto forte, mi sento tanto possente, che sarei capace d’arrestare colle mie mani le bombe delle loro artiglierie!

– Ah! Sandokan! Ho paura.

– No, non tremare, amor mio, non pensarlo nemmeno che essi abbiano a sfondare il mio petto. Vi ha una voce che mi dice che io sono invulnerabile, vi ha una voce interna che mi dice che lassù v’è qualcuno che protegge la Tigre. Ho lottato per tanti anni dinanzi la bocca dei cannoni ruggenti, mi sono precipitato tante e tante volte in mezzo alla mitraglia e giammai una scheggia intaccò le mie carni e le mie ossa!… Fu solo a Labuan, su quella terra esecrabile, su quelle coste maledette, che una palla che tengo ancora in petto mi colpì!… Ma non fu tanto forte da troncare la vita della Tigre, e non ve ne sarà una seconda capace di troncarla. Bisogna che io viva, ora che tu sei mia, ora che la felicità tanto bramata dal giorno che ti vidi mi aspetta, e vivrò a dispetto dei loro cannoni!

– Mio Dio, ma è dunque vero che tu lo proteggi! – esclamò la giovanetta alzando le mani giunte verso il cielo.

– Sì – disse il pirata con una sicurezza che avrebbe convinto il più incredulo. – Vi ha qualcuno che mi protegge, il mio bel genio che mi guida e che mi rende invulnerabile. Rimani, Marianna, nel tuo nido, senza tremare, fanciulla divina. Io lassù, sul ponte, farò scudo col mio petto alle palle del nemico e la mia scimitarra saprà difenderti contro mille di essi. Non avrai paura, non è vero Marianna?

– No, Sandokan, no mio valoroso, non avrò paura, né tremerò quando i cannoni ruggiranno. Sarò forte perché tu ti batti per me!

Il pirata si precipitò verso la giovanetta caduta in ginocchio e prendendo teneramente la testa di lei fra le mani ne baciò le labbra. La contemplò rapito un istante inebbriandosi nell’ardente alito di lei, poi si rizzò ebbro d’amore e di voluttà. Il suo occhio s’infiammò sotto un sinistro lampo e fremente, superbo, battendo fieramente il piede con una intonazione che avrebbe fatto tremare il nemico se fosse stato lì a udirlo, esclamò:

– Ritorno Tigre! – e si slanciò verso la scala salendo sul ponte di già invaso dai suoi uomini.

– Dio mio, salvalo! Non sarà più pirata, non sarà più assassino! – esclamò la giovanetta e cadde sulle ginocchia.

L’equipaggio del prahos svegliato di soprassalto fin dal primo colpo di cannone e dalla voce del Portoghese, non aveva perduto un sol momento. Compreso di che si trattava, senza manifestare né meraviglia, né timore, malgrado la sproporzione di forze, si era gettato bravamente ai cannoni pronti a rispondere al terribile invito dell’incrociatore. I più abili artiglieri avevano di già accese le miccie e vi soffiavano sopra e stavano per cominciare il duello senza nemmeno aspettare il comando quando comparve la Tigre.

Alla vista di quell’uomo, che da solo valeva cento combattenti, dinanzi al quale i più intrepidi fremevano, ritornato il pirata leggendario di Mompracem, trasformato, tutto fuoco e furia, un sol grido scoppiò a bordo del prahos che giunse sino al piroscafo.

– Viva la Tigre! – urlarono i pirati alzando le scimitarre. – Viva la Tigre!

– Largo a me! Largo alla Tigre della Malesia! – esclamò Sandokan respingendo gli artiglieri. – Basterò io solo per struggere il maledetto da Dio!

Era proprio la Tigre che così parlava. Aveva gli occhi che sembravano carboni accesi, il volto aveva assunto quell’espressione feroce e ardita insieme che lo rendeva si temuto in quei mari, le labbra avevano ritrovato il sorriso atroce della Tigre, e parevano assaporare sangue umano. Pareva ingigantito di dieci cubiti. Visto così in quella posa, coi capelli sciolti al vento, animato, minaccioso, quasi ruggente, sembrava una belva che spiasse anelante la preda per dissetarsi nel suo sangue.

Egli si piantò fieramente dinanzi ai cannoni, cogli occhi fissi sull’incrociatore che si avanzava sempre sforzando la macchina e mordendo furiosamente le acque colle ruote, quasi volesse attirarlo colla potenza della sua vista, affascinarlo, bruciarlo coll’ardente alito, e tendendo le mani verso di lui come in una suprema minaccia.

– Qua! Qua! – esclamò egli con quella voce vibrante e metallica. – Essa è sotto di me, riparata dal mio petto che non la cederà ai tuoi cannoni, difesa dalle mie armi che spunteranno le tue. Vieni a riprenderla se ne sei capace. Questa è la mia patria, qui vi ha la mia rossa bandiera che la ricopre, vieni! Non sarai capace di struggere il mio legno, non abbatterai la mia bandiera, non farai tacere i cannoni che la difendono, non mi strapperai la giovanetta che ha detto d’amarmi. Qui vi ha la Tigre della Malesia! Fa ruggire i tuoi cannoni, vieni abbordarmi, se ne sei capace: io ti sfido!

Il pirata, che si sentiva in quel momento tanto forte da cozzare anche contro la flotta dell’Inghilterra intera, con un balzo da leone afferrò la sua rossa bandiera e mostrandogliela:

– Vieni! Vieni! – tuonò egli. – La Tigre ti aspetta per infrangerti ambe le ali!

Piantò il vessillo accanto a sé, poi fiero, rumoreggiante d’ira e di furore, salì sul capo di banda colle mani incrociate sul petto, fissando trucemente il piroscafo che davagli vigorosamente la caccia, vomitando torrenti di fumo nero e denso dal camino troppo ristretto.

I tigrotti, entusiasmati dalla presenza del terribile loro capo, avidi di sangue, trepidanti di cominciare la lotta, impotenti di frenare la loro impazienza, per la seconda volta si gettarono sui cannoni drizzando le fumiganti bocche contro il vascello. La Tigre con un gesto li arrestò.

– Non ancora! – diss’egli con voce rauca. – Non ancora! Lasciatelo venire!

I pirati, quantunque quel comando paresse a loro strano in quei momenti in cui vi era maggior bisogno di agire per arrestare quella nave che cercava abbordarli, ubbidirono ciecamente sicuri che se la Tigre così agiva doveva avere i suoi scopi che essi non erano obbligati a indagare. Il Portoghese stesso arrestò la mano che stava per dar fuoco al cannone e calpestò la miccia, domandandosi però quale pazza idea era saltata in capo a suo fratello.

Voleva forse egli farsi inseguire fino a Mompracem per tentar di poi uno dei suoi giuochi per cui andava tanto famoso? Non era possibile ammetterlo, stante la distanza che separavali ancora dall’isola e la rapidità del vascello da guerra che s’avvicinava sempre più al prahos.

Voleva forse egli aspettarlo e dargli arditamente l’abbordaggio, vendicando la disastrosa rotta subita sulle coste di Labuan? Il Portoghese fremette tutto a tal pensiero, non già per sé, ma per suo fratello e per Marianna. Per quanto i tigrotti fossero stati risoluti, e il loro capo terribile, sarebbero stati inevitabilmente schiacciati dal numero preponderante degli Inglesi, numero che sorpassava i centocinquanta.

– Chi sa, aspettiamo – disse Yanez. – Al momento opportuno farò sentire la mia voce.

Sandokan era sempre al suo posto, sulla murata poppiera, col piede sulla culatta di uno dei cannoni, calmo, tranquillo, ma minaccioso, seguendo attentamente le mosse del piroscafo che fendeva furiosamente le acque. La sua fronte andava man mano corrugandosi profondamente e i suoi occhi talora s’infiammavano e si fissavano in una strana maniera sul ponte del legno nemico.

Yanez, seguendo la direzione del suo sguardo, s’accorse che osservava minutamente l’equipaggio inglese, come se cercasse di scoprire un volto a lui ben noto.

Non dubitò più che Sandokan tentasse di scoprire il suo rivale, il baronetto William.

E infatti non s’ingannava. Il pirata lo cercava avidamente colla potenza del suo sguardo d’aquila, ma dovette in breve accertarsi che il maledetto, l’aborrito ufficiale, non c’era.

– Non lo vedo, non lo vedo – mormorò ferocemente la Tigre contraendo le labbra a un satanico sorriso che tradiva la collera. – Tanto peggio per lui. Lo ritroverò laggiù alla mia isola e lo darò in pasto ai miei tigrotti!

Aveva appena finito che una fiamma guizzò sul legno nemico, che continuava avanzare mordendo colle ruote strepitosamente le tranquille acque. Il proiettile attraversò il ponte del prahos forando le due vele a pochi passi dalla testa del pirata.

– Ah! Ah! – esclamò questi che fremette d’ira. – Tira, maledetto da Dio, tira che io non ti temo. Quando la Tigre sarà irritata, verrà a far saltare le tue ruote. Vedrai! Ti arresterò al volo!

Altre due fiamme scattarono dai sabordi di tribordo accompagnate da una doppia detonazione. Una delle palle venne proprio a investir la culatta del cannone sul quale Sandokan posava un piede. Il pirata non si mosse, non fiatò, non batté nemmeno ciglio: solo continuò a sogghignare beffardamente.

Successe una breve tregua, prahos e vascello continuarono la loro rotta colle prue all’ovest, l’uno perdendo via e l’altro avvantaggiandosi sempre più, poi questi ricominciò il cannoneggiamento più rapido, più forte, più preciso.

Una grandine di palle cominciò a piovere e fischiare attorno al prahos, rimbalzando e scrosciando contro i bordi corazzati, smussando o spezzando i pennoni, frantumando o schiantando le murate, e strisciando o saltando sul ponte.

La Tigre a quel tempestar di proiettili si scosse tutto. Si raddrizzò fieramente mostrando i denti, tese minacciosamente le mani verso il piroscafo e parve che fosse lì per slanciarsi in coperta, ma si frenò ancora e ripigliò l’immobilità truce di poco prima.

– Non ancora, non ancora – mormorò egli. – Non vedrebbero mia moglie.

Per dieci minuti il piroscafo cannoneggiò il piccolo legno che non faceva alcun sforzo per mettersi fuori di portata, poi le detonazioni scemarono a poco a poco fino a che cessarono del tutto. Allora una bianca bandiera salì sbattendo vivamente sul picco della randa.

A quella vista s’udì un mormorìo minaccioso sul ponte del prahos.

– Ah! – esclamò Sandokan ghignando. – Mi invitano d’arrestarmi, d’arrendermi, io, la Tigre!… Yanez, fa issare la mia rossa bandiera sull’alberetto di maistra!

– Ma… – azzardò il Portoghese.

– Silenzio! – tuonò la Tigre. – Io voglio vedere il fuoco!

Giro Batoë, a un cenno di Yanez, fe’ salire la rossa bandiera della pirateria, in mezzo alla quale campeggiava lugubremente un teschio umano. Un colpo di vento la sciolse e si mostrò spiegata al piroscafo.

– Tira ora, tira! – urlò Sandokan. – Fa ruggire i tuoi cannoni, arma i tuoi uomini, empi la tua macchina di carbone, fatti innanzi, che non ho paura! Voglio vedere il tuo fuoco e mostrarti mia moglie illuminata al baleno delle tue artiglierie!

Il vento andava allora crescendo man mano che avvicínavasi l’alba, raddoppiando la celerità del prahos. Il piroscafo che s’accorse di questo, ricominciò furiosamente il cannoneggiamento, sforzandosi di guadagnar il più presto che fosse possibile via, temendo che il piccolo legno gli sfuggisse. Il suo camino eruttava fumo e scorie come un vulcano e le sue ruote turbinavano fragorosamente, e la macchina fischiava e ruggiva in tal modo da temere che fosse sì li per iscoppiare davvero.

Ma ben presto dovette comprendere che perdeva via. Il piccolo legno piratesco, coperto dalle sue immense vele, poco a poco prese un’andatura più celere, non più guizzando ma volando sulle acque, di maniera che dopo dieci minuti le palle del vascello non giungevano più che a intervalli, e una parte di queste giungevano sulla scia.

Sandokan con tutto ciò non si mosse, né staccò gli occhi dal vascello. Il Portoghese che non capiva gli si avvicinò.

– Ma che vuoi tu fare, fratello mio, vuoi che una palla ti faccia saltare? – domandò Yanez.

– Aspetta, Yanez, e poi lo vedrai – rispose il pirata. – Non è ancor tempo, ma non sarà lontano: ecco la mia luce che segna l’alba.

– Vuoi trascinare questo legno sino a Mompracem per poi abbordarlo, coll’aiuto degli altri prahos?

– No, non vedrà Mompracem quel legno. Io lo arresterò al volo appena che il sole gli permetterà di vedermi. Essi ignorano che io l’abbia rapita, essi ignorano che ci troviamo assieme su questo prahos: voglio che ci veggano. Yanez, fa portare sul ponte un mortaio. Se non frantumerò le sue ruote al primo colpo, io non sarò più Sandokan! Sarà l’ultima impresa della Tigre della Malesia, che poi morrà per sempre! Mi comprendi, Yanez, per sempre!

Il Portoghese lo guardò in silenzio, mandando un sospiro, poi si affrettò a ubbidire, nel mentre che una palla strisciando sul ponte dopo di aver scavato un solco sfondava di rimbalzo le murate di prua perdendosi in mare. Sandokan non si mosse.

Nella stiva, fra il ferraccio che formava la zavorra, eravi un mortaio, pezzo della portata di otto che solevano avere i più rapidi prahos corazzati, quando si trattava di qualche ardua impresa dove le bombe potevano essere necessarie. Esso fu portato sul ponte e assicurato saldamente agli anelli di esso. Il Portoghese lo caricò, con una di quelle bombe di otto pollici, del peso di 21 chilogrammi, che con una carica di 2.21 forniscono ben 28 scheggie, il cui effetto può diventare funesto anche per uno dei più grossi piroscafi. Dopo di che, volgendosi a Sandokan che non perdeva di vista le mosse dell’incrociatore:

– Tocca a te, fratello mio, compi la tua impresa da vera Tigre di Malesia! – disse egli.

– Aspetta ancora! Aspetta! – rispose Sandokan. – È d’uopo che egli mi veda a fianco di lei!

Il vento che cresceva faceva volare il prahos che pareva sfiorare appena l’acqua, allontanandolo sempre più dal piroscafo che si sforzava di dargli ancora la caccia o di arrestarlo a colpi di cannone. Il legno da guerra avvampava a ogni istante e tuonava con crescente furia; pareva un vulcano erompente, vomitante palle e mitraglia.

La corsa durò da entrambe le parti ancora un’ora, durante la quale la luna e le stelle impallidirono sotto i primi albori.

Poco dopo un raggio di sole, il primo, guizzò attraverso due nubi illuminando il mare.

– E ora a me! – gridò Sandokan con un sorriso indefinibile. – Vo mostrarti le mie bombe e mia moglie!

A un suo cenno il prahos si mise a bordeggiare lasciando così il piroscafo avvicinarsi, poi si mise dietro il mortaio con la miccia in mano, calcolando la distanza, tracciando di già coll’occhio la via che doveva tenere il proiettile.

Il legno da guerra approffittava. Si avanzava rapido sbuffante, fumigante. Ricominciò il cannonneggiamento con novella furia, senza, perdere un sol istante, a palla e a scaglia.

Il ferro turbinava sul prahos che continuava impassibilmente le sue bordate, faceva saltare gli ultimi resti delle murate, forava le vele e troncava gomene, saltava sul ponte strappandone le tavole, scivolava sulla corazza, fischiando attorno all’equipaggio riparato dietro ai cannoni. Sandokan mirava sempre, impassibile, incrollabile fra la pioggia di palle.

– Fuoco! – urlò d’un tratto egli facendo un salto indietro, mentre che il mortaio avvampava tuonando.

Si curvò sul famigerato pezzo, rattenendo il respiro, colle labbra strette, la fronte abbuiata e gli occhi fissi innanzi a sé come volesse seguire l’invisibile proiettile che s’allontanava ratto ratto, sfiorando le onde. S’udì una seconda detonazione: respirò.

La bomba scoppiò con inaudita violenza fra i raggi di una delle ruote del vascello, facendone saltar le ferramenta e la tambura.

Il piroscafo s’inchinò sul fianco lacerato e si mise a girare su sé stesso sotto le battute dell’altra ruota che mordeva ancora le acque. Quasi subito una densa colonna di fumo sfuggii dall’enorme falla per la quale si precipitava, fischiando, l’acqua.

– Marianna! Marianna! – urlò Sandokan slanciandosi verso il boccaporto nel momento che Yanez e i tigrotti saltavano sui cannoni.

Egli afferrò la giovanetta, la trascinò a poppa, la sollevò fino al capo di banda e nel mentre che il ferro turbinava ruggendo a lui d’intorno la mostrò superbamente al piroscafo gridando:

– Ecco la moglie della Tigre!…

Quasi nel medesimo istante il prahos virava di bordo.

CAPITOLO XXVI

Il ritorno a Mompracem

Punito l’insolente, libero ormai da ogni impaccio, quantunque mezzo ruinato, colle murate cadenti, il ponte qua e là schiantato, le vele in più parti forate e lacerate e le manovre danneggiate dai turbini di mitraglia, il prahos riprese la corsa verso Mompracem colla velocità propria di quei leggeri legni che sfidano i più rapidi clipper della marina dei due mondi. La giovanetta dopo di essere stata presentata ai suoi compatrioti qual moglie della Tigre fra il ruggito dei cannoni, affranta dalle fatiche fisiche e morali, erasi affrettata a ritirarsi nella sua cabina e gustarvi un po’ di sonno, e tutti i pirati, passato il pericolo, ne avevano seguito l’esempio guadagnando le oscillanti loro amache.

Sul ponte eran rimasti soli tre uomini: Giro Batoë che fumava nella sua pipa seduto a poppa colla barra del timone in mano, e Yanez e Sandokan che passeggiavano pel ponte, l’uno tranquillo come il solito e l’altro invece cupo, malinconico, colla faccia scomposta e gli occhi che rifulgevano come carboni accesi, fissi sul mare che brontolava spumeggiando al largo.

– Orsù, Sandokan – disse improvvisamente il Portoghese, urtandolo. – A che diavolo vai pensando che sei tetro? Rimpiangi forse quello che hai fatto per la giovanetta?

– No, Yanez – rispose Sandokan, sussultando e con aria che invano sforzavasi far parere tranquilla. – No, rimpiango il passato, ecco tutto. Credi tu che un pirata non abbia un cuore per rimpiangere ciò che dovrà abbandonare per sempre? Guardando questo mare che solcherò per l’ultima volta in questi luoghi, mi sento commosso; guardando questo prahos che fra poco non rivedrò più mai mi sento il cuore sanguinare, pensando che la Tigre morrà per sempre mi sento invadere dallo spavento come seppellissero me stesso. È l’ultimo sospiro, l’ultimo rimpianto di un cuore che si sente straziare. Ma ho giurato che morrò, ho giurato che i pirati scompariranno da questi luoghi, che sarò tutto suo: manterrò ciò che promisi.

– Ma dei tuoi uomini che ne succederà, Sandokan? Senza la Tigre che li guidi, che sarà di Mompracem, della nostra isola?

– Succederà ciò che il destino aveva disposto. Essi abbandoneranno il mestiere, dimenticheranno il passato come lo dimenticherò io, e Mompracem ritornerà muta come lo era prima che la Tigre comparisse sulle sue coste: ecco tutto.

– Povera Mompracem! – esclamò Yanez con profondo rammarico. – Io cominciava ad amarla come fosse la mia vera patria.

– E io, credi tu che non l’amassi? Credi tu che non amassi questo mare, questi legni, quegli uomini che mi chiamavano con orgoglio la Tigre? Se io fossi capace di piangere, piangerei, ma non ho mai saputo che sia lagrimare. Orsù, Yanez, il passato è morto, un altro avvenire ben differente ci aspetta: quello preparatoci dal destino, seguiamolo. I pirati scompariranno!

– Lo so. È pur triste abbandonare questi luoghi ove noi eravamo i padroni, sparire pezzo a pezzo, disperderci dopo tanti anni.

– Triste! Triste! – ripeté il pirata con voce sorda e con una commozione di cui non si sarebbe mai creduto capace.

– Ascolta, fratello mio, quando noi giungeremo a Mompracem che pensi di fare tu? Non vi rimarrai, lo so, ma dove andrài con lei?

– No, non vi rimarrò più, io l’ho giurato a lei. Ah! se lei lo volesse, Mompracem tornerebbe a brillare e tanto da offuscar per sempre Labuan che ora sta ingigantendo sulle nostre ruine. Non lo vuole, ha paura del sangue, trema al fragor del cannone, e sia. I pirati morranno per sempre nella mia isola. Se fosse un’altra donna, l’abbandonerei, la sfuggirei dopo di averla ricondotta a Labuan, ma con lei non saprei farlo, io l’amo troppo, tanto da anteporla a ogni cosa, tanto da sacrificare i miei uomini e tanto che senza di lei, sarei capace di morire.

“Rivedrò ancor una volta Mompracem, poi, quando il mare sarà libero, quando ogni tema che si abbia a rapirmela sarà scomparsa, c’imbarcheremo e faremo vela…

– Per dove?

– L’ignoro, Yanez: andrò dove lei vorrà; sia su di un’isola, sia nella lontana sua patria, per me sarà lo stesso, purché andiamo lontani da questi luoghi che non sono più per noi. Non credere, fratello, che io ciò faccia perché sia stregato. No, gli è solo perché sono diventato un altro uomo, perché sento d’amarla furiosamente, e accanto a lei mi pare d’essere felice, oh! sì, mille volte felice. Tutto il mondo, per me, sta rinchiuso in lei, e in lei sola.

– Ti comprendo, Sandokan. Guarda, pur io che non ho mai amato, mi sentirei capace di fare per lady Marianna quanto sei capace di far tu.

– Lo sapevo, Yanez, che anche tu l’avresti adorata. Ella affascinerebbe Dio e il diavolo.

Il pirata abbandonò bruscamente il Portoghese, fece alcuni passi pel ponte, guardandolo fisso verso l’est, poi tornando verso di lui,

– Yanez – disse, cangiando tono. – Credi tu che le giacche rosse verranno ad assalirmi nella mia isola? Guarda, ho delle idee sì strane quest’oggi che la tengo stretta nelle mie braccia quell’adorabile fanciulla, che mi sgomentano in un modo nuovo. Io che non ho mai avuto paura, si direbbe che quest’oggi provo un sentimento di timore. Non so, forse saranno ubbie, ma mi sembra di veder buio e molto buio a me d’intorno.

– E non ti nasconderò che anch’io ho i miei timori, Sandokan – rispose Yanez. – Non voglio credere che il lord abbia a rassegnarsi a lasciare l’unico rampollo dei conti Guillonk nelle mani di un pirata, quale sei tu. Temo che egli abbia a tentare un disperato assalto contro Mompracem, e probabilmente fra non molto.

– Credo che tu abbia ragione, ma la tana della Tigre sarà inespugnabile! Giammai Olandese, o Inglese, Spagnolo, o Bornese, ardì approdare alle temute coste della mia Mompracem, e voglio sperare che il maledetto da Dio, per quanto l’ira lo spinga e gl’infonda coraggio, non lo tenterà. Aspetta che noi giungiamo all’isola e mi vedrai all’opera. Io fortificherò tanto il villaggio, da far dare indietro anche la flotta riunita dell’Inghilterra e dell’Olanda.

– Avresti per caso cangiato idea?

– Che vuoi dire?

– Tu parli di trincerarti così bene, da credere che tu abbia abbandonato il progetto d’abbandonare Mompracem.

Un amaro sorriso sfiorò le labbra della Tigre.

– No – diss’egli – non rimarrò nel mio nido per sempre. La Tigre della Malesia, te lo dissi ancora, non è più l’uomo d’una volta. Me ne starò a Mompracem in attesa degli Inglesi, e quando li avrò battuti, quando avrò fatto saltare le ruote dei loro ferrati vascelli, in modo che non sieno capaci di inseguirmi e d’abbordarmi in alto mare, spiegherò le ali e me ne andrò.

– E se gli Inglesi fossero di già sbarcati, a Mompracem? Ti ricordi ciò che disse quell’ufficiale, dietro le palizzate del parco?…

Sandokan lo guardò fisso, mostrando i denti.

– Ebbene – diss’egli – m’avvicinerò all’isola colle dovute precauzioni. Se l’hanno presa, veleggerò al sud. Guai al vascello che ardirà seguirmi. Guai a lui!…

Volse improvvisamente le spalle al Portoghese e andò a prua, appoggiandosi alla murata, guardando fissamente il mare che gorgogliava quasi ai suoi piedi. Un rauco gemito gli uscì dalle labbra e si strinse il capo fra le mani.

– Ah! – esclamò egli, quasi ferocemente. – È atroce abbandonare questo mare nel quale vissi tanti anni, questo mare che amava come fosse sangue delle mie vene, che idolatrava, che chiamava mio, mio! Povero mare, dovrò lasciarti per sempre!

“Non udrò più mai il tuo ruggito che era la voce a me più cara dopo il rombo del cannone, non affronterò più le tue tempeste che erano simili alle ire della mia anima, non ti darò più sangue delle mie vittime, perché io sono stregato, perché io sono come morto! Eri mio e diverrai di loro, perché il nodo che ci univa si è spezzato sotto il sentimento dell’amore e un abisso senza fondo fu dischiuso fra di noi due!

“Va! presto non ci vedremo più! Questi luoghi saranno morti perché il ruggito della Tigre si soffocherà, perché i suoi prahos non solcheranno più le tue onde, perché il cannone tacerà per ogni dove, perché i pirati saranno scomparsi. Diverrai un pacifico mare senza furore, senza fragori, bagnando le coste di Mompracem domate; non avrai più quei fumiganti rottami che io ti dava un tempo quasi ogni dì, non sarai più accresciuto dal sangue delle vittime, non sarai più il mio mare, perderai il tuo amico, il tuo fratello, rimarrai solo! Tu piangi, tu spumeggi dinanzi la prua del mio ultimo prahos piratesco, ti lamenti, i pesci come te si lamentano, il vento geme e io credi tu che non pianga al pensiero di non vederti più mai? Guarda, io soffro più che mi si strappasse la carne a brani!

“È deciso che io abbia a morire fra le braccia della fanciulla che mi ha strappato dalle tue, che abbia a morire lontano lontano dai tuoi amplessi, senza più udire la tua voce che allettava la mia anima nei tempi che ero il signore di Mompracem, e chi sa in quali terre straniere, ove mi avranno trascinato i sentimenti dell’amore. Vi ha qualche cosa che mi si arresta alla gola, del dolore che empie il mio cuore, qualche lagrima che bagna gli occhi dell’antico pirata.

“Le gioie che ho provato accanto a te, quelle gioie che mi rendevano qualche volta felice in mezzo ai miei trionfi di sangue, non le proverò più, mai più! Morrà la mia potenza, come morrà la mia e tua voce e per sempre! E tutto per lei!…

Il pirata si curvò verso le onde, che continuavano a spumeggiare dinanzi alla prua del prahos, guardandole con occhio intenerito, ascoltando i gorgoglii di esse, e sospirò. Forse in quel momento rimpiangeva l’istante il cui destino l’aveva trascinato sulle spiaggie di Labuan e l’istante in cui aveva amato la fanciulla. Egli si passò la mano sulla fronte come per iscacciarsi i neri pensieri che l’assalivano e qualche cosa di umido brillò nei suoi occhi.

– Tutto per lei! – continuò egli. – Per la fanciulla abbandonerò ogni felicità del passato, dimenticherò questi luoghi pur cari anche pel cuor di un pirata, i miei legni che amava come fratelli, Mompracem che riguardava come la mia gloria, la mia potenza, dimenticherò la mia isola, il mio nome guadagnato a prezzo di cento vittime e di fiumi di sangue, dimenticherò i miei poveri tigrotti che tanto mi amarono, e infine troncherò la mia tremenda vendetta contro coloro che assassinarono e mia madre, e i miei fratelli e le mie sorelle, contro coloro che mi precipitarono dal trono al fango!…

“Non più vita agitata, non più lotta, non più massacri e sangue da bere, non più armi, non più ruggiti di cannoni, né odor di polvere. Una capanna nel fondo d’una foresta, un sorriso per le gioie, un bacio pei deliri!…

La sua fronte s’aggrottò, poi si spianò e lo sguardo poco prima fiammeggiante si spense. Egli portò le mani agli occhi, girò su sé stesso per qualche istante, poi si avvicinò al boccaporto di poppa e discese senza far rumore nella cabina attigua a quella di Marianna. S’arrestò sospeso, udendo parlare.

– No, no – diceva con voce affannata la giovanetta. – Lasciatemi… lasciatemi che sono di lui, della Tigre della Malesia… Perché volete separarmi, perché volete strapparmi dal suo fianco quando ha giurato d’amarmi?… No, no, non voglio William: mi fa paura, l’odio, lo esecro… Via tutti, non voglio vedervi mai più, sono della Tigre!…

Il pirata sospirò e scosse il capo. Il suo sguardo s’intenerì.

– No, Marianna, no, non li vedrai mai più! – mormorò egli. – Non aver paura, anima mia, che sono qua io a difenderti, io, la Tigre!

Aprì la porta della cabina che dava in quella di lei e guardò. La giovanetta dormiva respirando affannosamente, agitando le mani fra le tappezzerie che la coprivano. Il pirata la contemplò con indefinibile dolcezza, colle braccia incrociate, anelante, cogli occhi fissi sul volto di lei, beandosi come fosse trasportato in un nuovo mondo, attirato, affascinato. Egli indietreggiò a lenti passi.

– Sogna – mormorò egli. – Guarda! Chi direbbe che non è divina? Sì, sprofondi Mompracem, scompaiano i pirati, precipiti il mare nelle viscere della terra, muoia per sempre la Tigre! Sì, sarò maggiormente felice accanto a lei!

Il pirata fu lì lì per precipitarsi verso la giovanetta e stringerla fra le braccia, ma si frenò, e quantunque la voluttà cominciasse a invaderlo da fargli girar il capo, si ritirò con quella potente volontà che sapeva dominar le più ardenti passioni e tornò nella sua cabina.

– No – mormorò egli con quell’accento risoluto che non ammetteva esitanze, né debolezze – no, non è ancora mia. So che mi ama, che comprende il gigantesco sacrificio del pirata che portava il nome di Tigre della Malesia, non basta? Quando sarò lontano da questi luoghi, in altre terre, sarà mia, tutta mia, me lo ha detto, lo sento, come io ho detto che sarò suo.

“Avrò ancora da lottare co’ miei nemici, lo so. Essi cercheranno con tutti i mezzi possibili di rapirmela per dare l’ultimo colpo al pirata di Mompracem, ma lotterò con tutte le forze di cui era capace l’antica Tigre, mostrerò ad essi, che se era formidabile nei tempi passati quando sol trattavasi di sangue e di saccheggi, sono ancora tale per difendere ciò che io chiamo la mia esistenza, la mia felicità. Poi morrò, morrò per sempre, che monta? Sarà una nuova vita per me, accanto a quella creatura sublime, e chi sa, forse più dolce, più felice di quella passata, e senza vittime e senza sangue.

Il pirata si mise a girare nella stretta cabina, ora truce in volto e ora col sorriso sulle labbra, porgendo di tratto in tratto ascolto all’affannoso respiro della giovanetta. Si arrestò tre o quattro volte colla testa fra le mani, quasi volesse soffocare i pensieri che l’assalivano suo malgrado, poi salì in coperta.

Il prahos filava sempre ma con lentezza. Il vento era caduto, soffiava a tratti irregolari, tondeggiando debolmente le grandi vele, che finivano a poco a poco collo sbattere e cadere lungo i triangolari alberi come fossero senza vita.

– Il malaugurato congiurerebbe anche esso contro di me? – mormorò Sandokan, gettando uno sguardo sul mare.

Egli guardò l’equipaggio che s’affaccendava contro le murate sfondate, dietro il ponte qua e là schiantato, cercando di porre un po’ d’ordine a bordo e rinnovando le manovre danneggiate dalla mitraglia del nemico, e si avvicinò al Portoghese che, curvo sulla ribolla del timone, guardava attentamente all’oriente, difendendo gli occhi dal raggio del sole con ambe le mani.

– Credo che tu giunga a proposito, Sandokan – disse Yanez voltandosi verso di lui. – Mi pare che questa volta le nubi si accavallino sull’orizzonte più del solito, malgrado il sole.

– Delle nubi? – disse Sandokan, guardando il cielo che era puro. – Dove le trovi tu, Yanez, che non sono capace di vederne una?

– Tu non comprendi; guarda laggiù diritto la punta della tua bandiera, non vedi tu all’orizzonte qualche cosa, che un occhio pratico direbbe fumo? Corpo di un satanasso! Non m’inganno io, è mezz’ora che ho notato quel pennacchio nebbioso.

Sandokan, facendosi un paraocchi con le mani, osservò con qualche inquietudine il punto indicato.

– Sì – diss’egli, dopo qualche istante di osservazione. – Vedo un pennacchio grigiastro che mi ha tutta l’apparenza di essere fumo.

– È fumo di carbon fossile, Sandokan, te lo posso assicurare.

– Un piroscafo adunque? Vuoi che quelli di Labuan si sieno di già messi in mare per darci la caccia? Non è possibile, non lo posso credere. Ah! Se essi venissero ad assalirmi in mare…

– Che faresti?

– Che farei?… Tuoni di Dio! La Tigre berrebbe tutto il loro sangue! Tutto, fino all’ultima goccia.

– Uhm! Siamo debolucci, fratello mio. Non vorrei che il nostro prahos subisse un secondo bombardamento. È vero che noi abbiamo ancora in fondo alla stiva qualcuna di quelle brave bombe che fecero saltare le ruote al colosso di ferro, ma!… Tò! E se quello laggiù fosse il piroscafo di questa notte?

– È impossibile che sia lo stesso, Yanez. Gli ho fatto un’avaria troppo grossa, per potersi servire delle sue ruote. Anche se fosse riuscito a turare la falla, e avesse spiegato le sue vele, sarebbe difficile ammettere che egli ci fosse sì vicino. Quei legni là, coi loro scafi di ferro, camminano assai male col vento.

– Eppure è fumo, e siccome, che io sappia, non vi sono vulcani in questi paraggi, bisogna dire che quel fumo proviene da un vascello a vapore.

– Non v’ingannate, capitano Yanez – disse Giro Batoë, che si era avvicinato. – Guardate come quel pennacchio sale diritto e sottile. Esce da una ciminiera bella e buona.

– Tanto peggio per lui – rispose Sandokan. – Incontrerà la Tigre, ma la Tigre smaniosa di venire alle mani, la Tigre assetata di sangue e affamata di carne umana. Al piroscafo ho fatto saltare una ruota, a quello che ci insegue farò saltare la polveriera. Ve lo giuro.

“Finché sono in questi mari, sento di possedere il braccio e la ferocia dell’antica Tigre di Mompracem, sento di essere invulnerabile, sento di avere tanta forza da far tremare ancora Labuan e di empire questi flutti che poco fa si lamentavano dinanzi la prua del mio prahos, di rottami e di cadaveri.

– Sta in guardia, fratello – disse Yanez. – Non sono più i tempi da commettere pazzie. Le palle volano sempre, e senza darne l’avviso, tu ben sai, e una potrebbe colpire anche la Tigre quantunque si creda invulnerabile, e fors’anche colpire lady Marianna.

“Difendiamoci, e difendiamoci bene, ma senza lasciare che quei legni, che di solito sono irti di cannoni e zeppi d’armati, si avvicinino di troppo. Non dimenticare che abbiamo a bordo tredici soli tigrotti, tredici coraggiosi che non temono né Dio né il diavolo, ma infine sempre pochi.

– E non bisogna neppur dimenticare, che a Mompracem ve ne sono pochi di buoni – aggiunse Giro Batoë. – Bisogna risparmiare più che sia possibile gli uomini, se si vuole essere tanto forti da tenere in scacco gl’Inglesi che ci assalirono nel nostro villaggio.

– Credi tu adunque, che le giacche rosse verranno ad attaccarci? – chiese Sandokan.

– Certamente, Tigre, e ci scommetterei tutto il peculio che tengo nella mia capanna. Il lord mi pare che sia uno di quegli individui che non perdonano certe cose. Gl’Inglesi avranno paura a seguirlo, è da indovinarsi, poiché malgrado la loro potenza Mompracem è ancora più forte di Labuan. Ma l’oro vincerà la paura.

Sandokan fece un cenno affermativo col capo, ma non aprì labbra. Egli guardava fissamente il pennacchio grigiastro. Non aveva paura tuttavia provava qualche inquietudine, nel vederlo avvicinarsi sempre più. Non per sé, ma per Marianna, che temeva gli venisse sempre ripresa.

– Guarda, Yanez – disse d’un tratto. – Non iscorgi tu, in mezzo a quella colonna di fumo, un’asta che si direbbe un albero senza pennoni?

– Sì, fratello mio, e vi ha di più, che per quanto giri lo sguardo non sono capace di vederne che uno solo. Olà! Giro Batoë, tira un’occhiata anche tu che hai l’occhio di lince.

Il Malese aggrottò le sopracciglia e guardò attentamente coi suoi piccoli occhi neri, dotati di una potenza visiva assai forte.

– È un albero senza antenne – disse egli – ed uno solo con un nastro sulla cima.

– Allora non può essere un piroscafo.

– Sarà una cannoniera.

– Sì – disse Sandokan. – Ecco là che comincia a spuntare il ponte di comando assai elevato, la ciminiera, e la prua assai bassa tagliata ad angolo retto. Ohe! Vorrebbe per caso tentare d’attaccarci e riuscire là dove un piroscafo sei volte più grosso fu vinto?

– Una cannoniera! – esclamò una voce dolce ma che non tremava, a lui accanto.

Il pirata si volse, rapidamente e si trovò dinanzi a Marianna, che lo guardava sorridendo.

– Ah! Sei tu, Marianna! – diss’egli, stringendosela al cuore con gesto appassionato. – Ti credeva ancora addormentata nel tuo nido.

– Oibò! Mi credi adunque una donna che muore di paura?

– No, no, lo so che tu sei forte e intrepida. Ti ho veduto affrontare audacemente la tigre di Labuan e ciò basta. E hai proprio bisogno di essere coraggiosa, Marianna.

– Ci minaccia forse qualche nuovo pericolo?

– Chi sa? Abbiamo da lottare e da lottare molto, da soffrire e da soffrire molto ancora per essere felici. Gli uomini della tua razza, ne ho la certezza, verranno ad assalirci per istrapparti dalle braccia della Tigre.

– Oh! Non parlare così, Sandokan! – esclamò vivamente Marianna. – Ma perché vuoi che essi vengano a separarci, quando io dirò a loro che rinnego la mia nazionalità e che vicino a te sono felice? Perché?

– E me lo chiedi? – disse Sandokan emettendo un doloroso sospiro. – Dimentichi che tu sei l’ultima dei conti Guillonk e che io sono un pirata?…

– Ma non lo sarai più, non è vero, Sandokan? Ed essi comprenderanno che con me tu diverrai un altro uomo, che la Tigre scomparirà dai mari della Malesia.

– Sì, fanciulla divina, sì, la Tigre morrà colla sua isola, coi suoi tigrotti – rispose Sandokan con voce amara. – Ma essi, credi tu che per questo ci lascieranno in pace? No, verranno a bombardarci coi loro cannoni e a moschettarci colle loro carabine. Ma non tremare, Marianna, non avere paura che essi abbiano a prendermi ed a rapir te. Io sento d’essere capace per te di pugnare col mondo intero. Ti porterò nella temuta mia isola, nella mia Mompracem, e là non avranno il coraggio di cannoneggiarci. La Tigre nel suo covo è inattaccabile!

Marianna lo guardò con profonda ammirazione, ma i suoi occhi tradivano le inquietudini dell’anima. Il pirata comprese ciò che passava nella mente di lei. La prese, la trasse a sé vicino, e con voce bassa e risoluta:

– Ti comprendo, Marianna – le disse. – Tu hai paura di Mompracem, ma non vi rimarrai per molto tempo. Passato ogni pericolo, noi l’abbandoneremo e non la rivedrò più mai!… più mai!…

– Sì, mio adorato Sandokan, non rivedremo più mai né Labuan né Mompracem – mormorò la giovanetta emettendo un profondo sospiro. Un rauco gemito uscì dalle labbra del pirata e l’abbronzato suo volto si alterò dolorosamente.

– Più! Più! – ripeté egli con voce che invano sforzavasi di render ferma. Le sue mani passarono più volte sulla sua fronte imperlata di sudore e stranamente aggrottata, poi si tesero verso la cannoniera che avanzava a vista d’occhio.

– Non è che una cannoniera – disse poi cangiando tono. – Non ci farà male di sorta: noi siamo dieci volte più forti di essa.

– Credi tu che ci assalirà?

– Forse, ma sarebbe pazzia, Marianna. Vieni a vederla.

Egli condusse la giovanetta a poppa. La cannoniera era lontana allora un quattro o cinque miglia, quindi perfettamente visibile.

Poteva essere della portata di un centocinquanta tonnellate, bassa di scafo, colla poppa quasi a livello delle onde, il ponte di comando assai elevato e un solo albero nel mezzo sprovvisto di antenne e di grisolle. Si scorgeva pochissimo equipaggio in coperta e portava un sol cannone a poppa di poco superiore a quelli del prahos.

– È uno di quei legni che battono le coste per difenderle dalle irruzioni dei pirati – disse Yanez, avvicinandosi a Sandokan. – Rapidi finché si vuole, ma impotenti per misurarsi coi prahos di Mompracem.

– Tuttavia mi pare che si diriga verso di noi – osservò Giro Batoë che stava al timone.

– Per conoscerci da vicino e se fosse possibile per arrischiare un attacco. Non bisogna dimenticare che sulla testa di mio fratello Tigre pesa una taglia di mille sterline. È una bella sommetta che potrebbe tentare quei gaglioffi.

– Ma quella cannoniera là non porta bandiera inglese – disse Sandokan che da qualche istante la osservava con profonda attenzione.

– Oh! Oh! – fe’ Yanez. – Vi si immischierebbe forse qualche altra nazione?

– È una bandiera olandese – affermò Giro Batoë. – Per Allah! non m’inganno io.

– Olandese! – esclamò Marianna. – Ma come mai gli Olandesi si collegano con quelli di Labuan?

– È cosa facile a spiegarsi – rispose Sandokan. – Noi siamo pirati, e tutte le nazioni si son messe d’accordo per estirpare la pirateria che essi chiamano un flagello bello e buono. Gli Olandesi, gl’Inglesi o anche i compatrioti di mio fratello, quantunque non troppo calorosamente, ronzano attorno a Borneo. Il piroscafo ci ha additati alla cannoniera e questa ha creduto bene di tentare la caccia.

– To’, guarda, Sandokan, non lo dicevo io? – disse il Portoghese. – Ecco la valente cannoniera che diventa prudentissima.

Infatti il legno da guerra aveva a poco a poco rallentata la corsa. Procedette per qualche tratto, bordeggiando a dritta e a sinistra come indeciso, poi virò bruscamente di bordo e s’allontanò dirigendosi al nord-ovest. Dieci minuti dopo era tanto lontano da essere fuori di portata dei cannoni del prahos.

– Si vede che non si sente tanto forte da cimentarsi con noi – disse Sandokan. – D’altronde è meglio così tanto pel nostro prahos quanto per lui. Non avrei dato una sterlina delle sue ruote.

– Non credere però, che quella furba di cannoniera abbia a lasciarci – osservò Yanez. – Io scommetterei che la birbona, pur tenendosi a debita distanza, non ci perderà di vista e non si lascierà sfuggire l’occasione propizia per gettarsi improvvisamente su di noi. Guarda, Sandokan, ecco che torna a virare e che ci si mette alle calcagna.

Il Portoghese aveva detto il vero. La cannoniera aveva fatto un fronte indietro e si era slanciata dietro al prahos che filava rapido come una freccia, e per tutto il giorno lo seguì ostinatamente.

Nessuno però ebbe a inquietarsi della sua presenza, ben sapendo che se avesse avuto la temerità d’assalirli, avrebbe avuto indubitatamente la peggio. Nemmeno Marianna ebbe paura, rassicurata dalla presenza della Tigre e dei suoi formidabili tigrotti.

La giornata passò senza incidenti, e la sera venne senza che la felicità dei due amanti venisse in nulla turbata.

– Marianna – disse Sandokan, quando il sole si tuffò nelle onde. – Puoi ritirarti nel tuo nido senza timori. Quella malaugurata cannoniera per questa notte non ci darà fastidi, ne son sicuro, e meno domani che saremo in vista della nostra isola. Va, io veglierò e, dopo di me, veglierà mio fratello Yanez. Sarà l’ultima notte che tu rimarrai rinchiusa nella stretta tua cabina: domani riposerai nel covo della Tigre sulla inaccessibile rupe della temuta mia Mompracem.

Egli la baciò in volto nel mentre che le onde mormoravano dolcemente a prua e che la brezza gemeva fra gli attrezzi del legno, poi, mentre ella scendeva la stretta scala, andò a sedersi a poppa prendendo egli stesso la ribolla del timone in mano. I suoi occhi si fissarono sulla cannoniera che fumava a mezzo miglio di distanza, né si staccarono più, nemmeno un momento, nemmeno un atomo.

Alla mezzanotte egli era ancora là e non avrebbe abbandonato quel posto se il Portoghese non fosse venuto in persona per surrogarlo.

– Vattene a dormire, Sandokan – disse Yanez traendolo da poppa quasi con violenza. – Tu hai bisogno di riposare; non scordarti che Mompracem ha ancora bisogno della sua Tigre, ma della Tigre forte, terribile, come lo era una volta.

– Hai ragione – rispose Sandokan guardando un’ultima volta i fanali della cannoniera. – Fratello, dei pericoli vagano fra le ombre della notte; fa in modo che questi non t’abbiano a cogliere alla sprovveduta. Vigila, ma vigila come vigilai io. Tu sai che trattasi di Marianna, vale a dire di ciò che ho più caro al mondo; io diverrei pazzo se accadesse disgrazia a lei.

– Fingerò di essere innamorato della lady – disse Yanez sorridendo. – Che vuoi di più? Nessuna mossa della cannoniera sfuggirà ai miei occhi per quanto le tenebre possano diventare fitte. Orsù, vattene a dormire.

Il pirata s’allontanò, scese nella cabina senza far il minimo rumore per la tema di svegliare la giovanetta, e dopo essersi assicurato che costei dormiva, si gettò nella sua amaca colla speranza di trovarsi all’alba sotto le coste di Mompracem.

Tutta la notte però fu agitatissimo. Sogni spaventevoli lo svegliavano di frequente e l’ansietà impedivagli di ripigliare il sonno per quanto tentasse di chiudere gli occhi. Più volte si alzò e si accostò alla tramezzata che dividevalo dalla cabina di Marianna per udire se respirasse o se era proprio vero che non gli era ancora stata rapita, più volte s’accostò allo sportello che guardava il mare tentando vedere la cannoniera e più volte infine in preda a timori e ad angoscie inesplicabili si spinse fino sul ponte per assicurarsi coi propri occhi che Yanez e i tigrotti vegliavano e che nessun pericolo minacciava il suo legno.

Non pigliò sonno che verso il mattino, ma fu di breve durata. Fu improvvisamente svegliato dal Portoghese che scendeva con fracasso la scala.

– Sandokan! – gridò questi. – Salta in piedi che siamo in vista di Mompracem. Per mille fulmini! Vi ha la rivoluzione laggiù!

– Mompracem! La rivoluzione? – esclamò il pirata saltando giù dall’amaca. – Che è mai successo?

– Che vuoi che ne sappia io? Mi pare che sia tutto sottosopra.

– Che dici? Avrebbero gl’Inglesi effettuato la minaccia? Yanez!…

– Ho paura Sandokan che abbiano bombardato Mompracem!

La Tigre emise un ruggito d’ira e di dolore. Arretrò di due passi colle mani nei capelli, poi infilò la scala, giunse sul ponte e si precipitò a prua dove si erano aggruppati i suoi tigrotti.

Il sole era allora levato e mostrava Mompracem lontana appena due miglia. Sandokan, abbassando gli occhi verso la marina, vide che mezzo villaggio era ruinato, e che dei quindici o diciotto prahos che dovevano galleggiare nella piccola rada più che mezzi mancavano, e che tre o quattro giacevano arenati sul lido, senz’alberi, senza manovre e coi ventri squarciati, frantumati.

Alzò gli occhi verso la gigantesca rupe, ma sulla cima vide ancora appollaiata come aquila la sua gran capanna, sulla quale ondeggiava ancora superba la rossa bandiera della pirateria ornata da una testa da morto. Egli respirò.

Riabbassando gli occhi scorse sul lido una quarantina di pirati che andavano e venivano, affaccendandosi dietro le palizzate semi-infrante, dietro ai terrapieni scombussolati, dietro alle trincee e alle batterie in gran parte cadenti o distrutte.

– Vedi? – gli chiese Yanez che lo aveva raggiunto. – Guarda là, quanti prahos mancanti, quanti cannoni smontati, quanti rottami accumulati sulle batterie e quante breccie nei bastioni.

– Vedo – disse Sandokan con voce sorda.

– Gl’Inglesi hanno approfittato della nostra assenza per tentare la distruzione del covo della Tigre. Hanno bombardato da capo a fondo il nostro villaggio.

Sandokan emise un profondo sospiro.

– Ah! – mormorò egli con accento straziante. – La mia potenza, il mio nome, la mia fama, si sono spente!… E spente per sempre!…

CAPITOLO XXVII

La regina di Mompracem

Pur troppo Mompracem, l’inaccessibile nido dei pirati, la sede della terribile Tigre della Malesia, era stata attaccata e bombardata.

GI’Inglesi, messi probabilmente al corrente della spedizione che Sandokan aveva intrapresa sulle coste di Labuan, seco portando il fiore dei suoi uomini, più che sicuri di trovare l’isola quasi indifesa, l’avevano improvvisamente e con forze schiaccianti assalita ed erano corsi un pelo di prenderla definitivamente e di dare l’ultimo colpo di grazia alla già crollante potenza dei pirati.

Ancora una mezz’ora di tempo, e forse meno, e il saccheggio avrebbe tenuto dietro alla distruzione delle trincee; ancora un ritardo, e tutti i cannoni sarebbero stati inchiodati, il villaggio interamente incendiato, la dimora della Tigre violata e la rossa bandiera della pirateria abbattuta e per sempre.

Quando Sandokan e i suoi uomini sbarcarono, tutti i pirati di Mompracem, la maggior parte feriti, stavano schierati sulla spiaggia, cupi, tremanti, colle teste chine sul petto come colpevoli dinanzi alla giustizia.

– Tigre della Malesia – disse uno dei capi facendosi innanzi a Sandokan che contemplava con truce espressione quelle ruine ancor fumanti. – Noi abbiamo fatto quanto era possibile per iscacciare il nemico che sbarcò nel momento che noi eravamo alla scorreria, seco portando il caporale inglese. Se tu credi che noi siamo colpevoli, subiremo senza lamento la condanna che tu ci imporrai.

Sandokan non rispose. Un doloroso sospiro sollevò l’ampio petto e crollò con gesto di scoraggiamento la testa. Egli guardò con ispavento lo scarso drappello di prodi, ridotto a una cinquantina di uomini dei cento e più che aveva lasciato; egli guardò quelle trincee sfondate che ormai non offrivano un riparo sufficiente contro la incalzante potenza degli Inglesi, a quel villaggio semi-arso, a quelle coste un dì tanto temute e or violate, e provò una terribile stretta al cuore.

– Tigre della Malesia! – esclamarono i pirati tendendo supplicanti le mani verso di lui.

Sandokan si prese la testa fra le mani con gesto disperato. Un rauco singulto gli montò alla gola.

– Andate, andate, miei prodi! – disse egli con accento straziante. – Vi perdono.

Egli gettò le braccia attorno al collo di Marianna che lo guardava tristamente e l’abbracciò senza dir verbo.

– Sandokan – mormorò la giovanetta. – Coraggio mio prode amico. È la fatalità che così vuole.

– Sì, Marianna, la fatalità – rispose Sandokan con impeto feroce. – La fatalità che s’è giurata di spezzare la mia potenza e d’infrangere compiutamente il cuore dell’antica Tigre. Ah! È troppo! È troppo, Marianna!

La giovanetta lesse sul suo volto tutti i dolori che laceravano la sua anima. Ebbe pietà e paura. Lo prese per le mani e traendolo dolcemente verso la spiaggia:

– Sandokan – gli disse con voce rapida ma ferma. – Tu rimpiangi la tua passata grandezza, tu soffri atrocemente, lo leggo nei tuoi occhi, non puoi dire di no. Senti, mio eroe, vuoi tu che io rimanga teco a Mompracem, fra i tuoi tigrotti? Vuoi tu che io divenga la moglie della Tigre della Malesia? Vuoi tu che io mi faccia piratessa, che io impugni come te la scimitarra, che io combatta al tuo fianco? Dillo, Sandokan, lo vuoi tu?…

La voce della giovanetta era ferma, ma si capiva quanto le costasse quella proposta. Lei, la giovanetta che si commoveva alla vista di un ferito, lei, la gentil Perla di Labuan assuefatta alla poetica vita dei boschi, trarla e tenerla in un’isola di pirati, a Mompracem, travolgerla fra le pugne, mostrarle stragi, morti e moribondi? Chi l’avrebbe fatto?

Sandokan ne fu commosso. La guardò con occhi stravolti, con ammirazione, ma comprese l’immenso sacrificio.

Si precipitò verso di lei quasi fuori di sé, l’abbracciò delirante, poi, traendola verso la costa:

– Tu sei divina! – le disse. – Tu sei insuperabile, ma io non voglio che tu diventi la moglie di un pirata, non lo voglio, no. Sarebbe una mostruosità che io ti obbligassi a rimanere a Mompracem, che io avessi ad assordarti coi fragor dei cannoni, colle urla dei feriti, che ti mostrassi ogni dì massacri orrendi e che ti esponessi ad un eterno pericolo.

“Due felicità sarebbero troppe, non le voglio. No, andremo lontani da questi luoghi, tanto che non possa udire né il tuonar dei bronzi, né le urla delle vittime. Non tentarmi, Marianna, non tentarmi. Lascia che abbandoni la mia potenza e la mia gloria e che si spenga il mio nome. Avrò te, e tu sarai più di tutto quello che io perdo.

– Ah! – esclamò Marianna. – È proprio vero adunque che mi ami più della tua isola e dei tuoi uomini!

– Sì, anima mia, più di tutti – rispose Sandokan baciando i suoi dorati capelli. – È destino che la mia potenza abbia a cadere, Marianna. Lascia che si compia questo destino inesorabile.

Egli tornò bruscamente verso la sua banda che lo guardava con viva ansietà.

– Compagni – diss’egli con quell’accento fermo, altero, risoluto che imponeva. – Io vi ringrazio di ciò che voi avete fatto sino ad oggi per me, per sostenere il mio nome, per compiere la mia tremenda vendetta contro coloro che mi straziarono il cuore, per difendere la mia isola e la mia bandiera. Tigrotti, io vi chiedo ancora un favore che probabilmente sarà l’ultima volontà della Tigre della Malesia, volontà che io voglio sperare che nessun di voi ardirà osteggiare.

– Parlate, capitano, parlate! – esclamarono ad una voce i pirati, affollandosi attorno a lui.

– Ascoltatemi, miei prodi. Il nemico ci è alle spalle; voi potete vederlo laggiù in quella cannoniera che fuma arditamente presso le nostre coste, e che non è altro che l’avanguardia.

Le giacche rosse hanno forti motivi per ritornare sulla nostra isola; quello di vendicare coloro che noi uccidemmo sotto le foreste di Labuan, e di strapparmi la donna che condussi meco; mia moglie!

“Fra qualche giorno essi saranno qui, ne ho il presentimento, e saranno qui numerosi e potenti più determinati ad espugnare l’isola che non lo fummo noi ad espugnare le Romades. Voi mi capite. Sarà l’ultima partita che noi giocheremo a Mompracem ma io voglio che questa partita s’abbia a vincere a ogni costo. L’ultima volontà della Tigre voglio che si compia con un corteo di scheletri e con un fiume di sangue!

– Tigre della Malesia – disse Balamê, uno dei capi – accanto a voi noi diverremo tigri pur noi, che a un vostro cenno sapranno morire come sono morti eroicamente coloro che pugnarono sulle coste dell’isola maledetta. Difenderemo fino all’ultimo anelito, fino a che avremo una goccia di sangue nelle vene e la forza di alzare un’arma la nostra Mompracem, voi e vostra moglie giacché lo volete. Ordinate: noi siamo pronti a sacrificare le nostre vite. Perché parlare ai vostri tigrotti di ultima volontà? Quale mai sarà l’audace che avrebbe tanto ardire di toccarvi colla sua scimitarra? Quale mai sarà la palla che non si spezzerà contro l’invulnerabile vostro petto?

Sandokan lo guardò commosso. E chi non poteva commuoversi alle parole di quei prodi, che, dopo aver perduto i loro compagni, offrivano ancora le loro vite a colui che era stato la causa delle loro sventure?

La Tigre ruggì in cuor suo di non poter spezzare le catene di Marianna e di riporsi alla testa di quegli eroi. Soffocò un singulto che salivagli alla gola.

– Compagni – diss’egli quasi con ira. – Vi ha la fatalità che dopo averci perseguitati ci condanna. Curvate anche voi il capo sotto questo crudele destino che è inesorabile. Lo curvo pur io che mi si chiamava la Tigre!…

Egli volse altrove la faccia sulla quale leggevansi le traccie d’un dolore sconfinato, porse il braccio a Marianna sui cui occhi brillavano due lagrime, che andavano ingrossandosi sotto le palpebre, e si allontanò col capo inclinato sul petto. Il Portoghese lo seguì, dopo aver gettato un triste sguardo sugli avanzi della terribile banda, le cui faccie cupe esprimevano una disperata rassegnazione.

– Fatalità! Fatalità! Fatalità! – ripeté Yanez. – Sei pur troppo con noi senza pietà.

Essi salirono la stretta gradinata che menava sulla cima della rupe, seguiti dagli occhi di tutti i pirati che parevano li guardassero come per l’ultima volta e che s’empivano a poco a poco di lagrime.

Sandokan attraversò rapido la piattaforma con Marianna, prima che questa potesse vedere fra le trincee sfondate gli scheletri umani ancor dispersi, ed entrò nella sua dimora.

– Marianna – disse Sandokan con sospiro. – Questa era l’antica abitazione della Tigre della Malesia, questo era il covo tanto temuto dove viveva Sandokan pirata… È tuo, fino a che tu rimarrai sull’isola di Mompracem, poi ritornerà deserto come prima che io avessi ad abitarlo… È un nido lugubre, nel quale si svolsero terribili drammi; un nido indegno di ospitare la Perla di Labuan, ma sospeso sull’abisso, inaccessibile a ogni essere umano, e sul quale il nemico non potrà giungere che dopo aver freddato l’ultimo pirata di Mompracem e d’essere passato sul mio corpo. Marianna, se tu fossi diventata la regina di Mompracem, l’avrei abbellito, ne avrei fatto una reggia… Orsù, a che parlare di cose impossibili? Tutto è morto o sta per morire.

Sandokan portò le mani al cuore e il suo volto si sconvolse dolorosamente. Marianna gli gettò le braccia attorno al collo.

– Sandokan, tu soffri, tu hai il cuore spezzato, tu mi nascondi i tuoi dolori – diss’ella.

– No, Marianna. Non sono che commosso. La vista di quegli uomini feroci, la vista di quegli eroi che piangevano mi ha impressionato, mi ha…

– Sandokan!…

– Che vuoi, anima mia, li amo e mi pare che mi si spezzi qualche cosa nel petto all’idea di doverli lasciare. Orsù questa sera svelerò ogni cosa a loro, che tutto ignorano. È d’uopo che tutti lo sappiano e che si preparino alla separazione.

– E di me, che diranno di me, causa di tutte le sventure che colpirono la sfortunata loro isola? Ah! Sandokan!…

– Oh! Non temere, anima mia! – esclamò Sandokan, i cui occhi s’accesero di sdegno al sol pensarlo. – Nessuno ardirà gettare un’accusa contro la Perla di Labuan, nessuno ardirà alzare una mano verso di te. Guai, guai all’audace che l’oserebbe. La Tigre gli berrebbe tutto il sangue delle vene dopo avergli fatto soffrire mille indicibili tormenti.

“Non supporlo, Marianna. Sono per essi la terribile Tigre della Malesia, il loro capo, il loro padrone, il loro dio!…

– Ma, nel fondo del cuore, malediranno la Perla che strappò dalle loro braccia la Tigre.

Sandokan emise un ruggito furioso.

– Non ti malediranno nemmeno nei loro cuori: io lo voglio!…

Egli trasse a sé la giovanetta e, cangiando tono:

– Marianna, questa sera io li chiamerò tutti attorno a me, e dirò a loro ogni cosa prima che abbiano a lottare per l’ultima volta col nemico sulle spiagge della mia isola. È d’uopo che sappiano che io voglio che tu sia difesa, è d’uopo che giurino che essi faranno dei loro petti scudo a te, è d’uopo che abbiano a sacrificarsi per difendere la Perla di Labuan, la moglie del loro capo, della Tigre.

“Questa notte tu sarai la regina di Mompracem, e perciò voglio che tu sii brillante, onde abbia ad affascinarli come hai affascinato me che pur aveva un cuore inaccessibile per lo strale dell’amore.

“Mi tenteranno, invocheranno la passata nostra grandezza, la nostra potenza un dì formidabile, ma sarò irremovibile come la rupe su cui mi trovo; ti tenteranno poiché tu abbia a rimanere, ti pregheranno, piangeranno fors’anche ai tuoi piedi, ma giacché non vuoi essere la regina della mia isola, rifiuterai, e rifiuterai senza esitazioni, senza paura.

“Orsù, siamo forti all’ultima ora. La fatalità gravita su di noi: si compiano i destini d’Allah. Io scompaio e dietro di me scompariranno i pirati e Mompracem.

I suoi occhi rotearono trucemente nelle orbite e si copersero d’un velo sanguigno.

Afferrò la giovanetta, la sollevò e accostò le sue labbra a quelle di lei.

– Lascia, lascia, che io libando l’amore sulle tue labbra divine disperda i miei dolori e soffochi i miei tormenti!

La depose a terra, poi gettò un fischio.

I due Malesi addetti all’abitazione comparvero.

– Ecco la vostra padrona – disse loro. – Chiamatemi Ladgia.

La donna che portava questo nome comparve un istante dopo. Era questa una Dajacha superba, come sono in generale tutte quelle della sua razza, dal portamento ardito, dal volto leggiadro, con occhi che brillavano d’un fuoco selvaggio. Aveva le gambe e le braccia cariche d’anelli di rame e d’ottone che tintinnavano graziosamente quando camminava, i capelli rialzati e abbelliti da lunghe e variopinte piume, e portava attraverso il corpo una cintura di anelli sostenenti di una corta bidang di stoffa rigata.

Questa ragazza, che era la più bella che vantassero i dajachi laut del Borneo, Sandokan l’aveva adottata come figlia dopo che suo padre era stato ucciso in un abbordaggio. Egli l’aveva mandata a prendere appositamente alle Romades dove viveva, per farne un dono a lady Marianna.

– Ladgia – disse il pirata. – Tu porti un nome di guerra dovuto alla tua audacia e al tuo coraggio. Ecco qui la tua padrona, sappi difenderla e proteggerla come la proteggerò e la difenderò io.

Stette un istante muto, poi, volgendosi verso Marianna:

– Coraggio, amor mio. Finché rimani su questa terra, sii la regina di Mompracem.

Uscì con passo rapido come volesse nascondere l’emozione che tornava a riprenderlo. Yanez lo seguì. Essi discesero sulla spiaggia nella quale andavano e venivano tacitamente i tigrotti di Mompracem.

La cannoniera fumava sempre a poche miglia dalla costa, andando e venendo, ora dirigendosi al nord, ora all’est, e ora avvicinandosi fino a tre o quattrocento passi dalla temuta isola. Pareva che cercasse qualche cosa, e che s’impazientisse. Sandokan indovinò subito che aspettava degli aiuti da Labuan per cominciare il bombardamento del villaggio, e fremette di paura, non per sé, non pei suoi tigrotti, ma ancora per Marianna.

– Lo vedi, Yanez – diss’egli volgendosi al Portoghese e indicando con gesto scoraggiante la cannoniera. – Tutto è finito per la povera Mompracem.

– Hai paura di quella vaporiera?

– Credi tu che sarà sola a bombardarci e a tentarne l’assalto? Essa aspetta dei rinforzi, aspetta quelli di Labuan e fors’anco la flotta di Sarawak! Ah! Yanez, ho un funesto presentimento radicato nel cuore, il presentimento che domani o dopodomani la nostra bandiera venga abbattuta per sempre, e le nostre coste fino a ieri inviolabili e temute, abbiano a cadere nelle mani dei nostri rivali di Labuan.

– Ma ci difenderemo estrenuamente – disse Yanez. – Abbiamo ancora cannoni, polveri e palle, abbiamo ancora dei tigrotti assetati che sotto la condotta della Tigre della Malesia faran prodigi di valore. Vedrai, Sandokan, che non avranno tanto ardire d’assaltare la Tigre nel suo covo.

– Non illuderti, Yanez – rispose tristamente il pirata. – La nostra potenza se ne è andata colla morte dei nostri tigrotti. E poi credi tu che gl’Inglesi non sappiano che io sono stregato? Credi tu che la Tigre si getterà perdutamente sul nemico come faceva nei tempi passati quando non aveva catene e il cuore inaccessibile?

“Ah! Yanez! la mia gloria è tramontata per sempre col mio nome!

– Ma allora noi corriamo un serio pericolo e prima di tutti lady Marianna!

La Tigre si scosse e lo guardò fissamente.

– Marianna! – esclamò egli.

– Se tu non senti di possedere l’antico tuo valore, è certo che gli Inglesi irromperanno sulle nostre coste e che ci piglieranno tutti quanti.

– Chi sarà mai quella mano che ardirà alzarsi sulla moglie della Tigre? – chiese Sandokan, rizzandosi fieramente. – Credi tu che io me la lascierò rapire? Morrà il mio nome, la mia potenza, la mia isola, ma Marianna, giammai!

– E se gli Inglesi ci respingessero?

– Mi ritirerei nelle foreste, e di poi prenderei il mare.

– E se ti mettessero alle strette, se ti circondassero, se la fuga fosse diventata impossibile?

– In tal caso darei fuoco alle polveri e salterei abbracciato a Marianna, colla mia bandiera e i miei tigrotti.

– Si vede che tu parli seriamente. E io con chi morrò abbracciato?

– A Ladgia – disse Sandokan, sforzandosi a sorridere mentre il Portoghese si imbarazzava. – Io so che tu l’ami, Yanez.

– In fede mia, tu indovini proprio, amico mio, e sia. L’ho amata alle Romades, l’amerò egualmente a Mompracem, e se mi toccherà morire, morrò abbracciato a Ladgia. Lavorerò per due, difenderò tutte e due, rizzerò da me solo una trincea.

– Andiamo allora, Yanez, mi occorrono uomini per fare delle batterie da difendere il villaggio contro i bombardatori.

I pirati di già si erano messi febbrilmente al lavoro. Una parte di essi abbattevano e trasportavano alberi aiutati da una dozzina d’indigeni dei dintorni, altri empivano i gabbioni di terra rizzando terrapieni di uno spessore non comune, e altri ancora piantavano palizzate fitte, empiendole di rottami, di macigni, di ferraccio. Si picchiava, si zappava, si abbatteva stimolati dalla Tigre e dal Portoghese che li incoraggiavano colla voce e coll’esempio.

I più abili artiglieri lavoravano dietro ai cannoni. Mettevano in batteria i più grossi riparandoli con lastroni di ferro e palizzate, preparavano le spingarde disarmando i prahos che ormai dovevano cadere sotto il fuoco del nemico, eccetto tre, i più rapidi e i più solidi, destinati per le coste occidentali onde proteggere la fuga se questa diventasse necessaria. Gli armaiuoli, e fra di essi se ne contavano dei più esperimentati, che avrebbero potuto dar dei punti a quelli indiani, si affaccendavano a schiodar cannoni che fortunatamente erano in numero ragguardevole.

L’intera giornata fu passata attorno alle trincee e ai terrapieni e alle batterie, dove la stessa Marianna si adoperò aiutata da Ladgia, una vera guerriera, a porre in batteria una piccola spingarda. Prima di sera il villaggio, se non era inespugnabile, presentava almeno degli ostacoli non facili a superarsi. Quei quaranta uomini avevano lavorato per cento.

Ventidue bocche da fuoco dei calibri di 18 e di 12 erano state messe in batteria sulla sinistra del villaggio, altre dieci della medesima portata, con parecchie spingarde, erano sulla destra, e tre grossi cannoni da 24 in un terrapieno isolato sul dinanzi del villaggio. Palizzate e trincee, fossati e terrapieni, si succedevano su ben quattro linee, presentando quattro difese, dietro le quali potevano ritirare i cannoni.

Appena che il sole si tuffò nelle onde, i tre prahos, bene armati, con un equipaggio di venti uomini fra i quali la metà indigeni presero silenziosamente il largo dirigendosi verso le coste meridionali per guadagnare di poi quelle occidentali.

Uno di essi, il più grande e il meglio armato, portava la maggior parte delle incalcolabili ricchezze di Sandokan, frutto di sei e più anni di saccheggi. La sua stiva riboccava addirittura di oro, di perle, di diamanti, in quantità tale da arricchire Pontianak, Varauni e Sarawak assieme. Qualche momento dopo Yanez, Ladgia, Giro Batoë e trenta dei più devoti e più coraggiosi pirati che avesse Mompracem, salivano la rupe ed entravano nella capanna per dare l’ultimo addio alla loro vita d’avventurieri, per dare l’ultimo addio alla loro esausta potenza, e al nome della Tigre che doveva fra poco morire per sempre.

La sala dell’abitazione era stata arredata col maggior lusso possibile. Scintillanti lumiere versavano torrenti di luce sugli arazzi tempestati d’oro e d’argento e sulle mobiglie incrostate di madreperla.

Nel mezzo era stata preparata una gran tavola che si curvava sotto il peso dei tondi d’argento finamente cesellati, delle ammirabili tazze ricolme di spumanti vini, delle bottiglie e degli enormi mazzi di fiori che si alzavano a gran piramidi spandendo all’intorno un profumo soave penetrante che inebriava, al quale si frammischiava il profumo delicatissimo della polvere di sandalo che ardeva sui vasi di bronzo.

Sandokan e Marianna di lì a un poco apparvero a braccio l’un l’altro, prendendo posto in mezzo alla banda.

Lui era vestito in velluto rosso, il suo colore favorito, il colore del sangue, col turbante verde sul capo sormontato da un gran pennacchio smaltato di perle, e i due kriss alla cintola dall’impugnatura d’oro massiccio. Aveva un’aria sì fiera, sì truce, sì maestosa che imponeva e che faceva insieme tremare.

Lei invece era abbagliante, bella, divina, più bella che mai, vestita in velluto nero sul quale rilucevano stelline d’oro, colle braccia nivee nude e coperte di braccialetti, i capelli biondi sparsi sulle semi-nude spalle in un pittoresco disordine e sul capo un gran diadema di diamanti che mandava baleni sotto i riflessi delle numerose lampade.

Pareva una regina, una divinità, più ancora un’apparizione soprannaturale avvolta in una nebbia luminosa, una apparizione che incuteva rispetto, che affascinava, che metteva i brividi, che faceva girar la testa a tutti, tanto era quella sera bella la Perla di Labuan.

I pirati, i più rozzi, i più sanguinari, i più vecchi incanutiti al fuoco di cento battaglie furono soggiogati. Un grido di stupore, d’ammirazione irruppe da tutti i petti, e nella mente d’ognuno balenò l’ardita idea di farne d’essa la loro padrona, la loro regina.

Il pranzo fu il più sontuoso che fosse mai stato dato a Mompracem. Sandokan in tutta la sua durata non aprì bocca, e rivolse tutte le sue attenzioni a Marianna, non più sanguinario pirata, ma fidanzato innamorato alla follia, e così pure le volsero tutti i pirati, che non staccavano un sol istante gli occhi fissi in quelli azzurri e scintillanti di lei. Gareggiavano per dimostrarle maggior affezione, e tutti rimuginavano nelle loro menti sempre l’idea di fare della Perla di Labuan la Perla e la regina di Mompracem.

Di già qualche parola era stata gettata furtivamente di convitato in convitato, e Sandokan stesso la udì. Pure non disse ancora verbo: solo la sua fronte s’oscurò, i suoi sguardi più volte perdettero la loro truce espressione per dar luogo a un lampo di gioia, a un lampo di speranza.

Alla fine del banchetto Sandokan si alzò. Pareva imbarazzato, evitava gli sguardi dei suoi tigrotti che lo fissavano in istrano modo, e la sua faccia si era fatta oscura, tetra, quasi feroce. S’indovinava che una terribil battaglia ferveva nella profondità del suo cuore.

– Amici – diss’egli alfine con una voce quasi cupa, disperata. – Amici, gli è una dolorosa missione quella che la fatalità tremenda che gravita su di noi, m’impose, ma ho giurato di compierla e ubbidisco ciecamente quantunque mi strazi il cuore e me lo faccia sanguinare tutto.

“Voi mi avete veduto lottare senza posa e senza pietà per compiere quella terribile vendetta che aveva giurato di intraprendere contro coloro che mi precipitarono dal trono nella polvere. Voi mi avete veduto pugnare qual tigre, per innalzare la nostra potenza e rendere forte e temuta Mompracem che noi adottammo per patria. Voi mi avete veduto condurvi per quasi dieci anni di vittoria in vittoria senza mai aver indietreggiato, senza mai aver esitato e, più di tutto, senza essere mai stato vinto.

“Amici, la fatalità oggi è piombata su di noi, la fortuna ci ha abbandonati nel bel mezzo dei nostri trionfi, siamo irremissibilmente condannati a perire, e perire dopo aver tanto brillato, dopo di esserci acquistati una sì bella e terribile nomea.

“Sconfitti a Labuan, vinta ed incatenata la Tigre da un amore soprannaturale, bombardate e violate le coste di Mompracem, senza forze e senza aiuti è d’uopo cedere, è d’uopo morire.

“Compagni, il destino mi spinge, mi trascina ad emigrare. Non so più ruggire, non ho più forze, non ho più sete, non ho più armi che mi sono state infrante dall’amore e dalla fatalità… Tigrotti, la stella di Mompracem, bisogna che lo dica, dopo aver tanto brillato, s’è spenta!

“Non accusatemi, non maleditemi, non piangete, miei prodi, non disperatevi. Combatteremo ancora una volta contro il nemico che ci viene ad assalire nei nostri covi, poi abbandoneremo questi luoghi che non son più nostri.

“Dio! Dio! Quanto è atroce perdere in una sola volta e nome, e gloria, e potenza, e isola, e mare. Ah! fatalità, fatalità, sei ben terribile!

La Tigre s’arrestò con la faccia orribilmente scomposta e la fronte inondata di freddo sudore. Un disperato ruggito uscì dalle labbra contorte.

I pirati non dissero parola, non si mossero, non emisero lamento alcuno. Solo i loro occhi che non avevano mai pianto s’empirono di lagrime che inondarono i loro volti anneriti dal fumo dei cannoni e dai venti del mare.

– Compagni – continuò Sandokan con una voce che lo strazio dell’anima rendeva strozzata. – Tergete quelle lagrime e serbatele per altri tempi, quando noi saremo lontani da questi luoghi che un dì erano nostri.

“Coraggio, tigrotti, bisogna emigrare, è la legge che ci imporranno i forti, ma emigrerete assieme a me, assieme all’antico vostro capo, alla Tigre della Malesia.

“Vi comprendo, era quest’isola la vostra patria, era la terra sulla quale eravate cresciuti e divenuti potenti, ma la fatalità così vuole.

“Credete che io non soffra nell’abbandonare questi luoghi che erano a me tanto cari? Se fossi capace di piangere, piangerei come voi, ma non so piangere. Orsù, miei prodi, è la legge che subiscono anche gli eroi, andremo a morire su altri lidi dimenticando il passato, e non saremo più i pirati della formidabile Mompracem. Voi perderete il vostro nome come io perderò il mio che mi ero guadagnato a prezzo di cento vittime. Curviamo, curviamo il capo sotto il destino, lo curva la Tigre della Malesia stessa!…

– Capitano! Mio capitano! – esclamò Giro Batoë che piangeva come un fanciullo. – E vorrete voi emigrare da questi luoghi che erano vostri? Rimanete, sarete ancor la Tigre dei passati tempi, andremo a radunar nuovi pirati, rialzeremo ancora le sorti di Mompracem, diverremo leoni, struggeremo Labuan, porremo a ferro e a fuoco Sarawak e Varauni.

– Rimanete, rimanete, capitano, noi saremo forti – esclamarono i pirati tendendo le braccia verso di lui.

– Compagni! Vi ha il destino che ci condanna – rispose Sandokan; – vi ha una fanciulla che io amo e sento che accanto a essa non sarei capace di ritornare la Tigre di una volta. No! No! Se voi nol vorrete, io emigrerò da solo. Il mio cuore e il braccio non sono più miei, sono della giovanetta che ha avuto il coraggio di amarmi. Tutto è suo! Tutto è suo!

– Milady – esclamò Giro Batoë. – Rimanete fra noi, sarete la regina di Mompracem, vi si coprirà d’oro, avrete cento e cento tigri che vi difenderanno dì e notte, vi daremo un regno, vi faremo potente, noi saremo vostri schiavi.

– Milady! – disse Balamê ammaliato da quella seducente giovanetta che trovava degna diventasse regina. – Non avrete che da parlare perché cento pirati si alzino a ubbidirvi. I nostri petti e le nostre armi faranno scudo contro i colpi del nemico, quando voi lo vorrete andremo a conquistare un regno, tutto per voi ci sarà possibile di fare a un vostro cenno. Giammai Mompracem avrà tanto brillato sotto di voi e della Tigre della Malesia!

Tra i pirati vi fu un’esplosione di delirio. I più giovani supplicavano, i più vecchi piangevano dinanzi a lei.

– Rimanete fra noi! – gridavano i pirati affollandosi dinanzi a Sandokan e alla giovanetta. – Rimanete fra noi!

Fu allora che la giovanetta sino allora sorda alle preghiere, si alzò. Con un gesto da regina fece fare silenzio.

– Sandokan – diss’ella con voce che non tremava. – E se io rimanessi fra questi prodi a Mompracem? E se io spezzassi il vincolo ormai invisibile che mi lega a Labuan? Se io diventassi una nemica di quella patria derisoria che non amo più, e dalla quale non ebbi che una goccia di sangue? E se io infine diventassi come sono essi una bandita, dillo, Sandokan, dillo, Tigre della Malesia, mi ameresti egualmente tu?

– Tu, Marianna, rimanere a Mompracem! – esclamò Sandokan precipitandosi verso di lei delirante. – E saresti tu capace di farlo, amor mio?

– Lo voglio! – esclamò fieramente la giovanetta.

Un urlo di gioia irruppe dai petti dei pirati. Venti armi si innalzarono incrociandosi sul suo petto.

Ella cadde fra le braccia di Sandokan chiudendo gli occhi, mentre i pirati gridavano ad una voce:

– Viva la regina di Mompracem!

CAPITOLO XXVIII

Il bombardamento di Mompracem

All’indomani il delirio si era impadronito dei pirati. Non erano più uomini, erano titani che lavoravano con energia sovrumana per fortificare la loro isola minacciata, titani che s’affannavano attorno alle batterie e alle trincee, che battevano furiosamente le rupi per istaccarne scheggione da far barricate, che scavavano fossati, che rotolavan botti ricolme di sassi, che portavan sacchi zeppi di terra, che mettevano in batteria cannoni, mortai e spingarde, che preparavano mine per ogni dove, che empivano gabbioni di rottami e che abbattevano alberi per elevare palizzate lungo la costa, che affilavano armi e che fondevano palle e bombe a migliaia.

La regina di Mompracem, bella e scintillante d’oro e di perle come la sera precedente era là per animarli. Incoraggiava gli uni, con un sorriso che li faceva delirare vieppiù, stimolava gli altri colla voce, saliva intrepida sulle batterie a puntare ella stessa assieme a Ladgia i cannoni e portava con quelle sue manine delicate le bombe dando l’esempio a tutti.

Sandokan vi era pure, e lavorava con un’attività febbrile che pareva pazzia. Altro che titano! La Tigre della Malesia movevasi rapida come un lampo accorrendo ovunque, facendo il lavoro che dieci uomini non sarebbero stati capaci di fare, demolendo i fianchi delle rupi, sollevando pietroni enormi e trascinando da solo e cannoni colossali e alberi spropositati. Faceva l’impossibile, e non meno di lui faceva il Portoghese le cui forze si erano centuplicate.

Nessuno perdeva un sol istante di tempo che era preziosissimo. La cannoniera fumava sempre al medesimo luogo spiando i loro lavori e ciò bastava per mettere il fuoco nelle loro vene, ben sapendo che aspettava l’arrivo di nuove navi per cominciare l’attacco.

Verso il mezzodì giunse al villaggio una metà dei pirati che avevano condotti i prahos sulla costa occidentale, e le notizie che essi portarono non furono inquietanti. Una cannoniera spagnola era stata veduta al sud dell’isola in rotta a quanto pareva per le Romades, ma non si era arrischiata a gettarsi sui loro legni; in quanto alle coste occidentali erano perfettamente sgombre da qualsiasi nemico, e in caso di ritirata si poteva prendere il largo senza grandi pericoli.

– Tuttavia – disse uno di essi a Sandokan che l’interrogava – vi sono traccie evidenti della comparsa degl’Inglesi. Gl’indigeni me ne hanno parlato, e pare che sieno sbarcati più di una volta tentando aver relazioni con essi.

– E gl’indigeni che pensano delle giacche rosse? – domandò Sandokan. – Hanno avuto abboccamenti con essi?

– È difficile saperlo da quei dannati rettili, capitano. Mi hanno assicurato che li odiano, che non vogliono saperne di visi bianchi, e udendo come essi tentino un colpo di mano sull’isola, il Nano mi parlava di portarci aiuti.

– Non fidiamoci troppo di loro – disse il Portoghese entrando in discorso. – Sono traditori belli e buoni, quei furfanti.

– Tuttavia una trentina d’indigeni potrebbero esserci di grande aiuto – mormorò Sandokan. – Non siamo che trentanove o quaranta, un piccolo numero dinanzi alla spedizione inglese che immagino sarà formidabile. È bensì vero che siamo quaranta tigri, che tutti abbiamo giurato di difendere Marianna e Mompracem, ma chi sa? Ti ricordi, Yanez, che ti dissi di leggere nell’avvenire? Ebbene: vedo ancora tutto oscuro, quantunque io sia ancor ritornato la Tigre!

– Eh! Bisogna bene che sieno forti le giacche rosse per cozzar contro le nostre batterie o sfondare le nostre trincee – disse il Portoghese. – Non vedi, Sandokan, che abbiamo fatto di questo villaggio una rocca che crederei inespugnabile?

– Lo vedo, ma il nemico può esser pur egli forte. To’! Guarda, Yanez, mi sembra vedere delle colonne grigie laggiù all’oriente, senza dubbio colonne di fumo. Ecco la cannoniera che se ne va; essa deve aver scorto gli aiuti che aspetta da tanto tempo.

– Il nemico! – esclamarono Giro Batoë e due o tre pirati, che si tenevano sull’alto delle batterie.

Sandokan e il Portoghese si precipitarono sui terrapieni dove la giovanetta li aveva preceduti, mentre i pirati davano gli ultimi colpi di zappa a un quarto fossato e mettevano in batteria gli ultimi cannoni e le ultime spingarde.

Delle colonne di fumo e dei punti bianchi si scorgevano allora all’orizzonte, verso i quali si dirigeva a tutto vapore la cannoniera. Nessuno pose in dubbio che fosse il nemico che si avvicinava all’isola per tentare audacemente l’occupazione o almeno la completa distruzione di quel formidabile nido di pirati che per tanti anni aveva scorrazzato i mari.

Non era ancora possibile determinare le sue forze, ma dalle colonne di fumo e dalle vele, era facile a capirsi che doveva essere potente. Piroscafi e velieri non mancavano, e se li vedevano gareggiare di celerità a poca distanza gli uni dagli altri. Balamê che salì sulla gran rupe assicurò essere una vera flotta in mezzo alla quale si trovavano parecchi prahos.

Sandokan, a fianco della giovinetta ritta intrepidamente sulle batterie e circondata dai pirati che avevano in furia abbandonato i lavori, con quegli occhi che sfidavano i più potenti cannocchiali, esaminava e contava attentamente i vascelli che s’avvicinavano rapidamente alle temute coste di Mompracem.

Comprese subito quanto fosse forte il nemico e pur lo compresero i suoi pirati, ma non vi fu alcuno che facesse il minimo segno che dinotasse sorpresa o timore. Erano preparati a tutto; le flotte riunite di Labuan, Borneo e Sarawak non sarebbero state capaci di scuotere il loro ammirabile coraggio. Che valeva se il nemico era sei, dieci, venti volte anche più numeroso quando alla loro testa avevano la Tigre, l’uomo dalle imprese leggendarie, terribile come i tempi passati? Che valeva se il nemico aveva cento cannoni di più quando la regina era con loro ad animarli e quando il loro villaggio era stato reso inespugnabile?

– Tigrotti! – gridò Sandokan con quella voce che affascinava e che scuoteva le fibre. – Ecco il nemico!

I pirati vi risposero alzando le scuri, i moschetti e le scimitarre facendo con questo scudo alla regina che si teneva fieramente ritta a fianco alla Tigre e un solo grido sfuggì da tutti i petti.

– Viva la regina di Mompracem!

– Compagni – continuò Sandokan sguainando la terribile sua scimitarra cento volte tinta nel sangue umano. – Il nemico è forte, forse risoluto ad espugnare i nostri covi e dare un colpo mortale alla nostra Mompracem, alla nostra patria adottiva. Non avrà pietà, non ci darà quartiere che per trascinarci sulle forche di Vittoria, vogliono la nostra regina e me, la Tigre della Malesia che tanta paura a loro cagiona. Mi affido a voi, ai tigrotti di Mompracem.

“Siamo pochi, ma tutti risoluti e prodi e bisogna vincere a qualsiasi costo, vincere per sostenere e rialzare le cadenti sorti della pirateria e della nostra isola. Che nessuno tremi, che nessuno si sgomenti, che nessuno indietreggi: turbini di ferro finché le palle e la polvere non vengono meno, poi innanzi colle scuri e le scimitarre. Io sarò il primo a darne l’esempio.

“Rammentatevi che siamo i tigrotti di Mompracem, che io sono la Tigre e che coloro che furono assassinati sulle coste di Labuan chiedono vendetta. Ovunque rottami, cadaveri e fiumi di sangue! Io lo voglio!…

Non vi voleva che la Tigre per mettere fuoco nei petti di quei pirati, e per cangiare gli uomini in tanti eroi.

– Sì! Sì! Battiamoci! – urlarono ad una voce i pirati. – Morte alle giacche rosse! Vendetta ai nostri compagni!

– Capitano! – esclamò Giro Batoë. – Siamo quaranta tigri che da sedici ore abbiamo fatto dono delle nostre vite a Mompracem, non domandiamo che di provare le nostre forze. Sotto il comando della Tigre saremo quattrocento, sotto gli occhi di milady saremo quattromila.

– Lo sapevo di aver dei prodi, abbracciatemi, compagni, e possiate difendere colei che amo più di Mompracem!

I pirati si precipitarno uno a uno fra le braccia del formidabile uomo.

– Milady – disse Balamê. – È d’uopo che il nemico prima di giungere fino a voi passi sul corpo di quaranta tigri. Le nostre artiglierie vi copriranno di fuoco, i nostri petti vi faranno scudo, le nostre scimitarre abbatteranno coloro che alzeranno il braccio contro di voi! Essi non vi avranno: lo vogliamo!

– Grazie, amici miei, e se la sorte arriderà a Mompracem, rimarrò per sempre fra voi – disse la giovanetta.

– Alle armi! Alle armi! – gridò Sandokan, trascinando seco Giro Batoë e la sua banda.

– Viva la regina di Mompracem! Viva Sandokan! – gridarono i pirati e scomparvero dietro le palizzate e le batterie.

I provvedimenti per mettere la giovanetta e la sua compagna fuori di pericolo e i preparativi per una ritirata se questa malgrado la resistenza diventasse necessaria furono presi. Le due donne furono internate nella foresta al riparo di una rete d’alberi sotto la guardia di Inioko, un Dajacco vigoroso e risoluto, capace di far fronte a un intero drappello di soldati. La separazione della giovanetta da Sandokan non fu senza lagrime.

– Marianna – disse il pirata nel momento che stava per dividersi. – Non temere, né il maledetto da Dio, né i suoi ti avranno come non avranno me. Non morrò, poiché le palle che mi hanno rispettato per tanti anni mi rispetteranno pur oggi che pugno in difesa dei miei diritti e anche di una fanciulla. Sì, se io sarò costretto a cedere, cederò e fuggiremo assieme, non sarai più regina di Mompracem, ma sarai egualmente mia. Forse sarebbe meglio così. Va, fra poco, vinto o vincitore, avrai mie nuove.

La giovanetta si sciolse dalle sue braccia piangendo e parti assieme a Ladgia che non era meno commossa di lei dopo la separazione col Portoghese, ed entrarono sotto le foreste guidate da Inioko che dolevasi essere condannato a udir il cannone senza poterlo adoperare. Egli le condusse sul luogo ove eran radunati una trentina di cavalli di già bardati, nel mentre che Giro Batoë, Balamê e una mezza dozzina di pirati invadevano i villaggi indigeni e facevano una razzia dei più valorosi che mandavano frettolosamente al campo.

Al villaggio vi era ora tutto sottosopra. Sandokan e il Portoghese, dopo di aver ricacciate le emozioni nel fondo del cuore, l’uno tornato Tigre e l’altro tigrotto, risoluti a giuocare l’ultima loro carta, e a vendere cara la vita o la libertà, davano gli ultimi colpi di mano alle trincee, alle palizzate, alle batterie, assieme ai loro uomini.

Si caricavano frettolosamente i cannoni, si ponevano in batteria quelli ancor a terra, si accumulavano palle e granate, si aprivano le polveriere, si rafforzavano le barriere, si empivano d’acqua i fossati, deviando il corso dei torrenti, si tiravano a secco i prahos onde non potessero venire presi e servire di fortezza agli assalitori, e si affondavano quelli che non potevansi salvare. Non si tralasciò di porre in opera tutti i mezzi suggeriti dall’arte per rendere inespugnabile il villaggio, né si tralasciò di prendere ogni precauzione suggerita dall’imminente pericolo. Ogni cosa in quei momenti era buona per moltiplicare gli ostacoli contro un possibile assalto degli Inglesi.

I tradimenti non furono neppure essi dimenticati. Si scavarono trabocchetti entro i quali potessero precipitare i nemici, si prepararono mine, si empirono i fossati d’ammassi di rami spinosi e si piantarono nel fondo punte di ferro avvelenate con succo dell’upas.

In venti minuti, prima che le navi giungessero a tre miglia dalla costa, il villaggio era stato cangiato in una vera rocca, difficile a distruggersi e impossibile ad espugnare.

La flotta nemica era più forte e più numerosa di quella che era apparsa in sul principio. Disponeva di potenti mezzi di distruzione, e possedeva numerosi equipaggi, raccozzati fra tre o quattro differenti razze. Si scorgevano Inglesi, distinguibili per le giacche e i berretti rossi e per la flemma con cui manovravano; Olandesi colle azzurre divise; una mano di Spagnuoli montata su di una cannoniera e che vociavano come aquile, dei guerrieri del sultano di Varauni coi loro lunghi scudi, i loro gran turbanti, e armati di picche e di moschettoni a pietra, e certi uomini dai volti feroci, seminudi, dagli atteggiamenti fieri, armati di certe scuri e certe scimitarre di una forma strana, che li davano a conoscere per pirati delle coste del Borneo, rivali accaniti di quelli di Mompracem, che l’oro del baronetto e una certa gelosia li avevano determinati a unirsi alla spedizione.

Era una vera armata per nulla inglese ma guidata da Inglesi, un’armata formidabile contro la quale bisognava ben guardarsi e ben difendersi, superiore di assai a quella di Mompracem che disponeva di valorosi bensì, ma sempre pochi difensori.

– Mille tuoni! – esclamò Yanez, con ira mal celata. – Non avrei mai creduto che quel cane di lord James giungesse a riunire tante navi e tanti uomini.

Egli contò due grandi piroscafi, mercantili per forma, ma meglio armati dei vascelli da guerra, e dietro a essi la cannoniera olandese che da tre giorni spiava Mompracem, una cannoniera spagnuola, un grosso brigantino vecchio di scafo ma zeppo di cannoni, e una mezza dozzina di prahos colla bandiera del sultano di Borneo e altrettanti legni pirateschi. Quantunque fidasse nelle forze della Tigre il bravo Portoghese si sgomentò.

– Che ti pare Sandokan? – chiese egli.

– Meglio così – risposte la Tigre con un sorriso ironico e feroce. – Sono forti, tanto meglio: danzeremo addirittura fra turbini di ferro. È l’ultima lotta che io imprenderò: guardati, o flotta, da Mompracem e da me!…

Giro Batoë e Balamê ritornavano in quel mentre seguiti da una quarantina di indigeni che avevano adescato a furia di oro e di promesse. Il Nano era fra essi e si poteva credere che egli operasse prodigi di valore.

Non erano già pirati, quegli uomini che guidava, non avevano fama di prodi tuttavia avevano acquistato una certa dose di coraggio di cui mancano generalmente quelli della loro razza, e si alleavano facilmente ai loro padroni quando vi era da guadagnare qualche manata d’oro e meglio ancora, se vi era da vuotare una bottiglia di acquavite.

Non resistevano all’urto, ma sapevano tirar moschettate con rara precisione e adoperare i cannoni, manovra che avevano appreso con facilità sotto i loro maestri, quantunque le prime volte avessero provato una paura indiavolata a tanto fracasso.

Sandokan per incoraggiarli vieppiù, fece sfondare un barilotto di arak che fu in un momento vuotato da quei bevitori.

– Nano – diss’egli mentre si dispensavano a essi le armi e si mettevano ai cannoni – io ho bisogno di te, tu lo comprendi; quelli che vedi laggiù vogliono rubarci l’isola, se vi riescono diverranno i padroni, e come hanno reso schiavi tutti i popoli a loro soggetti, renderanno pure schiavi te e la tua tribù. Siamo forti però, riusciremo forse a metterli in fuga, ma siamo pochi; se tu riuscirai a fare ciò che ti domando, venti botti di arak e un vestito rosso saranno il premio della vittoria.

– Arak! Arak! – esclamò il beone fiutando il bariletto con una avidità da macaco. – Ohe! Vi ha dell’arak nell’aria, la Tigre lo promette, cerchiamo di fare qualche cosa. Lo vedrai, capitano, quei gridatori in giacca rossa prenderanno il largo.

La conversazione fu punteggiata dal primo colpo di cannone che partì da uno dei piroscafi, la cui palla fece saltare la terra sulle sponde di un fossato. Sandokan raddrizzò l’alta statura con un gesto di suprema fierezza guardando il piroscafo.

– Vincerai! – esclamò egli dolorosamente portando la mano al cuore. – Lo sento, ma non mi avrai vivo come non avrai Marianna Guillonk! Voglio farti comprendere quanto possa la Tigre prima di abbandonare il suo covo, e di che siano capaci gli ultimi pirati di Mompracem. E ora, fatalità, compi ciò che hai cominciato: io ti aspetto!

Il pirata gettò uno sguardo all’intorno come volesse imprimersi per l’ultima volta nel cuore quei luoghi che una voce interna diceva che non avrebbe veduto mai più, e sospirò. Qualche cosa di umido comparve sui suoi occhi, non già una lagrima poiché quell’uomo non sapeva piangere, ma che forse era più che fosse una lagrima, e si diresse alle batterie.

La flotta, dopo di aver tirato il primo colpo, era andata avvicinandosi mantenendosi su di una linea che comprendeva la larghezza della costa occupata dal villaggio. Vedendo che i pirati non rispondevano cercava di abbreviare e di tentar forse lo sbarco fidente nelle proprie forze.

Sandokan la lasciò avvicinarsi fino a ottocento passi, poi saltò su uno dei più grossi cannoni della batteria centrale, alzando la scimitarra.

– Compagni, ai vostri pezzi – gridò egli con voce tonante. – Non vi trattengo più; sbarazzatemi il mare da questi prepotenti. Fuoco!

Trentasei cannoni e una dozzina di spingarde difendevano il villaggio. Al comando della Tigre i terrapieni, le trincee, le palizzate avvamparono su tutta la linea formando una sola denotazione capace di essere udita alle Romades. Sembrò che il villaggio intiero saltasse in aria e la terra fremette fino alle spiaggie. Nubi di fumo avvolsero le batterie, ingigantendo sotto nuovi colpi, che si succedevano furiosamente distendendosi sulla sinistra ove tiravan le spingarde manovrate dagli indigeni.

La flotta qua e là danneggiata non istette molto a rispondere. Piroscafi e cannoniere, brigantino e prahos si coprirono alla loro volta di fumo, presentando i fianchi al villaggio. I loro colpi si succedevano non meno rapidi di quelli dei pirati, con una precisione che sgomentava, tempestando le opere di difesa, avanzandosi obliquamente a piccolo vapore e con qualche vela, sostenuti da un violento fuoco di moschetteria, che se non riusciva contro le batterie, molestava e non poco i difensori.

Non si perdeva un colpo né da una parte né dall’altra, si gareggiava di celerità e di precisione, s’infuriava da ambe le parti, risoluti a esterminarsi da lontano e più tardi da vicino. La flotta aveva la supremazia del numero dei combattenti, aveva la supremazia delle bocche da fuoco che non la cedevano né in numero, né in portata a quelle del villaggio, e aveva di più il vantaggio di spandersi, isolarsi e muoversi, facendo spesso andar a vuoto i colpi del nemico.

Ma con tutto ciò non guadagnavano. Era bello vedere quel villaggio difeso da un pugno di prodi, che avvampava da tutti i lati rispondendo colpo per colpo, vomitando bombe e torrenti di mitraglia che fracassavano madieri, struggevano manovre, sventravano uomini. Aveva ferro per tutti, ruggiva più forte che non ruggissero i cannoni uniti della flotta, puniva i bravacci che venivano a sfidarlo a poche centinaia di metri dalle formidabili coste demattandoli degli alberi, faceva indietreggiare i più audaci che tentavano uno sbarco, e per tre miglia intorno faceva saltar le acque del mare.

La Tigre era in mezzo ai suoi, cogli occhi in fiamme, ritto dietro un grosso cannone da 24, che scatenava dalla sua fumigante gola uragani di ferro ad ogni istante senza mancare una sola volta. Il formidabile uomo a ogni denotazione del suo mostro di bronzo, che fracassava i fianchi al più grosso dei piroscafi, urlava:

– Fuoco! Fuoco! Spazzatemi questo mare, sventratemi queste navi, struggetemi questi uomini che sono ancor bambini!

E la sua voce non andava perduta. I pirati conservando un ammirabile sangue freddo, determinati a restare al loro posto finché vi era una trincea in piedi e a morire sui loro pezzi anziché retrocedere, aiutati dagli indigeni che vi si prestavano vigorosamente, infuriavano a ogni comando della Tigre. Senza badare alla tempesta di ferro che ruggiva attorno ad essi, che lacerava le palizzate, che faceva saltare terrapieni, che sfondava gabbioni, che schiantava le loro capanne, se li vedevano salire intrepidamente sulle opere danneggiate e puntare le loro artiglierie.

Un prahos piratesco fu fatto saltare dopo averlo incendiato con una bomba nel mentre che cercava con una insolente bravata di approdare appié della rupe. I suoi rottami giunsero fino alle prime palizzate del villaggio e i tre o quattro uomini che erano scampati all’esplosione furono fulminati dalla mitraglia ancor prima che potessero approdare.

Un secondo prahos che cercava imitare l’audace manovra del primo fu compiutamente demattato ammazzandogli mezzo equipaggio e sarebbe colato a picco senza l’aiuto della cannoniera olandese che tirando furiosamente col suo grosso pezzo di poppa, fece tacere per un istante il fuoco diretto su esso, e lo trasse a rimorchio al largo.

– Venite a sbarcare! – gridò Sandokan puntando il suo cannone sulla cannoniera. – Voglio vedervi! Venite a misurarvi cogli ultimi pirati di Mompracem! Voi siete fanciulli e noi siamo giganti!

– Tuoni di Dio! – urlava dal canto suo il Portoghese dando fuoco al suo cannone. – Bisogna proprio fare un massacro di quei cani là prima d’indurli a battere in ritirata? Aspettate un po’, giovanotti miei, che vi faccia assaggiare una porzione di mitraglia rovente. Tuoni di Dio! Faccio una marmellata di tutti voi!…

E si continuava a tuonare gagliardamente, vomitando bombe e mitraglia contro la flotta che invano sforzavasi avvicinarsi alle coste della terribile isola.

Tutte le navi qua e là danneggiate, andavano e venivano a tratti, tentando ogni sorta d’astuzie, avanzando obliquamente e rompendo bruscamente la rotta, facendosi sotto le scogliere fino a soli 200 metri dal villaggio, scagliando torrenti di bombe per far saltar le trincee e avventando turbini di ferraccio per fulminare gli artiglieri, ma terminando sempre col torcere cammino e tornare ad allontanarsi semi-sventrate.

Era da vedersi che finché i bastioni tenevano saldo, le polveri non venivano meno e gli uomini non cadevano, sarebbe stato impossibile tentare uno sbarco.

La flotta dovette pur comprenderlo, poiché desistette improvvisamente dall’avvicinarsi e si portò al largo, dividendosi per non offrire troppi punti di mira, movendosi rapida e concentrando tutti i suoi colpi sui cannoni per ismontarli.

Questa ritirata fu terribile pei pirati. La flotta cominciò in breve ad infuriare con maggior lena del villaggio, battendo furiosamente in breccia contro le batterie più deboli scacciandone a viva forza gli artiglieri che si sentivano incapaci di far fronte a tanta pioggia di ferro.

Centinaia e centinaia di bombe cadevano fitte fitte dinanzi ai terrapieni che, sconquassati dalle terribili esplosioni che si succedevano senza posa, ruinavano nei fossati, schiantando con formidabili scrosci le palizzate, trascinando seco e gabbionate, e cannoni ed artiglieri, che venivano subito dopo fulminati da terribili scariche di moschetteria. Non meno danno faceva la mitraglia che le cannoniere scagliavano incessantemente.

Scrosciava maledettamente sulle opere di difesa frantumando gli alberi e sollevando i sassi e le pietre, si cacciava fischiando nelle feritoie, fulminando i pirati che invano cercavano di ripararsi da tanta grandine di ferro.

In meno di dieci minuti la prima linea di bastioni fu sfasciata. I fossati s’empirono di rottami, sei cannoni saltarono e tre delle più grosse spingarde dovettero essere abbandonate in mezzo a una decina di cadaveri. Un istante dopo i bastioni di destra non rispondevano che a rari intervalli e a gran fatica, e la seconda fila di trincee cominciava pur essa a ruinare sotto il crescente turbine di ferro che avventava furiosamente la flotta.

La Tigre della Malesia tuttavia non si smarrì. Egli fece drizzare tutti i cannoni su uno dei due piroscafi che maggiormente arrecava danno alle trincee, il quale fu costretto a rispondere alle batterie di sinistra e del centro, lasciando così tempo agli artiglieri di quello di destra di ritirarsi dietro la seconda linea di fortificazione trasportando seco i cannoni.

Per mezz’ora il legno dovette sostenere quel terribile cannoneggiamento, che gli spezzava le murate, che gli frantumava alberi e pennoni, che lo forava in tutti i versi e che gli struggeva l’equipaggio.

– Fuoco su di lui! Fuoco! – urlava incessantemente la Tigre. – Sventratelo, spezzategli le ali, fatemelo saltare!

Il legno tutto sconquassato, tutto sdruscito, quasi senza uomini, senza cannoni, senza alberi, cominciò ad affondare. Una bomba di otto pollici, del peso di 21 chilogrammi che fornisce voluminose scheggie, lanciatagli da Giro Batoë con uno dei mortai, determinò la sua sorte. Una falla enorme s’aprì a prua, per la quale si precipitarono in massa le acque. L’attenzione degli altri legni si volse allora a salvar i naufraghi. Numerose imbarcazioni solcarono i flutti, ma pochi scamparono al fuoco terribile dei pirati che per così dire le polverizzava. In dieci minuti il piroscafo affondò seco trascinando gli uomini che ancor rimanevano in coperta proprio nel momento che uno dei prahos saltava per lo scoppio della Santa Barbara. Il fuoco per poco fu sospeso dalla flotta, le cui sorti volgevano alla peggio, ma in breve ricominciò e con maggior furia di prima. Le batterie di destra furono nuovamente ridotte al silenzio e i pirati per la seconda volta dovettero sgombrarle e ritirarsi dietro i secondi terrapieni, e quindi costretti a ripiegarsi dietro ai terzi di già mezzo rovinati.

Le batterie del centro, oppresse alla loro volta, distrutte sotto le bombe che si succedevano senza intervalli, ne seguirono l’esempio e non rimase che la trincea di sinistra, la più forte e la meglio armata, esposta al tiro di tutti i legni.

Sandokan cercava rianimare i combattenti colla sua presenza, puntando egli stesso i pezzi o facendo fuoco alla testa dei più abili tiragliatori, ma doveva pur egli convincersi che il momento della ritirata non sarebbe stato lontano. Ruggiva in cuore all’idea di dover perdere la sua isola, ma forse in fondo benediva la flotta che poneva fine alla pirateria.

Non era più la Tigre, lo sapeva, non era più il medesimo uomo di un tempo ora che amava.

Si avrebbe detto che, pur facendo prodigi di valore, dando esempio ai deboli e ai forti, mancasse di quella pazza temerità per cui andava tanto famoso.

– È il destino – mormorò egli, tergendo la fronte madida di sudore nel mentre che Giro Batoë rotolava al suo fianco col petto fracassato da una palla di cannone. – Lo sapeva, era destino!

Una delle polveriere del villaggio saltò pochi minuti dopo con terribile violenza. Sei indigeni e tre pirati, fra i quali Balamê, furono seppelliti sotto le macerie, e dalla scossa i terrapieni franarono, mentre i legni infuriavano con maggiore energia. La prima trincea si dovette abbandonare assieme a mezze artiglierie, ridotte inservibili, e a ben venti cadaveri.

Fu tentato l’ultimo sforzo per arrestare il nemico che si avanzava verso la costa. Si diresse ancora una volta il fuoco contro l’altro piroscafo, cercando di mandarlo a picco, ma non vi riuscirono. I cannoni erano troppo pochi per pensare a lui solo e le difese troppo ruinanti per sopportare il fuoco degli altri legni.

La seconda trincea saltò assieme alla seconda barriera che seppellì il Nano con una decina dei suoi uomini.

– Sandokan! – esclamò Yanez, precipitandosi verso di lui col volto annerito dalla polvere. – La posizione è insostenibile.

– Lo so – rispose il pirata, dando fuoco a un mortaio colla speranza di frantumare le ruote del piroscafo.

– Se noi rimaniamo ancora, nessun di noi sfuggirà alle loro bombe. Sandokan emise una bestemmia. Gettò uno sguardo disperato sui superstiti ridotti a soli ventisei pirati, e una ventina d’indigeni, che continuavano freddamente il loro dovere. Contò le artiglierie che rimanevano: non erano che sette pezzi.

La flotta andava avvicinandosi formando un semi-cerchio attorno le cadenti batterie opprimendoli sotto un turbine di ferro, mentre le truppe da sbarco si affollavano nelle imbarcazioni galleggianti ai fianchi dei legni. Uno dei prahos aveva di già gettato l’âncora presso le prime scogliere e i suoi uomini si apparecchiavano a prendere posizione.

La partita era irreparabilmente perduta. Fra pochi momenti gli assalitori, venti volte forse più numerosi, doveano sbarcare e attaccare alla baionetta le cadenti batterie e sterminare gli ultimi pirati, affranti, feriti, decimati.

Per un istante Sandokan ebbe la pazza idea di voler contrastare lo sbarco all’arma bianca con un pugno di prodi, ma fu un lampo. Le ultime batterie ruinarono sotto i piedi dei difensori che rimasero allo scoperto esposti al fuoco della flotta. Un ritardo di pochi istanti poteva diventare funesto; le prime scariche di mitraglia cominciavano a decimare quei prodi che ancor non sapevano decidersi ad abbandonare quei luoghi. Bisognava ritirarsi.

E Sandokan, sacrificando l’isola, la sua potenza e persino il suo nome, anziché sacrificare gli ultimi avanzi dei suoi tigrotti, raccogliendo tutte le sue forze per pronunciare quella parola giammai uscita dalle labbra della Tigre, con una voce che pareva il ruggito di una belva, comandò la ritirata. Nel momento che i tigrotti colle lagrime agli occhi, il cuore straziato evacuavano le fumanti batterie, salvandosi nei boschi, il nemico sbarcava massacrando gli agonizzanti a colpi di baionetta.

La stella di Mompracem s’era estinta per sempre!…

CAPITOLO XXIX

Sul mare

La ritirata, dolorosa parola per ogni coraggioso e doppiamente dolorosa per quei pirati che mai l’avevano udita pronunciare in tanti e tanti anni di battaglia, effettuavasi ordinata e rapidamente.

Era pure straziante per quegli uomini l’abbandonare quei cari luoghi testimoni della loro potenza e grandezza; era atroce per quegli eroi evacuare quell’isola che avevano chiamato propria ed evacuarla lasciandola in mano al nemico, eppur non potevano far altrimenti.

Spenti i più prodi campioni della pirateria, arsi i loro legni, arse le loro capanne, le loro batterie, abbattuta la loro bandiera, vinta e domata la terribile Tigre della Malesia, senza forze e senza mezzi, non rimaneva altro che emigrare ed abbandonare quelle temute coste prima che il nemico avesse a spegnere totalmente i superstiti.

Ridotti a un drappello di soli ventidue uomini, la maggior parte feriti, ma ancora validi, ancora assetati di sangue, ancora anelanti di vendetta, colla morte nel cuore, colle lagrime agli occhi, essi continuavano la ritirata senza scambiar una parola seguendo la Tigre che marciava alla loro testa ai fianchi di Yanez.

Quest’uomo veramente strano e terribile che si faceva chiamare Tigre della Malesia, quantunque sconfitto, quantunque avesse perduto la sua isola che egli chiamava carne delle proprie membra, quantunque avesse perduto il suo mare che chiamava sangue delle sue vene, quantunque in un sol colpo avesse perduto e la sua potenza, e la sua gloria e fors’anco il suo nome un dì cotanto formidabile, conservava in quella ritirata una calma veramente ammirabile. Si avrebbe quasi detto che egli, che ci teneva tanto un tempo alla sua fama, fosse quasi quasi contento, e chi sa, forse in fondo in fondo poteva essere vero.

Era da tanto tempo che aveva preveduto la decadenza della sua isola, che vi si era a poco a poco rassegnato. Del resto sentivasi egli stesso impotente di lottare con quelli di Labuan ormai troppo forti, e sentiva di non poter essere più la Tigre di una volta dalle pazze imprese, ora che aveva dietro di sé una giovanetta che amava alla follia, ora che era stato affascinato dalla Perla di Labuan.

Nondimeno era inquieto e sul suo volto si scorgevano traccie evidenti di una commozione forte che non riusciva interamente a nascondere.

– Venite, tigrotti – diss’egli nel momento che questi si arrestavano quasi saltasse loro in mente di ritornare ai loro distrutti lari. – Chi rimane su questa terra che non è più nostra, è morto. A che adunque arrestarsi, a che adunque sperare, quando il nostro villaggio e i nostri bastioni non sono più là a porgerci un rifugio, quando i cannoni sono diventati muti, quando i prahos furono infranti, quando le nostre armi sono spezzate?

“Volete farvi assassinare dalle baionette dei vigliacchi che ci assalirono cento volte più numerosi di noi? Volete che essi abbiano a mietere gli ultimi fiori di Mompracem che forse un dì potranno rifiorire? Venite, perdio, venite! Abbiamo ancora da pugnare e chi sa, forse da pugnare terribilmente. Si udivano in lontananza le grida dei vincitori che davano il sacco al villaggio, che bruciava assieme alle batterie. Sandokan raddoppiò il passo, traendosi dietro con un gesto energico i suoi uomini e si diresse verso un torrente disseccato sulle cui rive si aggirava Inioko.

– Marianna dov’è? – domandò il pirata cercandola collo sguardo.

– Sono laggiù tutte e due, vi aspettano ansiosamente – rispose Inioko. – E che ne fu?… Abbiamo noi vinto, capitano?

Sandokan non rispose che crollando ripetutamente il capo, poi attraversato il letto del torrente, si diresse rapidamente verso le due donne che gli movevano incontro. La giovanetta nel vederlo gettò un grido di gioia; il pirata l’accolse fra le sue braccia senza dir verbo e la strinse contro il suo petto. Ella, compresa di ciò che era successo al villaggio, indovinò la rotta.

– Povero Sandokan, poveri pirati! – esclamò ella con sincero cordoglio. – Io cominciava ad amare di già Mompracem.

– Sì, amor mio, siamo stati battuti – rispose Sandokan. – I forti hanno vinto schiacciando i prodi. La fatalità fu inesorabile.

– E ora che facciamo noi? – domandò Ladgia volgendosi verso il Portoghese.

– Si emigra – rispose Yanez. – Sandokan, il nemico ci è alle spalle, non perdiamo minuti che sono preziosi.

I pirati giungevano l’un dietro l’altro conducendo i cavalli. Non mancava che salire in sella.

– Amici – disse Sandokan, volgendosi verso i suoi uomini. – Diamo un ultimo addio a questi luoghi e partiamo. Nessuno rimprovererà gli ultimi pirati di aver ceduto il campo senza averlo contrastato. È inutile rimanere, emigriamo finché la via è libera, cerchiamo salvarci prima che i vincitori abbiano ad assassinare fino all’ultimo i tigrotti di Mompracem. Coraggio miei poveri compagni. Voi siete stati testimoni dei miei sforzi per arrestare l’invasore; nessuno di voi potrà rimproverare la Tigre, non è vero?

– No, no – risposero in coro i pirati. – Non ti rimprovereranno mai!

– Lo sapeva io che i miei uomini erano ancora gli stessi dopo la sconfitta – disse Sandokan commosso. – Era scritto lassù che Mompracem dovesse cadere, che la Tigre finisse di ruggire, che i pirati scomparissero. Siamo stati vinti, ma non domati, ci hanno scacciati da questi luoghi che erano nostri, ma ci siamo ben difesi. Compagni! Gli è doloroso emigrare, finire la vostra gloriosa carriera in terra straniera, ma il destino l’ha voluto. Seguiamolo, espatriamo giacché non abbiamo più forze per lottare col prepotente nemico che ci ha vinti, la Tigre ne dà l’esempio, e voi lo seguirete. A quale scopo farsi assassinare quando ogni generoso sforzo riescirà inutile? Voi piangete, e io credete che non abbia il cuore che sanguini?

“In terra straniera avrete ancora forze sufficienti per ritornare pirati. Vi sono ancora delle isole nella Malesia per offrirvi rifugio. Andatevi, consolidatevi, create una nuova società con una nuova Tigre; chi sa? Forse un dì potrete ritornare a Mompracem e far tremare ancora i leoni di Labuan.

– Ma voi, ove andate? – domandarono i pirati che alle parole di Sandokan singhiozzavano.

– Io non sono più la Tigre – rispose amaramente Sandokan. – Non contate più su di me che appartengo corpo e anima all’avvenire. Vi guiderò finché vi sarà bisogno, vi difenderò coll’antico valore di cui andava orgoglioso, poi, quando non avrete più bisogno di me, vi scioglierò da ogni impegno. Non so più ruggire, non ho più il braccio armato, non saprei vivere su di un’altra isola come pirata. Ho bisogno di riposo, la mia carriera è finita.

Dei singhiozzi gli montavano alla gola, mentre i pirati e la giovanetta piangevano come fanciulli. Era pur commovente veder le lagrime solcare le brunite gote di quei prodi, e i singhiozzi sollevare quei petti di ferro. Lo stesso Portoghese, il filosofo, non sapeva rattener le lagrime e piangeva come un fanciullo accanto a Ladgia.

– Non piangete – continuò Sandokan. – Se gli Inglesi vedessero le lagrime solcar le gote degli eroici tigrotti di Mompracem, riderebbero, essi che tremavano dinanzi alla nostra potenza, essi che impallidivano dinanzi al nostro valore.

“Vi comprendo, amici miei, è atroce abbandonare e perdere ogni cosa ed essere stati per di più vinti. Ma chi sa, che un giorno guidati da un altro capo valente, non abbiate a ricambiare queste lagrime in fiume di sangue. Io allora non sarò più fra voi, ma…

Egli s’interruppe. Un nodo gli serrò la gola.

– Capitano! Capitano!… – esclamarono i pirati, circondandolo. – Perché non rimanete fra noi, voi, sì valoroso? Non siamo più adunque noi i figli della Tigre?

– Non tentatemi, amici, non lo posso, è impossibile, l’antica Tigre è condannata a morire lontana dalla sua isola e dal suo trono… Amici, non parliamone più, avrei ora a chiedere un favore ai miei tigrotti. Me lo accorderete voi, in memoria dei servigi che vi resi?

Vi rispose una voce sola:

– Parlate! Parlate! Il nostro sangue e le nostre vite son sempre vostre.

– Bene – disse Sandokan prendendo per mano Marianna e conducendola in mezzo ad essi. – Voi ieri l’avevate gridata regina di Mompracem: la sconfitta l’abbatté col suo trono. È d’uopo che essa abbia ad uscire dall’isola sana e salva. La difenderete voi?

– Sì! Sì! – urlarono i pirati sguainando le scimitarre e i kriss. – Viva lady Marianna! Viva la moglie della Tigre!

– Grazie, miei buoni amici – disse la giovanetta commossa. – Mi ricorderò di voi e di Mompracem fino all’ultimo respiro.

– Grazie, tigrotti – ripeté Sandokan, tendendo le mani verso di loro. – E ora, a cavallo, miei prodi, a cavallo! Bisogna abbandonare le coste prima che il nemico abbia a tagliarci la ritirata.

Era passato anche troppo tempo. Sandokan aiutò la giovanetta a salire a cavallo nel mentre che Yanez faceva altrettanto colla Dajacca e diede il segnale della partenza.

I cavalli spronati a sangue partirono alla carriera, seguendo un sentieruzzo aperto fra immense boscaglie che menava alle spiaggie occidentali. Sandokan apriva la via, allontanando i rami e recidendo colla scimitarra le liane che attraversavano il sentiero e dietro a lui veniva Marianna. Yanez, Ladgia e i pirati galoppavano in coda colle armi in pugno per essere pronti a qualsiasi attacco.

A mezzanotte essi giunsero in vista dei fuochi accesi nel villaggio degli indigeni, presso al quale dovevano trovarsi i tre prahos speditivi due giorni innanzi.

Ognuno nel vederli respirò.

– È il mare questo che mugge? – chiese la giovanetta a Sandokan.

– Sì, Marianna, è il mare – rispose il pirata sospirando. – Non avrai paura a seguirmi sul mare, non è vero, anima mia?

– No, non avrò paura quando tu verrai con me. Tu sei forte e basterai a difendermi contro ogni pericolo.

– Sì, Marianna, la mia scimitarra ti difenderà e il mio petto ti farà scudo, e spunterà le armi dei maledetti. Non ti toccheranno finché avrò una goccia di sangue nelle vene e un tigrotto sui prahos. Te lo giuro!

La giovanetta lo guardò con occhi lagrimosi.

Sandokan la comprese e avvicinando il suo cavallo a quello di lei:

– Non avranno né l’uno né l’altro. – Poi, cangiando tono: – ho mille risorse, che tutti ignorano. La Tigre non morrà mai.

Spronò un’ultima volta il suo cavallo e rizzandosi in sella mandò un lungo fischio che era un segnale. Due fischi simili vi risposero e i fuochi del villaggio si spensero subitamente.

– Orsù – gridò egli volgendosi verso coloro che lo seguivano. – La fortuna è ancora con noi: i prahos sono all’âncora.

I ventiquattro cavalieri entrarono alla carriera nel villaggio, schiamazzando.

Sandokan balzò d’arcione, aiutò Marianna a discendere e mosse assieme ai suoi compagni verso gli uomini dei prahos.

– Il nemico? – chiese brevemente egli gettando uno sguardo ai tre legni che sonnecchiavano in una piccola baia.

– Non fu veduto su queste coste – rispose uno dei marinai. – Ma… non si è forse mostrato dinanzi al villaggio, capitano?

– Sì, puoi ben comprendere l’esito della pugna – disse il pirata sordamente. – Vinto, la fatalità ci spinge di più a emigrare; la fatalità ci spinge ad abbandonare la nostra Mompracem. Fa armare i tuoi legni, bisogna affrettarsi.

Tenendo per mano Marianna, egli si spinse fino alla spiaggia e scrutò con un colpo d’occhio il mare sepolto fra le tenebre.

– Tu lo vedi, Marianna – disse il pirata dopo essersi assicurato che alcun lume brillava sul fosco orizzonte. – Noi abbandoneremo senza essere visti queste care coste un dì tanto potenti e or vinte e domani saremo lontani, fuori dai pericoli che ci minacciano oggi, tanto lontani da far perdere ai leoni, che hanno vinto le tigri e che agognano la loro regina, ogni speranza di raggiungerci. Io questa notte perderò la mia isola che ho tanto amato, il mio nome terror dei forti e del quale andava orgoglioso, tu perderai quel trono che sarebbe stato potente, tanto da schiacciare col suo peso Labuan e Borneo uniti, quella grandezza alla quale ti avevano innalzato i pirati di Mompracem. I miei uomini perderanno la Tigre e la speranza di ritornare un giorno a questi luoghi e rifiorire. Mi seguirai tu malgrado tante perdite dove io ti condurrò?

– Sì, Sandokan, io ti seguirò ove tu vorrai – rispose la giovanetta passandogli amorosamente le braccia attorno al collo. – Ti seguirò oggi, domani, sempre. Che importa se non rivedrò più né Labuan, né Mompracem? Che importa se io perdo quel trono che mi avevi dato, quando tu sei ancora mio? Non è forse tu che io amava sopra ogni cosa?

– Sì, lo so, Marianna – mormorò il pirata stringendola appassionatamente fra le braccia. – Vedi, tu non sai ciò che io perdo in questa notte maledetta, non potrai giammai comprendere i dolori che straziano il cuore di un pirata che si vede strappare la sua isola, vera carne delle sue membra, dopo di aver assistito all’assassinio di tanti prodi che chiamava suoi figli. Tu non indovini i timori che agitano la mia anima che era di ferro. Se non avessi te, io sarei capace di rimanere, di disputare palmo a palmo il terreno all’invasore, di seguire nella morte coloro che mi hanno preceduto, e non lo faccio perché non posso farlo, perché io voglio vivere per te, perché voglio difenderti contro i leoni che ti minacciano, e dissipare le inquietudini che mi agitano.

“Senti, Marianna, non ho mai avuto paura, e si direbbe che in questa notte, dopo la sconfitta, io ho paura!

– Non lo crederò, mio valoroso, tu sei ancora la Tigre. Essi hanno ancora paura di te, tremano.

– La Tigre! – esclamò il pirata con accento doloroso. – Essa è morta, Marianna, o se non lo è del tutto è moribonda; io lo sento, il mio braccio non possiede più l’antico vigore, l’anima non è più di ferro, il cuore è incatenato, il ruggito si è spento sotto i soffi della fatalità e sotto l’ardente alito di una fanciulla divina che amo. Io sento che non tornerò più a Mompracem, per ritornare a farla brillare, sento che sono morto.

“E sia, non mi lamenterò giammai che tu abbia incatenato la belva, che tu l’abbia domata; era scritto lassù che così dovesse accadere, che Sandokan non morrebbe sul mare né sulla sua isola, ma fra le braccia di una fanciulla. Il pirata sospirò, poi, cangiando bruscamente tono e discorso:

– Marianna – diss’egli, – partiamo. Partiamo prima che l’uragano che ci minaccia si scateni, prima che la Tigre nel momento supremo del sacrificio abbia a risvegliarsi, prima che i tigrotti abbiano tempo di pentirsene.

Il mare è libero, i prahos ci aspettano pronti a prendere il largo, il vento è propizio. Partiamo prima che l’alba dissipi le tenebre.

– Partiamo, Sandokan, e quando noi avremo varcato la crociera, su qual terra pianteremo il nido?

– Sulla terra che tu vorrai, amor mio, su di una terra ove la Perla di Labuan possa ritrovare i suoi boschi e i suoi fiori, senza rimpiangere la sua lontana patria. Tu sceglierai, io ti seguirò ovunque, purché il grido di Mompracem non lo possa udire mai più.

I prahos erano stati accostati alla spiaggia e avevano salpate le âncore e spiegate le enormi loro vele, che si gonfiavano di già sotto i soffi della tramontana. I pirati, cupi e taciturni, non aspettavano che il segnale dell’antico capo per imbarcarsi.

Sandokan, tenendo per mano la fanciulla, li raggiunse. Egli si arrestò in mezzo a essi e additò i tre prahos.

– Amici – diss’egli con voce che si sforzava di rendere calma, – il momento di partire è giunto. Un ultimo addio alla nostra isola, che tornerà ad addormentarsi sul mare come dormiva prima che noi vi piantassimo le nostre capanne, e poi prendiamo il largo. Il destino lo vuole.

Attraversò i suoi uomini con passo fermo, mentre i più vecchi singhiozzavano e i più giovani lagrimavano e salì risolutamente a bordo del prahos più grosso. Dieci dei più forti della banda lo seguirono. Il Portoghese con Ladgia con altrettanti pirati prese posto nel secondo prahos che portava tutti i tesori di Sandokan e Inioko cogli ultimi che rimanevano occupò il terzo, il minore dei tre e il meno armato, ma nondimeno capace di tener fronte a una cannoniera.

Il segnale venne dato un momento dopo, e i tre legni sotto il vento settentrionale, taciti e protetti dalle ombre della notte, presero il largo portando seco gli ultimi superstiti della formidabile banda di Mompracem. Sandokan, a fianco della giovanetta che appoggiava il capo sul suo petto, era in piedi a poppa, per vedere un’ultima volta quelle coste che non doveva riveder più mai. I suoi uomini gli facevano corona, cogli occhi fissi su quelle vette che a poco a poco si perdevano fra le tenebre, testimoni della passata grandezza dei pirati in quei mari. I più vecchi campioni della pirateria piangevano come fanciulli, tendendo le robuste braccia verso la loro isola con gesto disperato.

– Compagni! – disse Sandokan, alzando le braccia sopra di essi. – Diamo un ultimo addio a questi luoghi, e cerchiamo seppellire il passato sperando nell’avvenire, che una voce interna mi dice sarà ridente per entrambi. Oggi perdiamo l’isola, oggi perdiamo il mare, la nostra potenza, la nostra patria, domani forse la riconquisterete, facendo pagar cara l’audacia dei potenti che hanno schiacciato i deboli: i fiori che muoiono oggi, potranno rifiorire domani.

“Chi dice che non ritornerete a Mompracem, e che non abbiano a ritornare ancora i tempi della Tigre? Chi dice che oggi io fuggiasco, senza artigli e senza forza per ruggire, non abbia a guidarvi ancora di vittoria in vittoria? Chi sa, potrebbe forse venire un giorno che l’addormentato avesse svegliarsi e ritornare il pirata?

“Emigriamo oggi che siamo deboli, salviamoci dai colpi di un nemico senza pietà, e dimentichiamo il passato. Via queste lagrime che non sono degne di un pirata di Mompracem! Vedete, io non piango, eppur soffro egualmente la perdita del mio mare, della mia isola che amava sopra ogni cosa, dei miei compagni che formavano la mia potenza e che amava come fossero miei figli, e di più il nome che non udrò forse più mai!…

– Non ditelo, non ditelo! – esclamarono i pirati. – Oh! sì, lo udremo ancora. Non é vero che ritornerete fra noi? Non è vero che tornerete la terribile Tigre dei tempi passati?

La Tigre scosse il capo con gesto disperato.

– Non lo posso, ve lo dissi ancora, noti sono più libero, non ho più forze, non so più ruggire. Ho delle catene che mi legano e che non posso spezzare; ho paura che non ci rivedremo più mai. Poveri compagni! Poveri tigrotti di Mompracem!…

Il pirata trasse a sé Marianna, e spense un singhiozzo che salivagli alla gola in un bacio sulle sue labbra.

– Essa mi ha domato – diss’egli mostrandola ai pirati con gesto appassionato. – Sono suo!

Alzò il capo, e guardò il mare con inquietudine. Egli trasalì nello scorgere due punti luminosi che solcavano l’orizzonte.

Emise un ruggito soffocato: si volse verso i suoi uomini come una belva rabbiosa.

– Voi mi parlavate poco fa di vendetta, di sangue, di pugne – diss’egli con voce arrangolata, serrandosi fortemente al petto Marianna quasi che temesse che gli venisse strappata. – Ebbene, ecco laggiù due leoni, che aspettano il momento opportuno per gettarsi sulla Tigre e sui suoi figli. Su, su, tigrotti! Impugnate le armi! Io divento ancora una volta la Tigre della Malesia assetata di sangue e di vendetta!

Un urlo di furore s’alzò fra i suoi uomini, al quale risposero quelli degli altri prahos che avevano egualmente scorto il nemico, che s’avanzava tacitamente. Ogni braccio alzò la scimitarra, minacciando i due prepotenti che venivano a sfidarli persino sul mare.

– Anche sul mio mare, adunque, vieni a inseguirmi? – muggì Sandokan con terribile accento. – Oh! non mi avrai finché mi rimarrà la forza d’alzare il braccio e stringere un’arma, non mi vincerai per due volte di seguito. Maledetto da Dio! Su, tigrotti, su, tutti colle armi in pugno! La Tigre della Malesia vi guida e la vostra regina vi addita la vittoria!

Non ci voleva di più per animare i pirati, che ardevano di vendetta e che sognavano con un disperato combattimento di riacquistare la perduta Mompracem. Tuttavia non bisognava commettere pazzie e gettarsi perdutamente contro i due vascelli che potevano essere cinquanta volte più forti di loro. Sandokan lo comprese pel primo e s’accorse che una seconda pugna sarebbe stata più che pericolosa pei suoi uomini, prodi ma pochi, per sé e per Marianna. Dominando la smania di vendicarsi e l’ira che bollivagli in petto, anziché muovere incontro ai due vascelli ordinò di volgere la prua all’oriente.

– Compagni – diss’egli, intimando silenzio a coloro che chiamavano il nemico. – Prima di cimentarsi in un ultimo combattimento che potrebbe rinnovare la sconfitta di oggi, tentiamo d’ingannare coloro che c’inseguono. Quando suonerà il momento di dare l’abbordaggio o d’ingaggiare la battaglia, colla sicurezza di vincere, ne darò il segnale primo di tutti. Non compromettiamo inutilmente gli ultimi avanzi della pirateria, che potrebbero un giorno risorgere.

L’oscurità favoriva la fuga; nulla di meglio che effettuarla, finché rimaneva il tempo. I pirati, ubbidienti alle parole dell’antico capo, paventando una seconda sconfitta, si appigliarono al suo proposto partito.

I tre prahos che un momento prima veleggiavano al sud, virarono di bordo e senza essere stati scorti, si diedero alla fuga verso l’ovest lasciandosi alle spalle l’isola.

Il vento era anche propizio, non troppo forte per poter intraprendere una gara di celerità coi legni nemici che erano forniti di macchina, ma sufficiente per frapporre una rispettabile distanza prima che l’alba avesse a dissipare le tenebre e metterli allo scoperto. Sandokan sperò di poter isfuggire al nemico che non sospettava sicuramente la presenza dei prahos.

– Marianna – diss’egli, volgendosi verso la giovanetta pallida bensì ma fiduciosa al pari di lui. – Il nemico è là, ma non ci ha scorti; non temere di nulla, noi ti difenderemo fino all’estremo. Prima che i maledetti abbiano a porre la mano su di te per trascinarti ancora nella loro isola, bisognerà che mi abbiano ad uccidere.

– Non tremo, Sandokan, tu lo vedi – rispose la giovanetta che ad onta di ciò si sentiva assalita da funeste inquietudini. – Lo so che tu e i tuoi mi difenderanno, lo so che i pirati sono ancora forti. Io non ho paura come non ne ebbi ieri.

– Sì, non hai paura, io so che tu sei coraggiosa. Eppure… no, non ti avranno, io rispondo della tua difesa.

I tre prahos, a una distanza di cinquanta passi l’un dall’altro, continuavano la fuga passando a poche miglia dai due fanali che parevano avvicinarsi come eseguissero una perlustrazione in quel tratto di mare. Tutti i pirati, armati sino ai denti, caricati i cannoni, manovravano in silenzio sui ponti, senza perderli di vista, cercando indovinare la manovra senza dubbio un po’ strana delle due navi. Si avrebbe detto che senza rumori, eccetto quelli delle macchine che rantolavano e le battute delle ruote che mordevano le acque, cercassero di avvicinarsi ai tre legni, che sfilavano come ombre confuse tra le tenebre, verso l’ovest.

– Che ci avessero di già scoperti? – mormorò Sandokan, che sentiva l’inquietudine di nuovo assalirlo.

– Ohe! – gridò d’un tratto una voce che fu conosciuta per quella del Portoghese. – Non vedete che ci danno la caccia?

I due legni nemici, un piroscafo e una cannoniera, quegli stessi che avevano preso parte al bombardamento, descrivendo un brusco angolo avevano cangiato via. Essi mossero arditamente quanto inaspettatamente verso i tre prahos lontani allora mezzo miglio; i loro camini eruttavano nubi di fumo dai riflessi rossastri e le ruote mordevano precipitosamente le acque.

– Ah! miserabili! – esclamò Sandokan mentre i pirati gettavano un urlo di furore correndo ai cannoni.

– Dio mio, io sono perduta! – mormorò la giovanetta appoggiandosi al braccio di Sandokan, che la sosteneva.

– Non ancora, non ancora! – rispose il pirata. – Marianna, raggiungi la tua cabina, e lascia a me la forza per ischiacciarli.

Un colpo di cannone partì dal piroscafo che giungeva a tutto vapore cercando separare i tre prahos. La palla fischiò alle orecchie di Sandokan, mentre una seconda palla partita dalla cannoniera che già cercava di abbordare il legno del Portoghese, smussava l’albero di maistra. Inioko aprì subito dopo il fuoco, imitato dagli artiglieri degli altri prahos.

– Nella cabina, anima mia! – esclamò Sandokan, commosso. – Bisogna che io sia completamente libero perché ritorni la Tigre della Malesia.

Afferrò fra le vigorose braccia la giovanetta e mentre che la mitraglia fischiava a lui d’intorno frantumando con orrendi scrosci gli attrezzi, si precipitò nella cabina. Marianna si aggrappò disperatamente al suo collo nel momento che pigliava lo slancio per risalire la scala.

– Sandokan! Sandokan! – esclamò ella con voce tremante. – Non lasciarmi così, non allontanarti dal mio fianco… Ah! Sandokan, ho paura… ho paura, ho sinistri presentimenti.

Il pirata se la staccò con dolce violenza.

– Non tremare, amor mio – le disse. – Lascia che io salga in coperta, lascia ch’io provi ancora una volta le emozioni che provavo quando ero Tigre, lascia che io oda ancora una volta il ruggito dei cannoni e il sibilo delle bombe e le urla dei morenti, che io veda ancora sangue e cadaveri. Bisogna che io ti difenda.

– Ah! Se tu sapessi quali sinistri timori mi assalgono! – mormorò la giovanetta. – Rimani presso di me e io ti difenderò dalle armi dei miei compatrioti. Sandokan! Sandokan!…

Il cannone tuonava furiosamente in coperta e si udivano le urla terribili dei combattenti e i gemiti strazianti dei feriti. Sandokan si svincolò dalla giovanetta e si scagliò come un forsennato verso la scala urlando:

– Sangue! Sangue! La Tigre della Malesia ha sete! Guai chi tocca mia moglie! Io la difendo!…

La cannoniera si batteva disperatamente contro il prahos del Portoghese che le faceva saltar i suoi uomini e che le frantumava le ruote, le murate e gli alberi, a meno di mezzo miglio di distanza. Il piroscafo assaliva invece con vantaggio il prahos di Sandokan e quello del Dajacco coprendoli di ferro, fracassando i loro fianchi, smontando le artiglierie e sventrando i marinai.

La comparsa della Tigre rianimò i pirati che si sentivano impotenti dinanzi a tanta pioggia di bombe e di mitraglia. Il terribile uomo si mise in persona a uno dei cannoni, urlando sempre ferocemente.

– Ho sete! Ho sete! Venite a prenderla se avete sangue nelle vene. La Tigre della Malesia difende la Perla di Labuan!

Ma, ad onta che le sue palle tempestassero il gran vascello con matematica precisione, le sorti volgevano alla peggio pei pirati.

La pioggia di ferro continuava a cadere più fitta che mai sdruscendo e rasando come pontoni i due poveri legni. Era da vedersi che fra pochi minuti tutto sarebbe stato finito. La Tigre della Malesia gettò un urlo disperato.

Egli fece imbarcare tutti gli uomini dell’altro prahos sul suo legno, poi traendo la scimitarra comandò risolutamente l’assalto.

– Su, miei prodi tigrotti – tuonò egli cercando dominare il crescente fracasso delle artiglierie. – All’abbordaggio! All’abbordaggio!

La disperazione centuplicava le sue forze come quelle dei compagni. Rispondendo coi due cannoni che rimanevano ai venti del piroscafo, i tredici pirati, manovrando ai remi, spinsero lo sdruscito legno sotto le tambure del vapore, assordando l’aria colle loro grida minacciando il nemico che non sostava un sol minuto dal mitragliarli per arrestarli.

– Non aver paura Marianna, io vengo! – urlò un’ultima volta Sandokan, mentre la giovanetta lo invocava.

Poi alla testa dei suoi uomini, intanto che il prahos del Portoghese più fortunato metteva la cannoniera fuor di combattimento, colla scimitarra in pugno e il kriss fra i denti, diede l’abbordaggio inerpicandosi sulle tambure, sciabolando i primi uomini che cercavano contrastare il passo. Egli si precipitò in coperta come un toro ferito.

– Sono la Tigre! Sono la Tigre! – urlò egli, facendo balzi da belva. – Guai chi mi tocca!

Dieci uomini lo seguivano con Inioko. Essi andarono a cozzare furiosamente contro i marinai, che correvano a loro incontro colle scuri alzate e si mescolarono assieme a loro, pugnalando i più vicini e sciabolando i più lontani.

Sandokan che si trovava fra i primi, sospinto dall’onda dei combattenti si trovò di fronte al comandante, che riconobbe subito.

– Dov’è Marianna? – chiese questi parando un colpo di scimitarra che sarebbe stato capace di fendere una rupe.

– Ah, sei tu, William! – urlò il pirata sprofondando il kriss nel ventre di un soldato che rotolò ai suoi piedi.

Fece un salto di tre metri sopra le armi del nemico, che l’incalzava, e piombò come una tigre sul baronetto che non ebbe il tempo di parare l’urto. La scimitarra gli spaccò il cranio e lo rovesciò fra i combattenti.

– Ammazza! Ammazza! – urlò il pirata, cercando aprirsi il varco fra i soldati a colpi di scimitarra.

Non vi riuscì. Sdrucciolò, cercò rialzarsi e tornò a sdrucciolare. Quel momento bastò. Ricevette una mazzata sul capo col rovescio di una scure e cadde mezzo morto fra i cadaveri che ingombravano il ponte.

CAPITOLO XXX

I prigionieri

Quando tornò in sé, ancora stordito dal terribile colpo ricevuto in mezzo al cranio, la Tigre della Malesia si trovò incatenata nella stiva del vascello nella impossibilità di muoversi.

In sulle prime si credette in preda a un terribile sogno, ma il dolore che gli martoriava il capo, le carni straziate qua e là dalle punte delle baionette e delle sciabole, le vesti lacerate e le catene che gli serravano i polsi e i piedi, lo richiamarono in breve alla realtà.

Nondimeno non volle credersi prigioniero e si rizzò, scuotendo furiosamente le catene che mandarono un suono lugubre. Si guardò d’attorno con occhi smarriti, ma non vide che le umide pareti della stiva e botti accavallate le une sulle altre che gemevano sotto il rollio lento e misurato della nave. Cercò il suo fedele kriss e la sua scimitarra, ma non trovò né l’uno né l’altra. Egli batté la testa addolorata contro le botti, come volesse svegliarsi. Fu allora che s’accorse di essere proprio sveglio e di essere prigioniero nel fondo del vascello. Emise un ruggito d’ira, di dolore e di vergogna.

– Marianna! Marianna! – mugghiò lo sventurato pirata con accento disperato. – Dove sei tu, fanciulla divina, rispondi anima mia, dove sei?…

La Tigre della Malesia che non aveva mai saputo cosa fosse paura ebbe in quel terribile momento a provarla. Sentì smarrirsi la ragione, confondersi, si sentì alfine impotente; un eccesso di tremendo furore lo prese.

Si gettò a terra, contorcendosi disperatamente colla spuma alle labbra, gli occhi fuori dall’orbite. Ruggì, urlò, bestemmiò, maledì, invocò, supplicò.

– Marianna! Marianna! – ripeteva egli fuori di sé scuotendo i ferri e cercando di spezzarli. – Marianna! Dove sei tu, amor mio, anima mia, fanciulla adorata, mia felicità? Dove sei tu? Rispondi, rispondi al tuo Sandokan, alla sventurata Tigre della Malesia.

“Mompracem, mia isola, carne delle mie membra, mia patria, dove sei, che è avvenuto di te? Yanez, mio buon fratello, compagni, tigrotti miei, siete adunque tutti morti, proprio tutti? Oh! Non è possibile: non lo voglio credere… Io son pazzo!

Per dieci minuti, si rotolò per terra, empiendo la stiva delle sue urla disperate, poi si sollevò e cercò precipitarsi verso la scala che metteva capo al boccaporto, ma i ceppi lo fecero cadere sulle ginocchia. Mandò un gemito.

Tornò a guardarsi attorno con ispavento, col volto orribilmente contraffatto.

– Ma dove sono? – si chiese egli. – Che è successo dopo che caddi sul ponte del legno nemico?

“Che è accaduto di Marianna che abbandonai senza difesa sullo sdruscito e affondante prahos? È morta? È viva?… Che è avvenuto degli ultimi tigrotti di Mompracem! Sono io solo rimasto vivo fra tanti e per essere trascinato sul patibolo di Labuan?

“Ah! Ironia del destino!… Tutti morti! Morta la mia fidanzata, morto Yanez, morti i miei prodi, morto persino l’eroico Inioko? Fatalità, quanto sei terribile contro di me!

Egli s’arrestò di botto, sorpreso nell’udire una voce uscire dal vano lasciato fra due imbarcazioni rovesciate.

– Inioko! – diceva quella voce. – E chi dice che io son morto? Sandokan trasalì. Non era dunque solo in quella prigione?

Si rizzò, scuotendo le catene. Un analogo fragore rispose a poca distanza e la medesima voce di prima, riprese:

– E chi dice che io sia morto? Ho forse l’aspetto di un morto? Possibile che sia nel ventre di un vascello subissato?

– Inioko! – esclamò Sandokan che riconobbe la voce del bravo Dajacco. – Inioko!

Inioko colla testa fasciata, apparve fra le due imbarcazioni. Egli sbarrò tanto di occhi.

– Un altro morto! – diss’egli con profondo terrore. – Oh!… La Tigre della Malesia!… Capitano! Capitano!…

Il Dajacco vacillò come un ubbriaco, poi facendo salti da kanguro si precipitò verso di lui.

– Non è vero che siete morto, mio capitano? – esclamò egli, toccandolo. – La Tigre non può essere morta, era invulnerabile.

– No – rispose Sandokan curvandosi su di lui. – Non sono morto, la sola anima credo che abbia finito di vivere.

– Lo sapevo io che la Tigre l’avrei riveduta. Vi ho veduto cadere dopo di aver fatto macello di quelle canaglie, ma non potevano avervi ancora ucciso. Ah! mio capitano, io piango dalla gioia nel trovarvi qui vivo.

– Ah! tu mi hai visto cadere! Tu ti battevi ancora adunque quando mi hanno stordito! Racconta! Racconta! Io non mi rammento più di nulla, non ho veduto più nulla dopo la mazzata. Ne sai nulla di Marianna? È morta essa?

– Morta?! – esclamò Inioko sorpreso. – In fede mia, chi avrebbe potuto uccidere la regina di Mompracem?

– Ah, non è morta adunque! – urlò Sandokan. – Racconta Inioko, parla Dajacco mio, che ne hanno fatto di essa?

– Aspettate, capitano: ora mi ricordo. Voi eravate caduto, io mi batteva ancora alla testa di tre o quattro valorosi, cercando portarvi soccorso. Mi trovavo addosso alla murata di babordo quando vidi una decina di giacche rosse guidati da un luogotenente precipitarsi sul ponte del vostro prahos che stava per affondare. La giovanetta spaventata dall’acqua che aveva invaso la cabina chiamava disperatamente aiuto invocandovi, essi l’avevano riconosciuta.

– Era viva, ancora viva, ancora mi chiamava e io non poteva salvarla! – esclamò Sandokan. – Maledizione!

– Io li ho veduti risalire a bordo portandola fra le braccia. Doveva essere svenuta, ma non morta, poiché un momento prima la udii colle mie orecchie chiamarvi per nome. Eravamo quattro, feriti e accerchiati, ma credetelo, mio capitano, ci siamo avventati sul nemico colla speranza di liberarla. Non fu possibile, io caddi sotto un colpo di manovella che mi fece svenire, mentre essa veniva trasportata in una delle cabine ancora svenuta.

– È adunque a bordo di questo vascello? L’hai proprio veduta coi tuoi occhi che non era morta?

– Non è morta, capitano, posso affermarlo senza timore; come posso assicurarvi che essa è a bordo del piroscafo.

Sandokan mandò un urlo di gioia. La speranza di tentare la liberazione di Marianna, quantunque incatenato, e senza armi, gli balenò nella mente. Sentì le forze centuplicarsi e si sentì capace di infrangere i ceppi che lo imprigionavano.

– Marianna! Marianna! – esclamò egli, alzando le braccia verso il ponte. – Oh! ti libererò, sì, ti salverò fanciulla divina! Aspetta che io esca di qui, e vedrai che io tornerò a strapparti anche in mezzo a mille uomini, anche in mezzo a mille cannoni, a mille piroscafi.

– Ma come farete mai voi a liberarla? – chiese Inioko. – Non abbiamo un uomo su cui contare a bordo di questo legno, non abbiamo armi!

Lascia pensare a me, Inioko. Se occorre tornerò a diventare la sanguinaria Tigre della Malesia, rioccuperò Mompracem, chiamerò sotto le bandiere tutti i pirati della Malesia, truciderò mille uomini per farmi un nome ancor più terribile. Finché avrò una goccia di sangue nelle vene, la forza d’impugnare la scimitarra, pugnerò per liberare colei che chiamai mia moglie.

“Che importa se dopo avermi scacciato dalla mia isola, di avermi assassinato i miei tigrotti, mi hanno fatto prigioniero? Non sono io forse ancora Sandokan dalle leggendarie imprese, la temuta Tigre della Malesia? Che importa se oggi mi hanno strappato la mia fidanzata, quando ho veduto l’aborrito rivale ruinare fulminato ai miei piedi? Che la portino a Labuan o a Sarawak, in India o in Inghilterra, la raggiungerò a qualsiasi costo. Giurai nei boschi di Labuan e di poi sulle spiagge di Mompracem, che Marianna Guillonk diverrebbe mia sposa, e lo diverrà.

– Ma non vedete adunque che camminiamo verso la forca e che abbiamo le catene alle mani e ai piedi?

– Marciamo verso la forca! Credi tu, Inioko, che io non sappia trovare il mezzo per uscire da quest’orrida prigione? Siamo senz’armi, siamo senza aiuti, circondati da un nemico che ha giurato di trascinarci sulle forche di Labuan, ma la Tigre della Malesia ha mille risorse. Inioko, prima che abbiamo a giungere in vista delle coste maledette, noi saremo liberi.

Il pirata aveva pronunciato tali parole con tanta sicurezza da credere seriamente che avesse in mano i mezzi per tentare la fuga.

– Voi mi fate strabiliare, capitano – disse Inioko.

– Sarà possibile.

– E dite che ritorneremo in mare?

– Sì, e liberi sul libero mare.

– E una volta sui flutti, che si farà?

– Una domanda, prima, Inioko. Che ne fu del Portoghese? Io caddi nel momento che frantumava le ruote della cannoniera.

– La fortuna era con lui, capitano – rispose Inioko. – Aveva uomini di ferro a bordo del suo prahos e cannoni che ruggivano con matematica precisione. Spezzò le ruote alla cannoniera, la demattò dei suoi attrezzi, l’abbordò dopo averle distrutto tre quinti dell’equipaggio e l’incendiò. Quando il piroscafo lo inseguì egli era di già lontano e fuori di portata delle artiglierie.

“Dove diavolo è andato a cacciarsi? Io l’ignoro, ma scommetterei la mia testa che egli alla lontana ci segue e che forse medita di abbordare il piroscafo.

– Non farà nulla, egli è troppo debole. E tutti gli altri sono morti adunque?

– Tutti morti colle armi in pugno – disse Inioko, asciugandosi di nascosto una lagrima.

– Morti! – mormorò con cupo dolore Sandokan prendendosi la fronte fra le mani. – Io non li vedrò più adunque quei miei prodi, quei miei figli!

– Non li rivedremo più mai – ripeté il Dajacco. – Erano duecento i tigrotti di Mompracem e duecento sono morti. Poveri compagni!

– E tu hai veduto cadere Singal, il prode Singal, uno dei più vecchi campioni della pirateria, che pugnò in cento abbordaggi?

– Sì, mio capitano, io l’ho veduto cadere al mio fianco spaccato da una palla di cannone.

– E il valoroso Saugau, il leone delle Romades, anch’egli hai veduto morire?

– È morto. Io l’ho veduto precipitare in mare colla testa sfracellata da una scheggia di mitraglia.

– Sono tutti morti, proprio morti adunque, quegli eroi che io traeva all’abbordaggio del piroscafo che ci vinse?

– Tutti. Io li ho veduti cadere ad uno ad uno sul ponte del prahos e più tardi sul ponte del vascello. La fatalità pesava su di noi.

– Fatalità! Fatalità! – ripeté Sandokan ferocemente. – E fui io a trarre alla morte quella schiera di prodi che si chiamavano i tigrotti di Mompracem!

Il pirata tacque e s’immerse in dolorose meditazioni. Inioko si accovacciò in un angolo della stiva, aspettando colla impassibilità propria dei selvaggi gli eventi, mentre il piroscafo, con lieve rollio, continuava la sua corsa verso Labuan sotto la poderosa spinta delle grandi ruote che turbinavano con crescente rapidità sui suoi fianchi.

Sandokan, passato il primo momento di commozione e ricacciati nel fondo del cuore i neri pensieri che lo assalivano, si mise a meditare per tentare la fuga.

Non ignorava che lo si trasportava a Labuan e che una volta giunto a Vittoria lo si avrebbe impiccato, e che né le preghiere di Marianna né l’influenza del lord, assai dubbia però, l’avrebbero salvato. Di qui la necessità di prendere il volo prima di giungere in vista dell’isola esecrata.

Uomo di ferro, coraggioso come il leone, feroce come la Tigre, astuto come un selvaggio, quantunque senza mezzi, aveva la sicurezza di riuscire nel suo piano.

– Non so su chi contare – mormorò egli seguendo il filo dei suoi pensieri, – ma sono ancora la Tigre della Malesia, l’uomo dalle mille risorse e dalle leggendarie imprese.

“Non ho meco nemmeno un’arma per tentare arditamente un assalto, non ho nemmeno le forze, ma mi rimane l’astuzia che sarà in mano un’arma potente. Oh! non aver paura, anima diletta, non tremare, adorata Marianna, non mi trascineranno, no, sul pennone infame degli assassini, non ti sacrificheranno, no, a un altro uomo.

“Essi sono forti, noi siamo deboli, ma aspetta che io sia libero da questi ceppi, che io nuoti libero sul mio mare, e poi verrò a salvarti a dispetto del lord e di tutti i tuoi compatrioti.

“Aspetta, fanciulla divina, che la falsa morte faccia di me un falso cadavere, che la Tigre si addormenti sull’onde, per risvegliarsi libera, e poi mi vedrai all’opera.

“Tremino allora coloro che cercheranno sbarrarmi la via che mi conduce a te, tremino quei rivali che avranno osato parlarti d’amore e tremino coloro che avranno ardito lanciarti un insulto. Il lord stesso sacrificherò se cercherà d’arrestarmi; cadrà fulminato ai miei piedi come vi cadde il maledetto William sul ponte di questo piroscafo.

Il pirata digrignò furiosamente i denti e strinse le pugna con gesto minaccioso. Stette un momento lì immobile e cupo, cogli occhi torvi fissi a terra, poi si volse bruscamente verso il Dajacco.

– Inioko! – gridò.

Il tigrotto accorse, saltellando come un kanguro, facendo stridere lugubremente le catene.

– Eccomi, capitano.

– Potresti tu assicurarmi che Yanez sia ancora libero?

– Vi occorrerebbe forse Yanez?

– Sì. Senza di lui, la fuga diverrebbe la nostra morte.

– Oh! – esclamò Inioko. – Avete di già progettato la fuga. Ma le armi?

– Lascia a me la cura di fabbricare le armi. Abbi fiducia nella Tigre della Malesia, che tutto può. Orsù, si tratta di sapere se il Portoghese è libero, ora.

– È mia opinione che ci segua a corta distanza. Ha con sé degli uomini bravi e un prahos, che sfida un vascello a vapore dei più rapidi.

– Ecco ciò che mi interessa sapere, prima di farmi gettare in mare. Una volta sulle onde, penserei io a salvare la mia fidanzata.

– Che diavolo andate dicendo, capitano! – esclamò Inioko spaventato.

– Hai paura di farti buttare in mare?

– Nemmen per sogno. Ma chi ci getterà?

– GI’Inglesi.

– Non capisco. A quale scopo?

– Che se ne fa di un cadavere?

– Lo si mette in un’amaca e lo si getta nel gran cimitero umido – rispose il Dajacco.

– Così faranno di noi, ma non aver paura che noi risusciteremo. Te lo giuro.

– E una volta risuscitati torneremo a fare i pirati? Ah! se ciò si avverasse, se noi tornassimo ancora a Mompracem!

Una nube oscurò la fronte di Sandokan; egli scosse con furore i ferri che lo incatenavano.

“Lascia i pirati! – esclamò con ira che poteva scambiarsi per disperazione. – I pirati non hanno più nulla da fare su questi mari che non appartengono più alla Tigre della Malesia. I forti sono spenti. Non risorgeranno più mai, e poi, a qual pro? Tiriamo un velo sul passato e guardiamo in faccia l’avvenire che è ancora oscuro, e forse terribile.

– Tutto è morto adunque? E tutto muore attorno a noi, perfino le speranze, e poi a chi toccherà morire? A noi forse?

– Sì, tutto è finito per la pirateria, Inioko – disse Sandokan con istrazio. – Non mi rimane più nulla da tentare su questi mari, fuorché la liberazione di Marianna, che sarà l’ultima impresa della Tigre della Malesia, se pur non seguirò nella tomba coloro che mi han preceduto.

– E se la liberate, dove andrete poi?

– Dove andrò? L’ignoro, né cercherò il saperlo; purché fugga da questi luoghi, non voglio altro… Andrò dove lei vorrà, se pur tornerà a esser mia!… Potessi ancora stringerla fra le mie braccia, potessi ancora sentire i battiti del suo cuore contro il mio petto, potessi ancora udire la sua voce, respirare il suo profumo che mi inebbriava e posare le mie labbra sulle sue!… Mille tuoni! Perché non proverò ancora quelle emozioni sublimi? Perché?…

– Voi nutrite sempre la speranza di rapirla – disse Inioko. – Ma non vedete che siamo circondati d’armati?

– Ma io le spunterò, le infrangerò queste armi – muggì Sandokan con furore. – Ah, credono loro di aver vinta per sempre la Tigre? Credono loro di averla domata incatenandola. No, ira di Dio! Guarda!…

Il pirata, raccogliendo la sua erculea forza, raddoppiata dall’esaltazione a cui era in preda, torse i ferri che gli stringevano i polsi, li aprì, li spezzò e li scagliò contro le pareti della stiva, poi abbassandosi con una violenta strappata separò la catena che gli univa i piedi. Egli si rizzò fieramente coi pugni stretti, la faccia truce.

– Guarda la Tigre libera! – esclamò egli.

In quel medesimo istante il boccaporto di poppa si sollevò e la scala gemette sotto il peso di un uomo che scendeva. Sandokan afferrò una manovella risoluto a difendersi prima di farsi incatenare; il Dajacco, quantunque in ceppi, raccolse l’aspa d’un argano.

Un soldato armato di carabina colla baionetta inastata comparve e dietro a lui un luogotenente e un marinaio armato sino ai denti. Nello scorgere Sandokan libero e colla manovella minacciosamente alzata, essi s’arrestarono.

– Oh! potete scendere – disse il pirata, ghignando e abbassando l’arma. – Ma che non vi salti in testa l’idea di volermi incatenare. La Tigre potrebbe diventare rabbiosa.

Il soldato e il marinaio lo presero freddamente di mira, nel mentre che il luogotenente colla sciabola sguainata gli si avvicinava.

– Gli è per presentarmi due uomini in sì ridicola posa che siete sceso in questa stiva? – chiese Sandokan beffardamente. – Potevate risparmiarmi questo grottesco divertimento.

– Non è per ciò che sono disceso nella gabbia della Tigre – rispose il luogotenente. – So che due fucili non sono capaci di spaventare un uomo come voi, il cui coraggio è popolare quanto la ferocia. Prendo solo delle precauzioni.

– Si ha paura adunque della Tigre della Malesia? Non lo avrei creduto dopo che se l’ebbe incatenata.

– E perché no? Chi ha veduto la Tigre combattere non potrà mai vantarsi di non aver avuto paura.

– Infine che volete?

– Ho avuto un ordine. Olà – disse volgendosi verso i suoi marinai, – liberate questi uomini dai loro ceppi.

– Non ho bisogno di voi, ho saputo spezzarli da me! – esclamò fieramente Sandokan, battendo i piedi sul tavolato.

– Lo vedo bene io: e chi non l’avrebbe indovinato? Incatenate una tigre con un filo di ferro, essa lo spezzerà.

Il pirata, un momento prima cupo, si raddolcì. Egli si avvicinò al luogotenente.

– Io sono un pirata – disse Sandokan, – voi siete un luogotenente. Una barriera è gettata fra di noi, un abisso senza fondo è scavato sotto, ma ciò non m’impedirà che per un lampo la distanza che ci separa abbia a scomparire. Ditemi, comandante, chi vi ha dato quest’ordine? Io lo indovino ma aspetto da voi il saperlo.

– Io l’ho avuto da una persona che me ne pregò, ecco tutto – rispose il luogotenente imbarazzato da quella domanda.

– Da Marianna Guillonk! – esclamò Sandokan con una fermezza che avrebbe assicurato chiunque. – Non potete negarlo.

– Ebbene, fu milady in persona, non lo negherò. Trovate forse che sia strano che io abbia ceduto alle sue preghiere?

Anziché rispondere il pirata gli si avvicinò maggiormente intanto che i soldati liberavano dai ferri il Dajacco. Il luogotenente, che non si fidava troppo di quel formidabile uomo che lo sapeva capace di tutto, indietreggiò vivamente.

– Non abbiate paura – disse Sandokan, gettando la manovella. – Non vi chiedo che una preghiera, l’ultima se volete.

– Potete parlare, io vi dissi di già che siete un valoroso quantunque un pirata e io amo i valorosi. Cercherò rispondervi.

Il pirata curvò il capo e incrociò le braccia sul petto fissando il luogotenente. Qualche cosa di umido gli brillava negli occhi.

– Comandante – diss’egli senza voler sembrare commosso. – Ditemi, che ne fu di milady? Che fa ella? E viva ancora?

– Milady! – mormorò il luogotenente, corrugando la fronte. – Essa è a bordo, non ve lo nasconderò, e sotto la mia salvaguardia, dal momento che è morto il baronetto in seguito alla ferita.

“L’ho salvata nel momento che il prahos affondava, senza ferite, malgrado la tempesta di ferro che ruggiva attorno a lei, ecco tutto. È viva, sofferente… credo che voi farete bene a non pensare più a lei né lei a voi.

Il pirata si sentì invadere da una voglia sfrenata di strangolare il luogotenente ma rattenendosi:

– È vero adunque che mi si trarrà a Labuan? – domandò egli con voce sorda, frenando l’ira che ruggivagli in core.

Il luogotenente non rispose e si accontentò di guardarlo, ma si leggeva chiaramente ciò che voleva dire.

– Oh! – esclamò Sandokan, cercando sorridere. – Non ho paura, potete parlare liberamente come si parlasse ad un altro; la Tigre che ha sfidato la morte in cento pugne ha l’anima inaccessibile. Posso indovinare la sorte che mi attende a Vittoria. Vi sono da tanti anni preparato, oh sì da tanti anni!

– Ebbene, Tigre, vi condurrò a Labuan, l’ho promesso al lord, al baronetto e di più ho ordini formali. Siete coraggioso, ebbene non vi nasconderò che un pennone e una corda vi aspettano. Lo vogliono, non già perché siate un pirata, poiché voi siete uno di quegli uomini che non si possono chiamare tali dopo ciò che avete fatto, ma per liberare questi mari da un nemico che minaccia di continuo le sorti di Labuan. Vedete, se fossi io, vi darei un posto nell’esercito delle Indie anziché appiccarvi.

– Ve ne ringrazio, luogotenente, ne serberò ricordo di voi se la fortuna potrà, e chi sa, non ridete, farmi libero. Hanno torto di appendermi o forse di sperarlo, se essi come dite voi lo fanno pel solo scopo di schiacciare la Tigre che non si poteva domare, tuttavia non commento, né domanderò grazia. Sono ancora troppo orgoglioso di me stesso per abbassarmi sino a tal punto.

“Eppure, vedete, nel momento che voi ci davate la caccia, io abbandonava Mompracem per non ritornarvi mai più, non già perché avessi paura di Labuan né di Varauni, non già perché le forze mi fossero venute meno poiché sarei stato capace di sfidare entrambe le potenze e far sorgere armati sol battendo i piedi, ma solo perché la Tigre incatenata da Marianna Guillonk dopo tanti anni di guerra agognava il riposo. Mi hanno preso colle armi in mano, mi condannino, io non mi lamento.

– Non amate più dunque lady Guillonk? – domandò il luogotenente sorpreso di quello strano cangiamento.

– Non l’amo più? – esclamò Sandokan con uno slancio appassionato. – E chi potrebbe dire che la Tigre della Malesia non ama più la Perla di Labuan? Ascoltatemi, luogotenente, finché avrò una goccia di sangue amerò Marianna, finché avrò la forza di pronunciare una sillaba, dirò qui, come di fronte al patibolo, dinanzi a voi e in faccia al lord, che sarà mia moglie! Se voi sarete capace di appendermi, e credetelo ne dubito, nel momento che la corda stringerà la mia gola, ripeterò la medesima cosa.

“Ponete qua Mompracem e là Marianna e io abbandonerò la prima per la seconda. Datemi la libertà e imponetemi che io non veda mai più la giovanetta: e io rifiuterò. Concedetemi la vita e fate morire lei, io accetterò la morte. Che volete di più? Comprendete ora fino a qual punto io l’ami? Perché volete che io abbia tratto alla ruina la mia potenza, se non era per lei? Perché volete che abbia abbandonata quella vita d’avventure che amava sopra ogni cosa, se non avessi amato di più Marianna?

“L’amo, ma l’amo come non amò mai uomo alcuno, con tutte le forze della mia vita. La sola morte, e forse non ancora, potrebbe solo farmela dimenticare all’altro mondo. Mi sentirei capace per lei di sprofondare il piroscafo su cui mi trovo con tutti gli uomini che sonvi sopra, se fossi sicuro con tale sforzo di sottrarla ai vostri artigli e farla mia. Dite ad essa che mi preghi di renderla libera, e voi vedrete fare da me, ciò che non sarebbero capaci cento uomini!

– Vi crederò ma non del tutto – rispose il luogotenente con un sorriso incredulo. – Badate a me, noi siamo più numerosi di quello che nol crediate, più astuti di quello che supponete e più forti della Tigre stessa. Vedete, io ho la convinzione di portarvi a Labuan e di vedervi, non con gioia, credetelo, appeso a uno dei pennoni dei nostri incrociatori.

– Lo crederete voi? – chiese la Tigre con aria cupa.

– Ve lo giuro.

– E io no. Sapete che io, in un momento di disperazione, quando vedessi che ogni tentativo di lottare fosse vano…

– Che fareste?

– Chi sa. Potrei consegnarvi la Tigre morta anziché viva.

– Tentereste mai un suicidio? – esclamò il luogotenente spaventato. – E allora, che succederebbe di lady Marianna?

Sandokan lo guardò stranamente.

– Potrebbe darsi che mi ammazzassi – disse lugubremente. – Che ne sarebbe dipoi della mia fidanzata è facile indovinarlo. Io muoio, lei morrà. Ci ritroveremo ancora, in cielo o all’inferno poco monta. Sarò egualmente felice.

– E la pirateria?

– Non è spenta?

– Avete ragione – mormorò il luogotenente. – Guardate, se voi tentaste un suicidio, da uomo d’onore, ve lo giuro che non mi opporrei. Spenta la Tigre, Labuan non sarà più oltre inquietata né più avrà da temere. In quanto a lady Marianna sarà un’altra faccenda. Non lo permetterò mai che una sì vezzosa creatura abbia a troncare la bella sua vita.

– Avete forse fatto qualche progetto che riguardi la fidanzata della Tigre? – chiese Sandokan sordamente. – Non tentate nulla contro di lei! Potrebbe toccarvi la medesima sorte che toccò al baronetto William.

– Una volta che voi foste morto…

– Sarei capace di sorgere dalla tomba per venirvi a divorare il cuore e succiare il sangue delle vostre vene!

– Non vi crederò che in parte. Ho i miei dubbi per credere che siate tanto potente da uscire da un sepolcro ben chiuso.

– Come vi piace – disse Sandokan ironicamente. – Avrei a farvi ora un’ultima preghiera. Voi siete il comandante di questa nave, nessuno quindi potrà avere tanto coraggio di farvi osservazioni di sorta.

“Luogotenente, io sono sul punto di morire: vorreste lasciarmi vedere per l’ultima volta Marianna Guillonk? Non è il pirata che ve lo chiede, è il fidanzato della Perla di Labuan.

– Ho avuto l’ordine di tenervi rigorosamente separati, qualora la fortuna mi avesse dato di prendervi tutti e due. Credo d’altronde che sarebbe meglio per voi morire senza vederla. A qual pro farla piangere?

– È forse per un raffinamento di crudeltà che me lo negate? – disse con ira la Tigre. – Io non credeva che un onorato soldato scendesse a fare l’aguzzino!

Il luogotenente impallidì.

– Ve lo giuro – diss’egli, – n’ebbi l’ordine. Per darvi una prova dell’affetto che nutro per voi e per lady Marianna, vi accordo il permesso di vederla. Ritirate ora quelle parole che offendono un soldato mio pari.

– Le ritiro. E quando potrò vederla? Fate in modo che abbia a stringerla per l’ultima volta fra le mie braccia prima che la nave giunga a Labuan.

– Lo farò, ma non una sillaba di quanto è stato detto fra noi.

– Sarò muto come una tomba. Del resto fra poco io sarò morto, ve lo assicuro.

– Addio, allora. Avrò l’onore di farvi io i funerali: saranno semplici. Un tuffo in mare e buona notte.

– Era quello che desiderava: essere seppellito nell’umida tomba dei marinai. Grazie, capitano, di quanto avete fatto e farete per me. La Tigre anche nell’altro mondo non si scorderà mai di voi.

Il luogotenente si allontanò chiamando i soldati e salì in coperta. Sandokan rimase lì colle braccia incrociate, un diabolico sorriso sulle labbra e la faccia illuminata da un gran raggio di gioia.

Inioko lo scosse dalle sue meditazioni.

– Vi ha portato buone nuove? – chiese il Dajacco, facendosigli d’accanto. – Orsù capitano, voi mi sembrate felice.

– Sì, Inioko – rispose Sandokan, posando le mani sulle di lui spalle. – Sono felice, più felice di quanto lo sia stato in dieci anni di carnificine. Non sai tu dunque che fra poco rivedrò la mia adorata Marianna, che le parlerò, che la stringerò fra le mie braccia?

“Che importa se il cappio del boia pende sulla mia testa, quando le avrò detto ancora una volta che l’amo, quando udrò ripetere dalle divine sue labbra la medesima confessione, quando le dirò che neppur la morte sarà capace di separarci?

– E se la fuga riuscisse vana?

La Tigre della Malesia si raddrizzò fieramente e tendendo le mani raggrinzate verso il ponte della nave:

– Se tutto riuscisse inutile, aprirò i fianchi del vascello e ci seppelliremo tutti in fondo al mare. Sarà l’ultima vendetta della Tigre della Malesia!

CAPITOLO XXXI

L’ultima volontà della Tigre

L’intero giorno passò pel pirata in continue ansie. Né la giovanetta, né il luogotenente si fecero vedere, né notizia alcuna gli fu recapitata; solo scesero nella stiva due soldati che gli recarono il cibo, ma per quanto venissero interrogati in dieci lingue differenti, nessuna parola uscì dalle loro labbra. Venne la sera, e ancora nessuna nuova era giunta al pirata; egli non sapeva capacitarsi di un tal procedere, dopo la promessa del luogotenente. Che poteva essere succeduto a bordo? Era Marianna seriamente ammalata tanto da riescirle impossibile di scendere nella stiva? Oppure il luogotenente aveva cangiato idea, o aveva voluto fargli balenar un lampo di speranza, per semplice capriccio, per una raffinata crudeltà?

Sandokan, in preda a mille timori e a mille angoscie, non dormì un sol minuto. Tutta la notte s’aggirò per la stiva, ruggendo come un leone in gabbia, facendosi cento domande che non avevano mai risposte.

Nei momenti d’ira si metteva a saltare come una tigre inferocita, smovendo e rovesciando con fracasso le botti, salendo e discendendo come un pazzo la scala che menava al boccaporto, urlando e bestemmiando contro il luogotenente, contro il lord, contro il destino. Venti volte chiamò la giovanetta e venti volte, lasciandosi trascinare dal suo focoso temperamento, si armò della manovella e si spinse fino al boccaporto coll’idea di sfondarlo e di salire sul ponte a dispetto dei soldati. Non si frenò che a gran stento e solo per la paura di peggiorare la sua condizione e quella di Marianna.

L’alba spuntò che vegliava ancora. Al primo raggio di sole che penetrò dal fenestrello, Sandokan salì la scala che menava sul ponte.

– Voglio ben vedere io che mi si dirà? – mormorò egli con ira. – Hanno paura questi maledetti Inglesi che io abbia a fuggirmene con lei sotto i loro occhi? Bisogna che la veda a qualunque costo, che le parli, che le insinui la speranza di rivedermi prima di farmi gettare in mare. E poi, come fuggire senza l’aiuto di lei?

S’arrestò sotto il boccaporto e tese l’orecchio. Non si udiva che il potente soffio della macchina e il passo cadenzato degli uomini di guardia. Stava per chiamare quando notò che un uomo s’avvicinava al boccaporto; il cuore gli batté precipitosamente quando lo udì arrestarsi lì vicino e una voce che diceva:

– Andate ad avvertire la Tigre.

Sandokan, per non essere sorpreso in quell’atteggiamento che poteva scambiarsi per un tentativo di fuga, fu pronto a ridiscendere e a svegliare Inioko. Quasi nel medesimo istante, il boccaporto si sollevò, e comparve un cadetto di marina accompagnato da due soldati colle baionette in canna. Essi s’arrestarono dinanzi alla Tigre.

– A qual onore debbo la vostra visita? – domandò Sandokan affettando la massima calma e movendo a loro incontro.

– Non avvicinatevi di troppo anzitutto – disse il cadetto che aveva i suoi motivi di aver paura e non meno di lui coloro che l’accompagnavano. – Ho ricevuto l’ordine di riporre i ceppi a voi e al vostro compagno. Comprenderete, che un uomo che porta il nome della Tigre e che ne emula troppo bene gli istinti e la ferocia, non potrebbe essere lasciato libero dinanzi a lady Guillonk. Non sarà che un semplice atto di prudenza che finirà presto.

Sandokan, che alla parola ceppi stava per gettarsi sui tre malcapitati soldati, udendo che si trattava di Marianna si frenò quantunque trovasse una bizzarria quel procedere. Che potevano temere da lui che era il fidanzato?

– Avete forse timore che io abbia a valermi di lei per tentare una fuga impossibile? – diss’egli beffardamente.

– Non è ciò, ve lo ripeto, è una semplice precauzione del comandante. Se i ceppi sono troppo pesanti, potete rimanere libero ma sotto la guardia di uno di noi. Non si udrà ciò che voi direte, non vi si impedirà nulla, fuorché di trarla con voi in un suicidio. Non avete che a scegliere, vedete bene che si hanno ancora dei riguardi per l’antica Tigre.

– Ebbene, dite al vostro comandante che preferisco essere libero. Uditemi ora, se io ponessi la mia mano nella vostra senza farvi alcun male e se io impegnassi la mia parola di ritornarvi milady quando lo vorrete voi viva e non già morta, mi si crederebbe? Vi sono cose che debbono rimanere sepolte fra me e lei.

– Ne parlerò al comandante, dubitatene però. La Tigre è sempre la Tigre – rispose il cadetto congedandosi.

Risalì coi due soldati accompagnati dal sorriso beffardo del pirata. Quando il boccaporto ricadde non sorrideva più.

– Inioko – diss’egli, – questa sera noi morremo, e ora ritirati in un angolo ove non possa udire ciò che si dirà fra me e Marianna. Non aver paura sull’esito della nostra fuga. Noi domani saremo liberi sul libero mare.

– Bene capitano – rispose Inioko che non dubitava di una sola parola della Tigre e si affrettò a ritirarsi in un angolo.

Sandokan, col cuore traboccante di gioia, quasi delirante, si mise appié della scala attendendo con impazienza la giovanetta.

Non attese a lungo. Il boccaporto tornò a sollevarsi, e Marianna pallida, livida, lagrimante ma ferma comparve sostenuta dal luogotenente. Il pirata gettando un urlo di gioia vi si precipitò incontro.

– Marianna! Mia adorata Marianna! – esclamò egli stringendola fra le sue braccia.

– Sandokan! mio valoroso Sandokan, credeva non vederti mai più! – e la giovanetta scoppiò in singhiozzi.

Il luogotenente colla fronte abbuiata si sedette sull’ultimo gradino della scala deponendo la sciabola e le pistole bell’e montate. Il pirata trascinò la giovanetta aggrappata alle sue braccia in fondo alla stiva.

– Coraggio, Marianna – diss’egli curvando il capo sul volto di lei. – Coraggio, mia adorata fanciulla, non piangere così, tergi quelle lagrime che fanno sanguinare il mio cuore. Non sono ancora vivo io, non sei tu fra le mie braccia, fra le braccia del tuo valoroso Sandokan, che ti ha difeso per tanto tempo e che tornerà a difenderti? Crudele, acché amareggiare questi ultimi momenti in cui ci vediamo con delle lagrime? Vedi fanciulla divina, tu mi fai piangere!

– E come vuoi tu, Sandokan, che io non abbia a piangere nel momento della terribile separazione! – esclamò la giovanetta singhiozzando e serrando le braccia attorno al collo del pirata. – Perché ci siamo amati per venire un giorno separati dalla morte?

“No, io non voglio che tu muoia, voglio che tu viva. Che hai tu fatto perché abbi a meritarti la morte? Forse perché sei un valoroso! Non morrai, mio Sandokan; io ti libererò, ti difenderò. Venite a prenderlo se ne siete capaci, io vi farò a brani coi miei denti! Non è vero, Sandokan, che ritorneremo liberi, che noi andremo lontani da questi luoghi che sono maledetti, su di un’isola deserta, dove le nostre gioie saranno un bacio e i nostri dolori saranno una lagrima?

– Sì, amor mio, noi ritorneremo liberi – rispose Sandokan accarezzando la vaga fanciulla che se lo stringeva amorosamente al petto con una forza di cui non si avrebbe creduta capace. – Liberi e felici, lontani da queste terre che non possono inspirarci felicità, così, fra le mie braccia, colle mie labbra sulle tue, seppellendo il passato nel fondo dei cuori.

“Vedi, io non morrò, quantunque la morte mi attenda, come dicono i tuoi compagni, sulle rive di Labuan, e la fuga mi sia resa impossibile colla forza. No, non morrò, te lo giuro, mia adorata Marianna. Mi hanno vinto, sono circondato d’armi e d’armati, sono rinchiuso fra muraglie di ferro, col mare al di sotto e la forza brutale al di sopra ma a un tuo cenno tutto ciò cadrà, e io ritornerò libero come lo era prima.

– Sì, sì, voglio vederti libero, e io verrò con te, non è vero, mio Sandokan? Non mi abbandonerai tu, non è vero? Fuggiremo assieme, tu mi difenderai e io farò scudo col mio corpo ai colpi dei miei compatrioti che non ardiranno toccarmi, ti seguirò ovunque, per mari e foreste, fra pericoli e privazioni senza un lamento. L’amore mi darà forza per seguirti sino al cuore dell’Asia se tu lo vorrai; un tuo sorriso sarà sufficiente per farmi felice. Non ci siamo giurati eterno amore in faccia a Dio, al tuo mare, sull’isola? Perché dovremo separarci quando ci amiamo?

Il pirata l’attirò a sé e la guardò in silenzio tristamente.

– Perché tu mi guardi, senza rispondere? – chiese la giovanetta con dolce rimprovero. – Dubiti che sia capace di seguirti nella fuga, che non abbia il coraggio di affrontare i medesimi pericoli che affronterai tu, che non abbia forze sufficienti? Non aver timori, non aver riguardi per me, trattami come un pirata, peggio ancora, come una schiava. Vuoi che sia forte? Lo sarò. Vuoi che ti pugnali un uomo? Sarò capace di farlo con queste mani di femmina. Vuoi che non tremi? Non tremerò. Vorrai tu fuggire solo e abbandonarmi nelle mani dei miei compatrioti che odio con tutte le forze della mia anima, vorrai tu separarci per sempre?

“Se morrai nell’impresa, voglio morire anch’io al tuo fianco; tu lo sai che non sarei capace di sopravviverti.

– Marianna! – disse il pirata commosso. – Ma non sai adunque che sono prigioniero; che la morte pende sul mio capo?

– Non parlare di prigionia, non parlarmi di morte, mio Sandokan, tu non morrai, io lo sento. Sarebbe inaudita crudeltà separare due esseri che si amano. Oh! Nessuno sarebbe capace di farlo, no, nessuno. Dio non lo permetterebbe.

– Marianna! È la fanciulla che parla, ma è la fatalità che comanda; hai dimenticato tu che io fui pirata e nemico giurato degli Inglesi? Non morrò, giacché lo vuoi, ritornerò ancora libero, ma per ora niente di più. Anche la Tigre della Malesia è forte solo fino a un certo punto; ascolta amor mio, ascolta.

Egli lanciò uno sguardo sospettoso sul luogotenente che stava seduto impassibilmente sull’ultimo gradino della scala, colle braccia incrociate sul petto. Poi traendo la giovanetta più lontano che fosse possibile e abbassando la voce le disse:

– Marianna, Dio m’è testimone che darei per te il mio sangue fino all’ultima stilla; Dio mi è testimone che se potessi dare la vita per riscattare la tua libertà, la darei. Non lo posso, che vuoi che faccia? Ma non temere, che se la felicità innalzata con tanti sforzi, con tante lagrime e con tanto sangue, è caduta, io la rialzerò. Odimi, anima diletta, tu rimarrai fra i tuoi compatrioti, è assolutamente necessario, e bisogna che mi obbedisci: appena che io potrò, verrò a salvarti, te lo giuro. Orsù coraggio, non hai più da temere da parte del baronetto William che calpestai morente sotto i miei piedi. Marianna! Sarà l’ultimo sacrificio che tu compirai.

La giovanetta non rispose; essa si nascose il volto fra le mani e proruppe in lagrime, abbandonandosi fra le braccia di Sandokan.

– Marianna – continuò il pirata stringendola teneramente. – Non sono io che te lo comando, è ancora il destino che ci perseguita, questo destino che fiaccò la mia potenza e che mi strappò la mia isola, ma non ci perseguiterà a lungo, amor mio, poiché verrà la mia volta che lo infrangerò. Perché io possa evitare la morte che mi attende, che sarebbe più dolorosa di una momentanea separazione, è d’uopo che tu rimanga e che ti lasci trasportare ancora sull’isola maledetta ad affrontare le penose incertezze del passato e le ire del lord tuo zio. Non vuoi che ti lasci? Io rimango, ma essi mi uccideranno.

– No! No! – esclamò Marianna. – Lasciami sola, ma salvati, ma fuggi. Guarda, io non piango più, io sono forte, pronta a sfidare ancora le tempeste sull’isola di Labuan. Ma tu tornerai a liberarmi, non è vero, mio amato Sandokan?

– Sì, Perla di Labuan, ritornerò per farti mia, lo giuro su Allah e sui pirati che morirono per me. Odimi bene adesso. Bisogna che questa notte io sia lontano col mio prode Inioko e ho bisogno assoluto di te per favorire la fuga. Mi aiuterai tu?

– Si, farò tutto ciò che tu vorrai, io sono tua schiava. Vuoi che corrompa il luogotenente? Io lo corromperò. Vuoi che pugnali le sentinelle che guardano il boccaporto? Io le ucciderò. Vuoi che ti fornisca armi? Io andrò a rubarle. Parla, comanda, io mi sento capace di emulare le gesta della Tigre della Malesia!

– Non chiedo tanto, mia povera Marianna – disse Sandokan commosso. – Guardami bene e non perdere sillaba di quanto ti dirò.

Volse le spalle al luogotenente, trasse da saccoccia una piccola scatola, la medesima di cui aveva parlato a Yanez a Labuan, e l’aprì. Egli mostrò alla lady, sorpresa, delle pillole rossiccie che esalavano un odore particolare acutissimo.

– Vedi queste pillole? – diss’egli a Marianna che pareva spaventata. – Esse m’aiuteranno per tentare la mia fuga.

“Sono formate di parecchi veleni delle foreste di Maludu e hanno la proprietà di addormentare o meglio di sospendere la vita per sei ore, dopo le quali colui che le inghiottì si risveglia perfettamente senza provare la menoma alterazione fisica. Danno la morte, una morte perfetta che inganna il medico più esperto, e che alcuna bevanda, alcuna operazione, riesce a rompere, tutt’altro, cangerebbero il sonno fittizio in un sonno eterno.

– E tu vuoi inghiottire una di quelle pillole? – esclamò Marianna con ispavento. – E se non ti svegliassi mai più?

– È l’unica risorsa che mi rimane per tornar libero – rispose freddamente Sandokan. – Non morrò, ne sono sicuro avendone fatto più d’una volta l’esperimento. Dopo sei ore, né un minuto di più né un minuto di meno, sono sempre ritornato in vita.

– E quando sarai addormentato che succederà? Vuoi farti seppellire vivo a Labuan? Oh! Non farlo, Sandokan.

– Non mi seppelliranno, Marianna, lo vedrai. Il luogotenente mi promise, se alla morte ignominiosa del pirata scegliessi il suicidio, di gettarmi in mare come un vero marinaio.

“Ora puoi comprendere; mi addormenterò, mi si crederà morto in seguito ad un potente veleno, sarò un uomo d’impiccio a bordo, nulla di meglio che sbarazzarsene in fretta e gettarlo ai pesci. Se io aspettassi di far ciò a Labuan, oltre di correre il pericolo di venire seppellito vivo, correrei quello di venire appeso.

– E ti farai precipitare in mare come un cadavere! – esclamò la giovanetta che tremava all’idea di vederlo gettare nei flutti.

– E perché no, se la fuga lo esige? Ascoltami bene, Marianna, sarai tu che al momento opportuno darai l’ordine di gettarmi nella mia umida tomba. Avrai la precauzione di lasciarmi completamente libero, senza branda e senza vesti e senza palle ai piedi, onde una volta ritornato in vita possa valermi della mia libertà e delle mie forze per nuotare senza ostacoli.

“Questa sera prima del calar del sole, Inioko e io ci addormenteremo senza gemiti, senza rumori, ma segnalando la falsa morte con un urlo. Odimi bene, Marianna. Noterai accuratamente il secondo, sul tuo orologio, in cui fu emesso, conterai sei ore minuto per minuto, e dieci secondi prima getterai dei salvagente in mare onde abbiano ad esserci utili e delle armi, se sarà possibile, appese a essi. Aspetterai, facendoci alzare fino al capo di banda, impiegherai tre secondi nel comando e cadremo in mare, due secondi prima delle sei ore. Il piroscafo continuerà la sua rotta fra le tenebre e noi saremo liberi sul libero mare.

– Ed io rimarrò sola – mormorò tristamente Marianna. – Sola, senza alcuno che mi conforterà, senza alcuno che mi difenderà.

Il pirata soffocò un singulto e appoggiando le mani sulle spalle di lei guardandola fissamente in volto:

– Marianna – diss’egli. – Se io fuggo lo faccio per te, per tornare a farti mia. Rimarrai sola sul piroscafo che ti trascinerà sulla terra odiata, mentre io raggiungerò i miei ultimi compagni. Rimarrai prigioniera, mentre io sarò libero, ma ti giuro che ti salverò.

“Dovessi ritornar pirata di Mompracem, dovessi ritornar la sanguinaria Tigre della Malesia, dovessi immolar il lord stesso, porre a fuoco Labuan intera, empirla di sangue e di cadaveri, ritornerai mia, ancora mia!

“Tu lo vedi, io non posso ora trascinarti meco nella fuga che chiede sforzi sovrumani, e un sangue freddo che solo un pirata può possedere. Se tu non rimani, chi potrà gettarci in mare nel momento stabilito per non risvegliarci ancora a bordo del piroscafo o per dormire per sempre negli abissi dell’oceano? E poi, sarai tu capace di nuotare per un giorno, due, tre forse, lottando coi flutti e cogli squali? Tutta la mia energia e la mia forza, non potrebbero salvarti. Lo credi tu, adorata Marianna?

– Sì, tu hai ragione, adorato Sandokan, sarebbe la morte per entrambi. Sì, rimarrò, ritornerò a Labuan e di là aspetterò la tua risurrezione. Ma potrai tu sfuggire a tanti pericoli che ti aspettano in mare? Non morrai tu?

– No, Marianna, non morrò. Dove non potrebbe riuscire una femmina riuscirà un pirata. Del resto, non rimarrò lungo tempo in mare, troverò il prahos del buon Yanez, che ho la certezza che segue il piroscafo. Una volta sul suo legno, io mi slancierò sulle tue traccie, e per quanto lontano abbiano a portarti, io ti ritroverò!… Ah! – continuò egli con rabbia mordendosi ferocemente le dita. – Perché mi chiamai la Tigre della Malesia, perché divenni vendicatore, pirata e assassino, attirandomi addosso le ire dei popoli che si frappongono come orribile spettro fra me e lei? Se non lo fossi mai stato, non mi troverei in catene a bordo di questa nave maledetta e trascinato verso il patibolo. Se non lo fossi stato, non sarei giammai stato diviso da quest’essere che io idolatro. Maledetto sia il giorno in cui la fatalità mi precipitò dal trono sulle spiagge di Mompracem! Maledetto sia il dì che impugnai la scimitarra per compiere la mia terribile vendetta!…

Lo sciagurato si prese la testa fra le mani e se la strinse disperatamente.

– Sandokan – mormorò la giovanetta con voce supplichevole. – E non sono forse tua lo stesso? Che importa se fosti pirata, quando io ti amo e ti giuro che non sarò d’altro uomo? Che importa se oggi ci è giuocoforza separarci, quando noi torneremo a riunirci? Non sapeva io forse chi era colui al quale dedicava il mio amore e la mia vita? Eroe eri allora ed eroe sei pur oggi che sei prigioniero!

La faccia di Sandokan, poco prima sconvolta dalla disperazione, si rasserenò. Le sue labbra s’aprirono a un sorriso d’immenso affetto. Aprì le braccia e attirò a sé la giovanetta stampando sulle sue labbra un ardente bacio.

– Quanto sei buona, quanto sei nobile, mia povera Marianna. Sì, ritorneremo liberi e felici; sì, realizzeremo quei cari sogni, che noi facevamo quella notte che lasciammo le coste di Labuan, sul ponte del mio prahos. Hai ragione, Marianna! Ero pazzo quando parlava, ma se tu sapessi quali angoscie s’ascondono nel mio petto, se tu sapessi quali timori m’agitano, quanto sanguini il mio cuore in questo terribile momento della separazione!… Se non ti avessi mai più a vedere? Se smarrissi le tue traccie? Se non tornassi più?… Dio! quali funesti pensieri!…

– Non parlare così, Sandokan. Dio non permetterebbe queste cose; no, sarebbe ingiusto. Mi ritroverai, ritornerai a salvare la tua Marianna, oh! sì, lo sento. Sarò sola a sostenere le ire del brutale mio zio, ma le sosterrò gagliardamente. L’amore mi darà la forza per rimaner incrollabile dinanzi a lui, e l’amore darà a te la forza di trionfare sugli ostacoli.

– Ah! Perché non posso rimanere a difenderti, perché, perché?… – gridò il pirata.

– Silenzio, Sandokan, ti si potrebbe udire – disse Marianna ponendogli un dito sulle labbra. – Coraggio, mio prode amico, ritorna a diventar la Tigre della Malesia dal cuore inaccessibile a ogni paura, ché credo sia questo il momento in cui ne avrai bisogno. Siamo forti, giacché occorre di esserlo; un ultimo addio e poi…

Ella s’interruppe; i singhiozzi le soffocarono la voce.

– No, no, non abbandonarmi, Marianna, rimani ancora presso di me, prima che abbiamo a separarci chi sa mai per quanto tempo. Ho tante cose da dirti e tante, mia povera fidanzata. Tu rimarrai qui fino a che la falsa morte m’avrà chiuso le palpebre.

– Sì, rimarrò, Sandokan. Voglio vederti fino all’ultimo istante della separazione e nessuno ardirà strapparmi di qui.

I due fidanzati non s’abbandonarono un sol istante, malgrado le proteste del luogotenente che voleva metter fine a quel colloquio per tutti e due doloroso.

Sandokan raccontava mille e mille cose alla Perla di Labuan che l’ascoltava inebbriata, affascinata. Le parlava di felicità celesti su isole deserte, su mari sconfinati, sotto boschi misteriosi, fra fiori profumati, dimenticando che il cappio del boia pendevagli sul capo.

Le ore furono minuti, i minuti furono atomi pei due fidanzati. La sera venne a empir di tenebre la stiva senza che essi se ne fossero accorti tanto erano estranei a tutto ciò che non fosse amore. La voce metallica del luogotenente, che era ritornato al suo posto, venne a troncare brutalmente i loro dorati sogni e richiamarli alla spaventevole realtà.

– Milady – diss’egli avvicinandosi di due passi e rispettosamente. – È d’uopo che abbiate a lasciarlo. Credo di aver fatto ciò che io poteva fare, vi compiango e vi comprendo, ma non voglio espormi ai rimbrotti di lord James che non mancherebbe di farmeli.

– Verrò – disse la giovanetta tristamente. – Ritornerò fra coloro che dicono chiamarsi miei compatrioti e che sono uomini senza cuore.

– Milady!… – esclamò il luogotenente punto sul vivo. – Se fossi io il governatore di Labuan non trascinerei la Tigre a Vittoria e fossi stato un altro comandante non avrei giammai acconsentito a un colloquio col pirata. Mi accusate a torto.

– E perché allora non ci lasciate liberi, perché non lasciate che due cuori si amino? Perché spezzare il filo che li univa?

– Non comando, ubbidisco, ecco tutto, milady. Orsù, il tempo vola, io v’aspetto appié della scala. Un ultimo addio ancora.

Il momento della separazione era giunto, a che pro prolungarlo? Le tenebre erano calate nella stiva che a poco a poco ritornava oscura. Era il momento scelto per tentare l’ardito piano che doveva sei ore più tardi rendere pienamente liberi i due prigionieri.

– Marianna! – mormorò Sandokan con voce commossa attirando a sé la fanciulla che si struggeva in lagrime. – Marianna! non piangere, noi ci rivedremo fra breve, e andremo a vivere su altre terre senza pericoli e senza ambascie. Separiamoci giacché la libertà lo esige, coi cuori pieni di speranza per l’avvenire, che sembra di già sorriderci. Siamo forti.

– Sì, forti, ma è proprio vero che noi abbiamo a separarci? – esclamò la fanciulla, appoggiando il capo sul suo petto. – Non è forse un doloroso sogno? Perché separare due esseri che si amano, che si adorano, due cuori che battono assieme della medesima passione?

– Non è un sogno, anima mia, è la cruda realtà, ma la separazione sarà breve, te lo giuro. Odimi, Marianna, tu eseguirai gli ordini che ti ho dato senza esitazioni, senza paure, se vuoi che abbia a ritornare ancora libero per salvarti, e mi aspetterai sia a Labuan o a Sarawak, a Pontianak o nell’India o nell’Inghilterra stessa, fidando nella mia parola. Ti raggiungerò dovessi gettar sottosopra il mondo intero. Andiamo, adorata fanciulla, un ultimo bacio, un ultimo addio.

La giovanetta impotente di rassegnarsi a una separazione che la spaventava, piangeva. Il pirata si sentiva suo malgrado inumidire gli occhi e perdere il sangue freddo. Egli si curvò sul volto inondato di lagrime di lei.

– Marianna – diss’egli con voce soffocata che cercava rendere, ma invano, ferma. – Perché prolungare questi momenti preziosi egualmente dolorosi per entrambi? Vedi, sono penosi… Ah! perché non posso trarti meco nella fuga, perché? Se io lo potessi ti trarrei meco dovessi perdere stilla per stilla il mio sangue, la mia vita e non lo posso, non lo potrò giammai! Andiamo, siamo forti in questi momenti in cui è d’uopo di essere maggiormente risoluti, separiamoci ma non per sempre, noi ci rivedremo.

– Oh! sì, noi ci rivedremo mio Sandokan, ci rivedremo! – mormorò la fanciulla tergendo con uno sforzo le lagrime.

– Bene, così mi piaci, ora riconosco in te la Marianna dei tempi passati, la Perla che vidi nelle foreste di Labuan. Lascia che io ti contempli un’ultima volta.

Sollevò dal suo petto il biondo capo di Marianna e lo contemplò per un istante e in silenzio, affascinato, poi prendendolo delicatamente fra le mani:

– Oh! Quanto ti amo, sublime creatura! – esclamò egli quasi fuori sé. – Quanto ti amo, quanto ti adoro!… E bisogna separarci!…

Soffocò un gemito e terse una goccia umida che forse era una lagrima, che scendeva rapida sulle brune gote.

– Parti, Marianna – disse poi cangiando bruscamente tono. – Abbracciamoci un’ultima volta e poi va, va… Se tu rimani, la Tigre della Malesia sarebbe capace di piangere!

La baciò ancora una volta nel mentre che un rauco urlo di disperazione morivagli fra le strette labbra.

– Va, Marianna – ripeté egli, volgendo la faccia altrove per non vederla allontanarsi.

– Sandokan! Sandokan!

Il pirata si nascose il volto fra le mani e fece due o tre passi indietro traballando come un ubbriaco.

– Ah! Sandokan! – esclamò la sventurata Marianna gettando un grido straziante.

Marianna volle slanciarsi dietro a lui, ma le forze le vennero meno; il luogotenente la ricevette fra le sue braccia e si allontanò portandola di peso. Quando Sandokan si scoprì, il boccaporto si era già abbassato e la stiva era tornata deserta. Egli si cacciò le mani nei capelli.

– È finita! Tutto è finito! – esclamò con voce cavernosa. – Non mi rimane più che d’addormentarmi sulle onde. Possa un giorno rivedere ancora colei che amo immensamente!

Se ne stette per mezz’ora rinchiuso in un feroce silenzio, colla fronte stretta terribilmente fra le mani, poi si scosse e rialzò con gesto risoluto la testa.

Ogni emozione era allora scomparsa dal suo volto; solo gli occhi gli brillavano di una cupa fiamma.

– Inioko – diss’egli con esaltazione. – Bisogna che noi fuggiamo, bisogna che ritorniamo liberi… Ah! È atroce abbandonarla… – S’interruppe e portò le mani al cuore.

– Capitano, non lasciatevi abbattere.

– Non so decidermi, Inioko, ad abbandonare questo vascello che porta la mia fidanzata. È orribile perdere colei che avevo rapita dopo tanti sforzi, dopo tante lotte, tante sofferenze… perderla, così, dopo averla tanto amata…

– Capitano, lasciate i lamenti ai deboli…

– Sì, hai ragione. Orsù, mi seguirai in mare?

– E che, dovrei io abbandonare il mio capitano nel momento del pericolo? Vi seguirò anche in capo al mondo.

– Grazie, mio valoroso Inioko. Coraggio ora, che fra dieci minuti cadremo fulminati per ritrovarci sei ore dopo liberi su libero mare. S’avvicinò al fenestrello che aprivasi al di sotto della batteria e guardò attentamente al di fuori. Il mare era agitato e spumeggiava attorno al vascello sotto le battute delle ruote, ma lontano era quasi calmo.

Guardò a dritta e a manca se apparisse qualche terra o qualche vela, ma non vide né l’una né l’altra. Il mare era libero fino agli estremi limiti dell’orizzonte.

– Tutto è deserto – mormorò il pirata indietreggiando. – Non monta, l’amore mi darà la forza di compiere ciò che non avrebbe potuto compiere uomo alcuno; la speranza mi sosterrà in mezzo ai flutti, per quanto essi sieno estesi, e la libertà la forza per vincerli.

Si avvicinò al suo compagno colla scatola in mano e mostrandogli due pillole all’ultimo baglior del crepuscolo:

– Una per me e una per te – gli disse. – Tu l’inghiottirai quando io ne darò l’esempio, né un secondo prima, né un secondo dopo.

– Bene, capitano – rispose Inioko prendendola con precauzione fra le dita. – Sia pur veleno, la inghiottirò al vostro comando.

Sandokan lo condusse appié della scala, diede un ultimo sguardo alla tenebrosa stiva, mandò l’ultimo sospiro.

– E ora, dormiamo, sospendiamo la vita per isvegliarci liberi sul libero mare. Inghiottila, Inioko, inghiottila!

I due pirati la trangugiarono nel medesimo istante chiudendo gli occhi.

– Marianna! a me! – urlò Sandokan e cadde assieme al compagno come fulminato appié della scala, mentre il grido ripercotevasi nella stiva e le tenebre si chiudevano silenziosamente su di essi…

Quel grido, per quanto la macchina sbuffasse e le ruote sollevassero le acque, fu udito in coperta. La giovanetta, che pallida ma ferma si teneva presso il boccaporto, l’udì. Sembrò che il cuore le si staccasse e che le forze esauste fossero lì per venir meno.

Il boccaporto fu levato. Il luogotenente e sei o sette marinai scese frettolosamente nella stiva e urtarono contro i due supposti cadaveri stesi appié della scala l’un sull’altro. Il luogotenente sorpreso, si curvò su di essi mentre si portavano dei lumi.

Li esaminò, cercò sollevarli credendo si trattasse di uno svenimento quantunque ne dubitasse, e pose una mano sui cuori. Non battevano più; e i due corpi erano freddi come due veri cadaveri, mentre i volti erano orribilmente contratti. Indovinò, ma non tutto.

– Sono morti – diss’egli. – I due disgraziati si sono avvelenati. Chiamate il medico.

Il valent’uomo non poté far altro che constatare la morte.

– Credete proprio, dottore, che sieno realmente morti o che sieno solamente sotto l’influenza di un narcotico? – domandò il comandante.

– Non conosco narcotici che possano arrestare in simil guisa la vitalità: sono proprio morti, posso assicurarvelo.

– Forse è meglio così – mormorò il luogotenente. – Orsù, portateli in coperta. Li getteremo in mare come l’avevo promesso.

Mentre i marinai e i soldati alzavano i due falsi cadaveri, egli salì in coperta e si avvicinò col berretto in mano alla milady che sembrava aspettare con una calma apparente la spiegazione di quel grido, tenendosi appoggiata a una delle murate.

– Signora – disse gravemente il luogotenente, – dovrò io parlare francamente di ciò che è avvenuto dei prigionieri?

– Oh! Potete parlare, signore, so di già di che si tratta – rispose Marianna, portando il fazzoletto agli occhi.

– Ebbene, sono morti! Credo che una simile morte sia da preferirsi a quella ignominiosa che li aspettava a Labuan.

La giovanetta non sparse lagrima alcuna. S’avvicinò vivamente a lui e prendendogli le mani:

– Luogotenente – diss’ella con voce rotta ma energica. – Vivi appartenevano a voi, morti appartengono a me; lascierete voi che io compia l’ultima volontà di colui che fu il mio fidanzato?

– Vi lascio libera di fare quello che meglio vi piacerà – rispose il luogotenente. – Ascoltate un consiglio che vi do, milady: gettateli in mare prima che abbiano a giungere a Labuan. Il governatore, quantunque sieno di già morti, potrebbe ancora farli appendere.

– Non li appenderanno! – esclamò Marianna con vivacità. – Ordinate ora che sieno portati a poppa e che mi lascino sola.

Il luogotenente s’inchinò e diede ordine ai marinai d’ubbidire. I due falsi cadaveri vennero collocati su due tavole e portati a poppa pronti ad essere precipitati nella umida tomba.

Marianna s’inginocchiò accanto a Sandokan irrigidito, e contemplò mutamente il suo volto scomposto dalla potente azione del narcotico, ma che conservava ancora quella maschia fierezza che incuteva timore e rispetto. Allora, senz’essere veduta, si trasse dal corsetto due pugnali e tagliò lentamente le sue vesti in più parti; gli infisse una delle due armi nella cintola nascosta sotto la tunica ed egualmente fece al Dajacco.

– Andate, miei valorosi – mormorò ella con profonda emozione, – e poi tornate vincitori a liberare la vostra regina di Mompracem.

Ella rimase presso i due falsi cadaveri, contando sull’orologio ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo con una pazienza inaudita. Alle dodici e mezza si alzò, pallida, ma risoluta. Comprendeva che la menoma debolezza, la più piccola esitazione poteva tornare fatale ai due pirati. – È tempo – mormorò ella, gettando un ultimo sguardo sulle sfere dell’orologio che seguivano impercettibilmente il loro corso. – La Tigre della Malesia m’ha detto che sia forte e io forte sarò.

S’avvicinò alla murata di poppa cogli occhi fissi sul timoniere che guardava la bussola volgendole le spalle. Staccò senza rumore due salva-gente e approfittando del momento in cui il piroscafo s’inchinava, li gettò in mare.

Li seguì collo sguardo finché le fu possibile, poi calma, impassibile, ricacciando nel più profondo del cuore l’emozione che l’assaliva, si diresse verso prua e si fermò dinanzi al luogotenente.

– Signore – gli disse con voce ferma. – Si compia l’ultima volontà della Tigre.

– Sono ai vostri comandi, milady – rispose il luogotenente facendo un gesto ai suoi uomini.

Quattro marinai seguirono Marianna a poppa. Essi sollevarono le due tavole mortuarie all’altezza della murata pronti a gettare i cadaveri sui neri flutti.

– Non ancora! – esclamò Marianna frenando a gran pena le lagrime e soffocando i singhiozzi.

S’avvicinò a Sandokan e posò le sue labbra su quelle gelide di lui. I suoi occhi si velarono di pianto.

– Addio, mia valorosa Tigre, addio – mormorò ella con voce rotta. – Addio!… Dio!… Dio!… Dammi forza!…

Era l’una meno tre secondi. Già un impercettibile fremito agitava le membra di quei due cadaveri che dovevano risuscitare sui flutti.

– Lasciate andare! – esclamò Marianna con un filo di voce, cadendo sulle ginocchia.

I marinai alzarono i due cadaveri e li precipitarono in mare che si chiuse sopra di essi, nel mentre che il piroscafo s’allontanava portando la sventurata giovanetta verso le coste maledette di Labuan!

CAPITOLO XXXII

Yanez

La sospensione della vita, come avea detto Sandokan, doveva durare sei ore né un secondo di meno, né un secondo di più, per lo che, appena che toccarono i flutti, ritornarono istantaneamente alla vita, senza provare la menoma alterazione di forze né di sensi.

Ritornati a galla, dopo essersi immersi per una diecina di metri, essi girarono gli occhi attorno. Scorsero subito, a meno di una mezza gomena di distanza, la nera massa del piroscafo che allontanavasi a tutto vapore, soffiando fragorosamente.

Primo moto di Sandokan fu quello di mettersi a inseguirlo, nel mentre che Inioko, ancora stordito da quella strana risurrezione, prendeva prudentemente il largo per non correre il rischio di venire scoperto. La Tigre s’arrestò però quasi subito lasciandosi dondolare fra le onde, cogli occhi fissi su quel legno che continuava allontanarsi portando la sventurata Marianna. Un profondo ruggito, un gemito soffocato gli rumoreggiò in fondo al petto e venne a morirgli sulle labbra increspate.

– Partita, rapita! – mormorò egli con voce semi-spenta dal dolore. – Oh! povera Marianna, mia povera fidanzata!…

Un impeto di follia lo prese e per qualche tratto seguì il vascello dibattendosi disperatamente fra le acque, facendo sforzi sovrumani per raggiungerlo. Egli s’arrestò per la seconda volta spingendo l’acuto suo sguardo dietro al legno che ormai era diventato quasi invisibile per la tenebra e per la lontananza. Egli tese le braccia verso di lui.

– Tu mi sfuggi e mi sfuggi portando teco la metà del mio cuore, ma ti raggiungerò, orribil nave, e quel dì che mi arrampicherò sui tuoi fianchi… Ah! potesse venire quel di, potessi riavere la mia diletta fra le mie braccia, potessi almeno farla mia per sempre!… Va, va, allontanati, ma per quanto ampio sia il globo ti raggiungerò e ti arderò assieme a tutti coloro che tu porti, oh! sì, lo giuro, lo giuro e sul mio Dio e sui miei defunti tigrotti.

Si rovesciò rabbiosamente sulle onde e volse le ,spalle alla nave nuotando con quanta rapidità poteva, quasi avesse paura che l’attirasse. Egli raggiunse Inioko, che s’agitava come un pesce fra il liquido elemento, aspettandolo ansiosamente.

– Ah! Inioko, tutto è finito, ho l’anima infranta! – esclamò lo sciagurato. – È perduta e forse… e forse per sempre!

– Coraggio, capitano – disse il Dajacco. – Non è il momento di pensare ora alla vostra fidanzata che è sicura sul piroscafo.

– Sicura! Non dire così, Inioko.

– La salveremo, capitano.

– Oh! sì, sì, la salveremo, Inioko, dovesse la sua libertà costarmi la vita.

– Andiamo, capitano, non stremate le vostre forze con una inutile disperazione. Rammentatevi che abbiamo bisogno di essere forti per uscire vivi da questo mare. E poi, vedrete che noi torneremo a liberarla, appena che avremo ritrovato il capitano Yanez.

– Sì, hai ragione, Inioko, sarebbe follia stremare queste forze che sono sì preziose in questi momenti.

“Orsù, dimentichiamo ogni cosa, siamo forti, ritorniamo ancora una volta la Tigre della Malesia, Inioko, avanti!… Io do l’esempio!

Il vasto mare della Malesia si estendeva dinanzi a loro, sepolto fra fitte tenebre, completamente deserto, senza una scogliera od un isolotto su cui approdare ed attendere la comparsa del Portoghese, senza una vela che segnalasse la presenza di qualche naviglio, o un fumo, od un lume che segnalasse qualche piroscafo.

Per ogni dove vedevasi onde spumeggianti, che si urtavano le une contro le altre fragorosamente, aizzate dal venticello notturno che sibilava alle orecchie dei due nuotatori.

Tacitamente per non consumar forze sì preziose in quel terribile frangente, i due pirati, a pochi passi l’un dall’altro, continuavano la via ma avanzando con estrema lentezza, con mosse meccaniche, lente, misurate, l’un cupo quantunque cercasse di mostrarsi calmo, e l’altro tranquillo e felicissimo di averla fatta sì bella agli Inglesi.

Sandokan non poteva sì facilmente inghiottire quella forzata separazione dalla Marianna che amava alla follia. Che mai ne sarebbe avvenuto di lei una volta tratta ancor sulle maledette coste di Labuan tra le braccia del lord?

Questa domanda che non avrebbe potuto trovar risposta alcuna, agitava terribilmente il cuor ammalato di lui, lo circondava di timori gli uni più sinistri degli altri che invano cercava scacciare. Ruggiva d’ira, malediva il destino e la pirateria causa di tutti i suoi mali, e in quei momenti in cui la disperazione laceravagli il cuore malediva l’istante in cui aveva abbandonato il piroscafo.

Di tratto in tratto, egli si volgeva indietro per fissare i fanali della nave che andavano perdendosi all’orizzonte, e si sentiva preso da una pazza voglia di lanciarsi dietro ad essi. Rallentava allora le mosse, finiva coll’arrestarsi fra i flutti gorgoglianti gettando rauchi sospiri che confondevansi coi muggiti del mare. Non valeva né il pericolo, né le onde, né le chiamate del suo compagno per ismoverlo da quella disperata contemplazione.

– Lascia – rispondeva egli a ogni chiamata del Dajacco. – Lascia che veda ancora i suoi occhi, che oda ancora la sua voce.

Nella febbre gli pareva che i fanali del piroscafo fossero gli occhi della giovanetta e che la possente voce del mare fosse quella di lei, e rimaneva là, coll’ira rumoreggiante nel petto, nel cervello, la maledizione sulle labbra, inerte, con mille pensieri, abbandonato fino a che le onde finivano col coprirlo e inghiottirlo.

Ma quando il piroscafo scomparve del tutto fra le tenebre, che i fanali non furono più visibili sull’orizzonte, comprendendo alfine che ogni speranza pel momento era perduta, rivolse tutti i suoi pensieri al prahos del Portoghese. Ritornato a galla dopo l’ultima contemplazione, egli si mise a nuotare dirigendosi all’ovest cercando ansiosamente collo sguardo una vela o almeno un fanale che indicasse la sua presenza in quei luoghi.

– Andiamo, Inioko – diss’egli senza quasi alterazione di voce, – andiamo, io ritorno ancora la Tigre.

“Vieni, valoroso mio, cerchiamo il Portoghese; tutta la mia speranza è là, bisogna che lo trovi, bisogna che abbia il suo aiuto per ritornare a strappar ancora la giovanetta ai maledetti che me l’hanno rapita. Vieni, mi sembra avere il fuoco nelle vene che mi spinge all’ovest; mi sentirei capace di filar cento miglia per trovare mio fratello Portoghese.

– Ecco che voi parlate bene, che ritornate la Tigre – disse Inioko. – Lasciate ciò che è accaduto e pensiamo al presente che a quanto sembra non è del tutto chiaro. To’, guardate, mio capitano! che vale lamentarsi, quando noi siamo ancor liberi? Sia ciò che si vuole, una volta liberi si possono intraprendere grandi cose e ritornarcene laggiù a Labuan a far parlare i nostri fucili contro quei dannati, che contavano appenderci per la gola, e rapir ancora sotto i loro occhi la lady. Non sarà difficile, quantunque siamo ben in pochi. To’, se si tornasse ancora a Mompracem?

– Mompracem! – mormorò Sandokan con un sospiro. – Lascia Mompracem, che è morta, Inioko, e pensiamo al Portoghese.

– Vi penso, ma guardate un po’ che per quanto giri lo sguardo all’ovest, al nord e al sud non sono capace di vedere un lume né un lembo di tela che segnali il prahos. Sapete, capitano, che sarebbe una faccenda seria se egli non comparisse!

– Non lo crederò mai, Inioko. Mio fratello Yanez non può averci abbandonati, egli ci seguiva, ne sono certo.

– Ci seguirà, benone, ma se il povero uomo fosse stato pur egli catturato un po’ più tardi?

I due nuotatori provarono un brivido. Poteva bene darsi che il Portoghese, vinta la cannoniera, fosse stato alla sua volta vinto da qualche altro naviglio, per esempio dal brigantino o dai prahos del Sultano.

– Sarebbe la fatalità così accanita da privarci anche di quest’ultima speranza? – mormorò irato Sandokan. – Non lo voglio credere, non voglio ammetterlo, Inioko, non pensiamolo nemmeno, ma a ogni modo sarò ancor capace di uscir vivo da questo mare per quanto sia ampio e per quanto abbia a infuriare. Andiamo, tiriamo innanzi, conservando più che sia possibile le nostre forze, fino a incontrare qualche aiuto. Guarda, amico mio, mi rammento di aver detto a lei di gettarci qualche oggetto galleggiante in mare. Perché non avremo a incontrarlo?

– Oh! – esclamò il Dajacco. – Ecco che le cose cangiano volto, e la fortuna è con noi. Se è vero quello che dite, cerchiamo.

L’onda stancava i muscoli dei nuotatori che, per quanto fossero robusti, avrebbero dovuto fra tre o quattro ore venir meno; era quindi di massima necessità cercare quei galleggianti, onde trovare un punto d’appoggio e aspettare così la comparsa del sole per prendere qualche decisione sulla via da tenersi e approdare a qualche isola o incontrare il Portoghese, se era ancor libero. I due nuotatori, allargandosi notevolmente e l’un dall’altro, onde non isfuggissero ai loro occhi quei galleggianti che cercavano, si misero ad avanzare, seguendo la scia lasciatasi dietro dal piroscafo.

Vagarono per un quarto d’ora, moltiplicando i giri e le ricerche, e già disperavano d’incontrar quelli che tanto cercavano, credendo che la giovanetta non avesse avuto il tempo di gettarli in mare, quando Sandokan, che si volgeva spesso, quasi cercasse discernere ancora i fanali del piroscafo, credette vedere due oggetti ondeggiare a una trentina di passi dietro di sé. Si sollevò a metà fuor dai flutti, e poté assicurarsi che non s’ingannava.

– Inioko – diss’egli, volgendosi verso il compagno che lo precedeva di una ventina di metri, respirando rumorosamente. – Non vedi laggiù qualche cosa che sulle onde trastullasi?

Il Dajacco, dopo di essere stato più volte coperto dalle onde, s’arrestò, gettando uno sguardo dietro di sé.

– Eh! – esclamò egli. – Mi sembra di vedere due oggetti, che somigliano a due anelli. Sarebbero essi i due galleggianti promessi dalla nostra regina, oppure due pesci di nuovo conio?

– No, non sono pesci, ma i due galleggianti che quell’adorabile Perla di Labuan ha gettato in mare per noi. Ah! quanto vorrei abbracciarti, amata Marianna! – esclamò il pirata commosso fino al fondo dell’anima.

– Non pensate alla lady ora – disse Inioko. – Ella v’inquieta e vi rende pazzo.

Sandokan mandò un sospiro e si diresse verso i due oggetti intravveduti. Erano due salvagente, due anelli di sughero coperti da una grossa tela, che permettevano di trovare un punto d’appoggio anche con mare forte.

– Ah! – esclamò Sandokan, afferrandone uno, – sapeva bene che ella avrebbe fatto tutto ciò che le avrei chiesto. Orsù, Inioko, caccia la testa dentro e fa passare pure le braccia. Una volta che noi abbiamo sotto le ascelle questi oggetti possiamo andare fino alle Tre Isole.

– Alle Tre Isole! E voi non pensate che non abbiamo viveri, e che per di più navighiamo in un mare dove i pesci-cani si sono acquistati una triste celebrità! Mi vengono i brividi a pensare che le mie gambe possono offrire un bel boccone a quei terribili ghiottoni.

Sandokan, quantunque coraggioso, alla osservazione del Dajacco fremette. Non ignorava che navigavano su di un mare battuto da numerose bande di ferocissimi squali. Non sarebbe stato niente difficile che una coppia di quei mostri, se non una dozzina intera, avesse ad assalirli o si avvicinasse sott’acqua a mozzare a loro le gambe.

– Non mancherebbe che questo, dopo la ferocità degli uomini – disse Sandokan, gettando uno sguardo indagatore all’intorno. – In fede mia, Inioko, non saprei come l’andrebbe a finire, se qualcuno di loro apparisse e ci desse la caccia.

– Chi sa che non abbiano ad accorgersi della nostra presenza?

– È difficile l’ammetterlo. Siffatti pesci fiutano la preda a grandi distanze. Per buona fortuna, ho qui alla cintura un pugnale messovi ancora da quella povera Marianna. Guarda, Inioko, quanto fu previdente quell’adorabile creatura!

Si frugò nella cintola e vi trovò il pugnaletto messovi dalla giovanetta, Inioko vi trovò il suo.

– Ikaut! – esclamò il Dajacco allegramente. – Vedete, mio capitano, io mi sento preso da profonda ammirazione per quella fanciulla che ha tanto fatto per noi. Trovo che essa è degna della Tigre e che è giusto che voi abbiate ad amarla tanto. È più valorosa che nol fosse una Dajacca dei nostri monti e più previdente che un Dajak laut. Adorabile milady!

– Sarebbe poco, Inioko, adorabile, chiamala divina! – esclamò il pirata con slancio appassionato. – Divina sarebbe ancor poco!

– Tacete, capitano, voi parlate troppo alto e attirerete i pesci-cani se forse ve ne ha qualcuno a un due o trecento passi lontano. Mi sembra anzi di aver veduto qualche cosa, laggiù dinanzi a noi, trastullarsi fra la spuma. Potrà essere uno d’essi.

– È la paura che ti fa vedere pesci-cani ovunque, Inioko, se ve ne fosse uno a dieci miglia lontano sarebbe di già alle nostre spalle. Tuttavia mi tacerò, orsù, passa il capo nel tuo salva-gente e tiriamo pian piano innanzi.

Il Dajacco ubbidì e si fe’ passare l’anello galleggiante sotto le ascelle, dopo di aver bevuto più di qualche tazza d’acqua salata che si affrettò a rigettare, e i due nuotatori senza sforzo, meravigliosamente sostenuti, coi pugnali fra le mani, si misero ad avanzare lentamente, abbandonandosi di tratto in tratto all’ondeggiare dei flutti che pareva invitarli a dormire, cosa che quei due uomini sarebbero stati capaci di fare se la tema dei pesci-cani non avesse loro messo addosso un certo sentimento timoroso che non riuscivano a scacciare, malgrado i ragionamenti filosofici.

Questo timore che dapprima era un semplice sentimento, specie in Sandokan che non aveva mai temuto né gli uomini, né il mare e meno ancora gli squali, ingigantì siffattamente nel Dajacco, che non osava quasi muoversi per la tema di attirar i feroci nemici, e raggrinzava le gambe per non offrire ad essi un troppo grosso boccone. Aveva pure un bell’assicurarlo il suo compagno, ma il valoroso che aveva affrontato per tanti anni il fuoco, si sentiva realmente preso dallo spavento, e gettava occhiate a destra e a manca, dinanzi e di dietro, e non potendo tuffarsi per guardare sott’acqua, onde accertarsi che alcuno di essi si trovava lì accanto, vibrava calci per ogni dove.

– Ikaut! – esclamava egli a ogni assicurazione di Sandokan, che procedeva tranquillo guardando invece all’ovest per cercare di scoprire il prahos del Portoghese. – Ikaut! Avete un bel dire, mio capitano, che siamo armati e che i pesci-cani, se ve ne fossero, sarebbero di già qui e alla superficie anziché sott’acqua, ma non mi tranquillizzo. Vi confesso che se non ho mai avuto paura degli uomini e del mare, ho una paura dannata di essi, che godono una certa fama nei mari della Malesia da far rabbrividire. Se uno di essi nuotando sott’acqua venisse a mozzarmi le gambe?

Coi salvagente sotto le ascelle, i due nuotatori, l’uno irritato contro il Portoghese che non si mostrava, e l’altro tutto intento ai suoi pesci-cani immaginari, almen pel momento, continuavano così avanzare sulla via dell’ovest nella più profonda oscurità, battuti dalle onde, che talvolta incontrandosi li coprivano, un po’ irrigiditi all’estremità dei piedi sempre tuffati. Si tenevano prudentemente l’un accanto all’altro per portarsi un vicendevole aiuto, arrestandosi quando sembrava loro di vedere qualche cosa che avesse l’apparenza di un pesce, e facendo i loro commenti sul Portoghese, che pareva tardasse, e assai, a comparire all’orizzonte.

Sandokan era inquieto più del compagno e aveva ben ragioni di esserlo dipendendo la loro salvezza tutta dal Portoghese. Senza di questi, tutte le speranze di lanciarsi sulle traccie del piroscafo e di raggiungerlo prima che toccasse Labuan, cadevano inevitabilmente su tutta la linea.

Senza mezzi di sorta, senza uomini e senza navi, era impossibile che la Tigre riuscisse a salvare la fidanzata, innanzi che tornasse a cadere nelle mani del lord, che poteva trasportarla a Sarawak, forse in India e fors’anche in Inghilterra.

Il pirata non riusciva a dominare i timori e le angoscie che agitavano il suo animo.

Si rizzava di frequente sulle spalle del Dajacco e scrutava avidamente il fosco orizzonte, sfogandosi in maledizioni e in bestemmie senza numero contro il cielo e contro l’inesorabile fatalità che continuava sempre a perseguitarlo.

– Ma dov’è, dunque, questo disgraziato Yanez? – mormorava egli, con crescente ira. – Ha forse egli preso la fuga, lasciandomi solo a lottare contro questo inesorabile destino? Perché non si mostra? Perché non viene ad aiutarmi per seguire la nave maledetta che trascina la mia fidanzata verso le orride coste di Labuan? Ah! Yanez! non ti credeva capace di lasciare così tuo fratello!…

– Voi parlate a rovescio – disse Inioko che s’arrabbiava contro le onde che lo coprivano. – Il povero Yanez, che voi accusate, sta forse per venire. Io non posso ammettere che quel brav’uomo, così affezionato a voi, ci abbia abbandonati. Via, che andate mai dicendo, mio capitano?

– Verrà, tu dici, ma non si mostra. Sono due ore che scruto l’orizzonte, ma non vedo né un fanale né una vela.

– Sarà ancora lontano, ecco tutto. Il piroscafo era un buon camminatore e voi sapete che i nostri prahos, che sono rapidi come le palle di fucile quando soffia buon vento, sono altrettanto lenti quando dura la calma. E poi, chi sa mai in quale stato fu ridotto il suo legno nel duello contro la cannoniera. Lasciamogli un po’ di tempo e vedrete che egli ci raggiungerà.

– Zitto! – esclamò Sandokan improvvisamente. – Zitto!

Egli si appoggiò alle spalle d’Inioko e uscì a metà fuori dei flutti, spingendo lo sguardo verso il sud, dove una massa nera solcava il mare. Per quanto facesse oscuro, i suoi occhi distinsero in quella massa un gran vascello.

– Inioko – diss’egli ricadendo in acqua e con voce lievemente commossa, – ho scorto una nave al sud appena a mezzo miglio da noi. Non so ancora a qual bandiera appartenga, ma è sempre una nave; se arrischiassimo un grido d’aiuto?

– Una nave! – esclamò il Dajacco sorpreso. – Da dove diavolo è sbucata che non l’abbiamo vista prima? Oh! La faccenda mi pare che diventi imbarazzante. Siete sicuro che non sia il prahos del Portoghese? Fa abbastanza oscuro per ingannarsi.

– No, è un vascello, ne sono sicurissimo, Inioko. Sta fermo che io l’osservi un po’ meglio.

Tornò ad arrampicarsi sulle spalle del Dajacco e guardò ancora il vascello che navigava verso l’est, quasi da credere che avesse l’idea d’avvicinarsi a loro.

Guardando bene, riconobbe in lui un grosso brigantino, il quale rammentavagli un po’ vagamente quello stesso che aveva preso parte al bombardamento di Mompracem.

– Non un grido, Inioko! – esclamò egli, abbassandosi bruscamente. – O che io m’inganno di molto, o che quel brigantino è il medesimo che prese parte all’attacco del villaggio. Il vecchio birbone mi ha l’aria di essere tutto lui: non un grido adunque. Sta avvicinandosi, ci passerà a poca distanza, ne sono sicurissimo. Cerchiamo di non essere scorti, se vuoi ancor essere libero.

– Sarebbe lui ancora? Ed io che contava di venir raccolto e che stava per gettare un grido d’aiuto. Ma come può esser mai qua?

– E chi potrebbe saperlo? Forse cerca il Portoghese e forse viene dal nord, dopo di aver girato Mompracem, ignorando ancora la battaglia col piroscafo e colla cannoniera. Strappati di dosso quel salva-gente e sta pronto a tuffarti od a portarti al largo.

Abbandonati frettolosamente i due galleggianti, i due pirati, cui premeva evitare quell’incontro pericoloso, si tuffarono senza far rumore per non destare l’attenzione degli uomini di guardia e si misero a nuotare sott’acqua come i pesci.

Il brigantino, poiché era proprio lui, irto di cannoni e con più di qualche attrezzo frantumato, dopo di aver fatto una bordata all’ovest ed un’altra al sud, come indeciso sulla via da prendere, si dirigeva al nord-est movendo verso i due pirati, che, tuffandosi a intervalli, spiavano attentamente le sue mosse.

Aveva i fanali spenti, forse per sorprendere i legni pirateschi che credeva ancora in mare, e filava a tutte vele spiegate, lasciandosi dietro una striscia fosforescente. Esso passò a venti braccia dai pirati che si erano affrettati a scomparir sott’acqua non tanto presto però che uno degli uomini di guardia avesse scorto qualche cosa di sospetto in quel tuffo che gli strappò una esclamazione.

– Oh! – aveva gridato il marinaio. – Se non fossi sicuro che abbiamo una zigaena da poppa, avrei creduto di vedere due teste.

Il nome zigaena, o pesce martello come lo si vuol chiamare, o peggio ancora balance fish, come lo chiamano gl’Inglesi, che giunse alle orecchie di Inioko, gli fece gelar il sangue nelle vene e, dimenticando ogni prudenza, cacciò la testa fuori dell’acqua, gettando uno sguardo smarrito all’intorno per cercar di scorgere il terribile pesce.

– Vi sono due zigaene a poppa forse? – gridò la medesima voce che il vento portava sino al Dajacco.

Comprendendo il pericolo di venir scoperto tornò a tuffarsi, urtando contro il compagno che aveva di già in mano il pugnale.

Risalirono entrambi a galla guardandosi in volto, dondolandosi fra la scia del brigantino che si era di già allontanato di un centinaio e più di metri grazie al buon vento che lo spingeva sulla via dell’est.

– Una zigaena! – esclamò il Dajacco, che si dimenava nei flutti come un diavolo nella pila benedetta. – Una zigaena!

– Che sia vero? Non aver paura che sono qua io – disse la Tigre.

– L’ho udito distintamente colle mie orecchie, capitano – rispose Inioko. – Oh! Non moviamoci più, potrebbe aver seguito la scia della nave e potrebbe anche spiarci. Maledetto pesce!

Il Dajacco, così parlando, si aggomitolava su sé stesso credendo sempre di sentirsi mozzar le gambe e non si moveva più, rattenendo persino il respiro, nel mentre che Sandokan deciso di sbarazzarsi del pericoloso nemico, a onta delle raccomandazioni del compagno, batteva le acque per ogni dove.

– Egli vi porterà via le gambe, non movetevi, capitano, lasciatelo che se ne vada in pace – diceva Inioko con voce tremula. – Sangue del demonio! Eccolo!…

Infatti la zigaena che sino allora aveva giuocherellato nella scia del vascello, comparve vicina a loro, alzando fuor dalla spuma il suo bizzarro capo foggiato a martello, alle cui estremità brillavano i grandi occhi giallastri.

Alla vista dei due nuotatori parve più sorpresa che irritata e s’arrestò a pochi passi di distanza battendo fragorosamente l’acqua colla possente sua coda.

– Ah! Anche tu sei tra i piedi! – esclamò Sandokan traendo il pugnale e levandolo verso di essa.

– Lasciatela andare, capitano – s’affrettò a dire Inioko, cui la vicinanza del pericolo incuteva però coraggio.

– Questo affamato pesce ci assalirà, tigrotto mio. Tanto vale assalirlo direttamente prima che si getti su di noi; orsù, prestami man forte.

Ma la zigaena non era d’umore d’aspettarli. Si tuffò, ricomparve alla superficie, e contrariamente ai suoi istinti feroci, prese il largo, seguendo ancora la scia del brigantino. In pochi istanti fu tanto lontana da non esser più visibile.

I due nuotatori tuttavia non si mossero, né lasciarono i pugnali. Solo si tuffarono più volte, per assicurarsi che il vorace squalo non capitasse sott’acqua.

Inioko tornò a segnalare il nemico che avanzavasi rumorosamente scuotendo a dritta e a manca la testa. Esso si mise a girare e a rigirare attorno a essi, ora allargando e ora restringendo i cerchi, e cacciando fuori rauchi e profondi sospiri.

– Sta in guardia, Inioko – disse Sandokan. – La canaglia giuoca, per ora, ma potrebbe stancarsi e venirci addosso prima che abbiamo a pensarlo. Aggrappati al salva-gente e filiamo pian piano, verso l’ovest. Chi sa che non abbia a stancarsi di seguirci.

– Se venisse qualcuno in nostro aiuto! – mormorò il povero Dajacco. – Anche questi pesci dopo gli uomini!

– Lascia i lamenti e guardati dai denti che mi sembrano molto acuti. Orsù, in ritirata colla prua all’ovest!

Colla sinistra attorno al salvagente e la dritta armata del pugnale, volgendo la faccia alla zigaena che giuocherellava a dieci o dodici metri di distanza, rovesciandosi rumorosamente fra le onde, i due pirati si misero in viaggio, urlando e battendo l’acque colle gambe per tener lontano il terribile pesce.

La manovra non riuscì. La zigaena dopo mezz’ora era ancora lì, continuando i suoi giuochi, sollevando colla possente sua coda vere trombe d’acqua che giungevano fino ai nuotatori, mostrando i suoi acuti ed enormi denti ed emettendo certi sospironi da paragonarsi al tuono udito in lontananza.

D’un tratto fece un balzo gigantesco e si precipitò verso i due pirati. Proprio in quel momento Inioko gettò un urlo di gioia.

– Capitano!… Capitano!… – balbettò egli.

La zigaena s’arrestò, batté ripetutamente l’acqua colla coda, girò su sé stessa e s’allontanò rapidamente, lasciandosi dietro una scia gorgogliante e luminosa.

Sandokan che aveva alzato il pugnale si volse verso il Dajacco che cercava sollevarsi fuori dalle onde.

– Che vedi? Che hai? – gli chiese egli rapidamente.

– Guardate laggiù, al sud-ovest!… Per Allah!… Vedo un fanale… un punto luminoso… Ah! capitano!

La Tigre guardò. Un fanale bianco solcava l’orizzonte a tre o quattrocento gomene e andava avvicinandosi in furia.

– È Yanez! – esclamò egli.

– Per Allah! Capitano! guardate!…

– Che vedi ancora? Gran Dio! Non è lui!

La terribile esclamazione gli fu strappata dalla vista di due altri fanali che seguivano a corta distanza il primo. Il Portoghese non poteva avere con sé altri legni dacché tutti i tigrotti di Mompracem erano morti. Sarebbe stata follia ammetterlo.

– Che facciamo adunque? Chi sono mai?.

– No, non è Yanez quello là – rispose con ira Sandokan. – Maledizione!…

– E chi possono essere mai?

– L’ignoro.

– Forse sono navi mercantili, che possono raccoglierci.

– E forse navi nemiche.

– Capitano!…

– Ti comprendo, Inioko. Piglia il pugnale: navi nemiche o no, noi c’imbarcheremo. Grida aiuto.

– Ma…

– Sono la Tigre! – disse superbamente Sandokan. – Se le navi sono nemiche, cadranno sotto i miei artigli.

Inioko gettò un urlo altissimo chiamando aiuto! Un momento dopo s’udì un’archibugiata al largo.

– Hai udito? – chiese Sandokan.

– Si, ci hanno intesi e fors’anche scorti – rispose Inioko.

– Prepara il tuo pugnale. Potrebbe darsi che avessimo a batterci.

I tre legni andavano avvicinandosi rapidamente, dirigendosi verso di loro. Sandokan, dalle vele enormi riconobbe in essi tre prahos. Senza saper rendersi conto del perché, sentì il cuore battergli con veemenza.

– Olà! – gridò egli con voce tonante. – Chi siete?

– Tigri! – rispose una voce partita dal prahos più vicino. Sandokan uscì a metà dalle onde.

– Tigri! Tigri! – esclamò egli. – Inioko! Sono tigri!… Yanez! Yanez!

– Per Giove! Chi mi chiama? – chiese una voce.

– Io, Sandokan, la Tigre della Malesia!…

Gli rispose un gran grido, un grand’urlo di gioia partito dai tre prahos.

– Viva la Tigre!… Viva Sandokan!

Il primo prahos era vicino. I pirati lo raggiunsero in meno che lo si dica e si issarono sul ponte.

Un uomo s’avventò contro la Tigre e lo strinse contro il suo petto.

– Ah! mio povero fratello!… Credeva non rivederti mai più.

Sandokan posò il capo sul petto di Yanez, ed emise un singulto che fu coperto dalle urla dei marinai dei tre legni, che, pazzi di gioia, gridavano a squarciagola:

– Viva la Tigre! Viva Sandokan! Vendetta! Sangue!

Egli rimase alcuni istanti abbracciato a Yanez, poi improvvisamente rizzossi e tese minacciosamente le mani verso l’oriente.

– Compagni! – tuonò egli, – a Labuan! A Labuan! La Tigre della Malesia ve lo comanda!…

Un minuto dopo i tre legni viravano in furia di bordo veleggiando verso le coste dell’isola indicata.

CAPITOLO XXXIII

Il piroscafo

Data la rotta, scelti gli uomini di guardia, installati gl’individui dalla vista più acuta sui pennoni delle grandi vele, per non lasciar fuggire il piroscafo e fatti spegnere i fanali di bordo, per non attirare l’attenzione di qualche incrociatore, Sandokan ed il Portoghese s’affrettarono a scendere nella cabina di poppa per venire a spiegazione e per progettare i loro piani onde poter riacquistare la perduta regina di Mompracem.

Il primo, cupo e scoraggiato, si lasciò cadere su di una panca dinanzi al tavolino, l’altro, gaio come sempre, sedette a lui di fronte, stappando un fiascone di wisky ed empiendo due grandi tazze.

– Orsù, fratello mio – disse questi. – Per quale miracolo ti trovo ancora vivo, mentre ti credevo da un pezzo appiccato a qualche pennone? Sai che io sono assai sorpreso e che mi sembra ancora impossibile di vederti qui? Per mille spingarde! Bisogna dire che qualche buon’anima prega per te e fors’anco pei tigrotti di Mompracem.

– Chi sa? – mormorò Sandokan. – Lascia lì ora ciò che riguarda me e parliamo invece di te. Dove hai trovato quei due legni che ti seguono? Come mai ti trovi qui invece di dormire d’un sonno eterno in fondo al mare? Se tu sei sorpreso di avermi trovato vivo io sono egualmente sorpreso di veder te accompagnato da tante forze.

Il Portoghese vuotò l’una dietro l’altra tre o quattro tazze di liquore, poi, dopo di essere rimasto qualche istante silenzioso:

– Sandokan – disse. – Ti ricordi quella notte che la flotta nemica ci assali?

– Non lo scorderò mai. Quella notte perdetti la mia Mompracem, il mio mare, i miei tigrotti, la mia potenza e persino la mia Marianna.

– Marianna? E dove trovasi essa?

– Silenzio, Yanez, continua il tuo racconto ora. Avrò sempre il tempo di riaprire la ferita che mi straziò il cuore.

– Bene, io quella notte fatale fui assalito da una cannoniera, che si era fissa in capo di abbordarmi. Ci battemmo accanitamente per mezz’ora, io tentando di aprirmi il passo per accorrere in tuo aiuto, essa cercando d’impedirmelo. I miei cannoni ebbero il sopravvento e la maledetta, sventrata, andò a picco con tutti i suoi uomini.

– Bravo, Yanez. Hai vendicato la rotta di Mompracem. Prosegui.

– Quando l’affondai, il tuo prahos sdruscito si sfasciava e tu eri alle prese col nemico sul ponte del piroscafo. Stimando essere pazzia il voler tentare di liberarti, fuggii, m’allontanai, poi, quando vidi il piroscafo andarsene, mi misi a seguirlo a gran distanza sperando di poterti una notte o l’altra salvare dando improvvisamente l’abbordaggio.

– Ah! Gli è proprio vero che tu mi seguivi? Ne aveva la sicurezza.

– Per mille spingarde! Come pensare altrimenti? Si, seguii il piroscafo ma il vento scemò il giorno dopo, e io rimasi assai indietro per quanto i tigrotti arrancassero furiosamente. Alla sera aveva perduto di vista la cima degli alberi del legno, ma non disperai e continuai a seguirlo sulla via delle Romades sicuro che avrei finito col raggiungerlo.

– Alto là, Yanez. Non ti sembrava strano che il vascello navigasse verso le Romades anziché verso le Tre Isole?

– Sicuro, ma io lo seguii nella sua rotta quantunque temessi che alle Romades si tenesse ancorata una parte della flotta.

– Basta così, continua, Yanez.

– Erano passate già ventiquattr’ore quando scorsi due legni che mi avevano l’apparenza di due prahos pirateschi.

– Ah! E chi erano?

– Aspetta un momento. Innalzai la bandiera di Mompracem, e con mia gran sorpresa vidi che pure essi ne alzavano una di simile. Venimmo a parlamento e riconobbi che uno era il prahos di Paranoa che ci portò a Labuan e l’altro il prahos di Maratua che faceva parte della flotta di Giro Batoë.

– Ah! Ma come mai erano ancora vivi? Non s’erano adunque annegati i loro equipaggi?

– No, tanto è vero che ci seguono. Tu sai che la tempesta infuriava soffiando dal sud tremendamente.

– Sì, me lo ricordo.

– Paranoa fu trascinato verso il settentrione e andò ad arenarsi col suo legno sull’isola Pulo Gaya. Maratua invece andò a dar di cozzo contro le scogliere della baia d’Ambong. Perdettero molto tempo a raggiustare i loro legni, poi scesero al sud e s’incontrarono sulle coste di Mompracem.

– Hanno approdato a Mompracem, hai detto? – interrogò la Tigre. – Chi abita la mia isola? Chi prese il posto della Tigre della Malesia? Parla, Yanez, parla!…

– Non trovarono che le fumanti ruine del nostro villaggio e delle nostre batterie. GI’Inglesi avevano sgombrato.

La Tigre mandò fuori un sospirone.

– Meglio così – mormorò egli. – Meglio così.

– Ti sta ancora a cuore Mompracem?

– Sempre! Sempre, Yanez! – rispose cupamente Sandokan. – Dacché ho perso la mia isola mi pare d’aver perduto un lembo del mio cuore, mi pare che mezza della mia vita se ne sia andata.

– Lascia la nostra povera isola, Sandokan! Pensiamo invece a Marianna.

Il pirata, che si era fatto torvo in viso, rialzò con fiero gesto il capo che teneva curvo sul petto.

– Ah! sì! – esclamò egli con veemenza. – Pensiamo a lei.

– Dove l’hai lasciata?

– Dì dove l’ho abbandonata invece.

– Come vuoi.

– Si trova sul piroscafo che mi assali e che mi assassinò l’intero equipaggio. È(4) ancora prigioniera nelle mani di loro. Buon per me che non vive più il rivale che mi faceva tremare.

– Oh! Quel baronetto…

– L’ho ucciso, l’ho veduto cadere ai miei piedi col cranio spaccato, ho veduto correre pel ponte del legno maledetto il suo sangue.

– E ora, che facciamo adunque?

– Riprendiamo la lotta con Labuan.

– Sei sempre ammalato.

– Sempre e oggi più terribilmente di ieri, a segno che questa malattia mi spaventa. Non guarirò mai più se non riavrò Marianna.

– Ma siamo in una posizione disperata: Mompracem l’abbiamo perduta, le nostre forze sono scarse, gl’Inglesi sono potenti dopo che si allearono al Sultano di Varauni.

– La Tigre, che era prossima a morire, è ridiventata la Tigre di Mompracem, Yanez. Ho ancora sete di sangue, sento di aver riacquistate tutte le mie forze, sento di essere ancora capace di ruggire, di mordere, di portare la desolazione e lo spavento dove il mio sguardo si fisserà. Sarei capace di ridurre Labuan in un deserto seminato di cadaveri.

– Vuoi proprio andare ancora a Labuan?

– Aspetta un po’, Yanez. Quale via credi che abbia preso il piroscafo?

– Sicuramente la via di Labuan. Il lord deve essere ancora a Vittoria.

– Allora daremo la caccia al piroscafo.

– E se non lo raggiungiamo? Quel dannato ha il vento nella stiva.

– Sbarcheremo a Vittoria.

– Tu sei pazzo.

– Lascia fare a me. Ti giuro, Yanez, che se non riesco a riavere Marianna, la Tigre darà fuoco a Vittoria.

Sandokan si alzò, tracannò un ultimo bicchiere di wisky e salì in coperta, seguito da Yanez, che erasi fatto pensieroso.

La notte era chiara per la luna che era allora sorta all’est. I tre legni, distanti un duecento passi l’un dall’altro, divoravano la via sotto il vento dell’ovest che spirava fortissimo, gonfiando le enormi vele. I pirati sparsi qua e là sui ponti s’affaccendavano, dietro ordine dei capi, a preparare i cannoni, che fortunatamente si trovavano in buon numero a bordo. Sandokan andò a sedersi a prua, guardando la vasta distesa d’acqua che brontolava e si alzava in grosse ondate, riflettendo bizzarramente l’argentea luce dell’astro notturno.

S’era appena accomodato sulla carretta di un cannone, quando i suoi occhi distinsero in mezzo ai flutti un oggetto risplendente che ondulava, ora tuffandosi ed ora tornando a galla. Egli si alzò di scatto.

– Yanez! – esclamò vivamente. – Fa poggiare.

– Che vedi? Forse un incrociatore? – chiese il Portoghese accorrendo a lui vicino mentre il timoniere ubbidiva al comando.

– No, vi ha qualche cosa che galleggia laggiù. Non so, ho uno strano presentimento che quell’oggetto mi riguardi.

– Uhm! – fe’ il Portoghese. – Come mai potrebbe quella roba là interessare la Tigre? Olà, timoniere, poggia dritto quel galleggiante. Poggia presto.

Il prahos cangiò rotta, dirigendosi verso l’oggetto indicato che in pochi istanti venne raggiunto. Un marinaio fu calato in mare e lo afferrò gettandolo a Sandokan che lo prese con vivacità.

Era una scatola di latta di quelle che s’adoperano usualmente per rinchiudervi il tonno. Sandokan strappò il coperchio e trasse una carta umidiccia che era appiccicata nel fondo.

– Oh! – esclamò Yanez. – Che significa ciò?

– Questo è qualche documento prezioso.

– Non capisco il come.

– Lo saprai. Il mio cuore me lo dice.

Spiegò la carta sulla quale scorgevansi alcune linee di una calligrafia fina ed elegante. Sandokan tremò come fosse stato preso da un terribile accesso di febbre.

– Yanez! Yanez!… – balbettò egli.

Il Portoghese s’impadronì d’una lanterna e rischiarò la lettera.

– Leggi, Sandokan, leggi. Io ardo come te.

– Tuoni di Dio! Io sono diventato cieco, non vedo nulla.

Il Portoghese gli tolse la lettera di mano e lesse:

“Aiuto! Mi si conduce alle Tre Isole dove il lord verrà a prendermi per condurmi a Sarawak. Sono perduta.

“MARIANNA”.

Sandokan nell’udire quelle parole aveva gettato un terribile urlo, un urlo straziante. Egli alzò le mani, cacciandosele disperatamente nei capelli e vacillò come fosse stato colpito da una palla nel cuore.

– Perduta!… Perduta!… Il lord!… – ruggì egli.

Yanez e i pirati lo avevano circondato e lo guardavano con ansietà, con commozione. Pareva che soffrissero le medesime pene che soffriva la povera Tigre.

– Fratello! – disse Yanez. – Noi la salveremo, te lo giuro.

La Tigre, curva, scattò in piedi col volto contraffatto:

– Tigrotti! – gridò egli con impeto furioso. – Abbiamo delle giacche rosse da esterminare, di quelle giacche rosse stesse che ci assalirono e ci sconfissero a Mompracem, che mi fecero prigioniero.

– Vendetta! Vendetta! – vociarono i pirati.

– Tigrotti, abbiamo la regina prigioniera. La voglio libera! La voglio mia!

– Viva la regina! Sangue! Abbiamo sete!

– E io vi farò dissetare nel sangue inglese. Alle Tre Isole, tigrotti!

– Alle Tre Isole! Tutti alle Tre Isole! Abbiamo sete!

I tre prahos cangiarono rotta, dirigendosi alle Tre Isole lontane tutt’al più una ventina di miglia. I pirati che già credevano di avere nelle loro mani il piroscafo e spegnere alfine la terribile loro sete nel sangue dell’odiato nemico, si misero febbrilmente all’opera per essere pronti a cominciare la pugna, che senza dubbio doveva essere tremenda.

Caricavano i cannoni a mitraglia, mettevano in batteria le spingarde smontate, aprivano i barili di polvere, ammonticchiavano a prua ed a poppa un’enorme quantità di bombe, toglievano le manovre inutili e rinforzavano le altre, improvvisavano barricate sui ponti, preparavano i grappini d’abbordaggio. Persino dei recipienti di bevande alcooliche e di petrolio venivano da loro portati sul ponte per dar fuoco, se occorreva, ai legni ed incendiare così il piroscafo e distruggere tutti coloro che lo montavano.

Sandokan li animava col gesto e colla parola, promettendo a tutti botti di sangue e teste d’Inglesi.

– Ah! – andava esclamando egli di tratto in tratto. – Potessi giungere in tempo di salvarla!

– La salveremo – disse Yanez che fumava accanto a lui guardando fissamente il mare per vedere se le Tre Isole comparivano sull’orizzonte. – Il bello sarà a trovarlo, il maledetto. Dove diavolo si sarà rifugiato? Se vi fosse qualche cittadella, si sarebbe sicuri di trovarlo ancorato lì presso, ma che io sappia, le Tre Isole non hanno che dei villaggi insignificanti o per lo più piantati entro terra.

– Non aver paura di questo, Yanez – rispose Sandokan. – Noi lo troveremo per quanto si sia ben nascosto. Sulle coste meridionali della prima isola si trova una gran baia profonda e sono più che sicuro che si sarà ancorato là. Tutto sta che noi abbiamo a giungere in tempo di sorprenderlo colla giovanetta a bordo.

– E in qual modo, fratellino mio, lo assaliremo?

– A cannonate prima, colle scimitarre dopo.

– È roba vecchia, codesta. Ma non puoi aver dimenticato che sul piroscafo si trova Marianna.

– Ebbene?… Che vuoi dire?

– Per Giove! Credi tu che gli Inglesi se la lascieranno rapire una seconda volta?

– Quando i miei tigrotti, guidati dalla Tigre della Malesia, giungeranno sul ponte del legno nemico, vorrò ben vedere quale Inglese sopravviverà per disputarmi la fidanzata. Preghiamo Allah che vi possiamo arrivare prima che la nave del lord apparisca; del resto rispondo io.

– E non ti rammenti che tentò di fare il lord, quando noi gli rapimmo la lady?

Sandokan sentì i capelli rizzarglisi sulla fronte.

– Me lo ricordo – mormorò con voce cupa.

– Tentò di ammazzarla.

– Lo so, e crederesti tu… Non è possibile, Yanez.

– Non credo nulla, ma il comandante potrebbe aver ricevuto l’ordine di farle saltar le cervella, nel caso che venisse assalito.

– E dunque? – chiese Sandokan, con un filo di voce.

– E dunque bisognerà impedire che questa sventura accada.

– Ma come?… Su, parla, Yanez, hai qualche piano in testa?

– Forse.

– Gettalo fuori, per mille tuoni! Io son tutto in sudore, tremo tutto di spavento. Oh!… Se venisse uccisa! Guai!… Guai! Non le sopravviverei un solo istante!…

– Innanzi a tutto bisognerà spacciare il comandante della nave.

– Sicuro, ma come?

– Con un colpo di pistola. Una volta a bordo del suo legno non sarà difficile mandarlo a gambe levate col cervello bruciato.

– Una volta a bordo del suo legno! Ma come si salirà?

– Ecco che ci siamo – disse Yanez. – Tu sai che fra i legni che bombardavano Mompracem ve n’erano parecchi del Sultano di Borneo.

– Sì, lo ricordo – disse Sandokan trucemente.

– Benissimo. Io inalbero sul mio prahos la bandiera del Sultano, vesto i miei uomini come le guardie di Varauni ed entro tranquillamente nella baia.

– Ah! Yanez! – esclamò Sandokan, stringendoselo al petto.

– Sta fermo, fratellino mio – disse il Portoghese. – Una volta nella baia vado ormeggiare il mio legno presso il piroscafo e salgo sul suo ponte colla scusa di dire due parole al comandante. I miei uomini saranno lì: saltiamo in coperta e facciamo un massacro di tutte le giacche rosse…

– E Marianna?… No, Yanez, qualche cane d’Inglese potrebbe raggiungerla nella sua cabina ed ammazzarmela.

– E allora che vuoi fare?

– Quanti pirati abbiamo?

– Una quararantina e più.

– Benone. Quaranta compreso me c’imbarchiamo sul tuo legno. Tu sali sul piroscafo con una lettera indirizzata a Marianna. Farai tanto che gliela consegnerai nella cabina, e una volta raggiuntala ti barricherai assieme. Basterà un tuo fischio per farci avvisati che tu sei al sicuro: ci arrampicheremo sul piroscafo e faremo un macello di tutti gl’Inglesi.

– E se ci scoprissero prima di avvicinarci al vascello?

– Come?

– Chi sa. GI’Inglesi qualche volta sono furbi.

– Non mettermi paure indosso, Yanez – disse Sandokan.

– A ogni modo…

– Farò più di quello che san fare mille uomini uniti.

In quell’istante si udì la voce squillante di Inioko gridare:

– Ohe! Guarda le Tre Isole!

Sandokan e il Portoghese si precipitarono a prua.

CAPITOLO XXXIV

L’ultima pugna della Tigre

Le Tre Isole apparivano a tre o quattro miglia di distanza, appena appena visibili per la profonda oscurità. Nessun fuoco brillava sulle dirupate loro coste e nessuna nave, per quanto i pirati girassero attorno i loro occhi, veleggiava nelle loro vicinanze. Isole e acque parevano deserte e addormentate.

Sandokan, appena si fu accertato che erano propriamente esse, comandò di ammainare le vele e agli altri prahos d’avvicinarsi bordo contro bordo. Compiuta l’unione dei tre legni, fece subito innalzare sugli alberi di maistra la gran bandiera del Sultano di Borneo, e portare le artiglierie sul suo prahos più grande, più solido e quello portava tutti i suoi tesori.

Dei quarantasei uomini che aveva, quaranta passarono sul suo ponte, dopo di essersi camuffati alla meglio tanto da passare per marinai e guerrieri di Varauni.

– Compagni – diss’egli chiamandoli attorno e intimando a loro il più assoluto silenzio. – La partita che noi giuochiamo è terribile, non dimenticate che sarà l’ultima pugna che imprenderà la Tigre della Malesia, quindi l’ultima volta che noi ci troveremo di fronte alle giacche rosse, e l’ultima occasione che ci si presenta per vendicare e coloro che furono assassinati lungo le coste di Labuan e coloro che vennero sventrati sulle coste di Mompracem. Voglio vedere sangue, mi capite, e tanto sangue da coprire l’onta che subimmo sulla nostra isola.

– Sì, sangue, torrenti di sangue, fiumi di sangue! – mugolarono ferocemente i tigrotti. – Tanto sangue da arrossare il mare della Malesia!

– Abbiamo la nostra regina da strappare dalle mani dei nostri nemici: Marianna Guillonk, mia moglie!

– Ve la daremo; dovessimo morir dal primo all’ultimo.

– Sta bene. Silenzio ora, e tutti pronti a intavolare la pugna; appena che io darò il segnale tutti sul ponte del piroscafo. Nessun Inglese sfuggirà alla nostra vendetta.

– Contate su noi – risposero in coro i tigrotti.

Sandokan fece cenno a metà di loro di scendere nella stiva, per non allarmare con tanta gente il piroscafo, poi comandò agli altri due legni di prendere il largo e di tenersi lontani dalle Tre Isole più che fosse possibile, per non venire presi.

– E ora – diss’egli volgendosi a Inioko, che aspettava i suoi ordini, – volgi la prua alle Tre Isole e andiamo alla baia. Il piroscafo è là.

Le vele vennero nuovamente sciolte e il veloce legno, silenzioso come un fantasma, si diresse verso la prima isola, al sud della quale aprivasi una baia profonda. I pirati rimasti sul ponte, puntati i cannoni e prese alcune disposizioni per poter abbordare il legno caso mai che venissero riconosciuti, si stesero sul ponte coi kriss fra le labbra e le carabine a portata della mano.

– Yanez – disse Sandokan. – Vammi a scrivere questa lettera.

– Qui viene il buono – disse il Portoghese. – Se il luogotenente per avventura conoscesse la scrittura del lord?

– Non gli lascierai vedere la lettera. La consegnerai nelle mani di Marianna.

– Si fa presto a dirlo, ma sarà difficile a farlo. Se quell’animale di comandante non me lo permettesse? Chi sa, potrebbe darsi che sospettasse di me.

– Quando tu dirai di aver ricevuto dal lord il comando di consegnare la lettera nelle mani di lady Marianna, vedrai che il luogotenente ti lascierà fare. Tu sai che gli ordini superiori non si alterano a bordo dei legni inglesi.

– Ti credo, fratello mio, ma non do due piastre della mia pelle. E infine che vuoi che io scarabocchi?

Sandokan per alcuni istanti meditò.

– Odi – disse poi. – Potrebbe darsi che il luogotenente, per precauzione o per qualche altra ragione, avesse ad accompagnarti nella cabina, e impedirti così di parlare con Marianna. Scriverai quindi sulla lettera che noi siamo pronti a dare l’abbordaggio al vascello e che stia in guardia.

– Eccomi qua un nuovo impaccio dinanzi agli occhi – disse Yanez.

– Quale?

– Se il luogotenente restasse anch’egli nella cabina, come potrò io barricarmi?

– Hai un kriss: lo caccierai fino all’impugnatura nella schiena di lui.

– Tu parli con una sicurezza tale da far credere che tutto sia facile.

– È l’ultimo colpo che tentiamo, Yanez.

– Hai ragione, Sandokan. Orsù, siamo forti anche nell’ultimo colpo.

Sandokan gli prese la mano e gliela strinse commosso.

– Ah! quanto sei buono, Yanez! – esclamò egli.

– Lascia stare le lodi, fratello mio – disse il Portoghese sorridendo. – Animo, conduci il prahos in porto. Prima che vi arriviamo, la lettera sarà finita.

Il bravo Portoghese sparve pel boccaporto di poppa e Sandokan si portò a prua cogli occhi fissi sull’isola più vicina, e precisamente all’ingresso della baia che aprivasi verso il sud fra una doppia fila di scoglietti madreporici.

Il prahos continuava ad avanzare lentamente colle vele terzarolate e la gran bandiera del Sultano di Borneo spiegata sulla cima dell’albero maestro. Esso giunse dinanzi alla baia nel momento che il sole usciva dal mare, rischiarando quasi improvvisamente le Tre Isole. I pirati scattarono in piedi.

S’udì tosto un grugnito di gioia; ogni mano si portò istintivamente alle impugnature delle scimitarre e dei kriss. Qualcuno afferrò la carabina, e qualche altro la miccia dei cannoni.

– Silenzio! – comandò la Tigre della Malesia.

Proprio nel mezzo della baia stavasene ancorato il piroscafo; la bandiera inglese ondeggiava sul picco dell’albero di mezzana e dalla ciminiera usciva un legger pennacchio di fumo grigiastro. Sandokan riconobbe subito in quel piroscafo quello stesso che lo aveva assalito sotto le coste di Mompracem e che lo aveva fatto prigioniero. Tremò tutto.

– Là vi ha la mia fidanzata – mormorò egli cupamente. – Là vi sono quei cento Inglesi che mi schiacciarono: bene, fra un’ora vedrò cento cadaveri dissanguati, orribilmente mutilati dalla mia scimitarra.

Si volse ai suoi tigrotti, che guardavano trucemente il naviglio.

– Egli è là – diss’egli. – Lo vedete?

– Lo vediamo – risposero con impeto feroce i tigrotti.

– Là trovasi la moglie della Tigre della Malesia, quella che voi gridaste regina di Mompracem.

– La libereremo per ritornarla alla Tigre.

– Non basta. Io odio quegli uomini.

– Noi li esecriamo, Tigre, e abbiamo sete di sangue.

– Che nessuno ci sfugga. Io lo comando.

I tigrotti risposero con un mugolio furioso.

– Vogliamo sangue! Vogliamo cadaveri! Vogliamo vendetta! – risposero ad una voce.

– Bene, voi avrete tutto ciò che chiedete. Yanez!

Il Portoghese comparve, portando la lettera. Egli era camuffato da capitano di marina bornese, con un gran turbante in capo ed una bella casacca verde in mezzo alla quale campeggiava lo stemma del Sultano.

– Il piroscafo? – chiese egli, mettendo piede sul ponte.

– Il maledetto dorme all’âncora – rispose Sandokan. – Il lord non è ancora arrivato, ma potrebbe trovarsi qui fra pochi momenti: è quindi di assoluta necessità che noi abbiamo ad agire subitamente.

– È giusto, fratello mio. Orsù allora, spicciamoci. Io salgo a bordo del legno, e al primo fischio voi date l’abbordaggio; siamo intesi, ma, per Giove! non tardate. Se il colpo non riesce, tu lo sai che io non uscirò vivo dalla cabina della lady.

– Fidati di me, Yanez. Sento d’essere ancora una volta la Tigre della Malesia: si tratta di liberare Marianna, la mia fidanzata, più ancora, mia moglie, e ciò basta. Ho il sangue che mi bolle, ho indosso una smania furiosa di uccidere, di scannare, di sbranare.

– Andiamo, vattene sotto coperta con Ladgia, e voi, tigrotti miei, giù quelle armi e componete un po’ cristianamente i vostri musi feroci. Bisogna che gl’Inglesi non abbiano a sospettare di nulla.

Sandokan gli strinse fortemente la mano.

– Coraggio, Yanez. Giuoco la mia ultima partita.

– Arrivederci sul vascello nemico in mezzo a un monte di cadaveri! Strinse fra le braccia la Tigre della Malesia e Ladgia, poi si slanciò a prua, gridando:

– Inioko, metti pur la prua dritta al piroscafo. Coraggio, tigrotti! Abbiamo lassù un fiume di sangue da bere.

Il prahos veleggiò subito verso la baia. Oltrepassò la doppia fila di scogliere e si avvicinò al vascello fermo su due âncore. Tre o quattro uomini si mostrarono sul castello di prua.

– Chi va là? – chiese una delle sentinelle.

– Varauni – rispose Yanez. – Notizie importanti da Vittoria. Olà, Inioko, lascia andare l’ancorotto e fa filare tanta catena fino a che andiamo a collo della nave. Attento alle tambure e all’urto! Fuori i parabordi, voi altri.

Prima che le sentinelle aprissero bocca, per impedire, secondo i regolamenti, che il legno si avvicinasse troppo, i pirati avevano ammainate le vele e gettata l’âncora. Il prahos abbordò il piroscafo sotto la poppa in maniera che gli alberi toccassero le murate, per agevolare la salita a bordo.

– Dov’è il comandante? – chiese Yanez.

– Scostate il legno – disse una sentinella.

– Al diavolo i regolamenti – rispose il Portoghese. – Spicciatevi, per Giove! Andatemi a chiamare il comandante, che ho degli ordini pressanti da comunicargli.

Il capitano saliva allora sul ponte. Egli s’avvicinò alla murata di poppa, e, vista la lettera che Yanez mostravagli, fece gettare una scala.

– Coraggio – mormorò Yanez, volgendosi ai tigrotti che guardavano trucemente il piroscafo.

Prima di salire, volse uno sguardo a poppa del prahos. I suoi occhi s’incontrarono con quelli fiammeggianti di Sandokan, che si teneva celato sotto una tela che copriva il boccaporto. Si scambiarono un gesto impercettibile che voleva dire mille cose.

In meno che lo si dica, il bravo Portoghese si trovò sul ponte del piroscafo. Si sentì invadere da un po’ di timore, ma la sua faccia non tradì il turbamento dell’animo.

– Capitano – diss’egli, inchinando spigliatamente dinanzi al comandante del vascello. – Una lettera per lady Marianna Guillonk.

– Da dove venite?

– Da Labuan.

– Chi ve la diede?

– Lord James Guillonk in persona.

– L’avete veduto adunque voi? Che fa?

– Sta armando un brigantino per venirvi a raggiungere – rispose Yanez con voce ferma. – Egli mi ha incaricato di consegnare questa lettera alla lady sua nepote.

– E per me, non vi diede alcuna lettera? – chiese il capitano.

– Nessuna, comandante.

– Ciò è strano. Non vi comunicò nemmeno ordini?

– Nessuno.

– Date qua la lettera che gliela consegnerò io a lady Marianna.

– Mille scuse, comandante, ma ho avuto ordine di consegnarla io in persona a sua nepote – disse audacemente Yanez.

– In tal caso venite con me. Gliela daremo assieme.

Yanez rabbrividì e sentì gelarsi il sangue nelle vene.

– Sono perduto – mormorò egli fra sé. – Se Marianna mi conoscesse?…

– Tuttavia non si smarrì, né rifiutò la compagnia del capitano, per paura di destare sospetti. Solo cacciò una mano in tasca per assicurarsi che il kriss era al suo posto.

– Andiamo capitano – disse poi, facendo uno sforzo per padroneggiare l’emozione che lo assaliva.

Gettò una rapida occhiata al prahos. Arrampicati sugli alberi vi erano sei o sette pirati e avevano un piede appoggiato sulla murata del piroscafo. Pareva che fossero lì lì per avventarsi sui marinai inglesi, che li osservavano mutamente e con qualche curiosità.

Egli seguì il capitano e scese assieme a lui la scala che conduceva alle cabine di poppa. Il povero Portoghese si sentì rizzarsi i capelli sulla fronte, quando udì il capitano bussare leggermente ad un uscio.

– Chi è là? – chiese una voce che Yanez riconobbe subito per quella di lady Marianna.

– Un messaggio di lord Guillonk vostro zio – rispose il capitano.

La porta si aprì e furono introdotti in una vasta cabina riccamente addobbata e nel mezzo della quale stavasene ritta la fidanzata della Tigre, pallida, abbattuta, ma fiera. Ella nello scorgere Yanez che conobbe subito, impallidì ancor più e s’appoggiò alla spalliera di una sedia. Ma non gettò grido alcuno, non fece il più piccolo gesto di sorpresa, che potesse tradire il coraggioso Portoghese.

Ella ricevette dalle sue mani la lettera, l’aprì macchinalmente e la lesse con una calma veramente ammirabile. Yanez fu subito lesto a tirarsi indietro: tremava tutto come se avesse la febbre ed era diventato bianco come un panno lavato.

D’un tratto fece due passi verso lo sportello della cabina che guardava il mare.

– Capitano – diss’egli con voce stridula e alterata. – Mi pare di vedere un piroscafo che si dirige verso questa baia.

Il comandante si precipitò verso lo sportello, credendo davvero che un piroscafo fosse in vista. Era quello che Yanez voleva.

Gli si fece silenziosamente alle spalle col kriss in mano. Gli mise quattro dita sulla bocca per impedirgli di mandare il più piccolo suono, poi rovesciandolo bruscamente addosso a una sedia, gli sprofondò l’arma fino all’impugnatura nel cuore. L’Inglese cadde a terra fulminato vomitando sangue. Lady Marianna non poté frenare un grido d’orrore.

– Tuoni di Dio! – mormorò cupamente Yanez. – Silenzio, sorella mia.

Asciugò freddamente la insanguinata lama del kriss sulle vesti del morto e si avvicinò a Marianna, stringendole la mano con passione.

– Sorella mia – le disse. – Non emettete grida che potrebbero tradirmi e cercate di essere forte se volete che vi salviamo. Sandokan e i tigrotti sono qui, l’avete letto sulla lettera, e fra cinque minuti daranno battaglia a quelli del piroscafo. Coraggio, adorata sorellina.

– Ah! Yanez! – disse la giovanetta, stringendosi ai suoi fianchi.

– Vi capisco, un assassinio vi mette sgomento, ma non poteva fare a meno di pugnalare quel povero diavolo. Dio mi perdonerà.

– E Sandokan, e la Tigre, e il mio fidanzato? Oh! parlatemi di lui!

– Ve lo dissi che è nascosto nel prahos e che attende il mio segnale per cominciare il massacro. Non abbiamo tempo da perdere. Siete ancora risoluta ad abbandonarvi completamente nelle braccia di mio fratello?

– Sempre, Yanez, sempre! – esclamò con fuoco la giovanetta.

– Bene, allora all’opera. Avete armi? Potrebbe darsi che voi foste costretta ad ammazzare qualcuno di questi cani che vi tengono prigioniera. Marianna aprì un cassetto e ne levò due pistole.

– Sono pronta a tutto – disse poi. – La moglie della Tigre della Malesia deve mostrarsi degna del suo terribile consorte.

– Andiamo, milady, barrichiamoci, prima che gl’Inglesi abbiano ad accorgersi della mia presenza.

Afferrò un armadio e lo trascinò presso la porta, e sopra vi accumulò alla meglio tavolini, cassetti e scranne, formando una solida barricata, dietro alla quale potevasi opporre una lunga resistenza.

– E ora – diss’egli quando ebbe finito, – diamo il segnale. Coraggio, milady, mano alle pistole.

– Ma che succederà mai? – chiese con emozione la giovanetta.

– Un massacro e nulla più – rispose freddamente Yanez.

S’avvicinò al fenestrino, trasse da saccoccia una chiave e mandò un lungo e acuto fischio.

Egli tornò rapidamente verso Marianna, che aveva caricato le pistole.

– Attenzione! – esclamò egli, traendo la scimitarra e le sue armi da fuoco.

D’un tratto si udì un terribile grido, il grido di guerra dei tigrotti di Mompracem:

– Sangue! Sangue! Viva la Tigre della Malesia!…

Vi tenne dietro una scarica violenta di carabine, poi urla indescrivibili, bestemmie, invocazioni, gemiti, lamenti, comandi precipitosi e un calpestio, un cozzar d’armi, un rumor sordo di corpi che cadevano.

– Yanez! – balbettò Marianna pallida come una morta.

– Coraggio, tuoni di Dio! Viva la Tigre della Malesia! – vociò il Portoghese.

Si udirono delle voci che s’avvicinavano alla cabina, poi la scala scricchiolare sotto il peso di alcuni uomini.

– Capitano! Capitano! – gridò una voce.

Yanez si scagliò verso la porta colla scimitarra nella dritta e una pistola nella sinistra, appoggiandosi contro le mobiglie. Marianna ne seguì l’esempio.

– Capitano! Aprite, per mille boccaporti! – gridarono tre o quattro voci.

– Viva la Tigre della Malesia! – urlò ancora Yanez.

S’udì una bestemmia tremenda poi un colpo contro la porta e uno schianto. Yanez e la giovanetta raddoppiarono gli sforzi per tener salda la barricata. Seguì un secondo, un terzo, poi un quarto colpo. Si aprì una fessura per la quale s’introdusse la canna di una carabina.

– Yanez! Yanez! – gridò la giovanetta.

– Tenete saldo! – esclamò il Portoghese.

Con una mano abbassò l’arma, coll’altra appoggiò la pistola sulla fronte di un soldato e gli fece saltare le cervella. Marianna, dal canto suo, fece fuoco su di un marinaio che rotolò fulminato al suolo.

Gli altri due risalirono in furia la scala urlando:

– Tradimento! Tradimento!…

Le fucilate continuavano sul ponte del vascello, e le urla echeggiavano più forti che mai, urla di agonizzanti e urla di vincitori. Tratto tratto fra quei fragori s’udiva la tonante voce della Tigre della Malesia, che comandava l’assalto, alla quale teneva dietro sempre più tremendo il grido di guerra dei pirati di Mompracem.

Marianna era caduta in ginocchio e Yanez, smanioso di sapere come volgessero le cose sul ponte, s’affaccendava a levar le mobiglie, per saltar fuori e prendere a tergo gl’Inglesi, qualora ve ne fosse stato bisogno, quando si udì urlare:

– Al fuoco!… Al fuoco!… Si salvi chi può!…

Il Portoghese impallidì.

– Tuoni di Dio! – esclamò egli.

Con uno sforzo disperato rovesciò la barricata, si slanciò verso Marianna, l’avvinghiò fra le sue braccia e uscì in furia colla scimitarra in pugno.

– Venite, milady, o siamo perduti.

Dense nubi di fumo avevano di già invaso la corsia e nel fondo si vedevano le fiamme che uscivano dal deposito di carbone e dalle cabine degli ufficialí.

– Aiuto, Yanez! Dio mio, la Santa Barbara! – esclamò Marianna.

Yanez, tenendola sempre fra le braccia, salì la scala e guadagnò il cassero. La pugna durava ancora più feroce che mai fra Inglesi e pirati. Qua e là si scorgevano gruppi di cadaveri orribilmente mutilati, nuotanti fra torrenti di sangue, agonizzanti che gemevano contorcendosi rabbiosamente, combattenti che si azzuffavano tremendamente, rovesciandosi, calpestandosi e scannandosi a vicenda, e per ogni dove armi infrante e insanguinate. In mezzo a tutti si vedeva Sandokan, che invulnerabile fra le palle e i colpi di baionetta, faceva strage d’Inglesi.

– Al fuoco! Al fuoco! – gridò il Portoghese saltando in coperta e cacciando dieci pollici di lama nella schiena di un contromastro che si azzuffava contro Inioko.

Il grido fu udito. I quindici o venti Inglesi che ancora restavano in piedi si diedero alla fuga per salvarsi nelle imbarcazioni, ma furono circondati e ammazzati, addosso alle murate. La Tigre della Malesia si precipitò incontro a Yanez e ricevette fra le braccia Marianna. Gettò un urlo di gioia giammai uscito da gola umana.

– Marianna! Marianna!… – esclamò egli.

La giovanetta si aggrappò al suo collo. Nel medesimo istante si udì una cannonata rombare verso l’alto mare.

La Tigre della Malesia cacciò fuori un ruggito rabbioso.

– Il lord! Il lord! Tutti a bordo del mio prahos! Non aver paura, Marianna, sono qua io!

Il prahos si era fatto sotto la scala di tribordo. Sandokan con Marianna, Yanez e tutti i pirati che erano scampati alla pugna, portando i feriti, abbandonarono il vascello che, in preda alle fiamme, bruciava come un fastello di legna secca.

S’udì una seconda e poi una terza cannonata. Le vele in un lampo furono spiegate, i pirati diedero mano ai remi, ed il piccolo legno uscì a tutta velocità dalla baia, inoltrandosi verso l’alto mare. Sandokan trasse Marianna a prua e la coperse colla lama della sua scimitarra.

A seicento passi a tribordo galleggiavano i rottami dei due prahos lasciati indietro da Sandokan, e a quattrocento passi a babordo veleggiava un grosso brigantino colla bandiera inglese sul picco della randa.

I pirati si gettarono ai cannoni.

– Fermi tutti! – gridò Sandokan.

Egli tese la scimitarra verso la prua del brigantino, sulla quale stavasene un uomo colle mani appoggiate sul bompresso.

– Guardalo, Marianna, guardalo! – diss’egli. La giovanetta gettò un grido di spavento.

– Mio zio! Mio zio! – balbettò ella smarrita. –

– Guardalo per l’ultima volta!…

– Ah! Sandokan!…

– Tuoni di Dio, è lui! – urlò Yanez con accento terribile.

Alzò la carabina e lo prese di mira. Sandokan gli strappò l’arma di mano.

– Egli è per me sacro – disse con aria tetra.

Il brigantino si avanzava rapidamente. Egli tirò un primo colpo di cannone sul prahos; la palla smussò l’albero di maistra abbattendo la bandiera della Tigre della Malesia.

Sandokan portò la destra al cuore e la sua faccia si sconvolse.

– Addio vita! – mormorò egli dolorosamente. – Addio Tigre!…

Abbandonò bruscamente Marianna, si abbassò sul cannone di poppa e mirò a lungo. Il brigantino tirava furiosamente alternando alle palle scariche tremende di mitraglia. Sandokan non si moveva: mirava sempre.

Di repente si raddrizzò accostando la miccia. Il cannone s’infiammò ruggendo, scuotendo tutto il prahos: vi tenne dietro uno scroscio formidabile e l’albero di maistra del brigantino ruinò in mare con tutta l’attrezzatura schiantando le murate.

– Guarda!… Guarda!… – esclamò la Tigre.

Il brigantino s’arrestò di botto virando di prua e si dié a cannoneggiare il prahos che s’allontanava sempre. Sandokan afferrò Marianna, la trasse a poppa, salì sulla murata e la mostrò al lord che bestemmiava e urlava come un pazzo a prua del brigantino.

– Guarda mia moglie!

Poi retrocesse a lenti passi colla fronte abbuiata, gli occhi torvi, le labbra strette, i pugni chiusi e scosse disperatamente la testa.

– A Giava! A Giava, alla terra della libertà! – mormorò con voce spenta.

Il brigantino tirava con maggior furia a palla e a scaglia e la distanza cresceva sempre più. La Tigre immobile come una statua cogli occhi in fiamme mirava il legno nemico, come trasognato, come ebbro, sordo alle parole di Marianna che lo pregava di togliersi di là, sordo alle parole di Yanez, sordo alle parole dei suoi pirati.

D’un tratto le detonazioni diminuirono d’intensità e cessarono poco dopo del tutto. La Tigre fece un passo innanzi, due, tre, barcollando, andò a poppa poi si volse indietro e gettò un grido straziante, un grido disperato, strozzato. –

– Dio! Dio! La Tigre della Malesia è per sempre morta!

Girò su di sé stesso come albero sradicato dal vento, cadde fra le braccia dell’adorata sua Marianna e quell’uomo che non aveva mai pianto in vita sua scoppiò in singhiozzi!…

(1) La treccia

(2) Inglesi così chiamati per le giacche rosse che portano i soldati di infanteria di marina