Emma – La leggenda di Valfreda

I.
Il castello di Ardenberg era situato allo sbocco di una stretta gola di altissimi monti nel Tirolo. Visto da lontano sembrava che la parte posteriore del fabbricato poggiasse verso levante sulle nude rocce, mentre verso ponente la valle gli si apriva dinanzi, rinserrando un piccolo lago, azzurro e tranquillo, che ne rifletteva le terrazze e le torri. Un bosco di abeti sorgeva nel fondo della valle, sparso qua e là di bianchi massi di pietra calcare, caduti dalle vette e dai fianchi del monte.
Le cime altissime di quelle prealpi, rôse dal tempo, acute, frastagliate in mille forme bizzarre, erano bianche quasi fossero coperte di neve, e nei giorni più belli e sereni si staccavano con nitida chiarezza dal fondo azzurro del cielo. Il lago, limpido e scintillante sotto ai raggi del sole, sembrava scherzare allora festosamente colle ombre nere delle alte mura del castello che le sue acque lambivano giorno e notte con un mormorio, ora lieto, ora lugubre e monotono, secondo la direzione del vento.
Ma talvolta, allorchè sorgeva qualche grosso temporale, il lago mutava aspetto a un tratto; le onde torbide e minacciose si accavallavano e andavano ad urtare furiosamente contro le mura del castello, quasi avessero a chiedergli conto di qualche offesa nel passato e che le animasse un desiderio insaziato di vendetta. Il vento, passando sopra il lago, fischiava in fondo alla valle nel bosco oscuro e folto degli abeti, e sibilando ne schiantava i rami secchi.
Durante quelle bufere i contadini superstiziosi credevano udire le voci degli affogati uscire dal fondo del lago, e nelle lunghe notti d’inverno, affacciandosi talvolta alle finestre per vedere se la tempesta cessava, molti raccontavano di averle richiuse sbigottiti, avendo visto una bianca figura di donna uscire dalle onde e aggrapparsi agli anelli di ferro che sporgevano dalla torre principale del castello. Altri narravano invece che negli anni nei quali era destinato dovesse accadere una disgrazia nella famiglia dei castellani di Ardenberg, in una notte delle più tempestose vedevansi luccicare fra le ombre folte del bosco le armature arrugginite di soldati e cavalieri d’altri tempi che, al chiarore delle fiaccole, scavavano una fossa e vi deponevano un corpo ravvolto in un lenzuolo macchiato di sangue. Nella stessa notte la donna bianca che sorgeva durante le burrasche dalle onde, usciva dal lago, e allorchè erano spariti gli uomini d’armi, vagava fra gli alberi, cercando la fossa scavata di fresco. E i contadini affermavano che si potevano udire allora i suoi lamenti; e raccontavano pian piano gli uni agli altri una pietosa leggenda, vecchia di molti secoli, che ricordava gli amori di una bella e giovane contessa di Ardenberg con un paggio gentile. E narravano come il fiero feudatario scoprisse la tresca, e come nella notte di San Giovanni, mentre il vento fischiava e dal cielo oscuro cadeva una dirottissima pioggia, il giovane paggio, ferito barbaramente, ma non peranco morto, venisse sotterrato dai soldati del castellano nel bosco degli abeti. Anche la contessa sparve in quella notte, e il suo cadavere fu visto galleggiare alla mattina sulle acque del lago, ma poi sparì e non fu più possibile rinvenirlo; nè mai più si potè sapere se fosse stata la gelosia del marito, o la disperazione per l’amante che avevano tolto di vita la bella contessa Valfreda.
Quella lugubre istoria si era impressa durevolmente nell’imaginazione popolare e fu argomento di varie e stranissime leggende, cui i contadini di quelle valli prestavano cieca fede.
Non v’era sventura che colpisse qualche povera famiglia nelle adiacenze del castello, non poteva accadere un fatto qualsiasi, triste o lieto, senza che asserissero essere questo già stato annunziato indubbiamente da una misteriosa apparizione della contessa Valfreda o dal canto dolcissimo del paggio nel fondo del bosco.
Tra l’altre storie, la più maravigliosa era quella della piccola Rosalìa.
Un giorno di primavera, una bella bambina che si chiamava Rosalìa, dopo essersi baloccata lungamente sulla riva, era salita giuocando in una barchetta che trovavasi legata ad una fune presso la spiaggia; ma scioltasi la fune, la barchetta, abbandonata a sè stessa, si scostò dalla riva e fu presto spinta da un vento leggiero, che la portò lontano da terra. Una fitta nebbia calò in quel giorno sul lago, e non fu più possibile di ritrovare nè la piccola Rosalìa nè la sua barchetta.
La madre desolata la pianse tutta la notte e andò cercando in ogni luogo, lungo tutte le spiagge, il suo perduto angioletto. Verso l’alba, allorchè il primo raggio di sole indorava le bianche vette dei monti, la madre sconsolata se ne tornava alla sua casa; ma giunta al luogo dal quale si era partita il giorno innanzi la barchetta della sua bambina, la povera donna dette in un grido acuto di gioia. La sua creatura, distesa sull’arena, vi dormiva placidamente, colla testolina bionda, appoggiata alle alghe e coi rosei piedini lambiti dalle onde e dal primo raggio di sole.
La Rosalìa, appena desta, gettò le braccia al collo della mamma, e le raccontò colla sua vocina infantile una strana avventura.
Essa narrò come il giorno avanti, essendo salita nella barca per divertirsi, si fosse sciolta improvvisamente la fune, e come allora la barchetta avesse incominciato a camminar da sè sola con tanta rapidità, che la piccola Rosalìa n’aveva avuta una gran paura. Trovandosi così abbandonata in mezzo alle acque, essa guardava da ogni parte con gli occhi pieni di lagrime; ed ora fissava la torre del castello, ora le onde scintillanti, ora la riva lontana, sperando di vedere chi la potesse soccorrere; ma non giungendo a vedere alcuno, con la spensieratezza dei bambini appoggiò il capo stanco sopra un lato della barca, e si divertì a spenzolare i suoi ricci dorati nel lago osservando come l’acqua a momenti li arruffava e a momenti li tirava lisci lisci quasi fossero dipinti. Ma via via che guardava il fondo del lago, le parve di scorgere che di sotto vi fosse del chiarore, e che l’acqua fosse limpida limpida come un cristallo, tanto da poter contare tutti i sassolini, tutte le alghe e le boraccine che in essa vedeva; e a misura che il lago diventava più profondo, il fondo facevasi sempre più chiaro e sempre più bello. Invece delle alghe vi crescevano fiori vaghissimi che sembravano fatti con cristalli sottili e variopinti, e finalmente in un alveo di mammole e viole, di rose bianche e candidi gelsomini, vide giacere dormente una dama bellissima, tutta vestita di bianco, con un serto d’oro sottile che le cingeva la fronte; aveva due lunghe trecce bionde, e l’acqua limpidissima passando sul suo capo le piegava dolcemente i capelli ondeggianti sulla fronte. Il suo respiro regolare imprimeva un movimento leggero alle onde cristalline che muovevano le foglie ed i petali dei fiori su’ quali riposava. E mentre la Rosalìa la rimirava estatica, la bella signora si destò e fissò due grandi occhi cilestri in quelli della bambina, sorridendo con tanta amorevolezza che la Rosalìa non ebbe paura. La signora si mosse, e sorgendo con grazia frammezzo ai fiori, leggera come una piuma salì nella barchetta della piccina e l’accarezzò mille volte. Allora soltanto la Rosalìa s’accorse che il cielo si era fatto buio e che non vedeva altra luce fuorchè quella che splendeva dal fondo del lago. Era notte; ma Rosalìa non sapeva quanto tempo fosse tramontato il sole. Essa si addormentò fra le braccia della signora, e non potè narrare quello fosse accaduto poi, perchè non si era più destata fino al momento nel quale era stata ritrovata da sua madre.
Al tempo della nostra storia la Rosalìa era una vecchia curva e rugosa, e i ricci biondi, accarezzati dalle morbide mani della dama del lago, erano diventati bianchi e scarmigliati.
La Rosalìa aveva perduto il marito, e non aveva che una sola figlia, moglie ad un pastore; era poverissima, e la si vedeva nell’inverno camminare le giornate intere nei boschi, raccogliendo nella neve i rami secchi degli abeti; essa vi si tratteneva talvolta sino ad ora tarda, senza badare alle rimostranze superstiziose delle altre contadine; sembrava anzi ricercare la solitudine. Da tutto questo si arguì che la Rosalìa conversasse a volte ancora col fantasma della contessa Valfreda, e che fra l’ombra del bosco forse non temesse neppure di incontrare lo spettro pallido e giovanile del paggio assassinato. Era però un pezzo, ai tempi in cui comincia questa storia, che di codeste fiabe non si discorreva più quanto una volta. Il maestro della scuola del vicino villaggio, alla quale molti contadini mandavano i loro figliuoli, aveali rimproverati severamente, allorchè venne a sapere di queste novelle che gli abitanti di Ardenberg narravano ai loro bambini; e il parroco, che era giunto da poco tempo in quel villaggio, aveva anch’esso coadiuvato, sebbene con minor zelo, all’opera del maestro di scuola. Una domenica fece una lunga predica su questo argomento, dicendo quanto peccaminose fossero tali credenze superstiziose, invenzioni di streghe e di poeti e d’altra gente che non crede in Dio e nella sua santa Chiesa: disse inoltre che il diavolo appariva volontieri sotto la forma di fantasma, e che si serviva di siffatte fiabe per acquistare influenza sull’anime che agognava di trarre a perdizione. Da quella domenica i contadini parlarono meno della contessa Valfreda e delle apparizioni notturne nel bosco; ma vi prestarono quasi maggior fede perchè l’autorevole individualità del diavolo vi si era aggiunta a conferma delle loro favole; n’ebbero perciò maggior timore, e la contessa Valfreda scapitò assai nella simpatia popolare dopo quella predica.
Ogni volta che qualche superstizioso ostinato, malgrado le minacce del parroco, appiccava discorso su tale argomento proibito, rammentava sempre che l’ultima apparizione di Valfreda datava dalla notte di San Giovanni nel 1852; e che in quella notte s’erano perfin vedute le fiaccole dei soldati nel bosco, e s’erano uditi i lamenti e i singhiozzi della contessa Valfreda, quasi volesse presagire orribili sciagure.
– Eppure – dicevano allora con una crollatina di spalle quei contadini, – non avvenne nessuna disgrazia nella famiglia del nostro signore. Il castello a quel tempo era animato da feste, da balli; le caccie e le cavalcate portavano un’allegria insolita fra i nostri monti, e nell’anno seguente il conte, poco fortunato nel suo primo bambino, ne ebbe un secondo, che a detta di tutti era il più bel figliuolo che mai si fosse visto in queste valli. La contessa Valfreda – e qui i contadini facevano il segno di croce – poteva risparmiarsi l’incomodo d’apparire. –
Se quei montanari che così discorrevano fossero stati più addentro nelle vicende della famiglia degli Ardenberg, forse vi avrebbero trovato argomento, per una strana coincidenza, a confermarsi nella loro superstizione ed a ribattere le illuminate asserzioni del maestro di scuola.
II.
In quell’anno, un’altra contessa di Ardenberg, giovane e bella quanto lo era stata la Valfreda, aveva commesso la medesima colpa. Ma diversa fu la punizione. I tempi più civili imposero al marito della contessa Beatrice la necessità di scegliere altri mezzi per conseguire un medesimo fine, quello di vendicarsi. La vendetta in questo chiarissimo secolo fu più lunga e quindi sembrò più mite; fu meno giusta, perchè nelle azioni violente e istintive degli animi fieri, ma nobili, il sentimento della giustizia domina sempre, s’accresce talvolta sino al più esagerato furore, trascende, ma non perde mai di vista l’oggetto principale della vendetta; mentre fra le grette, fredde, misurate riflessioni d’un animo egoista, facilmente il sentimento della giustizia si perde o si altera.
Il conte Ottone di Ardenberg fu più ingiusto del marito di Valfreda. A chi avesse indovinato quanto era avvenuto, il modo di operare del conte sarebbe parso nobile, mite, alteramente indulgente; ma il conte era sicuro di sè, e sapeva che la sua ferrea volontà non avrebbe permesso si rallentasse di un’ora il corso regolare di quella che egli chiamava sua giustizia, e avrebbe sorriso delle lodi tributate alla propria benignità.
Il conte Ottone contava trent’anni e la contessa ne contava ventidue, ed avevano già un figliuolo di cinque anni, allorchè la pace domestica fu per sempre turbata fra di loro.
Ma il piccolo Ermanno non dava ai suoi genitori liete speranze per l’avvenire; sebbene robustissimo della persona, alto e tarchiato per la sua età, aveva il viso che rassomigliava piuttosto ad una scimmia che ad un essere umano, e in quella sgraziata fisionomia non era mai balenato un lampo di intelligenza o di vivacità. A cinque anni non era ancora stato possibile cavargli di bocca altro che suoni confusi; talvolta erano urli, talvolta lamenti bestiali, quasi feroci, espressi senza motivo e senza ragione.
Invano i medici, vedendo la complessione robusta del bambino, avevano fatto sperare ai genitori un mutamento felice nell’avvenire; il conte Ottone sapeva pur troppo che il piccolo Ermanno non era il primo scemo nella sua famiglia, e si ricordava perfettamente che il suo nonno aveva vissuto in uno stato alquanto migliore, ma non dissimile da quello del suo figliuolo.
La bella contessa Beatrice, ignara della sventura che colpiva da secoli regolarmente la famiglia degli Ardenberg, erasi talvolta fermata sgomenta, nei primi mesi del suo matrimonio dinanzi ai ritratti degli avi di Ottone, fra’ quali si scorgevano qua e là, a brevi distanze, certi visi mansueti e stupidi, certe teste strette e piccine con mascelle sporgenti e occhi spenti, fissi, quasi non avessero mai avuto un raggio di vita; e osservava con curiosità che quei tipi, sebbene fra di loro non tutti si rassomigliassero, riapparivano regolarmente dopo un numero di ritratti quasi sempre uguale. Alcuni avevano visi meno stupidi o bestiali, ma la contessa non sapeva se andavano debitori alla natura o all’adulazione del pittore di quei lievi indizi d’intelligenza.
Allorchè la giovane contessa soffermavasi quasi impaurita dinanzi a quei ritratti, Ottone con febbrile impazienza o con scherzevoli carezze rapidamente la traeva di là, spinto da un segreto timore per l’avvenire, e da una cocente vergogna per quella sventura nella sua famiglia, che la sua nobile e bellissima sposa ignorava. Il conte Ottone amava la giovinetta leggiadra e docile, di altissimo casato, ch’egli si aveva scelto per compagna. Di mente assai più colta ed elevata di quella di Beatrice, versato specialmente negli studii filosofici, ammiratore entusiasta di quanto era stato fatto in Francia nel secolo decimottavo e di quanto avevano detto e scritto gli Enciclopedisti, non dispiacevagli però nella contessa un’ignoranza quasi infantile, che a lui sembrava ingenuità, ed una fede semplice, soavemente femminile che la faceva essere più docile e arrendevole nella convivenza della vita domestica.
Il conte Ottone la pensava su questo argomento come tutti coloro di pronta e vivace intelligenza, che dopo essere stati educati nei pregiudizi di una casta, anzi di una famiglia che nutriva ancora tutte le più despotiche idee feudali, si sono trovati a un tratto, nel primo giorno di libertà, atteso e desiderato durante tutti gli anni dell’adolescenza, dinanzi ai più grandi avvenimenti storici non più travisati dalla prudenza dei maestri, dinanzi alle più audaci ironie e alle derisioni più ardite di quanto era stato loro imposto di venerare sino a quel momento. Il conte Ottone, che aveva avuto per maestro un vecchio e rigido sacerdote, aspirò, come un uomo che affoga nella cerchia ristretta del bigottismo, l’aria libera che spirava dagli scritti degli Enciclopedisti, dalle storie della Rivoluzione francese, da quella corrente ardita e forte che spargendosi per tutta Europa, portava dovunque il seme delle nuove idee. La vecchia società crollava sotto quel turbine, e dove non poteva crollare ne rimaneva scossa per sempre. Anche il frutto dell’educazione del vecchio precettore crollò come essa; e il conte, sbalordito da quel mutamento, fiero e vendicativo di sua natura, pensò con rabbia ai lunghi anni sprecati nell’errore e nei pregiudizi. In quel primo impeto volle rompere ogni relazione col sacerdote che gli era stato maestro, scrivendogli una lettera, che sebbene per la forma apparisse cavalleresca e cortese, per le intenzioni e le opinioni in essa manifestate doveva ferire profondamente l’animo del vecchio e rigido prete, che aveva creduto di compiere coscienziosamente un dovere, allorchè colla sua pedanteria e le molteplici e tediose pratiche religiose toglieva all’infanzia di Ottone le ore più liete di espansioni e di gioia.
Non fu amore della verità che spinse il conte di Ardenberg a porre un termine alle sue relazioni col precettore e a fargli intendere crudelmente com’egli avesse nudrito la sua giovinezza di errori e pregiudizi, che finalmente riconosceva come tali: no; era, com’è per molti, l’amore di sè che lo spingeva: e per questo provò un acre desiderio di far scontare al vecchio pedagogo le prediche, le messe, i vespri e le litanie che aveva dovuto sopportare per volontà sua, mentre in quelle ore lo rodevano tutte le impazienze febbrili dell’infanzia e sognava corse, balocchi e giuochi severamente proibiti dal rigido educatore. Ma il conte, che amareggiò gli ultimi anni del suo vecchio maestro, regalandogli una copia di una bellissima edizione del Diderot, rilegata in pelle ed oro colle sue cifre, non ne avrebbe tradotta una pagina sola ad uno dei suoi contadini, nè avrebbe visto di buon occhio che la contessa si fosse avviata decisamente per la via tracciata da quell’intelligente incredulo.
Erano idee grandi e belle, ma bisognava essere anche un gran signore come lo era lui, essere indipendenti e ricchi, per poterle manifestare liberamente; gli altri le intendevano male, le applicavano a rovescio, e per esso il vedere uno degli autori della sua biblioteca fra le mani di un contadino o di un operaio, sarebbe stato come ritrovare in una sudicia osteria un quadro di Raffaello. Le idee erano per lui come gli oggetti di un museo o di una galleria, come gemme e opere preziose; tutte cose per gli eletti di questo mondo, che costavano quattrini a chi voleva acquistarle, e che dovevano sempre costituire una parte delle proprietà di un gran signore. Egli faceva pompa della sua incredulità e delle sue idee liberali, come i suoi avi mostravano l’ordine di Santo Stefano e la Croce di Malta, e s’arrabbiava contro quei nobili che non la pensavano come lui. Che il popolo poi credesse in ciò che egli derideva, sembravagli un fatto naturalissimo, e cosa alla quale sarebbe stato irragionevole il fare opposizione; le opinioni sue erano opinioni belle e buone da discutersi fra amici di pari erudizione, gente elegante, côlta e di spirito, degna infine di ripetere i motti arguti di quei grandi scrittori che egli prediligeva, e di assaporarne le bellezze fra una presa leggera di finissimo e delicato tabacco e un caldo sorso di thè, ma per il popolo non valevano niente; a questo bastavano le frottole del parroco. I poveri sono facilmente infelici, soleva dire il conte, e per chi crede, la religione dev’essere un gran conforto.
A che cosa poi dovessero servire queste nuove idee nell’avvenire della società, egli non pensava; non dava ad esse importanza maggiore che ad una moda, nè aveva in sè quelle attitudini che ci fanno applicare utilmente ai grandi interessi comuni le scoperte della scienza e i progressi della ragione. L’amore di casta e l’educazione tendente allo scopo di accrescere nei giovani quel sentimento, spengono facilmente in essi l’attitudine e il desiderio di effettuare nella realtà e a profitto di tutti le proprie idee, contratte già per istinto e abitudini entro un campo ristretto. Per vincere gli effetti di quell’educazione e di quegl’istinti occorrerebbe una fecondità straordinaria della mente, oppure un’energia che si accoppiasse ad una forte e decisa individualità. Le schiatte vecchie hanno difficilmente in sè lo spirito innovatore di quelle più giovani, ammenochè si sian potute sempre ritemprare con nuovi elementi di vita.
La genealogia degli Ardenberg non era stata mai turbata da parentele indegne di essa; certi tipi rassomiglianti fra di loro si ripetevano ad ogni generazione; quelle stesse attitudini, o meglio quelle stesse attività, erano incessantemente chiamate a vivere e ad esaurirsi, e non vi fu mai un forte elemento che imparentandosi a quella famiglia le infondesse nuovo vigore. Così gli Ardenberg, come tutte le antiche famiglie, andavano sempre più esaurendosi; e il conte Ottone, che aveva ingegno sottile e pronto più degli avi, non aveva in sè la loro energica forza innovatrice e produttiva, forza che spinge chi ne è padrone a mescolarsi alla folla per guidarla e emergere da essa; il conte invece provava, senza rendersene conto, quella stanchezza della mente, che si manifesta colla tendenza all’isolamento e a quell’esclusivismo nelle idee, che sempre le fa essere improduttive.
Allorchè ebbe dalla contessa la speranza che gli nascesse un erede, il conte di Ardenberg ideò nel suo cervello tutto un metodo d’educazione che valesse a salvargli il figliuolo dalla tirannia e dagli errori che avevano contristata la propria infanzia. Al futuro erede degli Ardenberg, sapeva di poter aprire senza pericolo l’uscio della sua biblioteca, iniziandolo ai segreti preziosi degli spiriti più eletti, ai perspicaci sorrisi dei più irriverenti e più celebri increduli; e dopo essersene fatto a modo suo un amico e compagno di studio, côlto e spregiudicato, intendeva farne anche un perfetto cavaliere, un cacciatore rinomato, un gentiluomo di modi cortesi e disinvolti.
In una notte fredda e burrascosa di autunno, mentre le onde s’infrangevano minacciose sotto le finestre della biblioteca e che il vento fischiava sibilando fra gli anditi del castello, le speranze del conte erano finalmente vicine ad effettuarsi. La contessa stava per divenire madre.
Cedendo alle persuasioni della zia Beatrice ed alle preghiere della sposa, il conte era sceso nella sua biblioteca, attendendo colà che il grande avvenimento gli fosse annunciato. S’era provato a leggere, ma non gli riusciva. Angosciato per la giovane contessa che aveva abbandonata in mezzo a gravi sofferenze, trepidante per l’esito di ciò che stava per compiersi, l’animo del conte era troppo turbato perchè egli potesse pensare ad altro. Aprì un libro di filosofia, ma non ne capì una parola. Lo richiuse sorridendo: – Lo leggeremo insieme, – disse fra sè, pensando al suo figliuolo. Poi guardò con orgoglio le belle legature e i grossi volumi collocati in ordine sugli scaffali. – Gli spiegherò quanto v’ha di più bello in quei libri, – pensò di nuovo; e nella sua immaginazione si mescolavano confusamente, alla memoria di sentenze filosofiche, la speranza di sorrisi infantili e il ricordo dei lamenti che il dolore strappava alle pallide labbra della contessa Beatrice.
Finalmente una cameriera, con un viso mesto e serio gli si presentò dicendo:
– La signora contessa ha partorito…
– Un maschio? – domandò il conte con impazienza febbrile, senza lasciarle il tempo di finire.
– Sissignore, – rispose la donna, abbassando il capo.
Il conte avrebbe voluto dare in un grido di gioia, ma guardò la cameriera e si arrestò confuso.
– Sta forse male la contessa? – chiese di nuovo.
– Nossignore, – replicò la donna timidamente.
Ma il conte non si trattenne più a lungo; sgomento per l’aspetto turbato della cameriera, felice e pieno di paura ad un tempo, uscì dalla biblioteca, e corse su per le scale sino al primo piano.
La zia della contessa lo attendeva.
– Che cos’è stato? – domandò il conte impaurito, vedendo che essa piangeva, e si avviò rapidamente alla camera di sua moglie; ma la zia lo trattenne.
– Zitto, – disse, – Beatrice è debolissima e non l’ha ancora veduto… – E preso per mano il conte, lo condusse nella sala vicina, presso ad una culla. Là essa si fermò, e prima di sollevare il velo che la ricopriva, disse:
– Coraggio, Ottone, forse il tempo porterà rimedio. – E scoperse la culla.
Un mostriciattolo, uno scimiotto fasciato, si presentò agli occhi del conte Ottone. Fu quello per lui un momento terribile. Il conte stette lungamente silenzioso e rivide improvvisamente col pensiero tutti i ritratti degli scemi della sua famiglia, che tanto rassomigliavano a questo che aveva ora dinanzi a sè. Non vi era dubbio, suo figlio era colpito dalla medesima sciagura!
Fece un atto di disperazione; poi accennò alla zia di lasciarlo solo; ed essa incerta e titubante uscì dalla sala.
Un’ora più tardi il conte, pallido, ma tranquillo e risoluto, entrava nella camera della contessa Beatrice e deponeva un bacio sulla sua fronte.
– Voglio vedere il nostro bimbo, – disse dolcemente la giovane madre.
– Lo vedrai più tardi, – rispose con voce leggermente tremante il conte Ottone. – Ora riposa, Beatrice, – e baciatala di nuovo in fronte, partì, per quel giorno, dal castello.
III.
Scorsero cinque anni dopo l’infausto avvenimento, senza che altri figli venissero a confortare i conti di Ardenberg sì crudelmente delusi nella loro prima speranza. Il piccolo Ermanno cresceva sano e robustissimo di corpo, ma privo affatto d’intelligenza. Il suo viso largo e brutto non manifestava nè gioia, nè dolore; a cinque anni le sue labbra erano ancora mute, e nessun raggio d’intelligenza aveva ancora brillato nei suoi piccoli occhi tondi, fissi, meravigliati d’ogni cosa, senza intenderne o apprezzarne alcuna.
La contessa Beatrice, che dapprincipio, quando ebbe a convincersi della triste verità, sembrava non potersene consolare, dopo breve tempo apparentemente si tranquillò e riprese con rassegnata serenità la sua vita abituale; ma le relazioni tra lei ed il conte di Ardenberg non furono più quelle di prima.
Forse la contessa Beatrice non aveva mai amato veramente il marito. Uscita da una famiglia nella quale le era stata impartita una scarsa, ma rigorosissima educazione, essa aveva trovato nel conte di Ardenberg il primo uomo che le parlasse il linguaggio dell’affetto, che le susurrasse all’orecchio parole d’amore. Beatrice ne fu scossa e turbata, ed a quel turbamento aggiungendosi più tardi le speranze della maternità per le quali le carezze, le sollecitudini del conte verso di lei diventavano sempre più vivaci e affettuose, essa durò sino alla nascita del bambino, in uno stato d’animo incerto e commosso che poteva rassomigliare assai ai turbamenti cagionati da un primo amore. Ma alla vista di quel disgraziato figliuolo, tutto mutò a un tratto. Allorchè essa vide che il frutto del suo amore con quell’uomo era quest’essere infelice, deforme, scemo; allorchè pensò che il conte aveva in sè e nella sua famiglia, il germe d’altre simili sventure, e che, guardando quei ritratti appesi nel salone, ebbe la certezza che tale fatalità pesava su tutti gli Ardenberg e aveva contristate altre spose e altre madri entrate com’essa in quella famiglia, la contessa provò quasi orrore di suo marito. Gli parve di essere stata ingannata da lui, perchè le aveva taciuta questa vergogna della sua schiatta; le parve di avergli dato gioia e felicità, mentre in cambio riceveva lagrime e amarezze. Essa fu ingiusta, come sono sempre coloro che non amano davvero.
La contessa non disse al conte ciò che provava, anzi cercò di nascondere il mutamento rapido dei suoi sentimenti, ma non gli potè celare tutte le sue ripugnanze.
Il conte afferrò di volo le manifestazioni di questo mutamento e ne indovinò la cagione, sebbene la contessa cercasse abilmente di nascondergli i suoi veri sentimenti. Ne provò confusione e dolore. Forse non l’amava veramente neppur lui, ma ciò che aveva provato per lei era stato certamente un sentimento più vero e profondo che non fosse quello della contessa verso di lui. Il conte Ottone non era stato acciecato da un turbine di nuove e violenti commozioni come la giovinetta inesperta, cui egli aveva parlato per il primo di amore; quindi egli poteva avere maggior coscienza di ciò che sentiva, ed era stato perciò sempre più vero e sincero di sua moglie. Il conte si sentì offeso nel suo orgoglio, e dolorosamente colpito in quel sentimento che chiamava amore e che non lo era. Ma Beatrice era bella assai, e forse il conte dava il nome d’affetto al fascino potente di quella bellezza.
La vita dei due sposi divenne difficile, e la convivenza loro poco lieta.
La contessa diventava ogni giorno più bella e più altera. Il conte malediva quella bellezza che domava il suo sdegno e lo aizzava ad un tempo.
Le sue ardenti speranze di avere un figlio più degno di portare il nome degli Ardenberg dileguavano sempre più. Il piccolo scemo era il solo erede del conte Ottone.
Gli sposi di mutuo consenso cambiarono vita. I mesi che solevano passar nel castello sembrarono adesso ad entrambi assai più lunghi di prima, e risolvettero di stare in città la maggior parte dell’anno. Fecero parecchi viaggi, e allorchè tornavano ad Ardenberg non ci tornavano più soli, ma una lieta schiera d’invitati veniva con essi a rallegrare le vaste sale della vecchia dimora feudale.
Il conte vedeva con piacere la bellissima contessa Beatrice presiedere ai pranzi, ai balli, ai convegni del suo castello; il suo povero orgoglio si accontentava dei complimenti, degli sguardi d’invidia, delle ammirazioni e gelosie che suscitava questa donna, ch’egli non poteva più quasi chiamar sua e per la quale era invidiato da tanti.
Il contegno della contessa Beatrice verso di lui era sempre inappuntabile e diventava talvolta perfino affettuoso, allorchè la presenza d’altri, e le molteplici occupazioni della padrona di casa, mettevano fra di loro una barriera insuperabile, e la difendevano dagli spiacevoli contrasti della vita intima. Il padre dello scemo non era più per la giovane contessa che un congiunto stimato, e al quale doveva, entro certi limiti, obbedienza e rispetto, ma non altro.
Anche nelle loro opinioni i due coniugi si trovavano quasi d’accordo. In questi ultimi anni, la timida giovane, che non aveva nè molto ingegno nè molta energia, aveva però progredito assai intellettualmente ed aveva acquistato opinioni elevate e coltura maggiore di quanto il conte l’avesse creduta capace di acquistare e di apprezzare. Egli ammirava anche la giusta misura, entro la quale sapeva conservare le sue opinioni; come, per esempio, in materia religiosa serbasse con grazia femminile delle sue vecchie convinzioni quanto bastasse a non eccitare maraviglia e a non trascurare la Messa della domenica, mentre poi, in società, sapeva dire con garbo sentenze abbastanza ardite, e sorridere leggiadramente delle vecchie credenze.
Questo modo di entrare ed uscire dal proprio guscio morale, s’attagliava perfettamente alle idee del conte. Ed egli era stato soddisfattissimo, allorchè una volta, trattandosi d’invitare un loro parente che era prelato in Roma, la contessa aveva dimostrato una vera ripugnanza all’idea di ospitare un prete in casa sua; e di tal puerilità il conte aveva fatto gran caso e aveva giudicato che la contessa era proprio degna, per le sue opinioni, di portare il suo nome. A parer suo, Beatrice faceva bene, per dare buon esempio alla servitù, a passare dieci minuti in chiesa ogni domenica, mentre, d’altra parte, dava prova di altissimo senno, allorchè nella sua sala e nel suo castello non voleva ospitare un gesuita.
Ma un avvenimento impreveduto venne a turbare la pace apparente e momentanea dei castellani d’Ardenberg.
Il piccolo Ermanno compiva il suo cinquesimo anno, allorchè un nuovo ospite giunse al castello. Era questi un lontano parente del conte, scultore di gran fama, noto anche nel mondo letterario per alcuni suoi bellissimi versi, ricco, giovane, festeggiato da tutti; egli si chiamava Guido Campaldi.
Il conte Ottone non si era mai rammentato di quegli oscuri e lontani parenti, se non quando la fama del giovane scultore aveva messo il nome suo in bocca di tutti.
Guido Campaldi era figlio di una Ardenberg e di un pittore romano.
La famiglia degli Ardenberg aveva fatto sempre dimora sul confine fra il Tirolo italiano e quello tedesco, e specialmente la borgata ove abitava il ramo degli Ardenberg, cui apparteneva la madre del Campaldi, soleva essere specialmente visitata da italiani che vi dimoravano nella stagione estiva, o vi passavano diretti verso la Baviera o l’Austria. Era quella borgata fra le più belle del Tirolo, e allorchè il padre di Guido vi giunse viaggiando, non potè fare a meno di fermarsi colà, e di valersi di una lettera di raccomandazione per gli Ardenberg, che gli era stata data in Roma. Così il pittore conobbe la giovinetta che invaghitasi perdutamente di lui, fuggì con esso a Napoli e divenne poi madre di Guido.
Fu quello uno scandalo senza esempio nella famiglia degli Ardenberg. Tutti i membri di essa rinnegarono la moglie del pittore, che morì giovanissima, lasciando al Campaldi desolato un solo figliuolo. L’artista, che non potè consolarsi della morte di sua moglie, la seguì presto nella tomba, e il piccolo Guido rimase solo padrone di un gran patrimonio, e ricco di vasto e splendido ingegno.
Allorchè il nome del giovane scultore fu messo a pari dei più celebri, e giunse all’orecchio degli Ardenberg, essi rammentarono, senza sdegno, che era unito ad essi dai vincoli di una lontana parentela.
Il conte Ottone s’incontrò a Vienna con Guido Campaldi e lo invitò a soggiornare, durante l’autunno, nel suo castello.
Lo scultore accettò l’invito con riconoscenza; egli ricordò subito in quel momento la bellissima contessa Beatrice che aveva talvolta incontrata alle feste o nei teatri, e pensò con piacere alla prospettiva di passare alcune settimane nella sua compagnia.
Ne’ primi giorni di settembre il giovane artista giungeva al castello di Ardenberg.
Era una giornata calda di estate. Dietro agli altissimi monti, a’ quali sembrava appoggiarsi un lato del castello, s’ammucchiavano densi nuvoloni, che frapponendosi fra il sole e la valle la mettevano in ombra e la facevano apparire ancora più buia e tetra del solito; tutta quella parte del castello e il bosco di abeti dietro ad esso, erano immersi in un’ombra oscura, e gli alberi scossi dal vento prendevano in quell’ombra forme fantastiche e strane, mentre invece sul lago scintillavano mille raggi di sole e si specchiava un cielo azzurro e sereno; le due torri che sporgevano in esso si riflettevano nell’acqua limpida, mossa qua e là da qualche lucente increspatura.
L’artista guardò maravigliato quel bellissimo contrasto; l’antico castello, che sorgeva alteramente fra quei dirupi selvaggi, e quel lago chiaro ed azzurro; poi pensò alla bella castellana, e il suo animo d’artista rivide più splendida quella leggiadra immagine fra le bellezze di una natura orrida e ridente ad un tempo, tale come ancora non ne aveva viste mai.
Guido entrò nel castello lieto e speranzoso. I suoi occhi neri e lucenti si fissarono in quelli cerulei della contessa, e Beatrice sentì per la prima volta che in quello sguardo vi era un fascino dolcissimo e irresistibile. Ne ebbe quasi paura. Se avesse potuto, l’avrebbe pregato di tornare addietro, l’avrebbe mandato lontano da sè, per poi seguirlo con incessante desìo.
Guido si accorse della profonda impressione prodotta dalla sua presenza, e il suo sorriso diventò ogni giorno più raggiante, l’occhio suo più vivace e animato. Egli in quel tempo sentiva di vivere in un modo compiuto e intenso. Ogni ora l’artista scopriva nuovi tesori di luce e di forme, nascosti fra le vecchie torri, o fra sentieri scoscesi nella selva di abeti, o fra le alghe pieghevoli del lago. Dappertutto il suo occhio incontrava magici colori, contrasti maravigliosi. In que’ giorni beati passava ore intere seguendo un raggio di sole che danzava sulle acque, o guardando una leggiera sfumatura che velava nel lontano orizzonte le cime candide e sottili dei monti, associando così alle immagini esterne delle bellezze della natura, quelle interne, ideali, della sua fantasia.
In quel tempo nella mente dello scultore contrastavano mille pensieri lieti, baldanzosi, mille imagini che gli portavano a piene mani speranze di gloria e d’immortalità. E dopo aver sognato ad occhi aperti per lunghe ore in mezzo alla campagna, egli tornava al castello inebbriato dal sole, colla fantasia accesa da quella ebbrezza di luce e di immaginazione che sanno soltanto provare gli artisti; e veniva di là, avido di gioia e di vita, ardito e spensierato come un fanciullo, forte di tutto il vigore della sua altissima intelligenza, a portare ai piedi di Beatrice, con eloquente ardire i suoi sogni per l’avvenire, e gli audaci, impazienti, appassionati desideri del presente. E Beatrice si sentiva avvolgere, sgomenta e commossa, da questo turbine di idee grandi, elevate, di sensazioni ardenti, indefinite; e il turbine la travolse.
Guido fu felice. Felice come si può essere a venticinque anni, quando uno è artista davvero e che quel nome ne dà il diritto a prelevare da ogni cosa che vive, che sente, che ha luce o colore, un tributo di gioia che è negato agli altri.
A Guido sembrava in quei giorni che tutte le cose migliori di questo mondo appartenessero a lui solo; dovunque egli volgeva gli sguardi ritrovava dappertutto la sua Beatrice, sotto alle ombre degli abeti, fra le nebbie del mattino, come nei tramonti dorati della sera; e allorchè egli le era vicino la vedeva più bella ancora che non fosse, per la bellezza delle cose che le stavano d’intorno; come la natura stessa s’abbelliva quando essa non c’era, per la sola memoria delle sue grazie.
Egli prendeva senza discrezione, a piene mani, tutti i maggiori tesori della giovinezza, e sentiva che per sè stesso, non per la gloria che poteva acquistare presso gli altri, non sarebbe mai giunto a più alto grado di potenza intellettuale di quello a cui giungeva in queste settimane, che non avrebbe mai più avuto dinanzi alla mente maggior copia di splendide visioni nè d’immagini grandiose.
Ma lo scultore sdegnò di dar loro forma e realtà. Le tenne per sè. Volle provare l’ebbrezza del sentirsi padrone di tutto quel turbine di impulsi grandi, indefiniti, senza darne una briciola, senza lasciarsene carpire uno solo: fece uno scialo, in quei mesi, che lo esaurì e gli dette vigore e forza ad un tempo. Ma un giorno, mentre le sue labbra si posavano su quelle di Beatrice, e che il suo occhio scintillante si fissava fra gli splendori della natura che lo circondava, e che egli si sentiva forte e felice e così pieno di gioia e di audacia che tutti gli altri esseri di questo mondo sembravano in confronto di lui non viver se non che d’una larva di vita, in quel momento il conte Ottone apparve dinanzi ad essi.
La contessa Beatrice svenne. Guido sentì che la sua più grande felicità era finita inesorabilmente.
Il conte fu tranquillo; egli ebbe nel gesto e nella parola una tranquillità terribile; quella di colui che ha già risoluto di vendicarsi. Il giovane artista tremò per Beatrice. Ma il conte lo rassicurò con un sorriso sardonico.
– Datemi la vostra parola d’onore – disse il conte – che partirete domani di qui, e lascerete la Germania e l’Europa; che per vent’anni non rimetterete il piede qui; e in cambio vi darò la mia che non torcerò un sol capello alla contessa di Ardenberg. – Lo scultore promise. Il cuore gli si spezzava. Beatrice riavendosi alla vita udì le ultime parole dell’artista e lo vide partire.
Si coprì il viso con ambo le mani, pianse e tremò. Sentì che il conte era vicino a lei, immobile e muto. Non ardiva muoversi. Temeva qualcosa di orribile. Beatrice era di sua natura timida e debole. Aveva paura. Il timore era in questo momento più forte dell’amore, e pensava a sè. Il conte fece un movimento; Beatrice spaventata scoperse il viso e guardò.
Il conte l’osservava, pallido, con le labbra strette, ma tranquillo e impassibile. Allorchè i loro sguardi s’incontrarono, egli volse gli occhi altrove con atto di dolore; poi le offrì il braccio in silenzio e la ricondusse seco al castello. Quella sera la contessa non comparve alla cena fra i suoi ospiti; il conte la scusò dicendo che ella era indisposta. Fu gaio, parlò con tutti, ma specialmente si dimostrò cortese e gentile coll’artista, manifestandogli quanto rammarico provasse per la sua partenza, e invitandolo a rimanere; Guido non sapeva dissimulare; per quanto fosse persuaso nell’interesse di Beatrice della necessità di farlo, per quanto sapesse che la maggior difesa che ella avesse ancora fosse la stima del mondo, pure l’agitazione febbrile che lo tormentava traspariva da ogni sua parola. Il conte seppe abilmente nascondere anche questo, alludendo ad una cagione grave e dolorosa che necessitava la partenza anticipata dell’artista.
Così il nome degli Ardenberg fu salvo da uno scandalo.
Guido tentò invano quella sera di rivedere Beatrice. Il conte la tenne d’occhio come fosse prigioniera, e all’alba del mattino seguente il Campaldi partiva.
Era una mattina fredda e nebbiosa; la barchetta, che lo portava lontano dalla bella contessa Beatrice vogava mestamente sull’acque torbide e bigie del lago, mentre il castello spariva dietro un denso velo di nebbia.
Beatrice in quell’ora, non vista da lui, spiava dalla finestra della sua camera la barchetta che rapidamente portava lungi da lei l’uomo che amava. Non ardì aprire la finestra, nè fargli da lontano un muto cenno d’addio, perchè udiva il passo grave e regolare del conte Ottone che camminava su e giù nella camera attigua.
La povera donna aveva vegliato tutta quella notte, e mentre vegliava aveva udito il vento sibilare sinistramente fra gli anditi del castello e le acque infrangersi con un rumore cupo e violento contro le mura della sua dimora. Fra quei rumori confusi le era parso udire dei pianti e dei lamenti, e la sua immaginazione sovreccitata aveva popolato di fantasme tutte le ombre di quella notte lunga e crudele.
Era stata veramente una nottata cattiva e burrascosa, come ve n’erano talvolta in quelle gole sul finire dell’autunno; ma allorquando al mattino la cameriera della contessa, chiamata più tardi del consueto dalla sua signora, le disse tutta turbata, che la Rosalìa, colla quale s’era incontrata alla prima messa, le avea detto che in quella notte s’era vista l’ombra della contessa Valfreda sotto le torri del castello; e che la s’era udita piangere nel bosco, allora la povera Beatrice sentì un brivido nelle ossa e non ebbe il coraggio di ridere, come soleva fare altre volte, della narratrice di tali fiabe.
L’apparizione della contessa Valfreda presagiva, a detto dei contadini, grandi sciagure, e la spregiudicata contessa Beatrice pensava con terrore quale altra sventura la poteva ancora colpire.
Mentre Beatrice nella commozione e nell’avvilimento del suo animo scendeva perfino ad interrogare le vecchie credenze del volgo, e che Guido, prima di allontanarsi da quelle valli, volgendo ancora a lei il pensiero innamorato, affidava a persona sicura l’incarico di ragguagliarlo sulla sua sorte, il conte pensava, dal canto suo, al modo di compiere una vendetta che non fosse indegna di lui.
Aveva giurato a sè stesso di vendicarsi, ma non sapeva come farlo. Egli voleva evitare uno scandalo, e la sua natura colta e civile si ribellava all’idea di commettere atti violenti che potessero attirare l’attenzione degli estranei sulle sue sciagure domestiche.
L’impazienza del trovare un mezzo col quale appagare l’amor proprio offeso, lo rodeva.
Ma finalmente, pochi mesi più tardi, la fronte corrugata del marito della contessa Beatrice si rasserenò. Egli aveva trovato il modo di vendicarsi.
IV.
Il bel volto della giovane moglie di Ottone diventava ogni giorno più pallido e sparuto, essa aveva negli occhi un non so che d’incerto e di atterrito, quasi passassero dinanzi al suo sguardo fisso paurose visioni. Sembrava che meditasse qualche disperato proposito.
Il conte Ottone che aveva indovinato il motivo di quei patimenti l’osservava con un ghigno nascosto. Il marito di Beatrice era infelice anch’esso; ma la sua non era un’infelicità senza rimedio; il pensiero di vendicarsi bastava a tranquillarlo, e quel pensiero dominava nella sua mente tutti gli altri.
Però un giorno temè che la sua vittima potesse fuggirgli di mano, che qualche disperata risoluzione glie la togliesse ancor prima ch’egli potesse compiere i suoi disegni; e allora con ironica mansuetudine le diresse la parola sulla cagione della sua afflizione.
– Questa mesta dimora – disse una sera, mentre erano soli sul finire del pranzo, al quale la contessa aveva assistito senza assaggiare neppure una vivanda – questa mesta dimora sarà presto rallegrata dai sorrisi e dai giuochi di un altro bambino. –
La contessa guardò atterrita il marito.
– Il figlio di un artista vagabondo porterà il nome degli Ardenberg – continuò a dire il conte con voce sorda, quasi trattenesse a stento la sua ira. – Non è una scena che intendo farvi, – disse con mal garbo a Beatrice, che si era alzata, e pallida come una morta si reggeva a stento, appoggiandosi con la mano alla seggiola che aveva messo dinanzi a sè quasi in atto di difesa; – anzi è per rassicurarvi che ne parlo, è per evitare che la vostra inquietudine, o fors’anco qualche stolta o colpevole vostra risoluzione, attragga l’attenzione del mondo sopra i tristi fatti avvenuti qui dentro. –
La contessa respirò alquanto sollevata, ma nel tuono di voce di suo marito, nell’espressione di quegli occhi v’era qualcosa di irato e di nascosto, quasi avesse trovato il modo di vendicarsi, e ne gioisse. Il conte tacque per un momento, ma la contessa non ardì proferire una parola.
– Questo figlio forse vivrà… anzi vivrà sicuramente – aggiunse il conte con un sorriso ironico e uno sguardo scintillante come di uomo pazzo o briaco, – perchè i suoi genitori sono belli, giovani e forti entrambi. – La contessa lo fissò spaventata e credette che egli perdesse la ragione. Cercò d’interromperlo, ma dalla sua gola riarsa, dalle sue labbra strette, non potè uscire neppure una sillaba; mandò quasi un lamento, ma il conte non vi fece attenzione. – Non credevo, contessa, – riprese egli a dire con simulata indifferenza, – che aveste idee tanto avanzate e teorie così sicure da poterle mettere in pratica con tale prontezza; l’idea di migliorare le vecchie schiatte ritemprandole fra il volgo delle nuove non è forse cattiva; soltanto mi dispiace che il castello di Ardenberg abbia servito al vostro filantropico fine: ma basta di ciò, queste sono teorie che riguardano i grandi interessi dell’umanità e che dovrò discutere con altri; voi avete già con troppa prontezza risoluto l’arduo problema. Torniamo dunque a vostro figlio. Egli porterà il nome degli Ardenberg. Ed io vi prometto che sarà da me trattato in modo da non poter dubitare ch’egli porti con ogni buon diritto quel nome; ma esigo in cambio una promessa: e guai a voi e a lui se non sarà mantenuta; guai, lo ripeto, perchè allora non baderò nè a scandalo nè a convenienze, e la mia vendetta sarà terribile! – Pronunciando le ultime parole il conte non frenò più la sua ira, e la sua voce tremante e forte ad un tempo faceva rassomigliare ogni parola ad un urlo.
La contessa indietreggiò spaventata.
– Non abbiate paura, gentile contessa, – riprese a dire il conte con maggior calma e con un sorriso maligno. – Credete che io sia capace di torcere un capello della vostra fronte altera, o di mettere una mano sacrilega sulla vostra bella persona? Ho troppo vivo il culto del bello, senza essere artista, per commettere tali colpe. Altri sono i pericoli che corrono in questo mondo creature leggiadre come voi. Ma quei pericoli voi non li temete… – Un vivo rossore salì al viso della contessa; la paura, lo sdegno, il dolore represso, tutti questi sentimenti stavano per traboccare e trascinare la povera donna a inveire contro il conte, a correre incontro a qualsiasi pericolo, a farla finita una volta per sempre con queste tristi sequele di angosce, di terrori, di umiliazioni, ma il conte se ne avvide e le troncò sulle labbra la parola.
– Non facciamo una scena, – ripetè imperiosamente, ve lo consiglio nel vostro interesse e in quello di vostro figlio. Risolviamo prontamente la quistione; quando l’avremo risolta, io mi assenterò per qualche tempo dal castello e spero che al mio ritorno troverò la contessa Beatrice riavuta da queste commozioni e non più rassomigliante ad una vittima di melodramma o ad una Maddalena pentita. Adesso vi dirò ciò che esigo da voi. Il figlio che avrete diventerà mio di nome e di fatto; ma anche mia, solamente mia sarà l’autorità che avrò sopra di lui, nè altri dovrà cercare di toglierlo dalla via in cui l’indirizzerò e che egli dovrà seguire per mia volontà, nè adoperarsi in verun modo perchè egli da quella si tolga. Altrimenti, lo ripeto, temete entrambi la mia vendetta. Per parte mia vi prometto che sarà trattato amorevolmente e che gli sarà impartita un’educazione degna del suo stato. Promettete dunque di farmi dono di questo figlio; aggiungete all’autorità paterna che mi dà la legge, l’assicurazione che in verun caso voi non la vorrete contrastare. –
Vi fu un momento di silenzio. La contessa pensava con febbrile rapidità; considerava le promesse del conte e le minaccie nascoste in quelle sue misteriose parole. Avrebbe voluto consigliarsi con qualche persona, avrebbe voluto indovinare. Ma il conte chiedeva con impazienza una risposta. La povera donna si sentiva stanca dopo tante commozioni e tanti patimenti; essa era di un’indole timida e debole nell’avversa fortuna. Non era capace di farsi un piano di difesa per l’avvenire, ma le bastava di scansare il pericolo presente. Così fece anche questa volta. Inoltre pensò non senza ragione che nel caso non avesse mantenuta la promessa, il pericolo non poteva essere maggiore di quanto lo era adesso e che intanto si acquistava tempo. Non potè prevedere nella confusione di quel momento che più tardi sarebbero stati due a patire, e che uno di quei due sarebbe stata una sua creatura, cui avrebbe dovuto confessare una vergognosa istoria d’adulterio.
La contessa, nello sgomento e nell’incertezza di quell’istante, non pensò a tutte queste probabilità. Promise al conte quanto voleva; rinnovò a sua richiesta la già fatta promessa, e poi, finalmente, uscì accompagnata dal marito da quella sala, ove aveva passata una mezz’ora che le era parsa lunga quanto un anno. Il conte la lasciò presso all’uscio della sua camera, le fece un inchino profondo, e le disse che la mattina seguente sarebbe partito e non sarebbe tornato che fra due mesi.
La contessa, a quella notizia si sentì riavere; così pure non le parve vero che il marito avesse scoperto il suo segreto e che la cosa fosse finita a quel modo.
La mattina seguente, allorchè il conte partiva dal castello, la contessa Beatrice dormiva ancora di un sonno profondo e riposava come da molte settimane non aveva più riposato. Sognava, e nei suoi sogni apparivano immagini vaghe e confuse. Le sembrava d’essere con Guido in un paese sconosciuto, e di vogare dolcemente con lui sopra un mare tranquillo e azzurro; talvolta ritornava invece col vagante pensiero agli anni dell’infanzia, e si ritrovava nella sua casa, fra le amiche e le sorelline, giuocando con esse nel giardino; ma l’immagine di Guido tornava sempre, ora mestamente velata, ora piena di sorrisi e di gioia. La contessa discorreva dolcemente con esso e aveva le sue mani fra quelle di lui, allorchè la carrozza del conte che partiva, passò sotto le sue finestre, e i cavalli che velocemente correvano scuotendo i loro sonagli, la destarono a un tratto.
Beatrice si scosse, si ricordò, e nascose il volto fra le coltri.
V.
Erano scorse dieci settimane da quella mattina, e una sera il conte verso l’ora del tramonto faceva ritorno al castello. La zia di Beatrice, quella stessa che nella notte in cui era nato Ermanno, gli aveva scoperta la culla del piccolo scemo, gli venne incontro lieta e festosa.
– Beatrice sta meglio: da ieri il medico ha dichiarato che è fuori di pericolo ed essa ha fatto da stamane un miglioramento rapidissimo; il bimbo poi è… un amore! – A queste parole della zia, il conte strinse le labbra e non replicò subito, ma poi rispose con disinvoltura e domandò se poteva vedere la contessa.
La zia l’accompagnò sollecitamente nella camera di sua nipote, aprì l’uscio, e senza parlare si allontanò in punta di piedi.
Appena il conte era giunto al castello, Beatrice l’aveva saputo, e d’allora in poi con ansia grandissima aveva tenuti gli occhi fissi sulle portiere della sua camera e aveva cercato, malgrado la gran debolezza, di stare attenta a tutti i rumori che le venivano di fuori. Finalmente la portiera si sollevò, ed un uomo entrò nella camera. Beatrice abbassò le palpebre a un tratto, come fanno i bambini, allorchè fra le ombre della notte sembra loro di vedere qualche paurosa visione. Il conte si avanzò pian piano sino al letto. Beatrice si scosse e lo guardò. Gli occhi della poveretta erano divenuti smisuratamente grandi, essa aveva in quel momento i capelli disciolti, il viso pallido, magro, quasi cadaverico; ma quegli occhi grandissimi in quel pallido volto la facevano parere ancora più bella che non fosse, ma di una bellezza trasparente, ideale, come in lei il conte non l’aveva vista mai. La guardò un momento impietosito, e non potè frenare un sentimento di ammirazione.
– Sono lieto, Beatrice, – disse quasi con dolcezza, vinto dal fascino di quegli occhi, – sono lieto di sapere che stai meglio. – La contessa gli stese la mano. – Grazie, – mormorò debolmente, e una grossa lagrima le spuntò fra le ciglia. Il conte volse altrove lo sguardo per vedere se nella camera non vi fossero altri, ma si fermò maravigliato alla vista di una lettera mezza scritta, di mano di Beatrice, che giaceva aperta sullo scrittoio.
La contessa seguiva con gli occhi lo sguardo del marito, e allorchè lo vide fermarsi su quel foglio, disse quasi umilmente:
– Nella scorsa notte, credendo di dover morire, mi feci dare quel foglio e ti scrissi…
– Non ti affannare, Beatrice, – rispose subito il conte, quasi avesse fretta d’interrompere quel discorso e di sottrarsi ai sentimenti miti e pietosi che lo invadevano. – Ora stai meglio, non devi più pensare a quei tristi momenti. Sta tranquilla e riposa. – Non prese quel foglio che essa gli aveva destinato; ebbe paura di guardarlo e di toccarlo, ebbe paura di dimenticare per un momento i suoi rancori. Strinse leggermente la mano di Beatrice, e si avviò per uscire dalla camera, dicendole addio; ma l’ammalata lo richiamò.
– Ermanno – disse con evidente imbarazzo – s’è fatto più grande, più vispo; dice alcune parole, s’è ricordato di te, ha capito che dovevi arrivare. – Il conte sorrise mestamente e intese il significato delle parole di Beatrice. La povera donna voleva farsi perdonare la bellezza di quel bimbo che la zia aveva chiamato un amore.
– Ne sono lieto, – rispose egli brevemente, e uscì dalla camera.
Il conte si avviò nel salotto della zia.
– Dov’è il bambino? – disse entrando e imperiosamente. La zia, maravigliata dall’asprezza con la quale accentuava quella domanda, aprì una porta e chiamò piano.
Una giovane balia si presentò, salutò rispettosamente il conte e rispose alla vecchia signora, che le chiedeva se i bambini erano con lei, che il contino Ermanno si baloccava, mentre il piccolo Gualberto dormiva.
Anche questa volta il conte volle rimaner solo.
Entrò nella camera e chiuse ben bene l’uscio dietro a sè. Provava vergogna, pensando che altri potessero vederlo mentre guardava per la prima volta quella creatura non sua.
Ermanno, seduto sopra un guanciale giuocava con un gattino; egli era grande e forte per la sua età, ma la sua testa stretta, il suo viso schiacciato in alto, con gli occhi infossati e la mascella inferiore sporgente, lo facevano ancora rassomigliare ad un idiota. Al primo apparire del conte egli si levò impaurito, poi lo fissò lungamente, sorrise varie volte come fanno i semplici, e sembrava che cercasse di rammentare una cosa dimenticata. Il padre lo guardava immobile, quasi avvilito. Era questo il figlio, per il quale aveva vagheggiata gloria e fama nell’avvenire, che aveva voluto iniziare a tutti i progressi dell’intelligenza umana, a tutte le grazie e le sottigliezze dello spirito, che doveva interpretare i filosofi più arditi, e diventare il più illuminato gentiluomo del suo paese!
Finalmente il povero scemo lo ravvisò; sul suo brutto viso balenò un raggio non d’intelligenza, ma di piacere e di bontà, gli andò vicino e disse:
– Babbo! Babbo! – Il conte si chinò con una espressione di dolore e lo baciò in fronte; poi si volse a destra e cercò l’altro. Questi giaceva nella culla, ma si era destato allorchè Ermanno aveva chiamato il padre. Era un bellissimo bambino, biondo, roseo, con occhi grandi che scintillavano per vitalità e salute, e sembravano già promettere tesori d’intelligenza e di letizia. Il conte si avvicinò ad esso con un movimento rapidissimo. Il bambino lo guardò e sorrise. Fu un sorriso vaghissimo, che illuminò tutta quella fisionomia infantile, e la fece sembrare ancora più graziosa. Battè le piccole manine rosee, delicate, quasi in atto di gioia, poi sollevò i piedini tondi e piccini, tanto belli che sembravano dipinti, e coll’audacia dell’innocenza scoprì il suo corpicino forte e perfetto; poi sorrise di nuovo, guardando il conte con insistenza e maraviglia.
Ottone di Ardenberg lo fissava con una curiosità tormentosa, spiava con avidità ogni suo lineamento, ogni gesto; guardò i piedi, le mani, i capelli, le unghie; l’osservava con una ansietà febbrile; quella creatura gli sembrava un documento vivente da leggersi, da analizzarsi; l’avrebbe tagliato a pezzi, se le fibre sue avessero potuto parlare e narrare la loro istoria.
E intanto il bimbo sorrideva e batteva le manine e i piedini, e aveva negli occhi mille curiosità, mille gioie infantili, mute e nascoste. Il conte si era chinato per vederlo meglio, e allora un dito del piccino si posò sulla sua mano.
Il conte la ritrasse con orrore; quel contatto gli sembrò un insulto, una vergogna, un fatto la cui enormità non avrebbe potuto mai far scontare bastantemente a chi ne era cagione; e rialzatosi si volse verso Ermanno.
Il povero scemo col gattino sulle braccia si era avvicinato in quel mentre anch’esso, dal lato opposto, alla culla. Allorchè il padre si allontanava, Ermanno mise arditamente il gattino sulla culla; il suo piccolo fratellino fissò con maraviglia quell’inattesa apparizione, poi gettò un piccolo grido di gioia e posò la manina fra il pelo bianco del gatto. Il conte, che cercava in questo frattempo Ermanno, rivoltosi di nuovo dalla parte della culla li vide entrambi. In quel momento i due fanciulletti si guardavano, e il vispo sorriso di Gualberto rispondeva a quello stupido dello scemo.
Il conte provò una stretta al cuore.
– Lo spegnerò quel raggio d’intelligenza e di gioia! – disse fra sè, e uscì dalla camera.
Nel salotto incontrò di nuovo la balia e la guardò con diffidenza.
– Chi sei? – le disse alteramente.
– Sono la figlia della Rosalìa, – rispose intimidita la giovane donna.
– Sta bene, – disse il conte, celando il suo malcontento sotto un freddo sorriso. – Abbi cura del bambino, – e senza attendere una risposta se ne andò.
Senza darsene ragione, pure lo noiava che la figlia della Rosalìa fosse entrata in casa sua. Sapeva fin dall’infanzia chi era la Rosalìa, e conosceva le fiabe che correvano nella valle sul conto di lei, ma di ciò non gli sarebbe importato; in quel giorno infausto però, nel quale egli aveva scoperto nel bosco quella triste verità che doveva amareggiare tutta la sua vita, gli era parso di vedere da lontano la vecchia Rosalìa che, secondo la sua abitudine, vagava fra gli abeti raccogliendo le legna.
Aveva essa udito o veduto?
A che serviva l’aver frenato la sua ira, l’aver scemato col tempo e le incertezze dell’avvenire la sua vendetta, se quella donna aveva visto e sentito, e poteva ridire ogni cosa?
Assunse nascostamente delle informazioni. Egli stesso, il conte di Ardenberg, tenne d’occhio lungamente la povera contadina, ma non gli fu dato di scoprire cosa alcuna per la quale s’affermassero i suoi sospetti, e questi erano già sopiti interamente, allorchè la vista della figlia di Rosalìa li risvegliò; fu però soltanto una fugace impressione del momento e il conte riflettendo che la sua diffidenza era puerile e infondata, la vinse.
VI.
Come sarebbe divampata la sua ira se avesse saputo che la Rosalìa non era soltanto consapevole dell’accaduto, ma che per mezzo suo il Campaldi riceveva le notizie della contessa e vegliava da lontano su di essa! Nei primi mesi dell’assenza di Guido, Beatrice stessa ignorava questa connivenza dell’artista con la contadina, ma un giorno, mentre la contessa passeggiava nella valle col piccolo Ermanno, aveva incontrata la Rosalìa, e, come soleva, l’aveva fermata e si era messa a conversare famigliarmente con lei; allora la Rosalìa, tratta di tasca una lettera, che avea tenuta involta in una candida pezzola, come fosse una reliquia, gliela consegnò.
Beatrice non conosceva lo scritto di Guido, ma ebbe un presentimento del vero e non potè frenare un movimento di gioia. La Rosalìa la guardava, con indifferenza, attendendo che la contessa avesse finito di leggere e rileggere quel foglio.
Guido Campaldi, consapevole dello stato di Beatrice e dell’assenza del conte, le offriva aiuto e soccorso, le parlava del suo amore sempre vivo, le faceva parte dei suoi disegni per l’avvenire e le diceva che intendeva stabilirsi per qualche anno in America, e per ciò assestava tutti i suoi affari in Italia; le offriva la sua casa, il suo patrimonio, il suo amore inalterato e la sua eterna devozione.
Beatrice aveva gli occhi pieni di lagrime; quella lettera faceva risorgere dinanzi alla sua mente vive ed attraenti le imagini già leggermente sbiadite del passato.
Intanto la Rosalìa, accortasi che la contessa non badava più a lei, si fece ardita, e le si avvicinò.
– Signora mia illustrissima, – disse, – se ella ha qualche risposta a quella lettera, io potrò farla pervenire a chi scrisse. –
Beatrice si scosse alla voce della contadina, si rammentò della sua triste situazione e la guardò maravigliata e diffidente.
– Chi ti ha dato questa lettera? – domandò piano, quasi avesse paura che gli alberi stessi la sentissero.
– Giovannino, il cameriere di chi scrisse, – rispose la Rosalìa, non volendo per rispetto o timore pronunciare quel nome.
– Ma quando? Dove? – domandò con impazienza la contessa.
– A V*** ieri l’altro, – disse laconicamente la vecchia, e nominò una grossa borgata assai distante dalla Valle d’Ardenberg.
– E l’hai visto colà altre volte? – chiese ancora la contessa, che cominciava a temere qualche grave imprudenza del Campaldi o qualche inganno per parte della Rosalìa che scrutava incessantemente con gli occhi.
– Sì, signora contessa, – disse un poco intimidita la Rosalìa. – Mi chiedeva sue notizie, illustrissima, e come ella stava e se era lieta o mesta, se il signor conte, nostro padrone, dimorava sempre al castello e se si dimostrava con… – e qui la vecchia sostò incerta e per rispetto soggiunse – con tutti di sua famiglia buono e amorevole come al solito. Mi perdoni, signora contessa, se ho mancato, – aggiunse la Rosalìa, vedendo il viso serio e diffidente di Beatrice.
La contessa, avvilita da tanti patimenti, giunta ora appena a godere di una tregua, e sperando pace nell’avvenire, ebbe paura di perdere a un tratto quel poco che aveva acquistato con tanta fatica; l’assenza, le sciagure, avevano affievolito il suo amore; essa aveva, lo ripetiamo, una debole tempra che non poteva resistere alla sventura, ed ora, sebbene alla vista di quella lettera il suo cuore esultasse e mille sentimenti dolcissimi rivivessero in lei, pure sentiva che non avrebbe potuto accettare l’invito generoso dell’artista, nè incontrare nuovi pericoli, nè attirare sopra di sè e la sua casa sì triste scandalo. Capì subito che conveniva vincere quei desideri pieni di attrattive, e accontentarsi della tranquillità che s’era ormai acquistata; pensò al piccolo scemo, che amava con amore di madre, e a quell’altro, che doveva tenerle luogo dell’amante lontano e ricordarglielo eternamente.
– Fate un ufficio che è indegno di voi, – disse finalmente con simulata severità la contessa dopo un lungo silenzio.
– Lo so, illustrissima, – rispose umilmente e chinando giù giù il capo la Rosalìa, – e se non fosse per chi lo comandò, di certo, contessa illustrissima, non l’avrei fatto.
– Chi te lo comandò? – chiese subito impaurita Beatrice, che pensò senz’altro al conte.
– La contessa Valfreda! – rispose la vecchia con rispetto.
Beatrice guardò esterrefatta la contadina.
– Ma è dunque pazza davvero! – disse fra sè, e pensò con timore in quali mani erano cadute le prove del suo disgraziato segreto.
– Ma intendi tu parlare di Valfreda della leggenda, di quella che visse quattro secoli fa? – domandò dopo un breve silenzio Beatrice.
– Sì, signora illustrissima, – rispose la contadina, maravigliata del sentirsi chiedere se al mondo vi fosse un’altra Valfreda che non fosse la sua, – parlo della povera, bella, contessa Valfreda di Ardenberg, di quella stessa che mi salvò la vita allorchè ero ancora piccina, e che mi apparve bella e sorridente come un angiolo, e per me fu buona davvero come fosse tale.
– E credi d’averla riveduta? – domandò ancora Beatrice con un sorriso incredulo.
– Sissignora, – rispose prontamente la donna, – mi apparve in sogno la notte dopo che Giovanni per la prima volta m’aveva fatto intendere ciò che si voleva da me; egli m’aveva promesso denari e doni, ma sebbene poverissima ero rimasta indecisa e sulle prime dissi di no. La notte seguente m’apparve a un tratto la contessa Valfreda, vestita di bianco, coi capelli scintillanti come l’oro, che sembravano qua e là tempestati di gemme; ma poi, fattasi più vicina, m’accorsi che quelle gemme erano goccie d’acqua, entro le quali si rifletteva la luce fantastica che la circondava tutta; era la medesima luce fioca e incerta che rischiara il fondo delle acque, allorchè sono limpide e vi splende il sole; aveva il lembo della bianca vesta e i pizzi delle lunghissime maniche umidi e sgocciolanti, alla cintura portava una ghirlanda di alghe bagnate e verdi che mobili, quasi ondeggianti, come fossero mosse dalle acque, le ricadevano sui fianchi. La contessa aveva il viso serio e mi guardò in atto di rimprovero: – Hai fatto male, Rosalìa, mi disse, a rifiutare l’offerta di Giovanni; la contessa Beatrice è infelice e non ha nessuno che l’aiuti; io l’ho presa a proteggere, e tu, per amor mio, dovresti fare quanto puoi per soccorrerla o confortarla. – Io era tutta sgomenta e promisi, non so con quali parole, d’obbedirla. – Accetta l’offerta di Giovanni, diss’ella sorridendo, e fa tutto ciò che ti ordineranno il suo signore e la contessa; servendo ad essi tu servi a me, ed io te ne sarò grata. – E detto questo sparì, mettendo il dito sulle labbra e accennandomi di non rivelare ad alcuno le cose che avrei fatte. –
Beatrice non rispose subito alle strane parole della vecchia, ma quei detti la rassicurarono, e capì che ormai non v’era più a temere della indiscrezione di Rosalìa; ella pensò che la leggenda popolare della Valfreda, diventata col tempo una credenza inattaccabile, circondava la triste realtà delle sue proprie disgraziate vicende con un’aureola di poetiche favole che la proteggevano assai più validamente dall’indiscrezione o dall’inganno, di quel che non l’avrebbero potuto fare le minaccie o il danaro.
Col mezzo della Rosalìa la Beatrice rispose a Guido esortandolo a partire, e dicendogli nello stesso tempo che essa aveva risoluto di dedicare la sua vita alle cure e all’educazione dei suoi figli, nè voleva attirare con quell’infelice amore nuovi scandali sulla casa degli Ardenberg o la famiglia sua paterna.
Ma non seppe però resistere alle preghiere di Guido e al proprio desiderio di rivederlo ancora un’ultima volta, prima ch’egli partisse per l’America.
Alcuni giorni dopo la nascita di Gualberto, Beatrice ebbe avviso dalla Rosalìa che Guido di nottetempo sarebbe giunto al castello. Il conte era assente, il modo d’introdurre l’artista nell’appartamento della contessa agevole e sicuro.
Quegli addii furono dolorosissimi, ed alla povera donna venne quasi meno il coraggio di abbandonare per sempre il suo amante. Guido baciò mille volte il piccolo Gualberto e lo guardò con orgoglio e tenerezza.
– Diventerà grande, intelligente e buono; ti amerà, ti difenderà, sarà la tua gioia, il tuo orgoglio… chi sa che su questa piccola fronte non isplendano un giorno tutte le glorie dell’arte e del pensiero!… Ci rivedremo, Beatrice, da lontano veglierò sopra di te; accorrerò ad un tuo cenno, se mi vorrai! –
E dopo molte promesse si lasciarono, convinti entrambi di non più rivedersi, mentre le loro labbra con pietoso inganno promettevano l’uno all’altro quanto credevano non potersi mai più effettuare, e che cercavano di mostrarsi a vicenda forti e risoluti.
Dentro di sè erano desolati. E la povera contessa, debole tuttavia e non peranco convalescente, ammalò, e sì gravemente, che si temette di perderla.
Non fu dunque una stolta diffidenza quella che provò il conte di Ardenberg, allorchè gli dispiacque di incontrare nel suo castello la figlia della Rosalìa.
Quale non sarebbe stato il suo sdegno se avesse potuto soltanto immaginare, vedendo Gualberto per la prima volta, che egli era già stato baciato e accarezzato da suo padre!
VII.
Erano scorsi vent’anni. Il castello di Ardenberg sorgeva sempre altero e minaccioso fra la valle ed il lago; non una pietra, non una feritoia, non uno stemma mancavano al vecchio edificio. Sembrava che con solerte vigilanza vi fosse chi riparasse costantemente ai danni del tempo, ed il castello appariva ancora quale era allorchè s’incominciò questa storia. Anche il bosco degli abeti aveva il medesimo aspetto di prima; in luogo di qualche albero schiantato dal vento n’erano sorti altri, e l’edere e le borraccine avevano in quel frattempo ricoperto i massi nuovamente caduti dalla vetta dei monti. Il lago stendeva le sue acque limpide e profonde dinanzi al castello, riflettendone le torri e le mura e lambendole con incessante mormorio. Sulla terrazza che univa le due torri e che prospettava il lago, fiorivano leggiadrissimi fiori e piante arrampicanti che ricoprivano vagamente le vecchie mura e ricadevano sulle finestre con ciocche di fiori o con verdissimi rami lunghi e pieghevoli.
Qual’era la mano gentile che ne aveva cura? Che cosa era avvenuto in questi venti anni nella famiglia degli Ardenberg?
Era ancor vivo il conte Ottone? La bella contessa Beatrice dimorava essa ancora nel castello?
Entriamo nella vecchia dimora feudale, e cerchiamo di ritrovarne gli abitanti.
Dopo avere traversato un ampio vestibolo e due vaste sale, piegando a destra si entra nella biblioteca del conte, situata a pianterreno, con le finestre che guardano il lago.
Era sera, e una lampada illuminava soltanto quel tratto della stanza e della grande tavola di mezzo che era vicino alla finestra. Gli altissimi scaffali lungo le pareti erano tutti nell’ombra e così pure tutte le altre parti della biblioteca, ove, proprio nel punto più buio, brillavano di quando in quando le scintille di un sigaro acceso. Era il conte Ottone che seduto tranquillamente in una larga poltrona fumava il suo avana.
Chi l’avesse potuto vedere da vicino avrebbe scorto con maraviglia il sorriso maligno, quasi diabolico, che aveva sulle labbra e il luccichìo insolito dei suoi occhi semichiusi che fissavano con insistenza da più di un’ora un giovane che era seduto all’altra estremità della biblioteca, proprio sotto alla lampada, leggendo avidamente le pagine di un libro che sfogliava con febbrile impazienza.
La viva luce della lampada ne illuminava la testa bionda ch’egli teneva appoggiata sulle mani, e si vedevano le sue dita bianche e lunghe, dita aristocratiche e sottili, premere la folta e ondeggiante capigliatura con un movimento talvolta di dolore, talvolta di impazienza. Tutto il viso del giovane era nella luce; teneva gli occhi bassi, intenti al libro, tanto che le lunghissime palpebre sembravano toccare le guancie pallide; la fronte aveva altissima, il profilo regolare, vero profilo greco simile a quello della contessa Beatrice; intorno alla bocca semiaperta, fresca, giovanile, una di quelle bocche sulle quali il sorriso frequente lascia una traccia di grazia e di gentilezza che più non si cancella, neppure nella più tarda età, spuntavano dei baffi biondi. Mentre leggeva, la sua fisonomia, che doveva essere di straordinaria mobilità allorchè si animava, variava ad ogni momento. La persona del giovane spariva nell’ombra del gran seggiolone ad intagli, nel quale era seduto. Vestiva tutto di nero, e soltanto un collarino bianchissimo, stretto intorno al collo, e che risaltava sull’abito nero, rivelava il suo stato.
Era prete.
Il conte, sempre seduto nell’ombra, guardava e sorrideva.
A un tratto il giovane chiuse il libro, passò rapidamente la mano sulla fronte e si alzò con un movimento rapido, energico come quello di un uomo che ha preso una risoluzione. Pareva che nello stato d’agitazione che lo travagliava egli avesse dimenticata la presenza del conte, o non la curasse. Gli volse le spalle, si avviò verso la finestra, l’aprì, e appoggiando di nuovo la testa fra le mani, e curvando l’alta e snella persona, guardò fisso fisso l’acqua del lago, illuminata dai raggi della luna. Era una sera splendida. Mille stelle scintillavano nella trasparente oscurità della notte, e il lago giaceva immobile e tranquillo, come uno specchio grandissimo racchiuso in una larga e vaporosa cornice di alti monti.
La luce della lampada rischiarò allora tutta la persona alta e snella del giovane, ravvolto con garbo artistico nelle pieghe di seta nera di un abito sacerdotale che sembrava messo a caso o per ischerzo su quell’aitante persona, che aveva le movenze ardite e disinvolte del cavaliere piuttostochè del prete.
Quel sacerdote era il figlio della contessa Beatrice e di Guido Campaldi.
Il conte aveva ottenuto il suo intento. In cambio del nome concesso tanto malvolentieri, egli si era impadronito dell’avvenire di quel fanciullo non suo, scansando nello stesso tempo il pericolo che un bastardo trasmettesse ad altri il nome degli Ardenberg; a questo modo aveva compiuta la sua vendetta e fatta infelice la contessa Beatrice, trasformandole quel figliuolo adorato, bello, intelligente, in un essere che essa doveva riguardare con vergogna, forse con ripugnanza, simile a tanti che con puerile antipatia essa aveva sempre sfuggiti e spregiati.
Fu giorno pieno di angosce per la madre quello nel quale il suo vivace e bellissimo bambino ebbe a spogliare gli abiti eleganti e sfarzosi, de’ quali soleva adornarlo, e tagliati quei capelli d’oro che essa inanellava ogni mattina con tanta cura e tanto amore, s’ebbe a rivestire con la nera veste del prete. Non valsero le preghiere, non valse la resistenza perseverante della contessa; il conte Ottone aveva trovato il modo di vendicarsi, e non era facil cosa distoglierlo dalla sua vendetta. Anche il bambino si ribellò; si ribellò con violenza, con energia, forse istigato dalla contessa che aveva riposto in questo mezzo le sue ultime speranze, e che sapeva che il marito non disamava l’intelligente fanciullo, il quale tante volte l’avea maravigliato colla prontezza del suo ingegno. Ma il conte fu inesorabile; qualche castigo severo, quasi crudele, represse ogni tentativo di ribellione per parte del ragazzetto.
Egli fu accompagnato a Roma dal conte di Ardenberg che affidò la sua educazione ai preti di un seminario, ai quali fece intendere che suo figlio era destinato allo stato ecclesiastico, ma che essendo in questo suo proposito avversato da altre persone della famiglia, era perciò necessario vegliare sul fanciullo, affinchè nessuna cattiva influenza lo distogliesse dalla sua vocazione, come disse loro il conte.
Quei sacerdoti capirono a volo ciò che da essi chiedevasi, e tutti i tentativi fatti più tardi per eccitare il giovanetto alla ribellione contro la volontà paterna riuscirono vani. La contessa non rivide suo figlio che quando era già prete.
Il conte aveva disposto ogni cosa per il compimento dei suoi disegni con accortezza mirabile, e aveva condotto le cose in modo che la contessa non potesse andare a Roma, quando il figlio vi riceveva gli ordini sacri. Perciò stabilì che contemporaneamente fosse fatta al castello di Ardenberg una gran festa di famiglia per il matrimonio di Ermanno, cui egli aveva finalmente, dopo molti infruttuosi tentativi, trovata una sposa nella nobile ma poverissima famiglia degli Altinori.
Jeronima degli Altinori sacrificò nobilmente sè stessa per aiutare i vecchi genitori, ridotti quasi alla miseria; e nello stesso giorno nel quale una generosa giovanetta compiva l’atto infausto che legava la sua esistenza a quella di uno scemo, Gualberto di Ardenberg, a Roma, rinunciava per sempre a tutte le gioie della vita, a tutte le speranze dell’avvenire. Ma Gualberto non entrò in quella via esitante o pauroso; vi entrò con gioia, con entusiasmo giovanile, con un’impazienza degna di un apostolo.
I preti avevano fatto bene l’opera loro; e l’entusiastica indole del giovane agevolò di molto ad essi il difficile incarico. Già nei primi anni avevano scritto più volte al conte, lodando il carattere facile e pieghevole, l’ingegno prontissimo di suo figlio. Ogni anno Ottone di Ardenberg raccoglieva così molte lettere che contenevano elogi grandissimi di Gualberto, e nelle quali si pronosticava ad esso uno splendido avvenire, fondando sopra di lui molte e serie speranze.
E le lettere scritte al conte erano veritiere. Gualberto fu da essi trattato con affetto, con deferenza, e allevato come dovesse esser chiamato un giorno ad altissimi destini, non perchè portava un nome illustre o perchè era un signore ricchissimo, ma per il suo grande ingegno e per l’attrattiva dei modi e dello spirito suo, pei quali pregi non vi era l’uguale nel seminario.
Il giovanetto visse colà lietissimi anni. I suoi educatori, abili ed astuti, sapevano sempre cogliere nel segno, allorchè dovevano presentare alla sua mente qualche nuovo ordine di fatti o d’idee; sapevano porgergli le cose in modo che in lui non nascesse diffidenza alcuna per le dottrine da essi professate. Nè questo riesciva difficile con Gualberto, il quale, come tutti coloro che hanno vivacità d’imaginazione e indole artistica, non era punto diffidente. La grande e bella religione cattolica, che parla ai sensi e rianima tutte le più poetiche imagini della mente, che si è fatta ricca per tanti nobili esempi d’altissima e ispirata abnegazione, di santi e soavissimi entusiasmi, aveva ripieno di fede e di speranza lo spirito di Gualberto. Egli sapeva di poter chiedere alla sua fede quanto volesse, sicuro di ottenere sempre da lei ciò che a lei sola chiedeva; e a qualunque desiderio della mente, a qualunque morboso bisogno di commozione intellettuale egli sapeva di poter soddisfare per opera sua quanto e come voleva.
Gualberto, guidato da saggi e dotti istitutori, era entrato in quella elevata atmosfera religiosa, e vi aveva trovato, non solamente quanto e più di quello sapeva esservi nel mondo cui doveva rinunciare, ma anche la realtà stessa più bella, perchè sempre rivestita di tutta la poesia, di tutto quell’idealismo, dei quali fuori di lì andavano disadorne le cose umane. E lo spirito eletto ed aristocratico del giovane disdegnava quanto v’ha di gretto, di rozzo o di volgare; aveva, in quella giovanissima età nella quale le istintive impressioni non sono moderate dalla riflessione, il bisogno di vedere le cose rivestite con grazia e con fasto di colori vaghi e vivaci; e la religione cattolica è, fra tutte, quella che meglio riveste le dottrine e le imagini sue con arte, con pompa, talvolta con prodigalità. In essa, dovunque egli posasse il suo pensiero, poteva riposarlo fra imagini alte e perfette.
Il sacerdozio era dunque per Gualberto uno stato eletto; egli credeva con esso acquistare il dominio delle opere dello spirito, elevarsi sopra il livello comune; gli sembrava di affratellarsi con tutti gli animi gentili, d’appartenere così alla famiglia di quei nobili entusiasti che sostennero sorridendo il martirio o che vissero felici fra gli sconforti della solitudine e fra i paurosi silenzi dei deserti. Eletti, pei quali il mondo e l’eternità si popolavano per opera di una idea sola e grande. Figuravasi di entrare nella comunità di coloro che credevano essere gl’intermediari fra le miserie della terra e le glorie del cielo; si figurava di far sue tutte le leggende cristiane, tutte le subblimi aspirazioni di quei celebri mendichi d’altri tempi, i quali, regalando l’ultimo lembo della loro veste ai poveri che incontravano per via, vagando a piedi, soli, senza guida, perdevano con indifferenza il loro cammino fra i continenti, cercando una via immortale nel cielo.
Egli aveva abbracciata con la sua ardente imaginazione nella sua maggior grandezza, l’idea cristiana nella religione cattolica. L’aveva presa come un artista e un poeta farebbe sua una delle più vaste creazioni dell’ingegno umano. Aveva la fede di un bambino, l’intensità ardente del pensiero di un adulto. Il giorno che prese gli ordini sacri gli parve prendere con essi il possesso del suo sogno.
Provò una gioia altera, un piacere vivo, come fosse una sensazione fisica; la sua natura aristocratica gioì dopo quell’atto; gli sembrò di non appartenere più al volgo.
I suoi educatori l’avevano spinto arditamente per quella via, e con arte mirabile avevano saputo approfittare delle tendenze del suo spirito. Ma alcuni di essi si sgomentavano di quella foga, di quell’entusiasmo; vi trovavano un non so che di profano, un modo di prendere con indiscrezione, senza dare guarentigia di restituzione; egli apparve talvolta temerario, e perfino in opposizione coi dogmi della Chiesa; la sua esultanza non sembrò umile e raccolta, ma audace, e mista di espressioni che somigliavano troppo a quelle dei piaceri e delle gioie mondane. Ma contro a questi prevalse l’opinione di altri, i quali l’avevano anzi spinto per quella via.
È così – dicevano – che la sua fede prenderà stabili e profonde radici nell’animo suo. Con tale fervore, se caso alcuno lo muovesse e l’allontanasse da noi, non troverà mai altro sentimento nel mondo che gli sappia dare la gioia ch’egli ebbe da questo, e vi tornerà. –
Il vecchio prete che parlava a questo modo diceva il vero. La vita reale non ha ebbrezze di pensiero e di immaginazione, non ha speranze grandi e infinite come l’aveva nel cuore e nella mente il giovane Gualberto.
Pochi mesi dopo che era entrato irrevocabilmente nella carriera ecclesiastica, e mentre già gli si promettevano onori e gradi, assai maggiori di quelli potessero sperare altri all’età sua, ammalò gravemente, e la convalescenza fu così lunga e destò tante inquietudini che gli fu consigliato di andare a ritemprarsi per qualche mese nell’aria natia.
Egli partì da Roma sul finire del marzo con grandissimo desiderio di rivedere sua madre, che da tanti anni non aveva più veduta, ma che gli era pur sempre presente come non l’avesse lasciata che il giorno innanzi; desiderava pure ritrovarsi nelle sue valli del Tirolo, presso il lago azzurro, ove tante volte allegramente aveva vogato nei giorni della sua infanzia. A que’ tempi il lago gli era sembrato vasto come l’oceano, il bosco degli abeti grande quanto una foresta vergine del nuovo mondo. Come li troverebbe adesso?
Nella sua convalescenza Gualberto era tornato molte volte col pensiero alla sua casa, ed aveva provato un desiderio insolito di rivederla. Sembrava che il lungo malore avesse domato in lui quella foga superba che faceva spaziare la sua mente lungi dalle piccole dolcezze degli affetti terreni; pareva che lo spirito suo, stanco di vagare nelle regioni dell’ideale, volgesse in un momento di debolezza le sue aspirazioni alla terra.
Sul finire del viaggio, allorchè s’innoltrò nelle gole degli alti monti, ebbe dall’aspetto della natura, la quale via via che s’avvicinava al castello di Ardenberg andava diventando sempre più grandiosa e selvaggia, un’impressione nuova, quasi dolorosa. Queste roccie nude, queste vette calve, questi dirupi scoscesi, tutta questa bellezza disadorna e vigorosa, provocava nell’inconsapevole suo spirito raffronti colla sontuosa magnificenza di Roma ch’egli tanto amava. Questa bellezza risvegliava un sentimento di ammirazione ben diverso da quell’altro; c’era qui un che di ruvido, di violento nell’evocazione di tale sentimento. Era questo il bello primitivo, che sembrava toccargli l’immaginazione a nudo, senza artifizio, con una violenza quasi rozza; era un trovarsi a tu per tu colle imagini grandi, un sentirsi insolitamente vicino alle cose alte, inarrivabili. Le magnificenze di Roma gli erano sempre apparse invece in abito di gala; le aveva sentite, con rispetto e desiderio, sempre ad una certa distanza da sè. Intermediaria fra lui e la natura v’era stata in ogni tempo l’arte, ma l’arte più bella e più degna d’essere interprete della natura che mai vi fosse; fra lui e la cosa spontanea, originale, eravi sempre stato un velo, una veste, ricca ed elegante sì, ma che pur l’aveva sottratto al contatto diretto della realtà. E lo spirito suo seguendo quella china aveva inteso a quel modo la religione, la vita, l’avvenire; aveva creduto prendere per sè le cose migliori; aveva unito Cristo e Michelangelo, l’amore ed il culto di quanto vi fu di più buono e di più bello; si era servito dell’uno per amare l’altro: si era innalzato per opera delle bellezze artistiche, di tutte le più squisite eleganze della forma e del pensiero, di tutti i più vaghi sogni poetici e religiosi, affine di salire ancor più alto nel mondo raggiante della sua immaginazione; e quel mondo il giovanetto l’aveva chiamato col nome di Religione cattolica.
L’impressione avuta durante il viaggio crebbe, anzichè scemare, allorchè ebbe fatto dimora per alcuni giorni nel castello di Ardenberg.
Rivedendo sua madre e la camera ove abitava da bambino, e i luoghi ove a quel tempo s’era baloccato tante volte, e rivedendo con essi quella natura aspra ed alpestre, sentì che lo spirito suo non seguiva più il solito ordine d’idee; tornò al passato con una tenerezza, di cui non si sarebbe creduto capace; pensò all’avvenire come vi fossero in esso mille sorprese e mille segreti; sentì che il bello non aveva sempre bisogno di rivestirsi di certe forme convenzionali, che certe aristocratiche paure della realtà venivano da ignoranze puerili.
Gualberto passeggiava fra quelle montagne, passeggiava lungo le rive del lago, e guardava e pensava. Talvolta era preso da una voglia pazza di sentirsi ancora più vicine quelle cose belle; provava il bisogno di accarezzare le alghe, di fiutare quei fiori e quelle erbe alpestri, di tuffare il viso e le mani in quelle acque limpide e azzurre, per toccare e avere in suo potere una briciola, una particella di quella grande e altera bellezza della natura che viveva con lui e intorno a lui.
Gualberto sentiva che il suo spirito s’era maturato, s’era fatto a un tratto più vecchio, più forte, più malinconico; provava vuoto e tedio; s’era accorto che già una parte del suo essere morale gli mancava, ma era ancora tanto ricco da non accorgersi quale parte fosse.
Anche la sua fede ardente aveva subìto insensibilmente un mutamento; s’era fatta più severa, più sobria; non s’associava più a certe intemperanze dell’immaginazione; non ardiva popolare quelle vette scarne ed alte, quelle gole oscure, di tante leggiadre, varie e splendide visioni; esse gli sarebbero parse quali dame eleganti in abito da ballo, perdute fra le dimore dei cervi e dei camosci. La religione sua, che in Roma s’alimentava di tutte le bellezze artistiche, di tutte le pompe sacerdotali, spogliavasi qui di quelle ricche vesti e tornava ad una semplicità severa e primitiva. E con questo mutamento inavvertito, con questa tranquillità maggiore nelle cose di religione, nascevano in lui desiderii che non avevano nome nè scopo fisso, ma che l’agitavano, lo turbavano, lo rendevano felice e infelice ad un tempo. Voleva, voleva, e non sapeva ciò che volesse; avrebbe voluto talvolta fermare per sempre il corso del tempo ed eternare un momento felice di contemplazione.
Dotto in molte materie, Gualberto era ignorante di moltissime cose della vita reale. Tranne che in alcune parti de’ suoi studii, egli del resto aveva sempre spaziato in un’atmosfera artificiale. Non aveva dunque imparato a rendersi conto di certi fenomeni pure comunissimi, e ignorava fatti che accadevano a migliaia, a pochi passi da lui. La vita vera gli era stata nascosta dietro un fitto velo ricoperto da splendide e attraenti figure. Adesso, qua e là, il velo si squarciava. Gualberto vedeva rapidamente, a sbalzi, l’ignota realtà; poi tutto si copriva di nuovo, e gli rimaneva nell’animo un desiderio impaziente e un turbamento profondo.
Quando i preti posavano il grande edificio della fede e dell’avvenire religioso di Gualberto su quelle attitudini straordinarie della sua mente e della sua immaginazione per ciò che era grande e ideale, quando alimentavano i suoi gusti aristocratici e i suoi sdegni alteri per le cose volgari, non sapevano che quelle doti, ereditarie in lui che discendeva da una famiglia di grandi artisti, non potevano nutrire per lungo tempo la sua fede; non sapevano che non si può fare di un poeta un prete, e che, se a vent’anni le attrattive delle grandi imagini religiose e le soavi ebbrezze della fede potevano bastargli, l’inganno durerebbe poco; che egli poi, seguendo le istintive tendenze degli avi, tornerebbe alla terra e vi morderebbe con gioia un rozzo pezzo di pane bagnato forse di lagrime sue o altrui.
Gli artisti e i poeti sono i veri genii della terra; hanno bisogno di godere e sentire; hanno bisogno di trarre l’ispirazione dalle fibre, dai colori, dalla gioia e dal dolore. Le cose profane e reali, le abbiette e le grandissime, sono tutte materiale necessario alle loro creazioni; hanno bisogno di lagrime, di sorrisi, di una foglia secca che cade sulla neve, del fiore che muore nel seno di una donna. Ma Gualberto aveva in sè anche altre più forti e più vigorose inclinazioni; tendenze cavalleresche, ereditate d’altra parte; sentimenti d’orgoglio, di generosità, d’aristocratica alterigia. E se da un lato era tratto alle follie della fantasia, dall’altro lo domava un altero sprezzo per certi disordini volgari, e si sentiva così gran signore che non poteva scendere nella folla e cercare fra quella la soddisfazione di un sogno della sua mente. Non s’erano dunque al tutto ingannati coloro che fidavano nella costanza de’ suoi proponimenti; ma prima che potessero essere ben sicuri di lui, egli aveva a combattere ancora una fierissima lotta. Quale delle due aspirazioni così differenti fra loro, che si contendevano l’avvenire di Gualberto, avrebbe vinto? Si sarebbero esse unite concordi, oppure l’avrebbero consumato nella contesa?
Lo vedremo più innanzi.
VIII.
Gualberto aveva ritrovata la contessa Beatrice quasi come l’aveva lasciata; un po’ più magra, un po’ più scolorita in viso, con qualche filo bianco fra i capelli ancora bellissimi; ma il suo sguardo amorevole era sempre il medesimo, il suo sorriso pieno di affetto era ancora quello di tanti anni prima, allorquando lo teneva sulle ginocchia raccontandogli lunghe istorie di fate e di malìe.
Il conte era invecchiato nell’aspetto assai più della moglie, ma lo spirito aveva sempre mordace, vigoroso e pieno di brio. Leggeva molto, andava a caccia e faceva lunghe assenze dal castello.
Ermanno era il solo che fosse realmente mutato. S’era fatto grande, forte, più alto di statura del conte; la sua fisonomia aveva migliorato, lo sguardo aveva meno fisso e meno ebete, il contegno più tranquillo, e appariva perciò meno infelice lo stato della sua mente.
Di quel mutamento andava debitore all’amore instancabile della madre, alla perspicacia dell’affetto che aveva scoperte le più nascoste attitudini del suo intelletto e aveva raccolte le idee in istato di embrione per tentare di farle vivere. Fu inferiore a tante fatiche il risultato, ma pur qualcosa ella ottenne. Ermanno leggeva con lei, ma per lo più intendeva le parole, non il senso; l’accompagnava nelle passeggiate, nelle visite, perfino nei viaggi; in quelle occasioni il suo contegno era irreprensibile, perchè col silenzio e coll’immobilità celava a tutti la sua disgrazia.
Il poveretto aveva coscienza della sua inferiorità, sapeva che pesava sopra di lui una disgrazia che lo faceva dissimile agli altri per modo che le cose loro egli non le intendeva; e con quel piccolo raggio di intelligenza che gli rivelava lo stato suo, si era spento il sorriso di felice ebetismo che vedevasi quasi perennemente sul suo viso, quando era bambino. Apparve meno sciocco, ma fu più disgraziato. Si svegliò anche in lui un certo orgoglio aristocratico che lo faceva accorto di ogni più piccola mancanza, di ogni malevolo sorriso, quando era fra gente nuova o sconosciuta; e allora stava zitto, attento a sè, nascondendo con l’orgoglio la povertà della sua mente.
Amava la campagna, amava i fiori, ma più d’ogni altra cosa amava, anzi adorava sua madre. Da bambino allorchè non aveva peranco imparato a frenare gl’impeti dei suoi affetti e dei suoi desiderii, si abbandonava talvolta a dimostrazioni quasi pazze d’amore per lei, le gettava le braccia al collo con urli, mordeva, rideva, le copriva il viso di baci e di carezze; ma poi a poco a poco, incerto sempre sul modo di contenersi, diffidente di sè, non potendo portare la luce dei suoi pensieri confusi e annebbiati, sulle proprie azioni, si moderò, cercò alla meglio di starsene sempre tranquillo e nascondere di sè quanto più poteva a quelli che gli stavano attorno.
Era talvolta coraggioso sino alla temerità o all’inconsapevolezza del pericolo, mentre aveva di alcune cose timori infantili, invincibili. Non ci fu verso, per esempio, di farlo andare una sola volta sul lago, di farlo bagnare nelle acque limpide di esso, raccolte in una vasca presso al castello. Aveva orrore, paura irragionevole, del lago. Quando vi era una bufera e che l’onde si accavallavano e s’infrangevano rumorose contro le mura del castello, il povero scemo si turava le orecchie e stava per ore intere in quella positura. Soltanto la presenza di una persona sconosciuta avrebbe potuto indurlo, per sentimento di orgoglio, a mutar positura e a tollerare il frastuono, spaventevole per esso, dell’acqua in burrasca.
I contadini avevano un amore superstizioso per il conte Ermanno. Egli conversava volentieri con loro, e se per il suo modo di discorrere o per le sue idee confuse essi non intendevano talvolta ciò ch’egli volesse dire, pure facevano come se l’avessero inteso, e con la cortesia istintiva che viene dal cuore gli nascondevano pietosamente le tristi conseguenze del suo stato.
Ermanno aveva un’intuizione più chiara delle cose istintive che delle altre; portava nelle relazioni familiari un sentimento riverente di amore; se alcuno fra’ suoi contadini perdeva un figliuolo o la madre o la moglie, egli provava subito una pietà gentile che cercava dimostrare con parole talvolta confuse o inopportune, ma sempre buone, e cercava di alleviare la loro afflizione con doni e promesse. Prendeva cura degli animali, delle piante, dei fiori; intendeva i bisogni, aveva quasi l’intuizione di ciò che riguardava questi esseri inferiori, come si sentisse egli più simile e prossimo a loro che a quegli altri che meglio di lui avevano fatto esercitare e progredire tutte le facoltà del loro cervello.
Benchè avesse più di venticinque anni, serbava sempre nel modo di manifestare i suoi desiderii, di comportarsi colle persone di casa, un fare fanciullesco come fosse ancora bambino. Per lui il grande periodo di mezzo, il più attivo e fecondo nel corso della vita dell’uomo, trascorreva inavvertito; egli era destinato a passare dall’infanzia alla decrepitezza della vecchiaia senza altre evoluzioni. Allorchè gli si fece intendere che trattavasi del suo matrimonio, che una giovinetta di modi gentili ed amorevoli doveva diventare sua sposa, ne provò una gioia intensa, esultante.
Ermanno non provò un piacere da scemo; provò l’ingenua e gentile felicità di un fanciullo, cui fosse promesso in dono un balocco; un balocco che parla, che si muove, che fa ogni cosa come lui, che lo dovrà amare, mentre egli veglierà sopra esso, che egli potrà veder muovere, ridere, parlare, fin che vuole, che potrà far felice o infelice a suo talento, che lo accompagnerà dovunque gli piacerà di portarlo seco. Ma Ermanno in quella gioia non ebbe un pensiero triviale; quella sua intelligenza appena sbozzata, quelle fibre tronche dell’animo suo, erano gentili, delicate, di una soavità quasi femminile; egli pensò al suo trastullo con gioia, con impazienza, ma con rispetto.
Quel trastullo tanto sospirato dallo scemo era Jeronima degli Altinori.
Nobilissima di casato, aveva visto precipitare nell’abisso d’incessanti sventure gli ultimi averi di una famiglia già quasi povera, allorchè ella nacque. La miseria attendeva la madre e le sorelline nel volgere di pochi mesi, la prigione per debiti il padre. Jeronima adorava i suoi genitori, e sentiva stringersi il cuore nel vedere la testa bianca e altera di suo padre chinarsi sotto al peso della sciagura e delle vergognose prospettive dell’avvenire. Ella avrebbe dato la vita volentieri per salvarli. Ma che poteva fare pei suoi? Fu allora che il conte d’Ardenberg, che conosceva da un pezzo gli Altinori, si presentò con generose proposte e l’offerta della mano di suo figlio.
Jeronima accettò senza esitare, come si sarebbe buttata dalla vetta di un monte in un abisso.
I suoi genitori, le sue sorelline, l’onore della sua casa sarebbero salvi.
Jeronima rispose al conte con fermezza e disinvoltura, accettando la sua offerta.
Il conte sentì la mano della fanciulla tremare fra le sue, ne vide le labbra, prima rosee e belle, divenir bianche e quasi livide mentre proferiva con dignità e mestizia la sua condanna.
– È un gran carattere, – disse il conte fra sè, e guardò con diffidenza e compassione ad un tempo l’altera fanciulla che doveva presto diventare la sua nuora.
Jeronima non era bella, ma in alcuni momenti poteva sembrare bellissima. Alta, snella, aveva movenze di una grazia inimitabile e una nobiltà nel contegno tutta sua. Aveva capelli castagni e occhi scuri, grandissimi; ora splendenti di luce, ora velati, profondi, soavissimamente pensosi; il naso e le labbra sottili; la bocca grande, mobile, scopriva ad ogni momento denti uguali e bianchissimi; le mani poi erano quelle di una bambina e di una fata: piccole, sottili, perfette.
Jeronima s’era già incontrata qualche volta con Ermanno e l’aveva guardato ogni volta con pietà; ma più che per lui aveva sempre provato compassione per la madre, che gli dedicava tante cure, tante gentili attenzioni. Allo scemo aveva badato assai poco, ed ora questo scemo le si presentava quale fidanzato!
L’impressione che provarono quei due fu ben diversa allorchè si rividero sapendo che erano destinati l’uno all’altro. L’incontro durò poco; tutti sapevano che non conveniva ritardare queste nozze per non prolungare lo stato d’incertezza, nè la difficile situazione dei fidanzati. Fu dunque fissata la celebrazione del matrimonio a termine brevissimo.
Jeronima fu lì lì per perdere il coraggio nel rivedere Ermanno. Ebbe una voglia disperata di fuggire, d’affrontare qualsiasi altro pericolo, qualsiasi sorte disgraziata piuttostochè questa. La lotta fu grande, ma la generosità di Jeronima la vinse. Nascose quelle angosce a tutti, e due sole fra le persone presenti a quell’incontro ebbero il sospetto delle sue sofferenze: l’una era il conte di Ardenberg, l’altra il padre suo.
Ermanno taceva, commosso, maravigliato, pieno di curiosità e d’impazienza. Guardava insaziato la sua fidanzata; la guardava proprio come un fanciullo guarderebbe un dono di Ceppo. Non poteva apprezzare il valore delle grazie della sua persona, nè l’attrattiva dei suoi modi graziosi e nobili, l’eleganza delle mosse e dell’atteggiamento; era quello un giudizio troppo elevato per lui, ed egli non lo poteva fare; ma ricercava i particolari, le guardava i cappelli, l’orecchio piccolo e trasparente, le palpebre lunghe e oscure, i denti bianchi, e avrebbe voluto osservare tuttociò più da vicino, prendere fra le dita quei capelli castagni, toccare quelle orecchie rosee e sottili, contare quei dentini come fossero un vezzo di perle. Poi l’invadeva un sentimento di paura, un timore fanciullesco di commettere uno sbaglio, di meritare punizione, e già cominciava a spuntare in lui un’intuizione vaga di farle torto, di non essere degno di quella persona grande, bella, viva. Ei sentivasi come un povero diavolo che volesse ospitare una regina, e nella sua misera capanna non avesse nulla ad offrirle che fosse degno di lei.
Ermanno provava confusamente in sè questi sentimenti, e taceva.
La fanciulla gli rivolse la parola con cortesia. Ma egli non intese, e rispose con monosillabi che ella pure non capì. La forza di volontà dell’energica giovinetta bastò appena per reggerla sino alla fine di quel primo colloquio; lo sguardo fisso di Ermanno sopra di lei la torturava con tutte le più pungenti amarezze di un disgusto invincibile; ma quando, nel prendere congedo, lo scemo, facendo con essa ciò che soleva fare con sua madre, le prese la mano, e su quelle dita bianche e sottili posò le sue labbra grossolane, la fanciulla ritrasse vivamente il braccio.
Allorchè gli Ardenberg ebbero preso commiato, il padre di Jeronima la baciò in fronte, e trascinato dalla commozione le disse che non poteva accettare il suo sacrifizio, e che era pronto, qualora lo volesse, a sciogliere la promessa fatta al conte Ottone. Ma Jeronima ricusò; finse, mostrò anzi di essere lieta e superba di poter mutare la sua modesta condizione con quella fastosa di una contessa di Ardenberg; disse che Ermanno era buono, docile; disse infine tutto quanto le si affacciò alla mente per convincere suo padre. Il povero vecchio capì che la sua generosa figliuola si sacrificava per lui, ma sperò che le ricchezze e l’avvenire splendido la compenserebbero del sacrifizio, e fingendosi persuaso la baciò in fronte.
– Che Dio ti benedica, Jeronima, – le disse, e la lasciò sola.
Era tempo. La poveretta non ne poteva più. Nascose il capo fra i guanciali e pianse. Ma non furono di quelle lagrime abbondanti, di quei singhiozzi violenti e continui che travagliano i petti deboli e sgorgano dagli occhi di chi non sa sopportare sventura; erano grosse e rare lagrime che ella premeva sul guanciale con impazienza, col dolore di non saperle trattenere; era un’amarezza piena di paura; era un terrore vago, incerto, disperato, di altri peggiori disgusti nell’avvenire.
L’animo ribellato di Jeronima, lottava tra due sentimenti diversi; ora si sentiva forte, sicura di sè, pronta a qualsifosse dolore o abnegazione, ora dalla stessa sua fierezza traeva argomento d’invincibile umiliazione e vergogna.
Ben diversi erano in quel giorno i sentimenti di Ermanno. Egli era beato. La rivedeva incessantemente cogli occhi della sua debole mente; la rivedeva ne’ suoi particolari, così come l’aveva guardata.
La piccola mano di Jeronima danzò tutta la notte, come fosse una farfalla e avesse l’ali, attorno ai pensieri di Ermanno. In sogno egli sorrideva di quel sorriso ebete della sua infanzia, dimenticato da un pezzo; egli pensava, pensava. Ma poi, a un tratto, s’arrestò in quel suo lieto fantasticare, e arrossì con un sentimento di pudore infantile; gli parve di vedere il dolce viso di sua madre, gli parve di aver fatto qualcosa di male senza saper bene ciò che fosse, e per un pezzo non potè più veder chiaro nel torbido lavorìo della sua mente ottusa, già stanca di tanta e insolita attività. E rassegnato, colla pazienza consueta, attese che gli tornasse il barlume di un’idea o d’un’immagine. Ma non venne; e verso l’alba s’addormentò.
Ermanno e Jeronima erano sposi da sei mesi, quando Gualberto giunse al castello. Egli s’accorse con piacere che lo stato di suo fratello aveva migliorato; ma guardò con diffidenza, quasi con sprezzo, la giovane moglie di esso.
Quale triste cagione poteva spingere una fanciulla non ancora ventenne ad unire la sua sorte a quella di un poveretto cieco d’ingegno come il fratello suo? Per lui che non vedeva cosa più alta della vita intellettuale, che non conosceva altra gioia all’infuori di quella dello spaziare nelle regioni più elevate del pensiero, tal fatto era un’abbiezione incomprensibile. Egli intendeva benissimo che un gran signore, di propria volontà, si facesse mendicante; ma che un essere intelligente si unisse per sempre a far vita comune, si mettesse nella dipendenza di uno scemo per ottenere onori e ricchezze, egli non sapeva in alcun modo comprendere.
Jeronima l’accolse con molta cortesia, con quel suo contegno altero e grazioso ad un tempo che piaceva tanto al conte Ottone, ma in quella cortesia non traspariva alcun desiderio di mettersi in relazioni affettuose o familiari con lui. Ella sembrava indifferente a tutto e a tutti; simile ad un essere che si è ucciso, ma che vivendo ancora la vita di un fantasma, passa fra le cose di questo mondo senza aver più alcun diritto di ritrarne gioia o dolore.
Ermanno l’adorava. Era un’adorazione ingenua, mista di rispetto, di paura, di gioia stolida, di brutalità primitiva.
Il suo idiotismo e la sua ignoranza, unendosi ad un’istintiva gentilezza, moderavano le manifestazioni di quell’amore. Cosa maggiore di un sorriso di Jeronima, non vi era per lui nel mondo; nè ancora n’avea esaurite tutte le grazie, tutti i gentili misteri; poter dire che ella era sua, sembravagli una felicità sì grande, che avrebbe voluto ringraziarne incessantemente lei e gli altri; e avrebbe voluto che le torri del castello e gli alberi del bosco e le acque del lago avessero intendimento per accogliere le espressioni della sua riconoscenza.
Ma il balocco che lo faceva tanto felice, sorrideva di rado, e qualche volta gli era sembrato perfino che avesse pianto. Quel balocco vivente aveva egli fame, freddo; voleva esso fiori, belle vesti, voleva altri trastulli per sè?
Lo scemo l’osservava sempre, e un giorno uscì cheto cheto dal salottino di sua moglie, andò sulla terrazza e vi colse tutti i suoi fiori prediletti. Colse le foglie, svelse perfino le pianticelle e venne a portare questo mazzo che rappresentava le cose che gli erano state più care, l’unica occupazione e cura di molti anni, e li sparse senza parlare sul tappeto ai piedi di Jeronima. Essa lo guardò maravigliata.
– Perchè hai sciupato tutti i tuoi fiori che erano tanto belli e che amavi tanto? – domandò dolcemente.
– Perchè – rispose a stento Ermanno – perchè sono meno belli di te, e perchè amo te più di loro. Sono qui tutti a farti festa e tu devi ridere; voglio che tu rida. Perchè non ridi mai? –
Jeronima sorrise; fu un mestissimo sorriso, ma lo scemo non capì che fosse mesto, e la ringraziò d’aver riso; poi con fanciullesca gentilezza ringraziò i fiori d’averle fatto piacere.
Le povere pianticelle ed i bei tralci fioriti appassivano presto. Lo scemo li guardava con malinconia.
– Sono appassiti tutti, – disse Jeronima, – ora tu non li hai più e te ne dispiacerà.
– Sono morti per farti piacere e devono essere contenti, – rispose Ermanno con una prontezza che maravigliò la sua giovane sposa. – Anch’io morirei per farti piacere, se tu lo volessi. –
Jeronima guardò con dolcezza e pietà il povero scemo, che lasciando favellare il suo amore, non sembrava più tale. Lo guardò più del solito nel mentre che egli, dopo questo breve sfogo, era ricaduto nella sua consueta apatia.
Che ci fosse in lui qualcosa che dormisse ancora?
Che ci fosse un raggio nascosto di luce? – Ma Jeronima s’avvide ben presto che non c’era più nulla; che l’amore di madre aveva frugato e rifrugato in ogni canto di quella mente. S’era ottenuto quanto si poteva ottenere; ora se un lampo fugace e inatteso brillava nell’ombra, era un raggio isolato di amore per lei.
Gualberto s’incontrava di rado con la cognata. Essa usciva di casa ogni mattina per tempo e faceva lunghe passeggiate nelle valli vicine; Ermanno l’accompagnava sempre, e quando il conte non era a caccia o in viaggio, anch’egli le teneva compagnia volentieri e trovava piacere grandissimo a conversare con la nuora. Durante il giorno Gualberto non la vedeva mai; s’incontravano solamente al pranzo, per il quale essa scendeva puntualmente sempre alla medesima ora, vestita con semplicità ed eleganza, con un che di rigido e altero nel contegno che contrastava singolarmente con la sua apparenza giovanile; era cortese con tutti, ed aveva per il conte e la contessa di Ardenberg tratti gentili di rispetto quasi filiale. Dopo il pranzo se ne stava lavorando presso la contessa Beatrice, e allorchè questa si ritirava nella sua camera, ciò che talora avveniva assai per tempo, essa rimaneva conversando col conte, oppure si recava nella biblioteca.
Il conte incominciava ad amare e rispettare la sua nuora; ammirava adesso davvero la generosità e la forza di carattere di Jeronima, e si maravigliava della sua coltura e intelligenza. Ogni volta ch’egli conversava con lei, faceva qualche nuova scoperta nella sua intelligenza o nel suo modo originale di giudicare le cose e le persone. Non era però facile carpire un segreto a quell’animo indipendente, sdegnoso di manifestarsi. Il conte trovava un diletto finora sconosciuto nell’indagare quello spirito ritroso; gli venivano delle curiosità psicologiche, mentre incominciava a provare un affetto quasi paterno per essa. Poteva trattare molti argomenti con lei, che era assai colta, ma che ancor più della coltura aveva perspicacia. Il conte d’Ardenberg trovava un piacere nuovo conversando con Jeronima; gli pareva che stesse più degli altri attenta alle sue parole e che portasse in ogni argomento una parte maggiore di attenzione di quel che non facessero gli amici e colleghi suoi, allorchè discuteva con essi. E il conte aveva ragione. Jeronima prendeva parte al discorso in modo ben diverso degli altri; essa non parlava mai di sè, nè a sè pensava; trattava gli affari altrui, allorchè discorreva delle cose che riguardano la vita comune dell’intelletto, l’operare collettivo delle genti; ella non apparteneva più che per forma alla società, dacchè era stata condannata all’inoperosità, dacchè aveva rinunciato alla sua parte, alla giovinezza, alle speranze dell’avvenire, all’orgoglioso desiderio di entrare nel numero di coloro che vivono di una vera vita del cuore e della mente. L’aveva pur sognato tante volte in altri tempi, ma ora quel sogno era dileguato per sempre!
Essa era troppo altera per lasciar indovinare ad altri quale amarezza aveva in fondo all’animo e far pompa dei suoi dolori; per lei ciò sarebbe stato come presentarsi in abiti sdruciti e malconci dinanzi alla gente. E la giovinetta nascondeva il suo dolore dietro a dei sorrisi cortesi, a delle parole gentili, a una indifferenza apparente, nello stesso modo come rivestiva con cura la sua bella persona, presentandosi al pranzo familiare, quasi non fosse fra i suoi, ma come invece l’attendessero ospiti illustri ed esigenti. Per essa erano tutti estranei in quella casa degli Ardenberg; aveva rinunciato alla famiglia, quando vi entrò. La famiglia, come l’intendeva lei, era un soavissimo ideale di tutte le più nobili manifestazioni, di tutti i più fecondi affetti della vita collettiva, e Jeronima, allorchè sposò uno scemo, sapeva che quell’ideale non avrebbe potuto effettuarlo mai più. Della vita familiare non poteva prendere per sè ormai che i sacrifizi e le abnegazioni, e li prese coraggiosamente; era questo il compenso che doveva agli Ardenberg che le avevano soccorso il padre, e non volle essere in debito con essi di un quattrino; pagava senza riposo con ogni fibra, con ogni pensiero, con ogni speranza, e mentre compiva questo dovere guardava mestamente gli altri a vivere.
E il conte Ottone trovava, che nell’osservare gli altri i quali vivevano in modo tanto differente da quel che poteva vivere lei, e nel giudizio che sopra di essi portava, Jeronima aveva una potenza di raziocinio, un’imparzialità così elevata, che talvolta gli faceva ricordare con raccapriccio, quasi avesse commesso un sacrilegio, che era stato per opera sua che ella era divenuta la moglie di uno scemo.
Ed egli aveva potuto credere, che ella non fosse altro che una piccola vanerella, desiderosa di diventare una gran dama e di portare il suo nome!
Allorquando, durante le lunghe passeggiate che solevano fare assieme, lo coglieva questo pensiero, egli si soffermava incerto, e guardava l’altera giovane che camminava accanto a lui discorrendo sempre con tranquillità, mentre fissava con occhio malinconico il lontano orizzonte, e in que’ momenti chiedeva a sè stesso ciò che ella pensasse in cuor suo del povero Ermanno e di tutta la sua famiglia.
Ma quel grande occhio nero e velato non diceva così facilmente i suoi segreti, nè il conte sentì mai più quelle manine di fata tremare fra le sue come l’avevano fatto la prima volta. che la vide.
La forza di volontà di Jeronima sembrava crescere anzichè scemare col tempo.
La sola volta che al conte era stato possibile di strapparle una parola più vivace del consueto, di farle dimenticare la tranquillità abituale, fu quando le consegnò una chiave della sua biblioteca, ch’egli teneva sempre gelosamente chiusa durante le sue assenze, e che gliela diede con preghiera di andarvi sola.
– Ne darò spiegazione io stesso a Ermanno ed a mia moglie; è questo un privilegio che voglio concedere a te sola, perchè tu sola lo saprai apprezzare. –
Jeronima allora lo guardò con tale un’espressione di riconoscenza e con certi occhi tanto lucenti, come non ne aveva visti mai; poi gli stese le mani con un gesto familiare ed insolito, ma pieno di grazia e di spontaneità.
– Oh! la ringrazio mille e mille volte proprio di cuore… –
Il conte la fissò con dolorosa maraviglia e provò un vivo sentimento di pietà. Qual bisogno d’isolamento, di liberarsi, per qualche ora almeno, dalla povera compagnia di suo figlio, di essere sola a gustare nel silenzio il frutto dell’altrui intelligenza, e ritemprarsi sopra una pagina immortale del lungo martirio inflittole da un idiota, rivelavano quelle parole! Fu la prima volta che il conte potè misurare il profondo sconforto che Jeronima gli nascondeva sempre gelosamente. Ne provò una pietà vera, cavalleresca. Sentì vicino a sè uno spirito eletto che moriva di sete e di fame, che non aveva contento nè riposo, e decise di aiutarlo in ogni modo. Era una sventura che poteva capire e che era degna di essere intesa e soccorsa da lui.
Egli prese le mani di Jeronima e si chinò sopra la fronte di lei baciandola paternamente.
– Ho inteso, Jeronima, e ti aiuterò d’ora innanzi in tutti i modi, – disse piano. – Uno spirito come il tuo, non dev’essere entrato nella mia casa per morirvi d’inanizione. Sei mia figlia, – continuò a dire, prendendole la mano e passandola sotto al suo braccio per proseguire la via, – e gli Ardenberg non ebbero mai una figliuola più degna di essere amata, nè più intelligente di te. –
Il conte non soleva parlare facilmente con tanta amorevolezza; anzi si abbandonava volentieri, discorrendo anche cogli amici più cari, ad un’ironia mordace che coloriva ognora il suo discorso.
Jeronima, confusa e commossa dalle insolite parole del conte, stette muta per un pezzo; ma poi, ripensando alla gioia rivelatrice che aveva manifestata al suocero, allorchè egli le aveva fatto quell’offerta, ne fu scontenta, e le parve che fosse questa la prima volta che aveva mancato al suo dovere verso il povero Ermanno.
Il conte mantenne con fermezza la sua promessa. Ermanno si ribellò, quando per molte ore del giorno dovette privarsi della compagnia di Jeronima, ma le severe ammonizioni del conte, che egli temeva, e le persuasioni della madre, lo tranquillarono, ed egli le concesse volentieri questa breve libertà, accorgendosi a poco a poco che essa usciva sempre dalla biblioteca più affabile, più lieta ed amorevole con lui.
Un giorno, mentre Jeronima sedeva accanto ad una finestra della biblioteca che guardava il lago, e con un libro aperto sulle ginocchia se ne stava assorta nello sconforto di mestissimi pensieri, la porta si aprì improvvisamente e il conte entrò accompagnato da Gualberto.
Jeronima fece un movimento per alzarsi. Credeva che padre e figlio avessero a discorrere fra loro di qualche interesse di famiglia, perchè non aveva mai incontrato Gualberto nella biblioteca prima di quel giorno, e si mosse per uscire. Ma il conte con un sorriso pieno di benevolenza le fece cenno di restare.
– Gualberto – disse – è anch’esso ormai un privilegiato come te. È tempo che egli legga quei libri che la prudenza dei suoi educatori gli ha tenuto nascosti finora. Chiamato a vivere fra gli uomini, a guidarli, ad operare per essi, deve conoscere quanto è stato fatto dal progresso umano. E poi – aggiunse il conte con leggiera ironia – la sua fede non può più temere ormai di essere scossa dalla vana parola di un filosofo o di pensatore. Qui – disse avvicinandosi agli scaffali di destra – qui stanno gli scritti di coloro che hanno creduto che la verità fosse un’altra da quella insegnata dalla Chiesa; qui è tracciata la lunga striscia di luce o il velo di nebbia come tu vuoi – aggiunse ancora ironicamente – che attraverso lotte secolari è oggi nel periodo del suo maggiore incremento. Conviene conoscere l’errore per combatterlo, per non avere dinanzi a sè un nemico ignoto, forse più debole di quanto si crede. –
– Hai ragione, – rispose ingenuamente Gualberto. – È un desiderio che ebbi da un pezzo e che provo ora più che mai. L’essere solo qui, con questa grande natura che mi circonda e che mi sembra nuovissima, tanto era il tempo che non la rivedevo, mi stanca, mi turba; c’è come una lotta fra me e lei, e non so qual cosa ci contendiamo. Mi farà bene ritemprarmi invece nelle lotte dell’intelletto e rinvigorire la mia fede combattendo col pensiero l’errore e la falsità. –
Jeronima, obbedendo al cenno del conte, era rimasta alla finestra; si era però sporta da essa come guardasse di fuori, affinchè il conte potesse così parlare più liberamente col figlio; le sembrò pure che l’argomento del discorso fosse tale da rendere imbarazzante pel giovane prete la presenza di un testimone. Ma, nonostante la sua intenzione di discrezione, non le sfuggì una sola parola di quanto dicevano il conte e Gualberto.
Non poteva comprendere qual fosse l’imprudente cagione per la quale si voleva turbare sì presto la fede del giovane e credente sacerdote, e darlo in preda tanto inconsideratamente al dubbio ed alle più crudeli incertezze. Anche il tuono e i detti ironici del conte la maravigliarono. V’era in essi un non so che di maligno, come un riso diabolico nascosto sotto accorte parole.
– Perchè il conte aveva fatto prete suo figlio? – continuava a pensare Jeronima, mentre Gualberto ed il padre conversavano ancora nel fondo della biblioteca. – Perchè ora dopo averlo fatto prete lo porta in questo luogo? –
Il conte poco dopo si avvicinò alla finestra dove stava Jeronima, e con accento ben diverso da quello usato col figlio, le rivolse la parola e le disse che essendosi proposto di andare per tempo alla caccia mattina seguente, avrebbe dovuto lasciarla sola in quella sera, volendo coricarsi subito; le augurò dunque la buona notte e se ne andò.
Gualberto, fermo dinanzi allo scaffale indicatogli da suo padre, guardava tutti quei libri colle belle legature dorate, e sembrava avesse davanti agli occhi una legione di giganti o di mostri che volessero divorarlo. Era colto lì all’improvviso da una paura superstiziosa di quelle parole stampate; egli che aveva letto tanto se ne stava ora incerto dinanzi a queste opere, come fosse un analfabeta che non ha mai veduto una raccolta di libri.
Erano tutti nomi di autori già noti a lui quali nemici della Santa Chiesa, quali audaci ribelli alle sue dottrine, ed egli contemplava ora per la prima volta le opere che portavano il loro nome. Non si sentiva forte in questo momento; gli sembrava che quei libri dovessero portargli via dei cari pensieri, delle dolci speranze, delle credenze ardentemente amate.
Jeronima lo guardava.
Essa lo conosceva poco, e non si erano parlati che di rado. Jeronima aveva avuto subito l’intuizione che il giovane ecclesiastico non aveva simpatia per lei, ed anzi aveva scorto nel suo contegno indizi di poca benevolenza. Pur tuttavia, allorchè Gualberto montò sopra uno sgabello e stava per levare un volume dallo scaffale, Jeronima fece un movimento come per trattenerlo, e disse a mezza voce una parola. Gualberto si voltò rapidamente:
– Ha parlato, contessa Jeronima? – domandò con un certo fare impaziente come se lo noiasse l’essere trattenuto.
Jeronima si pentì ed ebbe quasi vergogna di quel movimento inconsulto.
– Nulla… nulla; – balbettò. – Temeva… che cadesse lo sgabello, – poi, scesi i gradini che mettevano al vano dell’alta finestra, ripose il libro che aveva tenuto sino allora nelle mani, fece un saluto a Gualberto e uscì dalla biblioteca.
IX.
Nei giorni seguenti Jeronima trovò sempre il cognato seduto al posto del conte, leggendo avidamente l’un dopo l’altro i libri che gli erano stati indicati dal padre; talvolta era tanto assorto nella lettura, che non si accorgeva neppure che ella entrava nella biblioteca; non vedeva neppure il saluto e il freddo sorriso che essa gli rivolgeva. Jeronima, ora che la biblioteca non era più tutta sua e del conte, si sarebbe volentieri astenuta dall’andarvi, se avesse potuto isolarsi altrove dalla gravosa presenza del povero scemo, e levarsi altrimenti, per qualche ora, la maschera di un contegno lieto, tranquillo, e amorevole, che certe volte le sembrava intollerabile. Abituata a leggere e studiare, era la biblioteca il solo luogo ove poteva riposare isolandosi. Ivi, senza essere molestata, ritemprava l’animo nello studio e nella lettura.
Gualberto non usciva più di casa; le sere sino ad ora tarda stava leggendo nella biblioteca. Jeronima per non disturbarlo, aveva variato più volte l’ora nella quale v’andava, ma l’aveva sempre trovato, v’andasse la mattina per tempo o tardi la sera.
Essa vedeva crescere con inquietudine ogni giorno nel giovane la smania, l’impazienza di divorare quei libri; egli era divenuto pallido, era indifferente a tutto, e durante il pranzo non parlava quasi mai, nè s’accorgeva degli sguardi lunghi ed ansiosi co’ quali la contessa Beatrice lo fissava, quasi volesse interrogarlo.
Passarono molti giorni, ma Gualberto durava sempre in quella fatica febbrile.
Tutta la sua mente, tutti i suoi desiderii, tutti i suoi affetti erano lì, disarmati, colpiti da mane a sera da quei piccoli caratteri neri impressi sulla carta, feroci ed inesorabili nella loro immobilità. Essi gli dilaniavano l’animo senza posa e senza misericordia. Che cosa sarebbe avvenuto alla fine?
Talvolta Gualberto sostava, e lo sguardo suo cadeva allora sopra il viso pallido di Jeronima, che leggeva a poca distanza da lui, immobile, attenta, con un’espressione di severità, alcune volte di dolore, sull’intelligente fisonomia. Ma non sempre ella leggeva; allora egli la vedeva appoggiata alla finestra colla bella persona leggermente curva e coi grandi occhi pensosi, fissi all’orizzonte. A che cosa pensava essa allora?
Nelle sere ancor fredde fra quei monti, sebbene fosse già aprile, la vedeva con una lunga veste di velluto nero che faceva spiccare singolarmente la grazia elegante della sua persona, e là, poggiata a quel parapetto, sembrava il ritratto vivente di una castellana del Medio Evo.
La presenza di Jeronima non dispiaceva a Gualberto; la sua tranquillità imponeva un certo riserbo al suo spirito agitato; egli amava sentirsi vicino in quelle ore d’amarezza e di dubbio un essere vivente capace forse anch’esso di soffrire e di lottare. Un giorno egli si accorse che i libri che leggeva Jeronima erano precisamente quelli del medesimo scaffale dove egli prendeva i suoi; ne fu maravigliato, ma era troppo occupato di sè per osservare lungamente gli altri. La sua poca stima di Jeronima non diminuiva per questo, che anzi ogni fatto che gli rivelava maggiormente l’intelligenza di essa, gli faceva sembrare ancor più spregevole la bassa ambizione che l’aveva spinta per vanità e per avidità di ricchezze a sposare uno scemo.
Un giorno, conversando con suo padre, che gli parlava degli Altinori, gli venne fatto di chiedere in qual modo Jeronima, che sembrava donna colta e intelligente, avesse acconsentito a diventare la moglie d’Ermanno. Il conte alzò leggermente le spalle e guardò Gualberto con un’espressione di sprezzo. – Bisogna esser semplice o prete – disse fra sè – per non capire certe cose; – e poi aggiunse forte:
– Gli Altinori, sebbene di grande e antichissima nobiltà, erano stati colpiti da tante disgrazie, che il barone, padre di tua cognata, sarebbe finito non solo in miseria, ma forse in prigione, se… – Gualberto guardò il conte maravigliato.
– Ebbene?… – domandò il giovane con impazienza.
– Se Jeronima non si fosse sacrificata per lui! Feci intendere a certi amici di casa che la futura moglie di Ermanno avrebbe potuto disporre di un patrimonio, che la metterebbe in grado d’aiutare anche maggiori sventure che non fossero quelle degli Altinori. Lo dissi io stesso a Jeronima, ed essa divenne la moglie d’Ermanno. –
Il giovane non rispose, e il conte lo guardò con un piccolo ghigno. – Non è con quella veste che si fanno certe cose, – pensò fra sè.
Allorchè Gualberto rivide il giorno seguente sua cognata, la salutò, non solo con gentilezza insolita, ma con rispetto così grande, come se ella fosse un essere superiore a lui; Jeronima sulle prime n’ebbe maraviglia, ma poi, dopo breve riflessione, un mesto sorriso le sfiorò le labbra. Essa aveva presso a poco indovinato il vero. Ma che cosa le importava che si credesse l’una cosa o l’altra?
Andò alla finestra, appoggiò la testa alla mano, e guardò più lungamente del solito le onde del lago, che chiare e scintillanti s’infrangevano sotto al parapetto.
Vedeva il contorno mobile dell’ombra delle torri variare col muoversi dell’acqua, e ne’ momenti di tranquillità vedeva le alghe del fondo piegarsi e sollevarsi con movimento grazioso e monotono.
Gualberto alzò gli occhi parecchie volte in quella mattina e la guardò con attenzione e riverenza. Vide per la prima volta la rassegnata espressione di dolore che faceva apparire meno severa la sua bella fisionomia, meno altero il suo contegno; vide ne’ suoi occhi il raggio di una viva, profonda intelligenza, e simpatizzò con tutto il cuore col dolore di lei. Tornò a leggere, e allora il turbine di tanti e nuovi pensieri, e l’amarezza, le trepidazioni di quella lotta terribile, lo trascinarono lungi dai sentimenti pietosi e dalla gentile riverenza che gl’ispirava Jeronima.
Una grande e orribile tentazione travagliava lo spirito di Gualberto.
Una tentazione irresistibile, diversa assai dalle altre, perchè invece d’apparirgli con promesse attraenti gli rapiva ogni cosa senza una sola guarentigia di compenso. Eppure Gualberto le dava tutto, e talvolta le dava assai più di quanto sapesse di darle. Era uno strazio senza fine e senza misura; erano fibre dell’anima sua strappate ad una ad una e gettate ai quattro venti; era un scroscio d’acqua sulla fiamma viva delle sue più care speranze; era una furia di spegnere ogni cosa, ogni fiammella dimenticata, ogni raggio di luce che illuminava ancora le sue aspirazioni adorate del passato. E poi?
Gualberto sentiva freddo nell’animo, provava terrore di quel buio che s’era fatto intorno a lui per opera propria. E non sapeva più che cosa avrebbe dovuto fare di sè dopo compiuto quel triste lavoro.
Talvolta nelle ore più cattive gli rinasceva una speranza. Il passato si ribellava al presente; la sua fede non era simile ad un castello di carta che cade al primo soffio di vento; il lumicino spento tornava a brillare in certi momenti, e con che gioia Gualberto lo rivedeva! Con qual soave commozione correva incontro col pensiero a quel debole raggio, come vi riscaldava lo spirito intirizzito, come lo accarezzava festosamente! La grande nostalgia che provava per quel mondo ideale e adorato che andava dileguandosi rapidamente, come cosa che non può più riaversi, non aveva che quei brevi e rari momenti di conforto; ma quei conforti un triste dubbio glie li chiedeva inesorabile, e Gualberto coraggiosamente sacrificava anche quelli. Un bel giorno non gli restò più nulla. Gualberto si trovò solo, trasformato; spogliato come un viaggiatore assalito lungo la via dai briganti.
Le aveva sepolte ad una ad una le splendide e venerate imagini della sua fede. Alcune, ritornando ad assumere forme più umili, erano però rimaste vive, erano scese dagli altari e camminavano leggiere e graziose tra la folla. Avevano tuttora per lui un aspetto di cielo; le vedeva mescolarsi alle cose mortali con maraviglia e con dolore; ma sopra gli altari rovesciati non v’era più posto per esse. Erano queste le migliori, erano le possenti per intelletto, quelle forti di amore per gli uomini, quelle che avevano amato e patito sorridendo. Delle altre, fatte grandi dalla credulità e dalla superstizione, non rimase nulla. Gualberto le ricordava con sentimento di umiliazione e di rammarico, perchè esso rimpiangeva, rimpiangeva con amarezza disperata, e ancora non pensava ad altro che al dolore d’aver perduto ogni cosa.
Gualberto non aveva parlato a nessuno dello stato del suo animo. Il conte però aveva preveduto in parte ciò che doveva accadere.
E Jeronima aveva essa pure indovinato tutto.
In quella sera nella quale abbiamo trovato il conte seduto nella sua biblioteca fissando con tanta insistenza Gualberto, sentivasi vicina la catastrofe, ed era prevedibile che il giovane non avrebbe più saputo nascondere in sè la furia de’ suoi pensieri.
Il conte fumava sempre tranquillamente. Gualberto appoggiato alla finestra, colla testa stretta fra le mani, guardava nella notte.
A un tratto si volse. S’avviò verso la scintilla di fuoco del sigaro che indicava nell’ombra dove sedeva suo padre, e gli si fermò dinanzi.
– Dunque non è vero? – disse con voce soffocata.
– Di che cosa parli? – domandò con simulata indifferenza il conte.
– Parlo di tutto ciò che ho creduto esser vero sinora, – rispose con voce tremante Gualberto.
– Era molto? – domandò il conte, e chi lo avesse visto avrebbe osservato un sorriso malizioso spuntare all’ombra dei suoi baffi.
– Era tanto – rispose con veemenza il giovane – che se fosse stato oro, nessuno l’avrebbe potuto contare. Non v’ha cosa reale, grandissima, che regga al confronto della più meschina fra quelle che io ho perdute; era un credito illimitato nel mondo ideale….
– Era molto davvero, – disse il conte freddamente. – Sarai diventato esigente a questo modo, – aggiunse con ironia.
– Esigente? – ripetè Gualberto. – Che si chiama esigenza il volere nelle cose dello spirito?
– L’indiscrezione è nociva sempre. Tu sei stato indiscreto nella fede, ora vorresti esserlo nell’incredulità. A questo modo eccederai in tutto, e non avrai mai pace.
– Eccedere – ripetè ancora Gualberto. – Ma in che cosa posso eccedere? quali esigenze può avere chi non possiede più nulla?
– Si esagera anche nell’incredulità, – rispose il conte alzandosi. – Uno spirito riflessivo non si lascia trascinare così facilmente da una cosa all’altra. Tu, – aggiunse, e gli posò familiarmente la mano sulla spalla – attraversi in questo momento una di quelle ore di dubbi e di lotte che hanno già turbato l’animo di tanti intelligenti sacerdoti prima di te.
– Ma il mio non è più dubbio, – rispose con amarezza Gualberto. – Non c’è più lotta, non c’è più incertezza nel caso mio. Che importa a me degli altri sacerdoti? Io getterò questa veste che non posso più difendere! – Gualberto proferì con violenza le ultime parole, e il conte che aveva fatto un passo verso l’uscio si fermò a un tratto e lo guardò severamente.
– Ah! gettare quella veste? Un conte di Ardenberg mancherebbe alla sua promessa! – disse lentamente; – passeggerebbe fra il volgo rappresentando quell’essere neutro e ridicolo che si chiama un prete spretato? metterebbe a nudo le piaghe puerili del suo spirito? farebbe sapere a tutti che sino ai vent’anni credette ciecamente, e non fu mai capace di riflettere da sè solo, di ragionare per conto proprio; e dimostrerà invece che al primo grido di un plebeo rivoluzionario, il grande edifizio che sosteneva l’alta mente di un Ardenberg cadde a un tratto? Vorresti metterti al pari di quegl’impudichi dello spirito, gente moralmente senza tetto e senza asilo, spergiuri ad una promessa, che portano perennemente il segno della debolezza e dell’incertezza nelle proprie azioni, che fanno mostra, come i pezzenti lungo la pubblica via, delle ridicole sofferenze del povero spirito loro? Chi di noi – aggiunse il conte con maggiore dolcezza, allorchè vide la fronte di Gualberto chinarsi avvilita – chi di noi non ha nascosto in sè dubbi, lotte, lunghe e dolorose incertezze? Chi non ha avuto l’orgoglio, il pudore di celarle al volgo gelosamente; chi non è stato riconoscente alla veste, qual si fosse, che lo toglieva a quegli sguardi avidi di scandalo? – Gualberto fece una mossa di dolore.
– La mia vita sarà dunque una simulazione continua? – disse piano, quasi parlasse fra sè.
– Sarà simile a quella di molti altri. Vedrai col tempo che la vita non è un perenne sorriso; che si celano sotto ad apparenze di tranquillità, dolori, umiliazioni, rancori profondi, – aggiunse il conte con forza ed amarezza. – Tu ancora non lo sai, e non sai qual fatica è il nasconderli al volgo che ride. Poichè la gente ride del dolore altrui. Ti figuri ciò che pensano di un sacerdote che rinnega apertamente la sua fede? Credi tu che intendano le lotte dello spirito, la coscienza elevata che lo domina? Povero ragazzo credulo ancora delle cose di questo mondo, e che neghi Iddio. Essi non intendono nulla di ciò che è grande e intelligente, e in codesto fatto non vedrebbero che l’impulso d’istinti triviali, di desideri volgari e brutali, d’abbiette passioni che chiedono sfogo.
Gualberto rialzò alteramente a queste parole la sua fronte pura, che nella sua bellezza e giovinezza aveva un che di verginale e d’incontaminato.
– E chi chiede alla folla stupida ciò che pensa di noi? – domandò.
Il conte notò con piacere la mossa altera di Gualberto, e sorrise delle sue orgogliose parole.
– Essa lo dice non richiesta. Ne parla ai quattro venti; lo grida da migliaia di bocche. – Il conte si avviò verso l’uscio. Aveva detto tutto, ed era impaziente d’uscire di lì; temeva che Gualberto facesse qualche altra interrogazione, cui fosse più difficile il rispondere. – Calmati – aggiunse – e rifletti alle mie parole. Vedrai che sono giuste. – E dicendo questo, il conte uscì dalla biblioteca senza attendere la risposta di suo figlio.
Gualberto rimase immobile al posto dove aveva parlato con suo padre. Gli sembrava che la veste che indossava lo serrasse come se fosse di ferro, gli pareva di soffocarvi, d’avere assunto erroneamente la forma di un altro, di dover vivere di una vita doppia, della quale l’una sarebbe la sua, l’altra quella di un essere che egli spregiava.
Le parole di suo padre suonavano e risuonavano nelle sue orecchie; in lui l’artista entusiasta, sincero, ingenuo, si ribellava, mentre l’altero discendente degli Ardenberg accoglieva quelle parole con riverenza, perchè gli apparivano giuste.
Gualberto sentiva le pulsazioni alle sue tempie farsi sempre più rapide e rimbombare nel suo capo come colpi di martello.
In quel punto lo scosse il rumore di un passo e il fruscio di una veste accanto a lui. Si volse e vide Jeronima.
– Ah! è lei! – disse Gualberto, come chi si sveglia dal sonno. – Era qui da un pezzo?
– Sì, – rispose dolcemente Jeronima.
– Ed ha sentito tutto? – domandò Gualberto con impazienza.
– Non tutto. Ma ciò che non sentii lo so, lo sapevo da un pezzo, – disse Jeronima.
– Chi glielo disse? – domandò maravigliato, ma con maggior dolcezza Gualberto.
– L’ho indovinato! – rispose ella tranquillamente.
– Ah! – disse Gualberto guardandola, e fissando con incertezza quel viso severo e soave ad un tempo. – Lei aveva indovinato tutto e a me non disse nulla?
– Era inutile, – rispose Jeronima, – sapevo che un giorno avrebbe dovuto parlare di ciò che io indovinavo, e aspettai… mi figuravo che io forse quelle parole non le avrei sentite, nè che sarebbe toccato a me rispondervi. Pensai che altri avrebbe saputo farlo…
– E le pare – soggiunse Gualberto con amarezza – che le risposte che m’ebbi ora debbano bastare?
– No, non bastano! – rispose Jeronima con sicurezza.
– Ah! mio padre ebbe dunque torto? – disse vivamente Gualberto.
– Sì, – rispose laconicamente Jeronima, e i suoi grandi occhi si fissarono pieni d’intelligente pietà su Gualberto. – Il conte ha detto delle cose giuste, ma non ha risposto a ciò che ella chiedeva.
– Mio padre non ha capito, – disse Gualberto.
Jeronima lo guardò incerta:
– Il conte non ha voluto rispondere: ha creduto di trattare una quistione di forma e le ha parlato senza pensare alla gravità delle cose provate da lei; forse questo è un dolore che non intende… –
Gualberto pendeva dalle labbra di Jeronima, che parlava con dolcezza, ma quasi sottovoce, così che il suono melodioso delle sue parole sembrava dileguare fra le ombre della vasta biblioteca.
– Che cos’è la perdita di un essere vivente in confronto di quella di un Dio sparito per sempre, – rispose Gualberto, – di un pensiero immortale che m’aveva invaso lo spirito ed ora lo ha lasciato deserto? Che cosa mi daranno quei libri di scienza e di filosofia, che cosa mi darete voi, gente intelligente e buona di questo mondo, in compenso di quanto ho perduto? – Gualberto fissò Jeronima con impazienza quasi volesse scuoterla dalla consueta tranquillità. Essa non rispose subito; i loro sguardi s’incontrarono, e quelli di Jeronima si abbassarono dolcemente dinanzi a quelli di lui. Gualberto si avvicinò ad essa e affranto di stanchezza si lasciò andare su di un seggiolone ad intagli che le stava accanto; poi, rialzando la bella testa bionda e la fisonomia giovanile turbata e commossa, le disse ancora:
– Che cosa hanno gli altri che valga questo che aveva io? Possiedono essi nella realtà ciò che aveva nello spirito? Hanno ambizioni, desideri di potere, di gloria, hanno famiglie, figli che amano, donne che si lasciano amare; ma che cosa è tuttociò in confronto di quello che aveva io? – Gualberto chinò il capo e stette lungamente pensoso; poi, guardando di nuovo Jeronima, le disse:
– Quelle gioie, Jeronima, lo sa come sono? –
Essa lo guardò maravigliata.
– Quali gioie? domandò.
– Le gioie della vita, le gioie di coloro che chiedono alla terra ciò che io cercavo lassù in un mondo che per me non esiste più? – rispose Gualberto; ma presto si pentì della sua interrogazione perchè vide le labbra di Jeronima tremare leggermente e il suo volto farsi mesto mesto.
– Quelle gioie io non le conobbi e non le conoscerò mai. –
Tutta la vita di Jeronima si compendiava in queste parole.
Gualberto le prese una mano con rispetto e si chinò per baciarla; dopo quella risposta gli parve che essa gli stesse assai più vicina di prima, come se vi fosse fra di loro un legame più intimo, un dovere di aiutarsi e sorreggersi a vicenda.
– Mi perdoni, – disse Gualberto dolcemente. – Ora ho inteso tutto, ma ora anche ardirò aprirle più francamente l’animo mio; i poveri non si vergognano fra loro. – A queste parole Gualberto sentì le dita sottili di Jeronima che stringevano la sua mano, e vide un sorriso pieno di grazia e mestizia che illuminò tutto il suo viso.
Egli provò una sensazione nuova, forte, ignota, che gl’ispirò compassione, simpatia, riverenza per questo essere che soffriva da tanto tempo sempre muto e dignitoso.
– Ma come ha vissuto sino ad oggi? Di che? – gli domandò quasi sottovoce come sperasse attenuare così la sua indiscrezione. Con gentile semplicità Jeronima gli rispose senza esitare:
– Quasi di nulla o di così poco, che ogni giorno credevo morire di sete o di fame.
– Oh se potessi!… – rispose con forza Gualberto, ma poi lasciò a mezzo quello che voleva dire, perchè si ricordò che era povero e che non aveva nulla a darle.
– E quel poco che cos’era? – domandò ancora.
– Era orgoglio? era tenacità? lo chiami come vuole. Vivevo per pagare un debito, per compiere un dovere, – rispose.
– E non sperava? – continuò a chiedere Gualberto mosso a pietà di lei e ansioso di trovare forse una parola che riconfortasse anche lui.
– Speravo, – disse dopo breve riflessione, – allorquando non pensavo più; e in quelle ore di stanchezza saliva dal fondo del mio animo una gioia vaga e indistinta, una cosa lieta che rassomigliava ad un sorriso; cosa senza forma, senza nome, che conobbi in altri tempi, che mi faceva allora mille promesse e mi narrava mille dolcissime fiabe; era quella la speranza; ora, per abitudine, talvolta ritorna, ma adesso è muta e non ha più nulla a dirmi. Ma perchè – disse con grazia – perchè parliamo di me e non di lei, Gualberto?
– Perchè l’esempio della sua forza e della sua tranquillità mi fa bene, perchè io mi riposo pensando per un momento a lei, Jeronima, e non a me. Oh io! – esclamò. – Io che ero così felice e orgoglioso, che credevo d’aver messo la mano sulle più alte cose, che mi credevo capace dei più grandi sacrifizi, che mi credevo tanto lontano da tutto il volgo che non vestiva quest’abito come me, quasi fossi io solo in un mondo di eletti, ed ora mi ritrovo inferiore a tutti coloro che hanno saputo scegliere una via modesta e vera, non falsa e illusoria come la mia.
– Falsa? – ripetè Jeronima. – Quale è la vera per poter dire che questa è falsa?
– Lei crede?… – domandò maravigliato Gualberto – crede che la via che scelsi fosse buona?
Jeronima non rispose subito, e Gualberto disse ancora: – Vestirebbe quest’abito?
– No, – rispose prontamente Jeronima – Ma se fossi prete non lo svestirei. Sopporterei con dignità le conseguenze del mio errore, nè crederei per questo di rappresentare cosa falsa.
– È cattolica? – chiese incerto e maravigliato Gualberto.
– Credo che nella religione cattolica vi sia tanta verità quanto nelle altre. Le religioni sono forme, che variano secondo i costumi, l’indole, le condizioni dei popoli; talvolta la forma è rozza, bizzarra, triviale, talvolta è un capolavoro d’arte, fatto con tanta sapienza, con tanta squisitezza di gusto, sì perfetto in tutte le sue parti, che le genti lo credettero plasmato miracolosamente sul vero e l’adorarono senza contrasto e senza mutamenti. Quello che sta dietro a quella forma lo chiami come vuole, dica Dio, dica mistero; si fermi alla cellula o cerchi ancora più in là fra le forze nascoste della natura, si lasci guidare dalle incessanti aspirazioni dei più vigorosi intelletti o vada a tastoni fra i sentimenti più nobili dell’umanità e ne ricerchi le cagioni, poco importa; ma ardirebbe affermare che tuttociò che hanno rivestito quelle forme secolari fu sempre errore? Se potessimo qui, quasi fossimo dinanzi ad una vasta guardaroba da teatro, togliere da essa ad una ad una le vesti lacere e scolorite di tutte le divinità del mondo, allorchè comparvero su questa scena a soccorrere o intimidire i popoli della terra, quale fra le peggiori potremmo però dire che vestisse cosa che fosse veramente falsa? Di qual fede rozza e triviale non riuscirebbe però trovare la cagione sottile e recondita che l’affratella alle più alte? Le dico soltanto ciò che penso io, e forse questi miei pensieri non hanno per lei valore alcuno, – soggiunse quasi umilmente Jeronima; – ma in quest’ultimi tempi pensai anch’io lungamente intorno a quest’arduo problema, sperai trovare nella religione, in una forma precisa e compiuta di essa, un conforto e uno scopo alla mia vita, e quale fu il risultato delle mie ricerche? Trovai argomento a riflettere, non a sperare; trovai che non è fuori delle cose che agitano e commuovono le genti di questo mondo, che non è fuori della realtà e della vita vera che deve estendersi la nostra attività.
– Seguendo le sue opinioni sarei dunque condannato all’inerzia? – ribattè vivamente Gualberto.
– No. Soltanto ella è chiamata ad operare laddove non è spinta a farlo spontaneamente dalla propria volontà o dalla propria fede. Crede per questo di non poter fare più nulla? Crede che sia più utile una macchina a vapore o qualsiasi nuovo ritrovato della scienza di quanto può operar lei per sradicare pregiudizi, per avviare uomini acciecati o idioti sulla strada del progresso, per far camminare di pari passo la religione con la civiltà?
– E quando la gente operosa del secolo che costruisce navi, che fa strade ferrate, che accresce in ogni modo l’attività e il progresso, ci rimanderà, noi parassiti inerti, alle nostre case o al posto ove avremmo dovuto operare davvero, allora la società avrà essa torto o ragione? – disse quasi con impazienza Gualberto.
– Se lo farà avrà torto. Ma non può farlo. Se vi sarà un tempo d’assoluta universale incredulità, quanta superstizione, quanta credulità feroce e stupida lo seguirà! Forse m’inganno e parlo di cose che non saranno vere. Ma a me sembra che non vi sia ufficio più utile e difficile insieme, che quello di sapere indovinare i bisogni del tempo in cui si vive e pareggiare le tendenze degli uni e le esagerazioni invecchiate degl’altri! – Jeronima tacque e lo guardò quasi vergognosa d’aver detto tanto.
Gualberto chinò la testa e non rispose. Passavano davanti alla sua mente mille e mille immagini del passato, evocate dalla parola dolce e melodiosa di Jeronima.
Gli sembrava di avere vicino a sè una di quelle grandi, caste, coraggiose patrizie romane che affrontavano la solitudine e gli orrori del deserto, animate dall’amore di Dio, confortate da costanti e profonde amicizie coi primi pensatori della Chiesa. Vedeva le gare, le lotte, gli eroismi di quei martiri dei primi tempi del Cristianesimo, e fra i pedanti, gli ambiziosi, gl’ingrati d’allora, sorgevano leggiadre e soavi figure di donne ispirate dai più nobili ed alti sentimenti del cuore. E di nuovo pensava a Jeronima.
Ricordava la lunga agonia di quegli Dei della Grecia che avevano popolato di tempii le più belle contrade d’Europa, che avevano protetto tutte le gioie, tutti i dolori dell’umanità, che vi avevano partecipato con pianti e sorrisi. Ricordava con insistenza quel momento di transizione, quell’epoca di lotte, di paure e di superstizione, durante la quale fra i terrori degli uni e l’indifferenza degli altri, moriva una religione e ne nasceva un’altra. Jeronima aveva detto il vero. Di quelle religioni perdute s’era perduta ogni cosa? Gualberto appoggiò il capo fra le mani, mise i gomiti sulla tavola e guardò fisso fisso dinanzi a sè. Risaliva colla mente all’epoche religiose più lontane, da Buddha a Confucio, da quelli alle forme più rozze e primitive del concetto religioso; cercava un nesso, gli sembrò che tutta quella storia delle religioni fosse come una matassa arruffata, ma che il filo non interrotto si ritrovasse sempre sebbene nascosto e contorto. Poi ricordò che forse tutto il quadro di una storia religiosa poteva rifarsi vivente al giorno d’oggi fra le diverse nazioni civili, scendendo giù sino a quelle che non lo sono una forma religiosa rudimentale e quelle ancora che non ne hanno punta. Correva col pensiero dal passato al presente. A momenti gli tornava alla mente il detto di un padre della Chiesa o di qualche teologo famoso, di quelli che egli aveva maggiormente ammirati negli anni scorsi; ora ripensava le parole del Vangelo e accanto a quelle vedeva una pagina di storia, severa, irrepugnabile, oppure un giudicato della scienza, e sorrideva fra sè con amarezza, con ironia, con disperazione. Oh quanta parte di sè aveagli preso la sua fede e quanto portava seco dileguandosi!
Gualberto si alzò, andò al posto ove era stato seduto nelle prime ore di quella sera, e prese il libro che aveva letto.
– Jeronima, – disse dandole il libro. – Questo lo conosce? È La vecchia e la nuova fede dello Strauss.
– Sì, – rispose Jeronima. – È la religione del progresso. Ha già degli eletti, dei martiri; spera nell’avvenire dei semidei e tornerà ad incontrare per via le più vecchie credenze della vecchia fede. Le respingerà o le riprenderà per sè? Secondo, se le incontra in un’ora di sconforto o in un’ora di piena e vigorosa vitalità. La vita collettiva degli uomini deve avere ore tristi e deboli come quella dei singoli individui; come sapere in quale momento avverrà l’incontro? Quale maggiore bisogno travaglierà allora lo spirito umano? Avrà bisogno di pace, di amore, di fede? –
Gualberto guardava con riverenza e simpatia la gentile e severa consolatrice che gli parlava così. Il volto di Jeronima si era illuminato con un raggio vivo d’intelligenza, i suoi più intimi pensieri sembravano trasparire dalla sua mobile fisonomia fattasi in questo momento straordinariamente bella.
– Lei parla dell’avvenire, – disse Gualberto dopo un breve silenzio. – Ma adesso per noi, per me, che cosa resta?
– Rimane la vita vera, rimangono tutte le fasi della vita d’oggi, non di lei soltanto, ma di tutti; le rimane il cómpito di studiare l’ora presente e di farla fruttare per quella che verrà, – rispose vivamente Jeronima.
– E come fare? – domandò ancora Gualberto.
– Lo chiede a me? Amare gli uomini e non le immagini della propria fantasia; dare loro senza orgoglio ciò di che hanno bisogno anche se un’altera convinzione sembra opporvisi; accettare un fatto mediocre che ci avvia a far meglio senza preferire l’isolamento ad una perfezione che non si può raggiungere.
– Simulare?… – disse piano Gualberto.
– È una parola elastica la sua, che nasconde le paure e le debolezze di coloro, a’ quali è più facile essere sinceri, che essere utili e grandi. Vi sono menzogne sublimi, che i caratteri mediocri sono incapaci di sostenere. Alcuni atti di sincerità non sono talvolta che la manifestazione volgare e istintiva di un bisogno del momento; sono gridi nella folla, necessari anch’essi, ma che rappresentano nel mondo il cómpito più facile. Tutti gli atti che nascono da una riflessione dovrebbero in questo caso chiamarsi simulazione perchè furon modificati, misurati, spogliati della primitiva sincerità. Più si pensa e più si altera la spontaneità primitiva del pensiero; ma che per questo si inganna? E se ella adatterà i suoi pensieri ed i suoi atti ad uno scopo alto e grande, se darà un nome a cosa che per lei n’ha un altro, che avrà perciò mutato, simulato il suo pensiero? Se darà una forma a ciò che per lei è grande e non ha misura, e rivestirà quell’idea in modo diverso, ma rassomigliante, perchè il volgo la intenda e la accetti, che ingannerà? E se ella si sente umiliato, imbarazzato dalla superstizione che le regna d’intorno, e trova il suo posto pieno di difficoltà, non è forse per questo ancora più grande l’ufficio suo, non sono forse così maggiori i mezzi, di cui dispone nella lotta pel miglioramento dell’uomo?
– È una triste ora questa in cui vivo. Le sue parole mi sorreggono, mi aiutano, Jeronima: sono grandi, buone. Ma quando mi riafferra l’orribile realtà, dispero e chiedo e ripudio a un tempo ciò che ho perduto, – rispose agitato e commosso Gualberto. – Io n’ho bisogno di quello che ho perduto, ho bisogno di un equivalente, d’una larva almeno che gli rassomigli; quell’ufficio severo non lo potrò adempire senza un pensiero, un affetto che mi animi. Ho ancora bisogno d’adorare, ho ancora bisogno di sollevare tutto l’animo mio a speranze ardenti, dileguate per sempre. La mattina quando mi desto ho bisogno di pregare, alla sera quando mi corico vorrei prostrarmi e adorare; la natura, così bella, ora che è deserta da Dio mi dispera. Oh Jeronima, – disse coprendosi il volto, – è una viltà la mia, lo sento, lo so, e mi vergogno di lei e di me stesso nel confessarlo. –
Jeronima non rispose. I suoi grandi occhi erano umidi di pianto, e lo guardava senza proferire parola. Chinò il capo senza parlare. In quel momento una lagrima sua cadde sulla mano di Gualberto.
Essa piangeva per lui, piangeva la più nobile ed elevata cosa che siasi adorata e perduta, una religione. Per questi dolori l’altera Jeronima aveva una lagrima, e quella lagrima la dava a lui.
Un sentimento confuso lo agitava; nasceva in lui una sensazione nuova, vivace, ardente, dissimile da tutte quelle che rimpiangeva in quell’ora.
Egli si sentiva più vicino alle cose reali via via che s’allontanava da quelle immagini celesti che erano state sino adesso le sue compagne.. Il suo pensiero si avvicinava agli uomini, si mescolava ad una folla a lui sino allora sconosciuta, che sentiva piangere, che sentiva amare, soffrire.
Era l’avvilimento e la prostrazione del suo spirito che lo ricacciava fra quella? Era un sentimento benefico della realtà che lo guidava attraverso il labirinto degli affetti terreni?
La sua mente, abituata ad alimentarsi di fatti soprannaturali, ad interpretare in un modo astratto ed imaginoso quelli della vita reale, accolse la lagrima di Jeronima come fosse il suggello di un nuovo patto che egli stringeva con le cose della terra; era il simbolo d’addio a quelle altissime, adorate, delle quali in nessun modo avrebbe mai potuto essere compensato; era il primo vincolo che lo riuniva alla vita comune di tutti, che lo stringeva agli uomini per partecipare alle loro sofferenze e alle loro speranze.
Gualberto rialzò il capo e guardò Jeronima. Quel viso di lei, bello e intelligente, severo e addolorato, gli sembrò l’immagine dell’umanità ideale che lavora, pensa, soffre.
Gli parve, dopo aver perduto tanto, che non gli rimanesse altro fuorchè lei. Confuse nella sua mente un sentimento sconosciuto, indefinito, che gl’invadeva il cuore, con un pensiero gagliardo che spuntava dalle rovine del passato; sentì l’impeto di una corrente nuova che lo portava altrove, e la vita gli parve a un tratto più bella, la natura intera più grande, più degna d’essere amata.
In confronto alla splendidezza di quanto aveva perduto, erano queste larve sbiadite e meschine; ma nel suo cuore deserto spuntava finalmente la luce fioca e lontana di una speranza.
Il vecchio pendolo della biblioteca segnava con un battito lento e regolare il corso del tempo; la lampada illuminava solamente una parte della gran tavola di legno, il seggiolone ad intagli ove sedeva Gualberto quando leggeva, e un tratto di pavimento in mosaico nero, che ben si addiceva alla mobilia oscura della sala. Più in là tutto giaceva nell’ombra, e solo dalla finestra aperta entrava il fioco chiarore di una sera stellata. La brezza notturna fresca e leggiera muoveva di quando in quando le tende e le portiere. Il lago era tranquillo, e dal posto ove stavano Gualberto e Jeronima se ne vedeva la superficie chiara e unita che giaceva immobile come fosse un cristallo. La luce della lampada illuminava a mezzo le due figure di essi, e passando sulla bionda testa di Gualberto, che egli nascondeva in parte fra le mani, si posava sulla veste di velluto nero di Jeronima. Il viso di lui in quella mezza luce appariva bianchissimo, delicato, quasi non appartenesse ad un essere vivente.
Tacevano entrambi. Il pendolo continuava il suo corso monotono, la brezza della sera diventava più fredda via via che il tempo passava e che s’inoltrava la notte, le tende si muovevano come fossero agitate da mani ignote o che celassero fra le loro pieghe demonietti irrequieti; nessun passo, nessuna voce turbava la quiete di quel luogo, mentre quei due, silenziosi, l’uno accanto all’altro, cercavano di calmare il turbine dei propri pensieri. Pareva che quelle lunghe file di legature dorate, brillando qua e là nell’oscurità, fossero occhi avidi e intenti di vedere ciò che essi pensavano o facevano; pareva che in quel silenzio ci fosse un non so che di vivo, di commosso, d’indiscreto che tacitamente spiasse quei dubbi e quelle lotte.
Chiuse negli scaffali, messe in ordine con intelligenza ed esattezza, stavano raccolte in questa biblioteca tutte le opere più insigni dell’intelletto umano; e rinchiusi con quelle opere fra queste vecchie mura feudali, fra le alte speranze e amare derisioni stampate in quei libri, fra le poetiche leggende del volgo e la grande e severa natura che li circondava, questi due, giovani e derelitti, condannati entrambi alle sole austere gioie dello spirito, stavano frugando e rifrugando audacemente nell’intimo pensiero per trovarvi una speranza, una verità.
Al pendolo suonò la mezzanotte.
Jeronima fece un movimento di maraviglia.
– Debbo andare, – disse piano quasi parlasse ad una persona che dorme o che soffre.
– Mi lascia solo? – rispose Gualberto come si destasse allora.
– Domani ci rivedremo, – replicò Jeronima; – spero che le mie parole di stasera non l’avranno offesa? Forse nel dir ciò che pensavo potè sembrare che io volessi dare dei consigli che certamente non sarei mai in grado d’offrire…
– Mi promette, Jeronima, di dirmi sempre come stasera quello che pensa? – disse Gualberto vivamente, fissandola in atto di preghiera. – Le sue parole mi hanno fatto tanto bene, mi hanno tranquillato, mi hanno ridato la forza di pensare e cercare. Sono indiscreto, ma ho bisogno di lei.
– Ci aiuteremo a vicenda, – disse Jeronima con ingenua franchezza. – A domani. – E volle accomiatarsi da lui.
Ma Gualberto la fissava con tanto affetto, con tanta riconoscenza nello sguardo, che Jeronima ne maravigliò.
– A che cosa pensa di nuovo? – domandò.
– Non lo so, – rispose con semplicità Gualberto. – rimango solo e le vecchie idee ritornano. Potessi pregare… adorare… è un’abitudine del mio spirito, forse una manìa… Ella è stata così buona per me, mi ha confortato con parole altissime, piene di affetto e di carità: mi pare sì poca cosa dirle grazie, dirle domani; e vorrei che ella fosse una grande e venerata figura religiosa per poterla adorare… – Jeronima sorrise.
– Quanta fede ancora in questo incredulo, – disse sorridendo. Non accetto, Gualberto, la parte di una divinità di secondo grado, – aggiunse quasi scherzando, – preferisco esserle sorella ed amica come già sono.
Gualberto la guardava. Non badava alle sue parole. Quel suo sorriso, quel fare scherzevole che scorgeva in lei per la prima volta, le mosse piene di grazia della sua elegante persona gli sembrava averle già vedute o sognate; gli pareva averla incontrata altre volte, averle già parlato. Quando?
Che cos’erano quelle memorie che l’assalivano? Che cosa aveva questa creatura che ispirava riverenza; quale incanto la faceva diventare d’ora in ora più idealmente bella a’ suoi occhi? Che v’era in quella voce che gli ricordava delle melodie dimenticate, come se un tempo egli le avesse udite insieme? Perchè a un tratto, mentre essa parlava, vedeva qualche bella scena della natura, qualche luogo aspro e selvaggio dei suoi monti, ove non era mai stato con lei, e associava così, inscientemente, tanti pensieri a quello di questa donna?
La mezzanotte ribattè alla chiesa di Ardenberg.
– Debbo andare, – tornò a dire Jeronima, e fece una mossa per allontanarsi. Ma Gualberto stava sempre immobile, assorto dai suoi pensieri. – A che cosa pensa? – diss’ella allora.
– Pensavo in questo momento al bosco degli abeti accanto al piccolo torrente, e come il sole, passando fra il fitto degli alberi, fa scintillare le acque spumanti…
– Davvero! – rispose Jeronima maravigliata. – Mentre suonava la campana, non so perchè mi son ricordata anch’io di quel luogo. – Poi gli stese la mano e con una stretta amichevole e affettuosa, disse: – A domani, buona notte. – E sparve svelta e leggiera nell’ombra, lasciando solo Gualberto.
X.
Jeronima non potè mantenere la sua promessa. Suo marito ammalò, ed essa era troppo occupata nell’assisterlo, per poter dedicare il suo tempo ad altri. Gualberto l’attese dunque invano il giorno dopo e i seguenti. Jeronima non si tratteneva più dopo il pranzo con la suocera, nè scendeva nella biblioteca. Gualberto era impaziente di poterla incontrare; le parole che essa gli aveva rivolte in quella sera gli avevano fatto bene, ma l’effetto di esse diminuiva non rivedendola. Nell’animo agitato si confondevano ignoti sentimenti, cui egli non sapeva ancora dare un nome. Parevagli che al suo sconforto fosse unico sollievo la dolce e pietosa parola di Jeronima. Non potendola vedere gli sembrava aver perduto anche la sola speranza che risorgeva in lui.
Non leggeva più. Pensava, pensava con febbrile rapidità. Non poteva più stare chiuso nella biblioteca, nè trattenersi nella sua camera. Aveva bisogno di essere fuori all’aperto, solo con la grande natura che lo circondava. Aveva finito di lottare cogli altri e discutere i pensieri e le riflessioni altrui nella quistione cocente che lo agitava. Era sazio di letture e di tutte quelle dottrine differenti fra loro e che si contraddicevano le une coll’altre, mentre tutte pure si univano per distruggere le sue. Compiuta l’opera di distruzione, esso non aveva più nulla a fare coi distruttori. Entrava nel secondo periodo; in quello, in cui lo spirito nostro si ritrova solo fra le rovine del passato ed ha bisogno di raccogliersi per riavere tutto il vigore e la fecondità di cui è capace. In questo momento di vita intellettuale, la parola stampata non serve più a nulla e non suscita più altro che un senso di disgusto e di sazietà; le cose fatte e pensate dagli altri pèrdono valore, e lo spirito, ripiegandosi sopra sè stesso, ha bisogno di vivere per forza propria. Allora la natura riprende il suo ascendente sull’animo nostro, allora ricomincia a farsi in noi l’operazione del grande e incessante lavorìo della materia che si trasforma per vivere e vive per trasformarsi; allora un albero, un fiore, una landa ricoperta di erbe ti raffigurano quanto non saprebbe esprimere un volume di astrazioni filosofiche, e si afferra un momento di vita come una rivelazione.
È un periodo lungo, difficile, funesto agli spiriti deboli, durante il quale una forma dello spirito nostro muore e ne nasce un’altra; momento, nel quale tutti gl’istinti si fanno più vivi, nel quale da ogni sentimento nasce un’idea. E Gualberto provava sentimenti nuovi, ignoti, e li annoverava fra le vecchie cose che perdeva, non sapendo che erano gli embrioni di tutte le sue idee dell’avvenire.
Un bel mattino di maggio egli uscì per tempo dal castello e s’inoltrò nella valle. Era un giorno fresco e chiaro, gli uccelli cantavano sugli alberi, il sentiero che egli seguiva era sparso d’erbe montanine fresche e olezzanti, da ogni fenditura delle roccie spuntava un fiore, e ogni cosa si animava di una vita nuova. Gualberto camminava lento e pensoso per quel sentiero; era pallido e abbattuto, e guardava fisso fisso la sua ombra che si allungava dinanzi a lui. Talora quell’ombra si stendeva sopra un tappeto variopinto di pervinche, di margherite, di mammole, talvolta cadeva sopra la bianca e nuda roccia nella quale era scavato l’alpestre sentiero, e vi si disegnava con singolare chiarezza.
Gualberto aveva passata una notte insonne; era stanco e avvilito per le lunghe lotte dei giorni scorsi e guardava ora con amarezza e dolore quell’ombra di prete che si posava sull’erbe fiorite; gli sembrava che quella forma apparisse a insultare lo splendore lieto di quel mattino, parevagli d’essere simile ad un uccello notturno che esce dal suo nascondiglio per ispiegare le negre ali alla chiara luce del sole.
Quell’ombra sembrava frammettersi continuamente tra la natura e lui per contenderlo a quella bellezza primaverile che lo chiamava a sè con mille voci, con mille armonie; si sentiva l’animo chiuso, quasi l’avessero messo a forza in una prigione angusta, soffocante, mentre di là lo spirito suo chiedeva ad ogni istante a quelle stesse cose che lo chiamavano, che lo aiutassero e lo liberassero; e si dibatteva contro quella veste di ferro che non era più forma alla nuova essere suo.
Pensava a certe favolose istorie di vendicative divinità, che avevano imposto ai disertori dalla loro religione mostruosi castighi; ricordava le orribili torture che erano state inflitte nel Medio Evo a certi infelici, condannati a vivere nell’isolamento di una angusta cella, entro la quale non potevano nè coricarsi, nè star ritti, nè riposare in verun modo. Lo spirito suo rassomigliava al corpo di quei condannati; dentro a quel prete, la cui ombra egli vedeva dinanzi a sè, esso non poteva più vivere.
La vita ideale si era spenta, la vita vera era lontana, tanto lontana che non gli sembrava possibile di poterla mai afferrare.
Non pensava più alle dolci parole di Jeronima, ai sarcasmi di suo padre, all’amorevolezza costante e mesta di sua madre; non rammentava più l’altero castello paterno, nè la vasta biblioteca, nè le sale spaziose popolate di ritratti degli avi; gli sembrava di uscire ora per la prima volta da quell’ambiente aristocratico, e che la natura rigogliosa e la vita reale lo chiamassero a sè con insistenza; camminava con passo affrettato su per quell’erta che metteva a delle capanne isolate di pastori. La sua stanchezza diminuiva via via che camminava; era agitato, impaziente, quasi andasse incontro a un che d’ignoto che gli dovesse apparire. Non era una speranza questa che sentiva in sè, era un acre, violento desiderio che cresceva col moto, che sembrava alimentarsi col calore del sole, con la fragranza dei fiori e dell’erbe montane. Talvolta pensava a Jeronima, ma a Jeronima soltanto, non alle cose dette da lei; la rivedeva e la vestiva con tutti i raggianti colori di quella mattina; incominciava per lui una di quelle ore di entusiasmo che gli avevano in altri tempi illuminata la via della fede e che ora lo trascinavano pei cocenti e intricati sentieri delle cose terrene. Ma poi, ad ogni svolta della via rivedeva la propria ombra, e allora Gualberto la fissava sbalordito; si arrestava, pensava, poi ricominciava con più ardore la salita.
Quel sentiero lo condusse finalmente quasi alla cima del monte, in mezzo a una vasta prateria, ove pasceva una mandra.
A destra era una modesta capanna accanto a un gruppo di abeti, e dietro sorgevano le vette scarne e bianche d’altre montagne; e giù giù, lontano, si stendevano altri prati, sorgevano altri monti, leggermente velati da una nebbia azzurra. L’aria sottile di lassù era trasparente e fredda; regnava un grande silenzio, tutto aveva apparenza solenne; la vita comune degli uomini sembrava esservi sconosciuta, mentre un’altra vita, grande, misteriosa, primitiva, sentivasi nascostamente operare nel silenzio e nello splendore di quella solitudine.
Gualberto si fermò ansante, trafelato; si sentì per un momento veramente solo, lontano da tutti, perfino da quella triste parte di sè che tormentava l’altra; gli parve d’essere finalmente vicino alla cosa ignota che cercava.
Era l’oblìo? Era il silenzio? Sperava che quell’altera e splendida natura gli avrebbe rivelato un segreto?
Egli si volse verso la capanna e rivide nel prato la sua ombra. Questa volta non si fermò; chiuse gli occhi e andò verso la dimora dei pastori. Non poteva più reggere a quella persecuzione.
Gli sembrava che i suoi pensieri dovessero uscire a forza da quella veste come fossero cosa viva e reale; in quel luogo e in quella mattina non poteva più sentirsi prete; avrebbe voluto essere un fanciullo, una creatura senza ragione, una cosa che non pensa, che non sa di vivere, che nasce e muore inconscia di sè; avrebbe voluto essere un fiore, un’erba di quel prato, tutto, fuorchè essere simile a quella immagine che l’opprimeva.
Si affacciò all’uscio della capanna e vide un pastore intento a preparare formaggi o a mescere del latte.
Cavò del denaro di tasca e offrendoglielo disse: – Ho caldo, e vorrei mutare questa veste. Datemi la vostra ed io vi do in cambio questo denaro. –
Il pastore guardò maravigliato il giovane sacerdote, contò, adocchiandolo, il danaro che questi gli porgeva, e con un inchino rispettoso corse ad aprire una vecchia cassa di legno. Ne trasse un abito delle feste.
– È indegno d’essere portato da lei, – disse il vecchio: – ma è il più bello che ho, me lo misi il giorno che fui sposo ed è ancora tal quale. –
Gualberto afferrò la veste con febbrile impazienza.
– Grazie, – disse; e si volse per uscire, ma poi si arrestò incerto e domandò a quell’uomo se il danaro datogli lo compensava bastantemente. L’onesto pastore lo guardò maravigliato.
– È tre volte più di quanto mi dovrebbe dare, – e allorchè vide che Gualberto si avviava per uscire, gli corse dietro e gli disse ancora: – Ma non vuole spogliarsi qui?
– No, – rispose con impazienza Gualberto; – voglio essere solo. – E tenendo stretti sotto al braccio gli abiti del pastore, sparì dietro alla capanna.
Non badò a quello che poteva pensare di lui la povera gente di lassù, non badò a nascondere l’impazienza e l’agitazione che lo divoravano, non badava più ad altro che alla folle, fanciullesca speranza di togliersi per sempre di dosso quella veste che lo soffocava.
Gli sembrava d’essere vicino a rinascere, d’essere simile al baco che sta per diventare farfalla.
Il silenzio non interrotto che regnava su quelle vette portava sempre più in alto i suoi pensieri facendo dileguare dalla sua memoria le immagini del mondo, i ricordi del passato, gli affetti e i doveri che lo legavano alla società. In questo momento egli non rammentava più nulla, non sapeva più nulla di coloro che vivevano in quel castello che sorgeva sulle rive del lago, a piedi dello stesso monte sul quale egli correva trafelato e ansante; non sapeva più nulla di Roma e dei suoi educatori; si sentiva ignaro d’ogni cosa come un fanciullo, come fosse tornato ad uno stato d’ignoranza primitiva; tutto si dileguava dalla sua mente intenta ad un solo pensiero. Una pagina scritta dall’autore più insigne sarebbegli parsa puerile e stolta a confronto della lieta istoria di vita che gli narravano qui le eriche che fiorivano nel silenzio alla più pura luce del cielo.
La sua fronte ardeva sotto al sole che si faceva sempre più caldo, nè egli curava di ripararsene; quei raggi infuocati sembravangli carezze; quel calore, vita e movimento.
Giunto presso ad un picco deserto, si fermò. Egli era ben sicuro d’essere finalmente solo.
Dinanzi a lui la roccia viva scendeva quasi verticale nel fondo di un abisso angusto, mentre dall’altra parte lo circondavano altre balze nude ed irte di roccie scheggiate; il cielo sopra il suo capo era puro e sereno, di un azzurro maraviglioso.
Gualberto si mise a sedere sopra un mucchio di sassi e guardò pensoso intorno a sè. Il suo sguardo era velato e ardente ad un tempo; sembrava aver l’occhio torbido di un ebbro, ma si scorgeva che la cagione della sua ebbrezza, egli l’aveva attinta in sè dalla furia tormentosa dei propri pensieri, che n’era stanco ed eccitato ad un tempo. A un tratto si rizzò di là, e con uno sguardo ancor più torbido, con mano tremante, si strappò di dosso ad una ad una le sue vesti; le lacerò, le sciupò; poi ne fece un involto stretto, si affacciò all’orlo del precipizio e con un gesto violento, disperato, lanciò quei cenci nell’abisso.
Li guardò cadere con un sorriso amaro, pieno di triste, dolorosa ironia; dopo tante e maggiori cose perdute che cos’era per lui quella veste nera che cadeva a sbalzi da quella rupe? La guardò finchè gli parve giungesse nel letto di un torrente che sembrava abbandonato anch’esso come quei cenci dallo spirito che lo teneva vivo; poichè non vedeva neppure un filo d’acqua fra quelle pietre. Non un sogno, non una fede, non una speranza seguiva laggiù quell’involto deforme. Eppure di quanta vita era stato animato un giorno, di quante grandi, care speranze erano una volta adorne quelle spoglie ora spregiate!
Gualberto volse il capo dall’altra parte e guardò il cielo, la luce, i fiori alpestri che crescevano fra i sassi.
Gli sembrò allora essere un uomo rinato, redento. Gli sembrò avere finalmente acquistato il diritto di godere delle cose che vedeva intorno a sè. Appoggiò la testa ardente sulla roccia calda quasi volesse accarezzare col viso la terra, e premette le guance sulla dura pietra come fosse cosa viva che sentisse la sua gioia.
Prima era prete, ora era uomo. E a questo pensiero avrebbe voluto stendere le braccia per cingere quelle pietre e quelle eriche che sembravano farsi vive al calore del sole.
A chi l’avesse veduto lassù non sarebbe parso un uomo che ha perduta la ragione, ma un fanciullo ebbro di luce e di vita.
Quel suo viso, bello, giovanile, quei capelli biondi e ricciuti mossi dal vento, quelle mani bianche che sembravano mani di donna e che premevano la terra come fosse un essere vivente che volessero accarezzare, portavano l’impronta di una infantile innocenza e di un candore virginale.
Passò del tempo; Gualberto non sapeva se erano scorse ore o minuti.
Finalmente il suo sguardo si posò sulle vesti del pastore che non aveva pur anco finito d’indossare, e allora si alzò lentamente. Voltò e rivoltò quella giubba, guardò fisso dinanzi a sè, poi prese di nuovo a esaminare quegli abiti. Il suo viso si fece serio serio; quasi sgomento.
Pensò a un tratto a Jeronima, a suo padre, a sua madre, a quello che era stato ed a quello che accadeva in questo momento; poi si volse, e guardò la grande e muta natura che lo circondava.
Per la prima volta gli parve di indovinare in quel silenzio un rimprovero severo, gli parve che le cose che lo circondavano fossero diverse, ben diverse da quel che era lui; che nella natura che gli stava d’attorno regnasse un ordine severo, irremovibile e che le pietre, i fiori guardassero muti e attoniti quel pazzo che si era trasformato con tanta rapidità.
Sembravagli nel delirio della sua mente che quella brezza acuta e fredda venisse a lui dopo traversato il lungo cammino di molti secoli, dalle prime epoche del mondo, e gli portasse le nuove dell’alba della vita narrandogli con ironia dei lunghi silenzi, dei caldi deserti, dei mari lungamente disabitati, e gli susurrasse all’orecchio il numero immemorabile d’anni che aveva impiegato una cellula per diventare un essere simile a lui.
Quelle roccie lo guardavano maravigliate per la sua rapida metamorfosi; l’altera natura sembrava osservarlo sdegnosa, lui, il povero pazzo, che mutava così facilmente la sua forma e faceva in un’ora il lavoro di secoli.
Il silenzio che lo circondava, mentre egli così pensava, sembrava farsi più cupo.
Le umili eriche che crescevano ai suoi piedi, la polvere bianca che il vento sollevava in piccoli turbini dinanzi a lui, le alte roccie che lo guardavano immobili, sembravano rimproverarlo tutte in coro; sembravano dirgli:
– Tu ignori le leggi dell’armonia, vuoi vivere per te solo, non per tutti, vuoi essere sempre il raggio di sole che splende e feconda ogni cosa, non la pianticella che lo riceve o il limpido ruscello che lo riflette. Non sai appartenere soltanto all’ora nella quale sei vivo, ma vorresti essere anche di quella che verrà e nella quale tu non vivrai più!
– Tu non vuoi far parte di un tutto: tu che credi amare la terra, vorresti cingere il mondo colle tue braccia; tu non vuoi essere fra le cose che stanno per finire e decomporsi adagio adagio a fine di vivere poi di nuovo; tu non vuoi essere soltanto il germe ancora nascosto fra le cose imputridite, ma che sorge per questo a nuova e più rigogliosa esistenza; vuoi essere il fiore sbocciato e la mèsse matura.
– Sei la disarmonia, il disordine, non il progresso. A te basterebbe l’apparire nuovo a te stesso e non sai che solo trasformandoti lentamente puoi seguire e promuovere la trasformazione altrui. –
Gualberto premeva colle mani la sua fronte ardente; due sentimenti diversi lo straziavano. Volse lo sguardo alle sue valli lontane, e scese col pensiero al castello di Ardenberg. Una voce dolce e melodiosa sorgeva per esso di laggiù; ma quella voce ripeteva quanto gli dicevano l’erbe, le roccie e il vento; e quella voce gentile gli raffigurava l’immagine ideale dell’eterna armonia.
Gualberto si lasciò cadere di mano gli abiti del povero pastore, guardandoli muto, atterrito. Che cos’era dunque la verità? Dov’era? Non v’era sforzo disperato che la potesse evocare?
Fece un gesto di rabbia. Avrebbe voluto essere padrone d’ogni cosa, per dare tutta quella luce di sole che lo incantava, quella fragranza montana che lo inebbriava, la vista di quelle cime, di quelle valli azzurre: dare tutto in cambio di una rivelazione del vero.
Un uccello passò stridendo sopra il suo capo. Quell’urlo acuto nel gran silenzio che lo circondava gli parve un ghigno di cattivo augurio.
In questo momento si sentiva anche superstizioso. Lo spirito umano non è mai più vicino alle cose piccole e puerili di quando vuol salire alle più vertiginose altezze; in quel momento esso ha bisogno di tutto, ogni parte della sua attività intellettuale si fa viva e coll’altre anche la superstizione.
L’uccello disegnò volando un cerchio sulla testa di Gualberto, e lo ripetè più volte innalzandosi via via che volava, in forma di spirale.
A Gualberto sembrava veramente che quell’uccello salendo verso il cielo azzurro ridesse, sghignazzasse.
Su quella cima deserta, avvolta nella luce e nel silenzio delle grandi elevazioni, gli sembrava che l’intera natura lo guardasse atterrita, maravigliata.
L’uccello strideva sempre lassù per l’aria.
– S’era mai dato il caso – sembrava dire lo schernitore che volava sopra il suo capo – che una cosa inutile potesse crescere e durare nella vita comune degl’uomini? E il prete è finora un prodotto dell’intelligenza umana come tant’altri. L’ha fatto perchè ne ha bisogno. L’ha mutato e cacciato; ma poi, vestito a nuovo, l’ha rivoluto sempre. È un cerchio come questo che disegno io nell’aria – diceva l’uccello di cattivo augurio – e se tu sei capace di spezzarlo, se tu sei capace di sopprimere l’infanzia e ritardare la vecchiaia, hai ragione di fare ciò che hai fatto stamane; se non lo sei, non fai altro che mostrarti stolto e irragionevole, – l’uccello continuava sempre a fare que’ suoi voli tondi, accompagnandoli con un ghigno stridulo; – se tu fossi nato ai tempi di Cristo in Galilea, avresti udito anche tu la voce che ti arrestava sulla via di Damasco, ti saresti lasciato martirizzare per la fede e saresti stato pago; non è miglior cosa il dubbio e la disperazione che provi tu adesso, nemico dell’errore, indagatore della verità? – Gualberto appoggiava il capo indolenzito e ardente alla roccia calda, teneva gli occhi semichiusi quasi dormisse o avesse dei sogni intermittenti. – Nel Medio Evo saresti stato un alchimista instancabile, avresti cercato la pietra filosofale, avresti evocato gli spiriti e avresti fatto dei filtri; non è meglio essere ciò che tu sei ora? Non è meglio sconoscere l’errore e ignorare la verità che credere il falso? Hai tanto bisogno di fede, e non sai intendere il bisogno che ne hanno tutti? Ma non sai che l’errore, di cui hanno bisogno gli uomini, dev’essere appunto amministrato dalle mani più abili? Credi tu che perchè lo sdegni, lo sdegneranno anche gli altri? Credi che l’umanità sia capace di rinunziare a cosa che le è necessaria, perchè alcuni non la credono vera? Falle rinunciare prima alla paura della morte, all’incertezza dell’avvenire, agli effetti famigliari, ai turbini dei sensi, e allora potrai negarle l’illusione religiosa; prima no. Intanto, quella fiaba ideale e potente sia nelle mani migliori, e il più alto senno distribuisca fra voi l’indispensabile errore. – L’uccello svolazzò ancora intorno alle roccie in silenzio; poi con gridi acuti che sembravano ghigni pieni di derisione per lui e per tutti gli esseri viventi, sparì nella nebbia azzurra e lucente del lontano orizzonte.
Gualberto si scosse a un tratto come persona che si svegli dal sonno. Aveva egli pensato o aveva forse soltanto sognato?
Si guardò con un sentimento di ripulsione; provò ira verso sè stesso; si sentì umiliato, confuso.
Quanto era lontano adesso dai pensieri che lo avevano spinto a salire poche ore avanti su quella vetta deserta! Come risorgeva dalla riflessione quell’altra parte di lui che traeva la sua origine dalla fiera, cinica, altera prosapia degli Ardenberg.
Si affacciò di nuovo, ma con ben altri pensieri, all’orlo del precipizio e guardò nel fondo. Una macchia nera nel letto del torrente indicava il luogo ove giaceva la sua veste.
Cercò con lo sguardo una via per scendere nella valle e scorse dall’altro lato un sentiero angusto che metteva al torrente. Quel sentiero era lontano, difficile, pericoloso. Gualberto non vi badò, gettò sulle sue spalle la giubba del pastore e con passo sicuro e risoluto s’arrampicò sulle roccie, seguì la china del monte, lo risalì dall’altra parte e giunse finalmente dal lato opposto, ove trovavasi il sentiero che scendeva nel precipizio. Senza esitare un sol momento, aggrappandosi alle sporgenze dei sassi, aiutandosi con le mani e le braccia, lasciandosi scivolare lungo le pareti quasi verticali degli scogli, pesto, malconcio, giunse laddove voleva andare; entrò nel letto del torrente e raccolse risolutamente gli abiti che v’avea buttato.
Svolse con mano tremante l’involto ch’egli aveva stretto dianzi tanto rabbiosamente, che neppure sbalzando di rupe in rupe da quell’altezza vertiginosa s’era potuto sciogliere. Alzò il capo e guardò all’insù, là d’onde l’aveva lanciato nel fondo della valle.
Lassù tutto era luce, il sole splendeva con forza abbagliante, le bianche roccie sembravano scintillare sotto ai suoi raggi, mentre che le loro sottili frastagliature si staccavano sul fondo sereno e azzurro del cielo.
Gualberto fissava quel punto, e gli sembravano scorsi degli anni dal momento in cui v’era stato. Allorchè abbassò gli occhi acciecati da quel chiarore, non vide più nulla intorno a sè. Quel tetro burrone non vedeva mai sole, era bigio, umido, buio.
Gualberto tremava; aveva freddo, era stanco, si sentiva spossato.
Si rivestì della sua vecchia e lacera veste, quasi inconsapevole di quanto faceva. Sapeva di volerlo, di avere ottenuto questo sagrifizio da sè stesso dopo aver voluto lungamente, disperatamente il contrario. Non sapeva, non capiva altro. Sembrava vi fosse un estraneo lì accanto a lui che lo rivestisse; egli ignorava che l’umile servo che in quel momento gli prestava aiuto, era l’altera e orgogliosa sua volontà unita alla fredda ragione: le due nemiche dei suoi sogni, delle sue speranze, dei suoi entusiasmi.
Quanto diversa era questa seconda vestizione nel fondo freddo, angusto e buio di quel precipizio, dalla prima, lieta e pomposa, fatta in Roma! Là a Gualberto era parso di porre in evidenza tutte le sue ideali aspirazioni e spogliarsi d’ogni sentimento volgare; qui, metteva una maschera per nascondere un animo desolato che aveva riconosciuto l’errore e non sapeva la verità.
Ma Gualberto era così stanco da non poter fare quel raffronto, e si ritrovò vestito come lo era stato poche ore avanti, avendo vissuto con tanta intensità in quel mattino, come avesse preso parte alla vita di tutti i secoli che erano stati prima di lui. Gli pareva d’aver preso parte a tutte le fiabe, a tutti gli errori, a tutti i martirii dello spirito umano, dacchè questo poteva avere coscienza di sè. Il suo cervello stanco gli raffigurava le imagini più inverosimili, quasi uscisse dal lungo delirio d’una febbre violenta.
Senza scopo determinato si rimise a camminare nella valle andando laddove questa sembrava aprirsi scendendo verso il lago. Non s’avvide che un uomo lo seguiva da lontano spiando i suoi passi.
Non badava più a niente, ma istintivamente si avviava dalla parte più larga e chiara, scegliendo senza volerlo la strada migliore per la quale giunse ad un piccolo piano erboso, ombreggiato da folti castani.
Era quello un luogo affatto sconosciuto da lui. La fresca ombra degli alberi su quel verde e fitto tappeto d’erba lo invitò al riposo. La sua stanchezza era tale, che gli parve d’essere di nuovo ammalato come era stato a Roma. Si lasciò quasi cadere presso ad un vecchio tronco, vi appoggiò il capo ed il dorso e chiuse gli occhi.
Non dormì subito. Un ronzìo incessante nel capo lo teneva desto. Quel ronzìo sembrava prodotto dalle mille voci confuse di una folla che gradatamente si allontana. A poco a poco quelle voci si dileguarono, tutto tacque in lui, ed egli s’addormentò profondamente.
Allora pian piano l’uomo che l’aveva seguito gli si avvicinò, gli si fermò dinanzi, e immobile in atteggiamento di pietà e dolore lo guardò lungamente.
XI.
Il bel volto giovanile di Gualberto serbava ancora nel riposo un’espressione di dolore e di angoscia; le sue vesti polverose, malconce, ricoprivano in disordine la sua persona che giaceva nella positura di chi cade affranto dalla maggiore delle stanchezze, quella del pensiero.
L’uomo che guardava con insistenza, con espressione di pietà e di sdegno ad un tempo, il giovane che dormiva, era un uomo che s’avvicinava ai cinquant’anni. Era alto, ben fatto della persona, un po’ pingue, di quella pinguedine che non toglie ancora l’elasticità delle movenze e del passo, ma che rivela l’età matura. Il suo viso intelligente, vivacissimo, spirava salute, forza e letizia d’animo; la folta capigliatura era sparsa di ciocche bianche che facevano contrasto cogli occhi pieni di vivacità giovanile. Mentre fissava Gualberto, le sue labbra piene e facili al sorriso erano strette da un sentimento di pietà e d’ira, e le nere sopracciglia erano ravvicinate dal corrugarsi della sua fronte. Via via che quell’uomo guardava, il suo volto esprimeva sempre più sdegno e dolore; strinse i pugni in atto di minaccia, e aprì la bocca come volesse formulare un’imprecazione; ma si trattenne, ebbe pietà di quel sonno, di quel breve momento di riposo e d’oblìo.
Il sole appariva alto nel cielo; poi cominciò a scendere verso ponente; le ombre degli alberi andavano via via distendendosi sull’erba quasi volessero coricarvisi, e le alte pareti delle roccie proiettavano da ogni spigolo, da ogni sporgenza, lunghe strisce di ombra; ma Gualberto ancora non si muoveva, e lo sconosciuto ritto dinanzi a lui non aveva mutato positura.
Una contadina si avvicinò a quell’uomo e con un gesto timido e pieno di rispetto gli pose una mano sul braccio.
Lo sconosciuto si voltò, e le sorrise con amarezza.
– Guardalo, è lì – e le additò Gualberto che dormiva – Che cosa vuoi da noi? – aggiunse con impazienza pronunciando con enfasi la parola noi.
– Per carità… parli piano… non vede che si sveglia? – disse la contadina – Vorrebbe forse?… – e lo guardò titubante e sgomenta.
– Sì, lo voglio – rispose l’altro con fermezza, ma parlando piano perchè Gualberto incominciava a muoversi sul sonno. – Non lo vedi Vanina, non vedi sul suo viso le traccie del dolore, della disperazione? Non lo ami abbastanza questo infelice che hai nutrito, per indovinare anche tu le sue sofferenze? – La contadina guardò lungamente con aria mesta e addolorata il giovane che dormiva, e mentre essa lo guardava facendosi sempre più afflitta e accorata, l’uomo si chinò verso di lei, le strinse il braccio con la mano e disse imperiosamente.
– Voglio che tu glielo dica! –
– Signore…! – balbettò la donna tutta spaventata.
– Lo voglio, Vanina, – continuò a dire lo sconosciuto – lo voglio per il suo bene, m’intendi? per il suo bene. È indispensabile Vanina, bisogna che egli lo sappia. Vuoi forse che lo svegli qui, ora, e glielo dica? –
– Oh no! – esclamò la Vanina come fosse scandalizzata da quella proposta.
– Or bene, chi glielo può dire, chi può prepararlo a ricevere quella nuova se non lo vuoi far tu? – replicò l’altro con insistenza. A questo punto Gualberto fece una mossa come si svegliasse davvero.
– Vada via – disse la donna impaurita, – egli si desta. –
– Non mi muovo se tu non prometti di parlargli; di farlo subito – replicò l’altro imperiosamente. – Vanina, ieri me lo hai quasi promesso…
– Per carità, vada via, non vede che si muove, che… – interruppe la Vanina tutta confusa.
– Lo farai? – domandò di nuovo lo sconosciuto senza turbarsi.
– Sì, sì, farò come vuole, ma vada via subito – diceva ansiosa la Vanina accennandogli di andarsene.
– Sta bene, vado laggiù fra quegli alberi, di là ti posso vedere e verrò quando mi chiamerai – e lo sconosciuto andò via proprio quando Gualberto apriva gli occhi, ed ebbe appena appena il tempo di nascondersi ad una certa distanza da essi dietro gli alberi.
Il giovane si era svegliato e fissava la contadina quasi cercasse faticosamente di raffigurarla, di rammentare chi ella fosse e in qual modo egli si trovasse nel luogo dov’era, e in quella positura.
Si sollevò da terra, lo guardò ancora dubbioso e finalmente disse.
– Vanina?..
– Sì, sono io, la Vanina, signor contino, e – Ma Gualberto l’interruppe con impazienza.
– Che cosa vuoi? – domandò vergognoso dell’essere visto in quell’atteggiamento. La donna con furberia contadinesca e con l’intuizione di chi ama devotamente, indovinò il pensiero di Gualberto, si avvicinò a lui umilmente, poi disse.
– Non le dispiaccia conte Gualberto, di mostrarsi così alla sua vecchia balia, che l’ha tenuto tante volte sulle braccia quand’era piccino, e che ha tranquillato le tante e tante volte i suoi pianti. – Gualberto le stese la mano. Quelle semplici parole d’affetto in bocca della contadina, dopo le tristi ore d’angoscia passate in quella mattina gli parvero ancor più buone e affettuose che non fossero veramente. Era quella una sincera e semplice voce umana che lo richiamava perchè tornasse a vivere nella vita comune di tutti, a gustarne gli affetti e i dolori.
– Che diversità, mia buona Vanina, fra quel tempo e questo!… – rispose mestamente Gualberto e riappoggiò la persona stanca al tronco dell’albero guardandola pensoso. – Tutto era vero allora, tutto, persino le fiabe che tu mi narravi seduta accanto al mio letticiuolo durante le notti insonni, ma ora… – e Gualberto tacque addolorato e confuso.
La Vanina non intendeva il senso di quelle parole ma indovinava che erano la manifestazione di un profondo dolore. La povera contadina amava devotamente il giovane che aveva allevato e avrebbe fatto qualunque sacrificio per vederlo felice. Essa se ne stava zitta e imbarazzata dinanzi a lui, pensando se lo potea veramente confortare con la rivelazione audace che aveva promesso di fargli.
La donna non sapeva come incominciare; rammentava la promessa fatta allo sconosciuto, l’animava il desiderio di porgere aiuto e sollievo a Gualberto, eppure la tratteneva una gran paura di far male, di mancare ad un dovere, di peggiorare forse la condizione del giovane. Però dopo avere esitato un pezzo risolse di parlare, e allora lo fece arditamente.
– Signor contino – disse – quei tempi felici per lei, furono tristissimi per gli altri; le vecchie mura del castello di Ardenberg, custodivano gelosamente allora, come lo custodiscono adesso un segreto terribile –
– Un segreto? – domandò Gualberto maravigliato fissando con stupore la Vanina, che parlava in tuono solenne mentre sembrava confusa e imbarazzata nello stesso tempo. – Un segreto… che tu sai? –
– Sì – rispose la donna già mezza pentita di quello aveva detto, perchè la maraviglia che dimostrava Gualberto le faceva sentire maggiormente l’importanza delle cose che stava per dire.
– Un segreto?… – ripeteva Gualberto pensoso. La Vanina taceva spaventata, ma poi quando con aria più tranquilla egli le indirizzò di nuovo la parola e disse. – Era un segreto che ti riguardava? – allora timidamente gli rispose. – No, quel segreto riguardava lei! – e le parve di aver detto tutto, tanto, che Gualberto dovesse sapere senz’altro tutta la verità.
Ma come ben s’intende, Gualberto non aveva capito nulla, e fissava con inquietudine e stupore la sua vecchia balia.
– Un segreto che riguardava me solo e che nessun altro sapeva fuorchè tu, Vanina…? – domandò quasi non credesse alle sue parole.
– Lo sapevano anche degli altri, – rispose la donna che non trovava più il verso di tirare innanzi – lo sapeva la sua povera mamma, lo sapeva il signor conte, lo sapeva… un altro – e pronunciate queste parole fece una mossa per fuggir via. Ma Gualberto spinto da un triste presentimento, indovinando dal contegno della Vanina che essa stava facendogli malgrado la sua coscienza e la sua volontà, una dolorosa e importante rivelazione, balzò in piedi e la trattenne.
– Quell’altro chi era? – domandò.
– Suo padre… – rispose la donna balbettando a stento quelle terribili parole.
– Mio… mio padre…? – ripetè Gualberto sbalordito. La Vanina non ardì muoversi, non ardì guardarlo. Le parve di sentir scricchiolar dei rami, le parve di udire dei passi dalla parte ove era andato il forestiero, ed ebbe una gran paura che escisse dalla boscaglia che lo nascondeva, precisamente in questo punto.
– Mio padre?… qual pazzia ti coglie dicendo queste cose?… disse Gualberto, poi a un tratto quasi urlando gridò. – Non è vero! Non è possibile; tu hai mentito! – La Vanina chinò il capo e tacque, e Gualberto dopo un momento di riflessione tornò a dire.
– No, non è vero! Dimmi che hai mentito, che il conte di Ardenberg è mio padre! –
Ma la povera donna non poteva reggere al sentirsi accusare così e rispose con sicurezza e dignità.
– No, non ho mentito. Potrei giurare sull’altare che ho detto il vero. –
Allora dinanzi alla mente sbalordita e confusa di Gualberto apparvero improvvisamente, disordinate e tumultuose delle immagini del passato; i ricordi dell’infanzia si mescolavano alle memorie recenti; parole dette da sua madre tant’anni fa, altre pronunciate il giorno avanti; rammentò i pianti della contessa, gli aspri e ironici rimproveri del conte, la disperazione di sua madre quando glielo portarono via, l’angoscia silenziosa e rassegnata colla qual sembrava accompagnarlo anche adesso, ogni volta lo vedeva in compagnia del marito.
Quel marito non era dunque più suo padre? Tuttociò gli s’affacciava ora al pensiero con una chiarezza improvvisa; ritrovò lucidissima la memoria di certe scene domestiche, di certe ore dimenticate da un pezzo, che adesso risortivano dal passato illuminate vivamente come fossero quadri staccati, punti luminosi nelle tenebre. Si rammentò l’ultimo dialogo avuto col conte d’Ardenberg, e con una rapidità spaventosa, con una perspicacia morbosa, indovinò, capì tutto.
No, il conte d’Ardemberg non era suo padre; ne sentiva in sè la certezza. Tutto ciò che aveva fatto per lui gli appariva qual era veramente: una atroce vendetta.
Ma sua madre…? Quella creatura soave e venerata, quell’idolo della sua infanzia era stata colpevole? Gualberto avrebbe voluto che il suo pensiero tacesse dinanzi a questa domanda.
Di quanto quell’uomo sconosciuto doveva essere superiore a tutti o di quanto inferiore per aver potuto divenire suo padre? Andava egli debitore della vita ad un turpe delitto o all’amore, all’entusiasmo, alla fede, ispirata da qualche essere eccezionalmente buono e intelligente?
Era un pezzo che taceva e che la Vanina non ardiva turbare con una mossa o con una parola quel silenzio. Finalmente Gualberto lo ruppe, e umilmente, senza guardarla, quasi si vergognasse dinanzi a lei le chiese.
– Il suo nome…? –
– Dio mio – esclamò la Vanina – che cosa ho fatto! – e si coprì il viso spaventata del dover compiere la sua rivelazione pronunciando quel nome, che da tanti anni nessuno aveva più pronunciato in quelle valli.
– Il suo nome… – tornò a dire Gualberto con tuono quasi supplichevole. – Il suo nome Vanina…?
La Vanina esitò, sospirò, poi finalmente, pianissimo, susurrò il nome di Guido Campaldi.
– Campaldi? – esclamò Gualberto cui era famigliare il nome del celebre artista. – Campaldi…? – ripetè quasi non potesse prestar fede a quella risposta.
– Per carità… per carità… parli piano – disse la Vanina tutta spaventata.
Ma quel nome pronunciato così forte, era stato udito da colui che attendeva nascosto nella boscaglia e che ne uscì impetuosamente correndo verso Gualberto.
– Chi mi chiama? – disse guardando il giovane.
E la parola gli tremava fra le labbra e da tutto il suo contegno traspariva una commozione così violenta che a stento gli riusciva di padroneggiarla.
Gualberto indietreggiò d’un passo, guardò la Vanina che s’era fatta rossa e pallida nello stesso momento e le domandò piano con tuono di sgomento.
– Chi è…?
– È lui. – rispose la donna chinando la testa.
XII.
Gualberto si volse verso il Campaldi e con una mossa altera, rialzò il capo con orgoglio fissandolo arditamente. In quell’istante pensava a sua madre. Gli pareva dover difendere quella riputazione, finora immacolata, contro chi minacciava di macchiarla, ma a poco a poco il suo sguardo fisso negli occhi del Campaldi si fece più dolce, parve divenisse via via che lo fissava, più affettuoso, più vivace. Le sue ciglia s’inumidirono, e un’intuizione potente, irrefutabile gli gridava nel cuore che quell’uomo era suo padre.
Un’affinità misteriosa delle fibre e del pensiero lo traeva con violenza a riconoscerlo per tale.
Gualberto gli stese la mano, e il Campaldi a quell’atto con gioia impetuosa lo strinse fra le braccia.
– Mio figlio! – esclamò, e in quelle due parole pronunciate a quel modo era non solo la conferma di un fatto, ma anche tutta una storia di affetto, di aspettazione, di dolore represso. – Mio figlio! – ripetè e lo baciò sulla fronte.
Gualberto pensava sempre a sua madre; anche in questo momento di profonda commozione lo turbava dolorosamente il pensiero di sua madre.
Il Campaldi gli aveva messo le mani sulle spalle e scostandosi un poco da lui lo guardava insaziato. Egli indovinava ciò che pensava Gualberto e sentiva con avvilimento che il suo affetto non l’avrebbe compensato di questa nuova disillusione che riguardava il suo culto e il suo amore per la contessa Beatrice.
Dov’era quest’uomo, pensava tra sè Gualberto, allorchè l’avevano strappato dalle braccia della madre desolata per compiere l’atto iniquo che doveva farlo prete?
– Gualberto ti duole ora ciò che sai. Non negarlo, lo vedo, lo sento – disse finalmente il Campaldi addolorato da quel silenzio – ma credi tu che questa audace rivelazione ti sia stata fatta senza che vi fosse un motivo urgente, un motivo che non mi permetteva di aspettare? –
– Perdoni – rispose Gualberto confuso – sono ancora troppo turbato, troppo sbalordito per risponderle… Un motivo? Quale? –
– Quello di proteggerti, di trarti da questa disperazione che è il tormento di tua madre e forse la trista gioia di… – Ma non finì il suo discorso, mutò tuono e ricominciò a parlare. – Sono venuto per dirti che sono libero, che sono ricco, chè ti posso finalmente proteggere. Sei l’unico mio figlio, vieni con me, anderemo ove tu vuoi, anderemo in una terra nuova ove tu pure ricomincerai una nuova vita. –
Gualberto gli rispose con un mesto sorriso.
– Grazie – disse – ho già scelto. Ho risolto oggi stesso quello che debbo fare. Non muterò più.
– Non vuoi che io ti aiuti? – chiese il Campaldi dolcemente.
– Non ho più bisogno di aiuto e debbo saper vivere solo – rispose Gualberto commosso nel vedere la mestizia con la quale il Campaldi accoglieva le sue parole. – E in qual modo potrei, anche lo volessi, accomunare la mia vita alla sua? – aggiunse il giovane dopo un breve silenzio. – Che cosa so io di… – Ma in questo punto il Campaldi l’interruppe con vivacità.
– Hai ragione – disse – tu non sai nulla di me. Io vissi vent’anni col pensiero di te mentre tu non mi conosci che da pochi minuti e mi conosci per una triste e dolorosa rivelazione. Vengo da paesi lontani che dovetti abitare lungamente in ossequio alla volontà di tua madre e per adempire ad una promessa fatta quando…
Ma qui tacque e la memoria parve gli presentasse una tormentosa riminiscenza. – In quegli anni, che molti chiamerebbero d’esilio, mi consolava la dolce memoria di tua madre e il mio pensiero ti visitava nella culla invocando per te nell’avvenire le glorie dell’arte. L’arte, Gualberto, – esclamò con entusiasmo – essa è la mia Divinità, la padrona del mio intelletto; essa mi ha dato la fede, la felicità, essa ha popolato la mia vita di immagini immortali e laddove gli altri credono esservi isolamento e abbandono, nelle terre disabitate del nuovo mondo, nei mari deserti, là più che mai, s’affollarono intorno a me le raggianti figure della mia fantasia. L’arte mi ha dato tutto quello che gli uomini si chiedono tante volte l’un l’altro invano: serenità e speranza. Non ho casa e non ho patria, ma dove più splende il sole, dove la natura è più prodiga, dove la forma umana è più bella, là è la mia patria, la mia casa; allora nel riposo, le immagini della mia mente prendono forma, diventano realtà per opera mia. L’esilio per me incomincia laddove finisce per gli altri. La dimora fissa mi è insopportabile. Lo spazio, il movimento mi attraggono e mi allettano incessantemente… Ti ho detto tuttociò perchè tu mi conosca meglio. La mia vita, il mio avvenire debbono d’ora innanzi servire a te. Anderemo ove tu vorrai. –
– Mio padre! – esclamò Gualberto con uno slancio sincero di affetto, e lo abbracciò senza esitazioni e senza scrupoli.
In questo punto una mano si posò di nuovo sul braccio di Campaldi.
– Signore, per carità, se ci vedessero… –
– Buona Vanina – disse il Campaldi. – Hai ragione – e le prese la mano stringendola fra le sue. – Gualberto, – aggiunse volgendosi a suo figlio – debbo al coraggio e all’affetto devoto di questa donna e di sua madre, la gioia dell’averti ritrovato, debbo a loro le notizie che con molta difficoltà mi facevano pervenire in paesi lontani durante la tua infanzia e la tua adolescenza; esse mi narravano delle lagrime segrete di tua madre… – Qui s’interruppe e chinò la testa. – Ma le ultime lettere giunsero tardi e non venni… in tempo. –
Gualberto non rispose. Sì, era venuto tardi, nessuno era più in grado d’aiutarlo, di toglierlo al suo stato.
La Vanina commossa per le parole del Campaldi era in preda ad una grande agitazione. Volgeva gli occhi ora a destra, ora a sinistra.
– Per carità signore, non si trattenga qui… può passare della gente…
– Sì, Vanina, faremo come tu vuoi. Vieni, Gualberto, vieni sino alla casa dove sono alloggiato. Nessuno deve sapere che mi ritrovo in queste valli, nessuno… neppur lei. –
Ma la Vanina non era contenta.
– Oh signor Guido non possiamo andare a casa insieme, saremmo visti…
– Anche questa volta hai ragione. Ci separeremo allo sbocco della valle. –
– Separarci?… – disse con voce bassa Gualberto.
– Per ora – rispose con vivacità l’artista. –
– Domani verso il tramonto ti aspetterò nella casa di Rosalìa ove alloggio, o meglio, dove mi nascondo. Riparleremo del tuo, del nostro avvenire… risponderai meglio che non lo potresti fare qui, alle mie proposte. – Gualberto si fe’ più serio e non rispose. – Ne parleremo domani – aggiunse il Campaldi.
– Sì… domani… – replicò Gualberto che non voleva offenderlo con un diniego.
S’avviarono verso lo sbocco della valle.
– E… a casa… a… a tua madre – disse dopo fatti alcuni passi l’artista con imbarazzo – non dirai nulla, ma, se lo puoi, cerca di farle credere che sei più contento. –
Gualberto alzò gli occhi e guardò il Campaldi con riconoscenza.
– Lo farò – disse.
Camminarono ancora un poco in silenzio, poi a un tratto, la valle si aprì dinanzi a loro. Campaldi si fermò. Stese le mani a suo figlio e disse:
– Qui dobbiamo lasciarci. Addio per oggi, ma promettimi che ora dopo esserci ritrovati tanto faticosamente, non ci perderemo mai più.
– Te lo giuro! – rispose Gualberto con fermezza stringendogli forte forte le mani. Poi si allontanarono rapidamente a fine di nascondersi a vicenda le proprie emozioni.
XIII.
In quel giorno il conte di Ardenberg passeggiò nelle ore del meriggio su e giù nella sua biblioteca, fumando un sigaro dietro l’altro, fermandosi ora dinanzi uno scaffale, ora dinanzi alla finestra, con un viso talvolta serio e pensoso, talvolta ilare, ma di quella ilarità ironica che era il solo modo col quale gli riusciva di mostrarsi lieto.
Gualberto non s’era visto in quella mattina all’ora della colazione; nè si era presentato a sua madre per dirle addio come soleva fare quando si assentava per qualche ora dal castello; l’avevano cercato, ma con maraviglia di tutti non s’era potuto sapere dove egli fosse andato. Chi l’aveva cercato era, s’intende bene, la contessa Beatrice, che da tanti giorni spiava sul volto del figlio ogni traccia di affanno e di dolore, e studiava invano nascondere le proprie angosce a fine di non dar esca al maligno contento del conte.
Il conte però non era contento. In questo triste dramma che si svolgeva per opera sua sotto ai suoi occhi, non coglieva il frutto della sua vendetta se non che nelle angosce della contessa; l’antipatia che gli aveva ispirato Gualberto da bambino era scemata, e col tempo non solo era diventata indifferenza, ma quasi, a momenti, il giovane côlto, intelligente, che prometteva tanto per l’avvenire, aveagli ispirato un sentimento di simpatia, bensì breve e fugace, ma pure sincero. Questo giovane, destinato a portare il nome degli Ardenberg, che sarebbe salito forse alle più alte dignità ecclesiastiche, gl’ispirava, per una di quelle contradizioni che non si spiegano facilmente, ma che sono però comuni, un sentimento di deferenza che traeva origine soltanto dalla sua vanità.
In questo giorno, durante l’assenza prolungata di Gualberto, il conte l’aveva atteso con impazienza; temeva che fosse avvenuta una disgrazia e n’era turbato.
Verso le tre e mezzo il viso sparuto della contessa Beatrice si affacciò all’uscio della biblioteca.
– Avanti, avanti, contessa – disse con fare premuroso ed ironico il marito, cui non pareva vero gli si offrisse lo spettacolo delle inquietudini di quella povera donna.
– Nulla… nulla… – balbettò confusa Beatrice, credendo che il conte chiedesse che cosa voleva.
– Posso servirla in qualche cosa, – continuò a dire il conte tutto sorridente e scherzevole – vuole un trattato di scienza, un libro di filosofia, un dramma del Dumas? V’ha di tutto in casa mia. – aggiunse ironicamente. La contessa non era in quel momento pronta a sostenere una lotta di parole col conte. Era tanto angustiata, che non le importava più di nascondere la sua angoscia.
– Cercavo Gualberto – disse risolutamente, e si ritrasse di là.
– Chi sa dov’è andato Gualberto, e chi sa se tornerà! – le rispose duramente il conte.
La contessa Beatrice udì queste parole e sentì una trafitta al cuore, ma non replicò sillaba; chiuse l’uscio della biblioteca e tornò nella sua camera.
Alle quattro un domestico venne ad avvisare il conte che il cacciatore ed i cani lo attendevano sul piazzale dinanzi al castello.
Egli alzò le spalle e disse con impazienza: – Che aspettino. Ora non ho voglia d’escire. – Poi richiamò il servo che se ne andava ed aggiunse: – Appena torna il conte Gualberto, avvisatemi.
Ricominciò a passeggiare su e giù nella biblioteca. Dopo scorsa una mezz’ora si fermò dinanzi alla finestra e guardò il lago che rifletteva quei colori variati e belli del cielo che precedono di qualche ora il tramonto. Era un giorno chiaro e sereno.
Il conte si rammentò improvvisamente gli anni della sua infanzia, il vecchio e severo precettore, i giuochi vietati dal rigido prete, la gioia del disubbidirlo, e quelle memorie gli fecero morire sulle labbra il suo sardonico riso.
Suonarono le cinque.
Il conte si scosse. – Se Gualberto non tornasse più? – pensò fra sè. In quel momento l’uscio della biblioteca s’aprì di nuovo ed il medesimo servo di prima entrò dicendo:
– Il conte Gualberto è giunto in questo momento ed è salito nella sua camera. –
– Sta bene – disse il conte come fosse sollevato da un gran peso. – Dite pure al cacciatore che vengo subito. –
E mentre Gualberto mutava rapidamente le sue vesti malconce, egli udì l’abbaiare dei cani e la voce imperiosa del conte che imponeva loro di star cheti.
Allora Gualberto trasse un sospiro di consolazione. – È partito! – disse fra sè.
Non aveva ancora finita mentalmente questa esclamazione, che udì picchiare sommessamente all’uscio di camera sua. Un leggiero fruscio di seta gli rivelò subito chi fosse.
Corse ad aprire ed abbracciò sua madre. La povera contessa Beatrice aveva le lagrime agli occhi.
– T’ho aspettato tanto… – disse dolcemente.
Gualberto le chiese perdono d’essere stato la cagione di tante inquietudini; a lui pareva di chiederle perdono di tutte le angosce, delle quali egli era stato la cagione nel passato. Le disse che aveva smarrito la via in quella mattina, le narrò la prima favola che gli si affacciò alla mente, quella che meglio poteva tranquillarla, le disse che stava bene, che era lieto, che non aveva affanni. La fece sedere accanto a sè e la confortò, la rassicurò, poi, allorchè finalmente fu tranquilla, la guardò in silenzio con dolorosa attenzione.
Non l’amava meno dacchè il Campaldi gli aveva rivelato la sua origine, ma gli sembrava che anch’essa, come gli angioli e i martiri della sua fede, fosse stata profanata, fosse scesa dal suo piedistallo, fosse più lontana dalle regioni ideali e più vicina alla terra. Il suo affetto per essa non scemava, ma si sentiva di nuovo alle prese con un pregiudizio che avrebbe dovuto vincere. E sua madre adesso gli appariva mutata quasi fosse un’altra.
Quest’altra era la donna che aveva amato il Campaldi, che aveva dato con l’imprevidenza dell’entusiasmo, per pochi giorni di gioia, anni di dolore.
Per lui non era più la contessa d’Ardenberg, quella creatura ideale, soave, dolcissima, simile ad un essere che non appartiene alla terra, quella madre che egli credeva unica al mondo per tutte le gentili qualità materne; no; era una donna più donna delle altre, perchè aveva voluto l’amore ed aveva subìto risolutamente, senza lamenti, le lunghe sofferenze inflitte da esso.
L’amore? Mille idee confuse si agitavano nel suo cervello, nel pronunciare fra sè quella parola. E dacchè il Campaldi l’aveva proferita, egli ci avea sempre pensato; dacchè conosceva la sua origine, gli sembrava di appartenere più da vicino agli affetti ed ai sentimenti terreni: quasi vi fosse una congiura contro di lui, sentivasi chiamare in ogni modo dalla realtà che lo strappava al suo mondo ideale.
Ed ora sapeva che anche questa madre adorata aveva provato la sua parte di gioia e di dolore, e di quelle gioie erale rimasto lui solo.
Non si sentì umiliato da quella rivelazione; nella condizione sua, e con una mente fatta come la sua, gli parve anzi d’essere cosa migliore, dacchè seppe che egli non era più il frutto di un’unione convenzionale, infelice, quale egli l’aveva riconosciuta da un pezzo, ma che era nato invece da un affetto forte e spontaneo. In un momento di ribellione e di trasformazione del suo spirito, questo fatto non poteva umiliarlo.
Era altero di un padre, del quale aveva ammirate le opere tante volte; il freddo sarcastico conte Ardenberg che lo trattava con tanta durezza, era un pigmeo accanto a quel grande artista. V’erano dei momenti, nei quali avrebbe voluto ringraziare sua madre; altri, ne’ quali la guardava mestamente, gli sembrava che nel fare un bene a lui avesse scapitato per sè, che avesse perduto un’aureola per cingere invece una veste comune.
– Perchè mi guardi così, Gualberto? – disse finalmente la contessa.
– Penso… – rispose dopo un momento di esitazione – penso alle lagrime che t’ho costato. –
La contessa lo guardò con tenerezza.
– Non ricordi le gioie e i conforti che ebbi da te? – Gualberto le strinse la mano e chinò la testa quasi fosse umiliato.
– Ho sprezzato per molto tempo l’intensità dei sentimenti che tengono stretti gli uomini fra di loro; mi pareva che nelle regioni più alte soltanto vi fossero esseri degni di tutto il nostro affetto. M’ingannai. La terra è più bella di quanto credevo, ed è bella perchè c’è l’amore. –
La contessa fissò incerta il volto del figlio dopo che egli aveva pronunciato queste parole. La povera madre non aveva mai ardito interrogare il figliuolo sulle sue credenze religiose. L’aveva osservato trepidante, e il suo cuore batteva ogni qualvolta egli scendeva nella biblioteca del conte. Essa aveva indovinato che suo marito continuava così la sua opera di vendetta, che colà tormentava Gualberto con tutte le torture morali delle quali poteva disporre, e invano la contessa aveva cercato allora d’indurre sommessamente il figliuolo a seguire gli studi e le letture di prima. In altri tempi l’aveva visto felice ed ora vedeva bene che non lo era più. Ma in quel momento si fece animo e domandò piano:
– Tu credi ancora, Gualberto? –
Il giovane sorrise mestamente e guardò sua madre con pietà.
– Credo a tutto, – rispose, – credo alla più elevata parola del Vangelo ed alla più umile superstizione di una nostra contadina; credo nella religione e credo nell’incredulità. Credo in Dio, perchè è il prodotto della mente umana e perchè l’idea di esso è l’opera del nostro cervello. – La contessa non rispose subito. Le parole pronte e piene di convinzione di Gualberto sembravano tranquillarla, ma il senso di esse era oscuro. – Non ti affannare, mamma – continuò a dire Gualberto. – Lo spirito mio è in pace ormai; la lotta è finita. Sono tranquillo e voglio continuare con sicurezza ed energia per la via che è stata scelta per me. –
A queste ultime parole la contessa rialzò il capo con maraviglia. A chi era diretta l’accusa? Era la prima volta che Gualberto faceva così indirettamente un allusione al passato. Ma egli non le lasciò tempo a riflettere, si alzò, cercò alcuni oggetti sul tavolino, assestò delle carte che vi erano sparse, e disse, troncando il discorso di prima:
– Come sta Ermanno?
– Meglio, anzi bene, è uscito di casa e lo vedrai adesso a pranzo. Jeronima invece mi sembra sofferente; forse si è affaticata troppo per assisterlo; Ermanno, lo sai, è esigente come un bambino quand’è malato, e Jeronima ha per esso una pazienza inesauribile. Avrebbe bisogno di distrarsi – aggiunse la contessa – mi sembra stanca e accorata. –
Gualberto ascoltò senza perdere una sola parola quanto gli diceva sua madre, e pensò con egoistica gioia che essendo guarito Ermanno, Jeronima sarebbe forse scesa quella stessa sera nella biblioteca. Aveva tante cose da dirle!
In quel mentre suonò la campana del desinare, e la contessa alzossi anch’essa, e più lieta che non fosse da molti giorni prese il braccio di Gualberto e s’avviò con lui alla sala da pranzo.
Gualberto s’era però ingannato nelle sue previsioni.
Egli attese invano Jeronima nella biblioteca dopo pranzo.
Essa non venne.
XIV.
Era una bella sera ed egli sedette presso alla finestra guardando il lago; non aprì un libro, non desiderò di leggere; quel quadro sereno e animato, cui faceva cornice l’ampia finestra, gli presentava una scena tanto bella, che il suo pensiero involontariamente la popolava d’immagini nuove, intorno alle quali s’animavano le sue idee con vigore e spontaneità. Guardava la notte stellata e pensava alle vicende del giorno.
Mentre assorto nella meditazione se ne stava silenzioso appoggiato al davanzale della finestra, udì dei passi leggieri ed il fruscio d’una veste sulla terrazza soprastante.
Tese l’orecchio e s’accertò che quello era il passo di Jeronima. Essa non parlava e per quanto ascoltasse non udiva che il fruscìo dell’abito ed il rumore dei passi.
Era dunque sola.
Gualberto senza rendersi conto della sua impazienza, uscì rapidamente dalla biblioteca, e salì per la scala che metteva alla terrazza.
Egli aveva indovinato. Jeronima era sola.
– Posso venire? – domandò piano Gualberto.
Jeronima si volse rapidamente, lo guardò maravigliata e gli stese subito la mano.
– Venga. Pensavo a lei in questo momento. Volevo parlarle, e mi dispiaceva di non poter scendere nella biblioteca – disse con affetto e semplicità.
Senza intenderne la cagione, Gualberto si sentiva felice accanto a lei. Si sentiva sicuro di avere da lei aiuto e conforto, e desiderava tanto di aprirle l’animo suo!
– Perchè non poteva scendere nella biblioteca? – domandò.
– Ermanno dopo il pranzo è stato inquieto ed ha voluto coricarsi presto. Aveva mal di capo, ed io temeva che la congestione alla testa lo minacciasse di nuovo. Ora dorme, ma prima di addormentarsi ha voluto che io gli promettessi di non allontanarmi, per essergli vicina se chiamava.
– Posso restar qui? – chiese ancora Gualberto.
– Ma sicuro. E sono contenta che ella sia qui. Anch’io oggi sentivo il bisogno di… – si arrestò incerta – di una buona parola, ero angustiata per lei e non potevo chiederne conto a nessuno. A pranzo ho visto che s’era operato in lei un mutamento. Mi sono forse ingannata?
– No – rispose con vivacità Gualberto – le cose che m’ha detto hanno portato buoni frutti. Ho mutato; non come volevo io allora, ma come volle lei.
– Davvero!… – disse Jeronima con un sorriso; poi lo guardò un momento pensosa, appoggiandosi al parapetto della terrazza. – Quando, come è stato? – aggiunse con quella sua voce bassa e melodica che lo animava a confidarle i più segreti pensieri.
– Oggi – rispose Gualberto, facendosele vicino e appoggiandosi, come lei, al parapetto. – Oggi ho vissuto tanti giorni in poche ore! – Vi fu un breve silenzio. Jeronima guardava il viso intelligente e animato di Gualberto, in questo momento tutto illuminato dalla luna che lo faceva parere pallidissimo. – Oggi ho deciso – disse con voce ferma – resto prete per sempre! –
Jeronima si scosse, si rialzò e lo guardò turbata da quelle parole.
– Proprio? È deciso? – disse piano.
– Si maraviglia, Jeronima? – domandò Gualberto. – Non ho fatto bene?
– Sì, ha fatto bene, – rispose ella prontamente con la consueta energia.
– Ma perchè m’ha parlato adesso a questo modo? mi dica sinceramente perchè? Si pentì di quanto mi disse allora? – domandò con impazienza Gualberto.
– No. Non mi pentii di quello che le dissi – replicò Jeronima. – Vi pensai molto, e più vi penso e sempre più mi convinco d’averle detto ciò che avrei fatto io stessa nel caso suo. Ma oggi, non so perchè, credetti per un momento che la sua tranquillità e serenità d’animo nascessero in lei appunto dall’aver presa la decisione contraria.
– E non le dispiaceva… – domandò con insistenza Gualberto.
– Disapprovavo, ma non sentivo dispiacere, – rispose ella con franchezza. Gualberto non replicò. Pensava con doloroso scontento quanta indifferenza rivelavano le sue parole, e senza indagarne il motivo si sentì umiliato. Ma poi gli venne una nuova idea.
– Ed ora, – domandò – le dispiace quello che ho detto?
Jeronima si volse maravigliata, lo fissò con quel suo limpido sguardo, che in alcuni momenti aveva tutta l’ingenuità di uno sguardo infantile.
Era imbarazzata. Doveva dire i suoi pensieri, spiegare le sue impressioni senza averle prima spiegate a sè stessa? Che ragione poteva egli avere nel cercare di soddisfare queste piccole curiosità?
– Se mi dispiacque? – rispose incerta. – Sì! Mi dispiacque. Non so perchè, eppure son certa che ha fatto bene. –
Gualberto provò un sentimento di soddisfazione.
– Feci bene e lei provò dispiacere che io facessi il mio dovere? – chiese ancora.
– Fu un sentimento stolto e piccino d’egoismo, – rispose Jeronima con maggiore franchezza, – per un momento lei s’era avvicinata a noi, ora di nuovo si allontana… –
Gli occhi di Gualberto brillarono a quelle parole.
Aveva capito.
– No, Jeronima. Sono qui, più vicino che mai al soave fascino degli affetti umani. Non ho scelto la via lunga e distante che percorre gli spazi interminabili del mondo ideale, popolati come i vasti deserti da una fata morgana ingannatrice: ho scelto un modesto sentiero che rasenta la terra… vuol sentire la storia dei miei dubbi e della mia decisione? – domandò Gualberto.
– Sì, – rispose con vivacità Jeronima, – mi dica tutto. –
Allora con voce bassa, poggiato al parapetto della terrazza, le narrò l’istoria di quel giorno, le disse della sua breve gioia, della sua disperazione, della lotta che lo aveva straziato e della vittoria riportata; tutto disse, tranne l’incontro col Campaldi.
Jeronima ascoltava in silenzio, non veduta da Gualberto. Teneva i suoi grandi occhi fissi sul volto di lui che le parlava talora con voce tremante, talora animato dalla foga dei suoi pensieri; la brezza notturna increspava i suoi capelli castagni intorno alla candida fronte, e con la bella persona mollemente inclinata sul parapetto di marmo, pareva spirare attenzione da ogni movenza, sembrava ascoltare con rispetto pietoso.
Gualberto le diceva tutto, le rivelava i più segreti pensieri. Quei grandi occhi, mentre si fissavano sopra di lui, gli avrebbero strappate le più umilianti confessioni, se egli avesse avuto argomento a farne. Ma erano giovani entrambi. La moglie di quel fanciullo che moralmente non sarebbe mai divenuto uomo, quel giovane sacerdote che aveva in sè ben altri istinti, ben altre tendenze che quelle che egli era chiamato a manifestare nella sua vita, côlto nel trasporto più ardente di una fede illimitata, dal gelo del dubbio, erano puri entrambi, avevano quel candore morale che nelle nature forti ed energiche prende talvolta la forma severa dell’austerità.
Jeronima era certamente così. Imparava a conoscere quei sacrifizi che s’impongono gli eletti di questo mondo, allorchè sono infelici e sdegnano venire a patto colle più umili gioie della vita per trarne conforto. Gualberto invece aveva ancora dinanzi a sè molte ore di lotta prima di poterle rassomigliare; era nell’indole sua la necessità di ricercare continuamente cose che la parte più forte e migliore di sè gli doveva vietare. E la lotta doveva durare un pezzo.
Sul finire della sera, la luna sparve dietro un fitto velo di nebbia, e dei nuvoloni s’accavallarono intorno alle vette dei monti, avvolgendoli quasi sino alle falde. Le onde si infrangevano con insistente rumorìo contro le mura del castello, e la brezza leggiera che aveva dapprima scossi leggermente i capelli di Jeronima, cambiatasi in un vento freddo e violento, fischiava sinistramente fra le gole dei monti.
Ma essi non l’avvertirono. Gualberto parlava ancora, Jeronima ascoltava.
Si sentiva tanto felice di poterle aprire l’animo suo, lo confortava tanto il sapersi ascoltato da lei, il deporre ai suoi piedi la confessione dei suoi dolori!
Di tratto in tratto Jeronima rispondeva dolcemente, a voce bassa, e quella voce sembrava a Gualberto un incanto, una melodia nuova che esercitava un fascino strano e potente sopra di lui.
– Jeronima, – disse finalmente, – ho rinunciato a molte cose che ancora non conosco… se un giorno me ne venisse il desiderio potente, irresistibile?
– Si soffre e si lotta… ma poi si vince. – rispose ella, guardandolo con pietà ed affetto.
– E se non avrò nessuno allora che mi aiuti, se lei Jeronima non mi sarà vicina? –
Jeronima lo guardò un momento perplessa.
– Ma io sarò certamente lontana, – rispose mestamente, – le nostre vie giaciono discoste l’una dall’altra. La sua volontà e la sua energia la sapranno aiutare più efficacemente di me. –
Gualberto crollò il capo e disse:
– No, no, la volontà e l’energia non bastano, sono aride, infeconde, ci vuole una mano amica, un affetto che mi sorregga nelle ore tristi.
Jeronima non rispose.
– Vi sono persone che darebbero tutta la potenza del pensiero, tutte le gioie dello spirito per un affetto, – continuò a dire Gualberto quasi parlasse fra sè; – tutto il mondo è pieno di una grande, misteriosa parola che lo empie di sorrisi e di dolore; tutti ne parlano; la sa il povero, la sa il ricco, la sanno gli alberi, i fiori, gli uccelli che volano per l’aria; quella parola è amore! Jeronima, – disse vivamente, – che cosa sarà l’amore? –
Jeronima guardò il cielo oscuro, il lago in burrasca, e, côlta da un brivido, strinse la mantellina intorno alla sua persona. – Speriamo, – rispose lentamente, mentre un lampo rischiarava il suo viso commosso e pensoso, – speriamo di non saperlo mai!
– E se un giorno lo indovinassi, lo sapessi? – chiese ancora vivamente Gualberto.
– Allora bisognerebbe chinare la testa e soffrire, bisognerebbe accogliere l’amore non come nemico, ma come dolore benefico che ci ritempra l’animo. L’amore feconda ogni cosa, potrà fecondare anche lo spirito e farlo più grande.
– Jeronima, – domandò Gualberto commosso, senza saperne il perchè, – Jeronima, non ha mai amato?
– No – rispose ella con semplicità.
– E… – ma Gualberto non finì la sua interrogazione.
– Che cosa chiede? – diss’ella un poco severamente.
– Perdoni, – rispose Gualberto, – sono indiscreto come un fanciullo. –
Dopo queste parole tacquero entrambi, e ascoltarono insieme il vento che sibilava negli anditi e fra gli alberi, il lago che s’infrangeva contro il castello, il cupo e lontano brontolìo del tuono. Erano commossi entrambi, agitati come la natura che li circondava.
– Presto dovrò partire, – disse dopo quel silenzio Gualberto, – torno a Roma.
– Partire? – esclamò dolorosamente Jeronima.
Un lampo li rischiarò in quell’istante, e lo sguardo di Jeronima incontrò quello ardente di Gualberto: – Partire? – ripetè, e pensò a lui, a sè, a tutta quella sua triste esistenza.
– Non potrò tornar qui, – disse ancora Gualberto, – ne dirò in altri tempi la cagione; e non posso neppure starmene laggiù sempre solo, senza cercare un consiglio, senza dirle le lotte e gli sconforti del mio spirito. –
Jeronima non rispose, teneva gli occhi fissi sul marmo del parapetto e stringeva le mani con moto convulso.
Anche lei rimaneva sola, e mai non le era parsa orribile come in quest’ora la tetra immagine del suo avvenire.
– Jeronima, non posso, – continuò a dire piano, con accento commosso, Gualberto. – Non mi regge il cuore a partire di qua. – Poi aggiunse con impazienza: – A lei, Jeronima, non importa; lei ha la forza di viver sola, la sua volontà è più potente d’ogni altra cosa.
– No, – disse piano e lentamente Jeronima. – non so perchè, adesso ho paura di restar sola, l’energia mi vien meno e mi si stringe il cuore pensando che…
– Che io parto? – interruppe con violenza Gualberto, e le prese una mano e cercò di vedere il suo viso in quella oscurità. Un lampo la rischiarò anche questa volta, ma i loro sguardi non s’incontrarono. Jeronima teneva gli occhi bassi. Era sorpresa in questo momento da un tumulto di sentimenti e di pensieri, di gioie e di paure che le invadevano l’animo e che le erano sconosciuti.
Il cuore di Gualberto batteva con violenza, quella piccola mano fra le sue pareva gli facesse correre più rapidamente il sangue nelle vene, suscitasse anche in lui, ma più violenta assai, una tempesta di sensazioni e di pensieri che cresceva ad ogni momento e che egli cercava invano di domare.
– Che cos’è stato? – disse con voce soffocata dalla commozione. Jeronima cercò di svincolare la sua mano da quella di Gualberto, ma non potette.
– Jeronima, – disse piano, – se quello che chiedeva di sapere pochi momenti or sono, adesso lo sapessi già?… –
Essa alzò gli occhi e lo fissò atterrita.
– Gualberto!… – mormorò, quasi indovinasse ciò che egli stava per dire e gl’imponesse di tacere.
– Se questo che provo ora fosse amore? Se… se… Jeronima, io ti volessi bene? Se non avessi confessato tutto e mi restasse a dire ancor questo? – Gualberto parlava presto, agitato, fissandola con degli sguardi ardenti. Le prese le mani, si chinò verso di lei, e, come fosse colto da vertigine, non vedendo più nulla, non sapendo più niente fuorchè il desiderio insensato che lo dominava, la gioia indicibile che gli faceva battere il cuore, posò le labbra sulla sua fronte, sopra i suoi capelli, avrebbe voluto aprire le braccia e stringerla al petto, coprirla di baci e di carezze; ma anche in quel turbine lo trattenne un sentimento puro e gentile, una volontà elevata, e le sue labbra ardenti si fermarono su quella bianca fronte con rispetto in mezzo a quel primo delirio d’amore. Fu l’opera di un momento.
Jeronima si scostò da lui e disse con voce tremante:
– Gualberto, non volevamo lasciarci, ed ora dovremo dividerci per sempre. Sarà una triste verità imparata a caro prezzo. – Parlava coll’ingenua semplicità e con la dignitosa fermezza che le era abituale.
Gualberto ancora agitato, confuso per le sue parole, vergognoso di quell’impeto subitaneo, le rispose umilmente:
– T’amo, Jeronima, ti amavo anche prima, ma non lo sapevo. Non so chi di noi lo disse or ora all’altro; forse tu non ne sai niente, ma io non lo scorderò più. – Jeronima si volse come volesse lasciarlo, ma egli la trattenne. – Non fu lei che mi disse che l’amore convien trattarlo come un dolore che feconda lo spirito e lo fa diventar grande? Che cosa possiamo chiedere noi che egli non ci possa dare? Siamo poveri in confronto degl’altri.
– Siamo onesti, – rispose severamente Jeronima – ed abbiamo fatto entrambi delle promesse.
– Lo so, – rispose con impazienza e severità Gualberto; poi la guardò, velata com’era dall’ombra di quella notte tempestosa, e gli parve sentire tutto l’animo suo giovanile chinarsi riverente dinanzi a quella forma adorata. Che cosa non le avrebbe detto per trattenerla? Che cosa non le avrebbe giurato per essere certo che essa non lo dimenticava, che non si sarebbe allontanata da lui? – E le nostre promesse – continuò egli a dire – che cosa hanno di comune con ciò che io ti chiedo, Jeronima?
Jeronima chinò il capo quasi fosse umiliata d’aver potuto pensare ad una colpa. – A chi hai promesso i tuoi pensieri, a chi le immagini della tua fantasia, le speranze e i dubbi della tua mente? Chi le può ricevere, valutare?… Quei pensieri, quelle speranze, quei dubbi, io li voglio per me, Jeronima, – disse Gualberto con forza, prendendole di nuovo la mano; – voglio tutta quella parte di te che non è posseduta da nessuno, perchè non v’ha chi sia capace di possederla, ed io ti do in cambio tutti i miei affetti, tutta la vita del mio spirito, tutte le adorazioni, di cui è ancora capace il mio cuore…. Perchè tremi, Jeronima? Tu così forte nella sventura, così altera e sicura di te stessa, tremi?
– Sì, tremo, – proruppe con voce commossa Jeronima; – perchè il mio cuore batte di gioia, perchè mi sento felice, perchè tutti i desideri, le speranze della mia prima giovinezza mi si affollano come per incanto alla mente in quest’ora…. e questa gioia, Gualberto, mi fa paura come dovesse fare del male ad altri…
– Ti adoro, – disse piano Gualberto, chinando il suo capo e baciando la mano di Jeronima. – Non so come, non so perchè, ma sento che in questo momento un legame indissolubile si stringe per sempre intorno ai nostri pensieri e ai nostri affetti. La mia parte nel mondo mi sembra facile ora che tu sei con me… No, Jeronima, non ci lasceremo; non so spiegarti in qual modo, ma sento che non saremo mai più divisi. Che v’ha di male in questa gioia? Non s’amarono così, fra gli orrori e le angosce dei primi secoli cristiani, altere e virtuose matrone, credenti alti d’ingegno e grandi per virtù, che si narrarono a vicenda le gioie della loro fede? Tale è l’amore che fa grandi i pensieri, come dicevi tu; è il nostro, Jeronima;… mi farai buono, mi farai felice, mi sento capace di tanto ora che ti porto nel cuore. –
Un colpo rabbioso di vento scosse tutte le porte e le finestre del castello, passò sibilando fra i tetti e le torri, mentre il tuono rispondeva minaccioso accompagnato da lampi continui. Jeronima fece un movimento improvviso.
– Ermanno chiama! – disse impaurita.
– Non ho sentito nulla. È il vento, – rispose Gualberto.
– Mi par di sentire delle voci… – disse Jeronima.
– Non sento che la tua, e il temporale che infuria accanto a noi. Che importa di lui! Nella tua voce, Jeronima, sento tutta l’armonia, la tranquillità di un giorno sereno, e questo giorno che sorge adesso nel mio cuore splenderà di luce e di sole, finchè vivo. Quante cose intendo ed indovino ora, che prima non sapevo! Perchè non mi parli, perchè non mi dici tu? perchè lo dici a tuo padre, a tua madre, ai tuoi fratelli e non a me? – domandò con passione ed impazienza Gualberto.
– Perchè ho paura del tumulto insolito dei miei pensieri, perchè non ho ancora avuto il tempo di rendermene conto, perchè le sole cose che potrei dire sono tali, che mi sembrano come un’offesa ad altri, come se le parole fossero cose reali che potessero far male a chi non ne ha colpa… Eppure… – disse dopo un momento di riflessione con ingenua spontaneità – eppure mi sento felice, mi pare che dopo tanti mesi d’isolamento, di uno sforzo continuo per tollerare l’esistenza, ora mi accolga finalmente un affetto… mi sorregga un forte pensiero… Mi pare… – aggiunse piano quasi temesse che il vento portasse seco il suono delle sue parole – mi pare, Gualberto, di doverti ringraziare con tutta la forza dell’animo mio. – A quei detti un turbine colse di nuovo tutti i pensieri, tutti i sentimenti di Gualberto, ma si trattenne; strinse forte forte le mani di Jeronima e vi posò le labbra.
– Mi dono a te per sempre, – disse. – È un altro voto questo, non meno puro e più sincero di tutti gli altri. La sola, l’unica vera promessa che mi esca spontanea dal cuore. – Ma Jeronima si scostò di nuovo improvvisamente da lui.
– Mi chiamano, – disse.
– Vuoi lasciarmi? – domandò dolcemente Gualberto.
– No, – rispose con fermezza Jeronima. – Ma ora voglio rientrare in casa; temo che questo temporale non mi permetta di udire la voce di Ermanno. Ho bisogno di raccogliermi, di riflettere, di pensare al turbine che mi ha travolta in quest’ora.
– Va… – disse mestamente Gualberto – che i tuoi pensieri sieno buoni, che ti parlino in favor mio, che ti dicano ciò che direi io stesso… Addio, Jeronima, – aggiunse, quasi dovessero lasciarsi per un pezzo. Ti ho dato l’anima mia come il Faust donò la sua a Mefistofele, ma tu che sei pura come Margherita, portamela in cielo e non lasciarla trascinare fra gli stenti ed il fango della terra; ricordati che io non l’ho più, perchè l’ho data a te. Ciò che mi resta non è mio, ma è tuo. Son tutto assorto nell’immagine tua, n’è piena la notte, ne sarà pieno domani ogni luogo ove io vada. –
Jeronima sorrise mestamente.
– Addio, – disse; – è una notte buia, procellosa, e mi sento impaurita dalle tenebre, mentre a momenti un raggio di gioia mi scuote, e m’illumina come un lampo ogni cosa. Addio, Gualberto… dico anch’io questa sera come tu mi dicevi altre volte… vorrei pregare, adorare… – Si guardarono un momento in silenzio, si strinsero le mani e poi si lasciarono senza dir altro. Ciò che avevano in cuore era tanto da non dirsi con un saluto.
Jeronima entrò nel suo salotto e di là passò nella camera di Ermanno, la quale aveva pure una porta con vetri che metteva alla terrazza, che in quella sera era stata chiusa per tempo. Non erano però state calate le tende nè chiuse le persiane, e i lampi rischiaravano di quando in quando tutta la camera.
Jeronima entrò piano piano, senza lume, e stette in orecchio. Il respiro di Ermanno le parve irregolare; ma egli non si moveva, e dopo qualche istante, credendo che dormisse, tornò nel salotto, e, senza farsi portare la lampada, sedette al buio in una poltrona, appoggiò il viso alle mani e pensò.
La porta che metteva alla camera da letto era rimasta aperta. Dal letto ove giaceva lo scemo, potevasi vedere la graziosa figura di Jeronima, ogniqualvolta il lampo l’illuminava.
E lo scemo la guardava.
Egli piangeva e guardava.
I suoi piccoli occhi aperti, pieni di lagrime, fissavano nell’oscurità quel punto ove ella sedeva, e pareva che egli volesse squarciare, coll’intensità di quello sguardo fisso, l’oscurità della notte e il denso velo che avvolgeva la sua mente.
Voleva pensare e non poteva.
Voleva ricordare una cosa e poi un’altra, con ordine, e non gli riusciva. Aveva bisogno di rammentare e commentare dei fatti; ma gli accadeva come a chi volesse rammentare i vari capitoli di un libro, e che ogni volta che fosse giunto a saperne uno, dimenticasse poi tutti gli altri o quando cercasse sovvenirsi del primo, non gli venisse fatto che di sapere l’ultimo.
S’era destato quando Jeronima e Gualberto avevano incominciato a discorrere sulla terrazza e li aveva guardati sempre.
S’era messo a piangere allora, e aveva guardato e pianto alternativamente, senza sapere perchè piangesse.
Gli pareva a momenti d’essere tornato piccino; e che Gualberto, il quale era il minore, fosse invece maggiore di lui, e in quell’agitazione febbrile della sua povera fantasia, parevagli che entrasse nella camera dei suoi balocchi e gli portasse via il più bello.
Egli aveva dormito qualche minuto, mentre essi discorrevano e aveva fatto allora quel sogno.
Il viso mesto e severo di Jeronima sorrideva nell’oscurità, ed Ermanno la vedeva sorridere ogniqualvolta appariva illuminata dai lampi. Non l’aveva mai veduta sorridere a quel modo. Essa gli sembrava un’altra. Dei grossi goccioloni gli cadevano dagli occhi, e nella sua semplicità gli venne un’idea fanciullesca. Volle provare a chiamarla. Forse chiamandola col solito nome sarebbe riapparso il medesimo viso, la medesima donna.
Chiamò.
Jeronima si scosse, si alzò, corse nell’altra camera.
– Voglio il lume, – balbettò Ermanno.
Jeronima accese il lume e guardò, maravigliata, il viso bagnato di lagrime di Ermanno.
– Hai pianto? – domandò premurosamente. – Ti senti male? –
Egli non rispose, la guardava e non poteva vederla bene, aveva gli occhi gonfi e la luce quasi improvvisa del lume lo acciecava.
– Perchè piangi, Ermanno? – tornò a dire amorevolmente Jeronima.
– Non so, – rispose. – Vieni più vicino, – disse dopo un momento di silenzio. – Voglio vederti.
Jeronima si avvicinò al letto e gli accostò il lume al viso; poi sorrise, perchè sapeva che egli le chiedeva sempre di sorridere.
– Non ridere, non ridere così, – gridò con impazienza, e volse il capo dall’altra parte.
– Che cos’hai, Ermanno? – disse amorevolmente Jeronima. – Sei ammalato? Hai qualche dispiacere?
– Non ho nulla. Non so che cos’ho, – gridava impaziente, tenendo sempre il viso nascosto nei guanciali, come un bambino che fa le bizze.
-Ma che cosa vuoi? Che cosa posso fare per te? – chiese Jeronima, maravigliata di quell’insolito capriccio.
– Voglio… voglio… – balbettò lo scemo, volgendo un poco il viso verso il lume – voglio che tu pianga come me.
– Piangere? Ma perchè? – rispose Jeronima.
– Perchè piango io, – disse quel poveretto.
– Non è cosa che si possa fare senza motivo, per capriccio, – replicò dolcemente.
Ermanno si volse e la guardò.
– Non puoi piangere ora?… – disse, fissandola con quel suo viso stravolto e con quell’espressione speciale che aveva quando cercava di afferrare un’idea. – Io piango e tu non puoi? io provo tanto dolore, non so perchè, e tu ridi?… è come se io fossi solo solo in mezzo al lago – ed egli sentì un brivido, perchè l’acqua gli metteva tanta paura – e che tu fossi lontana, di là dai monti, in un bel paese, ove io non potessi seguirti…
– Tranquillati, Ermanno, – disse lei amorevolmente; – che inutili pensieri sono questi? Provati a dormire. Io resto qui. – E posò il lume in terra e sedette in una poltrona, come si fa coi bambini che non vogliono addormentarsi.
Lo scemo non rispose. Vi fu un breve silenzio, e Jeronima credette che egli seguisse il suo consiglio; ma poi, a un tratto, egli ricominciò a parlare.
– T’ho vista piangere tante volte, – disse coll’insistenza indiscreta di un fanciullo, – e ora perchè non puoi? Che cosa importa essere due, stare nella stessa casa, alla stessa tavola, discorrere, guardarsi, essere vicini, chiamarsi sempre, vivere gli stessi giorni, e poi che uno dei due sia solo a piangere… e l’altro rida? – Ermanno balbettò a stento e ci mise un pezzo a proferire queste parole.
Jeronima sentì profonda compassione per lui.
– Ma, Ermanno, perchè dici queste cose? Non sai che qui tutti ti vogliono bene, e se tu avessi un vero dolore, tutti piangerebbero con te? – replicò con affetto.
Egli non le rispose. Si voltò e rivoltò inquieto nel letto; poi stette un pezzo immobile, leggermente assopito.
Jeronima, sempre seduta nella poltrona, lo vegliava; era impensierita da quelle insolite parole e dalla sua irrequietezza. Temeva che fosse di nuovo ammalato.
Improvvisamente egli balzò nel sonno e la chiamò.
– Sono qui. – rispose ella prontamente facendoglisi più vicina per chinarsi sopra di lui. – Che cos’hai?
– Nulla… nulla… – disse con respiro affannoso. – Sei qui… grazie… Sognavo… – poi ristette un istante, perchè l’argomento del suo sogno si dileguava dalla sua debole memoria – sognavo… – guardò di nuovo Jeronima, perchè rammentava che il sogno trattava di lei e voleva narrarlo. Ma fu impossibile. Non poteva ricordarsene. Aveva sonno e ricadde sopra il guanciale per dormire ancora.
– Non andar via, Jeronima, – disse, quasi supplicando, come avesse paura.
– No, non vado via; dormi che io sono qui, vicina a te, – rispose sollecitamente.
Prima di dormire Ermanno aprì ancora una volta gli occhi e guardò, a caso, dalla parte della finestra; vide, traverso i vetri, la terrazza, la torre oscura del castello, che sorgeva come un fantasma dietro ad esso nelle tenebre di quella notte burrascosa, e si risovvenne, a un tratto, del sogno che gli aveva dato tanto sgomento.
– Jeronima, – disse vivamente, – adesso lo ricordo.
– Che? – domandò ella con maraviglia.
– Il sogno di dianzi, – rispose. – Sognai che Gualberto ti portava via! –
Jeronima si scosse tutta a quelle parole. Le facevan paura, le facevan pietà, la empirono di uno sgomento nuovo per essa, di uno sgomento vago, incerto, che rassomigliava a grida della coscienza contro una colpa che sapeva non avere commessa. Le pareva di aver colpito un essere senza difesa, più debole di lei; le pareva di aver fatto, volontariamente, soffrire un altro buono e innocente.
Non rispose, non si mosse; non un gesto non una sillaba, rivelarono il violento fluttuare dei suoi pensieri in quell’ora.
Lo scemo si addormentò profondamente, e Jeronima, seduta accanto al letto, vegliava e pensava immobile e silenziosa.
Suonarono le due dopo la mezzanotte. Il tempo cattivo durava sempre, e il lago sbatteva, infuriato, le onde contro quelle vecchie mura.
Jeronima, allorchè sentì battere le ore, si alzò, ed accostatasi ad una finestra nel fondo della camera che prospettava la valle, l’aprì piano piano e guardò nella notte buia e fredda. Le cime dei monti erano coperte da neri e densi nuvoloni, la valle era tutta una macchia buia, nella quale non era possibile discernere il contorno di alcuna cosa; ma più giù, dov’era il bosco degli abeti, Jeronima vide uno strano lucicchìo come di fiaccole o di un lontano incendio. I tronchi degli abeti staccavansi sopra un fondo velato di luce rossastra, come fossero fantasime magre e lunghe, deformi e grottesche, e i rami mossi furiosamente dal vento, sembravamo le vesti disciolte e lacere di quegli spettri.
Provò, suo malgrado, un sentimento di timore. Era una notte orribile, e l’animo suo era turbato, commosso; e mentre si affacciava a quella finestra, e guardava la scena tetra e fantastica che le si presentava alla vista, ebbe un presentimento di sciagura.
Stette un pezzo intenta ad osservare la luce misteriosa nel bosco; poi venne uno scroscio d’acqua violento che velò ogni cosa, e battendole nel viso, l’obbligò a richiudere la finestra.
Allorchè la pioggia diminuì e che potè riaffacciarsi, quel chiarore nel bosco si era dileguato.
– Sarà stato un abete che ardeva, colpito dal fulmine, – pensò Jeronima, richiudendo una seconda volta la finestra. Ma non le riuscì di cacciare i tristi pensieri che si presentavano alla sua mente dopo gli avvenimenti della sera e la tetra vista di quella notte tempestosa. Pensava anch’essa, come l’avranno fatto, nella medesima ora, molte povere contadine nelle loro capanne, alla leggenda della contessa Valfreda, alle disgrazie che essa annunciava. E in quella notte, mentre Jeronima dormiva nel suo letto parato con gravi cortine di damasco, le sembrava che il vento muovesse quelle tende, e che le dolci melodie di un liuto lontano, tanto lontano, che in sogno non sapeva se la distanza fosse di spazio o di tempo, arrivassero sino a lei e le narrassero la storia, vecchia come il mondo, eppur sempre nuova come la prima luce dell’alba, di un amore grande, eterno, che viveva da secoli; istoria raccolta pietosamente dalla leggenda, perchè non fosse dimenticata mai. E in sogno sentiva piangere Ermanno e riudiva le ardenti parole di Gualberto, e provava un dolore acuto e nascosto, per il quale lo spirito suo sembrava dovesse lacerarsi, dividersi, farsi in due parti, e quel dolore non finiva mai, perchè le parti non erano mai uguali.
XV.
Gualberto si destò alla mattina del giorno seguente, quando il sole splendeva già nella sua camera da un pezzo, e si destò riposato e tranquillo dal sonno profondo della notte. Ripensò ad una ad una le vicende del giorno scorso, e gli sembrò d’essere un uomo nuovo.
Si sentì più forte, perchè gli parve dovere quella tranquillità a sè stesso e all’opera vigorosa del proprio intelletto, che gli avea tracciato una via che avrebbe seguìta irrevocabilmente. Poi pensò con tenerezza al Campaldi, a sua madre, a Jeronima. La gentile immagine di lei stette lungamente presente ai suoi pensieri. Al primo affacciarsi di essa alla sua memoria fu turbato, e una commozione violenta, sconosciuta, lo agitò; poi si sovvenne che presto doveva partire.
Come vivere più lungamente sotto allo stesso tetto col conte di Ardenberg, che non era suo padre, e che gli aveva amareggiata tutta l’esistenza colla sua spietata vendetta? Come rammentare senza tradirsi tutti i tristi episodi della sua infanzia, e l’ipocrisia con cui lo avea trattato in questi ultimi tempi? Era necessario partire, tornare a Roma.
Tornare a Roma?
Gualberto sostò nelle sue riflessioni, allorchè ripensò improvvisamente alla sua vita di prima. Per un momento, con una chiarezza subitanea, si rivide quale era stato una volta; riebbe sott’occhio tutti i minuti particolari della sua vita in Roma; rivide la sua camera, i suoi mobili, i suoi quadri, i suoi libri; e gli parve d’essere un vecchio che ricorda i giorni lieti della giovinezza.
Evocò la dolce immagine di Jeronima per scacciare quei pensieri; ma quell’evocazione non bastò.
Quanto egli aveva sognato laggiù fra le pompe artistiche e religiose della Roma cattolica, era stato così smisuratamente grande, era stata cosa tanto bella, che non v’era affetto terreno, nè incanto di sorriso di donna che la potesse pareggiare. Gualberto chinò mestamente il capo.
Egli sapeva che ormai non avrebbe più trovato al mondo cosa che gli bastasse. Alla sua sete la realtà non poteva dare che delle scarse goccie di acqua, mentre le illusioni ora perdute, la fede irremissibilmente spenta, in altri tempi lo avevano dissetato, inebbriandolo di speranze sempre nuove.
Il prete è l’albero svelto dalla terra, destinato a vivere artificialmente. Invano si studia, allorchè altre covinzioni lo traggono a vivere diversamente, di rimettere salde radici nel terreno; le fibre scosse e lacere non possono più aderirvi come prima, e non potendo alimentarsi compiutamente nella realtà, e mancandogli d’altra parte il nutrimento artificiale, rimane vivo a stento in mezzo agli altri, col desiderio del passato e l’impotenza di gustare il presente in tutte le sue forme.
Gualberto sentiva che egli era destinato a scontare questa pena, e pensava con amarezza alla sua partenza.
E Jeronima?
Come vivere a Roma senza di lei? senza vederla, senza farla partecipare a tutti i suoi pensieri, senza chiederle consiglio, come fosse un essere superiore, più buono, più giusto di lui?
La sua parte era ardua, richiedeva abnegazione e forza di volontà continua. Doveva amare gli uomini, eppure giudicarli con sì fredda imparzialità da poter loro insegnare, a poco a poco il vero, sotto la maschera dell’errore, quasi fossero fanciulli; doveva combattere cauto e insistente l’istituzione cui apparteneva; doveva farsi d’orecchio sottile e d’intuizione pronta, per sentire o indovinare l’ora opportuna e appropriare l’opera sua alle necessità di quell’ora; doveva, dopo aver percorso lungo e arduo cammino, tornare addietro, prendere gli uomini al punto ove li avea lasciati, e senza rivelare improvvisamente la mèta, indirizzarli sulla sua via.
E in tutti questi disegni per l’avvenire, Jeronima aveva la parte maggiore; a lei sempre pensava, riordinando nella mente la sua futura esistenza. In quella mattina vi pensava, non solo con insistenza, ma il pensiero di lei lo turbava, gli faceva battere il cuore, e a momenti la sua severa mestizia si dileguava dinanzi a nuovi inconsueti impeti di gioia, che il ricordo di una sua parola, di un gesto, di uno sguardo evocava a un tratto in mezzo alle più tristi meditazioni.
A colazione si rividero.
Si salutarono come vecchi amici; ma in fondo al cuore entrambi erano turbati, come non si fossero mai veduti prima d’allora.
Presso a lei egli ridivenne lieto. La contessa Beatrice lo guardava con tenerezza; avrebbe voluto ringraziarlo di farla felice con quel sorriso giovanile, con quello sguardo vivace, che da un pezzo la povera madre aveva desiderato invano di rivedere.
Il conte d’Ardenberg non c’era, e verso la fine della colazione anche Jeronima discorreva e sorrideva come da un anno non aveva mai sorriso o discorso.
La contessa Beatrice era felice di questa breve ora di lieta espansione in mezzo ai suoi figliuoli.
Ermanno, come al solito quand’erano tutti riuniti, non parlava; gli si faceva capire a stento e difficilmente afferrava il senso dei discorsi che non erano fatti per lui e adattati alla sua intelligenza; nessuno quindi si maravigliò del suo silenziò in quella mattina.
Ma se lo scemo non parlava, stava attento attento ai discorsi degli altri, e guardava, maravigliato e impermalito, l’insolita vivacità, il lieto discorrere di Jeronima.
Essa aveva un viso nuovo per lui. Egli non era mai stato capace di evocare per sè solo quella espressione lieta. Era Gualberto che la faceva discorrere; a lui rispondeva sorridendo; questo mutamento era opera di lui; lo scemo lo sapeva, come se glielo avesse detto sua madre stessa, la persona cui prestava maggior fede.
In quella mattina non poteva soffrire suo fratello, non poteva più vedere il viso sorridente di Jeronima. Si sentiva avvilito, rabbioso e umiliato ad un tempo.
Ma le sue impressioni, appena sbozzate, gli svanivano dalla mente, e le sensazioni in lui, erano quasi sempre esaurite prima che divenissero percezioni, non poteva quindi meditare intorno a ciò che provava.
Si alzò da tavola appena ebbero finito, e volle tornare nel suo appartamento, pregando Jeronima di accompagnarlo.
Sua madre lo rimproverò dolcemente di non trattenersi, poi gli disse che Jeronima rimaneva più volontieri con loro.
– Veramente… – domandò Ermanno – non vuoi venire con me?
– Sì, se ti fa piacere. Ma perchè vuoi oggi lasciare tua madre prima del solito? – replicò Jeronima. Lo scemo insistè perchè ella venisse, ed essa rammentando la notte inquieta che egli aveva passato e le parole della sera innanzi, non ardì contraddirlo, e si alzò per seguirlo.
La contessa Beatrice disse allora un poco severamente, che egli non doveva abusare a questo modo della grande bontà e pazienza che Jeronima aveva per lui, ed invitò la nuora a restare; ma essa, intenerita dallo sguardo supplichevole del poveretto, non volle affliggerlo con una negativa, e lo seguì.
– Grazie Jeronima! – disse affettuosamente; poi chinò il capo, tutto addolorato, e disse fra sè: – Anche la mamma mi ha sgridato… vuol più bene a Gualberto, che è bello e sa tante cose e intende tutto così presto!
XVI.
Allorchè furono tornati nel loro appartamento, Ermanno volle andare sulla terrazza, e insistè perchè si mettessero a sedere proprio nel punto ove aveva veduto, la sera innanzi, Gualberto e Jeronima che discorrevano insieme.
Rivedendo quella terrazza, ove era stata con Gualberto, Jeronima si turbò, si fe’ seria e volle rientrare nel salotto. Ma Ermanno con la sua ostinata fanciullesca insistenza, ottenne che rimanessero ove erano.
– Perchè, Jeronima, sei adesso così seria, e non parli più? – domandò Ermanno.
– Non si può sempre discorrere, – rispose con tranquillità.
– Ma ieri sera, allorchè tu discorrevi qui con Gualberto, avevi tante cose da dire… – replicò Ermanno: Jeronima si scosse, lo guardò intimidita e confusa – e a me, – continuò egli, – a me non parli neppure. – Le prese la mano e volle baciarla.
Jeronima fece un movimento quasi di paura senza avvedersene, e lo respinse. Ermanno ammutolì e la guardò addolorato.
– Allorchè Gualberto ti baciò la mano, ieri sera, non hai fatto così, – disse mestamente.
Jeronima indietreggiò spaventata.
Fin dove giungeva l’intuizione di questo poveretto? Era quello un atroce rimprovero, che doveva scuotere tutta la delicata coscienza di Jeronima, come fosse in presenza di un giudice, era un’ingenuità ardita, ignara di colpe, inconsapevole di quanto avesse espresso con quelle parole?
Jeronima guardava umiliata il viso di Ermanno che non esprimeva niente. Egli le aveva parlato con mesta tranquillità.
– È un rimprovero che mi fai? – diss’ella finalmente.
– Un rimprovero? – ripetè maravigliato Ermanno. – Un rimprovero a te, Jeronima? Io dire a te una parola cattiva? Ma sarebbe peggio che offendere Dio, sarebbe dire che i fiori sono brutti, che la mamma non mi vuol bene… – Qui si fermò e disse poi: – Ha ragione la mamma, Gualberto è tanto bello, sa tante cose, e in chiesa forse le grandi figure degli altari gli narrano delle istorie e gl’insegnano a farsi voler bene. –
Jeronima si accostò di nuovo ad Ermanno e volle indurlo a parlare d’altro.
– I quadri sugli altari non discorrono; tu sei buono, eppure essi non ti dissero mai nulla. – Ermanno sorrise con furberia.
-Tu non lo sai. Il giorno stanno zitti; ma la sera, allorchè si accendono i lumi dinanzi a loro, si svegliano, e intanto che gli altri pregano, parlano piano piano; anche a me hanno parlato. –
Jeronima ascoltava con maraviglia le parole strane dello scemo, che da poche ore sembrava mutato e parlava in un modo che le faceva stupore e paura ad un tempo.
– Colto dal sonno, avrai sognato, Ermanno, mentre eri al buio e udivi le preci de’ contadini, – rispose, cercando di persuaderlo. – E in sogno che cosa ti dissero?
– Non sognavo, lo so, – ribattè egli con impazienza; poi aggiunse dolcemente: – Parlavano sempre di te. Avranno parlato di te a Gualberto, sì, gli avranno parlato di te. La chiesa è cosa sua, egli è il loro padrone; quelle figure gli crescono d’attorno come a me i miei fiori, vorranno più bene a lui che a me. Non voglio che tu vada in chiesa; tutto è suo là, le panche, i marmi, Dio e gli Angioli; lui ha tutto quello che vuole, lui sa ogni cosa, io non so nulla. Resta con me, Jeronima.
– Non sono qui, – rispose essa con infinita dolcezza; – e non ci starò sempre? – aggiunse con fermezza, mentre lo guardava mestamente.
– Ci stai perchè sei buona, non perchè ti piaccia, – rispose con insolita prontezza; – adesso che sei qui non sorridi più, pensi a loro, non a me, hai un altro viso: – e la guardava; guardava e muoveva le labbra, cercando di manifestare ciò che pensava, mentre teneva gli occhi fissi sopra di lei; ma erano pensieri che egli non sapeva rivestire colla parola. Aveva il viso rosso, gli occhi splendenti, come avesse la febbre.
– Non stai bene, Ermanno, – gli disse Jeronima; – temo che tu abbia la febbre.
– No, no, – rispose prontamente, – sto bene, benissimo; – e si alzò e si mise a guardare i suoi fiori, che ricominciavano a sbocciare. Jeronima sperò che egli fosse tornato nella quiete abituale e tacque; ma presto egli le si avvicinò: – Se ti perdessi? Se un giorno io fossi qua e tu non ci fossi più? – disse coll’insistenza con la quale soleva sempre tornare sopra i medesimi argomenti, quando questi gli piacevano.
– Ma che motivo hai per credere che io non possa sempre stare con te? – gli rispose Jeronima, cercando di tranquillarlo. – Perchè pensi a queste cose?
– Non so perchè, – disse egli. – Ma da qualche tempo ci penso sempre, e dacchè non stai più tutto il giorno con me e vai a leggere nella biblioteca di mio padre, ci ho sempre pensato. Ho paura di perderti; ho paura che tu mi accompagni un giorno nella chiesa di Gualberto, e che mentre io prego, tu vada via; che poi ti cerchi e non ti ritrovi.
– Ma la chiesa è piccina, – rispose con un sorriso Jeronima, come avrebbe risposto ad un bambino, – e sarebbe facile ritrovarmi.
– È vero, – replicò Ermanno; ma poi se ne stette un poco pensoso; indi aggiunse: – È piccola, ma ci può stare tanta gente; mi pare che nella chiesa più piccola ci potrebbero stare tutte le genti e tutti i fiori e tutta la luce di questo mondo, e sono sicuro che la chiesa diventerebbe grande grande e coprirebbe ogni cosa colla sua ombra, e che le figure sugli altari scenderebbero per far posto, e gli angioli di marmo alzerebbero su su la cupola, per farla diventare più grande se la gente volesse. Non voglio che tu vada in chiesa.
Jeronima non rispose, ascoltava trepidante quelle parole. Che il poveretto diventasse pazzo?
Procurò nuovamente mutare discorso; andò nella sua camera e gli portò certe fotografie che egli non aveva ancora vedute; gli parlò d’alcune piante rare, che dovevano giungere da Trento per lui; cercò in ogni modo di fissare la sua attenzione sopra altri argomenti, ma non vi riuscì. A lei pareva che avesse la febbre e che il colorito insolito del suo viso, lo sguardo più vivace, indicassero che il male, che aveva già minacciato il suo povero cervello, stésse per tornare. Ma egli persisteva nel dire che si sentiva bene. Finalmente le domandò che ore erano.
Jeronima glielo disse.
– È tardi, molto tardi, è l’ora in cui tu scendi a leggere; è un pezzo che sei qua, hai il viso serio, pallido, solito, non come l’avevi ieri sera e stamane… Se io non ci fossi, – disse lentamente, – avresti sempre quell’altro viso contento, sorridente e questo non l’avresti più. Ne sono certo, – aggiunse, come afferrasse rapidamente un’idea che gli apparisse con insolita chiarezza, – saresti un’altra se io non ci fossi… Sono cattivo, sono sciocco io, ma non voglio che tu diventi un’altra, mentre ci sono io, dopo… non importa… La mia Jeronima resta con me così come è adesso… agli altri resta l’altra che non voglio vedere, che non mi vuol bene. –
Le prese le mani e gliele baciò; le colse dei fiori e glieli posò in mezzo a’ suoi folti capelli castagni, poi li tornò a levare, se li mise all’occhiello, e gliene dètte altri. Andò nella sua camera per un momento e tornò con una boccetta piena di profumo, e gliene versò sulle mani, sul collo, sui capelli, poi sopra i piedi; si chinò, si mise in ginocchio e baciò la fibbia d’acciaio della sua scarpetta. – È freddo il tuo piede, – disse, e lo prese in una mano. La guardò tutta e le aggiustò le pieghe dell’abito, il fiocco che aveva al collo, le trine ai polsi e sulle spalle.
– Perchè mi fai tanto bella? – domandò essa, con un sorriso stentato. Tutto quanto faceva Ermanno in quel momento, le metteva paura, senza spiegarsene il motivo.
– Perchè ti voglio tanto tanto tanto bene, – disse, e le baciò i capelli, le trine, i nastri dell’abito. – Ora sta bene, – aggiunse – ti ho veduta, mi ricordo… basta. Va pure a leggere nella biblioteca. Ora non voglio più parlare, non voglio veder altro, voglio soltanto ricordarmi… –
Jeronima non sapeva spiegarsi il contegno di Ermanno, altrimenti che col crederlo malato.
– Non ho voglia di leggere oggi, – rispose – resterò con te.
– Ma io, – disse Ermanno, dopo un momento di riflessione, – io voglio… dormire.
– Ebbene, rimarrò nel salotto, e quando ti sveglierai, ti sarò vicina, – replicò Jeronima alzandosi ed avviandosi alle sue camere.
Ermanno la guardò un momento, confuso come un bambino che ha commesso un errore.
– Jeronima, – disse, – non ho detto il vero e non voglio dormire; ma vorrei esser solo.
– Perchè? – domandò essa.
– Ti prego, lasciami solo, – rispose dolcemente Ermanno, e la guardò con un’espressione di dolore e di affetto, che ella non aveva mai visto su quella figura apatica e immobile. – Voglio restar solo e pensare a te. Ti preparerò una sorpresa… voglio pensare al modo di farti sempre sorridere, come stamane. – La guardò ancora un momento, poi entrò nella sua camera. Jeronima non ardì contraddirlo; ma entrò nel salottino accanto alla camera di lui, e sedette vicino alla porta.
Aveva un timore vago, un’inquietudine indefinibile, come se ad Ermanno sovrastasse una disgrazia o se egli fosse in pericolo.
Lo sentiva camminare nella sua camera. Ora l’udiva aprire un armadio, ora un cassettone, ora le sembrava si fosse messo a sedere, ora che si fermasse dinanzi alla finestra. I suoi movimenti erano regolari, tranquilli, come al solito.
Jeronima prese un libro e si mise a leggere; le sue paure, a poco a poco, cessarono.
Sebbene avesse dinanzi agli occhi pagine stampate, non leggeva; pensava, e il suo pensiero tornava alla sola sorgente di conforto che fosse scaturita da un anno nell’arida sua esistenza; pensava a Gualberto. In quel momento picchiarono all’uscio del salotto. Il servitore della contessa Beatrice venne a pregarla di scendere nella sala terrena, ove la contessa l’attendeva, per ricevere alcune visite giunte in quel momento.
Jeronima non rispose subito, guardò, incerta, l’uscio che metteva alla camera di Ermanno, e pareva che una segreta ispirazione le consigliasse di restare. Ma qual serio motivo addurre? Alla contessa Beatrice sarebbe parsa scortese, se non avesse aderito all’invito. I suoi suoceri vedevano di buon occhio quei visitatori e l’avrebbero avuto a male, se ella non fosse stata gentile con loro; e poi Ermanno era lì, al sicuro, stava bene, e infine le sue paure le parvero fanciullaggini.
– Dite alla contessa che scendo subito, – rispose finalmente al servitore; poi si alzò e picchiò sommessamente all’uscio di Ermanno. Egli venne da sè ad aprire.
– Sei ancora qui, Jeronima? – le disse, e la guardò; – perchè vieni?
– Tua madre mi prega di scendere. Non vorresti venire con me?
– No, – diss’egli, – voglio restar qui. Come sono belli quei fiori nei tuoi capelli! – soggiunse, guardando con ammirazione il tralcio che le avea messo sulla testa.
Jeronima vi posò rapidamente la mano.
– Ah! – disse, – aveva dimenticato che c’erano sempre, e scendevo così!
– Non levarli, lasciali, te ne prego, – replicò lo scemo tutto sgomento. Ma Jeronima li aveva già levati.
– Te li ho dati oggi e tu li getti via! – esclamò mestamente.
– Non li getterò via, ma li metterò altrove, – e mise quei fiori, già quasi appassiti, nella cintura della veste. – Va bene così?
– Sì, – rispose ancora afflitto il poveretto, – va bene come vuoi tu. Addio. – Jeronima si avviava per uscire, ma egli la richiamò.
– Addio, – disse ancora, e la guardò.
Jeronima esitò un momento prima di lasciarlo; provava un timore irragionevole, puerile. Si fece animo, lo salutò amorevolmente e uscì.
XVII.
Appena fu uscita, Ermanno aprì piano piano l’uscio e la seguì; la seguì da lontano, rasentando le pareti della camera, e la guardava, insaziato di vederla; quando ella scese le scale, si affacciò al parapetto e la guardò scendere, poi sentì delle voci e capì che non poteva più seguirla senza essere veduto. Allora, a capo chino, tornò addietro e rientrò nella camera di Jeronima. Volse gli occhi intorno, restando pensoso a contemplare gli oggetti che le appartenevano.
– Potessi ancora sentire la sua voce! – disse fra sè, – il mio nome detto da lei… Ho dimenticato il soave accento col quale lo pronunciava! Volevo farmelo ripetere, perchè me lo dicesse prima di lasciarmi. Mi ricordo di tutto il resto, e soltanto di quello no. – Si mise a frugare sopra i tavolini, e trovò una Bibbia, che Jeronima soleva portare allorchè accompagnava in chiesa Ermanno e la contessa Beatrice. – Vorrei pregare sulle pagine dove ha pregato lei. – Prese seco il libro, andò nella sua camera, s’inginocchiò accanto al letto e volle leggere; ma non capiva nulla. Quei caratteri erano troppo piccoli; il senso di quelle parole, inintelligibile; sopra quelle pagine non vedeva altro che lei, e le guardava come fossero reliquie; inginocchiarsi e pensare a lei, con un libro sacro fra le mani, che le apparteneva, col quale egli credeva che ella avesse già pregato, era per lui il modo di compiere l’atto maggiore di raccoglimento e d’adorazione che si potesse fare.
Si rialzò dopo qualche tempo. Era di nuovo acceso in viso e i suoi occhi luciccavano; ora egli aveva sicuramente la febbre. Il capo gli ardeva, era grave, dolente, e sentiva un continuo ronzio negli orecchi. Aveva caldo. -Là si starà bene, farà fresco. – Si affacciò alla finestra e guardò il lago di sotto. – Oggi l’acqua è chiara, bella, il fondo pare tutto di cielo. Non ho più paura dell’acqua adesso. – Si ritrasse dalla finestra, perchè aveva il capogiro. – Che cosa sarà? – disse, e si toccò la fronte, poi guardò la poltrona accanto al suo letto. – Era seduta qui ieri sera… non poteva piangere… stamane invece, allorchè fu sola con me sulla terrazza, non poteva più sorridere… come sarà contenta dopo, avrà sempre l’altro viso e quello che soleva avere meco, che piaceva a me e faceva male a lei, non l’avrà più, me lo sarò portato via io. Sarà tutto mio… – Tornò nel salotto di Jeronima. Guardò il tavolino, le seggiole, osservò ogni cosa. -Non ha lasciato niente, – disse mestamente; ma poi s’accorse con gioia, che un velo bianco, che ella soleva mettere al collo la sera allorchè usciva, giaceva dimenticato sopra una seggiola. Lo afferrò, lo strinse fra le mani, vi posò le labbra, e lo portò seco nella sua camera.
Era tanto contento di aver trovato quel pezzo di trina!
Si avvicinò alla finestra con quel velo fra le mani, ci si arrampicò e si mise a cavallo al parapetto.
Era un bel giorno sereno, fresco per il temporale della notte scorsa. Il lago era tranquillo e limpido come un cristallo. Vi si specchiavano il cielo ed il castello. Ermanno guardava fisso l’acqua sotto alla finestra. La finestra era alta; ma a momenti parevagli che il suo piede sfiorasse il lago.
Non aveva più paura dell’acqua. Il timore che ne aveva avuto per tanti anni, era svanito come per incanto.
– È bello quel fondo azzurro, – diceva fra sè; – è bello essere acqua, cielo, essere guardati per tante ore da lei, essere una cosa che a lei piace, che lei intende, che la fa sorridere, e non essere come me, e volerle tanto bene, e tener chiusa quell’adorazione in una forma brutta come la mia; sono indegni i miei occhi, le mie mani, è indegno il mio viso, sono tutto indegno di amarla. Essere acqua, cielo, riflettere il suo volto e volerle bene, che piacere! – diceva Ermanno, a sbalzi, ora pensando a voce alta, ora fra sè, mentre la febbre cresceva e imbizzarriva nel suo debole cervello. Sedette un pezzo lì, a cavalcioni della finestra, dondolandosi sbalordito in qua e in là, guardando ora in giù come se l’abisso lo attraesse, ora chiudendo gli occhi e nascondendo il viso nella trina di Jeronima.
Quella trina aveva un soave profumo, e chiudendo gli occhi, gli pareva che ella fosse vicina.
L’acqua di sotto mormorava dolcemente e gli sembrava che lo chiamasse; la febbre cresceva e l’aria parevagli infuocata.
– Sarà con gli altri adesso e sorriderà; ella non sa che il suo viso serio e bianco me lo porto meco nel fondo del lago per lasciarle quassù i sorrisi. Mi cercherà? – Si mise sul volto la trina bianca che aveva nelle mani e la legò stretta stretta intorno agli occhi. – Non voglio vedere più nulla… L’ultima cosa che voglio vedere è lei, voglio ricordare tutto tutto, perchè, se dimentico qualcosa non avrò pace, e, come Valfreda, dovrò uscire dall’acqua e richiederla eternamente. – Ebbe un capogiro; ma si appoggiò al muro e non cadde. Chiuse gli occhi sotto a quel velo; assorbì l’olezzo di quella trina che avea stretta sul viso, pensò a lei con intensità, gli parve di vederla, di sentirla, e si assopì leggermente.
XVIII.
Mentre Ermanno se ne stava così sospeso sopra le acque profonde del lago, colla testa che ora chinandosi verso l’interno della camera, ora sporgendo invece fuori dalla finestra, faceva traballare la sua persona, come dovesse cadere da un momento all’altro, Gualberto usciva solo dal castello e si avviava alla casa della Rosalìa.
Il cammino era lungo, e Gualberto desiderava di giungervi non visto. La via che egli doveva percorrere era fra le più belle di quei monti. Il temporale della notte scorsa, che aveva svelto delle piante, smosso il terreno e arruffate tutte le fronde degli alberi nella valle, vi aveva lasciato quel disordine pieno di vita, quelle spoglie ancor verdi dei tronchi caduti, quell’aspetto bizzarro e nello stesso tempo animato, che assume la campagna dopo un uragano. Il sole splendeva sopra quella scena, e Gualberto, camminando con passo concitato, guardava da ogni parte, respirando la fragranza del terreno umido, delle verdi borraccine ancora inzuppate d’acqua, e sentiva con piacere nel suo viso, quasi ne traesse vigore, la brezza vibrata e fredda. Quanto diverso era questo giorno da quello di ieri! Anch’egli aveva patito una violenta burrasca, e le forze vive del suo spirito giacevano tronche e sparse, come quei massi e quegli alberi svelti. Ma quanta luce di sole splendeva ora su quelle rovine, che aria forte e pura spiravagli vigore per l’avvenire!
Giunse un’ora prima del tramonto alla casuccia della Rosalìa.
Guido Campaldi l’aveva visto venire, l’aveva riconosciuto da lontano fra gli alberi, e gli aprì l’uscio appena che fu vicino alla casa.
Padre e figlio si abbracciarono; poi il Campaldi si scostò un pochino da Gualberto, e lo guardò in quella positura e con quel gesto comune agli artisti, allorchè osservano qualche cosa attentamente.
– Oggi sì che ti ritrovo con un viso quale dovresti averlo sempre. Vieni con me; la vecchia Rosalìa vuol vederti, essa ti avrà già sentito. Non potremo discorrere tranquillamente che dopo averla salutata; poi, Gualberto, parleremo di molte cose serie che ci riguardano. – E dicendo questo, fece entrare il figliuolo in una modesta cameretta; la stessa ove riposò nella notte prima di salutare Beatrice e di baciare il suo piccolo Gualberto appena nato.
Da quella camera entrarono in una stanzuccia più bassa, ma ariosa e pulita, ove la vecchia Rosalìa giaceva inferma da forse due anni.
– Essa ha vaneggiato tutta la notte, – disse piano il Campaldi a Gualberto, – il temporale infuriò orribilmente in questo bosco, il fulmine colpì degli abeti che arsero, ed ella vedendo la luce rossastra delle fiamme dalle finestre mal chiuse, credeva fosse fuoco di spettri; – e con queste parole, entrambi si accostarono al letto.
La Rosalìa, che aveva tenuto sino allora gli occhi chiusi, mormorando a mezza voce delle preghiere, li aprì a un tratto e fissò Gualberto con un’espressione di gioia.
– Ah! È venuto! – esclamò; – pregavo il Signore e la Madonna santissima per lui. Lo tenga qui, signor Guido, non lo lasci tornare al castello, lo tenga qui nel bosco.
– Tranquillati, Rosalìa, – rispose col suo bel sorriso franco e allegro l’artista, – è con me ed è sicuro.
– L’hanno fatto prete?… – disse la vecchia che non l’aveva più veduto dacchè era partito per Roma, guardandolo da capo a piedi. Era molto religiosa la vecchia Rosalìa; ma le dispiaceva che quel bel ragazzo, vivace, robusto, ardito sino alla temerità, fosse diventato un prete. – Perdoni signorino, disse poi, ravvedendosi, – ho detto male; ma pensavo che ci sono tanti uomini deboli, malaticci, poveri, che possono servire il Signore…
– Meglio di me… – rispose con un sorriso Gualberto.
– Oh no! – esclamò Rosalìa; – ma certi bei frutti non si devono strappare dall’albero, devono restare per portarne altri.
– Porterò i miei frutti anch’io, – rispose Gualberto, vedendo che suo padre spiava con attenzione nella sua fisonomia l’effetto di quelle parole; – saranno diversi da quelli che intendi tu, Rosalìa, ma saranno ugualmente utili.
– Che il Signore e la Madonna Santissima lo benedicano, conte Gualberto, e volgano in benedizione tutte le lagrime che la sua povera madre ha pianto per lei. La contessa dov’è? – chiese improvvisamente.
– Al castello, – rispose Gualberto.
Rosalìa chiuse di nuovo gli occhi e giunse le mani.
– Avviene oggi al castello una grave disgrazia, – disse. Gualberto si scosse; ma il Campaldi ammiccò coll’occhio, per fargli intendere che la poveretta vaneggiava ancora.
– La contessa Valfreda – disse lentamente la Rosalìa – mi è apparsa stanotte per l’ultima volta. «Non mi vedrai più, mentre sei ancor viva,» disse, «domani ha termine la mia condanna; un conte di Ardenberg verrà a liberarmi e dormirà in pace al mio posto in fondo al lago. La lunga penitenza è finita, la vittima chiesta in vece mia è trovata. Addio, Rosalìa,» mi disse; e si tolse le alghe dalla cintura e l’erbe acquatiche dai bei capelli biondi; strizzò le lunghe trecce e le sgocciolò costì ov’ella ha i piedi, conte Gualberto, e scosse le vesti luciccanti per le gocciole d’acqua, quasi fossero sparse di brillanti; e fu come una pioggia luminosa in tutta la camera, e mi cadde sul viso, sul letto, e quelle gocciole avevano un profumo soave, che ricordava le acque chiare e i muschi lontani giù giù fra gli scogli sott’acqua. Poi s’accostò al fuoco dove io cuoceva una mia medicina, e sollevò l’abito, e alzò un piede piccino piccino, coperto con una calza verde tessuta d’erbe, e i suoi piedini fumavano per l’umido e tutta la sua veste fumava anch’essa, tanto che pareva ravvolta in una nuvola. Poi si accostò allo specchio, che è appeso a quella parete, e si guardò. «Sono bella,» disse, mirandosi là dentro; «sono bella e i miei capelli non gocciolano più, le mie alghe sono secche, le mie calze tessute d’erbe scricchiolano e diventano polvere sotto al piede; non tornerò più nel lago, le mie labbra non saranno più umide che dei suoi baci, egli potrà accarezzarmi le trecce senza sentirle fredde e bagnate, potrà posarmi il liuto sulle ginocchia, senza che ne vadano guaste e mute le corde. Sono bella ed egli mi attende,» disse; e mi si accostò al letto e mi sorrise e pareva raggiante di gioia e di bellezza. «Addio, Rosalìa, ci rivedremo e ti compenserò della tua fedele servitù, a cui debbo parte della mia liberazione;» e così dicendo sparì, mentre infuriava il temporale e che il fulmine colpiva la cima degli alberi e il vento li troncava; poi vidi luciccare le fiaccole nel bosco e udii il paggio che suonava dolcemente il liuto. Mai quella musica era stata tanto bella, pareva un inno di grazia al Signore; poi tutto tacque, si spensero le fiaccole e li vidi passare leggieri e sorridenti sotto alla mia finestra. La contessa Valfreda appoggiava il suo biondo capo e le sue lunghe trecce sulla spalla del paggio, ed egli teneva il viso chinato sulla fronte di lei. – La vecchia Rosalìa parlava lentamente, cogli occhi chiusi – Ho visto sventolare, in sogno, la bandiera nera sul castello di Ardenberg. – Stette un pezzo silenziosa. Gualberto e il Campaldi ascoltavano con attenzione la poetica visione della Rosalìa. Questa strana creatura sembrava nata per interpretare, nel suo modo semplice e credulo, la graziosa leggenda di Valfreda.
Vicina forse a morire, voleva che la leggenda morisse prima di lei.
L’inferma volse il capo dall’altra parte, mormorò ancora qualche parola indistinta, poi, vinta dalla stanchezza, si assopì; allora il Campaldi fece segno a Gualberto di seguirlo, e, piano piano, uscirono entrambi dalla camera della vecchia Rosalìa; chiusero l’uscio, e Gualberto si ritrovò nella stanza di suo padre.
Il sole tramontava, e gli ultimi suoi raggi passando traverso i rami degli abeti, rischiaravano tutta la cameretta; gli uccelli cantavano allegramente di fuori l’ultima canzone del giorno, posandosi sugli alberi, de’ quali alcuni crescevano proprio a ridosso della casa, ricoprendone il tetto, e spingendo perfino dei rami indiscreti contro la finestra.
Un letticciuolo basso, una vecchia cassa di legno, intagliato grossolanamente, un tavolino, due seggiole di paglia, componevano tutta la mobilia di quella camera; sul tavolino un Shakespeare, un piccolo Virgilio, alcune litografie, giacevano sparse in disordine, mentre nel mezzo, sopra un foglio bianco, il Campaldi, aveva incominciato a disegnare una figura.
– Siedi qua, – disse l’artista, offrendo una seggiola a suo figlio, – siedi e rispondi francamente. È vero ciò che hai detto alla vecchia Rosalìa? è vero che tu, che ieri gettasti rabbiosamente l’abito che porti in un burrone, che te lo strappasti di dosso con disperazione, è vero che vuoi restar prete?
– Sì, – rispose con fermezza Gualberto, – ho deciso irrevocabilmente di seguire questa via.
– Ma perchè? – chiese con impazienza l’artista.
– Perchè non sono più a tempo per ricominciare a vivere sotto una forma migliore e diversa da questa; perchè è meglio che io sia compiutamente ciò che sono, in quel modo che l’intendo io, che non un’individualità incompiuta, che ha cominciato a vivere troppo tardi ed ha nel passato dieci anni di vita perduti e peggio che perduti, perchè destinati a produrre un altro essere che più tardi s’è dovuto rinnegare. Rinnegare dinanzi a tutti una parte di me! È impossibile, ho deciso; mi rimangono ugualmente molte buone ragioni per sperare d’essere utile alla società.
– Gualberto, rispetto la tua volontà; ciò che non puoi fare oggi potrai farlo domani, e puoi, in ogni tempo e in ogni luogo contare sempre sopra di me, – rispose il Campaldi. – Certe ragioni sottili io non le intendo, perciò non insisto, nè voglio perorare una causa che non sarei forse in grado di sostenere. Lo spirito mio – disse con minore serietà – non è fatto per certe sottigliezze; intendo i misteri del chiaroscuro nelle forme, non nei concetti, posso ritrovare sulla dura superficie del marmo la morbidezza dei contorni più delicati, dell’epidermide più sottile; ma non fra la nebbia del pensiero, cercare l’incerto fluttuare dei concetti filosofici. Ho bisogno, per intendere le cose di questo mondo, di luce e di forme; come per lavorare nel mio studio, così per tutto ho bisogno di vedere e veder chiaro. Non ti capisco, Gualberto; ma non aggiungo una sola parola a queste già dette. Non vuoi? Basta.
– Grazie, – rispose Gualberto con gratitudine, – spero che col tempo il motivo di questa mia risoluzione ti apparirà evidente e che tu l’approverai.
– Allora te lo dirò; per oggi non intendo ancor bene ciò che puoi sperare nell’avvenire. – Lo guardò con pietà ed affetto, quasi lo compiangesse profondamente; poi aggiunse più ilare, ma non senza una certa diffidenza nel suo sguardo: – Ho sempre diviso la gente in tre categorie: l’una, la più numerosa, quella della gente che non sa e che è tanto stolida che non intende ciò che le viene insegnato; l’altra, quella che legge e pasce lo spirito di parole scritte; e la terza, piccola e inquieta minoranza, che invece di studiare le lettere, studia le linee, che si trasmette le proprie idee colla figura delle cose che pensa, e che connette le sue idee con dei colori e le distende sulla tela o le scolpisce sul marmo, e non intende il pensiero senza forma. Tu fai parte della classe che vive di parole scritte, mentre io non ho che le mie figure, la mia matita ed il mio scalpello per combattere contro di te. Come vuoi che mi provi a lottare? –
Gualberto sorrise e gli stese la mano.
– Non ci conosciamo ancora, – disse; – forse col tempo non mi parlerai più così, forse vedrai che nato da quella piccola minoranza, della quale tu parli, fui soltanto educato a far parte di quella seconda categoria che in fondo all’animo tuo sprezzi profondamente.
– No, non la sprezzo, – ribattè vivamente il Campaldi, – soltanto non mi piace; è gente che non intendo e che forse sarà migliore di me. A me sembrano forme senza grazia ed eleganza, magre e stecchite, come fiori appassiti fra le pagine degli in-folio. Sbaglierò. Io non amo, non cerco, non servo che il bello, e il bello ha per me sempre un’imagine; e se un verso di Dante o una pagina dello Shakespeare me lo descrivano, gli so dare una forma, e l’alto concetto del poeta m’appare sì chiaro che par persona. – Gualberto lo ascoltava con riverenza e simpatia.
– Ho bisogno di vederti molte volte, ho bisogno di discorrere con te, – gli disse, – ho bisogno di farmi amare da te.
– Il tuo desiderio, Gualberto, è pressochè esaudito. Non solo ti voglio molto bene, ma sento che potrò volertene moltissimo, che fra te e me va stringendosi un legame ben più saldo e durevole di quello che strinse la natura. Presto ci rivedremo e staremo lungamente insieme.
– Dove? – chiese Gualberto.
– A Roma. Voglio stabilirvi la mia dimora, – rispose il Campaldi. Gualberto balzò dalla seggiola e corse ad abbracciare suo padre.
– E non mi hai detto questo subito? – esclamò. – Aspetti a dirmelo ora, così pacatamente, come se nulla fosse!
– Perchè, Gualberto, – rispose vivamente e commosso l’artista, e quasi fosse un poco confuso, – perchè… non dovrei dirtelo… ma è la verità, perchè non sapeva risolvermi a prendere una dimora fissa, perchè dal momento in cui cominciai ad essere libero non ne ebbi mai, e lo stare lungamente nel medesimo luogo, mi opprimeva la mente, mi rendeva inabile al lavoro, mesto, inoperoso. Ma ero solo allora, le fugaci gioie di quel tempo, troppo brevi per farmi amare i luoghi ove le provai, non servivano che ad ispirarmi qualche lavoro, come modelli viventi di un’opera futura, poi mi lasciavano il cuore deserto come la memoria; ma adesso che ti ho ritrovato, ora che ti vedo, mi pare che potrò dimorare per molto tempo ove tu sei, che se anche qualche impaziente desiderio d’altri cieli e d’altre genti mi spinge altrove, pure ritornerò sempre là ove mi sarà dato rivederti: ora t’ho confessato anche la mia egoistica incertezza.
– Ti ringrazio d’averla vinta – rispose Gualberto – e l’intendo. Noi gente spregiata, che studiamo la lettera stampata, indoviniamo pure con astuzia molti segreti, – aggiunse Gualberto, sorridendo lietamente.
– Temo – disse dopo un breve silenzio il Campaldi, fissando con insistenza suo figlio – che ve ne sia uno che tu ancora ignori.
– Quale? – chiese leggermente turbato Gualberto.
– Quello che saprà far piegare le tue forti risoluzioni e che troverà ben altri argomenti che i miei, per esortarti a fare ciò che io ti chiedeva ieri ed oggi; quel segreto empirà l’anima tua di gioia e di dolori. – Gualberto arrossì vivamente, e suo padre si arrestò perplesso. – Ah! – esclamò quasi fra sè e lo guardò incerto, maravigliato. – Possibile! – Lo guardò ancora, poi gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla: – Gualberto, – disse piano: – lo sai? – V’era una certa diffidenza nel tuono di voce di suo padre mentre gli parlava così. Gualberto alzò il suo sguardo limpido, e guardò francamente in viso al Campaldi.
– Sì, – rispose. Vi fu un breve silenzio.
– È certo? – domandò ancora il Campaldi.
– Sì, – replicò colla stessa franchezza Gualberto.
– Durerà?
– Sempre, – rispose ancora come pronunciasse un giuramento.
– E tu resti… così… come sei? – e guardò un poco severamente l’abito di suo figlio.
– Non mancherò alle mie promesse, – rispose con un’espressione di forza e dolore Gualberto, che colpì profondamente suo padre. Il Campaldi tacque ancora, ma non lo fissò più con diffidenza e severità, come l’aveva fatto prima.
– E se lei… ti tradisse! – domandò dopo un momento.
Gualberto sorrise, un sorriso d’orgoglio, di certezza e di compassione ad un tempo, per quella mostruosa, strana, inconcepibile supposizione del Campaldi.
– Perchè? – domandò, allorchè ebbe finito di sorridere a quel modo.
– Perchè tutte le donne… – ma poi si sovvenne e si corresse – perchè quasi tutte le donne lo fanno, lo fanno con noi che siamo liberi, che possiamo dar loro un nome, che possiamo riconoscerle…
– Basta, basta, – replicò, reprimendo la sua impazienza, Gualberto; – che m’importa ciò che fanno, ciò che sono le altre? Non lo chiederò mai. La mia strada giace lontana dalla loro. –
In questo punto si udì picchiare alla porta e la figlia della Rosalìa chiamò ad alta voce il Campaldi.
Questi, maravigliato dell’inattesa interruzione, corse ad aprire.
– Sei tu, Vanina? – disse; ma poi si fermò a mezz’aria, e chiese impaziente: – Che cos’è stato?
– C’è il conte Gualberto? – domandò la donna ansante, trafelata.
Gualberto, che era seduto quasi dietro l’uscio, si fece avanti.
– Sono qui; che cosa vuoi? –
– Tutto il castello è sossopra; sono venuta a corsa. La signora contessa la cerca, anche il signor conte ha chiesto di lei. Non si ritrova più… si teme… – Qui la donna si arrestò nella sua narrazione, tronca ad ogni momento, perchè la voce ed il respiro le venivano meno dopo quella lunga corsa; poi la vista del pallore di Gualberto la turbò. Essa era stata la sua balia e lo amava teneramente. Temeva che l’improvviso annunzio di una disgrazia gli potesse far male.
– Per carità, Vanina, parla, dimmi che cos’è stato, la contessa Jeronima forse?… Che cos’è avvenuto, dimmi tutto? – Il Campaldi scrutava la fisonomia pallida e agitata di Gualberto.
– Si calmi, non si sa ancora niente, può essere un timore infondato, – rispose la donna per tranquillarlo.
– Ma che disgrazia è avvenuta? a chi? è la contessina? – chiese con impazienza Gualberto, facendo un movimento per uscire.
– No, aspetti, non è la contessina, non è neppure la contessa. – Gualberto si frenò e si tranquillò a un tratto. Il Campaldi lo guardava sempre, sebbene ascoltasse anch’egli, palpitando, le parole della Vanina.
Il segreto di Gualberto ora lo sapeva; in mezzo all’inquietudine di quel momento, provò una dolorosa maraviglia per quella scoperta.
– Vanina, non tenerci in questa incertezza, narra che cos’è stato, – disse con voce autorevole l’artista.
– Non si ritrova più il conte Ermanno, – disse finalmente, – l’hanno cercato da due ore. Poco dopo che il conte Gualberto era uscito dal castello, la contessina lo cercava ansiosa, inquieta; essa dispera di ritrovarlo, si teme, si crede che egli si sia… – Qui la donna si mise a piangere e guardò incerta Gualberto.
– Vanina, ti prego, presto, debbo andar subito al castello, dimmi tutto, – domandò trepidante Gualberto.
– Si crede – disse la donna piangendo – che egli sia caduto nel lago! –
Gualberto e il Campaldi a quelle parole si guardarono e impallidirono.
– Va da tua madre, – disse con voce commossa il Campaldi.
– E tu?… – domandò Gualberto sulla soglia, stringendo forte forte la mano che suo padre gli stendeva.
– Resto qui fin che non abbia altre nuove. Se non mi riesce rivederti, lascerò il mio indirizzo a Vanina, e andrò ad attenderti a Roma. Addio…
– Addio, – ripetè Gualberto mestamente, e si avviò, quasi correndo, per la via d’onde era venuto.
XIX.
Allorchè giunse in vicinanza del lago, vide da lontano parecchie barche sull’acqua, e in una di esse riconobbe Jeronima e il conte Ottone. Sua madre non c’era.
Egli entrò subito nel castello per andare in cerca di lei.
Nel vestibolo, la cameriera della contessa gli corse incontro.
– Ah! conte Gualberto, venga, venga dalla signora contessa! – disse.
– Dov’è? – domandò Gualberto.
– È… è… – rispose a stento la donna – nella camera del povero conte Ermanno. –
Gualberto salì a corsa la scala che metteva nell’appartamento di Ermanno.
Attraversò rapidamente, senza incontrarvi alcuno, le due prime sale e il salottino di Jeronima, ed aprì l’uscio della camera di suo fratello.
La contessa Beatrice, dalla finestra, guardava intenta di sotto, chiedendo ansiosa, alle persone che stavano nelle barche, notizie; ora dando degli ordini, ora supplicandoli di ritrovare suo figlio, ora esclamandò che non era possibile che Ermanno fosse caduto nel lago, che sarebbe tornato, che egli era altrove.
Gualberto, fermo sulla soglia, ascoltò per un istante le parole confuse, incoerenti, che pronunciava sua madre nell’angoscia di quell’ora. Le si avvicinò, non visto, e disse piano:
– Mamma! – la contessa si volse, gettò un piccolo grido e gli mise le braccia intorno al collo esclamando:
– Gualberto, ho perduto Ermanno! – Poi pianse per la prima volta; pianse lagrime di quella materna disperazione che non ha riscontro in qualsiasi altra angoscia, in qualsiasi altro strazio del cuore umano.
Gualberto ammutolì dinanzi a quel dolore, e lasciò che la poveretta sfogasse il suo pianto sul suo petto.
Poi cercò tranquillarla; ma non sapendo ancor bene che cosa fosse avvenuto, non ardiva darle speranze che potevano riuscire vane, nè confortarla, quasi fosse irrevocabilmente avvenuta una sventura.
Dopo aver pianto con Gualberto, e aver ascoltate le sue parole affettuose, che la esortavano a tranquillarsi, la contessa volle di nuovo affacciarsi alla finestra. Ma era notte, un vento freddo increspava la superficie delle acque e minacciava, anche per questa sera, un tempo cattivo; le barchette tornavano alla riva, e, ultima fra tutte, quella di Jeronima e del conte.
– Non l’hanno trovato, – disse la contessa con un raggio di speranza negli occhi; – se egli fosse altrove? – Gualberto non ardì rispondere, ma volle indurla invano ad allontanarsi di là; essa non volle muoversi da quella camera, e guardava tutti gli oggetti sopra i tavolini, sulle seggiole, il letto ove egli aveva riposato, e gli occhi le s’empirono di nuovo di lagrime. – Non tornerà più! – disse dopo un momento, crollando il capo.
In quel mentre la porta si aprì, e Jeronima entrò seguíta dal conte.
Essa portava ancora alla cintura i fiori appassiti che le avea dati Ermanno, era senza cappello, pallida, colle labbra scolorite.
– Non v’ha traccia alcuna di lui qua sotto, – disse Jeronima, chinandosi con amore verso la contessa Beatrice. – Ho mandato della gente nel bosco, ho detto che stessero pronti colle barche sulla riva, ho mandato a cercare perfino nei sotterranei del castello; quanto è possibile è stato fatto, sarà fatto. – Poi aggiunse con voce tremante: – Speriamo ancora, mamma. – ma la contessa crollò il capo.
– Non tornerà più! –
Jeronima ne era sicura, pur tuttavia voleva preparare a poco a poco la madre alla triste certezza che suo figlio era perduto.
– Beatrice, – disse il conte, trovando un pretesto per allontanarla da quella camera, – ho incontrato per le scale il nostro medico, egli veniva… – qui s’interruppe non volendole dire che veniva per visitare Ermanno uscito appena di convalescenza… – voleva forse sentire tue nuove. Vuoi riceverlo, interrogarlo; forse… ha parlato coi contadini e barcaioli…
– Dov’è? – chiese premurosamente la contessa alzandosi, – sì, voglio interrogarlo; voglio chiedergli se è possibile che… Ma dov’è? – aggiunse interrompendosi.
– È qui, nel salotto di Jeronima, – disse il conte, aprendo l’uscio a sua moglie, e dopo un momento d’esitazione la seguì anch’esso.
Jeronima e Gualberto restarono soli.
Jeronima si lasciò andare sopra una seggiola, e fissò con uno sguardo mestissimo la finestra.
– Com’è stato? – disse finalmente piano Gualberto.
– Non si è potuto ancora sapere… – rispose Jeronima, fissando sempre la finestra e guardando un pezzetto di trina bianca che svolazzava da un uncinello presso alla persiana sul muro di fuori.
– Ma come è possibile che egli sia caduto nel lago? – domandò ancora Gualberto, guardando l’alto parapetto delle finestre e quello della terrazza.
– Non è caduto, – rispose Jeronima con voce tremante.
– Non è caduto? – domandò con maraviglia Gualberto.
– No, – replicò molto commossa Jeronima, – egli si è buttato di sotto. Ne sono convinta. – Tacquero entrambi. Quella risposta inattesa aveva fatto ammutolire Gualberto.
– Perchè? – domandò quasi sottovoce.
– Perchè? – disse Jeronima, e due grosse lagrime le caddero dagli occhi. – Perchè sotto quella rozza scorza vibrava un cuore delicato, e perchè un sentimento forte e gentile ha eccitato sino alla follìa quel povero e debole cervello. Egli s’è ucciso. Lo sapevo, – esclamò con dolore, – lo sentivo che gli sovrastava una sventura, non avrei dovuto lasciarlo solo un momento! – Jeronima si coprì il viso con le mani.
Vi fu un lungo silenzio.
Dal salotto si udiva la contessa che piangeva e la voce del vecchio dottore e del conte che le parlavano.
– Intendo, — disse dopo un momento Gualberto, chinando il capo, – egli amava profondamente e sentiva che non poteva essere riamato. – Si alzò e si accostò alla finestra. Jeronima teneva sempre il viso nascosto fra le mani.
Gualberto vide anch’esso quel pezzo lacero di trina che svolazzava in alto, presso la persiana; lo osservò lungamente.
– Che cos’è quella trina bianca lassù? disse Gualberto.
Jeronima alzò il capo, e quasi obbedisse ad un ordine senza sapere che cosa facesse, s’accostò alla finestra, guardò come aveva guardato prima, ma non capì nulla; poi, a un tratto, mentre il vento spiegava interamente quel sottile tessuto, lo riconobbe.
– È la trina del mio velo! — disse, fissando con spavento quel cencio che svolazzava sempre sulla parte esterna della finestra; quindi si voltò guardando ansiosa per tutta la camera, ma non vide ciò che cercava. Stette un momento perplessa.
– L’ha portato seco! – disse piano con voce fioca.
Gualberto che l’aveva seguita non rispose. Staccò quella povera memoria dal muro, la prese con riverenza e la porse senza dir parola a Jeronima.
Jeronima la prese con mano tremante.
– Perchè la mamma non veda…. – disse Gualberto.
– E perchè io ricordi, – rispose dolcemente Jeronima, baciando l’ultima memoria di quel fanciullo, il quale senza uscire dall’infanzia non aveva imparato altra cosa a questo mondo fuor che l’amore.
XX.
Passarono dei tristi giorni per gli abitanti del castello di Ardenberg dopo che Ermanno era sparito per sempre. Tutte le ricerche per trovare il suo cadavere riuscirono vane. Un contadino, affermando di aver veduto da lontano un corpo che cadeva dalla finestra della torre abitata da Ermanno, proprio nell’ora in cui egli era rimasto solo nella sua camera, aveva tolto ogni dubbio sulla fine che aveva fatto quel poveretto. Il contadino trovavasi a grande distanza dal castello, e sebbene fosse corso subito alla riva, pure allorchè vi giunse non ritrovò più traccia alcuna nell’acqua, colà profondissima, di persona o cosa che vi fosse caduta. Nel castello l’allarme era stato dato più tardi, dopo la partenza dei visitatori e dopo aver cercato Ermanno lungamente in tutte le camere e le sale della casa.
La povera madre era inconsolabile. A lei quel figliuolo povero di mente, disgraziato fin dalla nascita, era stato tanto caro come avesse avute da esso tutte le maggiori soddisfazioni dell’orgoglio materno.
Lo aveva amato con quella intensità, con quella pazienza devota, colla quale sanno amare le madri, ed ora lo piangeva con un’amarezza, cui non potea recare qualche conforto che la presenza di Gualberto. Ma Gualberto le apparteneva così poco! Le era stato portato via, era stato sacrificato per vendicarsi di una sua colpa; l’esistenza di lui potevasi ben chiamare un’esistenza annullata. Lo sapeva anche infelice, dacchè la vendetta del conte non soddisfatta dell’averglielo rapito, d’averlo costretto a vestir quell’abito, voleva anche le dèsse il triste spettacolo del prete infelice, tormentato dai dubbi, derisore della religione. Essa non avrebbe mai potuto accarezzare i figli del suo Gualberto, partecipare alle loro gioie, ma doveva invece assistere all’isolamento cui era condannato, senza poterlo aiutare, senza ardire di chiedergli conto dei suoi dolori, perchè sapeva che erano di quelli che non si possono confortare.
La perdita di Ermanno non faceva che accrescere in quella povera donna il dolore per la sorte dell’altro suo figlio.
Il conte non fu molto addolorato di quel fatto luttuoso; ne fu commosso, turbato, ma non provò vero dolore. Ermanno avevagli sempre dimostrato poco affetto, nè il padre erasi curato di lui. Il conte era intollerante verso tutti coloro che erano privi d’ingegno, semplici, anche nel senso meno esteso della parola, ignoranti e incolti. Suo figlio, che era purtroppo indubitatamente nel numero di questi, non aveva potuto acquistare se non una debole parte del suo amore paterno. Ermanno umiliava suo padre colla sua presenza. Il poveretto se n’era accorto, e perciò aveva rivolto con maggior fiducia tutto il suo amore, prima alla madre, poi a Jeronima, che non avevano mai mostrato di vergognarsi di lui.
Il conte aveva però fondata ancora una speranza sopra il figliuolo. Sperava che egli avesse degli eredi, e che ciò che non aveva potuto ottenere dal figlio l’otterrebbe da un nipote.
Ma fu deluso anche in questa speranza.
La famiglia degli Ardenberg si spegneva.
Allorchè per lunghe ore il conte se ne stava abbattuto e silenzioso, senza prendere più parte ai suoi divertimenti favoriti, senza andare neppure nella sua biblioteca, la contessa Beatrice lo guardava di soppiatto, e credendo che egli piangesse il povero Ermanno, quasi sentiva di potergli perdonare mercè quel dolore, le sue crudeli ingiustizie verso Gualberto.
Ma il conte non pensava che all’avvenire della casa degli Ardenberg, e come nessuno dopo di lui avrebbe trasmesso ad altri il suo nome.
Gualberto non aveva ardito discorrere della sua partenza dopo la morte del fratello, per non abbandonare sua madre in quei primi momenti d’angoscia; aveva cercato per altro di non restar mai solo col conte di Ardenberg, la condotta del quale non trovava scusa veruna nel giudizio implacabile, severo, del giovane offeso.
Ma una sera, dopo il pranzo, il conte lo pregò di seguirlo nella biblioteca.
Non v’era modo di scusarsi, sua madre era presente, ed egli dovette aderire a quell’invito.
Jeronima sedeva già nella biblioteca, quando essi vi entrarono. Dopo la morte di Ermanno egli non la vedeva che di rado e non l’incontrava che al pranzo o alla colazione; un giorno avendole chiesto con affetto perchè non stèsse con lui e con sua madre, essa avevagli risposto dolcemente:
– Non ancora; ho bisogno di esser sola! –
Appena il conte e Gualberto entrarono quella sera nella biblioteca, essa si alzò.
– Jeronima, – dissele il conte, – vorrei discorrere con Gualberto di cose serie. Le saprai a suo tempo – aggiunse con l’amorevolezza che sempre le dimostrava: – ma ora vorrei essere solo con mio figlio. –
Jeronima lo guardò un po’ maravigliata da questo esordio solenne, e guardò anche Gualberto con que’ suoi begli occhi mesti, che parevano più grandi ora che il suo volto era diventato più pallido e magro.
– Salgo dalla mamma, – rispose: così soleva chiamare la contessa Beatrice; e uscì dalla biblioteca.
XXI.
Il conte di Ardenberg restò solo con Gualberto. Egli accostò alla finestra un seggiolone ricoperto di pelle, a intagli, antico e grave, che pareva avesse assistito a tutte le vicende della famiglia dei castellani, e fece cenno a Gualberto che se ne prendesse un altro per sè. Ma Gualberto non si mosse.
– Siedi, – disse allora imperiosamente il conte, – dovremo discorrere lungamente.
Gualberto accostò allora anche lui una seggiola alla finestra, piuttosto lontano dal conte, e sedette in silenzio; sentiva di essere guardato con insistenza dal suo interlocutore, sentiva vicina una crisi e cercava di domare le sue ire.
– Non è scorso molto tempo, – prese a dire il conte – dacchè seguì in questo stesso luogo fra noi, un dialogo che trattava un argomento delicato e doloroso.
– Lo ricordo, – rispose Gualberto, interrompendo il conte.
– Dissi allora delle cose, azzardai dei giudizi – continuò a dire l’altro, – che poi, riflettendo, non mi parvero giusti.
– Non importa, non se ne parli più, – replicò vivamente Gualberto, interrompendo di nuovo il discorso. Non gli pareva credibile, ora che sapeva che il conte non era suo padre, che egli azzardasse ancora di parlare intorno a ciò che era avvenuto.
Il conte guardò maravigliato Gualberto.
– Ma è appunto per discorrere di questo, che ti ho chiamato! È per dirti che allora tu avevi ragione e che io ebbi torto!
– Ah! – esclamò Gualberto. – Io avevo ragione? –
Il conte non capiva, perchè Gualberto parlasse con lui in modo differente dal solito, nè capiva dove stava la differenza. Era nella voce? nello sguardo? nelle parole?
– Sì, avevi ragione, – replicò — ed eccomi disposto ad aiutarti efficacemente, perchè tu possa seguire la tua volontà e uscire da uno stato che più non ti conviene. –
Gualberto alzò gli occhi, e fissò il suo sguardo franco e vivace in viso al conte.
– Abbiamo mutato pensiero entrambi, – rispose; – ho meditato le parole di quella sera, e adesso, anzichè trovarle ingiuste, le credo buone, e vorrei rammentarle tutte per ripeterle ora come fossero mie.
Il conte ammutolì maravigliato.
– Non credi, e vuoi restar prete? – domandò.
– Sì, – rispose Gualberto con fermezza, – l’ho deciso.
– Ti pentirai, – replicò con voce persuasiva il conte; – sei giovane, sei forte, sei bello; l’avvenire più splendido si apre dinanzi a te, sei il solo erede degli Ardenberg.
– Io? – disse con un tuono di voce che colpì il conte e lo fece sostare un momento nel discorso.
– Tu, sì, – rispose, – e ne sei degno; – aggiunse, guardando con compiacenza la bella persona e l’ampia fronte di Gualberto; – porterai con orgoglio e intelligenza quel nome. –
Gualberto non capiva le intenzioni del conte, si sentiva offeso, irritato, pronto a dare sfogo a tutta l’amarezza dell’animo suo lungamente repressa.
– E perchè dirmelo adesso e non prima? – chiese con tranquillità. – Ora è troppo tardi.
– Perchè? – aggiunse il conte amorevolmente, quasi non avesse udito la prima parte della risposta di Gualberto. – Il tuo nome, la tua alta condizione in società, le tue ricchezze copriranno ampiamente tutte le memorie del passato, e in breve tempo, allorchè il giovane e brillante conte di Ardenberg sarà il prediletto delle dame, l’esempio dei cavalieri, nessuno rammenterà che l’elegante e invidiato gentiluomo vestì in altri tempi l’abito del prete.
– Lo ricorderei io – disse coi denti stretti, mentre i suoi occhi brillavano in modo strano e insolito. – Perchè questo non pensarlo prima? – tornò a dire con insistenza.
Ma il conte non rispose neppure questa volta alla sua interrogazione.
– Sarai pienamente felice allora – continuò a dire; – i tuoi dubbi, le tue opinioni le manifesterai apertamente; il tuo forte ingegno potrà rivelarsi senza paure e senza esitazioni; il giovane conte di Ardenberg potrà rappresentare le idee più liberali, potrà brillare fra tutti per intelligenza e cultura, potrà essere annoverato fra i gentiluomini più illuminati del suo tempo; e nulla davvero ti manca per essere primo fra tutti i tuoi compagni.
– A che serve dirmi queste cose? – replicò sempre tranquillo Gualberto. – È troppo tardi.
– La famiglia degli Ardenberg sta per estinguersi, e attende da te eredi che ti rassomiglino. – Il conte si fermò un momento, perchè vide un freddo ed ironico sorriso sfiorare le labbra pallide di Gualberto. Egli aveva capito ora il motivo delle profferte del conte; ma quegli continuò a dire: – Libero di fare tuttociò che vorrai, di disporre delle tue rendite, perchè a te confiderò la direzione d’ogni cosa, potrai scegliere quella compagna che più ti aggrada: potrai anche, – e qui luccicò nello sguardo del conte un lampo di malizia, – potrai forse, seguendo i desideri dei tuoi genitori, prendere presso la giovane vedova del tuo povero fratello, quel posto che…
Ma a questo punto fu interrotto da Gualberto:
– Basta, basta, – disse con voce tremante; – ho capito! – Il cuore gli batteva forte forte. Sprezzava in cuor suo quest’uomo che così lo tentava dopo averlo fatto tanto soffrire, ma la tentazione era grande, era la maggiore che gli si potesse offrire.
Il conte taceva e lo guardava,
– Ebbene, Gualberto? – disse.
Gualberto non rispose. Vedeva cogli occhi della mente, Jeromina; si figurava un’esistenza libera, felice; sognava viaggi, sognava lunghe ore di gioia e di solitudine con lei. Fu una rapida fantasmagoria che passò dinanzi alla sua imaginazione, disegnando ad una ad una le più belle e seducenti figure, facendogli battere il cuore, esaltando la sua fantasia.
Il conte l’osservava con aria soddisfatta, e attendeva senza impazienza la sua risposta. Credeva che il giovane non avrebbe saputo resistere a questa ultima tentazione.
Gualberto alzò gli occhi e guardò in viso al conte. La bella fantasmagoria sparì a un tratto.
Gli parve di vedere la pallida e altera Jeronima che lo guardava severamente. Si sentì forte del proprio orgoglio.
Si era dedicato alle grandi lotte dello spirito, non alle piccole gioie della vita lieta, spensierata, nè ai piaceri della giovinezza. Aveva incominciato a discernere la sua via nell’avvenire, e questa gli pareva degna del suo vigore e del suo intelletto. Su quella via lo accompagnava la pura e bella imagine di Jeronima, ma in modo diverso che non fra le anguste pareti della vita domestica.
– No, – rispose Gualberto severo e tranquillo. – Non accetto, – e si alzò.
Il conte aggrottò le ciglia e sentì ribollire in sè un’ira ancor nascosta, contro questo temerario, questo bastardo che osava contraddirlo dopo che gli avea fatte sì belle e seducenti proposte.
– Ah! non vuoi?… – disse.
– Non voglio. – rispose alteramente Gualberto. – Queste offerte non bastano; ciò che otterrei mutando stato, ciò che allora si chiederebbe da me non mi potrebbe appagare; e non mi piace che mi si chieda poco, allorquando so che posso dare di più. M’hanno educato a sprezzare e fuggire le piccole gioie del mondo e della famiglia, mi è stato sempre additato un campo più vasto e più lontano; non sprezzo, ma non amo più quanto m’offrite ora; ho preso l’abitudine di guardare più in alto.
– Resta, – gridò il conte, vedendo che egli stava per allontanarsi. – E il desiderio dei tuoi parenti, e l’interesse della famiglia, del nome che porti, non conta? –
Gualberto lo guardò perplesso.
– No, – rispose con tranquillità, – per me non conta.
– È un egoismo mostruoso! – esclamò il conte.
– Non dovevasi farmi educare dai preti, per chiedermi poi il contrario, – disse pacatamente e ironico Gualberto.
– L’osservazione è giusta, – replicò con maggior tranquillità il conte; – ma un’intelligenza e un cuore come il tuo possono svincolarsi dalla influenza nociva dell’educazione avuta; la volontà dei genitori, l’avvenire della famiglia, l’autorità paterna hanno il diritto d’essere ascoltate.
– Ascolto, – rispose Gualberto – ma gli effetti di un’educazione come l’ebbi io, non si cancellano mai. Ho deciso, ed ormai è tardi per insistere.
– Gualberto, – rispose il conte, alzandosi e battendo i piedi, – mi manchi di rispetto e di ubbidienza.
– Ah! – esclamò Gualberto; ma si trattenne.
– È mia volontà – continuò a dire adirato il conte – che tu assuma la direzione dei miei affari, che tu svesta quell’abito e che tu abbia eredi che portino il mio nome. –
Gualberto sorrise. Il conte impallidì.
– Oseresti contraddirmi? – domandò con violenza. – Bada di non affrontare il mio sdegno, bada che io sono capace di vendicarmi sopra di te e sopra altre persone che ti sono care.
– Ancora?… – disse Gualberto, e la sua voce tremava leggermente; ma il conte non badò a quella interruzione.
– L’autorità del conte di Ardenberg non è mai stata contrastata da alcuno; la mia volontà deve sempre essere fatta e la farai anche tu,
– No! – rispose energicamente Gualberto, e si volse per uscire dalla biblioteca; ma il conte gli posò una mano sul braccio e lo trattenne.
– Resta, – gridò ancora, – e rispondi sì o no.
– No, – rispose di nuovo Gualberto, fissandolo alteramente. – Chi può avere autorità d’impormi la propria volontà? – disse sdegnato.
– Io, – replicò imperiosamente il conte, che ho l’autorità di padre.
– Ma nol siete! – disse finalmente Gualberto, dimenticando ogni ritegno.
Il conte ammutolì a un tratto; lo guardò con maraviglia, con diffidenza, e arrossì di vergogna e d’ira sino sotto alle folte ciocche dei suoi capelli bianchi.
– Ah lo sai! – disse, e lasciò cadere il braccio che teneva steso per trattenere Gualberto. Stettero entrambi muti; poi il conte domandò piano: – Te lo disse lei?
– No, – rispose Gualberto.
– Ah un altro! – esclamò vivamente il conte. – Chi lo sa il mio segreto? – Gualberto non rispose. – Chi è quell’altro? – gridò ancora con impazienza. Gualberto esitò un istante. Egli aveva detto troppo; ormai doveva dir tutto. Rialzò il capo e lo guardò in viso.
– Mio padre, – rispose alteramente.
– Sei audace, – replicò il conte dopo un breve silenzio, trattenendo a stento la sua ira, – e dimentichi il rispetto che mi devi.
– Io non vi devo che quest’abito, – rispose Gualberto.
Il conte non disse nulla, e un lungo silenzio seguì queste parole. Guardava il giovane che se ne stava dinanzi a lui in attitudine dignitosa, col viso animato e lo sguardo severo, e gli dispiaceva che questo giovane intelligente, tanto che egli l’aveva creduto degno di farlo suo erede e di trasmettere ad altri il proprio nome, sapesse ora di non essere suo figlio.
Al conte dispiaceva perderlo, perchè con esso perdeva tutte quante le sue speranze per la discendenza degli Ardenberg. Avrebbe bensì potuto adottarne un altro, ma era cosa diversa assai; questi creduto da tutti suo figlio, aveva le alte qualità dell’intelletto, le belle doti fisiche che il conte sapeva apprezzare e che difficilmente avrebbe riscontrato in altri. Poi, senza volerlo confessare a se stesso, sentiva pure che un legame erasi stretto fra loro dall’abitudine, da quella stessa triste insistenza del volerne fare un essere estraneo alla società, di rifarlo a modo suo per vendicarsi, e più di tutto perchè aveva ottenuto in questo il suo intento; e ora il vederselo dinanzi agli occhi anche bello, ardito, animato da nobili aspirazioni, tutto congiurava, affinchè il conte provasse a modo suo un sentimento d’affetto per lui, affetto che veniva colpito dolorosamente dal contegno di Gualberto.
– Vorresti giudicarmi? – domandò finalmente il conte, fissandolo severamente.
– No, – rispose Gualberto, – non voglio altro, se non che dimenticare, che lo potrei.
– Ho risparmiato tua madre, – disse il conte vivamente, – ti lagni di aver sofferto per lei?
– No, – replicò Gualberto, – no, e forse non vi parlerei oggi così, se avessi sofferto solo; ma ci avete colpiti entrambi, il male che volevate fare a me, essa lo provava prima che lo sentissi io stesso. Avete voluto commettere un assassinio, – continuò a dire con voce concitata e con occhio scintillante di sdegno – il peggiore degli assassinii, quello che lascia viva ogni parte del corpo e uccide il pensiero; avete voluto avvelenare, far morire il mio spirito; avete voluto dopo averlo spinto irrevocabilmente per una via, dalla quale non s’esce che impotenti ed umiliati, mostrargli i sentieri fioriti ove spaziano le menti libere e grandi; avete con crudele raffinatezza cercato ogni mezzo per rendermi più amara la sventura. La mia ragione ha trionfato della vostra triste e stolta vendetta, la mia disperazione ha trovato conforto nelle parole di uno spirito eletto; ora mi sento sicuro e la vostra ira non giunge più sino a me.
– Sono parole temerarie le tue, – disse il conte, aggrottando di nuovo le ciglia con voce tremante; – che cosa vuoi da me?
– Da voi? Ormai non v’ha più nulla di comune fra noi. La riputazione di mia madre m’impone la necessità di tener segreta questa triste istoria, – replicò Gualberto – e lo farò se a voi piace così; diversamente, ella troverà sempre nella mia casa, amore, rispetto, protezione.
– Gualberto, – disse dopo un breve silenzio il conte, muovendo verso di lui e guardandolo fisso, – sai tu che cosa avviene nel segreto di un cuore umano, allorchè una donna che si ama, che ha la nostra fede, che porta il nostro nome, che è la madre di un nostro figlio, ci tradisce con un altro? Sai tu che cosa vuol dire scoprire in un giorno, in un istante, all’improvviso, che essa è l’amante di un altro? Sai tu quanta ira, quanto sdegno, quanta amarezza si accumuli in un momento come quello, e ti maravigli che quello sdegno basti tanto tempo, che serva ad alimentare venti anni di vendetta?
– E l’amavi? – disse Gualberto, con tuono raddolcito e dandogli di nuovo del tu.
– L’amavo, – rispose a voce bassa il conte – ma essa non mi amava più da un pezzo. Essa era bella, ed io ero orgoglioso di possederla; ero altero di vederla portare il mio nome; provavo per lei rispetto, amore; andavo superbo di poterla chiamare mia, e un giorno… e quel giorno dura ancora per me…
– Intendo, – disse Gualberto, quasi parlasse fra sè, e chinò il capo.
– E mi accusi d’essermi vendicato: – domandò vivamente.
Gualberto non rispose subito, ma poi disse:
– La gente che sa amare non si vendica, forse non ha neppure bisogno di vendetta.
– Ah! tollera in pace quelle torture? A che cosa somigliano le tue vendette? – ribattè il conte vivamente, – sai tu come si sentano simili ingiurie? L’hanno saputo ben altri in questo castello prima di me. Non rammenti la leggenda di Valfreda? –
Gualberto si scosse, quel nome gli rammentò la vecchia Rosalìa, suo padre e la disgrazia del povero Ermanno. Quest’istoria s’intrecciava con ogni avvenimento della sua vita.
– La rammento, – disse; – fu quella una vendetta più degna di una passione forte e sincera.
– Ah! – esclamò il conte, guardando con insistenza Gualberto. – Avresti trovato più giusto che avessi ucciso tua madre?
Vi fu un momento di silenzio. Il conte teneva fissi gli occhi nel viso pallido e severo di suo figlio.
– Sì, – rispose finalmente Gualberto.
– Un assassinio? — disse il conte.
– Sì, – replicò Gualberto, – meglio è, essendo incapace di domare la propria ira, lasciarla divampare sino all’ultimo eccesso; ma allorchè si ha potere di domarla una volta, si deve essere più forti della propria passione e perdonare.
– Perdonare? – ripetè il conte con ironia. – Perdonare? – disse ancora, guardando Gualberto. – Mi perdoneresti tu?
– Io? – rispose Gualberto. – Che v’ha possibilità di fare un raffronto fra quello che m’avete preso, e ciò che a voi rapiva un altro? un’intelligenza sciupata, avvelenata, allorchè nasceva, e un cuore di donna traviato? Che cos’è questo paragonato a quella?
– Parli così di tua madre? – disse il conte con tuono pacato e con un lampo di soddisfazione nei suoi occhietti bigi e vivaci.
– Parlo del sentimento senza ricordare la persona che lo provò; il sentimento ha un valore, il pensiero ne ha un altro – rispose Gualberto; – voi avete preso dell’oro per pagare ciò che meritava una moneta di rame. Potevate vendicarvi, nel momento che i vostri sentimenti d’ira e di sdegno divamparono, di quanto vi facevano patire i sentimenti altrui. Ma poi rivolgere i vostri pensieri, il vostro raziocinio per anni interi, voi uomo colto e intelligente, per punire ingiustamente il figlio di una donna che ha amato un uomo migliore di voi, è stato come un voler sprecare l’esistenza dietro un errore provocato dall’ebbrezza o dalla follia; è una colpa che va punita valutandola quanto merita. Credete che anche voi, l’offeso, non abbiate patito della vendetta?
– M’è stata un conforto – rispose energicamente il conte.
– Davvero! vivere qui dentro degli anni, fra le opere più insigni della mente umana, col pensiero infastidito da un bacio di donna, da un’ora d’amore, dimenticata forse da tutti fuorchè da voi. Dovevate ucciderli o perdonare.
– E se perdonavo, chi me ne avrebbe compensato, chi avrebbe saputo valutare la mia generosità? – disse il conte ironicamente.
– Io, – rispose Gualberto vivamente, – io sarei cresciuto accanto a voi quale m’avreste desiderato, avrei potuto apprezzare le belle qualità del vostro intelletto, prendere parte ai vostri studi, abbandonati per quella triste opera di vendetta; farmi quale mi vorreste ora che non è più tempo. Ed io avrei riconosciuta quella grande e salda paternità dell’intelletto, più forte assai per me, dell’altra, frutto del caso o della leggerezza. Vi avrei compensato delle vostre fatiche, mi sarei conquistato presso di voi, col mio ingegno ed il mio affetto, il nome che per generosità vostra m’avevate concesso.
Il sorriso sardonico del conte moriva sulle sue labbra via via che Gualberto gli parlava, e una espressione melanconica sostituiva quella di maligna ironia che aveva prima. Non rispose, e si mise a camminare su e giù nella biblioteca; poi si fermò dinanzi alla finestra e guardò il lago. – La mia ava Valfreda riposa qui sotto, – disse piano. – Hai ragione, Gualberto, meglio era gettarveli entrambi allora… Il lago non rende i suoi morti… non ha reso Ermanno; l’avrebbero preceduto, – aggiunse pensoso. Indi rialzò la testa e guardò Gualberto. Lo guardò lungamente in silenzio; e via via che lo guardava gli appariva nello sguardo un’espressione insolita, amorevole, umile, quasi addolorata.
– È vero, – disse, – mi sono punito da me.
Gli si avvicinò e gli stese la mano. Era un po’ curvo in quel momento, aveva il viso pallido, e le mani gli tremavano leggermente. – Mi perdoni, Gualberto? – disse. Pronunciò queste parole con un accento strano; a Gualberto parve d’udire una voce sconosciuta, d’aver dinanzi a sè un estraneo, tanto erano insoliti in quell’uomo l’umiltà del concetto, la parola commossa, il gesto che rivelava vergogna e confusione.
Gualberto esitò un momento, provò un sentimento d’orgoglio e di ripugnanza; ma lo vinse.
– Sì, – disse, e mise la sua mano in quella del conte di Ardenberg, ma volse il capo dall’altra parte.
Il conte la strinse con affetto, con gioia.
– Mi lascerai riconquistare quella paternità intellettuale, della quale parlasti or ora? Mi lascerai prendere nel tuo affetto quel posto che rimase deserto sino adesso? – domandò con espansione insolita, precipitosamente, come temesse che Gualberto gli dovesse sfuggire per sempre.
– No, – rispose dolcemente questi, – è troppo tardi anche per ciò. Ho già rivolto il mio pensiero al padre che offrì di soccorrermi in una triste ora di disperazione, e i grandi affetti non si dividono. Non si amano due patrie, non si amano due madri, non due amanti. Ed io ho già trovato mio padre. –
Il conte tacque dopo che Gualberto gli aveva detto quelle parole; poi lo fissò alteramente.
– Non voglio dividere per la seconda volta cosa alcuna con quell’uomo. Hai detto bene. Dei grandi affetti non si può fare due parti. Va, – disse mesto e severo – continuerai a portare il mio nome per rispetto alla reputazione di tua madre e di questa casa; ed io sono contento che tu lo porti, perchè so che ne sei degno. Va, – disse con impazienza, – ci rivedremo più tardi. Ora ho bisogno di esser solo. –
Gualberto chinò la testa, e guardò quel vecchio, affranto per la prima volta sotto al peso di un dolore, di un disinganno, di un fatto più potente della sua volontà, e provò un sentimento di pietà per esso; ma senza dir altro salutò col capo e uscì in silenzio dalla sala. Mentre egli usciva, il conte lo seguiva cogli occhi, e una grossa lacrima gli spuntò fra le ciglia.
Guardò mestamente l’ampia biblioteca, gli scaffali pieni di libri, gli stemmi e le corone sculte in rilievo al di sopra degli usci, guardò verso il lago quella parte del suo castello che egli di là vedeva sorgere altera dalle acque, e si lasciò andare nel suo vecchio seggiolone, affranto, umiliato.
– Solo! – disse fra sè, e piegò il capo giù giù sul petto.
Il domestico che venne, più tardi, ad accendere la lampada della biblioteca, vide con maraviglia il conte, seduto nella sua poltrona, accasciato e immobile.
Egli non si mosse vedendo il chiarore della lampada, ma ordinò che gli portassero dei sigari e che gli andassero a prendere i giornali, come soleva fare le altre sere.
Rimase dov’era, muto e pensoso. Non contava il tempo, non si rendeva conto dei propri pensieri. Gli pareva di essere giunto al fine di una lunga fatica senza frutto, di aver dedicato la sua vita a compiere un’opera che all’ultima ora si dileguava in nebbia. Sentiva quel vuoto, quella stanchezza irreparabile che lascia la certezza d’aver sprecato la propria esistenza. La biblioteca, il castello di fuori, gli sembravano smisuratamente grandi, deserti, smobigliati; a lui pareva d’esser solo ad abitarvi e gli sembrava che tutti gli altri fossero partiti da un pezzo.
Verso le dieci la porta si aprì piano piano, ed egli udì un passo leggiero sul pavimento.
Alzò il capo e stese la mano.
– Vieni, Jeronima, – disse, – vieni. – Jeronima si accostò a lui e vide con stupore il volto addolorato, le ciglia umide del conte.
– Jeronima, – continuò a dire – non ho saputo farmi amare da nessuno, ho perduto un figlio, l’altro… mi lascia. Anche tu Jeromina, mi lascerai? –
Jeronima tacque un momento. Qual mutamento era avvenuto in quel cuore tanto fiero? Qual dolore l’avea colpito? Perchè in poche ore il conte di Ardenberg sembrava invecchiato di parecchi anni?
Essa prese uno sgabello e l’accostò al seggiolone ove sedeva il conte, e mettendo la sua mano sopra quella di lui lo guardò con occhio franco e serio.
– Io resto col padre di Ermanno, – disse come facesse una solenne promessa.
Il conte prese fra le sue mani la testa di Jeronima, che sembrava inginocchiata accanto a lui, tanto era basso lo sgabello ove sedeva, e la baciò in fronte.
– Figlia mia! – mormorò.
XXII.
Pochi giorni dopo, una carrozza da viaggio attendeva nel cortile del castello la contessa Beatrice e suo figlio; Gualberto accompagnava la madre, indebolita dagli affanni e dispiaceri patiti, in una villa presso al mare, in vicinanza di Roma, affinchè ella potesse ritemprarsi colà dalle angoscie sofferte, e ritrovare fra genti e cose nuove la perduta tranquillità dell’animo.
Il conte attendeva nel cortile che scendessero. S’era riavuto dalle commozioni dei giorni precedenti. Era tranquillo, benchè il volto cadente e le spalle più curve del solito, rivelassero che il suo vigore era scemato e che una fiera tempesta dell’animo l’avea abbattuto rapidamente. Jeronima restava con lui.
Mezz’ora dopo, la contessa Beatrice scese lo scalone appoggiata al braccio di Jeronima. Gualberto la seguiva.
Giunta nel cortile, la contessa salutò ad una ad una le persone di servizio ivi riunite, e Jeronima e Gualberto rimasero ad attenderla presso allo scalone.
– Addio, – disse allora Gualberto alla cognata. – Chi sa quando ci rivedremo! La via che percorrerò sarà ardua, severa, piena di abnegazioni e difficoltà; la sua, Jeronima, è diversa assai… Temo che il tempo ci separi.
– Separarci? – disse Jeronima piano.
– Alla sua giovinezza si affacceranno nuove e liete speranze per l’avvenire… – rispose Gualberto mestamente, guardandola.
– Le aspirazioni della mia giovinezza, quelle che il mondo chiama così, giacciono per sempre sepolte in fondo al lago con quel poveretto che mi amò. È un voto alla memoria sua, un’offerta alla nostra amicizia, – diss’ella con dolce mestizia, – alla quale intendo dedicare tutti i miei affetti e le mie aspirazioni.
– Jeronima, – replicò allora Gualberto con voce tremante di commozione – ricambio con intraducibile gratitudine questa cara promessa. D’ora in avanti ci stringono i vincoli più alti e più belli del pensiero. Basterà a te la memoria di Ermanno, a me il dovere che ho saputo impormi, per conservarci degni entrambi di restare uniti così. – Le stese la mano. – Ora m’è facile partire, Jeronima, e mi sembra di portarti meco! –
Jeronima gli strinse la mano, ma non fece a tempo di rispondere perchè la contessa la chiamava.
Lo guardò soltanto, e in quello sguardo egli lesse un’irrevocabile promessa per l’avvenire.
Il conte depose un freddo bacio sulla fronte di Beatrice. La contessa invece lo lasciava piangendo. Nel suo cuore di donna ricordava che egli era padre del povero Ermanno e che a lui non rimanevano altri figli, mentre a lei restava ancora Gualberto. E dopo aver patito tanto per opera sua, ora sentiva pietà di lui; e le sembrava commettere un’ingiustizia lasciandolo solo per quei mesi.
Pianse maggiormente accomiatandosi da Jeronima, perchè l’amava, e perchè più di tutti gli altri, essa le rammentava il povero Ermanno.
La contessa mise ancora una volta il capo fuori dello sportello e salutò il marito; poi guardò il lago, quella parte del lago che giaceva sotto la torre abitata una volta da Ermanno, e non tolse più gli occhi da quel punto, finchè lo potè vedere.
Il conte rispose con indifferenza all’ultimo saluto della contessa.
– Non rivedrò più quei due, – disse volgendosi a Jeronima.
Jeronima appoggiò amorevolmente il suo braccio su quello del conte, e cercò d’indovinare se le sue parole erano una minaccia o un triste presentimento.
Cercò distrarlo, lo accompagnò alla passeggiata, gli fece compagnia durante tutta la sera; ma il conte era mesto, indifferente, e Jeronima non riuscì che a mezzo nel suo pietoso intento.
Vissero così dei mesi l’uno accanto all’altro. La contessa scriveva discrete notizie di sè, e Gualberto mandava a Jeronima delle lunghe lettere, ora piene di affetto, di passione giovanile, indomabile, ardente; ora facendole parte dei suoi disegni, descrivendole i particolari della sua vita in Roma, gli avvenimenti politici, lo stato del clero e le speranze che aveva per l’avvenire.
Jeronima rispondeva; e le sue lettere portavano sempre l’impronta del suo spirito elevato, energico, mentre manifestavano pure sentimenti veri e soavissimi.
Tutta l’attività del suo spirito era rivolta a tener viva quella corrispondenza, mentre dedicava cure e tempo nel distrarre il vecchio conte e tenergli compagnia.
Essa lo pregava invano di fare delle partite di caccia o delle gite con lei nei dintorni del castello.
I cavalli se ne stavano ad impigrire nelle scuderie, i cani non uscivano che per passeggiare coi servi, i fucili giacevano inoperosi accanto agli attrezzi da caccia.
La forza, l’energia del conte erano esaurite.
Egli decadeva ogni giorno.
Jeronima lo consigliò di chiamare un medico; ma egli non acconsentì, dicendo che non si sentiva male.
Un giorno i contadini di Ardenberg non videro più il conte uscire per fare la consueta passeggiata del dopo pranzo colla contessina.
Si sentiva tanto sfinito da non poter più uscire di casa.
Jeronima s’inquietò di questa debolezza e lo pregò di nuovo a mandare per il medico.
– No, – rispose con impazienza; – mi sento svogliato, ma sto bene.
– Ma questa svogliatezza può essere indizio di malattia, – disse Jeronima insistendo.
– No, – replicò il conte con uno dei suoi vecchi sorrisi sardonici. – Ho avuto sinora un còmpito nella vita, e l’ho finito; finito male assai – disse – ora sento che non ho più nulla da fare e divento pigro. –
In quella sera fu più lieto del solito; ebbe qualche lampo del suo sarcasmo mordace d’altri tempi, le narrò degli aneddoti della sua giovinezza e fece con lei il disegno d’un viaggio in Germania. Jeronima, confortata nel vederlo così, s’accomiatò da lui con animo tranquillo.
Poche ore dopo, mentre tutti dormivano, un colpo apoplettico metteva in pericolo la vita del vecchio conte.
Jeronima, chiamata improvvisamente nel cuor della notte, corse al suo letto, e s’avvide con spavento che egli non le poteva più parlare.
Mandò per il medico di casa, ne mandò a prendere un altro, nel quale il conte aveva pure fiducia. Ma nel giorno seguente, mentre Jeronima si accingeva a richiamare, con un telegramma, la contessa Beatrice, l’ammalato soccombeva improvvisamente, per un nuovo assalto apoplettico.
Jeronima era rimasta sola nel castello di Ardenberg.
Due giorni dopo, un lungo corteo di servi ed alcune carrozze, accompagnavano alla cappella di famiglia la salma del conte Ottone.
Jeronima, seguiva abbrunata, il feretro del suocero.
Per via, essi incontrarono un altro ben più modesto convoglio funebre, seguìto da pochi montanari.
Era il funerale della vecchia Rosalìa, che poteva ben chiamarsi anche quello della leggenda di Valfreda, morta e sepolta con essa nel modesto cimitero di Ardenberg. La vecchia Rosalìa avea detto prima di morire che Valfreda non sarebbe più apparsa a nessuno dopo di lei. E i contadini, creduli e riverenti, le prestarono fede; ma una paura superstiziosa circondò ancora per qualche tempo, l’umile sua tomba.
XXIII.
Compiuto l’ultimo e mesto dovere verso il padre di Ermanno, Jeronima partì subito dal castello di Ardenberg e andò a ritrovare la contessa Beatrice, cui essa non aveva ancora partecipata la notizia della morte del conte. Sapendo che non avrebbe potuto giungere in tempo per rivederlo, le aveva voluto risparmiare inutili e tristi fatiche.
La contessa, che non sapeva ancor nulla, tranne quello le aveva scritto Jeronima, dello stato malaticcio del conte, indovinò subito ciò che era accaduto, quando suo figlio le disse che Jeronima era giunta improvvisamente. Le corse incontro nel viale che metteva alla villa ove essa abitava, presso al mare, e l’abbracciò dicendo:
– Al castello di Ardenberg non v’ha più nessuno! –
Jeronima non rispose, ma strinse la suocera fra le sue braccia.
Una donna che seguiva Jeronima e che dall’abito sembrava una persona di servizio, abbrunata anch’essa, si fece avanti piangendo:
– Signora contessa, anch’io non ho più nessuno laggiù! –
Era Vanina, la figlia di Rosalìa, che dopo i figli e il marito avea perduto anche la madre.
La contessa le stese la mano, poi si appoggiò al braccio della nuora, chinò la testa sulla sua spalla, e piangendo in silenzio, la condusse in casa sua.
Le due donne stettero insieme parecchi giorni, e Gualberto le lasciava sole, perchè s’accorgeva che sua madre aveva bisogno di essere confortata da Jeronima e di sfogare con lei il suo dolore, confidandole i segreti della sua tormentata esistenza.
E in una sera, in una di quelle sere d’estate, sempre maravigliosamente belle in quel luogo, mentre il mare scintillava sotto ai raggi dorati del sole che tramontava, e che tutta la natura splendeva di luce e sembrava godesse della propria bellezza, la contessa Beatrice narrò finalmente a Jeronima tutta la sua storia di brevi gioie e di lunghi affanni.
Jeronima l’ascoltò attenta e commossa. Alla fine prese le mani fredde e tremanti della contessa fra le sue, e disse dolcemente:
– Tutto è finito e un lungo giorno di pace sorgerà col sole di domani! –
Jeronima le aveva profetato il vero.
Passavano rapidamente le ultime settimane dell’estate e le prime d’autunno.
La quiete, l’affetto di Gualberto e di Jeronima, l’incanto della natura bella e lieta intorno ad essa, acquetarono il suo cuore travagliato da memorie dolorose.
XXIV.
Un dopo pranzo, sul finire di settembre, in quella stessa ora nella quale Beatrice narrava due mesi prima il suo segreto a Jeronima, questa comparve dinanzi a lei accompagnata da uno sconosciuto.
Quel forestiero si avanzò incerto e turbato; egli fissava con dolorosa maraviglia la contessa.
– Beatrice, – disse piano, – non mi riconosce? –
La contessa gettò un grido, si alzò impallidendo, poi gli stese la mano. Il Campaldi si chinò baciando quella mano con riverenza.
– Sono scorsi ben più di vent’anni e vi ricordate ancora? – disse titubante la contessa.
— Sarei forse qui se avessi dimenticato la madre di Gualberto? e se non avessi la speranza che essa mi ha perdonato tutti gli affanni patiti per me? – rispose con affetto; Beatrice sorrise. Ritrovò in quel momento uno di quei sorrisi dileguati da un pezzo, e che in altri tempi aveano inebbriato il cuore e la fantasia dell’artista.
Jeronima si accostò allora anch’essa, e con gentile pensiero volle dar tempo ad entrambi di riaversi dalla commozione di quell’incontro, prima della venuta di Gualberto.
Il Campaldi avea partecipato a suo figlio il desiderio che nutriva da un pezzo di presentarsi alla villa della contessa Beatrice, e allorchè Gualberto vi giunse in quella sera, e trovò suo padre seduto nel crocchio degli amici intelligenti ed eletti, che già in breve tempo s’era acquistata la famigliuola della villa, egli provò una gradita e desiderata sorpresa.
La conversazione era animata; il Campaldi parlava con vivacità, con eloquenza, e Jeronima lo incoraggiava con un sorriso affettuoso. Ma la contessa Beatrice taceva. Il suo volto pallido e delicato esprimeva una timida e nascosta felicità.
La sua gioia serena non poteva espandersi con parole.
Mentre Gualberto riaccompagnava gli amici e il Campaldi alle loro vetture, la contessa uscì pian piano dal salotto e andò a chiudersi nella sua camera.
Aveva bisogno di essere sola, di raccogliere il suo pensiero, di volgere la mente con pietoso raccoglimento a coloro che non erano più; aveva bisogno di ringraziare, con una preghiera, chi le aveva concesso la felicità di quella sera.
XXV.
Quando Gualberto tornò nel salotto, Jeronima sola vegliava, seduta presso una finestra, guardando la vasta marina, incantevole in quella notte.
Egli le si avvicinò non visto. Era commosso. Era questa per lui, una di quelle torbide ore di passione giovanile, che lo sguardo mesto ed ingenuo di Jeronima soleva calmare, che ella soltanto sapeva confortare colla dolce armonia delle sue parole.
– A che cosa pensi, Jeronima? – le disse.
Jeronima si scosse. Gualberto sperava una risposta affettuosa; ma non l’ebbe.
– Pensavo a tua madre… al suo avvenire, – replicò.
– Al suo avvenire? – chiese egli con maraviglia.
– Sì, – disse – le tristi memorie che tormentano ancora il cuore di tua madre, dilegueranno col tempo, e allora… allora il Campaldi darà ad essa il conforto di una protezione sicura, di un affetto riconosciuto da tutti, e quello maggiore d’ogni altro, del poter dire a te che essa è la moglie di tuo padre. Ma per ora non se ne parli. Le son cose non di oggi, ma dei giorni che verranno.
– E a noi, Jeronima, gentile sibilla, che cosa porteranno i nuovi giorni? – e cercava, commosso, co’ suoi sguardi quelli di lei.
Ma quei grandi occhi, che egli cercava, erano fissi, pensosi, ad un punto lontano fra mare e cielo.
– Recheranno le gioie serene del sacrifizio e le fatiche delle lotte quotidiane. Le grandi istituzioni hanno bisogno di martiri per morire e trasformarsi, come ne abbisognarono, allorchè dovettero nascere e farsi potenti. Porteremo insieme, umili operai del pensiero, le pietre ai nuovi edifizi. L’avvenire ti arrecherà la certezza di un affetto devoto e un còmpito degno del tuo intelletto. Ciò che vorresti di più sarebbe, in confronto di questo, poco assai… – Poi si volse e lo guardò con un sorriso raggiante: – Ciò che per il volgo è la parte di uno solo, noi daremo a tanti.
Il giovane sacerdote l’ascoltava con riverenza, dominato dal fascino della sua parola e della sua presenza.
Essa incominciava a prendere per lui, il posto di quegli esseri ideali e adorati, dinanzi ai quali si era prostrato in altri tempi.
Vicino a lei, egli si vergognava degl’impeti disordinati della passione; mentre, ignara di quelle lotte, la sua gentile amica, coll’ingenua ed energica parola, lo riconduceva ad altre e migliori aspirazioni.
Jeronima, guidata da una mente eletta, fatta migliore da una dolorosa esperienza della vita, era giunta prima di lui a conseguire la tranquillità elevata e sicura dell’animo che tien lontane le tempeste delle passioni.
Egli pose con riverenza le sue labbra sulla mano che Jeronima appoggiava al davanzale della finestra.
– Hai la vera fede, disse – e l’hai ispirata anche a me; quella nella forza della volontà e dell’intelletto. Hai la fede nell’amore vero, perchè sei pura come una vergine ed ami il sacrifizio come una martire. Se questo sogno di folle carità per coloro che non hanno ancora imparato a pensare, è un sogno davvero, sarà però grande e bello, e nella via che mi traccia la tua mano nell’avvenire, non mi arresterò più. Accanto a te, in quest’ora di pace, sento già che la mia vita appartiene alle lotte dei giorni futuri.

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