Emma – Prefazione a “La leggenda di Valfreda”

Nel rileggere La leggenda di Valfreda, scritta già da qualche anno, mi venne una gran voglia di non ristamparla. Trovai che essa portava una data per me assai più vecchia di quella che ha realmente, nè era possibile rimediare a questo fatto senza mutare radicalmente ogni cosa. Ma come fare? L’avevo scritta tutta d’un pezzo, l’avevo già presentata al pubblico senza ritoccature e senza mutamenti, e per quanto povera cosa la fosse, e per quanto abbisognasse e abbisogni tuttora di correzioni, pure temevo correggendola di toglierle l’unico e maggiore suo pregio: la verità.
Da che parte potevo io dunque rifarmi per mutare una storia vera e accomodare le cose in modo che la verità di ieri rassomigliasse di più alla verità di oggi?
Ci pensai e ripensai; ma la mia esitazione mi parve una sì falsa vergogna, tanto infondata e assurda, che, non potendo assolutamente rifare il lavoro, superai la ripugnanza per una prefazione, e senz’altro mi risolsi a scriverla. Piuttosto che prefazione, dovrei chiamare questa un’aggiunta al racconto, una parte di storia che continua fuori del quadro della novella stessa, la quale per sè certamente non meriterebbe il lusso tedioso di una sì lunga chiacchierata.
Ma se i castellani di Ardenberg non hanno mai esistito, se Gualberto e Jeronima non sono mai stati al mondo, pure quasi in tutti noi è stato vivo per un momento un prete Gualberto, il quale ha lottato e sofferto come quello della novella. E dicendo così parlo specialmente di noi italiani, educati quasi tutti nella religione cattolica, la quale ci avvolge siffattamente in tutti gli atti, in tutte le manifestazioni della vita nostra, ci segue con un’insistenza così ostinata nelle più umili vicende dell’esistenza, che a stento ci liberiamo dalla sua influenza, a stento possiamo guarire dell’atomicità morale che ci presta l’attitudine di compenetrarcene quasi inscientemente.
Quale è il momento della nostra vita morale, in cui possiamo dire d’esserne liberi affatto, liberi non soltanto per avere perduta la fede nel cattolicesimo, ma per non sentire più quella riverente memoria, quel desiderio sensualmente religioso delle mistiche penombre delle sue chiese, delle molli armonie dei suoi organi, della sua indulgenza potente e infallibile, nella quale ci siamo già riposati una volta Quando nell’incerto fluttuare del pensiero umano, nella lotta affannosa di chi ricerca il vero si giunge alla perfetta sicurezza che non v’ha momento di stanchezza, di abbandono o disperazione, nel quale non ti colga un vago desiderio della fede perduta?
Allora soltanto, quando lo spirito si sente così libero e sereno da poter trovare nella scienza un ideale più nobile di quello religioso; quando alla paura che preferisce l’illusione al dubbio si sostituirà intero l’ardire delle indagini; quando si sente che la religione è un lavoro, è la ricerca del vero e non l’ozio della certezza; allora soltanto il Gualberto del nostro spirito sveste il suo abito per non rivestirlo mai più. Nella mia novella, che non porta più la data d’oggi, Gualberto resta prete.
Ho detto che la mia storia descriveva un fatto morale vero, e per questo essa allora richiedeva quella conclusione che ho scritto.
Ma se le novelle per buona fortuna del lettore devono concludere e finire, per altro sarebbe difficile cosa il mettere un punto e scrivere fine a un dato momento della vita del nostro spirito, se il cervello non è ancora atrofizzato.
Per questo, rileggendo nei fascicoli della Nuova Antologia la Leggenda di Valfreda che ristampo oggi, ho sentito che in me la conclusione non era più quella d’allora, e credo mio dovere il dirlo.
Al lettore, che subisce il tedio di tante fiabe, di tante pagine di stampa inutili e uggiose vien di diritto questo po’ di verità, per quanto poco autorevole sia la voce di chi la dice.
Molti novellieri si permettono di accompagnare con appendici o documenti i loro racconti. Io non posso imitarli presentando il fac-simile di una vecchia pergamena che affermi l’esistenza della bella contessa Valfreda; ma offro qui invece questo povero documento, il quale anzichè portare una data antica la porta ancor più recente di quella della novella.
È una prova dell’esistenza di Gualberto e di molti altri simili a lui nella vita dell’intelligenza, nelle narrazioni della quale, la trasformazione è sempre documento di verità. E siccome la storia dell’evoluzione dello spirito nostro ha sempre un pregio anche quando segue nei più umili e oscuri, così non per impulso di vanità, ma per sentimento di dovere ho scritte queste pagine.
Se la leggenda l’avessi fatta oggi, Gualberto non sarebbe rimasto prete.
Quel misticismo vago che viveva ancora in fondo al suo animo, quella timidità pretina, delicata se si vuole, ma inscientemente ipocrita che lo tratteneva dal mescolarsi agli altri, dal prender parte efficacemente alla vita civile di tutti, quel brutto sentimento di falsa vergogna, che è la più triste eredità che ci rimane di una religione non buona, non impedirebbero più al Gualberto d’oggi di svestire l’abito sacerdotale.
Non è scetticismo nel senso egoista e freddo della parola che mi detta questo scritto, anzi è un sentimento onesto di fede, non di quella fede perduta da Gualberto, ma di un’altra, più semplice e robusta, umanamente migliore, che mi spinge malgrado una istintiva timidità a questo omaggio al vero.
Se nelle novelle e nei romanzi il lettore cerca sempre con avidità la rassomiglianza di fatti e di caratteri con fatti seguiti a lui e caratteri a lui noti, perchè non seguirà con interesse anche una storia vera che avviene nelle regioni più intime ed elevate del pensiero?
Perchè si scandalizzerà meno del racconto di un adulterio o di un assassinio che di quello di un credente che, subíta la più dolorosa lotta che possa subire l’intelletto umano, perde la fede?
Che forse a noi novellieri son più perdonati i sorrisi della donna la quale tradisce, piuttostochè le lagrime di chi è costretto a separarsi dalla propria religione?
A molti non piace che la penna dello scrittore di fiabe tocchi audacemente problemi sì elevati. Ma dov’è, lettore, una fiaba tanto triviale che non s’intrecci ai pensieri o sentimenti più alti? Qual’è l’ora più umile della nostra vita, nella quale non si sente sempre intensa e vicina l’opera dell’intelletto, e dov’è animo sì vile nel quale si spenga anche solo momentaneamente l’attività del pensiero, la speranza incessante, lontana, tormentosa della fede e del vero?
Fidando, forse troppo, che nell’associazione delle cose più elevate alle più umili sta il segreto del nostro equilibrio morale; che non v’ha pensiero alto, aspirazione ardita che nella vita umana si possa riporre infruttuosa, come un oggetto di lusso; che la lotta dell’eleganza nell’arte, e nello spirito, del sapere e dell’ingegno contro la volgarità ignorante e invadente non si vincerà mai se tutto il tesoro di scienza e d’intelligenza non si adopererà arditamente ogni giorno, e non s’indosserà come la veste da lavoro dell’umanità, senza paure e senza restrizioni, fidando in questo, anch’io, ultima fra le ultime, per servirmi ancora dello stile del vecchio Gualberto, ho osato mettere una mano inesperta e profana sopra un così serio problema e ho fatto ancor più, ho scritto, a scapito del mio lavoro, queste pagine, che biasimate da molti, proveranno almeno ad alcuni la sincerità che me le ha dettate.

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