Emma – Una fra tante – Cap. I

Il fatto che narro in questo libro è un fatto vero.
E chi, se non fosse vero, l’avrebbe voluto scrivere?
Quando giunse a mia notizia, provai subito con l’indignazione e il dolore che esso suscitò in me, l’impulso di raccontarlo, di denunciarlo a tutti. Ma poi esitai. Una falsa vergogna, una ripugnanza quasi insuperabile mi tratteneva. La smisi soltanto quando accingendomi di nuovo a idear novelle e volgendo il pensiero alle opere della fantasia, provai in me un’altra vergogna e un’altra ripugnanza le quali contrastavano singolarmente con quelle di prima.
Sentiva che non era più possibile, sapendo quel fatto, di negare alla triste verità il suo diritto di precedenza di fronte alle mie fiabe.
E il mio primo impulso prevalse.
E spero che in avvenire anche quando fosse più vivo e fervido il lavoro della mia immaginazione, quando mi apparisse più seducente e cara un’immagine della mia fantasia, mi basti però sempre l’animo di cacciarli lontano, qualora accanto a lei mi si presenti triste, miserabile o anche ributtante la sembianza di cosa vera cui l’umile penna della scrittrice di fiabe possa giovare.

Firenze, 15 dicembre 1877.
Emma

Capitolo primo

Barberina aveva sedici anni quando venne in X, una delle principali città d’Italia, per entrar al servizio di una famiglia d’agiati commercianti.
Era fresca e robusta, timida come una signorina appena uscita di convento, ignorante come le pecore e le capre che aveva portato a pascere per tanti anni nei monti ove era nata.
Essa esciva dalle valli solitarie delle sue montagne, come l’educanda esce dalle mura del chiostro: ingenua, vergognosa, maravigliandosi di tutto e di tutti. Anch’essa, come l’educanda, era stata rinchiusa in un breve spazio di terra segregato dal resto del mondo; anch’essa era stata abituata ai lunghi silenzi, alle placide e dolci contemplazioni, e alla monotona disciplina del lavoro.
Barberina di casa sua era poverissima.
Essa lo sapeva da un pezzo, perché glielo dicevano i genitori, non perché se ne fosse accorta da sè: aveva già sedici anni e ancora non capiva bene che cosa volesse dire la povertà. Mentre era ancora a casa sua, indovinava che la miseria era cosa che non soltanto la minacciava allora, per la quale pativano e si tormentavano i genitori, ma che era una disgrazia che l’avrebbe sicuramente perseguitata nell’avvenire, ed alla quale non poteva sfuggire in nessun modo.
Essa non aveva mai patito per il freddo dell’inverno o per il sole cocente dell’estate; la polenta dura e stantia che le davano i genitori aveva sempre bastato al suo gagliardo appetito, e al suo gusto era parsa ognora squisita; il vecchio giaciglio di paglia bastava ai suoi sonni placidi e profondi, e non aveva ancora provato il desiderio di cose migliori. Con la forza viva della giovinezza essa attingeva vigore e salute in tutto ciò che era intorno a lei. Attingeva nell’aria vibrata del monte, nel calore del sole, un piacere di vivere che era fecondo di vita.
Cresceva come un fiore esposto alla brezza pura e fragrante della montagna. E in quel lusso di natura l’essere povera le sembrava cosa assurda, e non l’intendeva più di quello che l’intendessero i fiori e le pecore della sua mandria.
Il suo sviluppo intellettuale fu lento.
Non era provocato artificialmente, ma nasceva spontaneamente in lei per combinarsi poi con quello che era fuori di lei.
I suoi pensieri si risvegliavano lenti e maravigliati nelle lunghe ore di ozio, mentre pasceva le pecore e sedeva canterellando sul pendìo del monte. Quasi sempre nascevano sotto l’evocazione di certe melodie strascicanti e monotone che la bambina inventava da sè, seguendo con gli occhi le nuvole che le passavano sopra il capo o guardando i vapori che luminosi e lenti ascendevano verso sera sull’orizzonte.
Se la ginestra o il timo del monte potessero risvegliarsi a poco a poco alla coscienza di vivere, lo farebbero come lo faceva lei, senza sgomento, senza orgoglio, con una profonda e serena convinzione del proprio diritto d’essere, con un sentimento della propria dignità istintivo e gagliardo, che traeva dalla coscienza di solidarietà con tutta la natura, con tutto ciò che ha vita o apparenza di vita, la sicurezza del proprio valore.
Ma venne un tempo nel quale l’avvenire temuto e ignoto le si avvicinò a un tratto.
A sedici anni la bambina, cresciuta sino allora con le virtù e le ignoranze degli animali e dei fiori, diventava cosa più perfetta, più umana, presentiva e desiderava altre sensazioni, altri piaceri.
E mentre ella così progrediva dall’infanzia insciente alle speranze dell’adolescenza, i suoi genitori, poverissimi, che a mala pena campavano la numerosa famiglia, pensarono di metterla al servizio, per liberarsi così da un peso troppo grave alla loro miseria. Per questo si rivolsero al parroco del villaggio che giaceva a piè del monte sul quale avevano la loro modesta casupola; egli aderì di buon grado alle loro istanze, promettendo il suo ajuto, e raccomandando la Barberina ad una signora che abitava una vicina città.
Da quel giorno Barberina non ebbe più pace. Le parve che ogni cosa avesse mutato intorno a lei, e che perfino in lei stessa fosse avvenuto un cambiamento; le pareva che nella sua valle silenziosa e deserta giungessero ad ogni istante i rumori del di fuori, voci lontane, grida di folla. E provava una curiosità irresistibile di vedere, di sapere, di uscire dalla solitudine e tuffarsi nella vita, e insieme a questo desiderio violento le veniva anche una grande paura di quel mondo che non conosceva e che pur desiderava.
Era l’educanda che usciva dalle mura del collegio, pura, ingenua, desiderosa di vivere.
La natura la dava alla società. La società la prese.
La signora alla quale il parroco l’aveva raccomandata la mandò ben presto a chiamare.
Barberina vide allora per la prima volta una piccola città; vide le case, le vie, le botteghe, l’andirivieni della gente per le strade, e si sentì strappata a un tratto e per sempre alla quiete dei suoi monti.
Vide dei ricchi e si sentì povera.
La signora che l’aveva mandata a chiamare, era una vecchietta ancor vispa e robusta; fece alla Barberina un monte d’interrogazioni; poi finalmente le disse che le aveva trovato un servizio presso certi negozianti di X, e le nominò una fra le principali città d’Italia.
Nel sentire quel nome la Barberina rimase sgomenta. L’aveva sentita nominare tante volte quella città; l’avevano nominata dinanzi a lei gli uomini di casa sua, il babbo e il nonno. Il nonno c’era stato, era il solo che l’avesse vista, e quando ne parlava lo faceva con rispetto, con ammirazione, e solamente il babbo rispondeva, mentre le donne non azzardavano di metter bocca in quel discorso, quasi che si trattasse un argomento troppo elevato per esse; e ora la piccola Barberina, come solevano chiamarla a casa sua, doveva andarci, e andarci tutta sola!
Quello sgomento non sfuggì alla signora, che la rincorò subito con delle buone parole. Le disse che i suoi padroni l’avrebbero mandata a prendere alla stazione, che sarebbero stati amorevoli e indulgenti verso di lei, che essa avrebbe potuto, col tempo, essendo laboriosa ed economa, guadagnare del danaro, fare delle economie e aiutare i genitori; ma Barberina l’ascoltava senza rispondere.
La signora, vedendo che essa non parlava, lasciò a mezzo il suo discorsetto d’incoraggiamento, e le disse senz’altro di tenersi pronta alla partenza, perché probabilmente la sera del giorno seguente l’avrebbe fatta chiamare per mandarla a X.
– Così presto! – esclamò la giovanetta, con una stretta al cuore.
– Sì – replicò la signora. – La famiglia che ti ha fissato, ha bisogno di avere subito la donna di servizio.
– Sarà lungo il viaggio? – domandò timidamente la Barberina.
– Piuttosto – rispose la signora; – e le disse di quanto.
La piccola città dove esse si trovavano era situata presso il confine d’Italia, in uno Stato limitrofo al nostro.
Barberina tornò a casa mesta e pensosa. Dei grossi goccioloni le cadevano di sotto alle palpebre sulle guancie rosee e delicate. Camminava pel solito sentiero che metteva alla casupola dei genitori; saliva il pendìo ombroso e fiorito del monte, e le pareva di non appartenere più alla gente che abitava in quella casupola, di essere già un’estranea fra quegli alberi e quei prati. Le sembrava che anche le sue pecore la guardassero con maraviglia, non riconoscendola più. Si ricordò allora delle pecore che il babbo conduceva al mercato, le quali tornavano segnate di rosso o di turchino da chi l’aveva comprate; e le parve di dover avere anch’essa in qualche parte del corpo un segno simile a quello delle pecore, che indicasse come ella non apparteneva più alla famiglia sua, alla mandra, alla valle.
Pianse. Sì, adesso era povera, lo sapeva, ne era certa. Aveva visto le belle case, le botteghe eleganti, la gente ben vestita, i libri, i giornali, ed aveva indovinato che cos’era la povertà. Era il sudiciume che cade in terra; i rimasugli e i ritagli che lascia dietro a sé quella macchina colossale e instancabile che crea la civiltà e il lusso, lavorando giorno e notte nel mondo per la società. Essa si era sentita presa nell’ingranaggio di quella macchina; s’era sentita presa dolcemente, senza troppa scossa, ma pure sapeva che d’ora in avanti doveva dare sempre parte di sé a quella cosa ignota, immensa, che laggiù nelle grandi città creava i ricchi, e lasciava cadere a terra come una segatura vivente la povertà e la miseria.
E senza rendersi un conto esatto delle sue impressioni, sentiva già di appartenere ad un nuovo ordine di cose, e di essere trascinata da una corrente che l’aveva già strappata alla sua terra e l’aveva tolta per sempre alla pace insciente della natura.
Al momento della sua partenza da casa venne anche Luca il caprajo a dirle addio. Era un giovanotto allegro e robusto, col quale soleva sempre incontrarsi la sera, quando riconducendo a casa le pecore, passava accanto alla stalla del babbo di lui.
S’erano sempre visti e conosciuti fin da bambini.
La Barberina s’era abituata ad ascoltare la canzone di Luca che le veniva da lontano, portata dal vento; e mentre essa sedeva tutta sola sul pendìo del monte, sapeva che più in su pascevano le capre di Luca, e che era solo a guardarle come era lei; e le faceva piacere di sapere che egli non era lontano. E il canto di Luca non sembravale mai cosa che interrompesse il silenzio o che stuonasse in mezzo ai rumori della campagna, ma le era divenuto familiare come il canto delle cicale o l’agitarsi delle foglie scosse dal vento.
Pure il giorno dell’addio Luca a un tratto le parve un altro. Si staccò improvvisamente dalla scena con la quale essa lo aveva confuso sino allora; uscì inconsapevole di fra le cose inanimate, e le parve vederlo e conoscerlo per la prima volta.
Barberina scendeva il pendìo del monte accompagnata dalla mamma e da un fratellino. Luca la seguiva ad una certa distanza, tenendo d’occhio le sue capre che pascevano un poco più su nella prateria.
Giunti ad una svolta tutti si fermarono. La madre di Barberina la baciò piangendo.
– Ricordati di noi, – disse. – Ricordati che siamo poveri; cerca di guadagnare per te e per noi, e di farti voler bene dai padroni; ti raccomanderemo al Signore, Barberina, pregheremo sempre tutti per te. Accenderò un lumicino dinanzi all’immagine di santa Barbera nella cappella del bosco. Siamo troppo miserabili, – aggiunse con rassegnazione, – per sperare di rivederci qui. Ma il tempo passa presto per chi sa rassegnarsi, e giungerà un giorno nel quale il Signore ci richiamerà a sé; cesseranno allora gli stenti e le fatiche, e in quel giorno ci rivedremo. – E così dicendo l’abbracciava, poi con una mossa rapida trascinò seco il bambino e tornò addietro senza più voltarsi.
– Mamma! – gridò Barberina con voce soffocata. Ma la donna non si voltò, e forse non udì quel grido, turbata com’era dal proprio dolore.
Barberina si mise a sedere sopra un muricciuolo, e nascose il viso nelle mani.
– Su via Barberina, fatti coraggio, – le disse Luca che era rimasto vicino a lei. – A che serve piangere così? Guadagnerai del danaro a X, e potrai un giorno o l’altro tornare fra noi. Ti vorremo sempre bene, lo sai; ed io, Barberina, starò lassù ad aspettarti, e canterò tutte le canzoni che più ti piacevano, e la sera passando per la via ove c’incontravamo ti manderò un saluto.
Barberina gli stese la mano. – Tornerò, tornerò di certo, – disse fra i singhiozzi.
– Ti aspetto, – rispose, e avvicinandosele ancora di più si chinò verso di lei. – Ti aspetto, Barberina, perché ti voglio tanto bene e perché nessun’altra ragazza dei nostri monti mi pare bella e buona come te. Ti aspetto, – disse, – perché voglio che tu diventi mia moglie. – Egli le parlava a voce bassa e le aveva preso le mani, che stringeva forte forte. Mai Luca le aveva fatto un sì lungo discorso. La povera Barberina, tutta turbata, sentiva alla gola un nodo che non le permetteva di parlare.
– Non vuoi che ti aspetti? – domandò allora dopo un breve silenzio il giovanotto. – Non tornerai, Barberina? Vuoi restare laggiù per vestire come le donne di città, e per maritarti ad un uomo che porti degli stivali e un bell’abito nero? – E guardò malinconicamente i suoi piedi nudi e le maniche della sua camicia fatte di tela grossolana. – Vuoi un signore ben vestito? – Invano la Barberina faceva dei cenni di diniego; Luca non le dava retta e animandosi sempre più continuava: – Ti vergogneresti di un uomo come me? Già lo so, quando andate via, voi altre ragazze, è sempre così, diventate delle damine e vi vergognate di noi altri; eppure tu Barberina – e la guardava con tenerezza – tu non dovresti essere come le altre.
Barberina fece un grande sforzo, si alzò e lo guardò con gli occhi pieni di lagrime.
– Tornerò, Luca, – disse – tornerò per rivedere la mamma, il babbo e i bambini.
– E per me? – domandò il giovane.
– Tornerò anche per te – disse e abbassò gli occhi e si fece rossa rossa.
– Torneresti per me solo anche se tutti gli altri non ci fossero più? – domandò esso brutalmente.
Barberina non rispose subito. Diventò ancor più rossa di prima; poi si scostò un poco da lui.
– Vai via senza rispondere? – domandò Luca, con voce tremante. Barberina se ne stette ancora un poco pensosa. Le parole di Luca l’avevano sconvolta tutta, l’aveano turbata profondamente; in mezzo al dolore sentiva una gran gioia, una gioia che aumentava il dolore stesso, ma che era pur sempre gioia. Per opera di questi sentimenti confusi che s’agitavano in lei, la bambina diventava donna; e framezzo alle inscienti tenebre dell’infanzia si faceva viva nel suo pensiero per la prima volta l’intuizione dei sorrisi, delle passioni, di tutte le angoscie della giovinezza.
Ora la partenza le sembrava più crudele, eppure avrebbe risoluto spontaneamente di partire, se non avesse avuto altro mezzo per farsi dire da Luca le parole che egli le aveva dette ora.
Per Barberina era finita quell’epoca di vita nella quale basta l’assenza del dolore per essere felici, e nella quale il non essere felici è infelicità. Ora la sua esistenza aveva mutato a un tratto. Aveva intravveduto l’amore e la gioia. Tutto il resto non poteva essere altro per lei che dolore, e lo era.
Nell’infanzia si spera in quella gran cosa ignota che è l’avvenire; più tardi la cosa ignota prende forma, si vede, si sente, e tutta la vita si compendia nell’affannosa impazienza del volerla raggiungere e non poterlo mai.
Così ogni vita umana ha il suo fuoco fatuo che insegue indarno, e il mondo scintilla ovunque di quelle luci tenaci e traditrici, che lo fanno tanto pieno di attrattive e tanto pieno d’angoscie.
Barberina fissò abbagliata il suo fuoco fatuo, che vedeva per la prima volta; lo fissò con maraviglia, con trasporto, e vi portò audacemente l’animo suo perché ardesse e vivesse.
– Tornerò per te, – disse dolcemente al giovane e gli stese la mano, – tornerò senza dubbio, tornerò anche se dovessi camminare a piedi giorno e notte.
– Sarai mia moglie? – domandò ancora Luca.
– Sì – replicò la Barberina a voce bassa, e lo guardò impaurita da quella promessa; poi, senza dir altro, si svincolò dalla stretta della sua mano e fuggì via.
Luca non la trattenne e non la richiamò; non fece neppure un movimento per seguirla.
Essa aveva detto di sì, e ciò bastava.
Quel quarto d’ora era stato tanto pieno di avvenimenti, di emozioni, di pensieri nuovi e impreveduti per entrambi, che erano ormai incapaci di dire o fare di più. Pareva ad essi che tutto fosse ormai fissato e combinato. Credevano aver raggiunto un intento, pel quale inavvertitamente avevano lavorato da un gran pezzo. Ormai non c’era più nulla a dire, e quella promessa toglieva ad entrambi tutta l’amarezza della separazione; anzi si sentivano tanto vicini come non lo erano stati mai, tanto uniti come non avevano mai neppur sognato di poterlo essere.
Era la pienezza del sentimento che li accontentava a quel modo.
L’angoscia della separazione dovevano provarla più tardi, dopo rinvenuti dall’orgasmo di quell’ora; e il dolore, che non si fa mai aspettare, venne e durò un pezzo.