Emma – Una fra tante – Cap. II

Quando Barberina giunse alla città, essa era talmente confusa e maravigliata di tutte le cose nuove che aveva vedute lungo il viaggio, che scendendo alla grande stazione di X, le parve che in ventiquattro ore tutto il mondo avesse mutato, che la sua valle silenziosa, perduta fra i monti, non esistesse più e che non fosse mai stata se non che nei sogni della sua infanzia.
Ed ogni cosa nuova che vedeva l’allontanava sempre più dalla sua casa e dal suo paese; l’affaccendarsi della folla, il correre dei legni, il fischio lontano delle locomotive, lo strepitìo di gente che parlava in tante lingue, la sgomentavano; la stazione le parve un luogo fantastico, pieno d’ignote maraviglie, di sorprese spaventose; il cuore di un essere vivente e gigantesco, che riversava delle ondate disordinate di vita a quell’essere ignoto che portava il nome di città e che viveva per opera sua.
E la grande città riceveva ingorda e insaziabile l’ondata umana che entrava dalla sua porta mentre ne riversava un’altra che esciva dal lato opposto e correva pur essa affannosa fuori di lì.
Barberina, appoggiata al muro dalla parte esterna della stazione, guardava intimidita e paurosa quella scena. Nessuno era ancora venuto a prenderla ed essa non sapeva a chi rivolgersi per farsi indicare la via.
Finalmente una signora le si accostò e le domandò se essa non era la Barberina, che veniva da N.
Barberina rispose di sì e le porse il foglio che il parroco del paese le aveva detto di presentare alla sua futura padrona.
La signora l’aperse, lo lesse, poi con un sorriso dolce e benevolo disse:
– Non ho potuto trovarti prima, perché uscendo dalla stazione sei venuta da questa parte ove non c’è nessuno. Hai avuto forse paura di tanta gente sconosciuta? – aggiunse con gentilezza.
Barberina confessò arrossendo che s’era molto vergognata di tutta quella folla. I modi affabili della signora l’incoraggiarono, ed essa la seguì tutta rincorata da quella buona accoglienza.
La signora la condusse a casa con sé, la fece riposare, e nei giorni seguenti, a poco a poco, le insegnò tutto quello che doveva sapere, per far bene il servizio di casa sua.
Quel noviziato non durò molto. Barberina era intelligente e docile, e imparò presto assai quello che la sua signora le insegnava.
Così in breve tempo la famiglia presso alla quale essa serviva incominciò a volerle bene, e la signora le affidava spesso anche i bambini perché li portasse a spasso o li accompagnasse alla scuola.
Barberina però non s’avvezzava alla vita di città quanto lo credevano i padroni, a’ quali non mostrava mai nessun dispiacere d’aver lasciato il proprio paese, nessuna impazienza di ritornarvi.
Eppure essa vi pensava sempre; vi pensava con desiderio, quasi con angoscia.
Alle volte la coglieva una paura irragionevole di non più rivederlo, di non potervi più andare, di aver smarrita la via per ritornarvi. E allora ricordava paurosamente la confusa fantasmagoria del suo primo viaggio; quasicché le molte persone sconosciute che avea incontrate, e i paesi nuovi che aveva veduti e percorsi, e il grande strepito delle locomotive e dei treni, fossero barriere insuperabili che la separavano tutte da casa sua.
Quanti e quanti giorni, mentre essa se ne stava seduta nell’ombra e nell’afa di una piccola cucina, la finestra della quale, dando sopra uno stretto cortile chiuso fra le case, non le mandava talvolta neppur luce bastante per cucire di bianco, quante volte in que’ giorni di pioggia o di nebbia ripensava alla viva luce del cielo che rischiarava i suoi monti, all’abbagliante luccicare del sole sulle vette di essi, e allora un’acuta fragranza montana le tornava alla memoria con intensità dolorosa, quasi fosse cosa reale; e con quella memoria veniva pure quella di Luca e delle sue liete canzoni, e parevale che a un tratto tutta la sua vita passata l’avvolgesse, le tornasse vicina, presente, e si rieffettuasse in un sogno ad occhi aperti, che le faceva parere ancora più triste la realtà.
La vita della montagna le appariva come una festa di luce e di colori, nella triste penombra della sua cucina.
Era la fata maravigliosa che si presentava desiderata, inattesa, agli occhi stanchi della povera Cenerentola. E Barberina fissava con gli occhi della mente quel sogno splendido, e guardava insaziata, col desiderio, nella vita passata, ricordando ogni cosa con avidità; ricontando tutto ciò che poteva rammentare, come se il ricordo le desse dei diritti di proprietaria e che le memorie fossero gemme o monete da ricontarsi con un piacere d’avaro.
Poi, finita quell’ora di sogni, ricadeva in uno scoraggiamento profondo, e cercava, aumentando d’attività e di zelo, di nascondere quell’afflizione alla sua buona padrona.
E intanto Barberina si faceva sempre più donna e lasciava ogni giorno dietro di sé un lembo di quella veste morale che aveva avvolta e protetta la bambina.
Era una natura delicata, ma fiera ed energica. Aveva quella purezza d’animo e quella dignità tenace di chi ha potuto crescere senza sentir l’attrito della società, di chi senza saperlo ha vissuto sotto una protezione efficace, con la benefica illusione di una libertà assoluta.
Non aveva visto né il male, né il bene; aveva sentito la buona influenza della solitudine, ignorando l’isolamento; aveva provato sì vivo il sentimento della natura, che nelle ore di maggior solitudine, lontana da tutti, non s’era mai sentita sola; perché è nella folla soltanto che nasce il sentimento dell’abbandono assoluto e dell’isolamento, e non v’ha landa sterminata o mare senza fine che ci renda l’animo sgomento e deserto quanto il sentirci circondati e stretti dal tumultuoso accavallarsi della marea sempre crescente dell’egoismo umano. E l’egoismo isolato non prospera facilmente; esso ha bisogno di specchiarsi nell’egoismo di un altro, o di alimentarsi nell’altrui sentimento servile e prepotente per farsi forte; e predilige vivere nelle grandi masse di vita umana parassita sordido e vigoroso, ma pur talvolta così ricco di vita e di forze che vi appare in alcuni grande e maraviglioso come una virtù.
Barberina s’era sentita sola per la prima volta nel viaggio da N, dove pure s’era trovata in mezzo a tanta gente; e d’allora in poi un senso vago di abbandono, d’isolamento le era sempre rimasto; lo provava anche nelle ore meno tristi.
Si sentiva sola quando un mascalzone qualunque, passandole accanto per la strada, le sussurrava all’orecchio parole triviali che incominciava appena ad intendere; si sentiva sola quando dai bottegai o dalle serve del vicinato, udiva fare certi discorsi equivoci, udiva raccontare fatti e aneddoti nuovi affatto per lei, o sentiva narrare di certe vergogne subìte, di certi oscuri delitti commessi quotidianamente, e s’accertava che tutti quei racconti non erano fiabe ma fatti che si verificavano ogni giorno, che erano la storia vera e viva della grande città. Così, a misura che vedeva più gente e più cose che alla gente appartengono, a misura che osservava più da vicino, e che ogni cosa prendeva ai suoi occhi una forma più chiara e precisa, le veniva una paura superstiziosa di tutto quello che udiva, un ribrezzo morale indefinito, simile alla paura di una malattia contagiosa; le pareva che una povera ragazza come lei fosse più d’ogni altra esposta a subire tutto il male che ci poteva essere, ma non sapeva che male fosse; era una paura lontana, vaga e senza motivo.
Tutta la sua esistenza seguiva così oscuramente il suo corso dalla cucina alle botteghe, dal pianerottolo ove ciarlavano le serve alla strada ove correva timida e affaccendata per far la spesa o accompagnare i bambini. Le pareva d’essere in un fondo di pozzo torbido, ma tranquillo, ove tutti lavoravano senza speranza, senza distrazione, intorpiditi leggermente dalla mancanza di sole e di ventilazione. E in quel luogo triste e profondo s’agitava una gran massa di gente che si odiava, che si derideva, che soffriva o scherzava, che si pigiava oscenamente col pensiero e col fatto. Quello che faceva più soffrire la Barberina era la mancanza di quell’aria sana e pura che l’aveva fatta tanto ricca di salute e di forza ne’ suoi monti; e soffriva inoltre di dover vivere fra tanta gente, di abitare con essa quelle case alte e oscure, che si facevan ombra tra loro, consumandosi a vicenda la luce e l’aria. E le pareva che tutta quella gente dovesse consumare incessantemente anche qualcosa di più che luce e aria, qualcos’altro d’ignoto, quasi vi fosse un intenso dolore che facesse vivere la grande città, e che essa richiedesse una depredazione morale ignota, mostruosa come un delitto, dolorosa come un sacrifizio. Parevale che ci volesse di più che del denaro per far correre quelle eleganti vetture, per vestire così bene quelle belle signore e quei signori, per innalzare tutti quei monumenti che vedeva per le strade e per creare tutti quei teatri de’ quali sentiva vantare maraviglie; le pareva che ci volesse qualcos’altro ancora per raggiungere gli scopi della civiltà; che ci volesse uno sforzo intenso e misterioso, che facesse fruttare le fibre e i muscoli e li traducesse in lusso e in piaceri. E di questi strani sogni della sua immaginazione aveva paura come di cosa vera.
Chi aveva incominciato a pensare pel primo a tutto questo? A inventare il lusso, i divertimenti, tutte quelle centinaia di cose che vedeva senza intendere, complicati istrumenti di civiltà che la sgomentavano, come fossero strumenti di tortura? C’era dunque della gente felice anche qui? felice come lo era stata lei una volta, quando lo era tanto, che non aveva neppure coscienza di esserlo? Ma questi felici lo erano diversamente, poiché si creavano la propria felicità, se la facevano coi teatri, colle mode, coi libri, mentre lei l’aveva trovata bell’e fatta.
I libri? Che cosa ci poteva essere nei libri? pensava talvolta la Barberina. Delle parole? Proprio delle parole come quelle che diceva lei?
Alla Barberina veniva allora voglia di ridere. Che nei libri ci fossero delle chiacchiere simili a quelle dei bambini o dei bottegai che conosceva? Ma a che serviva il fermare così le parole, invece di lasciarle andare per la loro strada e morire come la gente e tutte le cose di questo mondo? Parlavano forse soltanto di fatti strani, come ne vedeva molti senza intenderli; o erano forse pieni di parole, come certe vetrine erano piene di oggetti rari, de’ quali non sapeva a che cosa potessero servire?
Quanta confusione di cose crea la gran quantità di gente che vive assieme pigiata nello stesso luogo! E quella confusione la sgomentava come cosa che deve traboccare e invadere, e allora pensava con stanchezza e desiderio ai lunghi silenzi della sua valle, e alla lontana e dolce canzone di Luca.