Emma – Una fra tante – Cap. III

Passarono molti mesi, e a poco a poco l’attività di Barberina andava scemando; perdeva l’appetito, e la padrona la trovava talvolta col lavoro sulle ginocchia, con le mani ripiegate sopra di esso, e lo sguardo fisso dinanzi a sé.
Se la signora le chiedeva allora che cosa avesse, rispondeva che non aveva nulla, e si vergognava molto d’essere stata sorpresa in un momento di stanchezza.
A misura che la Barberina deperiva, si sentiva più tranquilla, e le pareva, anziché d’essere malata, di abituarsi invece dolcemente al gran mutamento che si era operato nella sua vita. Tutto ciò che l’aveva tanto maravigliata una volta, ora non la maravigliava più, ed essa si confortava pensando con maggiore intensità di prima ai suoi monti e alla sua casa. Quei sogni, ne’ quali raffigurava il suo paese, le apparivano più frequenti e più veri e la consolavano.
Durò un pezzo in quello stato; sforzandosi a lavorare malgrado la fatica e il malessere, ed evocando le memorie del passato per tollerare il presente.
Ma la debolezza e il male furono più forti della sua volontà. Una mattina tentò invano di alzarsi. Una febbre gagliarda le toglieva quasi il respiro, e il capo grave e dolente le ricadeva sopra il guanciale ogni volta che provava a sollevarlo.
La signora, quando la trovò in quello stato, mandò subito per il medico, il quale, dopo aver visitata l’ammalata dichiarò che il male era lungo, difficile a guarirsi e tale da richiedere molta e continua assistenza.
I padroni della Barberina non erano ricchi; erano modesti negozianti, pe’ quali, specialmente allora, gli affari non andavano troppo bene, e non potevano quindi far curare nella propria casa una persona di servizio gravemente ammalata.
La fecero portare all’ospedale.
Essa vi andò con indifferenza. La sua buona signora ce la mandava, ed essa aveva fede in quella padrona, che era sempre stata giusta e amorevole per lei.
La signora le aveva inoltre promesso di visitarla subito lo stesso giorno, e di riprenderla appena stesse un poco meglio.
La Barberina fece dunque uno sforzo per alzarsi, vi riuscì, e coll’assistenza dei padroni poté anche scendere le scale e mettersi in un legno che la portò all’ospedale.
Allorché vi giunse si sentiva così male che non s’accorse neppure quando dal legno la portarono in una infermeria e la misero a letto.
Rinvenne lentamente.
Nel luogo ove si trovava c’era un’afa, un brulichìo di gente, un’ombra pesante di mura e di tende, tanto affannosa e grave che per un pezzo non le riuscì di raccapezzare dove fosse.
Era in un letto stretto e duro, e accanto al suo letto ne vide un altro, poi un altro e poi un altro ancora, e poi una fila indistinta d’altri letti che si perdeva nella grave e triste penombra di quella sala.
Ne’ sogni della febbre aveva visto fino allora le lunghe e ombrose file delle querci e dei castani che crescevano sul pendìo de’ suoi monti, e ora fissava invece impaurita una lugubre prospettiva di tende e di lenzuola, fra le quali si muovevano incessantemente visi scarni, onde di capelli e bende di malati; e il contrasto che le presentava il ricordo del sogno con la realtà presente ne accresceva l’orrore.
Ma a poco a poco incominciò a distinguere con maggior chiarezza ciò che vedeva intorno a sé. Si sollevò nel letto e guardò meglio ogni cosa.
Vicino a lei era una giovanetta pallida e sparuta. La giovanetta si rialzava di tempo in tempo nel letto per tossire; poi ricadeva con un lamento sui guanciali.
Dall’altra parte le giaceva accanto un’altra malata. Era una donna di mezza età, brutta, scarmigliata, con gli occhi neri e lucenti.
Quando la Barberina si voltò da quella parte la donna le disse:
– È la prima volta che ci viene?
– Sì, – rispose timidamente la Barberina.
La malata sorrise sinistramente.
– Ci sono già stata sei volte io. Avvezzandocisi non si sta poi tanto male. In che sala la porteranno?
– In che sala…? – ripeté la Barberina maravigliata.
– Ah, non lo sa? Auf… che dolore – disse la donna interrompendosi e contorcendosi. Stette zitta un momento, poi, rimettendosi nella positura di prima, riavviò il discorso. – Che male ha?
– Non lo so – rispose la Barberina.
– Non lo sa? – esclamò l’altra, e la guardò per un pezzetto con curiosità. – Sei di certo una contadina? – chiese di nuovo, ma dandole questa volta senz’altro del tu, dopo che la giovanetta aveva dato prova di tanta ignoranza.
– I miei genitori sono pastori…
– Ah! – fece con disprezzo la donna che si contorceva pe’ dolori, e non disse più nulla.
Intanto la Barberina pensava a ciò che essa le aveva detto, e dopo un momento, vedendola tranquilla, s’azzardò ad interrogarla.
– Mi porteranno dunque via di qui? – disse.
– Ma sicuro, – rispose l’altra. – Questo è il deposito, – e vedendo che la ragazza non capiva subito, aggiunse: – La sala d’aspetto, – e sorrise di nuovo.
– Sala d’aspetto? – replicò la Barberina. – È così che si chiama quello stanzone là dove si parte… alla stazione?
– Precisamente! – disse l’altra con lo stesso brutto sorriso di prima. – Come alla stazione. Si parte anche di qui, bambina mia, e tutti i giorni, e tutte le ore, e tutti i minuti.
– Si parte…? – balbettò la Barberina che aveva paura di capire.
– Per il camposanto. Ci portan via come cani. È ancora grazia se ci portano via senza farci a pezzi per studiarci. Siamo la povera gente noi… Ci prendono i nostri corpi anche dopo morti – e le diede un’occhiata maligna e sfacciata; poi si contorse di nuovo. – Hai paura?
Barberina fe’ cenno col capo di sì e voltò il viso dall’altra parte.
– Vergognati… Di che cosa hai paura? Forse ti ha messo spavento quello che t’ho detto ora… del tagliarci a pezzi? Ma non capisci che lo fanno dopo; quando non sentiamo più nulla? Che cosa te n’importa? Non hai ancora imparato a desiderare la morte tu? Non ci facessero male se non altro che quando siamo morte!
E la donna si voltava e rivoltava nel letto, lamentandosi sempre.
– È un lusso che non è fatto per noi l’aver paura di morire. Per Dio santo che male! – e cacciò un urlo. La servente che passava di lì si fermò al suo letto e le domandò se aveva bisogno di qualche cosa, ma la malata si lamentava e si contorceva sempre senza rispondere; più tardi venne anche una suora di carità, la quale cercò di confortarla con delle buone parole, dicendole che presto l’avrebbero portata in un’altra sala e le avrebbero date delle medicine che l’avrebbero fatta guarire, e intanto l’esortava a raccomandarsi al Signore.
La donna rispose con un’alzata di spalle e con un lamento. Poi, quando la suora era andata via, si voltò verso il letto che le stava a fianco dal lato opposto a quello di Barberina.
– Pregare! – esclamò con disprezzo.
Barberina sentì ridere. Era un riso soffocato, triviale. Dio buono, pensò la ragazza, come si ride male, in questo luogo! Non sarebbe meglio che piangessero? Che cosa c’era lì dentro in quella sala, in mezzo a quella sfacciata pubblicità di dolore, a quelle sofferenze numerizzate, di triste e ributtante ancora più del dolore stesso? Che cosa era che in quel luogo le metteva paura ancora più del male e della morte?
Barberina guardò dalla parte d’onde aveva sentito ridere. Vide una donna non giovane, ma ancor bella, che era seduta sul letto con un braccio al collo. Un nastro rosso, sbiadito, le allacciava i capelli e uno scialle di trina sdrucito le copriva le spalle.
– Sarebbe una bella cosa se si potesse pregare, – diceva la malata che prima aveva parlato a Barberina, – sperare almeno qualche cosa… Ma anche la speranza è un lusso. Non sentire tanto il dolore presente da non poter pensare ad altro, non essere tanto sopraffatti dalla miseria e dal male ogni momento, da non aver più testa per sperare di star meglio o pensare al poi, sarebbe pure una bella cosa! Ma confidare in un momento di riposo è lusso, tutto lusso.
La bella donna sorrise ancora.
– A dar retta alle monache – disse – bisognerebbe essere contente di soffrire.
– Sì, e ringraziare chi ci manda il male, – rispose l’altra. – Almeno credessi che ci fosse chi lo manda! Hanno preso tutto i signori, i ricchi… tutto, perfino Dio… Che cosa diavolo n’hanno fatto, e perché l’hanno preso, non si sa! Non era roba da farne danaro, ghiottonerie o vesti.
– Serve per i libri, – replicò la donna che aveva il braccio malato, con un certo fare di superiorità, – i libri si vendono…
– E hanno venduto anche lui! – esclamò la malata più vecchia. – E Barberina sentì ancora quel riso di prima, interrotto da un lamento. Poi le due malate si voltarono, e guardarono un altro letto, quello vicino alla bella donna.
Una suora e un giovane civilmente vestito stendevano un lenzuolo sopra di esso.
– È morta! – disse la vicina di Barberina.
– Chi era? – chiese dopo un momento di silenzio.
– Una prostituta! – rispose l’altra con aria sprezzante; – l’hanno portata qui ferita di coltello.
Poi seguì un dialogo a bassa voce, poi una risatina, poi le donne guardarono il cadavere corpulento e grottesco, le cui forme si delineavano sotto le pieghe del lenzuolo, e per un pezzo non dissero più altro.
La Barberina era più sgomentata dal modo di guardare di quelle donne che dalla vista del cadavere stesso. Quei quattro occhiacci sfacciati e sprezzanti, pieni di febbre e di dolore, le facevano paura, e mentre s’assopiva involontariamente sotto l’impressione di quella paura, li rivedeva in sogno, se li figurava vicini, e le pareva di sentirsi toccare da quegli occhi grandi, brutti, e faceva sforzi dolorosi e inutili per liberarsene.
Finalmente una monaca la svegliò, e la fece trasportare nell’infermeria nella quale si ricoveravano coloro che erano malate di malattia simile alla sua.
Era quella sala, situata a terreno, più chiara e spaziosa dell’altra, e dava sopra un cortile, nel quale crescevano alcune piante piccole e basse. Dei bambini vestiti di un rozzo camicione di tela correvano dall’infermeria al cortile, oppure camminavano fra i letti, rispondendo alle malate che li chiamavano, o accoccolandosi presso a qualche infermiera, che si fermava di tempo in tempo per accarezzarli.
Quei bambini erano mesti e tranquilli. La livrea dell’ospedale pesava sopra di essi e pareva dicesse loro cose tristi e ciniche, che ai bambini non si dicono mai; ancor piccini, avevano perduta l’inconsapevolezza dell’infanzia e sembrava fossero stati violati nella loro innocenza e nel loro pudore morale da quel triste camicione. E camminavano così, profanati eppure innocenti, fra quelle malate, quelle infermiere e quei medici, con un’indifferenza rassegnata che faceva male a vedere.
Barberina, non potendo rendersi conto di tutto ciò, vedeva soltanto che que’ bambini erano diversi dagli altri, e specialmente da quelli che aveva visti prima d’allora ne’ suoi monti. Ma erano i bambini della grande città bella e civile, e la grande città aveva fatto loro del male, come ne faceva a lei e a tanti altri. Era un male ignoto che colpiva tutti, anche i piccini.
Barberina si sentì confortata trovandosi in una sala dove erano molte altre giovanette come lei. Vi si sentì più sicura, e guardò intorno a sé con animo sollevato.
In quel punto udì la voce della sua signora che la chiamava.
Come le parve buona quella voce, in mezzo all’isolamento dell’ospedale affollato! Le parve una voce di casa sua, quasi fosse quella di sua madre stessa.
La signora le fece una visita brevissima, ma le disse tante cose amorevoli, le ripeté tante volte che sarebbe guarita sicuramente e che sarebbe tornata presto al servizio, e le disse anche con tanto garbo che le voleva bene e che l’avrebbe tenuta sempre presso di sé, perché era una brava e onesta ragazza, che la Barberina non sapeva come ringraziarla. Quelle assicurazioni e quelle lodi in bocca della sua signora, che non era solita a prodigarne, le fecero un gran piacere e la rinfrancarono tutta. Ora le pareva proprio cosa sicura di guarire presto e di poter tornare senz’altro dalla sua padrona. Le voleva più bene di prima, dacché essa le aveva dimostrato tanta e maggior sollecitudine di quella che non mostrasse per il solito; le pareva anche di poter far meglio il suo dovere dacché sapeva che i suoi padroni apprezzavano la sua buona volontà ed erano contenti di lei. Ed essa voleva lavorar molto, farsi più esperta nel servizio, ed acquistare così un gran buon nome presso la sua signora; voleva anche fare delle economie, per potere poi un giorno, di lì a molto tempo, tornare nei suoi monti e rivedere Luca e sua madre. Voleva proprio farsi una ragazzina di casa, per bene e a modo. Pensava con disgusto a quelle servette civettuole e trasandate alle quali nessuno portava più rispetto, e che tutti guardavano press’a poco come le due donne del deposito avevano guardato quella povera morta. Lei, la fidanzata di Luca, rassomigliare ad una di quelle ragazze! E ricordava le sorelline, la madre, le ragazze del villaggio; e la sua dignità rozza e primitiva si ribellava all’idea di non diventare un giorno ancor più degna di tornar lassù, dove tutti erano buoni e onesti, o almeno le erano sempre parsi tali, e di non presentarsi portando un attestato di lode della sua padrona.
Pensava talvolta che il buon parroco l’avrebbe ricevuta al ritorno con un sorriso di benevolenza; immaginava di rivedere quella signora amica della sua padrona, alla quale si sarebbe presentata volontieri per dirle che aveva fatto sempre il suo dovere dal giorno che era partita. E si figurava spesso e volontieri tutto ciò che riguardava il ritorno al suo paese; se lo figurava con un certo orgoglio onesto e franco, e contava i mesi e gli anni con energia e tranquillità.
Passò con questi pensieri i lunghi giorni dell’ospedale; e si confortava, fidando nelle proprie forze e nell’avvenire.
La padrona la visitava ogni giorno, e quelle visite amorevoli stabilivano una certa intimità fra la signora e la giovanetta, come non era mai stata prima fra loro. Però, a misura che la Barberina stava meglio, quelle visite divenivano più rare, e la ragazza osservava con inquietudine che la signora si faceva più seria, che le sue visite diventavano sempre più brevi, e che c’era nel contegno della sua signora un non so che di mutato ed insolito.
Un giorno la Barberina ardì chiederle se l’aveva scontentata in qualche cosa, o se forse le spiaceva di riprenderla in casa sua appena uscita dall’ospedale.
La buona signora la guardò con maraviglia, assicurandola amorevolmente che non aveva mai avuto a dolersi di lei e che sperava di riaverla presto in casa sua; ma poi, prima di lasciarla, si fe’ di nuovo seria seria e disse a Barberina che aveva gravi dispiaceri e che si sentiva molto infelice; però, appena detto questo, vergognandosi forse di quello sfogo improvviso con una giovanetta malata, alla quale non avrebbe mai potuto spiegare la vera cagione dei suoi dispiaceri, si alzò, e accommiatandosi da lei brevemente, la lasciò.
Da quel giorno non venne più.
Barberina l’aspettava sempre, e non sapeva darsi pace di non vederla.
Temeva che la sua buona signora fosse malata anch’essa, e che per questo motivo non potesse venire da lei.
Intanto la Barberina migliorava, e benché ancora debolissima, simulava col medico di sentirsi forte e vigorosa, a fine di ottenere più presto il permesso di uscire dall’ospedale. Essa si figurava che la sua signora aveva bisogno di lei, che era malata, che stava forse male; e il dover rimanere all’ospedale senza nessuno che la venisse a visitare, senza veder mai una persona di conoscenza, le metteva paura; si sentiva sola nel continuo va e vieni delle sale de’ malati e in quel luogo sempre aperto al pubblico. La gran porta d’ingresso aperta a tutti, che comunicava incessantemente colla città, e l’altra dal lato opposto, che metteva nell’interno dell’ospedale e dalla quale portavano via i morti, le mettevano entrambe uguale spavento.
Talvolta, nei sogni di febbre, sentendo passare sopra il suo letto la corrente d’aria che venendo dall’ingresso passava sibilando per gli anditi e le infermerie, essa si era figurata che quella corrente trascinava con sé la gente involontariamente; che veniva dalle più lontane e remote vie della città, traendo seco, come un fiume impetuoso, i più disgraziati e i più deboli.
Barberina non vedeva l’ora di uscire dall’ospedale. I primi giorni della convalescenza le parvero interminabili.
La sua padrona non si faceva viva, non mandava neppure a chiedere le sue nuove.
Finalmente una mattina, all’ora della visita, il medico le concesse il tanto sospirato permesso di uscire.
Barberina si sentiva ancora molto debole, ma non lo disse. Appena finita la visita si alzò; si vestì del modesto abitino di tela col quale era entrata nell’ospedale, fece un piccolo involto di quel po’ di biancheria che aveva portata seco, salutò e ringraziò la suora e le infermiere che l’avevano assistita, disse addio a due o tre donne che le erano state vicine di letto, baciò i bambini, e se ne andò.
Appena uscita dalla porta dell’ospedale trasse un gran respiro di consolazione.
Le vie le parvero più larghe, le case più belle, il cielo più azzurro e più limpido di prima. Era una mattina chiara e fresca di settembre. La città era animata da un lieto andirivieni di carrozze e barocci, di gente a piedi e di venditori ambulanti.
Alla Barberina non pareva vero di rivedere un po’ di cielo, un po’ di gente che rideva e chiacchierava e che non soffriva e non si lamentava, come ne aveva vista tanta all’ospedale.
Quella bella mattina, tutta quella lieta attività intorno ad essa, non soltanto le infondevano coraggio, ma le facevano dimenticare la debolezza della quale pativa ancora e i timori che le erano sorti dal non aver riveduto la padrona da tanto tempo. Provava una contentezza quasi spensierata; adesso le pareva d’essere più vicina di prima al suo paese, più vicina al conseguimento di tutti i suoi desideri. E pensava a Luca, pensava a’ suoi, e camminava più lesta che poteva verso la casa della sua signora. Rinvigorita da quella buon’aria le sue guancie pallide si colorivano leggermente, e i suoi occhi grandi e ingenui s’aprivano pieni di sorrisi alla vista d’ogni cosa.
La gente per la strada la guardava con simpatia.
Il contegno modesto e gentile, il volto giovanile, fatto pallido e delicato per la malattia e pei lunghi giorni passati nell’ombra di una sala di malati, la veste umile, ma pulita e attillata, lasciavano una grata impressione a chi, passando, fermava gli occhi sopra di lei.
La Barberina, troppo timida per chiedere la via che metteva alla casa ove abitava la sua signora e che era assai discosta dall’ospedale, guardava con attenzione ogni bottega, ogni cantonata, ogni svolta, cercando di rammentarsi i luoghi già veduti altre volte quando usciva per fare le commissioni o per accompagnare i bambini.
Camminò molto, prima di giungere alla dimora de’ suoi padroni.
La casa ove essi abitavano era situata in uno stretto crocicchio di viuzze anguste e buie, che formicolavano di gente e di carrozze. Quando Barberina la vide da lontano, e scorse le gelosie bigie del salotto e l’altre mezze aperte delle camere dei bambini, e poi, più giù, al mezzanino, quelle della sua cucina, provò una gran gioia, quasi rivedesse la casa paterna dopo essere stata lungo tempo in mezzo a gente straniera; affrettò il passo, e non sentì più né stanchezza né debolezza.
Entrò nella porta e passò subito nell’andito di una stretta e bassa portineria, nella quale, pressoché nascosta da una vetrata sudicia e affumicata, cuciva la vecchia portinaja, con un grosso gatto accoccolato fra le pieghe della sottana.
– Eh, eh! – fece questa con una vocina stonata, vedendola passare così di furia. – Eh, ragazzina, chi cerca?
– Sono la Barberina, signora Rosa, – rispose subito quella, affacciandosi ad uno sportello nella vetrata e salutandola con un sorriso. – Sono guarita e torno dalla mia signora.
– Dalla sua signora! – esclamò la portinaja levandosi gli occhiali e fissandola con maraviglia.
– La sua signora? Ma quale?…
– Quale? – replicò la Barberina. Ma la mia, la signora Rossi, – e si sentì invadere da uno sgomento indefinibile, quasi le sovrastasse una sventura.
La portinaja la guardò un momento con aria di compassione e di curiosità ad un tempo.
– Come mai non ha saputo…? – E si fermò di nuovo per guardarla.
– Che cosa? – disse la Barberina tutta impaurita. – Che cosa è stato? La mia signora è forse malata? Sta male?
E vedendo nel viso della portinaja un che di affermativo, come se dicesse di sì, fece un movimento per andar via e correr su per le scale; ma la signora Rosa la trattenne con un gesto imperioso.
– Dove va? Stia qui… Su non c’è più nessuno. La sua signora è partita.
– Partita! – ripeté sgomenta la Barberina. – E le parve che il tetto della vecchia casa calasse giù a poco a poco e la coprisse, la soffocasse, le togliesse l’aria e la luce. Si appoggiò ad un lato della vetrata, e dopo un momento sussurrò di nuovo: – Partita! partita senza dirmi niente, senza avvisarmi…
– Eh bambina mia, – replicò la portinaja, che stava attenta e aveva udite le sommesse parole della Barberina. – Certe partenze non si possono strombettare tanto, prima di farle. La tua povera signora ha dovuto partire da un momento all’altro, senza cerimonie: suo marito è fallito.
– Fallito! – disse Barberina guardandola. – Che cosa vuol dire?
– Vuol dire… vuol dire… Santa ignoranza! Non sa ancora che cosa vuol dire un negoziante che fallisce! – replicò la signora Rosa, che non aveva l’abitudine di dare lì per lì pronte definizioni delle sue parole.
– Per carità, signora Rosa, mi dica che cosa è stato, dove sono andati, – tornò a dire la Barberina con tono supplichevole, mentre le balenava una lontana speranza che non fossero andati tanto distante da X da non poterli raggiungere.
– Dove sono andati? – esclamò la portinaja con un mezzo sorriso e una soffiatina stridula che significava per lei il concetto di una distanza ignota e incommensurabile. – Dove sono andati? – aggiunse servendosi di nuovo della parola. – Lo sa la Madonna dove sono andati. Certamente dove sperano che non si possa ritrovarli.
– E non torneranno più? – domandò ingenuamente la Barberina, che non poteva convincersi di quello che le diceva la portinaja.
– Vuole che il signor Rossi torni qui per farsi mangiar vivo da tutti quelli cui deve dei denari? – replicò con ironia la portinaja. Vi fu un breve silenzio. – Povera signora Rossi, era buona e non si meritava una disgrazia così grossa! Ma gli uomini, gli uomini sono tutti farabutti. Se ne guardi, ragazzina, se ne guardi bene.
La Barberina non rispondeva. Fissava il gatto della portinaja che le dormiva ai piedi, e lo guardava come fosse un essere mostruoso che le metteva spavento.
– Perché mi guarda il gatto a quel modo? – disse dopo un momento la portinaja impensierita, e temendo che quella ragazza avesse il mal occhio e potesse portar disgrazia al suo favorito. Ma la Barberina non le dava retta.
– Al primo piano ora chi ci sta? – domandò dopo un pezzetto, quasi pensasse ad alta voce.
– Chi ci sta? – rispose con diffidenza la signora Rosa. – Ci sta una famiglia tedesca; hanno seco le loro persone di servizio, tutte tedesche, e quando parlano non si capisce un’acca. Perché lo vuol sapere? – domandò.
– Non lo so, – rispose la Barberina quasi fosse mezza stupida. E ricadde nel silenzio di prima.
Avrebbe voluto poter andar di sopra, guardare in quelle camere, e convincersi che veramente i suoi padroni non c’erano più.
La portinaja la fissava sospettosa e compassionevole; ora diffidando della propria compassione, ora vergognandosi, per pietà, d’essere troppo sospettosa.
– Che cosa debbo fare adesso? – disse finalmente la ragazza, raccogliendo il povero involto dei suoi panni e poggiandolo con una mossa di abbandono e disperazione sull’assicella che serviva da parapetto allo sportello della portinaja. – Che cosa debbo fare, dove andare?
– Ma… ah! – fece la donna. – Che cosa vuole che le dica io?… È una disgrazia per lei; ma si faccia coraggio.
– Coraggio… sì, ne ho, ma non possiedo nulla, non conosco nessuno qui… Dove posso andare? – disse ancora la povera Barberina.
– Si cerchi un servizio, – replicò la portinaja. – È una brava ragazza, sana, giovane, onesta; che diamine! lo troverà sicuramente un padrone, e un buon padrone… meglio di questi che sono andati via.
E la portinaja, che sapeva l’arte del consolare e credeva di confortare la Barberina parlandole male dei suoi padroni di prima, stava per incominciare una litania di recriminazioni confortatrici. Ma la ragazza l’interruppe subito.
– Oh non ne parli male, – disse, – erano tanto buoni!
– Uhm, buoni… – fece la vecchia scontenta. – E l’hanno lasciata in questi panni.
– Per carità, mi aiuti lei, signora Rosa. Mi cerchi un servizio… lavorerò, farò ciò che posso; e intanto mi lasci star qui.
– Qui! – esclamò la portinaja. – Ma se non c’è posto neppure per me!
– Io ne prenderò così poco, signora Rosa, così poco, dormirò sopra una seggiola, non le darò maggior noia del gatto che le dorme costì fra i piedi. Mi tenga qui fintanto che ho trovato padrone! – diceva con voce supplichevole la giovanetta. – Lo troverò presto un padrone; mi accontento di fare i più duri lavori: mi vorranno bene, mi terranno di certo; potrò guadagnare qualcosa, e forse trovar modo di sapere dov’è la mia signora e raggiungerla.
– Raggiungerla! – ripeté la portinaja, che guardava con maraviglia la Barberina che le parlava fra i singhiozzi.
La signora Rosa era molto noiata della piega che prendeva la conversazione, e pensava tra sé e sé al modo di districarsi da questo imbroglio. La Barberina la supplicava sempre, e parlava sempre di trovare il modo di raggiungere la sua signora; cosa che alla portinaja sembrava tanto ineffettuabile quanto assurda.
– La compiango, cara ragazzina! – disse finalmente. – Ma io sono una povera vecchia, che non può far altro che raccomandarla, raccomandarla tanto alla Madonna santissima perché la protegga, e raccomandarla anche a della brava gente, perché la prendano, o le trovino un servizio. Su via, coraggio; non faccia delle storie qui in portineria; se il padrone di casa passasse ora, sentirebbe il che mi tocca. Non si scherza con lui, sa? Mi manderebbe via senz’altro, se la tenessi qui anche soltanto fino a questa sera.
La povera Barberina tacque sgomenta. In quella casa, fra quelle mura conosciute le pareva di non essere ancora del tutto abbandonata; ma uscire da quella porta, andare fra gente che non conosceva, andare… dove? Il pensiero della Barberina si fermava sbalordito dinanzi a questo terribile dilemma. Aveva paura, e le tremavano le gambe.
La portinaja, che si puliva le lenti degli occhiali con un vecchio fazzoletto di cotone color turchino, ebbe un po’ di compassione.
– L’ortolana qui sotto… la Beppa… La conosce la Beppa, – disse alzando la voce, perché le sembrava che la ragazza non udisse le sue parole.
– Sì… – mormorò con voce fioca la Barberina.
– Ebbene, la Beppa sa di parecchi servizi, me ne parlò ieri, e tutti buoni; c’era una signora che cercava una donna subito. Vada dalla Beppa, vada a nome mio; dica che è la Rosa portinaja che la manda, e che venga pure da me chi vuole a prendere informazioni che le darò buone.
– Grazie, – disse la ragazza; e fe’ una mossa per levare l’involto dei suoi panni dal davanzale dello sportello; ma poi lo lasciò stare, perché non trovò in sé la forza di muoversi. Non poteva risolversi a lasciare quel luogo od andar via da quella casa.
– Non perda tempo, – tornò a dire con tono più duro la portinaja. – Quel servizio può esserci ancora se la si spiccia. Vada; qui, come le ho già detto, non ci può stare. Il padrone non vuol chiacchiere. Ora dia retta a me, vada dalla Beppa, e qualcosa le capiterà. Si spicci, e se vuol tornare un altro giorno, venga pure.
Ormai bisognava che, per amore o per forza, la Barberina se ne andasse. S’asciugò le lagrime dagli occhi senza parlare, prese il suo involto, riannodò il fazzolettino che portava sul capo, e fece una mossa lenta per scostarsi dallo sportello. Provava una tenerezza indefinibile per quelle mura, per quella vecchia e oscura portineria, per quelle scale che mettevano al quartiere che era stato abitato dai suoi padroni, e del quale vedeva le finestre dal posto in cui era. L’angoscia di quel momento prestava ad ogni cosa già veduta un valore incalcolabile; a misura che il sentimento d’essere abbandonata da tutti le si faceva più vivo, nasceva fra essa e quella vecchia casa, fra quelle mura bigie e quelle penombre malinconiche un’affinità misteriosa, un legame nascosto, pieno di tenerezze e di ricordi.
Alla Barberina s’affacciava con angosciosa insistenza la certezza che, se usciva di lì, non vi sarebbe mai più tornata, non avrebbe mai più riveduto, né quella casa, né quella portineria, né quella signora Rosa, che era il solo essere vivente che conoscesse un poco nella città.
Chinò il capo e fece un cenno alla portinaja, come volesse parlarle, ma la parola non le uscì dalla gola, stretta convulsivamente. Fece alcuni passi per uscire, ma sull’uscio si fermò di nuovo.
– Signora Rosa, – disse piano, – se la Beppa non mi trova un servizio subito, potrei tornare all’ospedale?
– All’ospedale! – esclamò questa. – Che, le ha dato volta il cervello? Ma se è guarita, che cosa la ci vuol fare all’ospedale? Crede che sia una locanda? Dio buono, ragazzina, non la ci pensi neppure all’ospedale, e ringrazi la Madonna d’esserne uscita così sana e forte. Troverà di certo un posto e migliore di quello di prima, grazie al cielo. Vada, vada dalla Beppa.
E la Barberina, mormorando un grazie e un saluto, chinò il capo, e soffocando un singhiozzo, uscì.
La sua figura mesta e giovanile sparì dal varco della porta, ove si disegnava un momento prima sul fondo chiaro della luce di fuori. La portinaja ricordò ancora per qualche momento la curva leggera del capo, del collo e di tutta quella persona che pareva piegarsi non per forza di una pressione esterna, ma per opera di un accasciamento interno, come se una molla si rompesse o piegasse dentro di lei.
Ma quella memoria durò poco.
Alla signora Rosa non parve vero che fosse andata via. Si rimise gli occhiali, accomodò per bene i guanciali sudici e mezzi vuoti del suo seggiolone, e nella sua triste abitazione, nella sua povertà oscura e malinconica ebbe finalmente il piacere di godersi una volta in vita sua il lusso di un egoismo da signori, quello di sentirsi seduta comodamente, al sicuro, in un’abitazione pressoché sua, protetta dal freddo e dalla fame, mentre quell’altra se ne andava via sola, senza asilo, senza sapere se avrebbe trovato al giungere della sera un ricovero per la notte. E intanto il gattone dormiva saporitamente, e la portinaja chiudeva di tempo in tempo le palpebre sotto gli occhiali, e sembrava che l’egoismo soddisfatto mormorasse dolcemente, quasi russasse di piacere, sotto al pelo della bestia e sotto ai logori cenci della donna. Se a noi fosse dato un sesto senso per udire il segreto agitarsi del pensiero, udremmo così fors’anche l’intiera città mormorare dolcemente, e il brontolìo di piacere dell’egoismo soddisfatto, escendo dalle sue alcove, dalle sue case, dalle sue vie, ci assorderebbe, tormentoso e insistente, avvolgendoci dovunque. Ma l’egoismo è muto per noi; i suoi dolori e le sue gioje sono silenziose, e passa nelle fibre umane senza rumore, pudico e ignobile.