Emma – Una fra tante – Cap. IV

Quando la Barberina si trovò sola, fuori nella strada, camminò macchinalmente verso la bottega dell’ortolana.
Si sentiva debole e aveva fame. Nella sua grande impazienza di escire dall’ospedale aveva perfino dimenticato di mangiare, e il suo stomaco da convalescente non poteva tollerare un lungo digiuno.
Quella fame intensa accresceva nella povera ragazza il sentimento angoscioso del suo isolamento. Veniva a rammentarle con una prova fisica il suo triste stato.
Barberina camminava adagio. Aveva paura della gente, cercava di passare fra essa piano piano; avrebbe voluto camminare in punta di piedi per non farsi sentire, e rimpicciolirsi per modo da non essere veduta.
Le pareva, nell’esagerazione di un sentimento che le faceva provare con spavento quanto ella fosse senza difesa e quanto orribile fosse il suo stato di abbandono, le pareva di camminare nuda nella folla, nuda di una nudità morale quasi ancor più vergognosa di sé della fisica.
Sembravale che tutti dovessero accorgersi, passandole accanto, che erano vicino ad un dolore intenso, ad una disperazione piena di paure. Ed essa si vergognava della sua disperazione in mezzo a quella gente che le sembrava felice.
Eppure, quando si sentiva più tranquilla, avrebbe voluto raccomandarsi a ciascuna di quelle persone isolatamente, in special modo se erano donne o vecchi; ma vedendole così tutte insieme le mettevano paura, e il loro numero non soltanto la scoraggiava sempre più, ma le faceva provare più intensamente il suo isolamento; e pareva che ognuna di esse accrescesse il vuoto intorno a lei, e le togliesse una parte di quello che avrebbe potuto essere suo.
Così è sempre per tutti cosa triste e paurosa il trovarsi nelle ore di afflizione in mezzo alla moltitudine, quasi andassero sempre smarrite in essa le virtù delicate e gentili del singolo individuo, o che la forza di associazione delle cose cattive prevalesse nelle grandi agglomerazioni di persone a quella delle cose buone.
La Barberina aveva una gran paura di quella folla.
Giunta dall’ortolana, avrebbe voluto entrare subito nella bottega bassa ed umida, tutta piena di paniere, di legumi, di piatti e vasi in terraglia, e nascondersi affatto nel fondo di essa; ma la bottega era piena; un uomo vuotava precisamente allora, nel piccolo spazio rimasto vuoto nel mezzo di essa, un paniere d’erbe, e i bambini della Beppa occupavano quel po’ di posto che ancora rimaneva libero. La Barberina dovette dunque fermarsi in istrada, dinanzi alle paniere delle pesche, dell’uva e delle susine, che l’ortolana aveva esposto in bell’ordine, separate le une dalle altre da lunghe fila rosse di pomodori.
La Beppa fece buona accoglienza alla Barberina.
La credeva al servizio, e sperava riavere la sua clientela. Ma quando la ragazza, con voce debole e interrotta, tutta confusa e vergognosa, come avesse lei la colpa di ogni cosa, le raccontò quanto era accaduto, allora l’ortolana fece un viso serio e cambiò l’aria di amichevole interessamento che aveva avuto prima in quella di una protezione un poco altera.
– Gran ciacciona quella Rosa portinaja! – disse, – la mi va ad inventare a questa povera ragazza che ho tanti servizi!… N’avevo, sì, la settimana scorsa, ma ora si son tutti accomodati.
E intanto misurava una libbra di susine ad un bambinetto.
– E quella signora… quella della quale aveva parlato la signora Rosa?
– Se le dico che quella signora Rosa è una gran chiacchierona!
E intanto sceglieva dei pomodori in una paniera e ne dava con delle patate ad una serva; ma la serva non volle quelle patate, e l’ortolana dovette andare in fondo alla bottega a prenderne delle altre e lasciare a mezzo il discorso.
Barberina era sulle spine.
Ritta davanti alle paniere, nella strada, urtata da quelli che passavano, sentendosi a mancare per la debolezza e per la fame, eppure reggendosi per lo sgomento che l’invadeva di nuovo, quasi ancor più terribile di quello di prima, aspettava ansiosa che l’ortolana finisse il suo discorso.
Finalmente la Beppa sbrigò la serva e ricominciò a parlare:
– Quella Rosa è proprio senza coscienza; va ad inventare di queste cose ad una povera disgraziata! Ma non lo sa forse meglio di me, lei che fa la portinaja, che in questa stagione tutti i signori sono in campagna? Cara la mia ragazzina, se sapesse quante ne vengono qui a chiedermi un servizio! E tutte ragazze per bene, robuste, svelte, certamente quanto lei. – E diede una sbirciata al viso estenuato e pallido della ragazza. – Ce ne vorrebbero dei padroni!
– Ma non conosce proprio nessuno che abbia bisogno della donna di servizio? Non importa che il lavoro sia duro, faticoso, grossolano…
La giovanetta guardava supplichevole l’ortolana. Essa era nella strada tutta sola, e il rumore confuso della città copriva la sua voce debole, quasi infantile. Quei rumori l’assordavano nello stato di debolezza e di paura nel quale si ritrovava.
Per un momento pensò al silenzio tranquillo e solenne che regnava nei suoi monti.
Fu quella un’alta visione di pace, un sogno ad occhi aperti; poi l’urto di un uomo che passava, le grida dei venditori di giornali, il rumore delle carrozze, dei barocci, delle voci e dei passi di tanta gente la stordirono di nuovo.
Quel rumore e quella città diventavano per essa una voragine.
Era sull’orlo, cadeva.
La Barberina stese una mano per reggersi in piedi: sentì un umidiccio freddo sotto alle dita e una cosa molle che cedeva e s’apriva sotto il peso della sua mano: era un pomodoro.
L’ortolana con voce stridula e dura la rimproverò. Gli occhi della Barberina s’empirono di lagrime, e non rispose.
Rialzò il capo e guardò nella strada… Dove andare, Dio santo, dove?
Ma tutta quella gente non capiva, non sentiva dunque nulla? La disperazione di quella giovanetta, quasi ancora bambina, che piangeva lì in mezzo a loro, nessuno fra tanti l’intendeva? Eppure passavano delle mamme portando seco con amore, sorridenti e attente i loro bambini, c’erano delle donne che rimbalzavano impaurite soltanto perché la ruota di una carrozza era passata troppo vicino alla loro veste, altre spaventate indietreggiavano perché il bambino dell’ortolana, annaffiando il lastricato dinanzi alla bottega, aveva minacciato di schizzarle coll’acqua, altri si salutavano premurosi o s’incontravano sorridenti; era dunque tutta quella gente capace anch’essa di sentire paura e affetto, e mostravasi anzi puerilmente esagerata nella propria sensibilità; eppure alla sua angoscia non v’era fra tutta quella gente chi prestasse attenzione. Ad essa, annientata dalla disperazione del più crudele abbandono, non riusciva di far intendere a nessuno quanto soffriva! Chi se ne avvedeva?
In quel momento ricordò le belle botteghe già vedute altre volte nelle vie principali della città. Ricordò con chiarezza morbosa tanti piccoli oggetti di lusso, tante piccole invenzioni ingegnose che v’avea ammirate, le quali dovevano servire alle necessità della vita dei ricchi; tutte cose che non aveva mai più rammentate dal giorno in cui i bambini della sua signora gliele avevano mostrate e descritte con orgoglio e loquacità infantile. Ora, a un tratto, le tornavano alla mente.
Come mai, pensava la fanciulla, quelli stessi che hanno inventate delle macchine che cuciono da sé, delle lenti maravigliose sulle quali rimane impressa per sempre l’immagine umana, dei fili miracolosi che portano lontano le parole con la velocità del pensiero, delle macchinette semplici come balocchi da bambini che pure ti sanno fare mille e mille gingilli graziosi e inutili, come mai quella stessa gente tanto attenta ai bisogni degli altri, tanto sapiente e ingegnosa nel soddisfarli, non aveva mai preveduto un bisogno crudele come il suo, e non aveva, prevedendolo, inventato nulla per rimediarvi?
Nella grande città dove c’era tutto, tutto quello che il capriccio poteva desiderare, dove ad ogni passo s’affacciava alla vista qualcosa di inatteso, di maraviglioso, dove a detta di tutti non mancava niente, per lei che soffriva tanto non ci doveva essere nulla, neppure chi le dasse un consiglio?
E alla Barberina pareva che i suoi occhi lagrimosi fissassero un vuoto smisurato, un abisso nero intorno al quale la civiltà festante danzava indifferente e sdegnosa.
Quell’abisso formicolava di gente, di dolori, di miserie, mentre una minoranza felice passava accanto ad esso senza paura e senza vertigini.
Barberina piangeva.
L’ortolana la lasciò fare un poco, poi disse.
– Su via, bambina, che cosa fate? Non potete stare tutto il giorno qui in istrada, davanti alla mia bottega; fatevi coraggio.
– Ma dove debbo andare? – esclamò la ragazza con angoscia.
La donna non rispose subito. Per un momento misurò anch’essa con la mente pigra e ottusa la profondità di quel dolore; ma poi, temendo che il suo egoismo non bastasse a toglierle dal pensiero quell’immagine straziante, fece uno sforzo di volontà e rispose:
– Non vi disperate; quello che non trovate qui, potete trovarlo facilmente altrove.
– Ma dove? – mormorò la Barberina singhiozzando.
In quel punto una donna venne per comperare delle susine. Era una vecchia vestita civilmente, ma con un abito logoro e sudicio, un cappello unto e bisunto, che poteva essere stato bello in altri tempi, ma che ormai non era soltanto fuor di moda, ma quasi quasi non stava più insieme, tanto era sdruscito e usato. Quella donna, mentre comprava le susine, scegliendole in un paniere ad una ad una, toccandole tutte con delle dita magre e lunghe, di un color livido che le faceva sembrar ancor più sudice di quello che erano, sbirciava di tempo in tempo la Barberina con curiosità maliziosa. La povera ragazza non se ne avvedeva. Guardava la Beppa che pesava le susine, e il fondo della bottega pieno di panieri, fra i quali ruzzavano i bambini dell’ortolana; dietro a lei, nella via aperta, passava incessantemente, stridula e chiassosa, una corrente umana, che non si chetava e che non riposava mai. Barberina pensava alla signora Rosa, alla Beppa, alla portineria umida e buia, e alla bottega oscura che le stava dinanzi, ci pensava con desiderio, con invidia, stando nella strada, quasi fosse nel mezzo di un fiume guardando con angoscia la riva.
Sperava che la Beppa le rivolgesse spontaneamente la parola, e l’invitasse a restare, o almeno le indicasse dove poteva andare. Ma la Beppa non la guardava neppure.
La poveretta, vergognosa, umiliata, chinò il capo, e acciecata dalle lagrime che le pendevano fra le palpebre, fece un passo e si scostò dalla bottega. Non sapeva se doveva volgersi a destra, o a sinistra. Per lei era tutt’uno. Se avesse potuto indovinare la via che, traverso le grandi campagne che si stendevano intorno alla città, conduceva ai piedi de’ suoi monti; se avesse saputo come fare per arrivarci, sarebbe andata per quella via, così sola com’era, stanca e debole, e avrebbe camminato notte e giorno.
Ma essa ricordava che i suoi monti erano lontani; rammentava che glieli avevano fatti vedere un giorno i bambini della sua signora, e che le erano apparsi quella volta come una sfumatura azzurra e lucente all’orizzonte, tanto distanti, che il vederseli così lontani l’aveva allora accorata profondamente; adesso ripensava a quella sfumatura azzurra, vi pensava con terrore e si sentiva proprio e interamente abbandonata da tutti.