Emma – Una fra tante – Cap. IX

Barberina ardiva appena rispondere con monosillabi alle domande che le rivolgevano quelle donne.
– È timida, – disse una di loro.
– È un difetto che qui si correggerà presto, – rispose un’altra, e aggiunse qualche osservazione che destò una viva e sconcia ilarità fra tutte le commensali.
Allora incominciò una conversazione laida e chiassosa, che la presenza della Barberina aveva momentaneamente interrotta, una conversazione stupida e oscena, che rivelò a poco a poco alla povera giovanetta tutti i segreti del luogo ove era, e confermò tutti i suoi sospetti.
Pallida, silenziosa, senza assaggiare nessuna vivanda, senza più ardire di sollevare le palpebre per guardare in viso quelle donne, non avendo il coraggio di andar via o di turarsi gli orecchi per non udire quelle parole, la Barberina aspettava la fine del pranzo per farsi condurre dalla padrona, per richiederle, coi suoi abiti, il permesso di andarsene, di fuggire da quella casa.
La strada, l’isolamento, l’essere abbandonata e sconosciuta da tutti non le mettevano più paura. Era sicurezza e riposo in confronto di ciò che provava, mentre era seduta fra quelle disgraziate.
Il pranzo, che alla Barberina pareva non dovesse mai più finire, si terminò finalmente. Essa chiese subito dov’era la padrona e le fu indicato un uscio laterale, dicendole che la padrona era un po’ indisposta, che per questo, da qualche giorno non pranzava alla tavola comune, ma che le sorvegliava da una camera attigua, dove le portavano un pranzo migliore di quello che avessero loro.
– È avara come un usuraio e maligna come una strega; il diavolo se la porterà via di certo uno di questi giorni, – aggiunse a bassa voce la donna alla quale Barberina aveva rivolto la parola, – se vuol parlarle l’accompagnerò io.
Barberina ringraziò, accettando l’offerta, e s’avviò verso la camera della padrona.
La donna che l’accompagnava picchiò all’uscio con una familiarità un po’ arrogante, e quando la signora domandò chi era, rispose che c’era gente che aveva bisogno di parlarle e alzò la voce, per farsi intendere in mezzo al chiasso che facevano le altre, un po’ più di quello che era necessario.
La padrona disse loro d’entrare, e vedendosi comparire dinanzi la Barberina, rimase alquanto perplessa.
– Che cosa volete? – esclamò rialzandosi nella sua poltrona. Aveva un viso arcigno e freddo, uno sguardo duro, e certe mosse delle labbra altere e sprezzanti, che parevano sorridere con derisione anche quando stavano ferme.
– Voglio andar via, andar via subito… e Barberina diè in uno scoppio di pianto.
– Andar via? – rispose pacatamente la signora fingendo una grande maraviglia. – Perché vuoi andar via?
– Sono una povera ragazza, ma una ragazza onesta; voglio lavorare, servire, guadagnarmi il pane onoratamente, – e il pianto le troncava ad ogni momento la parola, – quella vecchia di stamane m’ha ingannata, m’ha fatto credere che sarei entrata qui in un servizio… per bene… cercavo del lavoro io… sono inesperta, sono ignorante, non sapevo… non potevo figurarmi… oh lei signora che sa tutto questo meglio di me m’intenderà… Permetta che vada via subito. Non importa che sia ormai quasi sera, che io non conosca nessuno, che non sappia dove andare, non importa, purché vada via.
La signora congedò con un cenno l’altra donna che stava sull’uscio per udire curiosamente questo dialogo, poi, rivolgendosi alla Barberina, con un’affabilità un po’ stentata, cercò di persuaderla che nella sua casa avrebbe guadagnato assai più denaro che altrove, che v’avrebbe fatta una vita lieta, facile, oziosa, in mezzo a compagne gaie e giovani, che forse v’avrebbe potuto trovare qualche persona che innamoratasi di lei avrebbe migliorato ancor più la sua posizione. Che cosa poteva ella sperare invece dallo stare al servizio? Degli stenti, delle fatiche, dei rimproveri; una vecchiaia precoce e un letto all’ospedale. La signora, disse tutte queste cose con tranquillità e convinzione, col tono autorevole di chi parla per esperienza e conosce il mondo da un pezzo.
Barberina l’ascoltava trepidante, con un ribrezzo misto di paura. Quella donna le faceva orrore.
– Signora, – disse, – mi lasci andar via. Non voglio, non debbo, non posso star qui. È impossibile che lei creda le cose che mi dice; vuol certamente mettermi alla prova, vuol vedere se non sono anch’io una cattiva ragazza.
La signora si mise a ridere. La singolare ingenuità di questa giovanetta che la credeva capace di far ancora simili prove, la faceva ridere. Ma cercò di nuovo di convincerla, di corromperla, di farle intendere tutti i vantaggi di una vita allegra e spensierata, tutte le probabilità di far grossi guadagni, e, quasi calcolasse il valore di un capitale, le parlò della sua innocenza, della sua giovinezza, dei suoi pregi personali.
Barberina l’interruppe indignata. Era un’indignazione violenta, primitiva, piena di slancio e d’ardire.
La signora ascoltò impassibile quelle parole impetuose, e sopportò l’urto di quello sdegno con un sorriso freddo e ironico.
– Mi faccia dare le mie vesti, signora, perché io possa andar via subito subito, – diceva la fanciulla.
Era l’ultima volta che la povera Barberina parlava con quella fiera sicurezza credendo di poter disporre liberamente di sé.
Non sapeva ancora che era già schiava o quasi, venduta a quella donna, alla quale senza saperlo era già debitrice degli abiti e delle biancherie che portava e delle quali non avrebbe forse mai potuto rimborsarla; non sapeva che liberata fors’anche dal vincolo che la legava alla padrona di quel luogo, ve n’era un altro, che non poteva più spezzarsi, un vincolo di vergogna e di schiavitù assoluta; imposto e sanzionato dalla legge che l’avrebbe data ancora, uscendo di lì e perché usciva di lì, al pubblico, che l’aveva fatta sua.
Barberina non ne sapeva nulla. Credeva d’esser libera, di tornar fuori, di poter escire da quel luogo e stendersi ancora sopra la terra dura e fredda e dormire sul lastrico della via o all’ombra della porta di qualche chiesa, col cielo sopra il capo, puro e sereno, scintillante di stelle, di quelle migliaia di stelle che conosceva e guardava attentamente fin da quando era bambina, e che le pareva non dovessero essere mai vedute dalle finestre anguste di quella casa.
Voleva andar via e aspettare il levar del sole per cercarsi di nuovo del pane e del lavoro; voleva andare la mattina seguente all’ospedale per raccomandarsi alla monaca della sua infermeria.
Essa pensava a tutto questo mentre, decisa di andarsene, aspettava la risposta della signora. Si figurava la notte chiara e fredda che si stendeva sulla città, e le prime luci dell’alba, e le ultime stelle che impallidivano all’orizzonte, morendo dolcemente affogate nella luce del giorno, e le ricordava ad una ad una come fossero amiche, e non provava più la paura dell’andar fuori sola di notte; le pareva di non dover temere più nulla una volta che avesse potuto escire da quella casa.
Ma era venduta.
La donna lo sapeva, e la guardava con l’indifferenza con la quale un bambino guarderebbe il suo uccellino abbandonare la gabbia, mentre tiene fra le mani il filo invisibile, ma sicuro, che gli ha legato al piede.
Non ardiva però ancora dirglielo, perché non si sentiva sicura di averla interamente in poter suo.
– Non ti sei forse presentata volontariamente? – disse. – Io non ti ho cercata, non ti ho voluta; ti sei fatta raccomandare da una donna ben nota alla polizia e a noi; vorresti darmi ad intendere che era un fine innocente e puro quello il quale ti consigliò a valerti dei suoi servizi e di andare nella sua casa? eh, innocentina?
La donna si mise ancora a ridere. Sapeva bene che abusava infamemente dell’inesperienza di questa infelice, ma l’aveva già fatto tante volte; s’era arricchita a quel modo; e soleva sempre dire a se stessa: chi per troppi scrupoli non sa tirar l’acqua al suo molino finisce un giorno o l’altro miseramente sulla paglia.
La sua furberia e naturale perspicacia, la lunga esperienza acquistata in queste cose, le avevano insegnato a leggere chiaramente nell’animo delle disgraziate dalle quali traeva, come un proprietario di schiavi, il suo guadagno e le sue ricchezze.
Vedeva bene nell’animo di questa, il candore verginale, l’ingenuità dell’innocenza. Ma che cosa gliene importava? Non era anzi una ragione di più per tenersela, non erano quelli dei pregi che i suoi clienti le avrebbero pagato a caro prezzo? che cosa v’era nel mondo, per quella donna, che non si potesse vendere?
Essa si sentiva ormai sicura del fatto suo. Aveva troppi mezzi disponibili per dubitare che questo pesciolino uscisse vivo dalla rete.
– Sei entrata volontariamente qui ed io non posso lasciar escire nessuna donna senza notificarla alla polizia; d’altra parte non puoi partire, senza pagarmi la roba che ti ho dato e quell’abito di lana finissima…
– Ma io non lo voleva, – interruppe sgomenta la Barberina, – fu lei che mi mandò l’ordine di metterlo.
– Dovevi rifiutare, – disse la donna; – ora che l’hai messo e messo da te, spontaneamente, e portato parecchie ore, vuoi forse provare che non lo volevi e che me lo rendi?
La donna, come ragno schifoso, avvolgeva le fila luride e oscure della sua tela intorno alla misera creatura. Cinica, impassibile, senza pietà, le toglieva ogni speranza, le troncava ogni possibilità di liberarsi, e ora dicendo la verità, ora delle bugie, le faceva vedere la sua condizione come un’irreparabile fatalità che l’aveva colpita.
La povera ragazza, fuor di sé per lo sgomento, le si buttò ai piedi, la supplicò, la scongiurò; pianse, le parlò di sua madre, le parlò delle sue sorelline, le disse che avrebbe pregato sempre sempre per lei, che avrebbe fatto qualunque cosa le avesse imposto, purché la lasciasse uscire di lì, andar via, fuggire.
La donna fu impassibile.
La giovanetta, esaltata, disperata, diventava eloquente; parlò delle sue paure, dei suoi ribrezzi; parlò a quella donna della sua innocenza, le parlò del suo amore per Luca. Metteva a’ suoi piedi ciò che aveva di più sacro, di più caro. Voleva che i suoi ricordi, i suoi affetti, il suo amore implorassero per lei e con lei quella megera.
Ma costei non le dava retta.
– Basta, basta. – Tranquillati… ne riparleremo domani… vedremo – disse.
– Domani, domani mattina per tempo mi lascerà andare? – domandava supplichevole la giovanetta.
– Vedremo… ho detto vedremo, – e suonò un campanello.
La fanciulla balzò in piedi tutta impaurita.
– Va’ nella tua camera… tranquillati. Vedrai che domani sarai più calma – disse allora la padrona.
– Ma la notte… la notte questo luogo è aperto: oh, signora, proteggetemi!
– Chiudi la tua camera, – disse con un’ironia che non sfuggì alla poverina, la quale si rimise daccapo a implorarla, perché la lasciasse andare.
Ma in quel punto entrò la fantesca che l’aveva accompagnata la mattina.
– Conduci questa ragazza nella sua camera, – disse subito la padrona, ammiccando coll’occhio. – Sta tranquilla, bambina. Domani riparleremo e si vedrà d’accomodare le cose. Sii obbediente e quieta, te ne troverai contenta, – e prima che la Barberina potesse rispondere, la signora uscì dalla camera e la lasciò sola con la fantesca.
Quella donna, che era il braccio destro della padrona, sapeva come stavano le cose, e vedendo che la ragazza non si moveva, le disse:
– Se davvero non vi piace di veder gente, vi conviene a tornar subito in camera vostra. – La Barberina a quelle parole le si avvicinò impaurita.
– Andiamo, – rispose; e le si strinse al braccio e le si raccomandò con tanto fervore, che la donna n’ebbe quasi compassione, e dopo averla riaccompagnata alla medesima camera di prima, la lasciò senza aprir bocca, temendo che la ragazza le si raccomandasse ancora e finisse con l’intenerirla troppo.
Barberina era di nuovo sola, nella camera rossa.
La fantesca v’aveva acceso un lume, e la luce di esso contrastava con un fioco bagliore crepuscolare, che passando traverso le gelosie sempre chiuse veniva di fuori.
Era una luce calda e velata, che le ricordava i tramonti sereni del suo paese.
Quei bei colori, entrando lì dentro, si corrompevano e morivano fra l’ombre rossiccie delle tende, oppure si scioglievano nel chiarore giallognolo e inquieto del lume. Un alito d’aria scuoteva nell’afa di quella camera la fiamma della lucernetta a petrolio. L’ombra dei mobili e delle tende si movevano per quel tremolìo della luce e animavano sinistramente la stanza.
Pareva che l’ombre di tutti coloro che l’avevano abitata prima della povera Barberina, si movessero festanti e luride fra le cortine del letto e i riflessi dello specchio.
C’era folla lì dentro.
C’era la gente d’ieri, c’era nell’aria un’impudica impazienza della gente d’oggi.
E quella folla che non si vedeva, e che pur era presente dappertutto, il mistero di quella camera le pareti della quale sembravano moralmente aperte a ognuno, Barberina l’indovinava con un istinto di ribrezzo e di paura.
Essa s’inginocchiò per terra accanto ad una seggiola e pianse.
Intanto la casa si animava.
Si udivano passi, fruscio di vesti, gente che rideva e chiacchierava passando per l’andito; talvolta il tintinnìo di una sciabola o il rumore di speroni risonavano nel corridoio, seguiti dalle risate triviali o dalle voci rauche delle donne; voci che la Barberina conosceva per averle udite a pranzo.
La ragazza tremava dalla paura ogniqualvolta quel chiasso e quei passi s’avvicinavano alla sua porta.
Essa giunse le mani e pregò.
Invocò la santa della cappella alla quale la mamma sua aveva promesso di accendere un lume ogni sabato affinché la proteggesse.
Le parve di rivedere la piccola e modesta cappelletta dinanzi alla quale soleva passare ogni sera e ogni mattina con le sue pecore; le parve di vedere il lumicino che la sua mamma aveva acceso dinanzi all’umile altare, nell’angoscia se lo figurava come l’avesse veramente davanti agli occhi, rilucendo nella notte pura e serena che avvolgeva la montagna.
In quel momento le tornavano alla memoria tutti i particolari del luogo che così rivedeva nell’esaltamento della preghiera; rammentava le pianticelle alpestri che avea vedute altre volte fra le pietre rose e sconnesse della vecchia cappella, ne ricordava il colore, la fragranza, sentiva i profumi del timo, salire come un incenso verso l’immagine della santa, e mescolarsi al dolce chiarore del lumicino, quasi le offerte inscienti della natura si mescolassero al voto doloroso degli esseri viventi.
E la ragazza pregava con fervore, e l’animo suo agitato si figurava l’alto silenzio dei suoi monti avvolti nella notte, mentre l’orecchio sbigottito ascoltava ora il chiassoso andirivieni, ora la gioia triviale che scoppiava ad ogni momento, bestiale e sfacciata, dalle alcove e dagli anditi di quella casa.
I rumori di quella gioia salivano come una marea intorno a lei, crescevano col suo sbigottimento e colla sua paura.
La paura divenne alfine più forte del fervore.
Non pregò più, ascoltò…
Una mano si posò sulla gruccia dell’uscio.
Barberina gettò un urlo soffocato, e un uomo entrò nella camera.
La giovanetta, senza rialzarsi, più che inginocchiata, accasciata dietro la seggiola, lo guardava con degli occhi pieni di spavento: lo guardava come non avesse mai veduta nessuna creatura umana, nessun uomo prima di lui.
Era un signore che passava la quarantina.
Nel vedere quella ragazza in terra, che s’aggrappava alla seggiola, rivelando in tutto l’atteggiamento della persona, nell’espressione del viso, in quella degli occhi sbarrati e fissi, uno spavento intraducibile, egli si arrestò perplesso.
Era un rispettabile cittadino di una fra le più popolose e simpatiche città di provincia italiane, che distava poche ore di ferrovia da X.
Quell’uomo non durò molto in quella perplessità; ebbe vergogna della propria incertezza e della propria timidità; guardò la camera, a lui ben nota, si ricordò del luogo ove era, sorrise alla ragazza e le parlò.
Barberina a quel sorriso, a quelle parole, balzò in piedi indignata, e, vedendo che egli faceva una mossa per avvicinarsele, fuggì; fuggì dietro un mobile, volle aprire la finestra e chiamar aiuto, corse all’uscio, ma udì delle voci e delle risa nell’andito, e non ardì aprirlo: pareva un animale debole, quando, dopo che è già stato preso al laccio o nella rete, gli si avvicina il cacciatore per ghermirlo.
Ma l’uomo, a quelle mosse disperate della fanciulla, si arrestò una seconda volta turbato e incerto.
Non poteva più essere finzione ciò che vedeva, né era possibile simulare uno spavento e un ribrezzo energico e sincero come quello.
Non la inseguì più, non le sorrise; la guardò per un momento con maraviglia e con interessamento.
Barberina se ne avvide: indovinò la compassione che essa destava in lui, e in mezzo alla febbrile agitazione di quell’ora, le balenò finalmente un raggio di speranza.
Si gettò ai piedi di quell’uomo, lo invocò, lo pregò. Gli chiese se non aveva anch’esso delle sorelline, delle figliuole; se non aveva delle persone cui voleva bene. Gli narrò tutti i suoi casi; parlò il linguaggio pudico e casto di una bambina mentre narrava i suoi spaventi di donna, i suoi ribrezzi, i suoi terrori.
Gli si raccomandò con tutto il fervore della disperazione; e disse tanto, che egli capì bene che tutto ciò che ella diceva non poteva essere che il vero.
La rispettò.
Rispose tranquillandola, alle sue preghiere; promise di parlare per lei alla padrona dello stabilimento, di raccomandargliela perché la lasciasse libera. Promise anche di tornare fra qualche tempo. Di più non poteva fare, perché non abitava a X, ed aveva preso un biglietto d’andata e ritorno, dovendo quella stessa sera tornare alla sua città nativa.
E andò via così com’era venuto, senza farle del male, senza farle del bene. Pagò, e disse qualche parola alla padrona della casa in favore della ragazza.
Andò via fiero di sé e della sua buona azione, inquieto soltanto per la paura di perdere la corsa e di non godere il suo biglietto d’andata e ritorno.
In vagone pensò qualche volta al caso strano della sera, e alla ragazza rimasta in quella stanza e in quella casa. Pensò forse alle proprie figliuole, giovanette modeste e gentili, ben guardate dalla mamma o dalla governante, e provò forse anch’esso, come l’aveva provato la signora Rosa in quella mattina, un senso di tranquillità e sicurezza nel pensare che a quest’ora erano certamente a casa e che cucivano sedute intorno alla tavola, al chiarore della vecchia lampada, o che suonavano lietamente il pianoforte nella sala di ricevimento; e cercò di cacciare dalla mente la tormentosa immagine della povera ragazza abbandonata, che piangeva in quella camera semioscura e che si trascinava ginocchioni per terra raccomandandoglisi.
Che cosa avrebbe potuto fare per liberarla, senza provocare un processo, e figurarvi poi come testimone? senza dover confessare in pubblico d’essere stato in quella casa, lui padre di famiglia, rispettabile e onorato?
Pensò per tranquillarsi, che, se la padrona non voleva ridarle la libertà, avrebbe poi finito col fare come facevano tutte le povere ragazze che si trovavano nei suoi panni, e che dopo il primo passo avrebbe fatto gli altri e sarebbe andata a precipizio anche lei come le sue compagne.
Ma il primo passo non voleva averglielo fatto fare lui; no di certo. E riflettendo a questo, si sentiva tutto fiero di sé e contento di essersi astenuto dal commettere una cattiva azione.