Emma – Una fra tante – Cap. V

Giunti a questo punto della nostra narrazione, molti fra i miei lettori faranno forse delle obiezioni; diranno che in tutte le principali nostre città vi sono istituti di beneficenza, asili per le giovanette abbandonate, per i bambini, per gli infermi; istituti fondati coll’intenzione di aiutare precisamente le infelici che si trovassero nelle condizioni della povera Barberina; ed è questa un’osservazione vera, ed io posso aggiungere di mio, che nella civile e colta città italiana, nella quale seguiva il fatto che sto narrando, di tali istituti ve ne sono parecchi e commendevoli, e fatti in modo che la Barberina avrebbe potuto senza difficoltà presentarsi ad uno di essi ed esservi accolta e protetta. Ma come poteva essa saperlo, se neppure la signora Rosa e la Beppa gliene avevano parlato? Perché né la Rosa, né la Beppa sapevano esattamente se ci fossero, o dove fossero, e sebbene qualchevolta n’avevano sentito parlare, o n’avevano letto il nome in qualche cronaca di giornale, pure credevano fossero luoghi ove senza raccomandazioni di signori o di preti o di monache non ci si potesse andare. E questi Istituti apparivano loro piuttosto come attuazioni di un’astratta teoria di carità, inventata dai ricchi, che qual fondazioni popolari e pratiche da poter servire veramente ai bisogni immediati e quotidiani della povera gente. E così accade che giornalmente, sotto le mura stesse di ospizi e ricoveri, seguano tristi casi di abbandono e di corruzione, contro i quali sarebbero stati specialmente fondati quegl’Istituti di beneficenza, che finiscono soltanto col riescir utili a coloro che non sono tanto miserabili o tanto isolati da non poter aspettarsene l’aiuto. E così avviene che i casi peggiori, i più urgenti, quelli che hanno maggior bisogno di soccorso, perché ignorano perfino che il soccorso ci sia, non trovano che di rado l’aiuto che si meriterebbero.
Questo fatto incontestabile, dell’ignoranza nelle classi povere di Istituti creati allo scopo di soccorrerle, questo avverarsi continuamente di tali ignoranze, il trovar che l’esatta conoscenza della loro esistenza sfugge perfino alla curiosità delle signore Rose e delle signore Beppe, vale a dire delle portinaie e delle bottegaie, è una prova della loro insufficenza e più che insufficenza, è prova di uno stato di cose contrario allo spirito stesso che informa la loro istituzione.
Perché mai questi ricoveri creati con fini specialmente determinati, che si limitano a servire un bisogno urgente della miseria o del dolore, non sono tanto popolari, tanto conosciuti come dovrebbero essere, e non s’acquistano fra il popolo il diritto di vivere la vita di un’individualità cara, famigliare, protettrice? Perché non sono essi come l’ospedale centrale e il manicomio, noti a tutti, e in modo così preciso, che ciascun povero che ne chieda la via ad un altro sia sicuro di averne l’indirizzo, o di saperne i particolari?
Perché questa diversità? Come accade che le madri e i padri di famiglia non sieno confortati, pensando che vi sono ospizj nei quali le loro figlie esposte per la miseria e l’abbandono alle corruzioni dei tristi, troverebbero soccorso o rifugio, e che dei giovanetti traviati da cattivi compagni vi troverebbero lavoro e disciplina; che più disgraziati e già colpevoli, dopo espiata una pena, potrebbero coll’aiuto di esperti educatori ritentare la prova del riuscir buoni e utili alla società? E come mai questi stessi genitori, che trovano tanto aiuto negli Istituti di beneficenza, non ne propalano a tutti le lodi e non fanno loro acquistare una vera popolarità?
Perché questi enti morali, specialisti filantropici di malattie morali, non sono noti al popolino come l’oculista, il cavadenti, il professore di medicina che si è acquistato un nome nella cura speciale di una malattia?
Le ragioni sono varie e complicate, e se mi permetto di esporne qui brevemente alcune, quelle che a me sembrano le principali, spero che il lettore me lo perdonerà, vedendo quanto questo argomento dell’utilità e popolarità degli Istituti di beneficenza tocchi da vicino il soggetto del nostro racconto.
La maggiore popolarità della quale gode l’ospedale di fronte agli altri Istituti, si può in parte spiegare facilmente per la maggior necessità che hanno di esso le classi povere. Vi sono peraltro Istituti la cui necessità è pure grandissima, che sono creati al fine di rimediare a sofferenze che in alcune città o provincie si presentano più frequenti, senza che per questo riesca loro di escire da una certa penombra inerte e misteriosa, che li fa rassomigliare per molti a delle astrazioni, e per altri più timidi, a delle individualità elette, aristocraticamente severe, non avvicinabili dal volgo. Ma perché il povero, obbietteranno molti, non cerca da sé di conoscere meglio questi Istituti creati unicamente per soccorrerlo, invece di lasciarsi andare a prestar fede ai pregiudizi che glieli fanno disconoscere? Non è questa per parte del povero un’ignoranza colpevole che rassomiglia quasi all’indifferenza? Perché il povero, risponderemo, non soltanto è timido verso persone o cose che non vede e non conosce, e con le quali non può trattare direttamente, ma è anche difficilmente in grado di poter superare, senza gravi difficoltà, certe distanze morali, e di vincere certi pregiudizi che governano dispoticamente l’animo delle classi meno colte della società.
L’ingegno nostro non può fare lo sforzo di superare ignote e astratte distanze morali, né far subentrare il calcolo chiaro della ragione alle facili e indefinite leggi del pregiudizio, quando non vi è stato educato dall’abitudine. Tanto più il corpo sarà avvezzo e indurito alla fatica fisica, tanto più avrà contratto l’abito di non vedere nello sforzo, sia della volontà, sia dei muscoli, che il mezzo di vincere una difficoltà materiale ed evidente, quasicché non vi fosse possibilità di vincere senonché ciò che è evidente e materiale, e per questa convinzione tanto più difficile gli apparirà ogni altro sforzo, il quale sia invece diretto a superare una difficoltà astratta che sfugge al dominio dei sensi e dell’energia fisica.
In coloro, che sono cresciuti così nell’inazione dello spirito e nella fatica dei muscoli, l’intelligenza non sa più lavorare senza l’evidenza della meta reale e l’eccitamento dell’azione del corpo. Mancando ad essi coll’istruzione, i principali istrumenti per il lavoro del pensiero, hanno bisogno degl’istrumenti del lavoro materiale per compiere un disegno qualsiasi. Vincere un pregiudizio, superare una distanza morale, penetrare con l’indagine e il ragionamento laddove non penetrano col fatto, sono opere morali dinnanzi alle quali i più fra loro sono impotenti.
Dovrebbe dunque l’opera di beneficenza essere istituita in modo che essa per sua natura e organizzazione fosse già tanto vicina al povero che vuol soccorrere, da non dover egli superare distanza alcuna per arrivarvi.
Questo difetto, assai meno grave nel passato, e ne spiegheremo subito la cagione, va crescendo nel presente, e la distanza che già tante volte separò il bisognoso dai soccorsi della beneficenza va diventando ogni giorno più grande.
Nel passato, su quella via dell’asilo o del ricovero il bisognoso trovava sempre una guida e un aiuto; alla sua ignoranza soccorreva un consiglio che gli appariva come un’emanazione dello spirito stesso che aveva creato le istituzioni di beneficenza.
Quella guida, quel consiglio, era la carità religiosa.
Il prete e il credente, caritatevoli il più delle volte per interesse e ipocrisia, erano però talvolta ammirabili e grandi di abnegazione e di sacrificio, e buoni e cattivi la carità l’insegnavano tutti; e l’insegnamento era buono, fosse bugiarda o sincera la bocca che lo impartiva.
Ma l’intenso e fervido sentimento religioso che alimentava quella carità s’esaurisce ogni giorno; la fede muore nelle classi colte, si raffredda e s’estingue nel popolo, e la carità religiosa, colpita con le credenze, infiacchisce anch’essa senza che una nuova forma di beneficenza venga abbastanza a sostituirla col nome di carità civile. Eppure se v’ha cosa che dovrebbe farci sopportare perfino una religione non buona, sarebbe la carità; se v’ha virtù senza la quale ogni società, e fosse la più colta, non merita più il nome di civile, quella virtù è la carità. Ma anche in questa lotta della ragione contro l’assurdo è potente sempre la cieca stupidità che colpisce le cose buone con le cattive e che non sa ricostituire sotto altra forma quello che perde nella lotta.
Così, a misura che cresce quell’antagonismo, a misura che il prestigio religioso declina, e che la spensierata indifferenza del ricco, che ricrea l’intelligenza in codeste lotte, impoverisce sempre più il bisognoso senza compensarlo in verun modo di quello che gli toglie, così si fa sempre più il vuoto intorno al povero, il soccorso s’allontana sempre più da lui, il mondo ideale che lo confortava, dilegua senza che nella realtà gli venga sostituito il benefizio di una solida istruzione; e se nelle ore di tribolazione cercherà un soccorso sulla stessa via, ove i suoi avi incontravano il prete e si prostravano con esso dinanzi agli altari, dubitiamo assai che incontrandovi invece un libero pensatore e vedendo su quegli stessi altari rovesciati, la dea Ragione o l’immagine dell’uomo scimmia, ne tragga le consolazioni che s’ebbero i suoi padri.
E a questa miseria morale e materiale, che accresce di tanto la miseria già esistente nel mondo, non si riparerà così presto. Stolto e puerile è lo spirito che spinge i più alla demolizione, e gli animi loro sono quasi sempre incapaci di misurare la grandezza e l’efficacia della cosa che demoliscono.
L’intelletto grossolano dei demolitori non capisce quanta grandezza di vita civile, quanta fede gagliarda nell’opere buone, quanta intensità di lavoro e di forze ci vorrà per ricostituire nel mondo cosa che valga e superi le religioni perdute. Quanta scienza dovrà rimpiazzare la fede, e quanto ordine e armonia nella vita sociale dovrà emanare dalla nuova forma di carità che non sarà più religiosa ma civile! Per ora, alla demolizione non tien dietro riedificazione alcuna, e quanto crolla da una parte, non si riedifica dall’altra, per buona che fosse la cosa caduta.
L’Istituto di beneficenza è quasi sempre ancora in mano del prete; ma il prete non è più, come lo era una volta, l’intermediario fra il bisognoso e la carità che lo soccorre; egli non è più senonché un isolatore in mezzo alle lotte della vita civile che si agitano intorno a lui; non ha più la pace dell’animo e il potere morale che in altri tempi lo mettevano in grado d’essere utile, che facevano derivare per esso un vantaggio dall’apparire buono e dal praticare la carità. Adesso il prete, buono o cattivo, deve pensare a sé; al pericolo che corre la sua religione; ha l’animo turbato, e incessantemente distratto dalle piccole cure del suo ministero. Il denaro che ha non lo può più spendere per il povero, soltanto perché è povero; un’altra e più alta miseria implora il suo aiuto; è la religione stessa, è la sua fede che egli deve soccorrere, che mendica e che soffre. Volete che quel prete soccorra l’incredulo, quando ai suoi occhi, per opera degli increduli, tutta la vita ideale delle generazioni avvenire è minacciata di morte morale? Che cosa volete che presso a questa sciagura gli appaia ancora degna di commiserazione; e volete che egli sia caritatevole senza chiedere se colui che lo invoca è credente, o no? se è un nemico della sua Chiesa o un amico di essa? Volete che non faccia parzialità, quando la sua Chiesa mendica dal mondo intero, e che il denaro che gli chiede un avversario bisognoso, lo può dare ad essa?
E quel prete ridotto ormai quasi necessariamente in codesta condizione morale è pur sempre a capo della beneficenza. Dispensatore parziale, anche se onesto e sincero, perché l’esercitare la carità imparzialmente sarà sempre per esso un voler mancare ai doveri del suo stato, egli isterilisce con la sua presenza lo spirito dell’Istituto che presiede. La sua fede, nella quale altre volte s’alimentava la carità, oramai la paralizza. E la società che gli ha tolto volonterosa l’antico prestigio, che gli ha tolto la volontà e la possibilità di essere utile e caritatevole, ha però lasciato nelle sue mani l’opera di beneficenza, il denaro del povero, sapendo segretamente che non se ne serve per esso, ma che invece l’adopera molte volte contro la società civile, la sola sulla quale d’ora in avanti il povero potrà contare. E lo deride, lo sprezza, o non se ne cura; eppure gli abbandona il più alto e delicato ufficio sociale: quello della carità.
E le signore Beppe e le signore Rose, che a poco a poco sono diventate anch’esse indifferenti alla religione, e che, quando non si sentono male e che hanno pranzato bene professano teorie da libere pensatrici, e non hanno più, come le loro nonne, le interminabili sedute col confessore e le chiaccherate sulle porte dei conventi e le equivoche amicizie con i fratacchioni del vicinato, ora quelle portinaie e bottegaie, non sanno a che santo raccomandarsi, quando capiti loro un caso come quello della Barberina. Non avendo più co’ preti la dimestichezza di una volta, né colle monache la intimità d’altri tempi, non avendo con le bacchettone del vicinato, scandalizzate dalla loro incredulità, le buone relazioni che avevano in passato, a chi chiederebbero un consiglio? E senza un consiglio che venga da quella parte, come fare?
In quei casi si pensa che con certe raccomandazioni, con la buona volontà dei signori, forse si potrebbe sapere e ottenere e concludere qualcosa. Ma quelle raccomandazioni come averle? Quei tali signori dove trovarli? E le difficoltà come le distanze sembrano, e talvolta anche sono, insuperabili.
Così non rimane al povero che l’ospedale; ma quell’ospedale soltanto che accoglie tutti indistintamente, che ha direttori e amministratori laici, nel quale i medici governano liberamente; che è in tutto e per tutto un’istituzione civile. Là soltanto il povero si sente a casa sua, ci va senza esitazioni, c’entra senza difficoltà, sa che c’è, dov’è, come fosse a due passi da casa sua; ne parla, lo teme, ma nello stesso tempo lo riguarda come un asilo sicuro per le ore di sofferenza. Questa popolarità, l’ospedale la trae in gran parte, come abbiamo già detto, dalla continua necessità che n’ha il povero, dal gran concorso di gente che ci va, ma anche dal sentimento di sicurezza e di riposo che prova ognuno sapendo d’essere in un luogo che accoglie indistintamente tutti coloro che soffrono, che non fa distinzioni religiose, che non esige certificati o raccomandazioni, che non è diretto da una casta, da un ordine speciale di persone, da frati piuttostoché da preti, ma che è veramente istituzione civile, cosa che emana direttamente dalla vita della città e del Comune.
Così, fintanto che la carità non sia diventata compiutamente una virtù civile e non sia riassorbita del tutto dalla società colta e liberale che cammina sulla via del progresso, fintanto che essa non sarà il dovere d’ogni cittadino come lo era prima di ogni credente, fintanto che non sarà distrutta in noi l’abitudine del riguardare la carità come un monopolio religioso, un’incombenza speciale di alcuni, e che il dovere di praticarla non riposi ugualmente sopra di tutti, individualmente non meno che collettivamente, sino allora non potranno mai cessare gli abusi, le indifferenze crudeli, le mostruose negligenze che si avverano ogni giorno sotto ai nostri occhi.
E chi di quegli abusi o dolori ha soltanto compassione senza adoperarsi per aiutare laddove havvi bisogno di soccorso, è forse ancora più colpevole degl’indifferenti stessi, perché egli ha provato l’eccitamento a compiere un dovere e non l’ha compiuto; e se v’ha grand’errore commesso contro la società intera, non è quello del fare il male, ma dell’omettere scientemente di fare il bene; è la mancanza d’energia; la fiacchezza nell’operare. Da ogni cosa che lavora attivamente nasce qualche nuova forma di vita; dal male può nascere lo spirito di ribellione, può venire il bene; è dall’inerzia soltanto che non verrà mai nulla di buono; e la mancanza d’energia è forse nel mondo la sola cosa che può meritarsi veramente il nome di male, ed è il vero genio melefico del nostro tempo.
Ogni epoca storica ebbe il proprio diavolo, e lo spirito del male delle nazioni invecchia con esse, ma dura sempre; vispo e giovane, nel medioevo violava la legge religiosa, anziché combattere la religione; vecchio e reazionario, combatté più tardi le aspirazioni della società civile; fatto peggiore col tempo, il diavolo nostro ci insegna ad essere fiacchi e indifferenti; è un cinico sonnolento che fugge dinanzi alle determinazioni energiche, come il diavolo lieto e birichino del cinquecento fuggiva dinanzi all’acqua benedetta.