Emma – Una fra tante – Cap. VII

Intanto la Barberina camminava sempre in compagnia della vecchia. Le stava vicina, la guardava, moralmente le s’aggrappava come fosse stata per affogare e avesse finalmente trovato una tavola per salvarsi e stare a galla.
Le vie popolate non le mettevano più paura. La folla le teneva compagnia; era tornata come per incanto ad essere tutta di gente come lei, buona, affabile, sorridente.
La Barberina interrogava sempre la vecchia intorno al suo nuovo servizio, le domandava come era la signora, se la conosceva da un pezzo; domandò se vi erano dei bambini.
La vecchia le diceva che era una buona casa, un servizio come non se ne trovava facilmente uno fra mille, che lei era proprio una ragazza fortunata, e così via, ma non le narrava nessun particolare.
– E se non mi volessero? – chiedeva sgomenta la Barberina.
– La prenderanno, stia sicura. Raccomandata da me la prenderanno di certo. E poi, non le par di avere un visino che si raccomanda da sé? – La Barberina arrossiva per quel fare un po’ sfacciato della vecchia; ma pensava che le parlasse a quel modo per farle coraggio, e sentiva d’essergliene grata.
Dopo un quarto d’ora di cammino, la donna si fermò dinanzi ad una vecchia casa con una porticina bassa e stretta che metteva ad una scala mezza rovinata, ripida e sudicia. Fece passare avanti la Barberina e salì dietro a lei sino al primo piano. Si fermò sul pianerottolo e mise il capo fuori di una finestra dinanzi alla quale passava una ringhiera che faceva il giro di tutto il cortile della casa. Era un cortile stretto e buio. La casa era altissima, e visto dalle ultime ringhiere quel cortile doveva rassomigliare al fondo di un pozzo. Vasi di fiori, cocci ripieni di terra nella quale crescevano delle pianticelle scolorite e cadenti, cenci d’ogni dimensione e colore empivano tutte quelle ringhiere dalle quali sgocciolava sempre, ora dai cenci lavati, ora dalla terra umida dei fiori, qualche rigagnolo di acqua torbida e sudicia, la quale, cadendo nel cortile, lo manteneva umido e fangoso, quasicché ci piovesse sempre.
La vecchia guardò a destra sulla ringhiera; poi, con voce imperiosa, diversa assai da quella con la quale aveva parlato sinora alla Barberina, chiamò più volte:
– Giustina, eh Giustina! Dove sei, fannullona?
Pochi istanti dopo, uno degli usci che mettevano al pianerottolo della scala s’aprì, e una bambinetta di forse tredici o quattordici anni si presentò alla vecchia.
– Ero in cucina, – disse con fare d’umiltà bugiarda, – e non ho potuto sentire…
– Al solito; è sempre così… ma una volta o l’altra, – la bambina indietreggiò spaventata, e la donna a quell’atto si trattenne e s’accontentò di fulminarla con uno sguardo, dicendo poi: – Lesta, richiudi l’uscio e apparecchia per due.
Barberina seguì timidamente la vecchia, entrando con essa in una camera piuttosto grande, ingombra di roba, nella quale si trovavano accumulati gli oggetti più diversi che si potesse immaginare. Abiti da ballo sciupati e scoloriti, vesti da estate, manicotti e pellicce, servizi da thè e da caffè scompagnati o rotti, bocce e boccettine d’ogni dimensione contenenti liquidi d’ogni colore, che non si sapeva se dovessero servire per la toeletta, per la farmacia o per la tavola; ventagli, nastri, cappelli; insomma era un vero emporio di roba e dei più svariati.
– Faccio la rivenditora, – disse la vecchia per spiegare alla Barberina, che se ne mostrava maravigliata, il disordine di quella camera. – Ma sono tempi questi nei quali non si guadagna niente. L’è un affar serio, ragazzina mia, l’esser vecchia come me, non trovar lavoro e non aver nessuno che mi dia un soldo, – e la vecchia intonò una lunga litania di miserie che la Barberina ascoltava con attenzione. – Ma non stia lì in piedi a quel modo, poverina; dev’essere stanca, si metta su questo canapè, – e le fece posto levando un abito rosa cosparso di stelle d’argento e un vecchio scialle tarlato, di lana rossa. – Riposi, carina, riposi. Ora mangeremo un boccone e la si ristorerà. È il pane del povero che divideremo; ma lo mangeremo di buon cuore, bambina mia, e poi… – ammiccò coll’occhio e fece una delle sue brutte risatine maliziose e sfacciate.
Intanto la Giustina stendeva un tovagliolo sopra una parte della tavola, lasciando l’altra ingombra di roba com’era prima, e portava piatti, bicchieri, pane e vino; poi aprì un armadio e ne trasse del salame, dei citrioli, l’oliera e un pezzo di cacio; e mentre faceva tutto questo, sbirciava continuamente la Barberina, guardandola con una cert’aria maligna e invidiosa, come sapesse di tante cose che gli altri non sapevano. Era una brutta bambina; zoppicava un poco, era magra e sparuta come fosse malata, con degli occhiacci arditi, eppure nello stesso tempo stanchi e sofferenti, e certe labbra gonfie e rosse che rivelavano in lei un tipo malsano e scrofoloso.
Della bambina non aveva che la statura e le forme; il viso e il tratto erano di donna. Le si leggeva nel volto il desiderio del vizio, l’abitudine del soffrire, il bisogno fisico e morale di viver male, e nello stesso tempo un’insofferenza, un’ira nascosta per il dolore e le privazioni che portava seco il vivere in tutta quella miseria del corpo e della mente, miseria che l’avvolgeva e la soffocava ancor prima che avesse finito di crescere.
Alla Barberina, che non poteva capire tutto questo, ripugnava il guardare quella bambina, eppure nello stesso tempo ne provava compassione, specialmente pel modo duro col quale la trattava la vecchia. Ma quella donna doveva essere una gran buona donna se l’aveva raccolta senza chieder neppur chi fosse, soltanto perché l’aveva vista piangere e perché le avevano detto che era infelice! Doveva avere un gran buon cuore e doveva pur meritare che le si volesse bene.
La Barberina si mise a tavola accanto alla vecchia e, lasciandosi confortare dalle parole insinuanti e autorevoli di essa, tutta consolata da quella ospitalità cordiale, si mise a mangiare con l’appetito della sua età.
La vecchia la guardava con aria di compiacenza.
– La mi pare un’altra, adesso, – diceva. – Guardi, che bel colore ha rifatto, che belle guancie rosse, che begli occhietti vivaci!
La bambina che serviva a tavola guardava sempre la Barberina con invidia.
S’avrebbe potuto prenderla per una sua sorella minore, sciancata e invidiosa, che la vedesse pronta e attillata per andare a nozze.
– Si ricorderà di me, eh? – continuava a dire la vecchia, mentre inzuppava pane in un bicchiere di vino. – Si ricorderà di una povera vecchia miserabile, che non ha quasi da sfamarsi, eh? Se ne ricorderà con un po’ di riconoscenza, anche quando avrà trovato un buon posto?
– Pregherò Iddio ogni giorno per lei, – replicò la Barberina tutta commossa, e pensò vergognosa e confusa che non aveva nulla da darle, neppure quanto bastasse a pagarle la colazione di quella mattina.
La vecchia guardò l’involto che la Barberina aveva messo umilmente in terra, accanto ad una seggiola; lo guardò tanto che la ragazza se ne accorse, ma la donna non disse nulla e non fu che alzandosi da tavola che riprese a parlare:
– Finisca pure di far colazione, bambina mia, quello che ho è suo, prenda ciò che le fa bisogno senza complimenti. Io vado intanto, per sapere se la posso presentare oggi stesso in quella casa che le dissi. A quest’ora la signora c’è di certo. Resti qui adesso, e se vuol mettersi su quel canapè e dormire una mezz’ora finché io torni, lo faccia pure, così sarà ristorata del tutto e potremo sbrigare poi le nostre faccende.
La Barberina ringraziò ancora mille volte, e la vecchia se ne andò raccomandandole di mangiare, di dormire e di fare come se fosse a casa sua; poi, chiamata la Giustina, si fece da essa accompagnare sulle scale e là le parlò lungamente a voce bassa.
Intanto la Barberina si alzava da tavola, e con animo commosso e riconoscente si mise a sedere sul canapè, si appoggiò ad un vecchio guanciale di pelle che le parve soffice come fosse di piuma, e, senza volerlo, vinta dalla stanchezza, seguì il consiglio della donna e si addormentò profondamente.
Mentre ella dormiva, la Giustina entrò parecchie volte nella camera, camminando in punta di piedi e guardandola sempre, e mentre la guardava le faceva certe smorfiacce maligne e invereconde, che davano al viso di quella bambina un aspetto fantasticamente diabolico, quasi non fosse una creatura umana e viva, ma un’apparizione stravagante e soprannaturale.
Ma la Barberina non si svegliò se non quando la vecchia, dopo averla scossa e chiamata più volte, le disse forte:
– Su via, bella ragazza, non c’è tempo da perdere, è tardi. Avete dormito un pezzo e la signora vi aspetta.
Barberina si fregò gli occhi, si rialzò, e passando più volte le mani sul viso, come per togliersi a quel modo più presto di dosso la grave sonnolenza che provava, si rammentò confusamente di quel che le era seguito nella mattina. Ebbe un momento di paura nel rammentarsene, ma la presenza della vecchia la rincorò.
Si alzò sorridente, la ringraziò di nuovo, e seguì docilmente i consigli della donna, la quale volle che la si ripettinasse, che si lavasse, che rimettesse con garbo il fazzolettino che portava intorno al collo.
– È una signora che ci guarda a queste cose, – disse; e poi, vedendo che la Barberina prendeva l’involto dei suoi panni, le domandò: – Vuol portarsi dietro quella roba? La lasci a me; sono una povera vecchia e per me tutto è buono, ma una bella ragazza come lei non può più portare quei cenci, che le hanno servito perfino all’ospedale. La signora le passa tutto il vestiario.
Alla Barberina non parve vero di sdebitarsi un poco verso quella donna, che si era meritata da lei tanta riconoscenza; un po’ confusa e arrossendo di non poterle dare di più, le offrì senz’altro tutto il suo involtino, dicendo:
– Le sarò grata se vorrà accettarlo. – E la vecchia lo prese, dicendole che era una brava ragazza, che aveva proprio un cuor d’oro, e con queste parole s’avviò per escire, seguìta dalla Barberina.
Chi avesse visto in quel momento il viso della Giustina, che spiava dietro un uscio per vedere e sentire ciò che faceva e diceva la sua vecchia padrona, chi l’avesse vista poi, correre alla finestra per seguirle con gli occhi anche in istrada, e vedere da che parte s’avviavano, non avrebbe potuto fare a meno di chiedere a quella ragazzaccia, il motivo della triste gioia che le balenava nel volto sfacciato e maligno, mentre, facendo le corna alla vecchia e alla Barberina, rideva sgangheratamente.