Emma – Una fra tante – Cap. VIII

La casa alla quale erano dirette le due donne non distava molto da quella della vecchia. Era situata anch’essa in una via stretta e buia, nella quale regnava una grande tranquillità e un gran silenzio. Le carrozze vi passavano di rado, v’erano poche botteghe, quasi tutte povere e mal fornite, e sebbene quella via fosse situata quasi nel centro della città, pure era così poco frequentata, come fosse posta nella parte più remota di essa.
Quando Barberina entrò nella porta di quella casa, fu maravigliata di trovarsi di faccia ad una bella scala con tappeti, con imbottiture di velluto alle ringhiere di ferro, con eleganti candelabri ornati da gran palle di vetro fine, lavorate e scannellate.
Quel lusso l’intimidì, e nel mettere la grossa suola delle sue scarpe su quel bel tappeto a fiori, le pareva d’insudiciarlo, e salì tutta confusa e sgomenta, pensando che se anche il quartiere dei suoi futuri padroni era tanto di lusso, non si sarebbero mai potuti accontentare del servizio d’una povera ragazza, com’era lei.
A destra, al primo piano v’era una bella porta con vetrata in colori, mentre dall’altra parte, proprio dirimpetto, era una porticina semplice e chiusa come se non vi stesse nessuno; ma la vecchia si fermò subito precisamente davanti a quella, come conoscesse da un pezzo la casa, e tirando la cordicella di un campanello mezzo nascosta dietro al telaio della porta, disse alla Barberina:
– Eccoci!
La porta s’aprì poco dopo e una donna di mezz’età salutò familiarmente la vecchia, dicendole che la padrona l’aspettava, e aggiungendo:
– Passate, passate, essa v’aspetta nel salottino dei conti. – Le fece entrare.
La Barberina si trovò in un andito pressoché buio, lungo lungo, e seguì la vecchia quasi a tastoni.
Il cuore le batteva forte forte.
Doveva vedere una nuova padrona e presentarlese per la prima volta; e la poverina tutta sgomenta, pensava che certamente non sarebbe piaciuta, che era troppo rozza e ignorante per servire una signora che abitava in una casa tanto bella, che la sua timidità e la sua inesperienza sarebbero apparse in ogni sua parola, e tremava di non essere ben accolta.
La signora, alla quale la Barberina fu presentata quasi subito, era ancora una bella donna di forse quarant’anni. Vestiva con eleganza ed alla povera ragazza parve superba e severa.
La signora, dopoché la vecchia le ebbe parlato, guardò la Barberina da capo a piedi con una cert’aria sprezzante e sfacciata ad un tempo, che rammentò alla poveretta il modo di guardare de’ compratori di pecore e di vitelli, quando venivano su nei suoi monti per fare degli acquisti.
Era uno sguardo duro e fisso che le metteva paura.
– Va bene, – disse con tono freddo e indifferente la signora, mentre la fissava sempre; – va bene, se volete, potete restare…
Barberina, vincendo la sua timidità, volle ringraziarla, ma la signora l’interruppe con un sorriso freddo e ironico.
– Basta, basta. Andate su, non ho tempo da perdere; questa donna vi indicherà la vostra camera e vi porterà un vestito e della roba; non potete restare qui con gli abiti che avete addosso.
La ragazza, confusa, non sapeva come esprimerle la sua riconoscenza, e le disse che la mettessero pur subito a lavorare, che avrebbe incominciato volentieri il suo servizio, perché si sentiva bene e non aveva bisogno di riposare.
– Saprete poi quello che dovrete fare, – rispose la signora, con quella sua solita aria di sprezzo; – per oggi non ho bisogno di voi. Andate.
Barberina non ardì rispondere, fece un inchino, salutò con uno sguardo e un sorriso affettuoso la vecchia, la quale, desiderando forse di restar sola con la signora, le fece cenno di seguire una persona di servizio che l’aspettava sull’uscio.
– Mettila nella camera rossa, al secondo piano, – disse la signora alla fantesca, mentre questa stava per escire, seguìta dalla Barberina.
La donna, senza aprir bocca, fece camminare un pezzo la Barberina per degli anditi, le fece salire delle scale, e finalmente, dopo essere andata a cercare una chiave, si fermò davanti ad un uscio, l’aprì e la fece entrare in una bella camera, ariosa, pulita, nella quale era un bel letto parato.
– Questa è la mia camera? – esclamò la Barberina. – Una così bella camera per me?
– Sì, – rispose laconicamente la donna, – questa camera è la sua: – e fece una mossa per andar via.
– Ma che cosa debbo fare? – domandò la Barberina maravigliata. – Dov’è la cucina, dove debbo andare per fare il mio servizio?
– Per ora stia qui, – rispose ancora la fantesca.
– Mi manderanno qui il lavoro? dovrò forse cucire di bianco? Oh, mi insegni un poco lei, quello che devo fare! Vorrei proprio farlo per bene il mio dovere e accontentare la signora.
– Per ora non ci pensi: – replicò l’altra imperiosamente. – La signora vuole che la stia qui; obbedisca senza chieder tanto; vedrà che se ne troverà contenta: – e andò via, lasciando la Barberina più maravigliata di prima.
La mobiglia della camera era piuttosto bella, e la povera ragazza stette un pezzo prima di risolversi a mettersi a sedere sopra una di quelle belle seggiole ricoperte di una stoffa in lana rossa, simile a quella che aveva ammirata tante volte nel salotto dei suoi antichi padroni.
Passò del tempo prima che venissero a chiamarla o a portarle la roba promessale dalla signora.
Che gran signora doveva essere, pensava fra sé la Barberina, se le regalava subito, appena entrata in casa sua, e se voleva che le sue persone di servizio fossero tutte ben vestite!
Le finestre della camera erano aperte, ma le gelosie chiuse sino a metà altezza della finestra non lasciavano penetrare nella camera senonché la luce che veniva dall’alto.
Barberina, stanca di starsene oziosa ad aspettare, s’avvicinò alla finestra e volle aprire le gelosie.
Ma erano chiuse e assicurate in modo che non le riescì di aprirle.
Guardò allora traverso le piccole sbarre di legno e vide un giardinetto chiuso fra delle case e delle mura, umido e malinconico, senza che in esso crescesse neppure un fiore; delle donne litigavano in un cortile vicino, e le loro voci stridule, e le parole ingiuriose e sconce che profferivano, arrivavano chiare e distinte agli orecchi della Barberina, quasi fossero vicine a lei o nella stessa camera.
La ragazza si allontanò dalla finestra.
Le metteva malinconia il guardare in quel giardino buio e desolato, e anche le voci di quelle donne le mettevano una certa paura addosso, come se quelle ingiurie oscene fossero dirette a lei.
Finalmente la fantesca di prima ricomparve, portando sul braccio della roba.
– Ecco quello che le manda la padrona per rivestirla; il resto l’avrà poi. Badi che questa roba gliela consegno io, che è sua, e che non voglio poi delle storie, e che s’abbia a dire che non l’ha avuta o che io non gliel’ho data.
Barberina, un po’ offesa e un po’ sgomenta dal tono imperioso della fantesca, e dai sospetti che manifestava, ringraziò timidamente, dicendo che sarebbe sempre stata grata alla signora della sua bontà; ma la donna tagliò corto a questi discorsi, dicendo che la stesse attenta alla roba che le consegnava; e le presentò un bel vestito di lana leggera, in colori chiari, e fatto come quelli delle signore; le dette della bella biancheria e le fece provare due o tre paia di scarpe, perché scegliesse quel paio che le stava meglio.
Le intimò di vestirsi e ripulirsi, perché la signora di gente mal vestita in casa sua non ne voleva, e siccome la ragazza chiedeva sempre quali erano i servizi che doveva fare e perché non la mettevano al lavoro, la donna le disse che bisognava che prima la si rivestisse.
– La roba sua la metta tutta insieme, ne faccia un involto e lo dia a me; la sua roba la riporremo, e quando lei andasse via di qui, le sarà tutta riconsegnata.
La Barberina non ci capiva proprio niente a questi discorsi, ma il fare autorevole, quasi prepotente della donna l’intimidiva troppo, perché ardisse di interrogarla o di opporsi alla sua volontà.
– Debbo vestirmi subito? – domandò tutta confusa la ragazza.
– Ma sicuro; sono qui per questo e aspetto di ricevere la sua roba.
La Barberina guardava e toccava con maraviglia il bel vestito che doveva indossare. Non ne aveva mai portati di così belli, né in colori tanto chiari. Le faceva piacere di mettersi addosso quella bella stoffa, eppure provava una ripugnanza nascosta e dolorosa all’idea di dover svestire il modesto abitino di tela che le aveva comprato la sua buona signora di prima.
Era un abitino scuro, e la sua signora le aveva sempre detto che una ragazzina nel suo stato non doveva mettersi certi abiti di colori chiassosi o fatti alla moda, come quelli delle signore. La sua prima padrona le aveva dato più volte dei buoni consigli, le aveva parlato dei pericoli che minacciano le giovanette abbandonate, le imprudenti e leggere; ed ora, improvvisamente, quei consigli si affacciavano alla sua memoria, e le pareva di udire in sé una voce che le gridasse di non levare il suo povero abitino e di non mettere quella bella veste.
E a misura che così pensava e che sentiva nascere in sé le incertezze del timore, svaniva in lei tutto il piacere di mettersi quella bella biancheria, di provarsi quel bel vestito.
La donna incominciava a dare segni manifesti d’impazienza.
– Insomma, – disse finalmente, – a che fine volta e rivolta ogni cosa fra le mani? Sono qui ad aspettare e non ho tempo da perdere.
– Ma è proprio necessario… – azzardò timidamente la Barberina, – che io mi metta oggi questa veste?
– Ma sicuro eh! Vorrebbe forse starsene a quel modo? La signora l’ha ordinato e mi pare che la dovrebbe essere contenta. In confronto di… – ma qui la Barberina l’interruppe vivamente.
– Ma perché questo vestito è più bello del suo? Non è lei una persona di servizio come me e più di me, – aggiunse umilmente, perché il fare di prepotenza di quella donna l’intimidiva assai.
– Non faccia tante storie: – rispose l’altra con impazienza. – Lo capirà fra poco il perché, e se vuole, anderà a chiederlo alla padrona. Il mio è un servizio diverso dal suo, – e fece una smorfia ironica e sfacciata. – Su via bambina, spicciamoci, alla padrona le chiacchiere non piacciono, e se non vuol essere mandata via…
– Mandata via! – Barberina ripensò con terrore alla strada, alla gente che non conosceva, all’abbandono pel quale aveva tanto sofferto in quella stessa mattina, e ringraziò Dio d’averle fatto trovare un asilo, un padrone e una casa ove ricoverarsi.
Non fece più obbiezioni; e ritraendosi vergognosa e timida in un canto per non farsi vedere da quella donna, che senza nessun riguardo se ne stava in mezzo alla camera osservandola sfacciatamente, si spogliò e si rivestì.
– Siete un bel pezzo di ragazza; – disse la donna, e aggiunse qualche altra osservazione che fece diventare la Barberina rossa rossa come un galletto.
Se la sua padrona di prima avesse sentito! pensò fra sé la Barberina, chi sa che cosa avrebbe detto! Doveva pure essere una gran sfacciata la servente!
– Si guardi nella spera ora, – disse costei, contando la roba che la Barberina s’era levata e facendone un involto.
– Oh non s’incomodi, – esclamò la ragazza confusa, vedendo che l’altra raccoglieva i suoi abiti caduti a terra, – tocca a me a servire gli altri.
– Eh! eh! con quel visino! – rispose ironicamente la donna. – Ma la si guardi dunque nella spera.
La Barberina obbedì, e quasi quasi non si riconobbe. La ragazza che vedeva nello specchio le parve un’altra; si vide più grande, più snella, ma non per questo le parve che il suo aspetto avesse migliorato; quell’aria da signorina della quale andava debitrice all’abbigliamento elegante che portava, le sembrò una maschera bugiarda, e si vergognò profondamente nel vedersi vestita a quel modo, come se avesse voluto con quel lusso rinnegare se stessa, i suoi parenti, le persone che amava di più.
– Come mai, – disse allora alla fantesca, – potrò lavorare e far le faccende con questo bell’abito? È proprio sicura che la signora intenda che io lo metta nei giorni di lavoro?
– Se glielo manda vuol dire che desidera che se lo metta, – e la donna con le vecchie vesti della Barberina sotto al braccio stava per andarsene.
– Ma… e i miei vestiti? – domandò timidamente la ragazza.
– Li ripongo in un luogo sicuro e li potrà riavere quando vuole, – replicò subito l’altra.
– Sì… grazie… – rispose un po’ confusa la Barberina, perché, a dire il vero… non vorrei per tutto al mondo escire di casa vestita così.
– Perché? – domandò maravigliata la donna, fermandosi sull’uscio.
– Avrei troppa paura d’esser presa per una… via… m’intende… una ragazza poco per bene.
La donna la fissò un momento con certi occhi furbi e curiosi, nei quali si leggeva una grande maraviglia e uno scherno grossolano e volgare, come di chi ride di un’oscenità o di un dolore.
– Una ragazza per bene! – esclamò con una smorfia da monello, che contrasse il suo viso di cinquant’anni in un modo veramente buffo. – Per bene! – ripeté, e dette in uno scoppio di risa chiudendo l’uscio dietro a sé.
Barberina la sentì ridere ancora nell’andito, finché a poco a poco quella sghignazzata o finì o si perdette nella lontananza.
Ma perché rideva quella donna? Di che cosa?
Barberina si rimise a sedere sopra una seggiola; si sentiva debole e stanca. La malattia patita e della quale non era ancora interamente ristabilita, le commozioni di quella mattina, lo spavento e il dolore, l’avevano scossa assai più di quanto ella potesse rendersi conto in quel momento.
Stette un pezzo a sedere guardando sempre la sua camera; ne osservava tutti i particolari con una curiosità inquieta; senza saperne il perché, le dispiaceva che quella camera fosse così bella; non ci si sentiva tranquilla, non le pareva potesse mai essere veramente la sua. Alzando gli occhi per guardare gli affreschi del soffitto, e volgendosi un poco verso la finestra, s’accorse che la sua immagine si rifletteva anche di lì nella spera.
Quella ragazza seduta nel mezzo della camera con quell’abito chiaro addosso le fece quasi paura.
Le s’affacciarono a un tratto alla mente mille incertezze e mille paure. La fanciulla ben vestita che vedeva nello specchio, raccontava alla povera Barberina delle tristi istorie, piene di dubbi e di sgomenti. Istorie vaghe, indefinite.
Alla Barberina, dal luogo nel quale sedeva, non riesciva di vedere di sé nello specchio se non altro che la persona. Le sue mani, sbiancate dalla malattia, poggiavano sul bel vestito e le sembravano quelle di un’altra, di una vera signorina; e nel fondo, dietro quel riflesso, il letto parato e una poltrona imbottita e coperta di stoffa rossa accrescevano l’illusione che provava dell’essere sotto il fascino di un sogno e di non vedere in quella spera l’immagine di se stessa.
Ma di tempo in tempo la ragazza chinava un poco il capo, e allora rientrando tutta nel campo dello specchio, ci vedeva il proprio viso e si guardava attonita e impaurita. Allora la signorina e la giovanetta tornavano ad essere una cosa sola, e la Barberina provava uno spavento indefinibile di quelle due che erano pure una sola, e lo dovevano essere, eppure erano tanto dissimili fra loro. E per acquietarsi Barberina rialzava il capo, e così uscendo di nuovo dal campo dello specchio non ci vedeva più il proprio viso.
Barberina aveva dei brutti sospetti. Era ignorante, ma pur sapeva vagamente di molte cose che il popolo non tiene occulte alle giovanette, o le nasconde così male, che il vero si rivela a loro sempre più o meno esattamente.
E certe cose che la Barberina sapeva a metà, delle quali aveva sentito discorrere o in mercato, o dai bottegai, o nell’ospedale, afferrate così a mezz’aria, a sbalzi, ora dette con parole volgari e oscene, ora sussurrate, fra una mossa di scherno e un sorriso di compiacenza, tutte cose brutte e tristi, le tornavano alla mente, popolando di mille sospetti quella camera, riflettendosi nello specchio accanto a quella signorina della quale non vedeva il viso e non sapeva la storia.
– Dio buono, a che cosa penso! – diceva fra sé la ragazza, e la sua ignoranza l’aiutava nel disperdere quei dubbii i quali per effetto di quella stessa ignoranza le si affacciavano indefiniti e imperfetti.
Erano passate alcune ore dacché ella si trovava lì sola ad aspettare che la chiamassero e che le dessero qualcosa da fare, quando udì il suono di una campana e quasi subito dopo delle voci, delle risa, dei passi nell’andito e per le scale.
Parecchie persone camminavano con passo affrettato nell’andito al quale metteva l’uscio della sua camera; passavano correndo, saltellando; e dal fruscìo delle vesti e dalle voci, Barberina indovinò che erano donne. Donne che ruzzavano e saltavano come bambine, ma che ciarlavano e ridevano con delle intonazioni di voce, rauche e stanche, quasi da vecchie.
Chi era tutta quella gente che passava davanti all’uscio della sua camera? Dove andava? Era dunque tanto numerosa la famiglia della padrona?
Mentre la Barberina ascoltava ancora quel chiasso che incominciava già ad allontanarsi, la donna di servizio si affacciò all’uscio.
– Eh, eh ragazzina! – disse imperiosamente. – Ha sentito la campana del desinare? Son già tutte a pranzo; si spicci.
– Debbo andare a servire a tavola? – chiese la Barberina alzandosi subito da sedere.
– Che servire a tavola! – replicò la donna con un’alzata di spalle. – Venga via. Il servizio della tavola lo faccio io.
– Lei! – esclamò la ragazza. – Lei… ma i padroni chi…?
– Venga via e non faccia tante chiacchiere. Non voglio toccare una gridata dalla padrona, che dirà poi che me ne sto qui a fare dei complotti con lei, in danno della casa. Vedrà da sé, – fece con aria di maligna soddisfazione. – Ora venga.
La Barberina intimidita e incerta la seguì per l’andito.
Era un corridoio lungo e oscuro. Di tempo in tempo un uscio s’apriva nel fondo e con un’ondata di luce ne esciva uno stridulo e confuso bisbiglio di voci che s’univa al rumore dei piatti, dei bicchieri e delle forchette.
– Quanta gente! – disse piano la Barberina, sgomenta per tutto quel chiasso e tutte quelle voci. – Che debbo pranzare con tutta quella gente io? – Ma la porta si riaprì di nuovo in quel momento, e coprì la voce bassa della Barberina, cosicché la donna o non l’intese o poté fingere di non averla intesa.
Quando l’uscio si richiuse di nuovo, la ragazza, più inquieta di prima, sia per alcune parole udite di volo, sia per quello che aveva visto là dentro, si fé più vicina alla donna, le toccò il braccio lievemente con la mano e disse:
– Ma son tutte persone di servizio?
– Ha gli occhi per vedere e gli orecchi per sentire, faccia ancora quattro passi e lo saprà, – rispose la donna con un’impazienza che rivelava più inquietudine che dispetto. La fantesca camminò rapidamente, quasi volesse sfuggire così alle insistenti e paurose interrogazioni della ragazza; aprì presto presto l’uscio di fondo, dinanzi al quale erano giunte finalmente, e spingendo avanti la Barberina disse:
– Entri, lesta. Il suo posto è là, accanto a quella bionda con la rosa in capo, – e detto questo le voltò le spalle, richiuse l’uscio e tornò subito via.
La Barberina guardava trasognata la camera nella quale era entrata, la tavola apparecchiata e le donne che sedevano a pranzo.
Tutte si voltarono e la guardarono.
Vi fu un momento di silenzio. L’atteggiamento modesto e vergognoso della giovanetta, contrastava singolarmente con quello delle altre.
– Una nuova! – disse forte una di loro.
– Venga, venga, – fecero tutte in coro, vedendo come la fanciulla, confusa e sgomenta, se ne stava ritta e immobile a guardarle senza ardire di muovere un passo. – Venga… qui vicino a me, – gridava una. – No, accanto a me. – Qui, – urlava un’altra.
Era una cordialità selvaggia; una cordialità mista ad un desiderio maligno di far fare ad un’altra ciò che facevano loro, di metterla al medesimo livello. Quell’istinto d’assorbire, d’assimilarsi e d’affratellarsi che nasce sempre negli animi traviati, nei colpevoli e nei tristi. Il bisogno di crescere di numero e di formare una maggioranza; di sostituire alla qualità la quantità.
Istinto d’assorbimento morale, istinto potente, che possediamo tutti; legge d’attrazione intorno alla quale gravita tutto il mondo intellettuale, che ora chiamasi proselitismo, ora fanatismo, ora corruzione, e ora, quando sia forte e s’incarni gagliardamente in uno solo, chiamasi anche despotismo.
Difesa dei buoni e difesa dei tristi. Possente talvolta in uno solo, quanto in centomila; instabile come le vicende e la vita umana, ma vigoroso e inflessibile come un fatto naturale che ancora s’affanna e lotta per entrare nell’eterna armonia; che assorbe e divora, sperando di essere assorbito, e crea il disordine per un insciente, oscuro e istintivo bisogno dell’ordine.
La Barberina, vergognandosi dello stare lì ritta e immobile sull’uscio, vergognandosi pure altrettanto d’andare a mettersi a sedere a quella tavola, non sapeva più che cosa fare; arrossiva, guardava in terra, e di tempo in tempo si volgeva un poco verso l’uscio, e pareva che allora la cogliesse un selvaggio e imperioso desiderio di correr via e di fuggire da quella stanza.
Ma la timidità e la paura della Barberina non fecero che accrescere l’ardire delle altre, e il desiderio che esse provavano di farla sedere alla loro tavola e di farle vincere quella vergogna e quella paura.
Fecero tanto, che la Barberina non s’azzardò più di rifiutare i loro inviti e di mettersi a sedere.
Le offrirono del vino, le offrirono da mangiare, ma la Barberina si sentiva la gola stretta da una paura indefinibile, da un sospetto spaventoso.
Stette lì a sedere in mezzo a loro, senza bere, senza mangiare, senza aprir bocca; appena appena azzardava di muoversi sulla seggiola.
Era rossa rossa, vergognosa, e non sapendo ancora se aveva ragione di vergognarsi; confusa perché sospettava, e più che sgomenta, quando il sospetto cresceva e dominava le speranze della sua ignoranza.
Le donne fra le quali sedeva erano quasi tutte belle.
Alcune giovanissime, non avevano che il pregio della gioventù, altre meno giovani serbavano orgogliose e procaci le traccie di una grande bellezza.
Avevano gli sguardi, le mosse, le parole provocanti e sfacciate, senza che quell’arditezza le facesse anche solo momentaneamente parer franche e sincere. Erano sfacciate senza ritegno, con quella sfrontatezza che cerca di imitare ed esagerare la virtù della sincerità per farne un vizio. Vizio ormai consacrato dal tempo e divenuto pel volgo potenza più grande e lodata che non la sincerità stessa.
Guardando quelle donne, s’avrebbe potuto credere che nel loro passato fosse avvenuto qualche fatto spaventoso, del quale il loro animo serbava tuttora la malefica impronta; s’avrebbe potuto pensare che fossero state tutte colpite in altri tempi da qualche crudele ingiustizia o che qualche oscuro delitto, commesso sotto ai loro occhi, avesse lasciato nella loro memoria un terrore incancellabile, terrore che, trasformandosi a poco a poco, ribellandosi contro se stesso, fosse poi diventato col tempo una viltà sghignazzante, una servile apologia di quella stessa cosa ignota e brutta, che le aveva intristite e contaminate per sempre.
Alcune parevano ancora bambine.
La maschera della sfacciataggine, vecchia come il mondo, usata e logora pei milioni di visi che se la sono sentita viva e mordente sulla pelle, lasciava intravedere ancora qua e là, come raggi di luce perduti nel buio, dei sorrisi ingenui, degli sguardi ancora mestamente dolci: e quegli sguardi e quei sorrisi sembravano un’ultima e tacita invocazione dell’innocenza, che moriva inavvertita e spregiata.
Barberina guardava quelle donne con uno stupore intraducibile.
Indossavano tutte delle belle vesti, avevano acconciature stravaganti con fiori fra i capelli arruffati e mezzi disciolti; portavano vesti di colori vistosi e svariati, colori che stonavano fra di loro e le facevano rassomigliare ad un branco di gente mascherata. Ne avevano le mosse, le risa e il contegno.
Quegli abiti avevano tutta l’aria di cosa presa a prestito per una serata o per una notte.
Si sentiva lì dentro, in mezzo a quella comitiva giovane e spensierata, l’impronta che portano seco tutte le cose che non sono destinate a durare, un che d’incerto e di precario.
Pareva che abiti e donne dovessero durare soltanto una notte, fossero destinati a finir presto; che tutto quello che si vedeva fosse commedia e finzione, l’abito e l’essere vivente che lo portava.
Era una delle maggiori e più ripugnanti miserie della società, quella che chiacchierava e rideva in quell’ora, eccitata e nervosa, intorno alla tavola ove sedeva la Barberina.
Era una miseria avida di vivere, pigra e oziosa, eppur sempre trafelata e ansante, che non ha tempo da perdere, eppure non lavora mai; e che nella furia di vivere spende tutte le sue forze. Miseria che ha paura e che vende la sua paura; miseria che soffre di febbre e vende le sue febbri; miseria che è sfacciata e vende la sua sfacciataggine; miseria che talvolta sa fingere vergogna per vendere anche quella. E in quella furia di dare per vivere, di farsi a brani per dividersi e suddividersi e darsi a tutti, in quel molteplice suicidio morale che la società compra a caro prezzo, si consuma con rapidità vertiginosa tutta quella misera gioventù. Ma la sciagura non finisce mai. In quelle vecchie vesti entrano, sempre vive e belle, nuove bambine e nuove donne.
La società ne ha bisogno, le vuole.
Sono vittime che la civiltà richiede. La loro bellezza e la loro gioventù sono una garanzia di ordine e di tranquillità.
La società soffre di un male incurabile, e ha cercato in esse il suo rimedio.
Chi non ricorda quella strana cronaca parigina del tempo della Reggenza, che narra come un principe asiatico, tormentato da piaghe crudeli, non trovasse refrigerio senonché nei bagni caldi di sangue umano, e non ripugnasse dal farne, sino al giorno nel quale, risaputosi il fatto, dové fuggire l’indignazione generale!
Non v’ha un che di simile in questa necessità del mondo civile, di chiedere delle creature vive e belle per dare ad esse, coi suoi morbi fisici, il suo cinismo morale; in questa necessità di tuffare nella giovinezza e nell’innocenza altrui le proprie laide follie dei sensi, gl’istinti bestiali, e così purgandone se stessi avvelenare altri?
E questo veleno darlo a bambine, a fanciulle che ancora non sanno niente; e soffocare l’innocente ignoranza, nella ributtante esperienza del vizio, e dare un prezzo a quel fatto, e pagarlo, e misurare il valore della vergogna propria, data così a un’altra, troppo debole o povera per rifiutarla, e poi, infine, per concedere all’abuso una forma onesta, legalizzare e ordinare tutto ciò, e farne una istituzione civile!
Civile! Una istituzione che cresce e prospera con noi e intorno a noi, che ha i suoi uffici, i suoi impiegati, i suoi dipendenti; che riconosce la posizione sociale di una donna specialmente incaricata di incoraggiare, persuadere, accalappiare le giovanette povere, le bambine abbandonate; che riconosce volentieri anche quella di un’altra che accoglie in una casa quelle stesse fanciulle, e le inizia al vizio, ve le obbliga, e istorce danaro dalla loro abbiezione e dalle loro sofferenze.
Tutto ciò è legalmente organizzato, e cammina come un orologio; cammina così bene, che le giovani ben educate, le spose pudiche o non lo sanno o non se ne accorgono; e quell’istituzione fiorisce accanto alle famiglie, agli educandati, alle scuole pubbliche, quasi inavvertita da esse. E quella grande vergogna scorre nascosta nell’ombra, e porta via ogni giorno, ogni ora, una somma uguale di cose buone e di cose cattive, e lascia nel fondo dolenti e ammorbate delle creature umane sepolte vive in quel fango.
Sarebbero state buone e generose, sarebbero state madri devote, avrebbero amato, avrebbero vissuto anch’esse di una vita morale e intellettuale, sana e vigorosa, se la società l’avesse voluto; se nell’animo loro non avessero dovuto far posto al vizio, laddove avrebbe prosperato il bene; se non avessero dovuto darsi tutte, col pensiero, coll’intenzione, col corpo e con la mente, alle cose abbiette; se non avessero dovuto far posto incessantemente, nelle più recondite parti del sentimento e dell’intelletto, per ricevervi, ricevervi sempre, tutto il male altrui e diventare una macchina vivente che assorbe veleno e che vive del prezzo di quel veleno che l’uccide.
È un cambio mostruoso.
È quasi sempre l’innocenza e l’ignoranza che invece di salvarla, espongono la fanciulla a maggior rischio. Sono esse che la traggono in quella sepoltura di viventi, che legalmente ha ben altro nome; è quasi sempre prima che la giovanetta abbia incominciato ad avere coscienza di sé e dei propri diritti, che li perde tutti e muore alla vita civile.
La legge sorprende volentieri i primi errori della ragazza inesperta, e cangiando ipocritamente quello che era colpa prima, in uno stato riconosciuto e sanzionato da essa poi, la obbliga a legalizzare e perpetuare quegli stessi errori, e a racchiudere irrevocabilmente tutta la sua esistenza nella cerchia di quelle stesse colpe.
Le impone, come punizione del fallo, la recidiva nel fallo stesso. Punisce prima e protegge poi la stessa cosa. La fa sua, l’iscrive; e l’iscritta è per sempre moralmente una morta. È morta legalmente, non ha più nessun tribunale nel mondo al quale possa appellarsi, non ha più altro scampo senonché una vile e triste prevalenza nel male, che la faccia predominare sopra le altre, che la porti col denaro della corruzione più in alto di esse, e che le permetta così di addimostrare che ha mezzi propri di sussistenza co’ quali può comprare la propria libertà; nel caso contrario, non le resta altro scampo fuorché il morire, la morte vera, dopo quella inflitta dalla legge.
Ma la società ne ha bisogno.
Le vuol giovani e belle, le vuole eleganti nella forma e nell’acconciatura, le vuole ricche di bellezza naturale e di bellezza artificiale; più saranno seducenti e piene di grazia, più avranno apparenza di cosa buona, e più efficace sarà la loro abbiezione, meglio soddisfatto sarà negli altri il bestiale desiderio di profanare, di contaminare, più facilmente si smorzeranno le follie della materia, e si risolleverà l’animo purgato, alle aspirazioni ideali; e il bruto ridiventerà o filosofo, o moralista, o artista.
Dal fango di quella miseria risale alto e puro il pensiero dell’uomo civile, ridiventa estetico, ridiventa nobile e grande. In lui dal ribrezzo dell’orgia, rinasce più intenso l’amore pudico e gentile; dal disgusto che ispira la ragazza venduta, nasce nell’animo il soave ideale della donna, e da quell’onda viva, nella quale la società depone le sue più tristi passioni, escono forti e gagliarde le aspirazioni elevate e le virtù civili.
A chi darebbesi tutta quella vita selvaggia e brutale che s’agita ancor sempre nell’uomo incivilito, se non a loro?
E lo potrebbe se non fossero tanto ignoranti quanto giovani e belle?
Se v’ha cosa ancor più brutta di questa vergogna sociale, così com’ella esiste ora fra noi, è forse la triste ipocrisia con la quale la società sprezza il male che ha fatto da sé, e lo sprezza in coloro che lo subiscono come n’avessero tutta la colpa; quasiché le infelici da essa sprezzate, non fossero state un giorno, come lo sono le nostre sorelle e le nostre figlie, pure ed innocenti; e le sprezza come se la colpa non fosse tutta dalla parte di chi non le salva, potendolo, da una sì grande sciagura e vergogna; ed invece, vantandosi di quella moralità che dovrebbe essere la salvezza di tutti, e non è che privilegio di pochi, se ne serve ipocritamente per sprezzarle.
Eppure quegli stessi che volgono lo sguardo pudico dalla prostituta che passa accanto a loro per la via, e non sanno vedere e compatire nel triste contegno il male morale, come nel corpo affranto e nel viso sparuto la sofferenza fisica, pure quegli stessi inorridiscono pietosi alle storie della schiavitù nei paesi lontani, ricordano con raccapriccio le crudeli torture inflitte legalmente nei foschi tempi medioevali, e ancora, leggendo le vecchie storie, provano una commozione sdegnata per le vittime innocenti, che il fanatismo religioso sacrificava sugli altari di feroci divinità. Ma che forse la scure del carnefice o il coltello del sacerdote, hanno fatto soffrire di più di quello che non lo faccia qui ogni giorno il vizio che uccide civilmente in un letto di postribolo o in un fondo di spedale?
È sempre il medesimo sacrifizio umano, è sempre nella speranza di scongiurare un pericolo che la società tormenta e uccide. E se vi fu mai supplizio iniquo, delitto veramente esecrabile, se vi fu raffinatezza nel tormentare e cinismo nell’infliggere sofferenze, fu sempre quando l’umanità sacrificò a se stessa, alle sue passioni e ai suoi vizi una parte di sé; quando non consumò la vita per l’ideale, ma la divorò per accontentare la materia; quando il fine del male che commetteva non era il sacrifizio a un dio, ma un’offerta all’idolo del proprio egoismo.