Emma – Una fra tante – Cap. X

Barberina era rimasta sola di nuovo.
Dopo la partenza di quel signore le era sorta una speranza di salvezza.
Aspettava che la venissero a prendere, che le dicessero che era libera; sperava che forse tornasse quel signore stesso a liberarla e a indicarle dove poteva ricoverarsi in quella notte.
Ma passavano le ore e non veniva nessuno; e a misura che le ore della notte battevano monotone e regolari dal campanile di una chiesa vicina, le speranze della povera Barberina morivano ad una ad una, sepolte sotto al rintocco di quella campana: e da ogni speranza che moriva, nasceva una nuova paura.
Convalescente appena da una grave malattia, scossa dalle emozioni di quella lunga e terribile giornata, la povera ragazza non ne poteva più. Si sentiva male, e una dolorosa agitazione febbrile la travagliava.
A momenti si assopiva. Vegliava e sognava ad un tempo. Ora pregava, ora si lasciava avvolgere da un grave torpore di febbre e vi cadeva con senso di riposo, sperando da esso un momento di tregua alle sue paure, poi di nuovo balzava sbigottita da quel sonno tormentoso e prestava l’orecchio impaurito ad ogni rumore, ad ogni suono di voce, ad ogni fruscìo di veste.
Finalmente la fioca luce dell’alba, pura e bianca, s’insinuò lentamente fra le gelosie, e fece dileguare a poco a poco le ombre paurose della notte. La luce giallognola del lume moriva dolcemente nel chiarore biancastro del giorno e i riflessi rossicci dei mobili si scioglievano anch’essi in quella luce. L’aspetto fantastico della notte in quella camera dileguava come spettro che fugge all’apparire dell’alba.
Era lo spettro triste delle orgie e del vizio che cova nascosto e stanco durante le giornate attive e laboriose delle grandi città.
Spettro che si cela sonnolento framezzo alla folla affaccendata del giorno, che riposa, aspettando la notte, sulle porte dei teatri, sotto ai loggiati dei mercati, sui gradini delle arene, nei chiostri e nelle chiese; spettro che dorme anche in noi stessi nascosto e debole. Perché non è soltanto sopra i resti organici di cose che non sono più, che sorgono le cose vive d’oggi e l’operosa attività d’ogni nuovo giorno, ma è anche su quelle che morte moralmente hanno pur sempre ancor viva la vita dei sensi. E non è soltanto infinitamente piccolo il numero dei vivi d’adesso in confronto di tutte le generazioni che furono, ma lo è anche in confronto dei molti che per alimentare quella vita presente hanno dovuto morire la vita morale.
E accanto ai tumuli veri, la società n’ha creati altri artificiali. Tombe di creature vive; talune di bambine e di donne, morte per sempre alla vita del cuore e della mente. Camposanto le cui lapidi non portano più neppure dei nomi, ma soltanto dei numeri, tanto è l’oblìo nel quale sono sepolte e tanto grande è il numero di esse.
E noi viviamo fra quegli spettri, e ci allietano l’esistenza le loro ridde notturne, le loro fantasie di gente morta che anela pur sempre di vivere.
E non può rivivere mai più; perché così l’abbiamo fatta e così la vogliamo.
La società ha bisogno anche di fantasmi, crea dei tipi, sa ideare commedie; ma a’ suoi tipi e alle sue commedie non bastano le maschere di seta e gli attori sommi, bisogna che le fiabe della sua fantasia s’incarnino in un’esistenza reale, che le sue maschere sieno vive e belle, in carne ed ossa.
E col tempo e coll’ingegno il teatro del mondo si è fatto ricco, e le sue scene sono ormai affollate di gente viva nell’apparenza e morta nel fatto; e da quelle scene s’odono note rauche e dolorose, condannate ad echeggiare come tasti vivi, dai quali l’umanità strappa dolorosamente le crudeli ed incessanti armonie della sua lugubre gioia.