Emma – Una fra tante – Cap. XI

Passarono dei giorni, e peggio ancora che i giorni passarono le notti.
Ore di veglie angosciose, di supplicazioni inutili, nelle quali la febbre che tornava a scuotere le membra della povera convalescente, s’univa alla febbre morale di paure e terrori indescrivibili.
Era una lotta disperata.
Barberina si trascinava per terra ai piedi dell’orribile megera che era la padrona di quel luogo, l’implorava, la supplicava. Pianse davanti a lei le più sante lagrime della sua innocenza, pregò col fervore della disperazione.
Davanti a quella resistenza angosciosa, la triste donna non osava ritentare una prova simile a quella della prima sera. Temeva che la compassione potesse indurre qualche persona a fare più di quanto avesse fatto quel signore provinciale, le cui severe parole di ammonizione le tornavano alla mente, non per convincerla del delitto che commetteva, ma per consigliarla d’essere prudente. Essa sperava che la paura, anzi il terrore domerebbero a poco a poco la fiera resistenza della giovanetta; sperava che l’esempio delle altre, l’atmosfera corrotta di quel luogo, corromperebbero presto anche lei, e che vedendo ogni resistenza inutile, ogni altra speranza nell’esistenza chiusa e finita per sempre, si piegherebbe finalmente alla sua volontà e accetterebbe volentieri la sorte inevitabile che le era stata imposta.
Ma quella donnaccia s’ingannava.
Il corpo della povera Barberina si estenuava fra le paure e i terrori di quella vita travagliata, di quei giorni e di quelle notti passati spiando angosciosamente ogni passo, ogni suono di voce che s’avvicinava alla sua camera, raccogliendo con orrore le parole oscene, le risate laide delle altre donne, sentendo raccontare con un disgusto, che cresceva ogni giorno, i turpi aneddoti del luogo, rifuggendo con orrore dal pensiero dalle bassezze che per vile interesse commettevano quelle disgraziate, narrandole poi con l’orgoglio del più triste cinismo. Essa resisteva sempre.
Era un disgusto intraducibile, un ribellarsi continuo, incessante, una nausea morale che sollevava ogni sua fibra e ogni suo pensiero.
Che ore passava nella penombra di quella camera rossa, senza ardire di prender sonno, senza avere il coraggio di riposare, sempre desta, sempre attenta!
Quante preghiere innalzava alla santa della cappella, dinanzi alla quale le sembrava di veder costantemente ardere il lumicino acceso da sua madre; che disperate invocazioni, alla pace pura e solenne dei suoi monti, all’amore di Luca, quasi quella pace e quell’amore fossero divinità e la potessero ascoltare ed esaudire.
E se il concetto della divinità nasce in noi dal contrasto di una grande e desiderata virtù ideale che si contrapponga ai vizi e alle trivialità del mondo, e se, trovato quell’alto concetto che contrasta compiutamene col puerile cinismo umano, l’adoriamo e lo prendiamo ad esempio, così poteva ben anche la povera Barberina ricordare con fervore quella realtà che ormai nel suo pensiero era tanto lontana che assumeva una forma ideale, e invocarla come cosa potente ed efficace. E il contrasto qui non mancava. E i ricordi delle grandiose scene di natura, e il sentimento infantile che ci si era educato e compenetrato tutto, contrastavano con la ributtante realtà presente, quanto contrasta l’immagine della vita umana con quella altissima e ideale dell’aspirazione filosofica o religiosa.
Barberina si aggrappava a quei ricordi del passato con un ardore disperato. Ci trovava la forza di resistere, l’energia della lotta. Essa non rammentava savie parole di consiglio, lezioni di morale severe e ponderate. No, non una parola scritta, non una parola detta le tornava alla mente in quest’ora di tribolazione, non ne sapeva, e forse, se ne avesse sapute, non le avrebbero bastato; no, ricordava un altro insegnamento più alto e più intenso, un insegnamento che aveva ricevuto in ogni istante della sua esistenza; ricordava una maestra severa e forte, che era stata sempre con lei e in lei, e quella maestra era la natura. Ricordava una famiglia, che incominciando dalla madre sua, si estendeva numerosa, feconda, infinita, intorno a lei; fin dove s’estendeva la vita del mondo da lei conosciuto, e quel ricordo la sorreggeva. La dolce memoria di essa la confortava e ammoniva; entrava tacita tacita, dalle gelosie socchiuse di quella camera infame, e si stendeva pura e incorruttibile col raggio di sole ai piedi di quel letto di postribolo, e scintillava nel cristallo dello specchio ove la sozza gioia di quella stanza s’era specchiata tante volte. Alta e pura la luce del sole brillava su quella casa, turpe invenzione di civiltà.
E quando Barberina vedeva quel po’ di sole, o spiava le stelle traverso le sbarre di legno delle gelosie, le pareva di vedere un viso d’amico e la confortava il pensare che la grande bellezza di natura era sempre forte e potente fuori di lì. Si figurava forse che la profonda vergogna che provava lei di tanta sciagura, l’avrebbe provata qualche altro; che la natura così bella avrebbe ispirato a tutti, a un tratto, come per miracolo, l’orrore, il ribrezzo che sentiva lei; che come lei avrebbero sentito, anche gli altri che erano in quella casa e fuori di essa, un che di terso, di puro, di incontaminato in se stessi, che si ribellava improvvisamente con selvaggia energia ad ogni turpitudine.
La poveretta non sperava più che in un miracolo.
Lo attendeva con la fede di una bambina. Aveva delle ore di febbre, nelle quali l’aspettava da un momento all’altro, quasi fosse cosa viva e dovesse entrare dalle porte o dalle finestre.
Che cosa poteva essere? Che uno di quegli uragani spaventosi e violenti, com’ella n’aveva visti tanti nei suoi monti, si scatenasse improvvisamente su quella casa, la scuotesse, l’atterrasse e la distruggesse per sempre? Sperava forse che la luce e il sole, puri e fragranti come l’aria delle cime alpestri, irrompessero a un tratto qual turbine rigeneratore in quelle camere, in quelle alcove, in quegli anditi; che v’illuminassero, v’abbagliassero tutte le vergogne che vi stavano nascoste e stipate; che nella fragranza dei muschi e delle erbe montane affogassero i profumi dell’orgia, e che tutta quell’afa di vizio e di corruzione morisse nella corrente pura e luminosa che l’aveva invasa?
Povera bambina, che popolava colle superstizioni dell’innocenza le paurose veglie in una camera di postribolo!
Ma intanto la padrona di quella casa perdeva la pazienza; temeva che la ragazza ammalasse, che qualche caso inatteso venisse a portarle aiuto e dare a lei gravi imbarazzi.
Indignata da quella fiera resistenza, sempre più irritata dalle supplicazioni e dalle lagrime della povera fanciulla, che non sapeva più trovare parole e preghiere bastanti per invocarla affinché la liberasse, impaziente di togliersi a tali supplicazioni angosciose, quella megera ideò un triste e feroce disegno.
Una notte quel disegno si effettuò.
Barberina guardava paurosa il cielo traverso le chiuse gelosie. Ascoltava tremante i passi e le voci della gente che passava nell’andito, mentre guardava le nuvole che correvano rapidamente nello spazio e le ombre nere di una notte burrascosa.
I suoi occhi fissavano il cielo, seguivano quelle nuvole, si raccomandavano a tutte le cose che erano fuori di lì, e intanto essa ascoltava trepidante.
In quella medesima ora la padrona della casa narrava, ridendo, a tre giovinastri avvinazzati, rozzi e brutali, le paure e le resistenze della povera Barberina.
Mostrò loro quella impresa come cosa degna della loro ardita giovinezza, fasto meritevole d’essere annoverato fra le memorie di quella casa; né a loro bisognava l’eccitamento delle sue parole, ed essa lo sapeva. Avea scelto accortamente fra i più triviali e tristi, fra i più brutali nel vizio e più audaci nell’oscenità.
Eccitati dal vino, dalla festa che si promettevano, dalle parole della padrona, quei tre salirono le scale che mettevano al secondo piano. Sghignazzando per i laidi scherzi che proferivano, percorsero chiassosi tutto l’andito e si fermarono dinanzi alla porta di Barberina.
L’aprirono ed entrarono.
Si udirono delle grida soffocate, delle risa oscene.
Da quella camera seguitavano a uscire singhiozzi e lamenti. Spaventate, nelle alcove più vicine, delle donne seminude si sollevavano dai guanciali, e ascoltavano paurose.
La padrona udì quelle voci e non si mosse.
Le udirono le serventi, che con indifferenza servile corsero a chiudere gli usci perché la gioia notturna di quella casa non fosse funestata da quei tristi lamenti.
Ma questi lamenti duravano sempre.
Salì alta nel cielo la luna, e sparì lenta e luminosa dietro le vette lontane dei monti; s’imbiancò l’orizzonte per le prime luci dell’alba e quei lamenti ancora duravano.
Ad uno ad uno se n’andavano vergognosi e abbattuti i visitatori di quella casa; un sonno pesante, un’afa insopportabile, un nauseabondo odore di liquori, di vini e di profumi avvolgeva in ogni sala, in ogni camera le persone che ancora vi rimanevano. Ma in quell’afa, in quei sopori dell’orgia, passavano di tempo in tempo, come un guizzo di cosa viva, grida strazianti.
Durarono finché una portantina d’ospedale non venne verso il meriggio a raccogliere la povera delirante, che nei sogni spaventosi della febbre ricordava sempre la terribile realtà.
E dal letto del postribolo tornò al letto d’ospedale, straziata, contaminata; e al disopra di quel letto ove giaceva il corpo malato della bambina, un rappresentante della società civile e dell’ordine legale, appese un cartello, sul quale era scritta una parola infame.
Non lo vide e non lo seppe la povera giovanetta in preda a tutti i terrori del suo cervello malato, che le raffigurava le orribili ore passate, prima che lo sbigottimento, il dolore, il delitto compiuto sopra di lei, non l’avessero fatta quasi impazzire.
A capo del letto ove l’innocenza demente lottava e forse sperava ancora, stava inesorabile quel cartello. E le donne per bene, passando dinanzi ad esso, dopo aver guardato in su e dopo aver letto quella parola, volgevano la testa dall’altro lato, ora con disgusto, ora con malizia, talvolta con ira.
Era una prostituta.
Esse invece erano libere, mentre quella disgraziata era una schiava; e la sua giovinezza non la poteva scusare, ma l’accusava anzi maggiormente; il suo male non era per esse se non altro che una prova degli eccessi commessi nella colpa stessa, e per questa ragione nessuna, passando, si fermava presso al suo letto.
Donne galanti, mogli adultere, giovanette viziose, tutte passavano, guardandola con disprezzo.
Era una prostituta.
Non aveva più nulla in comune con le altre, non era più donna come loro, ma era soltanto una femmina; e la sua esistenza gravitava oramai inesorabilmente nella cerchia ributtante della propria femminilità.
Abbiezione irrevocabile, che agli occhi di tutti non appare come una disgrazia ancor maggiore per la sua irrevocabilità, ma anzi sembra più abbietta perché senza rimedio, e trae dalla stessa sua disperata condizione un obbrobrio sempre crescente, come ai tempi della schiavitù il non essere libero imponeva un marchio d’inferiorità crudele e assurdo.
È così che certi grandi delitti contro la natura nostra, non potendo ricadere sopra uno solo, perché compiuti da molti collettivamente, non soltanto creano delle vittime, ma riversano sopra di esse anche l’onta del delitto stesso, la quale dura e vive nei colpiti come marchio d’infamia.
Portarono quest’onta gli schiavi; la portano tuttora le prostitute, e la condividono tutti quei miserabili che soffrendo d’un’ingiustizia sociale, e non potendo punirla, la subiscono.
Quel cartellino unto e sdrucito pesava su quel letto, su quella bambina, sull’aria stessa che l’avvolgeva, come fosse una campana di cristallo, che separandola da tutto il resto del mondo per sempre, pure glielo lasciava vedere di fuori lieto e sprezzante, pieno di affetti e di virtù, di aspirazioni severe ed elevate.