Emma – Una fra tante – Cap. XII

Nella quiete di una sala d’ammalati meno frequentata delle altre, la giovanetta vaneggiava sempre, gridando e implorando.
La suora dell’infermeria raccoglieva con maraviglia alcune parole della malata, e il prete dell’ospedale si fermava talvolta perplesso dinanzi a quel letto.
Finalmente il delirio cessò; e un giorno, mentre un pallido raggio di sole autunnale illuminava mestamente la bianca fila dei letti dell’infermeria, la fanciulla rinvenne.
Guardò intorno a sé con maraviglia, fissò con stupore l’infermiera che passava in quel momento, e seguì con gli occhi la lunga fila dei letti e i visi dei malati.
Sentiva d’essere sotto al peso d’una grande disgrazia, di un terrore, e di un male che non ricordava ancor bene qual fosse.
A poco a poco si rammentò d’ogni cosa.
Balzò impaurita a sedere, e guardò ancora la sala, i malati e le infermiere che passavano.
Trasse un profondo sospiro. No, non era più in quel luogo orribile, n’era uscita; era nell’ospedale.
Si mise a sedere sul letto e guardò ancora intorno a sé. Come mai era venuta lì? quando?
Dopo… ma a quella notte terribile non poteva pensare, le sembrava un fatto avvenuto tanti anni addietro, tanto tanto tempo fa. Si voltò e guardò verso il muro.
Barberina aveva imparato un poco a leggere dai bambini della sua padrona.
Vide un cartello appeso sopra al suo letto, era scritto con caratteri grandi e chiari; ma la sua vista era debole e fosca in quel momento, e non poté leggere subito quello che vi stava scritto.
Appoggiò i gomiti ai guanciali, rialzò il capo e guardò più da vicino il cartello.
Quante volte nella medesima positura, distesa sui prati, aveva guardato insù alla vetta dei monti per vedere se Luca scendeva colle sue pecore!
In questo momento, rifacendo la stessa mossa, se ne ricordò. Chiuse gli occhi stanchi, e pensò a lui; ma presto li riaprì di nuovo sgomentata di quello che la memoria di lui evocava nel suo pensiero, e si mise a piangere amaramente.
Pianse per un pezzo; poi vinta dalla stanchezza si assopì leggermente; ma era un sonno così leggero che ogni rumore dell’infermeria la svegliava.
Era inquieta. Alla mente debole e confusa s’affacciavano mille paure. A momenti le pareva che tutto ciò che era avvenuto non fosse stato altro che sogno di febbre. Lo sperava, ma aveva paura. Era una paura indefinibile.
A un tratto si ricordò del cartello che aveva visto poco prima appeso al muro. Che cosa poteva essere? Si rialzò di nuovo e si provò a leggere. Ma ci vedeva poco e ci volle un pezzo, prima che giungesse a capire ciò che v’era scritto.
Finalmente capì. Allora cacciò un grido di spavento e di sdegno, e fece uno sforzo per uscire dal letto, ma non poté, e ricadde sui guanciali.
Un’infermiera accorse subito presso al suo letto. La malata, sopraffatta da quello che aveva provato, era quasi svenuta. L’infermiera s’affaticava invano per farla rinvenire, quando la suora, che aveva udito anch’essa quell’urlo, la raggiunse. Domandò che cosa era stato, ma né le malate più vicine, né l’infermiera stessa sapevano che cosa fosse seguito alla ragazza.
La suora rimandò l’infermiera e rimase sola ad assistere la malata. A poco a poco le riuscì di farla rinvenire; ma appena la giovanetta ebbe aperti gli occhi, balzò di nuovo a sedere sul letto, alzò le braccia, le stese verso il cartello, gridando:
– Non è vero, non lo sono! Non è possibile, sono una ragazza onesta. Levate, levate quel cartello, levatelo subito!
La suora dubitava che alla poveretta fosse tornato di nuovo il delirio. Cercò di farla star quieta, la pregò di star zitta, di non disturbare le altre malate con le sue grida, ma nulla valse. La povera fanciulla non era in grado di domare il suo sdegno, il suo ribrezzo per la parola che stava scritta sopra al suo letto. Tutto l’animo suo si ribellava, tutta la sua fiera innocenza si risvegliava per imprecare indignata contro chi le aveva dato quel nome.
Aver tanto sofferto per poi svegliarsi qui, sotto a quella parola!
– Una prostituta io? Io con quel nome, io? Ma non è vero, non è possibile, oh dica lei che non è vero, che non lo merito, lo dica! – E si rivolgeva alla suora che l’ascoltava compresa di pietà e di stupore senza sapere che cosa rispondere.
– Lei non sa che mi hanno presa a forza, non sa, – e alla poverina non bastava neppur l’animo di ricordare l’orrore di quella scena; e lo spavento le si dipingeva negli occhi sbarrati, e la vergogna sulle guancie, che si facevano ora rosse rosse, ora pallide come se fosse per morire. Invano la suora cercava di tranquillarla.
– Non lo potrò mai dire a nessuno tutto quello che è stato e quanto ho sofferto. Dio buono, ero dunque abbandonata anche da te in quell’ora? e quando mettevano qui al mio letto quello scritto infame non c’era chi parlasse per me? – E la giovanetta giungeva le mani e pregava; pregava la suora, pregava Iddio e faceva sforzi inutili per rialzarsi sul letto e strappare quel cartello.
La monaca era profondamente commossa. Aveva ormai ben capito che quella poveretta non vaneggiava più, e che un crudele misfatto era stato commesso sopra un’innocente.
La confortò alla meglio, la pregò di star quieta, d’aversi cura, disse che avrebbe parlato di lei alla superiora e che forse quando stava meglio avrebbero potuto soccorrerla.
Ma non era così facile il confortare quella poveretta. Essa insisteva con un’ostinazione disperata, perché le fosse levato il cartello. Quel nome non lo voleva, non lo tollerava neppure con la promessa che avrebbero chiesto il permesso di levarlo più tardi, non poteva adattarsi neppure per un istante all’idea d’essere creduta una prostituta.
La suora con dolcezza e severità l’esortò a rassegnarsi; le promise di pensar subito al caso suo, di parlarne a chi poteva giovarle, e vedendo che la ragazza s’era fatta più tranquilla, la lasciò sola per badare agli altri malati, e mandarle il prete dell’infermeria affinché ella si consigliasse con lui.
Al prete la giovanetta raccontò quasi tutta la sua storia; non soltanto gli si confessò, ma gli si raccomandò con tutto l’animo.
Il buon sacerdote rimase profondamente colpito da quel racconto, e le promise di fare per essa quanto più poteva, esortandola per il momento a rassegnarsi.
– Oh mi rassegno di buon cuore a tutto – esclamò la poverina. – Non mi lamenterò più, sopporterò dolori e febbri e mali d’ogni sorta, ma per carità mi levi quello scritto, me lo levi se non vuole che impazzi.
– Non posso, – rispose mestamente il prete.
– Non può? – domandò sgomenta la giovanetta. – Neppur ora che le ho detto tutta la mia storia, tutta la verità, tutto quello che ho patito?
Il prete crollò il capo.
– Povera ragazza, per ora rassegnatevi. Quel cartello noi non possiamo levarlo. Il regolamento dell’ospedale lo proibisce, e fintanto che non sia chiarita la vostra innocenza…
– Debbo star qui con quella vergogna lì su… a capo del letto… debbo figurare come se fossi ancora in quella casa… – poi un pensiero orribile le si affacciò alla mente.
– Ma quella signora, quella donnaccia crudele… se volesse… dica, o per carità dica… se volesse, mi potrebbe riavere?
Il prete non rispose. Quell’infelice gli faceva troppa pietà, perché le potesse dire il vero.
– Oh risponda, la scongiuro, risponda, – tornava a chiedere sbigottita la fanciulla: – quella donna diceva, che le dovevo tanto denaro, che non me ne sono mai guadagnato, che le devo una grossa somma, una somma enorme…
Il prete non rispondeva.
La fanciulla piena di terrore gli prese le mani, e, supplicandolo, domandò di nuovo che rispondesse.
– Dica che non è vero, che non è possibile; lo dica; oh lo dica subito! – implorava la giovanetta.
Per non turbarla il prete rispose che non lo sapeva. L’esortò pel momento a non curarsi di quel cartello, a star tranquilla e a sperare in ciò che egli avrebbe cercato di fare per essa. Le disse le più efficaci parole di conforto che potesse trovare per il caso suo, e la lasciò promettendole di occuparsi subito di quanto riguardava la sua liberazione.
Era un buon uomo; pio sino alla superstizione, ardente nella sua fede. Accanto al sentimento religioso si era sviluppato in lui profondo e sincero il sentimento della carità. Neppur vivendo in mezzo ai malati e ai morenti, al dolore fisico e al dolore morale, la sua carità non s’era mai esaurita, non era venuta mai meno.
Il caso della povera ragazza, quel delitto mostruoso narrato da quelle labbra ancor quasi infantili col pudore e la franchezza dell’innocenza, l’avevano profondamente commosso. Andò subito dalla superiora delle monache che facevano il servizio dell’ospedale, s’affiatò col padre spirituale di un ricovero di beneficenza dal quale sperava aiuto; fece insomma quanto più poteva per soccorrerla e liberarla.
E gli altri lo aiutarono; lo aiutarono con zelo, con amore.
Ma i loro tentativi presso la Questura, presso la padrona del luogo d’onde la poveretta era uscita, non valsero a nulla. Quella donnaccia diceva che la giovinetta si era presentata volontariamente, accompagnata da una mezzana ben nota, la quale non trattava senonché donne di perduta fama; diceva che, accolta nella casa di tolleranza, aveva accettato vesti e biancherie che ella s’era perfino portate seco all’ospedale; diceva che vi aveva vissuto lautamente e v’avea contratto un debito così grosso che, per quanto inverosimile fosse la somma, doveva pur esser pagato dalla ragazza qualora non ci volesse più stare; s’intende che la mezzana, dal canto suo, negava recisamente che la fanciulla, entrando in quella casa, non sapesse dove andava e che non avesse manifestato spontaneamente il desiderio d’entrarvi.
Quanto alla Questura, ormai che la fanciulla era iscritta nei suoi registri, non era facile cosa il farne cancellare il nome. E con l’elastica parola di tutela del pubblico interesse, che copre tanta indolenza e tanti abusi in questo ramo di servizio, per paura che qualche mascalzone vizioso o qualche farabutto brutale non abbia a correre il rischio di una disgrazia, incerta e lieve sempre, se la paragoniamo al delitto di tenere a forza una innocente nella galera della prostituzione, per questo la Questura, senza fare indagini, accontentandosi soltanto delle spiegazioni date, trovò senza fondamento le domande che da più parti intorno a questa, le furono rivolte.
D’altra parte la ragazza per la sua condotta in quella casa non aveva dato garanzia alcuna di ordine e di buona condotta. Le sue bizzarre ritrosie, la sua disubbidienza alla padrona, il debito contratto con essa, lo provavano.
L’economia poi, che è il primo passo che fanno queste infelici per arrivare alla liberazione, e che il nostro regolamento di pubblica sicurezza ricompensa nei suoi primordi con dei libretti della cassa di risparmio, questa ragazza non l’aveva saputa fare; quell’economia, che non fa chi non supera le altre nella dissolutezza e nell’abiezione più compiuta, e che il nostro regolamento favorisce e appoggia.
Dov’erano nel caso presente le economie della prostituta, e con esse le prove del suo ravvedimento?
Le economie della prostituta!
Ci hai pensato mai, lettore? Te la figuri la fanciulla, forse appena ventenne, calcolando i suoi tristi guadagni? te la figuri fredda e sobria in tutto, e poi per lucro dandosi al lusso sfrenato nel vizio? Trasformando l’abiezione in denaro? E accanto a questa fanciulla ingegnosa e furba non vedi il rappresentante della legge che le offre il premio delle sue fatiche, delle sue economie, che la rimunera con orgoglio e sapienza civile?
Non ci hai pensato mai?
Eppure ogni giorno esse ci passano d’accanto, ora liete e belle, ora sparute e meste. E presso alle economiche e benemerite non si vedono le altre travolte dal turbine del debito che cresce per ogni pudore, per ogni ritrosia, o per ogni sete di oblìo cercato nel chiasso dell’orgia. Non si vedono quelle che hanno un figlio, una madre, un vincolo qualunque spezzato bensì, col resto del mondo, ma che in esse è pur sempre vivo e duole come il braccio di un amputato.
L’economia loro che cos’è? Il vero titolo a un compenso, la prova del ravvedimento non è invece talvolta per esse il debito? Quel debito che alla grande catena di schiavitù dell’iscrizione che le vende alla società, aggiunge quell’altra più stretta e più dura che le vende ad un padrone solo, cupido e avaro.
Quel debito la Barberina l’aveva, e a quel debito non s’aggiungeva il fatto dell’essersi presentata spontaneamente? Perché credere di più a quello che diceva una bambina sedicenne che ad una mezzana esperta e provetta, e alla padrona d’una casa accreditata come quella cui aveva appartenuto la Barberina? E non era forse entrata nell’ospedale affetta, oltre la malattia cerebrale, di un male che provava la sua colpa? Che cos’era il nome di una ragazza di più fra tante e tante iscritte nel registro della Questura? Che cosa importava se là c’era andata più o meno volentieri, ora che la cosa era fatta e che non si poteva rimediare? Una ragazza che usciva da un luogo come quello, Dio buono, che cosa voleva fare fra le altre? Alla sezione di polizia ne avrebbero sorriso di certo, se la gran farragine di donne e il gran da fare per esse, non avesse impedito agli impiegati di occuparsi lungamente di un caso in particolare.
E di queste storie se ne udivano ogni giorno in quell’ufficio, e gl’impiegati, vedendo come quei preti e quelle monache s’erano preso a cuore l’affare della Barberina, trovavano che essi avevano pure un gran buon tempo. Perché quei signori, come molta gente ignorante e volgare tra noi, erano liberi pensatori. Liberi pensatori in quel triste modo di esserlo, che esenta chi ne professa le opinioni, non soltanto da ogni credenza religiosa, ma anche da tutti quei sentimenti di carità e di dovere che essendo finora scaturiti specialmente dal sentimento religioso, vanno ora confusi dal volgo con esso, e con esso dimenticati o negletti.
E per questo le raccomandazioni dei preti per salvare la povera Barberina, e le premure fatte da essi, anziché giovarle, forse le nocquero; e così sciocco è sempre il pregiudizio, sia per la religione o contro di essa, che il vedere un prete o una monaca interessarsi ai casi di una disgraziata, faceva nascere il desiderio di mandare a vuoto l’opera loro, perché in qualche cosa e in qualche modo non riuscissero; quasicché al disopra di una lotta di credenze o di idee, e sia pure di logica contro l’assurdo, non debba sempre prevalere alto e gagliardo quel sentimento ancor bambino per molti, che è la carità civile.
E i preti e le monache non riescirono. Fu un trionfo di risatine stupide d’impiegatucci triviali e ignoranti, e di donne da postribolo. E così, mentre nessuno in questa cosa, fuorché i preti e le monache, s’interessava a quella disgraziata, mentre nessuna legge tutelava l’interesse dell’innocenza e della libertà individuale, trionfavano i difensori del potere civile contro gli sforzi inutili del partito avverso.
Barberina era dunque condannata a restare ciò che l’avevano fatta a sua insaputa; condannata irrevocabilmente a tornare in quella casa, a subire la volontà della megera padrona di essa.
Avevano un bel dire, il molto reverendo sacerdote che la raccomandava e le signore monache che non si vergognavano di proteggere le donne che appartenevano alla Questura; quella ragazza era iscritta, era caduta ormai nell’abisso, e ci doveva stare. Che cos’era di più di tante altre? Doveva forse godere privilegi perché la raccomandavano i frati?
Non c’era più scampo.
La giovanetta migliorava, e alle sue domande insistenti non ci fu verso di non rispondere il vero.
Quando glielo dissero, credettero fosse per impazzire.
Fu una scena straziante di disperazione.
A momenti non ci voleva credere assolutamente; le pareva impossibile che senza meritarselo in alcun modo, dopo tanti sforzi per fuggire quella sorte abbietta, ce la spingessero suo malgrado con la violenza, con la legge.
E nell’ignoranza della sua innocenza prorompevano logiche ed energiche le sue imprecazioni contro l’assurda crudeltà che la condannava. Poi a momenti, sentiva tutta la sua debolezza, la sua impotenza e invocava aiuto, chiedeva di morire mille volte piuttostoché tornare in quella casa infame, e la memoria di quel luogo, di quella camera, le si affacciava come visione spaventosa, e con questa tornava il delirio e pareva dovesse ammalare di nuovo.
A che cosa potevano servire i conforti dinanzi a quel dolore, dinanzi al fatto irrevocabile? Sapendola religiosa e profondamente credente, cercarono di tranquillarla parlandole di rassegnazione, di sacrifizio; le dissero di accettare la sua sorte come un martirio e di piegarcisi perché tale era la volontà di Dio.
Ma anche la fede religiosa, profonda e sincera com’era quella che portava nel cuore la giovanetta, si ribellava ad ogni parola di rassegnazione, ad ogni parola che accennasse anche da lontano alla possibilità di tornare in quel luogo. Più vigoroso d’ogni credenza, era in lei un sentimento primitivo e forte di dignità personale; al di sopra di ogni cosa vi era un senso di ribellione onesta e selvaggia che non poteva piegarsi in nessun modo.
Non poteva. Non c’era rassegnazione, non c’era volontà divina o umana dinanzi alla quale piegasse; diceva che sarebbe morta prima, che sarebbe morta volentieri anche subito.
Era disperazione di donna, non più di bambina.
Per essa non vi era possibilità di conforto.
La buona monaca dell’infermeria non sapeva che cosa fare per quell’infelice; quel dolore la straziava; e il non soccorrerla le pareva un’infamia. Anche il prete dell’ospedale la pensava come lei. Ma come fare?
Immischiarsi, più di quanto avevano già fatto, con la polizia per questo affare, minacciava di suscitare dei grossi guai; il bravo sacerdote e la povera suora erano pesciolini, in confronto dei superiori i quali non vedevano le cose come loro. Questi avrebbero risposto, se essi avessero insistito di nuovo in questa faccenda, che i tempi correvano poco favorevoli per andare a cercarsi delle brighe con chi governava, e che meglio era il serbare la propria influenza per ottenere altri e più importanti favori.
E intanto la disgraziata guariva, e il giorno fatale si avvicinava sempre più, e nella poverina crescevano la disperazione e lo sgomento.
Allora nella mente caritatevole di quei buoni che si erano impietositi di lei, nacque un disegno, pio e ardito, ma la cui effettuazione era difficile e pericolosa, e il cui esito sembrava incerto assai.
Ne parlarono con altri. Cercarono di guadagnarsi l’appoggio di una società di beneficenza. Idearono un piano ingegnoso, lo studiarono, lo discussero.
Era una congiura di buoni. Un vero miracolo di carità intelligente e audace.
Quando ebbero fissato tutto, lo dissero anche alla Barberina. Glielo dissero a poco a poco, le parlarono dei dubbi e delle paure che avevano; la prepararono anche al caso che il loro piano potesse mancare.
Ma essa non ne dubitò. La fede e la speranza rinacquero in lei improvvisamente; la invasero come un turbine di gioia e di gratitudine intensa.
Non ringraziò, pianse. Pianse le prime lagrime di gioia che avesse pianto mai; baciò le mani del prete e della suora, e non parlò.
Le parve che le porte di una prigione orribile piena di malfattori e di istrumenti di torture, le s’aprisse dinanzi, e che essa ne uscisse libera, sola, e si ritrovasse finalmente fra i suoi.
Il disegno ideato dal prete e dalla suora, era una fuga.
Barberina doveva passare il confine e tornare al suo paese.
Fallito ogni altro mezzo, non rimaneva se non questo. Era un mezzo illegale e disperato; ma come sottrarla altrimenti a quella sorte terribile e barbara voluta dalla legge?
Pur troppo non c’era altro scampo.