Emma – Una fra tante – Cap. XIV

Mentre scrivo queste pagine essa è tuttora vivente.
Tornata fra i suoi, vi ha ritrovato la pace e la serenità dell’animo. Guarita perfettamente del corpo, le è rimasto però un terrore sì grande di quello che aveva visto e patito, che non si può rammentarle quel tempo senzaché se ne conturbi tutta e che il delirio non la minacci di nuovo.
E Luca? – domanderà forse qualche lettrice che avrà avuto la pazienza di seguirmi fin qui.
Di Luca non so nulla.
Vi sono amori più forti d’ogni pregiudizio, ma vi sono anche pregiudizi brutali e crudeli contro i quali l’affetto più gentile è impotente. Vi sono anche dei casi, come questo della Barberina, nei quali uno stato di cose violento e contro natura, che ha risvegliato sino all’ultimo limite tutti i ribrezzi e i disgusti del pudore, può alterare e smorzare quei sentimenti stessi, i quali hanno servito a risvegliare più vivamente i disgusti della vittima; mentre questa non poteva ignorare che per parte dei colpevoli era l’istinto di quegli stessi sentimenti, nella loro più brutale manifestazione, che fu cagione del delitto.
È avvenuto un che di simile nel cuore della fanciulla?
Non lo sappiamo.
Se ciò è stato, il tempo che ripara a tutto riparerà forse anche a questo.
Quello che possiamo affermare è che ormai essa è salva e al sicuro, e a noi basta.
E perché ella duri nell’essere sicura e sia salva davvero, non diremo né il nome della città nostra ove seguì il fatto narrato, né quello di chi ce lo raccontò.
Barberina è tuttora iscritta nei registri della Questura; la casa che la reclamava è tuttora aperta, e forse prospera più che mai, e una indiscrezione nostra potrebbe farla ritornare nel potere, legalmente riconosciuto, della padrona di quello stabilimento.
Quante, lettore, nelle quali fu minore l’energia del resistere o contro cui fu più prudente l’esecuzione del delitto, o meno evidente la prova dell’innocenza, subirono e subiscono ogni giorno di questi assassinii fisici e morali protetti dalla legge?
Eppure non ci si rimedia. E non ci si rimedia perché sembra insuperabile a tutti la difficoltà del discernere l’innocente fra tante corrotte e colpevoli, e perché non v’ha udito delicato che si creda capace di riconoscere fra le risa e gli urli triviali di tante perdute, il grido di dolore di una sola che invoca aiuto. E sgomenti della propria incapacità, l’impotenza è scusa ai migliori, che pur vorrebbero rimediare in qualche modo.
Si dovrebbe dunque disperare affatto di riparare a questo male e rassegnarsi a questa nuova forma di schiavitù sorta nei tempi moderni?
Non lo possiamo credere. Non possiamo ammettere che vi sia cosa voluta da una mente sana, la quale non abbia in sé il germe della propria effettuazione, e che non vi sia senso pigro od ottuso che per opera della volontà non possa diventare sottile e attivo.
Non raggiunge l’ingegno umano rivolto a scopi ideali talvolta una portentosa perfezione?
A che servirebbe educare l’orecchio alle sottigliezze dell’armonia, avvezzare i nervi dell’udito ai piaceri dolcissimi della melodia, a che servirebbe portare i sensi a vivere nel campo ideale e a toccar quasi con mano l’idealità e far trasalire al contatto del proprio pensiero, i nervi altrui, a che servirebbe tutto ciò, se nella grande vita del mondo e della società si rimane ciechi e sordi? Se non sentiamo né vediamo soffrire; se l’armonia lugubre e colossale dei dolori reali, sgorga viva e intensa dalle fibre umane, e che noi non sentiamo? Che cosa importa l’intendere le infinite variazioni prodotte da una nota, se una sordità grossolana e idiota ci fa sordi ai singhiozzi e alle grida del vero dolore?
Sprechiamo tutti indubbiamente nelle sottigliezze della vita ideale una gran parte di ciò che dovremmo alla realtà.
Che cos’è in noi, per esempio, questo amore dell’arte, che prende tanta parte di noi stessi e allontana i più dalle opere grandi della vita pratica? che prende i migliori fra noi per acutezza di sensi e prontezza d’ingegno, e li esaurisce in un’opera sterile, e fa fare ad un uomo che soccorrerebbe forse coll’ingegno ai mali di tanti, una statua inutile o una tela infeconda?
È un lusso, non una necessità.
È cosa che ci impoverisce, esaurendoci nell’opere della fantasia e che ci rende poi impotenti nell’effettuazione di quello che si potrebbe fare nella vita reale.
Eppure, trattando ora di una fra le cose che più ci esaurisce l’intelletto, eppure l’arte vera è solamente nel vero, e la creta nella quale il genio artistico deve modellare i suoi ideali è la natura umana, calda e viva, e non soltanto il marmo inerte; è lì dentro che deve lavorare modificando e migliorando, è lì che deve cercare l’ideale e inseguirlo, perseguitarlo, volerlo ardentemente; non è dalle fredde tastiere di avorio o dalle corde metalliche che escirà mai armonia potente e grande, come quella che puoi far vibrare dall’animo umano se lo sai e lo vuoi. E l’ascoltare e osservare l’animo nostro nelle sue più intime manifestazioni è scuola d’arte e di scienza, ma soprattutto è scuola che porta ad amare e volere quell’ideale sommo del bene senza il quale l’aspirazione verso il bello sarebbe inutile ed egoista. Perché il bello solo non sarebbe che un ideale stupido e infecondo se il voler la cosa bella non fosse il volerla buona, se la modificazione nella forma fisica non fosse modificazione anche di forma morale, e se la bellezza dell’intelletto nell’armonia dei pensieri e della volontà, non fosse il perno della bellezza fisica e ideale.
Perché dunque non far belle e migliori le cose vive? Perché affannarti a creare sul marmo o sulla tela un Socrate o un Plauto, un fanciullo o un animale che sieno perfetti, e non prendere un bimbo, un uomo o una donna e cercare di farli migliori? Perché turarti gli orecchi e imprecare ad una stonatura, e non sentire il grido di una vittima colpita ingiustamente, o il lamento di chi soffre, e non servirti di tutto il tuo ingegno per far rientrare nell’armonia quella stonatura vera, e soccorrerla? perché?
Siamo dunque ciechi e sordi perché ci siamo fatti un mondo astratto d’immagini e di colori, di suoni e di armonie, quasi nella vita non ve ne fossero, o che da quelli ci volessimo staccare e isolare. Abbiamo portato con aristocratico egoismo tutte le cose nostre fuori di qui, in un campo astratto e lontano, dal quale non s’odono le voci della realtà; e là non ascoltiamo più che noi stessi, le nostre fiabe, i nostri ideali e le nostre astrazioni; abbiamo inventato un egoismo diverso da quello che c’insegna la lotta per l’esistenza, perché abbiamo inventato anche quello dell’intelletto; abbiamo messo la fiaba come una barriera insormontabile, fra noi e la realtà; e più ci sentiamo artisti, e per questo più adatti ad intendere e compenetrarci nella realtà, tanto più ce ne allontaniamo.
Eppure l’arte, se non vuol finire, o durare come cosa inutile e dannosa, non è che soccorrendo i dolori e la miseria che può farsi grande e utile davvero; è lì che la sua perspicacia, le sue sottigliezze, la sua forza d’intuizione, le sue pronte osservazioni debbono fruttare e prosperare; è lì che la luce maravigliosa del genio deve portare calore e vita; è lì al riflesso dell’aspirazione ideale che deve risvegliarsi bella e forte la società nostra.
Nei secoli scorsi, il pensiero della famiglia umana emigrava desioso e impaziente verso le regioni ignote e lontane dell’idealismo. Era un’emigrazione incessante, favorita e incoraggiata sempre, che dalla terra muoveva verso il cielo.
Ma quante e quante di quelle carovane speranzose e credenti, sono ritornate in patria, quante ne tornano ogni giorno! E se quelle carovane avessero forma o sembianza di cosa viva, si vedrebbero percorrere lo spazio e reduci da altri mondi tornare alla terra come legioni di fantasime. E di quelle fantasime è piena l’atmosfera della nostra vita intellettuale.
Scienza ed arte, tutto rimpatria; e alle lontane speranze succedono i fecondi tentativi per far migliore il presente; e i sogni di perfezioni vaganti fra le nebbie delle astrazioni, diventano audaci tentativi per perfezionare la realtà.
Il nostro Dio non è più lontano, inarrivabile, è qui con noi nella natura, negli uomini e nelle cose, è nelle speranze e nelle fatiche d’oggi, è nell’abnegazione con la quale si lavora per far più felici quelli che verranno domani.
Così, anche alla piaga sociale, dalla quale ebbe origine tutta la mia storia, si sentirà forse un giorno la necessità di porre rimedio, e un alto sentimento umanitario troverà finalmente modo di riparare ad una condizione di cose tanto intollerabile quanto vergognosa.