Ercole Luigi Morselli – La vita è allegra

Il caso singolarissimo di un giovane che s’era buttato giù da un terzo piano, dimostrando tutta la buona volontà di ammazzarsi, ed era invece cascato sopra dei materassi, riuscendo soltanto a slogarsi le due spalle, aveva messo di buon umore tutta la Sala del pronto soccorso. Era sorta una rumorosa disputa tra due giovani medici, pretendendo ciascuno di possedere il segreto per accomodare più prontamente le spalle; e, allora, uno più anziano aveva tirato fuori il suo cronometro d’oro e aveva gridato ai due: — Avanti, questo è il caso di far la prova! A Lei il destro. E a Lei il sinistro. A chi fa prima: uno! due!… e tre!!

E in mezzo alle risate dei colleghi e alle occhiate significative degli infermieri, la gara s’era iniziata.

Quel lungo e magro corpo ancor mezzo svenuto, sotto le violente manovre dei due competitori, paffuti e sbarbati per l’appunto tutti due, sembrava un gran burattino litigato da due ragazzi imbizziti.

La gara era già durata la bellezza di cinque minuti primi, quando il poveretto gettò un breve grido, spalancò gli occhi e fece una mossa istintiva in avanti, come per scappare dal lettuccio impaurito; ed ecco che proprio questa mossa fece ritornare, nello stesso istante, i suoi due omeri al posto loro, lasciando i due medici ricoperti di sudore a guardarsi strabiliati.

Un infermiere dal naso grande e rosso, il quale non era altri che il famoso Cecco detto Scacciapensieri che tutti i reparti di quell’ospedale romano si disputavano per passare un’ora allegra, e che in quel momento nessuno osava guardare in faccia per non scoppiare in una risata, si fece presso al paziente, lo tirò su a sedere sul lettuccio e incominciò a rivestirlo, mentre i medici s’eran tutti ritirati in un angolo della sala commentando l’esito della gara e accendendo sigarette.

Quando si vide infilata la camicia, il suicida si lasciò di nuovo cadere supino e disse con solennità:

— Ora lasciatemi morire, mi vestirete dopo.

Cecco fece una risata che ne rintronò tutta la sala:

— Embè che volete? n’antra volta v’ammazzerete mejo! pe’ sta volta….

— Non muoio? — domandò l’altro come fosse sinceramente spaventato da questa idea.

— Ve rincresce proprio?… Andate là che è mejo pagà na fojetta a me che morire! — esclamò Cecco rimettendolo su a sedere di peso.

Come si fu persuaso di essere tutto intero, ed ebbe messo finalmente i piedi in terra, quel candidato alla morte, bocciato, gettò un mezzo urlo: non c’era osso nè muscolo nè nervo del suo corpo che non gli sembrasse trapassato da una spilla! Tuttavia cercava di infilar l’uscio più presto che poteva, sostenuto dal braccio di Cecco.

Non così presto però che il medico anziano, quello che era stato arbitro nella gara, non lo vedesse e non gli gridasse: — Ehi! Il nome! il nome! — affrettandosi verso un tavolino, vicino all’uscio, dove era il registro.

Il disgraziato si fermò di botto tentennando sulla persona e una vampa di rossore gli accese il volto emaciato e dolcissimo di vecchio trentenne.

— Ebbene? Aspetto voi, — gli disse il medico senza guardarlo, dimenando la punta della penna sul registro.

— C’è proprio bisogno di dichiarare il nome?… Una volta che non è andata come desideravo….

— Chi capita qui o morto o vivo che sia, deve lasciare il suo nome, — affermò con sussiego il medico. — Tutto quello che si può fare, — aggiunse poi osservando con meraviglia la enorme confusione di quel volto da re santo, così sottilmente disegnato, — tutto quel che si può fare è di sbagliare un poco la scrittura del cognome…. Se crede.

— Oh! sarebbe pur troppo inutile, dottore…. anche storpiato, il mio nome si capirebbe ugualmente… La mia tragedia sarà coperta di ridicolo!!

Un po’ diffidente, un po’ incuriosito, il medico chiuse gli occhi e sentenziò: — Eppure il regolamento parla chiaro: noi non possiamo trasgredirlo.

— Il regolamento dice, — rispose il poveretto con voce di preghiera, — che il nome deve essere scritto lì, è vero?

— Sicuro!

— Ma non dice altro?…

— No.

— Dunque io posso chiederle il gran favore di non mostrare a nessuno il registro…. e specialmente a nessun giornalista…. saprò ricompensare il suo silenzio….

— Oh! questo credo bene che potrò farlo…. — disse il dottore cominciando a convincersi di aver a che fare con qualche persona di gran riguardo. — Fatti in là, Cecco; e lei dica pure il suo nome nel mio orecchio.

Cecco si fece in là grattandosi la testa voluminosa e dicendo tra i denti: — Te saluto! È na persona fina, questa!

— Eh!!? — gridò a un tratto il dottore mandando addietro di mezzo metro la seggiola dov’era seduto. — Il prin…?

— Per pietà, dottore!

— Lei è il prin…?!

— Ma dottore! la sua promessa!! — ripeteva con voce soffocata il povero principe tremando tutto.

— Sì, sì! mi scusi! Lei ha tutte le ragioni, ma l’emozione della meraviglia…. capirà…. non sempre si può dominare…. Avessi almeno avuto l’onore di conoscerla di vista….

— Dica piano! La prego!

E il dottore affidando allora a un fil di voce la sua ghiotta servilità: — Mi permette, è vero, che Le porga il mio biglietto di visita?… Ho avuto l’onore, — e questo lo disse ancora più piano del resto, — ho avuto l’onore di rimetterLe a posto le di Lei due spalle slogate…. e Le assicuro che si trattava di un caso piuttosto complicato….

— Vorrei potere ricompensare degnamente…. — fece il principe tentando di portare la mano sinistra verso il portafogli.

— No no no! — si affrettò a dire il medico, — sopratutto non muova le di Lei braccia, le conservi in una immobilità assoluta! mi raccomando, Eccellenza…. uh! pardon!… Piuttosto mi farò un dovere di venirLa a visitare al di Lei Hôtel….

— Sono sceso a una modestissima pensione che mi son fatto indicare da un facchino e dove ho dato il nome d’un mio servo.

— Eh! Capisco! — esclamò il dottore cercando di atteggiare il volto allegro a una espressione di tragica pietà. — Per mettere ad effetto il di Lei triste proposito Le occorreva un assoluto incognito!… Adesso Le darò un infermiere per compagnia. — E mettendo cipiglio: — Cecco: accompagnerete fino a casa questo signore e starete con lui finchè vorrà, avete capito? — E al principe, ritornando dolce: — Domani mattina, appena finito questo duro servizio, verrò a visitarLa…. Vedrà che troveremo qualche buona cura anche per la di Lei neurastenia….

— Eh? Ma io non sono affatto neurastenico, signor dottore! — disse secco il principe.

— Oh, non dica così, Ecc…. Sono pur troppo le neurastenie più difficili a curarsi quelle non riconosciute dal paziente….

— Ma, scusi! — fece il principe con una certa vivacità che contrastava con la obbligata posizione delle sue braccia sospese al collo, — su quali dati si basa il suo giudizio: sul mio tentativo di suicidio?… Ma non basta!… si è ucciso anche Catone, caro dottore…. e Catone non era neurastenico…. che io mi sappia!

— E chi glielo assicura? — ribattè il medico con un tranquillo sorriso. — A quel tempo là i medici non capivano niente….

Cecco in quel momento aveva aperta la porta, e contemporaneamente un «oooh!» prolungato e festoso era uscito da quattro o cinque teste che si batterono una contro l’altra per veder dentro.

— Ci ha messa una bella paura! — gridò uno di quelli.

— Eh? Perchè? — domandò il principe oltremodo contrariato, — chi siete voi?

— Io?!… Ma come?!… non mi riconosce?… Ma, sono il padrone della pensione!! — e soggiunse: — Fortuna che tutto è bene quel che finisce bene! Ma intanto: se lei moriva?…

— Non ci rivedevamo più! — esclamò un po’ seccato il principe. — La camera era pagata.

— Va bene: ma avrei avuto delle noie…. molte noie! Non ci aveva mica pensato lei!

— Scusate, sono stato un grande egoista! — ribattè il principe col viso pieno d’ironia e di schifo.

— Sì sì! — saltò su a dire una brutta faccia butterata dal vaiolo, — ma tutti questi bei discorsi non si potrebbero fare ora, se non ci fossi stato io! cioè il povero portiere, cioè il povero cane da guardia con sette figli sulle spalle, che salva, come suol dirsi, la casa dai ladri, dal fuoco, dalle sporcizie, mentre riceve in premio un tozzo di pane e il disprezzo di tutti!!…

— Bravo!! — gridò Cecco; e tutti risero.

— Sicuro! — riprese il portinaio con enfasi, dopo aver dato una truce sbirciata a Cecco, — ecco qua tre testimoni oculari: l’inquilino dell’ultimo piano che rincasava; il tavoleggiante del caffè Ebe che accorse, scusate il termine, al capitombolo; il signor Nicodemo, amico di casa, che giuocava a carte unitamente a me e alla mia consorte in del momento tragico, che ci lasciò un brivido nel cuore! Se il signore è cascato sul tenero, come suol dirsi volgarmente, il merito è tutto mio: il pagliericcio e i due materassi che hanno evitato lo scandalo di una morte prematura, erano i miei, che li avevo esposti all’aria della notte per ragioni d’igiene!

— Me rallegro! — gridò Cecco che da un pezzo la maturava. — E ce fai un discorso accusì lungo pe’ dicce che ce tieni lo spasseggio sulli letti?!… E ce porti pure li testimoni oculari?!…

La risata fu generale.

Il principe parve quasi ridesse con gli altri; ma subito il suo riso si rifugiò sull’orlo delle sue labbra ed egli disse a denti stretti: — E così dovrei il resto della mia vita…. ai vostri insetti…. Domani…. domani li compenserò dell’incomodo, state tranquillo!

Il padrone della pensione ed anche il portiere eloquente volevano salire sulla botte nella quale, sostenuto da Cecco, si era accomodato il principe; ma questi disse subito: — No no, prego di lasciarmi, non intendo rincasare ancora.

Cecco salì trionfante al suo fianco, mentre il principe ordinava al vetturino: — Via Appia! — e la carrozza si moveva.

— To’ — disse Cecco spalancando la bocca, — dalle parti di casa mia!

— Ci vado spesso, specialmente le notti di luna piena, — mormorò il principe.

— Oh! — fece Cecco, — allora, se lei ci pratica per quelle parti, avrà sentito nominare un certo Cecco detto Scacciapensieri?

Non ebbe appena finito di far questa domanda che se ne pentì, e se ne rimproverò mentalmente secondo una sua particolare abitudine: «Pezzo de somaro, questo è ‘n signore che ce va ‘n carrozza, giusto pe’ vvedè la luna, e l’osterie manco le guarda….»

Infatti il principe gli rispose: — No, mio caro, io vado spesso da quelle parti, ma molto fuori dell’abitato….

— Se capisce! — si affrettò a gridare Cecco, — anzi mi scuserà la libbertà che mi son preso…

— Cecco, detto Scacciapensieri, eh? — soggiunse il principe ripensando a quel soprannome che lo aveva colpito.

— Sissignore per servirla.

— Siete voi?!

— Io in persona.

«Che notte strana e favolosa è questa per me! — pensò il principe; — mentre dopo ore di lotta e di spasimo, deciso, cerco la Morte, la Vita m’aspetta sul lastrico, m’accoglie ridendo su due materassi sudici, e mi dà per compagno un uomo che puzza di vino e si chiama Scacciapensieri!»

Cecco lo fissava coi piccoli occhi posti a cavaliere del suo gran naso rosso: avrebbe avuta una gran voglia di parlare, ma poi si accontentava di guardarlo così, fisso, e di pensare. Pensava: «Che razza di animale sarà mai questo, che si voleva ammazzare, mentre aveva ancora chi sa quanti quattrini in tasca! Già, quando s’è detto signore, s’è detto matto! Guarda un po’ se questa è l’ora da andare a passeggiare in botte, alla mezza notte! che nun incontri un cane che te veda! manco ‘n amico che schiatti d’invidia… Pori quadrini!! Basta: per me ci guadagno sempre: meglio che all’ospedale qui si sta. Te ce rifiati a questo freschetto! È un gran bel mestiere fare il signore, ha ragione la mi’ Esterina!!» E gli occhi gli brillarono pensando alla giovane e bella moglietta che s’era presa da poco tempo, e che a quell’ora doveva dormire sola sola, nella loro cameretta, in quella ultima casa solitaria, e forse non si sognava nemmeno che il suo Cecchino le stava per passare sotto le finestre, disteso in botte come un lorde, per andare a veder sorgere la luna dietro le tombe della via Appia!

Non c’erano che due cose capaci di fargli venire lucciconi di desiderio al solo nominarle: la moglie e il vino. Era dunque naturale che il ricordo di una gli richiamasse quasi sempre il ricordo dell’altro.

«Eppure, — pensò infatti Cecco, — questa sigaretta è fina, non c’è che dire, in carrozza ci si va bene…. ma io sento che qualche cosa mi manca! ‘Na fojetta almeno ce ne vorrebbe! Ma sì! Come faccio a dirglielo? Chi sa perchè me metterà tanta suggezione questo morto resuscitato!»

E intanto la porta San Sebastiano era passata, e le cento osterie della grande arteria romana incominciavano a sfilare, e ognuna diceva misteriose e dolci parole al cuore di Cecco il quale rispondeva con tanti sospiri. Le loro scarse luci affumicate risplendevano come tanti fari per gli occhi suoi di assetato navigante, e ciascuna lasciava un più triste buio nella sua anima.

«Coraggio, Cecco! Ecco quella de Riviecce ce l’ha bono da 8…. e dijelo, sbrighete!» gli gridava lo stomaco con quanta voce aveva. Ma sì! la lingua stava ferma e Riviecce passava.

«Coraggio, Cecco! Ecco Morimo ritti. Se te ce fermi con la carrozza e con un avventore cusì, te fa credito pe’ un mese de seguito: e pparla, per dio!»

Ma che! la lingua non si voleva muovere e quell’accidente di vetturino tirava, proprio in quel punto, una frustata al cavallo, e così Morimo ritti passava anche più presto di Riviecce. E passava Vacce Forte come un sogno, e passava Monte d’oro e quella del Colombario e quella della Ninfa Egeria…. Era una disperazione da strapparsi tutti i capelli.

Quando si fu proprio persuaso che il coraggio gli mancava, e in tanto c’era poco a casa sua, e proprio davanti a casa sua stavano le ultime due osterie, e se lasciava passar quelle, addio! era fritto! incominciavano, «che Dio ci scampi e liberi, li sepolcri con la luna sopra,» i quali altrettanta consolazione parean promettere al suo macabro compagno di viaggio, quanta noia promettevano a lui: allora fu preso da un feroce disprezzo di sè stesso, e incominciò a insultarsi, a dirsene di tutti i colori: «vigliacco! infame! ladro! assassino! bojaccia….» E da principio se le diceva mentalmente; ma poi l’ira dilagante e l’esuberanza stessa del suo vocabolario romanesco richiesero l’inconscio aiuto delle labbra e della lingua, e finalmente anche quello delle corde vocali, sì che il principe fu scosso a un tratto in mezzo a una sua tetra fantasticheria, udendosi vicino una salva di atrocissime ingiurie.

— Che cosa dite?! — esclamò il principe. — Con chi l’avete?

— Eh?! — fece Cecco trasecolato anche lui, — e chi lo sa? l’avevo…. così…. col Destino!

— Anche voi?… portate indegnamente dunque il vostro soprannome, o forse siete bravo soltanto a scacciare i pensieri degli altri…. la qual cosa è tanto facile!

«Sangue d’un cane! — pensò Cecco, — se mo’ incomincia a filosofà, addio fojetta per davvero!» e allora finalmente sentì il suo cervello dare come un guizzo e scoccare la sua geniale scintilla. Aveva trovato l’attacco giusto, e gridò:

— Guardi lei se non ho ragione di dire che il Destino è infame! Davanti a casa mia ci son due osterie: una è d’un zagarolese che te dà benzina pura garantita, da fa’ cammina’ l’automobbili; e quell’antra è d’uno de Genzano, un galantomo de razza, che ci ha le vigne al paese e il vino come je vie ggiù dall’uva così lo porta al banco, veritiero, genuino, senza sofisticherie; s’è agro, agro; s’è dolce, dolce: ce senti dentro le qualità dell’uve, un profumo che se chiudi l’occhi, te sembra d’esse al tinello…. Ebbene, sissignore, quel zagarolesaccio fa pieno la sera e conta quattrini a manciate, e quell’altro disgraziato…. conta le gambe alli panchetti.

— È naturale che sia così, — disse il principe. — Al genzanese non rimane che adattarsi o ammazzarsi. — E per la durezza ricercata di queste parole, traspariva il pianto.

Ma Cecco voleva andar diritto al suo scopo, ormai che aveva trovata la strada buona:

— Crede che ci abbia fatte poche quistioni io, colla gente? Ma sì! L’uomo ha la testa dura; va attorno all’inganno come le mosche attorno alla sporcizia. Eccoli là!! Eccoli là!! — gridò a un tratto alzandosi quasi in piedi, — vede quei due lumi ultimi? il primo, quello più grande, è di quel ladro patentato, e quello sotto, più micragnoso, è di quell’altro, onesto come l’oro!… Faccia rallentare! vedrà se dico bugia: il primo sarà pieno e il secondo sarà voto…. vedrà! Eppure vorrei farglielo sentire quello bianco asciutto da 8!… Robba da principi!!

Il principe che lo guardava parlare e spasimare con un sottile sorriso, in cui c’erano, strano connubio, della compassione e dell’invidia, a quest’ultima uscita, non potè trattenere un breve scoppio di riso.

— Roba da principi, — mormorò a fior di labbra, — che gente fortunata, i principi, è vero?

— Ci sono dei principi che non bevono vino: quelli son più disgraziati di me! — gridò Cecco con una voce in cui sembrò tremare un ignoto spirito profetico, tanto disperatamente egli si tendeva tutto verso l’ultimo faro del genzanese che ormai era a un tiro di sasso, e oltre il quale già si disegnavano i paurosi profili degli acquedotti e dei sepolcri, illuminati appena dalla luna nascente.

— Che povero scacciapensieri siete, — disse ancora il principe sorridendo, — se avete bisogno del vino per liberarvi dalle vostre pene!

— No! Io ho una pena sola al mondo: la sete! Ma quando Cecco ha sete non è Cecco: tutti lo sanno; se si vuol conoscer Cecco bisogna prima levargli la sete! — gridò Cecco disperato.

— E sia: conosciamo Cecco! — disse quasi tra sè il principe, poi gridò: — Ferma!

Il vetturino fermò quasi di botto, ma Cecco s’era già scaraventato giù di gran corsa nell’osteria a scuotere l’enorme genzanese che dormiva al suo banco, secondo il solito; e aveva preteso d’illuminarlo con quattro mezze parole sul grande onore che gli stava per fare, e già lo trascinava trasognato e pur sorridente fuori dell’osteria. Insieme aiutarono il principe a discendere nella bottega e a sedersi a un tavolino: a quello di destra più vicino al banco.

C’era da scegliere; erano tutti liberi, salvo uno: quello di sinistra più vicino all’uscita, sul quale erano tre mezzi litri vuoti, un bicchiere pieno, e la testa d’un uomo tutta rasata. Se quella testa non avesse russato, sarebbe stato facile scambiarla, così posata sul marmo, con un pezzo anatomico, in attesa del bisturi.

Cecco la degnò appena d’una occhiata di sbieco; riconobbe subito «Testa di morto» l’accattone più facinoroso della contrada, col quale anzi una volta aveva avuto che dire, e brontolò: — Stasera è grascia! A chi li avrà rubbati?

Ma subito che il principe fu seduto, Cecco ebbe ben altro da fare che badare a «Testa di morto».

Ah! se Cecco avesse potuto invece sapere perchè quell’uomo stava lì!

E se chi pagava quei tre mezzi litri a «Testa di morto» avesse potuto mai vedere in che modo questa spregevole carcassa compiva il suo dovere di piantone?!…

Ma Cecco scaricava le sue minuziose istruzioni nel bovino cervello del genzanese.

— Dateme retta, Giggi, che questo nun so chi sia, ma è un pezzo grosso: domani verrà sul giornale!!… e ce verrete pure voi!… se me fate fa’ ‘na bbona figura!… De quello lì, ci avete a da’! — diceva indicando una delle tre botti che stavano in fila dietro il banco. — Quelli no! cavate fuori due bicchieri de cristallo…. È alzata la vostra figliuola?…

— Sì; riguarda il bucato di là…. Perchè?

— Perchè bisogna farglieli lavare a lei i bicchieri, e anche er litro…. che risplenna….! se no c’è pure er caso che se schifi…. Allora ce famo ‘na bbella figura, io e voi!… — E così di seguito.

Quando gli parve d’aver detto tutto, prese una salvietta di bucato e corse egli stesso ad asciugare un po’ di vin rosso che era sul marmo del tavolino prescelto, e continuò poi a sfregar questo marmo con tutta la sua forza per qualche minuto, come se volesse cavarne faville.

— Basta! Basta! — ripeteva il principe sorridendo.

Venne la figlia del genzanese, una bella e forte ragazza di diciotto anni; lavò i bicchieri sotto la cannella finchè non li sentì scrocchiare tra le sue mani rosse; li asciugò con gran cura, ripassandoli con una salvietta di tela, perchè non vi rimanessero peli attaccati; poi li diede al padre.

— Vede? — osservò Cecco. — Ecco un’altra causa della disgrazia di quest’oste: ha una figliuola che par fatta dalle mani di Dio: nossignori, non vuol che serva gli avventori: gli altri farebbero a pugni per averci un richiamo simile!… e lui….

— L’onestà prima di tutto, — confermò il genzanese che portava i due bicchieri sopra un piatto tutto dipinto a fiori. — Se mi va a male il negozio lo chiudo e torno in campagna, mio caro signore; ma se mi va a male la figliola, che faccio? Non la posso mica chiudere! — e rise soddisfatto.

— Dice benissimo, — approvò il principe caldamente, osservando con grande interesse la ragazza, la quale, sebbene avvezza a questo paragone paterno, non cessava perciò di arrossirne con una cotal grazia boschereccia da innamorare.

Quando Rina ebbe lavato il litro e lo guardò contro luce limpido e gocciolante, il principe disse al genzanese: — E, a me, in via eccezionalissima, vorreste concedere il piacere d’essere servito dalla vostra brava e bella figliola?…

Rina servì il litro, anche questo sopra un piatto tutto dipinto a fiori. Le si aggiunse nuovo rossore sul vecchio, e i denti per questa ragione sembrarono più bianchi e gli occhi più splendenti all’ombra delle lunghe ciglia nere.

— Quanta salute! — esclamò a fior di labbra il principe, e pensò: — Che il segreto della Vita stia tutto lì: nell’avere una salute come quella! — Poi soggiunse: — Riempici anche i bicchieri, che noi li vuoteremo alla tua felicità! Sei contenta?

— Grazie, — disse Rina, e mescè.

— Sentiamo un po’ — disse il principe. — Che cosa aspetti tu dalla Vita? Che cosa desideri? Che cosa chiedi?

— Ma!… Non saprei, — rispose Rina alzando un po’ le spalle. — Tutto quello che mi succede mi piace! L’ha fatto così bene Domineddio il mondo!

Negli occhi attenti del principe passavano ombre e sorrisi.

— Ci ho un dispiacere solo, — continuò Rina, — quello di non avere conosciuto la mia povera mamma: ma mi consolo perchè la vedrò in paradiso…. E poi il babbo mi vuol tanto bene….

— E così, — disse il principe immergendosi sempre più in una dolce stupefazione, — tu non desideri nulla?

— Oh! Ma noi si può bere lo stesso! — gridò Cecco che non resisteva più a star col naso sul vino senza bere, — perchè le ragazze non dicono mai quello che desiderano!

Il principe bevve d’un fiato il bicchiere che Cecco gli tenne, ma senza sapere ancora levare gli occhi da quel benefico e nuovo spettacolo che la vita gli offriva (nè sapeva se per fargli bene o male); e per la prima volta gli passò nel cuore un certo senso di sollievo per esser rimasto vivo, per avere ancora orecchie e occhi, per udire e per vedere.

— Sì! Sì! ha ragione il nostro Cecco, caro signore! — tonò Gigione il genzanese, — se sta a aspettare che lo dica lei! Ma io lo so bene quello che desidera la mia ragazza…. Una certa casa sulla piazza del paese, vero Rina? tutta rimbiancata di fresco,… — e Rina si rifaceva rossa come un geranio — …. che appena entrati ci si senta un profumo di farina, di prosciutti, di spezie, di mobilia nuova, di biancheria pulita, un cantar di galline, un ridere di bambini…. Eh? Rina?… Poi cinque vignarelle da sommare a quelle che ti lascerò io….

— Basta, babbo! — gridò Rina scappando nel retrobottega.

— Come «basta»? — gridò lui. — Se me fermassi qui ce mancherebbe er mejo! E che sarebbe sta grazia de Dio, se nun te ritornasse tutte le sere ‘l tu’ Pippo con le primizie della vigna, e con la voja de baciatte!

— Ah ah! — urlò Cecco. — È un ber giovane Pippo! un vero rubbacori! — e riempì di nuovo i bicchieri: — Mo’ che sapemo tutto potemo béve con più cuscienza! — e bevve il secondo d’un sol fiato.

— Fegataccio sa, signore? questo Pippo, — continuò il genzanese vedendo che il principe lo guardava come chiedendogli di seguitare, — fegataccio, sì, ma giusto, e de core bono! Due polsi, a vent’anni, che passano i miei, cavalcatore, giostratore, cacciatore che non ha l’eguale…. e Rina non perchè sia la figliola mia…. ma è proprio la donna che je ce vole…. Eppoi già, appena visti se so’ voluti bene!…

— Io bevo per la felicità della vostra Rina! — gridò il principe rosso in volto e commosso. — Fatemi bere!

E Cecco con gran letizia l’ubbidì, facendo scolare anche l’ultima goccia nella bocca del principe. Poi, prima di bere il suo terzo bicchiere, lo alzò gridando: — Sicchè, aspettiamo li confetti!

— Bisognerebbe che venissero presto davvero, — borbottò Gigione con un mezzo sospiro, e assicurandosi bene che Rina fosse abbastanza lontana per non udirlo.

— Perchè? — fece Cecco.

— Perchè, caro mio, quello nun è omo da stasse fermo: se nun è caccia permessa, è caccia de frodo! Intanto che aspetta la sua, ho paura che s’ingegni con le donne dell’altri!…

— Quello se capisce! — interruppe Cecco.

— Già, — disse Gigione, — ma almeno se le andasse a cercare un po’ distante di qui.

— Che? ci ha niente niente, quarche giretto qui vicino? — dimandò Cecco ridendo.

— State zitto! — fece Gigione dondolando il capo pensieroso. — Non ho potuto saper dove preciso, ma ci giurerei che non è a cento metri di qui! Avete a sapere che alle nove ha salutato Rina quel birbaccione, perchè, dice, che andava su al paese; e invece un’ora fa, — e chinò il capo tra il principe e Cecco, sussurrando le parole in mezzo ai folti baffi, — un’ora fa l’ho visto io, qua sull’angolo, sotto il lampione; che se lo sapesse la povera Rina mia, je verrebbe chi sa che male!

— Nun avete provato a mette ‘l zippolo a quella botte de veleno là? — disse Cecco accennando con disprezzo all’accattone che russava più forte di prima. — Quello sa li fatti de tutti, garantito.

— Ho provato, nun parla.

— Dateje un paro de pugni bboni, come feci io, ‘na vorta!…

— Ma io lo so…. l’ho indovinato perchè non parla quel «Testaccia di morto», — ribattè il genzanese soffocando sempre più il suo vocione, — perchè quelle tre fojette là son pagate da lui, da Pippo….! ce giocherei la testa che son pagate da Pippo…. perchè je tenga mano.

— Pol essere, sicuro! — sentenziò Cecco ricaricando i bicchieri fino all’orlo, e presentando poi il litro vòto all’oste.

Quando il genzanese l’ebbe riportato pieno, e si fu poi anche riaccomodato al suo posto solito, appoggiando il gomito nudo al banco e la testa alla tozza mano, dimostrando l’intenzione di licenziare i noiosi pensieri e aprir le porte a quella brava gente che sono i sogni; Cecco allora si rivoltò tutto verso il suo strano compagno, con una mossa che pareva significare: — Finalmente, a noi! possiamo un po’ parlare dei fatti nostri!

E infatti incominciò: — Ce sarà una cosa che faccia più bene der vino? Eh?… Già ve vedo che state mejo…. e avete bevuto solamente due bicchieri…. tre con questo che ve do’ adesso…. Che so’ tre bicchieri?! robba da ride! E pure!… — Si fermò perchè s’accorse che, senza volere, aveva ridato del voi a quel pezzo grosso; e pensò ridendo di cuore: «Non foss’altro che questo: je rido del voi e manco se n’avvede…. Perchè? perchè er vino è come Dio: pett’a lui so’ tutti uguali…. nun conosce nè poveri nè signori!»

A metà del secondo litro, mentre il genzanese si era già definitivamente congedato dai suoi pensieri, e di Rina il principe non vedeva più altro che una mano, di tanto in tanto, allungarsi per prendere a uno a uno i panni dal monte del bucato, sotto la luce verdolina del gas, nella stanzetta accanto; il cuore di Cecco era stato stretto da una infinita compassione per il suo compagno.

Così aveva preso tra le sue una mano del principe, il quale se n’era avvisto sì, ma non se n’era punto maravigliato come di cosa naturalissima; e gli aveva incominciato a parlare in questo modo:

— Amico! damme retta a me che te vojo bene! Ce giocherei l’anima che tu ci hai quarchedduno che te vor male, che te vorrebbe véde a magnà l’erba co’ le bestie!… e tu je dai la soddisfazione d’ammazzatte!… E te pare de fa’ ‘na bbella cosa?!… Ma io vorrebbe magnà e béve co’ li quadrini che ci hai tu…. E scarrozzaje davanti da la mattina a la sera…. Uh! — e s’addentò l’indice, — s’averebbero da rivoltar ne la polvere come li cani, dalla rabbia de vedemme ingrassà! E ccusì, quanto un ber giorno er fiele je farebbe ‘n botto, come a certi morti…. Pah! e te li vedressi a cascà davanti verdi! E tu allora gli avressi da métte un piede addosso, e dije: Ve sta bene, ve sta, brutti puzz…. Come? nun dico giusto?! Che ci hai da scotere il capo?

— Io non ho nemici, mio caro, — disse il principe, senza levare gli occhi attenti e lucidi da quel monte di bucato che calava lentamente là nel retrobottega.

— Ah! impossibile! — urlò Cecco.

— Non ne ho, — ribattè l’altro, — oppure non so di averne; il che vale tanto come non averne.

— E allora? Che cerchi?

— Tutto il male che ho avuto nella vita, — disse lentamente il principe, — me l’hanno fatto quelli che m’hanno voluto bene.

— Gli amichi! li parenti!… Ammazz….

— No, no, no, no! — gridò il principe. — No! non si tratta di falsi amici nè di parenti malvagi. Sono stati mio padre e mia madre che m’hanno fatto il più gran male!

— Che me dichi?!

— Sì! Sì! — continuò l’altro con strazio, — anche mia madre! M’hanno fatto credere in un mondo che mi piaceva tanto, e poi sono morti: e io son dieci anni che brancolo cercando e frugando per trovare quel mondo là, capisci? e non lo trovo… non lo trovo perchè non c’è! perchè era una menzogna! Tardi, ma l’ho capito!… Eppure che cosa devo fare io se quello era l’unico mondo dove m’ero preparato a vivere, era l’unico mondo dove avrei potuto vivere!… Perchè m’hanno ingannato? perchè? Io non lo so. Le bestie non fanno così. Le bestie sanno che cosa bisogna insegnare ai loro piccoli perchè imparino a vivere tra le bestie, a nutrirsi, a combattere, a vincere!

Cecco rimase addirittura sconcertato: strinse la bocca, chiuse gli occhi come se si accingesse a pensare. Ma, a un tratto, cambiò rotta. Afferrò il litro, riempì il bicchiere del principe e glie l’accostò alle labbra senza dir verbo. Il principe bevve.

— Finchè si fanno di quei discorsi lì, è segno che non si è bevuto abbastanza! — sentenziò Cecco.

Ci fu una lunga pausa, durante la quale gli occhi già lucidi del principe sembrarono annebbiarsi e tremare sotto il peso delle palpebre: ma quando proprio pareva ch’egli dovesse addormentarsi, tirò fuori una lunga lunga e strana risata senza rumore, poi disse:

— «Sarai deputato, sarai ministro, ambasciatore…. la tua parola franca, i tuoi studii, i tuoi ideali sublimi ti porteranno in cima a tutti gli onori!…»

Abbozzò un’altra risata, e poi con furore quasi gridò: — Ma non sarebbe stato meglio dirmelo subito a che prezzo si aprano tutte le porte? a qual patto si vinca veramente in questo sùdicio mondo?!

E due lacrime discesero brillando sul suo pallore.

Cecco rimase un pezzo a guardarlo imbambolato, poi si girò sul panchetto scuotendo forte la testa; e diceva ad alta voce, ma come tra sè:

— Me pare de sognà! S’ha da di’ male de la Vita! la vorrebbero più bona, più condiscendente, più allegra! Ma nun lo vedeno che tutto quello che arzigogola lo fa per diverticce, poverina, e pe’ ffacce ride! E nossignori: ce so’ certi ingrati che vonno piagne pe’ fforza, je vonno fa’ le boccacce! Eeh…. eeh…. (e qui faceva certe strane boccacce di pianto da neonato). E ffate come me! che ve possino brucià vivi come Giordano Bbruno! Fate come me che pijo tutto per gioco e rido de tutto…. che me spacco dal ride…. e manco…. Che c’è? — fece Cecco rivoltandosi mezzo spaventato.

«Testa de morto», ancora con gli occhi socchiusi, lo guardava e digrignava i denti e biascicava, come volesse ridere e parlare.

Che diavolo gli voleva dire?

Vuotato il bicchiere che gli stava pieno davanti, «Testa de morto» riuscì a dire quel che voleva:

— Oh! te! Si hai tanta voja de ride…. perchè nun vai…. a da’ ‘n’occhiatina su…. a casa tua?!

Detto appena questo, stralunò gli occhi e ricadde sul marmo del tavolino.

— Sporca bestia senza padrone! — rantolò Cecco, alzandosi. Poi súbito scosse le spalle e fece una gran risata, e si rimise a sedere rivoltandosi al suo compagno.

Ma il principe non lo udiva nè lo vedeva più. Aveva ora gli occhi chiusi e sulle labbra un piccolo sorriso dolcissimo. Rina, lieta forse di esser vicina al termine del suo lavoro, aveva incominciato a cantare una vecchia nenia dell’Agro, ed egli, certo a quella nenia, s’era addormentato.

Cecco, vedendo quel giovane stanco piegarsi lentamente verso il tavolino, provò per lui un vero senso di protezione paterna, e pensò: «Guarda come s’addormenta bene al canto! Mica è un omo, questo! è un bambino: je ce vorrebbe la mamma che l’addormentassi così tutte le sere!»

Ma quando Cecco si vide solo in mezzo a quella gente che pareva tutta morta, ebbe paura di qualche cosa. Volle ridere: ma poi ci ripensò e capì che era inutile. Che serviva ridere ora che quella sporca bestia, quel «Testaccia di morto» gli aveva cacciato i suoi denti da cane nel cuore?

A un tratto si trovò nella destra un bísturi.

Come? Quando l’aveva cavato dal suo astuccio senza avvedersene?… Se lo nascose presto nella tasca della giacca.

S’alzò pian piano, andò a guardare dai vetri dell’uscio, poi l’aprì: stette a contemplare la sua casetta lì di faccia, che sembrava un giocattolo dimenticato da un bambino sotto una pioggia di stelle.

«Che ce vado a fa’?!» disse forte Cecco riscrollando le spalle. Ma non si mosse dalla soglia dell’uscio.

E come si mosse, fu per traversar la strada: «Servirà pe’ ffaje una sorpresa…. pe’ daje un bacio che nun se l’aspetta!…»

Intanto il principe sognava. Sognava una gran casa sulla piazza d’un paese, tutta imbiancata di fresco di dentro e di fuori, piena di prosciutti, di farina, di panni lavati, di galline, di bambini ridenti, dov’egli era padrone, e Rina era sua moglie. Gli pareva di ritornare allora allora dalla caccia e di scaraventare il carniere in mezzo alla cucina per abbracciar presto la sua bella massaia. E gli pareva di durare un gran pezzo a tempestarla di baci sul viso rosso infuocato, finchè, alzando la testa, vedeva sul muro, appeso, tra i prosciutti, un ritratto antico, dall’abito uguale a quello di un suo antenato, ma con la faccia di Cecco tale e quale, che rideva e gli diceva movendosi: «Vedi, vedi che la vita è allegra? Vedi che avevo ragione io?!» Allora aveva incominciato a ridere anche lui, ma di cuore, come non si ricordava di aver mai riso in tempo di sua vita; e ridendo giù a scroscio, guardava Cecco e gli ripeteva a perdifiato: «Grazie Cecco! Grazie Cecco! Grazie Cecco!…» e il suo riso cresceva ancora, e lì appesa la faccia di Cecco gli continuava a dire: «Vedi? Vedi che la vita è allegra? Vedi che avevo ragione io!?…»

Ma Cecco, il vero Cecco, a quell’ora, allagava la sua casa di sangue.

E la povera Rina cantava ancora!

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