Ercole Luigi Morselli – L’elefane

C’è una sola fatica della quale l’uomo civile non senta mai il bisogno di riposarsi: ed è quella di occuparsi dei fatti del prossimo. Infatti nelle stazioni climatiche e ai bagni di mare, dove si va per riposare di tutte le altre fatiche, nessuno pensa a riposarsi di quella.

Sotto questo aspetto, la piccola tribù bagnante di *** potè dirsi veramente fortunata l’estate scorsa; perchè ai consueti soggetti ormai tradizionali del luogo se ne aggiunse uno del tutto impreveduto e imprevedibile.

Si trattava di una enorme femmina piombata là, in quel lembo di spiaggia adriatica, come un bolide.

Di dove era venuta?

Nessuno lo sapeva.

Era scesa da un vagone-letto proveniente da Brindisi; questo lo assicurava il giudice Cesti che aveva una passione atavica (diceva lui) per vedere arrivare i treni. Da ciò, e dall’aver essa con sè una piccola serva di pelle bruna ed un mostruoso bulldog con i quali conferiva in inglese, il medesimo giudice aveva indotto che essa «provenisse» (sic) dalle Indie. Senonchè il professor Percossi, insegnante locale di storia e geografia, era pronto a scommettere qualunque bibita sostenendo che quella piccola negra era di razza australiana e che perciò la padrona doveva venire dall’Australia. Ogni volta che il giudice e il professore si trovavano di fronte, era battaglia dichiarata.

La conclusione era sempre una: non si sapeva donde quell’enorme bolide carnoso fosse caduto, nè chi fosse.

Appena giunta era salita sull’omnibus-automobile dell’Albergo dei Bagni, il migliore albergo del luogo, dove ella si era scelta la più bella e costosa camera, con salotto, lasciando in portineria un nome che poteva benissimo anche essere il suo: Miss Mary Rudge.

Ma se ne sapeva quanto prima. Il fatto che fosse miss non meravigliò nessuno: tanto coloro che la giudicavano un giovanissimo fenomeno vivente, quanto coloro che le regalavano quarant’anni buoni, tutti si trovavano d’accordo nel crederla destinata ad una eterna verginità: tutti, perfino il biondissimo trentenne conte Saturni, che s’era di fresco sposata una signora di sessantaquattr’anni e senza un occhio, per trecentomila lire di dote! perfino due elegantissimi disperati già noti rivali del sullodato conte, i quali poi, sia detto in segreto, si sottoponevano ad acrobatici appostamenti per riescire ad essere notati dalla enorme miss!

Sì, perchè in mezzo a tanto buio, c’era una cosa chiara: miss Mary Rudge doveva avere di molti ma di molti denari: e questo punto indiscutibile era anche quello che esasperava tanto la curiosità di tutti. Figuratevi che, arrivata nei primi giorni di luglio, mentre ferveva sulla spiaggia il lavoro per la costruzione dei capanni municipali e privati, essa ne aveva provocato l’immediato arresto, pretendendo che le si erigesse in quattro e quattr’otto un robustissimo capanno a due piani, circondato di un ampio recinto di rete metallica, arredato del necessario per potervi dormire e mangiare, e validamente munito contro le intemperie. Ebbene: in soli cinque giorni tutto fu pronto. A tutti i vecchi del paese sembrò un miracolo, e si seppe subito che esso era dovuto ad una inaudita pioggia di sterline.

Così, dopo cinque giorni, la nostra miss (pur non cessando di tenere per suo conto la migliore camera dell’albergo) aveva preso regolar possesso della sua singolare abitazione. Si raccontavano i particolari del collaudo e se ne facevano gran risa. I due maestri carpentieri avevano passato un brutto quarto d’ora seguendola nella sua prima visita. Le più imprevedute e dolorose voci nascevano da ogni parte: quasi ogni fibra del legno implorava pietà al suo passaggio… Ma poi come a Dio piacque la cosa aveva avuto buon fine: la miss aveva detto: «all right» e aveva pagato. Da quel giorno nessun piede profano potè più oltrepassare il recinto, e il luogo si chiamò come l’aveva battezzato un giovane e allegro falegname, mazziniano per la pelle, che faceva all’amore con la serva del giudice: la casa dell’elefante.

Vorrei però che l’aveste veduta ritornare dalla sua lunga passeggiata meridiana, la miss gigantesca, ansante e sudante, coperta d’un immenso accappatoio grigio con la testa riparata da un piccolissimo ombrellino rosso, accompagnata dalla giovane servetta negra bassa e magrissima, seguìta ai calcagni dal fedele bulldog, il quale, specie nelle giornate di vento, scompariva tutto sotto il nuvolo di rena alzato dal poderoso passo del pachiderma…. Scusate! Era così viva la rassomiglianza, che proprio involontariamente….

Quella passeggiata, forse l’avrete subito indovinato, non era se non una delle quotidiane torture alle quali la povera miss si sottoponeva con altrettanto quotidiana fiducia: era un «numero» di quei vorticosi programmi di cure dimagranti, nei quali l’America del Nord è così grande maestra.

I più sperimentati caccianasi del luogo, non potendo far altro, si dedicarono a compilare e a divulgare un particolareggiato resoconto della giornata dell’elefante. Alle sei della mattina: la levata; alle sette: un bagno di un’ora a 40°, nel vicino stabilimento idroterapico; alle otto e mezzo in punto: la pesatura. Questa funzione delicatissima e importantissima si compiva in una saletta terrena dell’Albergo dei Bagni dove era stata verificata e rinverniciata appositamente una vecchia stadera automatica. Il cassiere dell’albergo in persona, all’apparire della miss, lasciava il suo scanno, chiudeva a chiave il suo piccolo ufficio, e fattole un profondo inchino la precedeva nella «stanza della pesatura»: si levava di tasca due soldi e attendeva con solennità, tenendoli alti e bene in vista vicino alla bocchetta, pronto a gettarveli nel momento stesso in cui la piccola piattaforma incominciava a tremare sotto il primo colpo di piede dell’elefante.

Lì per lì la lancetta sembrava impazzita; sotto gli occhietti trepidanti della miss, andava, tornava, si dibatteva…. finchè trovava riposo là verso i 107 o i 108…. chilo più chilo meno…. Per noi: «chilo più chilo meno»! non già per lei, poveretta! Una differenza di due ettogrammi bastava a far scintillare il suo massiccio volto di gioia o a disegnarvi una smorfia che la faceva improvvisamente rassomigliare al suo cane. Gioia e dolore erano sempre muti, e ci voleva un vecchio e appassionato amante delle bestie, qual io mi vanto d’essere, per commuoversi.

Dopo la pesatura c’era la passeggiata lungo la spiaggia, la quale durava esattamente quattro ore: dalle nove al tocco dopo mezzogiorno. La partenza e il ritorno si effettuavano in mezzo alle più varie manifestazioni di allegria di tutti i gruppi di bagnanti davanti ai quali la paziente miss era obbligata a passare. Al tocco preciso giungeva il ragazzo dell’albergo con due portapranzi e un cestino colmo di frutta. Il cestino rappresentava il vitto giornaliero della piccola negra. I due portapranzi erano uno per il cane, uno per l’elefante. Mentre la serva rosicchiava le sue frutta durante tutta la giornata, tanto il cane che l’elefante divoravano in un attimo tutto il loro pranzo, uno di fronte all’altro, e non rimangiavano più fino al tocco del giorno dopo. E quello del cane era almeno un vero e proprio pranzo da cristiani, ma quello della povera miss era semplicemente diabolico. Mezzo chilo di filetto arrostito, affogato nella salsa di senape, sei torli d’uovo che essa sbatteva crudi in quattro dita di autentico rum Jamaica e ingoiava tutti d’un fiato. Per chiudere, un gran limone da mangiarsi a fette.

I camerieri del Ristorante dei Bagni comunicavano a tutti i clienti questa lista, con la medesima aria con la quale i guardiani dei giardini zoologici informano i visitatori sul vitto delle belve.

Del resto in tutto e per tutto la povera miss era ormai considerata niente più che un raro esemplare di qualche specie creduta scomparsa, e ognuno avrebbe giurato che quell’animale, sebbene somigliasse approssimativamente ad una donna, dovesse essere assolutamente incapace di pensare e sentire come pensano e sentono le nostre donne.

— Basta un’occhiata per definirla un’apatica tipica! — sentenziava il giudice per dimostrare la sua dimestichezza con le più recenti scoperte della criminologia.

— Sì…. sì…. finchè fa di queste cacofonie, padronissimo…. ma la negra è australiana…. glielo dico io! L’etnologia non è un’opinione! — ribatteva sistematicamente il professore.

Le signore, specialmente quelle magre, facevano faville per la felicità: in ogni lazzo, in ogni elaborata freddura del sesso maschile contro quei poveri innocui 107 chilogrammi esse vedevano un inno ai loro ossetti snodati, una sconfitta definitiva delle loro amiche grassocce.

Una sera ad una festa (una di quelle compassionevoli feste da piccole stazioni balnearie, per le quali nessuno vuol cavar soldi e in cui il miglior divertimento è quello di criticare chi ha sudato per organizzarle), dinanzi a molte graziose signore nonchè al giudice Cesti, al professor Percossi e a quei due bellimbusti cacciatori di doti, arrischiai una timida ipotesi suggeritami da un attento esame degli occhi della miss, al quale esame da qualche giorno m’ero dedicato con paziente amore.

— E se dentro a quell’enorme sacco di carne e di grasso battesse un piccolo e tenero e romantico cuore di donna, in tutto e per tutto simile a quello che voi signore ci mostrate attraverso i vostri sacchetti deliziosamente diafani e profumati?… Allora essa sarebbe sacra a un grande dolore…. e forse…. i suoi occhi lo dicono, per chi sa leggervi dentro….

Passato il primo stordimento, un urlo selvaggio uscì da quei teneri cuoricini che mi circondavano e mi troncò la parola sulle labbra. Se invece d’essere ad una festa, fossimo stati nel centro dell’Africa, non mi avrebbero troncato soltanto la parola! Il giudice Cesti si limitò ad abbozzare un sottile sorriso da uomo che la sa lunga e non la beve. Il professor Percossi invece sembrava preso da un accesso di epilessia, tanto rideva. I due giovanotti soltanto mi guardarono contemporaneamente con un infinito senso di gratitudine.

Debbo confessarvi che quando arrischiai la mia ipotesi, io ne ero tutt’altro che entusiasta; già è straordinariamente raro che io prenda a cuore le mie opinioni: ma quell’accoglienza così ostile scosse imprevedutamente il mio amor proprio.

— Io sono sicuro di quel che ho detto — gridai — posso leggere in quell’anima come in un libro aperto, vedrete! I fatti mi daranno ragione!…

Mi avvidi io stesso di averla detta grossa. Tanto più che i due giovanotti di dorate speranze sembrarono aver prese le mie parole come un complimento o meglio un augurio diretto a loro, e dimostrarono così ridicolamente la loro compiacenza arricciandosi ambedue i baffi e poi subito accomodandosi ambedue il nodo della cravatta, che un riso irresistibile sfrenato pazzesco s’impossessò di tutto il gruppo che mi circondava, allargandosi anche minacciosamente a tutto l’angolo della sala.

A mente fredda pensai: ammettendo anche che io non mi fossi sostanzialmente ingannato nel giudicare un’anima femminile, il buon elefante sarebbe placidamente partito di lì a quindici o venti giorni, nessuno avrebbe mai saputo per dove, come nessuno sapeva di dove fosse venuta…. Quale fatto avrebbe mai potuto rompere la monotonia di quella cura dimagrante, proprio allora, per far piacere a me?!

Pur cercando con una prudenza da gatto soriano di ricoprire il meglio possibile di oblio la mia strana profezia, vigilavo.

Volere o non volere era una donna…. e con le donne…. non si sa mai!

Cinque giorni dopo, e precisamente la mattina del 15 agosto, il postino bussò per la prima volta alla casa dell’elefante, e consegnò una lettera raccomandata alla piccola negra.

— Di dove viene quella lettera? — domandai al postino, mentre aspettava fuor del recinto.

— Dal Canadà.

— Dal Canadà?

— Sì.

Un paese così freddo…. così lontano…. una lettera raccomandata…. Saranno danari. L’elefante sarà canadese (in barba al giudice Cesti e al professor Percossi) e la sua famiglia le spedirà danari….

Ma ecco apparire fuor della porticina del capanno l’elefante stesso nel suo consueto accappatoio, incontro alla negra; tendeva le mani tremanti: il suo gran volto sul grigio accappatoio era bianco e giallognolo come uno di quei grandi bioccoli di schiuma che il mare burrascoso abbandona sulle spiagge. La sola vista del postino l’aveva così commossa.

Con un rapido gesto pieno di fervore si ripose in seno la lettera, firmò a fatica, poi fuggì dentro, rovesciando tutta una giardiniera piena di vasetti di gerani in fiore.

Il romanzo c’era, per Bacco! Il difficile era capirci qualche cosa.

Per quel giorno l’elefante non si fece più vivo e io lasciai briglia sciolta alla mia fantasia.

La mattina dopo alle quattro ero in mare a veder nascere il sole, sulla mia barchetta a remi; quando, volgendo per puro eccesso di scrupolosità lo sguardo al capanno della miss, vidi che essa ne usciva con la sua negra. Gran dio! due ore di anticipo sulla levata? Quale misteriosa ragione….? Semplicissimo: una barca la aspettava sulla spiaggia, trepidante…. quasi conscia…. Bagnando le sue enormi gambe fino al ginocchio, ella salì sopra un piccolo masso a fior d’acqua, e di lì, aiutata un poco dalla piccola negra, un po’ più dalle bronzee braccia del barcaiolo, ma più ancora da qualche ignota e propizia forza soprannaturale, piombò sulla innocente barca, afferrò i remi e si diede a remare con tale impeto che il cerro sembrò vimini.

Essa remava di buona scuola: nonostante, la sua barca procedeva, naturalmente, lenta, e io la seguivo ripensando all’antica prora dantesca. Poichè il mare incominciò ad essere mosso da un fresco grecale, sotto il rosso sorriso del sole, la grave barca della miss contro il vento e contro mare quasi non si moveva più. Mi sembrò allora di vedere Nettuno stesso lasciar le briglie algose dei suoi cavalli e rotolarsi dentro la sua conchiglia per il gran ridere, mentre una torma di allegri tritoni si divertisse a trattenere per il timone quella furibonda rematrice.

Ad ogni modo, il mare aveva trovato un avversario degno di lui. O bene o male la eroica miss andò avanti verso Greco finchè l’orologio che la negra osservava non segnò le cinque.

Allora finalmente depose i remi e si concesse un po’ di tregua; guardò il cielo con l’intenzione evidente di bearsene, ma la neonata faccia rubiconda del sole, non parve piacerle. Ma volgendosi da ponente s’imbattè nella faccia bianca della luna di poco scema; allora, quasi con rabbia, abbassò il capo per contemplare il mare. Certo, ella non poteva guardare nè il sole nè la luna senza ricordarsi della odiata rotondità del proprio viso.

A un tratto si levò di mezzo al seno una carta, certamente la lettera del giorno avanti, e si mise a rileggerla, talora sorridendo come la luna, talora arrossendo tutta come il sole.

Girandole attorno, da pianeta senza scrupoli, potei osservare che la lettera era di otto pagine, di cui le prime tre erano presumibilmente piene di dolci e lontani ricordi; la quarta doveva contenere qualche cosa di decisivo, di grave, di irreparabile forse: le altre quattro, a giudicare dall’impressione che facevano sul volto di lei, avrebbero dovuto equivalere ad una buona dozzina di pizzicotti ben assestati. Ebbi la matematica sicurezza che si trattasse di una lettera d’amore. Esiste forse nel mondo qualche cosa che rassomigli all’effetto che fa una lettera dell’uomo amato sopra la donna che lo ama?

Quando la negra avvertì che erano le cinque e mezzo, la miss si riprofondò nel mezzo del seno la lettera, afferrò con rinnovato impeto i remi, e fatto cenno al barcaiolo di mettere la prua a terra, rivogò furiosamente, aiutata, ora, dal vento e dal mare. Scesa a terra, andò diritta verso il piccolo stabilimento idroterapico dove la aspettava il suo solito bagno a 40°; alle otto e mezzo: la pesatura; alle nove: in marcia sotto il sole già fiammeggiante; due ore di andata, due di ritorno; al tocco: il pasto; alle due: lettura di libri dentro l’ormai famoso recinto…. great attraction per i bagnanti e sopratutto per i forestieri di passaggio, mèta di interi eserciti di sbarazzini che si divertivano a fare andare…. in bestia l’irascibile bulldog attraverso la rete metallica o a fare le boccacce alla servetta negra costretta a tenere il piccolo ombrellino sul capo della padrona durante un paio d’ore.

Evidentemente la remata mattutina era un «numero» aggiunto d’urgenza al suo programma dimagrante; era dunque impossibile non subordinare questo affrettato bisogno di assottigliarsi all’arrivo della misteriosa lettera.

Ciò posto, e posto anche un altro fatto importantissimo il quale mi risultava sicuro, che cioè alla lettera in questione la miss non aveva risposto affatto, mi parve logico supporre che essa aspettasse senz’altro un suo amatore canadese. Nessun’altra ipotesi avrebbe potuto spiegare il profondo mutamento di tutta la psicologia dell’elefante. Al metodo rigido come una regola monacale, cui tetramente essa sembrava piegarsi prima, con la fredda volontà del cervello, era subentrata ora una fretta commossa, un’ansia trepidante; i piccoli occhi ceruli lampeggiavano di speranze visibili, di sogni infuocati; tutti i semplici atti della sua vita, pur non rinunziando al loro fine terapeutico, apparivano ora animati di un entusiasmo nuovo….

La sua psicologia era esattamente quella della donna che aspetta una visita amorosa: figuratevi che essa aveva perfino fatto portare nel capanno un pianoforte e dopo il tramonto essa lo pestava ululando appassionatamente!

Pregustando ormai la gioia di un trionfo personale, tacevo e vigilavo. Purchè questo amatore canadese non mi giocasse il brutto tiro di essere un altro fenomeno vivente, io mi sarei preso una bella rivincita sulla intera colonia bagnante, che ormai conosceva la mia profezia e ne rideva mattina e sera con stupidissima amabilità.

La sera del 19 arrivò alla casa dell’elefante un telegramma. Veniva dall’Havre.

Era fatta! Il canadese aveva veramente attraversato l’Oceano: non mi restava che attendere la sorte con animo virile.

Nemmeno al telegramma l’elefante rispose: ossia, rispose remando, sudando, pesandosi, correndo, soffrendo fame e sete, leggendo e stonando, con raddoppiato entusiasmo.

Io non abbandonavo ormai più i miei posti d’osservazione, e dove non potevo essere io, vigilavano fidati informatori. Mi resultava, ad esempio, che il giorno 20 la stadera aveva segnato chilogrammi 105,300: una prigione ancora ben solida per un’anima innamorata!… Ma il giorno 21, che, secondo i miei calcoli, poteva essere quello dell’arrivo, volli assistere io stesso alla pesatura. Ne valeva la pena! La miss giunse con un quarto d’ora di anticipo: era agitatissima; non s’avvide affatto di me. Essa non aveva certo mai interrogato il quadrante della stadera con più straziante trepidazione. Niente di più tragico e di più umoristico di quelle due facce rotonde che si guardavano, una come implorasse, l’altra tranquilla e stupida con l’aria di dire: «che ci posso far io?…. 105 e 700!».

Gli occhietti spaventati della miss aspettarono ancora qualche secondo sperando in un’ultima misericordiosa oscillazione: ma la lancetta s’era inesorabilmente fermata. Io, dal mio nascondiglio, vidi nettamente la disperazione affondarle gli artigli nelle gote, mentre chiedeva di salire alla sua camera dove da un mese non saliva; e non so chi mi tenne dal correrle dietro e gridarle: «Coraggio, per Dio! Non saranno certo quei quattro ettogrammi che potranno spaventare un uomo disposto a tenere sulle sue ginocchia un quintale!».

Mi limitai ad aspettare che la cameriera guercia, prontamente accorsa, discendesse dall’averla accompagnata.

La miss, in generale così guardinga e gelosa d’esser vista, questa volta, senza curarsi affatto della presenza della cameriera, era corsa dinanzi allo specchio dell’armadio, vi si era guardata per un istante, fremendo tutta, poi (proprio mentre la cameriera chiudeva l’uscio e metteva contemporaneamente l’unico occhio appositamente risparmiatole dalla provvidenza al buco della chiave) si era gettata per metà sul letto, scoppiando in un pianto dirottissimo e rumoroso. La piccola negra e il bulldog s’erano subito messi a piangere anch’essi. A tratti la strana e lugubre sinfonia cessava per ricominciare con un attacco formidabile, da strappare l’anima, finchè si fece nella camera un silenzio di tomba che durò forse un’ora.

Trascorsa questa, mi si riferì che improvvisamente si era udito un rumore di casse trascinate, di valigie sbattute, il rumore caratteristico di chi fa i bagagli. La nuova bastò a mettere in subbuglio tutto il personale di servizio. Dal cassiere che aveva anticipato i due soldi giornalieri della pesatura, fino all’ultimo sguattero, venti persone, come un sol uomo, erano pronte a giurare di aver reso servizi incalcolabili alla povera miss!

Mentre salivo in grave apprensione per le sorti della mia profezia, la piccola negra scendeva in fretta e la vidi chiamare due facchini che si precipitarono fuori dietro di lei. Origliando all’uscio della miss, la udii singhiozzare sommessamente. Di lì a un quarto d’ora ritornò la negra seguìta dai due facchini i quali portavano una cesta ciascuno, cercando di sudare il più possibile: essi venivano dal capanno: era chiaro dunque che l’elefante preparava una fuga!

Così si fosse trattato di un vero elefante!

Con quanto piacere gli avrei gettato un buon laccio al piede!

Alla fine miss Rudge uscì dalla camera. Il gran volto mostrava i segni di una violenta battaglia interna; zone gialle e rosse lo attraversavano facendolo rassomigliare a un immenso gelato di crema e fragola. I tondi e piccoli occhi erano sanguigni per il pianto.

Tutto il personale di servizio era scaglionato per il corridoio, lungo le scale, nell’atrio, sul portone, al predellino dell’omnibus-automobile che aspettava sussultando, anch’esso, più fragorosamente del solito. Le mance scivolavano e scomparivano in ogni mano nel medesimo modo, e tutte le mani rapidamente si vuotavano nelle rispettive tasche, mentre nello stesso istante i corpi si inchinavano e le bocche belavano o gracidavano qualche inutile ringraziamento. Inutile, perchè la miss passava tra loro muta e sorda come una balla di cotone che ruzzolasse.

Fu caricata sull’automobile. Anch’io vi salii. Via facendo il volto della miss sembrava pacificarsi in una profonda sconfinata malinconia. Di tanto in tanto la piccola negra piagnucolava in un inglese ben strano: «Ditemi perchè scappiamo…. prego! ditemelo….» e la miss quasi meccanicamente rispondeva: «Taci, taci, sii buona».

Alla stazione fu circondata da uno stuolo di facchini aspiranti alla sua generosità. Fece acquistare due biglietti per Brindisi e affidò il suo bulldog raccomandandolo nel più vero e più grande volapük che esista: un foglio da dieci lire. Giunse il treno: la miss vi salì spinta di sotto da due facchini, tirata di sopra da due deputati della estrema…. Ogni finestrino del treno rideva per dieci bocche almeno!!

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Mentre tutta la colonia bagnante, già informata della improvvisa partenza, mi aspettava sulla piattaforma dell’unico stabilimento per coronare degnamente il mio saggio profetico, io parlavo con l’amatore canadese in persona, passeggiando dinanzi alla deserta casa dell’elefante! Esso era giovane e biondissimo, bello e solido. La sua particolare eleganza di grosso farman coloniale rivelava la presenza di un sottostante portafogli degno d’esser sognato da un poeta!

All’annunzio della partenza di miss Mary Rudge comunicatogli dal portinaio dell’Albergo dei Bagni, il giovane aveva avuto un momento di profondo sconforto: evidentemente non se l’aspettava. Ma poi pareva essersi adattato all’idea di inseguire la sua amata intorno a questa miserabile palla che si fa chiamare pomposamente Mondo, ma che di fronte al denaro si rimpicciolisce ossequiosamente come un uomo qualunque.

Consultò un orario: alle sei del pomeriggio sarebbe partito per Brindisi col direttissimo. Si fece sul portone dell’albergo, incerto e contrariato, guardando meccanicamente per tre o quattro volte l’orologio. Scelsi quel momento per abbordarlo, e poichè egli se ne mostrò lieto, ci allontanammo, avviando, non senza fatica, una specie di dialogo in inglese.

Sembrava che egli trattenesse continuamente con sforzo qualche frase che gli salisse alle labbra: io credevo di indovinare che egli avrebbe voluto che parlassimo di lei. Quanto a me, potete bene immaginare con quanto piacere gli avrei finalmente domandato: «Mi volete dire per quale ragione voi simpatico, sano, ricco, vi siete innamorato di un fenomeno vivente come quello?!» ma intanto ci scambiavamo delle stupidissime domande rese sopportabili soltanto dalla reciproca attesa di dirsi qualche cosa di molto interessante.

Dove la spiaggia voltava a levante, apparve la gran casa dell’elefante. L’occasione era propizia.

— Vedete quel casotto? Là abitava giorno e notte miss Rudge!

Gli occhi del giovane brillarono finalmente di vera giovinezza. Fu tale la piena del suo sentimento che non potè pronunziare più parole di queste: «Davvero?! oh!!». Ma il suo viso fissava, tutt’occhi, quel casotto abbandonato, e si vedeva che conteneva il pianto.

— …. Menava una vita solitaria quasi selvaggia — continuai io — …. con la sua piccola negra, col suo terribile bulldog…. camminava moltissimo, remava…. nella mattinata: il giorno leggeva seduta là in quel recinto fiorito…. e poi a sera cantava accompagnandosi sul pianoforte.

— Beato voi che avete sentito ciò! — non potè fare a meno di esclamare il giovine.

C’era in questa frase inaspettata tanto di sacro che non risi quasi nemmeno internamente.

Mentre io dicevo ancora qualche altra cosa di lei, sempre ansioso di scoprire il filo di Arianna di quell’enigmatico amore, egli stesso strappando con forza i suoi occhi turchini ad una incantata visione, uscì a dire:

— Oh! come sono felice di aver trovato voi! Sentendovi parlare io credo di vederla là tra quei fiori…. ma chi sa se io me la imagino come essa è veramente! No…. non è possibile! Dev’essere più bella! è vero che essa è molto…. molto bella?!

Io non vidi la faccia mia in quel momento: ma se anche l’avessi vista non riuscirei a descriverla. La gioia di possedere finalmente la chiave del segreto fu subito superata dalla terribile necessità di rispondere alle ingenue domande del giovane. Vi giuro che avrei con molto piacere veduto qualcuno di voi al mio posto!

Mi concessi un piccolo insulto di tosse, poi risposi nell’unico modo possibile:

— Oh! — esclamai — è veramente bellissima!

Fu come se avessi levato il zipolo ad una botte.

— Io ormai vi tratto come un vecchio amico…. sapete, quando l’uomo si è innamorato ridiventa più debole di quando prendeva il latte…. ditemi…. ditemi se indovino oppure mi sbaglio: essa deve essere tenera come il suo cuore…. sì: dev’essere fine e elegante come una capretta d’un anno…. la vedo camminare con passo di regina qua su questa sabbia…. Pensare che tra queste migliaia di orme ci sono anche le sue! Ah! Se voi me le poteste indicare!… le bacerei!… Ma quando la mia fantasia si arrende per vinta, credete, mio signore, è se io tento di imaginarmi il suo viso..,. Oh! essa è stata molto cattiva con me! mai, mai, assolutamente mai, ha voluto mandarmi un ritratto suo…. che conforto sarebbe stato per me in questo così lungo tempo! Pensate: quindici anni che non ci vediamo: ella ne aveva allora nove e io dieci…. giocavamo molto, ma ci guardavamo poco…. quante volte mi son pentito poi di non averla allora guardata abbastanza!… Ricordo soltanto che aveva dei grandi occhi chiari come le ali di certe farfalle…. ed era bella, oh! bella! la più bella delle mie dodici cugine. Un triste giorno dovè partire con le sue quattro sorelle minori per l’Australia dove il padre aveva acquistato delle grandi piantagioni. Io fui ammalato dal dolore che provai, e mia madre e mio padre ridevano di ciò. Ci scrivemmo delle lunghe lettere dove raccontavamo quello che ci accadeva…. Man mano che noi crescevamo però, le nostre lettere parlavano sempre meno della vita che ci circondava e sempre più della nostra vita intima, finchè dopo molti anni arrivammo a veder chiaro nella nostra coscienza e capimmo che quel sentimento così bello che provavamo era amore!… Giusto tre anni sono, in un tremendo disastro ferroviario, essa fu sola a salvarsi di tutta la sua famiglia. Sperai di rivederla presto. Mio padre si era offerto di recarsi in Australia per liquidare nel miglior modo quei possedimenti e ricondurla con sè nella nostra colonia. Rifiutò in modo reciso, dicendo che poteva far benissimo da sè e che appena fatto sarebbe tornata fra noi. Dopo sei lunghi mesi annunziò finalmente la sua partenza per il Canada…. Imaginatevi come l’aspettavo! Ebbene: due giorni prima della data che ella aveva fissato per il suo arrivo, ricevetti un suo telegramma da Hong-Kong…. Che vi devo dire? Fui per uccidermi dalla disperazione: ma poi mi rassegnai…. era tanta la gioia che provavo leggendo le sue lettere e rispondendole, che la vita mi parve ancora abbastanza bella. Essa mi confortava ad aspettare, con pensieri infinitamente delicati, ma non si piegava alle mie preghiere mai…. e seguitava a girare il mondo in lungo e in largo. Sei mesi fa mi scrisse da San Francisco di California: credetti finalmente di averla tra le mie braccia. Dopo un mese era in Cile, poi in Australia, poi in India, poi in Egitto. Finalmente qua. Mi sembrò di aver diritto di non aspettare più e le scrissi che sarei venuto senz’altro a incontrarla in questo paese…. e son venuto…. ma essa è partita! Come lo spiegate voi?… vi posso giurare che ella m’ama…. ma perchè fuggirmi così…. perchè?…

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Il caso, tutto sommato, era veramente degno di pietà e mi lasciò la bocca amara per più giorni, durante i quali mi guardai molto bene dal mostrarmi tra la gente per non essere seccato dalle loro ironie.

Ma una mattina, ecco precipitarsi nella mia camera il giudice Cesti con in mano un piccolo giornale di Brindisi che mi cacciò sotto gli occhi aperto e ripiegato al punto dove dovevo leggerlo:

— Legga, legga…. me l’ha mandato un mio collega…. veda che cosa ha fatto la sua miss…. però ad ogni modo lei l’aveva indovinata…. è un bel caso di penetrazione psicologica! Mi rallegro con lei!

Vi regalo addirittura il pezzo di cronaca del giornale di Brindisi del giorno 22 agosto.

«Per gli amatori di sciarade.

«Stamani alle sette, al Grande Albergo delle Indie si presentava un giovane all’apparenza inglese, di aspetto molto signorile, e chiedeva se si trovasse ivi alloggiata una certa miss Mary Rudge.

«La detta miss che era effettivamente arrivata questa notte nella nostra città proveniente da *** ed aveva subito destata la meraviglia dei nostri nottambuli per le sue gigantesche eccezionali proporzioni, si trovava alloggiata alla camera N. 18 del detto albergo e doveva lasciarla oggi a mezzogiorno, imbarcandosi sull’Urania per Bombay.

«Fu dunque risposto al giovane inglese che la miss si trovava nella sua camera. Parve raggiante di felicità e chiese di essere annunziato.

«Al semplice nome di mister Tompson la miss sembrò impazzire dal terrore. Chiese un’ora di tempo. Il giovane accettò di buon grado la dilazione ed entrò nella sala di lettura.

«Intanto una piccola negra, fantesca della miss uscì per recarsi a consegnare i bauli della padrona al piroscafo Urania. Miss Rudge rimase sola nella sua camera col suo fido bulldog. Dopo tre quarti d’ora gli inservienti dell’albergo notarono che il cane della miss emetteva degli strani ululati. Ne informarono la direzione. Il solerte direttore in persona salì per constatare il fatto: bussò alla porta, nessuna voce umana rispose. Soltanto gli ululati del bulldog si fecero più strazianti.

«Senza por tempo in mezzo il valoroso direttore fece chiamare la forza pubblica. Nel frattempo anche mister Tompson informato della cosa, saliva in preda ad una enorme costernazione e chiamava disperatamente: Mary! Mary!

«Ma nessuno rispondeva.

«Fu deciso di sfondare l’uscio.

«Mentre ciò si effettuava, le molte persone che s’erano raccolte dinanzi alla porta che già stava per cedere, udirono a un tratto un enorme tonfo sordo come se una balla di due quintali fosse caduta dal soffitto: contemporaneamente un disperato guaito del bulldog strappò loro i timpani. Sfondata la porta si rinvenne il povero cane completamente schiacciato dall’enorme peso del corpo della miss che gli era cascata sopra.

«Miss Rudge aveva il collo stretto ancora da una grande ciarpa di seta cui rimaneva attaccato, all’altro capo, il gancio del lume, strappato dal trave centrale della stanza.

«La scena fu dai presenti rapidamente ricostruita in questo modo.

«La miss aveva voluto porre fine ai suoi giorni: a questo scopo, portato il comodino nel mezzo della camera, vi era salita sopra per mezzo di una seggiola, destando così l’allarme del fedele bulldog, ed era riuscita con un sangue freddo da vera balena (sic) ad attaccare la ciarpa al gancio del lume, a infilare la sua testa in un nodo scorsoio e a gettare lontano con un calcio sedia e comodino. E qui il bulldog senza dubbio, e con ragione, impressionato, aveva dovuto risolutamente attaccarsi coi denti alle sottane di lei a più riprese e con tanta violenza che il gancio cedette e si staccò.

«La miss fu raccolta svenuta, in istato di grave asfissia: prontamente trasportata al civico ospedale, fu giudicata guaribile in quindici giorni salvo complicazioni.

«Quanto a mister Tompson, esso fu inutilmente cercato: nessuno riuscì più a vederlo.»

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