Ercole Luigi Morselli – L’osteria degli scampoli

Dove può rifugiarsi la felicità!…

Eppure ho veduto poca gente più felice di quella.

Me li ricordo bene, in quel torrido febbraio bonaerense, dalla mattina alla sera sotto una gran tenda bianca a righe rosse, attorno a quattro tavole cariche di bicchieri, fuori di quella piccola ma celebre Osteria degli Scampoli, che poi finì bruciata con tutta l’isola di casupole di legno sgangherate, nel gran rogo d’un enorme deposito di catrame vicino, a specchio dell’acqua grassa e filigginosa del porto. Non erano uomini: erano resti d’uomini. Poco o molto della loro carne era già sotterra, ma glie n’era rimasta tanta da poter mangiare, bere, digerire, ridere e bestemmiare: scampati miracolosamente alle carezze dei magli, dei repulsori, degli ingranaggi, delle ruote, delle locomotive, affettati nei più strani e crudeli modi, ma liberati anche per sempre dalla pesante croce del lavoro e dei doveri sociali, vegetavano allegramente lì su quelle panche, appuntellati con le loro gruccie, agitando i loro moncherini, veri scampoli della grande merceria umana, come li aveva battezzati l’oste filosofo. Quest’oste era un marchigiano, calafato un tempo, che aveva avute spezzate le due braccia da un argano, a Cape-Town. La Castle-Line glie le aveva pagate in contanti sterline, in ragione di cento l’una, e lui aveva súbito venduto i ferri del suo vecchio mestiere e s’era imbarcato nel primo piroscafo per Buenos Aires, col gruzzolo, la poca roba, e una certa sua pallottola di moglie che vedeva il mondo non già roseo bensì addirittura rubicondo come la sua propria faccia; e rideva anche dormendo.

Ma anche la ossuta e adusta faccia di lui riluceva lasciando la terra d’Africa, poichè il sogno di tutta la sua vita di emigrante era raggiunto; poteva finalmente aprire un’osteria alla Boca di Buenos Aires, dove aveva fatto la fame per due lunghi anni. N’era partito disperato e ora ci ritornava capitalista. Senza braccia, sì: ma a che servono le braccia a un capitalista! Per contare i quattrini gli sarebbero bastati gli occhi; per farli cadere dentro il cassetto del suo banco da oste gli sarebbero bastati i suoi complessivi quaranta centimetri di moncherini che gli sbucavano dalle maniche rimboccate della sua giacchetta, simiglianti con la loro cucitura fresca a due germanici salami d’oca. Del resto egli si sarebbe serbato la parte direttiva dell’impresa; due bei bracciotti grassi e robusti al servizio del suo cervello di aspirante milionario, li avrebbe sempre avuti: erano quelli della sua ridente pallottola che egli soleva chiamare inglesemente Bullet e amava ora come non aveva amato mai.

Poichè quella sciagura delle braccia doveva aver anche richiamato sulla singolare coppia una nuova luna di miele, anzi addirittura un plenilunio di miele.

Un ebreo polacco commerciante di oggetti di gomma e schiave bianche, il quale s’era trovato a fare il viaggio da Cape-Town a Buenos Aires sullo stesso vapore, mi raccontava che era stato commosso fino alle lacrime da questo idillio di nuovo genere, durato ventiquattro giorni ininterrotti. Fosse la compassione materna per quel povero diavolo che aveva ormai bisogno di essere vestito e imboccato come un bambino d’un anno, fosse l’aspetto nuovo e quasi favoloso che davano a suo marito quelle duecento sterline cucite intorno alla pancia in una ventriera di tela da barche; certo è che Bullet non aveva distolto un solo istante gli occhi amorosi dal suo Otello. Otello, così si chiamava lui, stava tutto il giorno sul castello di prua, comodamente disteso sopra una seggiola pieghevole che Bullet aveva voluto comprargli con i suoi segreti risparmi di pettinatrice: mangiava, beveva, fumava la pipa, costruiva il suo avvenire guardando fisso nel mezzo delle nuvole, passava beatamente dal monologo al sonno, sicuro che la sua Bullet non lasciava il suo posto di guardia seduta sopra una gomena, davanti alla sua preziosa pancia cinta della loro fortuna.

Per imboccarlo, Bullet veniva a sedersi ridendo sulle sue ginocchia, soffiava sulla minestra, l’assaggiava prima di dargliela, come una buona mamma, gli mondava le banane, gli vuotava in corpo numerosi bicchieri di vino. Finito di mangiare parlavano e ridevano un buon poco, rimanendo così, lei seduta sulle ginocchia di lui; parlavano del loro avvenire che egli costruiva anno su anno, con un progressivo sfoggio di fantasia milionaria, che dava le vertigini alla ridente pallottola di ciccia. Quando Otello s’era esaurito, puntava contro la sua Bullet i suoi due moncherini, ed essa ci si buttava in mezzo ridendo e baciandolo sul viso. Allora, sottovoce, per non essere udito, egli le diceva: — Tiemmi di conto, sai, Bullet, perchè il tesoro vero non è quello che ci ho intorno alla pancia, è quello che ci ho nel cervello! Vedrai! tra dieci anni, duecento sterline te le voglio mettere all’orecchio a te! — E Bullet stralunava gli occhi dal gran gusto.

Una volta il mio ebreo polacco colse, non visto, quest’altro brano di idillio.

Bullet, carezzando la testa e il collo bruno del suo Otello, gli sussurrava dolcemente: — Ti ricordi quando mi dicevi: «Se tu mi tradissi, io farei come quell’altro Otello, ti strozzerei!». E adesso, sentiamo un po’, se ti tradissi, che cosa mi faresti? — E qui una gran risata.

Dal modo come Otello aveva guardato la sua cicciuta Desdemona, si capiva bene che da tempo immemorabile non aveva pensato ad una simile possibilità, tuttavia bestemmiò torvamente per dare una intonazione terribile alla sua prossima risposta; e finalmente disse: — Adesso ti mangerei tutta, come un lupo.

— Ah! sempre lui, il mio Otellino! — aveva strillato la donna, — quanto mi piaci! — E gli aveva appiccicato due improvvisi baci sugli occhi ancora minacciosi, sì che lui aveva dovuto chiuderli e ridere.

Così erano arrivati a Buenos Aires. E prima ancora che egli avesse trovato quella tale osteria da rilevare, che facesse al caso suo, gli s’eran messi d’intorno, per naturale gravitazione, cinque o sei storpiati, come lui, non dalla natura, ma dalle più svariate applicazioni meccaniche del genio umano. Questi erano tutti pensionati delle ferrovie, delle compagnie di navigazione, delle assicurazioni, delle società di mutuo soccorso; e così non avevano preoccupazione maggiore di quella del buon vino, e gli promisero di strascinarsi dietro tutti gli storpi della capitale, purchè il vino fosse sincero e l’osteria fosse in qualche modo intitolata a loro.

Per incominciare, l’affare fu giudicato ottimo dall’oculato Otello, e in una notte di veglia febbrile il nome lo trovò: Osteria degli Scampoli. Questa mite ironia senza rimpianto fu approvata alla unanimità: si giudicò incapace di turbare l’allegria e la sete degli avventori, e nel medesimo tempo capace di molto richiamo.

Quando io la vidi per la prima e per l’ultima volta, in quel lontano febbraio, l’Osteria degli Scampoli aveva sei mesi di vita ed era nel suo più bel rigoglio. Dalle otto della mattina alle due della notte la instancabile Bullet ruzzolava dentro e fuori, da una tavola all’altra, pronta a ogni chiamata, con gli occhi e il sorriso sempre dovunque, aiutata appena da un garzoncino di dieci anni, azzoppato, in verità, per il vizio che aveva di stuzzicare la coda dei cavalli del porto, ma reclutato con entusiasmo, come ultima pennellata al suo capolavoro, dal nostro Otello; il quale troneggiava seduto dietro il banco con la sua pipa in bocca per tutte le dieciotto ore che la sua osteria stava aperta. S’era sbiancato, ora, in faccia, e s’era ingrassato a vista d’occhio. Una volta che Bullet gli disse: — Eri più bello prima! — Otello rispose gravemente: — Ogni stato sociale ha la sua estetica, mia cara! Da calafato ero bello perchè somigliavo a un’ascia; ma il capitalista, per esser bello deve assomigliare a un salvadanaio.

Non si muoveva mai dal suo banco, come ho detto, ma soltanto, ogni sabato, andava a depositare al «Banco Español del Rio de la Plata» gli introiti della settimana. Ci andava solo, perchè teneva straordinariamente a bastare a sè stesso in tutto ciò che era amministrazione della sua azienda. A tale scopo aveva imparato a conteggiare e a firmare tenendo la penna con la bocca. Bullet, alle undici precise di ogni sabato mattina gli spegneva la pipa, gli metteva il denaro contato nella tasca interna del panciotto, ben incartato in un pezzo di giornale, gli riabbottonava panciotto e giacca, ed egli usciva per fare sempre a piedi il lunghissimo tragitto che lo divideva dalla famosa esquina delle Banche. Un’ora di andata penosa e circospetta. Un’ora di ritorno tutta fischiettata e cantarellata.

L’aveva sempre passata liscia: non gli era mai toccato nessun incontro; ma in ogni caso, da che aveva perduto le braccia, da buon filosofo che egli era, aveva riposto una fiducia illimitata nella potenza delle sue gambe, e soleva dire: — Io non ho paura: con un calcio ne stendo in terra quattro!

Il sabato, dunque, dalle undici fin verso le due, Bullet rimaneva sola a reggere le sorti dell’azienda, come le diceva Otello prima di uscire agitando paternamente il moncherino. Secondo le prescrizioni, non avrebbe dovuto abbandonare, per nessuna ragione al mondo, il banco, lasciando sbrigare tutto il servizio dal ragazzino zoppo. Ma, aimè! la buona pallottola non comprendeva questi alti precetti: resisteva forse una mezzoretta rigirandosi sulla sedia maritale, come se ci avesse avuto sotto le spine, ma poi, agli insistenti richiami di quei suoi allegri avventori, ruzzolava giù dal suo trono e ricominciava a ballonzolare tra le tavole come al solito, fermandosi ora qua ora là, a chiacchierare e a ridere. Ruzzolava più presto se la chiamava Peppino, e le fermate che faceva alla tavola dov’era lui erano le più lunghe; ma questo non faceva meraviglia a nessuno, perchè Peppino era l’anima, il dio tutelare di quell’osteria.

Arrivava la mattina verso le dieci sopra una comoda poltrona triciclo messa in moto dalle sue braccia, sempre ben vestito, benissimo pettinato, coi baffi irreprensibilmente arricciati e profumati alla violetta, la barba rasata sempre di fresco; dimostrava meno dei trent’anni che aveva, nonostante le proporzioni erculee del suo collo, del suo petto e dei suoi polsi.

La tavola dove si metteva lui in cinque minuti si riempiva di gente. Ne raccontava di storie buffe! Era stato atleta in un circo equestre per dieci anni e aveva visto tanto mondo; e poi faceva certi giuochi di prestigio da rimanere a bocca aperta. Le gambe glie le avevano, niente di meno, mangiate i pesci cani. In mezzo all’Oceano si era gettato in mare dal piroscafo per salvare la figlia di un banchiere italiano che s’era voluta uccidere. Era riuscito miracolosamente a salvare la ragazza, ma lui era stato issato a bordo che pareva una botte sfondata da tanto sangue buttava. Il banchiere l’aveva assistito come un padre. Appena giunti a Buenos Aires gli aveva comprato quella magnifica poltrona triciclo e gli aveva assegnato un mensile vitalizio che gli permetteva di bere vino in bottiglie e giocare ogni sera delle vere sommette. Questo gioco della sera attirava ogni sorta di gente quattrinaia nell’osteria di Otello, e le bottiglie più vecchie si vuotavano a dozzine; e Otello, il cui fiuto finanziario non fallava, se gli avessero ridato le due braccia per portargli via Peppino, avrebbe risposto: No!

Un sabato, dunque, verso il tocco, eravamo una diecina intorno a Peppino fuori dell’osteria; ci raccontava di quando in un cabaret di Parigi aveva vinto mille franchi di scommessa al re Leopoldo stendendosi in terra supino, a dorso nudo, e facendosi salire sul petto quattro ballerine: e v’assicuro che bisognava ridere per forza, a sentirla raccontare da lui. Bullet si doveva tenere addirittura la sua pancetta con le mani.

Ma in mezzo alle risate amiche, si udì una voce secca secca dire: — No puede ser!

Ci rivoltammo; l’interlocutore era sconosciuto a tutti: un basso spagnolo con un lungo soprabito giallo tutto sbrindellato, un largo cappello di paglia annerito dalle intemperie, i piedi calzati stranamente di rosa, piantati con gran fierezza dentro due scarpe di corda. Stava ritto dietro Peppino, con la sigaretta in bocca e le mani in tasca.

— Non può essere! — ripetè col suo pretto accento madrileno — io sono dell’arte, sono atleta anch’io, atleta girovago perchè si sa pur troppo che nel mondo vale la fortuna e non il merito, ma sono uno dei più forti atleti che abbia oggi la Spagna e si sa che la Spagna è la patria dei più forti atleti del mondo. Ebbene, io posso garantire, che nè io nè nessun altro atleta spagnolo può fare un esperimento di questo genere!

Peppino lo guardava più tranquillo di noi, senza ombra di risentimento. Quando ebbe finito, gli disse:

— Qual è il peso più grosso che alzi?

— Il mio peso da un quintale verificato e bollato in dodici concorsi, col quale ho guadagnato le dodici medaglie d’oro d’argento e di bronzo che loro possono ammirare sul mio petto!

E così dicendo lo spagnolo si sbottonò con una sola stratta tutta la sua pelandrana e ci si mostrò in maglia rosa e brachette di raso viola, col petto trasformato in un vero medagliere.

— E dove ce l’hai questo peso? — domandò Peppino.

— Nella mia carrozza! — esclamò lo spagnolo presentandoci con un gesto solenne un orribile carretto a due ruote carico di ogni ben di Dio, cui era attaccato un cavalluccio tutto pelo e ossi.

— Portalo qua.

Lo spagnolo si levò la palandrana, estrasse dal carretto due enormi palle infilate ai capi d’una grossa sbarra di ferro, e venne tentennante ma sorridente a gettarle ai nostri piedi, facendoci balzare tutti sulle sedie per il contraccolpo.

— Fammelo assaggiare, — disse Peppino; e chinandosi sul suo triciclo, e con la destra afferrato nel giusto mezzo il peso, lo tenne per un momento sollevato, con una facilità che preoccupò visibilmente lo spagnolo.

— Se, così come son ridotto, senza gambe, t’alzassi questo peso e te seduto sopra, tutto di forza, senza spinta, perchè ho le spalle appoggiate, ci crederesti allora a quello che ho raccontato?

— Allora sì! — rispose lo spagnolo sorridendo incredulo.

Peppino si levò la giacchetta e la dette in custodia ad un ammiratore vicino, poi si levò anche la camicia e mise al nudo un torso candido e gigantesco come quello di Ercole.

Bullet aveva smesso di ridere per guardare a bocca aperta. A un tratto strillò:

— Che bellezza di bracci, per Diana!

— È un pezzo che non vi sentite stringere la vita! — gridò Peppino, ridendo con tutti i denti. — Dite la verità che n’avete voglia d’una strettarella, eh birbacciona? — E aprendo le braccia: — Volete favorire? Io ci sto di core!

— Se vi sentisse Otello! — si limitò a rispondere Bullet, rimanendo però lì come tenuta dall’incanto di quelle due braccia magnifiche.

— Su! Su! la gran prova! — dicevano gli amici di Peppino.

E Peppino allora mise in tensione tutti i suoi muscoli e tenendo le braccia piegate contro il petto disse: — Avanti! mettetemi il manubrio qua sulle mani.

Glie lo alzammo in quattro e glie lo mettemmo come aveva detto. Le sue braccia non cedettero d’un centimetro, ma il triciclo ne parve sconfortatissimo.

— Niente paura; cigola, ma non si rompe, — disse Peppino ridendo. — Qua a sedere, signor spagnolo, e attento all’equilibrio!

Mentre lo spagnolo salì e si sedette agilmente sul lungo manubrio di ferro, il pianto del triciclo raddoppiò, ma le braccia di Peppino stettero salde come di ferro massiccio.

E l’ascensione del peso, con relativo atleta spagnolo, incominciò subito lenta e sicura. Lo sforzo era gigantesco: gli occhi bianchi di Peppino sembravano galleggiare nel sangue: l’Eracle di marmo in riposo s’era trasformato in un Eracle di porfido sollevante Anteo.

Ad un tratto, quando già la vittoria era sicura (ed era sempre una bella vittoria, anche supponendo che il peso controllato e bollato dall’atleta spagnolo fosse stato di cinquanta chili invece che di cento!) ecco si ode uno schianto secco e si vede il nostro Peppino abbassarsi di un palmo contro terra mentre lo spagnolo si getta impaurito sulle nostre spalle. Il mozzo d’una ruota del triciclo aveva ceduto. Lo spagnolo riprese prontamente dalle mani di Peppino il suo peso e, poggiatolo in terra per ritto, e impugnatone il manubrio a mo’ di lancia, volle stringere la mano di Peppino dicendogli solennemente: — Collega, ora credo a tutto quello che hai raccontato e che racconterai: saresti degno di misurarti col mio glorioso maestro Santiago Machacapulgas! e più non si può dire!

Ma la sua voce reboante fu travolta dal clamore dei nostri «evviva!». Peppino schizzava sudore e gioia da tutti i pori, e il sudore gli colava giù a rigagnoli per le valli del suo vasto torace e la gioia la sfogava schiacciando tra le sue ogni mano che gli si tendeva, e baciando a quattro doppî gli amici più vecchi. Quando fu la volta di Bullet che gli tese la mano tutta esultante, ci fu tra quei due ritratti della salute un tale scambio di occhiate, che Peppino, credendo certo di meritarsi un tal premio per la sua vittoria, se la tirò giù addosso, le cinse la vita con le sue braccia formidabili e incominciò a baciarla di santa ragione. La nuova vittoria, sebbene più facile della prima, suscitò un eguale scoppio di applausi.

Ma aimè! avevamo fatto i conti senza l’oste…. il quale in quel momento, non visto da nessuno, era sopraggiunto di ritorno dalla sua operazione finanziaria; senza dir verbo aveva sfondato come un ariete il nostro cerchio plaudente, e, con pronta decisione, cacciava avanti uno dei suoi vasti piedi, dirigendolo sulle due teste colpevoli.

Fu un lampo. Il piede arrivò a destinazione.

Ma quando Otello fece per ritirare il suo arto con l’evidente disegno di ripetere il colpo, non gli fu possibile. Bullet con uno strillo da maialetto impaurito era ruzzolata in terra, poi fuggita via in bottega; e quanto allo strumento della sua vendetta, esso era stato fulmineamente e irrevocabilmente afferrato dalle mani di Peppino. I due si guardarono in faccia.

Il faccione imperturbabile e ancora ridente di Peppino dimostrava apertamente il suo tranquillo piano di battaglia. Sembrava dire: Per conto mio, non ti lascio il piede sino a che non ti son passati i bollori.

Invece la faccia grifagna di Otello dimostrava un farraginoso rimuginìo interno, in cui tutti i più inverosimili disegni di difesa e di offesa venivano volta a volta accolti e scartati. Ma il piano del gran Peppino non era sbagliato: a lungo andare, quella forzata posizione cicognesca non poteva non ricondurre nell’animo di Otello quella serena e profonda filosofia che gli aveva sempre appianato ogni scabrosità della vita.

— Ti vien da ridere, di’ la verità, Otello! — gli disse Peppino.

— Ancora no, — brontolò Otello.

— Bada che siamo buffi: pensaci un po’ bene. Non vedi che questi poveretti d’intorno non possono parlare perchè gli scoppia la bocca dal ridere?

Otello sorrise, Peppino scrosciò; e nacque una risata omericamente inestinguibile.

Quella sera vi fu gioco nutritissimo nell’Osteria degli Scampoli. Al tocco eran capitati per caso a bere sette o otto capitani inglesi, e Peppino, che sapeva l’inglese, li aveva tirati nel gioco già incominciato, e le sterline correvano più del solito sulle modeste tavole di Otello, ed egli, dal suo trono, ne fremeva di orgoglio e ragionava forte, tra sè e sè, come non mai.

Io, dopo aver regolarmente perduto quel poco che avevo in tasca, ero solito accomodarmi alla prima tavola sotto il banco, che a quell’ora era sempre vuota, per schiacciare un sonnellino. Tenevo moltissimo a quel sonnellino di mezz’ora perchè quasi sempre sognavo di vincere.

Quella sera, l’ho già detto, il monologo fioriva sulla bocca di Otello: però non era cosa facile intendere il senso delle sue parole in mezzo al vociare dei giocatori. Ma è certo che, poco prima di addormentarmi, lo udii distintamente dire: — E sessantaquattro! — (si riferiva a bicchierini di whiskey). — E quattro mazzi di carte!… E dodici banchi!… Trenta pesos di guadagno netto in tre ore!… Loro possono perdere laggiù; ma io di quassù vinco sempre: poco ma sicuro! Le fortune si fanno così…. Questo si chiama aver occhio e bernoccolo: dal primo giorno che l’ho conosciuto ho detto subito: Questo Peppino sarà la mia fortuna!… Veramente…. quell’abbraccio…. proprio là in presenza a tutti…. è stata una mezza canagliata…. Mah!… Alla fin delle fini…. forse…. ha ragione lui: la pipa mi son dovuto sì o no adattare a farmela accendere da un altro? Anche la moglie da qualcuno bisognerà pur che me la faccia abbracciare!….

Lascia un commento