Errico Malatesta – Alla radice delle idee

Un soffio di rivolta passa dappertutto; e la rivolta è qui l’espressione di un’idea, là il risultato di un bisogno; più spesso poi è la conseguenza dell’intrecciarsi di bisogni e d’idee che si generano e si rinforzano a vicenda; si scaglia contro la causa dei mali o la colpisce di fianco, è cosciente o istintiva, umana o brutale, generosa o strettamente egoista, ma in ogni modo diventa sempre più grande e si estende ogni giorno di più.
È la storia che cammina; è inutile dunque perdere tempo a lamentarsi delle vie che essa sceglie, poichè queste vie le sono state tracciate da tutta un’evoluzione anteriore.
Ma la storia è fatta dagli uomini; e siccome noi non vogliamo restare spettatori indifferenti e passivi della tragedia storica, siccome vogliamo concorrere con tutte le nostre forze a determinare gli avvenimenti che ci sembrano più favorevoli alla nostra causa, ci abbisogna per questo un criterio che ci serva di guida nell’apprezzamento dei fatti che si producono, sopratutto per saper scegliere il posto che dobbiamo occupare nella battaglia.
Il fine giustifica i mezzi. Si è molto maledetta questa massima; ma in realtà essa è la guida universale della condotta. Sarebbe però meglio il dire: ogni fine vuole i suoi mezzi. Poichè la morale bisogna cercarla nello scopo; il mezzo è fatale.
Stabilito lo scopo a cui si vuol giungere, per volontà o per necessità, il gran problema della vita sta nel trovare il mezzo che secondo le circostanze, conduce con maggiore sicurezza e più economicamente, allo scopo prefisso. Dalla maniera con cui viene risolto questo problema dipende, per quanto può dipendere dalla volontà umana, che un uomo o un partito raggiunga o no il suo fine, che sia utile alla sua causa o serva senza volerlo, alla causa nemica. Aver trovato il buon mezzo: qui sta tutto il segreto dei grandi uomini e dei grandi partiti che hanno lasciato le loro tracce nella storia.
Noi non lottiamo per metterci al posto degli sfruttatori e degli oppressori di oggi, e non lottiamo neppure per il trionfo di una vacua astrazione. Non siamo affatto come quel patriota italiano che diceva: “Che importa che tutti gli italiani muoiano di fame, purchè l’Italia sia grande e gloriosa!”; e neppure come quel compagno che confessava essergli indifferente che si massacrassero i tre quarti degli uomini, perchè l’Umanità fosse libera e felice.
Noi vogliamo la libertà e il benessere degli uomini, di tutti gli uomini senza eccezione. Vogliamo che ogni essere umano possa svilupparsi e vivere il più felicemente possibile. E crediamo che questa libertà e questo benessere non potranno essere dati agli uomini da un uomo o da un partito, ma che tutti dovranno da sè stessi scoprirne le condizioni e conquistarsele. Crediamo che soltanto la più completa applicazione del principio di solidarietà può distruggere la lotta, l’oppressione e lo sfruttamento, e che la solidarietà non può essere che il risultato del libero accordo, che l’armonizzazione spontanea e voluta degli interessi.
Secondo noi, tutto ciò che è volto a distruggere l’oppressione economica e politica, tutto ciò che serve ad elevare il livello morale ed intellettuale degli uomini, a dar loro la coscienza dei propri diritti e delle proprie forze e a persuaderli di fare i propri interessi da sè, tutto ciò che provoca l’odio contro l’oppressione e suscita l’amore fra gli uomini, ci avvicina al nostro scopo e quindi è un bene – soggetto soltanto a un calcolo quantitativo per ottenere con forze date il massimo di effetto utile. E al contrario è male, perchè in contraddizione col nostro scopo, tutto ciò che tende a conservare lo stato attuale, tutto ciò che tende a sacrificare, contro la sua volontà, un uomo al trionfo di un principio.
Noi vogliamo il trionfo della libertà e dell’amore.
Ma per questo dovremo noi rinunciare all’impegno dei mezzi violenti? Niente affatto. I nostri mezzi sono quelli che le circostanze ci permettono ed impongono.
Certo, noi non vorremmo strappare un capello a nessuno; vorremmo asciugare tutte le lacrime senza farne versare alcuna. Ma c’è forza lottare nel mondo tale come questo è, sotto pena di restare sognatori sterili.
Verrà il giorno, lo crediamo fermamente, in cui sarà possibile fare il bene degli uomini senza fare male nè a sè nè agli altri; ma oggi questo è impossibile. Anche il più puro e dolce dei martiri, quegli che si farebbe trascinare al patibolo per il trionfo del bene, senza far resistenza, benedicendo i suoi persecutori come il Cristo della leggenda, anche lui farebbe del male. Oltre al male che farebbe a sè stesso, che pur deve contare qualche cosa, farebbe spargere amare lacrime a tutti quelli che lo amassero.
Si tratta a dunque, sempre, in tutti gli atti della vita, di scegliere il minimo male, di tentare di fare il meno male per la più grande somma di bene possibile.
L’umanità si trascina penosamente sotto il peso della oppressione politica ed economica: è abbrutita, degenerata, uccisa (e non sempre lentamente) dalla miseria, dalla schiavitù, dalla ignoranza e dai loro effetti. Per la difesa di questo stato di cose esistono potenti organizzazioni militari e poliziesche, le quali rispondono con la prigione, il patibolo ed il massacro ad ogni serio tentativo di cambiamento. Non vi sono mezzi pacifici, legali, per uscire da questa situazione; ed è naturale ciò, perchè la legge è fatta espressamente dai privilegiati per la difesa dei propri privilegi. Contro la forza fisica che ci sbarra il cammino, non v’è per vincere che l’appello alla forza fisica, non v’è che la rivoluzione violenta.
Evidentemente la rivoluzione produrrà molte disgrazie, molte sofferenze; ma se anche ne producesse cento volte di più, essa sarebbe sempre una benedizione in confronto a quanti dolori son causati oggi dalla cattiva costituzione della società.
E per amor degli uomini che siamo rivoluzionari: e non è colpa nostra, se la storia ci costringe a questa dolorosa necessità.
Dunque per noi anarchici, o almeno (giacché infine le parole sono convenzionali) per coloro fra gli anarchici che la pensano come noi, ogni atto di propaganda o di realizzazione con la parola o coi fatti, individuale o collettivo, è buono quando serve ad avvicinare e facilitare la rivoluzione, quando assicura ad essa il concorso cosciente delle masse e le dà quel carattere di liberazione universale, senza di cui potrebbe bensì aversi una rivoluzione, ma non quella rivoluzione che noi desideriamo. Ed è sopra tutto in fatto di rivoluzione che bisogna tener conto del mezzo più economico, poichè per essa la spesa si totalizza in vite umane.
Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi. Comprendiamo che vi siano degli oppressi che, essendo stati sempre trattati dai borghesi con la più ignobile durezza e avendo sempre visto che tutto era permesso al più forte, un bel giorno, diventati per un istante i più forti, si dicano: “Facciamo, anche noi, come i borghesi”. Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a sè stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare. Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo altresì sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando bisogna tagliare, ma evita di infliggere inutili sofferenze; in una parola dobbiamo essere ispirati e guidati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini.

Ci sembra che questo sentimento di amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; che solo concependo la rivoluzione come il più grande giubileo umano, come la liberazione e l’affratellamento di tutti gli uomini – non importa a quale classe o a quale partito abbiano appartenuto – il nostro ideale potrà realizzarsi.
La ribellione brutale avverrà certamente; e potrà servire, anche, a dare il gran colpo di spalla, l’ultima spinta che dovrà atterrare il sistema attuale: ma se essa non troverà il contrappeso nei rivoluzionari che agiscono per un ideale, una tale rivoluzione divorerà se medesima.
L’odio non produce l’amore, e con l’odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchica, come si chiamano liberali i governanti di oggi, ma che non sarebbe meno per questo un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.