Errico Malatesta – Errori e rimedi

Vi è oggi tanta gente varia che si chiama anarchica, e col nome di anarchia si espongono tante idee disparate e contraddittorie, che davvero avremmo torto di meravigliarci quando il pubblico che è nuovo alle idee, e non può a prima giunta distinguere le grandi differenze che si nascondono sotto il velo di una parola comune, resta sordo alla nostra propaganda e ci guarda con sospetto.
Noi non possiamo naturalmente impedire agli altri di prendere il nome che vogliono; nè l’abbandonar noi il nome di anarchici servirebbe ad altro che ad aumentare la confusione, poichè il pubblico penserebbe che noi abbiamo semplicemente voltato bandiera.
Tutto ciò che possiamo, e cioè che dobbiamo fare, si è di distinguerci nettamente da coloro che dell’anarchia hanno un concetto diverso dal nostro, o che dallo stesso concetto teorico tirano conseguenze pratiche opposte a quelle che ne tiriamo noi. E la distinzione deve risultare dall’esposizione chiara della nostra morale senza nessun riguardo di persone e di partito. Poichè questa pretesa solidarietà di partito, fra gente che poi non apparteneva e non avrebbe potuto appartenere allo stesso partito, è stata appunto una delle cause principali della confusione. E si è arrivati a tal punto che molti esaltano nei “compagni” quelle stesse azioni che vituperano nei borghesi; e sembra che il loro unico criterio del bene e del male sia questo: se l’autore dell’atto che si giudica prende il nome di anarchico, o no.

Molti sono gli errori che hanno menato gli uni a mettersi in completa contraddizione coi principii che teoricamente professano, e gli altri a sopportare queste contraddizioni; come molte sono le cause che hanno attirata in mezzo a noi della gente che in fondo se ne ride del socialismo e dell’anarchia, e di tutto ciò che sorpassa gl’interessi delle loro persone.
Io non posso intraprendere qui un esame metodico e completo di questi errori. Solo accennerò ad alcuni di essi così come mi si presenteranno alla mente.
Prima di tutto parliamo di morale.
È cosa comune trovare degli anarchici che “negano la morale”. Al principio è un semplice modo di dire per significare che, dal punto di vista teorico, non ammettono una morale assoluta, eterna, immutabile, e che, nella pratica, si ribellano contro la morale borghese che sanziona lo sfruttamento delle masse e condanna quegli atti che tornano a pericolo e danno dei privilegiati. Ma poi, poco a poco, come suole avvenire in tante altre cose, prendono la figura retorica per l’espressione della verità. Dimenticano che nella morale corrente, oltre le regole che sono inculcate dai preti e dai padroni nell’interesse del loro dominio, si trovano pure, e ne sono in realtà la parte maggiore e sostanziale, anche quelle regole che sono la conseguenza e la condizione di ogni coesistenza sociale; dimenticano che il ribellarsi contro ogni regola imposta colla forza non vuol dire niente affatto rinunziare ad ogni ritegno morale e ad ogni sentimento di obbligazione verso gli altri; dimenticano che per combattere ragionevolmente una morale, bisogna opporle, in teoria ed in pratica, una morale superiore; e, per poco che il temperamento e le circostanze aiutino, finiscono col divenire immorali nel senso assoluto della parola, cioè uomini senza regola di condotta, senza criterio per guidarsi nelle loro azioni, che cedono passivamente all’impulso del momento. Oggi si leveranno il pane di bocca per soccorrere un compagno, domani ammazzeranno un uomo per andare al bordello!…
Altra fonte di errori e di colpe gravissime è stato il modo come si è interpretato da molti la teoria della violenza.
La società attuale si mantiene colla forza delle armi. Mai nessuna classe oppressa è riuscita ad emanciparsi senza ricorrere alla violenza; mai le classi privilegiate han rinunciato ad una parte, sia pur minima, dei loro privilegi, se non per forza, o per paura della forza. Le istituzioni sociali attuali sono tali che appare impossibile di trasformarle per via di riforme graduali e pacifiche; e la necessità di una rivoluzione violenta che, violando, distruggendo la legalità, fondi la società umana sopra basi novelle, s’impone. L’ostinazione, la brutalità con cui la borghesia risponde ad ogni più anodina domanda del proletariato, dimostrano la fatalità della rivoluzione violenta. Dunque è logico, è necessario che i socialisti e specialmente gli anarchici, siano un partito rivoluzionario e prevedano e affrettino la rivoluzione.

Ma disgraziatamente c’è negli uomini una tendenza a scambiare il mezzo col fine; e la violenza, che per noi è e deve restare una dura necessità, è diventata per molti quasi lo scopo unico della lotta. La storia è piena di esempi di uomini che, avendo cominciato a lottare per uno scopo elevato, hanno poi nel calore della mischia smarrito ogni controllo sopra loro stessi, han perduto di vista lo scopo e son diventati dei feroci massacratori. E, come lo dimostrano fatti recenti, molti anarchici non sono sfuggiti a questo terribile pericolo della lotta violenta. Irritati dalle persecuzioni, ammattiti dagli esempi di cieca ferocia che dà ogni giorno la borghesia, essi han cominciato ad imitare l’esempio dei borghesi; ed allo spirito d’amore è subentrato lo spirito di vendetta, lo spirito di odio. E l’odio e la vendetta essi, al par dei borghesi, han chiamato giustizia. Poi, per giustificare quegli atti, che pur potevano spiegarsi come effetti delle orribili condizioni del proletariato e servire come una ragione di più per invocare la distruzione di un ordine di cose che produce così tristi risultati, alcuni han cominciato a formulare le più strane, le più fanatiche, le più autoritarie teorie; e non badando alla contraddizione, le han presentate come un nuovissimo progresso dell’idea anarchica . . .
D’altra parte un errore, opposto a quello in cui cadono i terroristi, minaccia il movimento anarchico. Un po’ per reazione contro l’abuso che in questi ultimi anni si è fatto della violenza, un po’ per la sopravvivenza delle idee cristiane, e soprattutto per l’influenza della predicazione mistica di Tolstoj, alla quale il genio e le alte qualità morali dell’autore dan voga e prestigio, incomincia ad acquistare una certa importanza fra gli anarchici il partito della resistenza passiva, il quale ha per principio che bisogna lasciare opprimere e vilipendere se stesso e gli altri piuttosto che far del male all’aggressore. È quello che è stato chiamato l’anarchia passiva…
È curioso osservare come i terroristi ed i tolstoisti, appunto perchè sono gli uni e gli altri dei mistici, arrivano a conseguenze pratiche presso che uguali. Quelli non esiterebbero a distruggere mezza umanità pur di far trionfare l’idea: questi lascerebbero che tutta l’umanità restasse sotto il peso delle più grandi sofferenze piuttosto che violare un principio.
Per me, io violerei tutti i principii del mondo pur di salvare un uomo: il che sarebbe poi infatti rispettare il principio, Poichè, secondo me, tutti principii morali e sociologici si riducono a questo solo: il bene degli uomini, di tutti gli uomini.