Errico Malatesta – Gli anarchici e le leghe operaie

Come abbiam detto altre volte, e come giova sempre ripetere, noi siamo partigiani convinti del movimento operaio, o sindacale che voglia dirsi.
Esso mette i lavoratori in lotta contro gli sfruttatori, li abitua all’azione collettiva, alla pratica della solidarietà ed offre un terreno propizio alla propaganda delle nostre idee. Di più, esso dà il mezzo per potere, in date circostanze, chiamare il popolo in piazza e realizzare una delle condizioni essenziali per una insurrezione vittoriosa, e può sopperire poi alle prime necessità pratiche dell’indomani della vittoria
Ma non per questo noi siamo sindacalisti, se per sindacalismo s’intende quella dottrina che vede nel fatto solo del sindacato operaio una virtù speciale che deve automaticamente, quasi senza la coscienza e la volontà degli operai associati, portare all’emancipazione dal giogo capitalistico ed alla costituzione di una nuova società.
Noi non crediamo a questa virtù rinnovatrice propria del sindacato – ed i fatti non confortano a credervi.
I sindacati operai han servito e servono ai conservatori, ai preti, agli arrivisti di tutte le specie, come possono servire ai rivoluzionari, e se tendenza propria, naturale, indipendente dalle influenze esterne, extraeconomiche, essi hanno, è piuttosto quella di dividere la massa in corporazioni chiuse, lottanti per interessi particolari in opposizione agli interessi della generalità.
I sindacati sorgono per resistere alle esigenze dei padroni, per reclamare dei miglioramenti, per affermare un desiderio di emancipazione, ed è bene, ma non basta. Se un principio superiore di giustizia per tutti non ispira gli associati, se al di sopra delle questioni d’interesse personale, immediato, non vi sono delle aspirazioni ideali che spingono a sacrificare l’oggi per il domani, il bene particolare per il bene generale, la lotta contro i padroni prende sempre, nella pratica, un carattere come di concorrenza fra commercianti, e finisce in transazioni ed accomodamenti, che creano forse nuovi privilegi per alcuni favoriti dalle circostanze, ma confermano la massa nella sua servitù. E la difesa della “tariffa sindacale” diventa lotta contro gli altri lavoratori e contro il pubblico in generale.
Quindi quando noi domandiamo che i sindacati siano neutri, cioè aperti a tutti i lavoratori senza distinzioni di opinioni e di partiti, non è perchè crediamo che basti associarsi in vista della lotta economica e che il resto verrà da sè, ma è semplicemente perchè solo con la neutralità politica e religiosa si può raccogliere tutta la massa, o gran parte della massa, per i fini della propaganda e dell’azione rivoluzionaria. Vogliamo che i sindacati siano neutri, perchè non possiamo averli anarchici. E anarchici non possiamo averli, perchè per questo bisognerebbe che tutta la massa fosse anarchica, o altrimenti il sindacato si confonderebbe col gruppo anarchico, e lo scopo di raccogliere gli arretrati per propagandarli ed allenarli alla lotta verrebbe a mancare.
Secondo noi dunque, il sindacato deve restar neutro, per poter restare aperto a tutti – ma nel suo seno bisogna lavorare perchè esso diventi di fatto sempre più rivoluzionario, sempre più socialista, sempre più anarchico. E perciò gli anarchici dovrebbero prendere parte attiva al movimento operaio, favorire e promuovere la costituzione di sindacati e federazioni di sindacati, appoggiare e provocare scioperi, ed essere sempre solidali cogli operai in qualunque lotta essi impegnino contro i padroni e contro le autorità; ma dovrebbero farlo con criteri propri – cioè badando alle finalità ulteriori più che al piccolo vantaggio immediato, agli effetti educativi più che agli effetti puramente economici, e cercando di sviluppare e mantener vivo lo spirito di combattività contro i padroni ed il sentimento di fratellanza e di solidarietà con tutti gli oppressi, siano essi organizzati o non organizzati.
Gli anarchici dovrebbero anzitutto combattere contro la costituzione, nel seno del movimento operaio di una classe di funzionari e di dirigenti che unirebbero coll’avere uno spirito e degl’interessi opposti a quelli della massa, ed in ogni agitazione temerebbero per i loro salari e le loro posizioni – e perciò dovrebbero cercare che il lavoro di amministrazione ridotto alla più semplice espressione, sia fatto, per quanto è possibile, gratuitamente, da volontari che si sostituiscono e si alternano nelle cariche sociali: o quando fosse necessario compensare chi vi dedica il suo tempo, che il compenso non sia superiore al salario medio che guadagnano i lavoratori in quel dato mestiere, ed il personale impiegato si rinnovelli il più sovente possibile.
Gli anarchici dovrebbero cercare che l’organizzazione avesse una vita attiva, con riunioni generali e discussioni frequenti per impedire che il socio comune finisca col diventare un semplice passivo contributore di quote.
Dovrebbero impedire che le leghe di resistenza si occupassero di mutuo soccorso, intraprese cooperative ed altre mansioni che rifuggono naturalmente dai rischi della lotta e cointeressano in certo modo il lavoratore al mantenimento dell’ordine vigente.
Dovrebbero combattere le alte quote e la costituzione di forti casse, che paralizzano l’organizzazione e ne arrestano lo slancio colla paura di perdere il denaro. Le leghe dovrebbero, sì, educare i soci ai sacrifizii anche pecuniarii, ma impiegare il ricavato nella lotta, nella propaganda in opere di solidarietà senza accumulare.
Gli anarchici dovrebbero, primi nei rischi e nei sacrifizii, rifiutarsi assolutamente di servire da intermediari coi padroni e colle autorità; ed in caso di sconfitta subirla, se non si può fare altrimenti coll’animo intento alla rivincita, e non mai accettarla come il risultato di un accordo che vi tiene moralmente obbligati.
Dovrebbero combattere ogni contratto che lega i lavoratori per un dato tempo, e provocare in essi uno stato d’animo che fa loro sentire la loro vera condizione di schiavi costretti dalla forza, anche quando apparentemente sembrano liberi contraenti.
Questa tattica, che ci pare indicata dal fine che gli anarchici si propongono, non è forse la più adatta per la costituzione di associazioni, stabili, vaste e ricche. Ma noi non crediamo nell’utilità, nella potenza reale di organizzazioni mastodontiche, che per la troppa mole non possono muoversi e per il troppo denaro sviluppano istinti conservativi e bottegai.
Quello che importa è lo spirito di lotta, lo spirito di solidarietà, lo spirito di associazione. Se una lega, una federazione si sfascia in conseguenza della lotta e delle persecuzioni, non fa nulla, quando i suoi membri sono coscienti e le loro aspirazioni sussistono: essa è presto ricostituita appena è passata la bufera. Una forte, solida organizzazione che non si muove per paura di sfasciarsi è un peso morto, un ostacolo al progresso.
Nel caso che esistano più organizzazioni rivali, come è il caso ora in Italia con l’Unione Sindacale e la Confederazione del Lavoro, quale è il contegno che debbano tenere gli anarchici?
Secondo noi, gli anarchici debbono favorire quelle organizzazioni che più si accostano ai loro metodi ed ai loro ideali, e stare, nei periodi di lotta attiva, con quelle che sono in lotta. Dal resto, entrare in tutte le organizzazioni, in tutti gli aggruppamenti dove sia possibile farlo senza prendere impegni contrari alle proprie convinzioni e dove si vede la probabilità di fare una propaganda utile ed esercitare un’azione feconda. Tenersi estranei il più possibile alle beghe personali, e spronare i lavoratori ad agire da loro stessi senza bisogno di capi e soprattutto senza sposare gli odi e le rivalità di coloro che posano a capi. Combattere l’ingerenza nelle organizzazioni operaie dei politicanti e degli arrivisti che si vogliono far sgabello dei lavoratori per aprirsi una carriera nel mondo borghese.
Vi sono degli anarchici che avversano ogni organizzazione per la lotta economica e se ne tengono rigorosamente lontani. A noi pare una tattica sbagliata.
Certamente la lotta economica finché resta solo lotta economica, non può risolvere la questione sociale.
I miglioramenti possibili in regime capitalista, se diventano generali, sono annullati dal gioco stesso dei fattori economici, e quando si trattasse di attaccare nelle sue parti vitali il privilegio dei proprietari, interverrebbe il potere politico a garantire colla forza brutale il mantenimento dell’ordine legale.
Dunque la questione deve in definitiva risolversi sul terreno politico, cioè colla lotta contro il governo. Se i lavoratori riusciranno ad abbattere il governo, il quale in ultima analisi non è che la forza armata che sta a difesa del privilegio, potranno prender possesso della ricchezza sociale e divenire veramente liberi. Se no, no.
Ma per abbattere il governo ed abbatterlo a scopo di emancipazione generale, bisogna avere con noi quanta più massa è possibile, ed una massa quanto più è possibile cosciente dello scopo per cui si deve fare la rivoluzione. E la massa non viene alle idee anarchiche così di botto, senza un tirocinio più o meno graduale.
Bisogna dunque entrare in contatto colla massa, per sospingerla avanti ed averla con noi in piazza, i giorni della lotta risolutiva. Le organizzazioni economiche ci sembrano uno dei mezzi migliori di cui disponiamo.
Certo occorre nella preparazione dei mezzi non perdere di vista il fine. Ma occorre pure di non trascurare, nella contemplazione astratta del fine, i mezzi atti a raggiungerlo.