Errico Malatesta – Il furto come arma di guerra

In tutti i tempi gli eserciti belligeranti ed i partiti rivoluzionari hanno considerato atto di buona guerra l’impossessarsi a danno del nemico di tutto ciò che può facilitare la vittoria e quindi anche del denaro, che si suol dire essere il nerbo della guerra.
È permesso agli anarchici, che stanno sempre, almeno intenzionalmente, in guerra guerreggiata con la classe capitalistica, è permesso agli anarchici, in coerenza coi loro principi, togliere ai ricchi della roba (denaro e oggetti preziosi) per servirsene per la propaganda, per l’armamento e per tutti i bisogni della lotta? E non potendo requisire il denaro apertamente, in guerra dichiarata, è permesso impadronirsene di nascosto, adoperando quelle che possono chiamarsi astuzie di guerra in una parola rubando?
Teoricamente non pare che vi possa esser dubbio sul diritto di adoperare, in una guerra giusta, tutti i mezzi atti a facilitare ed assicurare la vittoria senza ledere il sentimento di umanità. Ma bisogna vedere se un mezzo è poi realmente utile, se ciò che è moralmente permesso è praticamente consigliabile.
Il metodo (il furto per la propaganda) è stato in vari paesi ed in varie epoche predicato e praticato da speciali gruppi anarchici; ma ha dato sempre frutti disastrosi.
E potrei dire lo stesso di altri partiti e di epoche gloriose nella storia d’Italia, ma preferisco non occuparmi qui che delle cose nostre.
Il denaro corrompe e corrompe pure la necessità di nascondere il proprio essere, di fingere, d’ingannare, di adoperare quelle arti necessarie al ladro se non vuole andare in prigione come un imbecille.
Quanti giovani generosi, quante belle nature si sono sciupate per questa fisima del rubare per la propaganda!
S’incomincia col ricercare la compagnia dei ladri di mestiere, perchè anche il rubare è un mestiere che bisogna imparare. Si perde l’abitudine e poi la voglia di lavorare, e quindi sul prodotto del furto bisogna prelevare la quota per alimentare il ladro: alla propaganda va quel che resta, se ce ne resta. E coll’abitudine del non lavorare viene il gusto del lusso e dell’orgia, e si finisce col dimenticare le idee, la propaganda, i principi, e si diventa un ladro volgare.
Peggio ancora: s’incomincia a trattare i propri compagni come vigliacchi perchè si lasciano sfruttare lavorando, la massa come disprezzabile gregge, e si finisce col dire: “chi vuole emanciparsi faccia come me, rubi”, “io la mia rivoluzione l’ho fatta, faccian gli altri la loro”, e si diventa dei borghesi come e peggio degli altri.
E questo solo per quei pochi che hanno fortuna e riescono a fare il colpo grosso. Gli altri consumano la vita in piccole truffe, furtarelli meschini fatti preferibilmente a danno dei poveri, perchè rubare ai poveri è più facile e meno pericoloso, o a danno dai compagni perchè i compagni non denunciano alla polizia.
I migliori quelli che riescono a salvarsi dalla peggiore decadenza morale son quelli che si fan cogliere all’inizio della carriera e vanno in galera prima di essersi completamente corrotti.
Vi possono essere delle eccezioni individuali: io stesso ne potrei citare se l’argomento non fosse così delicato.
Ma il certo si è che in tutti gli ambienti in cui è stato ammesso il furto per la propaganda è entrata la corruzione, la sfiducia tra compagni la maldicenza, il sospetto e quindi l’inerzia e la dissoluzione. E le spie hanno avuto buon giuoco, perchè non si è più avuto il modo di controllare quali sono i mezzi di vita di ciascuno.
No, meglio la penuria di mezzi, meglio il soldino versato e raccolto con fatica che dà al lavoratore l’orgoglio di concorrere col proprio sforzo all’opera comune, anzichè, per la speranza quasi sempre illusoria della grossa somma, correre il rischio di veder corrompersi e sparire alcuni tra i compagni più energici e più intraprendenti.