Errico Malatesta – Il sindacalismo al congresso anarchico di Amsterdam

La discussione sul sindacalismo e lo sciopero generale fu certamente, al Congresso Internazionale Anarchico di Amsterdam, la più importante; ed è ben naturale, poichè si trattava di una questione d’interesse pratico ed immediato, che ha il più grande valore sull’avvenire del movimento anarchico e sui suoi probabili risultati, e poichè precisamente su questa questione si manifestò la sola differenza seria di opinione tra i congressisti, gli uni dando all’organizzazione operaia ed allo sciopero generale un’importanza eccessiva considerandoli quasi la stessa cosa che anarchismo e rivoluzione, gli altri insistendo sulla concezione integrale dell’anarchismo e non volendo considerare il sindacalismo che come un mezzo potente, ma d’altra parte pieno di pericoli, per avviare alla realizzazione della rivoluzione anarchica.
La prima tendenza fu rappresentata principalmente dal compagno Monatte, della Confédération Générale du Travail di Francia, con un gruppo ch’ei volle chiamare dei “giovani” malgrado le proteste dei giovani, assai più numerosi, della tendenza opposta.
Monatte, nel suo notevole rapporto, ci parlò lungamente del movimento sindacalista francese, dei suoi metodi di lotta, dei risultati morali e materiali ai quali è già arrivato, e finì col dire che il sindacalismo è di per se stesso sufficiente come mezzo per compiere la rivoluzione sociale e realizzare l’anarchia.
Contro quest’ultima affermazione insorsi energicamente. Il sindacalismo, io dissi, anche se si abbiglia dell’aggettivo rivoluzionario, non può essere che un movimento legale, un movimento di lotta contro il capitalismo entro i limiti che il Capitalismo e lo Stato gli impongono.
Esso non ha dunque uscita, e non potrà ottenere nulla di permanente e di generale, se non cessando di essere il sindacalismo, e promovendo non più il miglioramento delle condizioni dei salariati e la conquista di qualche libertà, ma l’espropriazione della ricchezza e la distruzione radicale dell’organizzazione statale.
Io riconosco tutta l’utilità, la necessità stessa, della partecipazione attiva degli anarchici al movimento operaio, e non ho bisogno d’insistere per essere creduto, giacché sono stato dei primi a dolermi dell’attitudine d’isolamento superbo che presero gli anarchici dopo lo sfacimento dell’antica Internazionale, ed a spingere di nuovo i compagni sulla via che Monatte, dimenticando la storia, chiama nuova. Ma ciò è utile alla sola condizione che si resti sopratutto anarchici e che non si cessi di considerare tutto il resto dal punto di vista della propaganda e dell’azione anarchiche.
Io non domando che i sindacati adottino un programma anarchico e siano composti di soli anarchici. In questo caso sarebbero inutili, giacchè farebbero doppio ufficio con i gruppi anarchici, e non avrebbero più la qualità che li rende cari agli anarchici, vale a dire quella d’essere oggi un campo di propaganda, e domani un mezzo per condurre la massa sulla via a farle prendere in mano il possesso delle ricchezze e l’organizzazione della produzione per la collettività. Io voglio dei sindacati largamente aperti a tutti i lavoratori, che cominciano a sentire il bisogno di unirsi ai loro compagni per lottare contro i padroni; ma io conosco anche tutti i pericoli che presentano per l’avvenire dei gruppi fatti allo scopo di difendere, nella società attuale, degli interessi particolari, e domando che gli anarchici che sono nei sindacati si diano per missione di salvaguardare l’avvenire, lottando contro la tendenza naturale di questi gruppi a divenire delle corporazioni chiuse, in antagonismo con altri proletari anche più che con i padroni.
Forse la causa del malinteso si trova nella credenza, secondo me erronea benchè generalmente accettata, che gli interessi degli operai sono solidali, e che, conseguentemente, basta che degli operai si mettano a difendere i loro interessi e ad aspirare al miglioramento delle loro condizioni, perchè siano naturalmente condotti a difendere gli interessi del proletariato contro il patronato.
La verità è, secondo me, ben differente. Gli operai subiscono, come tutti, la legge d’antagonismo generale che deriva dal regime della proprietà individuale; ed ecco perchè gli aggruppamenti di interessi, rivoluzionari sempre al principio, finchè deboli e bisognosi della solidarietà degli altri, divengono conservatori ed esclusivisti quando acquistano della forza, e con la forza, la coscienza dei loro interessi particolari. La storia del tradunionismo inglese ed americano è là per dimostrare in qual modo si è prodotta questa degenerazione del movimento operaio allorchè esso si è appartato nella difesa degli interessi attuali.
È solamente in vista d’una trasformazione completa della società che l’operaio può sentirsi solidale con l’operaio, l’oppresso solidale con l’oppresso; ed è compito degli anarchici il tener sempre vivo il fuoco dell’ideale e procurare di orientare più che possibile tutto il movimento verso le conquiste dell’avvenire, verso la rivoluzione, anche, ove occorra, a detrimento dei piccoli vantaggi che può ottenere oggi qualche frazione della classe operaia, e che, del resto, non si ottengono il più sovente che a spese di altri lavoratori e del pubblico consumatore.
Ma per poter adempiere questa funzione d’elementi propulsori nei sindacati, bisogna che gli anarchici s’interdicano l’occupazione dei posti e soprattutto dei posti pagati.
Un anarchico funzionario permanente e stipendiato d’un sindacato è un uomo perduto come anarchico.
Io non dico che talvolta non possa fare del bene; ma è un bene che potrebbero fare, al suo posto e meglio di lui, uomini di idee meno avanzate, mentre lui per conquistare e mantenere il suo impiego deve sacrificare le sue opinioni personali e fare spesso cose le quali non hanno altro scopo se non di farsi perdonare la menda originale d’anarchico.
D’altra parte la questione è chiara. Il sindacato non è anarchico, ed il funzionario è nominato e pagato dal sindacato: se egli fà opera d’anarchico, si mette in opposizione con quelli che pagano e bentosto perde il suo posto od è causa della dissoluzione del sindacato; se, al contrario, compie la missione per la quale è stato nominato, secondo la volontà della maggioranza, allora addio anarchismo.
Osservazioni analoghe feci relativamente a quel mezzo d’azione proprio del sindacalismo che è lo sciopero generale. Noi dobbiamo accettare, dissi, e propagare l’idea dello sciopero generale come un mezzo assai agevole per cominciare la rivoluzione, ma non dobbiamo crearci l’illusione che lo sciopero generale potrà rimpiazzare la lotta armata contro le forze dello Stato.
È stato detto sovente che con lo sciopero gli operai potranno affamare i borghesi e costringerli a cedere. Non saprei immaginare una più grande assurdità. Gli operai sarebbero già da gran tempo morti di fame prima che i borghesi, i quali dispongono di tutti i prodotti accumulati, comincino a soffrire seriamente.
L’operaio, che nulla possiede, non ricevendo più il suo salario dovrà a viva forza impadronirsi dei prodotti: troverà i gendarmi, i soldati, i borghesi stessi che vorranno impedirglielo; e la questione si dovrà bentosto risolvere a colpi di fucile, di bombe, ecc. La vittoria resterà a chi saprà essere più forte. Prepariamoci dunque a questa lotta necessaria, anzichè limitarci a predicare lo sciopero generale come una specie di panacea, che dovrà risolvere tutte le difficoltà. Per conseguenza, anche come modo di cominciare la rivoluzione, lo sciopero generale non potrà essere impiegato che in maniera assai relativa.
I servizi d’alimentazione, ivi compresi naturalmente quelli dei trasporti delle derrate alimentari, non ammettono una lunga interruzione: bisogna dunque rivoluzionariamente impadronirsi dei mezzi per assicurare l’approvvigionamento anche prima che lo sciopero si sia, per sè stesso, svolto in insurrezione. Prepararsi a fare ciò non può essere funzione del sindacalismo; questo può soltanto fornire le schiere per compierlo.
Su tali questioni, così esposte da Monatte e da me, s’impegnò una discussione interessantissima, quantunque un po’ soffocata dalla mancanza di tempo e dalla necessità seccante di tradurre in parecchie lingue. Si concluse proponendo diverse risoluzioni, ma non mi sembrò che le differenze di tendenze siano state felicemente definite; occorre anzi molto acume per scoprirvele ed infatti la maggior parte dei congressisti non ve ne scoprirono affatto e votarono egualmente le diverse risoluzioni.
Questo non impedisce che due tendenze reali si siano manifestate, benchè la differenza esista più nella previsione delle sviluppo futuro, che nelle intenzioni attuali delle persone. In effetti, sono convinto che Monatte ed il gruppo dei “giovani” sono tanto sinceramente e profondamente anarchici e rivoluzionari quanto non importa qual “vecchia barba”. Essi si dorranno come noi degli errori che si produrranno fra funzionari sindacalisti; soltanto, essi li attribuiranno a debolezze individuali. E qui sta l’errore. Se si trattasse di colpe imputabili ad individui, il male non sarebbe grande: i deboli spariscono subito ed i traditori sono subito conosciuti e messi nell’impossibilità di nuocere. Ma ciò che rende il male serio, è che questo dipende dalle circostanze nelle quali i funzionari sindacalisti si trovano. Io impegno i nostri amici anarchici sindacalisti a riflettervi, ed a studiare le posizioni rispettive del socialista che diventa deputato e dell’anarchico che diventa funzionario del sindacato: forse il paragone non sarà inutile.