Errico Malatesta – Il Socialismo in Italia

(…) Quando Bakunin venne in Italia, una profonda crisi travagliava il paese, e specialmente quella parte eletta del paese che partecipava alla vita politica non per basso egoismo di avventurieri ed arrivisti, ma per ragioni ideali ed amore sincero di bene generale.
Il nuovo regno dei Savoia, cui aveva messo capo la lotta per l’indipendenza d’Italia, non rispondeva punto alle aspirazioni di coloro che prima e meglio di tutti avevano promosso e sostenuto il movimento.
Per lunghi decenni schiere di generosi avevano combattuto con insuperato eroismo per liberare l’Italia dalla tirannide dell’Austria, del papa, dei Borboni e degli altri principotti che se ne dividevano il territorio. Era il fiore della gioventù italiana che, colle cospirazioni, gli attentati, le insurrezioni, affrontava il martirio; e continuamente decimata dai massacri, dalle galere, dai patiboli, si rinsanguava sempre con nuovi altrettanto eroici combattenti.
Le idealità che animavano quegli uomini appaiono, a noi venuti dopo, insufficienti, vaghe, mistiche, spesso contraddittorie, ma erano certamente nobili, disinteressate, umanitarie.
In generale essi volevano l’Italia libera dallo straniero e dai tiranni indigeni, libera dal dominio dei preti e costituita in repubblica unitaria o federale; e per repubblica intendevano un “governo di popolo” che assicurasse a tutti libertà, giustizia, benessere e istituzione.
In conseguenza delle tradizioni classiche e poi per la predicazione di Giuseppe Mazzini, essi avevano bensì l’assurda pretesa che l’Italia fosse superiore a tutti gli altri paesi e predestinata (da Dio, e dalla Natura, e dalla Storia) ad essere maestra e guida di tutta l’umanità. Ma il loro mistico patriottismo era lungi dal significare desiderio di dominio sugli altri popoli. Al contrario, essi affrettavano coi voti e coll’opera l’emancipazione e la grandezza del popolo italiano anche perchè potesse compiere la sua missione civilizzatrice ed aiutare a liberarsi tutti i popoli oppressi: a prova il fatto che i patrioti italiani accorrevano a combattere e versare il loro sangue in qualunque parte del mondo dove sorgeva un grido di libertà.
Ma malgrado tanto eroismo e tanta nobiltà di propositi la causa italiana sembrò per lungo tempo una causa disperata e trovava appoggio solo tra i “sognatori” assetati d’ideale e alieni da ogni mira di vantaggio personale. La gente “pratica”, egoista e pusillanime, subiva pazientemente l’oppressione e per calcolo acclamava i più forti; ed i peggiori si mettevano al servizio degli oppressori quali birri e carnefici. La gran massa, misera, ignorante, superstiziosa, restava come sempre materia passiva, strumento docile ma infido di chi poteva e sapeva servirsene.
Poi, quando per la costanza ed il crescere dei ribelli, e per fortunate circostanze politiche europee i servi di Casa Savoia trovarono opportuno di sfruttare le aspirazioni nazionali per la sicurezza e l’ingrandimento del regno sardopiemontese, agli apostoli ed agli eroi si frammischiarono i trafficanti ed i profittatori, e l’intrigo diplomatico sopraffece lo slancio rivoluzionario.
E così, tra i patteggiamenti ed i mercati segreti, le alleanze tra monarchi, le guerre regie cominciate con dubbia fede e vergognosamente stroncate per ragioni dinastiche, le dedizioni dei condottieri popolari, le illusioni degli ingenui ed il tradimento dei furbi, si arrivò alla costituzione di un regno italico che era la parodia, la negazione dell’Italia libera e grande sognata dai precursori.
Non si era raggiunta nè l’unità nè vera indipendenza.
L’Austria, padrona sempre della Venezia, restava minacciosa al di qua dell’Alpi, e l’Italia sembrava vivere solo per la protezione interessata e prepotente dell’imperatore dei francesi. Il Papa continuava a tiranneggiare Roma ed il Lazio, pronto sempre a chiamare lo straniero in suo soccorso. Il diritto della nazione a governarsi da sè ridotto alla concessione di una Camera dei deputati eletta da un piccolo numero di censiti e tenuta a freno dalla potestà suprema del re, nonchè da un Senato di nomina regia. Negata ogni autonomia di regioni e comuni, e tutta l’Italia sottoposta all’egemonia delle caste burocratica e militaresca del Piemonte. Le libertà cittadine sempre a discrezione della polizia. Le condizioni economiche della massa (proletariato e piccola borghesia) a cui si erano fatte tante promesse, generalmente peggiorate ed in certe regioni rese addirittura miserabili per l’aumento delle imposte sulla produzione e sui consumi. Quindi malcontento generale; e quando il malcontento scoppiava in tumultuose proteste collettive, la forza pubblica ristabiliva l’ordine con quei massacri di folle inermi, che restarono sempre una caratteristica del sistema di governo della monarchia italiana.
Naturalmente sorsero in abbondanza i patrioti dell’indomani che vollero prender parte al bottino, senza essere stati alla battaglia; ed anche molti dei vecchi combattenti, per motivi vari, onorevoli o meno, si adattarono al nuovo regime e cercarono di profittarne. Ma i più sinceri, i più ardenti e con essi i nuovi giovani che per ragioni di età non avevano potuto prender parte alla riscossa nazionale, ma n’avevano respirata l’atmosfera piena di entusiasmo e volevano emulare i loro maggiori, rodevano il freno ed anelavano il momento di ricominciare la rivoluzione e di completarla.
Ma cosa fare?
I più influenti, i capi, esitavano tra il desiderio di abbattere la monarchia e la paura di compromettere quel tanto di unità e di indipendenza che si era raggiunto. La gran maggioranza dei repubblicani devoti a Mazzini, pur predicando la repubblica, mettevano al disopra di tutto l’unità della patria, e nonostante l’avversione al sistema monarchico erano sempre pronti a mettersi agli ordini del re quando egli li avesse chiamati a compiere il programma nazionale. Ed in quanto ai garibaldini, più di tutti ardimentosi e battaglieri ma, al pari del loro duce, senza idee chiare e programma determinato, salvo l’odio ai preti ed al dominio straniero, la monarchia poteva sempre a sua posta fermarli o trascinarli, come e più dei mazziniani, col solo darsi l’aria di voler fare la guerra all’Austria o al papa.
In realtà non si faceva nulla contro il regime, e forse date le circostanze era possibile fare qualche cosa d’efficace; ma fra le aspirazioni contraddittorie persisteva, vivo, insofferente, tormentoso il desiderio di fare.
D’altra parte un nuovo fermento d’idee agitava le mani…
Vi erano stati bensì dei pensatori poderosi e precursori geniali capaci di reggere il confronto con qualunque straniero, ma essi erano restati senza grande influenza o totalmente ignorati, come per esempio il Pisacane, tanto che occorse scoprirli dopo, quando già le loro idee erano per altre vie divenute patrimonio comune.
Ma ora, dopo la costituzione del regno, con una certa libertà di stampa, con la maggiore facilità di muoversi e stabilire delle relazioni e per lo stesso sprone delle disillusioni patite, la gioventù incominciava ad informarsi ed interessarsi delle idee che agitavano l’Europa. Già il concetto dell’Italia nazionemessia appariva a molti fantastico ed assurdo ed era sostituito da una più realistica concezione della storia e dei rapporti tra i popoli. La credenza in Dio e nel soprannaturale, tanto cara a Mazzini, era buttata in breccia dal nuovo indirizzo delle scienze naturali introdotto nelle università italiane per opera principalmente di valenti professori stranieri. L’idea di patria e tutte le istituzioni sociali  proprietà, organizzazione statale, famiglia, diritto civile e penale  erano discusse e criticate con nuova larghezza di vedute. La questione sociale, la questione dei ricchi e dei poveri, incominciava ad attirare l’attenzione e pareva già destinata a svalorizzare e mettere in oblìo le questioni di nazionalità.
Mazzini e Garibaldi continuavano ad essere idolatrati dalla gioventù più avanzata, che avrebbe voluto averli come capi guide, ma trovava sempre più difficile il seguirli. Poichè Mazzini di fronte all’irrompere delle nuove tendenze s’irrigidiva nel suo dogmatismo teologico-politico e scomunicava chi non credeva in Dio; e Garibaldi, il quale voleva persuadere se stesso e gli altri di stare sempre alla testa del progresso, diceva e disdiceva ed in fondo non capiva nulla.
Da ciò il disagio morale ed intellettuale, che aggiunto all’incertezza ed all’impotenza politiche teneva agitata e scontenta la migliore gioventù italiana.
In tale condizione degli spiriti un uomo come Bakunin, con la fama di grande rivoluzionario europeo che l’accompagnava, con la sua ricchezza e modernità d’idee, con la sua foga e la forza avvincente della sua personalità, non poteva non fare forte impressione su coloro che lo avvicinavano. Ma non poteva creare un movimento a larga base, veramente popolare, causa dei pregiudizi patriottici e borghesi dell’ambiente e per il fatto che molti, malgrado la mutata coscienza, si sentivano ancora legati da giuramenti prestati alla vecchia setta; al che bisogna aggiungere le difficoltà che gli venivano dall’essere straniero, poco pratico della lingua italiana e soggetto sempre ad essere espulso dalla polizia.
Ed infatti egli riuscì subito ad interessare degli uomini di valore, che credettero a prima giunta di trovare nelle sue idee la soluzione dei dubbi che li tormentavano, ma non potette far presa sulle masse. D’altronde il pensiero di Bakunin era allora in continua evoluzione, e se egli, spinto dal suo temperamento e dalla logica delle sue premesse, arrivò presto a conclusioni nettamente socialiste ed anarchiche, molti dei suoi primi aderenti non potettero seguirlo e man mano si ritrassero, sostituiti però sempre da nuovi più idonei elementi.(2)
Dal 1864 al 1870, Bakunin, colla propaganda personale in Italia, colla corrispondenza dalla Svizzera, coi viaggi fatti o fatti fare e con le pubblicazioni proprie o da lui ispirate, arrivò a selezionare un certo numero d’uomini che, organizzati intorno a lui in circoli più o meno segreti, presero contatto con il movimento socialista internazionale, introdussero in Italia il socialismo e l’anarchismo e vi fondarono la branca italiana dell’Associazione Internazionale Italiana dei Lavoratori, di cui continuarono ad essere gli animatori durante tutta la sua esistenza.
Ma insomma fino alla prima metà del 1870 tutto si riduceva a pochi gruppi intimi ed a qualche piccola associazione operaia…
Poi vennero la guerra franco-prussiana, la caduta dell’impero e la proclamazione della repubblica in Francia, la spedizione garibaldina nei Vosgi l’entrata delle truppe italiane a Roma e la fine del potere temporale dei papi, le vicende dell’assedio di Parigi, le elezioni francesi dell’assemblea dei “rurali”, la pace vergognosa, la fondazione dell’impero germanico; tutte cose che agitarono e tennero gli animi sospesi, alimentando negli uni le più audaci speranze e negli altri le più folli paure.
Infine scoppiò l’insurrezione parigina del 18 marzo 1871 – la Comune di Parigi , repressa due mesi dopo dal governo repubblicano con una ferocia che indignò i più temperati.
L’annunzio dei fatti di Parigi mise la febbre addosso a tutta la gioventù politicamente attiva.
Veramente si sapeva poco quello che la Comune fosse davvero, ma la stessa incertezza delle notizie dava libero campo all’immaginazione, e ciascuno si foggiava il moto parigino secondo i propri desideri. E siccome si attribuiva quel moto all’opera dell’Internazionale, questa profittò di tutta la popolarità di cui godette la Comune negli ambienti rivoluzionari italiani.
Le false notizie, le esagerazioni, le stesse calunnie della stampa reazionaria servivano a rinfocolare l’entusiasmo e ad esaltare le gesta della Comune e la potenza dell’Internazionale…
I primi e più numerosi proseliti si trovarono tra i garibaldini sempre ardenti di battagliare per qualunque idea sembrasse loro avanzata.
I giovani mazziniani, ai quali i fatti di Francia avevano mostrato che la repubblica non significa necessariamente libertà, eguaglianza e fratellanza e che può benissimo associarsi con il più retrivo clericalismo ed il più feroce militarismo, se fossero stati lasciati al loro istinto avrebbero probabilmente seguito al pari dei garibaldini l’impulso dato dai bakunisti.
Ed allora si sarebbe costituito un fascio di tutte le forze rivoluzionarie italiane, che avrebbe potuto mettere a mal partito la monarchia.
Ma Mazzini, offeso nei suoi pregiudizi teologici, statali e borghesi e forse irritato dal vedersi sfuggire quella specie di pontificato che aveva esercitato per tanti anni sul movimento rivoluzionario italiano, attaccò violentemente la Comune e l’Internazionale e trattenne i suoi dal passo che stavano per fare.
Bakunin rispose agli attacchi di Mazzini, e la lotta scoppiò ardente tra mazziniani ed internazionalisti: lotta che servì ad eccitare la discussione ed a precisare le idee; ma presto degenerata in odio, mise l’un contro l’altro giovani egualmente generosi ed entusiasti, e fu in definitiva la causa dell’impotenza degli uni e degli altri.
In ogni modo l’Internazionale si estese rapidamente nei centri più evoluti…
Dato l’ambiente italiano ancora tutto vibrante dei ricordi delle cospirazioni mazziniane e delle spedizioni garibaldine, data l’eccitazione prodotta dalla Comune di Parigi, data l’influenza predominante di Bakunin, dati il temperamento e le convinzioni dei primi iniziatori, l’Internazionale in Italia non poteva essere una semplice federazione di leghe di resistenza operaia, sia pure a tendenze radicali, come fu altrove. Essa assunse fin dal principio un carattere decisamente sovvertitore, che trova un certo riscontro solo nella Spagna, dove il carattere degli abitanti e la situazione politica erano quasi come in Italia, e dove del resto il movimento internazionalista fu iniziato dal Fanelli, mandato colà in missione dall’Alleanza bakunista.
L’Internazionale nacque in Italia socialista, anarchica, rivoluzionaria, e per conseguenza antiparlamentare. Ruppe subito con il “Consiglio generale”, il quale, ispirato da Marx, voleva dirigere autoritariamente l’associazione ed imporle un programma statalista; e fu essenzialmente un’associazione fatta collo scopo di provocare un’insurrezione armata, la quale avrebbe dovuto d’un colpo solo rovesciare il governo, abolire la proprietà privata, mettere a libera disposizione dei lavoratori la terra, gli strumenti di lavoro e tutta la ricchezza esistente e sostituire all’organizzazione statale e borghese la libera federazione dei comuni e dei gruppi produttori autonomi.
Si accettava il principio fondamentale dell’Associazione di lavoratori fondata a Londra nel settembre 1864, e cioè che “la dipendenza economica dei lavoratori dai possessori delle materie prime e degli strumenti di lavoro è la causa prima della servitù in tutte le sue forme, politica, morale e materiale”; e perciò si riteneva necessario ed urgente abolire la proprietà privata fondiaria e capitalistica mediante l’espropriazione senza indennità della classe borghese fatta direttamente dalla massa sfruttata e soggetta. Si dichiarava il lavoro dovere sociale per tutti, e quindi si considerava la condizione di lavoratore superiore moralmente a qualunque altra posizione sociale, anzi la sola compatibile con una morale veramente umana, e molti internazionalisti provenienti dalla classe borghese, per essere coerenti colle loro idee e meglio immedesimarsi col popolo, si mettevano ad apprendere un mestiere manuale. Si vedeva nella classe operaia, nel proletariato dell’industria e dell’agricoltura, il grande fattore della trasformazione sociale e la garanzia ch’essa si sarebbe fatta veramente a vantaggio di tutti e non avrebbe dato origine ad una nuova classe privilegiata.
Ma però l’Internazionale non fu mai in Italia propriamente una organizzazione di classe; ed in essa sugl’interessi contingenti della classe operaia prevaleva sempre l’ideale della rivoluzione come fatto che doveva iniziare una nuova civiltà per l’elevazione morale ed il vantaggio materiale di tutta quanta l’umanità. Nell’Internazionale in Italia, e del resto era così un po’ dappertutto, aveva diritto di cittadinanza chiunque ne accettava i principi, da qualunque classe provenisse. E quando per conciliare coi fatti il titolo di associazione di lavoratori si cercava di determinare che cosa fosse un lavoratore, si conchiudeva che, per l’Internazionale, era lavoratore, “chiunque lavorava alla distruzione dell’ordine borghese”, frase che può sembrare un’arguzia, ma che traduceva bene lo stato di fatto.
Ed invero l’Internazionale era stata introdotta in Italia da borghesi che, per amor di giustizia, avevano disertato la loro classe, ed ancora nel 1872 e dopo, in molti luoghi, la maggioranza, almeno nella parte dirigente e più attiva, non era composta di operai, ma di giovani provenienti dalla media e piccola borghesia.
Si faceva un po’ di lotta economica, si provocava qualche sciopero, s’incitavano gli operai a domandare e pretendere dai padroni ogni sorta di miglioramenti. Ma ciò si faceva senza entusiasmo, senza darvi grande importanza, poichè si era convinti che i padroni esistevano perchè il governo li proteggeva ed esisterebbero e trionferebbero sempre fino a che durerebbe il governo. “Non si arriva al proprietario, si soleva dire, se non passando sul corpo del gendarme”. Forse sarebbe stata la verità più completa il dire che è “il gendarme”, cioè chi possiede la forza materiale, che s’impadronisce della ricchezza, si fa proprietario, e poi assolda, tra le sue vittime, dei gendarmi per farsi difendere e perpetuare in sè e nei suoi discendenti il privilegio usurpato; ma allora, senza che nessuno di noi avesse letto Marx, si era ancora troppo marxisti. Ma a parte ogni disquisizione teorica sulle origini della proprietà, si era convinti che la prima cosa da fare era rovesciare il governo, e perciò si pensava soprattutto alla insurrezione.
Certamente sperare allora nella vittoria era una illusione.
Senza parlare delle vaste plaghe d’Italia dove le nostre idee erano assolutamente sconosciute, anche dove eravamo più forti e numerosi non eravamo in sostanza che un’infima minoranza di fronte alla totalità della popolazione. E le masse erano ancora del tutto disorganizzate ed ignare: salvo le nostre sezioni e qualche associazione che pigliava il motto da Mazzini, le società operaie esistente erano semplici società di mutuo soccorso sotto il patronato di grossi proprietari o personaggi dei partiti borghesi, quando non avevano addirittura il re… o il questore.
Questa era per noi una situazione paradossale, perchè il nostro scopo non era di impossessarsi del governo con un colpo di mano (il che sarebbe stato ben difficile per l’esiguità delle nostre forze, ma forse non impossibile se fossimo riusciti a trascinare con noi i repubblicani) per poi imporre il nostro programma mediante la forza statale. Noi, già anarchici convinti, volevamo abbattere il governo esistente, impedire che se ne formasse un altro, e lasciare che le masse liberate dalla pressione dell’esercito e della polizia pigliassero possesso della ricchezza ed organizzassero da loro la nuova vita sociale.
Ma che sarebbe avvenuto se le masse fossero restate assenti, o si fossero mostrate ansiose di sottomettersi ad un nuovo governo ed attendere da esso il proprio bene?
Noi speravamo nel malcontento generale, e poichè la miseria che affliggeva le masse era davvero insopportabile, credevamo che bastasse dare un esempio, lanciare colle armi alla mano il grido di “abbasso i signori”, perchè le masse lavoratrici si scagliassero contro la borghesia, e pigliassero possesso della terra, delle fabbriche e di quanto esse avevano prodotto colle loro fatiche ed era stato loro sottratto. E poi avevamo una fede mistica nella virtù del popolo, nella sua capacità, nei suoi istinti ugualitari e libertari.
I fatti dimostrarono allora e poi (e lo avevano già dimostrato nel passato) quanto eravamo lontani dal vero. Purtroppo la fame, quando non vi è una coscienza del proprio diritto ed un’idea che guida l’azione, non produce rivoluzioni: tutt’al più provoca delle sommosse sporadiche che i signori, se hanno giudizio, possono domare, meglio che colle fucilate dei carabinieri, col distribuire un po’ di pane e col gettare dai balconi un po’ di soldi di rame alla folla tumultuante. E noi, se il desiderio non avesse fatto velo alla nostra perspicacia, avremmo ben potuto giudicare dell’effetto deprimente, e quindi antirivoluzionario, della miseria, dal fatto che la propaganda riusciva meglio nelle regioni meno misere e tra quei lavoratori, artigiani per la maggior parte, che si trovavano in condizioni economiche meno disagiate.
Ed in quanto agli “istinti egualitari e libertari” del popolo, ahimè, quanta fatica ci vuole per risvegliarli! Per allora, ed anche adesso in quella grande parte della massa non ancora tocca dalla propaganda, gli “istinti”, i quali sono stati formati dai millenario servaggio, spingono i lavoratori piuttosto al timore e, quel ch’è peggio, al rispetto ed all’ammirazione dei padroni, e quindi ad una docile sottomissione.
Era dunque impossibile una vittoria facile e rapida.
Ma, a parte la questione di tempo, io credo sempre dopo tutto quello che ho veduto, che le nostre speranze non erano vane e la nostra tattica non era sbagliata.
In effetti, la nostra propaganda, se non colla rapidità che avremmo voluto, portava pure i suoi frutti: il numero dei convinti andava continuamente crescendo, ed intorno ad essi si andava sempre allargando il cerchio di simpatizzanti, di quelli cioè che pur non comprendendo e non accettando tutte le nostre idee, sentivano l’ingiustizia del presente ordinamento sociale e volevano contribuire al suo cambiamento. Ed i tentativi insurrezionali che facevamo e ci proponevamo di fare, pur essendo allora condannati ad insuccesso sicuro, erano mezzo efficace di propaganda, ed un giorno, a tempi più maturi (chi può giudicare prima del fatto quando i tempi sono maturi, cioè quando un concorso di circostanze determina il “momento psicologico” in cui un popolo è pronto ad insorgere?), un giorno, dico, sarebbero stati la scintilla che provoca un grande incendio.
Se il nostro lavoro fosse continuato concorde come durante i sette od otto anni dopo la fondazione a Rimini della Federazione italiana (1872), ben altra, io credo, sarebbe oggi la situazione italiana.
Ma sul più bello, lo sviluppo del nostro movimento fu conturbato ed arrestato dall’introduzione in Italia del partito socialdemocratico, legalitario e parlamentare secondo il tipo tedesco.
L’esistenza di un altro partito socialista con tendenze diverse di quelle che aveva l’Internazionale italiana non sarebbe stato un gran male, anzi avrebbe potuto essere un bene, poichè avrebbe attratti al socialismo molti elementi che, pur ammettendo la necessità di una radicale riforma sociale, non potevano per temperamento e per posizione essere rivoluzionari e con noi non ci sarebbero venuti mai.
Ma il guaio fu che chi introdusse (almeno con risultati seri, poichè vi era stato qualche altro tentativo senza successo) in Italia la nuova tendenza uscì proprio di mezzo a noi.
Alcuni degli internazionalisti tra i più influenti ed amati (non posso qui fare a meno di nominare l’Andrea Costa), impressionati dagli apparenti successi del socialismo in Germania, disgustati di una lotta che era, o sembrava, sterile di risultati immediati, e forse stanchi delle persecuzioni che ormai erano diventate ben più serie, preferirono, contro i loro primi compagni e contro tutto il loro passato, una tattica che prometteva una relativa tranquillità e rapidi successi personali; e così gettarono la discordia nelle nostre file e furono la causa che il meglio delle nostre forze fosse speso in polemiche e diatribe intestine, anzichè nella propaganda tra le masse e la lotta contro il nemico comune.
I vecchi internazionalisti che di quella “evoluzione” videro direttamente i danni morali e materiali fatti al movimento, e soffrirono nei loro sentimenti profondi per le amicizie male rotte, gridarono al “tradimento”. E certo parve dar loro ragione il modo subdolo come si condussero i nuovi convertiti al parlamentarismo, negando ed affermando, attenuando od accentuando la nuova tendenza secondo gli ambienti e le circostanze, e trascinando i compagni più ingenui col sentimentalismo delle amicizie personali e quasi senza che se ne accorgessero.
Ma fu davvero tradimento cosciente fatto per fini personali, o frutto di onesta convinzione?
Non spetta a me, parte troppo interessata nella vertenza, il dare un giudizio definitivo. E d’altronde questi avvenimenti sono di parecchi anni posteriori al periodo di cui si tratta in questo libro, e non è il caso di approfondirli e documentarli qui. Forse lo stesso Nettlau, che ha o può procurarsi il materiale necessario e che possiede quelle doti di imparzialità e serenità che forse in questo caso mancherebbero a me, ci narrerà un giorno quel periodo critico dell’Internazionale italiana, in cui essa cessò di chiamarsi l’Internazionale e si scisse in partito anarchico e partito socialdemocratico.
A me basti constatare che tutte le nostre previsioni sulla degenerazione in cui sarebbe caduto il socialismo fattosi legalitario e parlamentarista si sono purtroppo verificate, ed al di là di quello che noi stessi pensavamo.

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