Errico Malatesta – Organizzatori ed antiorganizzatori

Sono degli anni che si fa tra gli anarchici un gran discutere su questa questione. E, come avviene spesso, quando si piglia passione in una discussione ed alla ricerca della verità subentra il puntiglio di aver ragione, o quando le discussioni teoriche non sono che un tentativo per giustificare una condotta pratica ispirata da altri motivi, si è prodotta una grande confusione d’idee e di parole.
Ricordiamo di passaggio, tanto per sbarazzarcene, le semplici questioni di parole, che a volte han raggiunto le più alte cime del ridicolo, come per esempio: “noi non vogliamo l’organizzazione ma l’armonizzazione”; “siamo contrari all’associazione, ma ammettiamo l’intesa”; “noi non vogliamo segretario e cassiere, perchè sono cose autoritarie, ma incarichiamo un compagno di tenere la corrispondenza, ed un altro di custodire il denaro” – e passiamo alla discussione seria.
Vi sono tra coloro che rivendicano, con aggettivi vari o senza aggettivi, il nome di anarchici, due frazioni: i partigiani e gli avversari dell’organizzazione.
Se non possiamo riuscire a metterci d’accordo, cerchiamo almeno di comprenderci.
E prima di tutto distinguiamo, poichè la questione è triplice: l’organizzazione in generale come principio e condizione di vita sociale, oggi e nella società futura; l’organizzazione del partito anarchico; e l’organizzazione delle forze popolari e specialmente quella delle masse operaie per la resistenza contro il governo e contro il capitalismo.
La necessità dell’organizzazione nella vita sociale, e quasi direi la sinonimia tra organizzazione e società, è cosa tanto evidente che si stenta a credere come si sia potuta negare.
Per rendersene conto bisogna ricordare quale è la funzione specifica, caratteristica del movimento anarchico, e come gli uomini e i partiti sono soggetti a lasciarsi assorbire dalla questione che più direttamente li riguarda, dimenticando tutte le questioni connesse, a guardare più la forma che la sostanza, infine a vedere le cose da un lato solo e perdere così la giusta nozione della realtà.
Il movimento anarchico cominciò come reazione contro lo spirito di autorità, dominante nella società civile, nonchè in tutti i partiti e tutte le organizzazione operaie, e si è andato ingrossando man mano di tutte le rivolte sollevatesi contro le tendenze autoritarie ed accentratrici.
Era naturale quindi che molti anarchici fossero come ipnotizzati da questa lotta contro l’autorità e che, credendo, per l’influenza dell’educazione autoritaria ricevuta, che l’autorità è l’anima della organizzazione sociale, per combattere quella combattessero e negassero questa.
E veramente l’ipnotizzazione arrivò al punto da far sostenere cose veramente incredibili.
Si combatte ogni sorta di cooperazione e di intesa, ritenendo che l’associazione era l’antitesi dell’anarchia, si sostenne che senza accordi, senza obblighi reciproci, facendo ognuno quello che gli passa per il capo senza nemmeno informarsi di quello che fa l’altro, tutto si sarebbe spontaneamente armonizzato; che anarchia significa che ogni uomo deve bastare a sè stesso e farsi da sè tutto quello che gli occorre senza scambio e senza lavoro associato; che le ferrovie potevano funzionare benissimo senza organizzazione, anzi che questo avveniva di già in Inghilterra (!); che la posta non era necessaria e che chi a Parigi voleva scrivere una lettera a Pietroburgo… se la poteva portare da sè (!!), ecc. ecc.
Ma queste sono sciocchezze, si dirà, e non vale la pena di rilevarle.
Sì, ma queste sciocchezze sono state dette, stampate propagate: sono state accolte da gran parte del pubblico come l’espressione genuina delle idee anarchiche; e servono sempre come armi di combattimento agli avversari, borghesi e non borghesi, che vogliono aver di noi una facile vittoria. E poi quelle sciocchezze non mancano del loro valore, in quanto sono la conseguenza logica di certe premesse e possono servire di riprova sperimentali della verità o meno di quelle premesse.
Alcuni individui, di mente limitata ma forniti di potente spirito logico, quando hanno accettato delle premesse ne tirano tutte le conseguenze fino all’ultimo, e, se così vuole la logica, arrivano senza scomporsi alle più grandi assurdità, alla negazione dei fatti più evidenti. Ve ne sono bensì altri più colti e di spirito più largo, che trovan sempre modo di arrivare a conclusioni più o meno ragionevoli, anche a costo di strapazzare la logica; e per questi gli errori teorici hanno poca o nessuna influenza sulla condotta pratica. Ma insomma, fino a che non si rinunzia a certi errori fondamentali, si è sempre minacciati dai sillogizzatori ad oltranza, e si torna sempre da capo.
E l’errore fondamentale degli anarchici avversari dell’organizzazione è il credere che non sia possibile organizzare senza autorità – ed il preferire, ammessa quella ipotesi, piuttosto rinunziare a qualsiasi organizzazione che accettare la minima autorità.
Ora, che l’organizzazione, vale a dire l’associazione per uno scopo determinato e colle forme ed i mezzi necessari a conseguire quel fine, sia una cosa necessaria alla vita sociale ci pare evidente. L’uomo isolato non può vivere nemmeno la vita del bruto: esso è impotente, salvo nelle regioni tropicali e quando la popolazione è eccessivamente rada, a procurarsi il nutrimento; e lo è sempre, senza eccezioni, ad elevarsi ad una vita alcun poco superiore a quella degli animali. Dovendo perciò unirsi cogli altri uomini, anzi trovandosi unito in conseguenza della evoluzione antecedente della specie, esso deve, o subire la volontà degli altri (essere schiavo), o imporre la volontà propria agli altri (essere un’autorità), o vivere cogli altri in fraterno accordo in vista del maggior bene di tutti (essere un associato). Nessuno può esimersi da questa necessità; ed i più eccessivi antiorganizzatori non solo subiscono l’organizzazione generale della società in cui vivono, ma anche negli atti volontari della loro vita, anche nelle loro rivolte contro l’organizzazione si uniscono, si dividono il compito, si organizzano con quelli con cui vanno d’accordo e utilizzano i mezzi che la società mette a loro disposizione… sempre, s’intende, che si tratti di cose volute e fatte davvero e non di vaghe aspirazioni platoniche, di sogni sognati.
Anarchia significa società organizzata senza autorità, intendendosi per autorità la facoltà di imporre la propria volontà e non già il fatto inevitabile e benefico che chi meglio intende e sa fare una cosa riesce più facilmente a far accettare la sua opinione, e serve di guida, in quella data cosa, ai meno capaci di lui.
Secondo noi l’autorità non solo non è necessaria all’organizzazione sociale, ma, lungi dal giovarle, vive su di essa da parassita, ne inceppa l’evoluzione e volge i suoi vantaggi a profitto speciale di una data classe che sfrutta ed opprime le altre. Fino a che in una collettività vi è armonia d’interessi, fino a che nessuno ha voglia o modo di sfruttare gli altri, non v’è traccia d’autorità: quando viene la lotta intestina e la collettività si divide in vincitori e vinti, allora sorge l’autorità, la quale naturalmente è devoluta ai più forti e serve a confermare, perpetuare ed ingrandire la loro vittoria.
Crediamo così, e perciò siamo anarchici: chè se credessimo che non vi possa essere organizzazione senza autorità, noi saremmo autoritari, perchè preferiremmo ancora l’autorità, che inceppa ed addolora la vita, alla disorganizzazione che la rende impossibile.
Del resto, quel che saremmo noi importa poco. Se fosse vero che il macchinista ed il capotreno ed i capiservizio debbano per forza essere delle autorità, anzichè dei compagni che fanno per tutti un determinato lavoro, il pubblico amerebbe sempre piuttosto subire la loro autorità che viaggiare a piedi. Se il mastro di posta non potesse non essere un’autorità, ogni uomo sano di mente sopporterebbe l’autorità del mastro di posta, piuttosto che portar da sè le proprie lettere.
E allora … l’anarchia sarebbe il sogno di alcuni, ma non potrebbe realizzarsi mai.

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