Federico De Roberto – Donna di casa

Nella notte, la carrozzella venne a fermarsi dinanzi alla Questura. La guardia di piantone chiamava, verso la scala:
– Trovato!
– Vengo!
Il brigadiere, intanto che Trovato finiva di passarsi, in un angolo della camerata, al lume d’un mozzicone di candela, un abito mezzo da borghese e mezzo da operaio, gli ripeteva:
– Prendi qualcun altro!… È un’operazione delicata, potresti aver bisogno d’aiuto!…
– Brigadiere, non lo dite neppure – rispose Trovato, annodandosi una cravatta verde.
– E tu fa come vuoi!… Per me, piglierei almeno un compagno, da tener sotto mano. Non per nulla fanno quel mestiere: sono gente furba, che non si lascerà cogliere…
– E se loro son furbi, io sono più furbo di loro!
– Beh, lo so che sei furbo! Per questo i superiori t’hanno scelto. Ma non vorrei che facessi fiasco…
– Brigadiere! – esclamò Trovato, piantandosi in testa un berretto a barca, con due piccoli capi svolazzanti sulla nuca, come quello dei carrettieri. – Io l’ho detto al signor questore: questa è spedizione che bisogna fare o soli, o niente! Non si tratta solamente di arrestarli, ma di acchiapparli in flagranti. E il signor questore m’ha dato ragione!…
Il brigadiere si strinse nelle spalle.
Trovato dette un’ultima occhiata al suo camuffamento, si tirò un poco più innanzi sulla fronte il berretto e uscì nella corsia. La lanterna la rischiarava un poco nel mezzo; le estremità si perdevano in una tenebra fitta. Passando dinanzi alla camera del delegato, Trovato vide luce dalle commessure dell’uscio e si sentì chiamare:
– Chi è?
– Son io, Trovato.
L’uscio s’aperse; il delegato, in maniche di camicia, si affibbiava una cintura di cuoio intorno al ventre.
– Dove vai?
– Alla Viagrande… per l’affare della donna-di-casa… quella che fa morire la gente, coi suoi rimedi.
– E vai così, solo?
Trovato sorrise, portando l’indice alla fronte.
– Ho il mio piano!
Il delegato si mise a ridere. Poi chiese:
– Non mi fate sbagliare il treno? Parte proprio alle quattro e cinque?
– Sissignore!
– Va bene; puoi andare. Buone cose!
– Grazie, signor delegato!
Scese le scale. Il portone era socchiuso, e il piantone, avvolto in un ampio cappotto, stava sulla soglia del corpo di guardia, fregandosi le mani.
– Dove vai?
Trovato fece un segno col braccio, accennando lontano. L’altro lo strinse alla vita, per chiasso; ma sentendo che non teneva armi sotto i panni, chiese, meravigliato:
– Non sei a cavallo?…
– Sono in carrozza, – rispose Trovato, saltando a cassetta, accanto al cocchiere.
La carrozza partì, con un tintinnìo di sonagli. Le vie erano deserte e mezzo buie, con la metà dei fanali spenti. Di tratto in tratto, qualche passante, colle mani in tasca e la testa china, alzava un poco gli occhi a guardare verso il legnetto. All’ufficio del Dazio-Consumo, sotto il lampione, due guardie incappottate fumavano. Per la salita, la carrozze si mise al passo.
Trovato aveva accesa la sua pipa, ascoltando dal compagno il fatto della spedizione di Picanello.
– Ci fece vedere cavalli verdi, quel brigante d’un pecoraio! Dietro il muro, tirava dei sassi che arrivavano meglio d’una revolverata! Io avevo tirato il cavallo dietro la casina, vedendo il pericolo; perché i sassi piovevano tutti da quel lato…
L’altro interruppe:
– Un momento: sei sicuro che alla Viagrande nessuno conosca la carrozza?
– Nessuno; è la nuova.
– Va bene.
La guardia che faceva da cocchiere riprese la sua narrazione; ma Trovato non gli dava retta, guardando per aria. La carrozza andava sempre al passo, per la via della Barriera, fra le vigne e i giardini. Cominciava ad albeggiare e il freddo era frizzante.
– E così se il tenente non comandava di far fuoco, dopo che Erasmo Brigida mandava sangue dalla bocca e il maresciallo si buttava a terra, con la gamba rotta, non l’avremmo preso nemmeno…
– Senti un po’ – avvertì a un tratto Trovato; – tu non entrerai in nessuna stalla, non parlerai con nessuno: ti metterai invece ad aspettarmi dove ti dirò io…
– Va bene.
– Paglia pel cavallo n’hai portata?
– Per due giorni!
– Va bene!
Scendevano dei carri pieni di casse d’aranci: i carrettieri, distesi sopra una pelle, dormivano; lasciando ai muli di trovarsi la via. Ogni tanto, quando la strada era in pianura e la carrozzella trottava, la guardia gridava un ohé: guarda-voi!… facendo schioccar la frusta.
– Da canto! Tiratevi indietro!…
Alla Punta, il sole sorgeva; qualche imposta si apriva.
– Adesso, siamo vicini…
L’ultimo tratto della via fu fatto di carriera. Giunti che furono dinanzi alle prime case della Viagrande, Trovato disse:
– Prendi a mano manca.
Sulla strada del Fleri, all’ombra di un muro alto, fece fermare. Allora saltò a terra, ripetendo al compagno le ultime raccomandazioni.
– Tu resterai qui. Non ti muovere, siamo intesi?
– C’è tempo?
– Eh! chi sa…
E scese per la via di Sant’Antonio. Alla Vena, entrò in un’osteria che stava all’angolo d’una viottola.
– Comare, mezzo litro di quello buono!
L’ostessa portò un boccale ed un bicchiere. Trovato, prima di bere, chiese:
– Come va la vendemmia da queste parti?
– Sia lodato, non possiamo lamentarci.
– Buono! – esclamò, bevuto che ebbe. – E ditemi una cosa: questa vigna qui a fianco di chi è?
– La nostra, questo pezzetto; ma è niente, due palmi di roba.
– Eh! vorrebbe averla ognuno!
L’ostessa sorrideva di soddisfazione, passandosi una mano sul ventre pieno. Un bambino di tre anni, sbucato di dietro il bancone, si avanzava balzelloni e venne a tirare la madre per la veste.
– Gioia! figlio! – fece lei, prendendoselo in braccio.
Trovato sorrideva al piccolino che apriva e chiudeva la manina sudicia.
– Dice che qui c’è il vaiolo?
– E come, scansàtene! L’altro giorno è morto il bambino di massaro Francesco, una gioia di figlio che bisognava vederlo quant’era bello!… E intanto, nel tempo di tre giorni se n’è andato!…
– Ma i medici?
– Sanno assai, i medici! Fanno morire i cristiani, dopo averli smunti a ricette…
– E allora, che si deve morire come i cani?…
La comare disse, a voce più bassa:
– Noi abbiamo la comare Pina…
– Chi è la comare Pina? – chiese curiosamente Trovato.
– La comare che sta qui vicino… in fondo a questa viottola. Lei conosce tanti rimedii, che ha un libro di magia pieno di figure, e anche leva e mette gl’incantesimi, se uno, figuriamoci, non può togliersi di testa una cosa, oppure se vuole che un’altra persona pensi a lui…
– Guarda! guarda!… – esclamava Trovato, pieno di stupore. – Allora, è una magàra?
– Già… ma lei non vuole che la chiamino così.
– E perché?
– Lo sa lei! – rispose l’altra, stringendosi nelle spalle. – Ma quando dà un rimedio oppure fa, diciamo, un incantesimo, non vuole che si dica, che se ne parli con nessuno…
– No, eh?
– Niente!
E, quasi temendo di aver parlato troppo, non aggiunse altro.
– Ma, ditemi un po’, – riprese Trovato – i suoi rimedii fanno sempre guarire?
– Certe volte, sì; certe altre, si muore…
– Ah, si muore?
– Coi medici, non si muore? – replicò l’altra.
– Giusto!… giustissimo!… E poi, una volta bisogna pur morire!…
– Eh!
Ma l’ostessa si guardava intorno, guardava sospettosa verso l’uscio.
– Mi figuro che si farà pagare – disse ancora Trovato.
– Ah, per questo, sì!… Due lire, cinque lire, dipende… oppure, una misura di fave, una quartàra di vino, quelli che non hanno denari.
– Vi dico la verità!… – esclamò allora Trovato: – Se fa morire come i medici e si fa pagare come i medici, io non ci avrei fiducia… Che cosa direste voi, se per causa sua vi morisse, Dio ne scansi, qualcuno in casa?
– Scansàtene!… – esclamò la donna, stringendosi al petto il figliuolo. Poi aggiunse: – Eh!… certamente…
Si mise a sedere vicino al banco, col bambino sempre in braccio, e scuoteva il capo.
– Certamente… – riprese – ci sono quelli che mormorano… ma non gli conviene di parlare…
– Perché?
L’altra aggiunse, a bassa voce, paurosa: – Perché lei è donna-di-casa…
– Davvero?
Trovato era rimasto, dallo stupore; e si grattava la testa.
– Esentiamo… cosa fa? – chiese, dopo un poco.
– Che cosa?… quello che fanno le donne di casa. La notte, mentre pare che sia a letto con suo marito, va attorno per il mondo, entra nelle case, mette tutto sottosopra, getta malefizii per le campagne, fa inacidire il vino…
– Tutte le notti?
– No; quella del sabato e del mercoledì.
– Voi l’avete vista?
– Io?… lontano sia!… – E l’ostessa si fece il segno della croce.
Trovato restava pensieroso.
– E suo marito che cosa fa?
– Lui fa lo zappatore; ma la aiuta anche nelle magherie.
– Ah, è mago anche lui?…
Dei carri vennero a fermarsi dinanzi all’osteria; i carrettieri entrarono a bere. Allora Trovato s’alzò, pagò il suo vino, salutò l’ostessa e s’avviò per il viottolo della donna-di-casa.
Esso girava, stretto e ingombro di sassi, fra i campi chiusi di muri alti, in mezzo ai quali, di tratto in tratto, era praticato un uscio, grigio e sgangherato dal tempo e dall’uso. Dopo un centinaio di passi, il viottolo si allargava in una specie di piazzetta con una Casupola in fondo.
Era tutta chiusa. Trovato picchiò sulla porta, con le nocche delle dita. Dopo un poco, una voce femminile rispose: – Chi è lì?
– Amici!
– Quali amici?
Trovato rispose subito, con tono d’intelligenza:
– Sono io, comare Pina; mi manda il compare Matteo.
Per un poco non si sentì nulla. Una finestrella, praticata sull’alto dell’uscio, si aperse: vi si s’affacciò una donna sulla cinquantina, dalla pelle rugosa, dalle labbra un po’ storte, dagli occhi inquieti. Aveva il capo avvolto in un fazzoletto giallo, e una banda di capelli che le scendevano giù sulla fronte.
Chiese, guardando attentamente il visitatore:
– Chi è il compare Matteo?
– Non ve ne ricordate più?… quello che gli levaste la malaria, – spiegò Trovato, sottovoce, benché non ci fosse nessuno; – con una certa polvere, che benedice sempre la mano di chi glie la diede!…
La comare scosse il capo.
– Io non penso a questa malaria.
– Sissignora, – affermava Trovato – il compare Matteo, mio cugino; che, a portar segno, mi ha mandato lui, per una carità che mi potete fare voi sola: e anzi, mi ha detto di portarvi questo…
Introdusse due dita nel taschino del panciotto, vi frugò un poco e ne trasse un biglietto da cinque lire, nuovo fiammante. La comare Pina, scrollando ancora il capo, scomparve dalla finestrella.
Dopo un poco, s’intese un rumore di serrature e l’uscio si schiuse.
– Entrate… che cosa volete?
L’altro entrò, dando un’occhiata alla cameraccia dalle pareti sgretolate da cui pendevano una lanterna a mano, delle reste di agli, delle chiavi e dei vecchi panni. Vi era, in fondo, una tavola sgangherata con due deschetti intorno, da una parte, e dall’altra un letto a due; in un angolo stavano disposti delle zappe, delle vanghe e uno schioppo.
Trovato sedette sopra un deschetto, si cavò il berretto, si prese la fronte in una mano, come soffrisse molto al capo, e disse, alzando uno sguardo alla donna che gli stava ritta dinanzi:
– Comare, se sapeste: ho un chiodo qui, da una tempia all’altra, giorno e notte, che non mi dà requie… Ho fatto le umane e le divine cose, per farlo andar via; ma è stato tempo perduto… Intanto, io debbo pigliar moglie; che anzi tutto era pronto il mese passato; ma ecco questo chiodo che non mi dà pace. La mia promessa, poveretta, mi vuol bene, non pensa che a me, e io intanto, per questo chiodo, la tratto male, le faccio sgarbi continui. Poi me ne pento, e invece comincio da capo: una cosa, comare, che non si può dire!…
Trovato aveva lasciato cadere il braccio penzoloni, dallo sconforto; e la comare Pina si annodava meglio il fazzoletto sotto il mento, senza dir nulla. Dopo un poco, andò all’uscio e lo chiuse, lasciando aperta solo la finestrella.
– Eh!… – cominciò ad esclamare, guardandolo fisso e torcendo di più la bocca naturalmente storta. – Eh!… questa tu me la dài a intendere!…
L’altro protestò, inquieto:
– Che io possa essere privo degli occhi, se non vi dico la verità!
– Non me la dài a bere! Questo sai cos’è? Te lo dico io.
– Cos’è, comare?
– È che tu pensi ad un’altra!
Trovato spalancò gli occhi e dischiuse un poco le labbra, intanto che levava un dito per aria.
– Ho indovinato, sì o no?
– È vero, comare!
– Vedi, figlio mio? E impara che a me bisogna dir tutto, meglio che al confessore; perché io mi accorgo subito quando uno non dice la verità.
– Sissignora…
– Tu non sei di queste parti; è vero?
– Sissignora…
– E non parlare più di cotesto chiodo! Il tuo chiodo è che pensi ad un’altra.
– Sissignora, questa è la verità. Ma la cosa è che io non ci voglio pensare; e intanto, più non voglio, e più ci penso!
– Eh!… – rifece la maga, con un tono di preoccupazione. -Questo è un incanto che ti hanno gettato; e fino a quando non te ne sarai liberato, avrai che vedere!…
– E come si fa per farlo passare?
– Ah!… – esclamò di nuovo, in aria di mistero. – Come si fa? Tu non lo sai, come si fa! Si fa, che ci vogliono tante cose… – Alzatasi, aprì uno sportello praticato nel muro e cavò da un ripostiglio una pupattola di cera, deforme, rosa dall’uso, con tante spille dalle grosse capocchie appuntate sulla testa e sul petto.
– La vedi questa? questa serve per levare l’incantesimo. Tu, figliuolo, dove lo senti il chiodo?
– Qui, comare, a questo punto… – e Trovato si appuntava l’indice sulla tempia sinistra.
– Qui? – domandò la maga, mostrando lo stesso punto nella testa della pupattola.
– Sissignora… e un’oppressione alla bocca dell’anima! – Adesso, raccolte tutte e cinque le dita della destra, Trovato se le appuntava fra lo stomaco e il petto.
– Va bene; va bene. Ma per ora non possiamo far niente!…
– E perché?… c’è bisogno di vostro marito?… – chiese l’altro, guardando verso l’uscio.
– Eh, troppe cose vuoi sapere, figliuolo!… Cos’hai da farne, di mio marito?
– Niente, scusate!… dicevo così, per sapere… Allora, quando si potrà?
– Quando?… – La maga restò un poco assorta, guardando per terra. Poi riprese: – Quando?… venerdì mattina, figliuolo… Puoi venire venerdì mattina?
– Sissignora, quando volete voi! Intanto, vi prego di accettare questo fiore, per amicizia…
Trovato s’era alzato, e tratto di tasca il biglietto da cinque lire, lo aveva deposto in un angolo del tavolo.
– Comare, intanto io vi ringrazio! Venerdì dunque ci vedremo, nella mattina… Farò il possibile di venire. Ho una sorellina a cui sono saltati i vermi, reverenter, e anzi bisogna che le compri la polvere…
– I vermi?
– Sissignora…
La maga stette un poco in attenzione; poi chiese:
– E che polvere vuoi comprare?
– La polvere per ammazzarli, per farli andar via…
– Bah!… Bah?… – fece l’altra, lentamente, scuotendo il capo. – La polvere non serve a niente! Non buttarli a mare i tuoi quattrini!…
– Ma come faccio, allora? Un rimedio chi me lo dà?
– Eh!… un rimedio…
– Comare! – insisté Trovato. – Se voi lo sapete, fatemi la carità completa: datemelo voi. Ai medici e agli speziali, io non gli ho mai creduto. Io credo più a voi, come il compare Matteo: ché siete la provvidenza dei poveretti…
La donna-di-casa socchiudeva un poco gli occhi, beatamente; poi, riapertili, disse:
– Senti un po’, figliuolo: il rimedio io te lo darò; ma bisogna stare bene attento, e non dirlo a nessuno!…
– Comare! – protestò Trovato, alzando un braccio.
– Vedi, figlio mio; tu mi sembri un buon figliuolo; ma il mondo è pieno di mala gente, che non si può fare una cosa senz’essere invidiati… Perciò ti dico: non parlare con nessuno, sai?…
– A chi lo dite, comare!… Lo so io quel che si passa, a voler fare del bene al prossimo…
– Vedi, figliuolo?… Dunque, silenzio!…
– Privo degli occhi!…
Come Trovato attestò un’altra volta la sua discrezione, la maga s’alzò e, tirata la cassetta della tavola, vi prese un gomitolo di spago e una forbice. Silenziosamente, intanto che l’altro guardava con un’espressione di attenta ammirazione, tagliò una dozzina di pezzi di spago, lunghi tutti press’a poco quanto un verme intestinale; poi prese un bicchiere dall’armadietto a muro, vi versò una cert’acqua giallognola da una bottiglia verde, e infuse nel bicchiere i pezzi di spago. Intanto che questi si sgrovigliavano lentamente, come veri vermi, nell’acqua sporca, la donna-di-casa guardava il bicchiere, intenta, immobile, con le mani sulle ginocchia. Poi prese il bicchiere, assaggiò un poco di quell’acqua e la sputò. Finalmente trasse i pezzi di spago, li asciugò con le mani e li porse a Trovato.
– Ecco qui: questi li metterai sullo stomaco a tua sorella. legandoli con una fascia di lana; e poi vedrai!
Pieno di meraviglia, Trovato esclamava:
– Guarda un po’! Quanto sapere c’è al mondo!…
– Eh, figliuolo, lo sai dire? Bisogna sudare per apprendere!…
– Comare, io vi ringrazio un’altra volta!… E vi prego di gradire anche questo…
Egli mise un’altra lira sulle cinque e restò in piedi, sul punto di andarsene.
– Che gran sapere! I medici queste cose non le conoscono! Sono tanti ignoranti presuntuosi!… Volete sentirne una? Io ho un cognato che è stato alla Motta, per certi lavori, e vi ha preso le febbri. Sapete quanto tempo è che i medici glie le coltivano addosso? Due anni! E quel poveretto che è ridotto giallo come se avesse l’itterizia, e trema tutto, che neanche se fosse tra le nevi!…
– Questa è malaria!
– Sissignora! E intanto i medici la curano per febbre gastrica!
La maga scosse il capo, si alzò nuovamente, andò all’armadio, vi frugò dentro ficcandovi il capo, poi venne a presentare a Trovato, che volgeva tratto tratto lo sguardo dalla parte dell’uscio, un piccolo involto di carta.
– Prendi questo. A tuo cognato darai un pizzico di questa polvere la mattina e un pizzico la sera, in mezzo bicchiere di vino: hai capito? Questa te la regalo; ma, ricordati di non dir niente!…
– Oh!… E di cos’è fatta cotesta polvere, si può sapere?
– Di cos’è fatta? – ripeté misteriosamente la donna-di-casa. – Ecco qua: si pigliano dei galletti; li sai, i galletti? e gli si strappano i ventricelli. La pelle dei ventricelli si mette a seccare, e quand’è secca s’inforna. Infornata che è, si pesta ben bene, e così si fa la polvere…
Trovato spalancava gli occhi; ad un tratto, come colpito da un sùbito pensiero, disse:
– Ma, comare, allora può farla ognuno!
– Eh!… Così ti pare, eh?… – La maga sorrideva, passandosi una mano sulle labbra storte. – Ma poi c’è bisogno d’una certa acqua… e poi bisogna dirci su due parole che so io!…
– Allora!…
La comare andò verso il letto, introdusse un braccio tra le materasse e ne cavò un libro dalla copertina così sporca d’unto che non ci si vedeva niente.
– Questo cos’è?
– Questo?… Ah! questo è un gran libro! il meglio libro del mondo che tre sole persone posseggono sulla faccia della terra, io e altre due… – Intanto lo sfogliava, mostrando le pagine figurate.
– Voi dunque sapete di lettere, comare?
– Io? no. Ma cosa credi, figliuolo, che questo sia un libro come tutti gli altri? Qui lettere non ce n’è: sono tutte combinazioni e fenomeni!…
– Ah!… – E Trovato vi guardava dentro, con rispettosa curiosità.
A un tratto s’intese un rumor di passi e dalla finestrella si affacciò uno.
– Apri!
– Vostro marito? – chiese Trovato, sussultando.
– Già.
L’uomo, coi calzoni negli stivali infangati, un panciotto scuro, e senza giacca, entrò buttando in un angolo la zappa.
– Che c’è?
– Niente; questo cristiano voleva sapere certe cose…
Trovato salutò il nuovo venuto, il quale, visti i denari sulla tavola, se li mise in tasca.
– Gran libro! – esclamava Trovato. – E, s’è lecito, chi ve l’ha dato, comare?
– Ah!… Me l’ha dato un vecchio, figlio mio, un vecchio che ne sapeva più di me e più di tutti: quello sì!… Mi voleva bene, vedi; perciò, quando fu in punto di morte, mi lasciò il libro, che a pagarlo non bastano tutti i tesori che ci sono sulla faccia della terra…
– Altro!… Potete vantarvi di possedere un vero tesoro! -esclamava Trovato, voltandosi verso il marito. Poi, tratti dei sigari di tasca, li offrì: – Compare, volete favorirmi di accettare?…
– Grazie, – rispose l’altro, prendendone due: e acceso uno zolfanello sullo spigolo della tavola, si mise a fumare in silenzio.
– Dunque, comare, venerdì?… E quella polvere, mattina e sera, un pizzico in mezzo bicchiere?…
– Sì, figliuolo.
– Allora, tante grazie. Io adesso vi saluto…
– Ti saluto!
– Salute!
Trovato se ne andò. Fatti una diecina di passi, tornò indietro.
– Comare… compare!… scusate: mi potreste dire dove si può mangiare un boccone?
– Dal Brontese, – rispose l’uomo; – dietro la piazza, a mano manca, dopo il fruttaiolo…
Trovato guardava per aria, come smarrito.
– E di dove si va?… Scusate, non sono del paese… – Poi aggiunse: – Volete farmi una compitezza? Accompagnatemi, e piglieremo un boccone insieme…
L’uomo si alzò.
– Grazie; eccomi qua…
– E voi, comare, mi volete onorare?…
– Io non posso, figliuolo! Ho da fare! ho tante cose per la testa!…
– Come volete!
I due se ne andarono insieme. Per istrada, Trovato si mise a chiacchierare; raccontava la storia delle febbri, dei vermi e del chiodo, prodigando ringraziamenti alla comare che era una provvidenza. All’osteria, diede il miglior posto al compare, e ordinò un arrosto di costato; intanto fece venire del formaggio e del salame e un boccale del miglior vino. Il compare mangiava a due palmenti, e Trovato gli versava da bere.
– Gran donna, vostra moglie! – esclamava di tratto in tratto.
– Eh, gran donna!… – rispondeva l’altro. – Ma non crediate che faccia tutto lei! So anch’io dove metter le mani…
– Ah, sì?… Alla vostra salute!
– Grazie!… Non c’è male, questo vino…
– E ditemi un po’: per tutte le malattie v’è un rimedio?
– Per tutte! Peste, scarlattina, gruppo, colèra: c’è rimedio per tutte…
– Bevete, compare!
L’altro tracannava, faceva scoppiettar la lingua contro il palato, stirava le gambe e girava intorno gli occhi socchiusi voluttuosamente.
– E per le malattie dei tumori?
– Anche quelle! Enfiagioni, usciture, bubboni, tumori maligni, si guarisce tutto…
– E voi li sapete distinguere uno dall’altro?
Come il compare sorrideva, tanto la cosa era facile, Trovato si dette un colpo sulla fronte.
– Compare, voi potete darmi aiuto!
– Dite, compare! Dite pure, noi siamo amici…
– Ecco qua: io ho una nipote che sta al Borgo e da tre mesi ha una cosa in una natica, che non si sa che cosa sia! Intanto, non si può muovere, non si può alzare, inchiodata tutto il giorno sopra un letto, sempre da un lato!… Se mi volete fare un favore, venite a vederla! Ho qui la carrozza che m’ha portato: vi servirà per farvi una scampagnata!…
Il compare, all’idea della scampagnata, si fregò le mani:
– Ai vostri comandi, compare!…
– Un altro bicchiere!…
– Grazie!
Trovato pagò lo scotto e uscì col mago. A un tratto si dette un secondo colpo.
– Non ne possiamo far niente!
– E perché? Chi l’ha detto?
– Perché!… Perché l’ammalata è una ragazza, di quindici anni, capite! e non si lascierebbe vedere da un uomo… Se venisse anche vostra moglie!…
– Andiamo a prenderla.
Entrando in casa sua, l’uomo esclamò:
– Questo bravo compare! Abbiamo fatto una buona colazione. Adesso andiamo tutti in città, in carrozza!…
– Per far che cosa?
Trovato ripeté la sua preghiera, intanto che l’uomo ingiungeva:
– Andiamo, lesta! È al Borgo…
– Ma, così… adesso?
– Comare, non mi dite di no!… Non è poi un viaggio. Tornerete anche in carrozza, e ci saranno per voi altre dieci lire!
– Andiamo!… – insisteva l’altro.
La maga si decise. Buttatosi addosso un vecchio scialle ed uscita, chiuse a chiave l’uscio di casa. Marito e moglie, guidati da Trovato, se ne andarono fino alla carrozza, dove la guardia stava seduta, fumando.
– Andiamo, di carriera!… Voi accomodatevi qui…
Cedette ai due i primi posti; egli si pose a sedere sulla panchetta dalla parte del cocchio. La carrozza si mise in moto.
– Compare, un altro sigaro!…
Il mago fumava come la Montagna, con le gambe distese e la faccia all’aria; la maga stava a sentire Trovato che parlava per tre, facendo la relazione di quest’altra malattia che non si sapeva cosa fosse, descrivendo le sofferenze dell’ammalata e chiedendo informazioni sulla cura.
– E questa ragazza che cosa fa? – domandava l’altra, avvertendo coi gesti di parlar piano, perché il cocchiere non sentisse.
– La serva… fa la serva; ma da tre mesi non può lavorare: considerate! con quella razza di malanno – neppure ai cani! – che le capita addosso! Ma speriamo che con la vostra carità anche lei possa uscir dai guai; che il Signore ne rimeriti voi e vostro marito!…
– Ma, mi raccomando, che non ci sia nessuno presente!…
– Nessuno, compare! – avvertì pure l’uomo, alzando un dito.
– State tranquilli!
La carrozza andava allegramente, col tintinnio argentino delle sonagliere, per la via tutta in discesa. Il cocchiere, di tanto in tanto, faceva schioccar la frusta, trionfalmente.
Dalla Barriera, tutta la città si dominava, e il mago ammirava la vista, gettando buffate di fumo. Ma al Borgo la carrozza non si fermò, e si mise per la via maestra.
La donna disse, guardando intorno:
– Ma di qui dove andiamo? Il Borgo è passato…
– È passato, comare, perché al Borgo sta la famiglia di mia nipote, ma lei è coi padroni!
La carrozza traversava il centro della città, e agli angoli delle vie c’erano dei carabinieri e delle guardie.
– Ma, – riprese la maga, inquieta; – se è malata, com’è che sta a servizio?
– I padroni la tengono ancora, per carità…
– E dove stanno di casa?
– Alla stazione.
Invece, la carrozza risalì verso Sant’Agostino.
– Compare, – disse ancora l’uomo – mi pare che alla stazione ci si vada da un’altra parte…
Trovato si mise a ridere.
– Si vede che siete contadini! Non sapete neanche dov’è la stazione. Scommetto che non siete mai stati in ferrovia!…
Non risposero né il marito, né la moglie. L’uomo aveva buttato il suo sigaro, e tutti e due guardavano da un lato e dall’altro della via.
La carrozza si fermò un po’ prima del portone.
– Siamo arrivati, – disse Trovato, scendendo.
Gli altri scesero anch’essi. Il compare esaminò il fabbricato.
– Questo mi pare un convento…
– Sicuro; è l’antico convento del Rosario, ma adesso il governo l’ha venduto…
Entrando pel portone della Questura, il mago alzò gli occhi e vide lo stemma. Procedeva a piccoli passi, scuotendo un poco il capo.
– Ho paura, – borbottò, – che questa colazione mi faccia peste…
Delle guardie sbucarono da un uscio. Marito e moglie fecero per scappare, ma furono subito presi in mezzo, intanto che Trovato saliva le scale a quattro a quattro, gridando con accento di vittoria:
– Brigadiere!… Brigadiere!…