Federico de Roberto – Il convegno

– Alla tua salute!
E la donna, alzato il bicchiere ricolmo, lo vuotò d’un fiato. Michele Cardullo non rispose. Ripuliva la sua pipa col coltello da tasca dalla lama acuminata e ogni tanto sollevava gli occhi, girando uno sguardo per la corte dell’osteria, dove un crocchio di curiosi, intorno ai giuocatori di boccie, stavano intenti ai colpi.
– Tu non bevi?… Cos’hai?
Allora Cardullo si rizzò sulla seggiola, conficcò il coltello sulla tavola così forte che fece tremare i bicchieri, ed esclamò:
– Lasciami stare, Selina; sangue di Giuda!…
La donna spalancò gli occhi, si chinò dalla sua parte e lo prese pel braccio, mormorando:
– Michele!… Che cos’hai?… Mi fai paura!… Oggi non sei al tuo solito; me n’ero accorta: non parlavi, non scherzavi…
Lui scuoteva la testa, guardando di sottecchi verso un tavolo vicino, dove Rizzotto e Lalumìa giuocavano a briscola, con le carte in aria; intanto che l’altra, carezzandogli il braccio ed abbassando ancora la voce, con una intonazione amorosa, riprendeva:
– Dimmelo, cos’hai… Se non lo dici a me, a chi vuoi dirlo?… Michelino?…
– Cos’ho? – fece lui, liberando finalmente il suo braccio e cavandosi il cappello a cencio per ricalcarselo sopra un orecchio: – Ho che da quindici giorni sono a spasso, capisci!… e se mi vuoto le tasche sotto sopra, sacra miseria! un soldo che è un soldo non ce lo trovo… questo ho, capisci?…
Céline si trasse indietro, abbassando gli occhi, come contristata, e per un poco non disse niente; mentre Michelino, chiudendo e riaprendo il suo coltello, la cui molla scattava con un rumor secco, dava altre occhiate dalla parte delle boccie.
– Ma dal principale non ci sei stato? – riprese l’altra.
– Il principale, cosa vuoi che vada a farci? Per la miseria d’una lira, quando pure c’è, dover esser comandato come un servo!… Io non ci ero avvezzo, a lavorare per conto degli altri… Nell’officina di mio padre, i lavoranti io li pagavo!…
S’era fatto improvvisamente un viso lungo, con un’aria pietosa, continuando a rammaricarsi a voce bassa:
– Questo si busca, a fare il soldato; che quando uno ritorna a casa, trova un mondo nuovo: il padre morto, gli affari finiti…
Intenerita, Céline tornava ad avvicinarglisi, guardandolo cogli occhi umidi.
– Povero Michelino!…
– Per me, capisci – riprendeva lui, lisciandosi i bei baffi biondi – non me n’importa niente: se ho da mangiare, mangio; se no, Dio provvede! Ma è per don Ignazio, a cui non ho potuto pagare il debito; e di queste figure non sono avvezzo a farne…
Si grattò un poco la nuca, scrollando il capo; poi le disse, senza guardarla:
– Tu non puoi darmi aiuto?
Lei s’era tratta nuovamente indietro, raccogliendosi le mani in grembo.
– Io non ho più niente – disse, secco. – Il libretto l’hai visto: quelle trenta lire erano l’ultime…
– Che cosa ne facesti?…
– Cosa avevo da farne? – esclamò l’altro voltandosi con un moto brusco, quasi avessero sospettato di lui. – Le diedi a don Ignazio; tant’è vero che ha aspettato finora, se no m’avrebbe messo fuori di casa!… Ma non dubitare, che ci arriverà…
Vi fu un silenzio. Cardullo, col gomito sulla tavola e il mento nella mano, guardava i giuocatori battendo nervosamente un tacco: Céline si passava una mano fra i capelli, raccogliendo dietro le orecchie le ciocche che cominciavano a farsi grigie.
– Oggi non è il primo del mese? – chiese l’uomo.
– Il primo.
– …La mesata l’hai avuta?
Céline chinò un poco la testa, assentendo.
– Cosa sono, quindici lire?
– Quindici.
Michelino colmò di vino il bicchiere, ne bevve mezzo, e porse il resto all’amica, che rifiutò col gesto.
– Grazie; ne ho già troppo.
– Un sorso, con me!… Qui, dove ho bevuto io…
Lei vuotò nuovamente il bicchiere. Il suo viso magro e pallido si animò. L’altro, incrociate le braccia sulla tavola e appoggiatovi il capo come sopra un guanciale, con la schiena piegata in due, le disse, piano, guardandola fisso.
– Stasera… non potresti venire?…
Gli sguardi di Céline si animarono, intanto che lui, avanzando un piede sotto la tavola, le premeva un ginocchio.
– Stasera? – rispose lei, con la bocca leggermente dischiusa, quasi abbandonandosi. – Sì, stasera…
– Ma se sei uscita oggi?… – insisté l’altro, porgendole il bicchiere ancora ricolmo.
– Non importa… verrò… Lo dirò ai padroni… Balbettava, rispondendo alla pressione del ginocchio di lui, mettendo anche lei il braccio sulla tavola per urtare gomito contro gomito.
– Sei contenta?…
– Sì, sì… E senti… i denari ti servono proprio per don Ignazio?…
Egli si rialzò, offeso.
– Non mi credi? Quante volte debbo dirlo? Per don Ignazio, naturale! O per chi dovrebbero servirmi?…
– Va bene, va bene… Ma altre donne non ne cerchi?… dimmi la verità, ne cerchi altre? – e gli piantava gli occhi negli occhi, gli afferrava di nuovo il braccio, stringendolo da fargli male.
– Ahi, ahi!… No, Bella Madre! non ne cerco!… ahi, ahi!…
Si strofinava adesso la manica, con una smorfia tra dolorosa e sorridente; intanto che lei, minacciando col gesto, diceva:
– Se non è vero!… se mi dici una cosa per un’altra!… ti verrò a strozzare, con queste mani!…
Lui sorrideva schiettamente, dimenandosi sulla sedia, arricciandosi i baffi di cui guardava la punta.
– Io dico sempre la verità!… Non cerco nessuna – e, rivolgendole uno sguardo di finta paura, piegando un poco il capo indietro, quasi in attesa di un colpo, aggiunse: – Al massimo… sono esse che cercano me…
– Dillo un’altra volta!… – esclamava lei, tra sdegnata e compiacente, levando il braccio.
– No… m’arrendo!… – rispose l’altro, facendosi tutto umile, strisciando il capo sulla tavola, con la bocca semi-aperta, come un cagnolino che domandi pietà.
E Céline gli si fece nuovamente accosto, tutta tremante:
– Lo sai bene, vile, che puoi farmi quel che ti piace!… lo sai bene… e ne profitti, vile!… – Si ripeteva, impappinandosi, con la lingua impacciata, urtando col gomito nell’ascella di Michelino, che si solleticava.
– Ma giurami che non mi farai le corna, perché sono vecchia…
Lui protestò, ridendo:
– Quelle dell’uomo non sono corna!
– Sì, che sono corna!… Non m’importa: giurami… giurami che non me ne farai…
Michelino stese la mano, serio in viso, giurando: – Bella Madre!…
– Allora… prendi…
E cavato di tasca un fazzoletto dove aveva fatto un gruppo in un angolo, sciolse il nodo, cavò dei biglietti, e li contò, lentamente, stropicciandoli per toglierne via le pieghe.
– Cinque… dieci… quindici… ecco qua: non ce n’è più – e si passò due volte una mano sull’altra. Ma prima di darglieli, ammonì ancora: – Purché servano per don Ignazio!…
Lui lasciò i biglietti dov’erano e versò dell’altro vino, costringendo Céline a bere ancora un sorso.
– Adesso, basta… – biascicava lei, alzandosi, raccogliendo lo scialle per buttarselo addosso; ma non riusciva a piegarlo pel suo verso. – Opera del diavolo!… Mi par d’essere per mare!…
Michelino prese allora i biglietti, li piegò in quattro, e ripostili nel taschino del panciotto si alzò anche lui, salutando in giro i giuocatori. La donna gli si appese al fianco, barcollando, e come furono nella retrobottega, dove non c’era nessuno, gli si strinse tutta addosso, palpandolo.
– Stasera?… E perché non ora?…
Lui la scostò, bruscamente:
– Ora non può essere… Stai ferma, che ci vedono…
Dinanzi al banco dell’oste, per pagare, cominciò a frugarsi in tutte le tasche.
– Dove li ho messi?… Guarda un po’!… Bisognerà scambiare…
Allora Céline disse:
– Lascia andare… Soldi ne ho…
Pagò lei lo scotto, e sull’uscio, intanto che Michelino si adattava meglio il cappello e dava dei buffetti ai capi della cravatta, ripeté:
– Stasera dunque?… all’ave?… Aspettami!…
Se ne andò verso casa, buttandosi indietro lo scialle, pel troppo caldo, urtata di qua e di là dai passanti; e come il portinaio la vide arrivare, accesa in viso, cogli occhi stralunati le domandò:
– Cosa v’è successo?
– Successo?… Niente!… Fa caldo…
Si appoggiò un poco al muro del vestibolo, guardando intorno vagamente, senza dir niente. Dopo esclamò:
– Andiamo! Vi saluto.
– Tante cose!
E quello le fece dietro il segno del trincare.
Per le scale, lei si teneva al bracciuolo, fermandosi spesso a tirare un “auff!”. Su in cima, bussato che ebbe, le venne ad aprire Tano, il ragazzo.
– Dove siete stata, tanto tempo?… Buon’è che i padroni sono fuori!
Lei rispose borbottando qualche cosa, e se ne andò nel suo stanzino, a svestirsi. Non ne usciva più. Tano, non vedendola comparire, si mise a chiamarla:
– Ohè, che siete andata a letto?… Le camicie me le lasciate fra i piedi?… Sapete che la padrona le vuole trovar pronte…
Lei comparve, col corpetto mezzo aperto, trascinandosi un poco. Prese i ferri, li guardò lungamente di sotto e di sopra e venne dinanzi al fornello per metterli sul fuoco.
– Buono!… Le camicie si faranno… Col tempo, eh!…
Ma sul fornello c’era la casseruola dello stufato, che fumava, canterellando; e urtatala malamente, Céline la rovesciò. Al rumore, Tano accorse.
– Lo stufato!… Vecchia stolida!… Che non ne avete occhi?… E adesso come faccio?… – gemeva, rimettendo a posto la casseruola mezza vuota.
– Non sono stata io… è il carbone! – diceva Céline.
– Il carbone dovrebbero passarvelo sulle mani!
– Non sono stata io!…
Intanto che il ragazzo bestemmiava, lei cercava di allacciarsi il corpetto; ma non ci riusciva. Poi, impugnato il ferro col cuscinetto di stracci, se ne andò al tavolo da stirare, vi spiegò una camicia e cominciò a ripassarla.
– Uf, che caldo!
Di tanto in tanto, girava il capo, in cerca d’aria, e si apriva di più il corpetto. Un leggiero odore d’arsiccio si diffondeva per la stanza; il ferro, lasciato un pezzo sulla camicia, la bruciava. Allora lei la avvolse fitta e la buttò in un canto.
– Ho sete.
Andò nuovamente in cucina, a versare l’acqua dalla brocca in un bicchiere; ma ogni cosa le scappò di mano, con un fracasso di rottura, mentre l’acqua allagava il pavimento.
Giusto in quel punto risuonò una scampanellata e sopravvenne la padrona.
– Sciagurati!… Animali!…- esclamava, ferma sulla soglia. – Guardate!… Guardate che rovina!…
Ed avanzava in punta di piedi, tenendo sollevato l’orlo della veste perché non s’inzuppasse in quel lago.
– Chi è che ha fatta questa rovina?… Siete ammutoliti?… – e come l’acqua guadagnava ogni angolo della cucina, la sua collera cresceva: – Guardate un poco!… Una brocca nuova!… Ma si può sapere, sì o no, chi è stato?…
Il ragazzo protestò, stringendosi nelle spalle:
– Non sono stato io.
– Allora, è un servizio vostro? – chiese a Céline, piantandosele in faccia.
– Io?.. Che so!… So molto, di servizio…
Si era buttata a sedere sopra una vecchia sedia, spagliata, senza spalliera, e la schiena le s’incurvava, la testa le pendeva, cogli occhi che giravano attorno, vitrei, senza sguardo.
Come il fiato avvinazzato della donna le colpì le nari, la padrona si trasse indietro.
– Dove siete stata, alla taverna?… Datevi da fare, adesso!… Asciugate il pavimento!
E se ne andò nelle sue stanze, tenendosi ancora la veste rialzata; ma Céline non si mosse. Tano, buttato per terra, faceva imbevere dell’acqua riversatasi gli strofinacci che poi torceva in un bacile; e come l’altra restava a guardare, col capo penzoloni e gli occhi imbambolati.
– Vi dolgono le gambe? – le andava dicendo. – Volete che vi porti una poltrona di quelle del salotto, eh, vecchia stolida?… Così starete più comoda!
Lei masticava parole senza nesso, incollerita, guardandolo fisso; ma l’altro le tirava la lingua:
– Sbraita, ubbriacaccia!…
– Zitto, sai!…
– Ubbriacaccia!…
– Zitto, sai!…
– Ubbriacaccia puzzolente!…
Alle voci, tornò la padrona; più irritata di prima.
– Cos’avete?… Volete star zitti, o vi caccio fuori a pedate tutti e due?
Céline si lagnava ancora, sommessamente; ma come la signora scoperse la camicia bruciata e buttata in un angolo, ripigliò per conto suo:
– E queste camicie?… Chi le ha pestate così?… Siete stata anche voi?…
– Io… le camicie… – Cercava le parole; poi disse risolutamente, come ricordandosi: – Sissignora, si debbono stirare!
– Ah, si debbono stirare?… E questa qui chi l’ha bruciata?
Gliela mise sotto il naso, spiegazzandogliela in faccia e gridando:
– Bruta!… Animalaccia, ubbriaca!…
L’altra si difendeva, tirando indietro il capo, agitando in aria una mano, come una zampa, e balbettava:
– Come?… come ha detto?
– Ubbriacaccia!
Il ragazzo se la stava a godere, ma in quel punto il campanello che squillò nuovamente lo fece accorrere. Rincasava il padrone coi bambini.
– Non sai niente?… – disse la signora al marito, tutta scombussolata. – Quella bruta si è ubbriacata… è ubbriaca fradicia! Ha rotto una brocca e un bicchiere, allagata la cucina, bruciata una camicia!
– Non bisognava lasciarla andar fuori! – rispose il professore, e i bambini stavano a sentire, curiosamente.
– Andiamo a vederla!… – propose il più grande.
– Non vi movete di qui! – ingiunse bruscamente la madre.
– E adesso cosa fa?
– È buttata per terra – disse Tano – come un animale.
La signora andava adesso di su e di giù, per mettere in ordine la casa, col servizio che mancava; ed apparecchiava lei stessa la tavola, facendosi aiutare dai figliuoli, poiché si avvicinava l’ora del desinare. Ma giusto in quel punto s’intese un passo lento, strascicato, avvicinarsi dalla cucina, e Céline comparve, cogli sguardi stravolti, i pomelli rossi, i capelli disordinati, reggendo una pila di piatti.
I bambini si accostarono istintivamente alla mamma, e la signora stette un momento in silenzio, vedendo già le stoviglie per terra.
– Cosa fate qui? – disse finalmente. – Posate i piatti! Andate in cucina!
– La tavola, apparecchiare, – biascicò l’altra, appoggiandosi al muro, con le gambe che le si piegavano.
– Andate in cucina!… – riprese la padrona, ma non gridava troppo, e le si avvicinava con precauzione, per paura di una nuova rovina.
Come la videro vicina all’ubbriaca, i bambini si strinsero l’uno accanto all’altro, dalla paura. Ma la signora, presi i piatti e postili al sicuro, spinse la donna per una spalla.
– In cucina, v’ho detto! Andate in cucina!
– Eh, caspita!… – esclamò l’altra, con una mano in aria, e se ne andò a lenti passi, lungo il muro.
La tavola era già apparecchiata, con le posate, i bicchieri, la bottiglia del vino, il pane sotto i tovaglioli, quando di nuovo risuonò il passo dell’ubbriaca che si riavvicinava.
– Un’altra volta?… Questa è un’ira di Dio!
– La tavola… – biascicava Céline.
– Andate via! – Ora la padrona, infuriata, quasi urlava. –
Via di qua… Volete rompere ancora qualche altra cosa?
– Io non rompere!…
– Volete bevervi quest’altro vino?
– Io?…
– Sì, voi!
– Io non bere…
– Ubbriacaccia bruta!…
– Lei parla, signora mia… ma io non bere, sa!… io non bere!
– Fuori di qui!
– Fuori, in cucina!… – aggiunse il ragazzo, come portava la zuppa in tavola; e si mise a spingerla pei fianchi.
Céline si voltava ancora indietro, aprendo la bocca e gesticolando, come per dire altre cose, senza badare a Tano che la spingeva.
– Che gente!… che gente!… – mormorava la signora, intanto che il professore, prendendo posto a tavola, tranquillamente, e annodandosi il tovagliolo sulla nuca, ripeteva:
– Lasciala stare; non ti guastare il sangue. Adesso andrà a letto, e domani sarà tutto finito.
– Sì; ma se avessi saputo che aveva questo vizio!…
– Lavora bene, però…
Tano, sopraggiungendo con la seconda portata, annunziò:
– Signora, sa? Selina non ha voluta la minestra, e si sta vestendo!
– Vestendo, come?
– Per uscire. È da ridere! Si mette il corpetto alla rovescia, poi dalla dritta, poi se lo toglie un’altra volta!
– Ah, ah!… – i ragazzi, con la bocca piena, si dimenavano sulle seggiole, intanto che la signora scrollava il capo, annoiata.
Quando tutti si levarono di tavola e il professore s’era già ridotto nel suo studio, comparve l’ubbriaca, con lo scialle in testa. La padrona, alzando gli occhi al soffitto per armarsi di pazienza, disse:
– Che c’è di nuovo?
– Signora, me ne vado.
– Dove volete andare?
– Me ne vado, così… buona sera!…
– Voi volete farmi impazzire?… Andate a letto, piuttosto, che non vi reggete in piedi!
– No, io mi reggo… signora mia! Io mi reggo bene… molto bene!… Ih! ih!… – e si mise a piangere.
– Santa pazienza!… – esclamava la signora. – Adesso perché piangete? Che diavolo vi piglia?
Tra i singhiozzi, Céline rispondeva:
– Ah, signora mia!… Lei offende… lei mi offende!… mi dice ubbriaca… che io mi bevo il suo vino!… Io non bevo, signora mia!
La padrona finiva per sorridere, ma faceva segno di star zitti a Tano ed ai bambini, che si tenevano i fianchi.
– E va bene; non bevete, ho detto male; ma adesso andate a riposarvi, che siete stanca: non lo sentite?
– Niente, signora mia! – rispose l’altra, scrollando il capo. – Me ne vado!… Lei mi ha offesa; me ne vado! – E fece per avviarsi.
– La vedremo! – esclamò la padrona.
E passata innanzi, andò a chiudere a chiave l’uscio di casa, portando la chiave a suo marito.
– Quella pazza ubbriaca vuole andar via! Non possiamo lasciarla andare in quello stato… Poi, domani saremmo senza servizio. Ho chiuso l’uscio; ma cerca di persuaderla tu.
Il professore fece col capo una piccola mossa di fastidio; ma posò il giornale che stava leggendo e lasciò la sua stanza.
Céline, sempre con lo scialle in testa, era nella sala, accanto all’uscio, cercando di aprirlo.
– Cosa fate? – disse il padrone. – Non vedete che è chiuso?
– Signore, mi apre?
– Per far che cosa?
– Perché, signore… perché la padrona è… così… un poco offensiva… Mi ha detto che io che io bevo il suo vino… Io, signore, non bere… no, signore!…
Di nuovo, s’inteneriva. Il professore, con un tono di persuasione pacata, rispose:
– Non può essere. La padrona vi vuol bene; non può avervi detto questo. Avrete sentito male…
– No, che ho sentito bene… molto bene!…
– Ma poi, vedete, la padrona era in collera; ha avuto dei dispiaceri, l’hanno fatto irritare…
– Veramente?… – chiese lei, guardando meravigliata e smettendo di piangere.
– E come!… Perciò, se nella collera le è scappata qualche parola, voi non dovete prendervela; non era detta per voi.
Lei restava a pensare, scuotendo appena il capo, come sul punto di persuadersi, intanto che il padrone riprendeva:
– Poi, vi ho detto niente, io?… Le donne sapete come sono, hanno tante cose per la testa. Ma il padrone sono io, ed io v’ho forse rimproverata?…
– Lo so… lo so… Lei è buono!… ma niente, signore… me ne vado!…
Il professore tacque un poco, per ripigliar fiato, poi disse:
– E se volete andarvene, io non posso tenervi per forza. Ma ve ne andrete domani, col giorno; vi porterete tutte le vostre robe, sistemate; non ora, che sta per imbrunire.
Allora ella disse fermamente, con voce un poco stridula:
– Niente, signore… Quando ho detta una cosa, quella è. Mi apre?
– Non vi apro un corno! – gridò il padrone.
Tranquillamente, l’altra rispose:
– È inutile inquietarsi; io ho detto che me ne vado, e me ne vado!
Il professore l’aveva piantata e se n’era tornato nel suo studio, a sfogarsi con la moglie.
– Ci mancava proprio questa seccatura, stasera!
– E mi piace che te la pigli con me!
– Me la piglio con te, perché non bisognava mandarla fuori… È una buona cameriera, in tutto il resto; ma non bisognava darle l’occasione… Adesso mi dirai come finisce!
– Come vuoi che finisca? Non darle retta; la porta è chiusa: non potrà sfondarla, infine!
Egli passeggiava ora in lungo e in largo per la stanza, senza rispondere a delle leggiere picchiate che davano all’uscio, dall’altra parte. Di tanto in tanto si sentiva la voce di Céline: “Signore, mi apre?…”. Il professore fingeva di non sentire; ma come non otteneva risposta, l’altra riprendeva più forte; finché egli, spazientito, dischiuse la porta.
– Chi diavolo è?
– Signore, mi apre?
– Un’altra volta?… V’ho detto che ve ne andrete domani… Dove avete imparato a lasciar così le case della gente?… senza che uno si sia trovata un’altra cameriera?… Chi ci servirà stasera?… – A poco a poco, il professore si faceva più persuasivo e più insinuante. – Mi lascerete così, stasera? E chi mi farà il caffè? dovrò farmelo da me? E i bambini, vediamo, chi li spoglierà, poverini? chi li metterà a letto?
Lei stava per piangere un’altra volta, dalla commozione. – Sissignore!… Sissignore!… Ha ragione!…
– Vedete? Dunque, tornate dentro, riprendete il vostro lavoro; e poi domani ne riparleremo…
L’ubbriaca, infatti, se ne andò in cucina, e il professore, tratto un sospiro, ripassò nel suo studio.
– Si è persuasa, finalmente! – disse a sua moglie.
– Purché non ricominci quando Tano se ne andrà!
– Già!… Allora, senti che cosa facciamo: lo faremo andar via di nascosto.
Così mentre Céline si dava da fare in cucina, il ragazzo, che non riusciva a frenar le risa, perché l’ubbriaca canterellava adesso allegramente canzonette francesi, se la svignò; e l’uscio fu richiuso a chiave.
Il professore e sua moglie stavano facendo dei conti, intanto che i bambini giuocavano, quando Céline ricomparve, con lo scialle di nuovo sulle spalle.
– Che c’è ancora?
– Il caffè è fatto… i letti pure… Adesso, mi apre?
– Questa ubbriacaccia non ci lascerà in pace! – esclamò la padrona.
Ma il professore la prese per una spalla, la guidò fin dinanzi all’uscio di casa e disse, facendo finta di sforzarsi a tirarlo:
– Vedete? È chiuso a chiave. E la chiave s’è perduta! Non può uscire nessuno, neanch’io. Domani, se non verrà il fabbro, moriremo di fame…
Céline guardò il padrone, cogli occhietti luccicanti, dimenandosi un poco sul busto.
– Lei fa la commedia, eh?… Lei ha la chiave… Tano se n’è andato…
– E voi non ve n’andrete… gridò. – Non posso farvi andare così; – riprese, più calmo; – non sentite che avete la febbre?… Se vi succede un guaio per istrada?
Annaspando con le dita, l’altra disse allora:
– Non succede niente!… Lei ci ha in testa, che io, così, abbia bevuto… Lei non credere che io bevo!…
– E va bene; ma adesso è notte; le donne che si rispettano non vanno sole di notte per le strade!
Sopra un tono musicale, e con uno sguardo duro, Céline rispose:
– È inutile! Me-ne-vado.
Il professore si mise a passeggiare per la stanza: ogni volta che le si avvicinava, lei lo guardava paurosamente, quasi fosse minacciata. Stettero un poco in silenzio.
– Céline, ditemi una cosa, – riprese l’altro; – di che paese siete?
– Di Lione, signore…
– Ed è molto tempo che non siete tornata in Francia?
– Venti anni, signore… venti anni!…
– E vostro marito è morto lì?
– Nossignore… è morto a Milano, che è morto… Ah, poveretto… lui mi rispettava!… lui non mi lasciava far la cameriera… Questo fu quel socio assassino, che il Signore possa perdonarlo.
– Che socio era?
– Socio che aveva la dolceria, signore; di confetture, sissignore… E così, gli rubava tutte cose… che mio marito si fidava, vedete… e lui teneva la cassa… E poi, così, è morto… ed io mi sono messa a cameriera; e sono stata con l’ammiraglio Franchi… che era tanto un buon signore, non disprezzando lei… e la signora pure, che riceveva, così, l’amico; di nascosto del marito, e mi faceva tante cose, poveretta… come ad una sorella!… E poi sono stata anche a Napoli, a Roma, sissignore; con la principessa Tripoli brava signora!… che era, così, separata dal suo marito… e la manteneva il marchese Daura…
– Davvero? Ah! Ahi
– Eh! sissignore… quante ne ho viste, io… quante!… – e di nuovo minacciava di intenerirsi.
– Che cosa eravate, femme de chambre?
– Femme de chambre, oui monsieur!
– Credete che io non sappia il francese? Venite un poco con me…
La condusse nel suo studio, aprì una libreria, prese un volume e gliene fece vedere il frontespizio.
– Come fa qui?
– Essai sur l’esprit. Questo è bello!…
– L’avete letto? – chiese il professore, ridendo sotto i baffi.
– Sissignore!
E ad uno ad uno, il padrone le mostrò tutti i libri francesi, lasciandole leggere i frontespizi, senza stancarsi, arricciando soltanto il naso alle zaffate avvinazzate dell’ubbriaca; poi, ad un tratto, lei esclamò:
– Adesso, buona sera; me ne vado.
– Un’altra volta?
Il professore rimise i libri a posto, chiuse lo scaffale e le disse:
– Non potete andarvene, perché siete digiuna; non avete preso un boccone! Posso farvi andar via digiuna?…
Lei si mise a scrollare il capo.
– Lei è buono… è caritatevole… ma io me ne vado!
– Io vi dico che non ve ne andrete!
– È inutile…
– Non ve ne andrete, avete capito, corpo del diavolo?…
– È inutile…
– Ubbriacaccia!
– Lei può parlare; ma io me ne vado…
Allora egli la spinse fuori dello studio e si chiuse dentro. Venne sua moglie:
– Siamo sempre da capo?
– Stasera non finisce bene…
– Sai che vogliamo fare? Annotta: accendiamo i lumi e fingiamo di andare a letto. Ci chiuderemo nelle nostre stanze. Finirà per coricarsi anche lei…
Fecero così; ma mentre accendevano i lumi e si chiudevano nelle stanze coi bambini, Céline, più insistente, con voce più stridula, attaccandosi al braccio del professore, esclamava:
– Mi apre?… Mi apre?…
– Andate a dormire!
Come si furono chiusi, il professore ingiunse ai bambini, a voce bassa:
– State zitti!… Bisogna fingere di dormire.
E si misero tutti ad origliare dietro l’uscio, per sentire che cosa faceva l’ubbriaca.
– Minchione!… – diceva Céline, rimasta sola al buio. – Cosa crede?… Io me ne vado… Eh!… All’ave…. me ne debbo andare!… Credono di farmela… bella questa commedia!… – A voce più alta, riprendeva: – Signore, mi apre?… signore?…
Il professore, cominciando a perder la pazienza, diceva piano a sua moglie:
– Credi pure che questa vecchia non smetterà!
– Se vuoi lasciarla andare!…
– Ma adesso è notte proprio… Se cade per istrada, se la schiaccia una carrozza, che cosa diranno di noi?…
– Signore, mi apre? – gridava adesso Céline, borbottando un’altra filastrocca incomprensibile.
Poi tacque, ma s’intese il suo passo avvicinarsi all’uscio, su cui venne a picchiare.
– Signora, buona sera; me ne vado.
I bambini dettero in una risata.
– Volete star zitti? – ingiunse il professore irritatissimo, intanto che l’altra ripeteva:
– Lei è alzato, signore; mi apre?
Vi fu un nuovo silenzio, quando a un tratto l’uscio cominciò a scuotersi, dai calci, dai pugni che l’ubbriaca vi assestava.
– Me ne vado… buona sera…
– Ah, sì?…
Come una furia, svincolandosi dalla moglie che cercava di trattenerlo, il professore corse ad afferrare un bastone e schiuse l’uscio con violenza.
– Non la volete finire?
– Mi apre!…
– Ah, no?… – e le assestò una prima legnata.
– Aiuto!… Me ne voglio andare… Aiuto!…
Allora, uscito dalla grazia di Dio, il professore cominciò a picchiar sodo, col bastone, con le mani. Buttata per terra, l’altra gettava acute strida, intanto che la padrona correva a chiudere le finestre perché i vicini non sentissero, e che tornava vicino al marito, scongiurando:
– Lascia che se ne vada!… per carità… lasciala andare!…
Con le mani rosse, cogli occhi accesi, il professore andò a schiudere l’uscio di casa.
– Esci, troiaccia!… Esci, o t’accoppo!…
Gemendo, tastandosi per tutto il corpo, Céline non si muoveva, e poi che il professore minacciava di ricominciare, la signora la sollevò lei, spingendola fuori.
– Andatevene… presto!… scappate!…
Come fu sul pianerottolo, Céline tacque. Si passò le mani sulla faccia, si mise lo scialle in testa, e cominciò a scendere i gradini della scala, ad uno ad uno, barcollando. E barcollando, costeggiando i muri, minacciata dai cavalli, dalle fruste dei cocchieri nel traversare le vie, se ne andò verso la Vicaria, per le straducole strette e sporche che adesso erano mezzo buie e deserte. Dietro i magazzini di Vasta, fermossi dinanzi ad una casupola e picchiò alla porta tarlata.
Non rispose nessuno, ma si sentivano delle voci venire dall’interno.
Céline riprese a picchiare più forte, e come non aprivano ancora, cominciò a chiamare:
– Michelino!… Michelino!… Sono io… Apri, sono io!… È tardi… Quei porci non volevano lasciarmi andare… Ahi!… sono tutta pesta…
Non aprivano neanche adesso. Per la strada non passava nessuno e solo si sentiva da lontano il martellare dei guardiani, sulle grate del carcere.
– Michelino!… – gridava Céline, picchiando più forte come le voci dall’interno si facevano più allegre, con dei canti e un tintinnio di bicchieri. – Michelino… non sei solo!… Me l’hai fatta, porco!… Con chi sei?… Apri, Michelino… Mi hai detto tu di venire!… Chi è questa ciabatta?… Ti sei presi i miei denari, ladraccio svergognato!… Sono stata picchiata per te!… Aprimi, Michelinuccio…
Poi di nuovo urlava, poi si faceva ancora supplicante, poi tempestava: “Apri!” finché l’uscio si spalancò improvvisamente.
Come la donna voleva irrompere nella camera, Michelino le dette uno spintone violento, mandandola per terra in mezzo alla via.
– Sangue di Giuda, che cimice!
E tornò dentro, sprangando.