Federico De Roberto – Il krak

Nell’anticamera, molte persone aspettavano il proprio turno per essere introdotte; e come don Rosario Leone entrò, tutti si voltarono a guardare il nuovo venuto. Egli si mise a sedere sopra uno spigolo di poltrona, guardandosi intorno timidamente, quasi vergognoso della sua giacca di panno grossolano, del suo berretto contadinesco che non sapeva in qual mano tenere, fra tanti signori che si baloccavano con le mazze dai pomi d’argento.
Chi è?… – si chiedevano nell’altro angolo della sala, additando quel faccione tutto liscio, quella figura tozza e bonaria.
– Don Rosario Leone, il primo coltivatore della provincia! – rispose il sensale Faranda, che si alzò e gli andò incontro, battendogli sopra una spalla: – Voi qui, don Rosario?… Da quando bazzicate coi banchieri?…
Don Rosario si alzò, rispettosamente, balbettando qualche parola: era molto confuso.
– State comodo! – disse l’altro, come fosse in casa sua, e mettendoglisi a sedere vicino. – Beato voi, che ve ne state in campagna, e mettete il vostro denaro in buone terre. Qui c’è l’inferno, lo sapete?… A proposito, come sta vostra moglie?
– Sempre a un modo…
– Mi dispiace!… Ma, i medici?
– Non sanno niente. Si dovrebbe andare a Napoli, per consultare un dottore…
– Perché non vi andate? Vostro figlio è ancora lì?
Ad un tratto don Rosario prese la mano del sensale, abbassando ancor più la voce:
– Sentite, don Salvatore, non mi parlate. Non ne posso più. Sono sfinito, non ho forza, non ho coraggio…
– Ma che cos’è stato?… Avete nulla?… Volete qualche cosa?… – chiedeva l’altro premurosamente, facendoglisi più accosto.
Don Rosario disse, tutt’in una volta, quasi avesse fretta:
– Ho bisogno di denaro: mio figlio ha da pagare dei debiti: perdite di giuoco, vuoto di cassa, che cosa so io? Se non paga, se non gli mando i denari, subito, è rovinato, la sua carriera è finita. Coi militari, non si scherza; capite? E quell’altra sventurata che è buttata in fondo a un letto! E dei creditori che non mi dànno pace: carta bollata su carta bollata; sapete com’è dei piccoli impegni, che ne abbiamo tutti, contratti con la sicurezza di poter far fronte… Chi avrebbe previsto questo inferno?…
Adesso il sensale s’era appoggiato allo schienale della poltrona, scuotendo la testa e torcendo un poco la bocca.
– Eh!… Sono guai serii… Ma voi, così accorto?…
– E che accortezza volete che basti, se le tegole vi cascano sul capo?… Bussare a tutte le porte, salire e scendere scale, e tornarsene sempre con le mani vuote; perché? certe volte mi viene da ridere, perché! Per otto mila lire, che solo l’ingrasso delle stalle di Primosole vale di più! Otto mila lire, anche meno per tre mesi, anche per due! con la certezza di pagarle fino all’ultimo centesimo, anche prima della scadenza, non si possono avere, capite?…
– A chi lo dite!…
– Ora mi resta questa speranza, del commendatore. Dicono che lui può tutto, gli ho fatto parlare… Voi che speranze mi date? Dirà di sì?…
– Eh! se lui vuole…
Tacquero. Don Rosario, girando penosamente il capo come in cerca d’aria, picchiò colla mano grossa, corta e pelosa sul proprio ginocchio.
Tutt’intorno, si parlottava sommessamente, come nell’anticamera di un dottore. Ad intervalli, la bussola si schiudeva, qualcuno usciva indietreggiando e salutando; e il cameriere introduceva un altro. Dall’uscio dirimpetto, si vedeva una fila di stanze divise per il lungo da uno steccato basso, oltre il quale gl’impiegati stavano curvi sui loro registri. Ogni tanto, il campanello elettrico tintinnava, il cameriere andava a prendere gli ordini, e un commesso, con la penna all’orecchio, un libro dal dorso verde sotto l’ascella, traversando rapidamente l’anticamera, passava di là, dal commendatore.
Il sensale non interrogava più l’amico; si gingillava con la catenella dell’orologio, per darsi un contegno. Poi venne il cameriere a dirgli:
– Tocca a lei, vuole accomodarsi?…
– Allora, permettete? Due parole, e vi cederò il posto.
Infatti, dopo qualche momento la bussola si riaperse; Faranda venne fuori e don Rosario Leone entrò.
Il commendatore, seduto al grande scrittoio a ribalta, s’era voltato dalla sua parte, si era tolto il sigaro dalla bocca e gli aveva stesa la mano, invitandolo ad avanzarsi.
– Oh, lei! Qui, s’accomodi; tenga in testa, la prego!… È un tempaccio… Metta dunque il suo cappello!…
Don Rosario sedette sull’orlo d’una seggiola di Vienna, senza osare di appoggiarsi alla spalliera.
– Lei vorrà perdonarmi – cominciò – se vengo a disturbarla…
– Lei non mi disturba niente affatto; mi fa un vero piacere. Si è molto onorati…
– Per carità!…
– Di ricevere una persona del suo merito!
– Il cavaliere Pagliari, – disse allora don Rosario, cogli occhi che gli ridevano, – le avrà parlato…
– Signor sì, è stato qua stamani; lui e tutta la Camera di commercio, e tutti i direttori delle banche. Come mi vede, io non ho ancora preso un boccone…
– Mi dispiace…
– Eh, fosse questo soltanto! È che la cosa non può durare. L’affare è serio, gravissimo! Più tempo passa, più la situazione si complica. Sa che è fallito Serrigliano?
– Non so…
– Ma è naturale, signori miei! I nodi vengono al pettine. È finito il tempo delle lusinghe! Prima si pigliavano i quattrini da una parte e si pagavano all’altra, e poi da capo; e con questo va e vieni si tirava via. Ora è finita! Non si scherza! Se lei scende in piazza, per mille lire, può avere la firma di Torlonia – dico, di Torlonia! – non ne trova neppur cento. Ieri, non più tardi di ieri, una persona che non posso nominare – ma si figuri: una delle migliori firme, due milioni di proprietà, una gestione di affari considerevole – ebbene, lo crederebbe? cercava otto mila lire, ed era disposta a pagare anche il dieci! Capisce bene, non è a dire che fosse il sei, o l’otto; perché tutto è relativo. Sono venuti da me, ed io sono l’ultimo! Vuol dire che non hanno trovato a nessun’altra parte. Ma è naturale: le banche non ne vogliono saper niente, nessuna fa operazioni nuove, i depositi sono tutti ritirati, e ognuno seppellisce il numerario sotto un mattone! I privati, non ne parliamo; chi ha quattro soldi se li tien cari. C’è più, gli strozzini? Ma senta dunque un poco: il Chiara cerca lui denari!…
E il commendatore riaccese il suo virginia.
Don Rosario girava intorno uno sguardo vago, facendo macchinalmente dei conti sulle dita. Poi disse:
– Allora, una metà, lei non crede?…
– Io credo – riprese subito il commendatore infilando il pollice nello sparato del panciotto – che chi ha coraggio e quattrini, in questo momento può far quel che vuole, e tiene in pugno un paese. Quando vi vengono ad offrire la firma di Gerandi e Milio – di Gerandi e Milio, signori miei! – per cinque mila lire, all’otto!… Gerandi e Milio che cercano cinque mila lire!… Ma una cambiale con la firma di Gerandi e Milio, se io la chiudo dentro la mia cassaforte, è meglio che se ci tenessi altrettanti napoleoni d’oro! Capisce bene, io non le avevo, le cinque mila lire; ma avrei impegnato gli orecchini di mia moglie, per dire; tanto l’affare era vantaggioso. Non si scherza: Gerandi e Milio!… E tutti, tutti gli altri, i più grossi, tutti inclusi e nessuno escluso. Lei vede: le riferisco fatti, fatti che parlano chiaro! Per venire da me, costoro, vuol dire che non hanno trovato nulla alla Banca Nazionale; Gerandi e Milio, che in tempi ordinarii, se scontavano un milione era come se io scontassi mille lire! Ma il direttore ha le sue istruzioni, non c’è cristi, ed ieri lo ripeteva in pubblico casino: “Nessun effetto nuovo! Fuori i sensali! Fuori gli strozzini! Qualche operazione limitatissima con chi è stato sempre esatto come una sentinella”. Certuni, non si crederebbe, se la pigliano con lui, come se quello i denari li cavasse dalla propria saccoccia. Non lo voleva mandare a sfidare, il barone Giammaria? Dice: “A me respinge una cambiale di sei mila lire? O non lo posso comperare, lui e tutti i consiglieri di sconto?”. Ma, signori miei, io domando e dico: quelli che colpa ci hanno? Quelli hanno una consegna, e la consegna viene dall’alto. Il direttore dice: “Io sono direttore commerciale e industriale; il denaro della Banca serve al commercio e all’industria, non ai proprietari! Il proprietario faccia l’operazione del credito fondiario; il credito fondiario è istituito per questo”. Ma, fra di noi, caro signore, possiamo confessarlo: la rovina della piazza non è cagionata da questa facilità di credito al proprietario? Piglia oggi e piglia domani, invece che per migliorare le terre il denaro si inverte ad altri usi – lasciamo star quali! – e quando un bel giorno il più corto riman da piede, mandano a sfidare il direttore della Banca Nazionale! C’è serietà? Questo si chiama fare gli amministratori?…
– Ma, una cifra più piccola… – interruppe ancora don Rosario, facendo sempre dei conti, con un’espressione febbrile nello sguardo: – Soltanto tre mila…
– Io glie l’ho già detto: cifre, interessi, scadenze: tutto è relativo. Se ne sono fatte delle operazioni, per diecine e centinaia di migliaia, a lunghi termini, al sei ed anche al cinque, che pareva una usura! Ora come ora, cento lire, creda a me, è bravo chi le trova. Stia sicuro che non esagero. Ma senta un poco qui: c’è più dell’anticipo sopra pegno? La cambiale è un pezzo di carta firmata – la fiducia, sta bene; tutti siamo galantuomini, eccetera, eccetera – ma la carta, carta è! Il pegno ha un valore intrinseco, il pegno rappresenta qualche cosa per se stesso! Io vi porto un oggetto che vale, puta, dieci, e vi dico: “Questo è un oggetto che vale dieci” oppure: “Dite voi stesso che cosa vale!… Quanto dite che vale? Otto? sei?… Ebbene, io vi domando di prestarmi quattro, tre…”. Nossignore! Non è più possibile! Non si fanno nemmeno anticipi! Quando si rifiutano gli anticipi – contro il pegno! – non c’è più dove arrivare!… È una cosa che non si è mai vista. Krak ce ne sono stati tanti, difficoltà ne abbiamo incontrate; ma come ora? È il finimondo! Gli avvisi di protesto raccomandati ogni giorno alla posta, sa a quanto sommano?… Dica lei… Non si crede: a duecento, a trecento!… C’è questo di buono, che i notai hanno affari!…
E il commendatore si mise a ridere.
Ora, don Rosario Leone non diceva più nulla, non faceva più conti sulla punta delle dita. Se ne restava lì, come non avendo più la forza di alzarsi, inchiodato su quella seggiola dalla stanchezza, dall’avvilimento, tenendo il suo berretto in mano come se domandasse l’elemosina, cogli occhi stranamente fissi sopra un calendario americano appeso al muro.
– Ma, dice, il denaro è finito? – riprendeva il commendatore, rovesciandosi un poco sulla poltrona. – Il denaro è nascosto, in questi paesi di provincia, che rappresentano il forte dei depositi. Tutti i depositi furono ritirati. I milioni ritirati non saremmo buoni neanche a contarli. Che cosa ne fanno? Si contentano di starli a guardare. Questa, io dico, è cretineria bella e buona. Ma comprate dunque; perché occasioni come queste, con tante espropriazioni iniziate, non se ne presenteranno mai più!… Qualcuno se ne comincia a persuadere. L’altro ieri, Montesani ha firmato il contratto per la compra dei cinque feudi di Roccellara: due milioni e settecento trenta mila lire, cinque feudi che valgono cinque milioni, ad occhi chiusi. La Bisaccia, qui alle porte, è stata venduta duecento mila lire; per mezzo milione avrei creduto di fare un bell’affare. Questo Montesani prima era un fallito; furono i zolfi che lo salvarono. Ora è il più forte proprietario della provincia. Si vendono anche le Terre grosse, mezzo milione; il feudo della Barca, un milione…
Allora, don Rosario si alzò. Appoggiandosi ai bracciali della poltrona, il commendatore si alzò anche lui.
– Questo è il momento di fare buoni acquisti. Chi ha quattrini, e non sa profittarne, è uno sciocco. Pel credito, ci vuole del coraggio. Se si trovasse un uomo di coraggio, potrebbe fare la sua fortuna; i galantuomini ci sono ancora, quelli su cui si può aver fiducia… Ma bisognerebbe stare con tanto di occhi spalancati, perché i tempi sono difficili, e il più onesto di questo mondo, con gl’imbarazzi sempre crescenti, non so a che cosa potrebbe essere tentato!… Lei dunque va via? Si stia bene, a rivederla…
Sull’uscio, mentre girava la maniglia per dargli passaggio, il commendatore riprese:
– Vede, il sicuro è comprare, con la proprietà così rinvilita. Tutti i generi sono in ribasso: il grano, il vino, l’olio – non parliamo del resto! Ma la reazione che non ha da venire? Staremmo freschi! Allora, chi avrà avuto naso, se ne troverà bene…
La bussola era aperta; don Rosario mormorò qualche cosa come un saluto.
– Di nuovo, si stia bene. Lo ripeto: comprare è il mio consiglio.