Federico De Roberto – Il memoriale del marito

«…. Che cosa direi ai signori giurati?
«Io direi loro così:
Prima di condannare un uomo bisogna ascoltarlo. Io so quel che ho fatto e non cerco di sottrarmi alle conseguenze che pesano su di me. Soltanto, giacchè il mio nome è uscito dalla oscurità in cui sempre si mantenne, giacchè esso è stato dato in pascolo alla malsana curiosità della folla, io ho il dovere, più che il diritto, di narrare tutta la storia di cui si conosce il solo scioglimento, di enumerare tutti i moventi che lo determinarono, di illuminare la coscienza pubblica fuorviata da versioni partigiane od incomplete, perchè la verità, la sola verità trionfi.
Io non mi scuso, non mi giustifico. Io non faccio parlare per me un uomo di legge. Spesso, l’uomo della legge è chiamato per impedire che la legge abbia il suo corso. Le argomentazioni speciose, le interpretazioni sottili, le citazioni significative, l’arte oratoria, la competenza giuridica non fanno al caso mio. Io debbo esporre dei fatti, tocca a voi apprezzarli.
La mia parola sarà disadorna: tanto peggio, o tanto meglio. Se fossi un letterato, scriverei un romanzo. Io non so scrivere, non so parlare: e la folla mi sgomenta. La timidità è il fondo del mio carattere. Bambino, io covavo dentro di me le mie piccole amarezze ed i miei piccoli dolori. Avevo vergogna di farmi vedere piangente. Non so se questa sia fortezza o debolezza d’animo; so che ero così. Poi, anche un altro motivo contribuiva al mio mutismo: la persuasione del nessun interesse che avrebbero avuto per gli altri le cose mie.
Perchè mi avrebbero badato? Che cosa importava alla gente di quel che io pensavo o sentivo? Erano cose insignificanti, puerili, senza fondamento e senza valore. Puerili in sè stesse, e non perchè concepite da un ragazzo. Quando fui molto più inoltrato negli anni, lo stesso sentimento persisteva. Meno espansivo io ero, più confidenze ricevevo. Non facevo che ascoltare, attentamente, religiosamente. L’importanza che negavo alle cose mie, la trovavo nelle altrui. Chi aveva una speranza da formulare, una gioia da espandere, un dolore da alleviare, se ne veniva da me. Mi chiamavano la spugna. M’imbevevo di confessioni. Ero credulo. Quelle speranze, quelle gioie, quegli stessi dolori li invidiavo, e la mia piccolezza, la mediocrità mia mi parevano più grandi.
Divago; domando perdono. Questo è per far comprendere il mio carattere, ma importa fino ad un certo punto.
Per certo, io non credevo che un giorno avrei pigliato moglie. Nel matrimonio, vedevo l’amore; e l’amore mi pareva una cosa molto difficile e molto rara. Dapprima, avevo nutrito qualche speranza…. una di quelle speranze che non dicevo a nessuno, e che dico ora soltanto. Leggevo dei versi, ed un’eco me ne restava dentro. Avrei voluto farne, più belli, più sonori, più eterni; avrei voluto farli per qualcuno…. Chimere. Chi è stato giovane, capirà. Ebbi una volta un piccolo romanzo; siccome è molto corto, lo narrerò. Uno dei tanti amici che mi avevano preso per confidente, aveva avuta una relazione in Francia con una Americana. Come io sapevo l’inglese, oltre che da confidente gli servivo da interprete e da segretario. Gli traducevo le lettere che riceveva dall’amante, e rispondevo per lui. A furia di leggere e di scrivere frasi di amore per conto d’altri, finii per attribuirle e adoperarle per conto mio. Quando l’ignota corrispondente mandò il suo ritratto, me ne innamorai addirittura. Ma un bel giorno l’amico mio comperò una grammatica Ollendorf e prese un maestro d’inglese. Allora il mio romanzo finì.
In fondo, ragionavo. Mi avevano insegnato dei comandamenti – per ubbidirli, supponevo. Uno di questi comandamenti diceva: Non desiderare la moglie altrui. Quanto al desiderio – sono giusto – qualche volta io lo avevo; come impedirlo? Non facevo però nulla per tradurlo ad effetto. Non so se un casuista mi avrebbe assolto; ma io mi sentivo in pace con la mia coscienza. Offendere un uomo, perdere una donna, distruggere una famiglia mi parevano dei delitti che niente può scusare. La predestinazione, il colpo di fulmine mi facevano l’effetto di pretesti belli e buoni. Io mi sentivo libero e padrone di me stesso, in amore come nel resto. Quando vedevo molte donne riunite in qualche posto, a teatro, per esempio, od alla passeggiata, io mi domandavo; «Chi ameresti tu fra queste?» – E con una mano sulla coscienza, mi rispondevo: «Tutte, meno le vecchie, le gobbe e le troppo brutte.» Ora, perchè io ne amassi realmente qualcuna, perchè il desiderio vago ed indeterminato si concretasse e fosse conseguito, che cosa occorreva? Due cose: primo: che una di quelle donne amasse me; secondo: che quell’amore fosse permesso. Per la prima cosa mi dicevano timido; per la seconda, ingenuo. Io lasciavo dire.
Dunque, la moglie d’altri: no. Restava una moglie per me. Ma, dicevo, bisogna trovare una che mi ami; ed io non la trovavo. Poi, io non ero esente da qualche inquietudine. La mamma non mi consigliava il matrimonio. Era una donna di poche lettere, ma di molto buon senso. Il babbo, felice memoria, faceva un gran conto dei suoi consigli e dichiarava di essersene trovato sempre bene. Ora, la mamma mi diceva: «Figliuolo mio, tu sei della stoffa con cui si fanno i mariti disgraziati.» Come si vede, la santa donna non aveva peli sulla lingua. Io le davo ragione; ma, naturalmente, non avevo nessun impegno che glie la dessero i fatti….
Così, passarono molti anni. Non vorrei intanto che mi si accusasse di presunzione e di darmi a credere come un modello di virtù. Feci ancor io qualcuna di quelle che si chiamano scappate forse perchè non ne entra nulla: cose senza conseguenze, in cui niente di serio era impegnato. Chi non è stato giovane, pronunzii la condanna….
In questa calma trascorsi la mia gioventù. Poi, la mia buona mamma passò a miglior vita. Fu il mio più grande dolore. Ragazzo, quando i terrori notturni mi presentavano l’imagine della morte, pensando al mio povero babbo che non avevo conosciuto, io pregavo fervidamente il Signore di farmi morire nello stesso preciso momento della mamma; con un terremoto, per esempio, che ci avrebbe sepolti, abbracciati, sotto un monte di rovine. Non potevo assuefarmi all’idea di sopravviverle, di restar solo nella nostra casa. Pur troppo dovetti restarvi! Ma allora, per la prima volta, provai il bisogno di una donna che mi stesse al fianco. Dove trovarla?… Scorse dell’altro tempo. Avevo trentacinque anni, una buona salute, una discreta fortuna, qualche reputazione di intelligenza e di onestà, quando incontrai una fanciulla alla quale non parvi indifferente. In che modo? Non saprei ridirlo. Queste cose si fanno capire, più che non si dicano. Io però non mi contentavo di capire soltanto; non potevo ingannarmi? Lasciavo quindi che il tempo mi portasse la conferma o la smentita del fatto. Non nascondo che la conferma mi sarebbe stata molto gradita; quella fanciulla mi piaceva, al fisico ed al morale; ne ricercavo la compagnia, l’amavo anche, se si vuole…. non tanto però da incatenarla al mio fianco quando non fossi stato sicuro dei suoi sentimenti a mio riguardo. Questi sentimenti non erano ostili; me ne persuadevo sempre più. Come prima se ne presentò l’occasione, io le tenni press’a poco questo discorso: «Signorina, io sono solo; vorrei associare la mia vita a quella di un’altra persona. Sarei felicissimo se questa persona foste voi. Ma, se non vi piaccio, è quasi certo che non mi ammazzerò. Il vostro rifiuto non vi procurerebbe dunque dei rimorsi. Ora, volete rispondermi?» Ella, di sua libera elezione, senza pressioni di sorta, disse di sì.
Ci furono di mezzo, naturalmente, i parenti. Io fui aggradito, vennero sistemati gl’interessi e ogni cosa fu stabilita. La nostra unione era fatta sul piede della più perfetta eguaglianza. Nessuno di noi faceva una generosità all’altro, accettandolo. Nè io nè lei, finanziariamente, fisicamente, intellettualmente e socialmente, avevamo nulla di straordinario o di superiore. Essendoci conosciuti, ci eravamo convenuti; nient’altro. La mia fidanzata non era nè bella nè brutta, nè ignorante nè dotta, nè umile nè superba: così com’era, mi piaceva. Se in vece sua avessi conosciuta un’altra donna, avrei amato probabilmente quell’altra; ma avevo conosciuto lei, e glie lo dicevo.
Anch’ella mi amava; me lo ripeteva sempre, me lo scriveva continuamente – malgrado ci vedessimo ogni giorno, aveva voluto che ogni giorno ci scrivessimo. Ciò mi faceva piacere. Pensavo: c’è qualcuno che si ricorda sempre di me, che sempre mi aspetta – e questo pensiero mi colmava di tenerezza. Quando la vedevo, pensavo ancora: È mia…. Per dir meglio: sarebbe stata…. Intanto si preparava il corredo, la casa. Io le lasciavo la direzione di tutto. Tutto ciò che faceva, era ben fatto. Che fosse contenta lei, questo era l’interessante. Alla sottoscrizione del contratto, feci un piccolo colpo di testa: le regalai dei gioielli di qualche valore; data la nostra condizione economica, una pazzia. Che importava, purchè ella fosse contenta? Ella ne fu contentissima; corse a guardarsi allo specchio ornata di quei monili, i suoi occhi sfavillavano di gioia, e non cessava dal prodigarmi ringraziamenti caldissimi. Questi mi parevano superflui; se fossi stato più ricco, avrei certamente fatto di più.
La felicità m’irradiò tutto, quando fummo uniti per sempre. Allora io capii che cosa volesse dire: è mia. Quell’essere, quella gioventù, quella grazia mi appartenevano. Io potevo prenderla fra le mie braccia quando volevo, carezzare i suoi capelli, baciare la sua fronte, le sue mani, la sua bocca. Io la sentivo parlare, la vedevo andare e venire per la casa – per la nostra casa – ridere, vestirsi, dormire. Io vedevo le cose che ella vedeva, toccavo ciò che ella toccava, usavo gli stessi oggetti, leggevo gli stessi libri: una dolcezza incredibile.
Bambino, la mia felicità consisteva nel possedere una scatola di soldatini di piombo, col comandante a cavallo, i tamburi e il porta-bandiera. Io li schieravo sopra un tavolo, e li facevo manovrare per due, per quattro, a plotoni contrapposti; ed il pensiero che tutte quelle piccole imagini di esseri mi appartenevano, mi riempiva di orgoglio e di contento. Ora, in cambio dei soldati, avevo una creatura di carne e d’ossa, e non v’era bisogno di spingerla per farla manovrare. Mia moglie non stava due minuti ferma in un atteggiamento, mutava di abiti tre o quattro volte il giorno, si appoggiava al mio braccio, mi sedeva sulle ginocchia. Io possedevo una cosa nuova, meravigliosa, inapprezzabile: una vita.
Come l’avevo acquistata? Dando in cambio la mia. Io ero tutto per lei, nelle opere e nei pensieri. Vedevo delle altre donne, più belle di lei, più seducenti, più corteggiate; ma mi trovavo dinanzi ad esse nella posizione di uno che avendo già un mazzolino di viole all’occhiello, ammira delle rose, dei giacinti, delle camelie, ma non saprebbe che cosa farne. Il mio cuore e la mia casa erano vuoti; ella li aveva popolati; non c’era più posto per nessuno. Il codice che il signor sindaco ci aveva letto, parlava dei diritti del marito, degli obblighi della moglie, e che so io. Queste cose mi parevano assurde. In casa nostra non si comandava nè si ubbidiva. Con qual dritto avrei ingiunto a mia moglie: Fai questo o quest’altro? Coi soldatini, passi; li potevo schierare come volevo, raggrupparli, sbandarli, rovesciarli. Ma i soldatini stavano sempre a spall’arme. Mia moglie aveva dei muscoli, dei nervi, una volontà; e in ogni atto della vita la sua volontà valeva quanto la mia. L’uomo e la donna mi parevano due esseri diversi, ma equivalenti. Quando eravamo d’accordo, la questione era risolta. Nel caso contrario, io mi uniformavo al suo giudizio. Contrariarla, avrebbe forse potuto dispiacerle; secondarla, faceva certo piacere a me.
Io non sono un’aquila d’ingegno, tuttavia spesso, nelle nostre discussioni, mi accorgevo della mia superiorità intellettuale. Ma rinunziavo a sfoggiare il mio sapere per darla vinta a lei. Talvolta, ella fraintendeva i miei ragionamenti e mi faceva la lezione; preferivo passare per sciocco, anzichè dimostrarle che aveva torto.
Quanto all’economia della casa, era stata lei a rifiutarne la direzione; diceva che non vi aveva testa. Amministrando la sua dote, io ne prendevo soltanto quel che rappresentava la quota di lei nelle spese comuni; tutto il resto era a sua disposizione, veniva investito(3) in proprietà sua personale.
Ella m’era riconoscente di tutto questo; mi diceva che mai più avrebbe sperato di trovare un uomo come me. Io non credevo far nulla di straordinario; avrei davvero voluto farlo per dimostrarle il bene che le volevo. Certe mie fanciullaggini dei primi tempi le parevano molto care; io ne trovavo sempre di nuove finchè mi accorsi che cominciavano a stancarla. Infine, non era ragionevole che ella passasse le sue serate in casa a sentirsi dire che l’amavo. Le visite, gli spettacoli, il giuoco – che so io – tutta la vita esteriore aveva poche o punte attrattive per me; per una signora la cosa era diversa. Ella aveva delle relazioni da mantenere, una figura da fare. A teatro, io soffrivo qualche poco nel vederla, con le braccia nude, la gola scoperta, fatta segno agli sguardi indiscreti della folla. Volevo bene che ella splendesse, ma sentivo una gran voglia di dire a quei curiosi: «Imbecilli, che cosa state a guardare? Ella non è per voi.» Ancora, ella aveva un certo modo di mettersi il mantello, dinanzi al davanzale del palco, che mi pareva iniziasse la gente al mistero della sua toletta; mi pareva che, vedendola coprirsi a quel modo, la gente l’imaginasse che si svestiva….
Al ballo, era peggio. Degli uomini potevano passarle un braccio alla vita, tenerla per mano, parlarle all’orecchio. Avrei voluto una restaurazione borbonica per essere ministro di polizia e proibire quell’uso; non far ballare nessuno perchè non ballasse lei. Poi, mi pareva che quanta più gente la conoscesse, quanta più gente potesse sentire la sua voce, stringere la sua mano, entrare nella sua intimità, tanto minor prezzo avrebbero avute queste cose, tanto meno ella sarebbe stata mia. Tutto questo me lo tenevo per me; capivo che erano delle fisime, ed ero anzi il primo a proporle di andare in società. Non volevo increscerle con le mie gelosie; perchè le volevo bene non era già una ragione che l’annoiassi.
Dicono che i mariti sieno gli ultimi a sapere dei casi loro. Sarà; la mia esperienza mi prova tutto il contrario. I miei casi, non solamente io non li sapevo degli ultimi, ma li prevedevo. Vi era una persona che io avrei voluto specialmente non far conoscere a mia moglie: un ex-ufficiale che era stato mandato a casa per aver fatto dei torti domestici ad un suo superiore, e che ora, dopo essere passato per il giornalismo e per le lettere, si era dato alla politica. Non si parlava che di lui, del suo coraggio, dei suoi duelli, del suo stile affascinante, della sua meravigliosa eloquenza, dei suoi successi con le donne. Non volevo che mia moglie si trovasse in presenza di costui. Ella mi aveva domandato di presentarglielo. Le avevo promesso di sì, ma finsi una malattia il giorno che si doveva andare ad una festa di beneficenza organizzata da lui. Un’altra volta, al caffè, feci mostra di non riconoscerlo. Mia moglie mi aveva chiesto: «Non è quello?» La sua premura a notarlo mi aveva messo un verme nel cervello. Io avrei voluto prenderla per mano, e dirle: «Vediamo: che cosa vuoi farne di questa conoscenza? È un uomo pericoloso. Se tu sei sicura di te stessa, vuol dire che ti è indifferente; se non sei sicura, bisogna evitarlo.» Questa mi pareva logica, ma la tenevo per me. Le avevo invece portati certi libri di quel tale, gonfii e vuoti come vesciche, nell’idea ch’ella si persuadesse del loro valore. Dichiarò che erano bellissimi, e innanzi alla gente insistette sulla diversità dei nostri gusti. La cosa, ripetuta, era venuta necessariamente all’orecchio dell’autore; egli mostrava di non badare a mia moglie, non ci salutava quando eravamo insieme.
Un giorno, ella lo incontrò da una sua amica. Tornando a casa, me lo disse; io le manifestai la mia compiacenza. Dentro, mi rodevo. Mandavo al diavolo quell’amica, avrei voluto partire immediatamente per evitare che colui venisse in casa mia. Lasciò soltanto, dentro la settimana, una carta di visita. Una seconda volta s’incontrarono, me assente. Questa volta ella non me lo disse.
La giustizia considera gli atti, non le intenzioni. Si arresta chi ha commesso un crimine, non chi va a commetterlo. Ciò è giusto; però, se si arrestasse prima, il crimine non sarebbe commesso. Così, per essere troppo elementari, certe verità fanno ridere…. Quell’uomo, dunque, voleva rubarmi mia moglie. Fingeva di non osservarla perchè lo osservasse lei. Il suo giuoco riusciva. Se io fossi andato dal procuratore del re, questi si sarebbe messo a ridere. «Lasciate che ci sieno dei colpevoli, e la giustizia seguirà il suo corso.» Se io fossi andato dal ladro, il ladro si sarebbe potuto offendere per giunta. Avremmo potuto anche batterci. Probabilmente avrei avuto la peggio; sarei stato ridicolo. Se lo avessi ferito, egli sarebbe stato compianto. Restava mia moglie.
Mia moglie diceva che i mariti hanno torto a prendersela cogli amanti; questi non otterrebbero, anzi non domanderebbero nulla, se la donna non fosse disposta a concedere, e se non lo facesse capire. Ella aveva ragione. Il ladro fa il suo mestiere, che è quello di rubare. Quando si tratta di un oggetto, ci sono le casse forti. Trattandosi di una persona, bisogna che questa abbia l’intenzione di non lasciarsi prendere. Ora, mia moglie aveva o non aveva questa intenzione. Se l’aveva, i miei discorsi sarebbero stati inutili, anzi dannosi, perchè la avrebbero offesa. Se non l’aveva, glie l’avrebbero fatta venire.
Così diceva il ragionamento. Poi, io avevo voglia di strapparmi i capelli. Io non volevo che mi rubassero mia moglie. Quell’altro aveva avuto ed aveva molte donne, quante glie ne piacevano; io avevo lei sola. Era la donna mia; mi apparteneva, perchè io le apparteneva. Io non l’avevo rubata; io ero in regola con la mia coscienza, col mondo, con lei; con tutto e con tutti.
Non avevo il coraggio di dirle: «Tu pensi a tradirmi.» Mi pareva una umiliazione per entrambi. Per risparmiarla a lei, mi umiliavo io. Spiavo le mosse di quell’uomo, gironzavo intorno a casa mia, intercettavo la posta. Un giorno trovai una lettera nascosta dentro un giornale di mode sotto fascia. Mi parve d’impazzire. Presi la lettera e la consegnai a lei senza aprirla. Le chiesi soltanto chi le scrivesse. Ella arrossì, rispose di non conoscere il carattere, lesse la lettera e la stracciò dicendo che era un anonimo impertinente.
Mi dava ora maggiori dimostrazioni di affetto, mi parlava dei pericoli a cui una donna si trova esposta, voleva che io la sostenessi. Era il mio dovere ed il mio piacere. Per un poco, parvero ritornati i tempi della luna di miele. Durò meno dell’altra. Ella era divenuta inquieta, nervosa. Pareva l’avesse con me. Io non facevo nulla da dispiacerle.
Verso capo d’anno, fu annunziata la visita di quel tale. Io mi feci coraggio; le dissi: «Non lo ricevere.» Rispose che sarebbe stata una sconvenienza. Non passai di là; li lasciai soli.
Egli faceva il suo mestiere di ladro; io non potevo afferrarlo pel colletto e condurlo al posto di guardia. Vedevo la situazione nettissimamente, non mi accecava nè l’amore, nè la fiducia, nè la gelosia. Calcolando tutto, vedendo la freddezza crescente di lei, indovinando il pericolo, un giorno le dissi press’a poco così: «Siamo stati felici finora, nè io potrei esserlo più senza di te. Però, se tu non mi vuoi più bene, se sei stanca di me, se ti dispiaccio, io non voglio fare la tua infelicità. Non abbiamo figliuoli; ritorna a casa tua. Resteremo buoni amici, serberemo un bel ricordo dei giorni passati insieme.» Che cosa potevo fare?
Ella protestò, commossa, che era sempre quella di prima, che le facevo male parlando così. Allora le proposi di andar via insieme; accettò. Partimmo. Il ladro ci venne dietro – come un ladro, di nascosto, senza farsi vedere. Un giorno, lo incontrammo faccia a faccia. Io dissi a mia moglie: «Hai visto chi ci ha seguito?» Dapprima, parve non avesse capito; poi si mostrò offesa: chi mi aveva dato il diritto di sospettare? Poteva dire alla gente di restarsene a casa?
A casa, ci tornammo noi. Poichè non riuscivo a sbarazzarmi di colui, non valeva la pena di andar girando per il mondo. Io non amavo quella vita instabile, pensavo alla tranquillità delle mie abitudini, alle dolcezze del focolare domestico. Di queste dolcezze, mia moglie era sempre la più grande; fuori di lì mi pareva che mi appartenesse meno.
Passò così del tempo. Qualche volta, io ero triste per lei come al pensiero di una persona cara che sia affetta da una malattia incurabile…. Non avevo testa da far nulla, un freddo mi passava da capo a piedi e mi pareva che il mondo stesse per finire. Vedevo quel che si preparava, e temevo di comprendere che era lei a volerlo. Allora, che cosa potevo farci?… Poi, mi persuadevo d’ingannarmi, speravo che tutto questo fosse un prodotto della mia fantasia, della mia paura. Ella non era nè triste, nè lieta; mi pareva un poco annoiata. Con me, era piuttosto fredda; capivo che il pericolo sarebbe stato nel caso contrario. Quell’uomo era ingolfato in affari politici, agitava il paese, non aveva tempo da scrivere una lettera.
Le lettere anonime sono una provvidenza. Data la fondamentale vigliaccheria umana, è provvidenziale che si possa far risapere una cosa o dare un consiglio senza arrischiar nulla. Mi scrissero che mia moglie era andata, un certo giorno, in una certa casa, a trovare quell’uomo.
Quando si dice che una cosa è inverosimile, che non vi si può credere, si fanno delle frasi. Io vi credetti subito. Mia moglie era lì, dinanzi a me, e ad un tratto mi parve che ella fosse tutta macchiata, tutta contaminata, e che se io l’avessi toccata soltanto con un dito quella bruttura mi si sarebbe attaccata addosso…. Le mostrai la lettera. Come ella mi vide gli occhi, si alzò di scatto. Io le domandai che cosa avesse fatto quel giorno. Sostenne il mio sguardo: perchè le facevo quella domanda? Le dissi io quello che aveva fatto. Negò altamente, mi accusò di prestar fede alle calunnie. Allora, io le ripetei tutti i particolari della lettera, e come li enumeravo, ella si turbava. Finì per ricascare sulla sedia, col viso tra le mani. Continuando, io le dissi: «Perchè hai fatto questo? Avevi da lagnarti di me? delle rappresaglie da esercitare? Non mi accettasti tu forse di tua libera elezione? Ti ho forse voluto bene meno di prima? Non ti avevo lasciato libera di andartene? Che cosa ti ho fatto?»
Qui, mi cadde ai piedi, domandandomi perdono. Non c’era stato nulla di male, me lo giurava dinanzi a Dio; era andata perchè quell’altro minacciava di ammazzarsi, di fare uno scandalo, di provocarmi. Era stata leggera, ne conveniva; avrebbe dovuto consigliarsi con me; se ne pentiva amaramente, mi domandava perdono….
Sì, il perdono…. Ero io sicuro che ella non avesse ragione, che non l’avessi sospettata a torto?… Poi, io non potevo cacciarla via, io non potevo vivere senza di lei….
Di questo ella ora mi minacciava. I miei sospetti l’avevano offesa, ed il perdono non era bastato. Ella era diventata irritabile, insofferente, trovando ogni giorno una ragione di muover lite, asserendo che morta la fiducia, la vita in comune non poteva più durare. Io mi facevo sempre più umile, sempre più paziente, sempre più premuroso; la vita senza di lei mi sarebbe parsa una nera cosa…. Poi, avrei voluto dirle che sapevo il motivo di quella sua irritabilità, di quelle sue provocazioni, che il motivo era il pensiero dell’altro, di cui ella non si era scordata…. ma non lo dicevo, per non soffiare sul fuoco. Ero molto triste, ma nascondevo la mia tristezza; se no, che merito avrei avuto del mio perdono?
Un giorno, passando nella sua stanza da lavoro, le annunziai: «C’è di là Filippo.» Filippo era il giardiniere; anche quell’altro si chiamava così. Come ella fece un moto repentino e mal represso, io le dissi, tranquillamente, quasi ridendo: «Non è lui, è il giardiniere….» Ella scattò in piedi, mi colmò di rimproveri, andò a chiudersi in camera. Aspettavo impazientemente l’ora del desinare; ero pentito di quel che avevo detto, volevo abbracciarla, domandarle scusa, dirle infine che tutto questo non era ragionevole…. Quando fu l’ora, ella non comparve. Era andata via da sua madre; la mia casa era deserta….
Quella casa, la nostra casa, come aveva potuto lasciarla? Il colpo fu duro; mi pareva come una morte, come quando la mamma se ne era andata. Poi mi facevo una ragione: se non voleva più stare con me, potevo obbligarvela con la forza?
Un giorno, ricevetti la visita di sua madre. Mi annunziava che ella aveva presentata domanda di separazione; che allo stato in cui erano le cose era il meglio che si poteva fare. Sta bene, non mi sarei opposto; domandavo soltanto, per curiosità, per quella curiosità che gli ammalati hanno delle cause dei loro mali, che cosa ella aveva da dire contro di me. Mi rispose questo: che io non l’amavo più…. «Ed è lei che lo dice? e quale prova ne dà?» La prova era questa: che io non ero geloso…. Mi venivano in bocca delle parole amare; le ingoiai. Le recriminazioni mi sono sempre parse inutili, qualche volta un poco ridicole per giunta.
Comparimmo, dapprima separatamente, dinanzi al signor presidente per l’esperimento della conciliazione. Dissi al magistrato tutta la verità; la verità ha un accento che la fa riconoscere: egli comprese che non mentivo. Condannava però il mio consenso alla separazione: lasciata a sè sola, quella donna si sarebbe perduta. Fummo messi in presenza l’uno dell’altra, la rividi…. Ella non potè sostenere il mio sguardo; se lo avesse sostenuto, vi avrebbe letto un dolore infinito…. Il presidente era deciso a spuntarla, vi metteva la sua coscienza di uomo onesto ed il suo amor proprio di funzionario. Ella era imbarazzata, confusa, intimidita. Ad uno ad uno, egli ribattè tutti i suoi fiacchi argomenti, la fece convenire del suo inganno, e la costrinse a confessare di essere stata messa su, di aver tutto da perdere nel lasciarmi…. La riebbi.
Credevo di aver fatto un brutto sogno. Ritrovandola al mio fianco, in casa mia, come ai giorni lontani, mi sentivo tornare da morte a vita. Ero stato pazzo di lasciarla libera di abbandonarmi! Riconoscevo la mia parte di colpa. Ella aveva avuto ragione accusandomi di non esser geloso; la gelosia è una prova d’amore. Io ero stato geloso in silenzio, dentro di me, per timore di increscerle; avevo sbagliato. Le donne, alle volte, vogliono essere dominate.
Come le dimostrai la mia gelosia, come le dissi soltanto che quell’uomo era indegno di lei, si mostrò offesa, non mi parlò per due giorni…. Ella mi aveva mentito: aveva dato retta a quell’uomo, era stata da lui indotta a lasciare la mia casa, e non avendo resistito alla prova del confronto dinanzi al magistrato, teneva ore secrete conferenze con un avvocato, per riprendere il processo di separazione….
Non potevo più illudermi: era un’indegna, e non sapevo vivere senza di lei. Misurando tutta la mia abiezione, presi un giorno il mio revolver e pensai di uccidermi. Scrissi un testamento, che esiste ancora, e fui per eseguire il mio disegno. Sul punto di morire, volli tentare un ultimo passo. Chiamai mia moglie in camera mia e chiusi l’uscio. Come mi vide fare quell’atto, come scorse il revolver ancora sul tavolo, si slanciò verso la finestra, per chiamare aiuto…. Io l’afferrai alla vita, le caddi in ginocchio, le baciai le mani, dicendole tutta la stoltezza della sua paura. Parlai, parlai, parlai. Le tenni il linguaggio dell’amore, della speranza, del comando, della preghiera, della fede, del perdono; le ricordai il passato, la feci libera dell’avvenire, le dissi che volevo uccidermi…. Ella si scosse. Ancora una volta, avevo vinto.
Mezz’ora dopo, andò fuori. Io rimasi in camera mia, a pensare. Sul tardi, rincasò e mi venne incontro. L’avvocato era con lei. Veniva per dirmi che voleva andarsene via, che non voleva restare con me. Come?… ancora?… perchè?… Le domande mi si affollavano alla mente. Non domandai nulla. Dissi: «Sia pure….»
Come la vidi allontanarsi, mi slanciai contro di lei. Volevo almeno abbracciarla un’ultima volta, volevo almeno vederla, se partiva per sempre…. Ella dette un grido, chiamando al soccorso. Due guardie, rimaste in sala, comparvero.
Come vidi le guardie in casa mia, corsi al tavolo, afferrai il revolver, l’uccisi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo direi ai signori giurati, se l’avessi uccisa. Io non l’ho uccisa, l’ho vista andare via per sempre, vivo da lunghi giorni nel deserto di questa casa ancora tutta odorante di lei, apro ogni tanto l’album che racchiude il suo ritratto, lo bacio e piango.»

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