Federico De Roberto – Il passato

I.

Ella glie lo aveva detto:
– Non ne sarai geloso?
Ed Andrea le era caduto ai piedi, sollevando verso di lei uno sguardo luccicante di passione.
– Geloso del tuo passato? Ma vi è un passato per te?… per me?… Non siamo noi nati appena da pochi giorni, dal giorno benedetto che io ti confessai l’amor mio? Il bacio che io ti diedi in fronte non è stato il battesimo tuo?… E il mondo esisteva forse prima che io ti incontrassi? C’era un sole, c’era un mare, c’erano dei fiori? Tutto questo non è stato creato per noi?… Di quale passato mi parli, amor mio infinito? Non esiste che il presente, l’istante adorabile che fugge e ritorna incessantemente: l’imagine dell’eternità!
Ella si lasciava cullare dalla musica di quelle parole, rovesciando la testa, socchiudendo gli occhi, abbandonando lungo i fianchi le braccia, che l’amante ricopriva di lunghissimi baci.
– Come sei buono! e come sono felice!
Però il giorno che era venuto a portarle l’alliance su cui erano incisi i loro nomi e una data: Costanza ed Andrea, 14 marzo 1887, egli le aveva preso la mano, cercando di toglierle l’anello nuziale.
– Che cosa fai! – aveva esclamato lei, tentando di svincolarsi da quella stretta – Lasciami, mi fai male….
– Ecco, ti lascio…. Ma togli quell’anello, Costanza; spezza il simbolo d’una catena già rotta. Tu sei mia, mia soltanto, comprendi? ed io non potrò più baciare la tua mano, se le mie labbra rischiano d’incontrare la freddezza metallica di quell’anello!
– Ma non è possibile, povero amore!… V’è un giuramento dinanzi a Dio; e il giuramento è una cosa sacra…. dillo tu stesso, se è una cosa sacra….
Accortamente, ella gli aveva preso l’alliance e l’aveva passata al mignolo della destra.
– Vedi, Andrea? l’anello tuo io lo porterò qui, sempre, sempre! E l’altro….
Ad un tratto egli l’aveva afferrata per le braccia, stringendo con tutta la sua forza, e mormorando per la concitazione;
– Togli quell’anello…. o restituisci il mio! Restituiscilo, hai inteso? o ti rompo le braccia! Restituiscilo, ch’io lo spezzi, ch’io lo calpesti, ch’io lo butti nel mare….
-Ah, tu m’uccidi!
Ella era tutta sbiancata in viso, e le labbra fatte violacee erano scosse da un lungo tremore. Subitamente, egli l’aveva lasciata e s’era messo in ginocchio portando le mani alla testa e scompigliando i suoi capelli grigiastri.
– Perdono, Costanza; perdonami, sono un pazzo, lo vedi! Ma sei tu che m’hai fatto ammattire! A quarant’anni passati, e da un pezzo! Se io ti dicevo…. quella cosa, è perchè – vedi! – io ti voglio bene…. in un altro modo!… Costanza, mi hai tu perdonato?…
-Sì, sì! Guarda, io bacio il tuo anello, guarda; così! così! Bacialo anche tu, così! E ti giuro che l’altro….
Allora egli le aveva chiusa la bocca con la mano, sorridendo tristamente fra le lacrime, e dicendole pianissimo, da farsi appena sentire:
– Silenzio!… Non dir nulla!… Non mi ricordar nulla!… Quello che è stato è stato!… Lasciami morire così, ai tuoi piedi!…
Ed ogni volta che veniva a trovarla, appena entrato nel santuario, egli si metteva in ginocchio, congiungendo le mani in attitudine di preghiera, divorando cogli occhi la dolce figura di donna spiccante sul fondo bianco del panneggiamento che guarniva un angolo della stanza. Poi si trascinava fino a lei e si buttava per terra ai suoi piedi. Ella tentava di opporsi, ma nulla resisteva alla volontà di quell’uomo diventato capriccioso come un fanciullo e che per niente passava dall’eccesso della tenerezza umile agli impeti irresistibili d’un cieco furore.
– Lasciami fare, Costanza, letizia mia! Calpestami sotto i tuoi piedi! Morire per te è la sola cosa degna di essere ambita!
Poi, con una curiosità sempre nuova si guardava attorno, girava per la stanza, passando una mano sul raso dei divani, delle poltrone, degli sgabelli, odorando tutti i fiori, rimuovendo tutte le fotografie, tutti i gingilli; esaminando come se li vedesse per la prima volta i quadri, le ceramiche, le terracotte, gli specchi, i ventagli artisticamente disposti intorno sul fondo rosso ciriegia della tappezzeria. Tutto quello che le apparteneva, le cose più minute, le cose più comuni acquistavano ai suoi occhi un valore straordinario; il thè che ella preparava e gli offriva nella preziosa ciotoletta della China aveva per lui un aroma speciale, introvabile altrove; il profumo di chypre vagamente errante nell’aria lo riempiva di turbamento; il fazzoletto di merletto che ella lasciava qualche volta cadere era per lui una cosa sacra, intangibile, che non si decideva a raccogliere se non con le labbra, gettandosi carponi per terra….

II.

Nell’uomo già presso alla soglia della vecchiezza, la passione era divampata subitanea, irresistibile, divorante.
Quando era stato presentato alla baronessa Costanza di Fastalia, in quello splendido pomeriggio di marzo, alla Villa Nazionale, mentre il golfo sorrideva col suo azzurro più puro, e dalla folla festante pareva sollevarsi un sospiro di contento, Andrea Ludovisi aveva sentito come un urto nel vivo cuore. Avrebbe quasi voluto evitarla; un’istintiva paura, un secreto presentimento lo avvertivano sordamente che quella donna avrebbe esercitata un’influenza su tutta la sua vita. Subito dopo, un’esultanza gli era entrata nell’anima. Conosceva dunque da vicino, e avrebbe d’ora innanzi potuto vedere spesso, intimamente, la donna di cui aveva tanto sentito parlare da un mese soltanto che aveva posto piede a Napoli, ed alla quale si era spesso sorpreso di pensare con un segreto sentimento di desiderio, con una vaga aspirazione, come verso una creatura superiore, più degna e più capace di amore fra tutte quelle vane ombre che gli erano sfilate dinanzi?…
Credutosi fin lì al sicuro da nuove passioni, certo di aver chiuso da molto tempo e per sempre l’êra delle pazzie, era bastato il dolcissimo sguardo che la baronessa gli aveva rivolto, il soavissimo suono delle parole che gli aveva dette, per gettarlo in una specie di esaltazione lirica, in una sovraeccitazione di tutte le potenze dell’anima e del corpo, che gli amici incontrati al passeggio, al teatro, al circolo avevano subito notato con meraviglia.
Più tardi, la prima volta che egli si presentò a Villa Valdonica, a Posillipo; quando entrò in quello che doveva chiamare il suo santuario; quando bevve l’incanto della grazia di quella donna, del suo spirito, della sua simpatia; quando l’accompagnò per le vie, col braccio deliziosamente intorpidito dal braccio che ella vi appoggiava, la passione di Andrea Ludovisi non conobbe più limiti. E insieme con l’amore, con un amore timido, rispettoso, di cui l’uomo avvezzo a prendere son bien dove lo trovava, senza scrupoli o riguardi, non aveva ancora un’idea, sorgeva in lui un sentimento ancora più nuovo, una specie di rimorso di contribuire alla perdita di quella donna, contro la quale aveva sentito scatenarsi il disprezzo, le derisioni, le malignità di tutta Napoli.
Che cosa vi era stato nella vita della baronessa? Andrea Ludovisi non lo sapeva con precisione; sapeva che era da molti anni divisa dal marito, che si parlava di parecchi amanti, che era stata a lungo fuori di Napoli, dove il soggiorno le era divenuto, un tempo, impossibile. Di più il Ludovisi non sapeva, non voleva sapere. Una volta che, al Gran Caffè, fra una comitiva di conoscenze, il discorso era caduto su di lei, egli fu visto andar via di furia, senza salutare nessuno. L’infinita tristezza che aveva sorpreso nell’accento, nelle parole, nelle altitudini della baronessa Costanza, l’espressione di indiscutibile sincerità che ella aveva messo nel confessargli i dolori provati, il vuoto fattosi nel suo cuore, la finale inutilità della sua vita, lo avevano guadagnato alla sua causa, se non fosse già bastato l’amore. E a misura che cresceva in lui la compassione ed il rispetto per l’infelicissima donna, più gigante si faceva l’amor suo; e, per un fenomeno sincrono, più assurda diventava ai suoi occhi l’idea di confessarglielo.
Dichiarare un amore, è meno offrirlo che domandarne il ricambio; e Andrea Ludovisi non aveva più l’ingenuità che presume contentarsi di una muta ed unilaterale adorazione. Bisognava far dunque la corte alla baronessa, ottenerne l’amore, affinchè il giorno dopo tutta Napoli fosse piena dell’avventura; affinchè la gente sorridesse più malignamente al passaggio della donna adorata, affinchè il suo nome fosse trascinato nel fango!… Egli, che aveva votato un culto quasi religioso alla baronessa Costanza; egli, che le aveva innalzato un altare ai cui piedi, come un incenso, vaporava tutta l’anima sua; egli, egli stesso, avrebbe determinata la sua completa, definitiva ed irreparabile rovina!
E la tortura dell’uomo si acuiva, si raffinava, a misura ch’egli scopriva, in Costanza di Fastalia, i segni non dubbii di una viva simpatia per lui. Era gratitudine per il rispetto di cui si vedeva circondata? Era ammirazione per l’ingegno dell’artista che faceva parlare di sè in quel momento tutta l’Italia? Era, più semplicemente, amore per l’uomo? Nessuno avrebbe potuto dirlo; il fatto è che Andrea Ludovisi sentiva di non esserle indifferente, e vedeva accrescersi il proprio tormento a misura che egli vedeva frapporsi meno ostacoli al conseguimento del proprio sogno. Cadevano gli ostacoli, ma uno solo persisteva, formidabile: la idea di completare la perdita di quella donna; il bisogno prepotente di saperla rispettata a quell’identico modo con cui la rispettava egli stesso.
Andrea Ludovisi avrebbe passata l’intera sua vita come in quei dolci e fugaci giorni, dedicando tutti i suoi pensieri, i più intimi, i più reconditi, alla baronessa Costanza, soffocando la parola scottante che gli saliva incessantemente alle labbra, trattenendo il pianto che gli metteva un nodo alla gola, se ciò che egli aveva temuto da molto tempo non fosse finalmente successo.
La baronessa di Fastalia era forse, fra le signore napoletane, una delle più circondate. La sua bellezza, il suo spirito, il suo nome, erano altrettante attrattive, alle quali si univa, più potente e più rara, quella della sua completa libertà. Divisa dal marito, che per giunta non viveva a Napoli; senza figli, visitata solo di tanto in tanto dal suo vecchio zio, il principe di Marciano, suo solo parente, la baronessa si trovava in tali condizioni che farle la corte era la prima idea dei frequentatori del suo salotto. Erano bastate poche visite perchè Andrea Ludovisi se ne accorgesse. Giovani ed uomini maturi, tutti assumevano, vicino alla baronessa, un tono di ostentata galanteria, di confidenza autorizzata, che non formava il minor tormento di Andrea, non solo per la sorda gelosia e per la mal repressa indignazione che tutto ciò gli procurava; ma anche per la paura che l’espressione del suo affetto vivo e profondo, potesse un giorno essere appresa come una imitazione di quelle sconvenienti attitudini di cui egli era spettatore. Talvolta, quando l’impeto della passione era meno frenabile, egli credeva di persuadersi a vedere in questa circostanza una difficoltà di meno, una ragione per non aver tanti scrupoli. Immediatamente, si pentiva di questo pensiero; con quel bisogno inconfessato, ma comune ad ogni uomo, di accrescere le difficoltà d’una cosa per accrescerne allo stesso tempo il valore.
Una sola, fra le persone che frequentavano Villa Valdonica, si sottraeva a quella specie di posa obbligatoria per gli altri: il duca di Majoli. Giovane, colto, elegante, un dramma domestico lo aveva precocemente maturato. L’espressione abituale della sua fisonomia era una grande serietà, dalla quale non si dipartiva se non qualche volta, nella intimità della baronessa alla quale era legato da un’amicizia fatta di simpatia, di rispetto e di protezione.
Andrea Ludovisi gli voleva molto bene, e la sua amicizia per lui si accrebbe quando potè conoscere i suoi sentimenti per la donna amata, e quando gli vide dividere il proprio dolore per lo sconveniente contegno che i conoscenti della baronessa di Fastalia assumevano in presenza di lei, salvo però a denigrarla per i primi appena fuori di casa sua o del suo palco.
Qual era il sentimento che persuadeva la baronessa a tollerarli? Il bisogno di distrazione, per grande che potesse essere nella infelicità dei suo isolamento, non spiegava abbastanza. Una situazione eccezionale non si affronta coscientemente senza l’impulso di circostanze eccezionali; ed era infatti una specie di sfida a quella società ipocritamente timorata da cui ella si sentiva messa al bando immeritamente, era una specie di ostentazione di successi, di corteggiamenti, di attrattive irresistibili, quella con cui ella intendeva rispondere all’ostilità delle donne in situazioni legittime. Soltanto, come sempre quando la passione fa velo alla mente, ella conseguiva senza accorgersene, o meglio senza volersene accorgere, un opposto risultato, fornendo ella stessa nuove armi ai suoi avversarii.
Andrea ne soffriva profondamente, e per una antipatia impulsiva ed invincibile tutto il disdegno provato per quella gente frivola, inetta, malvagia, si era concentrato verso uno solo: il cavaliere di Sammartino, un siciliano spavaldo, provocatore, la cui splendida esistenza era un enimma per tutti. In verità, egli non era fra i più assidui attorno alla baronessa; ma in questa stessa specie di indifferenza metteva una malignità maggiore, con quell’aria di fastidio che egli prendeva in sua presenza, quasi gli fosse finalmente venuta a noia quella relazione e non la spezzasse per un sentimento di dovere increscioso, ma inevitabile. Fuori, egli era uno dei più accaniti denigratori della baronessa.
Andrea Ludovisi lo sapeva, e il suo disprezzo per quell’uomo non faceva che crescere. Malgrado lo evitasse come una disgrazia, una specie di fatalità volle che egli si trovasse presente il giorno che Sammartino, in pieno caffè, insultò atrocemente il nome della baronessa di Fastalia.
Si parlava delle prossime villeggiature, e si enumeravano le signore che sarebbero fra poco andate via; qualcuno annunziò la partenza della baronessa.
– Una di più, una di meno!… – disse il Sammartino, scuotendo la cenere del sigaro col mignolo, dove luccicava un grosso brillante. – A Napoli non ne mancano, delle donne della sua risma!
Bisogna dire che Andrea Ludovisi non conoscesse ancora la forza d’animo di cui disponeva, o che piuttosto l’amore lo avesse trasformato, se egli fu capace, lì per lì, di non aggrottare neanche le ciglia a quella sferzata. Ma il sangue gli bolliva nel cuore, le sue mani avevano contratto un tremito irrefrenabile, la sua mente si era smarrita, nè egli rientrò in uno stato di calma relativa se non prima, con un pretesto abilmente colto, ebbe il destro di provocare l’insultatore.
Recatosi dal duca di Majoli perchè lo assistesse, ne aveva avuto un rifiuto, amichevole, ma reciso.
– Io conosco il motivo per cui ti batti – gli aveva detto il duca. – Bada; tu sei sopra una falsa strada. Vuoi difendere qualcuna, che tu riuscirai invece a compromettere orribilmente….
Era troppo tardi. Il duello ebbe luogo egualmente; il cavaliere di Sammartino, tiratore di primo ordine, fu ferito leggerissimamente alla mano.
Il giorno dopo, malgrado tutte le precauzioni di Andrea Ludovisi, la vera causa del dissidio fu propalata per ogni dove. Col cuore sanguinante, senza far conoscere a nessuno la propria destinazione, senza tentar di rivedere la baronessa, a cui aveva solo fatto pervenire un biglietto con questa parola: Perdonatemi, egli lasciò Napoli, malgrado i gravi affari che ve lo trattenevano, per Firenze, dove un suo dramma aveva suscitato un grande entusiasmo.
Una settimana dopo, mentre sfogliava i giornali nella sala di lettura dell’Hôtel de la Grande Bretagne, in quel momento deserta, sentì schiudersi l’uscio. Era la baronessa Costanza di Fastalia.

III.

Egli aveva voluto tornare a Napoli, rivederla in quel quadro dove prima gli era apparsa, rifare a passo a passo – ora – il cammino percorso dal giorno che l’aveva conosciuta. Ella assecondava tutti i suoi capricci, non aveva più volontà propria; gli si era data tutta, anima e corpo, il giorno che aveva indovinato ciò che era passato nel cuore di quell’uomo, la religione che le aveva dedicata dal profondo dell’anima; il giorno che, dopo tanto accumularsi di tristezze, la passione di quell’uomo l’aveva fatta rinascere all’amore.
A Napoli, ella aveva completamente mutato il suo sistema di vita; con abili pretesti si era sbarazzata della folla che prima le stava attorno; evitava le visite, i teatri, ogni luogo di riunione. Suo zio di Marciano e il duca di Majoli erano le sole persone che ancora vedesse. Vecchio, un po’ sordo, vivente con lo spirito in un tempo che non era più il suo, il principe di Marciano non dava ai due amanti fastidio di sorta.
Quanto al duca, non una parola, non un accenno aveva dimostrato che egli conoscesse quel che era accaduto; non una contrazione aveva rivelata l’angoscia che gli stringeva il cuore…. Era dunque vero? Egli amava la baronessa? L’amava d’amore? La sua esperienza non lo aveva dunque avvertito che quell’amicizia avrebbe dovuto dar luogo ad un sentimento diverso?… No; egli non se ne accorgeva ora soltanto; non se ne accorgeva soltanto al dolore di cui la felicità di Andrea Ludovisi gli era cagione; da molto, da lungo tempo, scendendo nell’intimità della propria coscienza, egli aveva scoperto quel sentimento più dolce, più forte, più grande, che vi germinava nascostamente. Però, il predominio che egli aveva imparato ad esercitare su di sè stesso, la nitidezza di percezione che aveva acquistata nelle cose del cuore, a prezzo di sangue, lo avevano retto, impedendogli di spinger oltre l’avventura; di fare, con la propria, l’infelicità di quella donna.
Al punto in cui i dolori provati lo avevano ridotto, non rimaneva in lui che una sola, ma grande capacità sentimentale: la commiserazione pietosa per tutte le miserie umane. Ora, nella calma relativa in cui sapeva la baronessa, gli sarebbe parso un tradimento, un delitto, il tentar di turbarla; e perchè, se non per soffrire nuovamente egli stesso? V’erano troppe amarezze nella vita di quella donna che, presto o tardi, avrebbero avvelenata ogni possibile gioia; e la pena provata dal duca dinanzi alla trionfante passione di Andrea, in cui la baronessa aveva riposta l’ultima fede della sua vita, si risolveva più nella previsione dei nuovi tormenti che le si preparavano, che nella sua personale contrarietà.
Già quando Andrea Ludovisi si era rivolto a lui, nell’occasione del duello col cavaliere di Sammartino, egli non aveva potuto nascondere il proprio rammarico, vedendo le cose avviarsi per una china fatale. Ed aveva rifiutato di assistere l’amico, quasi pauroso di farsene complice. Dinanzi alla felicità degli amanti, più tardi, egli si domandava qual dritto finalmente avesse a costituirsene giudice; e dimenticava la propria pena nello spettacolo dell’altrui esultanza. Ma la ripresa delle ostilità, nel mondo, contro la baronessa, aveva ben presto fatto rinascere in lui i più tristi presentimenti sul prossimo avvenire dei due amanti; ed una volta, discutendo con Andrea, in un modo generale e teorico, sulla sincerità umana, gli aveva dette delle parole che suonavano come un’ammonizione.
– Sì, noi crediamo ogni giorno di esser sinceri; soltanto non vogliamo accorgerci che la credenza di oggi fa a pugni con quella di ieri…. Oggi, che tu credi di amare qualcuno, lo stimi; le sue stesse debolezze ti sembrano interessanti, te lo fanno più caro; lascia mutare per poco la tua disposizione di spirito, e ti parrà la cosa più naturale il rinfacciargliele come una colpa.
– Sta bene, quando la disposizione di spirito è capace di mutare. Ma vi sono dei sentimenti che non si possono spegnere se non a costo della stessa vita….
– Allora si soffre, e si fa soffrire. La saggezza consisterebbe appunto nel soffocarli a tempo.
Andrea Ludovisi guardò curiosamente il duca di Majoli. Aveva compresa l’allusione, e non supponendo che quel giudizio potesse essere disinteressato, sospettò un momento che glie ne volesse per la sua riuscita presso Costanza di Fastalia; che fosse, infine, un poco geloso…. Poi scacciò il suo sospetto, rimproverandosi di averlo concepito. La più grande dirittura si leggeva negli sguardi dell’amico; egli ne conosceva l’antica nobiltà dell’animo, ed aveva potuto apprezzare tutta la delicatezza, il rispetto, la stima, la protezione di cui aveva circondata la baronessa.
Perchè, intanto, il duca non voleva credere – era evidente – alla sincerità dell’amor suo? Perchè la stessa Costanza aveva talvolta l’aria di dubitarne?
– Come è possibile, – diceva ella, – che tu mi ami così?… Come sono indegna dell’amor tuo!…
– Tu, indegna?… – ed aveva dato in uno scoppio di risa. – Ah! ah!… Ma non vedi dunque che è incredibile per me quel che succede? Che non è vero, che non può esser vero che tu mi ami, poichè io non ho nulla per essere amato da te? Tu, indegna, tu?…
– Ah, se sapessi.,..
Ma, come ogni volta che ella accennava al proprio passato, Andrea Ludovisi le chiudeva la bocca con un bacio.
– Taci, taci!… Che cosa vorresti dirmi? di chi vorresti parlarmi?… Non esiste che una sola Costanza, la Costanza mia….
Nel salotto, sul tavolo di legno intarsiato e ornato di borchie metalliche, il ritratto della baronessa Costanza stava esposto, insieme con altri di famiglia, nel porta-ritratti di peluche rosso aperto a foggia di paravento. Egli le diceva:
– Guarda dunque: questa non sei tu, è un’altra donna, completamente diversa. Dov’è il sorriso che ora ti luce negli occhi?… È un’altra donna!… Io vorrei il tuo ritratto; ma come sei ora, ora che sei mia, comprendi?…
Avevano convenuto di incontrarsi da Montabone, come per caso; ma come Andrea Ludovisi andò a trovare la baronessa, dopo averle espresso quel desiderio, ella gli si fece incontro con un’aria festosa.
– Una sorpresa!
Costanza dischiuse il piccolo cofanetto di raso azzurro dalla chiave dorata, che stava sull’étagère.
– Ecco l’imagine ridente…. di quella che fui una volta!
Andrea guardava il ritratto, la figura quasi infantile di quella donna in veste bianca, circonfusa di veli; e alzando gli occhi verso di lei, chiese con un accento di incredulità:
– Questa?… Sei tu?…
– Ero…. quindici anni or sono! È il ritratto fatto durante il mio viaggio di nozze.
Con un sospiro, era andata a gettarsi sul divano semicircolare disposto in un angolo del salotto. Stette a lungo, pensosa, con la testa appoggiata sulla palma della destra. Poi, scuotendosi, visto che egli non veniva a raggiungerla, chiamò:
– Andrea!
Non ottenne risposta. Immobile, tutto nero sullo sfondo luminoso della finestra, egli guardava ancora il ritratto.
– Andrea!… – e, levatasi, gli si avvicinò. Mute, grosse, luccicanti, le lacrime gli sgorgavano dagli occhi spalancati, gli rigavano le guancie, cadevano una dopo l’altra sulle mani leggermente tremanti.
– Andrea!…. Andrea mio!… Guardami, che cosa è stato?… Ma guardami!
Più grosse, più spesse, le lacrime continuavano a sgorgargli dalle palpebre gonfie. Ora, dei singhiozzi gli salivano alla gola, lo scuotevano tutto, gli scomponevano il viso.
– Lasciami…. lasciami….
– Ma perchè, Signore Iddio, perchè?
Ella lo aveva trascinato verso il divano, dove era caduta di peso, quasi piangente anche lei. Allora egli le si era messo in ginocchio dinanzi, asciugandosi gli occhi con la sua veste, un lembo della quale portava di tratto in tratto alle labbra.
– Perdonami!… Ti ho fatto male?… Ma il vedere quel ritratto…. l’imagine della Costanza di un altro…. Ora è finito, guarda; è proprio finito.
– Allora, dammi quel ritratto.
– Ah, no!
Egli lo aveva portato con sè, lo aveva nascosto gelosamente, e un irresistibile impulso lo persuadeva a rivederlo. Dinanzi a quella figura, la crisi di pianto si rinnovava, ogni volta. Una tenerezza amara lo vinceva al pensiero di quella sposa, di quella vergine che entrava appena nella vita, lieta, confidente, e che un tenebroso avvenire insidiava. Quali sogni dorati avevano spiegato le loro seduzioni dietro quella fronte purissima? Quali gioconde visioni si erano svolte dinanzi a quegli occhi ridenti?… Ahi! uno spettacolo di miserie, di tristezze, di dolori, si era presentato in cambio dei lieti sogni; e come lungamente, come amaramente quegli occhi fatti per rispecchiare il sorriso dei cieli avevano pianto!… E non poter nulla contro tutto ciò; non poter nulla lui che avrebbe dato la vita per vederla sorridere!… Se fosse stato possibile tornare indietro cogli anni, rivedere vivente quella figura che cominciava a sbiadirsi; amarla e farsene amare, dedicarle tutto sè stesso!… Ahimè, ciò che era stato, era stato fatalmente, irremediabilmente. Qualcuno, un altro, aveva colto il candido fiore di quell’anima, lo aveva profanato, lo aveva calpestato….
E poi?

IV.

Qualche volta egli lasciava pesantemente cadere la testa, stringendosi la fronte tra le mani. La baronessa tentava di leggergli negli occhi il segreto di quelle angoscie improvvise; ma egli si ostinava a tener giù il capo ripiegato sul petto.
– Ma guardami, Andrea!…
Egli rispondeva sordamente:
– No!
– Dimmi almeno, per pietà! che cosa ti passa per la fantasia!…
– Non posso!… Non voglio!…
– O cattivo, perchè? perchè offuscare la nostra felicità? Se sapessi come non oso muovermi per timore che essa mi sfugga! Come ho paura di ripiombare in quel mare d’infinite amarezze….
A quelle parole, egli si era sollevato subitamente, l’aveva stretta con impeto fra le braccia, esclamando:
– Non lo dire!… Non lo dire un’altra volta!… Sono un pazzo, un miserabile; ma ti amo, ti amo, ti amo….
– Oh, sì; ti credo!
– No, no!… Le parole sono vuote, sono un suono effimero, non dicono nulla. Che cosa bisogna fare, Costanza, per provarti l’amor mio?
– Ma nulla, bambino! Amarmi ancora, amarmi sempre!
Bambino, egli lo era ridiventato. Le più strane, le più rischiose fanciullaggini erano state da lui poste ad effetto. Fermo dinanzi alla sua carrozza, egli le strappava un lembo della guarnizione di merletto; sotto la piccola cupola dell’ombrellino rosso, a Capodimonte, col rischio di esser veduto, le aveva rubato un bacio di una dolcezza infinita. Egli avrebbe fatte delle vere pazzie per sentirsi dire bambino da lei, per cogliere nel suo sguardo l’espressione di amoroso rimprovero e di segreta compiacenza che ella metteva nel pronunziare quella parola.
Ma un’altra volta che, nel santuario di Villa Valdonica, egli era stato ripreso da una di quelle repentine tristezze, mentre la baronessa aveva già cominciato a rimproverarlo dolcemente, alzò ad un tratto la testa, prendendo tutt’e due le mani di lei.
– Costanza, io vorrei domandarti soltanto una cosa. Sei stata mai amata così?
– Che domanda!… Perchè?
– Non importa, rispondi: sei stata amata così?…
Ella stette un istante silenziosa, cogli sguardi perduti in non so quale visione. Poi, abbassando lentamente le palpebre, con voce fievolissima, rispose:
– Una volta…. fui molto amata….
– Ah!
– Andrea! Perchè non mi guardi?… Che cosa ti ho detto?… Ti ho fatto male? Oh, non sei stato tu che l’hai voluto?… Andrea, io non ti conoscevo, allora!… Ne è passato del tempo!… Io sono vecchia; il torto è tuo, di esserti innamorato di una vecchia!… Ma ridi, parla, guardami una buona volta, in nome di Dio!…
Egli restò a guardarla a lungo, muto, immobile. La baronessa non poteva sostenere la fissazione di quello sguardo. Due volte, tre volte, ella aveva fatto battere le palpebre sugli occhi stanchi, ma tutte le potenze dell’uomo parevano concentrate nella facoltà visiva. Poi, lentamente, egli avvicinò le labbra alla fronte di lei, vi depose un bacio lievissimo; e, chiudendole la bocca con la mano per impedire che ella nulla dicesse, uscì.
Quella bocca era stata baciata! Quella fronte era stata baciata! Quelle mani erano state baciate! Quegli occhi avevano visto altri uomini in ginocchio dinanzi a quelle forme adorate! Dietro quella fronte, dei ricordi d’amore – di altri amori! – si svolgevano nell’istante preciso ch’egli metteva tutta l’anima nel parlarle dell’amore di lui! Quelle orecchie avevano sentite altre parole d’amore! Quelle labbra ne avevano pronunziate delle altre!… Ah! non era vero ch’ella fosse nata soltanto il giorno che era stata sua! Il passato esisteva, e fatale, irreparabile! Ah! ella aveva bene indovinato, prevedendo ch’egli sarebbe stato geloso del suo passato! Geloso egli lo era, e tanto più tormentosamente, quanto più inafferrabile era l’oggetto della sua gelosia. Disputarla ad un rivale presente, dare tutto il proprio sangue per conquistarla: che cosa sarebbe mai stato di fronte alla tortura del saperla stata già di altri, di non poterle cancellare dalla memoria il ricordo di altri? Egli non era più solo nel suo pensiero! Chi erano, quanti erano questi altri? Impossibile ancora saperlo; più presto egli si sarebbe fatta strappare la lingua, che chiederlo a qualcuno, che chiederlo a lei. Come infliggere alla donna idolatrata il tormento di rievocare una storia di pianto? Come sopportarne lui stesso il racconto? E perchè?…
Noti od ignoti, i fantasmi inafferrabili di quegli uomini vagavano ancora intorno a lei; per le stanze, nel santuario suo, egli sentiva che la chiamavano: Costanza – come lui! che le parlavano di tu, come lui! Egli li vedeva, in attitudini familiari, avvicinarsi a lei! abbracciarla! baciarla!… Egli aveva paura di sedere dove quegli altri si erano seduti, di muoversi come gli altri si erano mossi, di parlare come avevano parlato. Con la sua sola presenza, egli contribuiva a ridestare più chiari, più netti, i ricordi di lei! E tra i ricordi del passato e le impressioni del presente un paragone doveva necessariamente determinarsi! L’amor suo infinito veniva dunque misurato, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni bacio!…
Dal posto dove se ne stava abbandonata, la baronessa lo attirava a sè; ma tutte le volte uno sforzo formidabile su sè stesso poteva soltanto deciderlo ad avvicinarsi a lei. Quando egli le si avvicinava, i fantasmi si frapponevano, glie la disputavano, lo afferravano con la loro gelida mano, facevano morire il suo bacio, scioglievano le sue braccia allacciate intorno alla vita di lei. E come più cresceva lo strazio dell’uomo dinanzi alla propria impotenza contro quella persecuzione, più lamentosa si faceva la voce della donna:
– Andrea, tu non mi ami più!

V.

– Non ti amo, sì, è vero! Non ti amo, perchè tu non mi hai mai amato! Non ti amo, perchè le parole che tu mi hai dette sono una fredda ripetizione di quelle che hai dette ad altri….
Abbandonata sul divano, con la faccia nascosta fra i cuscini, la baronessa reprimeva un’esclamazione di dolore straziante.
– È orribile!… È orribile!…
Era orribile! L’idea fissa aveva finalmente compita la propria opera devastatrice. Se quel passato e quel presente fossero tutt’uno per lei? Se avesse avuto ragione la gente che la giudicava una donna leggiera, capace soltanto di fugaci capricci, passante dalle braccia dell’uno a quelle dell’altro con la stessa facilità con cui si stringe la mano? Se ella doveva dimenticarlo, come aveva dimenticato quegli altri? Se avesse avuto ragione quell’odioso cavaliere di Sammartino, che ora si dava l’aria di aver rotto con lei?…
– No, non ti amo, perchè tu sei incapace di amore! No, non ti amo, perchè io non voglio il rifiuto – e la voce di Andrea aveva preso un accento di profondo disprezzo – perchè io non voglio il rifiuto degli altri!
– Ah!
Ella gridava dallo spasimo, si torceva le braccia, si mordeva le dita. Accanto alla finestra, gualcendo le tendine con mano nervosa, egli stette un istante a guardarla.
Repentinamente, le fu vicino, gridando;
– Basta!… basta!… Sono un pazzo!… Non mi dare ascolto!… Non si ascoltano i pazzi!…
– No, che non basta!… Scostati!… Tu devi ora ascoltarmi!… Tu devi sapere tutta la mia vita! Tu non devi…. tu non hai il diritto di spezzarmi il cuore!….
E scoppiò in singhiozzi, disperatamente.
– Costanza, non piangere! Per pietà, non piangere, se non vuoi veder piangere me! Ti ho detto delle cose cattive? Ma è perchè ti amo, non lo vedi? perchè ti amo oggi più di ieri, perchè ti amerò domani più di oggi!… Andiamo, Costanza, basta!… La tua vita, io non voglio, non posso saperla. Che cosa mi apprenderesti? Che hai sofferto? Ma le tue sofferenze bisogna invece dimenticarle; io ci sono per questo!…
– Ah, che male!… che male mi hai fatto!… – e le sue parole erano rotte dai singhiozzi che ancora la scuotevano tutta.
– Perdono! perdono! Io ti credo, io ho fiducia in te! Non si mentisce, con quegli sguardi! Se tu non mi amassi, sarebbe stato impossibile che tu avessi fatto quello che hai fatto per me!…
– È vero? è vero?
– Sì, è vero! Povero amore, prima che t’incontrassi, quali diritti avevo io su di te? Come sono sciocco…. Tu dici che sei vecchia? Ma io sono, veramente, un bambino!
Come un raggio di sole dopo la tempesta, un sorriso splendeva negli occhi della baronessa, ancora tutti umidi di lacrime.
Che mano disgraziata egli aveva! Avrebbe voluto riscattare a prezzo di sangue le lacrime un tempo da lei versate, e invece glie ne faceva spargere di nuove! A qualunque costo, bisognava farle dimenticare le amare, le tristi parole.
Perchè dunque quell’accanimento di tutti contro la disgraziata creatura? Per quel passato!… Se l’idea pertinace di quel passato funesto aveva, a poco a poco, scossa la fiducia di lui, come non sarebbe accaduto altrettanto, e peggio, tra la folla degli indifferenti! Ancora, sempre, lo spettro di quel passato gli amareggiava la vita!..
Ora, egli faceva di tutto perchè nessuno di quegli angosciosi pensieri trapelasse dalle proprie parole. Raddoppiava d’affetto, circondava la baronessa di ogni cura e di ogni premura, pareva tornato alla serena felicità dei primi giorni. Ed i suoi sforzi erano compensati dalle mille prove d’amore che ella gli dava tuttodì. Non vi era un’ora della sua vita di cui ella non gli giustificasse l’impiego, e tutta la sua vita era impiegata per lui. Lavorare attorno a dei regalucci che gli erano destinati, studiare la musica che gli piaceva, vestirsi degli abiti che preferiva, passare per i luoghi dove erano stati insieme, ricordargli tutte le date salienti del loro romanzo, scrivergli e leggere e rileggere le lettere di lui: ella non sapeva far altro.

VI.

Un giorno, come egli entrava a Villa Valdonica e cercava di vedere se ella fosse sotto gli eucaliptus, dove soleva aspettarlo, se la vide a un tratto dinanzi. In un leggerissimo abito chiaro guarnito di nastri azzurri e dalle maniche aperte che lasciavano vedere le belle braccia nude, ella aveva un’aria tutta gioconda.
– Vedi questa? È la chiave del mio archivio che oggi ho messo finalmente in ordine. Vieni con me….
Tutto il piccolo armadio della stanza da letto era stato dedicato a lui; le sue lettere erano riunite in piccoli fasci annodati con nastri rosei, i suoi fiori erano racchiusi in un sacchetto di raso bianco, e i libri, i giornali, la carta con le loro cifre intrecciate, gli altri minuti oggetti che egli le aveva regalati erano tutti disposti in bell’ordine nelle cassette odorose.
Chino dinanzi il piccolo mobile, egli le baciava la mano, sul dorso, sulla palma, lungamente, mormorando dolci parole per esprimerle la gratitudine di cui era pieno.
– Guarda quante lettere, in due mesi appena! – disse ella prendendo uno dei fasci. – Addirittura un epistolario!
Andrea lasciò cadere quella mano che aveva tenuta fra le sue. Come una nebbia di tristezza gli aveva velato la fronte.
– Set già pentito di avermele scritte?
Egli tentava d’allontanar l’improvvisa visione, ma essa persisteva: tutte le altre lettere che ella aveva ricevute, che aveva disposte con identica cura, che aveva mostrate, com’ora….
– Andrea!…
Con voce bassa, le chiese:
– Quante altre ne conservi?
Ella fece con le labbra un piccolo movimento di disdegno.
– Non ne conservo più nessuna. Oggi stesso le ho tutte sepolte, dentro una vecchia valigia, in fondo a un sotto-scala.
– Perchè non le hai bruciate?
– Perchè sono molte, e se ne sarebbe accorta la gente di casa.
Ad un tratto, come un fanciullo che, dopo una finta indifferenza, manifesta il proprio capriccio, egli le disse rapidamente:
– Me le fai leggere?
– Oh, no!
E ad una ad una, risolutamente, richiuse le cassette dell’armadio.
Egli fece un giro per la stanza, andò a guardare prima le acqueforti disposte nell’angolo accanto alla finestra, poi la grande ceramica istoriata dell’angolo opposto, rimosse il canestrino di raso sostenuto dal tripode di bambù, e le si fece nuovamente vicino.
– Perchè non mi vuoi far leggere quelle lettere?
– Perchè te ne pentiresti, tu stesso, per il primo….
– Se te ne pregassi?
– Andrea!… Ricordati dunque quello che hai sofferto quando ho risposto soltanto ad una tua domanda!… La mia vita, te l’ho detto, tu hai il diritto di conoscerla, vuoi?… Ma quelle lettere….
– Voglio leggerle…. qualcuna almeno….
La baronessa si passò una mano sulla fronte.
– Senti, io potrei dirti che vi è una mancanza di fiducia in quello che tu pretendi; una mancanza di fiducia molto dolorosa per me. Potrei dirti ancora che il segreto di quelle lettere non mi appartiene per intero…. Ma non importa: io ti dico, io ti ripeto soltanto che è per risparmiarti un dolore, per risparmiarne un altro a me, che io mi oppongo al tuo desiderio.
– Ed io ti dico, – rispose freddamente Andrea, incrociando una gamba sull’altra e guardando la punta delle sue scarpe – ed io ti dico che tu ti opponi al mio desiderio, perchè c’è qualcuno che ti scrive ancora.
– Oh!
La baronessa ebbe un istante di esitazione. Poi, risolutamente, si avvicinò ad Andrea.
– Andrea!… Perchè mi dici delle cose tanto cattive? Che cosa ho fatto perchè tu dubiti ancora di me? Guardami in viso: sono capace di mentirti, di nasconderti qualche cosa?…
Guardandola fissamente, gli occhi gli si inumidirono.
– No, no…. ti credo!… Ma se sapessi di che tristezza mi si gonfia il cuore, quando io penso al tuo passato! Come vorrei cancellarlo! Come avrei voluto conoscerti quindici anni più presto, quando tu non eri ancora entrata nella vita! Come avrei saputo farla lieta e felice a quella vergine adorata! Come tutto avrebbe dovuto sorriderti attorno!…
Egli reclinava la testa sul seno di lei, aspirandone avidamente il profumo.
– Lo so, lo so, come mi avresti amata! Come ora, bambino! E il passato non è sepolto, scordato per sempre?
– Per sempre?
– Ne dubiti ancora?
– Giuralo….
La baronessa si rizzò in piedi, guardandolo fisso.
– Te lo giuro!…
Anch’egli s’era levato, facendosele vicino, vicino da sfiorarle la fronte con la sua, scottante e imperlata di sudore.
– Giuralo per la memoria dei tuoi morti!
– Andrea!… Lo giuro!
Egli portò le mani alla faccia, quasi per soffocare le proprie parole:
– Ebbene, no! non ti credo!…
Un’espressione di grande serietà si dipinse in volto alla baronessa. Pallida, muta, ella uscì dalla stanza.
Andrea non fece un passo per trattenerla. Si sentiva soffocare. Quelle parole gli avevano bruciato la gola. Non sapeva ancora come aveva fatto a pronunziarle. Cento volte aveva tentato, ma non gli era ancora riuscito. Il pensiero di addolorare, di offendere anche con dubbii atroci la donna amata gli era stato insostenibile. Come dire a colei che gli confessava in tutti i momenti il proprio amore: Tu pensi ad altri? Egli intuiva che non era vero; che, se vera, sarebbe stata una cosa mostruosa, da spegnere, non che l’amore, la stima; ma di quella cosa mostruosa egli era arrivato ad ammettere la possibilità. Il passato di quella donna era una macchia, e quella macchia si allargava, si diffondeva, la ricopriva tutta. Fatalmente, il dubbio, il dubbio atroce, insinuante, rinascente non sì tosto scacciato, gli era penetrato nell’anima, non gli dava più quiete…. Ella diceva di amarlo; quali prove, infine, glie ne aveva dato? Era venuta a cercarlo quando egli era fuggito…. Per qualcun altro ella aveva disciolta una famiglia, abbandonata una posizione, sfidata una intera società!…
Ella aveva avuto degli altri amanti, prima di lui, quando ancora non lo conosceva: che cosa importa? Come credere alla sincerità delle parole che gli diceva, se parole simili, se forse quelle stesse parole erano state dette ad altri? Come aver fede nella sincerità attuale di quella donna, se ella aveva giudicato di essere stata amata, una volta, come ora, più di ora?… Egli l’amava ciecamente, con tutte le forze d’un’anima rimasta giovane malgrado l’avanzarsi degli anni, aveva sofferto per lei fino al pianto, fino alla pazzia, dei suoi dolori e delle sue gioie le aveva dato le prove più eloquenti, e quando egli le aveva chiesto se era stata mai amata così, gli aveva risposto: Sì…. Una volta! Una volta! Come se non fosse già stato troppo! Ancora, sempre, malgrado tutti i suoi sforzi, lo spettro del passato gli sorgeva dinanzi, minaccioso, inevitabile. Come lottare contro l’invisibile potenza di un ricordo, se tutto quello che egli aveva fatto per lei non era bastato a vincerlo, ad eclissarlo? Quali altre prove di amore doveva egli darle per dimostrarle che si era ingannata, che mai era stata amata così?… Una volta!… E le altre? Le altre volte, dunque, non era stata amata; lo riconosceva implicitamente lei stessa! E la figura del cavaliere di Sammartino appariva ad un tratto, tanto più odiata quanto meno inverisimile diventava la sua presuntuosa vanteria…. Ed era dunque possibile? Ella sarebbe discesa fino a quell’essere abietto? Ed egli avrebbe amata una donna che era stata del Sammartino?… No, no; non era possibile, era un’aberrazione dello spirito ammalato, era un incubo prodotto dalla impotente gelosia di quel passato incancellabile. Dov’era, dov’era Costanza, la sua Costanza, perchè ella dissipasse con una sola parola l’infame sospetto?…
Allora, le parole del duca di Majoli gli tornavano alla memoria, come un rimprovero, come un’accusa. «Crediamo sempre d’esser sinceri, ma la sincerità di oggi fa a pugni con quella di ieri.» Colui aveva dunque ragione? Perchè gli aveva dette quelle parole? Era anch’egli stato un amante della baronessa?… Ah! delirava, impazziva!…
Sì, il duca aveva ragione; egli aveva creduto di esser sincero quando pensava che il passato di Costanza non esisteva per lui; che glie la rendeva, se mai, più cara – sì, le stesse parole di colui – ed era sincero anche in quel momento che le rinfacciava il suo passato come una colpa!… Come dunque accadeva, e perchè?… Perchè il suo amor proprio non ammetteva che un altro avesse potuto amarla più di lui, che ella avesse fatto per un altro più di quello che aveva fatto per lui!… Era dunque un egoista; nient’altro che un egoista sofisticatore?… No; era che egli non la sentiva più sua, più tutta sua; che qualcuno aveva ancora un posto nella memoria se non nel cuore di lei; che i fatti dai quali era stata ridotta nella condizione in cui l’aveva trovata erano di quelli che lasciano indelebili traccie. Era finita, l’amore non era più possibile; quella donna era indegna d’un amore come il suo; a momenti avrebbe voluto metterla alla tortura per farle confessare che Sammartino era stato il suo amante, per avere il diritto di disprezzarla, per abbandonarla a colui….
– No! No!… Costanza mia!…
La baronessa riappariva in quel momento. Malgrado il suo braccio destro fosse irrigidito per lo sforzo di sostenere una vecchia valigia polverosa, ella entrò nella stanza con passo affrettato, con una risolutezza in tutti i suoi movimenti. Gettò la valigia per terra, s’inginocchiò per aprirla con una piccola chiave che teneva già in mano, e rialzandosi:
– Ecco le lettere, – disse ad Andrea, freddamente. – Fatene quel che volete.
D’un movimento istintivo egli si era gettato sulla valigia come sopra una preda. Erano dunque lì le prove materiali di quel passato che egli aveva cominciato per non curare, e che, suo malgrado, gli si era imposto inesorabilmente, fino a farlo dubitare di quell’amore che aveva formato il suo più grande orgoglio! Più tangibile, più reale, più fatale ora esso gli appariva, dinanzi a quei documenti irrefutabili, dinanzi a quelle indelebili traccie che si era lasciato dietro…. E quando pure egli avesse stracciato ad una ad una quelle lettere, quando pure le avesse bruciate, quando pure ne avesse disperso al vento le ceneri, avrebbe egli abolito quel passato funesto? Quand’anche egli avesse strappato con le proprie mani il cuore della donna, quand’anche egli si fosse strappato il suo proprio cuore, lo avrebbe abolito ancora? Nulla poteva egli, nulla poteva nessuno contro quella fatalità. Chi, chi mai ne era stato la causa?… Ah! avere fra le mani uno di quegli uomini, avventarglisi alla gola, strozzarlo: ecco solo quello che avrebbe potuto ridargli la pace!
Cogli occhi accesi, febbrilmente, Andrea si era messo a disfare i pacchi, di cui la valigia era piena. Le lettere ricascavano da tutte le parti, si sparpagliavano, si confondevano; ma Andrea Ludovisi non pensava a leggerne nessuna. Preso da una specie di furore, di smania distruttrice, egli si accaniva contro quei pacchi, non riusciva a sciogliere i nodi dei lacci, li spezzava con le mani, coi denti, non avvertendo neanche il dolore che quegli sforzi gli cagionavano. Come li ebbe tutti disfatti, sostò un momento, alzando gli occhi.
Con la persona curvata, il collo teso come in attesa di un colpo mortale, gli occhi stranamente spalancati e fissi, le braccia protese indietro, le mani strettamente intrecciate, la baronessa aveva una tale espressione di angoscia e di smarrimento, che Andrea Ludovisi si rialzò di scatto. Il suo primo pensiero fu che ella era impazzita.
– Costanza! Costanza!
E fece per avvicinarsi.
Ella gridò, indietreggiando:
– Non mi toccare! – E mostrando le lettere, con un gesto imperioso: – Leggile!
– Non voglio!… Non ne ho bisogno….
Prima ancora che ella avesse potuto pensare a sfuggirgli egli l’aveva presa per lo braccia. Con una forza di cui non sarebbe stata mai creduta capace, la baronessa si sciolse da quella stretta, fuggendo per la camera. Egli la raggiunse.
Allora cominciò una lotta feroce, tra la donna che tentava di liberarsi e l’uomo che stringeva le bellissime forme scosse da lunghi fremiti, in preda a contorcimenti serpentini. Col viso di porpora, le nari aperte, gli occhi sfavillanti, la baronessa era bella d’una fiera e selvaggia bellezza. Al colmo dell’indignazione, ella balbettava confuse parole.
– Ah, no!… ah, no!… è un’infamia!… le lettere!… le lettere!…
Caddero, l’una sull’altro, sopra il divano; e traendo profitto della sua momentanea superiorità, ella abbassò un braccio per prendere una delle lettere sparpagliate per terra.
– Leggile!… è un’infamia!… leggile!
– Costanza, soffoco!… Non voglio, ti credo…. perdono! – E con la mano rimasta libera, le strappò la lettera.
Una seconda volta ella si curvò, per prenderne un’altra.
– È un’infamia!… Leggile!…
Come ella gli mise sotto gli occhi la busta, Andrea Ludovisi lesse: Alla baronessa Costanza di Fastalia, sue adorabili mani. Era il carattere del cavaliere di Sammartino.
In quello stesso momento s’intese il cigolio dell’uscio dell’anticamera, e il cameriere entrò annunziando:
– Il signor principe di Marciano.

VII.

Il duca di Majoli e il Giussi, incontratisi alla Villa Nazionale, salivano la scaletta augusta della sezione napoletana del Reale Yacht Club italiano – una vera scala di bastimento – e si fermavano ogni due gradini.
– Dunque, è proprio inevitabile? – chiedeva ancora il Giussi.
– Pur troppo!
– Ma questa è già la seconda questione fra loro!
– Sammartino aveva giurato di vendicare la prima ferita.
– Una scalfittura!
– Non importa, per uno spadaccino come lui, un po’ guappo, anzi mafioso, come dicono in Sicilia.
– Ludovisi è forte?
– Debolissimo. Ma non lo può soffrire; l’antipatia è una forza.
– E questa antipatia?
– Chi sa!
– Cherchez la femme!
Con una scossa del capo, il duca aveva troncate le indiscrete interrogazioni del suo compagno. Era proprio la donna che bisognava cercare! egli non lo sapeva che troppo, e le sue tristi previsioni si avveravano tutte!…
Aspettando i padrini dell’avversario, in quella piccola sala deserta, mentre veniva dall’aperto il ronzio della folla che passeggiava per i viali della Villa e i mille diversi rumori del Caffè di Napoli, il duca sentiva un’agitazione interiore crescere in lui di momento in momento. Perchè aveva accettato di rappresentare Andrea Ludovisi in quella partita d’onore? Perchè non aveva trovata la forza di rifiutarsi, come si era rifiutato una prima volta? Perchè si era lasciato vincere dal pianto dell’amico?… Ah! le lacrime, i palpiti, i singhiozzi: egli non conosceva che questi!… E rivedeva la disfatta figura di Andrea, quando, non più sorretto dall’eccitazione che lo aveva spinto a sfidare ad un tratto le sorde provocazioni del Sammartino, gli aveva confessato tutta la propria miseria, il contrasto dell’amore, della gelosia, della disistima; l’impossibilità di durare in quella tortura di tutti gl’istanti…. E risentiva le parole con le quali gli aveva dato ragione: «Sì, sì; non bisognava amarla, bisognava soffocare quel sentimento fino dal nascere; ma non aveva potuto! non poteva! ed era un miserabile, e voleva farsi ammazzare da un altro miserabile suo pari!…»
Allora il duca imaginava i due uomini, armati, scagliarsi l’uno contro l’altro; vedeva il sangue scorrere, e un tremito nervoso gli passava per tutto il corpo. Il sangue ed il pianto!… L’eterna vicenda ricominciava ancora una volta; e quale fatalità condannava gli uomini a scontare in tal modo l’incerto, il fugace piacere? Perchè la fantasticata asportazione del cuore, l’abolimento di ogni sensibilità non doveva esser dunque possibile?… Ah! tutto quel che si poteva di più, era il soffrir da soli, in secreto! il soffrire come egli stesso, in quel momento, al pensiero della catastrofe che aspettava la disgraziata, soffriva….
Un’esclamazione del Giussi lo richiamò ad un tratto alla coscienza del presente.
– Ecco quei signori.
Erano il barone De Falco e il giornalista Andritti. Scambiati i saluti, i quattro rappresentanti presero posto intorno a un tavolo, su cui la lampada gettava una viva luce.
Il duca di Majoli prese la parola, seccamente.
– Sarebbe inutile ricordare il motivo che ci riunisce stasera. L’offesa fatta dal signor Sammartino….
Il barone De Falco interruppe:
– Se il signor duca permette….
– Ella vuol dire che l’offeso è il suo primo? Reclama per lui la scelta delle armi?
– Perfettamente!
– Noi abbiamo mandato di accettare qualunque condizione.
Un nuovo silenzio. E, a un tratto, echeggiarono i primi accordi della marcia del Faust.
– Alla spada e a discrezione del ferito, – disse il barone De Falco.
– Sta bene. Ciascuno porterà le proprie armi; si tirerà a sorte.
– Hanno in vista un locale?
– A Villa Bisani, a Portici…. se loro accomoda.
– A meraviglia. Allora, per domani?
– Senza dubbio.
– Alle sei del mattino?
– Alle sei.
Come ebbero preso congedo dai rappresentanti avversarii, il duca di Majoli e Vittorio Giussi scesero al caffè, in quell’ora popolatissimo. Si guardarono attorno, a lungo, attentamente; Andrea Ludovisi non c’era.
– Cerchiamo dalla parte della musica, – disse il Giussi.
Dopo pochi passi, sotto la viva riverberazione dei fanali elettrici, esclamò:
– Eccolo lì.
Fermo accanto alla victoria, col bastone dal manico d’argento sotto l’ascella, infilando lentamente un guanto, Andrea Ludovisi conversava con la baronessa di Fastalia, che si sporgeva verso di lui con dei movimenti d’una eleganza lenta e squisita.
Vittorio Giussi si avanzò, col cappello in mano.
– Se la signora baronessa permette, il duca avrebbe da dirti qualcosa di urgente.
– Facciano pure, facciano…. E quella risposta, Ludovisi, quando me la date?
– A momenti, signora baronessa, se ella non va via….
E come i due amici si avanzavano, il duca di Majoli li raggiunse.
– È tutto fatto. Domani, alle 6, tienti pronto.
– La spada?
– La spada.
Andrea Ludovisi trasse un sospiro di sollievo.
– Grazie! Mi volete ora aspettare cinque minuti?
E andò a raggiungere la carrozza della baronessa.
– Che cosa è stato?
– Una buona notizia. I miei debitori si mettono in regola, riavrò tutto il mio; nulla mi trattiene più a Napoli. Costanza, Costanza, sono libero! Andremo via, lontano, nei paesi più belli, od anche nei brutti; che cosa importerà per noi!…
– Non è vero?
In quel momento la musica incominciava il Wiener blut; i suoni giocondi volavano per l’aria, mettevano un tripudio tutt’intorno. Cogli occhi socchiusi, assorta in un sogno di felicità, la baronessa faceva oscillare lievemente la testa, in cadenza col ritmo della danza.
Egli mormorò a bassa voce:
– Costanza, ti amo!
La baronessa portò le mani al cuore.
– È possibile? Mi par di sognare! dopo la tempesta di ieri!…
– Perchè ricordarla?
– A proposito: e quella risposta? Che cosa bisogna fare delle lettere rimaste sotto il divano?
– Bruciarle!… A domani, dunque…. – E scostandosi d’un passo, col cappello abbassato, a voce più forte; – Signora baronessa, faccia una buona passeggiata!
Lentamente, la carrozza si allontanò. Il duca di Majoli e il Giussi si avvicinarono. Andrea Ludovisi si mise in mezzo agli amici, e terminando di abbottonare il suo guanto:
– Ora – disse – andiamo a vedere le armi.

VIII.

Benchè fossero appena le undici, la baronessa di Fastalia, passeggiando dalla stanza da letto al salottino, andava a guardare ogni momento l’orologio. Prima del tocco, Andrea Ludovisi non sarebbe certamente venuto, e come erano lunghe, come erano eterne quelle ore d’attesa! Ella presentiva che da quel colloquio sarebbe dipesa la sua felicità avvenire. La sera innanzi Andrea le si era mostrato così affettuoso, così confidente, così lieto, da far supporre che ogni traccia della passata tempesta fosse oramai cancellata. Pure la baronessa non si sentiva ancora perfettamente sicura. Ferma dinanzi all’uscio fin dove ella lo aveva accompagnato, quando, all’arrivo di suo zio, dopo aver nascosto precipitosamente le lettere e la valigia, egli si era congedato, Costanza di Fastalia sentiva ancora sulle mani le labbra di Andrea che baciavano e mormoravano insieme parole di perdono e di amore…. Ora, ella si pentiva della durezza di cui aveva dato prova. Non conosceva dunque abbastanza di quale natura impressionabile, di quale anima vibrante ad ogni alito più lieve, Andrea Ludovisi fosse dotato? Non sapeva ella ancora che quei subitanei ed irrefrenabili trasporti erano la prova più evidente della passione che ella aveva acceso nel petto di quell’uomo? Non vi era, in quella gelosia del passato, in quel bisogno di possedere, di aver posseduto sempre e solo il cuore di lei, un sentimento di tenerezza triste e di amore prepotente che avrebbe dovuto colmarla di gioia orgogliosa?… Sì, sì; ella non era stata mai amata a quel modo; ella non aveva mai incontrata un’anima così amante; ella avrebbe dovuto accorgersene prima, molto prima, dirlo prima ancora che ne fosse stata richiesta!… Ma quello che non aveva fatto, non era forse ancora in suo potere?… Deludendo l’impazienza dell’attesa lunghissima, la baronessa pensava in qual modo avrebbe confessato ad Andrea il proprio inganno, con quali parole dolci come carezze gli avrebbe confessato che mai ella era stata amata come da lui, che nessuna donna avrebbe potuto mai sognare un amore più forte, più vivo, più caldo…. E quelle lettere rimaste in fondo al divano, non bisognava dunque bruciarle, dinanzi a lui, fino all’ultima, perchè se ne disperdesse anche la memoria? Che cosa ne avrebbe ella fatto? Non le ricordavano esse una storia di dolori? Un’amara voluttà aveva ben potuto essere da lei cercata, un tempo, nel rievocare quei tristi ricordi, nel contare tutte le menzogne che le erano state dette, nel misurare la malvagità di quanti l’avevano perseguitata con l’espressione di speranze che erano altrettanti insulti; ma ora, ora che ella si sentiva rinascere, ora che un avvenire di insperata felicità le si schiudeva dinanzi, che cosa avrebbe fatto di quei documenti d’un passato aborrito?… Però, quel passato bisognava assolutamente che Andrea lo conoscesse. Ella aveva compreso e rispettato da principio i motivi di delicatezza che lo avevano fatto opporre a tutti i suoi tentativi di confessione; ma ora che ella aveva avuto una dimostrazione dolorosamente eloquente delle lotte che si combattevano nel cuore di Andrea, il tacere più a lungo sarebbe stata una colpa. Se egli si opponeva ancora?… Ella gli avrebbe scritto! Come un lampo, questa idea le aveva illuminato lo spirito. Perchè non le era venuta più presto? Così bisognava fare; se più tardi, se fra un’ora egli non le avrebbe permesso di parlare, bisognava scrivergli tutto. E, avvampando d’impazienza, insofferente di ogni indugio, ella andò a uno stipetto, tolse da una cassetta alcuni fogli della loro carta, e passando allo scrittoio, vi prese posto.
Si era appena seduta che il campanello elettrico squillò.
– Andrea!
Come non aveva previsto che quel giorno egli sarebbe venuto più presto? Come era stata sciocca di non correre più presto in giardino, per aspettarlo sotto gli eucaliptus? Rapidamente, ella passò nell’anticamera. Il cameriere si avanzava in quel momento.
– Il signor duca di Majoli….
– Avete detto?…
– Il signor duca di Majoli insiste per essere ricevuto un istante dalla signora baronessa.
– Fate dunque entrare….
Non era lui!… Che cosa avrebbe potuto volere, a quell’ora, il duca di Majoli?… Quantunque fosse una delle pochissime persone che ella vedeva meno malvolentieri dacchè amava Andrea Ludovisi, pure in quel momento quella visita la contrariava; Andrea poteva apparire da un momento all’altro….
– Signora baronessa… mi voglia perdonare….
Il duca era molto pallido in viso e la sua mano tremava un poco nel reggere il cappello.
– Duca!… Che cos’ha?
– Sono davvero imperdonabile… di presentarmi a quest’ora… ma io vengo da parte… di Andrea Ludovisi….
– Andrea? Avete detto?… Ma che cosa avete? Perchè evitate di guardarmi?
– Oh nulla… assolutamente! Dovevo dirle soltanto che Andrea… desidera vederla…
– Vedermi? Come vedermi? Se io l’aspetto qui… cioè…. O duca, per l’amor di Dio, che cosa è successo?…
– Suvvia, val meglio dirle la verità, che non ha nulla di allarmante. Andrea si è battuto….
La baronessa, scomposta in volto, aveva portato le mani ai capelli.
– Signore Iddio!… Ed è ferito?…
– Oh!… una cosa da nulla.
– Duca, in nome di Dio! ve lo domando in ginocchio! ditemi la verità; non mi fate impazzire!…
– Ma se le dico, nulla!… Una scalfittura alla spalla, senza nessuna importanza….
– Oh mio Dio!… E dove?… Con chi?… Avete almeno una carrozza?…
– È qui abbasso.
In un attimo, la baronessa corse a gettarsi uno scialle addosso; tornò rapidamente balbettando confuse parole dall’ansia, dal turbamento, ed uscì a braccio del duca, che la sentiva tremare da capo a piedi. La carrozza partì di corsa.
– E con chi? Non me lo avete ancor detto….
– Con Sammartino.
– Un’altra volta!
Una crisi di dolore la abbattè. Ella lacerava il fazzoletto, si infiggeva le unghie sulla testa, si torceva le mani, soffocando le grida che le salivano alle labbra.
– E non prevederlo, iersera!… Non prevederlo!… Disgraziata, la colpa è mia!…
Poi, repentinamente, afferrando il braccio al duca di Majoli, fissandolo cogli occhi atterriti:
– Ma è moribondo… dite la verità! Non mi avreste chiamato se non fosse una ferita mortale!…
E prima ancora d’aver ottenuto risposta, acquistata quella certezza, ruppe in un singhiozzo lacerante.
Il duca le aveva presa una mano, tenendola stretta fra le sue. Una parola gli saliva alle labbra, convulsamente: “Povera!… povera!…” con un impetuoso bisogno di mescere le proprie lacrime a quelle di lei; ma uno sforzo violento, un irrigidimento di tutti i nervi ricacciava indietro la parola ed il pianto.
– Fa presto!… Più presto!… – ordinava al cocchiere, sporgendo automaticamente il capo dallo sportello; ma avrebbe voluto piuttosto gridargli: “Torna indietro!… Torna a casa!…” per evitare ai due disgraziati una crisi mortale…. Così dunque finiva l’illusione della gioia; era quello il terribile risveglio: quello spasimo, quell’agonia!
La carrozza correva, correva per le vie popolose; delle grida echeggiavano, le cornette dei tram squillavano di tratto in tratto, e il sole splendeva nel cielo giocondo. «Sferza!… Più presto!…» Ma per fuggire lontano, per fuggire sempre, per mettere di mezzo lo spazio ed il tempo, per apprestare i grandi, i soli rimedii: la lontananza, la stanchezza, l’oblio….
Al cancello, Vittorio Giussi aspettava. La baronessa gli corse incontro, con le braccia tese, interrogando con lo sguardo.
– Si faccia animo!… Non sarà nulla!…
– Ah!
E la donna si slanciò avanti, di corsa. I due amici la raggiunsero, cercando di trattenerla. Ella si svincolò e passò ancora innanzi. Ma nella sala, il dottore l’arrestò.
– Signora, sia prudente; rinunzii a vederlo, per ora….
– È morto!…
– Ma no, ma no; morirà se non gli si risparmia un’emozione. L’abbiamo chiamata per farlo contento; ma sta a lei ad esser prudente, a rinunziare….
Ad un tratto s’intese una voce debole, ma chiara, che chiamava:
– Costanza!
Ella si precipitò nella stanza.
Pallidissimo, come di cera, col busto sorretto da un monte di origlieri, la camicia squarciata e sanguinosa che lasciava vedere una larga fasciatura, le braccia abbandonate da una parte e dall’altra, Andrea Ludovisi ripetè, più debolmente:
– Costanza!
Ella era caduta in ginocchio accanto al letto, aveva presa la sua mano fredda e sbiancata, stringendola fra le sue, coprendola di baci fra i singhiozzi che le spezzavano le parole.
– Andrea!… Andrea mio!… Che hai fatto!… Andrea mio!… Oh, Signore!… pietà!…
Cercando di liberare la sua mano, egli disse:
– Calmati, Costanza… calmati… se mi vuoi bene! Alzati, fatti più vicina… così… che io ti veda tutta… che io ti baci… purchè tu non pianga, Costanza….
– Ma perchè, Signore! perchè?… – e, parlando, ella gli passava una mano sui capelli, lievissimamente – perchè hai fatto questo?….
Andrea Ludovisi chiuse un istante gli occhi.
– Senti… io non potevo vivere con l’idea che quell’uomo… ti avesse… amata.
Ella si rialzò con un tremore in tutta la persona.
– Oh… ancora! Andrea, per quel Dio che ci vede, per quel Dio che deve ridarti all’amor mio, no! non è vero! non è stato mai!…
– Allora… quella lettera?
– Ma quale? Quale lettera?…
– Una di quelle, la lettera che tu volesti mostrarmi….
Un sorriso sfiorò la bocca della baronessa, mentre, curva di nuovo sul ferito, ella tornava ad accarezzarlo.
– Ma come quelle ve ne sono tante altre, povero amore!… Tu, amore, non l’hai letta!… Perchè non l’hai letta?… Sono delle dichiarazioni con le quali mi hanno perseguitata da per tutto!… Se sapessi quante me ne ha mandate colui!… Se sapessi da quante parti me ne sono piovute, da gente che non conoscevo neanche di nome!… Se sapessi come si tratta una donna nella mia posizione! Come tutto pare possibile, come tutto pare permesso!… Ma non era che questo, bambino?… Perchè non lo hai detto prima?
E nella gioia di vedere dissipato il malinteso che era stato causa di quella tragedia, ella quasi ne dimenticava le conseguenze.
– Povera Costanza! – esclamò Andrea, rivolgendole uno sguardo di compassione profonda.
– Oh, sì, povera, povera tanto! Quante amarezze, quante umiliazioni! Quanta codardia in tutti questi uomini che ci circondano!… Tu solo, tu solo sei nobile e generoso, tu solo mi hai amata….
– È vero?
Strettamente abbracciati, gli occhi negli occhi, pareva che essi volessero trasfondere le anime in quello sguardo supremo.
– Sì, è vero: tu solo! Tu, che hai avuto paura di confessarmi l’amor tuo! Tu, che mi hai rispettata prima di amarmi! Tu, che hai esposto la tua vita per me! Tu, che sei stato geloso dei miei pensieri e dei miei ricordi! Tu, che non hai mai voluto conoscerli!…
– Ancora!… ancora!…
– Tu, Andrea, che mi hai fatto rinascere; tu, che mi hai fatto credere a tutte quelle cose di cui avevo disperato, alla bontà, alla sincerità, alla fede, all’amore…. No, io non sono mai stata amata così! Non sono stata amata niente! Non lo sai? Mio marito mi ha lasciata otto giorni dopo il nostro matrimonio! Mi ha presa per la mia fortuna, che ha rovinata a metà! Mi hanno data a lui, perchè ero di peso in casa, e perchè aveva un nome! Ed ho subito gl’insulti più atroci, le vergogne più innominabili. Allora, capisci, io non ero corazzata d’acciaio contro le seduzioni… Feci….
– Costanza!… te ne scongiuro!…
– Zitto, bambino! Lascia fare a me. – E riprese, rapidamente: – Feci… come molte altre. Credetti d’avere incontrata la felicità; credetti – hai capito? – Fu una tregua soltanto. L’amore di… colui, finì presto… se pure cominciò mai… No, no; hai ragione, non cominciò mai!… Un sentimento di falso dovere non gli fece dir nulla; e, in cambio, mi oltraggiò… capisci come? preferendomi una… delle altre. Mi sentii sferzata a sangue. Vidi tutto abietto intorno a me; in quell’abiezione volli cadere anch’io, per vendetta, per rabbia impotente…. Fu una volta sola, e fu abbastanza… Andrea, te lo giuro, per l’amor nostro!… Andrea!… Andrea, che cos’hai?…
Egli si era fatto ancora più pallido, spaventosamente, ed aveva portato una mano al petto.
– Il sangue! il sangue! il sangue di Andrea! il sangue generoso versato per questa indegna!
E accostate le mani alla fasciatura tutta madida, le portò al viso.
– Che io mi lavi nel tuo sangue, ch’io lavi le mani, ch’io lavi la fronte, ch’io lavi la bocca, che io mi lavi tutta, ch’io mi purifichi – è questo? – sì, così… così….
– Tu sei redenta….
Al contatto di quelle labbra ghiacciate che si posavano sulle sue mani sanguinose, ella sentì un brivido passarle per tutto il corpo.
– Lasciami… ch’io chiami….
– Non ancora, Costanza!…
Un silenzio. A un tratto s’intese la pendola suonare le due. Egli rivolse alla donna uno sguardo pieno di passione, e disse, con voce che si sentiva appena:
– A quest’ora…. sotto gli eucaliptus….
Ella non fece a tempo a contenere uno scoppio di pianto. Disperatamente, si lasciò cadere in ginocchio, mettendosi in bocca, per frenare i singhiozzi, un lembo del lenzuolo pendente.
Ad un tratto, si sentì chiamare:
– Costanza… soffoco… l’aria….
Ella corse a schiudere la finestra. Come si voltò vide gli occhi di Andrea rovesciarsi e la bocca contorcersi un poco….
Al sordo rumore di un corpo che cadeva di peso, gli aspettanti si precipitarono nella stanza; e mentre il dottore, con un gesto disperato, accertava la morte, il duca di Majoli si curvava sulla irrigidita Costanza di Fastalia, sollevandola paternamente.

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