Federico De Roberto – Il pentimento

La lavandaia, entrando, s’era tolto di capo il fazzoletto, e buttatasi carponi dinanzi al sottoscala dove stavano i panni sporchi, aveva cominciato a cavarneli.
– Come sei venuta tardi! – disse la padrona, preparando una striscia di carta per scriverci su la nota.
L’altra sospirò:
– Signora, mi lasci stare!
E con un ginocchio piegato a terra, l’altra gamba arcuata e il capo dentro il ripostiglio, cominciava a buttar fuori camicie e mutande, fazzoletti e strofinacci.
– Perché t’affliggi?
Inginocchiata ancora, la lavandaia levò un momento la testa, si grattò i capelli ruvidi come la lana e disse, lamentosamente:
– Per mia figlia, signora!… per quella povera creatura, che anche se fosse calato un angelo dal cielo apposta per dirmelo, mai e poi mai avrei potuto credere a quello che doveva succederle!…
Adesso, sospirando, s’era alzata in piedi e piegatasi in due sul monte della biancheria, andava separando le lenzuola dalle calze e le tovaglie dai corpetti.
– Chi doveva dirmelo che sarebbe rimasta sola, a ventun anni, con quattro figliuoli sulle spalle, nel meglio della gioventù? e che nella vecchiaia io avrei dovuto lavorare per lei, per darle da mangiare?…
I panni sporchi erano finalmente disposti in tanti piccoli mucchi, e la padrona, con un mozzicone di lapis in mano, cominciava a chiamare:
– Lenzuola?
– Uno, due, tre, quattro, cinque. Scriva: cinque lenzuola. Lo potevo sapere, quando le davo quel malacarne, che le davo un galeotto? e che l’avrebbe lasciata vedova prima del tempo?
– Perché? Dov’è?…
– Alle Isole, dove vuole che sia? Galeotto infame, che ammazzò il suo principale a tradimento!… Fu alla Guardia dell’Ognina: di dietro, gli diede una pugnalata, e quando lo vide cadere, continuò ancora a sbudellarlo. Il principale, che lo aveva riconosciuto, gli diceva: “Basta!… Basta, fratello mio… Che cosa ti ho fatto?…”. E lui continuava: galeotto infame!… E pareva un agnello, chi lo avesse visto, un santo spiccicato, incapace di far male ad una mosca!…
– Camicie?
– Camicie, una, due… dieci, undici.
– E perché lo ha ammazzato?
– Perché!… Questa è l’infamità… – esclamò la lavandaia, che s’era di nuovo inginocchiata in mezzo alla biancheria sudicia, e lasciava pendere le braccia, dall’accasciamento. – Questa è l’infamità: che ha fatto nascere una mala fama intorno a mia figlia, dicendo che lei se la sentiva col suo principale, e che per questo l’ha ammazzato… Innanzi a Dio! – giurava, incrociando adesso le braccia sul petto e alzando gli occhi al soffitto. – Innanzi a Dio, signora bella: una infamità che ha inventata lui!… Mia figlia? queste cose?… Mia figlia non sapeva altro che la casa e la modista, la modista e la casa! Tutto il giorno al lavoro, per buscarsi il pane – ché quel malarnese era buono soltanto a sciupare – e la sera coi figli, a rassettar la casa, e a pensare anche per lui, scellerato, a rappezzargli gli abiti, a cucirgli un poco di biancheria, perché potesse fare una buona figura… Una, due, tre… tre… – ma, tenendo ancor il quarto paio di calze in mano, la lavandaia lasciava di contare, per riprendere, come parlando col galeotto:
– E poi, scellerato, questa era l’affezione che portavi a tua moglie, che la lasciavi sola per andar dietro alle ciabatte, e ad ubbriacarti; che se ti diceva mezza parola la pigliavi a ceffoni, e le bastonavi i bambini – con qual cuore, quegli innocenti?… – questa era l’affezione?… Tre, quattro, cinque…
– Calze?
– Cinque… nossignora, ce n’è un altro paio; sei: calze, sei. Neppur la testa mi regge. Ogni volta che penso a queste cose, la testa non mi regge…
E chinata sul monticello dei fazzoletti, ricominciava a contare: “Uno, due, tre..”.
– Ma, allora perché lo ha ammazzato? – chiedeva la padrona.
– Perché, lo sa lui e la sua coscienza!… Per questioni di ciabatte, dice la gente; che faceva una mala vita: tutta la notte in bagordi col suo principale, che gli dava troppa confidenza; e poi, bene gli sta come gli è finita!… Fazzoletti, dodici… Ma per questo doveva infamare mia figlia, inventando quelle porcherie, e che io le davo mano – bugiardo svergognato! – con la speranza di avere alleggerita la condanna?… Uno, due… La condanna non poteva mancargli; la giustizia c’è per tutti, a questo mondo… Tre, quattro, cinque…
Si curvava e si rialzava, secondo che contava i capi di biancheria o che riprendeva a narrare la storia della figliuola. La signora, mano mano, veniva chiamando:
– Mutande?
– …Sei, sette, otto… Tu lo sapevi quello che avevi fatto, e la pena che t’aspettava; dunque, scellerato – e la lavandaia alzava un braccio, venendo a tu per tu coll’assassino; – dunque, scellerato, perché infamare quella creatura, che è la madre dei tuoi figli e sai se t’ha voluto bene?… Dunque perché rovinare quella creatura? Non ti bastava di lasciarla moglie di un galeotto; bisognava anche macchiarla nell’onore?…
– Ma lei non si è difesa?
– Difesa, sissignora, si è difesa, piangendo a lacrime di sangue, che perfino i giudici si sono inteneriti, e i carabinieri all’udienza!… Per tutta l’udienza, non ha fatto che piangere, povera creatura: “Io non so niente!… gli ho sempre voluto bene… signore, io non so niente!…”. Questo solo, poveretta, sapeva rispondere al presidente. Che cosa poteva rispondere? Che cosa sapeva lei, povera creatura messa a casa sua, delle infamità che andavano inventando?…
La madre si commoveva, al ricordo; ed anche la signora scrollava un poco il capo e metteva un eh! di compassione.
– Corpetti?
– Cinque e sei: corpetti, sei… Non poteva saper niente, mia figlia; e tanto gli voleva bene, a quel forca, che sarebbe stata capace di accusarsi, per fargli scemar la pena. Ma c’è una giustizia al mondo! E la pena che si meritava, lo scellerato, l’ha avuta! E questo è niente; che il Signore lo deve punire nell’altro mondo di tutto quello che ci ha fatto soffrire! Per lui, quella creatura è stata mandata via dalla modista, e non ha più trovato lavoro, e tutti la maltrattano, con un bambino che sta per andarsene!… Morirebbero tutti di fame, se non fosse per queste mani…
Ora la lavandaia tendeva le sue mani, rugose, screpolate, color mattone vecchio sul dorso; rosee, liscie e dure sulle palme.
– Tutto per causa tua, scellerataccio!… – Levando a un tratto un pugno, imprecò: – Arsa l’anima!…
– No, no… – avvertì la padrona; – quelle sono mutande; non le confondere lì.
– Sissignora, ha ragione… Sottoveste, una… Signora bella – riprese, dopo un momento di silenzio! – giacché siamo a questo, vorrei dirle una cosa… Me la fa una carità?
– Che cosa vuoi?
– Lo dice al cavaliere se fa entrare mia figlia ai Tabacchi? Sarebbe una grazia di Dio se dicesse di sì…
La signora chinò un poco il capo:
– Glie ne parlerò; ma sta poi a vedere se è possibile…
– Oh!… – esclamò la donna, sorridendo. – Se vuole il cavaliere, è cosa fatta. A lui non dicono di no! Sì che sarebbe una grazia di Dio, se potesse avere questo posticino!… Lei, creatura, non domanda che di lavorare…
– E adesso cosa fa?
– Cuce, stira in casa, per conto di qualche signore; che, per sua bontà, qualche benefattore c’è ancora… E se lei avesse bisogno di cucire biancheria, e anche di ricami di bianco, ricami fini, mia figlia sa far di tutto…
– Va bene… vedrò… Questi strofinacci quanti sono?
– Uno, due, tre: sono tre.
La nota era completa e la biancheria stava di nuovo riunita tutta in un monte. Preso un lenzuolo e spiegatolo a terra, la lavandaia adesso vi buttava su tutti gli effetti.
– Sono belle le cifre di questi fazzoletti… Ma, non disprezzando, mia figlia ne sa fare di migliori… Alla baronessa Lanzeria, quando la serviva lei, glie ne fece certune, pel corredo della baronessina, che erano una galanteria….
Sul lenzuolo, il monte dei panni cresceva, in bell’ordine.
– Un corredo che non c’erano occhi per vederlo, quello lì… Era una brava signora, la baronessa, non disprezzando; che se campava, non ci saremmo trovati in tanti guai!…
Adesso disponeva sui fazzoletti le calze, ed esaminandone un paio, osservava:
– Lavorano bene, con queste macchine; ma qualche maglia comincia ad andarsene…
– Eh…
– Bel damasco! – disse poi, palpando la tovaglia da tavola, e strisciando un poco sulle ginocchia verso il balcone, per osservarla meglio alla luce. – Bella roba!… roba forte!… Questa dove l’ha presa, da Giammona?
– No, da Fischetti.
– Ah! giusto!… Le buone cose le ha lui!
Finito di ammonticchiare i panni, si alzò, e presi i quattro capi del lenzuolo, li annodò per ammaccare la grossa pila.
– Lei ha una bella roba… La meglio dei signori che servo io!… – Poi sospirò: – Anche mia figlia potrebbe avere qualche cosa di suo, a quest’ora, se non fosse capitata con quello scellerato!…
Il fagotto era fatto. Intanto che si rimetteva in testa il fazzoletto, la lavandaia esclamava:
– Ma la colpa è anche mia!… Bene mi sta! ci ho colpa anch’io se mia figlia è ridotta a questo stato!…
Afferrato il fagotto pel nodo, con una prima spinta brusca lo appoggiò al fianco, con una seconda se l’assestò sul capo.
– E come? – chiese la padrona.
– Come? – proruppe lei finalmente. – Che la voleva il marchese Malvizzi! Mi mise in croce per averla, prima che la maritassi. Quante me ne disse! quante me ne fece dire, da mia comare, da mio zio, da tutti! Che la ragazza gli piaceva, e non avrebbe badato a spesa!… Anche una casa le avrebbe comprata, al Fortino!…
Nel suo rammarico, la lavandaia faceva dei movimenti bruschi col capo, e il fagotto tentennava; per non farlo cadere, lo sorresse alzando un braccio ad arco.
– A quest’ora starebbe per casa sua, vestita e spesata in tutto e per tutto, come una signora!… Bene mi sta!… Il marchese è un signore ed uomo di parola; che anzi ne ha arricchite tante altre, ed anche la figlia del suo servitore… Bisogna vederla come esce, in carrozza, piena di cose d’oro!… Bene mi sta! Fui io che non glie la volli dare!… La colpa è mia!…
Mentre stava per andarsene, la signora avvertiva:
– Ti raccomando le tovaglie; non ci mettere troppo cloruro…
– Sissignora, non dubiti!… Ma quanto me ne sono pentita, signora mia!… Più di quanti capelli ho in testa…