Federico De Roberto – Il viaggio a San Vito

Come era giorno chiaro e il sole penetrava dalle fessure dell’uscio, Carmela saltò dal letto.
– Adesso, lasciami andare…
– Un momento!… vieni qui… T’ho a dire una cosa, veramente!… – esclamò Nitto Larosa, allungando un braccio e afferrandola per la camicia.
Ma lei si difendeva, sorridendo, protestando, dandogli dei pizzicotti per impedirgli che le facesse il solletico.
– Lasciami andare… è tardi!… a quest’ora tua moglie m’aspetta!…
– Ha aspettato me tutta la notte!… Può aspettare ancora un altro poco…
Allora lei cominciò a ridere, difendendosi sempre meno contro l’armeggio di Nitto, che l’attirava a sé; poi esclamò, finalmente liberatasi:
– Glie ne fai vedere di tutti i colori, a quella tua povera moglie!
– Io?… E tu no, dunque?…
– Certe volte, anche mi sa male!… Se si dovesse accorgere di qualche cosa…
– Lei?… ah! ah!… – Larosa rideva, rivoltandosi voluttuosamente nel letto. – Tu non la conosci!…
– L’altra volta, però, alla sartoria, l’ho sentita minacciare, che mi parve come volesse dire a noi!…
– Cos’è, hai paura?… Se ti dico che non la conosci!… -ripeteva Larosa, intanto che Carmela, aperta la finestrella che dava sulla corte, cominciava a vestirsi. – Sentirla, pare che debba mangiarsi mezzo mondo; ma cane che abbaia molto, morde poco… Un ragazzo l’abbìndola…
– La fortuna, dici piuttosto, è che io sto tutta la giornata insieme con lei, e che i nostri quartieri sono lontani… Se no, potrebbe succedere, Dio liberi, un guaio!…
– Ti dico di no!…
– Eh!… tu non l’hai sentita a parlare!… A te, non dice niente…
In gonnella dinanzi allo specchio, con le braccia nude, s’acconciava i capelli, perdendo tanto tempo, che Larosa, dal letto, esclamò:
– Adesso fretta non ne hai più?… Per chi sono tutte queste spese?
– Per chi hanno da essere? – rispose Carmela, voltandosi di scatto. – Credi che la gente sia tutta falsa come te, che dici di volermi bene, e quando te ne vai di qui, lo sa Dio dove vai?…
Fingendo di non capire, lui riprese:
– E alla sartoria, uomini non ce ne vengono?
– Perché non lo domandi a tua moglie?
Datagli quella risposta con un tono di finto corruccio, come una rappresaglia, Carmela gli voltò le spalle per finire di pettinarsi.
Cominciando anche lui a vestirsi, Larosa la chiamava, con parolette dolci, con supplicazioni insistenti, chiedendo perdono; ma lei, come fosse offesa, non gli dava retta, passandosi la veste rosa, assestandosi in capo lo scialle di merletto nero e inquadrandovi il viso.
– Vieni qui, simpatia!… – insisteva Larosa, ma solo quando fu pronta lei gli s’avvicinò.
– Fermo, senza sciuparmi!… – avvertì indietreggiando, come l’altro minacciava di brancicarla.
– E adesso, quando ci vedremo?
– Quando si potrà… Sono inquieta per tua moglie!…
– Un’altra volta?
– Che cosa le dirai per l’assenza di stanotte?
– Le dirò che sono stato alla stazione, per lavori straordinarii… – rispose Larosa calcandosi sul capo il berretto gallonato con la R e l’S della rete sicula.
– Basta!… Ora me ne vado. Ti raccomando la chiave: mettila al solito posto… Fermo, non mi sciupare!…
E sgusciandogli di mano, uscì nella via. Camminava a piccoli passi, battendo i tacchi, tutta raccolta nello scialle, dalle cui maglie traspariva il rosa tenero della veste, e abbassava un poco gli occhi, con un principio di sorriso, alle occhiate che le rivolgevano i maschi con cui s’incontrava. Arrivata in Piazza del Carmine, si fermò dinanzi all’uscio di donna Venera Larosa e picchiò.
Nessuno rispose.
– Se n’è già andata?… – chiese alla vicina fornaia, che stava seduta sulla soglia della sua bottega.
– No; non ha ancora aperto.
– Dormite ancora, comare? – esclamò allora, dietro l’uscio, continuando a picchiare. – Andiamo, che a quest’ora Madama aspetta!
S’intese un rumore di paletti e donna Venera s’affacciò al finestrino.
– Sono qui… vengo…
Parlava con una voce così rauca, ed aveva gli occhi così rossi sul viso patito, che l’altra disse:
– Cos’avete, comare?… Vi sentite male?
– No… non mi sento niente… m’ero un poco addormentata… – e intanto finiva di aprire.
– Ma dove avete dormito, se il letto non è disfatto? – disse la fornaia, entrata anche lei. – E vostro marito, dov’è?…
Allora donna Venera si mise a piangere, silenziosamente.
– Non è tornato a casa, tutta la notte… L’ho aspettato in piedi, senza chiudere un occhio!… Ogni passo che sentivo, mi pareva lui… Dicevo: Madonna delle Grazie, fatelo tornare!… Niente… non s’è visto!… Non gli bastava di piantarmi giornate intere… anche la notte, adesso!…
I singhiozzi le spezzavano le parole. Carmela guardava per terra, costernata; ma la fornaia disse:
– Che gli sia successo qualche cosa?
– Già… – ripeté allora Carmela – se gli è successo qualche cosa?
Allora donna Venera esclamò, con violenza:
– Cosa volete che gli sia successo? Questa è la vitaccia che fa sempre, lo svergognato! con le peggio ciabatte!… Ma se ne capito una, com’è vero Dio, le strappo gli occhi! con queste mani! prima a lei e poi a lui!… – E stendeva il braccio, coll’indice e il medio minacciosamente appuntati.
– Ma, comare… – prese allora a dire Carmela, timidamente, aggiustandosi lo scialle addosso. – Alla ferrovia sapete com’è… ci sono lavori straordinarii… specialmente se si guasta qualche macchina, e il convoglio non arriva.
– Che macchina e che convoglio!… – riprese l’altra, con impeto. – Alla ferrovia non gli è piaciuto di restare sui treni, quando guadagnava due e tre lire al giorno di più, secondo le miglia che faceva, e in casa si vedeva un poco di grazia di Dio!… Ma sui treni non poteva andare a caccia alle ciabatte!… e prima si fece mandar via, poi è tornato alla stazione dove non fa niente, e quel poco che guadagna lo scialacqua con questa e con quella!… La disgrazia è che non ne ho trovata nessuna, ancora; ma se la trovo!… vorremo ridere!… non vi dico altro!…
Carmela disse, con un tono convinto:
– Per me, non ci credo!… Vostro marito si vuol divertire, come tutti gli uomini, come voleva divertirsi il mio – sant’anima! – ma a questo non ci credo… Per me, è successo qualche cosa alla ferrovia.
– Sentiremo, quando verrà – disse la fornaia.
– Sì, starete fresca!… Come se dicesse mai la verità!… È più bugiardo dell’eternissimo diavolone!… Ma saperlo, devo!… saperlo!… – e donna Venera picchiava con una mano sull’altra.
La fornaia, dopo un poco di silenzio, suggerì:
– Allora, perché non fate un viaggio a San Vito?
– Giusto, perché?… – ripeté Carmela.
– Ci avevo pensato! – rispose donna Venera. – Ma io a San Vito non ci sono mai stata; il viaggio non so come si fa…
– Come si fa? Non ci vuol niente – spiegò la fornaia. – Bisogna essere in due: una dice le devozioni e l’altra sta attenta ai discorsi che tengono i passanti. Voi andate, per esempio, di qui alla chiesa di San Vito: la sapete dov’è? Sopra i Cappuccini… Ah, lo sapete? va bene; dunque, tutte le persone che incontrate per la strada dicono qualche cosa. Ora San Vito, nei discorsi della gente, vi dà la risposta che volete sapere. Arrivata alla chiesa, vi buttate ai suoi piedi per lodarlo e ringraziarlo.
Donna Venera stava a sentire, attentamente.
– Un santo miracoloso!… che prima, anzi, c’era la sua statua tutta d’oro, con gli occhi che si muovevano, come fossero di carne… ma ora non c’è più, con questi scomunicati del governo che hanno spogliato i conventi!…
– Voi l’avete fatto, il viaggio?
– Eh! tante volte, per me e per altre!… E San Vito mi ha fatto sempre sapere quello che volevo. Sentite questa: una volta, perdetti la chiave della cassapanca; cerca di qua, cerca di là, la casa fu messa sottosopra, ma non era chiave che si trovava. Allora dico a mia comare: “Facciamo il viaggio a San Vito”. Cammina, cammina; mia comare diceva le devozioni e io stavo attenta ai discorsi delle persone… Niente! Non si capiva niente!… Quando siamo vicini alla porta d’Aci, che si sta per salire ai Cappuccini e arrivare a San Vito, la comare dice: “Sapete che cosa vi dico, comare? Questo è viaggio che bisognerà ricominciare un’altra volta”. Perché si fa due, tre volte, il viaggio, fin quando San Vito dà la risposta. Io rispondo: “Adesso che l’abbiamo cominciato bisogna finirlo”. Tutt’ad un colpo passando davanti al banco del notaio Distefano – sapete, sotto il palazzo Toscano – c’è uno che legge un avviso ad un altro, e dice: “Si vende il giardino”. Il giardino! Bisognava cercare in giardino!… Cerco la chiave nel giardino e la trovo sotto le lattughe!…
Donna Venera stava a sentire, cogli occhi aperti.
– Se volete sapere cosa fa vostro marito – rispose la fornaia – fate il viaggio a San Vito! San Vito non sbaglia. Io v’accompagnerei, se non fosse che ho la fornata pronta
– Voi ci siete stata? – chiese donna Venera a Carmela.
– Altro!… – rispose questa, prontamente. – Anzi, se vogliamo andarci insieme…
– E Madama?
– Possiamo domandarle il permesso.
Allora, passandosi una mano sugli occhi rossi, donna Venera prese lo scialle, se lo buttò addosso, ed uscì, dopo aver chiuso.
– Se viene, questa è la chiave; – disse alla fornaia che rientrava nella sua bottega.
– Va bene… E attente ai discorsi – avvertiva ancora – a tutti i discorsi. Certe volte pare che non vogliano dir niente, ma bisogna stare attenti, pensare sempre, fin quando viene l’ispirazione…
Donna Venera e Carmela s’avviarono insieme per la sartoria. Dapprincipio, nessuna parlava; ma donna Venera chiese:
– E voi, il viaggio a San Vito lo avete fatto molte volte?
– Come! L’ho fatto sempre, e l’ultima volta, anzi, per la malattia del mio povero marito – sant’anima! – che i denari se ne andavano tutti a medicine, e intanto non aveva sollievo… San Vito mi fece indovinare, perché due cristiani ai quali passavo accanto dicevano: “Chiamane un altro…”. Così chiamai un altro dottore e stette meglio… Ma poi il nuovo medico se ne andò in campagna, tornò l’antico… e il Signore me lo prese!…
Carmela spiccicava le parole a una a una, e scrollava mestamente il capo, tirandosi in su lo scialle; poi riprendeva, con voce amara:
– Almeno, se vostro marito vi dà qualche dispiacere, voi lo avete sempre; non come me!… che sono rimasta sola al mondo!… Ah, comare, non vi lamentate!… Voi non sapete che cosa vuol dire questo!… Bisogna aver pazienza, vedete, che al peggio non c’è fine!…
– Questo è vero…
– Altro, se è vero!… Ma vostro marito vi vuol bene; non è capace di farvi tanto torto, credete a me…
– San Vito lo dirà! – e donna Venera alzò gli occhi al cielo. Erano arrivate sotto il portone col cartello: Madame Duval, robes et confections. Salirono. Nell’anticamera le lavoranti, attorno alle macchine, facevano uno strepito assordante, e Madama, vedendo arrivare le due donne, esclamò:
– A quest’ora, venite?…
Carmela parlò per tutt’e due:
– Madama, mia comare non sta bene… non ha potuto chiudere un occhio tutta la notte… a segno che l’ho trovata a letto… Ora, lei deve farle la carità di permettere che vada dal medico, con me… Mezz’ora, non mancheremo più di mezz’ora.
Come Madama voltò loro le spalle, esse ridiscesero.
– San Vito mi deve perdonare la menzogna, – riprese Carmela – ma le potevo dire la vera ragione?
– Giusto, – riconobbe donna Venera, chinando il capo.
Sul punto di uscire dal portone l’altra raccomandò:
– Adesso voi cominciate a dire le devozioni, che io sto attenta…
– Padre, Figliuolo e Spirito Santo… – donna Venera cominciò a dir Credi e Salve regine, col capo basso, e Carmela le andava accosto, guardando a destra e a sinistra.
Pel vicolo di San Giuseppe un fruttaiolo, spingendo la sua carrettella piena d’aranci, gridava: “A tre palanche, dolci come lo zucchero!…”; una madre picchiava un ragazzo dinanzi alla bottega: “Ah, non la vuoi finire? ah, no?…” e due uomini discorrevano sul marciapiede: “Io glie l’ho detto: se non la buttano a terra…”.
– Ancora niente, – osservò Carmela, intanto che donna Venera continuava a borbottare le sue preghiere. – Ma San Vito ancora è lontano…
“A chi dici?… A te!…” due monelli venivano alle mani; una donna spingeva un asino: “Aha… aha!…”. Intanto sul corso un crocchio di persone stava raccolto dal lato opposto a quello in cui si erano messe le donne. Carmela disse:
– Andiamo lì… sentiamo cosa dicono; – e traversò la via. Ad un tratto, un carro fu quasi addosso a donna Venera, che col capo chino non vedeva niente; il carrettiere, con la frusta levata, bestemmiava:
– Sangue di Giuda, che siete sorde?…
Ancora tutta tremante pel pericolo appena scansato, donna Venera si lasciava guidare per mano da Carmela, la quale esclamava:
– Avete sentito? “Che siete sorde?”. Questo è un avvertimento; vuol dire che bisogna stare più attente, che adesso sapremo qualche cosa!…
E si fermò vicino al gruppo degli uomini.
“Sono tutte castronerie!… Vorrei vedere, se fosse un altro paese!… La colpa è del Prefetto… Dice che gli faranno una dimostrazione contro… Chiacchiere! Chiacchiere!…”.
Le due donne restavano a sentire, intente; e donna Venera dimenticava di recitare le sue preghiere. Ma come uno di quelli si voltò, vedendo Carmela, e si mise a sorriderle, lei riprese subito per mano la comare.
– Andiamo via, questi l’hanno col Deputato… Niente ancora; ma non siamo neppure a mezza strada!…
“Col tempo, diventano croniche, brutte malattie!…”.
Dei frammenti di conversazione, dei saluti, delle frasi spezzate dove non si capiva nulla.
“Chi, l’avvocato?… Io non vi andrò… I miei rispetti… Bisognava scriverlo…”.
Risalendo pel Corso, passavano rasente alle botteghe, per sorprendere quello che vi si diceva. Un signore, uscendo da un orologiaio, insisteva, col capo dentro: “Mi raccomando, che sia presto”; un vecchio, nella farmacia di Guglielmino, esclamava: “Una cosa mai veduta!…” e Scuto, il sarto, consegnando un involto di robe a un giovane, ordinava: “Portali a casa, per gli occhielli…”. Carmela, rallentando il passo come stavano per arrivare alla Porta d’Aci, si guardava inquieta intorno, porgendo l’orecchio, non perdendo una parola, intanto che donna Venera, scrollava un poco il capo, recitando avemmarie.
– Pazienza, comare!… Il viaggio non è finito ancora… e poi, ve l’ha detto anche la fornaia: si fa due e tre volte, fin quando San Vito risponde…
– Dell’Ògnina, sono!… pesci dell’Ògnina!… – gridava un pescivendolo, con le sporte sotto il braccio.
– Non dubitate; che San Vito ce lo dirà dov’è stato vostro marito…
In quel momento, come sboccavano alla Porta d’Aci, un signore saliva rapidamente in carrozzella e diceva al cocchiere: “Presto, alla stazione…”.
– Comare!… Comare!… Avete sentito?…
Carmela urtava col gomito il braccio di donna Venera, che aveva nuovamente smesso di pregare e si guardava intorno.
– Avete sentito?… Alla stazione!… È stato alla stazione: è chiaro sì o no?… Ve lo dicevo io!…
– Alla stazione?…
– Ha detto così… Questo è San Vito che parla, comare! Andiamo presto in chiesa… voi intanto dite un paternostro e un’avemaria… Alla stazione; lo dicevo io!…
E come voltarono pei Cappuccini, alcune persone ferree sotto il Tribunale leggevano un gran cartellone, con una testa di pagliaccio dipinta in rosso, nel mezzo.
“Entrata dei fratelli Zirilli… L’uomo volante, fatica straordinaria…”.
– Comare!… Comare!… – Carmela riprendeva a dar gomitate a donna Venera: – Avete sentito?… È stata una fatica straordinaria… pel convoglio!… Vostro marito ha lavorato alla stazione, comare: qui non c’è dubbio!…
Donna Venera aveva adesso un’espressione di meraviglia nel volto.
– È vero… hanno detto così…
– Questo è San Vito, comare… San Vito che parla con la sua stessa bocca!… Lo vedete, se avete torto di prendervela con vostro marito?… Ah, San Vito sia lodato… Venite qui, comare; leviamoci l’arsura…
All’acquaiolo del chiosco ordinò due ponci: limone, anice e acqua; porse lei stessa il bicchiere alla comare, bevve poi d’un fiato e pagò.
Adesso, forbendosi la bocca col fazzoletto cifrato e odoroso, su per l’erta dei Cappuccini, riprendeva:
– Io ve l’avevo detto!… Non era possibile, quello che voi dicevate!… Adesso a San Vito gli credete? San Vito non inganna i suoi devoti… Ora siamo quasi arrivate… Io ci ho piacere, perché m’angustia vedere discordie tra marito e moglie…
Parlava rapidamente, come liberata da un gran peso, cogli occhi luccicanti, tirando lunghi respiri.
– Eccola là, la chiesetta… San Vito miracoloso!… È aperta!… Adesso dobbiamo accendergli una lampada…