Federico De Roberto – La poesia di un filosofo

Che Sully Prudhomme sia un artista geniale, un poeta delicatissimo, è risaputo da quanti hanno sentito, con accompagnamento di musica o senza, il suo celebre Vase brisé. Che egli sia un pensatore coltissimo, un filosofo acuto, è noto a quanti hanno compulsato il suo ponderoso volume sull’Espressione nelle Arti belle. Egli non ha voluto però tener separate le sue diverse facoltà, contentandosi di scrivere ora versi ispirati ed ora ragionamenti rigorosi; ha pure composto i poemi intitolati I Destini, La Giustizia e La Felicità con cuore di poeta e mente di filosofo. Questa parte dell’opera sua è la più degna di nota, perchè si riferisce a uno dei più singolari problemi del tempo nostro.

I.

Non da oggi soltanto si dice che la scienza e l’arte, la poesia e la filosofia, il ragionamento e l’ispirazione sono incompatibili, o se non altro antagonistici. A chi ha espresso questa opinione si è risposto che l’antagonismo asserito non esiste; che anzi i due modi di attività possono andare e andarono infatti d’accordo, in altri tempi, nei primi tempi, quando poesia e filosofia erano una cosa sola.
È vero: l’arte fu un tempo scienza; ma è pur vero che la nostra vita intellettuale è infinitamente più ricca che non quella d’una volta, e che pertanto le attività umane si sono venute, come si dice, specializzando. Un oculista può, e all’occasione deve anzi, curare una polmonite; ma la sua capacità maggiore, la sua abilità particolare consiste nel curare i mali degli occhi. Ai tempi di Ippocrate e di Galeno questa divisione del lavoro non c’era. Così, anzi a fortiori, l’arte e la scienza, già confuse, si sono separate.
Il problema è anche più complesso. L’arte, un tempo, non era soltanto scienza, ma anche religione. Il poeta, il sapiente e il sacerdote facevano tutt’uno. Ma poichè la fede è immobile, mentre la scienza vuole andare avanti; poichè la prima è cieca, mentre la seconda è osservatrice; poichè quella si contenta di affermare, mentre questa vuol dimostrare; per queste ragioni il dissidio si è venuto lentamente operando e aggravando; finchè, ai nostri giorni, grazie al progresso scientifico veramente enorme compito ultimamente, è divenuto acutissimo. Alla scienza progredita e trionfante si sono chieste e si sono fatte dire troppe cose: i suoi idolatri, da una parte, hanno creduto soltanto in lei, e l’hanno opposta e anteposta alla fede; dalla parte contraria, quanti l’hanno vista incapace, come realmente è, di rispondere a certi quesiti estremi, l’hanno rinnegata e dichiarata in istato di fallimento.
A questo dissidio nella quistione etica fa riscontro un dissidio, egualmente grave, nella quistione estetica: noi vediamo un partito il quale vuole che l’arte, che la poesia, siano scientifiche, che dalla scienza traggano l’ispirazione ed alla scienza servano di sussidio: e un altro, il quale afferma che la scienza è fatale all’arte, e che la ucciderà, se non l’ha già uccisa. Il Tolstoi, subordinando ogni cosa alla fede, al concetto religioso e morale, se la piglia, al modo che vedemmo, con la scienza e con l’arte ad una volta.
Sully Prudhomme ha espresso l’inquietitudine prodotta universalmente da questi antagonismi:

Comment prier, pendant qu’un profane astronome
Mesure, pèse et suit les mondes radieux?…
Comment chanter, pendant qu’un obstiné chimiste
Souffle le feu, penché sur son oeuvre incertain?…
Et quel amour goûter, quand dans la chair vivante
Le froid anatomiste enfonce le scalpel?…

La scienza sarebbe dunque fatale alla fede, alla poesia ed allo stesso amore?.. No! Il poeta protesta e si ribella. Chi ha detto, domanda, che la poesia sia incompatibile con la verità? Se l’osservazione paziente dello scienziato solleva a lembo a lembo il velo che nasconde il mistero delle cose, il vento della strofe lo può strappare d’un sol tratto.

Et c’est pourquoi, toute ma vie,
Sì j’étais poète vraiment,
Je regarderais sans envie
Képler toiser le firmament.

Senza dubbio: il vero poeta non deve guardare con invidia l’astronomo che scruta il cielo, come l’astronomo non dev’essere neppur egli geloso del poeta: i due ufficî sono egualmente importanti e dignitosi; ma il vento della strofe non solleva nulla. Se bastasse mettersi a cantare per risolvere i problemi e discoprire le leggi della natura, chi si rovinerebbe più gli occhi e le mani sugli strumenti d’un gabinetto, chi vi si chiuderebbe a farvi calcoli sopra calcoli? Il poeta può soltanto ridire ciò che lo scienziato ha scoperto; ma la strofe del poeta dev’essere alata, vibrante, sfolgorante; e il linguaggio dello scienziato è tutt’il contrario: freddo, esatto, severo.

…. Le prisme, interrogeant leurs feux,
À ces faux paradis arrache des aveux…
J’ai vu chaque élément de leur essence vraie
Étaler sur l’écran sa redoutable raie.

Con questi versi Sully Prudhomme canta uno dei più mirabili processi scientifici: l’analisi spettroscopica. Ma dove egli adopera l’immagine poetica del prisma che confonde i falsi paradisi, non è molto scientifico; perchè col prisma non si strappano confessioni ai paradisi veri o falsi, si scompongono soltanto le luci; e quando si attiene più fedelmente alla scienza, accennando alle righe di Frauenhofer, non è molto poetico.

Dans l’éveil d’un muscle endormi
La foudre éparse se révèle,
Silencieuse, à Galvani.
Franklin l’annullait, terrassée;
Volta la gouverne, ammassée;
Ampère fait d’elle un aimant…

Neppure questa storia dell’elettricità è molto poetica; essa è inoltre poco scientifica, come poco precisa. Per dire che gli areonauti guardano il barometro, il poeta scrive:

Ils montent, épiant l’échelle où se mesure
L’audace du voyage au déclin du mercure.

L’espressione è certo abilmente trovata, ma non somiglia un poco agli indovinelli che si propongono nelle conversazioni come passatempo? «Qual è quella scala dove si misura l’audacia del viaggio dall’altezza del mercurio?» Risposta: «La scala del barometro.»

Wenzel, Dalton, en leurs balances,
Révèlent qu’entre tous les corps
Par d’exactes équivalences
Le poids régit tous les accords.

Questa è la teoria atomica. Disgraziatamente, se la strofe non è molto ispirata, neppure un professore di chimica ne sarebbe contento: in chimica vi sono combinazioni, non già accordi. Sully Prudhomme canta ancora che i cieli non ci sono più sbarrati, perchè Euclide e Pitagora hanno

Dessiné du doigt dans le sable
Sur un triangle trois carrés,
Parce qu’ils les ont comparés…

Anche questo è un altro indovinello, del quale il lettore che ha dimestichezza con la geometria trova subito la spiegazione: il teorema del quadrato dell’ipotenusa, altrimenti detto il ponte degli asini; ma il geometra rammenterà al poeta che il triangolo dev’essere rettangolo….
Sully Prudhomme non mette soltanto in versi le scoperte scientifiche; espone anche la storia della filosofia:

Qu’est-ce que l’Univers? Il vit: quelle en est l’âme?
Quel en est l’élément? L’eau, le souffle, ou la flamme?
Thalès y perd ses jours, Héraclite en pâlit.
Démocrite en riant a broyé la matière;
Il livre à deux amours cette immense poussière,
Et le repos y naît d’un incessant conflit.
Phérécyde a crié: «Je ne suis qu’une ombre!
«Je sens de l’être en moi pour une éternité».
Et Pythagore, instruit dans les secrets du nombre,
Recompose le monde en triplant l’unité.

Nessuno è dimenticato, nè fra gli antichi nè fra i moderni: da Socrate a Fichte, da Platone a San Bonaventura, da Aristotile a Hegel: l’enumerazione non dura meno di diciotto pagine. Il poeta ci dice che

Condillac soutient Locke en fidèle héritier,

come pure che

Leibnitz divise l’Être en milliers de génies.

Egli ci narra:

Hobbes n’avait à l’homme octroyé de connaître
Que la ferme matière, unique fond de l’Être.
Dieu, l’esprit que sont-ils? Rien, des mots seulement,
Tout! répond Berkeley, car la matière ment…

La poesia scientifica e filosofica di Sully Prudhomme non è sempre così arida. Se scienza e arte poterono un tempo procedere insieme, ciò significa che fra le due attività non c’è antinomia assoluta. L’anima umana è una, e le sue facoltà, quando sembrano più distinte, sono insieme connaturate e confuse. Ma ciascuna di esse può avere naturalmente, o acquistare con l’esercizio, un diverso grado di forza, e trionfare dell’altra. L’esercizio delle native facoltà poetiche ha fatto di Sully Prudhomme un poeta squisito, armonioso, leggiadro, efficacissimo nell’esprimere gli stati d’animo ambigui, perplessi e fuggevoli; capace anche, secondo l’espressione del Lemaître, di vere invenzioni di sentimenti. Ma, dall’altro lato, l’abito dello studio severo, dell’indagine positiva, dell’osservazione paziente, del ragionamento astratto, ha impacciato il volo lirico e l’ispirazione vivace. Metterli d’accordo non è impossibile, ma non è facile. Egli vi è riuscito qualche volta. Il suo sonetto, nelle Èpreuves, che ha per tema Spinoza, è veramente bello:

C’était un homme doux, de chétive santé,
Qui, tout en polissant des verres de lunettes,
Mit l’essence divine en formules très-nettes,
Si nettes que le monde en fut épouvanté.

Ce sage démontrait avec semplicité
Que le bien et le mal sont d’antiques sornettes,
Et les libres mortels d’humbles marionnettes
Dont le fil est aux mains de la Nécessité.

Pieux admirateur de la Sainte-Écriture,
Il n’y voulait y voir un dieu contre nature;
A quoi la synagogue en rage s’opposa.

Loin d’elle, polissant des verres de lunettes,
Il aidait les savants à compter les planètes.
C’était un homme doux: Baruch de Spinoza.

Qui, per un incontro fortunato, c’è la scienza, c’è la filosofia, ma ci sono anche la poesia e l’arte che le animano. Sully Prudhomme deve però aver temuto che l’arte in questo sonetto sia troppa, e pensato che una poesia scientifica e filosofica debba essere più scientifica e filosofica; perchè, riprendendo lo stesso tema nel Bonheur, ecco come lo ha svolto:

Un juif cartésien, plus hardi que le maître,
Arrache, imperturbable, à ses leçons leurs fruits,
Et le condanne en forme à nommer Dieu tout l’Être,
Dont le temple infini soi-même se construit.

Spinoza dans la Bible est entré sans surprise;
Mais, pendant qu’il y plonge, il se sent la main prise
Dans le poignet de fer de la Nécessité!
Le front calme, à la suivre il n’a pas hésité.

L’Être assiste, éternel, au cours changeant des âges,
Le froid de la raison fait du monde un cristal;
L’homme en est une face où des pâles images
Répètent l’univers sous un angle fatal….

II.

L’opera di Sully Prudhomme non risolve adunque, rispetto alla forma, il dissidio fra scienza ed arte, o lo risolve male. Egli ha voluto dimostrare che la scienza non è fatale all’arte; ma di questa compatibilità l’arte sua fredda, compassata e didascalica ci fa dubitare. Resta da considerare in qual modo egli si diporta nella quistione etica: se l’arte è da lui sacrificata alla scienza, alla stessa scienza non dovrà egli sacrificare la fede?
Questa è infatti la soluzione che troviamo nei Destini. Appena la Terra esce dal Caos, il Male comincia ad operarvi, a ordirvi le sue trame spaventose. Raffinatamente, per nuocer meglio, esso mescola al dolore qualche piacere, che dia di tanto in tanto al genere umano una tregua, dalla quale questo esca fortificato, pronto a sopportare nuovi, maggiori dolori. Ma, nello stesso punto che il Male scendeva in campo, anche il genio del Bene si destava, e contrapponeva l’opera sua a quella del nemico. Creò da principio l’amore, e credette d’aver fatto così ciò che di meglio si poteva fare per la felicità del mondo; ma poi mutò opinione:

S’il est bon de sentir, meilleur est de pouvoir.
Oui, le couple est heureux de deux corps qui s’attirent
Pour fondre lentement deux âmes qui s’admirent,
Mais la possession suprême est de savoir…

Quel plaisir comparable à l’orgueil de connaître,
De suivre à l’infini dans la trame de l’être
Le long fil de la cause enchaînant les effets!

Ma neanche questo destino gli pare finalmente il più desiderabile. Un mondo di soli intelligenti, senza giusti, sarebbe perfetto? E sarebbe bello quel mondo dove non vi fossero nè eroi nè martiri?

Je veux que l’habitant de ce nouveau séjour
Réhausse en lui les dons de puissance et d’amour
Par une conquérante et généreuse vie
Où le vouloir travaille et le coeur sacrifie…

Il sapere, la scienza, non è dunque tutto il bene: c’è qualche cosa di più e di meglio:

Non, le meilleur être possible
N’est pas un lutteur invincible,
Un amant au bonheur fatal!

C’est un ignorant qui découvre,
Un captif à qui le ciel s’ouvre,
Un pèlerin de l’idéal.

Ma finora, lasciando parlare il genio benefico, lasciandolo operare contrariamente al Male, il poeta non esprime la sua opinione personale. Il Bene si è venuto purificando: prima consisteva nel piacere, poi nel sapere, da ultimo in un amore diverso da quello dei sensi, nell’amor mistico, nell’amore del sacrifizio, nell’amore secondo il Tolstoi. Ma quando il Bene è così perfetto, quando il poeta si trova dinanzi al Bene massimo ed al Male estremo, egli osserva, come il Tolstoi e il Nietzsche, che le prosperità sono impossibili senza i disastri, i piaceri senza i dolori, e che la vita e la morte lavorano insieme, una in faccia all’altra.

Car le Bien et le Mal se prospèrent l’un l’autre.
Qu’on rêve le meilleur ou le pire univers,
Tous deux, en vérité, n’en font qu’un, c’est le nôtre,
Contemplé tour à tour par l’endroit ou l’envers.

Notre regard captif, jouet de l’apparence,
Par ses courts horizons se laisse décevoir,
Mais des biens et des maux la vaine différence
S’effacera pour lui s’il doit un jour tout voir.

Contre les ancìens dieux l’âme humaine aguerrie
N’attend certes plus d’eux ni fléaux ni bienfaits,
Mais n’est-ce pas un reste obscur d’idolâtrie
De maudire ou bénir des sorts bons ou mauvais?

Fra le contrarie voci del Bene e del Male il poeta ne ode ora un’altra: quella della Natura: e la Natura dice che ella è la stessa ragione, che i destini dell’universo si svolgono infallibilmente; che non avendo esso avuto principio nè dovendo aver fine, così non è stato giovane ne può invecchiare; che l’equilibrio delle leggi e la costanza delle cause gli conferiscono un ordine contro del quale il tempo non può nulla; che solamente le forme apparenti delle cose cambiano. E la Natura non accetta dagli uomini nè voti ne sacrifizî; pregare è insultare le leggi naturali, dubitare della loro forza inevitabile. La Natura, come diceva quel vescovo australiano del quale parlammo, non ode le preghiere:

«N’attends de mes decrets ni faveurs ni caprices;
Place ta confiance en ma seule raison».

E se questo è l’ordine che dà la Natura, il poeta lo accetta integralmente. Il suo appoggio, il suo asilo è nella ferma ragione naturale: egli non griderà, non si lagnerà, accetterà anzi tutti i dolori, se i dolori suoi sono necessarî.

Pour nourrir une fleur de tout mon sang dispose,
Si quelque fleur au monde aspire un suc pareil;
Tu peux tuer un homme au profit d’une rose,
Toi qui, pour créer l’homme, éteignis un soleil.

Qui tanta è la forza della persuasione, tanta la sincerità del sentimento, che la stessa forma diventa veramente poetica: è difficile esprimere più poeticamente il concetto scientifico secondo il quale la terra, già ardente, diventò abitabile quando i suoi fuochi si spensero. E così alla scienza egli sacrifica la fede; o per meglio dire, la scienza, la ragione, diventa la sua stessa fede.

Anche nel Zenith canta:

Les paradis s’en vont; dans l’immuable espace
Le vrai monde élargi les pousse ou les dépasse.
Nous avons arraché sa barre à l’horizon,
Résolu d’un regard l’empyrée en poussières,
Et chassé le troupeau des idoles grossières,
Sous le grand fouet d’éclairs que brandit la Raison.

È vero che, dal primo suo giorno, il genere umano ha dischiuso come un calice il cuore verso il cielo, e che nel cielo

Plane son grand espoir, de sa raison vainqueur;

ma il filosofo sa che non si può dare la scalata al cielo per andare a leggere negli stessi occhi di Dio; e il poeta narra pertanto la semplice impresa degli areonauti, i quali arrischiano la vita per osservare qualche fatto e prendere qualche nota:

La cause et la fin sont dans l’ombre;
Rien n’est sûr que le poids, la figure et le nombre:
Nous allons conquérir un chiffre seulement…

III.

Eppure Sully Prudhomme non è fermo in questa conclusione. Se egli credesse di avere così composto il dissidio fra la ragione e la fede, non lo riprenderebbe nella Giustizia.
Quando l’anima era semplice, dice egli nella Giustizia, si slanciava verso il cielo e vi spaziava, sostenuta dall’estasi e dalla speranza; oggi la scienza ha spogliato la natura di tutte le illusioni che la facevano bella; il poeta non vede più in essa un’anima divinamente umana; e come l’orfano si rivolge alla giustizia quando non spera più nulla dalla bontà, così egli, disperando della fede, vuole interrogare la Sfinge per conoscere se almeno una legge d’equità governi l’universo.

Car le poète, lui! cherche dans la science
Moins l’orgueil de savoir qu’un baume à sa douleur…
En vain de ce qui souffre il connait la structure,
Il ne croit rien savoir tant qu’un doute odieux
Plane sur le secret des maux que l’être endure,
Tant que rien de mieux n’a remplacé les dieux.

Allora comincia dentro di lui una lotta fra la mente e il cuore, durante la quale questo combatte coraggiosamente lo scetticismo, l’ironia, lo sconforto che il freddo ragionamento genera nell’animo del cercatore. Le specie sono in continua guerra fra loro, la prosperità dell’una costa il deperimento dell’altra, le deboli soccombono dinanzi alle più forti. In una stessa specie lotte egualmente accanite si accendono fra gl’individui; l’egoismo è la gran legge alla quale ciascuno obbedisce; l’amore, altro inganno, si riduce all’istinto; la stessa Bellezza ha un fondamento materiale del suo impero giudicato divino: essa lavora all’integrità dello stampo della razza, additando i modelli migliori. Ciò che succede fra le specie e nella specie si ripete fra gli Stati e nello Stato: e, come aveva già detto Corneille,

La justice n’est pas une vertu d’État.

Si rifugerà essa dunque in un altro pianeta, poichè sulla terra è introvabile? Ma la materia non è per ogni dove identica? La stessa legge di gravitazione non regna in tutto il creato? Un rigoroso e fatale determinismo non si nasconde dietro l’apparente libero arbitrio,

illusion du choix dans la necessité?

Un atomo è l’immagine dell’universo; tutto ciò che in questo si compie, deve compiersi fatalmente; è quindi da stolti chiedere la giustizia al Destino. Così conclude la Ragione trionfante. Ma il poeta, che già si era acquetato a questa conclusione, ora non l’accetta più. Egli che si rassegnava personalmente al dolore, che quasi lo chiedeva pur di cooperare con la Natura impassibile, ora si commuove e si ribella all’idea del dolore altrui. Voleva affidarsi alla sola ragione, ora s’accorge che non gli basta. Il cuore ha ragioni che la ragione ignora.

Elle informe, elle instruit: serait-ce lui qui juge?
Que dis-je! La Justice, au lieu de fuir mes pas,
N’aurait-elle qu’en moi, dans mon coeur, son refuge?

Infatti: la legge della giustizia è umana, si rivela tra gli uomini, non nella Natura. Costei considera impassibilmente la propria opera attraverso l’occhio ignorante del bruto; la pietà e il terrore, il bisogno e la sete della giustizia sorgono e operano nella coscienza umana. Ma che cosa è questa coscienza? Dapprima il poeta aveva considerata la propria coscienza come uno specchio che non doveva far altro se non riflettere lo spettacolo della Natura, senza giudicarlo. Ora la sua coscienza, la coscienza di tutti gli uomini, è un giudice, è anzi il solo giudice. E qui il pensiero di Sully Prudhomme si oscura. Se la coscienza è giudice, se questo giudice deve rendere giustizia, come mai torna egli a rassegnarsi? Egli dice: «I mali che credevo ingiusti sono forse, non già i capricci folli o colpevoli d’un padrone, sibbene i mezzi fatali, le necessarie condizioni d’un ordine che ignoriamo». Questo è un ritorno alla rassegnazione di prima! Ed egli non si era più contentato, non si era più adattato: era sceso anzi in campo, voleva e doveva giudicare! «Lagnarsi,» soggiunge, «dell’ingiustizia della sorte, giudicare della bontà del destino alla stregua del piacer nostro, è imitare il fanciullo malavvezzo, il quale pretende che tutto debba servire ai suoi giuochi, e rigetta il farmaco e lo dichiara nocivo perchè non è dolce.» Ma se non si deve giudicare della bontà del destino alla stregua del nostro piacere, quale sarà il criterio del giudizio? Di che cosa e perchè si è lagnato il poeta? Si è lagnato

Des maux plus grands que moi;

si è lagnato perchè

Toutes les douleurs de la terre et des mondes
Font tressaillir mon âme en ses cordes profondes.

Allora, non dovrebbe egli giudicare veramente iniquo il destino che vuole ed impone e mantiene il dolore ed il male?
E questa umana facoltà del giudizio è una cosa buona o cattiva, utile o superflua, importante o trascurabile? Egli dice:

Combien plus sagement, avec moins de grandeur,
Exempt de sympathie, affranchi de pudeur,
L’animal se résigne aux fléaux sans refuge!…
Il est heureux; son sort, par moments, je l’envie.

Dunque l’animale, quantunque incapace di simpatia e di pudore, è più saggio, più felice, degno d’invidia. Allora l’uomo cosciente, l’uomo giudicante, oltre che degno di compassione ed infelice, è anche meno saggio: questa sua coscienza è una stoltezza. Bisognerà chiederne conto a lui? No, certamente; perchè egli è stato fatto così, non si è fatto da sè, liberamente, responsabilmente. Allora vorrà dire che la natura, della quale è opera, avrà creato una coscienza capace di giustizia soltanto per darle il sentimento d’una ingiustizia, d’una stoltezza, d’una nefandezza nuova! E ancora: la giustizia non esiste nella natura, ma soltanto nel cuore dell’uomo; l’uomo s’accorge che l’universo è stato compito «senza virtù» e sente che il suo desiderio di virtù è stoltezza. La conclusione dovrebbe essere pertanto che la giustizia non esiste in verun luogo, nè nella natura, nè nel cuore umano!
Lo scetticismo scientifico spinge Sully Prudhomme in questa via; ma egli è anche sollecitato in contrario senso dal bisogno mistico. Egli dice che, se l’universo è grande, più grande ancora è l’anima che lo rispecchia; l’uomo acquista la nozione della propria dignità misurando l’abisso che lo separa dalla materia bruta. Non c’è bisogno di molte parole per far notare il voltafaccia. Mentre prima egli invidiava l’animale incosciente e a più forte ragione, perciò, avrebbe dovuto invidiare la materia inerte, ora afferma che tanto l’uomo vale quanto è lontano dalla informe materia! E la giustizia, che gli era parsa soltanto umana, ora diventa per lui divina:

Humaine par son but, la justice est divine
Même dans l’âme d’un mortel,
Par l’aveu du grand Tout dont elle est mandataire,
Par le suffrage entier du ciel et de la terre,
Et par le sacre universel.

Ma allora, se l’anima umana, dove ha sede la giustizia, è mandataria del gran Tutto, non potremo più dire che nel Tutto non c’è giustizia! Finchè il poeta considerava l’uomo come una particella infinitesimale dell’universo, come lo «specchio» del Nietzsche, capace semplicemente e solamente di riflettere l’universo, egli poteva dire che non c’è in quest’universo giustizia; ma dal momento che l’uomo è il rappresentante della natura, questa natura che si riassume in una coscienza capace di giustizia non si potrà più accusare d’iniquità. Ed ecco, infatti: dopo aver detto che gli esseri si dilaniano tra loro, Sully Prudhomme afferma:

La bête hésite à boire un sang pareil au sien…

Il misticismo e la fede si vendicano ancora meglio, gli prendono più interamente la mano. Se dalla materia inerte all’uomo c’è un abisso; se l’uomo, per la coscienza, è tanto superiore ai bruti, si deve credere che egli sia il termine ultimo dell’evoluzione? Un altro passo innanzi, oltre l’uomo, non sarà possibile? Certamente! L’umano genere è un termine medio, un tentativo,

une espèce éclose à contre-temps:
Tout est prèmaturé dans ses voeux transcendants.

Quindi egli afferma che c’è un’ascensione morale della quale i mondi sono i gradi, e che

La terre n’est qu’un lieu d’attente
Où se fait la commune entente
D’une espèce entière émigrant.

La vecchia preghiera cristiana diceva che questo nostro mondo è una valle di lacrime; il filosofo che ha soltanto creduto nei fatti positivamente accertati, finisce anch’egli col giudicarlo «un luogo d’aspettazione.» Ma egli arriva a questo giudizio per la via tortuosa che abbiamo vista. E ci dice almeno, come il Nietzsche dirà del regno del Superuomo, in qual modo sarà fatto il mondo migliore al quale dovremo un giorno approdare?

IV.

Eccoci arrivati al suo nuovo e più lungo poema filosofico: La Felicità. Qui certo egli si confermerà nella soluzione ultimamente trovata, ne darà nuove ragioni, l’assoderà.
Svegliandosi dopo morte, Fausto, l’eroe, si ritrova in un astro più bello, più luminoso, più ricco della terra; e mentre egli è ancora in preda a una incredula meraviglia, Stella, l’eroina, la donna da lui amata nel mondo inferiore, dalla quale fu crudelmente diviso, gli dice:

Pourquoi dans l’infini plein d’innombrables flammes,
Parmi tant de globes mouvants,
N’en serait-il qu’un seul visité, par les âmes
Et peuplé de corps vivants?
Pourquoi seule la terre, obscure et si petite,
Aurait-elle entre tous l’honneur,
De porter une argile où la pensée habite?…

Veramente, nel punto che due amanti separati da tanto tempo – dalla morte! – si ritrovano insieme, vi sarebbe qualche cosa di meglio da fare che discutere intorno alla pluralità dei mondi abitati; si potrebbe anche osservare che, mentre Stella e Fausto s’incontrano lassù, questo semplice fatto dovrebbe provare come la terra non abbia il monopolio della vita. Non pare quasi che il poeta ne sia egli stesso poco sicuro e che ne dubiti prima di noi? Non pare anche che, dubitando egli della stessa vitalità dei suoi redivivi protagonisti, vada in cerca di argomenti per farci credere alla verisimiglianza della finzione?
Nel nuovo mondo dove Fausto e Stella rivivono le creature non si nutrono di altre creature, come voleva la legge crudele della terra, ma di semplici frutta:

Nul être ici ne sacrifie
Les corps pour respirer construits.
La dent n’attaque ici nulle sensible vie,
Et ne mords que la chair des fruits.

Così, dopo la pluralità dei mondi e la metempsicosi, Sully Prudhomme canta il vegetarianismo o vegetarismo, – non so come si deve dire; – però noi potremmo chiedere al poeta se è ben sicuro che le piante non siano dotate di sensibilità, che non siano anch’esse forme di vita da rispettare come tutte le altre….
Dal pianeta infelice che i due amanti hanno lasciato si leva un coro di voci confuse, di lamenti e di bestemmie, di invocazioni al soccorso lanciate dalle anime penanti. Ma nessuno le ascolta, e Fausto e Stella si fermano ad ammirare una moltitudine di cavalieri nomadi, altra volta, quaggiù, abitatori delle rive del Nilo, dell’Eufrate e del Gange. Nel nuovo astro quei corpi, che il bastone e lo staffile martoriavano un tempo, si sono nobilmente sviluppati, e Fausto ne ammira la perfetta armonia delle linee, la serenità dell’espressione acquistata con la coscienza del nuovo stato libero, eternamente felice. Se il problema della felicità è così risolto per i cavalieri nomadi nella nuova vita, come mai Fausto e Stella continuano a penare? Non solo i cavalieri, ma anche gli artisti, rivivendo lassù, pervengono alla piena ed incontrastata possessione del Bello: Stella medesima lo assicura a Fausto quando costui, ammirando la bellezza dei cavalieri, vorrebbe proporli come modelli ai grandi artisti della terra.
Quel mondo, tuttavia, anche per Fausto e per Stella è migliore del nostro. In un mattino di primavera il giovane ascolta, con indicibile delizia, il canto divino degli uccelli. Quaggiù i gorgheggi dell’usignolo e lo stesso canto della sua compagna gli procuravano, benchè dolcissimi, un indefinibile tormento, un’amarezza secreta; in quel nuovo mondo la soavità dell’armonia è assoluta, la voce dell’amata fa dimenticare all’amante tutto il passato, lo immerge in una beatitudine senza nome, tanto più grande, quanto che Stella, lasciando la forma terrena conservata da principio per poter essere riconosciuta, prende una veste più pura, più bella, più conveniente a quell’eliso. E allora, mentre nuove voci dalla terra chiedono invano aiuto, i due giovani cadono nelle braccia l’uno dell’altra, e la loro felicità non ha più limite.
Ma è un inganno. Passa qualche tempo, e Fausto ci fa sapere che quella felicità non è, come pareva, intera. Egli vive, sì, in un astro più prospero della terra; ma quello che era il maggiore argomento del suo cruccio, quaggiù, sussiste ancora: come sulla terra, egli ignora anche lassù il perchè delle cose; anche lassù, come sulla terra, cerca invano di penetrare, di conoscere le origini e i fini dell’universo. In quel mondo, dove c’è tanta libertà e tanta bellezza, non si sa una sillaba di più di quel che si sapeva sulla terra. Fausto, quando sente rinascere l’antica ansia, non può far altro che dare una ripassata a tutte le teorie della filosofia terrestre. Naturalmente egli riconosce ancora una volta che questa filosofia è impotente. L’unica scienza umana era dovuta ai pazienti sperimentatori; pertanto, dopo le teorie filosofiche, l’ansioso rammenta tutti i ritrovati scientifici, per concludere una seconda volta che la scienza è, come la filosofia, incapace di risolvere il problema delle cause finali. Ma Stella, che comincia a inquietarsi dell’agitazione dell’amante, cerca persuaderlo dell’inutilità di tutte quelle ricerche:

À quoi bon, le regard péniblement tendu
Et le front consommé par de stériles fièvres,
Soumettre au froid scalpel le cher tissu des lèvres

Quand le baiser donné nous est deux fois rendu?

E Fausto, subitamente convertito:

Tout aimer suffit pour éteindre
La soif de tout savoir: aimons!

Ma ecco che ad un tratto il giovane ode finalmente quelle voci terrestri per tanto tempo perdutesi invano nell’immensità degli spazi; e siccome esse gli ricordano i dolori degli uomini, egli che, in conclusione, quantunque risorto in un mondo migliore, non è guari più lieto di loro, pensa di riscendere in questo basso mondo per confortare gli antichi simili. Che specie di aiuto possa dare questo disgraziato a disgraziati suoi pari sarebbe molto importante vedere; se non che, sulla terra dove Stella vuole seguirlo e dove la Morte li ritrasporta dopo averneli tratti, non si trovano più uomini: l’umanità è finita. Il contrattempo sarebbe imbarazzante senza la prontezza di spirito di Stella, la quale propone lì per lì a Fausto di ripopolare il deserto pianeta, di cominciare una nuova umanità, della quale essi saranno l’Adamo e l’Eva… Da questa intenzione l’Arbitro supremo giudica che essi hanno entrambi ben meritato, e senz’altro ordina alla Morte di ritrasportarli in un altro mondo, nel soggiorno veramente glorioso, dove si gode il riposo perfetto e si mira a faccia a faccia la Causa del tutto….
Così, riprendendo la terza volta il problema che tanto lo inquieta, Sully Prudhomme non conferma l’ultima soluzione, al contrario: ne dà una terza, diversa dalle due prime. Egli deve aver sentito che nessuna delle due poteva essere definitiva. La sola scienza, dopo il sacrifizio della fede, non gli bastò; il temperamento della scienza con la fede non deve averlo neppure persuaso, poichè l’ultima parola di questo Bonheur è l’affermazione di un supremo Arbitro, di una Causa universale, di un Premio eterno.
Ma possiamo noi crederla? Egli arriva a questa conclusione attraverso le contraddizioni, le stranezze e diciamo anche le stravaganze che abbiamo viste. Non è questo il segno che la conclusione non è naturale, sincera, sicura? Dopo tanti pentimenti, non si pentirà egli un’altra volta ancora? La sua curiosità non può esser finita. Non vorrà egli sapere dov’è il soggiorno glorioso, qual è la causa del tutto, chi è l’Arbitro dell’universo? E quando vorrà e non potrà sapere queste cose, non ricomincerà a dubitare?