Federico De Roberto – La “trovatura”

– Principale, leviamo mano?
Brasi Spataro, che ad ogni due colpi di piccone sentiva il bisogno di riposarsi, asciugandosi il sudore, tirandosi su i calzoni o frugandosi nelle tasche e attaccando discorsi coi compagni, rivolgeva per la terza volta quella domanda a Santavita l’imprenditore, il quale non gli dava retta e badava a prendere misure, sotto il sole cocente, da cui lo riparava appena un vecchio cappellaccio di paglia.
– Si leva mano?… È mezzogiorno!…
– L’orologio l’hai nella pancia, scanza-fatiche? Lavora!…
– Boia!… – borbottò l’altro, riprendendo a grattare il vecchio muro, mentre, accanto a lui, Amaddio buttava giù, ad ogni colpo, un monte di calcinacci rotolanti sull’impalcato fra una nuvola di polvere secca che entrava in gola.
– Mezzogiorno è suonato, sì o no, a San Francesco?
– Non l’ho sentito – rispose breve Amaddio, continuando ad abbattere, tutto intento al suo lavoro.
– Sangue d’un cane!… – riprendeva Spataro, appoggiandosi sul manico del piccone. – Mannaggia la miseria!… Almeno, sbancassi la trovatura!… – E tastava il muro e il pavimento, per sentire se risuonava a vuoto. – Chissà quanti denari debbono esser sepolti in queste vecchie case!… Gli antichi li seppellivano sotto i mattoni, per le rivoluzioni e i colèra… Mastro Alfio Mazzarà s’è arricchito, con la trovatura sbancata a Caltagirone… Sangue d’un cane!…
Ma giusto in quel momento il primo rintocco del campanone del Duomo segnava l’ora del riposo, e Brasi Spataro scese il primo lungo la scala a piuoli, come un gatto, scappando subito alla taverna, pel boccone della colazione.
Adesso, uno dopo l’altro, tutti i manovali lasciavano le vanghe, i picconi, le mazze, le cazzuole e i fili a piombo, per raccogliersi all’ombra, seduti per terra, o sui rottami, o sulle travi accatastate, col pane in mano e la bottiglia fra le gambe. I carrettieri smettevano anch’essi di far viaggi per la calce e la terra rossa, e attaccati i muli ai pali della nuova fabbrica, si univano agli operai. Gli scarpellini, che lavoravano la pietra di Siracusa sotto la tettoia di canna, pieni di polvere fin sulle ciglia come tanti fornai, venivano anch’essi a merendare, e non si sentiva più rumor di seghe o di piccozze. Nunzio e gli altri ragazzi che apprendevano il mestiere, andavano e venivano dall’osteria, facendo le commissioni dei più grandi, e finivano per riposarsi anche loro, con un soldo di fichi d’India disposti sopra un sasso. Spataro aveva del formaggio, delle ulive, roba sott’aceto: due o tre piatti dinanzi, e li presentava ai compagni, messo di buon umore dalle prime sorsate alla fiaschetta.
– Compare!… Mastro Menico!… Per amicizia, gradite!…
– Che l’hai sbancata, la trovatura? – gli chiedevano intorno, celiando, come lo vedevano trattarsi così bene.
– Lasciatemi stare! Mannaggia la miseria!… – rispondeva, masticando a due palmenti. – Ma le trovature ci sono; gli altri le sbancano!… Io soltanto non posso affondare il piccone nel posto buono!…
– Sicuro che ci sono!… – disse allora mastro Menico l’anziano, che buttato il crivello sul monte della terra rossa veniva a mangiare un pezzo di pane con due arancie. – Tu non lo sai quel che dice la storia?
– Che dice?… Sentiamo! Sentiamo!
E mentre l’uditorio lavorava di mascelle, mastro Menico, che ne sapeva tante, ed era anche stato fuori regno, a Malta, cominciò:
– Dunque, si conta e si racconta che c’era una volta un figliuolo di re, il quale tanto studiò e si scervellò, che imparò la magia e l’arte di sbancare le trovature…
– Ma se era figliuolo di re, che bisogno aveva?… – chiese Nunzio, sbucciando i suoi fichi d’India.
– Zitto, bestia! Era figliuolo di re, ma suo padre campava e perciò non lo faceva valere più di un corbello sfondato!… Dunque, il figliuolo del re, imparata l’arte della magia, scoprì un bel giorno una trovatura ad una parte; poniamo: nel banco di Ddisisa…
– Qual è il banco di Ddisisa?
– Il banco di Ddisisa? Adesso ve lo dico…
Mastro Menico, finito d’inghiottire un boccone, ci bevv su due sorsi e riprese:
– Il banco di Ddisisa è un gran tesoro che si trova nel feudo di Ddisisa. Raccontano gli antichi che c’è una gran massa di denari, di monete d’oro e d’argento; e chi è che la piglia non trova più la via di uscir fuori. Se vi menano un cane e gli fanno inghiottire una di quelle monete in un poco di mollica, neanche il cane può uscir fuori, se non la rimanda dall’altra parte: considerate!… Ma, per sbancare la trovatura, c’è la maniera che dicono i libri. Bisogna pigliare tre uomini che si chiamino Santi Turrisi, di tre capi di regno, e poi anche una giumenta bianca, per ammazzarla e strapparle le budella. Queste, uno se le deve mangiare a frittelle, dentro la grotta; poi si ammazzano anche i tre Santi Turrisi, e così il tesoro si sbanca…
– Quanti ammazzamenti!… – esclamarono i manovali. – È una beccheria!…
Brasi Spataro, con la faccia all’aria e il fiasco attaccato alle labbra, badava a sorseggiare, e delle goccie di vino gli rigavano le guancie sporche di terra.
– Ah!… – Egli trasse un profondo sospiro di soddisfazione, si forbì la bocca col rovescio della mano ed esclamò: – Questa è trovatura che nessuno troverà!
– Ma il figliuolo del re?… – domandò Nunzio, col mento tutto giallo di sugo.
– Un momento…
Il vecchio mastro Menico, pulito che ebbe il suo coltello sulla manica della camicia, triturò dei mozziconi di sigaro, cacciò il tabacco nella pipa, cercò nel taschino del panciotto i zolfanelli di legno e ne accese uno strofinandolo sui pantaloni.
– Il figliuolo del re – riprese, fumando – scoperta che ebbe la trovatura, disse: “Oh! adesso la sbanco!…”. Ma andiamo che, per sbancarla, era necessario che dieci milioni di milioni di formiche passassero, ad una ad una, il fiume di Gianquadara sopra una barchetta di mezza scorza di noce!…
– Guarda, guarda il diavolo!…
– Il figliuolo del re, – continuò serio serio mastro Menico – piglia la scorza di noce, la mette nel fiume e comincia a far passare le formiche· E una, e dui, e tri… e seguita ancora così!
– Ah, ah, ah!…
Il piccolo Nunzio e gli altri ragazzi si sbellicavano dalle risa, e i manovali sorridevano anch’essi, con la bocca piena, o accendendo le pipe, come finivano di merendare.
– Questo è per dire, – commentava adesso assennatamente mastro Menico, appuntandosi l’indice sulla fronte – che a cercare i tesori nascosti si perde il tempo e la fatica, e che la vera trovatura sono un paio di braccia forti e il giudizio nel cervello.
– Giusto, – confermava Spataro, riempiendo anch’egli la sua pipa. – Ma se uno trovasse dei quattrini, come se vincesse un terno, cosa dovrebbe fare, guardarli e lasciarli lì?
– Tu ne hai trovato mai?
– Io, no; ma Alfio Mazzarà…
– Gli è finita bella, a mastro Alfio! Quattro giorni di allegra vita, e poi la fame peggio di prima; che aveva perduta la voglia e la forza di buscarsi il pane!…
Allora Amaddio, che non parlava mai se non per dire cose giudiziose, aggiunse:
– Tristo chi perde per andar cercando·
– Questo è! – approvò mastro Menico.
– La mia trovatura è il salvadenaio – disse Nunzio. – Quando lo rompo, ci trovo una lira, due lire, secondo…
E ognuno raccontava una storia di ricchezze improvvise che avevano fatto finir male i fortunati ai quali erano capitate, mettendoli in superbia, persuadendoli a sdegnare i compagni, a unirsi con gente che li rubava o li sbeffeggiava, riducendoli a una miseria più trista. E come passava Santavita il principale, grondante sudore, cogli abiti sporchi di calce e il metro sempre in mano, lo stesso Spataro esclamò:
– Allora, a che serve il danaro?
Santavita aveva fatto quattrini a palate, col suo mestiere, cominciando da semplice muratore, e adesso aveva case in città e villini in campagna; ma sfacchinava ancora, più dei primi tempi, al sole e al vento, senza riposarsi mai, senza conoscere svaghi, mangiando una minestra soltanto, vestendosi peggio dell’ultimo dei mastri.
– È come se avesse messo da parte carta sporca, invece di polizze di banca!
– I danari sono carta sporca!
– E il barone di Donnatrovata?…
Il padrone del palazzo che buttavano giù per rifabbricarlo di sana pianta, il barone di Donnatrovata anche lui, che cosa ne faceva delle sue ricchezze? Quello non era un imprenditore arricchito; era un signore figlio di signori, nato nella bambagia, tirato su a zuccherini, e con tutti i malanni che aveva addosso i suoi denari se li godevano i medici e gli speziali…

– Ma la salute non si compra!
– Quando c’è la salute, c’è tutto!
– Io sono meglio del barone, – riconobbe Spataro, fumando beatamente, come un turco, e incrociando le braccia sotto il capo, a modo d’origliere. – Piuttosto pane e cipolla ma lo stomaco sano. Fin quando c’è giovenm, non c’è bisogno d’altro…
– Lo sai dire anche te?… – domandò in quel punto Santavita, venendo a riposarsi un istante fra i suoi operai, cavandosi il cappellaccio e annodandosi intorno al collo un fazzoletto diventato color della terra. – La cerchi ancora, la trovatura?
– Che cosa ho da farne, della trovatura? Io lavoro e mangio; quando non potrò più lavorare, provvederà Dio.
– Bravo!… Poi, se anche la trovassi, la trovatura non sarebbe tutta per te.
– Questo lo so!… Ma io la dividerei cogli amici: tutti allegri, festa grande!…
– Adesso dimmi una cosa: l’orologio tu l’hai sempre nell’orecchio quando si tratta di levar mano; quando è l’ora di rimettersi al lavoro che cosa fa, si ferma?…
I manovali ridevano allo scherzo del principale, mentre Brasi Spataro si levava in piedi, precipitosamente, ricacciava la pipa nella tasca dei pantaloni, e si riboccava le maniche, esclamando:
– Come, sangue d’un cane?… Eccomi qui: che cosa bisogna fare?…
Ma restò male, con i compagni che gli ridevano sul muso, quando Santavita, che non aveva preso neppure il tempo di rasciugarsi il sudore, si alzò, dicendo:
– A noi, ragazzi! Il muro maestro stasera non dev’esserci più!
– E avanti! – soggiunse Spataro, stringendosi nelle spalle e arrampicandosi anche questa volta il primo su per le scale, seguìto a poco a poco da tutti gli altri,
Il muro, al primo piano, era a un metro dal pavimento, e ad ogni colpo di piccone e di mazza ne rovinava un pezzo, fragorosamente. Nunzio e gli altri monelli portavano via i calcinacci e tornavano coi corbelli vuoti, a processione, fischiando; e anche Spataro canticchiava allegramente, lavorando con nuova lena:

Te l’ho detto, e son tre volte,
Non far l’amore coi cocchieri…

– Avanti, ragazzi! – esclamava, volgendosi a mastro Menico e ad Amaddio che gli stavano a fianco, e facevano lena con le mazze pesanti, serii e silenziosi. – Avanti; che stasera il principale ci darà da bere… – E strizzava un occhio. – Non è vero, principale?…
– Senza chiacchiere! – ingiunse dal basso Santavita, che aiutava due uomini a sollevare una trave enorme; e adesso, nel pomeriggio soffocante, non si udiva più che il martellare dei ferri sulla selce, il rovinio dei rottami e lo stridore delle seghe, sotto la tettoia.
Brasi Spataro taceva anch’egli, e i suoi compagni si voltavano un poco dalla sua parte, tanto la cosa era rara. Egli era arrivato quasi a livello del pavimento e scagliava grandi colpi di piccone, quando a un tratto il suo strumento, conficcandosi nel muro, fece un piccolo rumore, come di stoviglie rotte.
– Ohi!… cos’è?… – dissero gli altri, fermandosi.
Spataro era giallo come un risuscitato e rispondeva: – Niente… niente!… – cercando di nascondere il buco, tirandovi sopra della terra.
– Lévati di lì!… – urlò Amaddio, buttandoglisi addosso e afferrandolo per le spalle, intanto che mastro Menico balbettava, buttato con le ginocchia e le mani a terra:
– La trovatura!… La trovatura!…
– Sangue di Cristo!… Lasciatemi! Ci ho messa la mano io!…
– Indietro tutti!
Il vecchio brandiva ora la mazza, dandone terribili colpi nei fianchi agli altri due; e tutti e tre finirono per ruzzolare, afferrati pei capelli, mordendosi e graffiandosi.
– La trovatura!… Una pignatta piena di monete!… – e tutti i manovali accorrevano, Santavita alla testa, brandendo gli arnesi del mestiere, buttandosi nella mischia, cadendo e rialzandosi, afferrati gli uni cogli altri, fin quando Nunzio, ficcato il capo dentro il buco, gridava con la sua vocetta squillante:
– Rame vecchio!… È piena di rame vecchio!