Federico De Roberto – L’illusione

PARTE PRIMA.

I.

– Il nonno! Il nonno!… Arriva!… È qui!…
Lasciata a precipizio la finestra insieme con Lauretta, ella si mise a correre per le stanze, gridò dinanzi all’uscio della mamma: “È arrivato!… È qui!…” scappò a dare l’allarme alle persone di servizio, e tornò verso la sala, chiamando:
– Nonno!… Nonno!… Eccoci, nonno!…
Il nonno, seguìto dal portiere e dal facchino con le valigie, era a mezza scala quando la vide scendergli incontro. Abbracciandola e baciandola sulle due guancie, esclamò:
– Teresa!… Come stai? come sta la mamma?…
– Bene, nonno… tutti bene!… anche Lauretta…. Dov’è andata?… To’: eccola lì!
E scoppiò a ridere perchè la sorellina, rimasta indietro, ansimante, cominciava appena allora a scendere i gradini, uno alla volta, strettamente afferrata alle bacchette della ringhiera. Allora risalì di corsa e traversò di nuovo la casa, gridando:
– Mamma!… Ohè, mamma!… È qui!…
Come la mamma, un po’ pallida, usciva dalla sua camera mezzo buia, le si buttò addosso, con le braccia in aria:
– Vieni anche te!… Fai presto! Eccolo, guarda!
E mentre il nonno, entrato, abbracciava la sua figliuola, lei gli girava intorno, saltellando, tirandolo per le falde dell’abito, rovesciando domande su domande:
– Ma quando sei partito?… Quanti giorni sei stato per via?… Hai avuto un bel viaggio?… Cosa si dice in quel brutto Milazzo?… Nonno, ohè nonno!…
Tacque subito, quando lo udì chiedere, sottovoce:
– Dov’è tuo marito?
– È andato fuori….
Anche la mamma aveva risposto piano; tutti e due restarono un pezzo a parlare in disparte, poi il nonno se ne andò in camera sua a disfare le valigie, in mezzo a Lauretta che lo aiutava, seria e composta, ed a lei che gli metteva sossopra ogni cosa, ricominciando a interrogarlo:
– Nonno, da quanto tempo non venivi a Firenze?.. A questo Senato non ci vuoi proprio andare?… Vai a Torino pel Senato? Ah, è bella Firenze!… Io vo’ star sempre nella mia bella città!… Senti una cosa, nonno: a Milazzo non ci ritorno, di sicuro!…
– Se ci tornano babbo e mamma, – osservò Lauretta – ci tornerai anche te.
Il nonno smise di sistemare i suoi effetti per stampare dei baci sulle guancie magroline della bimba.
– Così parlano le ragazze a modo!… Queste son le nipotine che fanno la gioia dei nonni!…
Ella scosse il capo, si mise un dito sul mento e guardò il nonno di sottecchi.
– Bravo, ed io non conto, eh?… E tu non vuoi sentirti chiamare Bià, come ti dicevo quand’ero piccina?..
E il nonno si chinò ancora su di lei, la baciò in fronte, chiedendo con un sorriso:
– Adesso sei una donnina matura?
– Ho dieci anni!
– Vuol dire che è tempo di metter la testa a partito. Io so che ne hai fatte delle tue, che hai dati dei dispiaceri alla mamma!…
– Chi te l’ha detto?…
– Lo so… che t’importa?… Non è vero, Matilde?
La mamma che entrava in quel momento, si strinse a fianco la bambina, mormorando:
– Sì, ma non ne darà più; l’ha promesso, l’ha giurato, questo amorino…
Entrò anche Miss, per riverire il barone, chinandosi tutta d’un pezzo, come se avesse inghiottito il manico della granata, e per avvertire poi alle piccine:
– Maintenant, mademoiselles, c’est l’heure de votre leçon.
Laura quasi stava per seguirla, quando lei saltò su:
– Ah, vous savez, Miss, aujourd’hui c’est fête… c’est l’arrivée de grand-papa; on ne travaille pas!…
Si parlamentò un poco, fin quando, a maggior contento delle bambine, Miss se ne tornò indietro mogia mogia. Il nonno, scavando in fondo alle sue valigie, ne trasse due puppattole, grandi, vestite di tutto punto, alla cui vista Lauretta giunse le mani e lei ricominciò a saltare. Adesso, mentre con la sorella si rifugiava in un cantuccio a prender possesso dei regali, il nonno e la mamma parlavano un’altra volta fra loro. Tratto tratto, lei alzava il capo, guardando da quella parte; si udiva il nonno che borbottava: “Ci penserò io!… Avrà da fare con me!…” e la mamma rispondeva: “No, no, per carità…” portando poi il suo fazzoletto agli occhi. Come il babbo rincasò, Stefana venne a prendere le bambine e le condusse via.
– Cos’ha il nonno col babbo, che non l’ha neppur salutato?… – domandò lei alla cameriera.
– Nulla, che dovrebbe avere?…
Però, a desinare il babbo non comparve, e la mamma, cogli occhi rossi, non toccò quasi niente. Solo il nonno parlava per tutti, narrava delle cose di Milazzo, diceva delle burlette guardando sua figlia, chiedeva conto a Miss dei progressi delle sue allieve. Miss prodigava elogi a Laura che otteneva sempre dieci punti nel dettato; ma per la sorella maggiore faceva delle riserve:
– Elle ne veut pas étudier, elle manque de suite. Et c’est bien dommage, car elle aurait du talent… Monsieur le baron devrait lui dire de songer un peu moins à sa toilette…
– Come se un bel giorno non t’apparirà il diavolo, a furia di guardar nello specchio!…
– Già!… – protestava lei, con un’aria d’incredulità non molto sicura.
– Davvero!
Ella buttò indietro, con una rapida scossa del capo, la massa dei suoi capelli d’oro, ripetendo:
– Già, a me non la date a intendere!…
Ma alzatosi di tavola, il nonno andò a chiudersi in camera con la mamma, intanto che Stefana metteva a letto le bambine. Ella chiese ancora:
– Dov’è il babbo? Perchè non ha desinato in casa?
– Avea un invito…
– Proprio oggi che arrivava il nonno!…
Ella scuoteva il capo, non bene persuasa; ma recitando le preghiere della sera, cacciandosi sotto le lenzuola, pensava ridendo alla festa che sarebbe cominciata con la presenza del nonno. Era molto tempo che se ne stava lontano, dall’ultima volta che avevano lasciato Milazzo; ma ella non rammentava bene questo. Le avrebbe fatte divertire, lui che giuocava con loro come un ragazzo, che le contentava in ogni cosa! La mamma era stata tanto di cattivo umore! e il babbo! Una volta, non sapeva dove, li aveva uditi che si bisticciavano; il babbo gridava, la mamma scoppiava in pianto: rammentava l’abbraccio fitto che le aveva dato, scorgendola.
Ma anche il domani, e gli altri giorni che restava a casa, il babbo non parlava con nessuno, sgridava terribilmente le persone di servizio, non rispondeva nemmeno alle carezze delle figliuole. La mamma non volle andare a passeggio, la domenica; diceva di sentirsi poco bene, ma non si metteva a letto. Inutilmente, mentre la carrozza aspettava sotto il portone, lei insisteva:
– Mammina, vieni anche te!… Non è giusto, sai, lasciar solo il tuo babbo adesso che è con noi!.. Guarda: tu metterai l’abito mauve, quello che ti sta tanto bene… Nonno, sapessi com’è bella la mamma con quella toletta!… Vieni dunque, mammina!…
La mamma invece la pregava di non insistere, e esse andarono sole col nonno. Andarono alle Cascine, dove c’erano tante belle carrozze, tanti signori a cavallo; e lei, composta come una damina, col piccolo busto eretto, gli sguardi brillanti dal piacere, spiegava tratto tratto:
– Guarda, nonno, quella lì è la Treggiani; la conosci? Quell’altre due sono le sorelle Lorenzetti: una è maritata col marchese Bicci e l’altra con Martinari… Tò, guarda il babbo!..
Il babbo, a cavallo, stava fermo vicino a una victoria, a discorrere con una signora elegantissima, che aveva delle perle enormi alle orecchie e rideva mostrando i denti più bianchi delle perle. Il nonno si voltò bruscamente dall’altra parte, ella tacque un poco. Poi, come passavano altre carrozze, riprese:
– La principessa Roskoff… Non mi piace punto com’è vestita, oggi!… Quella è la Giacomelli, sai, la signora che ha i più bei brillanti di Firenze… ma io non li ho visti… La mamma non vuole andar mai a teatro!… Nonno, tu ci condurrai?… Di’ la verità: un passeggio come questo a Milazzo non lo sognano neppure!…
Ma come la sorellina tossicchiava un poco, il nonno diè l’ordine di tornare a casa; e lì, intanto che la svestivano, lei enumerava un’altra volta, per la mamma, tutte le carrozze che aveva incontrate, descriveva le più belle tolette, criticava le brutte.
– Sai, c’era anche il babbo…
Però non aggiunse altro, vedendo che la mamma chinava gli occhi. E quando il babbo rientrò anche lui, s’udirono delle voci aspre, si vedeva il nonno passare da una stanza ad un’altra, su tutte le furie – e Stefana veniva ancora a portar vie le bambine.
– Sono in collera, il babbo e il nonno… – notava lei. – E anche la mamma… Non dice niente, ma le dànno dispiaceri… io me ne accorgo bene!…
Certi altri giorni, invece, pareva che tutti avessero fatto pace: il desinare era animato, il babbo discorreva, la mamma sorrideva un poco, le diceva di mettersi al piano. Lei cominciava a suonare qualcuno dei pezzi meglio studiati; ma, giunta ai passaggi complicati, s’impuntava, sbuffava, si dimenava sulla seggiola; intanto che Miss, con la sua voce pacata che era un’altra disperazione, ammoniva:
– Faites attention, mademoiselle… recommencez, s’il vous plait.
Ella tornava da capo, ma ad un nuovo imbroglio si lasciava scivolare dallo sgabello, buttando indietro i suoi capelli.
– Assez, maintenant!…
E cedeva il posto a Lauretta che eseguiva gli esercizii a puntino, senza sbagliare una nota, e si guadagnava tutti i baci e tutte le carezze.
– Questo si chiama studiare!… Perchè non studii anche te come tua sorella?
Ancora tutta fremente per l’irritazione che le difficoltà incontrate le avevano messa, dalla sua poltrona dove se ne stava sdraiata sbattendo le gambe, ella esclamava, sorridendo sul punto di piangere:
– Eh, studio anch’io… ma le dita non ci vanno!.. cosa posso farci?… Io vorrei saper suonare senza perder tanto tempo!…
Alcune volte veniva il conte Rossi, il loro padron di casa, tanto amico del babbo: un bel giovane, il più bel giovane di tutta Firenze. Allora ella provava una grande soggezione; se egli la guardava, se la carezzava, si sentiva tutta rimescolare; e non voleva esser trattata come una bambina in sua presenza. Il babbo andava via col conte; ella gli chiedeva, piano:
– Dove vai, babbo, a teatro?… Conduci anche noi!.
– Un’altra sera…
E la mamma tornava ad avere l’umor nero, si chiudeva in camera, non voleva veder gente. Certi giorni, come venivano delle visite, il portiere aveva ordine di riferire che la signora non riceveva, e lei, dietro la finestra, guardava con rammarico le belle carrozze riluccicanti tornarsene indietro.
– La calèche della marchesa Castelli… la victoria della Santamarta…
Durante le lezioni, mentre Miss correggeva il dettato francese, o assegnava la traduzione inglese, o spiegava la geografia, se udivasi uno scalpitar di cavalli padronali, ella s’alzava, correva a vedere.
– Thérèse!… – esclamava Miss.
– Me voici…
– Je voudrais savoir qui vous a appris ça?… Vous n’aurez pas de dessert, ce soir…
Ella alzava le spalle, mormorando: “Je m’en moque!” E prima di desinare faceva tante moine al nonno, che il castigo finiva per esser condonato.
– Mi secca, sai, quella vecchia!… Perchè lei è vecchia, crede che tutte debbano essere a un modo…
– Ma no, che non è vecchia.
– A quarant’anni suonati?… Allora, cos’è, una ragazzina?… E poi brutta, nonno!… Io non le posso soffrire le persone brutte!… Per mia fortuna, ho un babbo e una mamma che sono tanto belli!… Sai, la mamma, quando passa per le vie, le persone si voltano a guardarla…. io me ne accorgo!… E il babbo, quando monta a cavallo, com’è elegante!… Non ti pare, nonno?…
Il nonno evitava di rispondere. Ella riprendeva:
– Hai viste le signore che vanno a cavallo?.. A Milazzo non se ne incontra!… Come stanno bene!… Quando sarò grande, voglio andare a cavallo anch’io…
Allora il nonno cominciava un predicozzo: bisognava avere il capo ad altro, allo studio, alle cose serie, prendere esempio da Laura; ma sul più bello ella lo interrompeva:
– Va bene, va bene, nonno; hai ragione, studierò di più; ma Laura, vedi, è fatta a un altro modo, si secca ad andar fuori, a veder gente; tutt’al contrario di me… A me piace il passeggio, la società, il teatro… Nonno, non par vero: da tanto che siamo tornati a Firenze, non m’hanno condotta una sola volta a teatro!…
E come finalmente il nonno, per farla contenta, le annunziò che aveva preso un palco al Niccolini, pel Crispino e la comare, ella si mise a ballare per le stanze, ridendo, battendo le mani:
– Lauretta, a teatro!… andremo a teatro!… C’è il palco: fila seconda, numero nove… Gioia, verrai anche te!… vedrai che bellezza!
Si stringeva al petto la sorellina, le stampava dei baci fragorosi sulle guancie, ed esclamava, tutta sola, saltarellando:
– Fila seconda, numero nove!… Fila seconda, numero nove! – Poi correva dalla mamma, le chiedeva: – Quale veste metterò?… La bianca o la celeste?… La bianca è un po’ antica, ma non mi sta meglio?… Eh, cosa ne dici?… Proviamo?
Tutto il giorno, il pensiero di quello svago le impedì di far nulla, di star ferma due minuti di seguito; andata fuori con Miss, non aveva occhi che pei cartelloni annunzianti lo spettacolo; ma quando rincasarono e chiese alla mamma se aveva preparato il suo abito, il nonno, che era lì, rispose brusco, con una voce che non gli conosceva ancora:
– Andate via, non si va a nessun posto.
Ella lo guardò un poco, corrugando le sopracciglia, battendo un piede; e appena fuori di quella camera, si cavò il cappello, lo buttò per terra, si mise a strappare la veste, pallida e muta. Stefana, accorsa, tentava di calmarla; ella gridava, coi denti stretti, respingendola bruscamente:
– Va’ via, sai!… va’ via…
– Tua madre, Teresa!… non le dare un altro dispiacere…
– Esci, ti dico!…
E andò a chiudersi nella sua cameretta. Stefana la seguiva, picchiava all’uscio, insistendo:
– Teresa!.. Teresina! Non esser cattiva!.. apri!.. ascolta, ho da dirti una cosa…
Ella non rispondeva. Poi s’udì un passo e la voce del nonno, terribile, che gridava:
– Apri!
E come ella non rispondeva ancora, un urto violento dischiuse l’uscio. Il nonno, rosso in viso, coi pugni stretti, le s’avanzò incontro, gridando:
– Anche tu?… Siete tutti di una razza?…
Ella indietreggiò, dalla paura; ma ad un tratto la mamma entrò di corsa, se la prese in braccio, se la strinse al petto, furiosamente, mormorando con voce rotta:
– Teresa!… Teresa!… figlia mia!…
– Mamma!… oh, mamma!…
E il suo rancore finì in pianto disperato. I singhiozzi le scuotevano il petto, le squarciavano la gola, le torcevano le labbra, e grosse, cocenti, le lacrime solcavano le sue guancie infiammate.
– Figlia mia!… Teresina mia!… La tua mamma!… Non piangere, no; mi fai male!… Sii buona; basta, adesso!
Ella tentava di articolare una sillaba che si perdeva nel brivido sibilante dei singhiozzi; e scuoteva il capo, sconsolatamente, come per dire che tutto, che tutto era inutile. Ora la mamma, sedutasi, l’adagiava sulle sue ginocchia, la stringeva al seno, la cullava, mormorando parole di conforto, interrotte da carezze e da baci; e a poco a poco la tempesta si sedava, le lacrime cessavano di scorrere, i singhiozzi si facevano più rari, si mutavano in grossi sospiri.
– Non più, adesso…. Figlia mia, figlia mia cara! Aspetta, asciùgati gli occhi…. Bambina mia bizzosa! Tu non farai più questo, un’altra volta, non è vero? – ella, con un moto del capo, assentiva. – Vedi come indovino? come conosco quel che hai nel tuo cuoricino?… Adesso, dimmi che mi vuoi bene…
– Tanto, mamma!…
– Quanto mi vuoi bene?
Ella cercava un poco; poi, alzati gli occhi:
– Quanto il cielo.
– Cara!… Cara!… Adesso andiamo dal nonno; vieni a domandargli perdono….
Ella doveva aver fatto molto dispiacere ai parenti, perchè, anche dopo la pace, la mamma continuava a piangere; e il nonno andava di su e di giù per la casa, borbottando cose che non si capivano, poi tornava a chiudersi in camera con sua figlia; e il babbo non si vedeva, nè quel giorno nè il domani.
– O il babbo dov’è?
Non le rispondevano; solo Stefana le disse, una sera:
– È partito… Aveva da fare, a Palermo….
E un bel giorno la casa fu messa sottosopra: armadii spalancati dai quali cavavano biancheria e vestiti; bauli, valigie e sacchi da notte che si andavano colmando di roba; mobili che i facchini venivano a caricarsi sulle spalle e portavano via.
– Che cosa fanno? – chiese a Stefana.
– Si parte anche noi, si torna a Milazzo.
Ella rimase, dallo stupore. E perchè a Milazzo? Cosa volevano farci? C’era già il babbo?… Le domande le morivano sulle labbra, vedendo il viso patito della mamma, che non aveva animo di levarsi dalla poltrona, e la cera del nonno così minacciosa, come s’ei fosse sul punto di picchiare qualcuno. Ella guardava le finestre del conte Rossi, che erano dirimpetto alle loro, nella corte; e si sentiva stringere il cuore, pensando che non lo avrebbe più riveduto. Prima che partissero, egli venne a salutarli: era un pomeriggio scuro, il conte parlava piano col nonno; quando s’alzò, baciò la mano alla mamma. A lei, dette un bacio sulle guancie; ne restò come stordita.
La casa adesso era vuota: restavano i letti e le seggiole; e i bauli ingombravano la sala. Miss le conduceva fuori, e lei si guardava intorno, leggeva il nome delle vie, i cartelli delle botteghe, chiedendo:
– Est-ce que nous ne reviendrons plus à Florence?
– Je ne sais pas.
Il giorno della partenza, la sua povera mamma stava così male, che dovettero reggerla nel discendere le scale e nel salire in carrozza. Lei sporgeva il capo dallo sportello per vedere la sfilata delle case, delle vie, delle piazze, per salutare la sua bella città, col cuore stretto, con una gran voglia di piangere. E dal finestrino del treno che si metteva in movimento, stendeva un braccio, apriva e chiudeva la mano, esclamando:
– Addio, Firenze!… Arrivederci….

II.

Era tanto più piccolo e più brutto, Milazzo! Dal vapore, si scorgeva il mucchio delle case sotto il Castello, la passeggiata della Marina – una Marina per ridere, dopo quella di Napoli! – il porto senza bastimenti, le case basse e povere. Per le vie, niente folla, niente carrozze, niente negozii rilucenti: le piazze vuote, tranne la fontana del Carmine, colla statua di Mercurio che aveva una cintura di latta. San Giacomo faceva pietà, dopo Santa Maria del Fiore, e quando uno arrivava dai Mulini all’Ospedale, aveva bell’e traversato il paese da una parte all’altra.
Con la mamma quasi sempre a letto, col nonno che non pareva più quello di prima, ora bisognava vedersi sempre dinanzi il muso lungo di Miss, udire i suoi borbottii di eterna malcontenta. Il solo viso allegro era quello di Stefana, che le voleva bene come un’altra mamma. “Ti tenni in braccia io per la prima, quando venisti al mondo!” le diceva, mettendosela ancora a sedere sulle ginocchia, malgrado cominciasse a pesare. Ed era lei che osava tener testa a Miss se questa la sgridava, che dimostrava al barone il torto della governante o compensava di nascosto i castighi irrevocabili. Quando le toglievano il dessert, Stefana glie ne dava, senza farne accorgere nessuno, una porzione doppia di quella che le sarebbe toccata; quando la condannavano a desinar fuori di tavola, desinavano insieme, tutt’e due sole, con più gusto, con maggiore appetito; tanto che appena Miss infliggeva un castigo, lei le rispondeva, per farla arrabbiare, con un bell’inchino:
– Merci! Vous m’obligez, vraiment….
Nei primi tempi, ella chiedeva spesso a Stefana notizie del babbo; la donna rispondeva che era in viaggio, o che stava poco bene, o che aveva da fare; a poco a poco ella finiva per non notare la sua assenza, per dimenticare la sua figura. La mamma non ne parlava mai, non parlava quasi di niente; si metteva accanto le bambine, carezzando lungamente i loro capelli, ascoltando il loro chiacchierio, e certe volte, sull’imbrunire, quando non avevano ancora portato il lume, delle lacrime le luccicavano sulle guancie.
Se avessero potuto dormire nella sua stessa camera, come quand’erano più piccine! Lei aveva adesso una cameretta tutta per sè; e di giorno era una festa, chiudervisi dentro, disporre ogni cosa come le talentava: trascinare più qua il tavolino da studio, spingere più là una seggiola, rovistare nelle cassette del canterano, un mobiletto piccolino, bellino, che era il suo orgoglio. Ma quando calava la sera, e lei pensava alla notte che doveva passar lì dentro, sola, con un filo di luce del lampadino messo nel corridoio per illuminare anche la camera di Miss, aveva paura e dimenticava l’antipatia ispiratale dalla governante, invidiando Lauretta che le dormiva accosto. Era brutta la notte, il buio, il silenzio. Per questo, malgrado le fosse stato proibito dal nonno, Stefana veniva a tenerle compagnia nelle prime ore della sera, discorrendo di tante cose: com’era stato che il nonno l’aveva presa al suo servizio, quante volte aveva rifiutato di maritarsi per restar sempre in quella casa; oppure le narrava delle fiabe dove i figliuoli dei re morivano d’amore, lontani dalle Belle, e le cercavano girando il mondo, sfidando maghi, giganti, serpenti, leoni, la fame, la sete e le tempeste per liberarle, per distruggere i malefizii operati dalle streghe. Se le regine non accordavano in moglie ai principini le ragazze ch’essi volevano, i poveretti deperivano a vista d’occhio, non mangiavano più, si struggevano a lento fuoco, si riducevano in fin di vita: tutti i cortigiani piangevano, i popoli erano in lutto, i medici ammattivano, i maghi non sapevano che cosa escogitare; e a un tratto, appena le Belle si presentavano, essi guarivano come per miracolo.
Ella sbarrava gli occhi, immobile, incantata; e quando una fiaba finiva, ne domandava un’altra, e poi un’altra ancora, finchè il sonno non s’aggravava sulle sue ciglia. Quando la credeva addormentata, Stefana se ne andava in punta di piedi, come camminando sulle uova; ma tante volte lei era desta ancora, con tutte quelle avventure nel capo; e durante la notte, svegliandosi a un tratto, sussultava, spalancava gli occhi, impaurita dalle grandi ombre proiettate dal lampadino posto per terra, dalle brutte forme che prendevano le vesti floscie sulle seggiole. Allora le fiabe narrate a veglia, invece di distrarla, accrescevano il suo spavento: le Mamme Draghe, gli eremiti colle barbe bianche fino ai piedi, gli uomini selvaggi, le teste di Turchi che appariscono quando le ragazze vanno a cogliere ramolacci, il diavolo che chiamavano Cugino, parevano s’affacciassero dall’uscio, ed ella non ardiva voltarsi contro il muro, per vedere almeno quel che avveniva nella camera. Poi, dalla parte del muro, col letto che vi era addossato, non poteva sorger nessuno, e così ella aveva le spalle sicure – giacchè la sua gran paura era che entrassero delle persone a rubarla, a portarla via, imbavagliandola, legandole mani e piedi. Ella aveva nell’orecchio il ritornello d’una fiaba, la predizione insistente e minacciosa che diceva: “Viene la morte con l’anche storte…” e quest’idea di morire l’agghiacciava nel suo lettuccio, le serrava la gola, le faceva battere i denti. Col giorno, ombre e paure svanivano; e che gioia quando, appena aperti gli occhi, la luce penetrante tra le fessure delle imposte la colpiva! Ma che seccatura, anche, quand’era Miss che veniva a destarla, una, due, tre volte, finchè non le tirava giù le coperte! Aveva una sveglia nella testa, colei? Alle sette d’inverno, alle cinque d’estate, era sempre in piedi, come una sentinella! E non c’era caso che accordasse mai cinque minuti di dilazione! Ella se ne vendicava pigliandosela con l’Irlanda, il paese dove quella vecchia era nata, o cantarellando nel camerino di toletta, come i monelli delle vie, sull’aria la donna è mobile:

– La vecchia insipida,
Il legno fradicio….

– Teresa! – ammoniva Stefana, che l’aiutava a vestirsi.
– Cosa vuoi te, adesso? Non posso neppur cantare?
– Le signorine non cantano di queste cose!
– O bella!… La vecchia insipida: che c’è di male?
Non la poteva soffrire, con le sue eterne ammonizioni, coi rimproveri continui perchè il quaderno del dettato non era pulito, perchè le divisioni erano sbagliate, perchè i nomi della storia sacra non le restavano in mente. Lei si seccava a studiare quelle cose: come volevano sentirlo? A cosa doveva servirle la divisione, quando sarebbe stata grande? I conti li avrebbe dati a fare ad un altro; non era ricca e nobile abbastanza? Suo padre era il conte Uzeda, suo nonno era il barone senatore Palmi! E Stefana le diceva bene che il nonno avrebbe date tutte le sue ricchezze a lei ed a Lauretta, perchè l’altra sua figlia, la zia di Palermo, non aveva figliuoli.
Era questa zia di Palermo, la zia Carlotta, che mandava gli abiti alle nipotine; e quando arrivavano le casse, lei non dava più retta a nessuno, provandosi e riprovandosi le vesticciole, i cappellini, le scarpette; guardandosi in tutti gli specchi, chiedendo il giudizio d’ogni persona, dalla mamma al portiere. Venivano anche gli abiti per la mamma, che neppur li guardava; peccato, dei begli abiti di velluto e di raso, pieni di trine, di nastri, di guarnizioni d’ogni specie; dei cappelli colle grandi piume attorcigliate, con dei mazzi di fiori che pareva si potessero spiccare! La mamma non usciva quasi mai di casa; e la domenica, per la messa, o quando doveva far qualche visita, o andare alla Badia, dalla zia Serafina, la monaca sorella del nonno, si metteva la prima veste che capitava e spesso lo scialle in capo.
Pensando a un tempo lontano, quando era proprio piccolina, e non sapeva nemmeno dove fosse, se a Firenze o a Palermo o chi sa dove, lei rammentava le lunghe tolette della mamma: la vedeva dinanzi allo specchio assestarsi la veste ai fianchi, metter le buccole sfolgoranti alle orecchie voltandosi di profilo, avvolgersi il capo in una gran fascia ricamata per andare al ballo o al teatro. E quando non c’era nessuno, lei stessa fermavasi dinanzi al grande specchio dell’armadio, e lì, con una tovaglia da faccia, cercava di avvolgersi il capo al modo della sua mamma; oppure si stringeva i gomiti contro i fianchi, salutando a destra e a sinistra, come rammentava di averla vista salutare, in carrozza.
– Thérèse, qu’est-ce que vous faites-là?
Ella sussultava alla voce fredda di Miss, e avvampava in viso.
– Je ne fais rien du tout!… vous le voyez bien, n’est-ce pas?
Era proprio una noia, doversela trovare sempre fra i piedi tutto il giorno, in casa e fuori! Ma a passeggio, almeno, unendosi con le amiche e gli amici, lasciandola indietro con le altre cameriere, si godeva d’una certa libertà. Erano a San Papino le passeggiate favorite, pei campi verdi seminati di margheritine, sulla spiaggia fatta di ciottoli che cominciavano grossi come il pugno, divenivano a poco a poco piccoli e candidi, o bizzarramente venati, come confetti, e finivano in sabbia minutissima, che il mare lambiva quetamente, o assaltava, certi giorni, mugghiando e spumeggiando. Non finiva mai, quella spiaggia, partendo dalla Tonnara e girando lontano lontano fino a Patti, alle montagne di Tindari e al Capo d’Orlando, con le isole di Lipari in faccia; il sole vi moriva, non vi si scorgeva anima vivente per ore ed ore, e la notte, dicevano, certuni avean visto vagolarvi delle fiammelle: le anime dei soldati morti nella battaglia del Sessanta e seppelliti lì, dentro grandi fosse, tutti insieme…. I ragazzi si sparpagliavano di qua e di là, intanto che le grandi sedevano per terra, in crocchio, sotto gli ombrellini o dietro una barca tirata a secco; e si rincorrevano, facevano raccolta di ciottolini, inseguivano le farfalle venute dai campi e smarrite in quel deserto. Niccolino Francia stava sempre vicino a lei, la guidava fino al velo d’acqua che s’avanzava o si ritraeva sulla sabbia fine; certe volte le faceva una gran paura, piantandola lì e fingendo di tornarsene di corsa dov’eran quegli altri, che non si scorgevano neppure.
– Sì, sì!… – le urlava, vedendola affondare penosamente sulla sabbia. – Raggiungimi, se puoi…
Come faceva quel diavolo a correre sui ciottoli? Lei si sentiva incatenata pei piedi, faceva degli sforzi enormi per cavarli da quell’ammasso di sassolini scricchiolanti, col vento del mare che le fischiava alle orecchie, con una paura terribile di restar perduta in quella spiaggia, ma senza chiamare aiuto, perchè le sarebbe parsa una viltà.
– Bravo! Bravissimo! Spiritoso!… – diceva soltanto al compagno, ironicamente, com’egli tornava a raggiungerla. – Cosa credi, di farmi paura?…
Ma, trafelata, col cuore che le batteva ancora forte, si lasciava cadere per terra, su quel letto nettissimo di ciottoli bianchi, buttandosi sulle spalle, con l’abituale gesto del capo, i capelli scomposti. Niccolino le si metteva accanto e allora parlavano di quel che avrebbero fatto, quando sarebbero stati grandi.
– Io andrò via da Milazzo… – diceva lei – Credi che voglia invecchiare qui dentro?… Voglio andare a Firenze, dove son nata, o almeno almeno in una gran città, dove c’è tanta gente, di bei passeggi, tanti teatri… A teatro si va dopo il primo atto, per eleganza, lo sai?
Niccolino la prendeva per la vita, la stringeva, l’obbligava a stargli a braccio, come marito e moglie. Certe volte lei lasciava fare, certe altre gli si ribellava, cercava di svincolarsi, e allora lui, prepotente, cogli occhi rossi e i denti stretti, l’afferrava, le si buttava addosso; poi si rabboniva, diventava tutto carezze, fin quando una voce che per l’immensità della spiaggia parea lontanissima chiamava:
– Teresa!… Ragazzi!…
Un’altra passeggiata, più bella ma più rara, si faceva su al Castello, col Maggiore, che era amico del nonno e conduceva anche i suoi figli. Si entrava dalla gran porta addossata a un torrione, e si traversavano degli archi, una galleria tutto buia dove la sciabola del Comandante sbatteva con fracasso, fino alla grande spianata erbosa dove sorgeva l’antica cattedrale: una gran chiesa con la cupola, ma abbandonata, cadente, una rovina. Non c’eran porte agli usci, nè vetri alle finestre, nè imagini agli altari: i muri sforacchiati dalle bombe, il pavimento sfossicato, le lastre delle sepolture rotte o strappate: nel Sessanta, i soldati se n’erano serviti come di tavole da pranzo! Dietro l’altar maggiore si vedeva una gran fossa ed una scala terrosa, da cui si andava in un sotterraneo: le lucertole vi stavano di casa. Uscendo dalla cattedrale, salivasi ancora, alla fortezza più vecchia, sulle cui mura altissime luccicavano le baionette delle sentinelle; ed ella era tutta fiera vedendo i soldati presentare le armi al Comandante che la teneva per mano. Egli le mostrava la Batteria tedesca, le polveriere, la buca da cui s’andava al passaggio secreto che metteva fuori del Castello, sotto terra; poi si traversavano altri archi con uno scudo di marmo in cima, fino alla torre del parafulmine, dove si perdeva quasi l’aria, tanto era alta. Alla discesa, i bambini scappavano innanzi di corsa, si disperdevano verso gli spalti di tramontana, i più belli: affacciandosi dalle feritoie slabbrate, si vedevano i muri precipitare a picco, sui campi verdeggianti, – e dei condannati chiusi nel bagno eran fuggiti una volta da quella parte, legando una corda fatta di lenzuola alle grate della finestra; ma come la corda non arrivava fino al suolo, s’eran buttati giù, spezzandosi le gambe, restando per terra fin quando i carcerieri li avevano ripresi. Sullo spigolo di una delle torri si vedeva un disegno curioso, che pareva una specie di grossa mosca; e il figlio del Comandante spiegava che era il segnale per riconoscere il punto più debole della fortezza. Doveva esser bella, quand’era piena di cannoni e di soldati! Adesso ce n’erano pochi, dei cannoni; l’erba cresceva tra le feritoie, accanto alle lapidi di marmo incastrate nei muri, e non s’udiva altro che la voce del vento sempre fischiante a quell’altezza. V’erano dei vecchi artiglieri, e dei soldati, per custodire i galeotti del bagno; e i bambini passavano di lì, prima d’uscire: una grata dinanzi a una porta grande, dietro alla quale si vedevano i condannati dalle faccie scialbe. Ella aveva paura, non li poteva guardare, si sentiva venir male, e Niccolino glie lo faceva apposta: cercava di trattenerla, additava i visi più tristi:
– Guarda quello lì, che spavento!… Stanotte scappa, per venirti a rubare…
Si andava anche al Capo, in carrozza: una via che si svolgeva come un nastro fra le vigne e gli uliveti, col mare a destra e a sinistra, fino alla casa bianca della Lanterna, da cui si vedevano tutte le altre isole dell’arcipelago che da San Papino non si potevano scorgere – dei buchi scuri all’orizzonte – e le onde che mordevano le basi della roccia. Quella era una via che facevano spesso, in autunno e in primavera, perchè lì, al Capo, c’era la Rocca, una proprietà del nonno, con la casina di villeggiatura, dove il dottor Russo li mandava per la mamma e per Lauretta che aveva sempre qualche cosa: o la tosse, o le glandole gonfie, o degli sfoghi sulla pelle, tanto che bisognava sempre misurarle delle cucchiaiate di sciroppi, delle prese di ferro, dei mezzi bicchieri di misture. La piccina sopportava tutto in pace, senza lagnarsi, obbedendo in ogni cosa, non trascurando per questo le sue lezioni, levandosi sempre alla stessa ora, malgrado il permesso accordatole dal nonno di restare a letto un poco più a lungo.
– Vedi tua sorella? – dicevano a lei.
– La vedo, sì… ma che posso farci?… Io sono a un’altra maniera!…
Per questo non era gelosa degli elogi che tutti prodigavano a Laura, anzi riconosceva per la prima che li meritava. Però, talvolta, se la sorellina per eccesso di zelo faceva andare a monte un divertimento già stabilito; se, alla proposta di uno svago, rispondeva che per conto suo preferiva restare in casa, lei entrava in una sorda irritazione, e a voce bassa, concitata, la colmava per tutto un giorno di male parole:
– Sgobbona! Mummia!… Ti dispiace veder divertirsi gli altri?… Cosa vuoi diventare, una dottoressa?… Bestia! sgobbona!…
Addirittura malvagia, certe altre volte la canzonava per le sue infermità, chiedendole se le nocciole le erano rimaste in gola quando le vedeva il collo gonfio, o paragonandola ad un mantice se l’udiva tossire. La collera finiva in grandi scoppii di pianto; inginocchiata dinanzi alla sorella, le chiedeva un perdono che le era subito accordato, le prodigava tutte le sue carezze, voleva essere la sua infermiera, la sua protettrice – come le diceva la mamma.
Poi quei propositi svanivano, se si parlava d’una scampagnata, d’una gita in barca, d’un divertimento del quale la sorellina non poteva prender la sua parte. Il nonno le rimproverava il suo egoismo, non voleva lasciarla andar sola; allora la mamma intercedeva per lei; bastava che gli dicesse una sola parola per ottenerle tutto. Se anche gli avesse detto di buttarsi dal Castello, lui si sarebbe buttato. Era matto per quella figliuola; bisognava vederlo quando la sua malattia s’aggravava: tutto il giorno accanto a lei, a curarla, a cercare di svagarla, raccontando delle storie, leggendole dei libri, facendole vedere le figure dei vecchi giornali illustrati.
Dai discorsi che Stefana le teneva, tra una fiaba e l’altra, quando aspettava di vederla addormentata, lei aveva capito che quella malattia era una malattia prodotta dai dispiaceri: per questo credeva che fosse una cosa da nulla. Però la mamma era molto patita, mangiava pochissimo, non si fidava di far nulla, tante volte restava a letto intere giornate. Quando le due sorelline fecero la prima comunione, volle vestirle ella stessa, s’ostinò ad accompagnarle in chiesa; abbracciandole, dicendo loro: “Figlie mie sante!…”, aveva gli occhi rossi, e tremava. Tornò a mettersi a letto, il dottore veniva adesso mattina e sera, e un giorno la zia Serafina lasciò il convento, col permesso della Madre Badessa, per aiutare il nonno che da solo non riusciva a dirigere la casa. Anche le lezioni di Miss furono sospese; ma senza saper bene perchè, lei non trovava nessun piacere in quella vacanza. Dopo un pezzo arrivò anche la zia Carlotta da Palermo, con suo marito; ma non fu neppur quella una festa; avevano tutti una cera così triste! Solo la mamma, dal fondo del suo letto, sorrideva al suo babbo ed alle sue figlie.
Un giorno, mentre facevano colazione, la zia Carlotta venne a dire a Miss di vestir le bambine.
– Perchè, zia?… Dove si va?
La zia non rispose, ma il cocchiere aveva già attaccato: si andava al Capo. Veniva anche la mamma?
Prima d’andar via, le condussero nella camera dell’ammalata, che riposava, cogli occhi socchiusi; il nonno e la monaca stavano ai due lati del capezzale; la zia Carlotta teneva la fronte appoggiata alla spalliera del letto.
Ella sentì sollevarsi per le ascelle dallo zio, che disse:
– Bambina, bacia la mano a tua madre.
Baciò la mano bianca e fredda che usciva fuor del lenzuolo; ma il cuore le si chiudeva, perchè i baci alla sua mamma li aveva dati sempre in viso. Non parlava nessuno.
Quando furono in carrozza, con Miss e lo zio, ella chiese improvvisamente:
– Che cos’ha la mamma?
– Nulla, bambina… Sai bene, soffre un poco…
– Allora perchè la lasciamo?
– Andiamo innanzi; poi verranno gli altri.
Arrivati al Capo, tutta la gente di campagna circondò lo zio, e la moglie del fattore le condusse in casa. Era una giornata bella quanto mai, con un’aria così chiara che, dalla terrazza, Stromboli e Panaria quasi si toccavano con mano, ed anche il piccolo scoglio di Basiluzzo si scorgeva come un sassolino in mezzo al mare. Giù in giardino c’era un gran caldo e un gran silenzio; s’udiva il ronzare degli insetti che pareva il mormorio d’un discorso lontano. Sul tardi arrivò il portiere da Milazzo; appena lo vide apparire dietro il cancello, gli gridò:
– Vengono gli altri? Come sta la mamma?
Il portiere rispose soltanto, alzando un braccio, con una voce di spavento:
– Signorina!… Signorina!… – ed entrò correndo.
Allora lei comprese una cosa: che la sua mamma moriva. Non chiamò gente, non si mise nulla in capo: così com’era, uscì dal giardino per tornarsene in città. Avrebbe trovata la via, bastava andar sempre diritto, fino al Castello; di lì sarebbe scesa subito a casa.
La polvere che sollevavano le sue scarpe l’acciecava, due contadine che si tiravano dietro un asino carico di legna si fermarono a guardarla. Ella affrettò il passo; ad un tratto si udì chiamare:
– Signorina, dove andate?
Era il fratello del fattore che saliva dalla Croce. Gli rispose:
– Passeggio un poco, fino alla chiesa.
– Tornate a casa, signorina!… Venite con me!..
Come quell’uomo la prese per mano, tentò svincolarsi; egli la sollevò fra le braccia. Allora, dibattendosi furiosamente, scoppiò in tal pianto che si sentì vuotare. Le parve che tutte le cose girassero, poi la prese un gran freddo e non vide più nulla.
Quando riaprì gli occhi, Stefana la teneva fra le braccia, piangendo; si udivano i singhiozzi convulsivi di Lauretta nelle braccia di Miss.
– La mamma! Voglio veder la mamma…
Fece ancora per fuggire; Stefana la strinse tutta al petto, mormorando:
– Figlia mia! Povera figlia! La mamma è con la Madonnina santa, lassù in paradiso!…

III.

Degli abiti neri per tutti, la casa che parea vuota dopo la partenza degli zii di Palermo e il ritorno della zia monaca alla Badia – e le visite degli amici e dei conoscenti che si succedevano tutto il giorno nel salotto buio. Una volta, ella aveva udito il nonno che mormorava a uno di questi amici, parlando delle sue nipotine: “Povere bimbe, esse non sanno quel che hanno perduto!” Lei avrebbe voluto dirgli: “Sì che lo so, nonno!…” Ella vedeva la sua mamma tutte le notti in sogno, che le parlava, che le accarezzava i capelli, che se la stringeva al petto. Svegliandosi, si diceva per un poco, col cuore allargato da una gioia infinita: “Ma dunque non è morta!…” poi vedeva le sue vesticciole nere, e restava muta, cogli occhi fissi in un punto, senza muoversi, fin quando Miss o Stefana non venivano a chiamarla.
Però, a poco a poco, quei sogni si fecero più rari, non tornarono più. Adesso si ricominciava ad andar fuori, anche per la povera Lauretta che stava peggio dopo quel gran dolore. Andavano ancora sulla spiaggia di San Papino, alla Tonnara, al Castello; ma passando da San Francesco di Paola tutte facevano il segno della croce e recitavano delle preghiere, perchè la povera mamma era sepolta lì.
La chiesa era stata fabbricata dallo stesso Santo, tante centinaia d’anni addietro; anzi egli aveva operato un gran miracolo stirando una trave che non era lunga abbastanza: in mezzo agli affreschi del soffitto avevano lasciato una gran fessura dalla quale si scorgeva quel legno miracoloso. Il pavimento era tutto ricoperto di lapidi, ma lei girava intorno ad esse, col terrore di camminare sui morti, e arrivata dinanzi a quella della mamma, cadeva in ginocchio, a mani giunte. Come restava un giorno ammalata tutte le volte che vi andava, finirono per non condurvela più.
Quella disgrazia le fece ricordare il suo babbo: la sera chiedeva spesso a Stefana:
– Perchè non è venuto anche lui?… Gli hanno detto che la povera mamma non c’è più?… Non ha scritto al nonno?…
– Non so…
– E adesso dov’è?
– A Palermo.
Un giorno, dalla loggia del giardino, udì il portiere e il cuoco che discorrevano; parlavano del conte, il cuoco diceva: “Sua moglie dev’essere contenta!… Se aspettavano, non c’era bisogno del divorzio!…” Ella pensò un pezzo a questo; poi se ne dimenticò.
Il nonno era adesso più buono di prima, riversava il suo affetto sulle nipotine, le conduceva ogni giorno con sè, in campagna, al Gelso, una gran proprietà comprata da poco, nella pianura, dove piantava un vigneto. Quando fu pronto il villino che aveva fatto costrurre sul palmento, andarono lì invece che al Capo. Fu così allegra la prima vendemmia: tanta gente che andava e veniva ogni giorno, i grandi fuochi che accendevano sull’imbrunire, i canti e i balli delle contadine! Vicino a quella loro proprietà, ce n’era una dei Giuntini, che avevano una figliuola, Bianca. Com’era bella! Alta quanto una signorina, coi capelli più neri dell’inchiostro, il viso pallido, gli occhi profondi! Ella sentiva battere il suo cuore più forte al solo vederla, le stava dinanzi con una secreta soggezione, provava per lei lo stesso turbamento che rammentava di aver provato, a Firenze, pel conte Rossi. In breve divenne sua amica, e l’imitava nel modo di parlare e di muoversi. La prima volta che la baciò in viso si sentì tutta rimescolare. Invidiava il suo pallore così distinto, le sue vesti lunghe; e la voleva tutta per sè. Di ritorno a Milazzo, nel vederla con altre, credeva d’esser trascurata da lei; allora le si mostrava fredda, faceva la sostenuta; ma appena l’amica la prendeva per mano, il suo rigore finiva.
Bianca possedeva dei piccoli monili più belli dei suoi; un giorno che lo disse al nonno, egli le fece vedere quelli della povera mamma. Restò abbarbagliata. Quante perle! Quanti brillanti! Ella si provava gli anelli, faceva scattare le molle dei bracciali, versava le collane da una mano all’altra come piccole cascate, e assediava il nonno di domande sul nome di certe gemme che non aveva mai visto, sulle figure dei cammei, sulla composizione degli smalti. Pensare che tutte quelle bellezze erano metà sue e metà di Lauretta!
Però la sorellina non istava bene, non si divertiva a giuocare cogli altri ragazzi, e malgrado le sgridate del nonno, studiava da mattina a sera, a tavolino od al pianoforte, fino a riammalarsi. Un giorno vi fu una gran novità; si parlava di andare a Palermo dalla zia Carlotta, che li aveva invitati. Il nonno non voleva lasciar la casa nè mandarle sole; ella si mise a scongiurarlo a mani giunte perchè dicesse di sì. Alla Badia, una volta, lo udì parlare piano ma irritato con la zia monaca, che gli diceva: “Infine, è loro padre…” Si parlava certo del babbo.
Come il viaggio fu deciso, Miss cominciò a fare i bauli. Il nonno le accompagnò sul vapore per raccomandarle al capitano: un uomo lungo e magro con una barba ispida, che scese lui stesso sotto coperta per scegliere la più bella cabina. Quando suonò la campana ed ella ebbe finito di salutare il nonno che se ne tornava a terra, il comandante le disse:
– Signorina, vuol salire sul ponte con me?
Diventò tutta rossa; era la prima volta che un uomo le dava del lei. Che festa, quel viaggio! Il capitano lasciava ad ogni tratto il suo da fare per venire a chiedere a Miss se aveva bisogno di nulla, per accarezzare le ragazze, per condurle con lui nel suo camerino, dove offriva loro dei dolci, dei liquori, e mostrava degli strumenti, le fotografie di tanti altri piroscafi, delle scatolette di sandalo intagliato che mandavano un odore così buono. Ogni tanto ella l’udiva dire a Miss, parlando di lei: “Che amore di bimba!… che bellezza!…” Ella fingeva di non udire, gettava indietro i suoi capelli, guardava da un’altra parte e assediava di domande il timoniere, credendo di veder da per tutto Monte Pellegrino. Quando finalmente apparve e i passeggeri si prepararono a sbarcare, il capitano venne a salutare la governante: regalò una scatolina di sandalo a Laura ed un’altra a lei stessa, dicendo:
– Questa la serberà in memoria del suo viaggio… Mi dà un bacio in ricambio?
Ella porse la guancia: sentì che quella barba ispida era invece fine come la seta.
Gli zii facevano segnali da una barca; nella fretta di scendere, ella lasciò cadere il suo ombrellino in mare. Miss sgridava, lo zio rideva, la zia si stringeva al petto le nipotine chiedendo notizie della loro salute, del nonno, di Milazzo. Allo sbarcatoio, c’erano dei curiosi assiepati intorno alla bella carrozza che aspettava, e al palazzo tutta la servitù schierata; le cameriere esclamavano:
– Che belle signorine!… Come sono grandi!…
Ella passava impettita, a testa alta, con un’aria di padroncina, guardando intorno per le belle stanze, pei salotti vasti e riccamente addobbati. Nella camera della zia c’era un letto per una sola persona, voleva dire che suo marito non dormiva con lei.
Dai balconi, si vedeva il corso di Toledo, la sfilata delle carrozze, la folla che ingombrava i marciapiedi e si assiepava dinanzi ai negozii sontuosi. Com’era bella Palermo!
– Più bella di Milazzo?
– Oh, zia!… Noi, vedi, ci stiamo per adesso che il nonno vuole così; ma poi, quando saremo grandi, non è vero, Laura? bisognerà vederla!… Tu sei andata mai a Firenze?… Io vo’ starci sempre, quando sarò maritata…
– Thérèse!… – esclamò Miss, lasciando un momento di sistemare le robe.
– Qu’est-ce qu’il y a, mademoiselle?… – rispose lei, scuotendo il capo e facendo sventolar la sua chioma. – Vous savez, ici il n’y a plus grand-papa pour vous donner toujours raison! Je dis quand je serai mariée… Est-ce que vous croyez que j’aurai toujours douze ans?…
– Petite folle! – mormorava la zia, abbracciandola. – Tu non avrai sempre dodici anni, ma li hai adesso, non è vero?… e bisogna ascoltare quelli che ne hanno più di te!…
– Lo so, zia; ma cosa ho detto di male?… Quando sarò maritata! Tu non ti sei maritata? Mi mariterò anch’io!
– Va bene, però le fanciulle ammodo non parlano di questo.
– Ti fa dispiacere? Se ti dispiace, non lo dirò più.
Ma ella restava ancora tutta fremente di ribellione, girava intorno gli occhi ingranditi, luccicanti, si mordeva un labbro, e a un tratto, profittando della diversione prodotta dall’arrivo del cameriere che annunziava il desinare, si buttò al collo della zia e le sussurrò, tra risa represse:
– Sai perchè non vuole che se ne parli? Perchè lei non l’ha voluta nessuno!…
Il domani cominciarono le visite, prima di tutto ai parenti degli zii: la marchesa di Mistretta, il commendatore Guarino, due vecchi noiosi, dai quali solo Laura si lasciava baciare e ribaciare in santa pace, guadagnandosene le preferenze.
– Hai visto, grulla? – esclamava la zia. – Tutte le carezze sono state per lei!
– Che m’importa! Se le prenda. Mi secca esser baciata dai vecchi!
L’invidia, la gelosia ed anche le zuffe scoppiarono fra loro due più tardi, nel contendersi la felicità di passare, appena sveglie, nel letto della zia; tanto che questa fu costretta a stabilire un giorno per ciascuna. Nondimeno, lei pretendeva talvolta che Laura le cedesse il suo turno, le dava all’occorrenza degli spintoni, la lasciava piangente per terra.
– Come sei prepotente! – rimproverava la zia. – È così che tratti la tua sorellina? Ma tu non sai che devi proteggerla, difenderla, aver cura di lei che è più piccina, malaticcia? Tu sei la maggiore, devi tenerle luogo di mamma!…
Chinando un poco gli sguardi, ella consentiva, ripetutamente:
– Sì, zia… hai ragione… hai ragione…
Allora, pensava di parlarle della povera mamma, del babbo, di tutto quello che aveva confusamente capito dai discorsi di Stefana e del nonno; ma dopo aver cominciato: “E dimmi….”; quando la zia chiedeva:
– Che cosa!… Di’, figlia mia…
– Nulla, zia, nulla… – rispondeva, e restava un poco senza parlare. Poi, riscuotendosi, cominciava a tempestarla di domande:
– Ed io com’ero, quand’ero piccina? Ti rammenti quando nacqui?… Eri con la mamma mia? Te lo rammenti proprio bene, come fosse oggi?
– Sì, che me lo rammento. Eri tanto piccina, così!…
– E com’ero, buona?
– Più buona d’ora… Adesso non sei cattiva, non dico questo… ma non ti sai frenare, t’imbizzisci per nulla, ti ostini troppo nelle tue volontà… Nel mondo, bambina mia, non si può fare quel che si vuole; bisogna rassegnarsi, aver pazienza, soffrire…
– La mamma sofferse molto, non è vero?
La zia guardava altrove, rispondendo:
– Soffriamo tutti, al mondo…
Allora ella scrollava il capo cogli occhi in alto.
– Io lo so, che la mamma sofferse molto… a causa del babbo… perchè la lasciò… per prendersi un’altra moglie… Ti pare che non lo sappia? A casa non parlano mai di questo con noi; ma io so bene… so bene…
La zia non aveva tempo d’esprimere il suo stupore, che lei riprendeva:
– E dimmi una cosa, adesso… ha avuto altri figli, con questa moglie?.. sì o no? rispondi.
– Sì.
– Ma quanti?
– Uno.
– Questo mi dispiace… – Pensò un poco, poi disse: – Del resto, che cosa importa?… Noi siamo sempre sue figliuole, eh?
– Ma chi è che ti parla di queste cose?
– Nessuno, zia… le so io!… Vedi, al nonno di queste domande non ne faccio, perchè so di addolorarlo… Ma tu, senti: questa moglie… è bella?… più bella della mamma?…
– Non so.
La zia s’alzava; ella le teneva dietro, e nella stanza di toletta rovistava in mezzo alla batteria delle bottigline, delle caraffe, delle scatolette, delle spazzole e dei pettini, fiutando gli odori, chiedendo il nome di una cosa e l’uso di un’altra, insistendo per profumarsi i capelli e buttandosi addosso mezzo litro di essenza.
Quando s’andava fuori, prima di vestirsi lei stessa, stava a veder vestire la zia, si cacciava dentro la guardaroba per tastare le stoffe, esaminava una mantiglia o un corpetto, apriva tutte le scatole dei cappelli e dei ventagli, estasiandosi dinanzi alle piume, ai fiori, alle guarnizioni, ai fazzoletti di pizzo, a tutte le cose belle e smaglianti. Poi correva a vestirsi anche lei, e in carrozza, come le signore e i giovanotti salutavano, ella si chinava continuamente a domandare chi erano.
Le bastava vedere una volta le persone per non dimenticarle più, e al passeggio adesso riconosceva da lontano tutte le dame:
– Guarda, la Boscoforte… Zia, la Migliara ti sta salutando.
Ogni signora aveva il suo giorno di ricevimento: la marchesa di Fiordivalle il giovedì, la principessa di Terranova il sabato, la Boscoforte il lunedì; la zia restava in casa tutti i martedì; ed anche lei passava nel salotto, come una signorina. Tutte la festeggiavano, le sciupavano a baci le guancie; ella non udiva che lodi per la sua bellezza. Ma fra quelle signore le sue preferite erano le più giovani e le più eleganti: la Feràolo, che portava una veste da camera azzurra guarnita di larghi merletti bianchi e neri; la Bianchi che voltava il capo, che stendeva la mano, che si stringeva le braccia alla vita con mosse così distinte – dinanzi allo specchio, tutta sola, lei si studiava di riprodurle.
Miss pretendeva che studiassero come a casa; ella rispondeva voltandole le spalle:
– Noi siamo qui per divertirci; punto per ammuffire a tavolino!
E un giorno la zia, lo zio e Miss si misero a confabulare; eran venute delle ambasciate, si sentiva qualcosa per aria. All’ora del passeggio, ella si vestì insieme con Lauretta come di consueto; ma invece di condurle fuori, la zia annunziò:
– Bambine, sentite; a momenti sarà qui vostro padre.
Le due sorelle si guardarono e si misero ad aspettare. Miss, più impettita del solito, era accanto a loro. Si udì il rumore d’una carrozza, lo squillo del campanello, e comparve un signore elegantissimo, con una bella barba bruna spartita sul mento, e una mazza in mano. Andò difilato a salutare la zia, fece un inchino a Miss, e si curvò su di lei dicendo:
– Figlia mia, non mi riconosci?
Era il babbo?
Ella restava a guardarlo, stupita, non ritrovando più la figura che le era rimasta confusamente in fondo alla memoria. Non vestiva a lutto, quella barba gli faceva un’altra fisonomia. Come diede un bacio in fronte a Laura, la piccolina scoppiò in pianto, gli s’aggrappò al collo, mormorando tra i singhiozzi:
– Babbo!… babbo!…
Adesso tutti le si misero attorno a calmarla; egli l’accarezzava con le mani inguantate, senza posar da canto nè la mazza nè il cappello. Lei seguitava a guardarlo con occhi asciutti, non comprendendo come quel signore così compito, che non portava il lutto della mamma, potesse essere il suo babbo. Quando Laura finì di piangere, egli domandò notizie a Miss della salute e dell’educazione delle bambine; Miss rispondeva a denti stretti, cogli occhi a terra;
– Oui, Monsieur… Non, Monsieur…
– Vi piace Palermo, bambine?… Verrete un giorno in carrozza con me?…
Allora Miss cominciò:
– Monsieur voudra bien m’excuser, mais j’ai des ordres…
La zia prese il babbo in disparte e si misero a parlare fra loro. Non s’udiva quel che dicevano, ma il babbo chinava il capo lisciandosi la barba.
– Come vorrete… – finì per dire; e, dopo un’altra carezza, andò via.
La sera, un servitore portò una bracciata di involti: dei nécessaires da lavoro, dei cartocci di confetti, dei libri illustrati e rilegati. Andò tutto diviso tra lei e Lauretta; ma il possesso di quelle cose non le procurò nessun piacere. Ella era più contenta dei fiori artificiali, dei nastri, dei pezzi di guarnizioni che domandava alla zia, quando questa metteva in ordine le sue cose; e cadeva in ammirazione dinanzi a una piuma vecchia, si provava tutte le carcasse dei cappelli smessi, chiedeva il nome di tutte le stoffe, di tutti i tagli d’abiti, di tutte le gradazioni di colore.
Il babbo tornava a venire, ogni due giorni; Miss era sempre presente, faceva la sentinella. Si discorreva di Milazzo, di Palermo, di tante cose, come nelle visite. Un giorno annunziò che stavano per aprire il teatro Bellini. Ella si tenne dal batter le mani: finalmente sarebbe andata a teatro!
Erano i Puritani che si rappresentavano. Per farle piacere, la zia dovè vestirsi due ore prima dello spettacolo; ella restava estatica a contemplarla in quella toletta scollata, tutta sfolgorante di gemme. Anche lei uscì dalle mani di Miss attillata, azzimata come una damina, con le guancie rosse come di fuoco, sulle quali volle per forza passare il piumino della cipria. Lauretta, che si sentiva poco bene, restò in casa; lei le promise di raccontarle poi tutto.
Che bellezza, quel teatro! Seduta fra la zia e lo zio, ella divorava cogli occhi le signore che avevano già preso posto e sussultavano tratto tratto, come spinte da una molla, per accomodarsi meglio; e ad ogni rumore d’uscio che si apriva voltava il capo per vedere entrare le nuove venute, tutte avvolte negli accappatoi bianchi, dei quali i cavalieri le liberavano. Sapeva che non bisognava far segno col dito, però si chinava appena verso la zia, parlando a voce bassa, chiedendole l’occhialetto che reggeva con tutt’e due le mani e che allungava e accorciava un pezzo prima di trovare il punto giusto, o prendendole il ventaglio profumato per farsi vento, per cacciar la vampa che le saliva al viso. Dalla platea, dai palchi veniva un brusìo confuso; gli uomini, con le spalle alla scena, appuntavano in giro i cannocchiali; e ad un tratto ella sussultò udendo le prime battute della sinfonia. Alzata la tela, si vide un castello con un ponte gettato fra due torri; dei soldati cogli schioppi sulla spalla andavano di su e di giù, e Riccardo, avvolto in un mantello nero, cogli stivali di cuoio giallo e un gran cappello in capo, cantava, portando una mano al petto, alzando l’altra, tendendo poi tutt’e due le braccia: “Ah, per sempre io ti perdei, fior d’amore, o mia speranza!…” La zia spiegava il fatto, ma non bene, quando comparve Elvira, bella e piangente; e poi la gran sala delle bandiere, con la Regina prigioniera dei Puritani, Arturo che voleva salvarla, Riccardo che sguainava la spada, e quella gran confusione, dopo la fuga!
– È finito?… Ah, un atto soltanto!…
Vennero delle visite nel palco; il marchesino di Floristella mormorava alla zia tante cose, mostrando le altre signore; ella udiva: “Una corte spietata!… Il marito finge di non vedere… La cognata tiene il sacco…”
Intanto la povera Elvira era ammattita: pallida pallida, scarmigliata, scambiava Riccardo per Arturo, dicendogli: “Vieni a nozze!…” Riccardo piangeva, ma la pazza scoppiava a ridere, cantando dalla gioia: “Vien diletto, in ciel la luna…” fra un subisso d’applausi che si rinnovavano quando Riccardo e l’altro Puritano, sfoderate le spade lampeggianti, cantavano insieme: “Suoni la tromba, e intrepidi noi pugnerem da forti!…”
Oppressa dall’emozione, cogli occhi lacrimosi e ridenti, le guancie ancora più infiammate di prima e così turgide come se fossero sul punto di screpolarsi, ella trasse un profondo sospiro.
– Hai sonno? – chiese la zia.
– Io?… Io starei così fino a domani!
L’ultimo atto; una campagna, con un castello illuminato, e un sedile. C’era Arturo, tutto avvolto in un gran manto nero, che voleva rivedere Elvira. Lei usciva dal castello, sempre pazza, cantando, e se ne andava dall’altro lato. Arturo riprendeva quel canto, accompagnandosi: “Press’un fonte afflitto e solo s’assideva un trovator…” Ed Elvira tornava indietro: “Sei tu?…” Era lui! e s’abbracciavano, stretti stretti, felici e contenti, guardando il cielo: “Vieni fra le mie braccia!…”
– Ma sono già marito e moglie?…
Accorrevano i soldati, s’udiva uno squillo di tromba e un araldo annunziava la grazia per tutti, intanto che la gente si alzava in platea, e le signore anche, avvolgendosi nei mantelli e nelle fascie.
A letto, non le riuscì di dormire, con la musica nell’orecchio, coi personaggi sempre dinanzi agli occhi; e nel sonno essi tornavano ad apparirle, si confondevano coi principi e con le regine delle fiabe, cogli eroi guerrieri, cogli amanti infelici che spasimavano lontani gli uni dagli altri e che tornavano da morte a vita appena ricongiunti. E il domani si metteva a ripetere quei motivi, canticchiava con un tempo da tarantella: “Presso un fonte afflitto e solo…” cominciando, interrompendo, e ripigliando cento volte la narrazione dell’opera alla sorellina:
– …. Però Riccardo vede che Arturo sta per fuggire con la regina, quell’altra, sai? quella vestita di nero, e lo lascia andare: “Vattene, scappa e non ci tornare più.”
Intanto il nonno scriveva da Milazzo di pensare al ritorno. All’idea che quelle feste stavano per finire, ella aveva quasi voglia di piangere; allora sedeva a tavolino e riempiva un foglio di preghiere, scongiurando il nonno di accordare una dilazione, asserendo che era necessario per la salute di Lauretta, promettendogli tutte le sue carezze e i suoi baci se diceva di sì. E degli altri giorni scorrevano, tra i passeggi, gli spettacoli, gl’inviti a pranzo. Una volta, alla Marina, la loro carrozza s’incrociò con quella del babbo: aveva a fianco una signora bruna, un po’ grassa, colle guancie bianche di cipria e dei grossi smeraldi alle orecchie. Guardò le bambine, sporgendosi di scatto: lei s’irrigidì, guardandola fiso, duramente, comprendendo che era quella per cui la sua mamma aveva tanto sofferto. Ma la sera, a teatro come rappresentavano la Lucia di Lammermoor, non ci pensò più: adesso non sapeva quale delle due opere fosse la più bella. Quella comparsa di Edgardo in mezzo alla festa di nozze! e la sfida dei due rivali! e la scena delle tombe: “Tu che a Dio spiegasti l’ale!…” I motivi più belli le restavano tutti impressi; nel cantare: “Verranno a te sull’aure i miei sospiri ardenti…” delle lacrime le scorrevano sulle guancie.
Gli ultimi giorni passarono nelle visite di congedo, nelle compre di tanti minuti oggetti da portare a casa. Le signore volevano sapere dalle ragazze se lasciavano Palermo con dispiacere; ella rispondeva:
– Non me ne parli!…
Ed alla cameriera della zia che le chiedeva quando sarebbe venuta un’altra volta:
– Presto!… – rispondeva. – Vi pare che io voglia stare in quella bicocca?
Allora, mentre la donna rassettava la camera, ella cominciò a interrogare:
– Sentite: quanto vi dà la zia ogni mese?
– Trenta lire.
– E al cuoco?
– Settantacinque.
– E al cameriere?
– Altre sessanta.
Si mise a far dei conti a memoria, poi chiese chi fosse il miglior tappezziere, quanto costasse un quartiere sul Corso.
– Ma che cosa le importa di questo?
– Faccio i miei conti, – esclamò – perchè debbo metter casa anch’io!…

IV.

A Milazzo era arrivato il figliuolo del barone Accardi. Usciva da un collegio di Napoli, e non si ripetevano che lodi per la sua intelligenza e per la sua sveltezza. Poteva avere diciotto anni, ma era lungo quanto un uomo, e delicato, magro, simpaticissimo.
Come aveva portato una macchina fotografica, non gli lasciavano un giorno di riposo: parenti, amici, conoscenti, persone di servizio, ciascuno voleva il ritratto. Una volta si fece un gruppo di venti ragazzi; col capo nascosto sotto il manto nero, egli ammattiva, gridando:
– Fermi quelli lì!… Voialtri a sedere per terra… Più alta la testa, quella signorina a sinistra!… no, di qui, alla mia sinistra… Niccolino, vieni più innanzi… Fermi un momento!… Quella signorina non si muova, quella lì, dico…
Lei che studiava la sua posa, voltandosi da tutti i lati, alzando ed abbassando il capo, squassando i capelli, si confuse un poco; poi disse, impettita:
– Va bene così?
– Va bene… ma fermi tutti gli altri!… Non ne facciamo niente!…
Venne fuori, sudato, sbuffando, e cominciò a metter lui a posto la gente. Giunto vicino a lei, le prese il capo fra le mani, fermandolo nella posizione giusta: ella si fece rossa. Adesso, nascosto di nuovo sotto il manto, gridava: “Fermi tutti!…” e cavava il tappo della lente; per non venire troppo di sbieco, lei si voltò impercettibilmente.
Quando la fotografia fu incollata sul cartone e ciascuno potè vederla, scoppiarono le lagnanze; ma Luigi Accardi protestava:
– Se non volevano sentire!… Chi è stato fermo è venuto bene!… La piccola Uzeda guardate!… invece, la grande…
– Brrr!…
Ella scoppiò a ridere, vedendosi con tre teste annebbiate.
– Se non stava ferma un momento!… – protestò lui, arrossendo.
Però volle fargliene un altro apposta, da sola. Riuscì una bellezza. Dopo averne mandato una copia alla zia Carlotta e un’altra al babbo, lei ne volle una per sè. L’aveva serbata dentro il cassetto del comodino, e ogni mattina, ancora a letto, o appena levata, lo cavava fuori, restando un pezzo a guardarsi; c’era la firma di Luigi, fatta con l’inchiostro rosso, in un angolo. Un giorno che era alla finestra, sussultò, vedendolo passare e levar gli occhi. Da quella volta egli si mise a seguirla da per tutto; e quando lo scorgeva, il cuore le batteva forte forte. Pensava ancora a Niccolino Francia, ma Luigi era più grande, più nobile, e le pareva più bello.
In inverno, i ragazzi si riunirono di nuovo, per recitare la commedia in casa di lui. C’era un bel salone mutato in teatro; egli stesso aveva dipinte le scene – sapeva far tante cose! – e intanto le mamme preparavano i costumi. A Lauretta era toccata una particina, e tutti se la mangiavano a baci, tanto faceva bene. Lei rifiutò due parti: la prima perchè troppo lunga, la seconda troppo breve. Luigi, che s’infastidiva facilmente, aveva con lei una gran pazienza, la contentava in tutto, tanto che Maria Ferla un giorno le disse:
– Lo sappiamo, lo sappiamo che spasseggia sotto le tue finestre!…
Lei si fece di bragia. Adesso lo guardava di nascosto, e abbassava gli occhi quando si vedeva guardata da lui. Un giorno, visitando tutta la casa del barone, insieme col nonno e tanti altri, entrarono nella sua camera.
C’era una scansia piena di libri; un cannocchiale da teatro tutto di madreperla sul tavolo e delle spade appese in croce al muro. Luigi le porse quel cannocchiale per vedere un vapore che veniva dal Capo e se ne andava verso Messina, con una striscia di fumo in mezzo al mare. Così la seconda volta che Maria fece sentire un piccolo colpo di tosse d’intelligenza intanto che si parlava di lui, ella la prese in disparte e le disse, freddamente:
– Sai, questi scherzi sono stupidi; adesso non siamo più delle bambine!
Ora aveva compiti tredici anni e voleva stare fra le signorine. Per questo finì col rinunziare alla sua parte nella commedia, prendendosi invece l’incarico di aiutare le altre nella toletta.
La rappresentazione fu un trionfo per Laura; gli spettatori avevano le mani rosse, dal tanto applaudire, e due giorni dopo, aprendo la Gazzetta di Messina, lei vi lesse il resoconto dello spettacolo. “La piccola Laura Uzeda destò il generale entusiasmo. Con la sua figura espressiva, con una vis comica degna di un’attrice consumata, fu l’enfant gatée dello scelto uditorio…”
– Laura!… Laura!… – si mise a urlare. – Sei nella gazzetta!… Guarda, leggi!… Nonno!… dov’è il nonno?… È nella gazzetta! è nella gazzetta!…
Sui giornali ci sarebbe stata anche lei, più tardi. Non stampavano, quando si davano delle feste dal Prefetto, o alla Borsa, o in case private, i nomi delle signore più belle? “La marchesa Grifeo, sempre elegante; la signora Tucker, uno splendore di bruna, la Marignoli che sembra la sorella della sua avvenentissima figlia…” Lei conosceva così di nome tutta la società messinese, ne parlava con quanti venivano dalla città e li lasciava tutti a bocca aperta.
Ah! se il nonno l’avesse contentata! Adesso che le vigne al Gelso erano tutte piantate e che il Senato era a Firenze, egli vi andava spesso; ma non le conduceva neppure fino a Messina, un po’ col pretesto della strada lunga, dicendo di voler aspettar la ferrovia che non costruivano mai, un po’ sostenendo che era il tempo dello studio fecondo, dell’applicazione seria, e non degli svaghi. Come se, a non voler studiare, fossero indispensabili le distrazioni!
Al contrario, se l’avessero condotta a Messina, lei avrebbe giurato di risolvere cinquanta problemi in una volta e di tradurre tutte le avventure di Telemaco! Voleva andare a Messina, era necessario che v’andasse, per non restare come una grulla quando Luigi parlava del teatro Vittorio Emanuele e del Duomo, della Villa e del Faro. E, con lunghi sospiri, guardava il mare, la rada azzurra chiusa dai monti lontani.
D’inverno, quando spuntavano le brutte giornate, essa appariva tutta piena di bastimenti: flotte di trenta, di cinquanta legni obbligati a rifugiarsi in quel gran bacino, con le vele ammainate, e sballottati nondimeno dalle onde in convulsione che si rovesciavano sul passeggio della marina, arrivavano fin sotto le case e lasciavano, ritirandosi, un letto d’alighe secche, di sugheri, d’ogni sorta di detriti. In quei giorni, la spopolata città era più deserta del solito; di sera non usciva nessuno, la fila dei lampioni si rifletteva sul suolo bagnato e l’oscurità pareva più fitta. Poi, una bella mattina, col sole, col cielo azzurro, col mare tranquillo, non si vedeva più un bastimento nella rada: erano tutti spariti, partiti, chi da levante, chi da ponente, per Messina, per Palermo, per Napoli, per tutti i paesi più grandi, più ricchi e più belli.
A una ricaduta di Laura, il nonno decise finalmente di condurre le nipotine a Messina, per consultare un dottore, per far divagare la malatuccia. Ricominciò la festa di Palermo: passeggiate, visite, teatri, inviti: tutto il giorno in moto, lo studio messo da parte, i libri lasciati a casa, Miss sola imbronciata. Com’era più bello il teatro Vittorio Emanuele del Bellini di Palermo: grande, sfolgorante, pieno di signore elegantissime, con una compagnia di prim’ordine che rappresentava il Roberto Devereux e faceva accorrere gente dal fondo della provincia. In platea c’erano tanti giovanotti eleganti e un ufficiale biondo, con un’ombra di baffettini, che guardava sempre dietro il cannocchiale. Lo volgeva anche verso di lei? Ogni sera si sentiva guardata; i suoi sguardi correvano, suo malgrado, laggiù, e una fiamma le bruciava il viso.
Se ne ricordava ancora a casa, di quell’ufficiale, malgrado rivedesse Luigi Accardi; e così pensava a tutti e due, e a Niccolino Francia, anche. Come Lauretta s’era divertita molto anche lei, il nonno consentì di condurle altre volte a Messina; quando tornava dal Senato, esse gli andavano incontro fino alla città; e a furia di fare la via, la sapevano adesso a memoria: gli Archi, Spadafora, Baùso e Divieto vicini l’uno all’altro, e poi la salita di Gesso – Ibbisu – il paesetto arrampicato sulla montagna, e poi il tratto finale, più erto, con la nebbia che avvolgeva spesso ogni cosa, coi cavalli che ansavano e procedevano al passo, faticosamente; e poi il colpo di frusta della discesa allegra, rapida, con la città e lo stretto spiegati come una carta geografica, in fondo! Ella viveva dell’attesa e del ricordo di quelle scorse; calcolava, volta per volta, quanti giorni mancavano alla partenza, e numerava altrettanti ciottolini, raccogliendoli sulla spiaggia di San Papino. Ogni giorno che passava, ne buttava uno dalla finestra e faceva il conto dei rimanenti.
Quanti spartiti sapeva, adesso! A Milazzo, per sopportare più pazientemente la noia di quel soggiorno, li suonava a pianoforte, tutti, dalla prima all’ultima nota, imparando con la musica le parole. Intanto che restava ferma e composta dinanzi allo strumento vibrante, nella sua testa sfilavano tutte le eroine di quelle storie d’amore: Gemma di Vergy, Maria di Rohan, la Favorita, la Traviata, che, vestite di abiti sontuosi, tempestati di gioie, passavan superbe e maestose tra gli omaggi dei cavalieri e gl’inchini delle dame, o pazze d’amore, coi capelli disciolti sulle spalle, pallide e smarrite, in bianche vesti, piangevano e vaneggiavano. Gli uomini spasimavano per esse, e com’era bello quando sguainavano le spade lampeggianti, sfidandosi a morte!…
Ella si alzava, fremente d’emozione, e se n’andava alla finestra, guardando il mare e le montagne di Gesso, violacee nella lontananza. Certi giorni si metteva a cantare i motivi principali di quelle opere, intanto che lavorava o passeggiava sulla terrazza, e una volta cominciato, non smetteva più: le romanze succedevano alle romanze, i duetti ai duetti, i cori ai cori; e poi, da capo, ripeteva senza fine i pezzi più belli, intonava a voce più forte i finali maestosi, intercalava alla musica seria le canzonette napoletane, i motivi che fischiettavano i monelli, la Giulia gentil, l’Una volta un capitano, instancabile, con la gola sempre fresca, come un merlo sulla rama, finchè Miss, o il nonno, o la sorella non gridavano:
– Assez!…Basta, Teresa!…per carità!….
Smetteva un poco, poi ricominciava, sottovoce. Voleva esser trattata come una signorina, ma era ancora una monella. La bambola aveva sempre tutte le sue cure. E la sera, con la paura antica, voleva che Stefana, accanto al capezzale, le raccontasse le fiabe.
Il repertorio ne era esaurito, talchè la donna ripeteva sempre le stesse: La sorella del Conte, Rossa come fuoco, Il Re Cavallo-morto, I sette ladri, L’infante Margherita, Dammi il velo, La Mamma Draga, La Bella dei sette cedri, La Reginetta schifiltosa. Adesso le sapeva a memoria anche lei e le comprendeva meglio. Le fanciulle leggiadre, fossero nate sul trono o nelle capanne, facevano degli uomini quel che volevano; e invano essi cercavano sottrarsi al loro potere. L’indovino, in cambio d’uno scialletto che Povera Bella gli dava, le prediceva che sarebbe stata moglie del figliuolo del re; e il figliuolo del re, udito quel discorso dal balcone, si metteva a beffeggiarla:

– Lo scialletto lo perdesti!
Ma il figlio del re non l’avesti!

Povera Bella rispondeva: “Che m’importa?”

– Quello di suso e quello di giuso,
Il figlio del re ha da esser mio sposo.
Spero in Dio,
Il figlio del re ha da esser mio.
Spero in Dio e in tutti i Santi
Il figlio del re m’ha da essere accanto.

Il Reuzzo rideva, ma nel cuore gli restava una piccola piaga; e tutto quello che egli faceva era inutile: Povera Bella restava per sempre a suo canto!
Rosina, nel Vaso di basilico, era una povera ragazza senza mamma, che se n’andava tutti i giorni a scuola; il figliuolo del re, dalla terrazza del palazzo reale, cominciava a canzonarla, a giuocarle dei tiri. Lei, che non si faceva mettere in mezzo da nessuno, glie ne ordiva di più birboni; ma il giorno ch’ei non potè più vederla, fu per morire e non guarì se non quando l’ottenne in moglie. Rosina, accorta, fece impastare una bambola di zucchero e miele che era tutta il suo ritratto, e la sera degli sponsali, mandato via nell’altra camera il Reuzzo col pretesto che aveva vergogna di spogliarsi dinanzi a lui, mise la bambola nel letto nuziale, nascondendosi poi lì sotto. Il Reuzzo, tornato, cominciò a rinfacciare alla bambola tutti i torti che Rosina gli aveva fatti, e chiedeva, con la sciabola in mano: “Ti penti di questo? Ti penti di quest’altro?…” E la bambola a far segno di no col capo, che Rosina tirava per mezzo di una funicella. Allora, giù un terribile fendente. Ma, pentito, il Reuzzo si portava la lama alle labbra, ed esclamava, con accento di dolore disperato; “Ah, com’era dolce il sangue di mia moglie!…” Rosina usciva a un tratto dai suo nascondiglio, e così restavano felici e contenti!
Però, alcune di quelle fiabe Stefana non voleva più narrarle; ella se le faceva ripetere dalla moglie del fattore del Capo: quella del marito geloso che, partendo dal suo paese, murava la moglie in casa, e del Cavaliere che si faceva pappagallo per ottenerla; quella della Sorella del Conte che, chiusa dal fratello per gelosia, si metteva a forare il muro della prigione ed entrava così nella camera del Reuzzo, dove ardeva una lampada preziosa.

– Lampada d’oro, lampada d’argento,
Che fa il tuo Reuzzo, dorme o veglia?

La lampada rispondeva:

– Entrate, signora, entrate sicura:
Il Reuzzo dorme – non abbiate paura.

La contessinella entrava e andava a coricarsi a fianco del Reuzzo. Egli si svegliava, l’abbracciava, la baciava, e le diceva:

– Signora, donde siete? dove state?
Di quale Stato siete?
– Reuzzo, cosa dite? che chiedete?
Tacetevi e godete…

Ma non erano soltanto gli uomini che impazzivano per le fanciulle; le stesse Belle quanto penavano pei loro amanti! Nel Re d’Amore, nel Sorcetto con la coda puzzolente, le ragazze andavano in cerca degli innamorati; e quante fatiche aveva sopportate Marvizia per trovare l’uccello verde, che era un principe reale! Vi erano delle reginette così piene di coraggio nello sfidare le Mamme Draghe, nel correre sperdute per il mondo, e così accorte nel cavarsi d’impiccio, così ardite e così buone, che ella restava sbalordita d’ammirazione.
E belle, “quanto il sole, la luna e le stelle”, o “tanto che non si può dire”, o “che facevano scordare tutte le altre!” Ora più di prima, ella restava lungamente allo specchio, guardandosi. I suoi capelli erano come d’oro, le scendevano fin sulla vita; il viso pareva quello della prigioniera della Mamma Draga: bianco come neve, rosso come fuoco. Ma ella era disperata, perchè fra i denti bianchissimi ne aveva uno storto ed annerito. Era inutile pulirlo, strofinarlo con le polveri: non sbiancava; e la lingua le correva sempre lì. Certe volte, dopo essere rimasta un pezzo con la bocca aperta, a guardarlo, si diceva: “Infine, non è poi tanto scuro: non si vede, quasi.” Ma la notte sognava d’averlo nero come un pezzo di carbone, sentiva che glie lo tiravano, forte forte, senza riuscire a strapparlo; e, dall’angoscia, si destava. Un’altra angustia era per la statura. Piccina, tutti si meravigliavano del suo sviluppo straordinario; invece, da dieci a quattordici anni, era quasi restata la stessa. Aveva ancor tempo di crescere! – le diceva Stefana. – Ma se fosse rimasta nana?… Ella non pensava che al tempo in cui sarebbe stata una signorina per davvero; spingeva indietro i giorni e i mesi col pensiero, quasi avrebbe voluto ancora numerare dei ciottolini e buttarli via periodicamente, ad uno ad uno, per vedere diminuire il tempo che le restava dinanzi fino ai diciassette anni, fino ai sedici – bastavano! – delle ragazze del popolo non s’erano maritate anche a quindici?
– Ma bisogna esser donne… – le disse Maria Ferla una volta, misteriosamente, senza volersi spiegare.
Però, ella era cominciata a star male: dei capogiri, un’emicrania fitta che non la lasciava; e una mattina, svegliandosi, vide tutti intorno al suo letto: il nonno, Laura, Miss, Stefana, il medico; e delle bottiglie, dei vasetti sul comodino, con un odore di spirito e d’aceto diffuso per la camera.
– Cos’è?… Cos’è stato?
– Nulla!… Non è nulla…
Aveva avuto delle convulsioni terribili – le raccontò poi Stefana – s’era contorta, afferrata alle barre del letto, e due uomini non avevano potuto strapparla di lì.
Il male la riprendeva ancora a intervalli, e come i sintomi si aggravavano ella cominciava ad aver paura.
– Non è nulla, sciocca… Siamo tutte così!
L’ammalata era sempre Lauretta, impressionabile ad ogni soffio d’aria, sempre fra letto e lettuccio. Per causa sua, ella doveva spesso sacrificare qualche svago, rinunziare a incontrar Luigi Accardi; e com’era impaziente che passassero le feste alle quali non poteva prender parte! Certe volte; quando il suo proprio malessere cresceva, si sentiva vincere da una grande insofferenza, in quella casa così piena di noia. Piangeva, dicendosi che era orfana, costretta a vivere in quel paese, a subire le astiosità di Miss. Perchè non aveva più la sua mamma?
Rammentandosi le parole del nonno: “Povere piccine, esse non sanno quel che hanno perduto”, riconosceva adesso che egli aveva avuto ragione: ora soltanto cominciava a comprendere che cosa fosse non trovarsela accanto! E restava lunghe ore in contemplazione dinanzi al suo ritratto, fatto da un gran pittore, a Firenze. Com’era bella! Quegli occhi, come parlavano, come dicevano la dolcezza del cuore! Ella la chiamava: “Mamma, oh mamma mia!…” e al ricordo confuso del bene che le aveva voluto, di certi abbracci fitti, furiosi, che le aveva dati, di certe parole che le aveva dette all’orecchio, scoppiava in pianto, sentiva che niente poteva più consolarla. Ma pensando che senza i dolori che le avevano procurati, la poveretta non sarebbe morta così presto, così giovane, nel fiore degli anni, le sue lacrime cessavano di scorrere, un rancore le invadeva l’anima contro quelli che l’avevano fatta soffrire. La sera, quando Stefana sedeva al suo capezzale, ella le chiedeva di narrarle quella storia, di dirle perchè il babbo se n’era andato di casa, perchè s’era presa un’altra moglie. Stefana non voleva rispondere, o diceva: “È stata colpa di quella femminaccia”, però, a proposito di altre cose, ella le strappava qualche notizia. Il nonno aveva cinquant’anni, aveva preso moglie giovanissimo; ed anche la povera mamma era stata maritata da lui a sedici appena, senza che ella neppur conoscesse il suo promesso; le prime liti anzi erano scoppiate fra lui e il nonno per quistioni d’interesse. La colpa era anche del barone, che voleva sempre far troppo di suo capo. Poi un altro sbaglio era stato quello di andarsene via da Milazzo, di girare pel mondo. La mamma, poveretta, aveva creduto di far meglio, a contentar suo marito; ma quanto se n’era pentita! Bastava dire che dai dispiaceri avuti durante la gravidanza di Laura, la piccolina era nata così malaticcia. Poi il babbo l’aveva lasciata, s’era presa un’altra moglie mentre lei era ancor viva!… Adesso ella comprendeva perchè il nonno l’avesse con lui! e adesso si spiegava le scene di Firenze, le continue liti, l’arrivo del nonno; adesso capiva che quel giorno in cui ella aveva fatto la cattiva perchè non s’andava a teatro, era accaduta la quistione più grossa dopo la quale il babbo era andato via.
Povera mamma! Ella si struggeva al pensiero delle lacrime che avea versate; ma, compiangendola, non riusciva a capire perchè poi s’era presa tanta pena per uno che l’aveva così maltrattata! Senza saper bene che cosa avrebbe fatto lei stessa, si diceva: “Se fossi stata io!…” Poi, paragonando alla mamma quell’altra donna vista a Palermo, non capiva neppure come il babbo l’avesse preferita: era più vecchia, più brutta! Che cosa aveva ordito colei, per stregarlo così? E allora si rammentava delle opere dove c’erano delle passioni strane e fatali, delle fiabe dove si narrava la potenza di certi incantesimi.
Per lei, che cosa avrebbe fatto Luigi Accardi? Lo vedeva passare sempre sotto le sue finestre; la domenica, a messa, si sentiva guardata continuamente; e quello sguardo l’attirava, la turbava. Era un turbamento come quello che aveva provato pel conte Rossi, per Bianca Giuntini; ma più profondo, più intenso. Niccolino le correva appresso anche lui; ma ora non le piaceva più. Quando qualche ragazza andava a marito e Stefana, nel commentar la notizia, diceva: “Per voialtre ci pensa vostro nonno”, ella sorrideva tra sè: l’imagine di Luigi si faceva più viva, più presente; ella gli parlava: “Non dubitare, avranno da fare i conti con me!” Quando non poteva vederlo, quando non la lasciavano andar fuori perchè non si distraesse dallo studio, ella si sentiva sacrificata, gli chiedeva perdono in cuor suo, e pensava: “Se ci lasciassero sempre insieme, come contenterei il nonno e Miss! come studierei di più, da mattina a sera!” S’irritava, a sentirsi trattata come una bambina, a vedersi attraversata nei suoi giusti desiderii, quello dell’abito lungo, per esempio; e adesso le sue impazienze erano più acri, i suoi rancori più ostinati. Certi giorni aveva delle voglie di piangere, di gridare, di picchiare, anche d’esser picchiata; non potendo far altro, aveva preso l’abitudine di scalfirsi con l’unghia del pollice i polpastrelli delle altre dita; grattava fin quando la pelle si staccava e il sangue trapelava: malgrado il bruciore, non smetteva. Spesso se la pigliava con Laura, per una cosa da nulla, per qualche parola od anche senza ragione; una volta che la sorella aveva buttato inavvertitamente il calamaio sopra un suo ricamo, le si scagliò contro, gridandole: “Assassina!” e tempestandola di pugni, con la gola stretta, una fiamma dinanzi agli occhi… Il furore del nonno! E il pianto della pace! Come i singhiozzi le strozzavano le parole con le quali ella voleva dire alla sorellina il bene che le voleva!
– Quanto!… Quanto!
Allora si rammentava quel che le aveva detto la mamma: “Vorrai sempre bene alla tua sorellina? Sarai sempre la sua protettrice?…” e col cuore traboccante di tenerezza, la prendeva in disparte, l’abbracciava, le diceva i suoi progetti per l’avvenire: che sarebbero state sempre insieme, si sarebbero maritate lo stesso giorno, e avrebbero avuta una stessa casa, cioè due quartieri sopra uno stesso piano, cogli usci dirimpetto; e la stessa sarta, la stessa pettinatrice, un palco insieme a teatro.
– Vedrai come ci divertiremo! Come guarirai di tutte le malattie!…
Intanto era Laura che proteggeva lei, che le otteneva dal nonno ciò che non le riusciva di strappargli lei stessa: la prima veste lunga, una veste di stoffa azzurra, con un cappellino di velluto: una bellezza! Però, bisognava metterla soltanto nei giorni di festa, nelle grandi occasioni; e questo la seccava. Così, quando doveva andare in un posto dove era sicura d’incontrare Luigi, prima che Miss le dicesse qual veste dovesse mettere, ella correva all’armadio, ne toglieva quella di stoffa, se la passava in un lampo, e disarmava poi il nonno a furia di baci, di salti, di paroline all’orecchio e di battute di mano.
Spesso usciva sola, perchè la sorellina stava poco bene, aveva lo sviluppo difficile. Una volta che le glandole del collo le gonfiarono, il dottore ordinò l’applicazione delle sanguisughe. Che orrore! che orrore! Ella avrebbe preferito morire piuttosto che lasciarsi attaccare al collo quelle bestiacce viscide e nere. Che orrore! E che pena le faceva la poveretta! Quando il barbiere s’avvicinò al letto con la sua bottigliaccia, ella scappò nell’altra camera, si mise a pregare, promettendo alla Madonna di vestir l’abito del voto se le guariva la sorellina. E volle che glie lo facessero, l’abito di lana marrone, con un laccio bianco attorno alla cintura e pendente sul fianco. Ma dopo averlo portato qualche volta, visti i sorrisi di Maria Ferla e delle altre lo smise.
– Così mantieni quello che hai promesso? – osservava Stefana.
– Non debbo smetterlo più?… Adesso l’ho portato abbastanza!… E poi, cosa importa l’abito alla Madonna?… La Madonna mi legge nel cuore!
Non voleva sentirsi criticata dalle amiche, aveva vergogna di mostrarsi in qualunque cosa inferiore ad esse. Da Firenze, dov’era stata in collegio, era venuta la figlia del marchese D’Arrico; non poteva soffrire di sentirla parlare della città in cui lei stessa era nata ma di cui si rammentava tanto poco. Certe volte pensava se non era meglio stare in collegio e in una grande città, piuttosto che in quel paesuccio. Però il collegio non era molto allegro neanch’esso!… Almeno qui, se tutti i giorni era una noia, veniva pure la festa della domenica, quando ella, appena sveglia, pensava per prima cosa: “Oggi non si studia! sono libera! mi vestirò di gala, andrò a passeggio, vedrò Luigi!…” Ma come passava presto, quel giorno! E la sera come si sentiva opprimere, pensando che la festa era finita, trovando che non ne aveva goduto abbastanza!… Non sapeva ella stessa che cosa avrebbe voluto fare, era scontenta di tutto, lo studio l’opprimeva mortalmente. Del resto, Miss non aveva più nulla da apprendere.
Il nonno annunziò un giorno che aveva preso un professore. Ella lavorava ancora ad imaginare come potesse esser fatto, quando capitò un prete, grasso, intabaccato fin sul petto, con le unghie poco pulite. Dava lezioni di lettere e di storia – per le lingue restava Miss. Le faceva mandare a memoria l’Invito a Lesbia Cidonia del Mascheroni:

“Perchè con voce di soavi carmi
Ti chiama all’alta Roma inclito cigno…”

una seccatura che a cercarla col lanternino non si sarebbe trovata l’eguale in tutto il mondo. Già, quando lei sarebbe andata in società, quando sarebbe stata in visita, a teatro, ai balli, avrebbe dovuto dire per l’appunto: “Non sapete nulla? Perchè con voce di soavi carmi!…”
Meno male il Tasso. Dapprincipio la seccava anche lui; però a poco a poco cominciò a gustarlo, vedeva i combattimenti dei Crociati coi Turchi, i duelli di Tancredi ed Argante; ed Armida, quantunque fosse una vecchia fattucchiera, le ispirava una grande pietà.
Doveva mandarne a memoria dei canti interi; però quando furono arrivati al decimosesto, intanto che lei leggeva, il professore ingiunse:
– Salti le due ottave seguenti.
– Perchè?
– Le dico di saltarle.
Le saltò, pel momento; ma, appena egli fu andato via, corse a leggerle:

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
E il crin sparge incomposto al vento estivo;
Langue per vezzo, e il suo infiammato viso
Fan biancheggiando i bei sudor più vivo.
Qual raggio in onda, le scintilla un riso
Negli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende: ed ei nel grembo molle
Le posa il capo, e il volto al volto attolle;
E i famelici sguardi avidamente
In lei pascendo, si consuma e strugge.
S’inchina, e i dolci baci ella sovente
Liba or dagli occhi, e dalle labbra or sugge:
Ed in quel punto ei sospirar si sente
Profondo sì, che pensi: or l’alma fugge,
E in lei trapassa peregrina. Ascosi
Mirano i duo guerrier gli atti amorosi.

Era tutto questo? Chi sa cosa si sarebbe aspettato! Che c’era dunque di male? Ma già, non bisognava parlare d’amore, bisognava fingere di non comprendere certi discorsi, evitare di guardar gli uomini, e poi se ne sentivano di belle: la moglie del barone Lipari che aveva cacciata a pedate la cameriera, perchè suo marito, quel vecchiaccio, l’andava a trovare nel letto!

V.

Un giorno Laura non si alzò. Aveva gli occhi luccicanti, le labbra aride e un febbrone da cavallo. Il dottore aspettò un poco prima di pronunziarsi, poi confabulò col nonno. Ella udì la parola tifoidea, e il nonno cominciò a fare come un pazzo. Le grida con cui mandava via la gente, con cui strapazzava le persone di servizio, s’udivano da un capo all’altro della casa. Poi, quando passava dall’ammalata diventava così buono, così dolce, così delicato, che non pareva più lui. Con le sue mani forti e rugose confezionava le pillole, regolava le dosi delle medicine, attento, minuzioso, pazientissimo. Andava lui stesso in cucina, per curare la preparazione del brodo, delle gelatine che la poveretta non assaggiava neppure. Allora lui cominciava a pregarla, a insistere, promettendole tutto quel che voleva purchè prendesse qualche cosa, accarezzandola, vezzeggiandola, e poi scoppiando a bestemmiare se l’altra, con una nausea invincibile, rifiutava ancora.
– Ebbene, nonno, prenderò quel che vuoi… non t’inquietare!…
Ella s’era messa accanto al letto della sorellina e non si muoveva più di lì. Vedendo quelle povere guancie consumate dalla febbre, toccando quelle manine ardenti, si sentiva struggere di tenerezza; avrebbe voluto prendere lei stessa il suo male, le avrebbe dato un poco del suo sangue. La sera, curvandosi a baciarla, prima d’andare a letto, le diceva:
– A domani, sorellina; ma guarita, veh!… E se guarita proprio proprio non è possibile, migliorata almeno, con una febbricina leggiera leggiera, e poi più leggiera ancora, fin quando non avrai più niente, non è vero?… Allora, vorremo divertirci, sai!… Le belle passeggiate che faremo, i regali che strapperemo al nonno: vedrai!…
Invece la febbre non cessava. Adesso, per ordine del dottore, una volta il giorno avvolgevano quel povero corpo stremato dal male in un lenzuolo imbevuto d’acqua e aceto: la malatina rabbrividiva, batteva i denti, tremava, cogli occhi socchiusi che parevano rovesciarsi, ma senza lamenti, senza impazienze, pregando soltanto il nonno di non insistere a volerle dare del cibo.
Il babbo non sapeva ancora nulla; fu lei stessa che gli scrisse. Allora cominciarono a piovere dei telegrammi, due il giorno, ai quali bisognava rispondere subito. Ma perchè non veniva lui stesso? Che cosa poteva trattenere un padre dall’accorrere al letto d’una figliuola in quello stato? Ed ella l’accusava sordamente, comprendeva che il nonno non parlasse mai di lui.
Pareva che quella febbre non dovesse cedere mai; invece un giorno cominciò a declinare, e a poco a poco scomparve.
– Hai visto?… Hai visto?… – esclamava, carezzando il visino pallido della sorellina. – Te lo dicevo io che saresti guarita?… E quando questa testina e quegli occhioni dicevano di no, di no, come se le febbri durassero eterne?…
Una convalescenza interminabile, intanto. Passò un mese prima che Laura potesse fare un giro per le stanze, un altro prima che potesse uscire in carrozza chiusa.
Come veniva l’inverno, per distrarla il nonno ebbe un’idea: invitò i suoi amici a passare la sera in casa sua. Venivano i Giuntini, i Ferla, tanti altri, e conducevano tutti i figli; si giuocava alla tombola, al sette e mezzo, al lansquenet. Luigi Accardi non mancava mai. Una sera che le si era seduto accanto, ella sentì afferrarsi la mano sotto il tavolo. Le parve d’udire un forte zufolìo, sentì freddo, poi una vampa che le saliva alla fronte. La notte non potè dormire: un’angoscia deliziosa le invadeva il cuore; ella si diceva raggomitolandosi sotto le coltri: “Mi ama! Mi ama!… Com’è bello!… Quanto bene gli voglio!…” e sorrideva pensando all’audacia con cui egli aveva sfidato un pericolo.
Adesso, egli armeggiava sempre per sederle vicino, e le mani s’annodavano, si stringevano, si accarezzavano. Tratto tratto, ella svincolava la sua per non dar sospetto; ma doveva fare uno sforzo, perchè egli non voleva lasciarla. Quando non erano seduti accanto, la guardava a lungo, intensamente, cogli sguardi umidi, come se volesse penetrarla tutta; ella lo guardava di sfuggita, rapidamente, e il seno le si dilatava dalla felicità, gli occhi le ridevano, non poteva star ferma, andava vicino a Laura tutta avvolta in uno scialletto, le stampava dei baci sonori sulla fronte e sulle guancie.
Nelle buone giornate, usciva con lei in carrozza, ed era lieta di farsi vedere con la sorellina, chinandosi a tirarle il plaid sulle ginocchia, a chiederle come si sentisse. Luigi aveva un attacco nuovo, un phaeton dalle ruote sottili straluccicanti. Egli passava e ripassava vicino alla carrozza delle signorine, salutando, facendo schioccar la sua frusta, e il cuore di lei si gonfiava d’orgoglio, ma quando Laura diceva di sentir freddo e la loro carrozza rientrava, ella non sapeva reprimere un moto di malumore.
In carnevale, il barone Accardi invitò la gente a ballare da lui: la casa era stata rimessa apposta a nuovo, e gli oggetti del cotillon venivano da Napoli. Tutta la società di Milazzo non parlava d’altro; ella smaniava per esservi condotta.
Vi andò, finalmente, sola con Miss. Le parve di entrare in un mondo nuovo; i suoni, le luci, il moto della danza la stordivano, l’inebbriavano; Luigi, ballando con lei, la stringeva alla vita, le mormorava: “Teresa!… Teresa!…” soffocato dall’emozione, incapace di dire altro. Tutti, del resto, la guardavano ammirandola; ella capiva che gli uomini parlavano di lei, che le sue amiche l’invidiavano un poco.
In quaresima, la gente riprese a venire da loro. Si facevano delle sciarade in azione, si scioglievano dei doppi-sensi, degli enimmi: ella non sbagliava mai, non subiva mai penitenze. Una volta, toccò a Luigi quella di contentare all’orecchio; quando le si avvicinò per mormorarle che cosa le dava, disse piano:
– Un bacio.
Il cuore le si mise a tempestare, non vide più chiaro, ma s’irrigidì per non tradirsi.
A un tratto, quelle belle serate cessarono: Laura, non ancora guarita del tutto dalla prima malattia, fu costretta a rimettersi a letto, con un forte raffreddore. Sembrava che il suo petto si spezzasse, sotto gli sforzi che lo scuotevano negli accessi della tosse. Il dottore veniva mattina e sera, quantunque avesse tanti ammalati, fra gli altri la moglie del Ricevitore, con la stessa malattia. Accanto al letto della sorellina, lei lavorava, senza dir nulla; una tristezza infinita le piegava il capo sul ricamo: le pareva che mai più avrebbe rivisto Luigi. Quel male che le impediva di andar fuori, di fare la solita vita, era una cosa da nulla, una infreddatura più forte delle altre. E udendo tossir la sorella, a lungo, una specie d’impazienza smaniosa la faceva sgarbata con lei. Un giorno vennero a dire, sotto voce, che la moglie del Ricevitore era morta.
Lauretta riposava, col respiro breve, le guancie pallide, i pomelli rossi. Ella buttò il suo ricamo, congiunse le mani, alzò gli occhi al cielo e si mise a pregare.
Che rimorso la straziava, pensando com’era stata senza cuore, come aveva potuto divertirsi mentre la poveretta pativa! Aveva paura di volgere gli occhi verso di lei, le pareva di vederla morta – e piangeva di tenerezza, ritrovandola meglio. L’acuto della malattia passava; a poco per volta Laura si rimise; ma la tosse non l’abbandonò più.
Ella aveva fatto alla sorellina il sacrificio di ogni svago, restando a curarla, a tenerle compagnia. Ne era orgogliosa, però di tanto in tanto il seno le si gonfiava di rimpianti, di aspirazioni alla luce, all’azzurro, alla gioia. Non potendo ancora esporsi all’aria aperta, Lauretta insisteva perchè la sorella andasse fuori sola; lei rifiutava ostinatamente; ma quando l’altra non insisteva più, sentiva gli occhi gonfiarlesi di lacrime. Imaginava che Luigi, alla lunga, si fosse dimenticato di lei, che avesse preso a voler bene ad un’altra; e, dalla contrarietà, si scarnava i polpastrelli intorno all’attaccatura delle unghie fino a sformarsi la punta delle dita.
Un giorno che erano sole, Laura fu più premurosa del consueto:
– Va’ fuori sola… fammi questo piacere! Se no, mi par d’essere più ammalata… Va’… – e sorridendo aggiunse: – Va’, t’aspetta Luigi Accardi…
Ella sentì tutto il sangue affluirle al volto. Con un sorriso d’indulgenza quasi materna. Laura riprese:
– Non ti far rossa…. che c’è di male?… credevi che non me ne fossi accorta?
Allora ella l’abbracciò fitta, nascondendole la testa sul seno.
– È vero, sì o no, che gli vuoi bene?
– È vero…
E le confidò tutto. Era la prima volta che parlava di queste cose. Guardava l’uscio, per paura che sopravvenisse qualcuno: guardava la sorella con un altro occhio; le pareva che vi fosse qualcosa di mutato d’intorno.
Dopo quella confessione, non le nascose più nulla. Lauretta stava ad ascoltarla, tra seria e indulgente, col capo avvolto in un fazzoletto, come una vecchina, quasi quelle felicità e quelle disperazioni non fossero per lei. E si faceva forza per accompagnarla, usciva in carrozza chiusa, sepolta sotto le coperte, tossicolando.
Ella la divorava di baci, dalla gratitudine; non pensava che potesse soffrire, e quando la sentiva tossire, si diceva: “È la stagione; quando verrà l’estate non avrà più nulla.”
In maggio, andarono ogni giorno insieme alle funzioni del Mese di Maria: la chiesa era tutta odorante di rose e d’incenso, le fanciulle cantavano, accompagnate dall’organo, le laudi della Vergine; padre Raffaele, il rettore, distribuiva imagini sante su carta ricamata come un merletto, che ella serbava nel libriccino di devozioni della povera mamma. Ma, in estate, Lauretta peggiorò: la tosse cresceva, con delle esasperazioni vespertine, con una piccola febbre serale. La poveretta dimagrava sempre più, il petto le si affondava, certi giorni un sudor freddo le appiccicava i capelli sulla fronte. Vedendole le guancie pallide colorirsi di un vago rossore, ella diceva talvolta al nonno, che era cupo e triste:
– Ma non è poi tanto ammalata, nonno!… Oggi è colorita in viso…
Il nonno non rispondeva, più cupo, intrattabile con tutti gli altri, una feminuccia dinanzi all’ammalata, che adesso avea ripreso il letto e non l’abbandonava più.
Dal lungo starvi, delle piaghe le si formavano sul corpo. Quando la medicavano, ella fuggiva, non fidandosi di vederle, rabbrividendo da capo a piedi al solo imaginarle. Ma lei era sicura che sarebbe guarita presto. Adesso, col caldo, venivano delle visite, la sera, a sentir la musica. Come tutte le altre estati, il palchetto pei suonatori era rizzato in mezzo al passeggio della Marina, e si riudivano sempre gli stessi pezzi: una polka del Flik-Flok, il second’atto dell’Ernani, il quartetto e la tempesta del Rigoletto. Delle persone che venivano in casa loro, alcune restavano intorno al letto dell’ammalata, altre passavano nella terrazza. Ella ve li accompagnava, facendo gli onori di casa. Luigi, che veniva coi suoi, le stava sempre intorno.
Una sera che si trovarono soli un momento, egli l’afferrò alla vita, la baciò in bocca, mormorando:
– Mi vuoi bene?… Teresa, Teresa mia?…
Ella disse di sì, sommessamente, tremando da capo a piedi; egli soggiunse;
– Mi dai i tuoi capelli?
Venne gente, dovettero separarsi. Ella preparò a lungo la ciocca dei suoi capelli, intrecciata con delle pensées, legata da un piccolo laccetto rosso e avvolta in un pezzetto di carta trasparente.
Quando Luigi tornò e le prese la mano al buio, ella gli diede l’involtino. A un tratto vi fu un rimescolìo nella camera dell’ammalata, sedie urtate, un lume sollevato, delle voci che chiamavano. Accorsero tutti; Laura aveva una sincope: il respiro quasi spento, gli occhi rovesciati,
– Non è nulla! – dicevano tutt’intorno. – La debolezza, la prostrazione, tanti mesi di letto…
Però il nonno fece venire un dottore da Messina. Fu ordinato il mutamento d’aria, e subito tutti partirono per il Capo. La mattina, prima che l’aria s’infuocasse, l’inferma scendeva in giardino a braccio della sorella; faceva un po’ di moto, a piccoli passi, fermandosi spesso. Poi si metteva a sedere, sotto l’ombrello, ed ella le coglieva dei fiori, glie li faceva piovere in grembo. Le parlava dell’avvenire, l’assicurava della guarigione, faceva dei progetti contando su di essa. Poi, riprendendola sotto il braccio, la riconduceva a casa. Una sera, mentre lei ripassava la mazurka Capricciosa ballata con Luigi, vennero a chiamarla: Laura aveva un’altra sincope. Il domani venne il dottore, parlò a lungo col nonno; poi questi mandò a Milazzo il giardiniere, per spedire un telegramma. La risposta arrivò a Miss: “Parto col postale di domani, sarò costà sabato, fate trovare carrozza sbarcatoio.”
– È il babbo che viene, nonno? – chiese ella, impaurita.
Il nonno non rispose, inginocchiato dinanzi alla cassetta bassa di una libreria, donde cavava vecchi giornali illustrati, che erano lo svago della malatina. Messili in ordine, glie li recò, reggendoli lui stesso dinanzi al letto, sfogliandoli, girandoli per mostrare le figure disposte di fianco.
– Basta, nonno… così ti stanchi… – diceva Laura tratto tratto.
– Non mi stanco… se mi stancassi, mi riposerei!… – E come la vedeva sorridere, chiedeva: – Tu come stai?… Meglio?… Senti adesso una cosa… – Tacque un poco, poi riprese: – Se venisse qui… tuo padre… ti piacerebbe?
L’inferma spalancò gli occhi, come stordita.
– Tuo padre… di’, ti farebbe piacere?
– Oh, nonno, il babbo!… Nonno, il babbo!… – e non sapeva dire altro.
– Il babbo, sì: parlo turco forse?… Se ti fa piacere, lo chiameremo…
La poveretta piangeva di contento, gli gettava le braccia scarne al collo mormorando:
– Grazie, nonno…. Com’è bello!… grazie!… grazie!…
– Va bene, abbiamo inteso…. Cosa c’è da ringraziare?…
E con la voce burbera, troncò il pianto e le effusioni della malata, la quale adesso diceva di voler aspettare il suo babbo levata. Malgrado ogni protesta, il giorno dell’arrivo si alzò. Avevano calcolato che la carrozza sarebbe giunta alla Rocca verso le due; a quell’ora volle scendere in giardino. Però il tempo passava senza che arrivasse nessuno.
– Che sarà?… – chiedeva inquieta.
– Nulla, il ritardo del vapore!… – rispondeva il nonno.
Ma non si tranquillava, porgeva l’orecchio, guardava il mare.
– C’è stato cattivo tempo?… Il cocchiere non lo conosce… Gli avete detto di andare proprio al porto?…
Era nervosa, insofferente. Si ostinò ad aspettare ancora, sentì freddo, dovettero portarla su quasi a braccia; ma, appena a letto, perdette i sensi. A un tratto si udì un rumore lontano, poi una voce che chiamava, dei passi affrettati. Il babbo comparve sulla soglia dell’uscio, fermandosi ansiosamente. Il nonno, alzato un braccio, fece segno di far piano. Ma egli era già accanto al letto, con un braccio attorno al capo della bambina, cercando gli occhi di lei. Gli occhi di Laura si schiudevano allora, e la mano fredda e madida, abbandonando quella della sorella, tentava di carezzare il viso del babbo.
– Come stai, Lauretta?… Come stai?… – chiedeva egli, alzando lo sguardo.
– Meglio… – rispondeva il nonno, guardando l’inferma. – Stai meglio, non è vero?… È niente, adesso è passato…
Ancora un altro miglioramento. Per prudenza, la fecero rimanere a letto; ma pareva così felice, col babbo da una parte, la sorella dall’altra, il nonno che girava per la camera, come avesse un gran da fare, ma senza far niente! Una mattina, presto, si alzò un poco, ma non potè scendere in giardino per il tempo che minacciava. Quando si rimise a letto, cominciò la pioggia, scrosciante; fu una burrasca di corta durata. Al tramonto, il sole brillava fra le nuvole squarciate, e Lauretta, serena, sorridente, ascoltava i progetti che facevano per l’avvenire.
– Ma il babbo resterà un pezzo con noi, non è vero?… non è vero, nonno? – chiese, voltandosi verso di lui, che se ne stava appoggiato ai piedi del letto.
– Si capisce.
– Sì!… sì!…
Sarebbero tornati a Milazzo, con l’autunno che s’avanzava; al Capo non c’era più ragione di restare. Poi, guarita Lauretta, sarebbero andati a Palermo, a Firenze, a Parigi, tutti, tutti!
– Anche tu, nonno; non è vero?
– Anch’io, eh!… – E come in quel momento entrava la moglie del fattore, aggiunse: – Anche donna Mara!
Risero tutti. Calò la sera, mentre ancora facevano progetti.
La luce della lampada infastidiva un poco Laura. Sollevatasi, disse alla sorella:
– Teresa, coglimi dei fiori…
– Subito, sorellina!
Ella scese in giardino. Dalle piante, tutte bagnate dalla pioggia recente, esalava un profumo intenso, acutissimo. Sorgeva la luna, tra nuvolette d’oro, e la luce d’argento bagnava tutto quel verde scuro, umido e stillante. Disteso con una mano il grembiale, lei cominciò a farvi piovere i gelsomini che spiccava con la destra. Ne era quasi pieno, ma ne coglieva ancora, voleva coglierne ancora più; voleva seppellire la sorellina sotto la nevicata odorosa. Di repente s’udì un grido terribile. Ella tremò da capo a piedi, lasciò cadere i fiori, incrociò le mani sul petto. Un altro grido, dei rumori confusi. Allora ella cominciò a correre disperatamente verso casa, e nella corsa vide una finestra schiudersi, il nonno uscire sulla terrazza, alzare le braccia minacciose al cielo. Prese un nuovo slancio, salì a precipizio la scalinata, traversò come un lampo le stanze e s’arrestò sull’uscio. Intravvide una forma rigida sul letto, una gran macchia di sangue, e s’intese spingere indietro.
– Babbo!… Nonno!… Babbo…
– Zitta!… zitta!… Son’io, Stefana… Di qui… Chiudete! Zitta! Tuo padre…
Allora, afferrata la mano del babbo in un impeto furioso, scoppiò in pianto alto, convulsivo, lacerante, con la bocca contorta, le mani tremanti, il petto rotto dai singhiozzi. Nella stanza buia, il riflesso della luna metteva un vago chiarore; ella non vedeva, non udiva, riprendeva a piangere più forte; in mezzo al pianto dirotto, mandava dei lamenti rauchi, sordi, rantolosi.
– Teresa!… figlia mia… Coraggio!… Poveretta, ha ragione!
Le mani dure, rugose, incallite, della moglie del fattore cercavano le sue, teneramente; Stefana la teneva stretta, la baciava in viso, confondendo le proprie lacrime con le sue.
Portarono un lume, e come ella scorse Miss, sola, in un angolo, piangere silenziosamente, a capo chino, sentì un singhiozzo più violento squarciarle la gola, dischiuse la bocca come se una mano la soffocasse.
– Teresa!… signorina!… figlia mia! – e Stefana balbettava, annaspando:
– Bambinuccia!… Per carità… fàllo per tuo padre… Signore!…
A un tratto ella si alzò.
– Lasciatemi. Voglio vederla, l’ultima volta…
Allora tutt’e tre le donne le si misero dinanzi, facendo barriera, scongiurando tra le lacrime:
– Signorina!… Thérèse!… Per carità… Vuoi ammazzarti!…
La fecero ricadere sul divano, raggomitolata, come un ammasso di panni, e i lamenti riprendevano, più sordi, più tristi.
– Il nonno… – balbettava ella – il nonno…
– Poveretto!… Anche lui!… Chi gli avrebbe detto che doveva vedere anche questo? Angeletto di Dio!… – esclamavano le donne, pietosamente. – E buona, come non ce ne saranno più al mondo…. mai e poi mai… Creatura buona!… Ora è in paradiso, a pregare per noi…
Le strida e le querele si facevano più lunghe; ma quello che la straziava era il pianto muto, incessante di Miss. La notte passava: si udivano di tanto in tanto delle voci che chiamavano dal giardino, il portone della stalla che gemeva sui cardini, i cavalli scalpitanti nella corte, il canto lontano dei galli. Poi comparve il nonno, curvo, avvolto in un gran soprabito, cogli occhi asciutti. Ella gli s’afferrò, baciandogli la mano, bagnandola di pianto, spegnendovi sopra le strida che le uscivano dal petto. Anche il babbo gli strinse l’altra mano; lui disse:
– Basta, basta… adesso basta… la volontà di Dio!… adesso, voi altri ve ne andrete…
– No!… No! È impossibile!…
– Ve ne andrete, la carrozza è attaccata… Va’ a prender gli scialli, Stefana… Ve ne andrete tutt’e tre, con Miss… Resto qua io… Andiamo, basta!
Alzatasi, ella implorava ancora, con le braccia tese ansiosamente, di poter passare di là; ma tutti la trattenevano.
– Va’!… Teresa!… Fate presto, il cocchiere ha da fare… non perdiamo tempo… Andiamo!…
Scese così, sospinta, tentando di voltarsi, con lo scialle che le cadeva per terra, mandando dei baci alla finestra spalancata e lucente nella notte muta e serena.
La carrozza partì. Rannicchiata in un angolo, accanto al babbo, ella soffocava i singhiozzi che le salivano alla gola. Cogli occhi sbarrati sulla via polverosa che pareva scorrere come un fiume, con una mano premente sul cuore, ella si ripeteva, trattenendo il respiro: “Sorella mia!… sorella mia!…” e uno stupore l’irrigidiva, pensando che mai, mai più l’avrebbe rivista. “Sorella mia!… sorella mia!…” Che fuoco!… che dolore!… Pensare sempre a lei! Stamparsi nel cuore la sua dolce figura! averla sempre dinanzi per tutta la vita!
– I fiori!… i fiori che avevo colti per lei!
Il pianto riprendeva, lungo, cocente. Era morta! morta!… La gran macchia di sangue… il viso di cera… Se non fosse morta?… Perchè le avevano impedito di baciarla?… Ma i medici li avevano ingannati, non avevano detto che doveva finir così presto!… Se lo avesse saputo!… Come avrebbe voluto starle in ginocchio dinanzi, tutti quegli ultimi giorni!… E invece aveva pensato a svagarsi, aveva riso, aveva pensato ad altri!… Allora, come dei chiodi le entravano nelle carni: tutti gli sgarbi che le aveva fatti, le insofferenze da cui era stata presa udendola tossire, le distrazioni che aveva cercate, le cure che non le aveva prodigate, i baci che non le aveva dati e che non avrebbe potuto darle più, mai! E la sua bontà, la sua pazienza di piccola martire, e il bene che aveva voluto a lei… “Sorella!… Sorella mia!…” Ma le lacrime cessavano di scorrere, nell’angoscia da cui si sentiva presa ricordando tutte le liti che le aveva cercate, le cattive parole che le aveva dette quand’era bambina: “Mummia sgobbona… dottoressa bestia…” Come aveva potuto? A un tratto, rammentava l’ira con cui l’aveva picchiata, una volta, la vampa che l’aveva acciecata intanto che batteva quel piccolo corpo – e si portava le mani al collo, lo stringeva, soffocando un rantolo sordo…
La campagna era chiara come all’alba; il riflesso della luna tremolava sul mare, e la via non finiva più, quella via fatta tante volte, con la gaiezza in cuore, insieme con la sorellina morta, con la mamma morta… Morta! Morta!… E lei avrebbe potuto vivere più? Tutto era finito per lei. Era stata un’immensa sciagura la perdita della sua mamma, ma nessuno sapeva quello che lei perdeva adesso: la sua compagna, la sua confidente, il suo buon angelo consolatore!.. Non si portava con sè una parte di lei? Che cosa avrebbe fatto più, sola? Le sue labbra si torcevano dall’amarezza, pensando all’avvenire; non c’era avvenire per lei: una successione di giorni bui, con l’imagine della poveretta sempre dinanzi, sempre nel cuore…
Adesso entravano nella città addormentata, silenziosa; le mura del castello, enormi, tagliate dalla luna, correvano, sparivano; ed a casa la desolazione cresceva, dinanzi al letto vuoto della sparita, dinanzi a tutti i piccoli oggetti che le erano appartenuti, sui quali ella metteva dei baci disperati.
Che notte! che oppressioni! che risvegli terribili! E che tristezza nel nuovo giorno! Che scoppii di pianto ad ogni notizia, ad ogni viso nuovo!
– La portano via a mezzogiorno… A San Francesco di Paola…
– Dei fiori… copritela di fiori bianchi!…
Erano delle grida convulsive che le uscivano dalle labbra, non erano parole.
E il suono orribile delle campane, che la faceva balzare in piedi a ogni ripresa, e il cadere pauroso del giorno, e il ritorno del nonno, invecchiato di cent’anni, con la schiena curva, gli occhi aridi, le mani tremanti… Come gli divorava la mano a baci, egli la trasse in disparte, con un’aria di mistero, nella sua camera.
– Vieni!… zitta, vieni…
Cavò di tasca il suo gran portafoglio di cuoio, lo aprì e ne trasse una busta. Aprì anche quella, con le mani che gli tremavano spaventosamente, e come trasse la ciocca di capelli morbidi e neri, scoppiò in pianto anche lui.
– Ah!… ah!… nonno!…
Erano terribili le lacrime del vecchio, le contrazioni spasmodiche del suo viso rugato. A un tratto, s’alzò, e mostrando un pugno al cielo, gridò:
– Cristo!…
Caduta sopra una poltrona, ella aveva perduto i sensi. Le convulsioni la ripresero, restò lunghi giorni a letto. Adesso venivano le visite: erano il nonno ed il babbo che le ricevevano, vestiti a nero, con le voci rauche. Parlavano tutti piano, l’uscio di casa restava aperto, non si udiva suono di campanello, entrava chi voleva; e Stefana, venendo al suo capezzale, le riferiva i nomi delle persone che erano di là. Venne anche Luigi Accardi, coi suoi; ma quel nome non le fece nessun effetto: le pareva che fosse passato tanto tempo! Aveva un gran vuoto nella testa.
Il babbo partì, poi vennero gli zii di Palermo; nulla rompeva la tristezza di quella casa, niente leniva il dolore di lei.
Il dottore disse un giorno:
– Perchè non ve ne andate fuori? Sarà la miglior medicina!…
E come tutti restavano in silenzio, riprese:
– Andate via, andate a Palermo; svagatevi un poco… Volete che anche quest’altra creatura pigli un malanno serio, si assoggetti a questi disturbi?
La zia insisteva anche lei, diceva che il soggiorno di Palermo era necessario per completare l’istruzione di Teresa, per farle vedere un poco il mondo. Ella udiva quei discorsi, indifferente, senza dir nulla, come se si trattasse di un’altra.
Così fu decisa la sua partenza insieme con Miss; il nonno volle restare, non ci fu modo d’indurlo.
– Sono vecchio… voglio restar qui… Vi dico di no.
Prima di partire, andarono con la zia e con Miss, in carrozza chiusa, su a San Francesco di Paola. Inginocchiate dinanzi alla lapide bianca, empirono la chiesa di sommesse querele, di singhiozzi soffocati. Poi si divisero in pianto dal nonno; egli baciò a lungo in fronte la nipotina.
Quando il vapore cominciò a muoversi, ed uscì dal porto, e sfilò lungo la Marina, dinanzi alla linea del paese che finiva sotto i Cappuccini, ella restò a guardare tutti quei luoghi, col cuore chiuso, cogli occhi cocenti. Cercava la sua casa, dov’erano successi tanti avvenimenti; San Francesco di Paola, dove riposavano la mamma e la sorella, la villa del Capo, la Lanterna, la spiaggia remota di San Papino… e quando tutte quelle cose furono scomparse, e restò solo il mare d’un azzurro così carico che pareva quasi nero, ella ebbe freddo e paura.

VI.

Erano tristi pure i primi giorni di Palermo, ma d’una tristezza diversa. Anche a restare in casa, il frastuono della città, il movimento che si sorprendeva dalle finestre, il succedersi dei visi nuovi procuravano delle distrazioni involontarie. Poi, col nonno, quantunque fosse tanto buono, ella non si poteva intendere così bene come con la zia.
Le condizioni della sua salute richiedevano che ella facesse molto moto; così la mattina a buon’ora andava fuori; giravano a lungo pei negozii, o si facevano lasciare in carrozza al Giardino Inglese, all’Olivuzza, ai Quattro Canti di campagna, donde ritornavano a piedi.
La morta era sempre fra loro; però non ne parlavan mai. Ella non voleva lasciare il lutto: sapeva che dopo sei mesi avrebbe potuto smettere quello grave, ma contava di portarlo per degli anni, per sempre. Sorrideva tristamente, quando si guardava allo specchio, quando apprezzava, senza volerlo, il risalto che le vesti nere davano alla sua carnagione rosea, ai suoi capelli d’oro. Le pareva che quella salute, che quella bellezza fossero un’irriverenza verso la sua povera sorellina morta: avrebbe voluto che il suo viso esprimesse ciò che il suo cuore sentiva; provava un senso di contrarietà quando si sentiva ripetere che aveva un aspetto fiorente.
Suo padre viaggiava in quel momento; quando tornò s’incontrarono ancora; un giorno ella andò a desinare da lui, Miss non aveva più la consegna d’opporsi. Ma in presenza della donna che aveva fatto soffrir tanto la sua mamma, che aveva distrutta la sua famiglia, ella sentì risvegliarsi il rancore antico. Colei le prodigò delle carezze, delle moine; ella restò tutta fredda sotto quei baci. Suo figlio, che adesso aveva sette anni, era un ragazzo malavvezzo; fece mille monellerie, guardandola di traverso; a lei non entrava in mente che fosse suo fratello. Il babbo era sempre così compito e così contenuto come un estraneo, e le dava tanta soggezione che, potendo, ella evitava di tornare in quella casa.
La zia era molto legata con la contessa di Viscari; la figlia di lei, Giulia, le ispirò una simpatia istintiva; dopo pochi giorni strinsero amicizia. Giulia era bruna, alta, un po’ irregolare in viso; ma piena d’espressione, vivace, briosa; ed elegante, aristocratica fino alla punta dei capelli. Ella sognava di farsene un’altra sorella; e a poco a poco il suo sogno si mutava in realtà. Malgrado la sapesse venuta dal fondo d’un paesuccio di provincia, Giulia le chiedeva dei consigli, faceva un gran conto dei suoi giudizii: si scoprivano dei gusti identici, gli stessi ideali. Però le lodi che l’amica le prodigava per la sua bellezza, per la sua coltura, pel suo spirito, non la rassicuravano molto; ella guardava le altre signorine della società palermitana con una timidezza secreta, pensando che dovevano essere tanto superiori a lei.
– Come t’inganni! – esclamava Giulia. – Ti farò conoscere io una che fa per te.
Era Bice Emanuele: una ragazza pallida, malinconica, senza mamma come lei. Ma quanto buona e intelligente! Tutt’e tre, si giurarono un’amicizia eterna; più tardi, Enrichetta Geremia, la figlia del conte di Tolosa, entrò nella loro piccola côterie. Ella voleva a tutte un bene dell’anima; soffriva e gioiva per esse più che per sè stessa: imaginando la morte di una di quelle dolci compagne, si diceva che avrebbe portato il lutto come per una sorella.
Quando non era con le amiche, ella passava il suo tempo studiando. Non s’era trovato ancora un professore di lettere; venivano invece i maestri di musica e di disegno. Per riposarsi dallo studio, lavorava con la zia a dei minuti ricami, alle frivolità.
Lo zio leggeva continuamente dei romanzi che mandava a prendere da un gabinetto di lettura o che gli prestavano i suoi amici. Ve ne erano degli antichi in uno scaffale confinato in una retrostanza; ma la zia le aveva proibito di toccarli. Per un certo tempo ella obbedì; poi la tentazione fu più forte; non poteva mica restare le intere giornate a pianoforte, o dinanzi al cavalletto, o a ripassare con Miss delle lezioni che sapeva a memoria. Prese così qualcuno di quei volumi e lo divorò di nascosto.
Vi erano i Tre Moschettieri, in francese, un’edizione a due colonne con delle illustrazioni in legno. Restò come intontita da quella lettura; per un pezzo, in tutti gli uomini che vedeva cercava delle rassomiglianze con qualcuno degli eroi del libro. Che simpatia!… Però, Porthos era un poco volgare e Aramis infinto, quantunque avesse una gran cura della propria persona – ed ella provava a tener le mani alzate, per farle venire più bianche, come faceva il moschettiere. D’Artagnan sarebbe stato il più simpatico senza certe cose un po’ troppo buffe: e lei non voleva ridere. Athos, nobile, cavalleresco, malinconico, aveva tutte le sue preferenze. Ella pensava che vi dovessero essere ancora degli uomini così disinteressati, così arditi, così eroici, sempre pronti a metter mano alla spada, a sfidare ogni pericolo, per il sorriso d’una donna, per un capriccio, per una fantasia… Vi erano dei volumi di Paul de Kock; li aveva letti ridendo, buttandoli poi in un canto, indispettita contro sè stessa. Non glie ne rimaneva nulla, tranne la seduzione della vita parigina. Aveva messo le mani sopra Giuseppe Balsamo e sopra il Conte di Montecristo, la sua meraviglia, il suo piacere crescevano a dismisura; ella viveva di quelle letture, dimenticava per esse le amiche, le distrazioni, l’appetito. E i Misteri di Parigi! I Miserabili! Però la parte filosofica di questo romanzo le seccava un poco. C’era ancora del Féval, del Bernard, del D’Arlincourt; ella divorava tutto, fremente di curiosità, di emozioni soffocate. Imaginava vagamente i luoghi descritti, vedeva gli eroi presentati dai romanzieri, s’innamorava di Rodolfo, di Mario; e il ricordo di Luigi Accardi finiva di dileguarsi. Sulla fede di quei libri, ella sognava fatalità inesorabili, eroismi inauditi, strazii ineffabili, gioie celesti. Tutte le predizioni si avveravano, gli uomini lottavano invano contro il destino; ma l’amore infiorava la vita, era il compenso di tutte le pene. Che importavano le ricchezze? V’erano dei giovani che sotto un vestito lacero avevano un cuore di eroe; e poi, essi le acquistavano, le ricchezze e le posizioni altissime, perchè ne erano degni! Se fosse stato uno di questi il professore che le avevano trovato finalmente?…
Il professore era un uomo d’età: corto di statura, con una foresta di capelli e gli occhiali d’oro. Aveva preso a spiegare Omero e Virgilio; ma quello studio, malgrado lo zelo che vi spiegava, non le riesciva gradito. Tutta quella gente era troppo antica, troppo diversa da quella che ella vedeva od imaginava: e confondeva i nomi, incontrava troppe parole difficili, non le era entrato in mente quale dei due autori fosse il latino e quale il greco.
La storia le piaceva di più; sopra tutto la moderna, quella del riscatto nazionale; e le gesta dei Savoia, la magnanimità di re che avevano cimentato il trono per dare una patria agl’Italiani, di principi che avevano pugnato pel loro paese, le davano dei fremiti d’entusiasmo.
Con piacere più grande svolgeva i temi dei componimenti, ne riceveva arrossendo le lodi dal professore, il quale, alle domande dello zio, rispondeva:
– Va bene, molto bene… anzi troppo!… C’è troppa fantasia!…
Ella descriveva a lungo, minutamente, dei campi di battaglia, delle foreste vergini, dei naufragi, tutte cose che non aveva mai viste, ma delle quali si formava un’idea. La lettura dei romanzi le dava molto aiuto; ma il professore, un pedante, cancellava delle frasi che ella aveva viste stampate, che le parevano piene d’eleganza e d’efficacia, e che lui dichiarava infranciosate. Ella scriveva: la vita sentimentale, e il professore correggeva: la vita del cuore e della mente. Però, tornava con nuova lena alle sue letture; le osservazioni del maestro, i rimproveri dei parenti glie le facevano amare di più.
– Lascia stare cotesti libri – diceva la zia. – Ti guasteranno la testa…
– Perchè? Come se io non sapessi qual’è la finzione e quale la verità!…
E voleva sapere se il cavaliere di Maison-Rouge era realmente esistito, se la storia di Montecristo era vera; nella carta geografica, cercava l’isoletta, avrebbe voluto andarvi qualche volta.
Adesso conosceva mezzo Sue, del Balzac che trovava però troppo lungo, quasi tutto Walter Scott. Il ricordo della sua povera sorellina morta la sorprendeva certe volte in mezzo alle imaginazioni suggerite da quei libri: allora, era una mestizia dolce, una malinconia soave che la prendeva, rassomigliandola a qualcuna delle eroine belle e infelici di cui ella si faceva come dei modelli, come delle maestre di vita, con l’ambizione di essere secretamente approvata da loro in ogni atto ed in ogni pensiero. Il dolore acuto e lacerante dei primi tempi si risolveva sempre più in un rimpianto rassegnato, in un ricordo pieno di tenerezza: la sorellina sua non viveva forse in lei, nel suo spirito, non l’accompagnava forse sempre e dovunque, memoria buona e protettrice?…
Così, passato il tempo del lutto, malgrado avesse espresso il desiderio di portare ancora le vesti nere, obbedì all’ingiunzione della zia e le smise.
Allora cominciarono ad andare al teatro di prosa: un’altra sorgente di emozioni più forti: la Signora delle Camelie, Kean, la Morte Civile, Celeste. Quando venne la compagnia di Amilcare Baretti e l’attore Roggi rappresentò il Falconiere, ella tornò a casa colla testa in fiamme. Nessun uomo le pareva più bello di lui, la sua voce, quand’egli parlava d’amore la faceva tremare. Tutte le volte che aveva in mano il manifesto, correva cogli occhi a cercare il suo nome; se non lo trovava, la scena le pareva deserta, lo spettacolo insoffribile. Ella supponeva che l’attore si fosse accorto della febbre con cui ella lo ascoltava, imaginava che egli avrebbe cercato di vederla da vicino, architettava tutto un romanzo. Un giorno, passando dai Quattro Canti, vide, in una mostra di fotografo, i ritratti dei principali attori, il suo fra gli altri. Sempre che ripassava di lì, il cuore le batteva più forte mentre gli occhi cercavano quell’imagine; lungo tempo dopo che la compagnia se ne fu andata continuò a guardarla, fin quando non tolsero il quadro.
Al dramma, alla commedia, ella non domandava nessuna spiegazione alla zia, nè questa diceva nulla intorno a ciò che avveniva sulla scena: ella comprendeva da sè, vedeva da per tutto riprodotta, sotto forme e circostanze diverse, l’eterna storia dell’amore, che l’esaltava, le dava delle irrequietezze nervose, uno scontento vago, l’aspirazione continua ad una esistenza più bella, più intensa, più inebbriante. Viveva in mezzo al lusso e in un bel palazzo, servita ad ogni più piccolo cenno, amata ed invidiata; eppure tutto ciò sbiadiva, diventava semplice, comune, volgare, dinanzi alle visioni che non le si levavano dagli occhi: dei castelli circondati da parchi con porticine secrete; delle caccie al suono dei corni per la foresta odorante di muschio; Parigi e i suoi spettacoli grandiosi, i balli dell’Opéra, i ricevimenti del faubourg Saint-Germain, le passeggiate al Bois de Boulogne con dei squadroni di cavalieri che si cavavano alto i cappelli al passaggio d’un’amazzone galoppante coi veli al vento. Ella aveva in testa i luoghi della grande capitale: la Chaussée d’Antin, i Campi Elisi, il nobile faubourg, il Palais Royal, la Borsa, e i dintorni: Auteuil, Fontainebleau: i romanzi che ella divorava erano pieni di scene svolgentisi lì. Talvolta ella pensava al romanzo che ella avrebbe vissuto, all’uomo che avrebbe amato; e si guardava intorno, cercandolo: ma nessuno dei giovanotti che aveva conosciuto in società le pareva degno dell’amor suo. Sapeva che gli uomini non devono esser belli nel senso femminile della parola; ma non si rassegnava a trovare possibili coloro di cui sentiva vantare la maschia bellezza; dei personaggi troppo forti, dei capelli e delle barbe troppo ispide – e la prima cosa che chiedeva all’uomo che avrebbe amato era un particolar genere di avvenenza di cui ella si era formato il tipo: corpo agile e slanciato, sanglé in un abito elegante; viso magro, mustacchi fini, soyeux; carnagione pallida, e sopra tutto aspetto signorile, mosse libere e sciolte. Fra coloro che si avvicinavano a quel tipo, ella non sceglieva ancora, perchè non trovava neppure le qualità morali che reputava indispensabili: Brancaccio era troppo leggiero, Giovanni Gravina sparlava troppo di tutti e di tutte, Orlandi era pieno di sè. In qualcuno, però, di tutti i lions ella trovava qualche qualità; di persona o di nome, per aver parlato con loro o per averli sentiti giudicare, li conosceva tutti; e quando dalla sua carrozza li vedeva scappellarsi, e la zia, di vista corta, le chiedeva: “Chi era quello lì?…” ella nominava: “Orlandi… Giovanni Gravina…” semplicemente, come persone con le quali fosse in intimità. Tutti insieme, a teatro o nelle vie, formavano per lei l’unico pubblico: essi stavano fermi a crocchio, dinanzi a un caffè, o passeggiavano lentamente, ingombrando i marciapiedi, fermandosi a esaminar le signore, salutando contemporaneamente. Ella si atteggiava più rigidamente appena scorgeva da lontano quel gruppo dei picciotti – dei giovani – fra i quali c’era il principe di Roccamozza, a sessant’anni, don Giacomo Fernandes, ripicchiato e ritinto, Alvaro Adernò con una gran barba bianca come un bel monaco cappuccino!… Ciò nondimeno, tutti quegli uomini che rappresentavano il fior fiore della nobiltà, della ricchezza, che facevano od avevano fatto parlare di loro tutta Palermo, con le loro avventure, con le loro pazzie, coi loro duelli; anche quei vecchi più interessanti della folla anonima degli studenti e dei borghesi, esercitavano un’attrattiva su di lei, assumevano ai suoi occhi una seduzione straordinaria. Vedendoli sempre insieme, pensava che fossero legati da un’amicizia eterna, come quella dei Fratelli d’arme; che fossero sempre pronti a difendersi l’uno con l’altro, come i Moschettieri; e comprendendo tutto in una sola parola: il loro valore, la loro fede, la loro forza, li aveva battezzati: “I Crociati.” Il nome aveva fatto fortuna, si sapeva che era stata lei a trovarlo. Però la reputazione del suo spirito, della sua intelligenza, le procurava la sorda gelosia di molte sue nuove conoscenze. Giovannina Leo, Rosa di Carduri, altre ancora che si credevano le più notate non soffrivano la concorrenza che faceva loro una piccola provinciale. Dinanzi ad esse, ella era stata un poco intimidita dal sentimento della propria inferiorità; invece, attribuivano a superbia quel suo ritegno. In società, ella non adoperava mai il dialetto, parendole volgare; e come teneva a far sapere che era nata in Toscana, aspirava un poco la c, pronunziava: ‘osa disce? Mi faccia ‘l piascere! ‘He bella toletta! Per questo l’accusavano d’affettazione; poi, quando le erano dinanzi, facevano le amiche, le prodigavano delle lodi.
La slealtà le repugnava; ma, infine, importava poco quel che dicevano di lei le sue rivali. Ella avrebbe voluto sapere piuttosto che cosa pensavano gli uomini. Vi era uno dei Crociati, Raimondo Almarosa, che la guardava spesso: non era più giovane, ma quanto più attraente di tanti altri giovani! Alto, magro, biondo d’un biondo che diventava bianco, serio, quasi sempre malinconico per la perdita della moglie e della figliuola sofferta in uno stesso giorno. Che cosa vedeva in lei? Una rassomiglianza? una delle sue morte redivive? Ella si perdeva in fantasticaggini. A teatro, quando uno sguardo si fermava su di lei, pensava a Giuseppe Balsamo, al magnetico potere che certuni sapevano spiegare. I romanzi erano sempre i consiglieri ai quali ella domandava i suoi giudizii, i suoi pensieri. Adesso ella conosceva la vita! Ed era una vita intensa che viveva, con quei libri. Slanci d’ammirazione e dolori sconfinati, raccapricci e simpatie, sorrisi e lacrime, essi le davano tutto. A volte, dopo lunghe ore di lettura, si alzava con un’oppressione fisica, una nausea, un disgusto per tutte le cose, per le volgarità dell’esistenza a cui doveva sottostare e che l’eguagliavano alla folla da cui si sentiva tanto diversa. Rifiutava i cibi, avrebbe voluto nutrirsi d’aria, finiva per procurarsi qualcuno dei soliti attacchi nervosi. Più degli eroi di quei libri, ella amava le eroine: la solidarietà del sesso l’induceva ad attaccarsi alle donne; e poi, non erano esse le arbitre dei destini umani? E le lunghe descrizioni, le pagine piene di narrazione fitta l’infastidivano: ella ne saltava molte, per arrivare ai colloquii d’amore, alle scene dolci e tremende, alle catastrofi improvvise, che la lasciavano sbalordita, con la fronte scottante. Che lacrime le costavano quei libri! Di quale amore cocente e struggente ne amava i personaggi! Ella le vedeva tutte, quelle grandi amate di cui si narravano le storie fortunose: i loro nomi le risuonavano continuamente all’orecchio: Andreina, Matilde, Emma, Cecilia. Il suo proprio nome era bello, ma ne pensava degli altri, invidiava le sue conoscenze che ne avevano di più belli, romantici: Giulia, Eleonora, Enrichetta; avrebbe voluto chiamarsi Marcella, Lidia, Remigia; o portare dei nomi stranieri: Edith, Olga, Nadina. Ed un progetto certe volte le passava per il capo: poichè la sua sorellina era morta, non avrebbero potuto chiamar lei Laura? Sarebbe stato quasi un modo di farla rivivere.
Scriveva ogni due giorni al nonno, gli riferiva i suoi progressi, gli mandava dei lavorini fatti apposta per lui. Adesso aveva anche il maestro di canto, e superate le prime lezioni noiose cominciava ad imparare il repertorio in voga. V’erano le serenate e le barcarole piene di sospiri flebili e di lacrime cocenti al tremolare della luna sulla laguna; i notturni in cui gli amanti traditi si querelavano nell’abbandono, o prorompevano in accenti di vendetta, o si rassegnavano, continuando ad amare in silenzio, costanti e senza speranza; in cui delle povere pazze vagavano pei cimiteri, a mezzanotte, cercando un nome sopra un freddo marmo; ma v’erano sopratutto le romanze che esaltavano la bellezza sovrana della donna, la sua potenza, il suo fascino. Se le lacrime d’una fanciulla cadevano fra le rose, erano goccie di rugiada; se cadevano in mare diventavano perle; ma un angelo le raccoglieva nel cavo della mano e quel nèttare lo dissetava. Un amante voleva essere l’aura che sfiorava il biondo crine della Bella, il fiore che ella sfogliava, la stella che ella mirava; un altro s’inebbriava al ricordo delle voluttà; tutti avrebbero data la vita per un bacio, per un pensiero. E la musica aveva delle successioni di note che somigliavano a singhiozzi, a grida represse, che imprimevano come un moto di culla; degli accordi gravi, pieni d’angoscia e di mistero; degli arpeggi che sollevavano da terra, che esprimevano l’estasi. Ella sentiva il cuore salirle alla gola, le ciglia inumidirsi. Voleva provare tutto questo nella vita, aspettava una grande passione. Non era così bella da ispirarla? E si guardava allo specchio trovando che rispondeva al tipo ricorrente nei libri. Si guardava le unghie per vedere se erano tagliate a mandorla; il viso era d’un ovale perfetto, la bocca piccola, porporina, i denti di perla, tranne quel canino annerito, che un giorno o l’altro si sarebbe fatto strappare. Le guancie rosee le parevano da fanciulla borghese; ma i capelli non compensavano quel difetto? Lunghi fino ai fianchi, folti, odorosi, oro fuso. Il tipo bruno non aveva però anch’esso la sua seduzione? “Bruna come la notte, come ala di corvo…” Nella sua qualità di siciliana, ella avrebbe dovuto essere piuttosto bruna… Siciliana? Viveva in Sicilia; ma era fiorentina! E mentalmente faceva l’enumerazione di tutti i paragoni del biondo: come l’oro, come un raggio di sole, come le spiche del grano, come l’uva matura… Ella aveva la piena coscienza della propria bellezza; però, tratto tratto l’antica disperazione tornava a prenderla: la sua statura era sempre bassa, a diciassette anni ne mostrava appena quindici; qualcuna delle sue amiche non la prendeva sul serio, la trattava quasi da bambina! Fino a vent’anni, non sarebbe cresciuta? Aveva tempo di rifarsi! Ne domandava al dottore, con l’ossessione di restar nana, lei che non ammetteva se non i personaggi slanciati. Così dava un bel da fare al calzolaio, non trovando mai i tacchi abbastanza lunghi, e la pettinatrice doveva risolvere ogni giorno il problema d’una acconciatura che fosse alta, ma non troppo. Però, gli artifizii riparavano male al difetto, e un giorno le salirono le fiamme al viso, quando Giulia Viscari le disse il sopprannome datole da Enrico Sartana.
– Come mi chiama?
– La pupa… dice che non gli fai l’effetto d’una donna, ma d’una bambola…
Questo Sartana era il figliuolo del duca di Castrovecchio, ed aveva per suo conto il titolo di barone di Lerma. Ella lo aveva visto qualche volta da lontano, trovandolo simpatico; da quel momento, un odio le si scatenò nell’animo contro di lui. Lo aveva soprannominato subito San Giorgio cavaliere, con un tono d’ammirazione derisoria per la sua bellezza fade di biondo ricciuto cogli occhi cilestri.
– Il cavalier San Giorgio che atterra il Dragone!… – ripeteva, quando lo vedeva passare a cavallo, caracollando. – O Dio, non svenite, solo a mirarlo?… È fatale!…
– Sei spietata!
– Non lo posso soffrire!… Se glie lo riferirete, mi fate un piacere!
Ella se lo vide improvvisamente dinanzi, la sera che sua zia la condusse dagli Alì, dove si ballava: una felicità lungamente aspettata, il suo primo ingresso in un vero salone, dove tutti i giovanotti si contendevano l’onore di ballare con lei. Fu sul punto di dirgli che aveva tutto impegnato e di voltargli le spalle: ma egli era così grazioso, così elegante, che non si fidò. E con una disinvoltura di cui ella non aveva idea e che si lasciava mille miglia indietro i balbettamenti timidi degli altri, egli cominciò a parlarle, a farla ridere a proposito di tutti i tipi comici che si trovavano in quella società.
– Ti sei lasciata addomesticare? – le chiese Giulia Viscari in un angolo.
– O Dio, come resistergli?
Però la sua ironia cominciava a non essere più sincera. Adesso non le riusciva di reprimere un leggiero sussulto, quando lo incontrava. Egli la cercava, tornava a ballare con lei, a darle il contagio del suo riso argentino, pieno d’una simpatia irresistibile, a guardarla con quegli occhi azzurri che dicevano: “Non è vero che siete una bambola; mi piacete!” Una domenica, uscendo di chiesa, la zia si fermò con una signora: era la duchessa di Castrovecchio, sua madre. Il giovedì seguente, venne a far loro visita.
Ella comprese subito che era stata mandata dal figliuolo. Una gioia immensa le aveva allargato il cuore: il vago sospetto prendeva consistenza: egli era innamorato di lei! Nella voluttà del trionfo, ella beveva l’aria avidamente, si chiedeva: “È vero?” e si rispondeva: “È vero, è vero!” vedendo che egli non lasciava sfuggire un’occasione d’avvicinarla, che si trovava in casa quando andavano con la zia a restituire le visite a sua madre, che la seguiva sino per le strade. E dei feroci propositi di vendetta, alla Montecristo, l’animavano: voleva civettare con lui, fargli perdere la testa, lasciarlo struggere d’amore come i Reuzzi delle fiabe!… E lei? era sicura di non volergli bene anche lei?… Non lo trovava simpatico, elegante, spiritoso?.. Allora? Non importava, bisognava farlo soffrire. E spiegava con lui tutta la sua civetteria, si voltava a guardarlo profilando tutto il busto ed il viso, sollevando una spalla, stringendo le braccia ai fianchi, per mostrare tutte le linee del corpo; allungava talvolta un piede che egli divorava cogli occhi, ma che lei ritirava repentinamente dopo un poco, fingendo d’accorgersi a un tratto di quegli sguardi indiscreti; quando aveva vicina Giulia od Enrichetta, passava un braccio attorno alla vita dell’amica, le parlava all’orecchio, la baciava in viso, per tormentarlo con lo spettacolo di quelle carezze; al ballo, lasciava cadere un guanto, il fazzoletto, un fiore, qualche cosa tutta piena di lei, osservando di sbieco l’espressione appassionata con cui egli se ne impossessava per rendergliela. I loro incontri si venivano moltiplicando: riunioni in cui si faceva della musica e che poi finivano in saltate generali, feste in tutte le forme, dal principe d’Alì, dal marchese Carìbici; balli in maschera, veglioni al teatro. Tanti giovanotti ora le stavano intorno: ella sentiva la reputazione di bellezza, di eleganza, di spirito che la circondava; e nell’atmosfera calda e profumata dei saloni viveva come nell’ambiente vitale. Adesso lo studio noioso, pedantesco, era smesso del tutto: restavano la musica e la lettura: la musica che le assicurava dei trionfi quando, senza farsi troppo pregare, si metteva al piano e con una disinvoltura da concertista teneva tutta la sala intenta; la lettura che alimentava continuamente il lavoro della fantasia. Ella si ripeteva incessantemente: “Sono amata! Sono amata!” Sartana era innamorato di lei, tutti se ne accorgevano, Giulia glie lo ripeteva, scherzando, con allusioni continue! Ed ella lo amava, sì; malgrado i suoi propositi di freddezza, di crudeltà, lo amava: un fremito le passava pel corpo quando egli le si avvicinava; il cuore le batteva più forte quando parlava o danzava con lui, quando egli le stringeva la mano un certo modo diverso da quello di tutti gli altri, quando le diceva certe cose indifferenti con la voce piena d’un tenero turbamento… Il suo primo amore! Il suo grande amore!… Dei sorrisi di compassione le fiorivano sulle labbra pensando agli amoretti dei dodici anni, a Niccolino Francia, a Luigi Accardi, all’ufficiale di Messina. Sciocchezze, ingenuità da bambina!.. Adesso sentiva che il suo avvenire s’inpegnava, che la felicità della sua vita dipendeva da quell’amore. Ma lui, perchè non parlava? perchè non le diceva che le voleva bene?… Certe volte pensava al modo con cui glie lo avrebbe detto, alle parole divine che avrebbe trovate, al momento unico, misteriosamente propizio, che certo egli aspettava ancora di cogliere. Altre volte, delle difficoltà, degli ostacoli sorgevano nella sua fantasia: un dramma che scoppiava, dei dolori ineffabili, la morte che avrebbe potuto coglierla a un tratto!… Ella si vedeva, moribonda, con le mani affilate sulla coltre bianca: le donne singhiozzavano intorno, e a un tratto un rumore di passi, l’apparizione di una figura disfatta, spettrale: lui, fermo un istante sulla soglia della camera mortuaria. Un grido terribile gli lacerava la gola, e precipitandosi verso il letto, vi cadeva in ginocchio dinanzi, bagnando di lacrime calde la fredda mano scarnita ch’ella gli abbandonava. La funebre rappresentazione le si spiegava dinanzi con l’evidenza della realtà: sentiva le dita di lui errarle fra i capelli, vedeva i visi pallidi dei parenti, udiva le salmodìe degli agonizzanti; e delle lacrime le rigavano lentamente il viso. Ella piangeva sè stessa, i suoi sogni svaniti, la sua bellezza per sempre distrutta: si vedeva composta in una bara, bella ancora, ma pallida pallida, e fredda, come di marmo. Dei gigli sulla sua tomba… un uomo che si gettava bocconi sulla terra umida e scura… un lamento straziante… E restava così, a singhiozzare pianamente, intanto che il sole rideva e che un fragore di carrozze trascorrenti in lunghe file veniva su dalla via.
Perchè quelle imagini tristi? Ella pensava d’esser una creatura provata dalle sventure, superiore per questo; dotata d’un cuore più sensibile, d’una fantasia più impressionabile, votata ad un destino più arcano degli altri. Ella leggeva i versi del Prati, del Leopardi, dell’Aleardi: v’erano dei passaggi che non intendeva, ma quanti altri che la facevano piangere!
Poi si scuoteva, sorrideva delle sue angoscie senza cagione, tornava alla gaiezza consueta, passava da uno svago ad un altro, s’ingolfava in quella vita felice, senza cure, che era tutta una festa. Allora avveniva che, nell’animazione regnante tra le folle eleganti, nel tumulto giocondo destato dalla musica e dal ballo, ella si dimenticava di Enrico, ma interamente, completamente, come se egli non fosse mai esistito, tutta al proprio trionfo, inebbriata dagli omaggi dei giovanotti, dai complimenti delle amiche, dalle sussurrazioni ammirative che sorprendeva al proprio passaggio. Vi erano tanti altri che decisamente le facevano la corte, Lollò Cutelli, un marchesino ricchissimo ma un po’ grullo, Antonio Bracciaferri, ufficiale di cavalleria che aveva lasciato il servizio e che lei metteva in caricatura, rifacendo i suoi “cosa?” e i suoi “sfido!”, il cavaliere Sibiliano, sulla quarantina, buffo con le sue pretensioni giovanili, ma però molto corretto; tanti e tanti altri ancora, a cui ella badava volta per volta, quando li aveva a fianco, studiandosi di montar loro la testa, ma che a distanza si confondevano in una massa; in un coro, dove ella non distingueva, non sceglieva… Sì, vi era uno a cui ella pensava più che agli altri: Mario Caimi, la cui nascita non era molto distinta, ma che aveva, con una ricchezza straordinaria, una fama di rompicollo coraggioso, di viveur à outrance.
– Caimi ti fa la corte! – le aveva detto una volta Giulia, ed ella si era accorta che era vero: dall’alto del suo stage, col magnifico attacco dei due sauri e dei due morelli che faceva voltare tutta Palermo, passava e ripassava sotto casa sua, l’inseguiva a passeggio; e a teatro le piantava il cannocchiale addosso, fino a imbarazzarla; e ai balli se lo vedeva sempre sul proprio cammino, coi gomiti stretti ai fianchi, il capo piegato in un saluto profondo. Che cosa sentiva per lui? Non lo sapeva; era sicura che lo avrebbe rifiutato come marito, però le piaceva averlo legato al proprio carro; gli concedeva qualche cosa di più che agli altri per avvincerlo di più. Enrico Sartana gonfiava, le teneva il broncio, mostrava i denti a quell’altro, e l’idea che i due uomini si potessero afferrare per contendersela le dava un senso di compiacenza, malgrado la sua coscienza protestasse, malgrado ella si dicesse, ma sorridendo: “No, no; poveretti!…” E adesso Sartana s’era messo a far la corte a Sara Máscali, le stava sempre attorno, le parlava piano, facendola ridere, ridendo lui stesso, fingendo di non accorgersi di lei!…
Ella si sentì punta al vivo da quella preferenza accordata ad una delle sue nemiche, ad una di quelle che ora la chiamavano contadina! Si ribellava all’ingiustizia di quell’uomo: che cosa gli aveva fatto per trattarla così? Egli perchè non aveva parlato? Erano gli uomini che dovevano fare i primi passi! Presumeva forse che senza impegnarsi a nulla da suo canto, ella non dovesse aver occhi che per lui? Bisognava che ella si compromettesse dinanzi al mondo aspettando che egli si degnasse di pronunziarsi?
Ed esagerando tutte queste cose, imaginando di dover prendere la sua rivincita, si mise a dar retta a Michele Platamone, uno di quelli che la guardavano con maggiore insistenza. Sua madre era tedesca, egli era stato educato in Germania, e nell’abito, nelle maniere, nell’aria, aveva qualche cosa che lo distingueva da tutti gli altri. Ella voltava le spalle ad Enrico quando lo incontrava, e sorrideva amabilmente all’altro, permetteva il suo corteggiamento. Ma questo qui era volubile, faceva il gallo della Checca – secondo l’espressione di Giulia Viscari – e con un’amarezza sconfortata ella si diceva: “Come sono gli uomini!…” Di preferenza, ronzavano attorno alle signore maritate, e certe storie si susurravano tra le ragazze: Amato era con la Filaruta; Pietro di Santà aveva compromessa la Carosia, Caimi aveva tante donne, ballerine, attrici, le altre…
Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che esercitavano sugli uomini. Com’era possibile per alcune averne tanti, tutti in una volta e senz’amore? Insieme con le amiche, guardava curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse, non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere nei loro occhi il secreto della loro vita.
Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l’amante del cognato, tanto più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde Gerosa, regnava come un’aria di mistero che arrestava i più maligni. Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un’espressione così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un’eco lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane, cambiava d’amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei, entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti l’attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo, e qualcuno sempre l’accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le due teste lontane:
– Chissà che cosa fanno le mani, adesso!…”
Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi; poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza.
Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva:
– La signorina ama molto la Germania!…
– Sì, per l’appunto; è una nazione seria.
– Ma pesante, via, ne convenga!
– Lei è padronissimo di preferire la leggerezza francese…
E lo piantava lì. Ma una tristezza le restava in cuore: poi trovava che era molto sciocco affliggersene, e ricominciava a farsi corteggiare da tutti un po’, fuorchè da quelli che erano impegnati con le sue amiche vere. Giulia aveva accaparrato Toscano, un bel giovane dalla fama dongiovannesca, che s’era battuto cinque volte, che faceva parlare sempre di sè. Ella non comprendeva come l’amica potesse credere ad uno che faceva quella vita; ma Giulia ne era cotta, giurava che sarebbe stata sua moglie, o si sarebbe uccisa. Bice Emanuele non aveva precisamente un innamorato; molti giovanotti la corteggiavano, ella non li guardava neppure, con la mente piena d’un ideale introvabile. Era la più poetica di tutte, aveva gli occhi pieni di sogni, e un sogno pareva ella stessa, con la sua figurina esile, leggiera e quasi fragile. Certe volte, quand’erano tutte insieme, quando si parlava di tolette, di gioielli, delle ricchezze e delle eleganze che tutte agognavano, qualcuna delle più matte proponeva, per chiasso, una quistione:
– Per una bella collana di perle, chi di voi si farebbe baciare in bocca?
Anna Sortino era la prima a dire: “Io!” Giulia era più difficile: bisognava che le perle fossero come le nocciuole, e cinque file. Ella stessa non si risolveva ad accettare la proposta senza l’aggiunta, per esempio, di un abito di broccato; ma non v’erano offerte a cui Bice Emanuele s’arrendesse.
Ella apprezzava il sovrano disdegno dell’amica, ma non lo divideva. La missione di loro tutte non era la conquista degli uomini? Questo non le impediva intanto di schernirli, di trovar subito il ridicolo di ciascuno e di definirlo con un soprannome che veniva subito ripetuto e adottato: Sfido io! l’ex tenente Bracciaferri, Costantinopoli il cavaliere Bartolomeo Morello che era stato in Turchia e faceva entrare la capitale dell’Oriente in ogni discorso, Hop-hop il barone Sirniani che voleva fare lo sportman, Bébé il vecchietto Sibiliano, la gran cassa Giovanni Reggio, la cui pancia prendeva proporzioni sempre più inquietanti, Cachemir il Vardas, che si chiamava semplicemente Casimiro, il Poeta Marcellini, che passeggiava sempre solo, per vie remote, a ora tarda, guardando in aria. Non importava: malgrado le loro ridicolaggini, le loro stravaganze, i loro difetti, ella voleva loro piacere, voleva sentirsi ammirata, desiderata, vincere le sue rivali, costringere quegli uomini a cercarla, a pensare a lei, a renderle il tributo che le spettava…

VII.

Talvolta gli zii, senza parlare precisamente di matrimonio, le chiedevano chi preferisse fra tutti i giovanotti che le stavano attorno.
– Nessuno! – rispondeva, tra le denegazioni incredule e certi sorrisi d’intelligenza che marito e moglie scambiavano.
– Vediamo: Bracciaferri?…
– Cosa?… Per bacco: bell’animale!… Sfido io!…, Chi, l’aiutante maggiore? un carambolaio!…
– Sibiliano, allora?…
– Già, per fargli la pappa…
– San Demetrio?
– Ah, quello sì, davvero!… Molto elegante, molto soigné!… coi calzoni sotto i tacchi, i capelli sul bavero… Brrr!…
– Insomma, non c’è proprio nessuno che sia degno di te?
– E a voi che cos’importa? Avete fretta di mandar via la vostra nipotina?
Con due baci e due salti la scena finiva, salvo a ricominciare qualche tempo dopo. Però, essi non le parlavano mai di Enrico; avevano soltanto delle reticenze, dei sorrisi d’intelligenza, come per significare: “Sappiamo! sappiamo!…”
Un giorno, ricominciando la solita litania, la zia le disse a bruciapelo:
– Ed Enrico Sartana?
– Chi, San Giorgio cavaliere? – rispose subito lei, piegando un poco il capo, atteggiando il viso a bellezza insipida.
– Eh! eh!… – tossicchiò lo zio.
– Perchè?… – chiese lei arrossendo un poco.
– È proprio San Giorgio cavaliere?… Ti è assolutamente indifferente?
– Assolutamente.
– Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti?
Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l’amava! La chiedeva in isposa: era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: figlia mia?…
Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui sarebbe davvero entrata nella vita?… Lo aveva aspettato tanto; adesso era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione. Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente s’inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti, dimenticava la realtà circostante – e ritrovandosi a un tratto in mezzo ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla, comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune, si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un cuore come il suo? Chi poteva comprenderla?
Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo. E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima, Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: “Io sono ricca per due: ciò che è mio non è tuo?…” Invece, egli le tornava dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva struggere d’amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli: “Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell’anima!…” Per vendetta, si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c’era nulla da fare, nulla che lo trattenesse… E se lei fosse stata realmente presa dalle sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch’egli dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare?
Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di Toscano che ogni quindici giorni aveva un’avventura, non capiva il suo scontento; Bice Emanuele era sempre un po’ isolata nel suo idealismo, la Sortino le pareva un po’ troppo volgare per comprenderla; Enrichetta Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre, le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata.
– Che dicevate di bello? – chiese ella, appoggiandosi al braccio di Giulia.
– Nulla… una notizia di matrimonio…
– Ah, sì?… E chi sposa?
– Sara Máscali… ma sai, non è ancora ufficiale… una cosa che si dice… Io l’ho saputo da mia cugina.
– E lo sposo?… – insistè lei, intanto che le gambe le si piegavano.
Rosa rispose, evitando di guardarla:
– Dicono, Enrico Sartana.
La sua vista s’annebbiò come se tutte le sue vene si fossero vuotate di sangue. Sentiva morirsi, appesantirsi sul braccio di Giulia; ma nell’abbandono di tutte le sue forze, la paura di lasciarsi scorgere la sosteneva.
– Una bella coppia! – disse, componendo le fredde labbra a un sorriso, intanto che ansimava, che il cuore le si schiantava. – Sarà una bella coppia!
Giulia la condusse dinanzi a una finestra.
– Soffri?… – le chiese amorosamente.
– Io? No… Perchè dovrei soffrire?
Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta, si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi, le salivano alle labbra: “Come?… Perchè?… È dunque vero?…” Che cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli non l’amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l’amava, perchè sposava quell’altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola?
– Mio Dio!… Mio Dio!…
Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella doppiezza, quel tradimento… nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo vile!… Quell’altra non era più ricca di lei? più ricca d’assai?… Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!… Ed ella si disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l’amor suo non finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?… Ah, sciocca! ah, sciocca!… E adesso, passeggiando su e giù per la camera, si stringeva una mano con l’altra, forte, fino a farsi male, si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi, fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra. Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi, dal disprezzo… No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo, annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il primo venuto, la folla!…
Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano da un’ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in società, ella s’aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a quell’altra?
Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d’Alì, dove s’eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa riceveva in giardino, all’ombra delle acacie: le signore sedevano sulle poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d’acqua ghiacciata imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l’allegro cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini, ella s’era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare, a procurarsi un principio d’ebbrezza, vuotando uno dopo l’altro i minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti.
– Non t’ha amata… non t’ama… non t’amerà… Non t’ha amata… non t’ama… Grulla, hai visto?
E l’aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di vainiglia… A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse Enrico Sartana.
– Oh, voi!…
Non aveva saputo frenare l’istintiva esclamazione Egli le stringeva intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva:
– Da quanto tempo non ho più il piacere d’incontrarla!…
– Sì, davvero… – rispose lei, tutta intenta a comporre il suo mazzo. – Sono lieta però di vedervi; così, posso farvi le mie congratulazioni…
– A proposito di che?
– Ma, del vostro fidanzamento!… So che sposate una bella signorina, una mia amica… Scusate, quella vainiglia… Grazie!… Vi auguro di tutto cuore ogni felicità.
Ella non sapeva come tutte quelle parole le uscissero dalle labbra; il fuoco dei dolci liquori, il profumo di quei fiori l’avevano esilarata; la vista di lui finiva di rimescolarle il sangue, di turbarle la mente.
Raccolta la vainiglia e presentatala a lei, Enrico disse guardando quei fiori e quelle mani con una espressione appassionata:
– Non posso esser felice con chi non amo.
Una risata argentina le gorgogliò in gola.
– Allora, scusate, fate male a sposarla!
– Infatti, non la sposo.
– O dunque?…
I loro sguardi si erano confusi, mentre essi indietreggiavano un poco.
– Non la sposo… a costo di dare un dolore a mia madre… Era lei che avrebbe voluto… Voi sapete che io non posso disporre del mio cuore…
– No, non lo so… – rispose ella, senza lasciarlo cogli occhi, sollevando il capo, intanto che i fiori le cadevano di mano.
– Ve lo dico io, se non lo sapete… Il mio cuore è vostro.
Chinatosi rapidamente, raccolto il mazzo pel gambo ancora tutto caldo della mano di lei, lo aveva baciato religiosamente. Ella non udiva più che il battito sonoro del cuore, il martellar frequente delle tempie. Un raggio di sole, filtrando attraverso il denso fogliame, si posava sulla testa di lui, oro sopra oro; dei cinguettii d’uccelli scoccavano rapidi e brevi come baci.
– Teresa, voi non potete augurarmi la felicità – continuava il giovane – potete darmela!… Io sono pronto a sfidar tutto e tutti… ma se voi mi sostenete, se non mi abbandonate!…
Allora, con gli occhi quasi lacrimosi, ella disse:
– Ah, son io che v’ho abbandonato?
– Sì, sì… avete ragione… Accusatemi! Sono senza scusa!… Ma ora… Sentite: vicino a voi, per sempre!…
Egli le aveva appena presa una mano, che delle voci chiamarono:
– Teresa!… Teresa!…
– Eccomi… son qui…
Sciolta dalla sua stretta, ella correva incontro alle compagne, ebbra e folle di gioia. Erano dei torrenti d’oro che il sole declinante riversava, rutilando, dietro il fogliame, sui viali del giardino; fiumi di diamanti che i viali sabbiosi facevano riscintillare; una nuova vita che la brezza marina, appena levatasi, faceva scorrere nel suo sangue. Ella abbracciava fitta fitta la sua Giulia, batteva le mani, scoppiava a ridere, si diceva mentalmente: “Siamo serie!” ma riprendeva a sorridere, ad aggirarsi, a parlare, insofferente dell’immobilità e del silenzio, sentendosi struggere quando Enrico levava gli occhi su di lei, gli occhi pieni di fiamme e di carezze, gli occhi di chi era per sempre suo!…
Era suo, infatti! Adesso egli riprendeva a prodigarle, più di prima, attenzioni grandi e piccole, a starle intorno, a trovarsi da per tutto dove ella andava, a non andare dov’ella non era, a non vivere che per lei. Non poteva più parlarle da solo a sola, come quella volta; le mormorava soltanto qualche parola tenera, le stringeva di nascosto la mano; ma questo le bastava perchè il suo cuore continuasse a vibrare come quel giorno benedetto, perchè una gioia suprema illuminasse tutta la sua vita. Adesso tutte sapevano le assiduità di lui, tutte alludevano al coronamento felice di quell’amore, anche la zia e lo zio dimostravano ad Enrico una premura, una preferenza, come se egli fosse già il fidanzato, come se non mancasse altro che una formalità perchè tutti lo riconoscessero tale. Il rancore delle sue nemiche, della Leo, della Carduri, della Máscali, era anch’esso un segno della sua fortuna. Dicevano che dopo averla conosciuta bene, Enrico si sarebbe pentito, perchè lei era incostante, pericolosa, troppo avida di piaceri, incapace di far felice un marito. A quei giudizii malvagi, a quegli augurii funesti, ella scrollava il capo: erano dettati dall’invidia, non riuscivano a turbare il suo contento. Ella viveva d’una vita intensa, come in sogno, col cuore pieno d’una sola idea; tutte le impressioni che riceveva dileguavano, svanivano nella beatitudine di sapersi amata, nella previsione di un bene più grande. Nel ridestarsi dopo una sera passata accanto a lui, le sue labbra si schiudevano naturalmente al sorriso, pensando alle dolcezze passate, alle dolcezze avvenire, a quella sua sospensione in un gaudio continuo. Talvolta, ella faceva suonare il suo nome futuro: “Baronessa di Lerma… Teresa Sartana di Castrovecchio…” più tardi “Duchessa di Castrovecchio…” si vedeva già dame, con degli abiti à traine, scollati, con dei gioielli sfolgoranti, o in abiti da camera dal taglio ampio, dalle maniche larghe, dalle ricche trine; o in costumi da passeggio, serii, con dei cappellini chiusi, degli ampli nastri formanti un grosso nodo sotto un orecchio… Poi vedeva la sua casa: un quartiere nel palazzo Sartana, ma rimesso a nuovo, con una victoria dai cavalli piaffant sul selciato del cortile; poi il suo salotto, il suo boudoir, dove le sue amiche sarebbero convenute per il five o’ clock… e poi dei viaggi, Roma, la Corte, Parigi in lontananza, anche Londra, le corse, gli spettacoli… E poi il suo ritorno a Palermo, le novità che avrebbe portate per la prima, il successo che avrebbe avuto, l’autorità che avrebbero acquistato i suoi giudizii… Perchè tutto questo si realizzasse, che cosa mancava? Nulla! Una visita della principessa, una lettera al babbo che era a Parigi, una lettera al nonno…
Il nonno arrivò come un fulmine, senza un annunzio: una scampanellata violenta, e un’irruzione col cappello in testa, con un sacco da notte buttato malamente in un canto.
– Nonno!… Nonno!… Che bella improvvisata!…
– Dov’è tua zia?… Dov’è quell’altro?… Ne fanno delle belle!… Si può sapere dove sono?… Non c’è nessuno in questa casa?… Adesso ci penso io!… Ah, siete qui?… Tu va’ via: ho da parlare…
E spintala per una spalla, chiuse l’uscio. Il suo primo stupore diede luogo ad uno smarrimento, ad una paura crescente d’istante in istante. Si trattava di lei! Parlavano in quel momento di lei, del suo matrimonio, del suo avvenire! Ed ella non doveva saperne nulla! doveva esser messa alla porta, così, come una cameriera!… Risolutamente, corse all’uscio più vicino. Si udivano, a intervalli, le parole concitate del nonno, delle frasi spezzate, con dei silenzii e delle riprese più vivaci:
– A tradimento?… Ah, queste cose?… Ed io che dormivo tranquillo… Sissignore, lo avevo detto, vi avevo pregato… È uno spiantato, non hanno più nulla, corpo del diavolo, volete capirlo?… Debbo pensarci io!… La marito da me… Chi voglio io!… E se non era un amico che m’avvertiva!… La porto via, subito subito…. Questa la vedremo!… Cosa vi siete messo in capo?… Tante grazie!… Mi faccio tagliar la testa, piuttosto… Neanche un centesimo: do tutto a un ospedale… Vi dico che la vedremo!…
E se ne andò, facendo sbattere gli usci, come una furia.
– Che cosa è stato? – chiese ella, entrando.
Lo zio, indignato, riferiva l’opposizione violenta che veniva a fare a quel matrimonio, le minaccie che aveva profferite.
– È un villano! Questo non è il modo!… Si vede proprio che è un villano…
– La quistione è un’altra; se dice di no, sarà di no!…
– Ed io non conto? – proruppe ella.
– Tu… tu… Non lo conosci! Che cosa vuoi fare?
– La vedremo!…
E come il nonno, tornato verso sera, le diceva, con una voce che si studiava di parer calma:
– Sono venuto a prenderti… Andiamo a Milazzo…
– Perchè, nonno? – gli rispose, tranquillamente – Cosa vuoi che venga a farci?
– Perchè così mi piace! – esclamò lui. Poi riprese: – Perchè succedono delle cose graziose, mentre io sto lontano… perchè i romanzetti li tolgo io dal capo alle persone…
– Io non ho romanzi pel capo, nonno…
– Ah no?… Tanto meglio!… Allora tornerai a casa, hai capito?… dove non c’è il rischio di incontrare degli scapestrati che danno la caccia alle doti…
– Nonno!…
– Eh?… Ah, tu credi che quel rompicollo ti venga dietro pei tuoi begli occhi?… Sono i quattrini miei che l’attraggono… Ma starà fresco, starà… Degli spiantati!… una famiglia che non si regge più in piedi!… E i miei quattrini debbono servir per loro?… Sposalo dunque, ma se aspettate che io dia un soldo!…
Ella disse:
– Che cosa importa! Io gli vo’ bene.
– Ah, gli vuoi bene, stupida che sei?… Cosa vuol dire che gli vuoi bene, stupidaccia?… Te lo farò veder io, il bene… Ma se va dietro ad un’altra, mentre ti tiene a bada, a un’altra che è più ricca di te? Se ogni giorno lui e sua madre si mettono a fare i conti delle doti, per vedere qual’è il pezzo più grosso?
– Questa è una volgare malignità.
– Ah! ah! ah!… Bravissima! mi piace, la volgare malignità… Dove le impari queste frasi? È una malignità che sua madre fa la corte ai Pini, che suo zio tiene a bada la Barbagallo, e che giuocano con tre, con quattro mazzi di carte? Ah, tu credi che ti voglia bene, stupidaccia?
E piantò tutti un’altra volta.
Ella scoppiò in pianto, ma un odio violento contro quel vecchio cattivo, malvagio, che calunniava in tal modo la gente, arrestava le sue lacrime. Non credeva una parola di quella calunnia atroce; attestava all’imagine di Enrico che niente avrebbe scossa in lei la fede salda, cieca, di cui egli era meritevole. Adesso, con gli zii, non si parlava d’altro che del da fare, del modo di resistere a quel vecchio ostinato. Lo zio era irritatissimo, parlava di non riceverlo, incoraggiava la sua passione; la zia pareva cominciasse a dubitare. Ma ella si diceva che mai avrebbe accolto il dubbio indegno. Però Enrico avrebbe potuto farsi vivo, prendere un’iniziativa, forzare la mano di sua madre, scriverle una parola di conforto! Invece era il nonno che, senza farsi più vedere per alcuni giorni mandava un suo amico, don Gaetana Linguaglossa, a ripetere, con belle maniere, il dispiacere che quell’intrigo gli procurava. Don Gaetano che parlava pianissimo, masticando le parole, come dietro un confessionale, aggiungeva le sue riflessioni: quello che il nonno aveva fatto per questa nipote, il bene che le voleva, le buone ragioni che doveva avere per opporsi a quel matrimonio.
– Perchè… veramente… veda bene… la casa Sartana non è più la stessa d’un tempo… niente affatto!… e una grossa dote soltanto la può salvare… La signorina è molto ricca; ma non basta, veramente… E la principessa madre ha messo gli occhi altrove, veda bene!… Non dico pel giovanotto, certamente… ma anche lui bisogna che ci pensi, in fin dei conti!…
Poi tornava il nonno, ma senza parlar di nulla, imbronciato però, irascibile con tutti, freddissimo con lei. Se aspettava di vederla piegarsi! Ella non diceva nulla, certa che Enrico avrebbe smentite quelle infamie. Avrebbe voluto rivolgersi a suo padre, scrivergli di tornare a Palermo, per sostenerla, per assicurare la sua felicità; ma suo padre non rispondeva da tre mesi ad una lettera d’augurii, non si era mai curato di lei, l’avrebbe ancora lasciata senza risposta!
Talvolta la risoluzione di vestirsi e di andare in casa di Enrico, accompagnata da Miss o dalla cameriera, o anche sola, la prendeva come un bisogno irresistibile. Che le importava delle conseguenze, della compromissione! Tanto meglio! Lo amava, e voleva dargli una prova dell’amor suo!… Bisognava credere che lui non sapesse nulla degli ostacoli sopravvenuti, altrimenti non avrebbe aspettato tanto a decidersi!… No, li sapeva: Linguaglossa aveva almeno detto d’essere stato a parlare con la principessa. Allora?… Poteva dunque esser vero che egli non si decideva? che faceva dei calcoli vili? che mentiva?… No! no! Ella quasi gridava no! nella ribellione di tutto il suo spirito. Non poteva esser vero, non era!… Ma allora?… E un giorno, entrando dalla zia, la sorprese mentre esclamava: “Povero ragazzo!”
Ella portò le mani alle tempie, sbarrò gli occhi, vedendolo ucciso, morto per lei!…
– Zia!… In nome di Dio, la verità…
– Non è nulla!… – rispose la zia. – Lo hanno costretto a partire.
– Partito?…
– È partito… lo hanno allontanato… i suoi parenti…
Ella vacillò, stese le mani e cadde.
Quando riaprì gli occhi, tutti le erano intorno, a prodigarle delle cure, a confortarla. Partito? Andato via? Tutto finito? Senza una lettera, senza una parola? Perchè? Chi lo aveva forzato? Il suo cuore sanguinava come quello di lei? O non pensava più a lei, si era rassegnato facilmente, correva ad altri amori, ad altre donne?… E si mentiva con quel viso? Ma v’era forza che poteva costringere un uomo a rinunziare ad un grande amore?… Qual’era la verità?… Non avrebbe mai potuto saperla?… E avrebbe dovuto vivere sotto quel cielo che egli non mirava più?… Oh, mai, mai!…
Così, due giorni dopo, s’imbarcò col nonno per tornare a casa.

VIII.

Un nuovo lutto, un lutto di cui non era traccia sugli abiti, ma che pesava eternamente sul cuore. Era bene, adesso, rivivere in quella piccola città silenziosa che le rammentava il tempo per sempre volato della sua fanciullezza, dov’erano sepolti i suoi cari; in quella vecchia casa piena di tanti ricordi!… Il mondo tutt’intorno, non era mutato; ella lo guardava da lontano, indifferente a tutto, oramai!… Dicevano che ella aveva delle arie, che era superba, che si sentiva superiore agli altri perchè veniva da una grande città – e non sapevano come s’ingannavano! Ella si sentiva troppo provata dalla sventura per avere ambizioni, per curarsi di nulla. Il suo voto era già fatto: rifiutare tutto, lasciarsi vivere, senza desiderii, senza rimpianti, in una quieta vegetazione. Non serbava più rancore a suo nonno; infine, era tutta colpa di lui? Se quell’altro l’avesse amata realmente, si sarebbe così facilmente rassegnato a perderla? Delle domande le si affollavano talvolta alla mente, nel bisogno di trovare una spiegazione a quella condotta inesplicabile; poi, esaurite delle ipotesi, si diceva, scrollando le spalle: “A che pro?… Oramai!…” Ella non sapeva che cosa pensare di lui; sapeva bene, però, che il suo proprio cuore era morto, che non avrebbe avuto più un palpito. Lo aveva già dichiarato a suo nonno, un giorno che egli, credendo tutto finito, aveva fatto delle allusioni al matrimonio di lei.
– Puoi star sicuro che io non mi mariterò – gli aveva risposto, con voce pacata.
– Sentiamo quest’altra, adesso!…
– È inutile, sai, nonno. Non mi parlare di questo, perchè è tempo sprecato. Tu vedi che io faccio quel che vuoi, che sto qui, senza chiederti nulla, così, tranquillamente. Io farò tutto ciò che dirai, anche per l’avvenire; a patto che non mi parlerai di partiti, di matrimonii e di niente. Fino a quando mi vorrai con te a questo patto, ci starò; se non vorrai, andrò a chiudermi in convento.
Ella aveva a lungo rimuginata quell’idea: andarsi a chiudere alla Badia, fra le vecchie monache che passavano il loro tempo a preparare conserve e a scodellar biancomangiari, od a pregare ed a seguire le funzioni religiose dietro una grata. Era andata lassù, a fare una visita alla vecchia zia Serafina, a domandarle minute informazioni sulla vita delle monache, sulla possibilità per una ragazza come lei di ritirarsi fra loro, sulle vestizioni secrete che ancora si celebravano malgrado la proibizione del governo. Però non aveva detto nulla del suo proposito, trovando che ci sarebbe stato tempo, e che intanto la sua vita era proprio d’una monaca. Nessuna distrazione mondana, tranne dei consigli che le conoscenti – non aveva più amicizie – le chiedevano sulla foggia degli abiti, sulle cose che si portavano, sopra minuti lavori femminili. Ella si rassegnava nuovamente alla tirannia di Miss e non si vestiva quasi più; se la zia invece di abiti confezionati le mandava dei tagli di stoffe, li lasciava dentro una cassa, in pasto alle tignole. Oramai!… Ella passava il suo tempo leggendo, divorando la vecchia collezione del Journal pour tous, tutti i libri del nonno e quelli dei suoi amici, i giornali che arrivavano in casa e quelli che portavano dal Gabinetto in seconda lettura. Dopo i romanzi francesi, i Promessi Sposi che non conosceva ancora, le parvero un poco noiosi: Ettore Fieramosca la fece palpitare; e, tutta sola, con voce velata dalla commozione, declamava i versi del Marco Visconti:

Rondinella pellegrina
Che ti posi sul verone…

o canticchiava sulle arie delle opere udite a teatro, e quasi piangendo, le strofe della Serventese:

Nella stessa oscura cella –
Entro un sol letto di morte
La più bella – ed il più forte
Poser taciti a giacer.

Lampeggiar parve d’un riso –
Al levar della celata
Presso il viso – dell’amata
Il sembiante del guerrier.

Un giorno, leggendo l’Edmenegarda del Prati, le venne in mente di scrivere la sua storia: non era piena di strani avvenimenti, di casi straordinarii? Così, comperò della carta reale, la migliore che trovò; fece venire il legatore, gli spiegò in che formato doveva tagliarla e come doveva rilegare il libretto. Quando l’ebbe, ne fu molto contenta: aveva l’aria d’un album semplice e severo. Scrisse sul frontespizio: Memorie della mia vita, rimandò a un altro giorno la composizione del primo capitolo, e non ne fece più nulla.
A Milazzo, adesso, c’era una monotonia ancora più grande di prima; pure, se il nonno la forzava ad andare in qualche posto, ella lo seguiva, per dovere, per non dar troppo nell’occhio, ma senza distrarsi, senza notar nessuno. Luigi Accardi era a Messina, Niccolino Francia aveva preso moglie a Barcellona; e fra gli altri giovanotti che le stavano attorno ve n’erano alcuni non brutti, Manara, per esempio; ma il suo gesto continuo quando si vedeva guardata, quando pensava per caso a qualcuno di essi, era una piccola alzata di spalle – un gesto che ella ripeteva dinanzi alla gente e che veniva appreso come un tic nervoso. Il nonno, preoccupato da quell’aria costantemente annoiata, faceva dei progetti, voleva rinnovare la casa per ricever gente; ma lei rispondeva:
– Perchè? Lascia stare! Una spesa inutile…
– Ma allora, che diavolo vuoi? che diavolo bisogna fare per vederti contenta?
– Nulla, nonno!… Sono contentissima!
– Con quella faccia da accompagnamento?… Ma dici cosa vuoi! Vuoi andar via? Vuoi andare a Napoli?…
– No, non voglio nulla…
Però, ella si penti subito di aver rifiutato. Avrebbe potuto andare in quella gran città, portare il proprio lutto in mezzo al suo tumulto, alle sue feste, osservare la vita senza prendervi parte, incontrare anche Enrico, chissà!… sorprenderlo a fianco di un’altra donna, vederlo impallidire ad un tratto – e poi rifiutare di ricevere le persone che egli le avrebbe mandate, sorda alle sue insistenze, ai ricordi che egli avrebbe evocati in lettere di fuoco, nelle quali avrebbe minacciato uno scandalo, una pazzia… Adesso, ella era irritata contro di sè stessa per quello sciocco rifiuto, e la sua irritazione cresceva pensando che se avesse chiesto al nonno di contentarla, egli avrebbe subito accondisceso, ma che, per non sentirsi rinfacciare la sua mutabilità d’opinione, per non mostrar di piegarsi, ella non gli avrebbe chiesto mai nulla…
Di tanto in tanto, quando arrivava gente da Messina o dal fondo della provincia, il nonno era tutto occupato, faceva dei preparativi di ricevimento, oppure le diceva di vestirsi per condurla a qualche posto. Ella sapeva che cosa significava tutto ciò: qualche candidato alla sua mano che veniva in casa, o che bisognava andare a trovare in casa altrui: dei provinciali milionarii, ma goffi come dei contadini, che le facevano pena, perfino – poveretti! – o certe volte dei giovanotti messinesi, o di Reggio, chiacchieroni, antipatici, o comuni, come tutti gli altri, incapaci di parlare al suo cuore. Ella si sentiva offesa da quelle esposizioni della sua persona, dalle contrattazioni di cui indovinava di essere oggetto, da quel mercato che si pretendeva fare di lei; e al nonno che le chiedeva che cosa le era parso del tale o del tal’altro, rispondeva, con un mal dissimulato fastidio:
– Te ne prego, nonno: lasciami in pace… sai bene che io non ti domando nulla, a te…
Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo, di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava.
Quando l’orgoglio non la sosteneva più, un’immensa tristezza le gravava sull’anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza padre! Non v’era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti della mente e dell’anima? E invidiava la sorte degli umili, dei poveri di spirito. Ma certe notti d’insonnia, se la scossa prodotta da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe ella un giorno divisa la sua vita con quella d’un uomo? Allora, a quell’idea, all’idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere la simbolica ghirlanda del fior d’arancio, due mute lacrime le rigavan le gote.
Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva; andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d’altare, seguiva tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo, di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le dispiaceva; se egli l’avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d’una modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le giovava? In casa Russo, v’era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava Mario, aveva un viso d’angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava, e il vuoto della sua vita le pareva più grande.
Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più… Solamente, un giorno, come la Gazzetta di Messina annunziò l’arrivo della squadra in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero:
– Si va a vederla?
– Andiamo! – disse il nonno. – Facciamo svagare i ragazzi!…
Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all’áncora, tre corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno.
Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare le fregate; però in città c’era un gran movimento: il Municipio dava un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese nella sua toletta le cure d’un tempo.
Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano: Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!… Ella entrò nel momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi: dei battimani, l’inno, nuove grida, un’esaltazione che si propagava contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco, rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte, ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!… Adesso il sindaco conduceva accanto all’ammiraglio il nonno, che chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato maggiore.
Si parlava delle navi ancorate nella rada; avendone letta la descrizione nella Gazzetta di Messina, ella stupiva tutti con la precisione delle sue notizie; e udendola chiedere che cosa si fosse fatto pel rinnovamento della flotta, e discorrere degli errori commessi nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrata di fresco, l’ammiraglio attestava la sua meraviglia per avere incontrata una signorina così al corrente di certe quistioni.
– I miei complimenti, davvero!… Ma non siamo per nulla in quest’isola che è la perla dei mari!
Adesso l’ammiraglio parlava col pretore, e un tenente di vascello, un bel giovane magro, col viso inquadrato da una barbetta bruna e dei grandi occhi pensierosi, le spiegava in che cosa consistessero le esercitazioni che ogni giorno la squadra andava a fare al largo.
– Non sarà possibile visitare le navi?
– S’imagini!… Sempre, sempre che siamo all’áncora – rispose il giovane, premurosamente. – La signorina non ne conosce nessuna?
– No, ed è un torto…
– Che ci prometterà di riparare…
Ella se n’era andata a casa con una leggiera esaltazione prodotta dalla folla, dal successo che aveva riportato. L’imagine di quell’elegante ufficiale le tornava spesso dinanzi; ella avrebbe voluto sapere se pensava a qualcuna, se non aveva lasciata una persona cara al suo paese, domandandosi ancora che cosa avrebbe pensato di lei, l’effetto che quell’incontro gli avrebbe prodotto… Il domani, il segretario comunale, girando con una carrozzella, venne a dire che l’ammiraglio invitava a bordo, pel pomeriggio, tutte le persone che erano state al ricevimento del Municipio.
– Pare che ci saranno delle regate… credo che si ballerà…
Ella mise la casa sottosopra, mandò a chiamare la sarta, fece rovistare in tutte le casse e in tutti gli armadii per trovare un nastro; se la prese con Miss e con Stefana che non facevano abbastanza presto. Aveva scelta la sua toletta bianca, adattandovi come cintura una gran fascia azzurra, i cui lunghi capi pendevano al fianco; il cappellino di paglia guarnito d’azzurro anch’esso, una cravatta della stessa tinta, l’ombrellino di merletto écru, le scarpette sboccate che lasciavano vedere le calze color del mare: un assieme che faceva voltar la gente, alla Marina, mentre si dirigeva col nonno e con Miss allo sbarcatoio. Le scialuppe della squadra venivano prese d’assalto dagl’invitati: una barca a vapore, comandata dall’ufficiale bruno, fischiava. Ella voleva ad ogni costo salir su di essa e trascinava il nonno da quella parte; ma l’ufficiale, appena scorto il senatore, saltò a terra.
– Onorevole, se vuol prender posto… Signorina, s’appoggi…
Le altre, dalle barche a remi, guardavano con invidia la lancia che filava rapidamente, avanzandole tutte. Ella aveva aperto l’ombrellino, e ascoltava le spiegazioni dell’ufficiale che additava or l’una or l’altra nave e dimostrava il meccanismo della piccola vaporiera. Egli le offrì ancora la mano, saltando sul pianerottolo della scala pendente lungo il fianco nero dell’ammiraglia; e su in alto, il ponte coperto di tappeti era adorno di vasi di fiori, di rami di palma, come un salone. I canotti che dovevano correre se ne andavano a prender posto verso terra, dove si vedeva una siepe di folla fittissima. Poi, ad uno sparo, partivano, tra grida lontane, confuse, e come s’appressavano, volando sull’acque spumose, con un batter fragoroso di remi, delle esclamazioni si levavano dal gruppo degli invitati, e i marinai di bordo gridavano anch’essi, incitando i compagni: Palestro!… Roma!… Arranca, arranca!… Roma!… San Martino!…. Un clamore, dei battimani, il timoniere vincitore che agitava il berretto; e ad un tratto, volgendosi alle signore, ella propose vivacemente:
– Un premio!… bisogna offrire un premio ai vincitori!…
Quelle stupide non sapevano che cosa dire, che cosa risolvere; solo la moglie del sindaco e qualche altra approvavano. Ma che dare, che comprare, in quella bicocca dove non si trovava mai nulla?
– Io mando a casa… la statuetta di bronzo, sai, nonno?… E voialtre?
Ciascuna adesso offriva un oggetto; bisognava però mandare qualcuno a terra. Ella si guardò attorno: Manara stava a divorarla cogli occhi.
– Scusate, Manara, volete farmi un piacere?… Andate a casa nostra, fatevi dare la statuetta che è sull’étagère del salotto, sapete… e a casa di queste signore…
Il giovane partì, dicendole cogli occhi che andava per lei; e l’altra regata cominciò. Ma ella preferiva adesso visitare la nave, e appena espresse quel desiderio, l’ufficiale le si mise a fianco. Andarono con Miss, scavalcando catene, girando attorno alle ruote di cordami, scendendo in batteria; ed egli spiegava ogni cosa, faceva muovere i cannoni sulle rotaie semicircolari, mostrava la manovra del caricamento. Come Miss era rimasta un poco indietro, ella appoggiò una mano sulla gola fredda e nera d’un pezzo, tenendo l’altra sul pomo dell’ombrellino. L’ufficiale, contemplandola un poco, sussurrò:
– Mi lasci adesso ammirare questo quadro: la forza cieca accanto alla grazia splendente…
– Lei fa dei madrigali!…
La visita ricominciò. Scesa un’altra scala, si trovarono nelle viscere della nave: dei corridoi scuri con delle lampade pendenti dalla vôlta bassa, una balaustrata di ferro da cui l’occhio si sprofondava nella voragine delle macchine, un uscio socchiuso dal quale si scorgevano dei visi di marinai febbricitanti.
– L’ospedale.
– Povera gente!
S’udivano, soffocate, le grida salutanti i vincitori della seconda regata. Ella adesso trovava che la vita del mare doveva avere delle grandi attrattive: la lotta degli elementi, le grandi calme e le convulsioni supreme, le genti lontane, i nuovi costumi; ma che, alla lunga, poteva riuscire monotona.
– È vero!
L’ufficiale diceva la sua vocazione di fanciullo, i contrasti che aveva dovuto superare, l’opposizione della sua mamma – e l’ideale finalmente raggiunto.
– Ma vi sono, è vero, delle ore in cui si prova la nostalgia della terraferma.
E gli occhi aggiungevano: “È questa, l’ora…”
Risalirono, intanto che il sole tramontava e che arrivava Manara, trafelato, coi doni. Egli mostrò il suo dispetto, vedendola con l’ufficiale accanto; ma ella adesso era occupata a chieder consiglio sul modo con cui distribuire quei premii improvvisati. I vincitori si avanzavano, salutando militarmente e prendendo gli oggetti con le mani ruvide, incallite, dalle sue mani esili ed inguantate. La sua statuetta toccò al timoniere della San Martino; l’ufficiale, vedendola portar via, mormorò:
– Peccato!…
E ad un tratto una musica invisibile, tutta ottoni, intuonò un vivace ballabile. L’ammiraglio scusava i suoi ufficiali che andavano impegnando signore e signorine, e sul ponte sgombro, nella sera fresca, alla grand’aria del largo, delle coppie intrecciarono i loro giri. Ella ballava col suo tenente, ed ogni volta che passava dinanzi a Manara, scorgeva il suo sguardo geloso, il suo pugno chiuso. Come il cielo era già scuro, una viva esclamazione di meraviglia si levò dalla folla: delle lampade elettriche si accendevano in cima alle antenne e una specie di chiaror lunare si proiettava sulla riva, di nuovo formicolante di spettatori curiosi. Altre danze, un buffet sontuoso dinanzi al quale tutti si affollavano, degli sguardi accesi dal piacere, le risa degli ufficiali instancabili, egli che ballava un’altra volta con lei, premendole appena la mano, nell’onda luminosa che pioveva dai fari elettrici, una luce fantastica, come di sogno… Un sogno che ella continuava con la testa in fiamme sul guanciale, nella silenziosa oscurità della sua cameretta. Le parole dell’ufficiale le ritornavano tutte, ad una ad una: erano degli omaggi, delle dichiarazioni implicite, una grande lusinga per lei. “Peccato!…” egli invidiava il marinaio a cui era toccato un oggetto che le apparteneva: forse se lo sarebbe fatto cedere, mediante un compenso! E sorrideva pensando alla gelosia di Manara, trovando naturale di essersi servita di lui per mandarlo a terra. L’imagine del tenente, dolce, seria, distinta, non le andava via dagli occhi: ella lo seguiva nella sua cabina, aspettava di rivederlo.. quando, il domani, la rada si mostrò vuota, deserta. Nella notte, era venuto l’ordine di partenza, e la squadra aveva salpato, all’alba.
Allora uno stupor triste, una malinconia indefinita invase il suo cuore, al pensiero di quell’incontro rapido, imprevisto, che non si sarebbe rinnovato mai più. Poteva dire di amarlo, quell’uomo? Non ne aveva avuto il tempo; nondimeno sentiva un vuoto desolato, uno sconforto di vivere, e insieme uno struggimento tenero al pensiero che qualcuno, attraverso ai mari, portava via l’imagine di lei chiusa in cuore: un’impressione indefinibile, come ella non aveva ancora provata l’eguale…
E il rancore per quella vita inutile, monotona, uggiosa, e il rimpianto della sua gioventù sfiorente a poco a poco, crescevano, si facevano cupi e profondi. Un disprezzo l’animava contro tutta la gente da cui era circondata, contro la grettezza provinciale che le faceva altrettante colpe delle sue iniziative, del suo spirito; che condannava ogni suo modo di pensare, che si scandalizzava d’ogni sua parola, d’ogni suo atto – come quella proposta dei premii per le regate, che non le perdonavano perchè a nessuna di loro sarebbe venuta in mente. Ed ella doveva ancora vivere lì? Avrebbe dovuto morire tra quelle mura? Esser sepolta in una di quelle chiese tristi ed oscure?… A volte, la prendeva la tentazione di fuggirsene via; poi invidiava i morti, quelli che dormivano l’eterno sonno sotto il marmo bianco a San Francesco di Paola, e il suo dolore finiva in pianto.
L’orgoglio, la superbia le impedivano di chieder nulla al nonno, di darsi per vinta – e i suoi giorni erano adesso d’un grigio che niente rompeva. Nei primi tempi, aveva spesso ricevuto lettere dalle sue amiche, specialmente da Giulia Viscari; poi si erano fatte rare, erano cessate. Ella diveniva scettica, non credeva più all’amicizia, si rimproverava lo zelo che vi aveva portato. Un giorno la zia scrisse che Giulia era promessa ad un ricco signore di Trapani, che fra breve avrebbe sposato. Dapprima, ella quasi credette d’aver letto male, suppose un momento che la zia avesse sbagliato: l’amica non le aveva giurato tante volte che si sarebbe uccisa piuttosto che rinunziare a Toscano? Ella non era stata spettatrice della sua passione che pareva sfidare l’universo? Come era dunque possibile?… Ed era vero! Ed ella si diceva, scrollando le spalle: “Dopo tutto!…” Che cosa era infine l’amore? Ella era stata molto sciocca a giurare unicamente su di esso! L’amore non aveva impedito ad Enrico Sartana di lasciarla, di scomparire, di amare delle altre! V’era l’interesse, più forte dell’amore; v’erano la ragione, le necessità della vita! Giulia aveva compreso questo, ed anch’ella lo comprendeva. Ancora facevano di lei delle esposizioni umilianti, contrattavano in suo nome; quel che avrebbe avuto di meglio a fare non sarebbe stato di accettare il primo partito che capitava? Ne prendeva l’impegno con sè stessa; ma sempre la volgarità, la goffaggine, l’ignoranza di quella gente la faceva indietreggiare, inorridita. Maria Ferla s’era fatta sposa con uno di Patti, un milionario; il giorno che era entrato in casa della promessa, egli le aveva regalato un braccialetto di brillanti, dicendole: “Prendi questo, per adesso; poi te ne darò uno più caro…” Non sarebbe ella morta, se avesse udite queste parole rivolte a lei? Dove trovare lì in mezzo qualcuno che realizzasse il suo sogno di nobiltà, di eleganza, di cavalleria? E a poco a poco veniva anche rassegnandosi all’idea d’una mediocrità alla quale le conveniva adattarsi, se voleva vivere un’altra vita, d’un pis aller che doveva accettare per romperla una volta con quell’esistenza che era peggio della morte…
A un tratto, ella aveva scorto nel nonno i segni forieri dei soliti progetti: delle lettere che riceveva e spediva, delle confabulazioni col notaio Artali, degli sguardi che fissava a lungo su di lei e che lo tradivano. “Ci siamo ancora!…” ella si era detto tra sè, e cercava d’indovinare di chi poteva trattarsi. Ma non veniva nessuno a casa sua, non la conducevano in nessun posto, e la sua curiosità aveva finito per cadere, quando un giorno il nonno annunziò:
– Doman l’altro partiremo per Palermo.

IX.

Quella lunga parentesi che era stata la sua dimora a Milazzo si chiuse d’un tratto; appena entrata in casa della zia, ella riprese la vita di prima come se non l’avesse mai interrotta. Giulia, ora baronessa Turi, venne a trovarla per la prima, le chiese perdono del suo silenzio; ma le erano accadute tante cose!
– Sei contenta? – domandò lei.
L’amica fece spallucce, esclamando giocondamente:
– Eh, sai!… Bisogna adattarsi!…
Bice Emanuele e Anna Sortino erano sempre quelle d’un tempo: una tutta poesia, l’altra tutta prosa. Del resto, Anna era anche lei fidanzata, col marchese Pucci; talchè Giulia restava sempre la sua fida compagna. Le aveva presentato suo marito: un bell’uomo, un po’ troppo forte secondo il suo gusto, ma pieno di forme; e stavano sempre insieme, come sorelle. La società, intorno ad esse, non era mutata: la Gelia, un poco più vecchia, era sempre circondata da antichi amici e da nuovi sospiranti; Matilde Gerosa aveva una febbre più ardente negli occhi misteriosi, ed al suo apparire, come prima, un senso di pauroso rispetto faceva ammutolire i più ciarlieri. Enrico Sartana era sempre fuori e non aveva ancora preso moglie; sua madre veniva spesso a far visita alla zia, come se nulla fosse accaduto tra loro: la prima volta che la vide, l’abbracciò con effusione, la chiamò figlia mia, come un tempo. Il babbo stava a Venezia, si diceva anzi che non sarebbe più tornato in Sicilia. E i Crociati eran sempre gli stessi; però ella scorgeva, centro di attrazione di tutti gli sguardi, un giovane sconosciuto, elegantissimo, che s’incontrava dovunque, in carrozza, guidando una meravigliosa quadriglia di roani, o fermo in sella come una figura da romanzo illustrato, o a piedi tra lo stormo degli altri Crociati.
– Chi è quello li? – aveva chiesto all’amica.
Giulia sorrise un poco, prima di rispondere.
– Guglielmo Duffredi… Duffredi di Casàura… Ti viene proprio nuovo?
– Assolutamente!
– Credevo che lo conoscessi… Sai cosa si dice? Che tuo nonno t’ha condotta qui perchè egli ti veda…
Ella si morse le labbra. Ancora un’esibizione, ancora un’offerta che facevano di lei. Ma il corruccio, questa volta, svaniva in un grande stupore. Quell’uomo che era fra i più invidiati in tutta Palermo, avrebbe potuto dunque divenire suo marito? Lo stupore cresceva, mano mano che ella apprendeva qualche cosa di nuovo sulla sua ricchezza, sul lusso di cui si circondava, sui suoi successi mondani, sui suoi viaggi a Londra, a Pietroburgo, sui rifiuti che aveva opposti a partiti più vantaggiosi di quello di lei. Era d’una nobiltà quasi regale: i Duffredi discendevano da Umfredo, figlio naturale di Drogone d’Altavilla conte di Puglia, uno dei tanti fratelli di Roberto il Guiscardo, i fondatori della dinastia Normanna! E la zia e lo zio, con un’aria di mistero, parlavano di quel progetto, convenivano che il nonno aveva avuto ragione, perchè un matrimonio come quello lì era il sogno di tutte le ragazze. Adesso, avevano la casa in rivoluzione: i decoratori, i tappezzieri, i fornitori d’ogni genere andavano e venivano tutto il giorno; si facevano preparativi grandiosi per il carnevale, per delle feste in cui i due giovani dovevano incontrarsi. E la voce si spargeva, dei complimenti le venivano sussurrati all’orecchio; però, quando ella incontrava Duffredi, egli non la guardava neppure, tirava dritto, sferzando i cavalli o confabulando cogli amici. L’interesse e la curiosità di lei crescevano, miste a un dispetto, a una specie di sfida ch’ella lanciava a sè stessa. Perchè non la notava? La trattava come una provinciale? Non era buona ad attirarlo?…
E la sera che le fu presentato, intanto che il giovane s’inchinava, ella abbassò appena il capo, di traverso, continuando a parlare con Giulia, animatamente, di tante cose, senza però saper troppo bene quel che diceva, guardando con la coda dell’occhio lui, che la guardava anch’egli, da lontano. Pieno di distinzione, di eleganza, con la sua carnagione leggermente dorata, coi suoi capelli nerissimi, i baffi castagni, quasi biondi, il viso magro, il naso affilato, un po’ troppo lungo, ma di razza…
I giovanotti cominciavano a sollecitare gl’impegni; nessuno però veniva da lei, con la tacita intesa che ella dovesse ballare col pretendente; però non veniva neppur lui, occupato a discutere in un gruppo, dinanzi a un balcone, a voce un poco alta. Le si appressò, infine, quando stavano per dare il segnale della danza.
Ballava bene, ma tenendosi troppo discosto; ella avrebbe voluto dirgli: “Stringa dunque!”
– La signorina – le chiese con voce un poco cascante – non era venuta prima d’ora a Palermo?
– Sì, due anni fa.
– Io sono stato a Milazzo; non capisco come ci si possa vivere.
Era la verità; però, a sentirla dire da un altro, in tono leggermente sprezzante, ella si sentiva quasi umiliata. Nondimeno, gli domandò:
– Vi conosce qualcuno?
– Sì, Luigi Accardi; fummo insieme in collegio.
Ella restò con un senso di stupore dinanzi a quello strano incontro.
Adesso tutti si contendevano un impegno con lei; ella passava da uno ad un altro ballerino, adulata, ammirata; e come l’animazione del ballo cresceva, ella dimenticava Duffredi e il matrimonio, con una turbinosa visione negli occhi, tutta al piacere della festa.
Il domani, entrando nella camera da lavoro della zia, vi trovò la famiglia raccolta a confabulare.
– È come se fosse fatta – insisteva il nonno. – Fate conto che verrà a farla.
– Che cosa? – chiese ella.
– La domanda di Duffredi.
E tutti cominciarono a spiegare l’eccellenza di quel partito.
Non si parlava della nobiltà, fra le prime del mondo; gli mancava, è vero, un titolo, il rappresentante del ramo diretto essendo suo cugino il principe di Casàura; ma quel cugino aveva cinquantacinque anni, e un solo figlio naturale, ragione per cui il titolo di Casàura sarebbe venuto, col tempo, a lui o alla sua discendenza. Intanto egli aveva una grande sostanza – bastavano i tre feudi di Caltanisetta! – e un vecchio zio malaticcio, il marchese di Lojacomo, che viveva con lui e gli avrebbe lasciata tutta la sua sostanza.
– È una fortuna! Una vera fortuna! – diceva la zia.
– Davvero!… – confermava suo marito.
– Tu cosa dici? – chiese il nonno. – Parla, rispondi…
– Che cosa volete che vi dica? Faccio quel che volete voi.
Non era vero. Ella esultava, in cuor suo; non avrebbe potuto sognare una fortuna più grande; aveva ben letto un’invidia secreta negli occhi delle sue antiche nemiche. Quell’uomo incarnava il suo tipo di distinzione e di eleganza; ed ella provava per lui un singolare contrasto di impressioni: le piaceva, trovando che aveva un naso da Pulcinella; lo ammirava malgrado, anzi a cagione della sprezzante superiorità che aveva nell’accento e nell’attitudine. Il sabato seguente egli non venne. La serata passò meno animata, il nonno era di cattivo umore, v’era nell’aria qualche cosa che ella non capiva, stordita come sempre dal piacere della danza, dalle lodi che raccoglieva. Il giorno dopo, una collera del nonno annunziò una cattiva notizia. Duffredi era partito per Napoli; ma, spiegava la zia, sarebbe tornato presto – il tempo di sistemar degli affari. Perchè dunque non aveva fatta la domanda prima d’andarsene?… Ella non dava però molta importanza a questo; avrebbe voluto piuttosto che egli avesse cercato di vederla da sola, di scriverle, per dirle ciò che provava per lei, il bene che le voleva, la felicità che sperava. E se non le voleva bene?… Tutta sola, ella si strinse un poco nelle spalle. Infine!… Ne avrebbe trovato un altro!…
La sera venne da lei Anna Sortino, che sposava a giorni. Le parlò del suo corredo, del viaggio di nozze, le annunziò che Giovannina Leo era promessa con Cutelli.
– Mi fa piacere – disse ella.
– Si, ma è cattiva, sai! Non va dicendo che Duffredi non ti vuole, che è partito perchè ha una relazione a Napoli?… Anche se fosse vero, sarebbe una malignità rallegrarsene, come fa lei!…
Allora, repentinamente, all’idea che quell’uomo le sfuggiva, che la gente avrebbe riso di lei, tutta la sua superbia s’impennò: no! egli sarebbe stato suo! ella avrebbe vinto! Poichè un’altra donna lo amava, egli le appariva esaltato, più degno d’amore, ed ella si sentiva impegnata a contenderlo a quell’altra, a spiegare nella lotta tutta la forza che le veniva dalla sua purezza di vergine, dal suo candore incontaminato.
Egli tornò, venne da lei; ma con un’aria triste, con un’espressione più interessante. Ed ella imaginava che quell’altra lo avesse lasciato, che il suo cuore fosse sanguinante, che egli avesse bisogno d’un conforto, che lo cercasse nell’amor sano e forte d’una sposa; e si sentiva attirata di più verso lui, tutta disposta a questa pietosa missione.
Il nonno stava fuori delle giornate intere, tornava sopra pensieri; degli amici, don Gaetano Linguaglossa principalmente, lo venivano continuamente a trovare, chiudendosi in camera con lui, come se ordissero una congiura. Finalmente, ella comprese che qualche cosa dovesse esserci per aria: una volta Duffredi venne di giorno, a domandare del nonno; restò un pezzo con lui; poi passò a salutare le signore, rapidamente, e andò via…
Quando il nonno disse che era venuto a parlare del matrimonio, che fra giorni avrebbe fatta la domanda formale, ella restò a capo chino, a guardare per terra, in preda a un sordo scontento. Ella dunque non contava per nulla? Non le diceva neppure una parola d’amore? Era dunque una cosa, un oggetto da barattare?… Tutto il suo romanticismo insorgeva contro quella prosa, contro quel mercato; le dava un sottile rimpianto dei poetici amori giovanili, delle emozioni che Enrico Sartana e Luigi Accardi le avevano fatto provare.
Passeggiando di su e di giù per la sua cameretta, in preda a una concitazione crescente, dei propositi di scandalo le frullavano per il capo: ella avrebbe risposto un no tondo e netto alla proposta concreta, ella non si sarebbe arresa, a costo di soffrirne, a costo di morirne! Imaginava che egli intendesse farle un’elemosina, sposandola; e voleva metterselo sotto i piedi, rifiutarlo ancora se, apprezzandola tardi, egli le fosse morto dinanzi. Poi ella se la prendeva con sè stessa, con le stranezze della sua natura; ma tornava per questo a persuadersi che nessuno riusciva a comprenderla!
Il sabato venturo, quando cominciò a venir gente, ella si studiò di nascondere la sua agitazione. Le signore la baciavano con effusione, si avvicinavano alla zia, mormorando dei “mi rallegro” cogli occhi rivolti a lei; gli uomini le davano delle strette di mano più calde, o s’inchinavano più profondamente. Ella aveva alzato fieramente il capo, tirandosi i bracciali verso il gomito, fiutando l’aria con le narici dischiuse, in attesa della lotta. A un tratto, un piccolo sciame di amiche entrò, con delle mani levate a salutare, con delle brevi retrocessioni reverenti. Ella si vide circondata, intanto che ciascuna esclamava, con accento di devozione e di rispetto:
– Signora Duffredi!…
– Donna Teresa di Casàura!…
– Signora Duffredi di Casàura!…
Subitamente, il suo sdegno, la sua fierezza ribellata si stemperavano in una compiacenza trionfante, in una voluttà di amor proprio esaltato, in una ebbrezza di dominazione, durante la quale ella si sentì fatta più alta, le parve di oltrepassare con la sua statura la statura di quelle amiche prosternate.
– Ci accorderai ancora la tua protezione?
– Non bisognerà domandarti udienza per vederti spero?…
– Dammi un bel bacio!…
Adesso tutte la baciavano, ed ella non pensava più a nulla, nella dispersione di tutta la sua volontà, col solo bisogno di assaporar quel trionfo… Era dunque vile? Si lasciava vincere?… Qualcuno s’era messo al pianoforte, eseguiva un ballabile di Chopin: la musica affrettava i battiti del suo cuore; tutti gli occhi eran fissati su di lei; e Duffredi, salutata la zia, le si dirigeva incontro. Ella non vide più chiaro, non pensò più nulla, fin quando il giovane, fermatosi accanto a lei, disse sottovoce:
– Signorina, suo nonno m’ha fatto l’onore di concedermi la mano di lei… però… – ella adesso tremava da capo a piedi – bisogna che lei stessa dica se è disposta ad accordarmela.
Il sangue le si ritirò intorno al cuore: un’angoscia ineffabile. Come baleni rapidissimi, dei pensieri le solcavano la mente, tutti insieme: l’amore che egli non le confessava, la voce che lo diceva legato ad un’altra, i suoi propositi di rifiuto e il bisogno di uscire da quella vita, la sua ebbrezza vile di poco fa e la paura di darla vinta alle sue nemiche; e tutto questo si confondeva, si compendiava in una domanda che, mentre Duffredi parlava, ella credeva quasi di formulare ad alta voce: “Che fare?… Che fare?…” Appena egli ebbe finito, aspettando una risposta, delle parole le uscirono dalle labbra, inconsciamente, senza che ella ne intendesse il senso:
– Se il nonno ha detto di sì…
– Grazie… – mormorò egli; e subito il nonno, la zia, lo zio, le amiche la circondarono.
– Il Signore ti benedica!… Baciami, cara… Qua la mano!… Teresa!…. I miei augurii… Ma li mangeremo presto questi confetti?… Io protesto!… E a me non dici nulla?… Ah, sorniona, le fai di nascosto?… Vieni un po’ qui!…
Delle strette, degli abbracci, delle parole sussurrate all’orecchio: “Come hai fatto a conquistarlo?… T’invidiano, sai!…” e un coro di esclamazioni ammirative: “Che bella coppia!… Sembravano destinati l’uno all’altra!…” una dolcezza di lodi che le scendeva dritta al cuore, le accendeva gli sguardi, esaltava il suo spirito, gonfiava il suo petto, intanto che ella pensava: “È finita! Non si può tornare indietro!”
Duffredi, tra un crocchio d’uomini, riceveva delle congratulazioni da canto suo; era anch’egli animato in viso, pareva insofferente di star fermo, veniva a mettersele un poco vicino, scambiava qualche parola, s’allontanava nuovamente. Perchè non le stava sempre al fianco? Perchè non le diceva nulla all’orecchio, qualcuna di quelle espressioni che fanno chinare gli sguardi e affrettare il respiro; perchè non se la prendeva sotto il braccio? Ella avrebbe voluto stringersi a lui, dirgli con quell’atto che dipendeva ormai tutta da lui!… Sarebbe stato per un’altra volta, quando non avrebbero avuto dinanzi tanti spettatori. Egli tornava, infatti; veniva quasi ogni giorno; però ella aspettava sempre che le dicesse una parola dolce. Aveva avuti dei gioielli magnifici, che le amiche non si stancavano di ammirare; ma una tenera frase d’amore non le avrebbe fatto un piacere men grande.
Lo zio di lui, inchiodato sempre a casa dalla podagra, le scrisse una bella lettera, che la commosse più di quella mandata dal babbo da Venezia. Era un gentiluomo dello stampo antico; in gioventù aveva fatto parlare di sè tutto il regno delle Due Sicilie, vivendo in mezzo al fasto della Corte. Quando ella andò nella sua futura casa, il vecchio volle alzarsi ad ogni costo, le venne incontro fino alla scala, le baciò galantemente la mano. Ella gli offrì il suo braccio per ricondurlo fino alla poltrona, e le bastò quel breve tragitto per conquistarlo.
La casa era antica, ma signorile, tutta divisa a stanzoni enormi dalle vôlte alte come cupole, dai pavimenti lisci e lucidi come specchi su cui si riflettevano le linee dei mobili rococò. Ella ne aveva cominciato il giro col cuore in festa, tutta confortata dalla simpatia dimostratale da quel bel vecchio; però Guglielmo era molto freddo, precedeva la comitiva quasi infastidito, si allontanava, batteva un piede. Come si trovarono soli un momento, dal dispetto ella fece per raggiungere gli altri.
– Non si passa! – esclamò lui, preso a un tratto da una bambinesca voglia di scherzare.
Ella disse, freddamente, sul punto di prorompere:
– Lasciatemi passare…
– Cos’hai?… Sei in collera?…
E le prese delicatamente una mano, guardandola negli occhi. Ella cominciò a tremare, intanto che il giovane le girava un braccio attorno alla vita, accostava la sua guancia alla sua, appoggiava tempia contro tempia.
– Poverina… Poverina…
E con un impeto frenato, cominciò a suggerla a baci. Ella avrebbe voluto dirgli: “Sì, sono tua!… tutta tua!…” dalla gratitudine per quella buona parola; ma sottraendo un poco le sue guancie e le sue labbra al fuoco di quei baci, chiedeva invece, sollevando lo sguardo fino agli occhi di lui:
– Mi vuoi bene, di’, mi vuoi bene?
– Sì… sì…
La voce del nonno si avvicinava; egli si ricompose dicendo un gesto di fastidio. Però ella uscì trionfante da quella casa, dalla sua casa, vedendo fugati tutti i suoi dubbii, guardando all’avvenire con fede sicura. Trovava Duffredi fatto secondo i suoi desiderii; non era molto istruito, ma possedeva una grande competenza mondana, conosceva la genealogia delle più grandi famiglie d’Europa, era amico di diplomatici, di ufficiali stranieri; sapeva la storia di tutti i cavalli vincitori del Derby e del Grand Prix; e certi giorni che il discorso s’avviava su qualcuno di quei temi, non finiva più di parlare, allegro, vivace; certi altri, però, un pensiero molesto errava sulla sua fronte. Non s’occupava dei preparativi del matrimonio, diceva: “Fate voi… fate come volete…” poi si correggeva: “Come vuole Teresa.” Questo temperava per lei la brutta impressione del fate voi quasi annoiato. Ella si diceva che bisognava prenderlo col suo carattere, com’era fatto. Quella sua specie di freddezza stanca accresceva il valore delle sue lodi; una volta le aveva detto: “Come sei bellina!…” un’altra l’aveva trovata elegante. Ma le incertezze di lei rinascevano, per un voi datole invece del tu, per un rifiuto di andar fuori con lei a far delle compere. Quando egli aveva espresso un proposito, vi si ostinava; ella restava un giorno di malumore. Poi si consolava ancora se egli era più espansivo, più affettuoso, come il giorno che andarono alla sua villa di Misilmeri. Era fuori del paesetto, in una posizione amenissima, in mezzo a giardini d’aranci. Mentre ne facevano il giro, Guglielmo le diceva che vi avrebbero passato il venturo autunno, perchè in inverno, se lo zio marchese stava meglio, se ne sarebbero andati a Roma, vi avrebbero messo casa. E in giardino, come furono soli, la baciò a lungo, abbracciandola fitta, ripetendole che le voleva tanto bene. Così, ella non s’inquietava più, se talvolta delle ombre pareva velassero la fronte di lui, se restava qualche giorno senza venire: era sicura dell’amor suo, era felicissima. Egli pareva impaziente che i preparativi fossero finiti, affrettò la sottoscrizione del contratto. Fu una festa intima, coi soli parenti e qualche amico appena. Il nonno le costituiva in dote la Rocca, il Gelso e le altre proprietà che aveva acquistate di recente; il babbo le assicurava una rendita di cinquemila lire: tutt’insieme un valore che s’avvicinava al milione. Ella comprendeva poco dei patti stipulati, dei termini curialeschi; sapeva che da quel momento, dal momento che avevano firmato, erano marito e moglie. Guglielmo le restava a fianco, dinanzi al balcone, parlando dell’avvenire, del giorno che sarebbero stati uniti per davvero, del viaggio di nozze che avrebbero fatto, appena sposati, fino a Parigi.
– Faremo presto… appena sarò tornato…
Ella credè d’aver udito male.
– Tornato?… Tu vai dunque via?…
– Per pochi giorni soltanto… Vado a Napoli, ho degli affari…
Ella esclamò, fissandolo negli occhi:
– Tu parti?… Ora?… Mi lasci ora?…
– Ma non ti lascio! Vado e torno, ti dico; quindici giorni, al più…
A un tratto, prendendolo per una mano, ella cominciò a scongiurare, a bassa voce:
– Non andare, Guglielmo. Se mi vuoi bene, non andare!… Andremo insieme, affretteremo le pratiche… Hai aspettato tanto, non cadrà il mondo se tarderai un altro poco!… Fammi questo favore: è il primo che ti chiedo!… Sono superstiziosa, non mi lasciar sola in questi giorni, mi parrebbe un triste presagio…
– Ma che romanticherie!
– Fammi questo piacere, dimmi di sì, che non parti… dimmi di sì!…
Egli rispose:
– Non insistere, è necessario.
Ella lasciò la sua mano, non disse più nulla, aspettò di esser sola per nascondersi il viso tra le palme, per mormorare scrollando il capo: “Che errore!… che inganno!…” Un velo le cadeva dagli occhi: egli non l’amava, non era suo, non era stato mai suo!… Ella non poteva nulla su di lui! Che cosa era dunque la sua seduzione se quell’uomo le sfuggiva così? Allora, il proposito di romper tutto, di dirgli: “Vi rendo la vostra parola, tutto è finito tra noi!” tornava a tentarla; ma ella s’accorgeva di non poterlo più tradurre in atto, perchè voleva bene a quell’uomo, perchè si sentiva legata a lui dai baci che le aveva dati, dalle speranze che le aveva fatto nutrire… Che importava? Era dunque meglio legarsi per tutta la vita a chi non l’amava? Nulla v’era di compromesso: quel foglio di carta poteva lacerarsi, dei matrimonii s’erano rotti la vigilia d’andare alla chiesa. Ella avrebbe ripresa la propria libertà; sarebbe stato soltanto più difficile trovare un altro partito, quella rottura le sarebbe riuscita di pregiudizio. Che importava? Avrebbe ricominciata la sua vita di fanciulla, si sarebbe rassegnata alla solitudine, alla tristezza… e sconsolata, impietosendosi al suo destino, rompeva in singhiozzi.
Ma come già mormoravano che tutto fosse rotto, che egli non sarebbe tornato, nè presto nè tardi, come le sue nemiche le venivano innanzi con un’aria dolente, quelle persuasioni cedevano subito ad una sfida ostinata: “No, sarà mio! dovrà esser mio!”
La zia, col suo buon senso, cominciava già a fare delle osservazioni, a parlare liberamente: “Che razza di fidanzamento era quello?” e le consigliava di sciogliersi; ma ella rispondeva:
– No! adesso è tardi!… Me l’hanno voluto dare, adesso lo voglio!…
Ella avrebbe sofferto tutto, perchè la gente non ridesse alle sue spalle, perchè quella rottura non facesse le spese di tutte le conversazioni. Egli le scriveva, annunziava il suo prossimo ritorno, ed ella adesso lo difendeva:
– Se mi scrive che verrà!… Se vuole che si faccia presto!…
Andava fuori come prima, parlava a tutte della prossima cerimonia nuziale, mostrava dovunque un viso giocondo. Improvvisamente, un giorno, alla passeggiata della Libertà, impallidì come se uno spettro le fosse apparso dinanzi: in una victoria rapidamente incrociatasi con la sua carrozza scorse Enrico Sartana: il giovane la guardò fiso, senza cavarsi il cappello.
Un tumulto le si scatenò nell’anima. Qual giuoco del destino le metteva dinanzi quell’uomo, mentr’ella passava per così dure prove? Che cosa voleva egli dire con quello sguardo, con quell’insulto? Che la disprezzava? Che non l’aveva dimenticata?… Ed ella, pensava ancora a lui, se al solo vederlo s’era sentita agghiacciare?… Che altro avrebbe fatto egli adesso? Avrebbe cercato di incontrarla? di rammentarle il passato? Ella esclamava, stringendosi la fronte: “Mio Dio! mio Dio! perchè tutto questo deve accadere a me?…”
Si diceva, per darsi forza: “Io sono d’un altro! Non posso, non debbo ascoltarlo!” Ma quell’altro non l’amava, non tornava, non le scriveva!… E l’impegno preso dinanzi al mondo? e i contrasti che sarebbero scoppiati in famiglia?… Avrebbe voluto partire, raggiungere Duffredi, rivelargli tutto, provocare una spiegazione; o piuttosto confidarsi a sua zia, chiedere consigli a Giulia, o piuttosto ancora mandare Stefana ad Enrico… non sapeva ella stessa che cosa. Allora, invocava la memoria della sua mamma. Bambina, rammentava che il nonno, per distrarre la mamma agonizzante, le aveva narrato un giorno un romanzo in cui un cavaliere, andato a morire in Palestina per liberare il Santo Sepolcro, aveva ottenuto dal Signore di ricomparire tre volte sulla terra, nel corso dei secoli, quando un mortale pericolo avrebbe minacciato una persona della sua stirpe. Ella si chiedeva se la sua mamma, di lassù, non vedeva il suo pericolo, se non poteva soccorrerla…
Inaspettato, Guglielmo tornò, di buon umore, affettuoso, con delle casse di regali – e Sartana non s’era fatto vedere. Ella giunse le mani, rese le più fervide azioni di grazie al buon Dio, alla santa anima che l’aveva protetta.
– Ma perchè sei restato tanto tempo? – disse al fidanzato, con un tono di dolce rimprovero.
– Ho pensato per te…
– Per me… ed a me?…
– Si capisce!
Sentiva rinascersi, tornava da morte a vita. Adesso tutto era pronto: le carte, il corredo, la casa; e il tempo pareva avesse l’ali.
I finimenti di brillanti, gli abiti regalati dallo sposo erano una magnificenza; i doni che ella raccoglieva uno più bello dell’altro; però restava col secreto desiderio d’un mazzo di fiori, tutto bianco, che il suo fidanzato avrebbe potuto mandarle le mattine di quegli ultimi giorni. Ella non esprimeva quel desiderio perchè, chiesto, l’omaggio non avrebbe avuto più valore.
Guglielmo, a misura che la data del matrimonio s’approssimava, non le pareva più come al suo ritorno da Napoli; ma ella non faceva più caso di queste intermittenze di contegno; soltanto, il giorno che si doveva andare al Municipio, come tutti erano pronti, egli tardava, tardava, non compariva. L’inquietudine cominciava a nascere in tutti; temevano che si fosse sentito improvvisamente poco bene, mandarono a casa sua: egli arrivò finalmente, pallido in viso, scusandosi. Le carrozze partirono, una dopo l’altra, in processione; la gente si voltava, ferma sui marciapiedi. Accanto alla zia, ella non diceva nulla, guardando lo scorrere della folla, trovando che quei momenti non le davano l’emozione sognata. A un tratto, fermi ai Quattro Canti, scorse un manipolo di Crociati che stavano a contemplare la sfilata delle carrozze. Ella si buttò rapidamente indietro per non dar loro il gusto di scorgerla, di far dei commenti. Una folla di curiosi, al Municipio; il Sindaco in persona che cingeva la fascia tricolore, un sì sommesso che Guglielmo rispondeva alla sua domanda, un sì più sicuro che rispondeva ella stessa; e un gran rimescolìo, sorrisi, strette di mano. Di nuovo in carrozza, alla fotografia Ricciardi: un’idea del nonno, che lei aveva combattuta, parendole una cosa borghese quel gruppo che il fotografo combinava lungamente, intanto che Guglielmo frenava a stento la propria impazienza. Ed a casa, fino a tardi, della gente che andava e veniva, un andirivieni di persone di servizio, delle discussioni sull’ora in cui doveva celebrarsi, il domani, il matrimonio religioso.
Prima delle cinque, avrebbero fatto a tempo a imbarcarsi subito dopo; ma il nonno pretendeva che s’aspettasse un altro giorno ancora, volendo far celebrare la cerimonia di sera, in gran gala, e chiudere con un ballo. Ognuno dava consigli, ella non aveva volontà. Guglielmo disse, alzando le spalle, sul punto di andar via:
– Fate quel che vi piace.
Ella lo prese in disparte; gli chiese, ansiosamente:
– Cos’hai?… Sei seccato?
Egli rispose:
– Sai, tuo nonno ha certe idee!… Vuol tirare un fuoco d’artifizio?… non siamo fatti per intenderci.
E adesso, sì, ella preferiva che si aspettasse un altro giorno ancora, che si ritardasse ancora il momento decisivo, col cuore chiuso da una vaga, indefinibile ambascia…
La volontà del nonno aveva trionfato; la cerimonia era fissata per le sei della sera successiva. Di buon mattino, erano stati a confessarsi; la mezza giornata era trascorsa lentissimamente; poi subito erano cominciati i preparativi della toletta. Stefana piangeva, aiutandola a passarsi la veste nuziale, appuntandole sul seno il fior d’arancio fresco che le aveva colto lei stessa; anche Miss e la zia avevan gli occhi un po’ rossi: ella faceva la forte, s’irrigidiva contro l’emozione; ma agiva come per effetto d’una spinta esteriore, sentendo che bisognava andare fino in fondo, fatalmente, a qualunque costo. Ricominciava l’andirivieni degli intimi, la processione delle carrozze, la folla dinanzi al portone ed in chiesa. Un gran tappeto per terra, un acuto profumo di fiori, l’altare splendente come una raggiera. Ella non udì più nulla, vide solo la gran vampa delle faci, pensò alla sua mamma, alla sua sorellina, alla fanciulla che moriva in lei, a quel cadavere che si sarebbe trascinato sempre con sè, e due grosse lacrime le rigarono il viso. Adesso bisognava che ella rispondesse ancora; inghiottito il suo pianto, alzò il capo e disse:
– Sì.
– Cos’hai? – chiese Guglielmo, chinandosi un poco verso di lei.
– Nulla… nulla!
Quella parola la riconfortò tutta: non toccava a lui adesso di proteggerla, di sostenerla, di amarla? Egli le diede il braccio, traversò al suo fianco la piccola chiesetta, prese posto allato a lei, in silenzio.
In un impeto di tenerezza, ella gli buttò le braccia al collo.
– Guglielmo!…
– Teresa… – E le prese la mano.
Ella si scosse tutta come per un brivido. Gli disse:
– Sono tua, adesso…. per sempre!… Non ho che te al mondo!…
– Sì… sì… poveretta…
E, passatole un braccio alla vita, la baciò lievemente in fronte.
Salendo le scale di casa, ella s’appesantiva sul suo braccio. S’era appena buttata sopra un divano, spossata dall’emozione, che ricominciava lo stordimento: a tavola, come il servizio s’inoltrava, tutti avevano delle cere gioconde, i discorsi s’incrociavano da un capo all’altro, gli augurii, i commenti; poi, come arrivò gente, tutti passarono nel salone. Adesso, ella era nuovamente animata; aveva preso poco cibo, ma il vino di sciampagna le dava alla testa. Il suo trionfo, in mezzo alla festa, era completo, assoluto: ella si conteneva un poco, perchè il brio vivace non le pareva de mise. Guglielmo, dopo aver fatto un giro con lei, la cedè agli altri giovinotti con la miglior grazia del mondo.
Sopravvenivano altri invitati, ella era costretta a traversare continuamente il salone, accompagnando le signore, andando a salutare le amiche che le facevano cenno da lontano. Ad un tratto si vide dinanzi la Sartana, che le tendeva le braccia, sorridendo. Ella si guardò istintivamente intorno: Enrico, in fondo al salone, parlava allegramente con suo marito, stringendogli la mano; poi s’avanzò verso di lei.
Ella chinò un poco gli occhi, dicendosi mentalmente: “Coraggio! Ci siamo!…” e come le fu vicino, lo guardò in viso.
Egli disse, stringendole la mano:
– Posso presentarle anch’io le mie congratulazioni?
Ella strinse forte la sua mano, rispondendo:
– Sono fra le più gradite!
Un momento, rimasero guardandosi; la fisonomia di lui prendeva adesso un’espressione di sottile ironia.
– Vi rammentate – riprese, piano – degli augurii che un tempo voi credeste di farmi?… Come sono mutate le circostanze, e come sono invertite le parti!…
Ancora, ella chinò gli occhi. Disse, senza rialzarli, guardando l’anellino nuziale lucente al suo dito:
– Se vuole essermi amico, non parli di questo, la prego… Pensi… che è troppo tardi, che io non potrei più ascoltarla.
Il giovane fece col capo, col braccio, un gesto di consenso.
– È vero; mi perdoni. – Poi aggiunse, rapidamente: – Ciò non impedisce che io soffra, che domani sera…
Col seno allevato dal respiro frequente, ella alzò uno sguardo severo su di lui. Egli tacque. Per fortuna, nessuno era intorno a loro; e, malgrado i pericoli di quella spiegazione, ella vi trovava un fascino arcano, era come ammaliata da quella romanzesca fatalità.
Il giovane chiese:
– Mi accorderà una danza?… – ma, prima che ella rispondesse, soggiunse: – No, non voglio…
– Come le piace!
Della gente adesso s’appressava; ella gli disse:
– M’offra il suo braccio, m’accompagni di là…
Come furono un istante soli, egli riprese:
– Mi dà un bocciuolo di quei fiori?… – e guardava il fior d’arancio olezzante sul suo seno.
Ella esitò un istante; poi staccò un fiorellino e glie lo porse.
Il turbine della festa la riprendeva. Ella era pentita d’avere accondisceso a quella strana richiesta; poi si diceva, con un sorriso che non sapeva bene donde le venisse: “Povero ragazzo!…” E gli eventi rapidi, incalzanti, straordinarii, la stordivano, le davano il bisogno d’un istante di quiete, di solitudine, di raccoglimento.
Quando tutti furono andati via, Guglielmo si congedò anche lui. Lo zio esclamò:
– Pazienza; ancora ventiquattr’ore!
Ella accompagnò suo marito fino all’uscio. Egli la strinse forte, le pose sulla bocca dei baci umidi.
– A domani!
– A domani…
Tornò a lenti passi, con le braccia pendenti lungo i fianchi, piena della vaga paura dell’ignoto, del mistero che l’attendeva. Sua zia l’accompagnò nella sua cameretta; ella pensava che forse le avrebbe detto qualche cosa.
La zia diceva:
– Se fosse qui tua madre!… Che consolazione sarebbe per lei… Le dorrebbe di perderti, sì; ma noi donne siamo destinate a questo… Ci siamo passate tutte… Tu puoi chiamarti fortunata… hai un marito giovane, con un bel nome, in una posizione invidiata… Dipende da te ch’egli ti voglia bene e ti faccia felice… sai che i mariti sono come noi ce li facciamo… tutto dipende dall’accortezza, dalla prudenza della donna… Tu potrai molto su di lui, vedrai!…
Sì, ella avrebbe contato su di sè stessa, sulle sue forze per guadagnarsi il cuore di suo marito; ma come più il momento in cui ella avrebbe dovuto assumersi questa missione si avvicinava, ella sentiva la propria debolezza, la passività impotente del suo sesso, la sua ignoranza del mondo – e la forza dell’uomo, la forza della sua volontà e dei suoi muscoli… Ella si rannicchiava, paurosa, rabbrividendo, nel suo verginale lettuccio sul quale non avrebbe più riposato, correndo con la mente da un ricordo ad un altro, rivedendo in una successione tumultuosa tutta la sua vita: Milazzo, le sue povere morti, delle scene perdute in fondo alla memoria e che si ricostruivano a un tratto in tutte le più minute particolarità. Riapparivano le figure degli adolescenti che ella aveva creduto di amare; la voce di Enrico Sartana le risuonava ancora all’orecchio. Come nulla accadeva di quel che si era previsto! Chi le avrebbe detto, sei mesi fa, che ella avrebbe sposato Duffredi? Non lo conosceva neppure! Il ricordo di Luigi Accardi non le diceva più niente; un tempo, non aveva creduto possibile pensare ad un altro uomo! Però, un principio di tristezza la invadeva. La vita tanto sognata sarebbe cominciata fra breve, nondimeno una specie di rammarico accompagnava l’agonia della vita da cui aveva voluto uscire. Perchè dunque questo scontento? Avrebbe forse voluto tornare indietro? La sua mamma, la sua sorellina pregavano in cielo per lei?..
Il giorno seguente, il cielo apparve tutto velato da una bassa cortina di nubi. Ella tentò di reagire contro l’oppressione di quel grigio che si aggiungeva all’oppressione del suo spirito. Si dava l’ultima mano alle casse, alle valigie: dalla sua camera venivano fuori tanti oggetti minuti a cui ella non aveva pensato e che restava a considerare un poco, senza sapere che farne. Stefana glie ne chiedeva, come dei ricordi; Miss anche lei. Ella non sapeva quale simpatia trovasse ora nel viso severo, quasi duro di Miss, che le aveva destato un tempo tanta avversione. La vecchia governante partiva fra giorni per l’Inghilterra: chi poteva dire se si sarebbero riviste più?… Si parlava poco; di tanto in tanto qualcuno faceva delle osservazioni che restavano senza risposta. Alle undici, ella andò a passarsi la toletta grigia da viaggio; un’ora dopo venne Guglielmo, pronto anche lui per la partenza. Si aspettava, per andare a colazione, l’arrivo di Linguaglossa. Egli tardava; ad un tratto arrivò, pallidissimo in viso, con lo sguardo smarrito.
– Che cos’avete?
– Che disgrazia terribile!… Matilde Gerosa… giù dal balcone… morta… sfracellata sul colpo…
Della gente lo circondò; egli rispondeva piano alle domande di cui l’assediavano. Però ella udì ancora:
– Suo marito… scoperto tutto… le lettere…
Sentì un gran brivido di freddo passarle pel corpo; e nel súbito orrore che la invase, vide quasi il cadavere informe giacente attraverso la strada, sbarrarla, sbarrare tutte le strade che ella doveva percorrere. Allora, il suo terrore dinanzi a quella vita ignota, misteriosa, che per lei si schiudeva e che per la disgraziata finiva in quel tragico modo, contro le lastre taglienti del marciapiedi, crebbe talmente, che ella credette un istante di svenire. Sola, ella si sentiva, sola oramai, perduta, più sola dinanzi a quello sconosciuto seduto silenziosamente al suo fianco, che se le fosse realmente mancata ogni compagnia. E come il nonno, alzandosi, fece un segno, ella si afferrò a lui, alla zia, convulsa, come sul punto di annegare, con un istinto di salute che le suggeriva un grido represso: “No!… non voglio!… non voglio andare… Pietà!…”
Ella sentiva adesso qualche cosa di caldo sulla sua mano: le labbra di Stefana, che baciavano la mano fredda e tremante.
– Qui!… qui!…
E buttò le sue braccia attorno al collo rugoso della povera serva, si strinse al cuore il suo capo devotamente piegato, la baciò sulle guancie.
– Zia!… Miss!…
Degli abbracci, ancora, degli augurii, dei saluti a tutti, dei ricordi per gli assenti, come per una separazione eterna, come per una morte. Le carrozze partivano scalpitando, le cose sfuggivano come in sogno; ella avvertì a un tratto l’aria del mare che le colpiva la fronte infiammata.
– Addio!… Addio!… Buon viaggio!… A rivederci!….
La barca si dondolava sul mare leggermente mosso; ancora dei saluti, ancora dei baci. Dalla riva, i restanti agitavano i fazzoletti. Ella dava libero sfogo alle lacrime mute, salutando. Guglielmo guardava verso il largo, verso il vapore. I remi battevano forte sugli scalmi, in cadenza.

PARTE SECONDA.

I.

Era stato un sogno penoso, un incubo durato lunghi giorni, in mezzo al lusso equivoco degli alberghi, alle visioni di gente sconosciuta, di nuovi orizzonti. Ella ne usciva con la mente stordita e il corpo addolorato, chiedendosi ancora: “È questo?..” indietreggiando ancora per istinto ogni volta che suo marito l’accarezzava, col ricordo dell’altr’uomo mutamente violento che s’era rivelato in lui ad un tratto.
Napoli, Roma, Firenze… ella non sapeva bene dove si trovasse, cominciava appena a guardarsi intorno, a respirare più sicura. L’incubo si dissipava a poco per volta; Guglielmo aveva molte cure per lei, sembrava esserle grato, si studiava di contentarla in tutto. Ma l’aria d’intelligenza della gente, negli alberghi, la irritava; tutti mostravano di sapere che essi erano sposi novelli, a table d’hôte degli sguardi indiscreti si posavano su lei, e questo l’umiliava, le dava il desiderio di chiudersi in camera con suo marito, senza veder nessuno, sentendogli raccontare la sua vita di scapolo, avida di sapere le cose che gli uomini facevano, ansiosa di sentirsi ripetere che le voleva bene, che non pensava a nessuna; di ottenere, in una parola d’amore, il compenso di quel che gli aveva dato.
– Sai, ero gelosa… terribilmente!…
– Di chi?… – chiedeva egli, sorridendo.
– Di tutte, non sapevo!… E dimmi…
Un po’ vano, egli non si faceva pregare per parlare di sè; però, a certe domande, rispondeva:
– Che cosa t’importa?… Adesso sono tuo marito…
– E sarai sempre tutto mio?… Mi vorrai sempre bene, più delle altre, più di tutte le altre insieme?
– Sì, sì…
Allora, gli buttava le braccia al collo, non aveva più paura di lui, rispondeva finalmente alle sue carezze nell’improvvisa rivelazione del mistero.
Erano a Firenze; ella pensava che la felicità presente fosse dovuta ad un buon influsso del suo passato di bambina. Appesa al braccio di Guglielmo, gli mostrava la casa dov’era nata, i luoghi dove s’era trastullata; gli narrava le sue prime impressioni, le sue monellerie: tutte quelle piccole cose non dovevano avere un gran valore per lui? Un’emozione indefinibile, tra dolce e malinconica, l’occupava nel ritrovarsi in quella città della quale aveva tanto sognato, nella quale le pareva d’incontrare le ombre care e benedette della mamma e della sorellina. Poi ripartirono, e le città succedevano alle città, gli orizzonti agli orizzonti: Bologna, Venezia dove c’era il babbo, Milano… certi giorni, svegliandosi, ella si chiedeva: “Adesso dove sono?…” Aveva sete di veder tutto, di completare la sua coltura nelle visite ai musei, alle gallerie; voleva saturarsi di spettacoli artistici, imprimersi nella mente le scene che le si svolgevano dinanzi agli occhi: la Firenze antica della Signoria e del Bargello, le lagune verdastre, il Duomo milanese, grigio e roseo nel crepuscolo, come un acquerello. Quelle visioni sarebbero state più belle se suo marito, dinanzi ad esse, le avesse detto delle parole secrete, indimenticabili; se egli avesse preso le cose, quegl’altri cieli, a testimonii dell’amor suo. Egli però non aveva di queste espansioni; la conduceva dovunque, ma lasciando scorgere, tratto tratto, una certa stanchezza. Anch’ella, a lungo, si stancava: avrebbe voluto piuttosto conoscere l’alta società, stringere relazioni con le grandi dame, esser presentata da per tutto. A passeggio, a teatro, chiedeva continuamente a Guglielmo il nome delle signore che brillavano di più; egli rispondeva, alzando le spalle:
– Ma credi che io conosca tutta l’Italia?… Poi, questa non è la stagione; molti sono ancora in villa….
A Firenze ella avrebbe voluto vedere la principessa Morsini, la Tatiroff, la marchesa Ballestrengo; a Bologna conoscere la Marion e la Petrarchi, a Milano la duchessa Nitti-Palmenghi, la contessa Frescobaldi, tutte le dame delle quali aveva letti i nomi nei resoconti dei balli e delle premières, nelle corrispondenze dalle stazioni balneari o dai paesi di montagna. Suo marito invece evitava gl’incontri; le aveva presentato a malincuore, non potendo farne a meno, degli amici, dei conoscenti; tipi di eleganti, di Crociati, da per tutto gli stessi; l’aveva presentata anche a qualche signora: la marchesa Celli, la contessa Parlabene, che viceversa era moglie d’un semplice capitano e portava quel titolo perchè la madre di lei era figlia d’un conte. La stupiva questa facilità con cui un titolo si estendeva a tutti i parenti di chi lo portava; allora, ella avrebbe potuto farsi chiamare principessa di Casàura?… Guardava tutto, udiva tutto; si formava dei criterii sugli usi, sulle mode; avrebbe voluto comprare tutte le stoffe, tutti i gioielli, tutti i quadri che vedeva, ordinare l’addobbo di tutta una casa, la fornitura di un nuovo corredo. A Milano aveva avuta un’emozione: era andata a teatro in platea, giù nelle poltrone, fra gli uomini. Ella aveva trovata bellissima la piccola sala del Manzoni, e non voleva riconoscere che quella Forza del Destino udita al Dal Verme era molto inferiore alle altre eseguite a Palermo. Si studiava di trovare tutto più bello, più interessante; pensava con un senso di superiorità alla Sicilia remota, alla piccola provincia perduta oltre i monti e oltre i mari; commiserava le amiche rimaste laggiù in fondo. A Torino, per un Faust che si dava al Carignano, con cantanti di prim’ordine, stava preparando la toletta di gala, giacchè andavano in palchetto, quando suo marito esclamò:
– Ma qui si va in abito da passeggio e cappello!.. Si va in toletta al Regio, dopo Natale…
La lezione che le era parso di leggere in quelle parole la punse un poco; il rifiuto di Guglielmo di proseguire per Parigi, motivato dall’avanzarsi della stagione, finì per scontentarla di quel viaggio. Si annoiò a Genova, credette di morir d’oppressione a Pisa rammentandosi per la prima volta di Milazzo; finchè, ripassando per Firenze, tornarono a Roma. Vi capitarono negli ultimi giorni di novembre, per l’apertura del Parlamento. Ella avrebbe voluto assistere alla seduta reale, Guglielmo diceva invece che era meglio veder l’arrivo delle rappresentanze a Montecitorio. Giusto, c’era all’albergo di Milano Enrichetta Geremia con suo marito. Duffredi la condusse da lei, e andò via dicendo che sarebbe tornato.
La piazza era già tenuta sgombra dalla truppa; dinanzi al portone, sotto il baldacchino rosso-cupo, si componevano e scomponevano continuamente dei gruppi di deputati, di giornalisti, di invitati, e le prime carrozze cominciavano ad arrivare.
– L’ambasciatore d’Inghilterra…. – indicava l’amica – la marchesa di Fanatica… i Giapponesi… Quelli sono cronisti di giornali… Le due sorelle Donnino e Scalpetti…
Gli uscieri, data un’occhiata ai biglietti, mandavano la gente a destra e a sinistra, additando le porte d’ingresso, e un ufficiale tedesco restava fermo accanto a un pilastro, come una statua, riscuotendosi di tratto in tratto per salutare militarmente qualcuno.
Ella guardava, contrariata; avrebbe voluto arrivare anche lei in carrozza, senza rumore sulla sabbia sparsa lungo la via, attraversare la piccola folla che ingrossava dinanzi al portone, esser notata, prender parte allo spettacolo.
– Guarda, guarda: la Sermoroni…
– La dama della Principessa?.. Già tutta bianca!
– No; s’è incipriata.
E sentiva crescere la propria irritazione, con la coscienza d’una inferiorità, della figura umiliante che faceva per la sua ignoranza, della gran distanza che la separava da tutto quel mondo, col desiderio impotente di prendervi il posto di cui sentivasi degna. Le carrozze arrivavano e partivano, una dopo l’altra; delle sciabole d’ufficiali risuonavano, sbattendo; un giovanotto senza paltò sotto il freddo frizzante si metteva in evidenza, mostrava lo sparato della sua camicia, e un individuo con una gran zazzera sulla nuca, trascinandosi dietro una signora matura, passava da destra a sinistra e da sinistra a destra, come un cane in chiesa, non trovando la via della propria tribuna.
– Che bel mantello, Teresa, guarda!.. lì, a destra… che bellezza!
– Chi è?
– Non so… mi pare la San Germano… Se si voltasse…
Il cannone cominciò a tuonare, delle carrozze di gala arrivavano.
– Il re?
– No, il senato.
Balsamo, che stava dietro a loro, disse a sua moglie:
– Guarda Paolo Arconti.
Era un signore che passava in carrozza; vedendole le salutò profondamente.
– Chi è? – chiese ancora lei.
– Un deputato, uno dei più giovani, intelligentissimo…
In quel punto, la musica dei carabinieri intuonò la fanfara; il comando degli ufficiali si ripeteva di fila in fila: “Presentate le armi!” e i corazzieri spuntarono dall’angolo di piazza Colonna.
– Adesso ci siamo… Tò, prendi l’occhialino… guarda i deputati che si avanzano… La principessa Margherita, la vedi?… Saluta… le baciano la mano… Che bella toletta!…
– Davvero!
Adesso ella cominciava a prendere interesse allo spettacolo, aspettava con impazienza l’arrivo del re, ammirava i corazzieri schierati sotto l’obelisco, sussultava al secondo all’armi e quando la nuova visione di uniformi, di pennacchi, di sciabole sguainate si fu dileguata, restava ancora, malgrado il freddo, a guardare.
– Vedi che è meglio qui? Dentro non si vede nulla; c’è troppa confusione…
Dopo un quarto d’ora, cominciò l’uscita, più disordinata, tra le grida degli strilloni che vendevano il discorso della Corona, l’incrociarsi dei comandi militari, il rotolare delle carrozze. Suo marito non veniva ancora; ella credeva di capire che l’amica avesse da fare; e vedendosi sola con quegli estranei, mentre la fiumana della folla rumoreggiava sordamente per le vie, il cuore le si strinse un poco. A un tratto fu picchiato all’uscio; Balsamo, andato ad aprire, esclamò:
– Oh, lei!… Venga avanti!… – Poi presentò: – L’onorevole Arconti, la signora Duffredi…
Il deputato aveva stretto la mano alla Balsamo e s’inchinava dinanzi a lei. Come gli chiedevano notizie della seduta, disse:
– Un discorso infelicissimo, una freddezza glaciale, qualche applauso soltanto al passaggio relativo a Roma, alla politica estera…
S’impegnò una discussione: Balsamo affermava che era ben fatto, poichè tutti si ostinavano a volere quel ministero di ciarlatani; ella disse:
– Io trovo però che non si dovrebbe esporre la persona del re.
– È verissimo… – affermò il deputato, inchinandosi un poco verso di lei.
Era un bruno dagli occhi azzurri, dalla fronte larga, dalla voce penetrante. La discussione si allargava; spronata dalla presenza del deputato, ella dimenticava la sua tristezza, parlava di politica, attaccando i provvedimenti eccezionali proposti contro la Sicilia. Arconti, che sedeva all’opposizione, le dava pienamente ragione. Il tempo passava, Guglielmo non veniva ancora. Enrichetta propose:
– Se vuoi tornare all’albergo… senza cerimonie, t’accompagnerò…
Allora Arconti s’alzò, congedandosi; ella gli diede a stringere la mano.
Andarono al Roma; Guglielmo non s’era visto. La Balsamo le offrì di fare un giro in carrozza; al ritorno, incontrarono Duffredi che veniva dal Milano.
– Dove siete state? V’ho cercate per terra e per mare!…
– Ah, la colpa è nostra? – disse lei, con un riso un poco forzato.
Non pensò più a questo, nei giorni seguenti, stordita dal movimento della capitale, cominciando a conoscere gente per mezzo dell’amica, facendo qualche visita e trovando al suo ritorno le carte che gli uomini venivano a lasciarle, quella di Arconti fra gli altri. Di giorno, suo marito l’affidava spesso ad Enrichetta, ma la sera restava con lei, l’accompagnava in visita, la conduceva a teatro. Non era stata ancora al Valle: per la Visita di nozze Guglielmo prese un palco. Però, dopo tavola, mancando ancora un’ora allo spettacolo, disse:
– Ci sono dei Palermitani all’albergo di Spagna; il tempo di salutarli…
Ella restò nella sala di lettura. Sfogliò dei giornali, degli album; una ragazza era seduta al piano, un signore la guardava ostinatamente. Ella voleva aspettare lì il ritorno di suo marito; irritata da quegli sguardi indiscreti, salì in camera. Preparò le sue cose, infilò i guanti, poi si mise il cappello. Suonarono le otto e mezzo: l’ora dello spettacolo. Cominciò ad essere inquieta. Perchè tardava ancora? Quei Palermitani… se fossero stati un pretesto?… No, non era possibile: guardava l’uscio, aspettando di vederlo apparire. Pure, il giorno della seduta reale, egli l’aveva piantata… Si poteva trattare d’una coincidenza, d’un contrattempo, come ne sorgono ad ogni momento nelle grandi città. Suonarono le nove meno un quarto. Non avrebbe perduto poi molto; ma era noioso aspettare… Sedette, girando uno sguardo per la camera, esaminandola a parte a parte, pensando a tutta la gente che era passata di lì, porgendo l’orecchio, scuotendosi a ogni squillo di campanello… Le nove. Si alzò, di scatto. Egli era andato a trovare qualcuna, una donna: i Palermitani erano un’invenzione, impossibile più dubitarne! Ella si nascondeva il viso tra le mani, esclamava: “Ed è vero?… dopo due mesi di matrimonio?… Dio mio!… Dio mio!…” Avrebbe voluto andar fuori, cercarlo, non sapeva dove; sarebbe andata dai Balsamo, si sarebbe fatta aiutare da loro… No, a quell’ora essi non erano in casa… E a un tratto il sentimento angoscioso della solitudine, dell’isolamento, la riprese, in quella camera piena di silenzio, in quell’albergo popolato di stranieri, di gente enimmatica, di persone raccogliticcie che si disperdevano incessantemente; in quella gran città dove nessuno la conosceva, dove avrebbe potuto morire senza che nessuno si accorgesse di lei… Adesso aveva paura, non levava gli occhi dall’uscio, con l’idea che qualcuno potesse entrare, a rubarla, a violentarla… Sciocca, sciocca! non veniva nessuno, non veniva neppur lui, la lasciava sola, così! a palpitare d’angoscia, di gelosia, a piangere di tristezza!… Le nove e mezzo!… Rabbiosamente, si tolse il cappello, buttandolo sul divano, si tolse i guanti facendone saltare i bottoni. A un tratto, l’uscio si schiuse.
– Mi son fatto aspettare… Non sei pronta?… Andiamo.
Ella disse, freddamente:
– Grazie, non vengo.
– Perchè? Sono le nove e un quarto… non sarà neppur finita la musica, ancora… M’hanno trattenuto, cosa vuoi, c’era Sampieri che non vedevo da anni… Andiamo, via…
Con la tentazione di cedere, ma col bisogno di sostenersi, ella rispose:
– Grazie, ti lascio libero. Va’ con i tuoi amici…
Egli la guardò un poco. Aspettandosi un’altra esortazione, ella si preparava a piegarsi. L’altro invece disse, duramente:
– Cos’è, una scena?
Un impeto di ribellione fu per sollevarla, ma si frenò. Con una voce piena di lacrime, disse:
– Perchè una scena?… Tu vuoi che venga a teatro; io ti ringrazio; è tardi, sono stanca… che c’è di male?
Egli non le chiese perdòno, ostentò da quella sera di non lasciarla un momento, come sacrificandosi, fin quando ella stessa non gli restituì la sua libertà, per non vedergli sempre quell’aria rannuvolata. Adesso, affittava spesso due cavalli e uno stage, e se ne andava guidando per la città e per la campagna. Qualche volta la prendeva con sè, ma ordinariamente la lasciava con la Balsamo. Certi giorni riceveva delle lettere col francobollo da cinque centesimi, delle lettere di città, che non lasciava sul tavolo come le altre – e tornava a piantarla! Adesso ella non poteva avere più dubbii. Abbandonata sopra una poltrona, fermando gli occhi sopra un punto di quel tappeto rosso e giallo il cui disegno si confondeva nell’intensità della fissazione, ella assisteva alla rovina delle sue speranze, delle sue lusinghe, col cuore stretto, vedendo buio dappertutto, nel presente, nell’avvenire. Forse egli non la tradiva, sarebbe stata una mostruosità troppo grande; ma era quello il contegno d’un marito affettuoso, in piena luna di miele? Dopo tre mesi di matrimonio!… Che cosa sarebbe dunque stato fra due anni?… Quali torti aveva verso quell’uomo perchè egli la trattasse così? Il torto di avergli creduto?… A volte, ripensando alla storia del suo fidanzamento, alle esitazioni, ai contrasti, si diceva: “La colpa è mia! Avrei dovuto comprendere che non mi amava, non avrei dovuto farmi abbagliare dall’invidia di cui ero oggetto!…” Ma se egli l’aveva domandata? V’era forza che potesse costringere un uomo a chiedere la mano d’una ragazza, a sposarla?… Perchè dunque l’aveva sposata? Perchè le aveva detto che le voleva bene?… Egli non era stato leale – e la slealtà era l’insopportabile, per lei. Adesso, le cuoceva di tacere, di non chiedergli ciò che lo attirava altrove. Ella avrebbe voluto drizzarglisi innanzi e dirgli: “Tu hai un’amante! tu mi trascuri per un’altra!…” Avrebbe voluto gridargli, quand’egli mendicava dei pretesti: “Non mentire! Io so dove vai!…” Però taceva, con la speranza d’ingannarsi, con la paura d’inasprirlo, sentendo la durezza del suo carattere dalla sua voce, dai suoi sguardi, dai suoi stessi silenzii…
Quella vita della capitale, che le era sembrata tanto attraente, finiva per tediarla: la gente che conosceva le pareva comune, volgare; ma forse non era tale l’altissima società, l’aristocrazia nera, l’entourage della Corte, la colonia straniera. Avrebbe voluto penetrare nel centro dell’élite, farne parte anch’ella: una figura secondaria non le conveniva. Suo marito era superbo, non voleva piegarsi a sollecitare delle presentazioni, dava un nome ingiurioso ai signori romani – forse perchè li invidiava… Il ballo della contessa Vannitelli, dove era stata invitata, dove era andata con un’ansia secreta, aspettandosi quasi di vedervi un altro mondo, e del quale i cronisti avevano fatto dei resoconti mirifici, le era parso una povera cosa; a Palermo c’era di meglio! Il Fanfulla aveva parlato di lei, sbagliando il colore del suo abito e chiamandola principessa di Casàura. Ella aveva protestato, sorridendo, con le sue conoscenze; in fondo, l’errore le faceva piacere.
Però la sua prima disposizione a trovare tutto più bello e più degno, era cangiata: la duchessa di Martorina le era parsa un facchino della Kalsa, con quel suo faccione lungo color mattone; la famosa Ernestina di Carpignano, che a detta dei giornali cantava così bene, un pavone crocidante; l’elegante marchese di San Fiorenzo una caricatura da Journal amusant: ed ella ne sentiva di belle, sul conto della cosidetta buona società. Nel pomeriggio, traversando il Corso in carrozza di rimessa con la Balsamo, l’amica le diceva gli scandali di cui questa o quella delle signore con cui s’incontravano era stata od era l’eroina, e la sua stupefazione non conosceva poi limiti quando l’altra le additava gli uomini per cui esse si perdevano: delle figure brutte o ridicole, certe barbe da caproni, delle esagerazioni di toletta, delle arie buffe da irresistibili…
Suo marito, adesso, la lasciava quasi ogni giorno per un’ora o due; la tristezza di lei cresceva, cresceva, come la tristezza del cielo invernale, gonfio di nubi sfilanti l’una sull’altra in processione. E come le nubi si vuotavano in pioggia lunga, interminabile, ella quasi piangeva, pensando alla sua casa lontana, al cielo ridente che aveva lasciato. Ma se non era sola, si faceva forza, ostentava una serenità che non aveva; e specialmente dinanzi ad Enrichetta si studiava di mostrarsi allegra e felice. Nella sua debolezza, l’orgoglio la sosteneva; non voleva che nessuno s’accorgesse del suo dolore, si ribellava all’idea di suscitare l’altrui compassione.
Però, malgrado quello studio, l’amica pareva accorgersi di qualche cosa, le leggeva in viso la sua tristezza. Un giorno che ella aveva gli occhi rossi di pianto contenuto, le chiese:
– Che cos’hai? Ti senti male?
– Sì, un poco… sono nervosa… questo tempo m’irrita.
L’altra scosse il capo.
– Tuo marito potrebbe lasciarti meno sola!…
Tacquero entrambe. Ella aveva la tentazione di confidarsi a lei, di chiederle consigli, comprendendo che doveva sapere qualche cosa. Ma non si decideva, non voleva arrendersi.
– La colpa, scusami, – riprese la Balsamo – è anche un po’ tua. Perchè resti a Roma?… Perchè non torni a Palermo?…
– Si, hai ragione.
La sera, come Guglielmo le parlò d’una lettera d’affari che aveva ricevuta dal suo amministratore, ella disse:
– Tu vuoi restare ancora qui?…
Egli fissò un poco lo sguardo, poi rispose:
– Io non voglio nulla… faccio quel che ti piace.
– Allora torniamo a casa?
– Torniamo a casa.
Ella lasciò con un senso di sollievo e quasi di liberazione quel mondo che da lontano le era parso così bello. Aveva fretta di assaporare le soddisfazioni che la sua posizione le avrebbe procurate in un ambiente propizio, in mezzo ad una società conosciuta.
A Palermo, per la sua parentela, per la sua posizione, ella troneggiava. Erano una stazione di carrozze signorili, il martedì, le vicinanze di casa Duffredi; era una successione di visite nel suo salotto giallo, dalle tre alle sei: ella si sentiva avvolta dagli sguardi di ammirazione degli uomini, dagli sguardi d’invidia delle donne, che avevano intanto sulle labbra le frasi melliflue dell’amicizia più affettuosa. “Come stai bene, cara!… sei un amorino, oggi!… Già qualunque cosa tu metta, sei sempre un amore!… Come sei felice di avere questa bella casa, dove tutti dipendono da un tuo cenno!… Che cosa ti resta da invidiare?…” Ne conveniva anch’ella, sorridendo di compiacenza, quando Stefana, richiamata da Milazzo, la vestiva da capo a piedi, esclamando, con le mani giunte: “Come sei bella! sembri una regina!” quando il cameriere in livrea nell’anticamera s’inchinava al suo passaggio e un altro domestico le reggeva la coda dell’abito per le scale, fino alla carrozza di cui il lacchè spalancava lo sportello, col cappello in mano e gli occhi a terra; quando nell’entrare in un salotto od al teatro, o nell’attraversare le strade destava una corrente di sguardi ammiratori, un mormorio di lodi; quando presiedeva le feste che facevano accorrere nei suoi saloni tutta la Palermo ricca, nobile ed elegante. Erano dei giorni sereni, felici, sempre eguali, con suo marito che tornava ad esser buono con lei, che non le faceva mancar nulla, che pareva non pensare se non a lei. Adesso, ella dettava legge, nel circolo delle sue conoscenze; ciò che ella portava veniva copiato, i suoi consigli erano sollecitati da tutte, il soggiorno di Roma le aveva costituita un’autorità e adesso la distanza abbelliva i ricordi del suo viaggio. Ella parlava con una specie di orgoglio di ciò che aveva visto, delle conoscenze che aveva fatte, sentendo che esse le conferivano importanza, non trovando più i difetti, le ridicolaggini che l’avevano colpita nella gente di cui ora parlava con interesse, trovandoli e mettendoli in evidenza, nell’intimità, con una schiettezza di buon umore a cui nessuno resisteva.
– Come sei allegra!… Come sei spiritosa!… La felicità ti si legge negli occhi!… Tu l’hai meritata…
Quelle che un tempo avevano parlato contro di lei, la Carduri, Giovannina Leo maritata adesso con Platamone, Sara Màscali ora marchesa di Friddi, le facevano la corte, sollecitavano degli inviti: lei dimenticava il passato, le accoglieva come le buone amiche, come Bice Emanuele, come Anna Sortino, come Giulia; e un giorno rimase stordita, credendo d’aver udito male, quando, parlando appunto della Sortino, Giulia le disse:
– Sai, non c’è molto da fidarsene… non è tanto fedel quanto gagliarda… Di te, per esempio, ha detto certe cose…
– Che cose?
– Quelle che dicono le altre, le cattive: che sei superba… che vuoi schiacciar tutte noi col tuo lusso… che a lungo andare rovinerai tuo marito…
– Lei?… Lei ha detto questo?
La sua mente si smarriva, dinanzi a quella rivelazione di una perfidia che niente giustificava. Comprendeva che le antiche nemiche parlassero ancora contro di lei, malgrado, anzi a ragione del suo perdòno; ma che cosa aveva fatto a colei, per esser giudicata così? Chi aveva detto a colei di rivolgerle tante lodi melate, tante proteste di amicizia? La sincerità era dunque una cosa molto difficile?… E nei disinganni che cominciavano, ella acquistava una maggior coscienza di sè, della dirittura del suo carattere, della superiorità del suo animo. Come potevano dire che ella rovinasse suo marito, quando era egli stesso che le aveva assegnata una specie di pensione, cinquecento lire il mese, con le quali ella doveva pensare a quanto le occorreva, dalle scarpe ai cappellini, dagli spilli alle gioie? Perchè non avevano, quelle altre, la stessa abilità di lei nello spendere, nel sapersi mettere, in modo da far figurare per dieci ciò che le costava cinque? Se Guglielmo stesso era il primo a volere che ella non si facesse eclissare da nessun altra?…
La vanità era una delle molle più forti del carattere di lui; ella adesso cominciava a giudicarlo. Profondeva regalmente il suo denaro, a cavalli, a pranzi, a ricevimenti, per fare la prima figura, non ammettendo di esser soverchiato da nessuno. Quando parlava della sua casa, della sua nobiltà, era inesauribile; sapeva a memoria tutto il capitolo del Teatro genealogico di Sicilia del Mugnos, dove si discorreva della sua famiglia, Duffredi o Duffrè era una corruzione di Umfredo; sotto gli Svevi i suoi discendenti erano stati perseguitati; ma un Guglielmo, schieratosi con Carlo d’Angiò e pugnando per lui a Benevento, aveva ottenuto feudi ed onori. Col Vespro, la fortuna della famiglia fu ancora travolta; ma Federico II d’Aragona la rialzò, creando un Roberto Duffredi barone di Marzallo; i titoli di principe di Casàura e di marchese di Lojacomo erano più recenti, datando da Filippo V. I nomi ricorrenti nell’albero genealogico erano quelli di Ruggero, di Tancredi, di Roberto, di Guglielmo; egli stesso, quand’era stato in Francia, aveva fatto stampare sulle sue carte da visita: Guillaume Duffré d’Hauteville e parlava adesso di rivendicare stabilmente e legalmente il d’Altavilla come secondo cognome.
Dal suo soggiorno di Russia, aveva portata un’ammirazione sconfinata per lo Czarevitch, che era il suo modello; il taglio delle sue livree era copiato su quelle dello Czarevitch, fumava i sigari che fumava lo Czarevitch, i suoi fucili e i suoi revolver uscivano dalla stessa fabbrica che forniva lo Czarevitch; tanto che pei suoi amici era diventato un continuo soggetto di scherzo.
– Queste scarpe sono come quelle dello czarevitch?… Questi bottoni chi li porta, lo czarevitch?”…
Il vecchio marchese era con lei molto affezionato: le faceva sempre dei piccoli regali, la voleva spesso con sè nel quartiere che occupava al pian terreno, per evitare le scale. Che modi da gran signore egli aveva! Appena la vedeva entrare, s’alzava a dispetto della gotta, le baciava la mano, restava ostinatamente in piedi fin quando ella non era seduta, non rimetteva il suo berretto se non dopo lunghe insistenze.
– Ma si copra, zio! prenderà un’infreddatura, altrimenti!
Il secreto di quella cavalleresca galanteria era perduto! Egli stesso criticava l’educazione moderna, cominciando da quella del nipote; e la sua conversazione era interessantissima, piena di ricordi del passato regime, di aneddoti intorno ai personaggi della Corte, alle rivoluzioni del 20 e del 48. In cuor suo, era rimasto fedele alla casa di Borbone; e questo dava origine a liti cortesi, perchè ella esaltava la virtù dei Savoia, l’eccellenza del governo costituzionale, la grandezza della nuova nazione.
– E la chiamate una nazione, nipote mia? Ma è il mantello d’Arlecchino! Com’è possibile cucire insieme il Piemonte e la Sicilia, Milano e Napoli, gente diversa, costumi opposti, tradizioni che si pigliano a pugni?
– Sarà l’azione del tempo! Contentiamoci per ora dell’unità politica, verrà poi quella reale.
Egli scuoteva il capo, rimpiangendo i tempi dell’autonomia siciliana, della monarchia nazionale.
– Non sapete dunque che siete una d’Altavilla? – aggiungeva, mezzo serio mezzo sorridente.
– Ma fummo usurpatori anche noi! – replicava ella, sullo stesso tono. – Venimmo di Normandia a conquistar l’isola!
Egli s’inchinava, come non potendo o non volendo opporre nulla a tale argomento. Del resto, quella era una mania di famiglia: Guglielmo non negava al re il diritto di conferire al figlio del principe Amedeo il titolo di Duca di Puglia, appartenendo esso alla loro casa? Ella sorrideva un poco di tutto questo; ma in fondo se ne compiaceva. Anche per ischerzo, chi avrebbe potuto dire altrettanto? E trovava che suo marito, oltre alla nobiltà regale, era d’una eleganza estrema. Ella conosceva tutti i giovani amici di lui, che erano anche fra i più lancés di Palermo; Alfredo Basile, così allegro e pieno di spirito; il conte di Caldarera, lo spadaccino famoso; il marchese Lauria, la cui fronte seria era velata di tristezza; altri ancora, in mezzo ai quali non trovava qualcuno che valesse molto più di Guglielmo.
Egli non voleva però che fosse troppo attorniata dai giovanotti, che ballasse troppo, che parlasse a lungo con una stessa persona. Era geloso?… Dunque l’amava! Tutta lieta della sua scoperta, ella protestava amabilmente, cercava di fargli intendere ragione.
– Tu credi che io noti questa gente?… Ma neppure per sogno!… Tu vali più di tutti!…
Ai balli, erano dei complimenti stupidi, sempre gli stessi: “Felice quella camelia!… Vorrei essere al posto di quelle violette… I vostri occhi offuscano i brillanti!…” Ella rideva di quelle galanterie, le metteva in canzonatura con le amiche; però le piacevano, le provocava: dietro a quegli omaggi stereotipati c’era il riconoscimento della sua bellezza, ed ella aveva bisogno delle lodi, delle adulazioni e del trionfo. Non distingueva nessuno in quella massa di giovanotti, di uomini maturi, di vecchi che si alternavano al suo fianco; però s’appoggiava con eguale abbandono al braccio di ognuno, piegava un poco il capo di fianco con egual grazia ad ascoltare ciò che tutti le dicevano, rivolgeva a tutti gli stessi sorrisi con uno stesso frequente palpitare di ciglia; e quando suo marito la rimproverava, portandole ad esempio le altre che tenevano la gente a distanza, ella rispondeva:
– Ma che posso farci, se sono fatta così?
Una quistione grossa, la sera delle tolette di gala, era quella della scollatura: egli la trovava sempre troppo bassa, esclamava che era un’indecenza, pretendeva che mostrasse appena la gola.
– Allora tanto vale andare montante! Si transige fin qui?…
Alla luce delle candele che si struggevano con fiamme lunghe sulla toletta e sui bracciali del grande armadio a specchio, le rose della sua carnagione si animavano, il sangue giovane e sano si vedeva fluire attraverso quel marmo vivente, e il seno sbocciava, fiore carnale, dall’anfora serica del busto, e l’oro della chioma aveva fulgori matti, e da tutta la persona esalava, incenso sottilissimo, un profumo così inebbriante, che ella appressava la bocca all’alto del braccio, dove il guanto finiva, e quasi addentava la polpa morbida e soave. Con le piccole mani levate, dipanava poi lievemente i riccioli della fronte e della nuca, assestava tutta la massa sapientemente composta dei suoi capelli appoggiando le palme alle tempie, e si mordeva le labbra per farle venire più vive, intanto che si svolgeva ai suoi occhi abbacinati dalle fiamme la visione del mondo eletto e felice che l’aspettava coi suoi sorrisi, con le sue armonie, con le sue ebbrezze… A un tratto, le braccia le ricascavano pesantemente lungo i fianchi. Una domanda si presentava al suo spirito: perchè quella gioia? a che pro? E fin quando?… La vanità di tutto le si rivelava; come al tempo della fanciullezza, pensava che le feste duravano poco: i suoni si sarebbero dispersi, le luci si sarebbero spente, un giorno la gioventù sarebbe anch’essa svanita e la bellezza distrutta… Irrigidita, stecchita dinanzi all’alto specchio che la rifletteva da capo a piedi, con le braccia pendenti come cose inerti e con gli occhi socchiusi, ella si vedeva morta, vestita di quello stesso abito bianco col quale avrebbe voluto esser composta nella bara, e un brivido le passava per tutto il corpo all’idea che i becchini, che le mani orribili dei becchini avrebbero toccato il suo corpo… La voce di Guglielmo la strappava alla lugubre idea; ella si avvolgeva nel mantello che Stefana reggeva pel bavero; e intanto che la carrozza correva rapidamente nella notte e che suo marito l’annebbiava col fumo della sigaretta, ella si portava una mano al seno abbassando nascostamente la ruche di cui il corpetto era orlato per accrescerne ancora un poco la scollatura.

II

L’avvenimento dell’estate fu l’arrivo del Circo Fumagalli. V’erano delle amazzoni giovani, belle, elegantissime, che avevano messa la rivoluzione nel campo dei Crociati. Ai bagni dell’Acquasanta, dalle compagne che prendevano il fresco dinanzi al mare, ella udiva le notizie dei successi, delle rivalità, tutta la cronaca delle relazioni già strette e delle trattative avviate.
Che cosa vedevano gli uomini in quelle creature? Come era possibile far delle pazzie per esse? Come si poteva credere a quegli esseri volgari e interessati? Senz’amore, ella non riusciva a concepire che potessero esistere rapporti fra uomini e donne. Un giorno che le sue amiche parlavano delle amazzoni con maggiore insistenza, ella disse:
– Io non capisco come si possano cercare queste femmine.
Non le risposero; solo la Carduri sorrise un poco.
Le due più ammirate fra quelle saltatrici erano la Doreley e la Ruscalli; la Francese già era l’amante di Toscano; ai bagni s’incontravano quasi tutti i giorni. Quando Giulia Viscari era lì, ella studiava il contegno dell’amica, per notare che effetto le faceva quel veder l’uomo da lei un tempo amato in compagnia di un’altra donna. Giulia non lasciava scorgere nulla, continuava, ridendo, a conversare: era dunque senza cuore, per averlo dimenticato così? Ed ella imaginava che Toscano ostentasse quella relazione come per vendicarsi.
Ma chi fosse l’amante della Ruscalli non si sapeva ancora. Tutte le volte che ella ne chiedeva, non le sapevano rispondere. La Leo parlava un giorno di certi doni che l’amazzone aveva ricevuti; ella domandò:
– Da chi?
– Non so, non rammento… Me l’ha detto Anna Sortino.
Ella non serbava rancore a costei; un giorno le chiese:
– Chi è dunque che protegge la Fumagalli?…
– Non lo so.
– Come non lo sai, se l’hai detto a Giovannina? Sentiamo, chi è?
– Se non lo so!… Chiedilo a tuo marito.
E ad un tratto ella comprese certe reticenze di Giulia, le difficoltà che Guglielmo aveva fatte ogni volta che lei aveva chiesto di andare al circo. Fu come una sferzata in pieno viso, come se la saltatrice, dall’alto del suo cavallo bianco, le avesse dato il frustino sul viso. Più che il dolore del tradimento, più che la rovina della sua fiducia, era l’affronto che le cuoceva, l’idea di quella rivalità umiliante, della derisione di cui sarebbe stata l’oggetto per la volgare creatura che le rubava il marito, delle intime rivelazioni che egli avrebbe fatto, ridendo, intorno a lei; della profanazione d’ogni ideale di affetto e di rispetto! – Una cavallerizza, una donna senza nome, educata nelle stalle, per cui tutti i palafrenieri erano passati, esposta ogni sera, quasi nuda, alla concupiscenza dei curiosi!… Un brivido di disgusto e di ribrezzo la scuoteva; ma al circo, intanto che l’altra passava, ritta in piedi sul cavallo galoppante, al suono d’un’orchestra rauca, fra lo schioccar delle fruste, nell’abbacinamento delle piramidi luminose, coi capelli disciolti, una gamba levata, le braccia inarcate, un sorriso sulla bocca rossa; intanto che gli applausi cominciavano a scoppiare e si propagavano per tutto il teatro, ella comprendeva, sì, la seduzione di quel corpo serpentino che tutti desideravano, l’ebbrezza che quel clamoroso trionfo doveva destare, l’esaltazione che si sarebbe provata pensando: “Questa donna che vi vedete passare dinanzi, che v’infiamma con uno sguardo, con un sorriso e con un bacio fittizio, io la posseggo, tutta; e voi non sapete che con la vostra ammirazione, coi vostri applausi di folla anonima incapace di arrivar mai fino a lei, non fate se non accrescere per me il suo valore!…” Allora, ella restava come ammaliata a fissare quella figura giravoltante, seguendola in ogni atto, non vedendo altro che lei, credendo di sorprendere degli sguardi d’intelligenza scambiati fra lei e suo marito, che poi la lasciava sola con delle visite, per andarsene nella barcaccia, a guardar quell’altra più da vicino… Nella nervosità dolorosa di cui quel pensiero fisso le era cagione, ella credeva adesso di esser guardata da colei con uno sguardo tra curiosa e sprezzante, e una sera ne fu certa: colei la sfidava, le agitava dinanzi il frustino… e tutto il sangue le si ritirava al cuore, e tutta la sua persona tremava, dall’umiliazione, dalla vergogna.
– Signora Duffredi, si sente male?…
– Io?… No, davvero… – e si studiava di sorridere, intanto che quell’uomo solo con lei nel suo palco, quel conte di Toledo che suo marito le lasciava al fianco, le diceva, col solo sguardo, senza aprir bocca: “Avete ragione!… vedete chi vi preferisce?… Non sapete che tutti gli occhi sono rivolti su di voi?… Ecco di qual uomo voi siete!…”
Era uno strano fascino che l’attirava ancora a quello spettacolo, un bisogno malsano di sentirsi straziare da quella vista, di comporre il suo viso a una indifferenza disinvolta sotto gli sguardi inquisitori che le pesavano addosso, intanto che il cuore le tumultuava, che dei propositi di scandalosa vendetta, attraversavano come baleni il suo cervello… Lanciare il suo guanto in viso a quella donna! alzarsi, chiedere il braccio del primo venuto, e dirgli: “Andiamo!…” così, a fronte alta, in presenza di tutti!
Adesso ella era sicura che a Roma, nei primi tempi della loro unione, egli era stato a trovare un’altra donna, che l’aveva trascurata per un’altra: la Balsamo, le amiche di Palermo quasi glie l’avevano detto. Voleva fargli intendere che sapeva tutto, voleva ingiungergli di rispettarla; e col ricordo di quel che aveva sofferto la sua mamma, il suo rancore si esasperava. Se credevano di far di lei una vittima, come quella poveretta! Ella sentiva a momenti di dover vendicare, coi proprii, i dolori della morta: allora si proponeva di parlar alto e chiaro; e i rimproveri amari, le parole di sdegno le salivano alle labbra; ella cercava assiduamente il modo con cui aprire finalmente il proprio animo al marito; ma, come l’occasione si offriva, ella taceva, indietreggiava, presa da una soggezione paurosa dinanzi a quell’uomo freddo, muto, che non le chiedeva più i suoi abbracci, che era nuovamente diventato l’estraneo, il nemico… Ella non si riconosceva più, non trovava più la nativa energia, la naturale schiettezza del proprio carattere, si sentiva avvilita da quel silenzio a cui era ridotta, quando invece avrebbe voluto prorompere, lagnarsi, ottenere giustizia, esemplarmente!… Egli rientrava a casa tardi, passava il pomeriggio in compagnia dell’amante; e la tentazione di andarli a sorprendere l’assaliva tratto tratto. Ogni sera egli era al Circo, e all’idea che essi si guardavano, si sorridevano, si comprendevano attraverso la folla, nell’assenza di lei, una insofferenza, una smania, un’ansia la distoglievano da ogni occupazione, da ogni discorso, da ogni altro pensiero… Un giorno, mentre erano a colazione, il cameriere venne ad annunziare:
– C’è di là il fattorino del teatro, con la pianta… dice se vogliono un palco, per la serata della Fumagalli…
Guglielmo fece un gesto di contrarietà.
– Sì – rispose lei, subitamente.
– Ma passerò io dal botteghino…
– Non è meglio fissarlo subito?… Dite che segnino il solito numero 10.
Egli non disse più nulla. Solo quando ella era già passata nella sua camera, se lo vide dinanzi.
– Un’altra volta – cominciò, lentamente – quando io dico qualche cosa, ti prego di non contradirmi. Hai capito?
– Guglielmo!…. – esclamò lei, guardandolo in viso.
– Se no, mi costringerai ad alzar la voce dinanzi ai servi.
Ella dovè appoggiarsi con una mano alla spalliera d’una seggiola.
– Che cosa significa questo?
– Significa che io faccio quel che mi pare, in casa mia; hai capito? E che se dissi di non fissare il palco, avevo le mie buone ragioni…
– Le tue buone ragioni?… Ah, le tue buone ragioni!… Dunque ho torto io?… E tu credi che io non le sappia, le tue buone ragioni?…
– Che cosa sai? Di’ su: che cosa sai?…
– Ah, tu credi che il torto sia mio?.,. È mio, infatti!… se sono la favola di tutta Palermo… se non ho il coraggio di ribellarmi…
Egli le si fece più vicino, con le mani in tasca.
– Ribellarti?… A che cosa vuoi ribellarti?…
– Alla tua condotta! ai tuoi abbandoni! ai dolori che mi procuri, ogni giorno, dacchè siamo insieme, da Roma a qui…
Aveva cominciato a parlare rapidamente, con impeto, ma la sua voce veniva morendo, nella commozione che la faceva tremar tutta e che le gonfiava le palpebre.
– Un piagnisteo, adesso, eh?…
Egli batteva nervosamente un piede; a un tratto, alzata la mano col pugno stretto, esclamò:
– Senti, mettiti bene in testa che io ho fatto e farò sempre quel che mi pare e piace, sempre e semprissimo, a Roma, a Palermo e a casa del diavolo…
Le lacrime di lei s’arrestarono. Cogli occhi spaccati e inariditi, ella disse:
– Tu?… tu parli così?… E allora, perchè?… che cosa ti ho fatto?… perchè mi hai presa?…
Di repente, egli scoppiò in una risata, appuntandosi l’indice contro il petto, additando replicatamente sè stesso.
– Io?… Ah, ah!… Io t’ho presa?… Dice che l’ho presa io!…
– Chi dunque?
– T’ho presa io, che non volli mai saperne nulla? che scappai di qui, quando mi seccarono l’anima? che fui trascinato per forza al municipio? che vi feci intendere, a quanti eravate, di…
– Guglielmo!
– Ma domandalo un po’ a tutti, ai miei amici, a tutta Palermo, se t’ho presa io, se volevo prender moglie, se pensai mai a te…
– Guglielmo, per carità…
– Ah, mentre ci siamo, una volta per tutte, sai!… Adesso il fatto è fatto, e giacchè sei qui, bisogna che ci resti; ma bada, non mi seccare, lasciami fare quel che mi piace, pensa alle cose tue, non mi chieder nulla, se no…
Ella portò una mano alla gola, girando il capo ansiosamente, scongiurando: “No!… no!…” e ad un tratto cadde sopra una poltrona, con le braccia pendenti, invasa da un freddo mortale…
Quando riaprì gli occhi, Guglielmo era chino su di lei, le faceva fiutare dell’etere, le chiedeva:
– Teresa… sei desta?… m’hai fatto paura…
Ella potè dire soltanto:
– Che male… che male!…
Si reggeva la testa con una mano, e le orribili parole le echeggiavano ancora all’orecchio. Ah, i suoi terrori! il presentimento che l’aveva sempre fatta arretrare dinanzi a una spiegazione, con la certezza di provocare qualche cosa d’irreparabile!… Sì, sì; egli aveva ragione: era vero, non l’aveva voluta, aveva dimostrato abbastanza di non amarla!… Ella lo aveva compreso fin da principio; quante volte, durante il fidanzamento, era stata tentata di rompere? E s’era lasciata persuadere dall’amor proprio, dalla vanità stolta; e il ricordo di quel che aveva sofferto la sua mamma non era valso a salvarla! Erano dunque inutili, le lezioni della vita? L’esperienza non valeva dunque a nulla!… E adesso, che cosa poteva sperare ancora? Che cosa aspettava?…
La scossa nervosa prodotta dalla triste spiegazione si prolungava, in un eccitamento della sensibilità, in una trepidazione continua. Ella aveva ora come una sbarra sulla fronte, come un nodo alla gola, e le convulsioni tornavano ad assalirla. Per alcuni giorni, Guglielmo parve mutato: le stava vicino, ricevendo le visite delle amiche che si succedevano intorno al letto di lei, chiacchierando, studiandosi di distrarla. Ella rispondeva sorridendo a fior di labbro, col cuore stretto, aspettando invano che egli le si buttasse ai piedi, che le chiedesse perdono, che cancellasse coi baci, con le proteste d’affetto, le amare parole. Nelle lunghe ore che passava a letto, o sopra una poltrona, col corpo indolenzito e la testa confusa, ella si perdeva dietro a imaginazioni, a progetti che la forza della fantasia quasi le dimostrava realizzabili e di cui poi scopriva a un tratto l’assurdità. Voleva confidarsi al vecchio marchese che era tanto buono con lei, rivelargli la condotta di suo nipote affinchè lo costringesse al rispetto dovutole – ma non avrebbe fatto peggio, a mettere un altro di mezzo? E malgrado la ragione fosse dalla parte sua propria, pensava di cedere, di umiliarsi dinanzi a suo marito; di dirgli: “Sì, ama quell’altra… io non sono gelosa… capisco che in una persona come te, dopo la vita che hai fatta, quelle donne esercitano sempre un gran fascino… ma capisco pure che è un fascino passeggiero, che pel tuo cuore, per la casa, per la società, la tua donna son io!… Ebbene, vedi come mi faccio una ragione? Dapprima avevo delle fisime, credevo che le cose andassero altrimenti!… Io ti lascio libero di fare quel che tu vuoi; anzi, imagina di avere in me non una moglie, ma un amico; confidami i tuoi segreti, ti prometto di ascoltarti, di darti dei consigli… ma non mentire, non fare scandali, non espormi alle risa, non mi dire delle cose dure, perchè… perchè…” e in una súbita rivolta dell’orgoglio ferito, nel nuovo e più doloroso ricordo della lunga tortura, della lenta agonìa di sua madre, ella si tacciava di vigliaccheria, insorgeva contro di lui e contro sè stessa, lanciava una sorda sfida: “Bada!… bada!…” Allora delle torbide visioni le sfilavano tumultuosamente dinanzi, un’oscurità tetra avvolgeva l’avvenire, delle rovine si accumulavano sulla sua via… e con la testa fra le mani, ella si diceva: – “Mio Dio, no!… salvatemi, risparmiatemi!…”
Ella si sentiva buona, piena d’indulgenza: ammetteva che gli uomini sono fatti ad un altro modo, era disposta al perdono, alla rassegnazione; e come Guglielmo una sera le chiedeva affettuosamente se si sentiva meglio, invasa da una gran tenerezza ella l’attirò a sè:
– Vieni qui vicino… sì, mi sento meglio… perchè tu sei buono con me!… Guardami in viso: ti ricordi quel che mi hai detto? come hai potuto?… Dimmi che non è vero, che io sono l’amor tuo… È vero che non è vero?… Guardami, non sono bellina? non sono tutta tua? non ti ho data tutta me stessa? Non ti so amare anch’io?…
Egli aveva mormorato qualche cosa, dei monosillabi, intanto che lei gli passava soavemente una mano sui capelli; poi a un tratto, con un impeto di desiderio, la prese. Uno scontento rimaneva in lei: non era questo che voleva; ella sentiva il bisogno di buone parole, di proteste sincere, di giuramenti teneri; e non ne otteneva. Poi, degli argomenti dimenticati le tornavano alla memoria; avrebbe dovuto dirgli: “Come puoi dire che non m’hai voluta, se m’hai domandata tu stesso? Chi ti forzava? C’era qualcuno che t’appuntava una pistola al petto, quando mi domandasti se ti volevo?…” Però, malgrado tutto, la speranza tornava a fiorirle nel cuore, le tristi visioni si dileguavano; e la sera della beneficiata della Fumagalli, per dargli una prova della sua rinata fiducia, ella lo pregò di andar fuori.
– No; preferisco restare… – rispose lui, passeggiando di su e di giù per la stanza.
– Fammi questo piacere:… Va’ fuori un poco, al circolo, a vedere i tuoi amici… Poi mi dirai che novità si narrano… Fammi questo piacere; starai fuori un’oretta; io t’aspetterò in piedi…
Si lasciò finalmente persuadere. Tornò a mezzanotte, quando la scappata delle carrozze annunziava la fine della rappresentazione. Ella lo aveva aspettato di minuto in minuto, rifiutandosi di credere che fosse al teatro, e quando Guglielmo entrò nella camera di lei, a chiederle come si sentisse, gli rispose:
– Meglio, grazie. Tu sei stato a teatro?…
– Sì, un momento…
Ella si morse le labbra, chiudendo un poco gli occhi. Poi disse, disinvoltamente:
– Una bella serata? Molti applausi?… molti regali?…
– Così, discreta…
Vi erano quelli di lui, fra i regali: ella ricevette il domani un giornaletto satirico, il Ficcanaso, che alludeva agli omaggi raccolti dalla Fumagalli presso le corti estere, specialmente dallo czarevitch… Lesse quelle righe tremando, con la vista intorbidata, sentendosi divenuta la favola di tutta la città, aspettando di leggere un’allusione a sè stessa… Lo sconforto tornava ad abbatterla, tutto sarebbe stato inutile: le recriminazioni come il perdono, l’odio come l’amore. Che cosa dirgli? Perchè tentare ancora di ricondurlo a sè? Adesso, ella era preparata a tutto, s’aspettava uno scandalo pel giorno in cui la compagnia sarebbe andata via; era sicura che egli l’avrebbe seguita o che l’avrebbe raggiunta.
Con suo grande stupore, Guglielmo restò. E prevedendo il peggio, credeva di respirare sapendo oramai rotto quell’intrigo. Però, dacchè la compagnia era partita, egli si mostrava più brusco, più duro, la trattava con minori riguardi. Se ella si vestiva pel passeggio o per le visite, egli gettava un’occhiata sulla toletta di lei, osservando;
– Come ti vesti male!… Ti metti come una contadina…
– Ti pare?… – rispondeva ella, fingendo di prender la cosa con indifferenza e continuando a guardarsi allo specchio.
– Le contadine fanno di questi sfoggi di colori!… Ma non li vedi, i figurini?… Non vedi come si vestono le altre?… Ma già, poveretta, la colpa non è sua; chi doveva formarle il gusto, in quella bicocca dove è stata educata?…
L’amor proprio di lei sanguinava, e in quel preciso momento che egli la denigrava, le tornavano alla memoria tutte le lodi che aveva raccolte in società, da Toledo, da Basile, da tutti: “Come siete elegante!… Dopo aver visto voi, non si può guardare più nessuna!… Siete la Dea dei nostri salotti!…”
Più dei tradimenti, la ferivano i suoi sarcasmi; e adesso ella vedeva tutti i suoi difetti; la sua leggerezza, la sua ignoranza, la sua ridicola vanità. Se discendeva da una stirpe reale, era molto degenerato! Quella nobiltà del sangue non riscattava la volgarità dell’animo, il vuoto della mente! E si proponeva di non curare le sue derisioni; ma quando egli la pungeva più duramente, si voltava un poco verso di lui, chiedendo:
– Adesso sono una contadina, eh?… E quando mi trovavi graziosa, elegante?
– Io?… – esclamava Guglielmo, come cascando dalle nuvole.
– Tu, sì; precisamente tu… Quando mi dicesti, a Misilmeri, sulla terrazza: “Come sei bella, stamani!..”
Allora egli alzava le spalle, con una smorfia di noncuranza.
– Ah, era questo?… Sì, te lo dissi… perchè in quel momento avevi la bellezza dell’asino… La sai qual è, la bellezza dell’asino? Adesso vorrei sapere a che cosa mi servi? Non sei neppur buona a fare un figliuolo!…
Era forse la vera disgrazia. Nei primi tempi, ella non si era molto lagnata della mancata maternità, parendole che fosse borghese divenire incinta appena maritata; adesso riponeva le sue speranze su questo; ma che colpa aveva ella? E quando capitava l’occasione, l’altro non mancava di vilipenderla.
– Già, prima di tutto, sei nana… Io domando come puoi prendere sul serio i complimenti che ti fanno, quando chi ti vede dice subito: “Oh, la nana!…”
Ella avvampava tutta; era il difetto che meno poteva sentirsi rimproverare; e intanto Guglielmo continuava, freddamente:
– Poi, sei bionda fadasse…
– Oh! oh! – protestava allora, vivacemente. – Io ho sempre sentito che il tipo classico della bellezza è biondo…
Egli scoppiava in una risata.
– Oh! per questo, sì! sei proprio classica, te l’assicuro!…
– Io so che tutte m’invidiano i miei capelli d’oro…
– Di stoppa, vuoi dire. Tu poi devi metterti bene in testa una cosa: che le brune durano di più e che la tua, diciamo così, bellezza, finirà presto, non resisterà, che invecchierai rapidamente, che non ti si potrà più guardare…
Questo ella temeva, talvolta; ma perchè doveva egli dirle una cosa tanto dura?
– Allora, perchè non hai scelto una bruna?
– Io scegliere?… Ma se io non volevo prendere moglie di nessuna maniera?… Ah, no; non la vuoi sentire?…
– Ma, scusa, – proruppe ella una volta – se non volevi prender moglie, chi t’obbligò? Chi ti pregò di domandarmi? M’hai domandata, sì o no? Chi t’obbligò?..,
– Ah, chi mi obbligò?… – rispose egli con uno stridore nella voce cattiva. – E tutti gl’intrighi di tuo nonno, non li sai dunque? L’arte infernale con cui mi perseguitò, senza darmi requie, riducendomi al punto che non potevo uscir di casa, per paura di incontrare un amico, un compare, un mezzano, che mi parlasse di questo matrimonio?…
Ella aveva portato le mani alle orecchie, per non udire; ed egli continuava a sfogare, buttandole in viso le male arti del vecchio, le civetterie di lei, le trame che tutti gli avevano ordite quando egli si era ostinato a dire di no, di no, di no.
– Come dovevo farvelo intendere? Non lo vedevi che ero uno trascinato per forza in quella casa, preso alla sprovvista, da una banda di briganti? Non lo sapevi, che c’era una che m’aspettava a Roma, che io andavo a trovarla, che le volevo bene, e che a te no, no e poi no? Ti dissi mai che ti volevo bene? Non mi piacevi! non mi piaci!… E ti dicono intelligente! Non lo capivi dunque? Non capivi che mi seccavi, che io non ero fatto per questa vita, che se avessi voluto prender moglie non mi sarebbero mancate centomila donne, più belle, più ricche, più colte, più brillanti, più eleganti, più spiritose di te?
Adesso ella non sveniva più, non piangeva, non diceva nulla; lo guardava, impietrata, e a un tratto sentiva che quell’uomo era come morto per lei, come trasformato in un altro, che non le veniva nulla, a cui non doveva nulla, con cui non aveva, non avrebbe potuto mai più avere assolutamente nulla di comune… E nella tempesta che le si scatenava nell’anima, ella pensava al partito che le conveniva prendere: andar via da quella casa, subito, separarsi, tornarsene dal nonno: questo era per lei un dovere; non restare in quella casa dove l’accusavano di aver voluto penetrare per forza, contro la volontà del padrone! Sarebbe andata dalla zia Carlotta, senza portar via nulla, neppure le sue cose, neppure uno spillo… Uno scandalo, dei commenti maligni, il trionfo delle sue nemiche – ma che cosa importava quel che avrebbe detto la gente?… O meglio, aspettare il prossimo vapore, andarsene a Milazzo con un pretesto qualunque; una malattia, un cambiamento d’aria… No! No! Quelle mura l’opprimevano, quel pavimento le scottava i piedi; voleva andar via immediatamente, a qualunque costo… E come sua zia sopravvenne, ella le corse incontro, l’afferrò per un braccio, trascinandola:
– Portami via!… ora… all’istante!.. Portami via..,
– Teresa!… Che cos’è stato?… Tu mi fai paura!…
– Voglio andar via, subito!… non voglio restar più qui; – e a frasi rotte, ansimante, le narrava quella scena, le brutalità che quell’uomo le aveva dette, tutto ciò che le aveva fatto soffrire, fin dal primo giorno del matrimonio, rivelando ogni cosa, dando finalmente uno sfogo alla piena dell’ambascia che la soffocava.
– Ebbene, cálmati… Sì, hai ragione… ma cálmati. Teresa!…
– No, voglio andar via: sul momento!
– Sì, andremo via, ma senti… ma aspetta…
Allora, scoppiò a piangere, chiamando la sua mamma, querelandosi alto di esser così maltrattata perchè non aveva nessuno che la difendesse. Come ebbe dato sfogo alle lacrime, udì la zia che continuava ad esortarla:
– … ma chi ci ha colpa?… I matrimonii sono così, figlia mia… Andartene via di casa?… E poi? a ventidue anni?… Che cosa farai? Questo è il destino di noi donne… Credi tu che le altre siano più felici?… Se sapessi!.. È vero, egli non voleva ammogliarsi… ma credevo che si fosse persuaso… Adesso siete legati l’uno all’altro, per sempre… Bisogna armarsi di pazienza, di coraggio… Io gli parlerò, non dubitare… Ti trascura? cerca altre donne?… Se sapessi quel che fanno certuni! Bisogna adattarsi, figliuola mia; armarsi di rassegnazione… Non sai che cosa fa la tua amica Emanuele?
– Che cosa?
– Si marita, con Ragalna: uno che ha vent’anni più di lei, che manca d’educazione, e non d’educazione soltanto… Ma è ricco, è creditore di suo padre, e la buona ragazza si sacrifica… Ne aveva delle fisime, lei?… Ma ciascuno deve portar la sua croce!… Tu hai almeno tante sodisfazioni, sei tanto invidiata…
– E che mi giova?… – proruppe ancora. – Vorrei mangiare pane nero, ed esser voluta bene!…
– Eh!… pane nero… ma servito in piatti d’argento, con un cameriere ritto dietro la tua seggiola, non è vero?… Lo so anch’io!… Credi a me, tu hai molti compensi… Ne conosco tante altre che non ne hanno nessuno!… Prega Dio che ti mandi dei figliuoli: allora sarà un’altra cosa… Intanto, hai la tua casa, la tua situazione sociale, i tuoi piaceri… Cosa vorresti fare? sola, esposta a tutte le malignazioni? Non sai i pericoli che correresti?… Tu parli così perchè non sai!… La moglie deve stare col marito… Rassegnazione ci vuole, pazienza….
E non aveva più smesso per un’ora. Ella rimaneva ad ascoltare, asciugandosi gli occhi, col respiro rotto dai singhiozzi, il viso in fiamme, negando certe cose, consentendo in altre, lasciandosi persuadere a poco a poco, tornando ad opporsi, tacendo finalmente quando sua zia, sentito che Duffredi rientrava, andò a parlare con lui. Così, restò un pezzo sola, cercando di indovinare quel che la zia poteva dire a suo marito, con la tentazione di andare ad origliare, rinunziandovi poi, sfiduciata, indifferente, stringendo amaramente le labbra, finchè i due rientrarono.
– Adesso – diceva la zia – bisogna che facciate la pace… che la collera finisca!…
– Io non sono in collera… – esclamò lui, disinvoltamente, quasi ridendo.
– Fra marito e moglie!… Persone come voialtri, ben educate!… fatte per intendersi!… Guglielmo è stato un poco vivace; ti domanda scusa, non è vero?… E tu gli perdoni… Andiamo, dà un bacio a tua moglie…
Lo spinse verso di lei; Guglielmo la baciò in fronte; ella rimase fredda sotto quel bacio.
– Così, da bravi!… E che diamine!… Ci sono abbastanza seccature nella vita, per crearsene apposta!… Divertitevi, il mondo è fatto per voi!… Adesso arriva l’autunno; perchè non ve ne andate a Misilmeri?…
– Se Teresa vuole…
Ella si strinse un poco nelle spalle:
– Per me!….

III.

Una pace profonda, un silenzio solenne e misterioso, un trionfo di verde su cui l’autunno cominciava a gettare i primi toni di porpora e d’oro. Dinanzi alla villa, una lunga fila di platani altissimi dal fogliame diradato metteva come una cortina, come un merletto immenso, dietro al quale il cielo del tramonto aveva lucentezze di serica stoffa. Un portico i cui pilastri scomparivano negli abbracci dell’edera e dei convolvoli, correva in giro al pianterreno formando terrazza al piano superiore; e da ogni lato l’occhio riposava sopra folte distese di vegetazione, sopra freschi ammanti di erboso velluto. Laggiù in fondo, sulla piccola collina, biancheggiava la chiesetta dedicata alla Vergine, si disegnava una piccola croce sul cielo terso; ed era una malinconia soave, un raccoglimento tenero che i rintocchi dell’ave, tremuli e lenti, facevano discendere in fondo al cuore; intanto che le prime stelle cominciavano a luccicare, incerte, come sguardi velati da un rapido batter di ciglia.
Era la tempesta dalla quale ella usciva? La calma sovrana della natura, la semplicità nuda dei campi, le conciliavano un benessere insperato. In quella malinconica ora del tramonto, quando gli occhi si volgevano al cielo e le labbra mormoravano l’antica preghiera, ella si diceva che malgrado le prove amare, era immune dal peccato; e delle lacrime le gonfiavano le palpebre a quest’idea, al pensiero della sua purezza, come quando, fanciulla, piangeva all’imagine del simbolico velo nuziale. Il giorno, ella se ne andava, sola, sotto l’ombrellino rosso, per la villa, nei posti più deserti, più brulli, scoprendo la poesia della campagna, dei fili d’erba, degli insetti ronzanti, piccoli miracoli della creazione; componendosi dei mazzi di fiori selvaggi che trovava più veri degli splendidi fiori di serra; ricordandosi delle sue passeggiate infantili di Milazzo, sedendo sopra un sasso, sopra un tronco d’albero, sopra un pilastro rovesciato, per pensare alle sue vicende, intanto che con la punta dell’ombrellino richiuso, descriveva dei semicerchi, dei zig-zag, dei segni capricciosi sulla terra. Allora delle tentazioni sorgevano, suo malgrado, dal profondo dell’essere suo. Per discacciarle, schiudeva un libro che aveva portato con sè, vi leggeva un poco, poi lo lasciava cadere. Avrebbe voluto avere qualcuno al fianco, scrivere le iniziali d’un nome con la punta dell’ombrello, intanto che un altro avrebbe fatto lo stesso con la punta d’un bastone; scolpire delle date sulle corteccie degli alberi, essere amata in cospetto del cielo, sentirsi chiamare: Diletta!… Dopo il libro, lasciava cadere anche i fiori: poichè li aveva colti ella stessa, non avevano nessun valore; una margheritina spiccata per lei da un amato, offertale in mezzo al sussurro delle carezzose parole, sarebbe stato un dono impagabile… Mai ella avrebbe provate queste tenerezze, le sublimi fanciullaggini della passione! Tratto tratto, delle oppressioni le facevano alzare il capo e increspar le narici, col desiderio rapido ma acutissimo di sentirsi stringere tutta, forte forte… Suo marito, malgrado avesse una camera per sè, era tornato buono con lei, ma qualche cosa s’era rotto fra loro; e poi, egli non comprendeva nulla, non aveva mai nulla compreso dei bisogni che la travagliavano.
Egli invitava gente a casa, per giuocare, per chiacchierare, per aver fatta la corte: venivano dei contadini agiati, dei notabili delle vicinanze, persone un po’ goffe o esageratamente cerimoniose; con certi visi barbuti da briganti, delle manacce grosse e villose che dovevano insudiciare il raso delle poltrone sul quale si posavano – e dei discorsi interminabili, sulle campagne, sulle culture, sulla caccia. Le donne di quella gente erano ancora più impossibili: infagottate in certi vestiti verde-pisello o color d’albicocco, cariche d’oro come altrettante statue di santi, incapaci di capire qualche cosa: se ella domandava loro che libri leggevano, si sentiva citare la storia di Santa Genoveffa! V’erano appena due o tre persone con cui dire qualche parola: Sampieri fra questi, un bel giovane, ma non giovanissimo, discretamente colto, spiritoso anche, d’uno spirito non troppo fine, però. Egli possedeva la collezione completa di tutte le opere teatrali del mondo: volumi eleganti, riccamente legati, con una custodia di carta bianca; libretti economici, ingialliti, con una incisione grossolana sulla copertina, fascicoletti di farse cuciti insieme: non gli mancava nulla. Aveva la passione del teatro, dicevano che recitasse con arte, e una sera Guglielmo, di buon umore per aver vinto continuamente, gli disse:
– Andiamo, declamaci qualche cosa!
– Cosa vuoi che declami?…
– Quel che ti piace… Teresa non t’ha udito ancora.
Ella non aveva voluto guardarlo in viso, soffrendo per lui, indovinando che suo marito se ne prendeva beffe. Sampieri, intanto, seduto com’era, appoggiando un braccio al tavolo, senza gestire, aveva cominciato a recitare il canto di Francesca, e la sua voce aveva tali vibrazioni sonore, certe inflessioni così penetranti, una pastosità così ricca, che tutti, anche quei rozzi contadini, stavano a sentire, ammirati. Ella alzò gli occhi, e a un tratto vide che la guardava fissamente, comprese che quel canto era detto per lei.
– Benissimo!… Bravo! benissimo!…
Aggiunti i suoi applausi a quelli degli altri, ella era rimasta un po’ turbata dagli sguardi di quell’uomo; poi aveva scrollate le spalle, trovandolo perfettamente innocuo. Ma, ad una per volta, scopriva in lui qualche altra qualità; una sera, sedutosi al piano, aveva eseguite da maestro le variazioni sulla Norma di Thalberg; un’altra volta era passato a cavallo, elegantemente piantato sopra uno svelto animale; e poi conosceva la società palermitana, era intimo di molti Crociati, le parlava delle sue amiche. Ella era tutta stupita di pensare a lui: non avrebbe potuto scegliere, a Palermo, fra tanti che valevano di più? Forse era la frequenza con cui lo vedeva: ordinariamente tutte le sere, qualche volta anche di giorno, la domenica a messa. Adesso studiavano dei pezzi a quattro mani; egli non le diceva nulla, ma tutti i suoi gesti, tutti i suoi sguardi esprimevano una devozione timida e ardente insieme. Una sera, intanto che Guglielmo giuocava a briscola, ella aveva esclamato, con un sospiro, guardando la finestra.
– Che bella luna!
Uno di quei contadini osservò:
– Due goccie d’acqua sarebbero però grazia di Dio!…
– Sarà benissimo, ma queste sere sono un incanto.
– La quistione è…
– Volete dar retta a mia moglie? – interruppe Guglielmo. – Vi farà ammattire, con le sue romanticherie…
Ella s’alzò e andò sulla terrazza. Sampieri ve la seguì.
– Quella gente – le disse – non capisce nulla.
Guardò anche lui in giro per la campagna addormentata, alzò gli occhi alla luna e soggiunse:
– La poesia è la ragione della vita.
Ella chinò un poco il capo, vide che l’uomo divorava con lo sguardo la mano di lei. Sospirò ancora. e colse da un gran vaso un ramoscello di cedronella. Ne aspirò il profumo, morsacchiò un poco le foglie; poi disse:
– Vi piace il profumo della cedronella?
– Tanto!
Gli dette un poco di quella che aveva colta. Vide che egli la portava alla bocca.
Ebbene, sì: lo aveva fatto apposta, per fare qualche cosa, per civetteria, per provare il proprio potere su quell’uomo, per assaporare la sodisfazione di ammaliarlo, persuasa alla commedia dell’amore da quella stagione dolcissima, dalla solitudine della campagna, dalla trascuranza del marito, dalla volgarità dell’ambiente. Ora le toccava restituire le visite ricevute: far toletta, uscire in calèche, per fermare dinanzi a delle case vecchie, dall’aspetto equivoco, le cui finestre si schiudevano al suo arrivo, lasciando passare delle teste curiose, come all’arrivo di un ciarlatano. E intanto che ella saliva su per le scale erte, sfossicate, alzando la veste, col pericolo di rompersi l’osso del collo, schifando di appoggiarsi alle maniglie di legno sudicio o di ferro arruginito, si udiva uno sbatter d’usci, un rispondersi di chiamate e dei guaìti di lattanti. Si presentavano le serve, esterrefatte, colle braccia nude, i capelli arruffatti, le quali restavano a guardarla a bocca aperta quando ella chiedeva: “La signora riceve?…” Finalmente entrava la padrona di casa, confusissima, esclamando: “Quanto onore!… in casa nostra!… s’accomodi!…” e annodandosi poi il fazzoletto sotto il collo, una volta seduta, senza trovar più parola. Allora lei cercava di metter quella gente à son aise, parlando dei bambini, delle signorine, domandando di vederle; e a un tratto, se la madre si alzava per chiamarle, si udivano dei passi allontanarsi precipitosamente dietro l’uscio. In casa dei Cacciarame, una volta, nessuno era comparso, nè servi, nè padroni: l’uscio era aperto, ella aveva picchiato un bel pezzo, finalmente era entrata, dicendo; “È permesso?… È permesso?…” e arrivata sulla soglia d’una specie di stanza di ricevimento, aveva sorpreso un ragazzetto, coi calzoncini aperti, il busto rovesciato indietro, occupato a inaffiare il pavimento… E mentre ella ascoltava i discorsi di quelle contadine, che parlavano del bucato o della conserva di pomodoro, o dei danni che i topi facevano in cucina; intanto che girava uno sguardo per quelle stanze di ricevimento addobbate con un divano di legno risalente al principio del secolo, con due canterani su cui facevano bella mostra dodici chicchere di porcellana decorata, con delle seggiole in giro e delle stampe al muro, ella pensava alla vita dei castelli, alle villeggiature eleganti, sforzandosi di non ridere dinanzi al contrasto fra lo spettacolo reale e quello che la sua fantasia le suggeriva.
Il peggio fu quando dovette andare in casa dei Caruso, per il battesimo d’una bambina. Malgrado ella avesse messa una veste semplicissima, le buccole e i bracciali da passeggio, uomini e donne seduti in giro la divoravano cogli occhi quasi fosse una bestia rara. Non v’era spirito che bastasse a intavolare una conversazione, a darsi un contegno; nè buona volontà che potesse deciderla ad assaggiare certi dolci dipinti in verde, in rosso e in giallo, certi gelati d’un roseo chiaro come pezzi di lardo. Peggio ancora fu quando dovette andare a un festino in Badarò: l’orchestra era composta d’un flauto, d’un violino e d’un contrabasso, e gli uomini sfoggiavano delle cravatte variopinte che facevano male agli occhi. Suo marito l’aveva costretta a ballare, ed ella s’era rassegnata a farsi trascinare da quei cavalieri che evitavano di guardarla, quasi atterriti, e che pareva avessero la bocca cucita, ma che continuavano imperterriti, instancabili, quasi avessero scommesso di procurarle un capogiro. E come Sampieri le si presentò, ella prese il suo braccio, esclamando gaiamente:
– Salvatemi!
Egli rispose, subito:
– Volete fuggire con me?
– Ah! ah! ah!…
– Perchè ridete?… Non sapete che siete il primo, l’unico dei miei pensieri?…
Non potè aggiungere altro, nel rimescolio della folla che li separava; ma ella passò tutta una notte pensando a quella dichiarazione. Sì, le piaceva di averlo innamorato! le piaceva che qualcuno pensasse a lei, che la desiderasse, che le dedicasse tutto sè stesso. Ora egli diventava il suo cavalier servente, dipendeva da un suo cenno, si precipitava a comunicare i suoi ordini, a prenderle qualche cosa di cui ella aveva bisogno; in chiesa, la domenica, custodiva le sue seggiole, nel posto da lei prescelto, le offriva l’acqua benedetta sulla punta delle dita… e, accanto alla pila, ella lo vedeva trasformarsi in Mefistofele, tutto rosso e nero, con delle ciglia a virgola. Ma correva ella pericolo? No, certamente; ne era più che sicura. Pure, certe notti, non prendeva sonno, pensando a lui, trovando un certo fascino nella sua fisonomia, raccogliendosi in tutta la persona con dei sorrisi muti… Spesso, tardava a riprender sonno, provava delle sensazioni indefinibili, uno strano malessere. Durante quelle ore di veglia, aveva udito, qualche volta, dei rumori soffocati, come di usci aperti con precauzione. Non ci aveva badato, quando una notte intese un passo allontanarsi dalla camera di suo marito. Un lampo le attraversò lo spirito: scese nuda dal letto, andò in punta di piedi fino alla camera di lui: la porta era dischiusa, il letto vuoto. Subitamente, si rammentò di certe occhiate che egli aveva rivolte alla sorella del fattore, di certe parole tra scherzose e serie che le aveva dette. Adesso scendeva fin lì! adesso le faceva l’affronto supremo di cercare un’altra donna sotto il suo stesso tetto! e quale donna?… Il domani, ella guardò per la prima volta quella Carmela che vedeva da un mese: non aveva visto ancora che fosse tale da provocare un desiderio… Non provava nessuna gelosia, era semplicemente nauseata, offesa nel suo orgoglio di donna, vedendosi messa a paro con quella femmina. Una femmina! suo marito nelle braccia di colei! Non lo capiva, non poteva ammetterlo. Si sarebbe sentita avvampare dalla vergogna se avesse dovuto rimproverargli di preferirle colei. Bisognava fingere di non saper nulla, cogliere un pretesto per andar via, in modo che nessuno, neppur lui, sospettasse il vero motivo.
E Sampieri si faceva più insistente, le prendeva di nascosto una mano, vi stampava baci di fuoco. Una volta, andato a Palermo, le venne a dire qualche cosa che la colmò di stupore: Toscano era divenuto l’amante di Giulia Viscari.
– Taccia! – ingiunse ella. – Non permetto che si calunnii in mia presenza una amica!
– Ma se è la verità!… Crede dunque che una donna come la sua amica possa contentarsi d’un marito come quello?… Ed egli perorava la sua propria causa, le si metteva arditamente vicino. Ella lo allontanava, si mostrava crucciata. La sua propria virtù era tanto più meritoria, in quanto se ella avesse dato un convegno a quell’uomo, avrebbe usato del suo diritto di rappresaglia!… No, non era virtù; tornata a Palermo, paragonandolo mentalmente agli altri uomini che adesso aveva sotto gli occhi, ella formulava nettamente il proprio pensiero: sarebbe stato un peccato cadere per lui: ella valeva di più!…
Inaspettatamente, la sua imaginazione si gettò sopra un’altra via; qualche cosa avveniva in lei che le dava una gioia superstiziosa; ella era madre! era stata la sua creatura che l’aveva salvata! Adesso, non aveva pensiero che non fosse per la sua bambina – doveva essere una figliuoletta, già la scorgeva in sogno, tutta vestita di bianco!… Delle notti, non chiudeva occhio, rappresentandosi la nuova vita che si sarebbe schiusa per lei, pensando al modo con cui suo marito avrebbe accolta quella notizia che non si risolveva a dargli come per castigarlo dei dolori che le aveva procurati.
Egli, quasi avesse compreso il motivo pel quale era tornata più presto in città, ricominciava a punzecchiarla, a metterla in caricatura per le sue pose, giacchè ella, sentendo adesso crescere quei sintomi, aveva dei momenti d’abbandono, delle smanie senza causa, o delle astrazioni profonde, durante le quali smarriva quasi il senso della realtà esteriore.
– Cosa fai?… A che pensi?… Non hai nulla da fare?…
La voce di lui la scuoteva ad un tratto. Egli gironzava per la camera, ficcando il naso da per tutto, e se vedeva dei libri, esclamava:
– Ti rimpinzi il capo di sciocchezze, eh? Non ti bastano quelle che già vi hai!… Cosa sono, romanzi?… Lo dicevo io!…
– Che faccio di male?
– Nulla! Nulla di male e nulla di bene! Sei un essere perfettamente inutile! Che tu esista, che tu non esista, è lo stesso. Senza infamia e senza lode!…
E un giorno aveva ripresa l’antica lamentazione:
– Non sei neppur buona a far figliuoli!… Neppure questo!… Se avessi presa una donna qualunque, almeno m’avrebbe dato un erede…
Ella lo guardò, battendo un piede, indugiando a rivelargli la sua scoperta, cercando un’espressione adatta; ma egli riprendeva, gettando una rapida occhiata sulla persona di lei:
– Già, come potrebbe farlo?… Dove lo metterebbe?… Bella razza vorrebbe essere! E certo che i miei figli non sarebbero granatieri!
Ella si alzò, appoggiando le mani al suo tavolino da lavoro.
– Taci – ingiunse. – Io sono incinta.
Guglielmo si fermò, guardandola stupito.
– Tu? Non può essere!…
Così accoglieva l’annunzio della paternità. Però, dopo esser rimasto un momento in silenzio, le chiese premurosamente:
– Ne sei proprio sicura?
Ella chinò il capo, lasciandosi ricadere sulla poltrona. E come l’altro, facendosele vicino cogli occhi ridenti, tentava di baciarla in fronte, ella disse:
– Scóstati!…

IV.

La levatrice, curvatasi su di lei che, appena tornata in sensi, la interrogava cogli occhi, esclamò trionfalmente:
– Eccellenza, un maschio!… è un maschio!…
E subito dopo Guglielmo entrò, pallido, ancora tremante dall’emozione.
– Teresa!… Come stai?… Hai sofferto?
Ella fece un gesto vago, col braccio fuori delle lenzuola, per dire: “Tanto!…”
– È un maschio, sai?… Io non mi son fidato di vederti soffrire… Portatelo qui…
E la baciò in viso.
Intorno alla zia, che entrava col neonato in braccio, la levatrice, Stefana, le donne di servizio, facevano un gruppo estatico. Ella vide il suo bambino, paonazzo in viso, cogli occhi socchiusi, e la prima impressione fu un rinnovamento della sofferenza che le era costato. Guglielmo lo tolse alla zia e glie l’appressò.
– Guarda com’è grande e sano!
– Sono dunque buona a qualche cosa? – disse lei, con un debole sorriso.
E come si sentiva adesso al fianco la piccola creatura, il corpicino fragile e tiepido, vivo frutto delle sue viscere, il ricordo dei tormenti sofferti si disperdeva, si dissipava, nel dilagamento di una tenerezza orgogliosa, di una gioia superba. Un rammarico secreto però l’offuscava: ella pensava alla figlia che aveva aspettato, sentiva quasi il dolore di averla perduta…
I giorni del puerperio passarono rapidamente, pieni di visite, di congratulazioni, della gioia sempre nuova di sentirsi allato la piccola creatura, della sensazione voluttuosa di un ritorno alla salute, del sapore che la vita cominciava a riprendere. Si era ostinata ad allattare la creaturina; però essa non si nutriva, diveniva inquieta, e Guglielmo, sostenuto dal dottore, l’assediava a tutti i momenti:
– È una pazzia!… Bisogna prendere una nutrice, il bambino deperisce a vista d’occhio!… Soffri tu stessa…
Finì per cedere, a malincuore. Le pareva che la sua sofferenza sarebbe stata santa, che il conforto d’un dovere compiuto l’avrebbe compensata a dismisura. Ma la salute del piccolino era a patto della sua rinunzia. Dinanzi allo specchio, la prima volta che lasciò il letto, rimase lungamente a guardarsi, passandosi una mano sulle tempie, trovando che non era molto imbruttita, che il pallore diffuso sul suo viso le stava bene.
Pel nome da mettere al bambino c’erano state lunghe discussioni. Se avesse avuta la figlia che ella desiderava, l’avrebbero chiamata Costanza, come la moglie di Enrico VI, l’ultima d’Altavilla che cinse la corona regale; ma aspettando e quasi pretendendo un maschio, Guglielmo s’era ostinato a volerlo chiamare Drogone, il solo nome di famiglia che s’era perduto nel corso dei secoli. Ella non aveva voluto acconsentire, parendole troppo curioso: Drogone, Dragone!… Le sue preferenze erano per Tancredi, lo zio marchese aveva proposto Ruggero, ma tutti s’erano finalmente accordati sopra Roberto. Per la festa del battesimo arrivò il nonno da Milazzo; la cerimonia venne celebrata in casa, dinanzi a un altare improvvisato, tutto risplendente di ceri, tutto odoroso di fiori, tra una folla di parenti, di amici, di conoscenze. Dei bambini e delle bambine, intorno al gruppo formato dal prete, dal piccolo chierico, dalla levatrice e dai compari, reggevano delle grosse torcie, serii, impettiti, cogli occhi sgranati dinanzi al nuovo spettacolo; e lacrime di commozione le rigavano le guancie, a quella vista, nell’udire le sacre parole, nel baciare in fronte la sua creatura divenuta cristiana…
A poco a poco, finì di rimettersi, le rose della salute le fiorivano in viso; però il suo corpo s’era sformato, aveva preso delle pieghe indelebili. Una tristezza sottile la penetrava: ripensava al suo passato di fanciulla come a quello di una morta. I sorrisi di Bébé la riconfortavano: ella sarebbe vissuta tutta per lui. Aveva ripreso a ricevere, a rivedere le amiche: il matrimonio di Bice Emanuele col barone Ragalna si compiva giusto in quei giorni. Che brutto uomo! che maniere goffe! E pensare che quella sua compagna aveva sdegnato tutti i corteggiamenti dei giovani più graziosi ed amabili, non trovandoli abbastanza rispondenti al suo ideale!… Che sorprese riserbava la vita!… Adesso, nelle conversazioni mondane, da certe allusioni, da qualche reticenza, ella s’accorgeva che la voce riferita da Sampieri intorno a Giulia Víscari si faceva strada, che le davano Toscano per amante. L’amica era come prima gaia e spensierata: a seguirla in tutti gli atti della sua vita non si poteva comprendere se le allusioni della gente fossero fondate o no. Ed ella passava lunghe ore pensando a quel mistero, con un’avida curiosità di penetrarlo. Se era vero quel che si mormorava, voleva dire che Giulia aveva fatto un calcolo sposando un altro, aspettando di tradirlo – e qual fede, dopo questo, poteva avere in lei il suo amante? Ma non era anch’egli un uomo leggiero, incapace d’un vero sentimento?… A momenti, li invidiava imaginando le secrete felicità che dovevano gustare; più tardi, vedeva nella loro condotta la negazione d’ogni poesia. Ma se era stata invece una fatalità che li aveva rimessi in presenza l’uno dell’altra?… E quelle imaginazioni la stordivano.
Venivano in casa sua molti uomini, dei giovanotti eleganti; per difendersi dalle tentazioni ella metteva fra loro e sè stessa il suo bambino, come un’egida, come un baluardo. Però un bisogno di carezze la spingeva verso suo marito – ed egli tornava ad esser freddo con lei. Era pazzo pel figliuolo, restava lunghe ore a giuocare con lui, lasciandosi strappare i capelli, facendolo ballare, buttandosi per terra, ridiventando bambino; ma poi, consegnatolo alla balia, si vestiva, andava via e non tornava che all’ora del desinare.
Ella gli leggeva in viso nuovi tradimenti, nuove tresche; però non si ribellava più come un tempo. Comprendeva che oramai tutto era inutile, che bisognava lasciarlo fare, rassegnarsi a non contar su di lui. Crescendo, Bébé si faceva irrequieto, aveva delle smanie nervose durante le quali si dibatteva e gridava, ostinatamente, ferocemente, senza che nulla valesse a calmarlo. Quelle strida finivano per irritarla, per darle quasi la voglia di picchiarlo. E doveva anche sentire suo marito che incolpava lei, perchè non sapeva prenderlo con le buone. Poi si rimproverava d’essere una cattiva madre, tornava vicino al figliuoletto, sopportando pazientemente le sue bizze, il suo pianto, la sua rabbia.
Erano andati ancora in campagna: Sampieri non c’era più. Ella passava il suo tempo leggendo, divorando romanzi sopra romanzi, d’ogni genere e d’ogni dimensione, fino a stordirsi, fino ad ubbriacarsi. Questa volta la vita dei campi la seccava, le goffaggini dei contadini non la facevano più ridere. Pensava all’inverno, alle feste dove sarebbe andata, alle tolette che avrebbe portate; e appena tornata a Palermo andò a trovare Giulia Víscari, per prendere i suoi consigli.
Al portone, fecero qualche difficoltà prima di lasciarla passare, come se per lei l’amica non fosse sempre in casa.
– Sei visibile? – disse, entrando nel boudoir mezzo buio. – Si può aver l’onore e il piacere?…
Giulia le venne incontro, la baciò, e si mise ad ascoltare ciò che ella narrava della villeggiatura, del suo bambino, dei suoi progetti.
– Che cosa si porta, quest’anno?… Hai ricevuti i figurini?… Tu vedi in me una massara di Borgetto!
L’amica le diede dei giornali di moda, che ella sfogliò, appoggiandoli sulle ginocchia di lei, sollevando la veletta per veder meglio le figure colorate.
– Guarda che traînes!… E come si fa a muoversi?… Da per tutto giallo, intanto… pare che si porti molto?…
– Sì, credo…
– Ma coteste pettinature basse sono un orrore!… Guarda che teste!… sembrano schiacciate… È una moda disgraziata, non trovi?
– Sì…
Giulia, col viso in ombra, non guardava i giornali, rispondeva a monosillabi.
– Tu non hai pensato a nulla, ancora?
– Non ancora…
– Io, sai, vorrei cambiar sarta: quella Rabbi non me ne azzecca una. Vorrei prendere Grandoni, ma per un abito così… il bello lo farò venire da Parigi. Ti decidi anche te?…
L’amica non rispose.
– Diamo insieme la commissione!… Se non sei decisa, t’aspetterò… Bisogna eclissare tutte le altre, non debbono guardare che noi!…
A un tratto, ella udì un rumore sommesso, come un singulto.
– Cos’è?…
Giulia, con la testa sul petto, il corpo sollevato da rapide scosse, rompeva in pianto disperato.
– Giulia!… Tu piangi?… Giulia, cos’hai?…
L’altra scrollava le spalle, con un moto convulsivo, mormorando:
– È finita!…. Per me è finita!…. Non v’è più nulla!…
– Ma Giulia!… Giulietta!… Buon Dio!… Guardami, ascolta!…
E cavato di tasca il fazzoletto, fattasi vicina all’amica, le asciugava gli occhi, l’abbracciava amorosamente, le prendeva la testa fra le mani guantate.
– No…. lasciami!… io sono morta!… – Di repente la scostò, porgendo ascolto, con una paura mortale sul viso.
Ella s’era alzata, mettendosi innanzi alla sua compagna, pronta a difenderla, a coprirla col proprio corpo. Ma nessuno veniva, e Giulia riprendeva a gemere, sommessamente.
Delle domande le salivano alle labbra, temeva però di essere indiscreta. Chiese soltanto:
– Tuo marito?
– Sì, mi ucciderà… lo ucciderà… Dio!… Dio!… Va’, corri, salvalo!
– Sì, quel che tu vuoi!… conta su di me, per la vita e per la morte!…
Ella aveva già compreso che si trattava di Toscano; senza nominarlo, Giulia le narrava confusamente, a frasi lacerate dai singhiozzi, la storia di quella passione, il tradimento di una cameriera, la scena fatta dal marito la notte innanzi, i suoi tentativi di difesa, l’incertezza paurosa in cui ora viveva.
– Ma allora vattene di qui!… Torna da tua madre!…
– Per confermare i sospetti di lui?… Mio Dio!… Mio Dio!… E non poter avvertire quell’altro… non potergli mandare una parola!…
– Sono qua io!…
– Tu?..,. Sì, è il Signore che ti manda!…. Ascolta… questo biglietto… lo avevo preparato stamani… lo metterai alla posta?… Teresa, sorella mia!…
Ella andò via tutta turbata dalle rivelazioni dell’amica, da quel soffio di passione fatale che s’era sentito alitare in viso. Adesso giustificava i due amanti; e negli stessi pericoli che pendevano sul loro capo trovava un fascino arcano. Quelle lotte, quelle emozioni non davano un prezzo alla vita? Più che di compianto, Giulia le pareva degna d’invidia!.. La trovava soltanto troppo debole: al suo posto, ella si sarebbe lasciata straziare il petto senza piangere, senza confidarsi a nessuno, neppure alla sua mamma! Si sarebbe composta una maschera in viso, avrebbe recitata una parte da commedia, sorridendo con la morte nel cuore!…
La sera dopo, Guglielmo, girando intorno alla tavola da pranzo prima di prendervi posto, annunziò:
– Il barone Turi ha cacciata via sua moglie. Non si parla d’altro.
– Come?… Quando?…
– Oggi; ha intercettata una lettera di Toscano, chiara ed esplicita… Ha mandato a chiamare i parenti di lei, ha detto loro: “Conducete via questa signora.” L’ha cacciata via come si trovava, in veste da camera e pantofole, dinanzi a tutti i servi. Ha fatto benissimo.
Ella rispose, lentamente:
– Se questo signore fosse qui, gli direi sul viso che è un facchino.
– Ah, è un facchino?… Allora, che cosa doveva fare? Dirle: “Continuate pure, accomodatevi, volete anzi che io vi regga il candeliere?…”
– Come sei volgare!
– La distinzione che mi viene dinanzi!… È un facchino, eh? perchè la scaccia via, perchè difende il suo onore?… Ma io l’avrei accompagnata a calci in dietro!
– Si può difendere il proprio onore senza degradarsi. Perchè fare uno scandalo? Che cosa vi si guadagna? Che tutti sanno subito quel che si sarebbe saputo, in modo vago, più tardi!… Avrebbe invece potuto aspettare, cogliere un pretesto per separarsi tacitamente… E non esporre una signora agl’insulti della servitù.
– Una signora, eh?… La chiami una signora?…
Ella lo piantò lì. Era brutale, volgare ed egoista come tutti gli uomini; sarebbe stato uno sprecar tempo inutilmente il discutere con lui. Un dovere adesso le incombeva: sostenere la propria amica, aiutarla, provarle che l’amicizia non era un nome vano per lei. Avrebbe voluto andare a trovarla subito, quella sera stessa o il domani mattina; però la sua presenza, in quei primi momenti di spiegazioni intime, avrebbe potuto essere inopportuna. Invece, le scrisse: “Amica mia, in quest’ora che una catastrofe tremenda sconvolge la tua vita, che il tuo animo nobile e buono si colma di un’amarezza infinita, io vorrei esserti al fianco per dirti quanta parte prendo al tuo dolore e quanto vorrei adoperarmi per alleviarlo! Ignorando se tu sei in istato di veder gente, aspetto con ansia tue notizie e mi ripeto sempre, sì nei tristi come nei lieti eventi, tua affezionatissima sorella, Teresa.”
Quantunque Toscano fosse partito subito, una tempesta di condanne, di dileggi, di disprezzi piombava intanto sulla caduta, uomini e donne s’accanivano contro di lei e il vuoto le si faceva d’intorno. Ella andò a trovarla, in carrozza aperta, di pieno giorno, innanzi al mondo; e sola contro tutti la difendeva, trovando ingenerosa la condotta delle altre, ripetendolo ad alta voce, in ogni occasione. Ed ecco che una malignità vigliacca le arrivava all’orecchio: dicevano che ella difendeva l’amica perchè all’occorrenza avrebbe contato sul ricambio…. Il colpo la ferì profondamente. Così dunque il mondo apprezzava quello che era in lei moto generoso e sentimento sincero: così, chiamandolo un calcolo, con la gratuita rinnovazione dell’augurio malvagio!… Per fortuna, ella non aveva nulla da rimproverarsi, la sua coscienza era netta; ma una solidarietà con tutte le oppresse la faceva ribelle alla ipocrisia sociale. Come se quelle che eran le prime a scagliar pietre, fossero tutte immacolate! Come se la virtù di cui certune si ammantavano non pesasse loro più di una cappa di piombo!…
Ella continuava a veder Giulia, ad accompagnarla in pubblico; però trovava che l’amica s’era rassegnata molto facilmente alla separazione dall’amante. Mettendosi col pensiero in una posizione simile a quella di lei, trovava che non avrebbe potuto resistere a viver lontano dall’uomo amato; tanto, il danno era fatto; ma se vi fosse stata qualche cosa da sfidare ancora, chi l’avrebbe arrestata?
Suo marito, inaspettatamente, le disse una sera:
– Potresti fare a meno di star tutti i giorni con la Turi.
– Ti dispiace? – rispose ella, freddamente, pronta a prorompere.
– Mi dispiace, sicuro, tutti i giorni, come se fosse tua sorella!… Io vedo che le altre non la trattano…
– Se le altre son vili, non è una ragione che io segua il loro esempio.
– Adesso lascia stare la tua cavalleria da tavola rotonda!… Ti ho detto che mi dispiace…
Ella disse, ancora più freddamente:
– Non ho che farci.
– Sentiamo questa, adesso…
– Guglielmo!… È inutile che tu insista. Ho un’amica a cui accade una disgrazia… le altre le dànno addosso; io la difendo e la difenderò…
– Ah, la chiami una disgrazia?… Povera innocente! è stata una tegola piovutale sul capo, eh?… Chi glie l’ha fatto fare, dunque? Che cosa le mancava, in casa di suo marito?
– Tu credi che queste cose si facciano per un bisogno materiale?
– Ah, lo so… i bisogni del cuore! il vuoto dell’anima! Di’ piuttosto che l’aveva nel sangue, quella…
Ella sorse in piedi, pallida, fremente.
– Bada come parli.
– Parlo come si merita…
– Guglielmo, bada! È una mia amica… Bada che non tollero che tu l’insulti in mia presenza!
Egli brontolò qualche cosa, cedendo dinanzi alla minaccia. Ella s’acquetò a quella sodisfazione; non sapeva dove si sarebbe arrestata se egli avesse continuato.
Abbandonare Giulia, fare come le altre, le sarebbe parsa una indegnità, tanto più che non v’era in quel momento nulla da rimproverare nella condotta dell’amica. Un bel giorno, però, Toscano tornò a Palermo. Allora, l’accanimento contro la caduta ricominciò, più feroce. Ella raddoppiava d’attenzioni per lei. Toscano glie ne era grato, le dimostrava, in certi saluti rispettosi, in certe strette di mano, quanto apprezzava quella condotta. Egli del resto obbligava anche gli altri al rispetto; aveva provocato Platamone, che era stato uno dei più malvagi contro la caduta, gli aveva assestata una tale sciabolata sul braccio, da storpiarlo malamente. E vedendosi ossequiata da lui, ammirando il suo coraggio, la sua eleganza, la distinzione dei suoi tratti, ella pensava: “Se egli s’innamorasse di me?…” Un romanzo s’intrecciava nella sua fantasia: ella vedeva Toscano lottare tra la vecchia passione e la nuova, Giulia accorgersi di avere in lei una rivale; l’amicizia contrastare con la gelosia, l’amore col dovere, dei sacrifizii compiersi da una parte e dall’altra… Fantasie di cui sorrideva, creazioni della sua imaginazione eccitata, che non avevano nessuna base nella realtà, poichè Toscano, come diventato un altro uomo, viveva esclusivamente per Giulia, compensava coi trasporti d’una passione sempre più calda i dolori che la falsa situazione le procurava… Se l’amica sua era dunque tanto felice, voleva dire che non aveva più bisogno di lei; ma, più che questa idea, era una specie d’invidia, sottilissima ed inconfessata, che la faceva allontanare a poco a poco; una sorda gelosia, non per Toscano, che non le veniva nulla, ma per le gioie arcane di cui la vita di Giulia doveva esser fatta…
Però ella adesso vedeva dovunque delle felici. Lisa Ramondetti era amata da Vadalà: l’uno andava dove andava l’altra, e quale emozione non doveva procurare l’incontrarsi in pubblico, cerimoniosamente, con chi si aveva avuto al fianco, nella più grande delle intimità!… La Molina le faceva vedere, nel suo salottino, l’angolo in cui passava il suo tempo, circondata da tutti gli oggetti che le erano cari: un quadretto con una iniziale nera per firma, un’anfora di bronzo, un tagliacarte di filigrana d’argento, un cofanetto sempre chiuso – dei regali d’amanti! La baronessa Marcieff, una russa che svernava a Palermo, seguìta da un marito vecchio e filosofo che la lasciava libera di fare tutto quel che le piacesse, era entrata in relazione col conte Roberto di Diana: tutti lo sapevano, sapevano i loro convegni in una casa di via del Papireto, le passeggiate notturne che facevano insieme, al porto, fuori porta Vittoria. La principessa parlava dell’amante innanzi alle persone; a lei una volta aveva detto, spiegando perchè non era andata ad una festa: “Roberto non può venirci!” Una nuova conoscenza, quella di Antonietta Rossi, moglie di un capitano di vascello venuto in missione, era diventata presto intima. Era bionda come lei, ma più ben fatta, souple, élancée dall’espressione più langoureuse. Si lagnava del soggiorno di Palermo, della lontananza dal proprio paese. Quando ella le proponeva di andare insieme in qualche posto, di far toletta, rispondeva:
– E perchè poi?… Son cose di cui vale la pena quando c’è un interesse, uno scopo…
Più tardi, con la confidenza cresciuta, aveva spiegato meglio:
– Quando si deve piacere a qualcuno, quando si va ad incontrare l’amante… Per chi vuoi che mi vesta?… Tu, sì…
Ella non protestò. A poco per volta Antonietta le narrava il suo romanzo, il grande amore della sua vita: un conte veneziano, discendente dai Dogi, ricchissimo, che possedeva non so quante ville, una delle quali aveva messa a sua disposizione; poi, le gelosie del marito, certe scalate di notte, per mezzo di corde di seta; delle lettere anonime, la denunzia d’un segretario che s’era innamorato di lei; un seguito di avventure che ella ascoltava a bocca aperta, credendole tutte, con la secreta mortificazione della propria inesperienza che non le suggeriva nulla da raccontare a sua volta. Poi le confidenze dell’altra si erano fatte più intime: aveva avuto un altro amore, prima di maritarsi, suo marito non l’aveva trovata ragazza; ma neanche lui aveva aspettata la cerimonia nuziale… Allora, s’era messa ad enumerare altre cose: quello che gli amanti pretendono, le sensazioni che essi procurano…
Tutto questo l’aveva leggermente nauseata; udendo parlare l’amica dei suoi antichi amori con un tono di voce tranquillo, anzi con una specie di lieta compiacenza, ella si diceva che colei doveva essere molto leggiera, per non commuoversi al ricordo degli uomini dai quali era stata amata, per restare così indifferente dinanzi all’evocazione della sua vita sentimentale. Ma se ella avesse amato, se fosse stata amata, solo la morte avrebbe potuto cancellar dal suo cuore le memorie d’un grande affetto!… L’invidia secreta per le fortune delle altre donne si temperava allora col sentimento della propria superiorità; ella sentiva che esse meritavano il severo giudizio del mondo. Però, fuori della colpa, nella santità del matrimonio, la passione non avrebbe potuto esistere? Mondini, uno degli avvocati di casa Duffredi, aveva preso in moglie una cugina: come l’amava! Ella era stata un giorno a trovare la giovane coppia, in una casetta di campagna, nascosta tra gli aranci sulla via di Monreale; era tornata via tutta rimescolata: Mondini, cogli occhi umidi, non aveva parlato d’altro che della sua felicità, dell’adorazione che aveva per sua moglie; a un certo punto, senza curarsi della presenza d’un’estranea, le aveva messo una mano sui capelli e l’aveva baciata in bocca…
Precisamente come suo marito!… Egli era adesso più freddo di prima: aveva assunto con altri amici l’impresa del teatro di musica, rimettendoci quattrini a palate, per fare il pascià in mezzo alle cantanti e alle ballerine; e tutto il giorno se ne stava con dei giovanotti scapoli, con le combriccole di viveurs, di coureurs de femmes, con tutti coloro ai quali venivano raccomandate le donnine allegre di passaggio e che se le passavano di mano in mano… Ella cercava di rifarsi col suo bambino; ma questo diventava ogni giorno più irascibile e sembrava nutrire un’avversione per lei. Col padre, che gli lasciava fare tutto quel che voleva, stava volentieri; con la zia Carlotta che lo guastava peggio, era tutto sorrisi e battute di mani; se lei lo prendeva in braccio, la picchiava sul capo, le graffiava il viso, le afferrava il naso, le strappava i capelli, si torceva come un serpe, rosso quasi stesse per iscoppiare, e non si chetava se non quando tornava con la balia o con Stefana.
I giorni di lei passavano monotoni, vuoti, o pieni soltanto di fantasticaggini, di rimpianti, di aspettative vaghe e sempre deluse che accrescevano la sua irrequietezza. Le distrazioni che un tempo aveva amato adesso la tediavano; sentiva che mancava uno scopo alla sua vita, e un’oppressione insoffribile, atroce, l’accasciava all’idea che gli anni passavano, che il tempo volava… La gioventù! la stagione più bella della vita! la stagione che non sarebbe tornata mai più!… E dei sorrisi d’amarezza le spuntavano sulle labbra.
Un giorno era così, sola, nel suo salottino dalle cui finestre socchiuse filtrava una scarsa luce, quando Guglielmo rientrò, insolitamente presto.
– Ti conduco una vecchia conoscenza, – disse.
Un altro che era con lui s’avanzò. Nella penombra, ella non distingueva i suoi tratti.
– Non mi riconosce?…
– Accardi!… – esclamò, sollevandosi e tendendogli una mano. – E come a Palermo?… Da quando?…
– Per affari, appena da ieri l’altro.
– Aspettami un momento – disse Guglielmo all’amico… Poi, rivoltosi a lei, avvertì: – Stasera resta a desinare con noi…
– Naturalmente!… E che notizie mi porta da Milazzo?
Egli cominciò a riferirne tante: dei matrimonii, delle morti, delle emigrazioni.
– E di Bianca Giuntini, ne sa nulla?… S’è poi maritata?
– Maritata?… È già divisa!
– Come?
Egli raccontò una storia. Mentre parlava, ella stava a guardarlo; pareva non fosse cresciuto; a trent’anni, quanti doveva averne oramai, conservava l’aspetto minuto e gentile dell’adolescenza. Quando ebbe finito di raccontare, guardò intorno per la stanza. Chiese:
– E lei?… Ha già un bambino?
– Sì.
Aggiunse ancora, guardandola:
– È felice?
Ella rispose, vagamente:
– Sì…
Sopravvenne Guglielmo; i due amici andarono via. Ella restò inchiodata sulla sua poltroncina, con le mani inerti, la testa bassa. Come per un sasso caduto in mezzo ad acque stagnanti, un’agitazione si diffondeva nel suo pensiero, ne guadagnava a ondate le pieghe meglio riposte… Luigi, l’antico amore, i giorni lontani di Milazzo, il presente così diverso dell’avvenire sognato, la fatalità che le rimetteva ora dinanzi quell’uomo, ciò che sarebbe accaduto fra loro prolungandosi il soggiorno di lui… Pensava ancora quand’egli tornò insieme con suo marito. Il desinare fu gaio, Guglielmo era di buon umore, parlava continuamente con l’amico, che però si rivolgeva quasi sempre a lei, dicendole delle cose gentili, approvando ciò che ella diceva. Quando passarono nel salotto, Guglielmo li lasciò un poco soli.
Accardi rammentò alcune scene di Milazzo, la rappresentazione, la seduta fotografica, insistendo sulla parte che vi aveva presa lei stessa; ed ella credeva di leggere delle allusioni al loro passato, imaginava che egli non avesse potuto dimenticarlo. L’altro parlava ancora, la faceva ridere al ricordo di certi incidenti comici, quando suo marito tornò per condurlo via.
Venne a trovarla due giorni dopo; ella era sola.
– Partirò presto… – annunziò, con una sfumatura di tristezza nell’accento, dopo averle parlato di cose indifferenti.
Ella disse, con un falso sorriso, per provocarlo:
– Non la tratteniamo… L’aspetteranno!
– S’inganna!… Nessuno m’aspetta… come nessuno m’ha aspettato.
Il colpo era diretto a lei. Ella abbassò gli occhi. L’altro continuava:
– Avevo sognato… avevo sperato di poter ottenere una immensa felicità… Mi duole troppo di vedere che questa felicità è d’un altro… Non so rassegnarmi ad esserne spettatore!…
Il cuore di lei batteva violentemente. Una musica di parole turbatrici, mai udite; una sincerità commossa d’accento in quel rammarico sommesso di cui ella era l’oggetto… Ella era l’oggetto di quella passione! qualcuno l’amava! glie lo diceva!…
Egli s’alzò, sospirando. Fece qualche passo; poi le si avvicinò nuovamente, le disse:
– Come avete potuto dimenticare?
Ella rispose, guardando lontano:
– È la colpa della vita!
Subito si pentì, indietreggiando, poichè egli le era quasi ai piedi, le prendeva una mano, glie la stringeva con forza.
– Dunque lo confessate? Voi non siete felice?… Sapevo che non era possibile!.. Quell’uomo non è fatto per voi!.. Oh, se sapeste!… – Poi, con più fervore, stampandole un bacio sulla mano, soggiunse – Teresa, io vi amo!…
– Barone!…
S’era alzata, liberandosi da lui.
– È troppo tardi… io non posso ascoltarvi!… Qualunque sia lo stato dell’animo mio, ho dei doveri: bisogna che io li adempia, a qualunque costo.
– A costo del vostro cuore, a costo della vostra felicità?
– A qualunque costo!
Ella si lasciò ricadere nel suo cantuccio. Vide che egli si stringeva la fronte tra le mani; a un tratto le tornò dinanzi.
– Ebbene, sia… ma lasciatevi amare, se non mi amate!… non è un delitto questo!… Voi non potete impedirlo!…
Era il suo sogno: un amor puro, un affetto secreto che occupasse l’anima, che illuminasse la vita.
Ella taceva, dicendo di sì col pensiero. Così egli non partiva, tornava ancora a trovarla, a ripeterle delle parole di fuoco quando erano soli, a dirle con lo sguardo: “Vedete a chi vi sacrificate?” quando Guglielmo, non prendendosi più soggezione dell’amico, si rivelava qual’era. Le baciava la mano, tentava di abbracciarla: ella gli sfuggiva, mettendolo a posto con una parola, godendo del dominio che esercitava su di lui, inebbriata dalla passione che aveva destata, dagli stessi pericoli che correva, impedendogli di continuare quand’egli si faceva troppo insistente, ma aspettando sempre che ricominciasse.
Ella si domandava: “Cadrò?…” e al pensiero colpevole, all’idea del peccato, chiudeva gli occhi, giungeva le mani: mormorando: “No, no!…”
Una volta ella aveva il suo bambino in braccio; come si mise a baciarlo lungamente, egli disse:
– Non baciate così!
– Oh!… da quando in qua si proibisce alle mamme di baciare i proprii bambini?…
– Si proibisce di far dannare la gente!…
Ella rideva, sentiva disarmarsi, e come anche lui dava dei baci al suo figliuolo dove ella stessa lo aveva baciato, si sentì turbare, chiamò Stefana per riconsegnarle il piccolino.
Di tanto in tanto, egli annunziava drammaticamente:
– Partirò domani…
– Fate un buon viaggio – augurava ella, con un sereno sorriso.
– Come siete fredda!… Come siete senza cuore!… Come nulla vi scuote!… Io potrei morirvi dinanzi senza costarvi un palpito solo!
– Non sono fredda, sono saggia.
– Siete senza pietà!
Altre volte egli supplicava:
– Se andrò via, se non resterò qui, che cosa temete?… Chi saprà nulla?… Non avrete a temere neppure di incontrarmi: non vi verrò mai più dinanzi…
– E la mia coscienza?
– Ma un’ora d’ebbrezza, il paradiso per un’ora, da ricordare per tutta la vita?… Sì?… dite di sì?…
Ella rispondeva, sentendosi struggere:
– No.
Non sapeva ella stessa come quelle risposte le salissero alle labbra. Quell’uomo le piaceva, la tentazione era piena di fascino, ed ella si stupiva di non trovare l’argomento capitale contro quegl’incitamenti: l’impossibilità, per lei, di ammettere il capriccio di un’ora.
Un giorno che Guglielmo era in campagna, egli fu più insistente del consueto.
– Abbiate pietà di me!… Siamo soli, che cosa temete?
E la baciò sulla bocca.
– Scostatevi!… Io ho in custodia l’onore di un uomo… di un vostro amico!… Sarebbe una slealtà…
– Ma egli vi tradisce… con chi è indegna di alzar gli occhi su di voi!
– Vorreste che diventassi un’indegna anch’io?…
– Sempre il freddo ragionamento! Come siete calcolatrice!… ed io, come sono…
Ad un tratto l’afferrò per la vita, la piegò a viva forza, la rovesciò sul divano.
Tremando, balbettando, respingendolo con le braccia irrigidite, ella disse:
– Per pietà… ve ne scongiuro…. lasciatemi… No, per pietà!…
Egli si sollevò, pallido e sconvolto.
– Sta bene… poichè non volete…
Si contorse i baffi, girò intorno il capo come in cerca d’aria; poi soggiunse:
– A rivederci.
Ella gli stese una mano, supplicando:
– Accardi, sentite… siate ragionevole…
– Sta bene, sta bene… A rivederci.
E andò via.
Qualche giorno dopo Guglielmo venne a dirle:
– Luigi ti saluta; non è potuto venire. È ripartito per Milazzo.
Ella restava immersa in un muto stupore dinanzi alla forza della propria virtù.

V.

– Guarda, guarda un po’, quell’imbroglione di tuo nonno!…
Era sorta una lite, provocata dai creditori di Ragusa, l’antico proprietario del Gelso, Sostenevano che costui li aveva frodati, vendendo quel feudo quando, pei suoi tanti debiti, non poteva più considerarsene come padrone. Si parlava di rivendica in danno, di azione pauliana, pioveva della carta bollata e Guglielmo ne spiegazzava dei fogli:
– Guarda in quali impicci mi mette!… Questa è la tua famosa dote!… M’ha venduto la pelle dell’orso, capisci?… Una causa sulle spalle!…
– È forse colpa mia?… Che cosa posso farci? che ne so?… Perchè te la prendi con me?
– Già, è lo stesso che dire al muro!… Hai la testa ai nastri, agli svolazzi: queste son le cose di cui t’intendi!…
E come più l’affare minacciava di complicarsi, più se la prendeva contro di lei.
– Hai visto, eh?… Senti quel che dice l’avvocato? Una causa che durerà degli anni!… Capisci in che imbrogli mi cacciano?…
– Ma Guglielmo – protestava allora – perchè affliggi me, adesso?
Egli si traeva indietro, turandosi la bocca, affettando di prodigar delle scuse:
– Perdono, sai!… Scusa!… Non lo farò più!… La colpa è tutta mia!…
Poi riprendeva:
– Questa è la famosa dote!… Sono più le noie che altro!… Capisci?… Perchè tu non te ne venga con la tua famosa dote!… Imbroglione ed intrigante! Gli puoi esser grata, a quell’intrigante di tuo nonno!.. Già, la colpa è mia, che mi son lasciato mettere nel sacco!…
Lo sdegno le ribolliva in cuore, nondimeno taceva, soffriva, lo lasciava dire. Avrebbe voluto minacciarlo, confonderlo con la rivelazione dei propri meriti; ma non diceva nulla, disgustata, insofferente di vederselo dinanzi, non sperando altro che di esser lasciata in pace. A poco a poco, l’infelicità di quella sua condizione veniva conosciuta da tutti; ella stessa, senza lagnarsi apertamente, senza riferire i suoi motivi di dolore, faceva comprendere agli intimi lo sconforto in cui viveva. Tutti la compiangevano; alcune le dicevano:
– Voi siete una santa!… Un’altra al vostro posto gli avrebbe reso pan per focaccia…
Con Giulia, era più espansiva; le narrava quel che suo marito le faceva soffrire, le esortazioni interiori che ella rivolgeva a sè stessa.
– Che fare? Urtarlo di fronte? ribellarmi?… È peggio ed inutile!…. Andarmene? e come? per far che? con un bambino, un innocente che c’è di mezzo? Domando al Signore di darmi forza! lo lascio dire, lo lascio fare, lo evito… purchè mi rispetti…
Giulia le dava ragione, si lagnava ella stessa della condizione disgraziata che la società faceva alle donne. Toscano cominciava forse a trascurarla?
Ella lo aveva visto spesso vicino a una signora di Girgenti, la baronessa Cannetto, venuta a stabilirsi a Palermo: una donna matura, ma libera, sul conto della quale si dicevano tante cose e che molti uomini circondavano. Guglielmo glie l’aveva presentata, quasi forzandola a trattarla.
– Per questa qui non ci sono difficoltà? – aveva osservato lei, in tono leggermente ironico, ma senza secondo pensiero.
E un giorno, quando un’intimità s’era stretta fra loro, la zia Carlotta le disse;
– Non ti far vedere troppo con quella donna.
– Perchè?
La zia non volle rispondere altro; ma Giulia le ripetè più tardi la stessa cosa, e allora, subitamente insospettita, ella esclamò:
– Tu sai qualche cosa!… Dimmi tutto!… Sarò forte, vedrai…
– Ma no, nulla…
– Non sei sincera!… Vo’ sapere… te ne scongiuro!… Mio marito!…
Come l’amica non rispondeva, ella si portò una mano alla fronte:
– Con lei?… Oh!
Restava interdetta, dallo stupore, dalla mortificazione: una vecchia, a quarant’anni, ritinta, infinta… quella vecchia era preferita a lei?
– E si vedono?… Oh, te ne prego, non mi nasconder nulla!… Guarda: sono tranquilla; che cosa potrei fare?… Si vedono, dove?…
– In una casa… fuori porta Sant’Antonino… T’assicuro che non so precisamente dove…
Anche questa! Questa con le altre!… Ed ella si ripiegava ancora su sè stessa, inghiottiva l’amaro, rinunziava ai lamenti sterili, ridicoli ed umilianti. Non metteva alla porta quella smorfiosa, la riceveva, le restituiva le visite, studiando il suo contegno, misurando la sua falsità. Con la bocca chiusa, il collo un poco piegato, colei le prodigava elogi, dimostrazioni d’amicizia, la chiamava amorino mio, la baciava in viso! Ella sentiva la tentazione d’incrociare le braccia, di guardarla bene negli occhi, di dirle, lentamente: “Spudorata, a chi vuoi darla a intendere con le tue smorfie? Come hai il coraggio di comparirmi dinanzi?…” Quarant’anni? Ma doveva averne di più. Sotto la veletta, sotto la cipria, si potevano contare le rughe! Le mani con le dita cariche di anelli sfolgoranti facevano pietà! I capelli dovevano esser tinti! Ed era costei che le preferiva! Che cosa aveva dunque, che cosa sapeva fare, per sedurre ancora gli uomini?… Ma non era piuttosto per l’attrattiva del nuovo, del diverso, del frutto proibito, che suo marito preferiva quella vecchia a lei, giovane e fresca, ma saputa e risaputa? Non era il desiderio del nuovo, del diverso, del frutto proibito che metteva in lei stessa un’irrequietezza, uno scontento, una febbre intermittente di cui Sampieri ed Accardi avevano provocato due assalti?… V’era della gente che conosceva le delizie della passione, il sapore del mistero, l’emozione del pericolo! Pericoli, spasimi, torture, tutto era seducente, tutto dava valore all’esistenza! Tutto era compensato dalle ebbrezze divine, dalle estasi misteriose… Sognandone ad occhi aperti, languendo di desiderio, restava lunghe ore immobile sopra una poltrona, o a letto; a un tratto, si sollevava protendendo il busto, offrendosi, come se un essere presente ed invisibile, come se un fantasma, come se l’aria potesse abbracciarla, porgendo l’orecchio come se qualcuno mormorasse delle parole d’amore. Sola nella sua carrozza, si stringeva in sè stessa, imaginando di avere una persona cara al fianco, di far sentire a questa persona il proprio corpo, freddolosa e innamorata. Se incontrava delle donne sole procedenti a capo chino lungo i muri, supponeva che tornassero da un convegno d’amore; gli uomini vi correvano, e tutti avevano un secreto compenso alla volgare monotonia della vita. La felicità degli altri faceva la sua infelicità: ella non avrebbe mai conosciuto i palpiti e i delirii che aveva provati in sogno! Eppure, si sentiva un cuor tenero e forte, una fede viva e profonda: nessuna di quelle altre le pareva altrettanto degna d’amore quanto lei stessa. Si giudicava capace d’una passione grande, immensa, imperitura: l’aspettava, l’affrettava… Poichè suo marito veniva meno a tutti i suoi doveri, non era ella sciolta dai proprii? A che cosa era tenuta verso di lui? Ognuno avrebbe preso per la sua via; dinanzi alla gente sarebbero rimasti uniti, salvando le apparenze, come ella aveva letto che si faceva nelle grandi famiglie aristocratiche, a Parigi, a Londra. Non le importava più nulla degli intrighi di suo marito; era tacitamente inteso che ognuno riprendeva la propria libertà.
Una volta, rientrata tardi dopo aver fatte molte visite, il cameriere le disse:
– C’è stata la baronessa Cannetto.
Ella rispose tranquillamente:
– Va bene… Le hanno detto che non c’ero?
– Non so… credo di no, perchè è salita… l’ha ricevuta il signor cavaliere…
– Ah!…
Ella si morse le labbra. Ancora quest’altro affronto!… Però la sua maggiore irritazione era contro sè stessa, che non restava indifferente come aveva giurato. Il domani, nel suo salotto, chinatasi a raccogliere il tagliacarte cadutole, vide qualche cosa per terra, accanto al poggia-piedi. Una forcina da capelli… una forcina non sua, come ella non ne aveva portate mai!… Tutto il sangue le montò al viso; rapidamente, senza un istante di esitazione, andò in camera di suo marito.
Egli leggeva un giornale, fumando, sdraiato sopra una sedia a dondolo. Gli disse, freddamente:
– Un’altra volta, quando riceverai in casa mia le tue ganze, procura che non dimentichino nulla.
Guglielmo abbassò il giornale, guardandola curiosamente.
– Sei ammattita?
– Rimanda la sua roba a quella sfrontata, se non vuoi che la rimandi io stessa con un mio biglietto da visita!
E gettò la forcina sopra un tavolo.
– Ma di chi diavolo parli?
– Ah, non lo sai?… Non mentire, guarda; perchè io posso tollerar tutto, fuorchè la menzogna!
Egli ripiegò il giornale, mettendosi le mani in tasca.
– Adesso ti pregherei di non rompermi il capo.
– Sì, non è vero?
– Precisamente… Mi secchi l’anima, con le tue tragedie! Ieri è venuta una signora, io stavo per uscire, s’è fermata un momento. Sono cose che accadono tutti i giorni.
Ella batteva un piede, incrociando le braccia.
– Proprio?… Ma perchè accadono precisamente a te? Perchè non accade a me d’essere ricevuta da un signore, solo?
Come egli scuoteva tranquillamente la cenere del proprio sigaro, ella stese un braccio:
– Ma bada, sai!… Quello che non è accaduto potrebbe un bel giorno accadere!
Allora egli scoppiò a riderle in viso.
– Ah! ah!… ah! ah!… ah! ah!
– Guglielmo, non ridere!… Guglielmo, bada!
– Ah! ah!….
– Bada che finora ho sopportato, ho sofferto, ho resistito… bada!…
– Che vai minacciando, sciocca? imbecille?…
– Di gettarmi in braccio al primo venuto!
– Fàllo!… Próvati!… Ed io non ti caccio a pedate, sciocca che sei? Non mi libero di te?…
– Sta bene! Si resta intesi!… Soltanto, avverti quella sgualdrina di non metter piede in casa mia…
Egli si alzò, dicendo con voce minacciosa:
– Casa tua?…. Casa tua?…. Questa è casa mia, qui comando io, capisci?…. Qui tu non sei nulla!…
– Io ti prometto che se colei mi comparisce ancora dinanzi, la mando ruzzoloni per le scale.
Allora le si avvicinò rapidamente, alzando un braccio.
– Ah, sì?… – gridò, coi denti stretti, il pugno chiuso, gli occhi iniettati di sangue. – Ah, sì? Ed io ti prometto che farò venir qui tutte le ciabatte di Palermo, qui dentro! in camera mia! te presente! capisci?… tutte le ciabatte di Palermo, quelle da una lira, capisci?…
Ella sentì un gran freddo passarle per la schiena. Egli continuò:
– Qui, in casa mia, dove io sono il padrone, e tu niente!… dove tu sei venuta a ficcarti per forza, dove ti ha ficcata quel farabutto di tuo nonno.
– Oh!
Ella si ritrasse, lentamente, barcollando, cercando un appoggio con una mano, portandosi l’altra alla tempia. I polsi le battevano con violenza, un velo avvolgeva tutte le cose; ella s’aggirava per la sua camera automaticamente, non sapendo quel che facesse. A un tratto gridò, buttando indietro il capo, stendendo minacciosamente il braccio, increspando le narici:
– Lo farò, sai!… lo farò!…
L’abbattimento soprovveniva, tanto più profondo quanto più forte era stata l’esaltazione. Ella sentiva a un tratto che quei propositi di vendetta erano vani, perchè ella non avrebbe saputo come fare, perchè le repugnava darsi a qualcuno, così, freddamente, senza amore… Dei lunghi giorni passavano, durante i quali ella non vedeva più suo marito altro che a pranzo, dinanzi alle persone, scambiando con lui una dozzina di sillabe. Chiusa nelle sue stanze, delle fantasmagorie le sfilavano dinanzi: rievocava tutta la sua vita passata, e pensando alla storia del suo matrimonio, un pentimento smanioso la rodeva: come era caduta nello stesso errore di sua madre! Perchè non s’era ribellata in tempo? Cento volte, la condotta di quell’uomo glie ne aveva data l’occasione: una sola parola sarebbe bastata a salvarla! Che fatalità! E non potere distruggerla più! Doverne subire eternamente il peso!… Se avesse saputo evitarla, come la sua vita sarebbe stata diversa! Enrico Sartana l’avrebbe fatta felice: perchè non lo aveva aspettato? Si accusava, riconosceva che la colpa era stata sua! E si metteva a pensare a lui, assiduamente. La ricordava ancora? Si sarebbero incontrati mai?… Adesso egli viveva a Napoli, e la notizia del suo matrimonio corse un giorno per tutta Palermo: sposava un’ereditiera, la duchessa di Santorsola. Allora, anche quel ricordo andò svanendo: le restavano solo gl’inutili pentimenti, le dolorose imaginazioni della felicità che altrimenti le sarebbe toccata, le vane aspettazioni d’un compenso al quale sentiva di avere diritto. Disperando di ottenerlo, si proponeva di rinunziare al mondo, di ritirarsi in campagna, di darsi tutta all’educazione di suo figlio. Se lo faceva recare vicino, trovandolo un amore, compiacendosi del suo precoce sviluppo; però il bambino non restava volentieri con lei, o aveva delle voglie insaziabili, o metteva tutto sossopra. Ella tentava di riafferrarsi alla vita esteriore, ma la vuotaggine delle conversazioni, la grettezza dei giudizii e dei pregiudizii finivano di disgustarla. La provincia non era fatta per lei, e il rancore contro suo marito cresceva, poichè egli non aveva neppure mantenuto la promessa di stabilirsi a Roma, di passarvi almeno gl’inverni. Ma avrebbe preferito farsi tagliare la lingua piuttosto che dovergli qualche cosa, e precipitando in una sfiducia infinita, s’appartava, usciva di rado, faceva poche visite. Durante una di queste, dalla marchesa di Carini, le presentarono un forestiere: il conte Aldobrandi. Non era giovane, ma ella non aveva ancora l’idea d’una distinzione come la sua: se invece d’essere innanzi a due piccole provinciali si fosse trovato in cospetto di due regine, non avrebbe potuto contenersi altrimenti.
– Ha detto, Aldobrandi? – chiese alla marchesa, quando egli si fu congedato.
– Sì, gli Aldobrandi di Firenze, sa bene…
– E cosa viene a far qui?
– Cerca casa; precede sua moglie che viene da noi per salute.
– Ah! è ammogliato?
Non lo avrebbe supposto. Rivedendolo una sera a teatro, notò che egli la guardava con insistenza. Era già legato con suo marito, venne a trovarla nel palco. Ella ne provò un’intima sodisfazione. Tutti gli occhi del pubblico elegante erano su di lui; le piaceva mostrare che ella riceveva fra le prime i suoi omaggi; e riprendendo a un tratto la padronanza di sè, cominciò a sfoggiare tutto il suo spirito, la sua seduzione. Egli era stato nella diplomazia, parlava del suo soggiorno di Madrid e di Bucarest; un poco del fascino regale gli si era attaccato. Venne a trovarla a casa; per istrada, al passeggio, la seguiva in carrozza, la salutava tre, quattro volte, voltandosi sempre a guardarla.
Ella pensava: “Ci siamo! Mi fa la corte!” Gli dava un po’ retta, lo guardava a sua volta, lusingata che un uomo suo pari, nella cui memoria doveva esserci un harem, notasse una provinciale come lei. Però, non ammetteva che egli potesse essere pericoloso: le piaceva fisicamente, lo trovava d’uno chic supremo; poi pensava che aveva moglie, che doveva avvicinarsi alla cinquantina, e non ammetteva che potesse esservi nulla fra loro.
Il conte tornava a trovarla, le dimostrava in ogni occasione la propria preferenza, la ubbriacava di lodi, le diceva che il suo salotto era il più attraente di Palermo, che ella era la dama più elegante e spiritosa di Sicilia.
– Via, non m’aduli!… – fingeva ella di protestare, sorridendo – Lei non le conosce tutte…
– Crede dunque che ci sia bisogno di conoscere le persone per giudicarle? Non basta vederle? Non vi è un’impronta, una linea, qualche cosa che rivela, da mille miglia, la grazia, l’intelligenza, tutti gl’istinti più alti e più nobili?
Ed accompagnava le parole con un lungo sguardo scrutatore, che diceva: “Quest’impronta, questa linea, questo qualche cosa lo vedo in voi, nei vostri gesti, nel vostro abito, nel vostro corpo…”
Ma ella scrollava il capo, ribattendo:
– L’argomento è abile… fa onore al suo talento di diplomatico…
– Questo vorrebbe dire che io fingo?
– Che grossa parola! Non fingere, ma… dare a intendere… Quistione di sinonimi!…
– Dunque non mi crede?… E se io le dicessi che appena l’ho vista?…
Tutte le volte, però, che egli minacciava una dichiarazione, ella lo interrompeva, gli chiedeva notizie di sua moglie: “Sta bene?… E quando verrà?…” per rammentargli i suoi doveri, per fargli comprendere che quel linguaggio gli era interdetto. E con un senso di trionfo, vedeva che quelle allusioni lo imbarazzavano, turbavano la sua correttezza anglosassone, finivano quasi per irritarlo.
Finalmente la contessa arrivò: una bruna, alta, magrissima, senza petto, con due occhioni enormi, inquieti, febbricitanti; d’una eleganza indefinibile, originale, capricciosa e chifonnée. Ella si era legata con la nuova venuta, le aveva reso nei primi tempi tutti i minuti servigi che si debbono ai forestieri, mettendo a sua disposizione la propria carrozza, facendole da guida per la città, accompagnandola nel mondo. La contessa le dimostrava la propria gratitudine, confidandosi con lei, dicendo che trovava Palermo una bella città, ma che vi stava a malincuore, perchè aveva lasciato altrove la miglior parte di sè, perchè suo marito era per lei da tanto tempo un estraneo. Un giorno si erano chiamate di tu; ora ella la considerava come un’intima amica. Il conte, traendo profitto della frequenza dei loro incontri, insisteva nella sua corte, nelle sue allusioni; ella lo lasciava dire, sedotta da quella condizione drammatica, dalla lotta che imaginava si combattesse in sè stessa fra il rispetto che doveva all’amica e la simpatia sempre più forte che l’uomo le ispirava. Però, quando la contessa si lagnava della propria solitudine, ella la confortava:
– Ma tu hai accanto tuo marito! un marito che tutte t’invidiano! che è il cucco delle nostre signore…
L’altra alzava le spalle, affondava il capo nella touffe di tulle che portava sempre annodata intorno al collo esile.
– Te lo regalo… lo vuoi?…
Egli, come la capitava sola, riprendeva con maggiore insistenza:
– Avete giurato di farmi dannare?… Perchè siete così?…
– Così, come, di grazia?
– Così tentatrice, così diabolica, così divina?… Sorridete, sì; sapete che per un vostro sorriso qualcuno darebbe la vita?
– Ah! ah!… – ella rideva, di cuore. – Ma sa che lei è di pessimo gusto?… Ha sua moglie vicina, che vale tanto più di me…
– Lo dica un’altra volta!
– E parla del mio sorriso!… Ma il sorriso di sua moglie è un incanto!… Non mi parli, per carità, delle bocche piccole come la mia. Le labbra di sua moglie sono dei petali carnosi!… E quel pallore così distinto! e quello sguardo che affascina! quel languore pieno di soavità, quella voce che è una melodia!… Uomo, farei pazzie per lei!…
Sentiva quel che diceva, ma pensava pure che fosse dover suo tenergli quel linguaggio; poi ancora le piaceva ascoltar le proteste del conte, che erano altrettante esaltazioni della bellezza sua propria. E come egli, più umilmente, a voce più bassa, esprimeva il suo voto, ella lo interrompeva:
– Tacete!… No, mai!…
– Ma perchè? Vi dispiaccio tanto? Sono così disgraziato da riuscirvi intollerabile?
Messa alle strette, ella evitava di rispondere.
– Che c’entra questo?… Io ho dei doveri… e voi anche!…
Allora egli sorrideva un poco, scetticamente.
– Doveri?… Ma se da per tutto si fa così!…
E aveva preso a deridere gli sciocchi scrupoli provinciali, la buffa gelosia da Arabi andati a male dei Siciliani, narrando quel che si faceva da per tutto, le raffinatezze del piacere, gli sfrenamenti delle orgie. A poco a poco le sue parole diventavano più crude; ella avvampava, ascoltandole. Grandi dame che si vendevano, velate, in casa di provveditrici discrete, quando avevano bisogno di denaro; duchesse spagnuole che facevano chiamare i toreadori più gagliardi; alte cortigiane che ricevevano i principi nei letti dalle lenzuola di raso nero perchè il roseo delle carni spiccasse di più; le orgie imperiali di Saint-Cloud, le caccie aux flambeaux in cui le prede erano rappresentate da donne ignude… Malgrado l’ansia malsana di sapere quelle cose, ella gl’imponeva di tacere, si portava le mani alle orecchie; egli continuava. La contessa di Streetford, prima di andare a Corte, quando era vestita di tutto punto, sfolgorante di gemme, si abbandonava al suo cocchiere in livrea; la Cordellani riceveva con certi accappatoi ovattati che s’aprivano rapidamente, in modo che ella poteva mostrarsi tutta agli amanti negli intervalli fra una visita e un’altra; la principessa Valitzine, la celebre Russa, aveva dei gusti contro natura… Ella si chiedeva come era arrivata fino al punto che quell’uomo le parlasse così! Ritrovandola, egli cercava di ricominciare.
– Basta! – esclamava lei – non voglio saper nulla, non voglio nausearmi…
– Ma la vita è così!
– È molto brutta, convenitene…
– Bisogna conoscerla!
E le parlava delle donne che aveva avute: analizzava la loro bellezza, entrava in particolari intimi, faceva dei paragoni con lei, riferiva le fantasie, le stranezze che avevano avute alcune, le sensazioni che gli avevano procurato altre: una corsa di notte, in islitta, a Bucarest, sotto le pelliccie, in un deserto di neve; la visita fatta con la moglie del suo ambasciatore a un museo secreto… Le mandava dei libri, dei romanzi; ogni volta erano più arditi, più liberi. Ella si sentiva prendere insensibilmente, malgrado il proposito di resistergli. Fingeva di non comprendere le cose che le diceva, gli restituiva quei libri senza parlargliene, pensando così di non compromettersi; ma si sentiva tutta inerme dinanzi a lui, sedotta dall’idea ch’egli la desiderasse, vedendosi messa per questo solo a paro con tutte quelle donne più belle, più ricche, più nobili; presa certe volte, repentinamente, dalla folle tentazione di sentirsi giudicar tutta da un conoscitore suo pari… E una soggezione la vinceva, pensava intimidita che egli doveva trovarla molto provinciale; aveva paura, lei così padrona di sè, di commettere delle gaucheries. Egli era vissuto nel fasto delle Corti, conosceva i secreti delle alcove regali!… Però, come si faceva più ardito, ella lo scostava:
– No, è inutile!… Vostra moglie mi è amica… non la tradirò mai!…
– Tradire? No, non la tradirete…
Ella rovesciava il capo, lasciava pendere un braccio, oppressa, turbata, intanto che egli le alitava in viso, mormorando:
– Non c’è bisogno di tradirla…

VI.

Era stata una corruzione sottile, lunga e sapiente, una febbre malsana, la profanazione dei suoi sogni d’amor forte, schietto e trionfante. Non aveva amato quell’uomo, era stata ubbriacata da lui. Durante il torpore in cui i suoi sguardi e le sue parole l’avevano immersa, ogni tentativo di rivolta era stato soffocato dall’idea della propria ignoranza, dall’esempio delle altre, dall’ansietà di sapere, fin quando quell’uomo era andato via com’era venuto, da un giorno all’altro, portandosi qualche cosa di lei, del suo pudore, del suo candore, lasciandole in fondo all’anima, con un amaro disgusto, un’irrequietezza scontenta e come il bisogno d’una purificazione, d’un ideale lavacro.
L’improvvisa decisione di Guglielmo di partire per la capitale operò in buon punto una diversione nello spirito di lei. Il marchese stava sempre male, ma egli stesso aveva consigliato loro di andar via, per mettere un freno alla prodigalità pazza del nipote, che restando a Palermo, in mezzo alla Società abituata a vedere il suo lusso, non avrebbe mai saputo frenarsi. Il bambino era affidato, pel momento, alla zia Carlotta ed a Stefana.
I preparativi della partenza, le visite di congedo, il viaggio, la distrassero; ella era piena di vaghe fantasie, di aspettazioni indecise, cercava di rappresentarsi quel che le sarebbe accaduto in quella nuova fase della sua vita che stava per cominciare. Nei primi giorni di Roma, dinanzi alla folla sconosciuta, con l’oppressione d’un inverno rigido, non trovò che delle crisi d’angoscia muta e sconfinata. Poi, come lasciarono l’albergo per un quartiere piccolo ma grazioso, in via del Tritone, le cure dell’assestamento l’occuparono; a poco a poco la vita della capitale la travolse. Aveva cominciato per andare in casa di Mazzarini, il ministro siciliano legato con suo nonno da un affetto quasi fraterno; le sue conoscenze, lì, si moltiplicarono rapidamente. I salotti del ministro erano molto frequentati da uomini politici, da alti funzionarii, da ufficiali; non v’era però l’alta aristocrazia, le grandi dame fra le quali ella si struggeva di prendere posto. Una sera, si vide guardare da un giovane alto, magro, coi capelli bruni, i baffetti biondi. Malgrado gli anni trascorsi, lo ravvisò subito; il deputato Arconti, che aveva incontrato durante il suo viaggio di nozze. Avvicinatosi alla padrona di casa, egli le venne incontro insieme con lei.
– L’onorevole Arconti… – cominciò la Mazzarini.
Ella stava per dire qualche cosa; l’altro la prevenne:
– Io non so più se ella si rammenta che ebbi già l’onore di esserle presentato, cinque anni addietro…
– Ma sì, rammento benissimo…
– Il giorno dell’inaugurazione della legislatura passata, all’albergo di Milano…
Questa precisione di ricordi da parte d’una persona che doveva conoscere tanta gente la stupì un poco. Voleva dunque dire che ella gli aveva lasciata un’impressione speciale?… E intanto che egli parlava della Sicilia, del suo desiderio di andarvi, d’un giro che prossimamente vi avrebbe fatto in missione parlamentare, ella lo guardava, cercando di scoprire l’intimo pensiero di lui dietro alle sue parole rapide e calde, dietro al suo sguardo scintillante, penetrante, irresistibile. “Gli piaccio!…” si diceva; “che effetto produco su lui!” Ed ella restava piena della sua figura, della sua voce. Non era bello, ma pieno di simpatia, col fuoco che lo animava, con la schiettezza buona che traspariva dai suoi occhi vivaci. Un interesse che non voleva ancora confessarsi la induceva a parlare di lui, a chieder notizie intorno alla sua persona ed ai suoi casi. Così venne a sapere che egli apparteneva ad una nobile famiglia lombarda, ma che, alla Camera, sedeva verso l’estrema sinistra. Un gran dolore gettava un’ombra nella sua vita: fidanzato a una bella fanciulla, gracile e delicata, nel cui petto un germe mortale aveva già cominciato secretamente la sua opera distruttrice, egli era stato spettatore d’un’agonia straziata in entrambi dall’idea della felicità perduta sul punto che stava per essere raggiunta. Dicevano che il giorno in cui la poveretta s’era spenta, avean dovuto strappargli a viva forza il suo revolver, perchè egli non voleva sopravvivere alla creatura adorata. Era stato sul punto d’impazzire, poi aveva viaggiato lungamente; di ritorno in patria, s’era buttato alla politica. Possedeva una coltura brillante, era un oratore irresistibile, una natura di fuoco. Ella si lasciava vincere da una curiosità irrequieta, si chiedeva se quell’uomo potesse amare ancora, studiava il senso della premura con cui s’era fatto ripresentare. Aspettava che venisse a trovarla; lasciò invece una carta. Però lo incontrava sempre dalla Mazzarini; ed egli le si metteva vicino, le parlava a lungo: delle conversazioni attraenti, nelle quali il giovane mostrava una rispettosa deferenza per tutte le opinioni di lei. Ma come ella manifestò una sera il desiderio di assistere qualche volta alle sedute della Camera, egli protestò:
– No! no!… Non ci venga!…
– Perchè?
– Perchè quell’ambiente falso, vecchio, ammorbato, è letale per tutto ciò che è grazia, freschezza e serenità… Perchè gli sguardi fatti per contemplare le cose belle, tutto ciò che riluce e sorride, non si debbono perdere in quel limbo tristo!…
– Lei intanto ci vive.
Egli tacque un poco; poi rispose, piano:
– Io seguo i precetti della medicina omeopatica: curo la tristezza con la tristezza.
Ella pensava: “Se quest’uomo mi amasse? Lo amerei anch’io?…” Non si rispondeva, però una gaiezza insolita le metteva dei muti sorrisi sulle labbra; si diceva: “Qualche cosa nascerà!…”
Gli aveva detto che era in casa tutti i martedì: e il martedì seguente che ella era sola, con un libro chiuso fra le mani e il pensiero rivolto a lui, venne a trovarla. Vi era, nella sua voce sommessa, qualche cosa di turbato intanto che le parlava ancora della Sicilia.
– E lei è nata proprio a Palermo?
– Io sono fiorentina!
Ascoltava intento le spiegazioni che ella gli dava sulla propria famiglia; la interrompeva di tratto in tratto per chiedere qualche cosa, dei minuti particolari.
– Io andrò presto in Sicilia… Ma, fanciulla, dove è vissuta?
– A Milazzo.
Si sentì intenerire all’idea che egli pensasse al suo passato di giovanetta, udendogli pronunziare quella parola: fanciulla, in cui le era parso di sentire come una blanda carezza.
La conversazione durò ancora un poco; quando egli fu andato via, ella restò con un certo senso di disinganno, come se qualcosa d’aspettato non fosse avvenuto. Voleva dunque che le cadesse ai piedi? Ella scherniva la fretta da cui la propria imaginazione era presa; però aveva la certezza di non essergli indifferente. E un gran signore romano, il principe di Lucrino, che le avevano presentato in casa Varconati, la guardava a lungo anche lui. Era un altro tipo: non s’occupava d’altro se non di sport, voleva fare la vita dell’allevatore: ogni giorno alle sette del mattino saliva sopra un due-ruote e fino alle dieci addestrava un cavallo, col bavero del paltò sul collo, un plaid sulle ginocchia e grossi guanti alle mani. Poi andava a far colezione, e subito dopo riprendeva a guidare fino alle quattro. Assisteva alla ferratura degli animali, faceva mettere sotto i propri occhi la biada in macerazione, e comprava lui stesso gli arnesi occorrenti nella scuderia. I suoi amici lo mettevano un poco in canzonatura, contestavano la sua competenza. La sua conversazione era molto limitata: razze, corse, premii, allevamenti. Tutte le volte che egli la incontrava, l’osservava da capo a piedi, con l’occhio avvezzo a giudicare le belle forme dei nobili animali. Ella discuteva tra sè le qualità di quest’altro. Non aveva l’ingegno e la cultura del deputato, ma un nome più sonoro, una più alta posizione sociale e la passione per quella vita di signorili passatempi alla quale ella stessa si sentiva portata. Egli poteva dare l’ebbrezza dei successi mondani; l’altro parlava alla mente ed al cuore. L’amor proprio di lei era solleticato da quei desiderii destati in due uomini appartenenti all’élite della capitale. Del resto, la sua bellezza, le sue doti intellettuali le procuravano da per tutto l’accoglienza più lieta. Le restava di andare a Corte: la Mazzarini s’era incaricata delle pratiche occorrenti.
Ella studiava attentamente gli usi della società, per correggere i provincialismi dei quali poteva essere attaccata. A Palermo, nel suo giorno, il cameriere annunziava le visite: vedendo che dalla principessa di Castrano questo non si faceva, diede ordine di smettere. Alcune signore ricevevano coi guanti, altri senza: ella li lasciava da parte, perchè s’ammirasse la sua mano; e quando arrivavano delle lettere d’amiche, le fiutava prima di leggerle, per sapere quale profumo era più in voga.
Venne anche il principe a trovarla. Come ella aveva visite, dei Siciliani di passaggio, fu tutta lieta di mostrar loro che relazioni avesse stretto. Per far parlare il principe, avviò il discorso sul suo tema favorito, chiedendogli delle notizie e degli schiarimenti. Egli descrisse capo per capo la sua scuderia, annunziando che il suo Rataplan era già iscritto a Palermo per la riunione di fine marzo. Parlava con una voce molle, strascicata, da prete.
– Ma coi nostri fantini!… In Francia, fantini e trainers sono tutti inglesi; solo in Germania, a Francoforte, ho visto fantini tedeschi. Ogni ottobre, i Francesi fanno delle corse di prova: bisogna vederli, sembrano altrettante scimmie a cavallo…
– Del resto, l’Inghilterra è la patria dello sport…
– Però, vi sono buoni allevatori anche in Francia. Adesso non solo battono gl’Inglesi che vengono da loro, ma vanno a contendergli il campo fino a Londra. Cominciò Gladiateur, il primo francese vincitore del Derby. Un cavallo! Arricchì il proprietario ed il fantino, che scommisero tutto, anche quello che non avevano…
Non parlò d’altro. Ella faceva tra di sè un paragone fra questa e la visita del deputato, fra le impressioni diverse che i loro discorsi e i loro atteggiamenti le avevano lasciato. Le loro qualità erano assolutamente opposte. Ella antivedeva il momento in cui avrebbe dovuto scegliere; poi si domandava: “Perchè?” Non poteva accogliere egualmente gli omaggi di entrambi? Pensava dunque a cadere con uno dei due?… E la sua mente correva alle signore romane che erano cadute, di cui Aldobrandi le aveva narrato le avventure: la Triburzi che era con Gelli, la Respigliani che aveva fatto dei figliuoli col marchese d’Empoli, la Ferazzano che aveva abbandonato per Marino Cortona il conte di Borgia, il quale si era vendicato riferendo agli amici, in pieno Caffè di Roma, tutto quello che aveva ottenuto da lei…
Al principe davano delle amanti: l’idea di toglierlo ad esse la tentava. Ma la vita austera di Arconti aveva pure la sua seduzione. Un pomeriggio che era al Pincio, in carrozza chiusa, ferma sul piazzale, lo vide che le si avvicinava, col cappello in mano. Ella sussultò un poco, comprendendo che era lì ad aspettarla. Disse, porgendogli la destra:
– Lei qui, tutto solo?
– Mi sono messo in vacanza!
I suoi occhi ridevano. Parlava della dolcezza della stagione, le chiedeva, con un’insistenza discreta:
– Non scende un poco?
Ella ebbe un istante di esitazione. Non avrebbe fatto questo a Palermo; ma era alla capitale, nessuno la conosceva…
Egli aprì lo sportello, le porse la mano. Il giardino era quasi deserto: delle coppie che si allontanavano pei viali, qualche straniero fermo contro il parapetto a guardare in giro col cannocchiale. Grandi nuvole rosse striavano il cielo, verso Monte Mario.
– Si direbbe un incendio!…
– È bello!… – esclamò lei. – Non la fa pensare a Nerone?…
– Sì, ma… Forse dirò un’eresia…
– Che cosa?
– Io capisco poco Roma antica, la grandiosità delle vecchie pietre.
– Oh, non lo ripeta!…
In fondo, era d’accordo con lui; ma le pareva che stesse bene mostrarsi un poco scandalizzata.
– Lei così intelligente!… – soggiunse.
– Che cosa ne sa?
– Ma è il giudizio di tutti!
– Potrebb’essere una calunnia…
– Tutto ciò che lei dice dimostra il contrario.
Camminandole a fianco, egli chinava un poco il capo, in atto di ringraziamento un poco scettico.
– Allora, è segno che la mia intelligenza non arriva a certe cose.
– Ma non è stato mai al Foro Romano, in un tramonto come questo? Non le è parso di veder sfilare le legioni vittoriose sotto gli archi trionfali?… Guardi lassù; non sono gli uccelli da cui Romolo trasse gli auspicii?…
Parlava vivacemente, affrettando i suoi piccoli passi. Egli esclamò, ammirato:
– Come s’entusiasma!… Sì, sì, ma io vivo nel mondo moderno, e ammiro quello che capisco, quello che è moderno come me… Debbo dirlo?… Darei tutta la pittura classica per un pastello del De Nittis….
– Oh! oh!… – ella soffermossi un istante, scuotendo il capo, protestando.
Egli la guardò ancora, tutta; poi disse:
– Ecco, per esempio: in questo momento, sotto questi alberi, lei è un pastello del De Nittis.
– Purchè non incominci coi madrigali?
Riprese il suo moto affrettato, sorridendo interiormente. Adesso egli taceva, e il suo silenzio le permetteva di assaporare l’incanto di quell’ora.
Parlò ella stessa per la prima, chiedendo:
– È stato molte volte a Parigi?
– Tre volte. Probabilmente vi ritornerò in estate. È quella, l’urbe… Non la conosce?
– No, e me ne duole tanto!
Egli propose:
– Venga anche lei!
Per tutta risposta, alzò un poco le spalle, con una mossa enimmatica, intanto che un pensiero si formulava nella sua mente, in due parole: “Se fosse?…” Libera, sola con quell’uomo, assaporare la vita che aveva sognata!… Non lo ascoltava più, perduta dietro ad una visione, con lo spirito lontano da quel luogo e da quel tempo. Un alito freddo la scosse: cercò con gli occhi la sua carrozza.
Egli disse, piano:
– Va via?
– È tardi.
– Che peccato!…
E intanto che la carrozza discendeva pei viali serpeggianti, che correva per le vie della città, ella si ripeteva ancora, imaginando l’intimità suprema con quell’uomo: “Se fosse?… se fosse?…”
Ora, l’imagine del principe si scoloriva, si eclissava dietro a quella di lui: ella pensava che non avrebbe trovato mai uno più degno dell’amor suo. Ma perchè non le diceva ancora nulla? La seguiva da per tutto, si trovava spesso sul suo passaggio, veniva ancora a trovarla lassù al Pincio, alla stessa ora dell’altra volta, come si fossero dato tacitamente un convegno; ma le parole di lui non esprimevano nulla più d’un’ammirazione rispettosa. Se egli non l’amava? Se era pieno della sua morta? Se aveva giurato di rimaner fedele al ricordo di lei?… Ella lo imaginava dibattersi tra l’antico e il nuovo amore, pensava che il culto delle memorie potesse trionfare in un’anima come la sua; poi scuoteva il capo, si diceva scetticamente: “Questo avviene nei romanzi!…” Ma, a tale persuasione in cui riconosceva il frutto della trista scuola per la quale era passata, uno scontento di sè la prendeva; ella protestava in nome dell’ideale, della poesia, in nome dello stesso sentimento dolce, delicato, che quell’uomo le ispirava… Ebbene, se egli soffriva ancora per la perdita amara, se ricordava sempre la povera morta, ella avrebbe agognato di ricevere le sue confidenze, d’esser per lui una consolatrice, un’amica del cuore, una sorella. Un affetto puro, un sentimento disinteressato, nascosto a tutti, gelosamente preservato dalle cadute fatali, non era quel che conveniva ad entrambi?…
Delle volte, egli era un poco più ardito del consueto, la guardava insistentemente, come sul punto di confessarle qualche cosa; poi tornava alla discretezza timida di prima. Per alcuni giorni non si fece vedere: ella non l’incontrò in nessun posto. Allora, ad un tratto, all’irrequietezza sorta in lei, ella si confessava la verità che aveva cercato nascondersi. Ella lo amava d’amore! Aveva bisogno di lui, di udir la sua voce, di vedere la sua figura, di ricevere i suoi omaggi! Non sapeva che pensare, si domandava se gli aveva fatto qualche cosa perchè la trascurasse così. Temeva che fosse ammalato, che fosse andato via; ma non osava chieder di lui per paura che la gente le leggesse in viso il suo secreto. Erano passate due settimane; ella cominciava a smaniare. E come un giorno udì discorrere d’un’interpellanza interessante che doveva svolgersi alla Camera, decise di recarvisi.
La Mazzarini le propose di andare insieme, nelle tribune della Presidenza. Il segretario di Sua Eccellenza le accompagnava; però, appena entrate, dei deputati vennero ad ossequiare la moglie del ministro, offrendosi di guidarla.
– Tu non hai visto ancora Montecitorio? – chiese la Mazzarini.
E cominciò a farla girare per le sale. Dai divani sui quali stavano sdraiati, degli onorevoli si levavano, al passaggio delle signore. Ella credeva di vedere Arconti da un momento all’altro; pensava: “Qui vive una parte della sua vita!…” ma egli non compariva. Le sale di conversazione, di lettura, il gabinetto della presidenza, la biblioteca…. l’amica non le risparmiava nulla ed ella cominciava ad essere stanca ed impaziente. L’aria calda, il leggiero tanfo di fumo e di stoffe polverose le davano fastidio. Finalmente, attraversato uno stretto corridoio, si trovò nella tribuna.
L’aula era spopolata, semi-buia in quella grigia giornata di febbraio. Un nuovo disinganno: per la distanza, ella non discerneva le fisonomie.
– Chi c’è? – chiese la Mazzarini, guardando in giro con l’occhialino.
Il segretario nominò alcune notabilità, cominciando dalla destra; poi disse:
– Ecco l’onorevole Arconti. Ella lo distinse confusamente.
– Chi parla?
– L’onorevole Stampini.
Si udiva solo un borbottio confuso. Il tema delle interpellanze era il lavoro delle donne e dei fanciulli, a proposito di un disastro accaduto in Romagna; ma gli oratori ascoltati non avevano ancora la parola. Degli onorevoli venivano ad ossequiare la Mazzarini, che li presentava all’amica, non lasciando di discorrere intorno ai progetti di legislazione sociale. Ella aspettava che venisse anche lui. Invece, dei campanelli elettrici squillarono, l’aula si popolò, i visitatori si congedarono.
– La parola è all’onorevole Bernardi.
– L’ex ministro, sai…. – commentò la Mazzarini – Ascolta che eloquenza!
L’oratore, circondato da un gruppo di colleghi, cominciò a parlare. Una voce fredda, studiata, delle parole che si spiccicavano una dopo l’altra, come per darsi il tempo di cercarle; ma dei periodi filati, interminabili, correttissimi. Ella si chiedeva, guardando verso il posto di Arconti: “Non m’ha veduta?…” Il deputato sedette, fra un mormorio di approvazione. Sorse un altro, al centro. Ella cominciava a seccarsi; col buio crescente non si vedeva più nulla.
– Potrebbero accendere, però….
– È presto – rispose la Mazzarini che, non perdendo una sillaba dell’oratore, scuoteva tratto tratto il capo ed esclamava: – Non è vero!.. ci sono i documenti!… – chinandosi poi verso di lei, quasi a persuaderla del torto di quell’altro.
Dal banco dei ministri si udì un’interruzione; delle voci sorsero: “Domando la parola!…” e il presidente scampanellò.
Dopo un terzo discorso, s’alzò il ministro dell’agricoltura. Ella era disperata: Arconti non sarebbe venuto; la noia di quella seduta non avrebbe avuto più fine.
– Senti, senti!… – diceva la Mazzarini, interessandosi sempre più alla discussione.
Ma come il ministro ebbe finito, ella propose: – Andiamo via? ho da far qualche visita.
L’amica era già alzata, quando, nel mormorio confuso che seguiva il discorso, s’udì la voce del presidente che annunziava:
– La parola è all’onorevole Arconti.
Ella si sentì scuotere da capo a piedi; avrebbe voluto restare, ma per paura di tradirsi si contenne. Non udì che le prime parole di lui, la voce calda, vibrata, squillante, che arrivava diritto fino alla tribuna. Uscendo, il suo umor nero crebbe a dismisura, ella s’accusava d’impazienza, poi tentava di persuadersi che non gl’importava di lui, e ad un tratto si accorgeva dei passi giganti che la sua passione aveva fatto. Sul Corso accendevano i primi lampioni, e il cielo era ancora chiaro: la folla ingombrava i marciapiedi, le carrozze sfilavano a processione incrociandosi con la sua. Mentre l’amica parlava ancora di politica, ella pensava che se quell’uomo le avesse dette delle parole d’amore, gli sarebbe caduta tra le braccia. Perchè, invece, non s’era fatto vedere? Come non capiva?…
Quando tornò a casa e trovò la comunicazione della prima dama di Corte che annunziava l’udienza della regina per il 20 gennaio, non pensò più a lui. Chiedeva dei consigli, preparava la sua toletta, con un’ansietà febbrile, con un piacere misto ad una specie di paura, col sentimento che imaginava dovesse provare un soldato la vigilia d’una rivista, affascinata e turbata insieme all’idea di contemplar da vicino la maestà regale…. Come il momento s’avvicinava, la sua emozione cresceva; però, dalla carrozza della Mazzarini che saliva su al Quirinale, avrebbe voluto far sapere alla gente in qual luogo ella andava. E come in sogno, passava dinanzi ai soldati ed ai corazzieri, saliva su per lo scalone, attraversava la fila delle sale, rispondeva agli inchini dei cerimonieri, si trovava nel salotto dove le altre signore stavano ad aspettare. Ve n’era una, infagottata dentro una casacca inqualificabile, goffa ed impacciata.
– Chi è? – chiese all’amica.
– La moglie d’un magistrato; non rammento il nome.
– Ma non si viene a Corte in un simile accoutrement, non trovi?
A un tratto, entrò la regina: un fruscio di stoffe, il triplice inchino. Ella divorava cogli occhi la figura della sovrana, ne afferrava tutt’insieme la toletta e la fisonomia, l’incesso e l’espressione, liberata assolutamente dalla soggezione che l’aveva tenuta sin lì. Sua Maestà, salutando in giro le dame, arrivò fino a lei.
– La signora Duffredi.
– Dei Duffredi di Sicilia?
– Maestà sì. Sono anzi i soli….
– No, no: ve n’è degli altri, a Venezia. Non lo sapeva? E però un’altra famiglia. La loro discende da casa d’Altavilla, non è vero?
– Si, Maestà….
Con un sorriso, passò oltre.
– Che bella toletta!… – osservò piano la Mazzarini.
La sovrana parlava adesso con vivacità, in mezzo a un gruppo di dame con le quali era intima; poi si rivolgeva affabilmente ora all’una ora all’altra delle nuove presentate. Il discorso, dalle notizie d’Oriente, passava alla letteratura slava; Sua Maestà citava la leggenda di Marco Kraljevich e, nominato il Karageorgevitch, si volse a lei, dicendo scherzosamente:
– Anche loro potrebbero vantar dei diritti sulle Due Sicilie!
Tutte la guardarono. Ella rispose subito:
– Non abbiamo che i doveri di sudditi devoti!
Guardandosi intorno, ella ora pensava d’esser stata sempre in quella sala, non credeva di doverne andar via, e quando Sua Maestà si ritirò, le rimase un leggiero senso di rammarico, come per un bel sogno svanito.
Per dei giorni, il ricordo di quell’udienza l’occupò tutta; i giornali la citavano fra le dame ricevute dalla sovrana. La figura di Arconti si relegava al secondo piano, quantunque quegli stessi fogli le mettessero continuamente sotto gli occhi il suo nome, nel commentare il discorso da lui pronunziato alla Camera.
Dalla Mazzarini, un giovedì, se lo vide improvvisamente dinanzi.
– Le mie congratulazioni! – gli disse.
– Perchè?
– Pel successo del suo discorso. Ero alla Camera, lei non m’ha vista: aveva da badare a cose più importanti!
Al leggiero sarcasmo, egli rispose balbettando confusamente qualche parola. Non le levava gli occhi di dosso. Ella sapeva di star bene, si sentiva innalzata sulla folla anonima, assaporava il proprio trionfo. L’esaltazione la faceva provocatrice; sostenendo gli sguardi di lui, insisteva a chiedergli:
– Dov’è stato? Fuori di Roma?…
– No.
– Come non la vedevo da un pezzo….
– Non ne imagina la cagione?
– No, davvero!
– Ma non vede che è per lei?… che ho voluto evitarla a posta?…
Si mise a ridere mostrando i denti.
– Le faccio dunque paura?
La sua ilarità era un poco forzata, ella ostentava una sicurezza che dinanzi al pericolo non la sosteneva più. Erano appartati in un angolo; al pianoforte il tenore Bagnoni cantava il Suonatore di lira, di Schubert e le note soavi, i melodiosi sospiri accompagnavano le parole del giovane:
– Sì…. paura, terrore…. perchè la mia vita dipende da lei…. perchè io l’amo….
Aveva parlato piano, lentamente, con un fervore contenuto, con uno struggimento nella voce e nello sguardo.
Ella ansimava un poco, col cuore che precipitava i suoi battiti. Disse, socchiudendo gli occhi, contraendo quasi dolorosamente le labbra.
– Per pietà…. non aggiunga altro….
– No; bisogna che m’oda.
Dei “bene”, dei “bravo” si levarono intorno. Egli riprese rapidamente:
– Ho creduto di morire, non osavo parlare, pensavo che mai le mie parole avrebbero potuto salire fino a lei….
Delle persone si avvicinarono; ella ingiunse:
– Taccia; ci ascoltano….
Ora non comprendeva quel che si diceva intorno a lei; si mise a parlare senza pensare quel che diceva, col viso in fiamme, un tumulto nell’anima, gli occhi attratti dagli sguardi di Arconti che martoriava un guanto. Avrebbe voluto dirgli: “Non insista, io non posso ascoltarla, si scordi di me….” Ma quelle parole non l’avrebbero tradita, dimostrando la sua esitazione? Bisognava essere più dura, più recisa. Come, se ella lo amava?…
Egli pareva in preda a una nervosità irritata, sempre crescente a misura che il tempo passava senza che ella restasse un momento sola. Della gente cominciava ad andar via, suo marito arrivò. L’altro era scomparso; e un pentimento la prese: era stata troppo severa, lo aveva offeso, egli la fuggiva!… Nell’anticamera, se lo vide dinanzi. Aiutandola a mettersi il mantello, le disse rapidamente, con una supplicazione tenera:
– Mi permette di scriverle?
Guglielmo si avvicinava; ella ebbe paura, e chinò gli occhi. Una lettera di fuoco, riletta ogni ora, custodita sulla propria persona; delle frasi inaudite che le tornavano a memoria, come una musica… “Il sogno sfrenato d’una mente in delirio è dunque compiuto?… Io v’ho detto senza morire che siete l’aspirazione dell’anima mia?… No, non ve l’ho detto ancora!… Sorriso del cielo, poesia del creato, nembo d’oro e di rose, io piego i ginocchi dinanzi a voi, sospirando… Una virtù nuova m’infiamma, la vostra grazia discende su me!…”
La sua cameriera, che le aveva data quella prima, le consegnò altre lettere, i giorni seguenti. Ella fingeva di lasciarle sulla toletta, dando a intendere che doveva consegnarle a qualche altro. Le leggeva quando poteva, a letto, in carrozza, nel bagno. Ve n’era una lunga, fittissima, in cui egli narrava la storia di quell’amore, la lotta combattutasi in lui prima di confessarlo, e un’altra brevissima, un biglietto dove non si conteneva che un pensiero, una imagine, una preghiera. “Un vostro rigo, una vostra parola, qualche cosa di voi, che emani da voi, che mi parli di voi, che mi faccia credere alla realtà di quanto m’accade…”
Ella aveva tentato di rispondergli; ma stracciava fogli sopra fogli, non riuscendole di conciliare l’espressione dell’amore coi consigli della prudenza. La domenica egli mandò due lettere, a distanza di poche ore. Voleva rispondergli di aver più riguardi, di non comprometterla; preferì di dirglielo a voce. Il tempo, fattosi orribile, le aveva impedito di andare al Pincio, dove si sarebbero certamente incontrati. Ogni giorno guardava il cielo, studiava il corso delle nuvole; il vento e la pioggia si alternavano di continuo. Il lunedì, come vi fu una tregua, andò fuori. Egli era all’angolo di palazzo Chigi, con altre persone; salutò profondamente. Però non venne al giardino, dove ella girò un pezzo spiando continuamente pei viali, aspettandolo. Non vi era nessuno; gli alberi nudi, sotto un cielo di cenere, mettevano una grande malinconia. Il dispetto del primo momento per esser lasciata sola, cedeva adesso all’imaginazione del conforto che un grande affetto doveva procurare contro le tristezze della natura e della vita.
Il domani, che era il suo giorno, ella fece una lunga toletta. Sarebbe venuto certamente, l’aspettazione le metteva la febbre.
La prima visita fu invece quella di una Americana che aveva conosciuta dai Mazzarini. Ella s’era messa a parlare inglese, con l’occhio alla portiera, aspettando di vederlo comparire. Si udì uno squillo di campanello; egli le venne incontro.
– Arconti, come va?…
Si sentì prendere tutta dalla mano di lui; però, dominandosi, fece la presentazione.
Egli pareva felice, parlava con grande vivacità, diceva delle galanterie alla straniera, ma guardando lei. Ella stessa recitava una parte, e quella commedia di salone le procurava un piacere mai provato, sedava l’agitazione del suo spirito.
L’Americana andò via. Allora egli le afferrò la mano, cominciò a divorarla di baci, mormorando rotte parole.
– No!… No!… Stia buono… potrebbe venir gente!…
– Amor mio!… Non è possibile!… Che tortura…
A un tratto la portiera si sollevò nuovamente: apparve, come piovuto dalle nuvole, il vecchio don Gaetano Linguaglossa. Repressa la sua violenta commozione, ella stese la mano al nuovo venuto.
– Sono a Roma da due giorni; la mia prima visita è per lei.
– Sempre amabile!… L’onorevole Arconti, il commendatore Linguaglossa…
Il vecchio lo squadrò con un’aria di stupefazione; poi disse, lentamente, compitando:
– L’onorevole deputato? – e stendendogli a un tratto la mano, glie la strinse forte – Oh, quanto piacere!…
L’altro non aveva detto nulla, mordendosi i baffi. Con degli sguardi supplichevoli, intanto che il commendatore spiegava il motivo della sua venuta alla capitale, ella gli diceva di aver pazienza, di non tradirsi. Però l’altro non finiva più di parlare, narrando la storia d’un suo nipote che, dovendo fare il volontario, aveva corso il rischio di essere arrestato come disertore, per un imbroglio di carte.
– Una legge diabolica, nessuno ci capisce niente! Dal distretto alla prefettura, dalla prefettura al municipio, dal municipio al reggimento, dal reggimento al consiglio di leva… – e a misura che enumerava i passi fatti, volgeva gli occhi dal deputato a lei e da lei al deputato.
– Anzi, giacchè ho avuto l’alto onore di conoscere l’onorevole – e s’inchinò un poco – potrebbe farmi grazia, di dirmi se al Ministero della guerra…
Egli rispose appena, con un fastidio mal dissimulato; il commendatore riprendeva come nulla fosse. Vi erano dei momenti di silenzio, durante i quali don Gaetano si guardava intorno, scrollando il capo, in aria d’approvazione. Con la tentazione di gridargli: “Andate via!…” ella era costretta a riattaccare il discorso.
– E le sue sorelle, stanno bene?
– Così, come comportano gli animi. Ma il tempo qui è micidiale! Io ero stato a Roma d’inverno, la prima volta nel 1868, quando c’era il potere temporale e bisognava fornirsi nientemeno di passaporto…
A un tratto Arconti si alzò.
Ella gli disse, trattenendolo un poco per la mano:
– Va via?…
– Sì, – rispose, quasi duramente.
Aveva voglia di piangere: egli l’aveva con lei, forse non sarebbe tornato! Come il commendatore se ne andò, corse al tavolino e gli scrisse la sua prima lettera: “Perchè mi avete lasciata così bruscamente? Non avete compreso che io soffrivo più di voi? È stato un contrattempo disgraziato, nel quale io non ho colpa. Se sapeste che male mi avete fatto! Voi dite di amarmi e non vi rassegnate a sopportare le piccole contrarietà che sorgono ad ogni piè sospinto nel mondo!…” Aveva da poco mandata quella lettera, che ne ricevè una di lui. “Una tortura spietata come questa nessuno può imaginarla: esser dinanzi a voi, aver piene le labbra, le mani, tutta la persona del vostro profumo, e non potervi stringere al cuore, non potervi dire le sole parole che voi dobbiate ascoltare!… Vedete che è impossibile durare in questo tormento! Per pietà di me, se non volete farmi commettere una pazzia, lasciate che io vi veda sola, un momento, non fosse che un momento, dove vorrete…”
Allora ella si pentì di avergli scritto quel biglietto. Appena ricevutolo, egli rispose: “Voi mi avete scritto! la vostra mano regale si è posata su questo foglio! Il vostro pensiero arriva fino a me! Incredibile!… Sogno!… Ora e sempre, a costo di tutto, la vostra volontà sarà la mia. Nessuna dolcezza eguaglia quella di obbedirvi. Voi avete sofferto per me! Ed io non ho ancora data la vita, per sentirmi dire queste parole!…”
Le lettere seguivano alle lettere, sempre più infiammate, sempre più supplici, traboccanti di passione devota, di amor mistico. Come un aroma d’incenso se ne sprigionava, avvolgendola tutta. Ella le lasciava cadere, tendendo le braccia, dicendo tra sè: “Sì… sì… prendimi!…” Però, non gli rispondeva che per scongiurarlo di esser calmo, di esser prudente; e incontrandolo, lassù al Pincio, alle supplicazioni di lui rispondeva con altre supplicazioni:
– Abbia pietà di me! Si contenti di questo!… Io non posso darle di più…
Egli l’accusava, freddamente:
– Voi non mi amate!… Voi non mi avete detto ancora che mi amate!… Ve ne siete guardata bene!…
– Oh!…
Allora gli sguardi di lui, umidi e fissi, la penetravano tutta, la costringevano ad abbassar le palpebre. E il martedì, nei momenti che restavano soli, egli la stringeva alla vita, la baciava furiosamente sulle guancie, sulla bocca. Atterrita all’idea di veder comparire qualcuno, ella lo allontanava; allora l’altro si lasciava cadere sopra una poltrona, si prendeva la testa fra le mani, con una disperazione muta.
Per confortarlo, ella si appressava, gli diceva dolcemente:
– Perdonatemi… ma che colpa è la mia? Non sapete a che rischi mi espongo?
– Sì, sì… avete ragione!… Siete voi che dovete perdonarmi…
A sua volta ella si gettava a sedere, e dei lunghi sospiri le sollevavano il seno, intanto che egli si chinava su di lei.
– Voi mi amate?… Ditelo, almeno!… Ch’io lo senta almeno dalle vostra labbra adorate…
Ella chiuse gli occhi, poi gli buttò le braccia al collo. Così, guancia contro guancia, egli le soffiò all’orecchio le parole di fuoco:
– Verrete da me?…
– No!… Mio Dio!… No…
Ma una febbre le accese il sangue, e come egli insisteva, pregando, minacciando, scrivendo lettere su lettere, evitandola più tardi, torturandola con la sua indifferenza, tornando a farsi supplice, ella riconosceva di non poter durare nel rifiuto, di esser costretta a parlamentare. Era dunque fatale passare di lì? Si metteva una mano sugli occhi, s’immergeva in una contemplazione interiore; poi, alzatasi, passeggiava rapidamente da un capo all’altro della stanza, mormorando: “Ma se l’amo!… se l’amo!…”
Egli non le dava tregua, scongiurava:
– Venite!… Ch’io vi veda sola, ch’io vi abbia per me un’ora, un minuto!… Perchè dite di no? Di che avete paura? Non sapete che la vostra volontà è la mia legge?…
Allora ella metteva innanzi altre difficoltà:
– Ma dove volete che venga? A casa vostra? Non pensate alla compromissione?…
– Non a casa mia… – Abbassata la voce, presale una mano, spiegò: – In un’altra casa… che è mia ed è vostra… dove non ci conosce nessuno…
Ella si nascose il viso tra le mani.
Era laggiù, in via Leonina. Ella era andata a piedi fino a piazza Venezia, s’era fatta lasciare in carrozzella a Tor de’ Conti. Malgrado il velo che le nascondeva il viso, malgrado la tranquillità di quel quartiere, ella credeva di avere tutta Roma alle calcagna. Andava rapidamente, ansimando, leggendo i nomi delle vie, con la paura di smarrirsi, atterrita all’idea di dover chiedere la sua strada. A un tratto scoperse la casa gialla, il piccolo portone. Un uomo vi stava fermo dinanzi. Ella passò oltre, col cuore stretto da un’angoscia. In capo a via Santa Maria dei Monti, tornò indietro: qualche raro passante le piantava gli occhi addosso. Ella affrettava il passo. Il portone era libero; entrò. A due riprese, su per le scale, dovette fermarsi, sul punto di svenire. Delle voci che partivano dall’alto la spronarono. L’uscio cedette alla sua pressione; due braccia la sollevarono.

VII.

– Leggi questo telegramma.
Ella afferrò il foglio che Guglielmo le tendeva, corse a la finestra e sollevata la veletta sulla fronte, lesse: Marchese aggravato, tenuto consulto dottor Caldara, avute speranze, avvertovi onde prevenire notizie inesatte.”
Il sangue, dal cuore ov’era affluito, gonfiandolo, le si riversò nuovamente per tutte le vene. Però la sua vista si confuse; ella dovette appoggiarsi al muro.
– Una bella notizia!… Bisognerà tornare a Palermo, giusto adesso… Sono cose che capitano soltanto a me!…
Guglielmo passeggiava di su e di giù per la stanza; ella si passava una mano sulla fronte. Avrebbe voluto cadere in ginocchio, delle lacrime di gratitudine le gonfiavano le palpebre; diceva in cuor suo, guardando il cielo: “Signore!… Signore!…” Appena scorto il telegramma, un terrore l’aveva gelata, un brivido le aveva drizzati i capelli: il castigo fulmineo, la morte che piombava su qualcuno dei suoi… suo figlio!… “Signore!… Signore!…” e un tremito la scuoteva ancora, le faceva battere i denti.
– Tu cos’hai?… – disse a un tratto Guglielmo, fissandola.
– Io?… Nulla… questa notizia… il freddo d’oggi…
Però il cuore le dava un balzo ad ogni parola, ad ogni rumore; un nodo le serrava la gola; e con una sete ardente aveva paura di chieder dell’acqua.
Suo marito, frattanto, riprendeva a discutere intorno alla malattia dello zio.
– Dev’esser grave, altrimenti il telegramma non si spiegherebbe… “Avute speranze” vuol dire che s’erano perdute; è chiaro?
– Sì, ma egli è forte… supererà anche questa…
Evitava di guardarlo, non si fidava di sostenere lo sguardo di lui; se almeno egli l’avesse maltrattata, se le avesse detto qualche cosa di urtante! Invece, le chiedeva:
– Perchè sei uscita a piedi, con questo freddo?
– Credevo di far meglio, di riscaldarmi col moto.
– E dove sei stata?
La terribile domanda scoppiava, imprevista. Tutto l’intimo essere suo si ribellava alla menzogna, protestava contro la slealtà, intanto che le labbra pronunziavano:
– Da Mistress Blackson, dalla Mazzarini…
– A proposito, che t’ha detto di suo marito?
– Nulla…
– Vuol dire che non lo sa ancora. Si parla delle sue dimissioni…
Ed aveva cominciato ad esporre la situazione parlamentare. Ella era impaziente di restar sola, di raccogliere i suoi pensieri, però un infiacchimento della volontà, un avvilimento di tutta sè stessa la teneva ancora lì.
– Ma come sei pallida!… Ti senti male?
– Sì, un poco.
La voce di quell’uomo le faceva male; ogni sua parola era un rimprovero, un’accusa, una sferzata. Sola finalmente nella sua camera, ella tentava di rammentarsi tutti i motivi di dolore che egli le aveva dati, i propositi di vendetta che l’avevano animata contro di lui. Non aveva ella voluto questo? Non si era sentita nel dritto di prendere finalmente la sua rivincita? Però ella non aveva previsto il secreto rammarico che l’occupava. Oltre alla vergogna provata dinanzi a suo marito, oltre alla superstiziosa paura del castigo, un sentimento di stupore doloroso le s’imponeva. Ella si diceva: “Io sono caduta!” e ripeteva quella frase, meccanicamente, fino a smarrirne il senso. Qualche cosa d’irrevocabile s’era compito in lei! Ella non aveva provato questo, il giorno che si era svegliata donna. Sentiva che quest’altro uomo le aveva tolto assai di più che non il primo. Una specie di pentimento sorgeva in lei; ella si diceva che non avrebbe più ricominciato. Ma non era stato l’amore che l’aveva sospinta? E allora si domandava: “Sono dunque sicura di amarlo?..” Com’era possibile che ella si facesse questa domanda? Non si era interrogata tante volte, il suo cuore non le aveva detto di vivere per quel sentimento? Però ella si diceva adesso: “È questo, l’amore?…”
Nella fluttuazione a cui era in preda il suo spirito, tratto tratto ella si scuoteva, vagava per la camera senza uno scopo, s’avvicinava alla finestra, guardava giù nella via. Alla vista della folla, un sorriso cominciò a spuntarle sulle labbra: ella non invidiava più nessuno, conosceva adesso la passione! Poi la paura dello scandalo la turbava. Ma chi avrebbe potuto saper nulla? E non doveva ella sfidar tutto e tutti? Allora affermava sicuramente, alzando il capo: “Io l’amo!…” E a poco a poco la compiacenza cresceva.
La Mazzarini aveva mandato un invito per l’Argentina; malgrado le notizie di Palermo, Guglielmo la indusse ad accettare. Il teatro era pieno d’una folla elegante; ella trovava un’altra espressione alla gente che conosceva. Non prestava ascolto allo spettacolo; si diceva: “Se sapessero!…” e guardava in platea, temendo e sperando di vedervi il suo amante. Aveva un amante!… Com’egli apparve, come la cercò con lo sguardo, ella sentì rimescolarsi; per darsi un contegno, si rivolse all’amica, chiedendole notizie della crisi ministeriale. Delle visite si alternavano nel palco, la consueta ammirazione rispettosa si leggeva in tutti gli sguardi. La sua paura era sciocca!… Fra il secondo e il terz’atto si schiuse l’uscio di un palco vuoto di seconda fila, e la principessa di San Terenzio entrò, unicamente accompagnata dal marchese Romani, che la sbarazzava del mantello, parlandole all’orecchio. Allora ella vide, nelle poltrone, la Respigliani, seduta tranquillamente fra il marito e l’amante; Madame Duroy, sola, nel palco degli ufficiali; Marino Cortona col cannocchiale appuntato verso la Ferazzano, che lo salutava fingendo di passarsi una mano sulla nuca, per accomodarsi i capelli. L’esempio delle altre dissipava i suoi scrupoli: tutte facevano così! Ella avrebbe adesso voluto che Paolo fosse venuto a farle una visita.
Il domani, appena desta, ebbe la lettera di lui: un inno squillante: “Dal cielo che tu le schiudesti, ai tuoi piedi viene l’anima mia, ti dice la sua trepida meraviglia, la sua folle esultanza, l’eternità della sua gratitudine…” Però, quando fu arrivata in fondo, il foglio le cadde di mano. Riconosceva che era una lettera scritta bene, ma le restava un senso vago e ingiustificato di malcontento. Nel pomeriggio, andò al Pincio; egli era là ad aspettarla.
– Love, sweet love!…
Si era messo a parlare con un fervore così intenso che, malgrado adoperasse una lingua straniera, ella gli disse, accennando al cocchiere:
– Speak low, I pray you…
Appoggiato un braccio allo sportello, guardandola negli occhi, egli lasciava traboccare in parole rapide e sommesse la gioia di cui il suo cuore era ricolmo, attestava l’amor suo dinanzi al cielo.
– E sarà sempre così?
– Che cosa bisogna fare per dimostrarlo?
Ella abbassò un poco le ciglia, come per sottrarsi ad una incresciosa visione; poi disse:
– Siete preparato a una triste notizia?
– Qual’è?
– Probabilmente dovrò partire.
– Voi?… È impossibile!
– Purtroppo…
Egli impallidì, intanto che udiva le notizie di Palermo.
– Vi seguirò!…
– Ah, non lo dite!
– Vi seguirò!… Credete dunque che io possa rinunziare a voi, ora?… Verrò in capo al mondo, a costo di tutto…
In quel momento, ella lo trovava più bello. Pensava: “Come mi ama!…” intanto che cercava di persuaderlo, di fargli intendere ragione.
– E i pericoli a cui mi esponete?… Volete perdermi per sempre?… D’altronde, nulla è ancora deciso; forse non ci sarà bisogno di andare laggiù!…
La fisonomia di lui si schiariva; abbassata ancora la voce, chiese:
– Quando verrete?
Dinanzi ai suoi sguardi divoratori, ella chinò i proprii. Si mise a tirare lentamente un guanto sul braccio, mormorando:
– No… non mi chiedete questo.
– Come?… Volete dunque che io faccia una pazzia?…
– Tacete… Abbiate pietà di me!…
E gli confessò i suoi terrori, la coscienza della colpa, il timore della punizione.
– Voi non mi amate!
– Infatti, non ve ne ho dato la prova!…
– Perdono!… perdono!… Avete ragione, sempre!
Una grande sodisfazione la penetrava, all’idea di averlo ridotto a non insistere; l’impero che esercitava su di lui l’assicurava dell’avvenire.
– Ma allora, perchè siete così bella! Perchè m’avete inebriato l’anima, i sensi, tutte le potenze della vita?
Come una nuova vampa gli passava negli occhi, ella smise di parlare inglese.
– Conosce chi sono quelle signore, laggiù in fondo?
Voltatosi a guardare, egli rispose:
– Non so… non le ravviso… – e a un tratto, tornando a fissarla, esclamò: – Sentite, volete sapere che cosa faccio adesso?
– Che cosa?
– Apro lo sportello, salgo accanto a voi, e dinanzi a questa gente, tranquillamente, vi prendo la testa fra le mani, vi metto le dita fra i capelli, e vi bevo a baci sulla bocca, sul collo, sugli occhi…
– No… no… per pietà!…
Ella si tirava indietro, spaurita, credendo che dicesse sul serio, e lo scongiurava sottovoce di esser paziente e prudente, di aver fiducia in lei. Poi esclamò con disinvoltura, ordinato al cocchiere di avanzare:
– Arrivederla dunque; a ben presto!
Era contenta di sè, non aveva nulla perduto se restava arbitra di quell’uomo, di guidare gli eventi, di concedersi o di rifiutarsi. Egli tornava alla carica, con lettere ardenti, implorando, minacciando. Dinanzi alla gente, al ballo, si chinava su di lei, a rammentarle quell’ora di cielo, a dirle: “Ora vi porto via!…” Ella implorava cogli occhi, atterrita; l’altro ripeteva: “E credete possibile che io rinunzii a voi, adesso?…” finchè, vinta, ella si lasciava strappare una promessa, ma chiedendogli di rimettersi a lei stessa pel compimento.
Le notizie di Palermo erano migliori, e come il carnevale si avanzava, ella andava da per tutto, trovando un nuovo sapore, in quelle condizioni, alla vita mondana. Il giorno che lesse l’invito pel ballo del Quirinale, il sangue le die’ un tuffo; e come Paolo riprendeva con nuovo ardore a esigere il mantenimento della promessa, ella tornò da lui, due giorni prima della festa.
Un pensiero d’amore riscattava la mediocrità di quelle due stanze quasi vuote. Disseminati per terra, sparsi sui tavoli, sulle seggiole, raccolti a piccoli mazzi nelle coppe e nei calici, dei fiori rallegravano la vista, esalavano delicati profumi. Le tendine di cretonne, accostate, impedivano che degli sguardi indiscreti penetrassero, e lasciavano filtrare una mezza luce propizia al turbamento dell’ora. Ella si guardava intorno, muta, tendendo l’orecchio, credendo di udire il rumore di un passo, facendogli segno di parlar sottovoce, chiedendogli che gente abitasse vicino.
– Sei sicuro che non mi conoscano?
– Ma sì… e poi, di che temi? Non sono qua io? Chi ti strappa dalle mie braccia?
Ella si lasciò stringere al suo petto; poi tentò difendersi, ma restò senza forza dinanzi alle soave blandizie delle carezze. A un tratto si nascose il viso dietro un braccio, soffocando un sospiro di vergogna e di rimorso. Egli la consolava, l’obbligava con dolce violenza a voltarsi verso di lui, a guardarlo in faccia.
– Negli occhi… leggimi negli occhi!… Non credi all’amor mio?…
Allora, scuotendo il capo, buttando indietro i capelli, ella incrociava le mani sulla spalla di lui, mormorando:
– Sì, ti credo… Sarei qui, se non ti credessi?
– È vero!
– Ma tu non sai che cosa mi costi!… o Paolo!…
– Amore!
Egli l’accarezzava, in silenzio; ed ella si lasciava fare, inerte, lievemente contrariata nella sua aspettazione di eloquenti conforti e di proteste ferventi, sentendo che malgrado la suprema intimità si conoscevano ancora poco per fare un’anima sola.
– Lunedì sera, al Quirinale?
L’idea di quel convegno secreto in mezzo agli splendori della Corte, delle specie di connivenza che a loro insaputa le avrebbero prestata quelle grandi dame da lei un tempo invidiate, la colmava di sodisfazione. Tornando a casa, con un mazzo di quei fiori che egli le aveva composto, non ritrovava più la paura dell’altra volta; e intanto che, vestita dell’abito da ballo, la sarta le girava intorno, raccogliendo delle pieghe, appuntando dei merletti, ella si guardava allo specchio, trovandosi un’altra fisonomia, un’aria più femme, pensando che la vita cominciava soltanto adesso per lei.
Ella era di nuovo nella reggia! Una chiarezza abbagliante, una diffusa luminosità che faceva parere più vasti e più alti i saloni, e quasi bagnava le morbide stoffe, le carni vellutate, le chiome lucenti. Uno sfolgorìo di gemme, un palpitar di ventagli, lo splendore delle uniformi tempestate di croci, la sfilata dei diplomatici, dei generali, dei cerimonieri, la scomposizione e la ricomposizione incessante di un quadro magnifico dove i toni più caldi e più ricchi eran profusi….
Grazie alla Mazzarini, ella aveva potuto trovar posto vicino all’ingresso dei sovrani; ed ammirava il suo carnet dalle cifre reali, esaminava le tolette e le bellezze, sussultava alle battute della fanfara, all’entrata del re e della regina; contemplava la quadriglia d’onore scandalizzata dagli sbagli che commetteva un ministro e che facevano sorridere la sovrana; e nella esaltazione che le luci, i profumi, la musica, la visione di tutte le ricchezze le procurava, ella quasi non vide Arconti che veniva a salutarla.
L’abito nero di lui le pareva un po’ troppo semplice. V’era un addetto militare russo, un capitano, giovane, alto, biondo, dalla cambrure quasi muliebre, dall’uniforme splendente, sul quale i suoi sguardi tornavano spesso. Però, come ella conosceva poca gente, come non era molto notata, un sottile scontento le guadagnava l’anima; ella avrebbe voluto esser moglie di un ministro o d’un ambasciatore, aver diritto ai primi posti, attirare l’attenzione di tutti. Nella specie di umiliazione che la sua fantasia le creava, si sentiva ora prendere da una tenerezza dinanzi a Paolo, il cui sguardo innamorato cercava di lei, non vedeva che lei.
La regina cominciava il giro delle sale; ella invidiava le signore alle quali Sua Maestà accordava l’onore di rivolgere la parola. Pensava: “Si ricorderà di me? Mi parlerà?…” e la seguiva cogli occhi. Ma la sovrana s’era seduta accanto alla baronessa Tchernicheff, e la circolazione si ristabiliva. Sfilavano delle coppie superbe, intorno alle quali tutti facevano ala: delle principesse di sangue reale, delle grandi dame straniere a braccio di diplomatici, di ufficiali, di personaggi magnifici e superbi che avevano l’aria di non guardare nessuno. E il principe di Lucrino apparve ad un tratto, dando il braccio alla marchesa del Nepal, la Inglese che faceva girar la testa a tutta Roma. Si chinava un poco su di lei, la faceva ridere d’un riso che scopriva fin sopra alle gengive i denti lunghi e abbaglianti. Che cosa le diceva? Forse era en bonne fortune.
Più tardi, nel salone degli Specchi, le si avvicinò a domandarle l’onore di una danza. Ella si aspettava dei complimenti, una dichiarazione larvata. Invece il principe parlava della festa, trovando che questi del Quirinale erano dei balli borghesi; egli sapeva un incidente occorso nella quadriglia d’onore, la bévue dell’ambasciatore turco, un motto della sovrana. Quantunque fosse in abito nero, spiccava tra la folla per l’eleganza del suo portamento, per la distinzione del tratto; si vedeva che egli era come in casa sua; Arconti le pareva un poco spostato.
Le battute della fanfara reale annunziarono il ritiro dei sovrani: dei generali facevano aprire la folla, e il re passava dando il braccio alla regina. L’animazione cresceva, adesso cominciava quell’assalto al buffet di cui ella aveva tanto sentito parlare. Vi erano dei tipi curiosi: un vecchio dai capelli inverosimilmente neri, con due grossi smeraldi alla camicia, delle decorazioni complicate, un taccuino in mano.
– Chi è? – chiese ella.
Il principe sorrise.
– Ah! ah!… Non lo conosce? Il conte Ferdinando Spirelli-Gloria di Calcaterra e Argenta… un pezzo grosso!… un reporter!
Passava in quel momento Arconti insieme con un vecchio signore dalla commenda al collo.
– Sono gl’intrusi del giornalismo e della politica – finì di dire il principe.
Ella credette che l’allusione fosse rivolta ad Arconti; che, sapendo di avere in lui un rivale, il principe glie ne avesse voluto dimostrare l’inferiorità. Allora ella protestava tra di sè: non era vero che egli fosse un intruso! Anche non essendo un principe romano, la sua nascita gli dava il diritto di entrare nella reggia cogli altri. Era vero, invece, che in quell’ambiente non brillava molto, che quella luce non gli era troppo favorevole… Ma perchè giudicava ella l’uomo che amava?
Ballando con lui, ella rispondeva alla pressione della sua mano, abbassava le ciglia alle parole turbatrici che egli le mormorava. Lucrino, da lontano, non cessava di guardarla; le piaceva di farne un geloso. La sua ebbrezza andava crescendo coll’inoltrarsi della notte; accanto alla Mazzarini, ella si vedeva ora molto circondata, conosceva nuova gente; e al ricordo della mediocrità in cui era prima vissuta, un senso di stupore l’invadeva. A un tratto ella si rivedeva con la fantasia nella casa di via Leonina; allora dei sorrisi le increspavano le labbra.
Le durava ancora nell’anima il fermento prodotto da quelle impressioni, quando, il domani, arrivò da Palermo un telegramma inquietante. Suo marito, deciso di partire subito, diè l’ordine di preparare i bauli. Nella confusione in cui era messa la casa, ella si chiuse un momento in camera, per raccogliere le proprie idee, per iscrivere a Paolo. “La contrarietà che io temevo” gli scrisse “è avvenuta; sono costretta a seguire mio marito in Sicilia, debbo lasciarti. Spero che sarà per poco; fàtti coraggio e non toglierne a me…” Invece, ella non sapeva perchè l’idea di quella separazione le desse una specie di compiacenza. Era pel sentimento della propria libertà che avrebbe riacquistata? O per la prova a cui metteva l’amore di Paolo?
Egli rispose: “Bisogna assolutamente che io ti veda; comprendi? Se non mi assicuri che domani verrai anche per un istante solo, mi presenterò a casa tua.” Impaurita da quella minaccia, promise. E il domani, abbreviata la sua visita alla Mazzarini, corse in via Leonina. L’uscio le si schiuse dinanzi: egli era lì che l’afferrava per le mani, che le piantava gli occhi in viso.
– Tu parti?… Tu mi lasci?… Ora?…
– È necessario!
– E me lo dici così?… Io non conosco che una sola cosa necessaria al mondo, ed è l’amor nostro!…
Parlava concitatamente, martoriandole il polso, trascinandola verso la luce.
– Ma che colpa ci ho io?… È un mio capriccio, forse?… Credi che io vada a divertirmi?… Che cosa posso farci?
Egli disse, con voce sorda:
– Verrò anch’io.
– No, Paolo, non lo ripetere!… Non è possibile… A che scopo verresti? Credi che laggiù potrei fare quel che faccio qui? Tutti mi conoscono, non potrei dare un passo senza essere riconosciuta, senza avere tutta Palermo alle calcagna! Tu non potresti nemmeno venire da me due volte di seguito… Vedi dunque? Perchè?…
– Perchè?… Perchè?
Egli la stringeva, la soffocava, cogli occhi rossi, la voce selvaggia:
– Perchè ho bisogno di te!… Perchè non possa vivere senza di te!… Perchè ti voglio portar via… – Poi, sconvoltisi i capelli, scuotendo il capo, prendeva a supplicare: – No… non mi lasciare!… Tu non sai che dolore!… O consenti che venga anch’io, senza vederti, che cosa importa? Ma respirare l’aria che tu respiri; poter dire: ella è qui, forse la incontrerò, forse vedrò, da lontano, il colore della sua veste, il gesto del suo saluto!…
– Povero amore!… Povero amore!…
Accarezzandogli lievemente i capelli, ella socchiudeva un poco gli occhi, inebbriata, dicendosi: “Come mi ama! Come mi ama! Non credevo così…”
– Tu soffri, povero amore… – mormorava – Soffro anch’io, sai!… Coraggio! Tornerò presto, te lo giuro! più presto che tu non creda!… Mi scriverai tutti i giorni, ti scriverò anch’io; d’altronde, tu non verrai laggiù, con la commissione d’inchiesta?
– In autunno, fra un secolo!
– Vedrai che il tempo passerà… pensa alla gioia del rivederci… Suvvia, coraggio!…
– Oh, se tu sapessi!…
Allora, mettendoglisi più amorosamente vicino, obbligandolo a guardarla, ella chiedeva:
– È più forte di te, non è vero?… Dimmi che cosa provi, aprimi tutto l’animo tuo; sarà una consolazione, vedrai…
Egli disse, piano:
– Mi pare che il mondo perisca, che la luce si spenga per sempre…
– Oh, sì; è così!… E dimmi ancora, perchè?… perchè io sono, che cosa?…
– Il mio respiro, la vita dell’anima mia…
Le mani si cercavano, le labbra si univano, e nel languore stanco in cui la sua esaltazione finiva, egli ascoltava con maggior tolleranza la voce della ragione, le persuasioni con le quali ella lo confortava, le istruzioni che gli dava sul modo con cui avrebbero corrisposto.
– Ogni sera, quando tornerai a casa, mi narrerai la tua giornata; io ti dirò tutta la mia vita, ci parrà così di esser vicini.
– Dammi almeno il tuo ritratto.
Egli fece quella domanda con un tono di voce così supplice, guardandola con tanta passione, che ella fu punta da un vivo dolore all’idea di non poter contentare il desiderio di lui.
– Non ne ho nessuno! E non c’è il tempo di farne… Ma te lo manderò da Palermo, appena arrivata…
– Dammi almeno una ciocca dei tuoi capelli.
– Tutti!
Presa una forbicina sulla toletta, egli le si avvicinò. Restava fermo a guardarla, cogli occhi luccicanti. Alzò le mani; ma come gli tremavan forte, finì per dire:
– Guarda, non posso…
– Lascia a me.
Recise un ricciolo della nuca; egli fece per prenderlo, ma ella disse:
– Non ancora, aspetta.
Il suo cappellino nero era guarnito d’una ghirlanda di fiori; ne colse due e li intrecciò coi capelli. Egli si chinava a baciarle la punta delle dita intente a quel lavoro. Allora, come l’istante della separazione si avvicinava, persuasa che toccava a lei di esser forte, ella s’affrettò, lo scongiurò rapidamente, sottovoce, di aver fede in lei, e si sottrasse ai suoi abbracci disperati.
Un sentimento di meraviglia la occupava, partendo: non avrebbe creduto a tanto dolore da parte di lui. Nel mondo in cui ella entrava, i legami si stringevano, si rompevano, si riprendevano, secondo le esigenze degli avvenimenti. Se egli soffriva tanto per una separazione temporanea, che cosa avrebbe fatto per una rottura? Però l’idea della passione ispiratagli la colmava d’orgoglio sodisfatto. Ella si considerava come un’eccezione; si diceva: “Io sono una di quelle donne fatali a cui nulla resiste!…” Il pensiero di quell’uomo sospirante la sua memoria, del desiderio cocente di cui ell’era oggetto, l’accompagnava per via, le dava un secreto compiacimento, perchè ella trovava giusto che quell’uomo soffrisse un poco, che pagasse col dolore la felicità ottenuta.

VIII.
Arrivarono a Palermo che il marchese non era morto ancora; ma il disfacimento del suo corpo rassomigliava alla putrefazione di un cadavere. Nella stanza dell’ammalato si diffondeva un cattivo odore intollerabile, che la disinfezione all’acido fenico inaspriva. Col suo viso come di cera e col suo sguardo lucente, egli metteva paura.
Guglielmo stava tutto il giorno al capezzale del moribondo; ella andava a trovarlo vincendo un’intima ripugnanza, facendosi forza, dicendosi che era un dovere; e la tristezza di quella lenta agonia la guadagnava a poco a poco. Suo figlio, guastato ancora più dalle moine della zia e di Stefana, era insopportabile, stava tutto il giorno nella corte con una frusta in mano, in compagnia degli stallieri e dei lacchè, a veder strigliare i cavalli, lavare le carrozze e forbire i guarnimenti, imitando i cocchieri in tutte le loro mosse, passando una corda alla bocca di un mozzo di stalla come un morso e facendolo trottare a furia di frustate. Suo padre si estasiava dinanzi a quelle monellerie; ella quasi non riconosceva il frutto delle sue viscere in quel piccolo carrettiere che aveva sempre le mani sudicie e i calzoni laceri, e che bestemmiava come un turco. Fu una festa ritrovarsi con Giulia, ma l’amica in quel tempo aveva avuto dei motivi di dolore; dicevano che Toscano la trascurasse per correre nuove avventure. E le altre compagne non si vedevano più; Enrichetta Balsamo aveva lasciato Palermo per Trapani, Bice Emanuele era scomparsa dal mondo, suo marito la maltrattava in tutti i modi: ubbriaco, vizioso, sciupava tutto per i suoi capricci facendo mancare a lei perfino il bisognevole. Ella avrebbe voluto andare a trovarla: Giulia le disse che l’amica non vedeva gente volentieri. La compagnia di tutte le altre, quando ebbe finito di riferir loro quel che aveva fatto e visto alla capitale, non era molto divertente; ella scopriva adesso in loro tanti difetti! Le lettere di Paolo erano il suo compenso.
Egli le dirigeva alle sue iniziali, ferme in posta, Stefana doveva andare a prenderle. Però la vecchia serva le aveva chiesto:
– Chi ti scrive?
– Un’amica…. una signora romana, divisa dal marito….
– E perchè non mette l’indirizzo giusto?
– Sai, Guglielmo ha tante fisime pel capo…. non vuole che io la tratti, per la sua posizione.
La donna scosse il capo….
– Bada…. non commettere imprudenze….
– Di che imprudenze parli?… Mi secchi anche te, con le tue osservazioni!…
Ella aveva fatta la voce grossa, per darsi ragione; Stefana rispose, dolcemente:
– Va bene, va bene, non t’inquietare….
E andava a prendere le lettere, senz’altro. Da quei fogli traboccava la passione, esalavano ardenti sospiri e supplici invocazioni. Paolo ricordava l’estasi godute, le dolcezze assaporate, il tremore delle labbra unite alle labbra, l’inabissamento degli sguardi negli sguardi, i fremiti, gli spasimi, le voluttà. Dei rimproveri indiretti gli sfuggivano di tanto in tanto; poi li disdiceva, domandando perdono e chiamandola: “Vieni, soave amore, grazia infinita, splendore abbagliante, sola anima, unica forma; vieni, ch’io beva il tuo riso, ch’io aspiri le tue parole, ch’io mi inebrii della tua portentosa visione….” Alcune volte scriveva dalla Camera, sui foglietti con l’intestazione azzurra, mescolando le frasi appassionate alle descrizioni dell’ambiente: “Come il tuo ricordo è vivo, presente, immortale! Tu mi stai al fianco, mi sorridi: eccoti, io ti contemplo…. La volgarità di questo luogo è riscattata: tu vi venisti un giorno: le cose che tu hai mirate non acquistano nuove virtù?… Ti ricordi di quel giorno? Io vedevo i tuoi occhi che mi cercavano, compresi che eri venuta per me…. Qualcuno mi suggerisce delle osservazioni; vedendomi scrivere e alzare il capo, crede ch’io prenda degli appunti. Che pietà mi fanno! Che vuoti rumori sono quelli che mi feriscono l’orecchio! Come tutto è inutile al mondo, fuorchè il tuo sorriso!… Hanno chiamato il mio nome, non so che cosa ho risposto. Io vengo qui per animare della tua visione questo luogo; io voglio associare il tuo ricordo a tutte le cose, scrivere il tuo nome dovunque: gli amanti che verranno dopo, sdegneranno l’oggetto dell’amor loro, pensando a te… Un altro imbecille discorre, discorre, discorre, con una voce monotona, con un gesto automatico. Io vorrei alzarmi, gridargli di tacere, cantar le tue lodi….”
Gli rispondeva, un pomeriggio sereno di marzo, con un bel raggio di sole che penetrava fino sul suo piccolo tavolo e indorava il foglietto a lui destinato, quando intese delle voci, il portone girare sui cardini e chiudersi. Ebbe appena il tempo di nascondere la sua lettera in fondo al cassetto, che Guglielmo entrò dicendo:
– Se n’è andato….
Bebè, nella corte, dietro il portone chiuso, continuava a guidare un carrettino al quale aveva attaccati due cani; suo padre parlava del testamento che era in consegna del notaio Denaro. Ella non udiva, tutta presa dall’idea della morte, pensando a quell’esistenza passata tra gli splendori, trascinata miseramente tra gli attacchi del male ed ora spenta per sempre. Chi avrebbe detto al galante cavaliere trionfante per la sua eleganza e pel suo spirito nel fasto della corte borbonica, quella fine triste e dolorosa che nessuna cara compagnia aveva confortata? Dov’erano i giorni dei suoi amori e delle sue fortune? E che cos’era questa vita, la cui durata costava tante pene e che finiva così?
Ella restava piena d’una vaga malinconia; non avrebbe creduto che quell’avvenimento previsto dovesse produrle tanta impressione. La sera, rimasta sola, riprese la sua lettera a Paolo; gli scrisse: “L’amarezza si aggiunge all’amarezza; a rendermi più triste questa separazione si aggiunge l’ala della morte distesasi accanto a me. Nessun legame di sangue mi univa al povero vecchio che ha cessato di soffrire, ma la sua dipartita mi ha fatto pensare a tante cose angoscianti. Consolami tu, dimmi che m’ami, che m’amerai sempre…”
Suo marito, quando lesse il testamento nel quale si nominava erede il bambino anzichè lui, entrò in una collera sorda, che non potendosi sfogare apertamente, si tradiva ad ogni momento, a proposito di nulla. Egli avrebbe voluto esser padrone di quella sostanza, disporne come di cosa propria. L’incompatibilità dei loro caratteri si rivelava nuovamente in quella circostanza: quantunque ella fosse certa dell’eredità, delle lacrime di commozione le avevano gonfiato gli occhi nell’apprendere le disposizioni testamentarie, l’atto sempre generoso del vecchio che legava una fortuna al frutto delle sue viscere; suo marito, invece, se la prendeva col morto, le dava lo spettacolo disgustoso d’una recriminazione volgare.
– A te od a tuo figlio, – osservava ella – non è la stessa cosa?
– Ah, è la stessa cosa? La stessa?… E la baracca chi la tiene in piedi, tu forse?… Sono stato ingannato come un gonzo!…
Da qualche parola sfuggita all’amministratore, ella aveva compreso che si trovava in imbarazzi, che aveva fatto dei debiti contando di pagarli con l’eredità. Ma egli non poteva toccare un soldo del patrimonio, dovendo rendere i conti a suo figlio quando sarebbe entrato nell’età maggiore. Ed a lei non diceva nulla della sua situazione finanziaria – non la credeva neppur capace d’intendere queste cose!
Adesso cominciavano le visite di condoglianza, la sfilata delle persone che chiedevano l’ammontare dell’eredità dopo aver fatto l’elogio del morto, che nascondevano male la loro invidia, che insistevano nel mettere in evidenza la fortuna in cui si risolveva quella disgrazia. Lo spettacolo di tanta ipocrisia e di tanta volgarità la disgustava. Ella faceva delle scettiche riflessioni sulla commedia del mondo, pensava di esser lei sola a rimpiangere sinceramente il povero vecchio.
Pel tempo che richiedeva la sistemazione degli affari, non si parlava di tornare a Roma. E Paolo scriveva delle lettere sempre più impazienti, minacciava di porre ad effetto il proposito di venirla a raggiungere. “Il mio pensiero vola sull’ali del desiderio alla terra felice che accoglie l’amor mio. Il cielo vi è più azzurro, il mare più calmo, i fiori più smaglianti. I tuoi sospiri profumano l’aria, la tua presenza nobilita tutte le cose.” Poi aveva reclamato il suo ritratto; ella ne possedeva uno fatto qualche anno prima, ma non le pareva che la favorisse molto. Ne cercò, per aggiungerlo a questo, un altro fatto da ragazza; ma nel cofanetto da lavoro in cui rammentava di averlo riposto, non lo rinvenne. Frugò da per tutto; non riuscendole di trovarlo, mandò l’altro solo. La sparizione di quel ritratto la fece fantasticare; chi poteva averlo sottratto? Imaginava che qualcuno dei suoi adoratori, per possedere la sua effigie, avesse indotto una persona di servizio a rubarlo. Però, non osava chiederne a nessuno, temendo che venissero a scoprire la ragione delle sue ricerche… “Fronte adorata, purissima,” scriveva Paolo, “sguardi profondi perduti dietro a una visione di cielo, fior della bocca appena dischiuso al bacio dell’aura, fattezze soavi piene di grazia e di nobiltà, io vi ho finalmente dinanzi, vi copro di baci, vi mostro il mio cuore… Io amo voi sole: voi siete benigne, vi lasciate contemplare, non vi nascondete, non mi fuggite come quella Superba alla quale non vo’ più, d’ora innanzi, pensare…” Delle bouderies fanciullesche, delle esagerazioni ammirative di cui ella sorrideva un poco; ma un’atmosfera d’amore sottile ed inebbriante che si sprigionava da ogni sua parola, che l’avvolgeva come una carezza, che la faceva sognare ad occhi aperti, che scoloriva i romanzi di passione coi quali ella ingannava la lunghezza dei suoi giorni.
Tornava la primavera, il verde sulle piante, la serenità nel cielo. Adesso ella usciva un poco, faceva qualche visita. Il nero stava meravigliosamente alla sua bellezza bionda, dava nuovo risalto alle rose della sua carnagione. Le amiche glie lo dicevano, durante le visite in cui non si parlava se non dell’avvenimento imminente, le corse alla Favorita. Poichè il lutto era ancora troppo recente, ella non poteva andarvi; ma non ne provava rammarico, pensando che Paolo doveva esserne contento. La gelosia non gli faceva sentire i suoi morsi? Dopo la lettura della Fanny di Feydeau, si chiedeva se anch’egli fosse geloso del marito? E giustamente Paolo scriveva: “Un altro uomo ti sta al fianco, ti parla e t’ascolta, ha dei diritti su te!… Stasera, dolce amor mio, non mi chiedere nulla; ho l’anima triste più della morte. Se ti potessi dire tutto quello che sento, ti farei piangere come io piango… No, basta; è troppo soffrire…” Quanta poca ragione aveva di esser geloso! Ella era un’estranea per suo marito. In cuor suo, se ne rallegrava; le era almeno risparmiato l’orribile tormento che dovevano essere le sue carezze. Però scriveva a Paolo che non si fidava più di restar lontana da lui. Allora egli si umiliava, diceva di non comprendere come ella potesse amarlo tanto. “Io non ho nulla per esser degno dell’amor tuo; quanti uomini valgono più di me!…” Ella gli aveva appena risposto protestando contro quelle parole, giurandogli che non pensava neppure all’esistenza di altri uomini, quando suo marito le annunziò che il principe di Lucrino era arrivato a Palermo, per le corse. La notizia le procurò una leggiera emozione; perchè?
Il principe venne a trovarla, un martedì che v’era molta gente nel suo salotto. Dopo averle presentate le sue condoglianze ed espressa la sua ammirazione per Palermo, s’era messo a guardare in giro le pareti. Ella pensava che la presenza di altre persone dovesse contrariarlo, godeva un poco del suo imbarazzo. Però, raccogliendosi nel suo angolo di divano, procurò di metterlo à son aise, chiedendogli degli schiarimenti sulle corse.
– Il criterium si corre dai cavalli a due anni, per avere giusto un criterio su quel che saranno a tre anni. L’Handicap è la più stupida, perchè tutti i cavalli debbono portare un peso, e glie li mettono, così, a occhio…
E a misura che le altre persone gli rivolgevano delle domande, egli spiegava:
– Il fantino che smonta, finita la corsa, consegna il cavallo al trainer che lo ha in custodia; allora gli dánno a bere e lo lavano da capo a piedi quantunque sia sudato, perchè non beve da ventiquattr’ore e mangia soltanto biada secca; altrimenti il ventre gli gonfia e gli fa cqua-cqua.
La prosaicità di quei discorsi era compensata per lei dall’interesse con cui la gente raccolta nel suo salotto li ascoltava. E in breve il principe diventava alla moda fra i giovanotti eleganti; le signore gli prodigavano i loro sorrisi, il suo Rataplan raccoglieva le simpatie generali. Se ella avesse voluto, a quell’ora sarebbe stato il suo amante. Adesso però era troppo tardi! Un sentimento di curiosità dinanzi a sè stessa, nondimeno, le faceva proporre una quistione: “Se io volessi, per capriccio, per curiosità, chi potrebbe impedirmi?…”
Il primo giorno delle corse, mentre ella, dalla finestra, assisteva alla sfilata delle carrozze che vi andavano, vide passare suo marito con un giovane alto, elegantissimo, dalle guancie rosee, i baffi d’un biondo rossastro, il monocolo all’occhio sinistro, l’aria straniera. Egli guardò verso di lei, si voltò un poco a parlare con Guglielmo; poi, guardando di nuovo, salutò profondamente. La vista di quell’uomo le diede una scossa. Chi poteva essere? Il duca d’Aumale doveva venire a Palermo; ella pensava che fosse qualcuno della sua casa. L’estremo fascino di quella figura appena scorta la soggiogava stranamente. Quando Guglielmo rincasò, gli chiese:
– Chi era quel signore che salutò stamani?
– Il visconte de Biennes, attaché alla casa del Duca… Verrà domani.
Che cosa aveva ella, per pensare a lui tutta la notte, per aspettare la sua venuta? Teneva, sotto il guanciale, l’ultima lettera di Paolo, in cui l’assente scioglieva quasi un inno, in cui con ardore più vivo, con devozione più supplice, parlava della sua memoria, implorava il suo ritorno. Ella apparteneva a quell’uomo; perchè dunque pensava ad un altro? Ma non v’era nulla di colpevole in quel pensiero! Ella non conosceva ancora quest’altro…
Come il visconte le fu dinanzi, ella lo trovò ancora più seducente che da lontano. Appena scambiate le prime parole, egli le chiese:
– Vous avez été en France?
– Pas encore…
– C’est que vous parlez superbement; vous n’avez pas d’accent!…
Il piacere procuratole da quella conversazione era misto ad una specie di secreto imbarazzo: ella lo attribuiva alla lingua non più familiare nella quale doveva esprimersi. Però, tratto tratto, lo sguardo di lei era attirato da quella figura come per una virtù fascinatrice. Sotto i capelli color di fiamma viva, egli aveva degli occhi neri, profondi, vellutati, una carnagione di fanciulla; e le sue maniere erano piene di signorile scioltezza, di garbata vivacità. Parlava del Duca, chiamandolo Monseigneur, Son Altesse, ma faceva girare il discorso in modo da interrogar lei; e l’ascoltava con un’aria d’interesse, un po’ chinato, tenendo una mano piegata sulla coscia, come a cavallo, scrollando il capo ed esclamando di tratto in tratto: “Voyez!… c’est ça!…”
Nessun uomo le era mai piaciuto tanto, fisicamente; il contatto della sua mano la turbava. Egli era visconte, come nei romanzi; la sua stessa qualità di straniero la faceva sognare. Aveva ancora dalla sua il prestigio della posizione sociale, l’aureola del coraggio: a Sedan, luogotenente di cavalleria, era stato ferito in pieno petto! E ancora una volta il principe di Lucrino si trovava relegato al secondo posto, malgrado il successo che il suo Rataplan riportava guadagnando il premio conteso. Da per tutto lo festeggiavano; egli tornò a trovarla. De Biennes era lì, da un pezzo, che le parlava di Monseigneur; ella era felice di vedere i due uomini in presenza l’uno dell’altro. Dopo aver fatta la presentazione in francese, esclamò:
– Principe, i miei rallegramenti, dunque! Trionfo completo?
– No, completo no.
– Que vous fallait-il encore?
– Mancava lei!
– Mon Dieu, je suis touchée!…
Il principe si decise finalmente a metter fuori il suo francese; si esprimeva correttamente, ma con la solita intonazione fiacca, strascicata. I due si parlavano poco; de Biennes, quasi sapesse di esser preferito, guardava curiosamente il suo competitore. Dietro a ogni loro parola, ella leggeva il desiderio di piacere, di sedurre, di trionfare sull’altro. Ma il principe scapitava sempre più nel suo concetto: lo spirito, la galanteria del visconte le parevano superiori.
Ella era stata una volta alla Villa d’Orléans, però, come egli ne vantò la bellezza, rispose:
– Je ne la connais pas.
– C’est dommage! Mais venez donc: je suis à vos ordres!
– Merci, merci bien!… Je ne sais pas quand je pourrais…
Aveva detto di non esservi stata apposta per provocare quell’invito; però non si decideva ad accettarlo. Egli lo rinnovò per iscritto, mandandole dei libri francesi; e quella corrispondenza era piena d’una nuova attrattiva; i biglietti del visconte la facevano pensare più delle lunghe lettere di Paolo. Il ricordo di questi cominciava a sbiadirsi; egli era assente, chissà quando si sarebbero rivisti! L’amore avrebbe resistito alla prova d’una separazione che minacciava di durare indefinitamente?… Si rimproverava questo pensiero, però una irrequietezza s’impadroniva di lei; ella scriveva a Paolo delle lettere brevi, di cui l’assente si lagnava. “Sto poco bene” replicava ella, “questa primavera m’irrita; credi tu che sia piacevole restarsene così a lungo, soli, separati da chi si vuol bene, contrariati in tutto, senza un conforto?…”
Guglielmo aveva ripreso a vedere la Cannetto: ella lo aveva saputo. Adesso questo non le importava più niente; la persuadeva invece a negar valore agli scrupoli da cui si sentiva presa, quando la tentazione del visconte diventava più forte. Uomini e donne non facevano tutti così? Una tenera lettera di Paolo la sorprendeva in questi pensieri; leggendo le frasi dolci, innamorate di cui era piena, ella pensava: “Sono dunque una perversa?…” Poi scrollava il capo: anche lui, mentre le scriveva di quelle lettere, aveva qualche altra tresca per le mani, cercava altre donne, di quelle che si pagano! Poi, era una colpa se la compagnia del visconte le piaceva? Le piaceva esser corteggiata da un uomo come lui, sentirsi dire delle cose lusinghiere pel suo amor proprio, provare la potenza del proprio fascino: era fatta così!…
Egli conosceva la gran vita, le nominava le dame du gratin del Faubourg, era stato col Duca alle séries del principe di Galles a Sandrigham, alla chasse à tir. Ella avrebbe voluto chiedergli qual’era la tenuta obbligatoria per le signore, i particolari del cerimoniale di corte; ma fingeva di saperli, per non mostrare la propria ignoranza.
Il principe partì, insalutato ospite, senza farsi vedere: probabilmente l’aveva con lei perchè non gli era caduta nelle braccia! E il visconte, senza dirle nulla di veramente compromettente, da costringerla a metterlo a posto, insisteva con maggior frequenza nelle sue galanterie. Si vedevano raramente soli, ma anche in presenza di altre persone, la lingua straniera in cui si esprimevano li appartava un poco; nel suo francese fitto, egli diceva delle cose ardite, delle allusioni all’inevitabile idea degli uomini che si trovano innanzi a una signora giovane e bella. Come lei non si risolveva ancora ad andare alla Villa, egli insisteva, piano:
– Venez donc!… Est-ce que vous craignez quelque chose?
– Oh! Oh! Je ne craigne rien du tout!… Il n’y a plus de brigands, Dieu merci, en Sicile!… Au surplus, vous serez là pour me défendre…
– Ne vous fiez pas!
– C’est-à-dire? – chiedeva ella, provocantemente.
– Que je me ferais brigand moi-même, pour vous enlever…
– Ah, quelle idée!… On pourrait en tirer un joli vaudeville!
Egli si faceva serio, la guardava fisso.
– Que vous êtes belle! que vous êtes charmante! Que vous êtes suave!… Ah, loin d’ici, loin du monde, avec vous…
Il sangue le affluiva al cuore, il seno le ansava un poco tutte le volte che egli le parlava così. Chinando gli occhi, stringendosi le braccia ai fianchi, ingiungeva:
– Taisez vous!… Si vous tenez à mon amitié, ne dites pas des choses folles!…
– Mais c’est que je suis fou!
Un vento di pazzia soffiava anche su lei; ella sentiva fiaccarsi ogni sua forza di resistenza, si stupiva ogni volta che opponeva delle parole di preghiera e di supplicazione alle insistenze di lui. Adesso, egli cominciava a prenderle le mani, le copriva di baci, la stringeva alla vita; ella si svincolava, scongiurando:
– Non! Non!… Soyez généreux!… Ayez pitié de moi!… Que vous ai-je fait?… Laissez-moi, je ne pourrais jamais être à vous…
Delle volte, non apriva neppure le lettere di Paolo, le chiudeva in un cassetto senza cercarle più; le lettere del visconte erano adesso piene di frasi infuocate: “Je vous écris d’une main que la votre a parfumée rien que par l’attouchement d’une minute… Avez-vous reçu, chère Ame, ma lettre d’hier au soir? si vous saviez comme mon coeur battait!… Méchante, méchante que vous êtes, je ne vous aime pas, mais du tout, allez!… Est-ce seulement vrai? J’étais tout près de vous, je buvais votre haleine, je m’anéantissais à vos pieds?…”
Suo marito non s’accorgeva neppure quella volta di nulla; la Cannetto l’occupava tutto, per lei non aveva che indifferenza o disprezzo.
Quando ella apriva le lettere di Paolo, vi trovava dei rimproveri pel suo silenzio, per la sua freddezza. Che cosa pretendeva da lei quest’altro? Come non comprendeva che ella soffriva? E lo lasciava senza risposta.
Certe volte, si prendeva la testa fra le mani, enumerando tutti i motivi che la consigliavano di non cedere al visconte: amava un altro, nulla poteva giustificare una nuova caduta, il Francese sarebbe presto andato via… ma in fondo al suo pensiero una sorda voce, la voce di un’altra diceva: “Che importa?…”
E come egli si faceva più insofferente, scongiurandola di venire un giorno alla Villa, già parlamentava:
– Vous serez sage?… Bien sage?
– Sage comme tout.
– Vouz ne demanderez rien?
– Mais je ne demande pas: je supplie, j’implore, je vous conjure!… Alors, vous viendrez demain, n’est-ce pas?…
Ella non ragionò più, soggiogata, costretta da qualche cosa di più forte che la propria volontà. Assolutamente sicura che sarebbe andata lassù, alla Villa d’Orléans, il domani si creava degli scopi per uscire, si diceva che era necessario far delle compere, restituire delle visite. Andava automaticamente, ascoltava distratta i discorsi delle persone, con l’impressione d’un legame materiale che l’attirasse verso piazza dell’Indipendenza. Calcolava il tempo che le restava ancora, fino alle quattro, fino alle quattro e mezzo; alzava gli occhi ai cornicioni delle case, per regolarsi sull’altezza del sole.
Era dunque impossibile sottrarsi alla tentazione?… Passando per via Stabile, vide la casa di Bice Emanuele; subitamente, pensò di cercarvi un rifugio.
Appena l’ebbe scorta, l’amica se la strinse al cuore; ella quasi non la riconosceva: era così mutata, così disfatta! Ma, parlando di sè, della sua condizione presente, non un lamento le usciva dalle labbra.
– Tu sei stata a Roma? Ti sei divertita?
Però ella quasi aveva soggezione a parlare di vita mondana dinanzi a quell’austera compagna. Bice chiamò le sue bambine: erano due amorini, bionde, delicate, il ritratto della loro mamma d’altri tempi. Ella le accarezzò lungamente, disse all’amica:
– Me le dài, qualche giorno?
– Quando vuoi, mia buona Teresa.
In quel momento ella si sentiva piena d’una tenera commozione, i ricordi della giovinezza che l’amica evocava la riportavano col pensiero al passato. D’un tratto, udì suonare le ore: erano le quattro e mezzo. S’alzò risolutamente, sentendosi struggere d’impazienza all’idea che non avrebbe fatto più a tempo.
Come riprese posto in carrozza, diede ordine al cocchiere di salir su per Toledo; pensava che, volendo, all’ultimo momento, avrebbe potuto tornare indietro. Ma la carrozza correva rapidamente; ella si sentiva trasportata, a propria insaputa, senza coscienza, come da una fatalità.

IX.

La benda le cadde dagli occhi quando quell’uomo partì. Fra loro due, nulla v’era più di comune, ciascuno avrebbe proseguito per la propria via; egli contava soltanto una pagina di più nel suo album. Ella non aveva sospettata l’umiliazione che trovava adesso in quest’idea. Apprezzava troppo tardi l’abbassamento che v’era nei legami di quel genere, sciolti appena stretti. L’amore riscattava le colpe, ma bisognava credere in esso, nella sua forza, nella sua eternità. Avrebbe voluto riprendersi, negare contro ogni testimonianza quel che era avvenuto. Sola, fuor della vista di tutti, si nascondeva il viso tra le palme, scuoteva il capo come in cerca d’aria, mormorava: “Che ho fatto!… Che ho fatto!…” E come arrivavano delle lettere di Paolo, ella si gettava su di esse.
L’assente scriveva: “In nome di Dio, per l’amore che ti porto, per la felicità che m’hai data, scrivimi, rispondimi, dimmi che hai. Se non vuoi che io faccia una pazzia, se hai cara la vita d’un uomo, mandami un rigo, una parola, fammi scrivere da qualcuno se non puoi tu stessa, spiegami questo eterno silenzio, toglimi a una disperazione mortale. Guarda, la mia mano trema, l’occhio mi si appanna, ogni forza mi abbandona. Per pietà, rispondimi, per pietà…” Il foglio le cascava dalle mani, le braccia le pendevano, inerti, intanto che con lo sguardo inchiodato a terra, si ripeteva: “Che ho fatto, mio Dio! Che ho fatto!…” La nuova colpa era senza scusa, la macchia incancellabile! Mentre quell’uomo che l’amava giurava su di lei, mentre le teneva tutti i giorni il linguaggio d’una passione sempre più divampante, ella lo aveva tradito! E adesso bisognava mentirgli!
Quando si mise al tavolo, non sapeva che cosa gli avrebbe detto. Scritta la prima parola, la lettera fu compita d’un sol tratto.
“Perdonami! Sono stata male, molto male, ho creduto di morire! Anche ora che ti scrivo, non sono sicura di me stessa, delle mie idee, dei miei ricordi: ho un gran vuoto nero nel cervello. Comprendo nettamente una sola cosa: che fui sul punto di perderti, di lasciarti!… Sai tu che cosa vuol dir questo?… O Paolo, io misuro adesso tutta la forza dell’amore che nutro per te; di questo grande, unico amore che è la forza della mia vita. Io ritorno ad esser tua, solamente e per sempre tua! Io ringrazio il Signore che mi ha ridonata a te…”
Delle lacrime le rigavano le guancie, intanto che scriveva quelle cose. Le pareva di non aver mentito del tutto, di avere in certo modo confessato l’errore. Egli rispondeva benedicendo un male al quale doveva quella confessione: “Tu non mi hai scritto mai nulla di così innamorato! io non ho mai letto così a fondo nel tuo cuore! Che importa il male e la morte! Se tu fossi morta, sarei morto anch’io! Ma vedi bene che tu non puoi morire: mi ami troppo!… Qui, sul mio petto: ch’io ti difenda col mio corpo, ch’io ti sorregga con le mie braccia, e sfideremo gli uomini e il tempo ed il mondo!…”
“Sì, sì…” rispondeva ella, col cuore traboccante di tenerezza e di gratitudine per quel culto di cui era l’oggetto non più degno; “sì, con te, al tuo fianco, lontano da questo mondo tristo, per vivere finalmente come l’anima anela…” Mano mano che scriveva, la sua esaltazione cresceva, ella s’ubbriacava delle sue stesse parole. Sentiva di non aver mai amato come adesso quell’uomo, neppure quando gli si era data; per riabilitarsi ai proprii occhi, per non credersi accessibile ai capricci fugaci ed indegni, si attaccava a quell’amore, lo ingigantiva, ne faceva la ragione della sua vita, lo esprimeva con parole infuocate che facevano scrivere a Paolo: “Che lettere! Che lettere! Quand’io le divoro, il cuore mi batte così forte come se stesse per schiantarsi… Corro alla Posta un’ora prima che aprano, mi torco le mani per resistere alla tentazione di avventarmi contro le grate, di scuoterle, di abbatterle, di ghermire il mio bene e di fuggire come un malfattore e come un pazzo. Tutti mi leggono in volto il mio delirio; gli occhi mi si gonfiano, le labbra mi tremano, vorrei piangere, vorrei cantare…”
Che cosa sarebbe stata la vita con lui? I miraggi della fantasia acquistavano nuova seduzione, dinanzi alla tristezza della realtà. Il dissesto finanziario di suo marito, del quale ella aveva avuto appena un sospetto, era in brevissimo tempo talmente cresciuto, che tutti adesso lo sapevano. Arrivavano dei protesti, delle citazioni; Guglielmo aveva delle lunghe conferenze col notaio e cogli avvocati, ed a lei non diceva mai nulla.
– Non mi seccare anche te! – rispondeva quando ella gli parlava di affari. – Ti manca nulla? Hai le tue vesti, il tuo servizio? Non t’occupare d’altro…
E sempre quel disprezzo, sempre quel lusso buttatole in faccia come un’elemosina, per toglierle il diritto di occuparsi del resto!
– Ma se non possiamo più spendere come prima, dillo! rinunzierò al superfluo!… Credi ch’io sia una bambina? So farmi una ragione anch’io!…
– Per vederti atteggiare a vittima, eh? per sentirti dire che ti sei sacrificata?…
Invece, era lui che non voleva fare nessun sacrifizio, che continuava a prodigar pazzamente il denaro. Ella sentiva crescere il proprio rancore, i motivi di diffidenza e di malcontento. La sua dote, che egli le aveva rinfacciata come una miseria, adesso gli faceva molto comodo; le persone che s’interessavano a lei l’avvertivano di stare in guardia, potendo anch’essa venir travolta nello sfacelo. Fra tanti contrattempi sopravvenne l’estate; il ritorno a Roma, in quella stagione, era impossibile. Ella che aveva promesso a Paolo di raggiungerlo prima del caldo, doveva venir meno alla parola datagli! E adesso lasciava libero corso all’acrimonia di cui era piena, teneva fronte a suo marito. Una voce sorda le diceva che ella aveva vendicati ad usura i torti ricevuti; ma non voleva convenirne con sè stessa: la coscienza del torto la faceva insistere di più nella legittimazione, le sue ragioni le parevano più forti ed ella parlava più alto.
– Vattene!… – diceva suo marito, freddamente. Se non ti piace, vattene; nessuno ti trattiene.
Ma il solo fatto che era lui a consigliarlo, le faceva rifiutare quel partito. Tutto ciò che egli diceva le riusciva insoffribile, tutto ciò che faceva le ritornava di danno. Egli si decideva a tornare nel continente in ottobre, giusto nel momento in cui Paolo partiva per la Sicilia, con la commissione d’inchiesta!
Questa volta, col bisogno di trovarsi accanto una persona di cui potersi fidare, ella insistette per condurre seco Stefana. A Castellammare, dove Guglielmo volle fermarsi, ricevette le prime lettere di Paolo che salutavano la sua isola: “Questo è il cielo che tu hai rimirato, l’aria che hai bevuta, il mare che t’ha cullata. Qualche cosa di te fluttua tutt’intorno, mi sembra di vederti apparire a tutti gl’istanti, vorrei fermare i passanti e dir loro: La conoscete?…” A Palermo, egli aveva quasi potuto vivere della sua vita: “Ho parlato di te, ho stretta la mano alle persone che tu conosci, ho visto la tua casa, vi sono passato di sera, a notte tarda. Non posso dirti quel che ho pensato, la voluttà amara di cui mi sono imbevuto…” Ma, come egli arrivò a Milazzo, la sua tenerezza divenne uno struggimento. “Qui tu sei vissuta fanciulla! Qui tu sei entrata nella vita! Tu non sai che dolcezza v’è in questo pensiero, che tentazione di pianto soave è la vista di tutte le cose a cui tu fosti associata nei tuoi giovani anni!… Ho visto tuo nonno, ho parlato con lui, di te; sono entrato in casa tua. Mi sono fermato sulla soglia della tua cameretta; avrei voluto piegare i ginocchi, tenderti le braccia, chiamarti. Qui tu sognasti i tuoi sogni di vergine! La stessa Purezza abitò fra queste mura!… Nessun pensiero triste si associa a questa evocazione; è tutto un sorriso, un incanto. Mi sono fermato alla finestra: l’occhio si perde nell’immensità del mare, i monti del Faro sono d’ametista nella lontananza. Ho scoperto perchè i tuoi occhi hanno una trasparenza così cristallina: il mare li colorò dei suoi riflessi… Tuo nonno ci ha invitati a pranzo: sono vissuto un giorno con te, in mezzo alle cose tue: ho preso posto alla tua tavola, mi sono seduto dove tu sedevi. Che letizia, che incanto! Non ho staccato gli occhi da quel buon vecchio: pensavo come tu lo guardavi, volevo essere te. Il tuo spirito era sempre presente; come ho fatto a parlare, a rispondere? avevo gli occhi rossi di pianto… Conosco la tua casa come la mia propria, sono salito sulla terrazza, ho visitato il giardino, ho tracciata l’iniziale del tuo nome sul sedile di marmo che è dirimpetto alla vasca… A San Francesco di Paola ho visto le sepolture dei tuoi cari; mi son rammentato delle preghiere che m’apprendeva mia madre…”
Allora, un velo di lacrime le impedì di leggere oltre. Dei singhiozzi brevi come sospiri le sollevavano il seno, un tremito nervoso le faceva mordere un poco le labbra. Tutto il suo passato risorgeva dalle profondità della memoria, ella rivedeva i luoghi dove era trascorsa la sua fanciullezza, le cose e le persone, sè stessa; e tutto quello che aveva provato, i dolori piccoli e grandi, le aspirazioni, le irrequietezze, i disinganni, le rifluivano al cuore, lentamente e incessantemente. Ella non aveva più pensato ai suoi morti, a quella sorellina che aveva giurato di tener sempre nel pensiero! Quanto tempo trascorso! Come la figura della scomparsa si perdeva, si cancellava! E non aveva creduto possibile resistere allo schianto di quella dipartita! Così era la vita! Le sue lacrime finivano in uno stupore immenso, dinanzi alla trasformazione operatasi in lei, di cui aveva per la prima volta l’improvvisa coscienza. Era ella veramente la fanciulla vivace e gioconda d’un tempo, la compagna della piccola Laura? Come la vita s’era svolta suo malgrado! Quanti propositi svaniti!… Quanti uomini aveva creduto d’amare! Ella li rivedeva tutti, i fanciulli ed i giovani, i noti e gli ignoti: il conte Rossi, Niccolino, Enrico Sartana, l’ufficiale di marina. Quante vane promesse! quante aspettazioni deluse! Ed ella aveva conosciuta la colpa! era caduta, più volte! Come avrebbe ella potuto prevedere quell’avvenire ora fatalmente compiuto, l’ostilità degli eventi, l’inganno, l’errore? Se avesse saputo!… Se avesse potuto tornare indietro!… Perchè non aveva conosciuto più presto l’uomo dal quale le veniva ora l’unica dolcezza, che la comprendeva, che era fatto per lei?… E lo aveva ingannato! aveva avvelenato anche quell’ultima sorgente di gioia!… Una grande passione era stata l’aspirazione della sua vita; e, conseguitala, l’aveva disconosciuta! Perchè non aveva ceduto in tempo a quell’uomo, perchè la fede nell’amore non era riuscita a salvarla? Apprezzava in tutto questo l’effetto della trista esperienza, degli esempii funesti; ma gli eventi ora compiutisi erano arrivati imprevisti – e che cosa le serbava dunque l’avvenire?…
La scossa prodotta nel suo spirito da quella paurosa contemplazione si propagava nella persona, le metteva un moto febbrile nel sangue. La tristezza dell’autunno, il primo freddo che correva per l’aria accrebbero il suo malessere; per molti giorni fu costretta a restare a letto, sofferente e dolente. Quando, superata la crisi, ella si guardò allo specchio, un nuovo turbamento la vinse. Attorno ai suoi occhi si disegnava un cerchio bistro; le sue guancie avevano perduta la floridezza della salute; un principio d’avvizzimento guadagnava la pelle; il colore delle labbra cominciava a passare. Lentamente, come per discacciare un fastidio, ella si stirava la fronte con una mano, gettava indietro i suoi capelli. Adesso era un’altra visione che cancellava quella del passato: il tramonto, il disfacimento della sua bellezza, la vecchiezza inutile e triste. Pochi giorni di malattia erano bastati perchè quei segni funesti si rivelassero. Ella si avvicinava a rapidi passi ai temuti trent’anni, la gioventù fuggiva… Così presto! così presto! Non avrebbe creduto!… Il tempo aveva l’ali!… Ricordava di aver pensato spesso, fanciulla: “Che cosa mi accadrà intorno ai venticinque anni, quando sarò nel pieno possesso del mio regno di donna?” E i venticinque anni erano tramontati da un pezzo, e che cosa aveva ella avuto?…
Uscì a poco a poco da quella depressione angosciosa. Tornarono i bei giorni; il golfo era tutto un sorriso, le lettere di Paolo tutte un sospiro d’amore. La sua vita dipendeva oramai da quell’uomo; ella concentrava in lui ogni speranza. Suo marito faceva di tutto per buttarla nelle sue braccia, se non fosse bastato il bene che gli voleva: corteggiava una signorina inglese emancipata, si faceva veder solo in compagnia di colei, permetteva col suo contegno le ardite galanterie che gli uomini rivolgevano a lei stessa. La notte, ella lo udiva andar via dalla camera, attigua alla sua propria, che egli occupava; non rientrava che all’alba. Allora, voleva anch’ella sfidarlo, scriveva a Paolo di venire a Castellammare, nello stesso albergo, accanto a lei. La sua tristezza si dissipava nel proposito di procurare all’uomo amato la felicità a cui aveva diritto. La sua salute rifioriva, ella era ancora giovane e bella: le restava ancora tanto tempo da rifar la sua vita!…
Nell’attesa della gioia, le ultime traccie del male si dissiparono; il giorno dell’arrivo di Paolo ella era sfolgorante; gli uomini glie lo dicevano; egli stesso glie lo ripetè, piano, guardandola cogli occhi innamorati, alla terrazza dell’albergo, dinanzi al mare.
– Sei tu!… Sei tu!… Mi par di sognare!… Più bella, più gentile, più seduttrice… Credevo di non rivederti più!… dopo tanto tempo, tanto!… quasi un anno!…
– Otto mesi… – corresse ella, sorridendo.
– Otto secoli! Otto eternità!…
Egli le mostrò dei fiori colti nel suo giardino, laggiù; tentò di prenderle una mano; ma, temendo che qualcuno li vedesse o li udisse, ella scongiurava, sommessamente:
– Non ora, non ora!… – Poi, a voce alta, chiedeva: – Mi dica quel che ha sentito…
Egli le ripeteva le frasi delle sue lettere, diceva di non potere esprimere ciò che provava, insistendo per condurla via.
– Ascolta… verrò stanotte io stessa… m’aspetterai, verso l’una…
E nel silenzio dell’albergo addormentato, in punta di piedi sulle grosse stuoie del corridoio, con un zufolio alle orecchie, il cuore in tempesta, ella andò nella sua camera, cadde nelle sue braccia. Erano delle strette mute, convulse, disperate, con le quali si sostenevano a vicenda, sul punto di cadere riversi. Come Paolo tentava di parlare, ella gli metteva una mano sulla bocca, mormorando: “Taci! Taci!…” e tratto tratto uno dei due si svincolava, porgendo l’orecchio, ascoltando paurosamente.
– A che rischio ti espongo!… Se tuo marito…
– Per te!… Sfido il mondo per te!… non m’importa la morte!…
Poi, intrecciandogli le mani dietro il collo, posandogli il capo sul petto, chiudendo gli occhi, mormorava:
– Portami via!… Andiamo via, per sempre…
– Sì, ora, sull’istante…
Delle ore che volavano come in sogno, un delirio d’amore rotto da fremiti d’ambascia senza nome, la visione della morte in mezzo all’irrompere della passione. Se suo marito fosse sopravvenuto! se l’avesse scorta intanto che riguadagnava la sua camera!… Però ricominciava, impavida, sorridendo all’idea di morire con Paolo:
– Morire insieme, nello stesso punto, stretti così!..
E vederlo il giorno, dinanzi alle persone; sentirsi trattata come un’amica, con un rispetto devoto, mentre gli leggeva negli occhi le parole secrete: un altro raffinamento di gioia, un’altra specie di voluttà. Suo marito non vedeva nulla o non si curava di nulla; allora l’ardimento di lei cresceva: una notte aspettò Paolo nella propria camera, accanto a quella che Guglielmo lasciava deserta. Tragica, muta, gli si abbandonava sul petto, s’avvinghiava a lui, con tutte le fibre corse da un brivido, coi capelli drizzati in capo come da un soffio. Egli veniva senz’armi, suo marito avrebbe potuto ammazzarlo… Ah, se avesse fatto questo, se avesse fatto questo!… Ella avrebbe negato dinanzi ai giudici, avrebbe negato anche fra gli spasimi della tortura, perchè l’assassino non andasse impunito!… Nella tensione dolorosa del suo spirito, ella era continuamente in attesa d’una catastrofe, ne imaginava lo scoppio, si chiedeva: “Sarà per oggi?…” Ogni occupazione le era insoffribile, nessuna distrazione aveva presa su di lei, non si fidava di leggere una pagina, nessuna finzione le pareva eguagliare la realtà dalla quale era stretta. Un succedersi di emozioni formidabili, che la maturavano, che le rivelavano la vita come per la prima volta, durante le quali ella sentiva che il suo destino si veniva compiendo…
Nelle ore di solitudine, ella esauriva la sua imaginazione cercando di intravederlo. Sarebbe fuggita di casa, con lui, alla luce del giorno? Suo marito, piuttosto, avrebbe finito per lasciarla; allora ella sarebbe stata libera senza suscitare uno scandalo! Altre volte pensava che i due uomini potevan divenire intimi, che Paolo poteva restarle sempre accanto con la tacita connivenza di suo marito. Ma qualcosa si ribellava in lei a questa ipotesi: ella non si sarebbe mai adattata all’ipocrisia di una tale situazione. Sentiva il bisogno di qualche cosa di nobile e di meritorio nella stessa colpa; voleva sfidar dei pericoli, compiere dei sacrifizii. E la romantica idea della fuga tornava ad occuparla; ella si vedeva già partita, arrivata in una terra lontana, non sapeva quale, ma dove la sua vita sarebbe trascorsa come ella sognava.
La sua fantasia si mise a lavorare ancora più intensamente il giorno che Paolo, cedendo a malincuore ai suoi prudenti consigli, si decise a precederla di poco alla capitale. Vedendosi sola, condannata nuovamente all’esistenza monotona d’un tempo, con la mente esaltata dai recenti ricordi, ella si diceva che oramai quell’amore era tutto il suo bene al mondo. La sommessione devota di Paolo, il suo dolore nel lasciarla, la fede cieca che aveva posto in lei, acuivano i suoi rimorsi; allora, riconosceva la necessità di dare a quell’uomo una prova della sua passione. Quando la comitiva raccolta nell’albergo faceva delle escursioni, delle divertite, ella rifiutava di prendervi parte, si chiudeva in camera, scriveva a Paolo delle lettere di due fogli per dirgli tutta l’impazienza che aveva di raggiungerlo. Un giorno, improvvisamente dopo colezione, suo marito annunziò che bisognava tornare a Palermo.
Ella non disse nulla, non chiese il motivo di quella decisione, non cercò di combatterla. Andò a guardare il suo orologio: erano le due. Aveva il tempo di prendere il diretto. Cavò dalla cassa un abito da viaggio, dalla scatola un cappello, e mise tutto sul letto. Fu sul punto di chiamare Stefana; poi pensò che era meglio aspettare d’esser vestita. Come cercò di slacciare la sua veste da camera, un tremore la invase. Si fermò un poco, ma fu costretta a sedersi. Allora si disse, piano ma sdegnosamente: “Vigliacca!… Vigliacca!…”
Tutte le difficoltà materiali di quel passo le sorgevano improvvisamente dinanzi; provava la vertigine dell’ignoto e dell’imprevisto, udiva il clamore dello scandalo. Vedeva la stazione popolata di gente che la conosceva, si sentiva inseguita e raggiunta, pensava che Paolo poteva non essere a Roma. Non aveva denari, non voleva chiederne a suo marito. E con le labbra contorte da un amaro disprezzo, si ripeteva: “Vigliacca!… Vigliacca!…”
Era dunque lei che ripartiva per la Sicilia, che mancava alla parola data all’amante? Quest’idea le era sopratutto intollerabile; ella imaginava il corruccio di Paolo, lo ingrandiva, udiva le sue accuse, considerava più delle proprie ragioni quelle di lui. Per darsi animo, per farsi perdonare, gli giurava che la separazione sarebbe stata di corta durata; ma un’irrequietezza febbrile s’impadroniva di lei; a Palermo i suoi colloquii col marito si facevano più aspri; ella si metteva ad enumerare tutti i motivi di dolore che le aveva dati quell’uomo: i tradimenti, le derisioni, i disprezzi, le brutalità, gl’insulti. Egli non aveva avuto che dileggi per tutto quello che gli aveva dato: la verginità dell’animo e del corpo, il fiore della sua giovinezza, tutta sè stessa! Come le aveva amareggiata la vita! E nel ribollimento del suo rancore, ella quasi si mordeva le mani, all’idea dell’errore suo proprio, della rovina da lei stessa voluta, legandosi a quell’uomo quando tutto l’aveva messa in guardia contro di lui, lui stesso pel primo! Non v’era dunque più riparo a quel danno? Dov’era dunque l’arditezza, il coraggio che la gente le riconosceva? La gente, adesso, la compiangeva; sua zia l’esortava a farsi animo quand’ella prorompeva in lamenti sdegnosi. Ma non sapeva che lamentarsi! Perchè era così difficile spezzare una catena trascinata pesantemente da anni, romperla una buona volta con quel passato?…
Paolo le aveva scritto da principio, poi le sue lettere si erano fatte rare e fredde; a un tratto cessarono. Adesso era lei che lo scongiurava, che gli chiedeva la pietà d’un rigo. Quando Stefana tornava dalla posta senza recarle nulla, ella non credeva alla donna, quasi se la prendeva con lei, restava un’intera giornata senza dire una parola a nessuno, col cuore oppresso, col bisogno di gridare, di piangere.
Il dissesto finanziario di suo marito era talmente cresciuto, che egli aveva dovuto cominciare a vendere; e i creditori insodisfatti minacciavano di togliergli di mano l’amministrazione del patrimonio suo e di suo figlio. Nell’avversità, egli si avviliva, diventava un altro uomo, fiacco, indeciso; ed ella sentiva che sarebbe stato ingeneroso da sua parte lasciarlo ora che stava per fallire. Però, quando egli veniva a narrarle i suoi imbarazzi, a chiedergli dei consigli, ella protestava:
– Cosa vuoi da me? Sono affari che ti riguardano! Perchè vieni a contarmeli adesso?
Una sera, che ella gli aveva risposto sgarbatamente, Guglielmo osservò, con una freddezza studiata:
– Sai che ti trovo molto mutata?… Dacchè non siamo andati a Roma, sei diventata un’altra…
– E che vorresti intendere?
– Nulla!… Avevi fretta di andare a Roma… c’erano delle ragioni che ti chiamavano lì?
Ella rispose, facendo sporgere il labbro, con un tono di superiorità offesa:
– I tuoi sospetti non arrivano alla suola delle mie scarpe…
Guglielmo finse di tossire.
– Che cosa vorresti dire?… – ripetè allora ella, sentendosi avvampare. – Bada che non tollero le tue insinuazioni…
– Non fare la voce grossa!…
– Faccio la voce che mi piace… Non ti permetto d’ingiuriarmi…
Alzatosi, egli le venne incontro, l’afferrò per un braccio.
– Sta zitta, sgualdrina… o ti piglio a pedate…
Liberatasi con uno sforzo violento, piantato lo sguardo su di lui, con l’espressione di un immenso stupore, ella gridò:
– Tu mi scacci?… Tu mi scacci?… Ma son io che ti scaccio…
E ad un tratto corse in camera sua. Aveva cominciato a vestirsi, al buio, battendo il capo contro lo spigolo dell’armadio, rovesciando delle seggiole, strappando dei bottoni; poi chiamò Stefana, con un grido.
– Prendi il tuo scialle… vieni con me…
La donna, esterrefatta, congiunse le mani,
– Non dirmi nulla, o ti strozzo!… Lo scialle…
Degli scoppii di tosse nervosa le laceravano la gola; le mani tremanti non riuscivano ad agganciare la veste. Rapidamente, a testa alta, guardando dritto dinanzi a sè, seguita dalla donna che mormorava: “Vergine santa!… Vergine santa!…” attraversò la casa senza incontrar nessuno, scese le scale, uscì nella via.
Come sua zia se la vide dinanzi, pallida e sconvolta, esclamò:
– È finita?… Sia come vuol Dio!…
Nessuno chiuse occhio, quella notte. Aggirandosi irrequieta per le stanze, stordita dalla sua risoluzione, ma come liberata da un’enorme gravezza, ella non udiva i discorsi della zia, che le dava dei consigli, che tentava ancora di persuaderla a tornare con suo marito se, ravveduto, egli avrebbe promesso formalmente di mutare condotta. Lo zio, fatto un dispaccio al nonno, uscì in cerca di Duffredi; tornò a riferire che egli era contento di quella soluzione. Però anche lui diceva di aspettare il pentimento, contava sugli imbarazzi finanziarii, sull’influenza che avrebbe potuto spiegare l’intervento del nonno.
La notizia s’era propagata in un lampo; il domani, delle persone venivano a trovarla: ad una voce, le davano ragione: aveva veramente sofferto abbastanza con quell’uomo, era stata troppo buona a sopportarla tanto… Egli si meritava quella lezione; ma si sarebbe certamente pentito, sarebbe venuto a scongiurarla di tornare a casa sua.
Ella lasciava dire, cogli occhi ardenti, col corpo indolenzito da una interminabile notte di veglia. Stefana aveva già consegnato al telegrafo il dispaccio diretto ad Arconti: “Je suis libre. Attendez-moi dans quelques jours. N’écrivez pas.”

PARTE TERZA.

I

– Il nostro viaggio di nozze!
L’amato s’appendeva al braccio di lei, le carezzava lievemente una mano, e il treno filante con moto rapido e uguale metteva una cadenza nelle sue parole:
– L’avvenire è nostro per sempre!… la vita incomincia per noi da questo giorno!… Guarda: mi sembra che il treno non si lasci indietro dello spazio soltanto, ma il tempo con esso!…
– Com’è ben detto!… Sì, il tempo: tutto il mio passato…
– Che il passato si sprofondi in un abisso, che se ne disperda la stessa memoria!…
Una dolcezza grave occupava l’anima di lei. Malgrado tutto e tutti, sfidando l’opposizione dei suoi parenti, non curando lo scandalo che sollevava, aveva rotto con quel passato; era partita col pretesto di andarsene da suo padre, aveva raggiunto l’amato, gli aveva detto, schiudendo le braccia: “Eccomi, prendimi, son tua!” Così doveva esser l’amore: che cosa avrebbe potuto resistergli? Però, tutte le ténere parole che Paolo diceva le scendevano come un balsamo all’anima, l’avvincevano a lui sempre più fitto, fugavano ogni più vago suo turbamento. Ed era l’incanto supremo dell’indipendenza; la sensazione intensa e profonda del rinascimento, la completa rivelazione della felicità durante quel viaggio che ella aveva voluto e che permetteva loro di isolarsi dal mondo mescolandosi ai suoi spettacoli… Parigi, il teatro dei romanzi che erano stati il pascolo della sua imaginazione, la mostra di tutte le grandezze e di tutte le ricchezze; poi le tranquille cittadine della Fiandra e dell’Olanda, dai tetti acuminati, dalle cattedrali gotiche, dai tesori d’arte; poi ancora il tumulto vasto di Londra, la grandiosità sconfinata della metropoli unica. Ciascun angolo della terra aveva la sua particolare attrattiva, da per tutto essi vedevano rispecchiata la loro letizia. Ella s’appoggiava al suo braccio, languida ed amorosa, quasi per fargli sentire materialmente che egli era tutto il suo sostegno; però, talvolta, gli chiedeva:
– Ti peso?…
Egli rispondeva:
– Vorrei portarti su queste braccia, sentirti avvinghiata al mio collo, essere schiacciato da te!
Dinanzi ad un quadro o ad una statua, nei corridoi silenziosi di un museo popolato di visitatori tossicchianti, era egli stesso che s’appoggiava al braccio di lei, che si stringeva a lei, ed un senso di fierezza la invadeva nel sorreggerlo a sua volta, nel dare agli sconosciuti lo spettacolo di quel legame che nulla avrebbe potuto rompere più.
E l’amato diceva:
– Se potessero sapere quanto siamo felici, morirebbero tutti d’invidia!
Lasciavano i loro nomi accoppiati sul registro d’una pinacoteca, sulla torre d’un campanile, sui libri d’una sala di lettura; e una sottile malinconia le velava lo sguardo nel punto di lasciare un luogo dove s’erano amati.
– Chi verrà ancora qui, le primavere future?
– Vi torneremo noi stessi; di persona o con lo spirito, che importa?… Qualche cosa del nostro spirito non vi resta, non vi aleggerà sempre?… Noi vi ritroveremo tutte le nostre carezze, tutti i nostri baci…
Ogni sua parola era una delicatezza, un conforto. Egli non parlava che per dirle delle cose care, non aveva volontà che non fosse quella di lei, non faceva nulla che non fosse una prova d’amore. Per cancellare del tutto il ricordo del suo passato, per dimostrare che v’era in lei come una donna nuova, unicamente nata per lui, le aveva dato un nuovo nome, un vezzeggiativo creato apposta: Rina, col quale la chiamava sempre; e trovava per le sue bellezze delle espressioni care e poetiche: la sua chioma era il “Mantello d’oro”, un piccolo grain de beauté che aveva sull’omero sinistro il “Nido dei Baci.”
Ella si sentiva circondata da un affetto così vigile, da una devozione così previdente, da una cura così instancabile, che un sentimento d’orgoglio si mescolava alla sua gratitudine. Ella aveva degli atteggiamenti d’idolo, aspirava la lode come un incenso, non si stancava di ascoltarlo. Alcune sere, invece di andar fuori, a teatro, a passeggio, gli si metteva a fianco, gli diceva:
– Restiamo qui… sto bene accanto a te!… – E appoggiando il capo sulla sua spalla, chiedeva: – Dimmi chi sono.
– L’amor mio grande, immenso, smisurato, pazzo, superbo!
Ella sorrideva di benigna indulgenza all’esagerazione delle sue parole.
– E m’amerai sempre?
– Eternissimamente!
– Ho bisogno di sentirlo ripetere… Quasi non credo a me stessa… Perdonami: non è sospetto verso di te, è meraviglia, è stordimento, perchè io disperavo di sentirmi dire mai questo.
Allora gli narrava la sua vita, i disinganni patiti, le amarezze di cui s’era abbeverata, il disastro di quel matrimonio sciagurato. Negava, con tutte le sue forze, d’aver mai amato suo marito; esagerava un poco i torti di lui, la virtù della propria resistenza, col bisogno di giustificarsi; quantunque nell’attitudine, nelle parole dell’amato non fosse che un grande compianto.
– Non parlare di questo – protestava egli – parlami del tempo in cui eri fanciulla.
Voleva saper tutto, le cose capitali e le più insignificanti, i suoi giuochi, le sue fantasie, quando aveva messa la prima veste lunga, che cosa aveva pensato dell’amore, se aveva amato.
– Sì, ma in un altro modo!… Ascolta dunque: bisogna che tu sappia tutto di me…
E si rifaceva da bambina, dai ricordi di Firenze, dai dolori della sua povera mamma, dal turbamento istintivo e incosciente destatole dal conte Rossi; poi narrava l’amoretto con Niccolino Francia, enumerava le sue amicizie, insistendo su quella di Bianca Giuntini.
– Era più grande di me, più bella…
– Non è vero!
– O bella a un altro modo… Quando penso all’impressione che mi faceva nei primi tempi, trovo che fu simile a quella destata poi dagli uomini. Come sono, strana?…
E veniva a Luigi Accardi, alle strette di mano, ai baci, alle ciocche di capelli, poi alla morte della sorellina, al soggiorno di Palermo, ad Enrico Sartana.
– Lo amai, sì: non ero più una bambina. Sognai di dividere la sua vita, fui sul punto di veder avverato il mio sogno. Se fossi stata sua moglie, non avrei tanto sofferto, chi sa…
Ma come il sospiro che le gonfiava il petto poteva sembrare un rimpianto, ella gli gettava le braccia al collo:
– Non pensare a questo, sai! Tutti questi non sono stati veri amori, ma simpatie fanciullesche, ingenue imaginazioni. La realtà ideale sei tu! Perchè non t’ho conosciuto prima?… Come saremmo stati felici!…
– Come ora!
– No, più di ora!
– Perchè non sei libera dinanzi al mondo…
Ella si stringeva a lui ancora di più, chiedeva a voce bassa, esitante:
– Tu… mi sposeresti?…
Allora gli sguardi dell’amato lampeggiavano, una aura di beatitudine spirava da tutto il suo viso fatto più bello; allora egli le prendeva il capo fra le mani, le mormorava sulla bocca, soavemente, carezzosamente:
– Ah! per tutta la vita con te, sempre con te, ad ogni ora, ad ogni istante; confonderci insieme, fare un essere solo, sempre sempre, fino alla morte…
Il sorriso beato di Paolo si comunicava a lei, quella visione l’estasiava – ma non era condannata a restare una visione? Se anche ella avesse potuto sciogliere legalmente il vincolo che aveva spezzato di fatto, il passato di lei avrebbe gettato su quella felicità un’ombra da cui l’amor libero era difeso.
– No, questo non è possibile… sarebbe pericoloso… ed inutile ancora!… perchè la realtà è più bella della visione!… perchè noi staremo sempre insieme egualmente!…
Ed era lui, adesso, che ripeteva:
– Se ci fossimo conosciuti prima?
– Ah, sì!… Tu sei pieno di generosità, ma sento che il mio passato non ti deve far piacere… che non te ne fece almeno un tempo… Non hai ragione, sai: non ho mai amato quell’uomo! tu sei il primo a rivelarmi la vita del cuore… Se sapessi, se sapessi…
E gli diceva la differenza fra quel viaggio e l’altro compiuto con suo marito, l’abbandono in cui l’aveva lasciata pochi giorni dopo il matrimonio, tutte le sofferenze che le avea procurate.
– Ero sciocca, nella mia gelosia? Ma ancora non sapevo, avevo delle fisime…
Poi ricostruivano la storia della loro passione, fin dai primi giorni che s’eran visti, fin dal primo incontro, a Roma, molti anni addietro.
– Ti ricordi? Fu all’albergo di Milano…
– Mi par di vederti: ti avevo scorta dalla piazza, mi sentii attratto verso di te da una forza magnetica.
– Anch’io ti notai subito, quando salutasti… Era predestinato!… Perchè non mi portasti subito via?
– Se avessi ascoltata la voce del cuore!…
– Che impressione ti feci?
– Mi sembrasti un fulgore abbagliante; contro la luce i tuoi capelli splendevano. Da quel momento pensai sempre a te, come all’unica donna degna d’esser desiderata. Da quel tempo, nessun’altra donna mi ha occupato… E tu pensasti qualche volta a me?
– Ma sì, ma sì!…
Allora egli voleva sapere tutto quello che le era avvenuto durante il matrimonio; ella parlava vagamente della simpatia ispiratale da Sampieri, da Aldobrandi, della corte discreta che le avevano fatto altri; ma tutte le volte che le loro confidenze prendevano quella piega, ella sentiva più acuto il rimorso del tradimento, più imperioso il dovere di confessarlo; però, non riusciva a parlare, non si sentiva la forza di affrontare lo sguardo di lui limpido e fermo; acquetava la propria coscienza con la risoluzione di dir tutto più tardi. Intanto, anch’ella voleva conoscere il suo passato, insistendo per sapere ogni cosa se egli rispondeva ambiguamente a qualche sua domanda.
– No – assicurava Paolo – neppure i miei furono amori, furono le prove per cui passano tutti, dei legami fugaci…
– Però, una volta…
Allora esigeva che egli le raccontasse la storia del suo fidanzamento, una storia triste, che egli riferiva a bassa voce: l’agonia della povera creatura che si era afferrata a lui come alla vita, lo strazio di non poter nulla contro la fatalità del male, di sentirle dire: “Fra un mese, fra una settimana, io sarò morta… tu mi piangerai, non è vero?…”
Piangeva ella stessa, nell’ascoltarlo; la voce dell’amato tremava un poco, ma i suoi occhi erano secchi.
– Neppur tu devi esser gelosa di quella povera morta…
– Ebbene: non sono gelosa. Tu mi conoscevi forse, allora?
– Non è vero?
– Sì, sì; sono ragionevole, vedi!
Però come il termine di quel viaggio si avvicinava, la sua malinconia cresceva. Forse era il pensiero che non avrebbero potuto più fare la stessa vita, che le convenienze sociali li avrebbero costretti a riguardi continui.
– Se tu vuoi – gli proponeva – andiamo a stabilirci in un angolo ignorato del mondo, in un paesuccio di campagna, dove nessuno ci conosca, dove saremo liberi di fare quel che ci piacerà…
– Sarebbe l’ideale ottenuto… Ma io non ho il diritto di seppellirti viva…
– Oh, per me!… È piuttosto che tu stesso hai dei doveri, il tuo avvenire da assicurarti… Tu sei fatto per salire ai primissimi posti, per conquistare il potere! Sarebbe il rimorso di tutta la mia vita, impedirti di proseguire in una via dove t’aspetta il trionfo…
Ciascuno riconosceva, per le ragioni dell’altro, l’impossibilità di conseguire quel sogno; riconoscevano ancora la necessità di vivere separati, ma disponevano anticipatamente la loro vita in modo che nessun giorno sarebbe passato senza vedersi da soli o dinanzi a quel mondo nel quale anch’ella contava di sostenere una parte.
Non era soltanto per lui che ella rinunziava a vivere insieme ignorati; era per tutelare l’amore: l’intimità di tutti i momenti avrebbe finito per intiepidirlo. Se ella voleva esser sempre desiderata, le bisognava spiegare tutte le sue attrattive, mostrarsi or da lontano or da vicino, brillare in società, perchè egli si potesse dire: “Questa donna che tutti desiderano è mia, unicamente!…”
Assaporando la dolcezza d’un autunno mite e sereno, si attardavano intanto sulle rive del lago di Ginevra, peregrinando a Losanna, a Vevey, visitando il castello di Chillon, spingendosi fino a Yverdun e a Neuchâtel, fin quando il primo freddo fece prender loro a malincuore la via di Roma. Per prolungare ancora quell’incanto, andarono nei primi giorni allo stesso albergo; Paolo aveva lasciata la sua casa ed ella doveva ancora trovare la propria. Come la città era ancora deserta del loro mondo, essi andavano spesso insieme, si davano dei convegni al passeggio, in un negozio; s’incontravano come per caso, ed era un fascino supremo mormorarsi delle parole d’amore tra i saluti reverenti delle persone che ancora non sospettavano nulla.
Ella trovò, al Maccao, un quartiere che si meritava il nome di Nido datogli da Paolo; piccolo, ma civettuolo, soleggiato, con del verde dinanzi. Le corse per provvedere al mobilio le prendevano adesso tutto il suo tempo; ella domandava dei consigli all’amato sopra ogni cosa, ma finiva per scegliere lei stessa, guidata dal proprio gusto che egli esaltava. Paolo le aveva mandato delle grandi ceramiche, dei piccoli quadri, degli oggetti d’arte, volendo che da per tutto i suoi occhi si posassero su qualche cosa che le parlasse di lui.
– Ma tu hai forse bisogno di essermi ricordato? Se sapessi come mi sei presente, sempre, a tutti gli istanti!… come non vedo che te, non penso che a te, non odo che la tua voce!…
– Il tuo pensiero – diceva egli – è il sostrato, la trama sulla quale si ricama tutta la mia vita…
– Come parli bene!… Io sento quanto te; ma le espressioni mi mancano…
– Non basta il tuo sguardo?
Quando si compì l’arredamento del Nido, ella vi passò; fu un giorno di festa. Là si sarebbero sempre amati, là ella avrebbe assaporata la dolcezza di vivere! Ma tutti i giorni era festa: ricorreva quasi tutti i giorni una data luminosa nella storia del loro amore; egli ne aveva compilato il calendario, nel quale erano segnati il primo incontro, la confessione, la prima lettera, il primo bacio, il possesso, Castellammare, l’unione assoluta, cento altri piccoli avvenimenti che ella non aveva neppure notati. Che pensiero poetico era stato il suo! Che baci aveva ella posto su quel foglio, documento dell’adorazione ispiratagli! E nella ricorrenza di quelle feste, appena ella apriva gli occhi alla luce, Stefana le veniva dinanzi coi fiori che egli le mandava: l’omaggio più gradito, l’attenzione sempre sognata e mai ottenuta; ella li carezzava, ne aspirava il profumo, ne custodiva alcuni tra le pagine di un libro, in una lettera di lui. Che felicità!
Però, come adesso la gente cominciava a dimostrar di conoscere i loro rapporti, Paolo avrebbe voluto farsi vedere meno spesso con lei; ella insorgeva contro quell’idea dettata da uno scrupolo eccessivo:
– Non ci mancherebbe altro! Il mondo ci costa già abbastanza. E poi, che ci vedano insieme, dov’è il male? Suppongano quel che loro piace…
La vita che ella faceva non le impediva di esser trattata dalle persone con cui era stata prima in relazione; ma v’erano alcune che cominciavano a far le difficili, che le parlavano un po’ fra i denti quando la incontravano in visita, o che la salutavano appena. Ella si consolava pensando che le più pudibonde erano quelle che per proprio conto si permettevano le più ampie libertà, sotto l’egida dei gerenti responsabili; poi, era felice di soffrire quei piccoli dolori per amore di Paolo.
Era stato un dolore più grande la rottura coi suoi parenti. Dopo la sua risoluzione incrollabile di partire, il nonno e la zia le avevano scritto ancora, quantunque freddamente, per darle notizia dei suoi affari, dell’amministrazione della sua dote che Duffredi le aveva ceduta interamente; adesso non le rispondevano più. Ella pensava con uno scettico sorriso all’idolatria che il nonno aveva avuto per lei, e che cessava così, dall’oggi al domani, perchè ella s’era ribellata a un destino insoffribile, perchè non s’era fidata di rinunziare più oltre alla sua parte di gioia sulla terra. Poi si stringeva nelle spalle, s’avvinghiava al collo dell’amato; per lui tutto le era dolce, l’amor suo la compensava di tutto.
Egli era più difficile, soffriva al pensiero dell’ostilità a cui era esposta; presumeva che nessuno avesse a parlare di lei.
– Come è possibile, amore? Ormai, tutti sanno che siamo stati quattro mesi insieme!
– Non tutti… E poi, che importa? Purchè ora non trovino nulla…
– Ebbene, che cosa trovano? Ci vedono insieme, come ogni altra gente!
Per questo ella voleva che, nel suo giorno, egli venisse di tanto in tanto a trovarla, come per una visita, all’ora delle altre visite: vederlo a distanza, in presenza delle persone, pensando a quel che erano l’uno per l’altro, le procurava un’emozione sempre più forte; poi, era anche un mezzo per allontanare i sospetti.
Ella prendeva esempio dalle altre: la Giacomelli non si faceva sempre accompagnare da don Marcantonio Bragadino? Emma Triburzi non andava e veniva da Firenze con Giacomo Mastellani?
– Infine, dicano quel che vogliono: noi facciamo quel che ci piace; sarebbe stolto occuparsi di loro!
E la notte, all’uscir dal teatro, com’egli l’accompagnava, giravano lungamente in carrozza per le vie deserte, stretti l’uno all’altra, dicendosi piano il bene che si volevano, rinnovandosi i loro giuramenti dinanzi alle stelle.
– Se ci vedessero così?… Ci vedano pure! Essi non sapranno mai il bene che ti voglio!
Facevano delle scappate anche di giorno, andavano spesso per la campagna romana, sulla via Appia, a Ponte Molle: dei squadroni di cavalleria facevano esercitazioni, gli ufficiali cercavano di guardare dentro alla carrozza; ella gli diceva:
– Parlami!… ripetimi qui, dinanzi a questa natura, ciò che provi per me…
Un giorno nuvoloso, che minacciava pioggia, andarono a Villa Borghese: come i viali erano deserti, ella abbassò un vetro dello sportello. A un tratto, s’udì uno scalpitar di cavalli, un’altra carrozza s’incrociò con la loro: era il re, che si sporse un poco a guardare e, prima ancora che Paolo districasse il braccio passato dietro la vita di lei, si cavò il cappello, con un breve sorriso di compiacente intelligenza, quasi a dire: “I miei complimenti!…”
Ella arrossì tutta, chiedendo:
– Ti ha riconosciuto?
– Hai visto bene…
Tutto questo non faceva all’amato il piacere che procurava a lei stessa; ma egli s’arrendeva sempre alle sue volontà.
Andavano insieme a Tivoli, a Frascati; ella realizzava ad una ad una le fantasie di cui si era nutrita; si diceva di tanto in tanto, stupita della rivoluzione operatasi nella sua vita: “Sono proprio io che fo questo?…” La felicità di cui si sentiva piena faceva rifiorire la sua persona; ella non era mai stata così bella, si trovava un’aria più provocante, come tutti le affermavano. Ella sorrideva ai complimenti degli uomini, li riferiva a Paolo, gli diceva, buttandogli le braccia al collo:
– Tu non sei geloso?… Se sapessi che effetto mi fanno! Tutti mi sembrano vuoti, stupidi, insignificanti, meschini, dinanzi a te!
Come i lavori parlamentari ricominciarono, ella lo costrinse a prendervi parte assiduamente; andava ella stessa alla Camera, voleva che egli parlasse per lei sola, ritagliava dai giornali i resoconti dei suoi discorsi. Per lei, egli era un po’ troppo liberale e democratico, accarezzava troppo l’ideale dell’eguaglianza umana che le pareva impossibile; e il suo secreto desiderio era di convertirlo, di ottenere quest’altra prova del proprio potere. Paolo non esaltava il suo ingegno? non s’arrendeva spesso ai suoi giudizii? non sollecitava i suoi consigli? Certe volte ella pensava di avere un salone politico, come ve n’erano a Parigi, per contribuire alla fortuna dell’amato; poi si diceva che questo conveniva alle donne sul tramonto, a quelle che perdevano o non avevano mai avute altre attrative: ella era giovane, piacente, capiva poco di politica. Quando chiedeva a Paolo di che cosa s’era occupato, quali affari studiava, cominciava ad ascoltarlo attentamente, approvando, chiedendo spiegazioni; alla lunga, finiva per batter le ciglia, per reprimere dei piccoli sbadigli; allora poggiava il capo sui ginocchi di lui, interrompendolo:
– Dimmi tante cose!… delle cose care, come tu solo sai dirne…
Egli le ripeteva che era l’amor suo grande, il suo orgoglio, il suo sorriso, la sua vita, che avrebbe voluto metterle ai piedi l’universo, immolarle l’umanità; che era un sacrilegio distogliere un’ora sola dall’amore, che voleva rinunziare a quella miserabile politica, vivere unicamente, interamente per lei. Ella, socchiudeva gli occhi ridenti, dilatava le narici, aspirando la lode, imbevendosene tutta; l’altro insisteva:
– Mi dimetterò, non m’occuperò più di nulla; se v’è qualcuno che crede al mio ingegno, al mio avvenire, voglio che dica: “È stato l’amore di lei che l’ha esaurito…”
– No!… No!… Tu non pensi a me, dunque? al dolore che mi daresti?… No, non lo farai! Rina tua non vuole!… Tu non sai che i tuoi trionfi sono i miei, che io fremo d’orgoglio quando la tua parola è soffocata da uno scoppio d’applausi?…
Ella s’infervorava, quantunque egli non insistesse; si faceva promettere obbedienza, ma per compenso voleva che le scrivesse ogni giorno. Ella stessa gli rispondeva assiduamente, dicendogli: “Noi dobbiamo fare oramai una sola vita: io voglio dividere i tuoi lavori, i tuoi piaceri, i tuoi pensieri d’ogni momento. Se tu dovessi soffrire, io soffrirei per te, più di te!…” Si faceva leggere le sue relazioni, voleva essere informata degli umori della Camera, delle probabilità di crise; gli diceva: “Che festa sarà per noi il giorno che salirai al potere!” Montecitorio non la divertiva molto; pure vi tornava più spesso, cercando l’emozione del mistero, del pericolo arditamente sfidato; sedotta all’idea del dominio esercitato su quell’uomo. Un giorno, vestita di nero, con una veletta spessa sul viso, andò all’ufficio di via della Missione, domandò dell’onorevole Arconti, scrivendo il suo nome sulla scheda presentatale da un usciere. V’erano dei contadini, dei provinciali, dei sollecitatori d’ogni genere, ai quali i deputati facevano rispondere che avevan da fare. Ella restava in piedi guardando intorno, temendo di toccare qualche cosa di poco pulito, quando Paolo comparve e le si accostò in un angolo.
– Tu qui!… Che imprudenza!
– Mi rimproveri?… Avevo bisogno di vederti, volevo dirti… – Come della gente poteva udire, ella s’interruppe per riprendere a voce più forte: – Una seduta interessante?
– Tutt’altro…
– Tu m’ami, non è vero?… Dillo! ripetilo…

II.

La schiera dei suoi ammiratori si faceva numerosa: ella ne aveva sempre qualcuno d’intorno. Imaginavano di poter trarre profitto della sua libertà, supponevano che ella l’avesse cercata per darsi alla vita galante! I loro elogi, sì, le piacevano, solleticavano la sua vanità femminile; ma come s’ingannavano nel resto! Ella teneva fronte a tutti, voltava in ridicolo le loro dichiarazioni, scherzava a parole, li metteva a posto se passavano il segno, e quella lotta acuiva il suo spirito, le dava la coscienza della propria forza. Il marchese di Durazzo, uno dei più brillanti, dei più assidui e dei più insistenti, non restava due minuti con lei senza farle delle dichiarazioni più o meno velate; ella sosteneva imperterrita i suoi attacchi.
– Dubitate delle mie parole?
– Me ne guarderei bene!
– Allora, consentite ch’io speri?
– La speranza è l’ultima a morire.
– Siete crudele!… Non potrò far mai nulla per provarvi l’amor mio?
– Sì, una cosa semplicissima…
– Ditela!
– Parlarmi d’altro.
D’Azeglio, un capitano di cavalleria, molto brillante, molto lancé, l’assediava anche lui, ma in un modo speciale, facendo il difficile, presumendo d’interessarla, di destare la sua gelosia mostrandole tutte le donne che se lo contendevano. Era venuto una sola volta a farle visita, poi le aveva dichiarato che non sarebbe tornato più, non volendo vederla dinanzi alla gente! Ogni tanto, dopo averle concesso la grazia di guardarla, le chiedeva:
– Mi permette di venirla a trovare?
– Ma sempre!
– Quando?
– Tutti i martedì!
Con le loro pose, con le loro pretese, la facevano ridere! Ella li giudicava tutti al loro giusto valore, sapeva quel che volevano, stava sempre sulle difese. Ve n’erano di superiori a Paolo per ricchezza, per avvenenza, per eleganza; l’amore che aveva per lui non l’accecava di certo; la garantiva, però; la faceva passare immune in mezzo ai fuochi incrociati di quegli assedii. Il principe di Lucrino le si era presentato di nuovo, ma senza domandarle più nulla. Era fra i pochi che non fingessero d’ignorare la sua relazione con Paolo; alludeva alla felicità di lei, le chiedeva soltanto di esserle amico. Si rassegnava al suo scacco; una volta, anzi, aveva fatto prova di spirito:
– La mia disgrazia è stata quella dei carabinieri d’Offenbach: sono sempre arrivato tardi!
Ella riferiva tutto a Paolo, attenuando soltanto qualche frase, tacendo qualche circostanza; se vedeva un’ombra velare un poco gli sguardi di lui, gli buttava le braccia al collo:
– Ti dispiace?… Vuoi che io non li veda più? che rinunzii ad ogni distrazione, che fugga la società?
– No!… ma no!… Chi ti ha detto questo!…
– Hai fede in me?
– Piena, cieca, assoluta.
– Grazie!… grazie!… credi pure che nessuna ne è più degna!… Che bene mi fai!…
Avrebbe voluto mettersi in ginocchio dinanzi a lui; con dolce violenza egli l’obbligava a rialzarsi:
– Sei tu che mi fai bene!… Perchè sospetti di me?.. Io capisco che il mondo ti seduce, che tu hai bisogno di brillarvi, che l’atmosfera dei salotti è l’ambiente tuo vitale.
– È vero…
– Che le galanterie degli uomini ti sono gradite, come sono graditi a me, per esempio, gli applausi dei miei colleghi, le lodi dei giornali…
– Sì, è così… come mi comprendi!…
– Ma che questo non t’impedisce di sorridere delle loro pretese, perchè il tuo cuore è preso, è tutto mio…
Ella lo abbracciava fitto, esclamando:
– Amore!… Amor mio caro!… Come sei fatto per me!… Che bene, che bene ti voglio…
La virtù di cui gli dava prova, serbandoglisi fedele in mezzo alle seduzioni, riscattava la sua colpa antica, le faceva dimenticare l’avventura di Palermo e l’obbligo di confessarla. Alcune volte, ella trovava perfino eccessivi i suoi scrupoli, pensando alla leggerezza trionfante delle altre donne; ma la sua lealtà la rimordeva, le dimostrava il dovere di confessar l’errore a quell’uomo così diverso dagli altri, così pieno di delicatezza e di nobiltà. Però differiva il compimento di questo dovere, cullata dalla fiducia di Paolo, distratta dalle esigenze della vita. Con l’inoltrarsi dell’inverno i suoi successi mondani crescevano; ella era sempre più entourée, i giornali citavano la sua presenza alle premières; il Fanfulla aveva detto di lei: “un fiore di leggiadria che i giardini profumati della Conca d’oro hanno ceduto agli Orti romani.”
Al primo piano della palazzina dove ella abitava, era venuta a stare una famiglia d’inglesi, i Watson: una madre, giovane ancora, e tre ragazze una più graziosa dell’altra. Ella s’era legata con esse, andava in casa loro tutti i sabati, troneggiava in mezzo al mondo cosmopolita che vi si dava convegno. Sentiva tratto tratto gli effetti della sua falsa posizione, nella freddezza che incontrava qua e là, ma vi si rassegnava, senza dir nulla a Paolo. Comprendeva che non avrebbe potuto tornare al Quirinale; però, nei giorni che precedevano i balli a Corte, una sorda irritazione la prendeva: tutte quelle che la trattavano freddamente parlavano a posta dei loro preparativi, vi insistevano, quasi per farle notare che ella sarebbe rimasta fuori; e, come quando era bambina, affrettava il corso del tempo perchè quella festa a cui non poteva intervenire fosse una cosa passata.
In quaresima, dai Watson, si recitava la commedia, si rappresentavano i quadri viventi: Cinderella, Midsummer’s night’s dream, Cordelia. Nella commedia ella aveva le prime parti; ed era la sua passione e il suo trionfo. Entrava nei panni del suo personaggio, si muoveva sulla scena, dinanzi a un centinaio di spettatori, con la stessa disinvoltura che se fosse stata nel proprio salotto, diceva le cose imparate a memoria come se avesse parlato d’istinto. Fioccavano gli applausi, i complimenti. Il piacere di lei sarebbe stato più grande se avesse potuto recitare insieme con Paolo, ma egli era troppo serio per chiedergli questo, e poi sarebbe stato sfidar troppo l’opinione. Però rivolgeva a lui, intenzionalmente, le frasi d’amore, le parole soavi, gli diceva che rappresentava unicamente per lui, che la folla scompariva dai suoi occhi, che egli era tutto il suo pubblico. Come Paolo scuoteva un poco il capo, ella insisteva:
– Non mi credi?… Ma tu non fai altrettanto per me? non parli per me sola?
– Sì; ma io non sono circondato da belle signore che mi sorridono!… io parlo solo al mio banco…
– E supponi che quegli uomini esistano per me? Che io mi accorga di loro?… o Paolo, come t’inganni! come mi conosci male!…
– Tu non t’accorgerai di loro, sarà bene; ma son essi che si accorgono di te…
– Se tu non vuoi, non li vedrò più!
– No, no… non mi dar retta; perdonami!
Ella gli passava una mano fra i capelli, lo costringeva a guardarla.
– Sei geloso, di’… sei geloso? – Come egli assentiva, con un moto degli occhi, ella chiedeva ancora. – Di chi?… Dimmelo… dillo!…
– Ma di tutti e di nessuno, di quelli che ti stringono la mano, di quelli che ti parlano, che ti guardano appena… delle tue amiche, della gente che incontri, dei libri che leggi, di tutto ciò che mi sottrae qualche cosa del tuo pensiero.
Ella esclamava, sommessamente, ripetutamente:
– Com’è bello… com’è bello, essere amate così!
Poi riprendeva, tenendolo stretto per una mano, guardandolo negli occhi:
– Tu, è vero? non vivi che per me… non cerchi nessun’altra?… Perchè nessuna potrebbe amarti come me, non è vero?… E quanto mi ami? quanto?
– Quanto non è possibile dire! Sempre più! Ogni giorno più dell’altro! E queste ore che tu mi dài non mi bastano, sono troppo corte, volano presto… Vorrei starti sempre vicino, a tutti gli istanti, come al tempo del nostro viaggio; di’, ti ricordi?…
– Ah!…
Tacevano un poco; egli mormorava:
– Perchè non dev’esser sempre come allora? Perchè dobbiamo rinunziare a quella felicità?
– Perchè!.. Perchè tu hai dei doveri, perchè io non sono libera, perchè bisogna contare sul mondo, salvare le apparenze… E poi, credimi, è meglio che sia così: la sazietà ucciderebbe l’amore, farebbe nascere la stanchezza.
Alle proteste di lui, ella soggiungeva:
– Oh, non lo negare!… Perchè dunque è così difficile che l’amore resista al matrimonio?… No, non ci lagniamo. Del resto, torneranno i giorni più belli: l’estate è vicina, andremo via, ai bagni, sui monti… e saremo sempre insieme, quasi come allora, vedrai!…
Invece, come si diedero convegno a Livorno, lo scontento di lui crebbe; in mezzo ad una società scioperata ed osservatrice, tra una folla di conoscenze vecchie e nuove, essi erano costretti a prendere maggiori precauzioni, a contenersi di più. Ella era più che mai felice di vederselo vicino, a tutte le ore, in presenza della gente, trattandolo come un amico, rappresentando una commedia; questo a lui non bastava. E, prendendosela con lei, quasi fosse sua colpa, la evitava, la lasciava sola, le mostrava il suo corruccio!
– Ma perchè fai questo? – chiedeva ella, umilmente, giungendo le mani. – Che cosa mi rimproveri? perchè mi punisci? perchè?…
– Perchè? – prorompeva egli – perchè ho bisogno di te: perchè quando penso che debbo restarmene lontano da te, sento la tentazione di afferrarti pel collo, così, e di strozzarti, piuttosto…
– Sì… sì… – cogli occhi chiusi, abbandonata, ella si offeriva al suo furore appassionato. – Uccidimi, sì; è dolce morire di tua mano!…
– Perdono!… Perdono!…
Nella stretta convulsa che seguiva quell’impeto, ella mormorava:
– Andiamo via!… nascondiamoci fuori del mondo, in campagna, in un deserto…
– Questo non è possibile.
– Sì, purtroppo hai ragione! ma allora bisogna rassegnarsi!… Quel che tu vorresti è anch’esso impossibile, con la vita a cui ci costringono la nostra posizione, i nostri doveri!… Tu soffri, non è vero? nel sentirmi maltrattata? ma che cosa sarebbe se facessimo quel che tu vorresti?
– È vero!… hai ragione!… Ma la ragione è una triste cosa; io non la so tollerare!…
Infatti, dovendo andare a casa sua, chiamato da affari di famiglia, da interessi elettorali, rimandava sempre la partenza, non voleva staccarsi da lei. Ella diceva:
– Se potessi venire anch’io con te!… Come vorrei conoscere il tuo paese, la tua famiglia, entrare nella tua casa, rovistare sul tuo tavolo… Vi troverei i ricordi di quelle altre che ti hanno amato prima di me, li disperderei tutti, lascerei dovunque qualche cosa di mio!
– Perchè non vieni?
– Io?… No, so bene che non è possibile… A qual titolo entrerei in casa tua?… Poi, ti nuocerei…
– Non dir questo, intendi?
– Oh!… credi pure che lo capisco bene… Vedi, bisogna essere ragionevoli!… Anche tu devi intender ragione, andare a casa, pensare ai tuoi affari!… Che cosa è una separazione di un mese?… Se hai fiducia in me…
– Amore!… Amor mio!… povero Amore!
E allora soltanto egli s’indusse a lasciarla. Per essergli più vicina, ella andò a Recoaro; la tristezza della solitudine si dissipò presto nell’animazione che le regnava d’intorno. Come da per tutto, ella era sempre molto festeggiata, i giovanotti la corteggiavano, i mariti lasciavano le mogli per fare i galanti con lei. Ella accoglieva i complimenti di tutti, opponeva a tutti la stessa resistenza vivace, agguerrita. Talvolta si sorprendeva a pensare a qualcuno di quegli uomini: ve n’erano che le piacevano fisicamente, o per le doti dello spirito: ella si rimproverava questi pensieri che accordava loro. Amando un altro, essendosi data a lui, anima e corpo, per sempre, come era possibile pensare ad altri, sia pure per un momento? La passione non era dunque come aveva creduto, cieca, esclusiva; o era lei stessa incapace di provarla, leggiera, volubile? No; ella amava Paolo, con tutte le sue forze, ora molto più di prima. Prima era stato capriccio, curiosità, attrattiva del frutto proibito, persuasione vendicatrice; adesso ella si sentiva legata a lui, indissolubilmente, dal culto che egli stesso le aveva votato, dalla gratitudine per la felicità che le aveva fatto conoscere… Forse anche il bisogno di legittimare la sua caduta esagerava la forza di quell’amore?… Perchè riconosceva ella questo? Perchè scendeva in fondo alla sua coscienza ad esplorarne le pieghe recondite!
Ella scopriva ora la differenza passante tra le cose imaginate e le reali. Quella passione creduta ideale era cominciata male, non era bastata una prima volta a salvaguardarla; adesso non le impediva di trovare che v’erano altri uomini dai quali si sarebbe lasciata amare… Era dunque veramente una perversa?… No. Ella riconosceva ancora che qualche cosa di simile accadeva in tutti, che nel fondo del proprio animo nessuno era quale appariva; che tanti istinti, tanti moventi, tante idee, si nascondevano, si mascheravano… Non doveva accadere lo stesso in Paolo? Nell’amore di lui non doveva entrare l’orgoglio di averla fatta cadere, di vedersi additare come l’eroe d’un romanzo?…
Le riflessioni non duravano a lungo; la vita la riprendeva; ella pensava che la vivacità della sua imaginazione, l’acutezza del suo spirito erano le cause di quelle osservazioni un po’ tristi. Che importavano tutte quelle sottigliezze? Ella affermava la prepotenza dell’amore, dell’ideale. Se pensava talvolta a qualche altro uomo, ammetteva forse la possibilità di tradire l’assente? Avrebbe voluto vedersi messa alla prova dalla seduzione in persona, da don Giovanni redivivo, perchè rifulgesse la forza della propria costanza! Tradire l’amato, adesso, le sarebbe parsa una infamia senza nessuna scusa. Egli le scriveva delle lettere traboccanti di passione, di tenerezza, che ella divorava, rileggeva due e tre volte, fino ad impararle a memoria, assistendo così a tutta la sua vita, dimenticando coloro che le stavano attorno.
Il cavaliere Augusto di Sant’Uberto, fra questi, era uno dei più insistenti. Un elegante, un seduttore di professione, con una fama di spadaccino, di duellista fortunato: lo spauracchio dei mariti. Magro, alto, dagli occhi vivaci, dai mustacchi a punta, dalle mosse eleganti; un ballerino consumato, compromettente. Le aveva mormorato le prime frasi galanti durante una danza, tenendola stretta, facendole sentire tutto il suo corpo, il peso d’uno sguardo divoratore. Ella aveva evitato di guardarlo: uno scambio di sguardi, ballando a quel modo, dopo quelle parole, poteva decidere il destino d’una donna! Le sue qualità mondane, la sua reputazione di conquistatore lo rendevano interessante per lei; ella non voleva però compromettersi, tanto più che lo sapeva legato con la Rinardi, una sua nuova amicizia. Egli tornava alla carica, e come trovava sempre la stessa resistenza, si vendicava punzecchiandola, contraddicendola in ogni sua opinione; se la vedeva con un romanzo in mano, se l’udiva ammirare la calma della notte, lo stormire degli alberi, il chiaror della luna, canzonava con insistenza il suo ideale poetico.
– Volete dirmi con questo che voi comprendete il solo reale? Vi credo!
– E voi andate dietro alle finzioni!
– Se la verità è tanto brutta…
– Che cosa ne sapete?
– Purtroppo!
Ella si dava l’aria di una scettica, come se uscisse allora da un inganno crudele; in secreto rideva di quella commedia. Sant’Uberto, pigliandosi beffe di lei, le diceva che uno solo poteva comprenderla in mezzo a quella società: l’avvocato Trovisani. Glie lo avevano presentato alla Trink-Halle: un uomo sulla quarantina, un po’ basso, bruno, con una barbetta corta ma folta, con delle mani ben fatte, delle quali era molto vano. Le stava spesso vicino, rispettosamente, prevenendo i suoi desiderii, schierandosi sempre, ad ogni costo, dalla sua parte, ogni volta che s’impegnava qualche discussione. Come per alcuni giorni non si vide, Sant’Uberto le disse:
– Sa che Trovisani la evita?… Ha detto: “Sento che quella donna mi sarebbe fatale!”
– Oh, Dio!
Malgrado lo trovasse un po’ comico, e quantunque Sant’Uberto fosse capace d’avere inventato lui quel motto, ella ne provò un senso di piacere. L’avvocato tornò ad avvicinarla, a farle la sua corte discreta. Ella lo credeva perfettamente innocuo, quando, un giorno che erano andati a fare un’escursione alla Civillina, trovandosi solo con lei, le afferrò una mano e si mise a baciargliela.
– Trovisani, siete matto?
Tentava di liberarsi, con una voglia di ridere, tanto le pareva buffo. Egli continuava, esclamando:
– Vi amo! Vi adoro! Dovete esser mia…
– -Siete pazzo? Lasciatemi, o grido…
Riuscì finalmente a svincolarsi, raggiunse quegli altri; ma l’avventura la fece pensare ai pericoli cui la sua posizione l’esponeva. Così, tornò a Roma un po’ prima del tempo stabilito con Paolo, scrivendogli di venirla a raggiungere, di non lasciarla più sola… “È troppo eterna questa separazione; non mi fido più di starmene lontano da te. Come sono stati tristi, lunghi, interminabili, questi giorni di solitudine! Tutto mi è parso vuoto ed inutile; trovandomi in mezzo alla gente, ammirata, invidiata, pensavo: Che cosa sto a far qui? Per chi fo questa toletta, per chi spendo queste cure?… Per nessuno, egli è lontano, non può vedermi, i soli elogi suoi avrebbero un prezzo. O Paolo, la vita senza di te è una cosa impossibile! Ritorna, affrettati, io ti tendo le braccia, t’invoco…” Egli tardò ancora qualche giorno, scusandosi in lunghissime lettere; ai primi di novembre finalmente fu a Roma.
– Perchè hai anticipato? – le chiese, nella furia dei primi abbracci. – Ti annoiavi? Mi desideravi?
– Quanto!… Quanto!… Almeno qui tutto mi parla di te; la tua figura, il tuo ricordo è associato a tutto; ma lì… sola, in un albergo, in un paese sconosciuto… e poi…
– Che cosa?… Perchè questa reticenza?… Dimmi tutto!… – E le stringeva forte una mano, le figgeva, gli occhi negli occhi.
– Nulla… non t’allarmare!…
Mentre gli riferiva l’avventura di Trovisani, egli s’arricciava i baffi, si mordicchiava le labbra, esclamando tratto tratto: “Buffone!… Buffone!…”
– Non è vero?… Ci vuole del toupet ad aggredire così una signora!… a credere di poterla prendere come una cameriera!… Avesse almeno avuta qualche qualità dalla sua; fosse stato piacente, simpatico…
– E ve n’erano, di questi?
– Ma…. sì…. qualcuno…. Sant’Uberto, per esempio…
– T’ha fatta la corte anche lui?
– Sai… me la fanno un po’ tutti!
– -Che cosa ti ha detto?
Ella chinò il capo, diede dei buffetti alle pieghe della sua veste, rispondendo:
– Eh!… che mi trovava bella, elegante… che eclissavo tutte le altre… che ballavo divinamente…
– E tu, che cosa gli hai risposto?
– Nulla; cosa volevi che rispondessi? Non gli davo retta… Dicono tutti la stessa cosa!… Con una signora come me, poi, libera o che si suppone tale, tutti si credono in dovere di fare i galanti, di attaccare arditamente… Oramai, ci sono avvezza!
Egli disse, tornando a guardarla:
– E ti piace, confessalo…
– No, te lo giuro!… Mio Dio, i complimenti, gli elogi, la corte elegante, sì, mi piace, mentirei se lo negassi… piace a tutte, stanne pur sicuro, alle più rigide, alle più scrupolose; siamo fatte per questo!… ma l’indiscrezione, le grossolanità, le brutalità…
– Lo scopo però è tutt’uno…
– Sì, certo… anzi, puoi dire che a quell’altro modo si raggiunge più facilmente…
Allora egli osservò, con un sorriso forzato:
– Vedo che calcoli tutto…
– Come lo dici!… Credi che io pensi a colui?… Paolo, non lo credere!… Te lo giuro, neppur per sogno!… Non ho detto per lui… chi lo vedrà più?… Come vuoi che io pensi ad altri, quando sono piena di te, tutta, unicamente?
– Perchè hai detto questo, dunque?
– Ma perchè è una cosa che ho pensata sempre, fin da quando ero con mio marito… Pensavo che il rispetto, la discrezione, la corte poetica, erano più pericolose… E tu credevi?… O Amore! Amore!
All’abbraccio, al bacio con cui suggellava la pace, successe un breve silenzio. Egli chiese a un tratto:
– Chi ti fece pensare a questo?
– Ma… un po’ tutti… quelli che mi stavano attorno, quelli che ti nominai…
– Ma, più specialmente?
– Che cosa t’importa? Acqua passata!…
– Non monta: lo vo’ sapere…
– Ebbene… Aldobrandi.
Per la seconda volta, ella abbassò gli occhi. L’altro insisteva:
– Ti fece la corte?
– Molto.
– Discretamente?
– Sì… da principio…
Egli s’era chinato su di lei, divorandola con lo sguardo, pendendo dalle sue labbra.
– E più tardi?… più tardi?
– No, no… – Nascondendosi il viso tra le mani, ella scongiurava: – No… lasciami… non mi chieder nulla…
– Lo vo’ sapere… te ne prego!… non debbo saper tutto di te? possiamo avere dei segreti l’uno per l’altro?… Poi, che cosa temi?… Non mi conoscevi, allora!… Dimmi la verità, quell’uomo…
– No, te lo giuro!…
E a mezze parole, più rispondendo alle domande di lui che non narrando, gli aveva detta la diabolica perversione di quel seduttore, l’oscura avventura da cui era cominciata la sua perdita. Spasimava, tra il dovere di dir tutto, il resto, il tradimento meno scusabile, e il terrore di perdere l’amore di lui, la sua stima; poichè già una tristezza si dipingeva in volto all’amato, già i suoi sguardi l’evitavano.
– Hai visto? M’hai fatto soffrire, per soffrire tu stesso… Paolo! Che hai?… Guardami, Paolo; dimmi che mi perdoni…
– No; con qual diritto t’incolperei?
– Grazie! grazie!… Tu sei generoso; t’amo per questo, specialmente per questo!…
Egli disse ancora, guardandosi intorno, quasi trasognato:
– Com’è accaduto stasera che abbiamo rimestate queste cose?
– Mentre doveva essere una festa serena!… il giorno della nostra riunione, il primo d’una serie infinita…
I bei giorni infatti tornarono, con la felicità di un tempo, le dimostrazioni d’un amore che andava sempre crescendo, la fusione completa delle loro esistenze. La delicatezza di cui Paolo aveva dato prova l’incoraggiava a completare la confessione; oramai non aspettava che l’opportunità. Però, quando parlavano delle donne che cadono, dei giudizii severi che il mondo ne dà, ella gli chiedeva, guardandolo, un po’ triste:
– Dimmi la verità: tu non mi disprezzi?
Egli le turava la bocca, esclamando:
– Tu sei il vanto mio dolce! il mio orgoglio!… Vorrei mostrare all’universo l’amore che ti porto…
– Ma se non fossi tua? se sentissi parlar di me come d’una estranea?
– E questo è possibile imaginarlo soltanto? se sono così pieno di te!… No, povero Amore: fuor dell’amore tu non m’ispiri che una sola cosa; una grande pietà…
– Come sei buono!… Com’è bello, questo!
– Poveretta!… Poverina!…
Allora ella sentivasi prendere da una più grande tenerezza; gli nascondeva il viso sul petto, mormorando:
– Sì, è dolce esser compianta da te!… Dimmi poveretta, se sapessi che bene mi fa!…
Ah, nessun uomo valeva quanto lui! Egli la lasciava sempre libera, non le chiedeva mai quel che aveva fatto in sua assenza, le dimostrava una fiducia sempre più salda. Non la seguiva, anzi, come prima; non cercava di vederla in presenza della gente, quando altri uomini le stavano intorno. Questo però non le piaceva; ella lo voleva vicino, sempre, sopratutto in cospetto del mondo.
– Tu hai l’aria di sfuggirmi…
– Ma no! ma no!
– Lo so perchè fai questo: è per delicatezza, per provarmi che hai fiducia in me…
– Non c’è bisogno di provare ciò che non si mette in dubbio.
– Grazie! Ma io voglio che tu mi segua dovunque…
– Sarà fatto… era solo per evitare le maldicenze…
– Oramai!… Dicano quel che vogliono!… Tu farai quel che dirò io?
– Sempre!
– Che cosa faresti per provarmi che mi vuoi bene?
– Non so; morirei.
Ella sussurrava:
– Ti danneresti per me?…

III.

Aveva bisogno di quel grande conforto: le piccole angustie, le umiliazioni dolorose non le erano risparmiate. La Rinardi, che a Recoaro aveva fatto l’amica, a Roma l’accolse freddamente, non le restituì la visita. I Terraísi, venuti da Palermo a stabilirsi alla capitale, fingevano di non riconoscerla!… Questi qui prendevano le parti di suo marito, negavano che egli l’avesse maltrattata, dicevano che ella aveva sempre avuto l’istinto della perdizione, che era fuggita di casa per darsi alla vita allegra… La menzogna e la calunnia la rivoltavano; l’ingratitudine non capiva nella sua mente. Delle persone che si erano sedute alla sua tavola, che le avevano protestato amicizia, adesso la trattavano così – senza una ragione! Che cosa aveva fatto loro? di che cosa avevano a lagnarsi tutte quelle che se la prendevano con lei? Forse era l’invidia, il rancore di non poter fare apertamente altrettanto! Malgrado quella persuasione, malgrado la nessuna stima che aveva di quelle altre, la loro condotta l’addolorava, l’offendeva; ella diceva a Paolo:
– Bisogna, vedi, che tu mi ami molto, che tu compensi tutto quel che mi manca… Non ho che te al mondo: i miei zii, mio nonno non mi vogliono più vedere; mio figlio è bambino, quando sarà grande forse neppure mi riconoscerà. Tu sei tutto per me!…
– E tu dunque?
– Sì; ma tu hai l’avvenire che ti sorride, uno scopo pratico che attira tutta la tua attività: fuor dell’amore, che cosa resta a una povera donna come me? Gli anni passano, sai…
Egli le turava la bocca, ella scuoteva un poco il capo. Aveva compiti i trent’anni senza molta tristezza; l’avvicinarsi del trentunesimo la colmava d’un’angoscia muta. Sentiva precipitare il corso del tempo; si vedeva già a quaranta, vecchia, inutile, impossibile. Restava lunghe ore allo specchio, guardandosi negli occhi, stirandosi le guancie, esaminandosi i denti. Certe notti d’incubo, sognava che qualcuno le cascasse a pezzi, infracidito; che gli altri intorno oscillassero nelle gengive, vicini a cadere anch’essi, ed era un orrore, un terrore pazzo che la svegliava, di scatto. Col giorno, l’incubo si dissipava, ella pensava che adesso era veramente donna, che aveva dinanzi i lunghi anni della maturità sana e forte; che gli uomini preferivano quelle dell’età sua. E quando Paolo le rinnovava i suoi giuramenti, con un trasporto veemente, scompigliandosi i capelli, stringendola fino a farle male, le sue paure finivano in sorrisi silenziosi, in una compiacenza estasiata dinanzi alla certezza che il proprio impero era ancora molto lontano dal tramonto, che ella sarebbe stata ancora amata. Certe volte, non era anzi lui che manifestava il timore di non esser più degno d’amore, di perdere quella poca attrattiva che aveva potuto esercitar su di lei, fin lì?
– Son’io che invecchio; guarda: ho delle rughe profonde, dei capelli bianchi…
– Non è vero!
– Sì, guarda bene: qui, attorno alle tempie… vedi?… avrò presto tutte le tempie bianche, sarò presto tutto bianco… Allora non dirò più nulla come uomo, potrò ispirare forse del rispetto, se non ti farò paura…
– Smetti!… tu non sai quel che dici!… Io ti vorrò sempre bene lo stesso… E tu me ne vorrai altrettanto… Invecchieremo insieme, se mai, e ci vorremo bene in un altro modo; che importa? Ricorderemo i tempi passati, ci terremo sempre compagnia… tu mi porterai delle ricette contro i reumi, io ti darò a baciare la mano… che non sarà più come adesso, ma secca, ossuta, aggrinzita…
– Taci, grulla: è impossibile!…
Ella tentennava un poco il capo, e le pareva d’avere degli occhiali sul naso, una cuffia di merletti sui capelli bianchi. Altre volte, era l’amato che evocava una diversa visione dell’avvenire:
– No, io finirò prima di te, tu cesserai d’amarmi, ti accorgerai che non sono degno dell’amor tuo…
– Cattivo, perchè dici questo?
– E mi lascerai, tornerai al tuo paese, non mi vedrai più… Allora, non riceverai più di quelle lettere nelle quali io mettevo qualche cosa dell’anima mia, non ti sentirai più mormorare le parole pazze che io ti dicevo un tempo…
– -Taci! mi fai male…
– Qualche volta, se aprirai un giornale, gli occhi ti andranno sul mio nome; allora, il ricordo di quel che fummo…
– Basta, per pietà… Gli occhi le si velavano di lacrime, dei singhiozzi le sollevavano il seno; ed era tale l’intensità della tristezza prodotta da quella suggestione, che ella credeva di aver ricuperato l’amor suo, quando Paolo riabbracciava, chiedendole perdono.
– Che sciocchi! Che barbaro gusto, starci a torturare così, mentre tutto ci ride!
E trovavano un sapor nuovo alla loro felicità. Tutto era per loro soggetto di gioia, le cose più comuni, più insignificanti. Come a Palermo le pareva distinto il parlare toscano, adesso le piaceva mescolare nel suo discorso delle parole, delle frasi, dei proverbii siciliani; e li spiegava all’amato, che li trovava pieni d’efficacia, e la incitava a servirsi più spesso del suo dialetto. Ella gli faceva la cronaca della sua giornata, gli riferiva gl’incidenti più minuti, gli dava a leggere le lettere che riceveva, si mostrava a lui per il primo nelle sue nuove tolette. Egli le recava i giornali, la metteva al corrente di quel che avveniva. A furia di sentir parlare di partiti, di leggi, di idee di governo, ella incominciava a interessarsi alla cronaca parlamentare, alle quistioni generali di politica interna ed estera. Però sosteneva contro di lui il prestigio dell’autorità, la forza del potere; quando lo sentiva esprimere qualche teoria troppo liberale, gli dava, scherzosamente, del rivoluzionario; gli diceva:
– Ma come è possibile che tu, nella tua posizione sociale, con la tua educazione, col tuo ingegno superiore, ti possa credere l’eguale d’una persona volgare, gretta, ignorante?… Come puoi credere che tutti gli uomini siano eguali, se degli abissi li separano?
– Sono appunto questi abissi che bisognerebbe colmare.
– Utopie! Tu non sarai mai l’eguale del tuo portiere!
– Il mio ideale sarebbe che il mio portiere fosse eguale a me!
– Allora, chi resterebbe nel bugigattolo?
Quelle dottrine, nel concetto di lei, gli facevano un po’ torto: ella avrebbe voluto vederlo più autoritario, entusiasta della monarchia, pronto a dar la vita pel suo re; invece, egli sorrideva un poco alle frasi ammirative che ella aveva pei Savoia.
– Che stirpe di prodi! che gente leale e gagliarda!… Spero bene che tu non sarai pei placidi tramonti!…
– E se fossi?…..
Ella rispondeva ridendo, ma impetuosamente, a quel proposito detto ridendo:
– Non dovresti comparirmi più dinanzi! – Poi, dalla minaccia passando alla seduzione, riprendeva: – No, tu faresti invece ciò che vuole l’Amor tuo, non è vero? Tu non rinunzieresti alle tue idee, se io te ne pregassi?…
Allora, egli scrollava un poco il capo:
– Dopo tutto, un’idea val quanto un’altra…
E le confessava che scrivendo o pronunziando un discorso in sostegno delle proprie teorie, le teorie contrarie gli si affollavano nella mente; che quando udiva un contraditore, diceva tra sè: “Infine, anche lui ha ragione… se è convinto! se non si dice anche lui che ho ragione io!…”
– Ma perchè sei così? – chiedeva ella, curiosa di comprendere quello spirito complicato, dinanzi al quale sentivasi un poco intimidita.
– Chi lo sa!…. Forse perchè ho pensato molto.
Delle intere serate passavano nel discutere di morale, di filosofia, di problemi altissimi; egli sfoggiava per lei tutta la sua eloquenza, ella restava ammirata, facendo tratto tratto qualche osservazione sottile, dettata del buon senso, che imbarazzava un poco il pensatore. Il problema metafisico la interessava più degli altri; ella era ansiosa di sapere se esisteva una giustizia superiore, riparatrice; il suo terrore della morte sarebbe stato attenuato dall’idea d’una seconda vita, qualunque essa fosse – e interrogava l’amato, pendendo dal suo labbro, come se egli ne sapesse più degli altri.
– Così, quando si muore?…
– Ci s’addormenta per sempre, d’un sonno senza sogni.
– E più nulla?… Più nulla!… Non v’è dunque nulla lassù?…
L’opinione d’un uomo come lui aveva un gran peso, la turbava nella sua fede religiosa; e ad un tratto, mettendosi una mano dinanzi, come ad allontanare qualcuno, esclamava:
– No, no; parliamo d’altro…
E tornavano a discutere di politica, di quel che egli avrebbe fatto se fosse salito al potere, delle quistioni del giorno. Ella se la prendeva con la repubblica francese, prevedeva la sua caduta; e fra i pretendenti Chambord aveva le sue simpatie, per la nobiltà del carattere, la saldezza della fede, la religione della bandiera. Paolo le aveva spiegato più volte la parentela cogli Orléans, perchè ella non la riteneva. Una sera, le disse:
– D’Aumale non ha possessioni in Sicilia?
– Sì, allo Zucco. E una villa a Palermo; non l’hai vista?
– Non rammento. È bella?
– La palazzina non molto, il giardino è un incanto.
Una vaga inquietudine sorse in lei. Avrebbe voluto sviare quel discorso; sentiva però che la colpa del silenzio sarebbe cresciuta. Se egli avesse parlato d’altro…
– Si può visitare sempre? – chiese egli ancora.
– Non so… credo sia necessario un permesso… quando v’andai io, c’era il visconte de Biennes, amico di mio marito…
– E il duca?
– Venne dopo. Un bel vecchio, una testa intelligente, un gran signore di razza…
– E questo visconte?
– Il suo attachè…
– Giovane?
– Giovanissimo, l’età tua…
Dopo una pausa, egli chiese:
– Ti piaceva?
– Sì, molto; te lo confesso…
Gli sguardi di lui le pesavano. Egli continuava a chiedere, con un tono d’indifferenza:
– E tu gli piacesti?… Te lo disse?… Come ti disse?…
– Quel che dicono tutti… non lo sai?
– Non me ne avevi parlato ancora… Quando fu?
Ella chiuse gli occhi.
– Quando?… Perchè non vuoi dirmelo?
– Quando tornai a Palermo, per la morte dello zio…
– Dopo di me?
Ella non rispose. Sentì che le si faceva più vicino, che cercava la sua mano.
– Come ti disse?… Dove ti vide?… di’!…
Allora, con moto lento, ella gli passò le braccia intorno al collo, gli nascose il viso contro la spalla. Mormorò:
– Non mi chieder nulla… sai bene com’è doloroso… parlami d’altro…
Egli la sollevò dolcemente, le carezzò con una mano la fronte, le strinse la destra con l’altra.
– Dimmi tutto… m’avevi giurato di dir tutto!… che importa se è doloroso!… L’amore è fatto di spasimi e d’esultanze… Dimmi tutto… – Abbassando la voce, aggiunse: – Perchè tremi?… Dimmi la la verità: colui…
A un tratto ella si svincolò, si strinse le mani, girando il capo ansiosamente, con le narici dilatate, come se le mancasse il respiro.
– Ebbene… l’hai voluto!… soffocavo!… mille volte, mille volte la confessione m’era salita alle labbra!… la paura, la vergogna… Sì… un momento di pazzia… d’aberrazione!… non ero più io… te lo giuro!… non lo credevo io stessa… Ne fui punita, sai!… il pentimento, il rimorso assiduo, cocente…
Un pallore si diffondeva in volto all’amato, le sue labbra si schiudevano un poco. Ella tentò di prendergli una mano; i capelli disciolti le caddero sul viso, con un gesto automatico li ricacciò indietro, continuando:
– Sono indegna di perdono… lo sento!… non te ne chiedo… Ma tu eri lontano… mio marito mi colmava d’oltraggi!… No, non mi giustifico… Paolo, ascoltami… dammi la tua mano… Che ho fatto, mio Dio!
Gli era caduta in ginocchio dinanzi, buttando indietro lo strascico della sua veste da camera, congiungendo le mani.
– Senti: tutta la verità… allora io non t’amavo… no!… oh, no!… non t’amavo come ora!… non sapevo quel che tu valessi, non credevo che tu avresti preso tanto posto nella mia vita… Ero leggiera, sì, non sapevo… Una parola m’ubbriacava… Fu una ubbriacatura, ne ebbi la nausea…
Appoggiò le mani ai ginocchi di lui, vi nascose il viso.
– Mi faccio orrore!…
Restò un pezzo così. Malgrado l’ambascia, il violento palpitare del cuore, la vampa salitale al viso, si sentiva come liberata da un incubo. Aveva confessato l’errore; la sua coscienza non le avrebbe più rimproverato il silenzio, la doppiezza, l’inganno. Aspettava che egli la sollevasse, che le dicesse qualche cosa. Egli non diceva nulla, non si scuoteva. Con un sospiro doloroso ella stessa rialzò il capo. Allora vide una cosa che non aveva vista ancora: il pianto d’un uomo. Delle lacrime grosse e lente solcavano il viso di lui, un tremito convulso gli agitava le labbra nelle quali infiggeva i denti, fino a sbiancarle. Un istante, ella rimase muta, impaurita, compresa per la prima volta dell’enormezza della propria colpa; poi alzò le braccia, disperatamente, e trascinandosi sulle ginocchia, si mise a supplicare:
– Paolo!… Non piangere!… Mi fai morire!… Paolo! uccidimi!…
Con un’amarezza sconfortata nel viso, egli scuoteva il capo, a riprese, bevendo le proprie lacrime, reprimendo i singhiozzi, e gli occhi di lei restavano secchi ed ardenti,
– Paolo, uccidimi!… voglio morire! voglio morire!…
Impigliatasi nelle pieghe della veste, cadde, di fianco, col viso contro il braccio disteso, ansimante, sfinita. Allora soltanto egli si curvò su di lei, la sollevò, stringendola al proprio petto; e a un tratto anch’ella ruppe in pianto. Dolcemente e disperatamente, essi confondevano le loro lacrime, abbracciati, tenendosi per mano, guancia contro guancia, tempia contro tempia. Egli diceva: “Perchè?… perchè?…” e con voce soffocata ella ripeteva: “Non so… la pazzia!… non io!…” e come egli l’attirava sempre più al suo cuore, reggendole la testa con una mano, ella gli si voltò incontro, si afferrò alle sue spalle, e alzato il viso lacrimoso, supplicò:
– Disprezzami!… oltraggiami!… fai di me quel che vuoi!… ma dimmi che non mi abbandonerai!… che avrai pietà di me!… che mi lascerai vivere al tuo fianco… come una serva, come una schiava, come una cosa…
Egli le chiuse la bocca, dicendo, sottovoce:
– Taci!… taci!…
– Una parola… una sola!… Dimmi che non mi lasci…
Le rispose un sordo ruggito, un grido rauco d’amor furibondo e di dolore esasperato.
– No! no! no!…
E come il parossismo era finalmente superato, più calmo, più tranquillo, ma insistente, ostinato, egli le chiedeva di narrargli tutta l’avventura, gl’incidenti più piccoli, i particolari più intimi. Inutilmente ella lo pregava di desistere, gli rappresentava la tortura a cui la metteva e si metteva lui stesso: voleva saper tutto, le strappava la confessione di tutto. Un’ombra di tristezza gli velava la fronte; allora ella ammoniva:
– Hai visto?… Perchè, mio Dio, perchè?
– Perchè così – esclamava lui, stringendo un pugno, con la smania di torturarsi. Poi, pentito, se le fece vicino, mormorando: – Adesso, basta… non ne parleremo più…
– Grazie! grazie! Come sei nobile, come sei generoso! Come mi sento indegna di te! Ma che bene, che bene ti voglio!
Egli parlò d’altro; ma di tanto in tanto era lei stessa che, temendo di leggere un pensiero molesto sulla sua fronte lievemente corrugata, gli chiedeva:
– Pensi ancora a questo? Ci pensi sempre?
– No, no…
– Giuralo!
– Te lo giuro…
– Tu m’illudi!… non m’hai perdonata…
E si nascondeva il viso tra le mani, irrigidiva le braccia resistendo con tutta la sua forza all’uomo che voleva costringerla a mostrare il viso.
– No, lasciami; non voglio esser guardata…
Allora egli la carezzava, la blandiva, mormorando con voce supplichevole:
– Ma perchè non mi credi?… Non penso più a questo, te lo giuro!… o meglio penso che non fosti tu. Fra la donna che eri allora e quella che sei adesso, non c’è forse un abisso?…
Allora ella schiuse le braccia:
– Immenso, senza fondo!…
– Io so come siete fatte – continuava egli – come siete deboli quando una passione, un ideale, non vi sorregge…
– Sì… è così…
– Allora, tu non m’amavi. Era colpa tua se, dopo le amarezze per cui eri passata, non ti restava quel tanto di fede da credere all’amore?
– È vero! Come sai dirlo!
– Potrebbe forse succedere adesso, questo?
– Oh!… oh!… oh!… Ma vedi: tutti gli uomini che sono sulla terra, i più potenti, i più invidiati, potrebbero morirmi dinanzi, offrirmi il dominio del mondo… quand’anche tu mi battessi, m’insultassi, mi scacciassi… io li lascerei morire!
E rimasta sola, ma piena sempre di lui, corse allo scrittoio, restò fino a tarda notte scrivendogli: “Tu non sai, tu non potrai saper mai quanto sei generoso, quanto sei grande! Ciò che tu hai fatto, il tuo perdono, le parole che hai trovate per questa povera creatura traviata ma non malvagia, sono qualche cosa di così unicamente nobile, di così sovranamente buono, che tutta una vita spesa per te non basterà a sdebitarmi! Io ti dovevo tutto: l’oblìo delle passate amarezze, il riacquisto di una fede, la rivelazione d’una felicità inenarrabile; e tu aggiungi ancora a tutto questo ciò di cui nessun altro sarebbe capace! Io domando al Signore che cosa ho fatto per meritarti! Mi sento così meschina dinanzi a te, così miserabile, così indegna, che quasi non credo alla mia fortuna. Grazie, grazie, grazie. Amore mio grande; possa tutto il bene che tu mi hai fatto esserti restituito, come te lo restituirà sempre, eternamente, il mio cuore!…” Ed egli, che da qualche tempo non le scriveva più con l’assiduità di prima, riprendeva a mandarle una lettera ogni giorno; le diceva: “No, tu non mi devi nulla, povero Amore; tutto quello che io faccio e che io dico, lo devi a te stessa, alla nuova vita che hai saputo trasfondere nell’anima mia… Il nostro destino è di esser posti alla prova. Dalla prova per la quale noi siamo passati usciamo ritemprati, più forti. Veramente, noi non potevamo giurare sul nostro amore fin quando non era stato provato. Bella virtù quella che non conosce le tentazioni! Adesso, soltanto adesso possiamo misurare l’immensità del bene che ci vogliamo…”
Così, tornava la quiete antica, la serenità confidente d’un tempo. Soltanto, Paolo evitava nuovamente di seguirla dove ella andava, di mostrarsi in pubblico con lei. Ella gli dava dei convegni, a teatro, da un’amica, a passeggio; ma non lo vedeva venire, l’udiva ripetere delle scuse quando si ritrovavano insieme. Se questo contegno gli era suggerito dalla delicatezza, come una nuova prova di stima, ella ne soffriva egualmente. Alla lunga, non aveva l’aria d’un abbandono, non poteva essere appreso dalla gente in questo senso? Però, non osava rimproverarlo, temendo di non averne il diritto, di provocare i suoi stessi rimproveri. Insisteva soltanto, dolcemente, perchè, senza trascurare le sue occupazioni, facesse di tutto per non lasciarla sola.
In molte delle case che ella frequentava, Paolo non era conosciuto: ella lo pregava di farsi presentare; ma, dopo aver promesso, egli se ne dimenticava. Quando fu annunziato il concerto di Rubinstein alla sala Dante, le assicurò che non sarebbe mancato. Però, non venne. Ella non ascoltava la musica, impaziente, sempre più smaniosa a misura che il programma si esauriva senza che egli comparisse. Alla fine d’ogni pezzo, si volgeva a guardar per la sala, sperando che fosse sopraggiunto: non c’era. Dei giovanotti le si avvicinavano a salutarla, il principe di Lucrino fra gli altri, che pareva comprendere la sua inquietudine e vi alludeva con un sorriso discreto.
La sera, Paolo la pregò di scusarlo: gli erano capitati degli elettori fra capo e collo, aveva dovuto accompagnarli su e giù pei ministeri, mandandoli al diavolo in cuor suo.
– Avresti voluto esser vicino a me?
– Ma si capisce!… Credi che mi divertissi con quella gente?
Ella aggiunse, piano:
– Mi pareva… che non volessi venire.
– Che idea!… Io vorrei seguirti come la tua ombra… È vero però che preferisco vederti da solo a sola…
– Vedi?… io l’avevo capito…
– È naturale!… Convieni che c’è un gusto mediocre a starsene a distanza, dandosi del lei, soffocando tutte le dolci cose che salgono alle labbra…
– Ah, non lo dire!… È bello anche a quel modo… Per me è forse più bello…
– È una commedia!
– Tutta la vita sociale è una commedia!… Bisogna sapervi recitare la propria parte…
– Però, la gente…
– La gente non conta!… non deve saper nulla. Senti, è una cosa che mi fa soffrire!…
– Non accadrà più!… te lo prometto… oggi non è stata mia colpa…
– Oh, per una volta!… E poi, ascolta: – riprendeva, tutta felice nel vedersi esaudita – ascolta: la tua presenza è una garanzia per me, mi difende dagli attacchi di tanti noiosi… Se non ti vedessero più accanto a me, sospetterebbero una rottura…
– Tu dicevi poc’anzi che non debbono saper nulla!
– Andiamo, non fingere di non capirmi…
Egli disse, sorridendo, sfiorandole con le dita la fronte:
– La logica non è il forte di queste testoline… – Subito dopo, senza darle il tempo di replicare, chiese: – E questi noiosi, chi sono?
Ella rispose, vagamente, per dargli dei sospetti:
– Tanti!…
A un tratto, un pensiero balenò nello sguardo di lui.
– Ascolta: se tu rivedessi il Francese?…
Nascosto il viso tra le palme, ella esclamò:
– No, mio Dio!… sarebbe atroce…
– Ma se lo rivedessi?… – insisteva egli, con un sorriso ambiguo, obbligandola a guardarlo.
– Non so… avrei paura… vergogna…
– E se egli ti rammentasse…
– Oh!… non lo farebbe!
– Tu credi?
– Non lo lascerei dire!… Farei appello alla sua cavalleria…
Egli rise ironicamente.
– Non mi credi?… Credi che io pensi ancora a lui?… Ma te lo giuro: no! no! no! potessi morire, qui, sul momento!
– Zitta! Taci…
– E tu dunque, perchè?… È una grazia di Dio, però, che egli sia lontano! Del resto…
– Che cosa?
– Se egli fosse stato qui, non ti avrei detto nulla…
– Perchè?
– Perchè avrei avuto paura… di te… della tua gelosia…
Malgrado questo, egli tornava spesso a parlarne, si divertiva a proporle dei casi imbarazzanti, chiedeva che cosa ella avrebbe fatto se fosse avvenuto questo o quest’altro. Ella gli strappava il giuramento che non l’avrebbe più torturata a quel modo; però, quel soggetto era sempre in fondo ai loro discorsi; dopo averlo evitato un pezzo, ci cascavano entrambi; ella stessa era curiosa di sapere ciò che egli provava.
– Se tu lo incontrassi, che impressione ti farebbe?
– Non so…
– Lo provocheresti?
– Non so.
– Mio Dio, fate che non sia mai!
Altre volte, egli aveva degli impeti selvaggi, l’afferrava pel collo, stringendo i denti, sgranando gli occhi.
– Vorrei strozzarti!… Un giorno o l’altro ti strozzerò!…
– Si, te l’ho detto… uccidimi!
Ma la sua mano si faceva blanda, prodigava carezze soavi, intanto che le labbra mormoravano:
– No… è impossibile!… tu puoi tutto su di me… tu mi faresti commettere delle viltà!…
Allora, ella chiedeva:
– Senti…. se io fossi tua moglie, e ti avessi tradito…. mi riprenderesti?
Egli pensava un poco, poi rispondeva, molto piano:
– Sì…
– Questo è amore! Questo!…

IV.

Per le vacanze di Pasqua, Paolo la lasciò. La sua presenza era necessaria in famiglia, degli affari lo chiamavano per qualche tempo nel suo collegio; però, era stata lei stessa a pregarlo di partire, a combattere la persuasione che gl’impediva di lasciarla, sia pure per poco. Non le dispiaceva di restar libera qualche tempo; era curiosa di vedere che cosa avrebbe provato.
Da principio, andò attorno più spesso del solito; presto si stancò. I giorni crescevano, i pomeriggi erano lunghi, caldi, fastidiosi. Se egli fosse rimasto a Roma, non lo avrebbe visto egualmente in quelle ore; però la sua assenza metteva un vuoto in tutta la vita di lei. La prima sera passata sola in casa, a leggere, a passeggiare di su e di giù per le stanze, le era parsa interminabile; per far qualcosa, si mise a scrivergli. Il domani, si rivolse ai suoi vicini del primo piano. I Watson erano andati via; adesso l’occupavano dei Piemontesi, i Marcale; una famiglia curiosa, dove si buttavano i quattrini in capricci, mentre mancavano, per esempio, le seggiole. La mamma e le figliuole sfoggiavano in carrozza tolette elegantissime, con le quali andavano poi in cucina a preparare il desinare. Il marito non stava mai in casa; ci veniva invece, a tutti i momenti, un certo signor Giacomotti, presentato come suo socio. A lei usavano ogni sorta di amabilità; però, avendo compreso una sera di esser di troppo fra la signora e il socio, ella diradò le sue visite.
La solitudine le pesava sempre più, e nelle lunghe fantasticaggini alle quali ella s’abbandonava, un pensiero triste, che ella non voleva formulare, tornava assiduamente ad occuparla: che cosa sarebbe stato di lei, se quell’isolamento avesse dovuto prolungarsi? Paolo l’amava sempre, le sue lettere affettuose le erano di un immenso conforto; però… ed ella chiudeva gli occhi, si portava le mani alle orecchie, quasi a privarsi d’ogni senso per non assistere ad uno spettacolo angoscioso: il raffreddamento di quella passione, la morte dell’amore…
Perchè sorgevano in lei quelle tristi visioni, quando nulla poteva farla dubitare dell’avvenire? Forse era la primavera, l’intimo senso di tristezza che la rifioritura del creato le procurava, adesso che si moltiplicavano in lei, a poco a poco, i sintomi del decadimento, le piccole rughe della coda dell’occhio, la cascaggine delle guancie, il pallore della carnagione. Poi, il caldo crescente, il cielo luminoso sul quale il nuovo verde metteva i suoi delicati ricami, le ricordava la Sicilia, la riportava ai tempi di Milazzo e di Palermo; vecchie impressioni, sensazioni cancellate da anni risorgevano in lei, senza perchè: ella risentiva l’arsura della spiaggia di San Papino, il fastidio di certi pomeriggi al Capo; qualche mattina, tra veglia e sonno, pensava, con l’antica angustia, di dover mettere in pulito i componimenti, di dover subire la revisione meticolosa di Miss… Che ne era di lei? Avrebbe dato qualche cosa per rivederla.
E le notizie della gente che aveva conosciuta le facevano battere il cuore: Enrico Sartana, dopo pochi anni di matrimonio, s’era diviso dalla moglie, era tornato a Palermo: neppur lui aveva dunque incontrata la felicità!… Si sarebbero rivisti mai?…
La musica sacra dei concerti la manteneva in una mestizia dolce, piena di fantasie, di rimpianti. La domenica delle Palme, vedendo passare dei bambini coi mistici rami, un’improvvisa tenerezza la fece quasi piangere. Stefana andava a confessarsi; tornando dalla comunione, col libriccino delle preghiere, la coroncina del rosario attorcigliata a un polso, venne a prenderle una mano, a baciargliela. Allora ella si ricordò della sua mamma, della sorellina, di suo figlio, dei giorni lontani della sua innocenza, quando ella andava in chiesa, vestita di bianco, con un velo sulla fronte, tra una fila di fanciulle candide come lei; quando la sua mamma le diceva: “Figlia mia santa!” quando non sapeva ancora che cosa fosse il mondo, quale avvenire l’aspettasse; e uno stupor muto la teneva, pensando che ella era in peccato mortale, e una nostalgia accorata, e un pio desiderio di genuflessione, di preghiera, di penitenza…
Non poteva commettere un sacrilegio; però il Giovedì Santo, vestita a nero, fece il giro dei Sepolcri. Uno scalpiccio lento di passi nelle chiese affollate, avvolte in una penombra, nella quale i ceri splendenti mettevano larghi cerchi d’oro; un sottile aroma diffuso per l’aria, un mormorio di preci. Ella cadde in ginocchio in un angolo buio; e curva sopra una seggiola, le mani congiunte, si umiliava dinanzi a Dio, riconosceva l’errore, addebitandolo all’avversità del destino. Anche lei era stata pura e casta, anche lei aveva potuto ricevere l’Ostia!… In fondo all’anima, ella si sentiva buona, tenera, pietosa, sensibile a tutte le delicatezze. Perchè non le era stato possibile dimostrare queste sue qualità? Il mondo la giudicava trista, le faceva sentire il peso della sua condanna; ma Dio le leggeva nell’anima, l’udiva, la perdonava… Riuscì all’aperto col cuore oppresso, gli occhi arrossati, e come incontrò delle amiche, fu costretta a parlar di mode, di teatri, di svaghi!…
Le cerimonie sacre di quei giorni di lutto la riportavano incessantemente col pensiero ai tempi della sua infanzia: ella si rivedeva al suo balcone di Milazzo, ascoltando il suono delle tabelle che i monelli scuotevano per le vie, guardando i bastimenti ancorati nella rada con le bandiere a mezz’asta. Poi, nella mattina luminosa dei Sabato, riprovava l’ansietà dell’attesa, sussultando ad ogni rumore, ad ogni zufolio che le intronava le orecchie, fin quando, a un primo squillo di campana, cento, mille si univano, gravi, argentini, da lontano, da presso, in un tripudio sonoro che la faceva nuovamente cadere in ginocchio e rompere in singhiozzi. Qualcuno si curvava su di lei, le prendeva una mano tentando di baciarla; allora ella si stringeva al petto la vecchia serva, la baciava sulle guancie scarne e rugose. Lo scampanio si diffondeva pel cielo; nella via, dei vecchi, dei fanciulli, inginocchiati, a capo nudo, pregavano; si udivano esclamazioni di esultanza, e la commozione di lei si faceva insoffribile. L’anno innanzi, in quell’ora, Paolo le aveva mandato un canestro di rose, e quei fiori le erano riusciti più accetti di una collana di perle orientali; adesso egli era lontano, solo col pensiero poteva unirsi a lei! A un tratto Stefana le tornò dinanzi con un gran mazzo di rose bianche e rosse, e, dallo stupore, ella esclamò:
– Come?… Chi le manda?… Lui?…
– L’ha lasciato detto…
Ella affondò il viso nel folto dei petali olezzanti, e pazza di gioia, corse a scrivergli, a confidargli tutto il bene che le faceva. Aspettava che anch’egli le scrivesse, poichè erano dei giorni che non riceveva sue lettere; però, come ne passarono ancora degli altri senza che arrivasse nulla, la dolce emozione cedeva all’inquietudine, ai dubbii. Perchè la trascurava? Era la lontananza che produceva, come sempre, il suo effetto? Un’altra sua lettera, premurosa, appassionata, restò senza risposta. Allora, ella cadde in una sfiducia disperata: egli non l’amava più come prima, la confessione fattagli aveva intiepidito il suo affetto… Ed era vero? Quell’uomo a cui ella aveva sacrificato tutto, pel quale aveva rinunziato alla sua posizione, al rispetto del mondo, la trascurava, non trovava il tempo di mandarle un rigo?… Inaspettatamente, egli tornò, se la strinse al cuore, divorandola a baci.
– Perchè non hai scritto?…
– Non mi vedi in viso? Sono stato ammalato…
Era vero: aveva le occhiaie un poco infossate, un pallore diffuso sulle guancie appena dimagrite. Le apprensioni di lei svanirono nel ritorno della dolce intimità; però, come egli si rimetteva con ardore rinnovato al lavoro, ella lo ammoniva, lo pregava di aversi riguardo, tanto più che le sue occupazioni e il malessere di cui soffriva ancora lo tenevano troppo lontano da lei.
– Hai ragione – rispondeva – ma il lavoro è un bisogno per me; del resto, esso non c’impedisce di amarci…
– Ci vediamo però molto poco…
– Tutti i giorni!
– Sai bene che qui non mi basta…
Per risvegliare la sua gelosia, ella gli riferiva i proprii successi mondani, i corteggiamenti di cui era l’oggetto, esagerandoli un poco, concludendo col dirgli:
– Vedi, quando non mi stai vicino?
– Che importa! Io ho fede in te.
– Ma la fede, a lungo, può scuotersi!… Io non sono, purtroppo, al riparo dalla calunnia; e a furia di sentir parlare male di una persona…
– Nessuno mi parla di te, nè in bene nè in male… e quando pure parlassero, bisognerebbe poi che io dessi loro ascolto…
– Eh, sai!…
Egli riprendeva a seguirla, ad accompagnarla, ma di malavoglia, come una corvée.
– Ti secchi? – chiedeva ella.
– No… ma lo spettacolo di quegl’imbecilli che ti stanno attorno m’irrita…
– Dovrebbe irritarti di più quando sei lontano da me…
– Quando sono lontano non li vedo… penso ad altro…
Quelle parole le dettero una rapida trafittura.
– A che cosa pensi dunque?… Non sono io il tuo pensiero costante?…
– Ma sì, ma sì… Ho detto che non penso ad essi…
Egli pensava alla politica; in quei giorni la solidità del Gabinetto era scossa, si parlava d’un rimpasto ministeriale che avrebbe evitata una crisi. Per dimostrare l’interesse che prendeva al suo avvenire, ella gli parlava di queste cose, consigliandogli di avvicinarsi al governo senza rinunziare ai suoi principii. Invece egli si schierò fra gli oppositori più vivaci: durante la discussione dei bilanci pronunziò una dozzina di discorsi uno più acre dell’altro.
– Non vuoi ascoltarmi, ma batti una strada falsa! – diceva ella. – Per ora, quest’atteggiamento troppo deciso non ti conviene; sei troppo giovane…
– Mi consigli di andare a scuola?
O non la comprendeva, o era troppo sicuro di sè. Nelle parole di lui, di tanto in tanto, ella credeva di leggere una specie di condiscendenza forzata, di fastidio nascosto. Non glie ne diceva nulla, non ne voleva convenire neppure con sè stessa, arrestata da un sentimento di vago timore. Però, come gli anniversarii del loro amore tornavano, ella non poteva frenarsi dal notare la differenza che v’era tra il passato ed il presente.
– Allora, tu non potevi fare a meno di cercarmi, di seguirmi…
– Ma allora io non avevo altro mezzo di vederti. Tu non eri ancora mia!…
Con un sorriso un po’ scettico, ella soggiungeva:
– Ora che lo scopo è raggiunto!…
– Ma non è questo!… Tu vorresti dunque paragonare le incertezze, le ansie, i tormenti di quei tempi, alla festa continua che è ora la vita per noi?… Ma vi è qualche cosa di più divino di questa sicurezza che oggi siamo felici quanto ieri, che domani saremo felici come oggi?…
– Tu dici davvero?… tu pensi quello che dici?
– Ne dubiti dunque?
Malgrado tutto, ella pensava che il passato, con le sue ansie, con le sue torture, era stato più bello, aveva procurato emozioni più raffinate, più intense.
– Se tu vuoi che io preferisca il presente, perchè non ti dedichi tutto a me, come prima?
– Tu però dicevi di temere che la troppa assiduità avrebbe generata la stanchezza… La logica!… la logica!…
Delle risposte dure le salivano alle labbra. Avrebbe voluto dirgli che quando si ama veramente, non si vedono i difetti della persona amata, o per lo meno non gli si rimproverano. Non le diceva illogica quando era dietro a sedurla!… Ed era lei illogica, o lui egoista?… Non gli diceva nulla, non lo rimproverava, per timore di peggio; ma questo timore medesimo, a lungo andare, accresceva la sua sfiducia. Ella era dunque a questo: da ammettere che un mutamento poteva operarsi in lui, forse già si operava?.. E che cosa avveniva in lei? anche lei non vedeva i suoi difetti, non si sentiva allontanar da quell’uomo? E come erano arrivati a questo? Che cosa era accaduto fra loro? In qual giorno, in qual punto, la prima ombra era calata? Non lo poteva dire. Ma ciò che la stupiva, era la rapidità con cui il dubbio era sorto, con cui la fede si era scossa. In un tempo così breve!… Mai più lo avrebbe creduto! Non lo poteva credere; si diceva che era in inganno, che la sua imaginazione ingigantiva oltre misura dei sintomi insignificanti; aveva bisogno di fugare quelle tristi visioni.
– Dimmi che mi ami sempre, come prima…
– Ma più di prima!
– Oh, se fosse…
– È! è!… Non lo vedi? Non lo leggi nei miei sguardi, nelle mie parole? Non senti che fai parte della mia vita, che sono legato a te, materialmente, che mi aggiro intorno a te come intorno a un sole raggiante e benefico?…
Voleva credergli, non attribuire alla sua facondia, alla sua abilità oratoria le frasi che le veniva ripetendo. Come se avesse compreso di poter ritentare la prova con maggior probabilità di riuscita, il principe di Lucrino era adesso più assiduo presso di lei, veniva a trovarla più spesso, non mancava mai, a teatro, di salire nel suo palco; qualche volta, quando ella usciva a piedi, lo incontrava: egli le chiedeva il permesso di accompagnarla, si faceva più insistente, più ardito. Riferendo a Paolo l’impiego delle proprie giornate, ella gli diceva, con una indifferenza studiata:
– Ho visto gente… Lucrino fra gli altri…
– Che cosa ti ha detto?
– Le solite storie… A te non importa più nulla…
Egli taceva; delle volte quel silenzio si prolungava fino a divenire imbarazzante.
– A che pensi?… – chiedeva ella.
– A nulla… alla relazione che debbo presentare domani…
Ella incrociava le braccia, battendo lentamente un piede. Voleva far la sostenuta, costringerlo a cedere per il primo. Come egli continuava ad accarezzarsi i baffi, ella finiva per gettargli le braccia al collo.
– Ma parla! scuotiti! dici che hai!… Sei geloso? Di Lucrino?… Ah! ah!… Che grullo!… che grullo!… Ma non vedi che non so come fare per attirarti a me? che io morirei piuttosto che tradirti?…
– Quell’altra volta, però, tu non sei morta…
– Ah!…
Ella si morse le labbra, gettando un poco indietro il corpo, come repentinamente ferita. Poi, dischiuse le braccia e piegato il capo, mormorò:
– E giusto!… Poichè t’ho ingannato una volta, tu devi credermi capace di ingannarti ancora… di passare di capriccio in capriccio… di fingere e di mentirti…
– Io non ho detto…
– Ma è peggio che se lo avessi detto!…
E appoggiato il capo ad una mano, scrollandolo a riprese, ella riconosceva adesso il motivo della freddezza di lui. La confessione leale che si era creduta in dovere di fargli l’aveva menomata nella sua stima. Sciocca lealtà! fisima stolta! Se ella avesse taciuto, come avrebbero fatto tutte le altre, a quest’ora non si sarebbe sentita accusare! Ella pagava la dirittura dell’animo suo! Perchè non era dunque come quelle che passano da un uomo ad un altro, non obbedendo se non alla propria fantasia e facendosi obbedire da tutti?… Ora, anch’ella restava a lungo silenziosa; a un tratto egli le prese una mano, dicendo:
– Non capisci che soffro?… che soffro perchè ti amo?…
– Ma dici, buon Dio, quel che debbo fare!… Quante volte non t’ho proposto di andar via, di vivere unicamente l’uno per l’altro!… Tu non hai voluto!…
– E tu neppure.
– Sì, ma per te! unicamente per te!… Ma se dobbiamo restar qui, a fare quel che abbiamo fatto, perchè mi trascuri? perchè non mi segui dovunque?… È naturale che la gente, vedendomi sola, creda di poter sperare!… È naturale che tu, non sapendo mai quel che faccio, non seguendo a passo a passo tutta la mia vita, ti trovi disarmato contro i sospetti… Quante volte te l’ho detto?… Se tu mi sei vicino, se mi ascolti, se mi leggi negli sguardi, ti accorgi che io non mentisco… Quando sei lontano, quando pensi alla gente che mi attornia, i cattivi pensieri ti assalgono, tuo malgrado non puoi liberartene…
– È vero…
– Ah, se è vero!… Credi a me, che delle cose del cuore m’intendo…. Voialtri uomini siete più intelligenti, siete capaci di concezioni grandiose, avrete una logica più severa; ma nelle cose del sentimento non vedete così a fondo come noi… Voi vivete con la testa, noi col cuore!… Questa passione che a te non impedisce di occuparti d’altro – non te ne faccio una colpa, voglio che sia così! – è tutta la mia vita… Lasciati guidare da me, promettimi che farai quel che voglio!… Sii buono, non dirmi di no…
La sua voce si faceva supplichevole, carezzevole; le sue mani tremanti cercavano quelle di lui; egli si lasciava vincere dall’accento tenero, appassionato, dall’espressione intensa degli sguardi coi quali ella lo fissava; ad un tratto, mormorava:
– Quest’altro, non…?
– Chi, Lucrino?… Mio Dio, no! no! te lo giuro! Non mi credi? come fartelo credere?… Perchè ti confessai quella colpa?… È stata essa che m’ha perduta!… Mi credi capace di tutto… Ah!…
L’amara contrazione del suo viso finì in singulti. Allora egli si piegò su di lei, le prese il capo fra le mani, la baciò in fronte, esclamando:
– Sì, sì… ti credo!… Ma è che t’adoro!… che non reggo al pensiero… Ora basta!… Se ti dico che ti credo!…
– Non lo dici col cuore…
– Ma sì, sì, sì… Guardami: ho l’aria di fingere?… si finge così?…
– Basta, il pianto ti logora il viso…
– Oh!… è già logoro troppo!…
– Sciocca!… Non sai quel che dici!… Così, ridi, sorridi!… Voglio vederti sorridere sempre… Tu non sai quanto t’amo!…
Cullata da quelle parole, come liberata da una gravezza, come tornando alla vita, ella chiudeva gli occhi, poggiava il capo sul petto di lui, sussurrando:
– Adesso, senti: non dire più nulla, non voglio più parlare: sono troppo felice…
Dissipate le ultime traccie dell’uragano, seguivano lunghi giorni di calma, nei quali non era più quistione di sospetti e di accuse. Come veniva l’estate, ella gli dava a scegliere le stoffe delle sue tolette, gli mostrava i figurini dei giornali di mode, gli descriveva le confezioni viste nelle sartorie, gli enumerava le commissioni date dalle sue conoscenze. Egli la metteva a corrente del dietroscena parlamentare, discuteva la situazione ministeriale, commentava le notizie del giorno, discuteva le teorie di governo; ma era per lei un soggetto di stupore continuo il sentirgli sostenere la sua tesi sulla relatività di tutto, sul gabbamento universale, e il vederlo poi incaponito nel suo concetto democratico.
– Non ti contradici, così?…
– Io soltanto?… Ma se tutto è contradizione!
Ella si rifiutava di accogliere la persuasione molesta che quella sua fermezza in un ideale politico dipendesse da un calcolo, dall’assegnamento sulla riuscita del suo partito… Dopo le vacanze di carnevale, scoppiò finalmente la crise che si prevedeva da tanto tempo. Di giorno, egli non si fece più vedere; le scriveva però dalla Camera lunghe lettere, spiegandole la conversione a sinistra che s’imponeva al capo del futuro Gabinetto, annunziandole l’offerta d’un segretariato generale che gli avevano fatta, sebbene indirettamente.
– Tu m’hai portato fortuna! – le diceva, la sera, quand’erano insieme. – Quel giorno che m’auguravi forse è vicino… Io ne sono contento per te; se varrò qualche cosa, mi sentirò meno indegno dell’amor tuo…
Ella gli turava la bocca, protestando che l’indegnità era la sua propria; ma tutto questo non le procurava la compiacenza che ella aveva sognata; suo malgrado, scorgeva dietro le parole dell’amante, sotto quella esagerata modestia, la sodisfazione d’un orgoglio che non le pareva troppo giustificato…
La crise si risolse senza che l’offerta fosse confermata. Egli stesso disse che non l’avrebbe più accettata, visto il programma del nuovo ministero. Per lei, aveva torto; ricominciavano delle discussioni, ciascuno si accalorava nel sostenere la propria tesi; poi seguivano dei brevi silenzii durante i quali ella reprimeva degli sbadigli.
Avvicinandosi la chiusura della Camera, egli le chiese se permetteva che andasse a casa; non si oppose. Pensava che la lontananza avrebbe fatto bene ad entrambi, avrebbe fatto apprezzar loro ciò che la sazietà poteva sciupare.
Restò ancora un poco sola a Roma; come il caldo la cacciò via, riprese la vita errante degli alberghi, delle stazioni di bagni. Intorno a lei, gli uomini facevano la ruota, si studiavano di interessarla. Alcuni, più arditi, le parlavano liberamente, le dicevano delle cose che ella fingeva di non capire, o che ascoltava abbassando gli occhi, o che provocavano le sue risposte taglienti. In cuor suo, non era molto sdegnata: le piaceva di essere fra le più entourées; il movimento, le conversazioni, la musica, la danza finivano di stordirla. In ogni parola che gli uomini le rivolgevano, ella trovava la misura del proprio fascino, la conferma che mai il suo impero di donna era stato più saldo. Paolo riprendeva a scriverle assiduamente, rimpiangendo i giorni felici, ricordandole di pensar sempre a lui; ma ora ella comprendeva che questa sua nuova assiduità non era disinteressata, che poteva invece esser dettata dalla paura di perderla. Con la coscienza del proprio valore, ella imparava a giudicare più esattamente l’uomo al quale si era accordata. L’orgoglio era il sentimento che più lo dominava. La confessione del tradimento lo aveva ferito, più che nell’amore, nell’amor proprio. Aveva imaginato di essere stato il solo a conquistarla, il solo a vincere, con la potenza della propria seduzione, la virtù di lei; la scoperta che un altro aveva ottenuto, dopo di lui, ma più facilmente di lui, ciò di cui solo si credeva degno, gli aveva tolta una persuasione cara al suo orgoglio. Adesso, l’idea che un altro potesse portargli via il vanto della propria conquista, lo faceva nuovamente appassionato ed eloquente. Ma la sua eloquenza non era fatta di rettorica? Ella rammentava le sue scettiche opinioni sui sentimenti, sull’ideale, sull’inganno universale. In fondo al suo disprezzo di tutto e di tutti, c’era però l’esaltata opinione di sè stesso… Adesso, ella vedeva più distintamente i suoi difetti… Che importava! V’era qualcuno che non ne avesse? Dicevano che l’amore acceca: una frase fatta! O vedeva i suoi difetti perchè l’amore s’intiepidiva? No! no! Ella lo amava sempre; l’idea di tradirlo non le passava neppure pel cervello.
Però, nessuno sapeva come ella era fatta. Degli sconosciuti le scrivevano lettere anonime, ora piene di dichiarazioni poetiche, ora di incitamenti sensuali; tutti le davano degli appuntamenti, le chiedevano di mettere dei segnali nel caso che ella acconsentisse… Ella stracciava quelle lettere, dapprima sdegnata, poi ridendo della stoltezza di quella gente; e in fondo sentiva crescere la stima di sè stessa, apprezzava di più la propria superiorità. Paolo l’aveva trattata male, le aveva dato motivi di lagnanze: eppure, era stata lei a pregarlo, a trattenerlo. Quante donne avrebbero fatto altrimenti, si sarebbero ribellate!… Ella ne conosceva ogni giorno, di quelle che non avevano altro amore al mondo fuorchè sè stesse, che si lasciavano amare senza scomodarsi, incapaci di fare il più piccolo, il più futile sacrifizio! Ne conosceva di quelle che dichiaravano la passione una cosa sciocca, balorda, nociva alla salute; che si mettevano a ridere quando ella affermava che senz’amore non v’era legame possibile. E queste erano le più fortunate; gli uomini le seguivano come la loro ombra, subivano pazienti i loro capricci, perdonavano i loro tradimenti, strisciavano ai loro piedi. Ella che si era vista trascurata dall’uomo al quale aveva immolata tutta sè stessa, invidiava la loro fortuna, ma aveva troppo cuore, sentiva troppo per imitarle. Una di quelle, la Merio, la più fredda, la più insensibile, le pareva un mostro. Teneva gli uomini a bada, li obbligava a fare dei viaggi, delle pazzie, ad aspettarla di notte, all’acqua e al vento, per concedere poi loro una stretta di mano, per degnarsi di ricevere una lettera. Quando qualcuno la seccava troppo, faceva intendere a un altro di levarglielo di torno. Dei duelli erano avvenuti per lei, un giovanotto si era ucciso. Il giorno che lo avevano portato a seppellire, ella era andata a passeggio, in carrozza scoperta, inaugurando una nuova toletta. La sua carrozza s’era incontrata col carro funebre; ella aveva continuato a guardarsi intorno, dietro l’occhialino dal manico d’oro!…

V.

– Io sono vile nei miei affetti!
Come Paolo, l’inverno seguente, la trascurava ancora per la politica, ella tornava a scongiurarlo di esser buono con lei; e poichè egli negava di esser mutato e derideva le sue paure, ella ripeteva:
– Ridi, ridi pure!… Sai che t’amo, che sono vile nell’amore…
– Che frasi drammatiche!
E adesso, ogni volta che ella esprimeva qualche pensiero delicato, un sentimento non comune, egli alzava le spalle:
– Non far la romantica!… Come sei teatrale!… Non per nulla reciti così bene…
Egli diceva queste cose con un sorriso d’indulgenza che ne temperava la durezza; però era sempre un giudizio poco lusinghiero. Ella si domandava: “Allora, è come con mio marito?”
E quel giudizio le veniva da lui, che dichiarava di fingere ogni giorno, di non credere a quel che diceva!
– Tu, intanto, rappresenti la tua parte!
– È vero!… hai ragione!… tutto è finzione…
– Anche l’amore?… rispondi!
Egli rispondeva, con un gesto vago:
– Chissà… forse anche quello!
– Guardami negli occhi: ripetilo…
– No… l’amor volgare, sì; non il nostro…
Spesso, dopo essersi ostinato in qualche concetto, egli le proponeva:
– Adesso, vuoi che io ti dimostri l’opposto?
E come distruggeva ad uno ad uno tutti gli argomenti addotti dapprima, come metteva un più grande calore nel difendere la tesi contraria, ella protestava:
– Basta!… Basta!… Non credi dunque a nulla?
– A tutto, invece…
Ella credeva all’ideale, alla poesia; gli faceva leggere dei passaggi di romanzi, dei versi che le parevano sublimi, dettati da gente fatta a un altro modo, vivente di puro etere.
– E tu li pigli sul serio?… Non vedi che sono parole?…
– Ma sono le parole che esprimono i sentimenti!…
– D’accordo. Dimmi che cosa vuoi che ti esprima, e parlerò tre ore di seguito.
Ella gli turava la bocca:
– Taci! Mi fai male.
Fingeva dunque anche quando le parlava dell’amor suo? Ma egli ne parlava adesso tanto di rado! I capi del suo partito fondavano un giornale; egli vi prendeva una larga parte, per dei giorni e dei giorni la lasciò sola. Un tempo, quando non poteva venire a trovarla le scriveva lunghe lettere; ora mandava dei biglietti da visita con su due parole; spesso neppur quelli. Ella si sentiva stringere il cuore dinanzi al ritorno più frequente di quei sintomi; poi si rimproverava le sue preoccupazioni, si diceva che doveva agguerrirsi contro i disinganni; che, a lasciarsi scorgere, avrebbe fatto peggio, e che anzi, se voleva ricondurlo a sè, le conveniva mostrarsi piuttosto indifferente e distratta. Ma era più forte di lei: nel bel mezzo della relazione d’un ballo, d’un giro di visite, ella s’interrompeva, esclamando:
– Ma come sei freddo!… Non mi ascolti, non mi domandi nulla… non t’importa più di nulla!…
– Chi te l’ha detto?
– Lo vedo, da me!… Credi che io non abbia occhi?
– T’inganni!
– Ma se non mi dici più nessuna delle cose che mi ripetevi un tempo! Se vieni qui a parlarmi della Camera e del Senato, del giornale e dei ministri!… Cosa vuoi che me n’importi?… Io ho bisogno di sentirmi voluta bene, d’essere avvolta in un’atmosfera d’affetto…
Incrociate le mani sopra una spalla dell’amato, alzando gli occhi su di lui, ella pregava:
– Dimmi che mi vuoi sempre bene… che sono l’amore tuo caro!… Dimmi tante cose…
– Amore!… Amore!…
Egli la stringeva al petto, ripetendo quella parola, ma senza aggiungere altro.
Ella diceva:
– Se io ti domandassi di darmi una prova di questo amore… di rinunziare per esso alla politica… che cosa diresti?
– Sì…
Ma ella sentiva adesso che egli rispondeva a quel modo perchè era sicuro della sua desistenza; e a un tratto s’accorgeva che mai le aveva detto quel sì sinceramente, neppure ai primi tempi della loro relazione. Non gli rimproverava apertamente quel suo egoismo; però, in tesi astratta, a proposito d’altri, ella usciva in qualche amara affermazione:
– Gli uomini sono incapaci di sacrifizio… vogliono essere amati, solletica il loro amor proprio vedere una creatura perdersi per essi; ma rispondere a questo amore, comprendere questa creatura…
– Già, perchè voialtre siete fatte a un modo arcano!
– Puoi scommettere che abbiamo più cuore di voi…
– Quando vi date, vi date in olocausto!… lo so, me l’hai ripetuto molte volte… Al visconte hai detto altrettanto?…
– E sempre questo rimprovero!…
Non erano delle scene vivaci, ma delle piccole punture, dei brevi bisticci, delle allusioni malevole, con dei ritorni all’antica fiducia. Uscendo una sera dal Valle, ella prese freddo; la tosse e la febbre l’inchiodarono a letto. Allora, durante tutto il corso della malattia, per un mese intero, egli ridivenne l’amante d’un tempo. Tutti i giorni, appena desta, ella aveva una sua lettera, buona e bella, piena di cose tenere e poetiche, di invocazioni alla primavera perchè spirasse il suo tepido alito a guarire più presto la Diletta, di benedizioni rese a quel male che la sottraeva al mondo ed alle sue distrazioni lasciandola tutta tutta per lui. E dei fiori, perchè le restituissero i colori rubati alle sue labbra ed al suo viso, e dei libri, dei romanzi d’amore, dei versi d’amore perchè le parlassero per lui: tante care attenzioni che inducevano anche lei a benedire quella malattia, cogli occhi umidi di pianto, un’altra febbre nei polsi: la febbre divina della speranza e della fede.
Guarì, e a poco a poco tutto questo cominciò a passare. Ella tornò a veder gente, egli a sospettare, a punzecchiarla senza ragione. Talvolta ella alzava le spalle, opponendo ai sorrisi sarcastici di lui degli amari sorrisi; tal’altra lo scongiurava di non dirle di quelle cose cattive, gli s’inginocchiava dinanzi, gli rammentava la recente felicità, diceva, giungendo le mani: “Signore, fatemi ammalare un’altra volta!…” Egli tornava buono, ma le parole innamorate che le diceva erano le stesse di un tempo – ed anche lei s’accorgeva di ripetere le cose già dette. Certe volte, restavano dei momenti abbracciati, senza dir niente. Egli non aveva più gli scoppii d’una volta, non la torturava e non si torturava; se parlava degli uomini che le facevano ancora la corte, non si scuoteva, non l’assaliva coi suoi sospetti. Ma quella freddezza era forse studiata? era un’altra forma della sua gelosia?
– Che cosa ti dà ombra? Dillo: io potrò correggermi, provarti che non ho altro pensiero fuori del tuo…
– Niente… nessuno…
– Non è vero!… La vita che faccio non ti piace… Ma qui è un obbligo per me!… Quante volte non t’ho detto di andar via…
– Non dicevi sul serio.
Dinanzi a quelle accuse, un moto di ribellione la sollevava; poi, quand’egli non era più lì, quando si metteva a pensare all’avvenire, una paura la piegava, l’umiliava. Adesso ella intravedeva, più distintamente di prima, una cosa orribile: la morte di quell’amore… Il miraggio che l’aveva affascinata, la speranza che l’aveva sorretta, svanivano, si dileguavano, insensibilmente, ma continuamente, senza speranza di ritorno. Quell’uomo per cui s’era perduta, che l’aveva sedotta con la promessa d’un amore eterno, adesso veniva da lei per leggere i giornali, per dormire sopra una poltrona… Ella si passava: una mano sugli occhi; si diceva: “Non sogno?…” Com’era dunque avvenuto? Quella sua colpa era proprio imperdonabile?… E delle cose dimenticate le tornavano alla memoria: dei sintomi di mutamento rivelatisi ancor prima della sua confessione… Era dunque l’opera del tempo? la fatalità della vita?… L’errore consisteva dunque nel credere alla durata di qualche cosa, quando tutto moriva, tutto finiva?… No; l’errore era stato suo, d’aver prestato fede a quell’uomo. Scettico ed ambizioso, declamatore e vano, ella lo vedeva qual’era. Poi si domandava: “Perchè lo giudico così? Perchè non lo scuso?… Ho anch’io dei difetti da farmi perdonare…” Allora tornava ad afferrarsi a lui; e una buona parola la consolava, la paura cessava.
Passò così dell’altro tempo, tra accuse e discolpe, tra urti e riconciliazioni, tra brevi ritorni agli entusiasmi dei primi tempi e lunghi periodi d’indifferenza e di freddezza. I tentativi di seduzione si raddoppiavano intorno a lei; nelle giornate cattive ella pensava che se avesse voluto, tutti gli uomini le sarebbero caduti ai piedi; poi riconosceva che essi le stavano attorno perchè era caduta. Qualcuno, però, la trattava diversamente dagli altri. Lo aveva conosciuto a Pegli, l’ultima estate; rivedendolo a Roma, la prima volta, non aveva rammentato il suo nome. Se ne sovvenne quando egli le lasciò una carta: Eduardo Morani. Un giovane a ventotto anni, con degli occhi dolci, il viso magro dalla pelle leggermente abbronzata dal sole e dall’aria marina. Aveva fatto i suoi studii all’Accademia navale; ma come la sua vocazione pel mare contrariava troppo la sua famiglia, aveva rinunziato alla carriera. Una serietà attraente spirava dalla sua fisonomia; egli le rammentava l’ufficiale di marina incontrato a Milazzo. Nelle parole che le rivolgeva v’era un rispetto così profondo, un riserbo così scrupoloso, che la facevano pensare a quel che avrebbero dovuto essere le sue parole d’amore. Quand’egli parlava del mare, la sua voce tremava.
– Lo amo anch’io – confessava ella – ma da lontano… e quando è buono…
– Bisogna amarlo com’è!
– No, no… Lei è troppo esclusivo nelle sue passioni…
Inutilmente ella cercava di provarlo, di provocarlo a parlare delle cose del sentimento; egli evitava di rispondere, chinava il capo in atto di deferenza a ciò che diceva lei stessa. L’esperienza la rendeva guardinga: quel contegno non poteva essere studiato apposta per fare effetto? Ma quando ella sentiva l’accento di schiettezza ingenua col quale le parlava, si ricredeva, si confessava che le era simpatico.
Paolo non s’accorgeva di questo; a poco a poco egli aveva finito per non seguirla più in nessun posto, per non vederla altro che nell’intimità di quattro mura. Ma se ella andava a un ricevimento, a una rappresentazione, il domani erano delle allusioni sarcastiche, dei sorrisi ambigui, un avvelenamento del piacere che ella aveva provato. Era tanto sciocca da dirgli quali uomini aveva notato di più, quali le erano stati più a lungo dintorno: egli accavalcava una gamba sull’altra, guardandola con un riso cattivo.
– Ma se tu sei geloso, perchè non mi segui?… Io ho l’obbligo di far questa vita…
– E i tuoi progetti di rinunzia?
Ciò che egli voleva, era dunque che ella si appartasse dal mondo per fargli piacere, che non vivesse se non del pensiero di lui mentre egli avrebbe continuato a curarsi d’altro! L’egoismo dell’uomo non poteva rivelarsi meglio che in questa pretesa; però ella si piegava ancora. Prima di andare a un ballo in casa Fucino, gli chiese:
– Se ti fa dispiacere…
– No, assolutamente.
– Dillo pure, se non vuoi… io farò quel che tu imporrai.
– Che diritto ho d’importi qualche cosa?
– Tutti i diritti, lo sai!
– No, non mi fa dispiacere… mi piace che tu brilli, che ti diverta…
Ella chiese ancora, irresoluta:
– Verrai anche te?
– Sì.
Sentendo parlare da madama Duroy di quella festa, si decise, esaltata come sempre all’idea del trionfo da riportare. Gli scrisse, in francese, un bigliettino: “Eh bien, j’y vais, je t’y attends; mon carnet est à toi”. Egli non venne; quando si rividero, ricominciarono i malumori, le malignazioni. Ella dunque doveva interpretare le sue volontà celate, imaginare le sue fisime, indovinare ciò che gli passava pel capo, ma che egli non aveva la sincerità di confessare. Ella doveva amarlo, e non ricevere in cambio se non le prove di una diffidenza sorda, d’una freddezza crescente… Il suo orgoglio s’impennava, ella si fermava nel proposito di rispondere alla sua indifferenza con una noncuranza maggiore e, a poco a poco, non s’interessava più ai suoi progetti, non gli chiedeva più nulla delle cose sue, non andava alla Camera a udirlo; nè egli la lodava più, le dimostrava più la stima che aveva avuto del suo ingegno: se talvolta impegnavano qualche discussione, non s’arrendeva come prima, rideva degli argomenti di lei. Ella sentiva il distacco operarsi lentamente e fatalmente; ma come ritornavano ancora una volta le date della loro passione, una nostalgia s’impossessava di lei al ricordo del suo bel romanzo, e cercava di attaccarsi ancora a quell’uomo, di riafferrarsi a quel passato. Egli la lasciava dire, chinando il capo, guardandosi le mani.
– Quanto amore, non è vero?… quante carezze!… Ma tu non dici nulla… hai l’aria d’essertene pentito…
– Tu non sai quel che dici.
– Oh, così fosse!… Ma io vedo, penso, confronto, intuisco…
Qualche volta arrivava da lei stringendole la mano senza baciarla; le restava una sera accanto parlando di cose indifferenti, non le chiedeva le sue carezze.
– Come sei mutato! – esclamava ella – come sei freddo!…
– Io sono lo stesso.
– Ma sai che qualcuno darebbe la vita, per starmi un’ora vicino, così?
– Chi, il principe di Lucrino?
Se il discorso tornava sulle memorie del tempo in cui non si conoscevano ancora, se egli parlava del primo suo amore che la morte aveva crudelmente troncato, le sue parole erano più commosse, ella lo sentiva più lontano da lei.
– Tu pensi sempre alla morta!
– Sì… ma in altro modo.
– Vorrei che pensassi in quest’altro modo a me stessa… Oh, capisco, hai ragione: ella ti avrebbe dato molto più di quel che posso darti io!… Che cosa valgo, oramai?…
Egli le stringeva una mano, senza protestare.
– Tu avresti voluto essere il primo a leggere nel cuore d’una donna… Un giorno, mi lascerai per sposare una vergine…
Allora, come egli restava senza dir nulla, gli si metteva quasi in ginocchio dinanzi, pregando:
– Senti, Paolo… se tu non m’ami… se non mi amerai più… me lo dirai, francamente, sinceramente?… Sarà lo strazio di tutto l’essere mio, ma non te ne vorrò… capisco che tutto finisce al mondo!… procurerò d’esser forte!… ma voglio che tu me lo dica, senza infliggermi il tormento di vederti così freddo, stanco, annoiato…
– Ma t’inganni!…
– No, non mentire… tu non m’ami più…
– Ebbene, come vuoi: non t’amo…
Un momento, pensava di rispondergli: “Sta bene, separiamoci dunque!…” poi fissava il proprio sguardo sul suo, intensamente, dolorosamente, appassionatamente, ed in quello sguardo ella metteva dei rimproveri umili, una supplicazione devota, tutti i ricordi del loro passato, tutte le promesse dell’avvenire. Ella gli prendeva una mano, senza lasciar di guardarlo; gli diceva, sommessamente:
– Ripetilo… ch’io lo senta ancora…
– No! non è vero!… Sei tu che mi fai dire queste cose…
Allora, per non sentirsi accusare daccapo, era lui che la accusava.
– Sei stata col principe?… A che punto siete arrivati?
– Oh, Paolo!…
– Allora, chi altri hai per le mani?
– Tu non sai che questo è un insulto?
Egli alzava le spalle, esclamando:
– Non recitare!… tu pensi ad altri…
– Io? Io?… Ma se fosse vero, perchè ti supplicherei da tanto tempo di non trattarmi così? che cosa m’impedirebbe di abbandonarti?
– La forza dell’abitudine…
Un velo le annebbiava la vista, le sue mani tremavano.
– E sei tu che dici questo?… E tu lo credi?… Ah, è vero! Dopo averci fatto cadere, siete i primi a disprezzarci!…
Adesso la verità le appariva in tutta la sua crudezza: egli non l’amava più, quelle accuse che le rivolgeva erano altrettanti pretesti per stancarla, per disfarsi di lei… Un’amarezza immensa le saliva dal cuore alla gola; ella si ricordava tutto ciò che quell’uomo le costava: la famiglia perduta, il disprezzo del mondo, l’avvenire distrutto. Perchè ella sarebbe rimasta sola, senza un appoggio, esposta ad ogni sorta di rischi… Meglio questo, meglio la fine, piuttosto che il freddo insulto!… Perchè non aveva egli il coraggio di confessarle sinceramente: “Non t’amo più, tutto è finito?…” Allora ella si copriva il volto con le mani, pregava tra sè: “No, più tardi che è possibile… voglio sperare, voglio ostinarmi…” Ed ella non si confessava che anch’ella non lo amava più, che quell’amore non rispondeva al tipo da lei sognato, che quell’uomo non le piaceva. Non lo aveva mai trovato nè bello nè nobile abbastanza; non era mai stato molto elegante, adesso era quasi trascurato; non voleva andare nel mondo, la sua gelosia consisteva più che altro nell’idea del posto secondario che egli vi teneva, del vantaggio che avevano su di lui i giovani alla moda – e impediva a lei stessa di fare la vita che sognava, di ricevere molta gente, di andare a cavallo, di fumare, di divertirsi a proprio talento.
Dell’altro tempo passava: la lusinga rinasceva e tornava a dileguarsi. Con una gran tristezza nel cuore, ella andava nel mondo, fingeva la serenità e l’allegria, non tollerando che la gente s’accorgesse dell’abbandono in cui era lasciata. La passione era stata la legittimazione del suo fallo: ella non voleva sentirsi dire che s’era ingannata. Però, come gli uomini la perseguitavano con le loro insistenze, ella rispondeva con uno scetticismo corrosivo. Non si scopriva in tal modo? Ma come ascoltare senza ribellarsi le menzogne che le recitavano?…
Solo Morani la trattava a un altro modo, la circondava d’un rispetto fraterno; l’imagine di lui le era sempre presente. Ella imparava a conoscere la lealtà del suo carattere, la dirittura del suo animo. Un giorno, per istrada, le presentò le sue sorelline: due belle fanciulle, a cui ella si affezionò come a delle figlie. E andando adesso in casa di lui, conoscendo la severità della sua vita, ella aveva una tentazione che si faceva sempre più forte: chiedergli un colloquio, confessargli tutta la sua storia, la situazione presente, e seguire i suoi consigli. Poi l’impossibilità di parlare del suo stato a un giovanotto l’arrestava: non avrebbe egli potuto credere a delle avances da parte di lei?… Ed ella s’arretrava ancora, atterrita all’idea d’incorrere nel suo disprezzo.
Come la sua tristezza cresceva, ella s’afferrava di più a Paolo, gli diceva:
– So bene che un giorno tutto finirà tra noi; ma lascia che il tempo compisca la sua opera, senza affrettarla!.. Perchè privarci di qualche altro giorno di gioia?
Le sue guancie si rigavano di pianto; come egli cercava di replicare, di assicurarle che era sempre suo, ella esclamava tra i singhiozzi:
– T’ho per poco!… Ti perdo, mi sfuggi…
Quando egli le si mostrava cattivo, quando le ripeteva l’assurdo pensiero che ella pensava al tradimento, gli diceva:
– Ma non sai che questo pensiero funesto uccide l’amore? Che se non lo combatti, se non lo distruggi, finirà per spegnere il tuo sentimento?
Ella pensava che ardesse ancora un poco, ne rimescolava le ceneri. Un giorno, nel rimettere in ordine le lettere di lui, ne aveva rilette tante, s’era sentita rivivere ai tempi della felicità. La sera, al sopravvenire di Paolo, ella lo abbracciò con più calore, si mise a riferirgli i passaggi più belli di quelle lettere.
– Ti ricordi come scrivesti la prima volta?… E dalla Sicilia?… Ascolta: dopo Castellammare mi dicesti così…
Egli disse:
– Pensi ancora a queste cose?
– Ma sempre!… non penso che a questo… e tu?
– È un pezzo che me ne sono dimenticato.
Fu un urto in pieno petto. Ella guardò quell’uomo che si stropicciava le mani evitando di guardarla, e ad un tratto sentì che non v’era fra loro più nulla di comune, che un abisso si sprofondava tra loro, abbattendo, travolgendo, inghiottendo ogni cosa. E la sua propria voce, nel silenzio gelido che s’era fatto, la stupiva, la impauriva:
– Hai dimenticato?… neppure il ricordo?… Allora, tutto quello che mi dicevi?…
Egli s’alzò in piedi, facendo per dire qualche cosa. Col petto affondato, il capo pendente, gli occhi sbarrati, ella distese un braccio, ingiungendogli di non parlare. Si sentiva finire, il sangue le si gelava nelle vene, un velo le ottenebrava la vista, un nodo le si aggruppava alle fauci….
Fu una crisi come non ne ricordava più da un pezzo. Un giorno intero le convulsioni e le sincopi si alternarono lasciandola sfinita, contusa per tutto il corpo, con la lingua e le labbra lacerate dai morsi. Nell’esaurimento supremo in cui quegli assalti la lasciavano, ella provava l’impressione di una fatalità ineluttabilmente compitasi, dell’impossibilità d’ogni sforzo, di qualche cosa d’irreparabile. Egli tornava ancora: nella sua fibra spezzata ella non trovava la forza di respingerlo, ma sentiva che era morto per lei, che nulla, nessuna protesta, nessun pentimento, nessuna abnegazione avrebbe potuto cancellar mai le atroci parole. Tutto ciò che egli faceva o diceva le era adesso increscioso; la stessa stima nelle sue doti intellettuali e nelle sue qualità morali era morta. Ella finiva per negare di averlo amato mai; e un immenso stupore la invadeva, pensando alla rivoluzione operatasi nel suo spirito. Un tempo, con Duffredi, ella si era ròsa all’idea della catena legatasi al piede, aveva disperato di poterla infrangere, e adesso che quella catena era rotta, che se n’eran disperse perfino le vestigie, ella ne trascinava un’altra, egualmente pesante. Come un tempo, all’idea di esser stata lei stessa a volere quel nuovo danno, non si dava pace; e nel suo rancore impotente, disperando ancora di liberarsi, ma non riuscendo a tollerar quello stato, se Arconti la teneva fra le sue braccia, ella nascondeva il viso, mormorando:
– Vorrei morire!…
Si sentiva profanata, degradata, pensava con amarezza al disprezzo di cui sarebbe stata ora degna. Ma l’idea di esser disprezzata da Morani le riusciva particolarmente dolorosa. Egli era per lei una specie di giudice superiore ed invisibile, che assisteva ad ogni atto della sua vita, che leggeva ogni moto del suo cuore. Che cosa le avrebbe consigliato, se avesse consentito ad ascoltare la sua confessione? Avrebbe potuto ammettere egli, nella sua dirittura, quel prolungamento d’una finzione incresciosa? Ella affrettava la liberazione, ma non sapeva come affrontarla. Vi erano delle donne che riuscivano a dire: “Non t’amo più, lasciami, va’ via…” Ella non sapeva pronunziare queste parole, per sbarazzarsi dell’uomo che era stato tanta parte della sua vita; come quando aveva lasciato suo marito, degli ostacoli la arrestavano; ella provava ancora una volta che tutto era più difficile del previsto… Ma che cosa avrebbe fatto sola? Fin dove sarebbe precipitata? Quali miserie l’aspettavano ancora? E il suo cuore si chiudeva dall’angoscia, dal terrore; nessuna speranza luceva per lei: come sarebbe stato meglio morire! perchè non era morta?… La figura di Matilde Cerosa, dell’infelice che s’era sfracellata sul marciapiedi lo stesso giorno in cui ella partiva da Palermo pel viaggio di nozze, risorse allora improvvisamente, dopo tanti anni, nella sua memoria. Quella tragica coincidenza non era stata una fatalità e quasi un avviso del suo destino? L’atroce coraggio della suicida l’affascinava: in certe ore di funebre spleen, quando il cielo era di cenere, le strade silenziose e deserte, la solitudine più fredda e più triste, voleva finirla anche lei, cercare il riposo nell’ultimo sonno. Pensava di comprare un revolver, piccolo, dal manico intarsiato, dalla canna damascata, un’arma che sarebbe stata un gioiello, e con quella darsi la morte. Allora l’avrebbero pianta, avrebbero saputo qual cuore era il suo!…
E come, suo malgrado, faceva intendere all’altro il disgusto da cui si sentiva presa, egli pareva riattaccarsi a lei! Vedendola nascondersi il viso, formulare un voto di morte, le diceva:
– Ti faccio orrore, non è vero?… Son io che t’ho voluta perdere!… Ma che importa?… Restiamo legati lo stesso…
Altre volte esclamava:
– Rammentati le mie previsioni!… “Sarai tu che non mi vorrai più”… che non mi vuoi…
– E di chi è la colpa?… Chi ha ucciso l’amore?… Chi ha detto di non rammentare più il passato?… chi lo ha rinnegato?… Di chi è la colpa?…
– La colpa!… la colpa!..,
E tornava ad accusar lei, ricominciava con le sue malignazioni. Una sera, ella proruppe:
– Oh, senti!… quando devi venir qui per dirmi di queste cose… è meglio farne a meno… aspettare dei momenti migliori…
Egli s’alzò, soggiungendo subito:
– Lo credo anch’io… sarà meglio separarci per qualche tempo. Tanto, fra giorni la Camera si richiude.
E senza vederla più, senza scriverle un rigo, partì. Nel vuoto fattosele così d’intorno, ella era stupita del sottil senso di liberazione che la penetrava. Perchè dunque quella rottura non l’accorava? perchè non provava il dolore previsto?… Forse perchè ella sapeva che la separazione non era definitiva. Da un momento all’altro contava di ricevere sue lettere, delle lettere umili, pentite, imploranti. Non amava più quell’uomo; ma voleva una prova dell’impero che aveva esercitato, che doveva ancora esercitare su di lui… I giorni seguivano ai giorni, le settimane alle settimane, ed egli non scriveva nulla, non un rigo, non una parola…

VI.

In mezzo alle distrazioni della nuova stagione estiva, quando ella era tutta ai suoi trionfi mondani, il pensiero di lui le tornava alla mente. Aveva una ansiosa curiosità di sapere ciò che egli faceva, che cosa provava per lei. Pensava che fosse pentito della rottura, che si disperasse rammentando la felicità perduta, che una fiera battaglia si combattesse nell’animo suo, tra la passione e l’orgoglio. La figura di lei doveva sempre stargli dinanzi, seguirlo dovunque, impedirgli di pensare ad altro! Era bene che fosse così, che egli soffrisse dopo averla fatta soffrire. Ella riprendeva la sua vita abituale, cercava la società, si compiaceva di brillarvi; non aveva rimorsi, il torto era tutto dalla parte di lui. Però s’aspettava da un momento all’altro di vederlo comparire: egli avrebbe lasciato tutto, sarebbe partito di nascosto, l’avrebbe raggiunta. Che cosa avrebbe fatto lei stessa? Lo avrebbe respinto? Si sarebbe piegata?… All’ora della posta, ella imaginava di ricevere una lettera di Paolo piena di ricordi e di supplicazioni; e delle frasi di risposta si scrivevano nel suo pensiero: “No, è troppo tardi, credetemi… I disinganni di cui mi sono abbeverata furono troppo amari, perchè io possa affrontarne di nuovi… La vita non si rifà, il passato non torna!… Finite di dimenticarmi e possiate esser felice: questo è il mio ultimo voto…” Gli occhi le si arrossavano, pensando a queste cose; e con la posta non veniva nulla per lei. Allora degl’impeti di sdegno per poco non la spingevano in braccio ad altri. Il ricordo di Morani la sosteneva; ella voleva serbarsi pura per lui. Disperava d’ottenere l’amor suo, ma non poteva, affrontare la sua disistima. Dove era egli a quell’ora? Qual’altra creatura gli sorrideva? Forse amava una vergine che avrebbe fatta sua!…
E la propria miseria le si rivelava in tutto il suo orrore. Ella era definitivamente abbandonata, senza una parola, come l’ultima delle donne. L’ultima delle donne non si sarebbe lasciata così, dopo cinque anni di vita comune!… A che cosa le erano dunque giovati i suoi sacrifizi? A legittimare le insidie che tutti gli uomini le tendevano, a prepararle un avvenire di abbassamenti continuati… Ella si sentiva mancare il respiro; avrebbe voluto piangere, e battersi. E allora, pensando all’abisso cui andava incontro, sentiva la tentazione di scrivere a Paolo, di cedere per la prima. Egli l’aveva crudelmente ferita; ma era sempre l’uomo che le aveva fatto battere il cuore, a cui ella aveva dato tutta sè stessa! Forse una falsa superbia li tratteneva entrambi dal muovere il primo passo nella via della riconciliazione; perchè non lo avrebbe fatto lei? E cominciava delle lettere, ma le stracciava una dopo l’altra. Le espressioni fredde, i rimproveri larvati non sarebbero riusciti a nulla, e le preghiere non avrebbero fatto peggio? S’egli l’avesse lasciata senza risposta?…
Finì per rinunziare a quel tentativo. Che cosa le restava da fare?,.. Perdonando il male che le aveva cagionato suo padre, sperando di trovarlo un altro per lei ora che la sapeva in quella triste situazione, rammentando il bacio disperato che aveva posto sulla sua mano la notte della morte di Laura, andò a trovarlo a Venezia. Egli la volle con sè in casa; e nel vedersi tutto il giorno dinanzi la donna che aveva fatto tanto soffrire la sua mamma, che ella stessa aveva tanto aborrita e che ora trattava familiarmente, pensava allo strano giuoco del destino, alla dispersione fatale dei sentimenti creduti più saldi. Suo fratello, che adesso aveva preso moglie, era per lei come un estraneo; restavano insieme a lungo senza sapere che cosa dirsi; e il cuore non aveva nessuna parte in tutte quelle relazioni. Alla lunga, accorgendosi d’essere d’impaccio, ripartì. Per un poco, pensò di tornarsene a Palermo. Ma che cosa vi avrebbe fatto, tra l’ostilità di tutti? Scrisse, nondimeno, a sua zia, per la prima dopo tanto silenzio; le disse, in frasi vaghe, i suoi disinganni, il vuoto della sua esistenza, il bisogno che ella aveva di perdono e d’affetto. La zia rispose subito; ma senza offrirle di riprenderla con sè. Pure, ella non troncò quella corrispondenza.
Negli accessi di tristezza che la piegavano, la folla, il movimento, le erano diventati odiosi; ella riprese più presto degli altri anni la via della casa. Non c’era nessuno a Roma, Morani con le sorelle era in campagna. Ella passava lunghi giorni senza vedere anima viva. Accompagnata da Stefana, in abiti scuri, dimessi, se ne andava spesso, per vie fuori mano, alla villa Mattei. La malinconia di quella solitudine, accresciuta dal tramonto della bella stagione, le pareva convenire allo stato dell’animo suo. Il poco verde appassito dei rami confusamente aggrovigliati era uno sfondo adatto alla sua figura, su cui l’opera del tempo diventava ogni giorno più manifesta! La gran pace, il silenzio rotto ad ora ad ora dei fruscii lievi delle foglie cadenti, dai trilli degli uccelli migranti, la immergevano in una mestizia senza fine. Qualche cosa come una caduta di foglie avveniva dentro di lei; ella sentiva di sopravvivere a sè stessa; la miglior parte del suo cuore, della sua bellezza, era morta. Le restava il fascino delle rovine, delle torri slabbrate dal fulmine, delle fronti curvate dalle avversità. Se un passo d’uomo risuonava lungo i viali, ella chinava gli occhi, evitando di guardare, tracciando dei segni enimmatici con la punta del suo ombrellino. Malgrado la negligenza della sua toletta, l’istintiva eleganza della signora di razza doveva imporsi all’attenzione dei passanti; chi la vedeva a quel modo, doveva pensare, con un sottil senso di rammarico, alle fortunose vicende che avevano condotta una donna come lei a compiacersi nella muta tristezza di quel giardino solitario, doveva provare la tentazione di leggere in quel cuore ferito pel quale il mondo non avea più sorrisi. Ed ella sentiva che era un altro inganno quell’imaginarsi oggetto all’attenzione di qualcuno, quella vaga aspettazione di un essere capace di vincere lo scetticismo di cui s’era imbevuta… Ella sentiva freddo quando pensava a che cosa era ridotta. Ah, se l’autore di quella rovina avesse potuto leggerle nel cuore, vederne lo strazio! Stolta ella stessa, che gli aveva creduto, che aveva fatto di quell’amore la ragione della propria vita!… Poi, i rimproveri che formulava contro di lui cadevano anch’essi; ella riconosceva la propria parte d’errore. Sì, ella lo aveva amato; ma, sulle prime, quell’amore non le aveva impedito di cedere ad un altro. Dimenticava dunque la sua colpa, l’origine della freddezza di Arconti? Pensando all’antica avventura, ella si chiedeva: “Perchè feci questo? Non sono inaccessibile al capriccio?…” E allora si ripeteva che la colpa non era stata sua, ma delle circostanze, della mancata protezione materna, dell’esempio che suo padre prima, suo marito dopo le avevano dato, della perversità di Aldobrandi. L’istinto di seduzione, la smania di piacere l’avevano perduta: la sua vanità era stata esaltata dalla preferenza che gli uomini le mostravano; ma adesso ella riconosceva che l’avevano preferita perchè s’eran visti incoraggiati. Considerando tutta la sua vita, da lontano, quasi disinteressatamente, ella scopriva la logica che l’aveva regolata, la fatalità d’ogni evento. Sola in mano del nonno buono ma autoritario, era fatale che ella non potesse fare un matrimonio felice; il disinganno, la rappresaglia, le persuasioni della fantasia l’avevano indotta al passo falso. Una idea la disarmava contro Arconti; che se non fosse stato lui a sospingerla, un altro avrebbe preso il suo posto… Questo egli aveva compreso, questo lo aveva distolto da lei!… Ma quando pure ella fosse stata fatta a un altro modo? se avesse amato lui soltanto, senz’altre ragioni fuorchè quelle del cuore? Tutto sarebbe finito egualmente! Il tempo, i disaccordi inevitabili, la diversità dei caratteri presto o tardi avrebbero prodotta la conclusione medesima. Ella non poteva dire di averlo veramente amato sul principio; ma quando s’era sentita maggiormente stretta a lui, non era stata l’idea di mostrarsi conseguente nella colpa che l’aveva sostenuta? Ella aveva creduto che l’amore durasse eternamente: ma v’era qualche cosa senza fine, nel mondo? Aveva creduto ancora che ogni creatura umana non potesse amare più d’una volta in tutta la vita: ma quanti uomini aveva ella amato, in modo diverso? Ed ora si domandava che cos’era dunque l’amore, se esisteva, se non era anch’esso un inganno, il più funesto di tutti?… La lentezza con cui trascorrevano i suoi giorni vuoti alimentava quelle riflessioni amare. Per evitare i tristi pensieri ella s’immergeva nella lettura. I libri le avevano fatto un gran male esaltando la sua imaginazione, pascendola di allettanti finzioni, di chimere seducenti; ma oramai era troppo tardi per smettere, il male era già fatto, e malgrado il suo scetticismo, le restava in fondo al cuore inassopito il bisogno d’emozioni, di scosse, di palpiti. Feuillet era il suo pascolo prediletto; le nobili anime, i cavallereschi amori, le passioni eroicamente contenute o tragicamente divampanti esaltavano tutto l’esser suo. Chiuso il volume, i suoi sguardi vagavano intorno, e la figura di Morani le sorgeva dinanzi, con qualche cosa del fascino del Giovane povero. Poi scuoteva il capo: che cosa sperava? a quall’altra funesta lusinga voleva abbandonarsi?…
Spesso, la notte, ella sognava di Milazzo; le pareva di ritornarvi, ma la città non si trovava più in pianura, le mura del Castello si ergevano colossali e paurose, le finestre della cattedrale bombardata risplendevano stranamente in pieno giorno, un vecchio sollevava una lapide, guidandola pei sotterranei comunicanti col sepolcreto di San Francesco di Paola – e si destava di scatto, agghiacciata e tremante. Quel sogno, per un certo tempo, tornò molte volte: e sveglia, alla luce del sole, ella pensava alla piccola città, ai luoghi dov’era trascorsa la sua fanciullezza e che non rammentava più nettamente, con un senso vago e indefinibile di terrore. Le imagini funebri non erano un funesto presagio? Ella diventava superstiziosa, tutto era tinto per lei di malinconia. Stefana veniva a mettersele vicino, cominciava a parlare di mille cose, cercando di distrarla, di farla sorridere, costringendola ad andar fuori quando era rimasta a lungo in casa, rimproverandola dolcemente se la vedeva ostinarsi nel suo cordoglio, parlandole di Paolo, dicendole:
– Gli uomini sono tutti così!… vedrai che tornerà!…
Ella non sapeva se affrettare o ritardare col desiderio il giorno in cui egli sarebbe tornato a Roma. Però cercava nei giornali, prima d’ogni altra cosa, le informazioni parlamentari, le notizie intorno alla data della riapertura della Camera. Una sera, aperto il Fanfulla, i suoi sguardi furono attirati dalle grosse sbarre nere di una necrologia. Tutte le volte che scorgeva quel funebre segno, il cuore le si stringeva ed ella dovea vincere un’istintiva repulsione prima di leggere fra quelle righe. Anche ora esse l’attiravano e la respingevano insieme; a un tratto un nome parve balzar fuori: Morani… Eduardo Morani… Ella non comprendeva: il suo nome, lì, impossibile!… un errore, un’altra persona… e come il foglio le tremava nelle mani, le righe parevano entrare l’una nell’altra, le parole si sdoppiavano, si confondevano… Impossibile!… un altro!… e il senso del periodo le sfuggiva, afferrava solo delle frasi: “Di ritorno da pochi giorni a Roma… una febbre perniciosa… malgrado tutti i rimedii… nel fior della vita… Povero amico! povero cuore!…” Ella sorse in piedi, con le mani fitte tra i capelli, gli occhi spalancati, gridando soffocatamente: “Morto!… Morto!…” e dei suoni tremuli come lamenti le uscivano dalle labbra semischiuse ed esangui. “Morto!… Dio!… Dio!…” Con l’impressione di freddo intenso che a un tratto le serpeggiava pel corpo, ella incrociava le braccia sul seno, comprimendolo, sostenendosi, sentendo che era sul punto di cadere, che il cuore le si schiantava…. Morto… lui!… impossibile, assurdo!… e di nuovo si precipitava sul foglio, spiegazzandolo, divorando le linee funeste. Allora, come non era lecito più dubitare, come il saluto estremo le tornava sotto gli occhi: “Povero amico! povero cuore!…” i suoi occhi si gonfiarono di pianto. Ah, era atroce morire così!… apprendere così la morte d’un essere amato, buono, ammirato!… Ella dunque non lo avrebbe visto più, non avrebbe udita la sua voce dolce, non avrebbe più stretta la sua mano leale!… No, no; era più forte di lei… ella non voleva, non poteva mettere un freno alle lacrime; un’accorata pietà gliele spremeva dal cuore… Si moriva dunque così, prima d’avere avuto il tempo di vivere?… Perchè?… Terribile, incredibile!… Ah! i suoi funebri presagi!… E come ella rammentava le volte che era stato presso di lei, le parole che le aveva dette, il suo cordoglio cresceva. Come era stato buono! di quanto rispetto l’aveva circondata! di che nobile animo aveva dato prova!… Nell’intimo della sua coscienza, nel secreto del suo cuore, che cosa aveva provato per lei?… Non lo avrebbe saputo mai!… Egli era morto, portandosi con sè il suo secreto… Povero cuore! Povero cuore!… Essere amata da lui: l’ambizione che ella aveva vagamente nutrita, la speranza che le aveva confusamente sorriso!… Che cosa sarebbe stato l’amor suo?… E tutto invece era finito, per sempre… Che tristezza in quello svanire d’una larva, d’un sogno non ancor precisato, d’un sentimento incosciente, neppur nato! Come il vuoto le si faceva più largo dintorno! Come tutto era freddo, e muto, e oscuro intorno a lei!…
Ella aveva smarrito l’idea del tempo in quella lugubre notte, quando la vecchia Stefana le venne vicino. Vedendole gli occhi rossi, il viso impallidito, la donna chiese:
– Che cos’hai? Che cos’è stato?
– Una triste notizia… una disgrazia…
La vecchia scrollò il capo:
– Vita e morte sono in mano di Dio!… Non t’affliggere sempre…
Ma ella trovava un malinconico conforto a parlare di lui, a dirle tutto il bene che le aveva ispirato. Come un incubo, il ricordo doloroso non le diede tregua fino all’alba; e al cessare dei sogni torbidi, ella ritrovò lo stupore attonito della sera innanzi, con un bisogno di sapere qualche cosa del morto, con la vaga aspettazione d’un avvenimento inatteso, quasi d’un miracolo, d’una risurrezione. Era decisa di andare a trovar le sue sorelle; però Stefana la consigliò di aspettare un altro giorno, e intanto la trascinava verso le stanze interne, le parlava di molte cose, quasi volesse fuorviare la sua attenzione. Dapprima, ella non aveva compreso; a un tratto, come nel silenzio del pomeriggio s’udirono dei lontani squilli di tromba, ella gettò un grido:
– Lui!
Allora dovè materialmente lottare contro la vecchia che tentava di distoglierla dalla vista; e dietro la finestra, aggrappata con una mano alle cortine, premendosi il cuore con l’altra, intanto che gli accordi della marcia funebre si facevano sempre più vicini, ella scorse una grande croce nera, la fila dei frati reggenti i ceri dalle fiammelle tremolanti.
– Ah!… ah!… pietà!…
L’anima si struggeva al canto lento, lungo, straziante, echeggiante come un insistente ultimo appello; alla vista della bara coperta di fiori, delle bandiere lugubremente raccolte, del breve stuolo di amici che seguivano, a capo chino, raccolti e silenziosi. Ella era caduta in ginocchio, protendendo le braccia, dicendogli addio, non vedendo più nulla dal pianto, sentendosi trafigger le tempie dai funebri squilli, scrollando amaramente, disperatamente il capo come se nulla potesse consolarla della vita… Più tardi fu una nuova voluttà di dolore, in casa di lui, tra le braccia delle sue sorelle; e poi, a poco per volta, l’acuto dell’angoscia si venne calmando: ella pensava allo scomparso con un rimpianto infinito e composto. Come lo avrebbe amato, se avesse potuto rivederlo! Come avrebbe voluto essere amata da lui!… Talvolta, ella dimenticava che era morto, credeva di vederselo innanzi, gli tendeva la mano, gli parlava come aveva un tempo parlato agli eroi imaginarii dei suoi libri. Tratto tratto, il ricordo di Paolo risorgeva, e qual nuova meraviglia si operava adesso? Il morto ed il lontano si confondevano per lei in un essere solo; attraverso la figura inafferrabile di colui che se ne era andato per sempre sorgeva la figura dell’antico amante, ma trasfigurata, con qualche cosa della seduzione dell’altro. Inconsapevolmente, ella attribuiva all’assente le attrattive, le virtù che l’avevano fatta sognare nel morto, si sentiva prendere da un bisogno irresistibile, violento, di rivederlo, di versar su di lui la passione che le rigermogliava nel cuore. Così, quando seppe che Arconti era a Roma, quando lo scorse da lontano, quando lo guardò un momento negli occhi, non lottò più. Gli scrisse, lo attese con un’ansia mortale, gli si gettò fra le braccia, se lo strinse selvaggiamente al petto, chiamando, senza voce, con un muto muover delle labbra, non più Paolo, ma: “Eduardo!… Eduardo!…”
Fu un ritorno dell’amore antico, ma più torbido, più tormentato, senza fede sulla sua durata. Poichè ella si era piegata per la prima, comprendeva di non esser più in diritto di lagnarsi di nulla; ai suoi lamenti egli avrebbe potuto rinfacciarle: “Sei stata tu che m’hai chiamato…” Però ella gli stava dinanzi umile, supplice, disposta a sopportar tutto, ad accettare quel tanto che egli poteva darle ancora. Non lo rimproverava dell’abbandono in cui l’aveva lasciata, gli chiedeva soltanto:
– Hai pensato qualche volta a me? Come hai pensato a me?
– Ma con desiderio, con rammarico, con passione…
Ella scuoteva il capo, comprendendo che egli le diceva quelle cose per condiscendenza; e, a quel pensiero, rispondeva con tono sommesso di preghiera:
– Senti, se tu non m’ami, se non provi più nulla per me, fingi almeno, dimmi qualche volta una buona parola… Vedi che io non sono esigente!… Non costa molto, una buona parola!
Paolo le turava la bocca, la stringeva furiosamente; e a un tratto ella credeva di notare che anche lui aveva un pensiero secreto, accarezzava in lei un fantasma invisibile… E a poco a poco il suo proprio inganno svaniva, ella non riusciva ad operare la sostituzione dei primi tempi; ed era come se il morto morisse un’altra volta nella sua memoria…
Un senso di rispetto le impediva di parlar di lui a Paolo, quando questi insisteva per sapere a chi ella avesse pensato durante la loro rottura; egli non s’acquetava all’assicurazione che nessun uomo le aveva detto nulla, alludeva ancora al principe di Lucrino.
– Sono stanca di giurartelo!… No, credimi; non posso più ricominciare… ho sofferto troppo!… Dopo di te mi seppellirò in qualche solitudine, andrò a chiudermi per sempre in qualche campagna di Sicilia…
Ma come, ingolfato nella politica, egli ricominciava a trascurarla, ella gli s’afferrava al collo, supplicando:
– No, non mi sfuggire… non mi lasciare… lusingami ancora!… – Poi, nascosto il viso tra le mani: – Non mi precipitare all’orrore di altre colpe…
– E la campagna dove volevi seppellirti?
Egli la prendeva sopra un tono di scherzo; ella rispondeva, sorridendo a sua volta:
– Ah, contenterebbe il tuo amor proprio, non è vero? che una donna come me rinunziasse al mondo per causa tua?
L’idea della propria umiliazione finiva talvolta per farla soffrire; la previsione di essere nuovamente abbandonata da lui le riusciva insopportabile; ella s’acquetava pensando che se avesse voluto, sarebbe stata lei a lasciarlo.
Così trascorse un’altra stagione. Non era tanto di guadagnato?… Quando egli era buono, glie lo diceva:
– Grazie per quest’altra felicità che mi dài.. Quando penso a quel che soffersi pel tuo abbandono, all’abisso che mi vedevo scavato dinanzi, non mi pare possibile!… Grazie! grazie! Ma quanto durerà?
In quaresima, per la prima volta dacchè si conoscevano, venne a Roma la famiglia di lui. Quando gli chiese che cosa veniva a fare, egli rispose, vagamente:
– La mamma sta poco bene… mio padre ha delle seccature da sbrigare…
Ella non aveva nessun interesse a conoscere quella gente; però, dall’impaccio di Paolo, comprese che egli voleva evitare un incontro. L’orgoglio di lei, a quell’idea, ricominciò a sanguinare: era dunque così disprezzata da lui! creduta indegna di entrare per un momento in mezzo alla sua famiglia!… Lo sbaglio commesso con quella tarda ripresa d’un legame finito le si rendeva adesso palese. E non le restava neppure il diritto di lamentarsi…
Prima delle vacanze. Paolo le annunziò che quell’anno doveva tornare a casa più presto del solito. Ella non oppose nessuna difficoltà, nè gli chiese se e quando contava di rivederla, rimandando la spiegazione alla sera del congedo, ma senza essere neppur certa che l’avrebbe provocata. Come lo scoppio di un fulmine, il giorno precedente, una notizia la stordì. Il principe di Lucrino, incontratala per via, accompagnatala un pezzo, le disse a un tratto, dopo averle inflitte mille sciocchezze, con un’allegria espansiva:
– Dunque, abbiamo un matrimonio parlamentare?
– Che matrimonio?
– Ma quello dell’onorevole Arconti…
Col cuore subitamente afferrato e stretto da una morsa, ella sostenne lo sguardo indagatore di quell’uomo; disse, ridendo:
– Davvero?
– Con la figlia del senatore Rigoni… la famiglia dello sposo è venuta a Roma per questo…
Ah, quel ritorno a casa, fra gli urti dei passanti, lo schioccar delle fruste dei cocchieri, con un velo dinanzi agli occhi, un rumorio minaccioso che pareva inseguirla, incalzarla, che faceva precipitare il suo passo; e lo smarrimento, la vertigine che l’obbligarono ad arrestarsi a mezza scala, afferrata alla maniglia, ansimante, perduta; e il sordo ribollir della collera, appena entrata a casa, il furore con cui si strappava la veletta, con cui gettava lontano il suo cappello, i suoi guanti, la rabbia con cui scacciava la vecchia che le diceva qualcosa.
– Vattene!… via!… hai capito?
Scacciata anche lei! Gettata via come una cosa inutile e vile! Egli la gettava via!… A quest’idea, all’idea di sapersi abbandonata per un’altra, di saperlo felice con un’altra, il rancore la divorava. Essergli rimasta scioccamente fedele! Non essere stata lei a infliggergli quel tormento, a ferirlo nel suo orgoglio, a vendicarsi dei suoi disprezzi!… Essere umiliata da lui, sferzata a sangue, calpestata sotto i piedi, derisa, schernita!… Oh! oh!… due lacrime ardenti le traboccavano dalle gonfie ciglia, si evaporavano sulle guancie infiammate… Ella si rodeva, nell’impeto furioso di commettere una pazzia, di far parlare tutto il mondo di sè. E non le aveva detto nulla! Forse era già partito!… Allora, corse al campanello, chiamò a lungo, fin quando Stefana apparve.
– Senti… scusami… ma corri da lui… domanda se è qui… se non è partito… No, non dir questo… se è qui, soltanto… senza farti vedere!… corri… fa presto!…
Vederlo! udire da lui stesso se era vero! vedere fin dove arrivava la sua viltà!… E dei progetti le attraversavano lo spirito: correre da quell’altra, dirle: “È mio!”, gettarsi fra loro… E poi?… A un tratto, la coscienza della propria debolezza l’abbatteva. Col viso nascosto contro il guanciale, il petto compresso, le mani afferrate alla coltre, ella non poteva pianger neppure… Ma era nulla il dolore antico, il dolore della separazione reciproca suggerita dalla stanchezza, dinanzi a quel che avveniva adesso, alla solitudine in cui ella restava intanto che la vita ricominciava a sorridere all’altro!… Allora pensava: “Ma se non lo amavo più? se ero stanca di lui?” E voleva dirglielo, buttargli in viso il disprezzo che le ispirava soltanto… Invece, vedeva un altare sfolgorante, una coppia felice, e dietro un pilastro, nell’ombra, una donna vestita a nero, la tradita, l’abbandonata… E finalmente le lacrime scorrevano, il freddo guanciale le beveva… Ma ella lo amava! Non lo aveva mai amato tanto! Come il giorno in cui lo aveva tradito, ella assisteva adesso alla rivelazione dell’amor suo!…
– Non è partito… è qui…
Rimandò la donna, si mise a misurare da un capo all’altro la camera, come una leonessa ferita. Che fare? che dire?… Fingere, aspettare che egli si decidesse a rivelarle i suoi progetti… Provocarlo piuttosto, sferzarlo… o supplicarlo ancora!… Ripeteva a voce alta le frasi che pensava: “Se credete che io v’abbia amato mai!… No! tu non farai questo: non merito tanta crudeltà…” Imaginava le risposte che egli le avrebbe date, e come l’ora scorreva, l’ansia, il tormento crescevano; a un tratto, a un improvviso squillo del campanello, ella sussultò, scattò in piedi, sentì tutto il suo sangue rifluirle al cuore…
– Tu parti?
Dopo averle baciata la mano, egli rispose:
– Domani.
– Credevo… che non saresti venuto…
– Perchè?
– Nulla!… temevo… Si è sciocchi quando si ama…
Egli si cavò lentamente i guanti, guardandone la cucitura. Disse:
– Tu cosa farai?
– Non so… non ho ancora stabilito… aspetto che tu stesso decida…
– Ma tu sei libera!… non c’è ragione di vincolarti…
Vi fu un momento di silenzio. Ella domandò:
– E quando conti di ritornare?
– Presto, spero… più presto del solito…
– Non mentire!
S’era alzata, appoggiandosi alla spalliera della poltrona, fissandolo in viso.
– Se tu non vuoi credermi… – rispose egli, scrollando le spalle.
– Non mentire… so tutto!…
E adesso egli chinava lo sguardo. Irrigidita, col capo eretto, il respiro breve e precipitato, ella lasciava cadere delle parole lente e gelate:
– Tu parti… per non vedermi più… per raggiungere un’altra… Credevo però che avresti avuto… la lealtà… di dirlo…
Più lungo, più penoso, il silenzio tornò a pesare dintorno. Egli evitava sempre di guardarla. Il rancore e lo sdegno ribollivano in lei, traboccavano quasi; ella frenava gl’impeti da cui si sentiva strozzare.
– Tu non rispondi nulla?
– Cosa vuoi che dica?… Se non sono creduto! se tu presti fede piuttosto alle ciarle della gente!…
– Allora… allora… – e febbrilmente la mano di lei stringeva la sua – allora, giura che mi hanno ingannato!… giura che non è vero… Tu taci!… tu eviti di guardarmi!… tu non hai il coraggio…
– Oh, insomma!…
Di scatto, anch’egli sorse in piedi. Ella indietreggiò, spalancando gli occhi, riparandosi istintivamente con un braccio, presa da una folle paura, credendo che fosse sul punto di batterla. E come egli si stringeva la testa fra le mani, traendo un sospiro d’ambascia, prorompendo a un tratto:
– Ma perchè mi torturi?… Non vedi che soffro?… Che volete da me?… – ella cominciò ad assentire, col capo, con la mano:
– Sì, sì… hai ragione… il torto è mio!… tutto mio!… Non gridare… Sei libero, guarda: non ti trattengo, va’… va’…
– Non capisci tu dunque…
– Zitto!… Non dir nulla!… Capisco, sì, sì… capisco che non si dice a una creatura: “Sai, non t’amo più, ne amo un’altra, tu sei d’inciampo alla mia felicità, lasciami, vattene…” Ah!… ah!…
Cadde sul divano, col capo contro il bracciale, le labbra contratte da brividi sibilanti. Egli venne a mettersele accanto, a tentare di sollevarla, di persuaderla:
– Ma non è questo!… Se ti hanno detto male!… È la mia famiglia che ha dei progetti… che crede di costringermi…
– Non m’ingannare… tutto è finito, per sempre…
Egli non rispose. Allora, ricomponendosi, passandosi una mano sulla fronte, ella disse:
– Tutto era già finito da un pezzo… il torto fu mio, a tentare di risuscitare un cadavere… Adesso, ecco, comprendo!…
Si alzò e gli stese una mano.
– Non è colpa di nessuno… doveva finire così!… Siate felice.
Gli occhi di lui si velarono di lacrime.
– Vi ho molto amata, credetemi…
Ella fece un gesto vago. Aveva bisogno di tutta la sua forza per contenersi. Egli restò un poco in silenzio, a capo chino; poi fece un passo.
Allora un singhiozzo violento le straziò la gola.
– Dio!… Mio Dio!…
Credeva di morir soffocata, il pianto tempestoso si mutava in una tosse convulsiva e lacerante. Egli diceva qualcosa; col capo, con tutta la persona, ella faceva cenno di no, di no. Come quello strazio si venne sedando, l’altro disse, piano:
– Se volete, non partirò…
Allora le sue lacrime cessarono d’un tratto.
– Addio!
Egli chinò il capo.
– In qualunque circostanza potessi esservi utile, ricordatevi che avete in me un amico…
– Grazie… Vi ringrazio.
Ed era scomparso! e non era tornato indietro! e non era venuto a gettarlesi ai piedi, a domandarle perdono, a lasciarla almeno con una buona parola… Così! Così!… Una pietra sepolcrale si chiudeva dunque su quel passato, qualche cosa crollava nell’anima di lei… Un momento, ella stette in ascolto, udendo il clamore pauroso del silenzio; poi si sentì torcere ed abbattere…
E il domani, nell’abisso di miseria morale, di sofferenze fisiche in cui era precipitata, aspettava ancora. Come niente veniva, come l’ora della partenza trascorse, ella mandò ancora Stefana da lui. Credeva che non fosse partito, che sarebbe venuto ancora una volta. Era troppo triste, troppo malvagio lasciarla così…
– Partito?… è partito?…
Allora un impeto selvaggio di sfida la sollevò. Che viltà! che viltà!… E ad un tratto il cameriere venne ad annunziare:
– Il signor principe di Lucrino.

VII.

Sul mare grigio e plumbeo, il vapore filava rapidamente, con la prora eretta, fremendo per tutte le commessure alle poderose vibrazioni della macchina ansante. Lungo i fianchi del legno, correvano le piccole ondate che il suo moto formava sulla superficie stagnante dell’acque, e pel contrasto del nero di cui lo scafo era tinto esse prendevano intorno una colorazione azzurrognola, rivelavano qualche cosa della loro misteriosa profondità. Laggiù in fondo, in quella pura freddezza, non era bene sparire?… Ella era costretta a distogliere lo sguardo dall’abisso affascinante, a portarlo in giro per la cerchia dell’orizzonte. Cielo ed acqua, una cinerea uniformità da per tutto; ma come un grumo di nuvole più scure, Ustica appariva sullo sfondo nebbioso. Allora, dalle latebre della sua memoria, sorse il canto udito, tanto tempo addietro, una notte serena di primavera nel porto di Palermo:

“Voga quel remo:
Chissà se un’altra volta ci vediamo,
Capo d’Orlando e Monte Pellegrino!…”

Era dunque ancora la via conosciuta, tante volte percorsa; e uno dopo l’altro i ricordi degli antichi viaggi si svolgevano nella mente di lei. Tristi tutti, egualmente, le andate ed i ritorni, fin dal primo salpare per l’ignoto della vita; ma nessuno come questo!… Le coste isolane non si scorgevano ancora, già nella notte erano scomparse quelle del continente, e in tale sospensione fra due lontananze ella trovava l’imagine del proprio stato. Più amaramente che ella non avesse mai creduto si chiudeva un tenebroso periodo della sua vita. Stolta, che aveva sperato di prendere una rivincita dell’abbandono in cui s’era vista lasciata, per non riuscire ad altro che ad una nuova amarezza! Prima dell’ebbrezza, la nausea l’aveva vinta, ed era stata una desolazione così profonda, una disperazione così radicale, che ancora il desiderio di finirla l’assaliva dinanzi alle fredde profondità del mare… Se dal buio passato ella guardava verso l’avvenire, un’incertezza paurosa la sgominava. Ella andava verso un paese in cui non avrebbe incontrato che ostilità. Alle intercessioni di sua zia, il nonno aveva acconsentito di rivederla, mettendo però come patto che ella non sarebbe venuta a Milazzo. Egli non la giudicava degna di rientrare nella casa dov’era cresciuta! Ed una coincidenza che al suo cuore ulcerato pareva cercata apposta, obbligava sua zia a lasciare Palermo giusto mentre ella vi si recava!…
Con una stretta al cuore, vedeva ora avvicinarsi la meta, sorgere tra cielo e acqua il titanico blocco del Monte Pellegrino, distendersi ai suoi piedi la linea della città. Quella vista l’affascinava, il suo spirito si smarriva nell’irrompere incessante delle memorie, ed alla voce di Stefana che l’avvertiva dell’approdo un brivido la scosse. Nessuno ad aspettarla a terra, neppure un servo. Ella frenava le lacrime entrando nell’albergo, rispondendo al cameriere che le chiedeva se la camera offertale era di suo gradimento. Che triste ritorno! La città rumoreggiava sordamente, ed era come un mormorio minaccioso che si levasse contro di lei, come una voce astiosa che la scacciasse…
Il giorno dopo venne suo zio, scusandosi con un equivoco sul giorno dell’arrivo, invitandola ad andare con lui a Termini, dov’erano per affari. Ella rifiutò, aspettando il nonno che aveva già telegrafata la sua partenza da Milazzo. Quando lo vide apparire, il suo cuore si strinse più fitto. Era un vecchio cadente, l’ombra di colui che ella ricordava nell’imponenza della forza e nel rigoglio della salute. Le sottrasse la mano che ella voleva baciargli e le sfiorò appena con le labbra la fronte. Parlava del suo viaggio, del tempo, di Stefana, e non una parola, non una domanda intorno al passato. Di tanto in tanto si facevano dei silenzii, come fra estranei che non trovano nulla da dirsi. Così continuava a trattarla, senza nessuna espansione, evitando ogni allusione alla intimità di un tempo, non dicendo nulla dell’avvenire. Talvolta, quando ella ricordava i giorni remoti dell’infanzia, le carezze che egli le prodigava prendendosela sulle ginocchia, sentiva la tentazione di buttargli le braccia al collo, di confidarsi a lui, di giustificarsi; ma la sua freddezza l’arrestava. Infine, perchè la trattava così? Se ella aveva fatto del male, lo aveva fatto a sè stessa, e l’espiazione non era finita!… Malgrado lo studio messo nel nascondersi, nel farsi ignorare, ella vide qualcuna delle sue antiche conoscenze, la Leo, Sara Máscali; e furono degli sguardi duri, delle arie sdegnose, delle insultanti voltate di spalle. Suo figlio, adesso un bel giovanetto di dodici anni, veniva a trovarla tutti i giorni per un’ora, in compagnia dell’aio; ma la sua entrata in collegio era stata decisa, e ne affrettavano a un tratto i preparativi, quasi a sottrarglielo più presto. Ella non trovò un’accoglienza fraterna che da un’estranea, da Giulia Víscari, che volle condursela in casa. Gli anni parevano non esser passati per l’amica; era sempre fresca, vivace ed allegra come quando l’aveva lasciata l’ultima volta. Anche lei aveva sofferto dei disinganni, ma, con una maggior forza di reazione, li aveva superati più facilmente.
– Che cosa avrei dovuto fare? – le diceva – Desolarmi, strapparmi i capelli (quei pochi che mi restano!) dare lo spettacolo della mia disperazione? E poi? Perchè? Per aggiungere sciocchezza sopra sciocchezza!
– Però, convieni che l’abbiamo fatta grossa!
– Ah, sì!… Se potessi tornare indietro, t’assicuro che non ricomincerei!…
– Ed io, dunque?
Adesso conoscevano gli uomini, il loro egoismo, la loro mancanza di cuore.
– Noi siamo fatte a un altro modo!
– È inutile, non ci capiscono!
Quelle confidenze le riuscivano di molto conforto; però l’ostilità di cui era oggetto trovava in questo un nuovo alimento. Sua zia, che era stata così tepida verso di lei, le rimproverava, tornando a Palermo, di avere accettata l’ospitalità dell’amica; ella non seppe frenarsi:
– Ma sai, non avevo molto da scegliere!… E sarebbe curioso che io facessi la difficile!…
La folla delle beghine maligne, delle invidiose della loro libertà, diceva che esse s’intendevano perchè si rassomigliavano, riduceva la loro amicizia ad un calcolo, e una tristezza immensa la prendeva dinanzi a quell’accanimento senza ragione, senza scusa, sentendosi continuamente denigrata ora che nulla v’era più di riprovevole nella sua vita. Ma una curiosità pungente di sapere quel che si diceva di lei, del suo passato, la faceva insistere tanto presso l’amica, fino a vincerne la riluttanza.
– Dicono tante cose… che te n’importa? Io non ne credo nessuna!…
– Dimmele! Voglio saperle… Mi dànno molti amanti?
– Sì…
– Oh, le vili!… Ma chi?… Quanti?…
– Molti, che so!…
– Le vili! le vili!…
La loro viltà consisteva nell’addebitare alle altre come una colpa ciò che avrebbero voluto fare esse stesse! La maschera dell’onestà le soffocava; l’idea di essere amate, il desiderio del frutto proibito le struggeva; ma non avendo il coraggio di romperla col mondo, di pagare del proprio, nascondevano il rancore delle voglie insaziate sotto l’ipocrisia della virtù. Ella non credeva alla virtù di nessuna: l’onestà era o freddezza di carattere, sterilità di fantasia, mancanza di cuore, o paura del castigo, calcolo interessato, stucchevole posa. Potevano darla a intendere a tutti, con le loro attitudini d’angeli offesi, tranne che a lei! Non era già il tentativo di attenuare la propria colpa che le faceva in tal modo comprendere tutte le donne nello scetticismo di quel giudizio; ma convincimento antico, persuasione confermata dai fatti. Se tutte coloro che gridavano allo scandalo fossero state libere, se non avessero avuto a temere la perdita del loro posto nel mondo, i disagi, le denigrazioni, che cosa sarebbe diventata la loro onestà? La prova era la condotta di quelle che avevano dei mariti ciechi o compiacenti, l’abbandono di ogni ritegno di cui esse davano spettacolo. Ma per queste non c’erano accoglienze fredde o voltate di spalle; i loro tradimenti erano incoraggiati, la loro doppiezza premiata!
L’ingiustizia della società la colmava di sdegno. Quando ella aveva abbandonato suo marito, tutte le avevano dato ragione; pretendevano dunque che una donna giovane e bella come lei, rimasta sola, dovesse rinunziare al mondo, all’amore, alla felicità? Sodisfare ai propri capricci restando accanto a quell’uomo, le sarebbe stato permesso; i fulmini si scagliavano sul suo capo perchè non si era piegata ad una transazione sleale!… Evidentemente, la condizione della donna non poteva essere più disgraziata: o legata per tutta la vita a chi non era fatto per lei, o condannata ad una rinunzia superiore alle sue forze, o esposta al dileggio di tutti. Perchè dunque gli uomini dovevano godere d’una libertà sconfinata? V’era giustizia? Le donne non avevano anch’esse desiderii, simpatie, bisogni? Ella s’infiammava discutendo di queste cose, avrebbe voluto tanto ingegno da perorare pubblicamente la causa di quante erano come lei, da combattere per la riforma delle leggi, donde veniva il primo male. Gli uomini le avevano fatte, per loro uso e consumo, per loro tutela; un dispotismo feroce le informava.
– Ci avete consultate? Ci avete ammesse a discutere con voi? Io rifiuto di riconoscere un regime imposto con la forza bruta! Leggete la storia: ci teneste come schiave, ci trattaste come cose! Ma allora eravate almeno conseguenti. Ora che vi siete degnati di riconoscerci un’anima, uno spirito, ora che noi abbiamo aperti gli occhi, badate!…
Cogli uomini che frequentavano quasi esclusivamente il salotto dell’amica, ella impegnava delle discussioni vivaci, sferzava il loro egoismo, rideva quando li sentiva affermare la supremazia esercitata dal suo sesso per via della grazia e della seduzione.
– Bella supremazia! Una credenza che voialtri diffondete perchè vi torna comodo, per piegarci a ciò che vi conviene, per farci dimenticare tutte le altre nostre inferiorità! Grazie tante!… Une fiche de consolation!
Le donne avevano però un’arma in loro mano: esse potevano vendicarsi terribilmente, distruggendo l’onore d’un uomo, coprendolo di ridicolo per tutta la vita. Ella ne conveniva tra sè; apertamente non si dava per vinta, affermava che erano pregiudizii. Ad ogni modo, voleva dire che anche gli uomini non potevano esser contenti di uno stato di cose creato da loro; bisognava dunque pensare al rimedio! Però, quando ella cercava di proporlo, si confondeva, non riusciva a formularlo. Divorava gli opuscoli morali di Dumas figlio, si metteva ad esclamare, tutta sola, col libro fra le mani: “Sì, sì, è così!” ai passaggi in cui vedeva precisato il proprio confuso pensiero; ma incontrando dei paradossi, delle contradizioni, era tentata di scrivere delle lunghe lettere all’autore; o piuttosto avrebbe voluto confidargli la sua storia che ella giudicava un soggetto degno di studio, e chiedergli dei consigli, proporgli delle quistioni. Perchè lei che non credeva se non alla passione, aveva obbedito al capriccio? Qual’era la migliore vendetta da prendere contro l’abbandono degli uomini? Avrebbe ella potuto uscire trionfante dalla lotta in cui era stata vinta?
Sì, forse. La virtù vera esisteva, la sua santa mamma ne era stata una prova; Bice Emanuele che ella incontrò un giorno per via, ne era un’altra. Suo marito aveva finito di rovinarsi, era stato coinvolto in affari equivoci, aveva compromesso il nome dei suoi figli; eppure s’era rassegnata sempre al suo destino, semplicemente, senza lagnarsi. Quando ella rammentava l’amica giovane, bella, elegante, corteggiata da tutti, piena di delicatezze, squisitamente sensibile, e paragonava quel fantasma alla creatura avvizzita, dimessa, sommessa, che si vedeva ora dinanzi, riconosceva che solo una forza interiore, la naturale bontà, il sentimento del dovere avevano potuto impedirle di fare come tante altre. Se non aveva ceduto alla tentazione, non era già perchè non l’avesse compresa, lei che non era vissuta se non di sogni; nè per un calcolo, giacchè aveva tutto perduto; nè per ostentazione, se dimostrava per le cadute altrui un’indulgenza così buona. Un’idea, una fede l’aveva solamente sostenuta; ed allora, tutta convertita da quello spettacolo, ella riconosceva che v’erano ancora molte altre come quella, buone senza secondo fine, degne di rispetto e d’ammirazione. Ma a che cosa giovava loro questa bontà? Erano forse felici?… Ne vedeva ancora delle altre meno meritevoli, circondate com’erano dall’affetto vigile, dalla protezione tenera dei loro mariti. Come pensare a tradire un uomo unicamente occupato di voi, pieno di cure, di delicatezze, di fiducia? Bisognava essere senza cuore, pervertite nell’anima, per tradire una persona fatta così; e quelle che erano state capaci di tale mostruosità le facevano sdegno. Ella aveva tradito Arconti in un triste periodo della sua vita, quando durava l’eco delle lezioni perverse che aveva ricevute. Più tardi, fin quando egli era stato buono con lei, un pensiero cattivo non s’era neppure affacciato alla sua mente!… E a un tratto, ripensando a lui, al posto che aveva tenuto nella sua esistenza, sentiva le rapide fitte d’un desiderio acutissimo, secretamente covato: il desiderio di rivederlo, di riudirlo. La ragione lo combatteva, le rappresentava il male che egli le aveva cagionato; ma certi giorni, dopo una lettura, o per aver rammentate delle parole che gli erano abituali, o senza motivo, per l’umore del suo spirito, per la tensione dei suoi nervi, ella ripensava alle passate dolcezze, agli entusiasmi dei primi anni, e il suo desiderio si faceva più ardente. Dov’era egli? Poteva non pensare a lei? Se egli fosse venuto di nascosto a raggiungerla, a tentare di riacquistarla?… E fantasticava di essere accostata da una persona sconosciuta che le consegnava con aria di mistero una lettera, una lettera di lui, nella quale egli annunziava la sua presenza a Palermo e chiedeva un convegno, ma parlando in terza persona, così: “Un uomo che visse della vostra vita, che piange tutte le sue lacrime per avervi perduta…”
Un giorno, tutti i fogli politici annunziarono il suo matrimonio. Allora un rancore immenso la invase contro di lui e uno sdegno violento contro sè stessa, per non esser riuscita a strapparselo dal cuore. E malgrado il suo rancore e il suo sdegno, ella pensava che un’altra aveva le sue carezze, udiva le sue parole innamorate! Ella non le aveva credute, e adesso le invidiava; aveva sdegnato quell’uomo, e adesso lo rimpiangeva! Perchè, se egli era stato falso e bugiardo?… Ma finalmente ella riconosceva che, se pure fosse stato diverso, la felicità duratura non avrebbe potuto trovarsi in un falso legame, sibbene nella santità della famiglia, nell’austerità del dovere. Se a lei fosse capitata la sorte di trovare un marito appena diverso dal suo, come avrebbe sopportato i suoi difetti, come avrebbe soffocate le tentazioni, per poco che egli l’avesse sorretta!… E l’imagine di Enrico Sartana le tornava alla memoria, più distinta che mai, in quella Palermo dove l’aveva conosciuto, dove udiva parlare di lui, delle sue avventure dopo la separazione, dove poteva incontrarlo da un momento all’altro. Il giorno che lo vide comparire nel salotto dell’amica, il sangue le die’ un tuffo. Malgrado la barbetta a punta e un principio di canizie, era sempre il bel giovane d’un tempo, aveva ancora l’aria di San Giorgio cavaliere. Mentre egli parlava di molte cose indifferenti, rivolgendosi più spesso all’amica, dando a lei dei rapidi sguardi, ella era come ammaliata, non vedeva più nulla di ciò che la circondava, udiva soltanto il suono delle parole senza comprenderne il senso, con la mente piena di ricordi, di visioni risorgenti; e quand’egli andò via dopo averle stretta la mano, ella lasciò ricadere pesantemente il suo braccio, assorbita nella contemplazione del passato. Un pensiero vinceva tutti gli altri; ella si domandava, col cuore stretto: “Come deve disprezzarmi!…” Un abisso separava la fanciulla che egli aveva conosciuta dalla donna che ora ritrovava, e la compiacenza d’essere sfuggito al pericolo di averla a compagna, era probabilmente il solo sentimento che ella gli destava! Le voci malvagie e bugiarde dovevano essere arrivate fino a lui; se il ricordo del passato era sorto talvolta a difenderla, egli non aveva potuto resistere all’insistenza delle calunnie! Con una soggezione secreta, il bisogno di dissipare il tristo giudizio formatosi intorno a lei la occupava nel rivederlo. E un sentimento di gratitudine veniva ad unirsi a tutto questo, come ella notava la discrezione delle sue parole, il rispetto di cui la circondava. Dopo tanto tempo, la società si era trasformata intorno ad essi; senza dir nulla delle relazioni passate tra loro, egli le rammentava tante cose, e una grande attrattiva era per lei in quei ricordi. Ella si sentiva riportata indietro negli anni, pensava a momenti che tutto quanto era venuto dopo non fosse che una imaginazione dolorosa. Ma come notava le assiduità di lui, come leggeva nei suoi sguardi qualche cosa che egli non le diceva, ella protestava tra sè: “No, no… è troppo tardi, oramai!… sarebbe l’errore più grande!…” Ella non poteva più amare, non poteva più essere amata, aveva troppe tristezze nell’anima, aveva letto troppo addentro nel libro della vita!… Ed esprimeva questa sua sfiducia dinanzi a lui, ma senza rammaricarsi, rassegnatamente, come accertando una gran verità:
– La felicità è una chimera… tutto ciò che si può ottenere di meglio è la calma… Io non aspiro più ad altro.
– È vero; avete ragione.
Quell’arrendevolezza destava la sua curiosità; ella avrebbe voluto sapere ciò ch’ei pensava intimamente, udirlo parlare dei giorni lontani, subire anche quest’altra prova… E, inconsapevolmente, si attardava dinanzi allo specchio, si guardava a lungo, chiedendosi: “Non sono più desiderabile?…” Qualche giorno, a certe ore, uno stupore pauroso le gelava il sangue, vedendo rapidamente moltiplicarsi i segni della sua decadenza; ma da un momento all’altro la sua fisonomia si rimetteva, riacquistava i colori, la freschezza della gioventù; ella si sentiva rinascere, derideva le sue paure. Lentamente e continuamente i capelli però le cadevano; la chioma meravigliosa che arrivava un tempo ai fianchi, il “Mantello d’oro” era ridotta della metà. Dei giorni la trovava ancora copiosa; alcuni altri l’idea di perderla tutta l’atterriva. Dei fili d’argento striavano i capelli corvini di Giulia; ella l’invidiava, avrebbe preferito di diventar tutta bianca, pensava che vi sarebbe stata un’altra specie di poesia. Gli artefizii a cui ricorrevano alcune per darsi una giovinezza che non avevano più le parevano ridicoli; ella era sicura che si sarebbe rassegnata, non nascondeva a nessuno l’età sua, affettava anzi d’esser già vecchia.
– Ma fammi il piacere! – protestava allegramente l’amica. – O dici questo per sentirti assicurar del contrario?
– Così fosse!… Purtroppo…
– Bada però che qualcuno non ne è persuaso.
Era dunque proprio vero? Gli sguardi di Enrico dicevano dunque ciò che le sue labbra non profferivano? No, no; ella non voleva riconoscerlo. “Mio Dio” pregava, “fate che io m’inganni!” ma con una secreta restrizione, come temendo la certezza dell’inganno desiderato… Egli adesso la seguiva da per tutto, le parlava con una espressione più tormentata; una dolce sera d’estate, fermo dinanzi alla sua carrozza, al Foro Italico, intanto che ella accompagnava impercettibilmente col capo il ritmo incalzante del canto dell’Ombra nella Dinorah, le disse, piano, guardandola negli occhi:
– Vi rammentate i balli di casa d’Alì?
Le parve come se egli l’avesse stretta alla vita, prendendola per una mano, trascinandola seco. E vedendo a un tratto il pericolo, ella pensava che l’unico mezzo di evitarlo era la fuga. Perchè, malgrado i suoi propositi, malgrado la sua esperienza, ella sentiva la lusinga rinascere, udiva una voce che le dimostrava l’assurdità di quella vita, la necessità d’un affetto, anche a costo di nuove torture… Non era egli l’uomo che pel primo le aveva fatto battere il cuore? Non era stato sul punto di dividere la sua vita per sempre?… Ed ecco che egli glie lo ricordava.
Fu un giorno che Giulia non era passata nel salotto, quasi prevedendo di quel che doveva avvenire. Come ella aveva espresso con maggiore amarezza del consueto, a proposito d’una lettura recente, il suo scetticismo, egli le disse:
– Non credete dunque più a nulla?
– Ho troppo sofferto.
– Non siete stata la sola.
Senza avvicinarsi a lei, evitando di guardarla, egli soggiunse, come parlando tra sè:
– Perchè non avviene nulla di ciò che si è aspettato?
Ella non rispose, temendo di tradirsi; quando l’altro mormorò:
– Credete dunque che io abbia scordato?… Il sogno che sognammo insieme è tutto quello che ho avuto di meglio nella mia vita… ma ora più che mai sento cosa ho perduto.
Ella chiuse gli occhi un istante; poi, abbassato il capo in atto di rassegnazione, balbettò:
– Bisognava arrivare a questo!…
– Sì! non era possibile fingere più a luogo, trattarsi come due estranei, quando tutto ci ricordava la felicità a cui passammo accanto… Perchè non potemmo ottenerla?
– Di chi la colpa?
Anche lui chinò il capo, sbattendo un guanto contro il ginocchio.
– Sì, è vero… fui debole… mi arresi troppo presto alle insistenze interessate… E se sapeste che rimorso è stato il mio! come nulla è valso a farmi dimenticare!…
Si accusava, senza giustificarsi, senza muovere un rimprovero contro di lei, diceva che il ricordo di quel primo amore gli era rimasto sempre fitto in cuore, che il matrimonio non aveva potuto cancellarlo, che la vita dissipata in cui s’era dopo gettato non l’aveva guarito neanch’essa. Tacque un poco; poi soggiunse, pianissimo:
– Ma non è del passato che si tratta…
Allora ella cominciò a sentire un tremito percorrerle tutte le fibre.
– Si tratta del presente… della felicità che possiamo ancora afferrare… perchè io vi amo… ti amo. Teresa! – oh, lasciatevi chiamare così, come un tempo, come non ho cessato di chiamarvi, secretamente, dal fondo dell’anima!
Le prese una mano; ella non pensò a ritirarla, scrollando lentamente il capo appena piegato, cogli occhi rivolti alla luce.
– Non dite di no!… siamo ancora in tempo… Come siete bella! che sguardi luminosi!… m’accecano…
Un impercettibile amaro sorriso le increspava gli angoli delle labbra, e passandosi una mano sulla faccia ella si guardava ora intorno con l’attonita espressione di chi esce da un sogno.
– No… no… – mormorava – la vita non si rifà… è troppo tardi, credetemi!…
– Non dite questo!… mi fate troppo male!… Io non vi domando di amarmi… lasciatemi vivere soltanto vicino a voi!… Che cosa vi costa?… volete?…
Ciò ch’egli domandava rispondeva all’intima sua brama, sempre rimasta insodisfatta, ma questa volta risorgente più intensa, con la speranza luminosa di vederla finalmente appagata. Dopo tanto tempo, dopo tanti disinganni, non potevano essi, non dovevano anzi trattarsi come amici, come fratelli, con qualche cosa di più arcano, ma senza macchiarsi? Di questo sentimento dolce e forte nella sua purezza ella si sentiva capace; ella sarebbe restata accanto a quell’uomo, intimamente, parlandogli di cose care, senza pensare un solo istante alla possibilità di essere altro per lui. A questo patto, acconsentiva; e finalmente la sua vita ebbe uno scopo, il suo cuore un pascolo, il suo spirito un’occupazione, e come per incanto ogni dolore, ogni sconforto s’inabissò, disparve, nell’invasione d’una suprema letizia, nella rifioritura dell’anima, nella risurrezione di tutto l’essere suo. Ella gli scriveva delle lunghe lettere, narrandogli la storia della sua esistenza, dei suoi dolori, dicendogli che nulla più gli restava al mondo fuorchè l’affetto di lui, chiedendogli di difenderla contro i malvagi, ma scongiurandolo di non tradire la fede che aveva riposta nella sua parola. “Noi non possiamo essere l’uno per l’altra che i più intimi, i più teneri amici; la triste esperienza che abbiamo acquistato ci deve garentire da nuovi e più grandi errori… Voi mi starete vicino quanto più sarà possibile; e la fiducia che nulla riuscirà a scuotere la nostra affezione sarà il più grande conforto nelle avversità che il destino non risparmia a nessuno. Gli animi volgari non ci comprenderanno: tanto peggio per loro; la nostra coscienza non ci rimorderà!…” Egli scriveva poco, la guardava con occhi supplici di desiderio, tentava di baciarla in viso, scongiurava, alle repulse di lei:
– Sulla fronte, almeno?
– Sulla fronte, sì.
Ella gli aveva dato a leggere il Giglio nella valle di Balzac, la Principessa di Clèves della signora di Lafayette, sottolineando per lui i passaggi in cui era espressa la passione casta e contenuta; decisa questa volta a salvare l’amor suo dalla caduta fatale, a qualunque costo, a costo di morirne. Ma la lotta s’impegnò più presto che ella non credesse: non eran bastate le preghiere, doveva ora difendersi materialmente, incrociando le braccia sul seno, protendendole poi, al gesto disperato col quale egli si allontanava.
– Volete dunque espormi, mio Dio, al disprezzo di tutti?
Già un mormorio correva intorno ad essi, le malignazioni erano cominciate, e come il mondo non le teneva nessun conto dell’eroismo con cui ella resisteva, egli non le teneva conto dei rischi a cui s’esponeva per amor suo. Si faceva invece più insistente, minacciava di abbandonarla:
– Se questa tortura deve continuare, finirò per fuggirvi…
All’idea di perderlo ella rompeva in lacrime, riconoscendo finalmente di essersi ancora lasciata prendere dall’inganno d’una pura affezione. Ma come affrontare la malvagità del mondo? come darsi in balia delle sue nemiche, in quel piccolo ambiente dove l’atto più innocente era spiato, commentato, risaputo? No, ella non avrebbe fatto mai questo, non tollerava l’idea dei sorrisi maligni con cui le malvage avrebbero vista la conferma dei loro pronostici. L’amore non era dunque il più forte? Ma non aveva ella negato l’amore? E sapeva soltanto come l’avrebbe trattata quell’uomo il domani della sua dedizione? No, v’era troppa tristezza in lei, d’intorno a lei… Sarebbe piuttosto fuggita ella stessa: nella lontananza era l’unica salvezza. Poi si diceva che la logica fatale della sua condizione rendeva inutile quel partito: a che cosa sarebbe andata incontro, fuggendo? Poteva restar sempre sola? Delle cadute meno degne non l’aspettavano?.. Ma si ribellava alla logica; anche ora, come sempre, voleva fare a suo modo. Lungamente, secretamente, ella maturava quel proposito, dilaniata nondimeno da impulsi contrarii, vedendo danni da per tutto, imaginandone sempre più grandi. Si frenava dinanzi all’amica, si studiava di nasconderle la battaglia che si combatteva nel suo cuore, ma quando finalmente le annunziò la risoluzione della partenza, non le fu possibile contenersi oltre. Rompendo in pianto, con voce strozzata dai singhiozzi, ella le confidava la passione che non aveva saputo soffocare, i pericoli che la circondavano, il tentativo di salute che le restava da compiere.
– E dove vuoi andare? che cosa farai, sola, lontana?…
– Non so, non lo so… ma non togliermi coraggio! Tornerò a Roma, andrò più lontano se occorre, continuerò la mia vita sbalestrata… pur di togliermi da questo martirio, di evitare quest’abisso…
L’amica finiva per riconoscere la convenienza della fuga; ella la scongiurava di non farne trapelare nulla, di non rivelare il suo rifugio. Voleva scomparire senza vederlo, senza lasciargli una parola, certa che le sue forze l’avrebbero tradita. E come i preparativi della partenza erano già cominciati, dinanzi ai bauli scoperchiati, alle valigie aperte, un’ambascia più disperata le scoppiava in cuore, col pentimento del suo sacrifizio. Ella era passata accanto alla felicità e non aveva saputo riconoscerla e aveva voluto respingerla! Pel mondo, per lui, per sè stessa, quel sacrifizio era vano: tutti l’avrebbero sospettata egualmente ed a lei non restava che il rancore d’un bene perduto per sempre, d’una speranza voluta a forza distruggere. Non era vero che l’amore non esisteva, ella aveva bestemmiato: non esisteva che l’amore, la vita dell’anima; ella non ne avrebbe trovato mai uno più alto, più poetico di quello di Enrico, cominciato nella purezza della prima gioventù, sopravvissuto a tante vicende, ridestatosi con tanta violenza! Ella sacrificava il suo bene allo sciocco mondo che non le aveva dato se non amarezze. Ella piangeva tutte le sue lacrime, riconosceva di non avere ancora tanto sofferto. Un tenebrore fitto e pauroso avvolgeva l’avvenire, il danno non avrebbe avuto mai fine! Che cosa sarebbe stato di lui?… Allora, l’impossibilità di lasciarlo così, senza neppure un ultimo addio, le apparve evidente. Gli scrisse, e ciascuna parola di quella lettera le costava una stilla di pianto. “Quando voi riceverete la presente, io sarò partita, per sempre. Avevo creduto in voi, avevo sognato di passare nella vita tenendoci per mano, amandoci, ma serbando il diritto di tener alta la fronte. Voi non avete avuta questa forza, non ve ne faccio una colpa. Non m’incolpate, a vostra volta, se io prendo una determinazione che vi farà male, ma non quanto ne farà a me stessa. Dimenticatemi! Addio.”
Come una cappa di piombo, il cielo le pesava sul punto di lasciare la casa ospitale dell’amica, nel ripeterle la raccomandazione di non rivelare a nessuno il suo destino. Tornò a Roma, col cuore stretto da una morsa, col corpo ammalato e lo spirito affranto. L’imagine dell’abbandonato le era sempre presente, con tutte le forze dell’anima ella tendeva verso di lui. Un giorno, improvvisamente, se lo vide dinanzi.

VIII.

Non era dunque un sogno! La vita aveva ancora sorrisi, l’amore aveva ancora promesse, la felicità esisteva! Ma nel momento che era cominciata, ella aveva detto ad Enrico:
– Senti, sei tu che mi togli alla solitudine a cui m’ero rassegnata!… Se credi ora di potermi lasciare!… Tu non mi sfuggirai più, comprendi? Io ti strapperò il cuore con queste mani, se tu tenterai di sfuggirmi!…
– Sarà difficile. Non me l’hai già tolto?…
Non era un sogno; però ella aveva un continuo, insaziato bisogno di nuove conferme, tanto era incredibile.
– Ed è vero?… Tu mi vuoi tanto bene?… Hai pianto per me?…
– Credevo di morire!
– Ed è vero?… Oh, perdonami, non è diffidenza… è meraviglia, è stupore… se tu sapessi!… È come se da un carcere eterno, buio e freddo, io fossi passata all’aria libera e pura. Grazie! grazie! grazie! Come ti son grata! Come ti amo!…
Tentava di metterglisi in ginocchio dinanzi; egli la rialzava, protestando, affermando che era sua la meraviglia, la gratitudine, ripetendole che aveva pensato sempre a lei, che l’aveva amata sempre, che la speranza di incontrarla qualche volta gli aveva sempre sorriso.
Ella scrollava il capo, indulgentemente.
– Sarebbe troppo bello!… Questo capisco che non è possibile… Allora, perchè non cercasti mai di me?
– Perchè… perchè tu eri d’altri…
Chinati gli occhi, in atto di riconoscere la propria colpa, ella taceva un poco; poi gli gettava le braccia al collo, mormorando:
– Ora bisogna che tu mi ascolti… che io ti narri la storia della mia vita, che ti faccia una confessione completa!…
E gli narrava tutto, tranne l’avventura del principe, pensando che a giudizio degli uomini quella sua vendetta le faceva torto. Per legittimare la caduta con Arconti, ella attestava la prepotenza della passione, diceva di lui:
– Pochi uomini sono stati amati altrettanto…
Poi, temendo che questo ferisse l’amor proprio di Enrico, si correggeva:
– Ma non come te!.. L’amai, è vero, sulle prime, quando credetti al suo sentimento… ma la benda mi cadde subito dagli occhi; egli non amava che sè stesso!… non credeva a niente, era impastato di scetticismo, inbevuto di vanità!… Non come te; tu sei buono, gentile, sei sempre quello che m’innamorasti fanciulla!… Anch’io ho pensato a te, quand’eri lontano; ma le vicende della vita… le fatalità del destino….
Però conveniva di essere stata molto sciocca a resistergli tanto a lungo, a fuggirlo, a rischiare di perdere quella felicità, la prima, l’unica che aveva mai provata!
– O dunque? – chiedeva egli.
– Ah! tu non sai di quale amarezza fui abbeverata! come disperavo di tutto!…
E gli narrava l’immenso disinganno sofferto, il naufragio della sua fede, la morte del cuore. Come credere in qualche cosa, quando l’uomo pel quale ella aveva tutto sacrificato si era ridotto a deriderla, a maltrattarla? Ella esagerava i torti di Arconti, col bisogno di sentirsi dare ragione, di vedersi compianta; e come le esclamazioni di Enrico la sollevavano, ella soggiungeva:
– Vedi? avevo ragione di dubitare? Ho ragione se talvolta voglio sentirti ripetere che mi ami, che non mi abbandonerai, che non farai come gli altri?
Ma, nel ripetergli queste domande, ella s’interrompeva dicendo, con un sorriso, per farsi tollerare:
– Come sono, noiosa? Non mi dar retta!
Egli non aveva l’eloquenza dell’altro, non sapeva trovare di quelle espressioni poetiche che l’avevano un tempo sedotta; non scriveva di quelle lettere che l’avevano ubbriacata; ma ella pensava che fosse meglio così, Aveva troppo provato la falsità vuota di quella rettorica per apprezzarla ancora; la prosa umile ma schietta del linguaggio ordinario non era la più conveniente espressione della verità? Senza declamazioni, egli le provava d’amarla, faceva tutto ciò che ella voleva, non le rimproverava mai il suo passato. Ella però temeva che il pensiero dell’altro dovesse funestarlo; per questo, gli propose di andar via da Roma.
– Qui tu sei esposto ad incontrarlo ogni giorno; capisco che non deve farti piacere! Per quanto grande possa essere la tua fiducia in me, egli ti deve dar ombra…
– Io non t’ho dato motivo di sospettarlo!
– Lo so!… lo so!… E te ne ringrazio… Ma se tu sei pieno di fede, io ho sempre paura. Credi a me, sarà meglio andar via…
Però egli non volle. In fondo, l’idea di buttar giù la sua casa, di trovarsi fra gente sconosciuta, non le sorrideva molto; ella vi si rassegnava come ad un vero sacrifizio, ad una prova d’amore, e dinanzi al rifiuto di Enrico, si sentì vinta da un nuovo impeto di gratitudine.
– Come sei generoso!… Se sapessi come questa tua fiducia mi fa bene, come ingigantisce la mia devozione… Tu mi hai redenta!… I miei errori, tutte le mie tristezze sono cancellate; tu mi ridai i miei vent’anni, torno ad essere per opera tua come quando t’amai la prima volta… E una risurrezione di tutto l’essere mio…
E come Enrico protestava, ella affermava, ripetutamente:
– Sì, sì, redenta!… senza l’amor tuo, chissà che cosa sarebbe accaduto di me!…
Ed aveva fatta una scoperta:
– Io ti debbo tutto, tu mi hai tratto da un abisso di miseria, hai impedito che finissi di perdermi; ed io non ho fatto nulla per te…
– Proprio? Nulla?
– Nulla!… Ti ho data tutta me stessa… gran che!… valgo così poco!… e poi, se ti amavo!… Ma di noi due, chi è in debito verso l’altro son io!… Non dir di no; è così, lo so!… E vedi, tu puoi farmi quel che ti piace, maltrattarmi, tradirmi; io non mi lagnerò, accetterò tutto da te…
Forse ella commetteva un errore dicendogli questo; ma era così fatta, da mettersi tutta nei suoi affetti, da non calcolare mai. Del resto, egli non le dava motivo di pentirsene. Quella vita che la serietà e la gelosia di Arconti non le avevano consentito, adesso ella era libera di farla. Enrico rispondeva al tipo dell’uomo di mondo che ella aveva vagheggiato: s’era fatto ammettere al Circolo delle Caccie, amava la società, andava a cavallo, giuocava, fin troppo, ma ella vi avrebbe posto riparo. Le presentava i suoi amici, non essendo geloso, o piuttosto sapendo di non averne motivo; l’accompagnava dovunque, era sempre al suo fianco premuroso ed allegro. Ella dava dei pranzi, delle cene; invitava dei giovanotti scapoli, artisti in voga, giornalisti che parlavano delle sue serate, della grazia con cui ella faceva gli onori di casa.
Il principe di Lucrino era fra gli assidui. Nel rivederlo la prima volta, ella s’era sentita avvampare; a poco a poco il suo disagio dinanzi a lui scemò. Come aveva cominciato ad alludere alla sua breve fortuna, ella tagliò corto:
– Se tiene a venire in casa mia, non parli di questo.
Però il principe aveva di tanto in tanto delle pose romantiche; quando pronunziava certe parole: il passato, le memorie, le sottolineava, guardandola fiso. Per fortuna, Enrico non sapeva nulla. Una sera le disse:
– Sai chi ho conosciuto? Arconti.
Ella chinò un momento gli occhi; poi gli chiese, gettandogli le braccia al collo:
– Che cos’hai provato?
– Niente.
– No, non fingere!… Dimmi la verità!… dimmi che hai sofferto!… non me ne avrò a male; è una prova d’amore!…
– Ma perchè vuoi che soffrissi? non lo vidi mai con te, non fu per lui che ti perdetti…
– Perchè non mi hai portata via?… Dovrò incontrarlo anch’io…
Ma ella sentiva risorgere la secreta curiosità di ritrovarsi in presenza di lui: l’ignorata emozione che doveva occuparla nel rivedere da estraneo l’uomo col quale era stata legata dalla suprema intimità, esercitava una irrestibile attrattiva sulla sua imaginazione. Improvvisamente, un giorno, a Piazza Colonna, lo vide; ella sentì come se il terreno le mancasse sotto i piedi, come se le gambe le si piegassero. Ravvisandola tardi, egli si toccò il cappello quando già stava per passar oltre; ed ella continuava a procedere a caso, dimenticando la sua via, col cuore tumultuante, la mente inondata da un mare di ricordi… Sapeva egli la sua relazione con Sartana? Ne provava gelosia o dispetto?… Avrebbe voluto mostrarglisi a fianco di Enrico, dimostrargli che altri l’amava meglio di lui, la faceva più felice di lui… Poi s’indispettiva contro sè stessa per quei pensieri che gli accordava; ma tornava sempre ad averlo presente, e adesso, come se la gente si fosse data un’intesa, ella non udiva parlare se non di lui; dei suoi successi politici, del bene che voleva a sua moglie, della passione che questa gli portava, della vita nascosta, tutta intima, nella quale essi custodivano la loro felicità. Una curiosità più acre di vedere questa donna la pungeva assiduamente; un giorno la scorse finalmente, appesa al braccio di lui, col capo lievemente reclinato, tutta intenta a udire qualche cosa che egli le mormorava. Un tipo superbo di bellezza bruna, agile e forte: ella ne conveniva; e qualche cosa come un rancore impotente, come una gelosia umiliata nasceva in lei, insieme con una sorda disperazione, perchè, in fondo all’anima, inconfessata fin lì, ella aveva nutrita l’idea di rivedere quell’uomo, di provare ancora su di lui il suo potere, e perchè adesso comprendeva che questo era impossibile! Ma la sua fantasia ammalata la gettava in pieno dramma: ella si vedeva apparire come lo spettro del rimorso in mezzo a quei due, imaginava le supplicazioni della donna, pensava al risveglio della passione nell’uomo, lo scacciava lungi da sè, sorda, inflessibile, spietata… Sorrideva compassionevolmente di sè stessa: non avrebbe mai dunque messo senno? non era ancora ammaestrata abbastanza?… Però, tutt’ad un tratto, ella si sentiva scontenta del presente; la nuova passione le pareva meschina in confronto dell’altra, Enrico di tanto inferiore ad Arconti. Non le erano venuti da costui tutti i dolori? Che cosa voleva dunque dire quel nuovo, più acerbo rimpianto di un passato aborrito?…
Per soffocarlo, ella lavorava a rappresentarsi il danno che quell’uomo le aveva fatto; ma i ricordi amari non avevano presa, la sua imaginazione fuorviava, le metteva invece dinanzi tutte le dolcezze d’una passione che era stata la poesia della sua vita. Il viaggio a Parigi ed a Londra! Le sedute della Camera dov’ella riascoltava le parole che aveva udite per la prima! Le lunghe sere d’inverno passate a discutere intorno a ciò che v’era di più alto nella vita del pensiero! L’inaugurazione del Nido ancora tutto pieno di ricordi di lui… Aveva egli potuto dimenticar queste cose? Ella stessa, un tempo, le aveva dimenticate! Non s’era stancata di quell’uomo? Non aveva trovato che egli non la contentava, che non rispondeva al tipo da lei ideato? E adesso che tutto era finito, si sorprendeva a rimpiangerlo!…
L’amore d’Enrico non dava un pascolo al suo bisogno d’arcane esultanze. Egli era buono, pieno di cure; ma non aveva l’intelletto, la parola dell’altro. Ora ella s’accorgeva d’essersi ingannata nel credere che l’amor puro della giovinezza potesse rinascere, in lei che era passata per tante prove, nell’uomo che aveva tanto vissuto. Egli le narrava le relazioni avute durante il matrimonio e dopo la separazione: ne parlava come di capricci, di legami fugaci, di avventure di corta durata, con leggerezza e con una evidente disistima delle donne. Affermava che adesso era un’altra cosa; ma dicendo di credergli, ella sentiva crescere invece il proprio scetticismo. Non solamente quell’uomo le pareva leggiero, ma la stessa fede nell’amore tornava a scuotersi, ed ella non credeva neppure a sè stessa… Tutte le parole che diceva a costui, le aveva dette all’altro: “Non ho che te… Tu m’hai rivelata la vita… Noi ci ameremo eternamente…” Come crederle più?
Poi si faceva una ragione: queste cose la stupivano perchè ella non aveva ancora esperienza, ma il mondo era stato sempre così! A guardarsi intorno, non trovava una moltitudine di creature nella sua stessa condizione? Bisognava dunque accettarla rassegnatamente! E si riattaccava ad Enrico, gli dava tutta sè stessa, voleva esaltarlo e denigrare quell’altro. Era stata presa dalla tentazione di bruciare tutte le lettere antiche; ma, avendone letta una, la prima capitata nel fascio, non potè, non si fidò neppure di continuar la lettura, sentendosi afferrata da quel passato… Però, all’idea che Arconti potesse sospettare questo, pensare che ella lo rimpiangeva, il suo sentimento diventava una specie di livore furente. Voleva scrivergli di restituirle le sue proprie lettere, i suoi ritratti, per fargli intendere che s’ingannava, se pensava questo… E un giorno un fattorino lasciò da lei un pacco; ella riconobbe nell’indirizzo il carattere di Arconti. Ruppe i suggelli con le mani, tolse febbrilmente l’involto: v’erano tutte le sue lettere e tutti i suoi ritratti che egli le restituiva con una semplice carta da visita. Allora, ella si sentì così miserabile, che si mise a piangere.
Più che al tempo dell’abbandono patito, ella comprendeva che adesso tutto era finito tra loro, radicalmente, per sempre. Fin quando quelle lettere erano rimaste in potere di lui, aveva potuto supporre che egli se la vedesse accanto in idea, che rammentasse almeno il posto da lei preso nella sua vita; adesso egli le mandava indietro come cose inutili e vili, respingeva la sua stessa memoria! E ciò che vinceva il suo dolore, era lo sbalordimento prodotto dalle contradizioni per le quali passava, dalla rivelazione dello spaventevole abisso che era l’anima umana… E sapendo bene che ella non l’avrebbe mai fatto, pensava adesso di andarlo a cercare, di dirgli: “Non mi riconosci più? Non valgo dunque più nulla? Guardami: hai proprio tutto dimenticato?…”
La sera, Enrico vide il biglietto che ella non aveva pensato a nascondere; le chiese:
– È venuto?
– No. M’ha restituite le mie lettere.
– Le chiedesti tu?
– Sì; mi seccava lasciargliele.
Egli le prese una mano, la guardò negli occhi.
– Che impressione hai provata?
– Nessuna.
Nello sguardo dell’uomo parve a lei di leggere un timido rimprovero, come se egli avesse compreso il principio di molestia che le dettava quella nuda risposta.
– Perchè non vuoi dirmelo?
– Ma te l’ho detto… Non ho provato nulla.
Egli aggrottò un poco le ciglia, scosse appena il capo; poi disse, molto piano:
– È lo stesso… lo so… Egli t’amava meglio di me.
V’era, per la prima volta, un’umiltà così triste e rassegnata nell’accento di lui, che ella sentì una pena acutissima morderle il cuore. Gli s’afferrò a un tratto alle spalle, lo costrinse a guardarla.
– Perchè dici questo?… Enrico?… Rispondi!
Egli rispose, sempre molto piano:
– Perchè… perchè io non so dirti le cose che ti diceva lui, perchè egli ti sapeva comprendere… perchè io valgo meno…
Ella proruppe:
– Oh! oh!… Amore!… Amor mio!… Povero Amore!
Si strinse, s’avvinghiò a lui, comprendendo il male immeritato che gli aveva fatto, il pericolo di perderlo a cui s’esponeva da quella stolta che era.
– Ma tu non sai quel che mi fece soffrire?… E tu credi che l’amore si pesi, che le parole lo misurino?… Ognuno ama come sa… Anch’io non ti so dire che l’amor tuo è tutta la mia vita… Guardami!… Il tuo sguardo è sincero, le sue parole mentivano…
Ella stessa mentiva! Era vero! Dell’uomo che adesso aveva a fianco vedeva i difetti, e di quello che aveva perduto apprezzava le qualità!… Ma se Arconti non le aveva procurato i trionfi mondani, e se Enrico non appagava il suo bisogno di sodisfazioni intellettuali, non v’erano altri capaci di darle tutto ad un tempo? Quando udiva parlare delle passioni altrui, supponeva che fossero come quelle da lei sognate: straordinarie, eccelse, immortali! Forse era un inganno, perchè due creature non avrebbero potuto conoscersi intimamente senza scoprirsi dei difetti, senza andare incontro a dei malintesi… L’amore ideale era dunque quello che si salvava dalle cadute, che non si confessava neppure, che si nutriva secretamente ad insaputa dell’oggetto amato?… Ma ella ne aveva provato uno così, per Morani… e adesso s’accorgeva che questo non aveva lasciato nessuna traccia nel suo cuore e nel suo pensiero, che lo stesso ricordo se n’era disperso, come se non fosse sorto mai!… Ve n’era dunque qualcuno a cui si potesse credere? Quello d’Enrico non sarebbe morto anch’esso – se pure viveva?…
Per stordirsi, s’ingolfava sempre più nella vita mondana. La toletta, le conversazioni, i balli, i teatri la distraevano; in società ella ritrovava la sicurezza di valer molto ancora. A poco a poco, il ricordo di Arconti, che ella non incontrava più, si tornò a cancellare. Un periodo di calma cominciò, durante il quale ella fece però una dolorosa scoperta: ingrassava. Le sue vesti non le andavano più, il busto doveva essere continuamente slargato… Ella avrebbe tutto preferito a questo disastro, alla deformazione del suo corpo, al sintomo prosaico e volgare d’un vegetamento materiale. A parecchi per volta, metteva in opera tutti gli espedienti adatti a combattere quell’indecente grassezza: dei giorni andava in giro dalla mattina alla sera, non beveva acqua, non toccava pane, si privava di dolci e di gelati, si saturava d’aceto e di farmaci: ma non riusciva a nulla. L’idea di perdere la ligne la disperava: si stringeva i fianchi fino alla soffocazione, evitava di guardarsi allo specchio che le rivelava quella mostruosità. E un giorno che vi si mirò da presso, contro la luce, ne scoprì un’altra: sulle tempie, sulla fronte, aveva dei fili d’argento… Cominciò per strapparli, certa che non avrebbe adoperata una tintura; però, col tempo, come ricrescevano moltiplicandosi, discusse tra sè la convenienza di tingerli. Se ella fosse stata vecchia, non avrebbe pensato a un artifizio ridicolo; ma aveva trentott’anni, quella canizie era troppo precoce, poteva e doveva combattersi… Il giorno che adoperò la tintura, una tristezza mortale le chiuse il cuore, insieme con una specie di rimorso, come se avesse fatto qualche cosa di male. Con Enrico, ella parlò della sua vecchiezza; gli disse, passandosi una mano sulla fronte:
– Mio Dio, come posso ancora piacerti!
Avrebbe voluto che egli la rassicurasse, che affermasse ancora la forza della sua seduzione; ma egli non diceva niente. S’intiepidiva anche lui?… Certi giorni, sentendo che egli non era più quello di prima, ella lo interrogava ansiosamente, volendo esser confortata, rassicurata, sperando che ella stessa si sarebbe infiammata: egli rispondeva che era sempre lo stesso.
– Perchè non mi dici dunque delle cose care?
– Ognuno ama come sa!
Egli aveva preso in mala parte quelle sue parole, le ripeteva con una intonazione sottilmente ironica, come se contenessero un biasimo per lui. L’amor proprio dell’uomo era rimasto offeso dalla coscienza d’una inferiorità dinanzi ad Arconti; e tutto ciò che ella tentava per dissipare quella persuasione, era invano. Ella si umiliava, gli domandava perdono; poi gli proponeva di andar via, lo scongiurava di dirle se v’era qualcosa in lei che gli dispiacesse; egli rispondeva:
– No, no.
– Ma dunque, che hai? Perchè mi rimproveri? Perchè mi accusi?
– Non t’accuso. Capisco…
– Che cosa? di’ su!…
– Che non ti contento, che non sono fatto per te…
Ogni protesta era inutile: egli scrollava il capo, cedeva per poco dinanzi all’insistenza dolente di lei; poi ricominciava. Allora, ella esclamava:
– Ma non capisci che se tu non combatti questa triste persuasione, l’amor tuo si scuoterà?…
– Sei tu che mi sfuggi…
– Io? Io?… Ma come?… Come debbo fare per mostrarti quanto t’amo?… Che cosa ti dà ombra?… Sei geloso di qualcuno?…
– No…
– Non lo negare, confessalo!… Non fare come l’altro, non covare qualche cosa nell’animo… Sarà funesto: credi a me che l’ho imparato a mie spese… Di’, sei geloso?…
– No, ma no!…
Ella finiva per credergli, poichè la sua gelosia sarebbe stata senza ragione.
Non voleva notare nessuno fra quelli che le facevano la corte, metteva a posto il principe di Lucrino che tornava a rappresentarle il tormento del ricordo; ma delle ore di scoraggiamento suonavano per lei, durante le quali sentiva che tutte le sue prove non erano per anco superate. L’orgoglio di Enrico, che ella aveva involontariamente offeso, non s’acquetava; ma quando pure egli non avesse avvertita la propria inferiorità dinanzi ad Arconti, l’idea d’esser venuto dopo, la confessione del suo passato che ella gli aveva fatta, non doveva intiepidirlo?… Ella aveva intuito tutto questo, a Palermo; gli ammaestramenti della vita non giovavano proprio a nulla?… Però, dinanzi al mutato contegno dell’amante, ella riconosceva tutta la sciocchezza delle proprie inguaribili pose sentimentali. No, il suo passato di fanciulla non era risorto per virtù di quell’uomo: egli aveva capito soltanto di poterne trarre profitto. No, quell’amore non l’aveva redenta, l’aveva compromessa peggio: non l’avvertiva nei discorsi della gente, nel contegno più libero degli uomini, nell’ostilità crescente delle donne?… Alcuni credevano ancora che la sua relazione con Arconti non fosse rotta, altri le davano nuovi amanti. Ella alzava le spalle; ma la sua indifferenza cessò il giorno in cui apprese la voce incominciata a diffondersi: che ella s’era messa con Sartana calcolando sopra un doppio divorzio per farsi sposare da lui e divenire duchessa!… Così, nello stesso punto in cui ella apprezzava il nuovo danno che s’era cagionato, la malvagità sempre desta le attribuiva l’intenzione di un indegno mercato! Era dunque inutile aver sempre pagato del proprio, non aver ricavato che dolori dalle sue cadute: bisognava ancora subir l’onta di quest’altro sospetto!…
E nel ripeterle che non l’accontentava, Enrico alludeva adesso a qualcuno di quelli che le stavano intorno. Ella esclamava:
– Senti, ho sofferto abbastanza; non mi fido più di lottare. Se tu cerchi dei pretesti perchè non m’ami più, dimmelo francamente; preferirò una dichiarazione leale, per dolorosa che possa essere…
Egli protestava abbracciandola fitta:
– Io non amarti più? Ma è la paura di perderti che mi fa dir questo!…
– Oh! Sarai tu che mi lascerai…
Dei buoni giorni venivano ancora. Per dissipare le paure di lui, ella metteva in canzonatura i proprii adoratori: delle figure brutte, dei tipi quasi comici: Respini, uno spadaccino stomachevole con la presunzione d’un coraggio a cui ella non credeva; Forti, un letterato che parlava in punta di forchetta, dicendo debbe invece di deve e qualsivoglia persona invece di ognuno.
– E puoi credere che io ti preferisca uno di costoro? Ma rendi un po’ di giustizia al mio buon gusto, almeno! Se io non fossi piena di te, se volessi flirtare, sceglierei qualcuno che ne valesse la pena!…
– Per esempio?…
– Ma, non saprei…
Allora, egli cominciava a nominare della gente, senza indovinare. La corte di Giacomo Spinola, il bel poeta, l’elegante romanziere di cui tutti parlavano, l’avrebbe molto lusingata; e se uno di quei principi reali di cui ella ammirava il coraggio e le virtù l’avesse voluta, come avrebbe potuto resistergli?…
Nessuno le piaceva fra quelli che la circondavano; un giorno, però, le presentarono un giovane del quale ella aveva molto sentito parlare come d’un ingegno fuor del comune, destinato a un brillante avvenire: Vittorio Bergati, il figliuolo dell’ex-ministro degli esteri. Di persona era avvenente, bastarono pochi minuti di conversazione perchè ella accertasse che la sua reputazione non era usurpata. Il martedì seguente si presentò da lei. L’eleganza e la competenza mondana di Enrico le parvero a un tratto mediocri dinanzi a quelle del giovane, che aveva passato molti anni a Parigi per completarvi i suoi studii.
Era Toscano, e la sua voce aveva un timbro indefinibile, pieno di turbamento; sapeva parlare di tutto, d’arte sopratutto; era intimo di Alessandro Dumas; in quella prima visita le narrò l’intreccio della commedia alla quale l’autore da lei ammirato lavorava da tempo. Restò a lungo, fin quando tutti gli altri se ne furono andati; si alzò a un tratto, quasi facendosi forza e dicendo:
– La sua conversazione è così piena di charme!…
Ella restò seduta nell’angolo del suo divano, non udì la voce del cameriere che annunziava:
– La signora è servita.
Perchè quella figura l’attraeva? Perchè pensava a lui?… Il domani egli mandò delle novità francesi che le aveva promesse; erano accompagnate da un bigliettino in cui glie ne chiedeva dei giudizii. Quando Enrico lo lesse, non disse nulla; indugiò soltanto un poco a rimetterlo sul tavolo.
– Lo conosci? – chiese ella.
– Sì… – rispose con un dubbio e impercettibile sorriso.
– È un giovane garbato, intelligente…
– Con questo, si può flirtare?
Ella sorrise più schiettamente. Rispose a lungo a Bergati riferendogli le sue impressioni su quei libri; egli ne mandò altri dicendole: “I suoi giudizii si potrebbero stampare con la firma del Sainte-Beuve.” Allora, quella corrispondenza si fece più assidua. Egli veniva ogni martedì, ma le sue parole non esprimevano altro che un’ammirazione deferente; nelle lettere era più esplicito, in una le chiedeva di annoverarlo fra i suoi amici, un’altra finiva dicendo: “Si rammenti Ella qualche volta del più devoto dei suoi amici, che si ricorda sempre di Lei.”
Ella lasciava le lettere sul tavolo; quando Enrico lesse quelle parole, osservò:
– Questa, al mio paese, non si chiama una dichiarazione?
– Come sei sospettoso!… È un complimento di chiusura.
– Ah, si fanno così i complimenti?… Non lo sapevo… È vero che io non so scrivere…
Era stupita della specie di divinazione ch’egli aveva del pericolo. Le lodi di Bergati l’inebbriavano; il salotto le parve vuoto il primo giorno che egli mancò; aspettava le sue lettere con un’ansia secreta, le divorava – e adesso le nascondeva, poichè venivano con tale frequenza che avrebbero accresciuti i sospetti di Enrico. Come costui si faceva più freddo, ella gli chiedeva:
– Che hai?… Dillo una buona volta!…
– Che cosa vedi?
Restavano a lungo senza dir niente, poi ella esclamava:
– Siete tutti ad un modo!
– Sì, hai ragione…
Adesso, ella pensava che le rispondesse apposta così, perchè era stanco di lei, per spingerla ad una rottura; e i progressi della sua simpatia per l’altro la spaventavano. Ora, nelle parole del giovane v’erano delle reticenze piene di turbamento, i suoi sguardi l’abbracciavano tutta; egli l’aspettava per le vie, l’accompagnava a casa, nell’ora dolce del crepuscolo – ed ella si chiedeva: “Ignora che io non sono libera? Crede che io possa spartirmi fra loro?…” A questo pensiero, si ribellava: mai sarebbe scesa tanto giù!
A certi momenti, una tristezza infinita la guadagnava; avea voglia di chiudersi in camera a piangere tutta sola; se Enrico era con lei e le chiedeva che avesse, rispondeva:
– Non dirmi nulla; soffro.
Egli restava un poco senza parlare, poi se ne andava. La notte ella aveva dei sogni torbidi, in cui vedeva dei presagi di sventura. Ed a Bergati, quando erano soli, quando la conversazione prendeva il tono d’una confidenza, ella parlava del vuoto della sua vita – come ne aveva parlato all’altro!… Ma se il suo amante era stanco di lei?.. E la stessa voce del doppio divorzio, del calcolo che ella avrebbe fatto dandosi a Sartana, l’induceva a provare il suo disinteresse, riprendendo la sua libertà.
Già Enrico parlava di partire per Napoli, dove lo chiamava una lite di sua moglie, una storia che le pareva un pretesto. Ah! ella non avrebbe sofferto una seconda volta l’umiliazione dell’abbandono! E come anche Bergati minacciava d’andarsene a Parigi, dove aveva un fratello accasato, ella scrollava il capo, pensando tra sè: “No, che non partirai per adesso!…”
Un sabato, mentre ella leggeva accanto alla finestra, il cameriere le recò una carta di lui, cornée e con due parole scritte su a lapis: per congedo. Di scatto, ella disse:
– È andato via?
– Nossignora, aspetta di sapere se la signora è in casa.
– Fatelo passare.
Il biglietto era caduto per terra; ella si strinse con le mani le tempie, nel tardo pentimento di quel consenso che la perdeva. Ma se partiva per sempre! Se forse partiva per lei, non reggendo al tormento di saperla di un altro! No, no: egli non poteva partire così!… Ella dunque voleva ricominciare un’altra volta? Non era ammaestrata abbastanza? Non si sentiva vecchia oramai, giunta all’età della rinunzia?… Ma fattasi allo specchio per acconciarsi i capelli, ella trovava che no, e la secreta brama di sentirsi apprezzata da lui la struggeva… E cadere ancora! precipitare sempre più giù… Ma non era la ferrea legge del suo destino? A che pro ribellarsi? Ella scrollava le spalle: oramai! oramai!… Ed Enrico? come lasciarlo?… Non era invece egli stesso che non la voleva?…
Il cameriere annunziò:
– È di là.
Prima di schiuder l’uscio del salotto, ella si compresse forte il cuore: le batteva come se fosse sul punto di rompersi. Aprì con un atto di risoluzione, gli andò incontro col braccio disteso:
– Sono lieta di poterle stringere la mano, se parte…
– Al contrario, son io che la ringrazio… e le chiedo scusa di aver forzato la consegna…
– Ma per lei non teneva! Due vecchi amici come noi non si lasciano senza salutarsi, non è vero? Va a Parigi?
– Sì.
– Spero bene – aggiunse subito, con aria disinvolta – che non ci lascia per sempre, che la rivedremo presto?
Egli rispose, vagamente:
– Non so.
Tacquero un poco entrambi. Ella gli chiese notizie della famiglia di suo fratello, ma non udiva le parole di lui. Pensava: “È una prova che vuol fare? Che cosa mi dirà?…”
– E lei, stette molto a Parigi?
– Oh, pochissimo: due mesi appena. Ma è una città che mi attira… La saluti per me!
– Se avesse dei comandi da darmi…
– Grazie!
Egli s’alzò; stringendole la mano, continuava:
– Mi farebbe il più gradito dei regali!
– Grazie… Non so, in questo momento… Parte subito?
– Domani l’altro.
– Avrò dunque il tempo di pensarci. Grazie, comunque…
Allora, come le mani si sciolsero, come lo vide allontanarsi, sparire dietro la cortina dell’uscio, ella si morse le labbra, stese le braccia, e repentinamente passò di là, chiamando:
– Allora senta, Bergati….
Egli tornò, fissandola in viso.
– Volevo dirle, se può incaricarsi…
Fu costretta ad appoggiarsi alla spalliera d’una poltrona. Il giovane buttò ad un tratto la sua mazza e il cappello, l’afferrò pel braccio che usciva nudo dall’ampia manica della veste da camera, esclamando, con l’espressione dell’estasi:
– Ah!… ah!… non si resiste, non è possibile!… Volevo fuggirvi, io che v’adoro!…
Ella si velò la faccia con le mani, egli la stringeva alla vita, tentando baciarle la guancia. Doveva dirgli: “Ma io non posso esser vostra!…” e sentiva che la sua condotta le toglieva ogni possibilità di resistenza. Come l’imagine di Enrico sorse nella sua memoria, si lasciò cadere sulla poltrona, esclamando:
– Mio Dio! Mio Dio! Perchè avete fatto questo?…
Il giovane le era in ginocchio dinanzi, le sollevava il capo, e una musica di parole or sommesse ora vibrate, dolcissime tutte, le carezzava l’orecchio:
– Di che temete, povero cuore?… Io vi chiedo di lasciarvi adorare, come una Madonna, dall’ombra… Se sapeste che meraviglia!… Non credo ai miei sensi… Che gratitudine sarà la mia!… Come v’ho amata, da lontano, prima di conoscervi ancora, comprendendo che voi sola eravate degna d’amore! Come credetti di sognare, quando ottenni la vostra intimità, quando compresi di non esservi indifferente, quando voi mi confidaste le tristezze della vostra vita!… Farvele dimenticare è tutta la mia ambizione. Che orgoglio metterò nell’obbedire tutte le vostre volontà, tutte! tutte! Sorridete dunque, dolcezza…
E fece per baciarla sulla bocca.
– Ah!
– No, no… se non volete…
Ella lo respingeva ancora automaticamente, scongiurando:
– Lasciatemi, per pietà…
– Ebbene… non v’è felicità eguale a questa di starvi vicino, ma se voi non volete… guardate: obbedirò…
Allora ella disse:
– Non partirete?
– Ma no! Credevate che fosse possibile?… Resterò vicino a voi, vi scriverò, tutti i giorni! consentirete che venga talvolta?…
– I martedì solamente?
– Solamente!… Sarete contenta di me!… Mi date adesso quel fiore?
Ella aveva una rosa appuntata alla cintura, una povera rosa mezzo sfogliata da quella tempesta: la portò alle labbra, glie la porse. Egli ne bevve il profumo, baciandola.
– Adesso, lasciatemi…
Egli le baciò la mano, dall’uscio le mandò ancora un bacio sulla punta delle dita. Ella s’alzò, scuotendosi per tutta la persona, coi pugni chiusi, le braccia distese, mormorando in un sibilo: “È fatto!…”
Non le era permesso nessun dubbio; sapeva che cosa sarebbe stata l’obbedienza di quell’uomo. Ed era stata lei! E non aveva trovata una parola di protesta, neppure per fingere! E qualche ora dopo, mentre era ancora tutta piena di lui, Enrico appariva!
– Ho una notizia da darti, – egli disse.
– Che c’è’?
– Debbo andare a Napoli, per la lite di mia moglie.
Un senso infinito di sollievo la penetrò ad un tratto. Ella aveva del tempo dinanzi a sè, qualche cosa sarebbe accaduto. Enrico era molto freddo, parlava unicamente di quella seccatura capitatagli addosso; andò via prima dell’ora consueta.
– Tornerai presto?
– Appena potrò.
La menzogna, la doppiezza orribile, il rimorso atroce le erano risparmiati! E le lettere di Vittorio cominciarono a piovere: vibranti di passione, traboccanti di poesia, più belle, più inebbrianti di quelle di Arconti. Ella gli rispondeva, scongiurandolo di esser più calmo, di rammentarsi la promessa obbedienza. Il martedì seguente venne a trovarla; per fortuna, il suo salotto era sempre pieno di gente. Egli scriveva ancora, ed Enrico, da Napoli, non le mandava neppure un rigo. Vittorio veniva a trovarla a teatro, l’aspettava per via, sollecitava in premio della sua saggezza dei convegni dinanzi alla gente, che ella non poteva negargli. Ma lottava ancora, aspettando sempre che l’altro si ricordasse di lei, la sorreggesse con una buona parola, con un richiamo alle passate dolcezze. Non veniva nulla. Ella resisteva sempre, ma cominciando a capitolare tra sè, dicendosi: “Se oggi non scriverà, se domani non scriverà…” I giorni passavano, le lettere di Vittorio le creavano intorno una calda, struggente atmosfera di passione. Erano due mesi appena che l’aveva conosciuto; il giorno in cui si compirono, egli le mandò un libriccino in forma di piccolo album, rilegato in rosso. Aveva per titolo: Le livre des Pensées; su ciascun foglio di cartoncino erano appiccicate delle pensées variopinte, screziate come grandi ale di farfalle, e scritti dei pensieri d’amore, in francese: “Lorsque vous vous réveillez, et que le premier rayon de lumière frappe vos yeux, dites-vous: Il m’aime et ce rayon m’apporte son salut… Lorsque vous lisez dans les livres des mots d’amour, songez que les plus beaux, les plus tendres, les plus suaves vous viennent de moi…. Lorsque vous êtes gaie, songez que votre sourire est ma raison de vivre… Lorsque vous voyez des fleurs, songez que je voudrais les faucher toutes, en faire des tapis pour vos pieds, des parures pour vos cheveux, des couches pour votre corps…” Ella rimase come stordita da quella lettura. Il domani, andò fuori a piedi, girò lungamente; stanca, stava per salire in carrozzella a piazza di Spagna per tornare a casa, quand’egli le si avvicinò. Per non perdere la sua compagnia, rinunziò alla carrozza. In mezzo ai discorsi indifferenti, egli metteva all’improvviso delle parole d’amore, dette sommessamente, con voce turbatrice, quasi all’orecchio. La stanchezza di lei cresceva; la via era lunga, l’aria scura, le prime fiammelle di gas brillavano nelle mostre dei magazzini. Le gambe le si piegavano: avrebbe voluto appoggiarsi al suo braccio, cadere con lui su qualche cosa di soffice. Continuò ancora ad avanzarsi, a trascinarsi fino a casa. Quando furono presso al portone, egli disse, piano:
– Mi permettete di salire un istante?
– No… no…
– Perchè? che c’è di male?… Un istante, volete?
Ella pensò: “Se il portiere mi desse una lettera di Enrico!” Il portiere non aveva nulla.
Enrico arrivò il domani. Ella lo ricevette nel salotto, respinse l’abbraccio che tentava di darle con un’aria gioconda.
– Che hai?… Mi accogli così?
Ella disse, con voce gelata:
– Credo che v’inganniate. Non v’è fra noi più nulla di comune.
– Teresa!… Che accade?… Perchè?… Sei tu che dici questo?
– Siete stato voi che m’avete lasciata come si lascia una cameriera. Per quindici giorni, non m’avete scritto un rigo, non m’avete degnata d’un pensiero. Adesso, vorreste ricominciare quel che vi torna comodo: vi ripeto che v’ingannate.
Egli si passò una mano sulla fronte; disse, smarrito:
– Tu mi scacci?… Ma è un sogno?… Ma non ti ho scritto, perchè ero in collera con te… perchè tu mi lasciasti andar via, senza una parola, senza un rammarico… – Le afferrò a un tratto una mano, la strinse malgrado la resistenza di lei. – Teresa!… guardami!… son io!…
– Lasciatemi…
– Il tuo Enrico… quello che ti vuol tanto bene… E che anche tu vuoi bene… quello a cui hai dette tante parole care, a cui hai giurato tanto amore!… – Le si appressò ancora di più, ella tremava come per febbre. – Teresa!… Infine, non è ragionevole, per due, per tre lettere… per un broncio da innamorati… Se io ti voglio bene ancora! sempre!… Teresa, Teresa mia…
Come avanzò le labbra contro le sue, ella gettò la testa indietro, chiudendo gli occhi.
– Non mi baciate.
Egli la lasciò. Si guardò intorno, fece qualche passo, le tornò vicino.
– Tu dunque… non m’ami più?… Tu ami un altro?…
Ella non rispose. Nel silenzio, s’udiva il moto cadenzato dell’orologio dell’anticamera. Con un altro tono di voce, egli riprese:
– Perchè non volete dirlo?… Voi siete leale, la menzogna vi ripugna… Perchè mentire?… Voi amate un altro… Bergati?…
Ella non rispose. L’altro continuò, abbassando talmente la voce che s’udiva appena:
– V’ama anch’egli?.. Ve l’ha detto?… Siete sua?
Ella si nascose ancora il viso tra le mani.
Allora, quell’uomo che ella aveva giudicato leggiero, incapace d’un forte sentimento, stanco di lei, scoppiò in un pianto così dirotto, così convulso, così tempestoso, che ella si sentì straziare.
– Mio Dio!… Mio Dio!…
Non sapeva che fare, aveva paura di accostarglisi, ma non poteva lasciarlo così. S’appressò alla poltrona su cui era caduto, contro la cui spalliera nascondeva il capo; tentò di rialzarlo; ma il pianto continuava impetuoso, soffocava le sillabe che egli tentava di articolare.
– Enrico!… Mio Dio, non vi disperate così… Siate forte, fatevi coraggio… Siete un uomo, infine!…
Egli proruppe, con labbra contorte dallo spasmo:
– E sei tu che mi dici questo! tu!… Ma non sai che mi strazii l’anima?… Ascolta dunque: tu m’accusavi che sarei stato io a lasciarti!… volevi strapparmi il cuore, se ti lasciavo… Te ne ricordi, di’?…
– Ma se non v’importava più di me!
– Eri tu che mi sfuggivi…
– Se eravate così freddo, chiuso in voi stesso, senza più confidenza… Ho pianto anch’io, sapete! ho lottato! ho sofferto!… Una vostra lettera, una vostra parola m’avrebbe salvata…
– Oh!… Oh!… hai fatto questo! Tu!
A un tratto, le passò un braccio attorno alla vita, alzò gli occhi supplici e lacrimosi su di lei; disse, a parole mozze, a sillabe fischianti:
– Ebbene, senti… quell’uomo ti lascerà… lo conosco, sai!… dopo averti ubbriacata di parole, ti lascerà… Ebbene, quando… t’avrà lasciata… io sarò ancora qui… aspetterò…
Ella sentì stringersi la gola; gli fe’ cenno di tacere; egli continuò:
– T’aspetterò… che importa?… Aspettai tanto!… T’ho voluta bene fin da quando eri quasi una bambina!… Ti vorrò bene lo stesso!… Io non so parlare, ma questo saprò dirlo, te lo dirò come si dice al nostro paese… amuruzzu…
Allora scoppiò in pianto anche lei. La generosità di quell’uomo, l’impeto insospettato di quella passione, le davano la tormentosa coscienza della sua colpa e un rimorso acuto, lancinante, che s’accresceva all’idea dell’irreparabile fatalità compitasi.
– Tu piangi!… Tu m’ami ancora, Teresa!…
Ella gli si strinse al petto, gli nascose il capo contro la spalla.
– Ma allora… perchè?…
– La fatalità!… l’abbandono in cui fui lasciata!… credevo che tutto fosse finito… Ah! i miei presentimenti…
Le sue lacrime s’arrestarono, poichè ella sapeva adesso di mentire, non dicendo a quell’uomo d’esser stata invece lei stessa.
– Allora, se m’ami ancora…
– E quell’altro?
Si alzò, tendendo le braccia al cielo:
– Dio, fatemi morire!… No, non è vero che ho forza e coraggio; se avessi coraggio, mi ucciderei… Sono vigliacca! vigliacca! vigliacca!… Lasciatemi, andate; sono indegna di voi!…
Anch’egli si alzò; ella girava attorno per la stanza, come fuggendolo, come cercando un partito.
– Lasciatemi… Non posso continuare a vedervi, per ora… Non vedrò neppur lui… Datemi tempo, lasciate che pensi, che rifletta… Anzi, partite… vi scriverò…
Gli si fece dappresso, prendendogli una mano, fissandogli gli occhi negli occhi.
– Sarete saggio e forte?… Mi promettete che sarete ragionevole, che non farete nulla?… Abbiate fiducia!… sperate!… Ma andate, andate, per pietà… Addio!… no, arrivederci…
E rimasta finalmente sola, si lasciò cadere come corpo morto, rotta in due, senza più forza nemmeno per pensare. Stefana vegliò tutta la notte al suo fianco, non la lasciò se non quando la vide assopirsi. Col giorno, appena desta, ella ebbe due lettere: una di lui, l’altra di Vittorio. Ella si gettò su quest’ultima: era un inno squillante, la smentita dell’accusa che l’altro, nella sua gelosia, aveva lanciata. Egli stesso, nella sua, supplicava ancora, diceva di non poter partire, le chiedeva un nuovo convegno. Non gli rispose. Riscrisse, facendosi più umile, più insistente; ella gli mandò un biglietto con due parole: “Parta, Addio.”
Egli non scrisse più. Tutto era dunque finito. E come Vittorio tornava da lei, ella gli si buttava tra le braccia con impeto pazzo, cercando nell’amor suo il compenso di quei dolori, di quei sacrifizii. Li sospettava egli? Non le aveva letto nel viso, negli occhi infossati, nelle parole sconnesse, l’ambascia per la quale era passata? Aveva una pungente curiosità di saperlo. Lasciò un giorno le lettere di Enrico sul buvard; scorgendole, egli chiese:
– Di chi sono?
A capo basso, dopo un silenzio, rispose:
– Di Enrico Sartana.
Egli scosse un poco il capo.
– Leggile!
– Non ne ho bisogno… so tutto…
Ella gli si fece vicina, chiedendo ancora:
– Sapevi… anche prima?
– Anche.
– E che cosa provasti? Soffristi?
– Oh, no… capivo bene che non ci era d’ostacolo.
Fu come se una mano le strappasse la benda dagli occhi. Ella comprese che quell’uomo l’aveva sedotta senza sentir null’altro che il desiderio brutale, studiando le sue frasi, fingendo la sua partenza, rappresentando la commedia del rispetto; e al ricordo del disperato dolore di Enrico, del cuore che aveva perduto e che apprezzava ora soltanto, ella vedeva l’abisso in cui era caduta… Ma non era soltanto il suo nuovo amante che mentiva: era ella stessa! No! no! no! non era stata la passione, la fisima dell’amore che l’aveva fatta cadere: era stata la corruzione di tutto l’essere suo miserabile! Quando la sola perversità della sua natura aveva parlato in lei, ella aveva ipocritamente recitata la commedia del sentimento! Aveva sempre recitato una commedia! Aveva sempre finto! Metteva una gioia morbosa nel confessarlo, avrebbe voluto insultarsi ad alta voce, chiamare Enrico, spartirsi fra tutti… Comprendeva che oramai era destinata a una serie di abbassamenti continui, si vedeva ridotta come tutte quelle che un tempo le avevano fatto sdegno e ribrezzo ma che almeno avevano il merito della sincerità: nulla avrebbe potuto salvarla! E come il principe di Lucrino, incontrandola, tornava ad insistere, a rammentarle il passato, a dirle: “Ma non sapete che c’è da tirarsi una revolverata, per sfuggire a questo tormento?…” delle sdegnose parole le prorompevano dal cuore:
– Oh! nessuna di noi è degna di costarvi una puntura di spillo!…

IX.

Malgrado ella fosse partita a precipizio appena giunto il telegramma, quando arrivò a Messina già la Gazzetta annunziava che il senatore Palmi era morto a Milazzo, due giorni innanzi, nella tarda età di ottantasette anni.
Ella aveva preveduta quella catastrofe; la sua paura era un’altra… Era cominciata dal momento che il piroscafo entrava nello Stretto, nel contemplare le rive che ella aveva lasciate da lunghissimi anni, per le quali era passata spensierata e gioconda, quando non sospettava neppure le nequizie che la vita le preparava. L’idea di appressarsi alla piccola città dove era trascorsa la sua fanciullezza serena, di rivedere la sua casa, il Castello, la spiaggia di San Papino, tutti i luoghi incerti nella sua memoria, vaghi come cose sognate, della cui esistenza ella quasi dubitava, le incuteva un muto terrore come se delle cose sognate minacciassero di apparire nella realtà…
S’andava adesso in ferrovia, quella ferrovia che trent’anni addietro dicevano di dover costrurre di giorno in giorno. Ma il piroscafo aveva tanto tardato che non v’eran più treni; le convenne aspettare il domani. Partì all’alba. Dal finestrino del vagone ella guardava il paesaggio, i dorsi nudi dei monti, i burroni cincischiati e rovinosi, come fossero delle vane parvenze, delle forme fantastiche. Il treno andava lentamente per la ripida salita, cacciandosi in gallerie interminabili, lungo le quali ella chiudeva gli occhi, fiutando dei sali, sentendo crescere l’oscura minaccia che pesava su lei. Quando vide le mura merlate di Gesso – di Ibbisu – ella cominciò a provare uno stupore immenso. Era dunque proprio la via tante volte percorsa! I luoghi, le cose esistevano ancora, eran sempre al loro posto!… Adesso cominciava la discesa, appariva il mare, verde e spumoso, e la penisoletta del Capo, e la striscia bianca della città. Allora uno strano sorriso le spuntò sulle labbra: un momento, ebbe paura d’impazzire; lo sguardo affettuoso di Stefana la sostenne. Era lì! era lì!… S’avvicinava, spariva, riappariva più vicina, più grande, più netta!…
La sua carrozza aspettava alla stazione; ella veniva riconoscendo la via, i Mulini, il porto; si diceva: “La piazza del Carmine!… Ecco San Giacomo!…” Le pareva che dovesse ancora passare un lungo tratto prima d’essere a casa sua – agli occhi della fanciulla, le distanze erano parse tanto più grandi! Vi fu invece in pochi minuti. Salì le scale appoggiandosi al braccio della vecchia, salutando con un cenno del capo le persone sconosciute che avevano in viso la costernazione dal lutto recente. La casa era vuota, triste, silenziosa; il passo di lei risuonava per le stanze nude, quasi qualcuno la seguisse, invisibile; ed ella sentiva opprimersi il cuore sempre più forte, sempre più fitto, ritrovando la camera della mamma, quella di Lauretta, la sua propria, i vecchi mobili, i ritratti polverosi alle pareti… Che fascino misterioso nel risveglio delle sepolte memorie, nella contemplazione delle cose scampate da tanti naufragi!… Ella sedette, chiudendo gli occhi per veder apparire i suoi morti, la mamma, la sorellina, il nonno; ma una disperazione la prendeva: i fantasmi non sorgevano, tanto tempo era passato! tante imagini s’erano sovrapposte alle antiche!… Ed ella stessa, era forse la creatura d’allora? La trasformazione operatasi nel suo pensiero, nel suo cuore, nella stessa persona, era così profonda, che ella si sentiva veramente divenuta estranea a sè stessa. Nei giorni lontani dell’adolescenza, quanti sogni aveva sognati ad occhi aperti fra quelle mura, insofferente del presente, impaziente dell’avvenire? E l’avvenire d’allora era adesso passato! E non le restava che un lungo, cocente e sterile rimpianto, di tutto!…
Nessuno la conosceva o la riconosceva: l’unica visita che ella ricevette fu quella del notaio. Prima di morire, suo nonno non aveva voluto prendere nessuna disposizione: v’era soltanto un testamento fatto trent’anni addietro, dopo la morte di sua figlia, col quale lasciava tutto alle nipoti Teresa e Laura. Anche il povero vecchio non aveva voluto credere a quel che era avvenuto, era rimasto a vivere di ricordi, come se il tempo non fosse trascorso…
Le cure della successione, l’amministrazione del vasto patrimonio richiedevano che ella non si muovesse di lì. Dopo l’emozione dei primi giorni, una tranquillità cominciò a farsi nel suo spirito; la quiete della cittadina silenziosa le era propizia, il risveglio delle memorie non aveva più nulla di disperato, diventava una malinconia quasi dolce, una tenerezza che la faceva migliore, disposta a compatire tutte le miserie, a lenire tutti i dolori.
Quando andò fuori per la prima volta, salì a San Francesco di Paola, a pregare sulla lapide che i passi della gente aveano consunta. Non v’era nessuno in chiesa: delle lampade ardevano dinanzi alle imagini, la trave miracolosa si mostrava ancora in mezzo al tetto, e un frate vecchissimo, scheletrito, uscì dalla sacrestia piegandosi un momento dinanzi all’altare. Ella andò ancora al camposanto dei Cappuccini, dove avevano scavata la nuova fossa, e poi alla spiaggia di San Papino: anche lì, come da per tutto, trovava i luoghi e le cose più brevi, più piccoli che non ricordasse. Restò un pezzo, addossata ad una delle barche che i marinai ancora tiravano a secco, guardando il mare, le isole di Lipari, le montagne di Tindari, la costa insenata che fuggiva fino al Capo d’Orlando….
/# “Voga quel remo: Chissà se un’altra volta ci vediamo, Capo d’Orlando e Monte Pellegrino!…” #/
Voleva salire su al Castello, ma Stefana non si fidò. Vi andarono un altro giorno: la rovina dei muri, delle torri, degli archi era ancora più grande; gli stormi delle mulacchie si levavano ancora dai crepacci della rocca; non v’erano più i vecchi cannoni, le piramidi di palle; solo le sentinelle del carcere, sulla Batteria Tedesca – e lo stesso silenzio, lo stesso ronzìo d’insetti sciamanti intorno ai ciuffi d’erba che invadevano tutto.
Per le vie, ella non faceva che guardarsi intorno, riconoscendo ogni angolo, ogni finestra, tutte le cose; solo le persone le erano estranee. Quanti non v’erano più, di quelli che avea conosciuti! Luigi Accardi era morto; di Manara, il giovane che l’aveva amata fanciulla, in secreto, senza dirglielo mai, nessuno sapeva darle più nuove. Bianca Giuntini, la bella giovanetta che le aveva fatto battere il cuore, era una lamentosa rovina. Al Capo, la moglie del fattore, colei che le aveva narrate tante fiabe, era morta anch’essa; morto il fratello del fattore, quello che l’aveva ricondotta a casa, a viva forza, per la via polverosa, il giorno d’un’altra morte indimenticabile!… E quanta gente nuova! In chiesa, a messa, scorgendo delle fanciulle, delle giovanette intorno ai vent’anni, pensava: “Non erano nate, quando io andai via!…” e rivedendosi in esse, pensando al suo triste destino, con uno slancio di tenerezza gelosa invocava sul loro capo la benedizione di Dio.
Le madri impedivano adesso che ella le avvicinasse, uomini e donne, sapendo chi era, la guardavano come un essere strano, pieno di pericolose attrattive; delle leggende correvano sul suo conto, una più sinistra dell’altra. In quel piccolo ambiente, la sua vita, i suoi gusti, le sue opinioni, divenivano oggetto di scandalo: ella non aveva ancora idea d’un accanimento come questo contro una creatura che non aveva fatto male se non a sè stessa. Dicevano che ella aveva seminata la rovina dovunque era passata, che era senza cuore, che aveva il genio del male. Come rispondere a questo? Come mostrare agli increduli la rovina della sua propria esistenza, l’unica ch’ella avesse causata? Ella si chiudeva nel suo dolore, sdegnando difendersi, considerando amaramente l’ingiustizia del mondo. Accusavano lei di avere esercitato un potere funesto e non avevano una parola di rimprovero per tutti coloro che l’avevano spinta, uno dopo l’altro, nella via della perdizione! Terribile potere, in verità, quello che l’aveva ridotta alla perdita di ogni affetto, d’ogni protezione, alla solitudine continua, al dileggio quotidiano! Ella era stata, in verità, di gran danno agli uomini che avevano fatto di lei ciò che avean voluto! In quell’ora che ella sentiva aggravarsi le conseguenze dei suoi errori, essi se ne andavano pel mondo, liberi, sereni, in cerca di nuove sodisfazioni, forse felici per opera d’altre, certo non infelici per colpa sua!… Ed era lei che non aveva avuto cuore, lei che aveva messa tutta sè stessa nelle sue affezioni, che aveva mendicate delle buone parole, un poco d’indulgenza, la loro pietà!… Così non avesse avuto cuore davvero! Non lo avrebbe almeno lasciato a brani per via! Poi sorgeva il ricordo della sua parte di colpa – ed ella s’accusava, si considerava con un disprezzo più freddo, più duro di quello della gente. Gli uomini che l’avevano perduta avevano fatto il loro mestiere; era stata lei stessa a secondarli, a volere quel danno – ed a farne! La memoria di Enrico era il suo rimorso, sentiva ancora talvolta le lacrime roventi stillate sulle sue mani; se ella non fosse passata per una trista scuola, forse sarebbe stata felice con lui! Ma perchè s’era spento l’amore di Arconti se non pel tradimento suo proprio? Ed ella lo aveva tradito perchè le avevano corrotta l’anima!… Così, d’evento in evento, rimontava il corso della sua esistenza, ed ogni stato le pareva migliore di quello che era venuto dopo: adesso, per la prima volta, pensava a tutti i momenti buoni di suo marito, al partito che un’altra donna avrebbe saputo trarre al suo fianco, rassegnandosi a difetti, a disinganni inevitabili… La colpa era dunque stata sua, delle insofferenze della sua indole, delle morbosità della sua natura; ma nei momenti più tristi non aveva ella provato dei buoni sentimenti, degli impulsi generosi, delicatezze, scrupoli, sincerità? Il pianto non era stata un’espiazione? Il suo stesso pentimento non dimostrava che ella non era pervertita del tutto? Allora, ella pensava che nessuna creatura era al mondo tutta trista o tutta buona – e che la colpa più grande non era stata la sua, non degli altri, ma della stessa vita… Però passava triste e silenziosa tra i dileggi del volgo; e il suo composto dolore a poco a poco lo disarmava. Coloro che imparavano a conoscerla, che vedevano il vuoto della sua esistenza, la sincerità del suo rammarico, si ricredevano, la compiangevano, finivano per difenderla. Degli uomini avevano ancora parole d’ammirazione pei resti della sua bellezza; ella li lasciava dire, scrollando il capo, malgrado il secreto piacere che la lode le procurava. V’erano ancora dei giorni che, sotto la veletta, col viso sparso di crema fredda e di veloutine, coi capelli dorati di fresco, ella poteva credere di non aver varcato i quarant’anni; ma tutte le mattine, appena sveglia, e la sera, quando disfaceva la sua toletta, aveva paura di guardarsi allo specchio. Per fortuna, dimagrava nuovamente, l’orribile pinguedine spariva nell’assiduità delle penose emozioni. Fortuna?… Che cosa aspettava dunque ancora?…
L’assestamento delle sue cose le portava via molto tempo; ella aveva sempre dintorno gente d’affari, andava continuamente in campagna, formando il progetto di ricostrurre per suo figlio la fortuna distrutta da Duffredi, di prendersi con sè il giovanetto quando sarebbe uscito di collegio e di dedicarsi tutta a lui. Gli scriveva quasi tutti i giorni, gli mandava dei regalucci, era tutta felice di aver trovato un nobile scopo alla sua vita che trascorreva in una solitudine quasi completa. Vi si rassegnava, vi trovava un senso di fierezza e di nobiltà, come una purificazione. Ma tornavano anche i tristi momenti. Certe giornate grigie, col cielo basso, il mare plumbeo, al ricordo delle feste luminose l’oppressione si faceva insoffribile. Delle frasi sospirose d’opere in musica le gonfiavano il seno di rammarichi infiniti: “Addio, – del passato…” della Traviata; la romanza di Nadir nei Pescatori di Perle: “Mi par – d’udire ancor…” Scrivendo una lettera, guardando il calendario, aprendo un giornale, delle date le saltavano agli occhi: l’incontro di Arconti a Castellammare, il ritorno di lui dopo la rottura, la caduta coi visconte, l’onomastico di Enrico, la presentazione di Bergati…. Quando arrivò la mobilia della casa di Roma, che ella aveva licenziata, si sentì schiacciata dal cumulo delle rimembranze. La sera, aprì la cassa dov’erano custoditi i ricordi d’amore, i fasci delle lettere. Passò la notte leggendone delle centinaia; spuntò l’alba che ne restavano ancora altrettante. Ve n’erano di così buone, di così tenere, di tutti, che ella esclamava: “Ma costoro furono sinceri!… Perchè dunque tutto questo è finito?…” Perchè tutto passava…
Malgrado il pentimento, il ricordo dei suoi trionfi le dava talvolta un moto d’orgoglio. Ella aveva provate grandi passioni! Poche donne le parevano capaci di destarne come le sue. Gli stessi scettici avevano dovuto rappresentare la commedia del sentimento per arrivare fino a lei. Poi vedeva il rovescio della medaglia, e negava ciò che aveva affermato. Perchè i casi dell’esistenza sfuggivano ad una precisa definizione? Ella non riusciva a sapere se era stata amata o pur no!…
Per la vendemmia, andò a Gelso. I Giuntini, i suoi antichi vicini, avevano subìto dei rovesci; la proprietà, venduta all’asta, era passata in mano del barone Squillace. Dei rapporti di vicinato cominciarono a stabilirsi; a poco a poco diventarono intimi. La famiglia si componeva del barone, della baronessa e d’una sorella di questa. Ogni sera, quando cessava il lavoro e l’aria si rinfrescava, s’incontravano sul confine dei poderi e passeggiavano un pezzo insieme. Il barone, un bel vecchio dall’aria d’un militare in ritiro, camminava adagio, appoggiandosi a un grosso bastone, per via dei reumi che gli tormentavano le gambe, e parlava del raccolto, degli affari, stupito dell’intelligenza che ella ne aveva acquistato, finendo per chiederle dei consigli.
– Sentite! sentite!… – esclamava, mentr’ella discorreva di culture, di contratti, di prezzi – se non pare che abbia fatto la proprietaria dacchè è nata!… Ma v’intendete di tutto, voi?…
– È la profondità del mio talento!… – rispondeva ella, ridendo; poi, mettendosi accanto alla baronessa, ascoltava compiacentemente le lodi che quella tesseva, insieme con la vecchia sorella, dell’unico suo figliuolo Maurizio. Viaggiava in quel tempo, col conte Marulli di Messina; arrivavano dalla Germania, dall’Inghilterra, le sue lettere che le donne leggevano ad alta voce, orgogliosamente, dinanzi alla gente di campagna stupefatta dalle meraviglie di cui vi si parlava, dalla distanza che quei pezzi di carta aveano percorsa. Un giorno, dentro una di queste lettere, si trovò la fotografia del giovanetto, fatta a Parigi; una figura graziosa, gentile, minuta, dagli occhi profondi, dal labbro appena ombreggiato da una fine peluria. Aveva vent’anni, le donne esaltavano la sua intelligenza e la sua bontà. Sul principio dell’inverno, quando tutti erano rientrati a Milazzo, egli tornò. Era più grazioso e più gentile di quel che non mostrasse il ritratto, ma un fanciullo ancora. Ella lo guardava con una tenera simpatia: le pareva di aver dinanzi quel figlio al quale si era tutta dedicata, augurava al suo ragazzo un’indole buona e dolce come quella di lui. Lo vedeva spesso, in casa di sua madre, qualche volta per istrada; parlavano dei loro viaggi, dei libri che egli le aveva cominciato a prestare; ma era lei che lo interrogava, poichè una timidezza infantile lo confondeva, gli faceva talvolta salire al viso bianco e delicato le fiamme d’un sangue vivido e sano. Una sera, a un battesimo in casa D’Arrico, dov’ella aveva portata, dopo tanto tempo, una toletta che la favoriva, s’accorse che egli la guardava da lontano, in atto di estatica ammirazione; come lo sguardo di lei lo sorprese, parve avvampare in viso. Più degli elogi che la gente le prodigava pel suo gusto, per la sua eleganza, quel muto omaggio le procurava un gradimento sottile ma lungo, persistente, rinnovato a misura che quell’estatica espressione tornava a dipingersi sul volto del giovanetto. Di tratto in tratto, ma con una frequenza sempre maggiore, ella si sorprendeva in atto di pensare a lui, al turbamento che aveva dovuto produrre nella sua vergine fantasia. Per quel fanciullo che pena s’affacciava alla vita, che non aveva paragoni da istituire, ella personificava la seduzione; ma benchè sapesse quanto piccolo fosse il proprio merito, non poteva sottrarsi all’intimo contento che quell’omaggio le procurava. Era una vanità innocente; il pensiero di spiegare l’istinto della civetteria era tanto lontano da lei! Con un fanciullo! con chi poteva esser suo figlio!…
In primavera, andò ancora al Gelso. La famiglia, di lui tornò ad esserle vicina, si riprese l’intimità della passata stagione. Si vedevano ogni giorno, spesso più d’una volta in uno stesso giorno: la vita libera della campagna stringeva la loro confidenza. Le sere che ella andava a trovare i vicini, essi la riaccompagnavano a casa; talvolta, quando le donne erano stanche e i reumi tormentavano più fortemente il barone, veniva Maurizio solo. Un silenzio misterioso regnava sui campi addormentati, rotto ad ora ad ora da un lontano latrare di cani, dal primo stridore delle cicale, delle modulazioni d’uno zufolo. Sull’orlo dei fossati, fra le erbe che cominciavano a ingiallire, s’accendevano i fuochi pallidi e freddi delle prime lucciole, e i profumi delle piante aromali, della menta, del rosmarino, del fior d’arancio, si diffondevano nell’aria dolce e molle. Ella s’attardava pei sentieri, lasciando cadere il discorso, traendo lunghi sospiri.
– Com’è buono!… Sentite che odore di reseda!… È quella dei miei viali.
Egli ne portava ora, ogni giorno, una ciocca all’occhiello. Tutte le volte che la accompagnava, ella lo invitava a lasciarla dinanzi al cancello, dove il fattore l’aspettava attorniato dai cani saltellanti; ma egli mormorava:
– Se mi manda via…
– Ma no, tutt’altro!… dico per voi che dovete tornare indietro
Dinanzi alla fontana, ella reiterava il suo invito; ma il giovane insisteva per accompagnarla ancora, fin quando, ai piedi della scala della terrazza, come dinanzi ad una soglia vietata, ella diceva risolutamente, tendendogli una mano:
– Adesso, addio!
Egli se ne tornava a lenti passi; talvolta s’udiva il fruscio delle erbe che sferzava col suo bastone. Una sera che era piovuto e la via pareva un pantano, ella andava accanto a lui, guardando dove metteva i piedi, alzando l’orlo della sua veste, facendosi forza per non dirgli: “Datemi il vostro braccio!” Egli la guidava, avvertendola di torcere cammino, di evitare una pozzanghera; a un tratto le disse:
– Vuole appoggiarsi?
Ella passò una mano dietro il braccio che egli le offriva, ma non ardiva appesantirvisi. Andavano così, a fianco, ma or discosti ora vicini, come le difficoltà del cammino volevano; il giovane parlava con maggiore vivacità del consueto; si sentiva nella sua voce una gioia trepida e contenuta: ella non aveva ancora provato accanto ad un uomo un turbamento simile a quello che la guadagnava. Perchè?… Ella non voleva comprendere il significato dell’attitudine di lui, voleva stornare gli sguardi dalla sua figura che le risorgeva continuamente dinanzi… Il domani di quella passeggiata, aprendo un libro che egli le aveva mandato, dei petali di rosa le caddero in grembo: ma quanti! una pioggia: bianchi, giallognoli, rosei, rossi d’un rosso così cupo che sembrava sangue rappreso… Egli l’amava! quei fiori erano stati sfogliati per lei, per dirle ciò che il labbro non osava!… Ella scrollava il capo, impercettibilmente e tristamente: per quale fatalità doveva incontrare altre passioni nel breve cammino che le restava ancora a percorrere? La delicatezza ingenua di quel fanciullo le procurava una commozione tenera e malinconica; ella pensava ai tesori d’affetto che quell’anima vergine avrebbe voluto spendere per lei, agli slanci di cui doveva esser capace, alla morte che sarebbe stata per lui l’inevitabile rifiuto col quale gli avrebbe risposto. Ma ella avrebbe saputo lenire la piaga, gli avrebbe fatto vedere l’impossibilità di quell’amore, parlandogli come una madre!…
Aveva serbato qualcuna di quelle foglie di rosa di cui il libro era pieno. Nel restituirlo, gli disse:
– Scusate se ho confuso i segni posti tra le pagine…
Egli rispose, avvampando:
– Non fa nulla… non erano segni…
Però, in un altro volume, un romanzo, ella trovò un passaggio d’amore sottolineato con la matita rossa. Allora, prima di continuare nella lettura, cominciò a sfogliare il libro: non v’era espressione appassionata, frase poetica, che non fosse notata. Ella le divorò tutte, con la fronte in fiamme, il respiro affrettato, un’inquietudine s’impadroniva di lei, un’irrequietezza nervosa che si sfogava sulla gente da cui era attorniata. Nessuno dei due faceva un accenno a quella corrispondenza indiretta; ma un imbarazzo sempre più grande li vinceva entrambi. Una volta che ella gli aveva mostrato un lavoro all’uncinetto eseguito da lei, le punte delle sue dita sfiorarono quelle di lui sotto il tenue merletto: un tocco lieve, l’ombra d’una carezza che le mise però un lungo brivido per tutto il braccio… Un giorno, repentinamente, i suoi vicini annunziarono che tornavano in città: una freddezza insolita era nell’accoglienza che le facevano; Maurizio aveva gli occhi rossi, come se avesse pianto.
Lo portavano via; si erano accorti di qualche cosa e lo sottraevano al pericolo d’una passione per una donna come lei! E ad un tratto, non vedendolo più, ella si nascondeva il viso tra le mani, atterrita dalla verità che non poteva più rifiutare di conoscere: ella lo amava! lo amava! lo amava perchè egli era buono e sincero! perchè il suo vecchio cuore le batteva sotto il seno sfiorito così forte come un tempo! perchè aveva ancora bisogno d’un pascolo! L’interesse che quel fanciullo le aveva destato fin dal primo momento, l’assiduità con la quale aveva pensato a lui, la commozione provata nello scoprire i primi sintomi della passione nascente, il turbamento che la sua vicinanza le metteva nello spirito e nei sensi, era l’amore che tornava ad avvamparla! Ella sentiva mancarsi, pensando a quel che dovevano essere le parole d’amore di quel fanciullo che non aveva ancora amato; e lo chiamava, sommessamente, imaginando di tenerselo a fianco, di passargli una mano fra i capelli, di sentire la sua guancia candida e fresca poggiarsi sulla guancia di lei, le sue labbra cercare le sue. Come lo avrebbe amato! Come avrebbe prodigato per lui tutto quel che le rimaneva di ciò che era stata una volta!… Poi, nel rivedersi allo specchio, nell’osservare il disfacimento delle sue fattezze, il raccapriccio le faceva chiudere gli occhi; sentiva orrore di sè stessa, riprovava il disgusto che le avevano destato le vecchie avide dei fanciulli, ridotte al mestiere delle iniziatrici…
A Milazzo, la freddezza della sua famiglia s’accrebbe: evitavano di incontrarla, la salutavano appena. La madre aveva cominciato a parlare contro di lei, s’era schierata fra i suoi avversarii, minacciava di fare uno scandalo se ella non si levava dal capo di sedurle il figliuolo. Delle lacrime di umiliazione le bruciavano gli occhi; ma ella riconosceva che la madre aveva ragione, che quell’amore era un tristo inganno, che se si fosse consumato avrebbe avuto per tutti il più sciagurato domani. Andar via era il partito che le si presentava ancora: ma dove? sotto qual cielo ella sarebbe stata sicura? Quando avrebbe finalmente trovato il riposo?… E come scorgeva Maurizio passare e ripassare dalle sue finestre, aspettarla nelle vie, seguirla in chiesa, guardarla con un’espressione più ardente, il cuore cominciava a tumultuarle, le persuasioni lusingatrici tornavano ad assalirla. Era egli proprio il fanciullo che pareva? Compiva a momenti ventidue anni: era un uomo. Ed ella lottava ancora contro la vecchiezza, si trovava a giorni non ancora disprezzabile, sentiva che malgrado le tristezze provate, ella era rimasta nell’anima come a vent’anni. Tornava quasi a riaverli. Uno sguardo che egli le dava da lontano la rendeva felice per tutto un giorno; un’ora prima che egli passasse sotto la sua finestra, ella si metteva ad aspettar dietro i vetri, sussultando all’apparir d’ogni forma che le ricordasse quella di lui; se egli non portava la ciocca di reseda all’occhiello, un rammarico sottile l’invadeva, come per un segno di trascuranza. Era uno stupore. All’appressarsi della domenica, ella ritrovava lo stesso senso di giocondità, che la guadagnava, fanciulla, all’idea della festa: in quel giorno ella poteva vederlo più da presso, più a lungo; e come la sera calava sulla sua letizia, il cuore le si tornava a chiudere, come al tempo dei tempi, quando ella si rannicchiava nel suo verginale lettuccio… E la sua fantasia le svolgeva ancora1 dinanzi altri romanzi; vincere tutti gli ostacoli che sorgevano fra loro, fuggire con lui in una plaga remota, ignorata, deserta: un idillio soavissimo, una gioia ineffabile… Oppure sacrificarsi per lui, indurlo a sposare una fanciulla che avrebbe potuto farlo felice, disarmare il rancore di sua madre, farla ricredere, e poi scomparire, nascondere a tutti il proprio lutto inconsolabile… Ma come seppe che egli era ammalato, come comprese che soffriva per lei, per la lotta sostenuta fra l’amore che le portava e il rispetto filiale, ella sentì traboccare la sua tenerezza. La notte, tra veglia e sonno, era uno strazio senza fine che ella provava, credendo di vederlo dinanzi a sè, slanciarsi verso di lei, con le braccia tese, disperatamente, e ricascare indietro, alle stratte delle catene da cui era avvinto. Anelando di confondersi in un abbraccio supremo, essi erano a forza disgiunti, e lontani l’uno dall’altro un languore mortale, un lento esaurimento li spegneva a poco a poco. Le vecchie fiabe di cui la sua fantasia s’era prima nutrita, le storie d’amor disperato, di giovinetti principi sospiranti alle Belle superbe, di madri imploranti la compassione di queste, le tornavano a memoria: nel veder la vecchia Stefana aggirarsi per la casa, curva dagli anni, rammentava le sere dell’infanzia remota, passate nell’udir quei racconti e nel lungo fantasticare quando la voce della serva moriva nel sonno…
Tutti gli espedienti da lei posti in opera per avere notizie di Maurizio, per sapere qualche cosa della sua salute, cadevano intanto dinanzi all’ostilità della famiglia di lui. La sua disperazione cresceva; ella finiva per non intender più nulla intorno a sè, per trovar tutto inutile, per veder tutto nero. Non spendeva più nessuna cura per la sua toletta: poichè egli non poteva vederla, che interesse aveva a farsi meno brutta?… Una domenica che era andata a messa senza veletta, coi capelli malamente raccolti, ella sentì soffocarsi, scorgendolo. Era pallido e smunto, i suoi occhi accerchiati da un lividore splendevano più intensamente nel fissarsi su di lei; ma sopra la gioia del rivederlo, sopra la pietà del suo male; ella sentiva serrarsi il cuore d’angoscia nel mostrarsi a lui come era, orribile, spaventevole, nell’imaginare la repulsione che la sua vecchiezza doveva ispirargli. E con uno sguardo d’umiltà implorante, di trepidazione paurosa, ella interrogava la fisionomia di lui, come nell’attesa di una sentenza di morte; ma lo sguardo del giovane, fisso, avvampante, diceva che ella era sempre per lui la bellezza, la seduzione, l’amore! Con un gesto smarrito ella tentava di raccogliere i suoi poveri capelli, di nascondere le guancie dietro ai larghi nastri del suo cappello; ma, a casa, fermandosi dinanzi allo specchio, sentì mancarsi, come all’apparizione di uno spettro; la sua pelle era macchiata, il collo rugato, annerito; i capelli rari, secchi, giallastri: ella non s’era ancora vista così!… Nel nuovo studio di nasconder quelle rovine, un riverbero dell’antico splendore luceva sul suo viso; ma ella si sentiva oramai colpita al cuore; la sua seduzione le pareva simile a quella di Armida, e nel rileggere il vecchio Tasso macchiato d’inchiostro sentiva di sè stessa la pietà che la maga le aveva un tempo ispirata.
Contava di vederlo più da vicino in autunno; ma gli Squillace andarono invece, per evitarla, a Spadafora. Triste autunno, passato nella solitudine, nell’evocazione dolorosa di una gioconda stagione, ma confortata non sapeva ella stessa da qual vaga lusinga, da quale aspettazione. A novembre, ella tornò a casa. Fu una sera fredda e piovosa, passata col suo notaio che era venuto a parlarle di certi contratti: sul punto di andarsene, egli cominciò a riferirle le notizie cittadine, i casi della gente, dei quali era sempre informato pel primo.
– Gli Squillace sono partiti, pel continente… Staranno un pezzo; pare anzi che vogliano stabilirsi fuori…
Ella non udì altro, non vide l’uomo andar via: si trovò dinanzi alla finestra, con la fronte sul vetro freddo e rigato dalla pioggia. Perduto!… senza speranza!… disgiunto per sempre da lei, oltre quel mare, da uno spazio smisurato!… Il mare era formidabile, cingeva la riva d’una corona di spuma; la luna correva impazzata tra le nuvole rotte, proiettava la sua luce scialba sulla cresta dei cavalloni e l’orizzonte si perdeva in un buio fitto di nebbia… Un sogno svanito, l’ultima lusinga distrutta: e un rammarico tanto più lancinante, quanto più quel sogno s’era salvato dalla jattura delle prove reali. Ora, pensando alle commozioni soavi, alle delicatezze timidamente ingenue, all’alito fresco di poesia che quell’amore inespresso le aveva fatto passare per l’anima stanca e sconfortata, pensando che tutto questo moriva per non più rinascere, uno strazio ineffabile le rigava di lacrime il volto… Il vento fischiava, spazzava la via, faceva oscillare le fiamme dei lampioni; non un passante, non un segno di vita; solo la voce sorda, il cupo rombo del mare… Addio! Addio! per sempre!… Non era lui soltanto che spariva: era la speranza, la lusinga, tutto ciò che aveva dato un prezzo alla vita e che non sarebbe tornato mai, mai più!.. Che freddo! che gemiti nell’aria, che schianto nel cuore!… Il suo pianto non cessava; ella non aveva la forza di togliersi di lì, le pareva che un’oppressione mortale l’avrebbe soffocata fuor della vista della tempesta: avrebbe voluto correre lungo la riva fragorosa, mescolare agli urli degli elementi l’urlo della sua disperazione… Il rumor d’un passo la fece trasalire ad un tratto; era Stefana che le si appressava, trascinandosi penosamente per domandarle:
– Hai nulla?… che hai?…
– Nulla… lasciami!… Non ho nulla; va a letto.
Tornava ad appoggiar la fronte sul vetro, rabbrividendo; e il ricordo di altre notti passate così, senza sonno, senza riposo, col cuore in tempesta, con la mente smarrita, si evocava nella sua memoria. Quante! Quante! La notte che era fuggita dalla casa maritale, quella in cui Arconti l’aveva abbandonata, quella in cui ella aveva abbandonato Sartana; e ancora la notte della sua partenza da Palermo, quando aveva tentato sottrarsi all’amore di quest’ultimo, e le notti passate con Arconti a Castellammare, quando un pericolo di morte le sovrastava, e ancora la notte in cui aveva appresa la morte di Morani… Allora, la storia della sua vita le ripassava tutta sotto gli occhi; ella rivedeva le figure di quelli che s’erano trovati sul suo cammino, dei vivi e dei morti; ella ripensava i suoi amori, i i suoi errori, i suoi dolori, le continue alternative di fede e di sfiducia, di cieche impazienze e di tardi pentimenti, le sue eterne aspettazioni risolte nella presente vuota tristezza; ma da questa il suo pensiero ricorreva ancora al passato, a scene perdute, a profili appena intravisti, e l’evocazione si svolgeva continuamente, come una serie d’imagini sfilanti dietro a una lente… Tratto tratto, delle persuasioni si facevano nel suo spirito; come lampi, delle verità l’abbagliavano. Aveva aspettato troppo grandi cose, per questo tutto l’aveva scontentata! Aveva temuto troppo, e qual dolore era stato veramente insopportabile? Nel credersi diversa dagli altri come s’era ingannata! La sua storia era la storia d’ognuno! Come tutti, aveva apprezzato le cose prima di ottenerle o quando eran svanite. In ogni periodo della sua esistenza, aveva tutt’in una volta rimpianto il passato e riposte le sue speranze nell’avvenire! Nondimeno, dei giorni felici erano sorti per lei; ma la felicità dileguata era un nuovo motivo di cruccio!… Uno solo di quei giorni tramontati poteva forse risorgere? Che cosa non avrebbe dato perchè anche i tristi tornassero? Ma tutto era scomparso per sempre!… Come il pellegrino nel deserto, era andata innanzi, attirata dalla vista dell’oasi fresca ed ombrosa; ma il miraggio l’aveva ingannata; e il più terribile era questo: che dopo aver riconosciuto nell’allettante spettacolo un vano giuoco di luce, aveva continuato a crederlo vero, a lacerarsi i piedi sulla sabbia infocata!… Quante volte l’ingrata realtà le si era svelata? Ed aveva accolto sempre nuove lusinghe! Quante volte aveva creduto di conoscere la vita? E l’esperienza passata era stata inutile, ed a costo di lacrime aveva ricevute nuove lezioni inutili anch’esse!… Ora però che chiudeva gli occhi e si volgeva indietro col pensiero riconosceva la gran vanità. Che cosa distingueva più i ricordi delle impressioni reali da quelli dei sogni? E sul punto di chiuder gli occhi per sempre, questa vita che prima d’esser vissuta era piena di tante promesse, non si riduceva ad un mero sogno, tutta?… E poi dopo?… Triste! Triste! Terribile!…
La tempesta non si placava, il freddo si faceva più acuto: che notte!… che notte!… Ancora un rumor di passi strascicato, e Stefana tornava a chiederle, premurosa ed inquieta:
– Perchè non vai a letto?.. È mezzanotte suonata….
– Adesso… più tardi; lasciami, non vedi che soffro?…
Ella andava ora di su e di giù per la stanza, si lasciava ogni tanto cadere sopra una seggiola; poi scattava in piedi, insofferente dell’immobilità. Le mancava il respiro, si sentiva tolta l’aria, pensando all’avvenire, ai giorni incerti ed oscuri che l’aspettavano; poi, come la figura di Maurizio le si ripresentava alla mente, ella s’incolpava come d’un tradimento dei pensieri che aveva sottratti a lui. Addio! Addio!… Ella tornava a piangere, inconsolabilmente, pensando che nulla avrebbe potuto consolarla della perdita di quell’amore, dell’ultimo amore, tenero e puro e forte com’erano stati i primi….
Le ore passavano, ella non le avvertiva; le pareva che quella notte durasse da un’eternità, che non avrebbe avuto mai fine. Girava gli occhi per la camera, e ciascuna cosa su cui il suo sguardo si posava le suggeriva nuove visioni; a ondate, i ricordi la travolgevano. Di repente, uno scricchiolio la fece rabbrividire. Sorse in piedi, irrigidita, cogli occhi sbarrati dalla paura. Il silenzio tornava a piombare sulla casa, non si udiva più che il gemito della raffica e il fragore del mare. Ella ricadde sulla sua seggiola, col capo sul petto, le braccia pendenti. Una gravezza di sonno morboso ora la inchiodava a quel posto; i contorni delle cose si perdevano dietro il velo delle ciglia calanti, i suoi pensieri fluttuavano, si confondevano, finivano per ismarrirsi. A scatti, ella rialzava il capo, guardava attonita dinanzi a sè; poi tornava ad abbattersi. Un rumor sordo, come un lamento trattenuto, la fece sussultare di nuovo. Questa volta ella s’alzò, passò nella stanza vicina. Seduta contro l’uscio, agghiacciata dal freddo, con la testa reclinata e le braccia raccolte sul petto, Stefana aspettava lì dietro. Vedendo la padrona, tentò d’alzarsi, ma l’intorpidimento delle sue vecchie membra non glie lo consentiva.
Ella prese ad ammonirla, affettuosamente:
– Perchè non sei andata a letto? Vuoi ammazzarti, così?
– Adesso… – rispose, con voce velata – Quando andrai anche tu…
L’aiutò ella stessa a levarsi, la sorresse fino alla sua cameruccia. La vecchia batteva i denti.
– Stai male?
– No… no.
Col giorno, la febbre l’assalse. Non volle che la padrona chiamasse nessuno, asseriva di non aver nulla. Ma come la febbre era alta, ella mandò pel dottore. Il delirio sopravvenne. Nel delirio biascicava parole incomprensibili; un nome solo s’udiva: Teresa. Il terzo giorno un miglioramento parve determinarsi. La riconobbe: nel vederla i suoi occhi velati tornavano a brillare. Coi segni, le diceva di mettersi a sedere accanto al capezzale, le prendeva una mano e restava un pezzo tenendola così. Peggiorò rapidamente. Sul far della notte, la casa fu invasa dalla gente che seguiva il Viatico; ma i sacramenti le furono amministrati che già rantolava.
Era una nuova tristezza che scendeva su lei. Ora, ella non aveva più la paura d’una volta in presenza della morte; la miseria della vita non le rendeva più insoffribile quel tragico spettacolo. Così, all’alba del domani, quando vennero a dirle che Stefana era spirata, ella s’inginocchiò, pregò un poco, poi passò nella camera mortuaria. La finestra ne era spalancata, due candele ardevano sopra un tavolo dinanzi a una imagine sacra. Il cadavere era così rimpiccolito che pareva quello d’una bambina. Una benda passata sotto il mento e annodata sul capo tratteneva la mascella cascante. Ella restava a contemplare una mano della morta, una povera scarna mano che aveva avute tante carezze per lei, e la sua mente si perdeva al pensiero dell’umiltà di quel destino, dell’oscurità di quella vita ora spenta.
La vecchia serva non aveva più nessun parente; nessuno veniva a reclamare la misera successione. Ella ne fece l’inventario. V’era della biancheria, delle vesti, un piccolo gruzzolo di risparmii. Una cassetta dipinta in verde, che Stefana aveva sempre trascinata con sè quando aveva accompagnata la padrona, era posta dentro una cassa più grande, ma la chiave non si trovava. Ella non sapeva che cosa contenesse; supponeva vi fossero degli altri denari, il frutto di lunghi anni di lavoro. Pensava di distribuirle in elemosine, di far dire delle messe in suffragio di quell’anima semplice e buona, quando, un giorno, il cameriere le presentò una piccola chiave, cascata da una vecchia veste della morta.
Era quella della cassetta. Come ella l’aprì, come ne trasse le cose che vi erano dentro, le sue mani cominciarono a tremare. V’era una vesticciuola che ella aveva portata a dieci anni, un ramoscello del fior d’arancio del suo abito nuziale, i vecchi quaderni delle sue lezioni, una puppattola con la quale aveva giuocato bambina, i carnets dei suoi balli, gl’imbuti di carta ricamata che avevano rivestito i mazzi di fiori offertile per le sue feste, le imagini di santi ricevute in premio al tempo delle sue prime comunioni. Man mano che ella traeva uno di quegli oggetti sformati e scoloriti, i rottami della sua vita che un affetto cieco, del quale ora apprezzava l’intensità, aveva serbato come reliquie, era una trafittura che ella sentiva al cuore. In un angolo, tra vecchi fiori e nastri di cappelli, stava il suo ritratto di fanciulla, quella che ella non era riuscita a trovare quando aveva voluto donarlo ad un amato. Non contenta di starle sempre al fianco, la vecchia aveva voluto custodir la sua imagine; quelle cose religiosamente raccolte, per tanti e tanti anni, attraverso continue peregrinazioni, dicevano la devozione, l’idolatria che quel povero essere aveva avuto per lei. Le reliquie le restavano ora tutte dinanzi: ella le contemplava con occhio arido e fisso. Il pensiero di non poter più confortare quella povera donna d’un sorriso, d’un abbraccio, l’opprimeva. Ella non l’aveva pianta neppure! Adesso rammentava tutte le volte che l’aveva maltrattata, che le aveva date delle risposte dure, che l’aveva respinta come un essere inferiore, incapace di comprenderla. Invece, la buona creatura le si era attaccata sempre di più. Che bene le aveva voluto! Come l’aveva protetta bambina, come l’aveva ammirata fanciulla e sposa! “Tu sembri una regina!..” Che orgoglio metteva nel farla più bella, che indulgenza nel piegarsi a tutte le sue volontà! In ogni suo dolore, ella l’aveva trovata al fianco, vigile, inquieta; era vissuta della sua vita, era morta quasi per lei. Ed ella l’apprezzava ora soltanto; riconosceva, sempre tardi, che nessuno, mai, l’aveva amata così.