Federico De Roberto – L’imperio

I

Quando Ranaldi s’affacciò dal parapetto della tribuna, appoggiandovi la destra armata del cannocchiale, l’aula era spopolata. Scoccavano le due, e per aver salito più che in fretta le scale, dalla paura di perdere il principio dello spettacolo, il giovane ansava. Era anche un poco confuso e intimidito. Il bersagliere di guardia, al portone; più su, al primo piano, l’usciere che lo aveva avvertito di dover lasciare la mazza; l’altro usciere che, ancora più in alto, nella saletta già popolata di giornalisti vociferanti, gli aveva chiesto di mostrare la tessera, quasi sospettando in lui un intruso: quell’apparato, quella diffidenza, i visi sconosciuti, l’ignoranza della via, l’errore d’essere entrato nella sala del telegrafo prima di fare l’ultimo tratto di scale, lo avevano impacciato e quasi intimorito. L’impressione non era stata tuttavia tanto forte da impedirgli di notare l’angustia, la bruttezza e l’oscurità dei luoghi. Sapeva che l’entrata nobile serviva ai soli onorevoli e che alle tribune s’andava per altre vie; nondimeno anche queste avrebbero potuto essere lucide e decorose. I primi tratti della scala da lui salita erano invece così bui, che ad un punto egli aveva dovuto accendere uno zolfanello per non urtare contro il muro; più su il gas illuminava l’anticamera e il corridoio, piccoli, storti e ignobili come gli accessi d’un teatro di terz’ordine; salendo l’ultima rampa della scaletta di legno, erta, stretta e posticcia, gli era parso di arrampicarsi su per uno studio di fotografo. Un sordo crescente fragore lo aveva spronato, facendogli credere che i posti fossero già tutti occupati, che già il campanello del Presidente squillasse; invece la tribuna della stampa era vuota, quasi vuote le altre torno torno, eccetto una, la pubblica, dove i curiosi si pigiavano; e vuoto, deserto l’emiciclo. Alcune persone, probabilmente segretarii, ordinavano carte sul banco della presidenza; pochi onorevoli confabulavano accanto all’entrata, ed uno solo era seduto al suo posto: uno dei posti estremi del più alto ordine dei banchi.
Ranaldi comprese che quella doveva essere l’Estrema Sinistra. Non sapeva ancora se la Destra e la Sinistra che davano il nome alle parti politiche fossero quelle del Presidente rivolto all’assemblea, o degli onorevoli rivolti alla presidenza; ma la vista del zelante e solitario onorevole inerpicato sull’angolo dell’orlo dell’anfiteatro lo orientò: quella era la Montagna. Notando, all’altro capo dello stesso ultimo banco, una lapide nera con caratteri d’oro spiccante sulla tinta uniforme degli stalli, si confermò nella supposizione: quello era il posto di Garibaldi, non più occupato da nessuno dopo la morte del Generale. Ma neanche col cannocchiale il giovane riusciva a leggerne l’iscrizione; le stesse tavole dei plebisciti sul banco della presidenza, restavano nella lontananza. Dinanzi all’aula grandiosa Federico sentiva pertanto dissiparsi l’impressione di meschinità provata per le vie d’accesso, tornava anzi in preda a un senso di soggezione. Nella solenne ascensione delle gradinate dal piano un poco oscuro dell’emiciclo verso il cielo del lucernario donde pioveva una chiarità pacata, eguale, senza contrasti di raggi e d’ombre; nella sontuosità delle arcate e nella gravità delle colonne giranti attorno alle tribune; e più che altrove nell’imponenza del banco presidenziale, alto e massiccio come un altare sullo sfondo delle lapidi sacre, tra le quali spiccavano i simulacri dei Re, c’era qualche cosa del tempio. Non era quello, infatti, il tempio dove convenivano i fedeli al culto della patria e dove se ne celebravano i riti?
Le voci dei giornalisti che cominciavano ad entrare nella tribuna distolsero Ranaldi dalla contemplazione. Due di quelli che parlavano animatamente nella saletta proseguivano a discutere anche ora che s’avviavano a prender posto; ma non più col calore di prima, anzi piano e quasi sottovoce.
“Vedrai!… Vedrai!…” diceva uno, piccolo, magro, con una punta di barbetta sul mento, al compagno, piccolo anch’egli, ma grasso, con gli occhiali d’oro a stanghetta sulla faccia lucida e rossa; il quale replicava, soffermandosi e scotendo il capo:
“No, non è possibile!… All’ultimo momento?…”
“Anzi!… O perché?… La cosa è preparata accortamente… Le dichiarazioni del governo serviranno di pretesto…”
“Ma se ancora non si conoscono?…”
“Norsa, andiamo!… Sei troppo ingenuo!… Qualunque cosa il governo dichiari…”
“Ai voti!… Ai voti!…” esclamò un terzo giornalista, entrando frettolosamente nella tribuna, seguito da altri compagni, dei quali pareva volesse sbarazzarsi, ripetendo: “Ai voti! Ai voti!… La discussione è chiusa!…”
“Si voterà, poi?” domandò un altro.
“Puoi telegrafare alla Gazzetta la vittoria del ministero!”
“Ma guarda!… Guarda un po’!…” ad una nuova voce più squillante Ranaldi si rivoltò e scorgendo il cronista sopraggiunto additare qualcuno nell’aula, vide che questa già cominciava a popolarsi. “Ma guarda un po’ Vittoni che entra a braccio di Luzzi!”
“Si sono rimangiati i propositi battaglieri di ieri?”
“Buffoni!… Pagliacci!…”
Gli onorevoli scendevano le scale lentamente, soffermandosi a tratti, alcuni colle mani nelle tasche dei calzoni, altri coi pollici negli sparati dei panciotti, altri portando carte e giornali. Parecchi avevano già preso posto nei banchi degli ordini più bassi; molti restavano tuttavia in piedi, un numeroso crocchio si veniva formando a’ piedi della scala di sinistra, ingrossandosi dei nuovi venuti ai quali impediva il passo. Nuovi cronisti sopraggiungevano anche nella tribuna: l’uscio cigolava continuamente, le esclamazioni s’incrociavano.
“C’è già la palandrana del Sarchini!”
“Bello, il panciotto bianco del Valta!”
“Ma che ha il piccolo Pallastrini?… Peppino!… O Peppino?… Che ti prende?…”
Ranaldi, guardando col cannocchiale riconobbe nel gesticolante il celebre oratore Pallastrini, Giuseppe Pallastrini, la cui testa calva, sferica come una palla da bigliardo, aveva vista tante volte disegnata sui fogli umoristici. Una gran barba bianca, un naso aguzzo, un paio di occhiali d’oro: ed egli ravvisò un altro parlamentare celebre: Gori, il radicale austero. A poco a poco, secondo che i giornalisti li venivano nominando o additando, altri personaggi noti, grazie ai ritratti ed alle caricature, fermavano la sua attenzione: Marin il gran patriotta bresciano, superstite delle Dieci giornate, testa di cammeo dalla canizie veneranda; Marco Leoni, il garibaldino aristocratico, uno dei Mille chiamato ora “l’allievo carabiniere” per la rigidità dei suoi principii conservatori: alto, asciutto, elegante, con un altero portamento del capo, con un’aria di diplomatico nella redingote abbottonata: tutto l’opposto di Boldretti, troneggiante all’altra estremità dell’emiciclo, col viso grasso e rosso come congestionato, con una selva di capelli grigi, con baffi ancor neri, corti e folti: Boldretti, uno dei capi della Sinistra, l’ispiratore del democratico Campidoglio, l’oratore focoso ed ardente. Ma troppi visi di sconosciuti passavano nel campo del cannocchiale di Ranaldi, e invano il giovane cercava di riconoscere tutti coloro che i giornalisti venivano nominando, chiamandoli con tono confidenziale, rivolgendo loro domande, consigli e barzellette:
“Barresi cerca un’idea nel gilet di Santorelli… Corre voce che Cozzi-Balestri si sia mutata la camicia… Salandra, non fare il solletico a quel povero Bacchini…”
Abbassato il cannocchiale, il giovane volse uno sguardo circolare alle tribune che si erano venute popolando. Quelle della presidenza prendevano l’aspetto di vasti ed elegantissimi palchi, colle signore dagli abiti chiari e dai cappelli infiorati che ne occupavano i parapetti, colle file oscure degli uomini in piedi, nel fondo. In un’altra tribuna, sull’estrema Sinistra, si vedevano solo signore – le mogli degli onorevoli, certamente – ed anche nelle altre, tutt’in giro, molta gente prendeva posto; vuote soltanto restavano ancora la reale e quella d’angolo. Ma giù, nell’aula, la folla degli onorevoli cresceva di momento in momento e con la folla il brusio, il vocìo, l’animazione. Si vedevano gli uscieri andare e venire rapidamente; alcuni recavano carte e biglietti, altri disponevano i portafogli sul banco dei ministri, altri s’accostavano a qualche deputato che smetteva di discorrere e lasciava i colleghi. Scoppii di risa e parole pronunziate ad alta voce vincevano il sussurro, il ronzio d’alveare, e provocavano nuove osservazioni e commenti fra i giornalisti.
“Senti, senti come crocida Bettiloni!”
“Malvagna annunzia che il gruppo Picanelli si è trasportato a Frascati aspettando l’esito della votazione.”
“Se il Ministero è fottuto alla lettera P, vengono ancora!”
“Ma che succede?… Da quando in qua l’allievo carabiniere si abbandona alla lettura dello Squillo?”
“A momenti ne darà tre!”
“Bravo, Cerego: questa è buona!…”
Udendo nominar Cerego, Alvise Cerego, uno dei giornalisti romani più reputati, Ranaldi, si volse a guardarlo. Lungo, magro, vivace, mobilissimo, con gli occhietti roteanti, scintillanti e penetranti, Cerego, Pif dell’Era, si spenzolava dal parapetto, sorrideva ai deputati amici, tossiva con forza per richiamare l’attenzione di quelli che non badavano alla tribuna, lanciando motti e frizzi ai colleghi, tendendo le orecchie a tutti i discorsi, a tutte le notizie, a tutti i commenti.
“Non sapete di Maineri? Non viene per paura di Costi!”
“Il fiero Mabelli s’accosta all’onesto Ghironi… gli si inchina… gli stringe la mano!”
“No, sentite: è troppo canaglia!”
“Ortesi, di’ un po’: è vero che Toldi non viene più da Milano?”
“È stato colpito da un reumatismo al Borsetti!”
Ranaldi considerò il giornalista che aveva risposto con quella facezia: Ortesi, “Dragutte” del Pantagruele, un altro degli umoristi: un giovanetto, all’aspetto: imberbe, con appena un’ombra di baffettini biondi sul labbro carnoso, il naso aguzzo, un gran ciuffo di capelli castani sulla fronte.
“Ecco una compatta falange” osservava egli spenzolandosi dal parapetto “intorno al Giovannino: Tremarchi e Settemini, che fanno dieci; più Ottoboni: dieciotto!” Vedendosi guardato dall’Ortesi nell’atto che proferiva la freddura, Ranaldi gli sorrise. Appiccar discorso con l’arguto cronista gli sarebbe riuscito gratissimo. Ma già Dragutte, rivoltatosi dall’altra parte, esclamava, vedendo sopraggiungere un collega, un bell’uomo, barbuto e calvo, con le mani inguantate e imbarazzate da un fascio di stampe, dal cappello e dal binoccolo: “Oh, il Governo!… Bene arrivato il Governo!… Che notizie dei vessilliferi?”
“Rimpasto?… O bomba?… O connubio?…” incalzò un altro giornalista, rivolto al sopravvenuto. Questi, depositate le cose sue sul banco, afferratosi il barbone sotto il mento e facendolo scorrere tutto fino alla punta, nel pugno chiuso, rispose con aria di studiata gravità:
“Il Governo si riserva di dire se e quando risponderà…”
“Sul serio, Colombo” incalzò un altro “è vero che il tuo principale non ha voluto ricevere Zarini?”
“Domandane un po’ al tuo appaltatore che glielo ha spedito!”
Botta e risposta furono scambiate sorridendo, e Ranaldi ammirava la virtù di quella reciproca tolleranza. Senza guida, egli cominciava pure ad orientarsi. Il “Governo” era dunque Egidio Colombo, il Colombo del Nazionale, il foglio della Lega delle Sinistre, l’organo di Milesio, Presidente del Consiglio. Un nome pronunziato più volte alle sue spalle: “Borsi!… Onorevole Borsi!…” gli fece conoscere Scipione Borsi del Quotidiano, il deputato giornalista del Triumvirato, salito in visita alla tribuna della stampa e attorniato dagli ex-colleghi.
“Dov’è Avallini? Avete visto Avallini?…” domandava egli; e a un tratto, schiudendosi ancora l’uscio, gli fu risposto: “Eccolo!”
Ranaldi provò una delusione. Baldassarre Avallini, il “Signor di Camors” era un uomo d’età, tozzo, con un testone calvo, orecchi enormi e macchie di vaiuolo sul naso. Leggendone sulla Bandiera gli articoli spumeggianti di spirito, pieni di sapore d’arte, egli lo aveva immaginato giovane ed elegante, simile al Morello dell’Era che sopravveniva in quel punto, e che un collega chiamava: “Morello… Di’, Morello…”: tipo d’ufficiale di cavalleria in borghese: faccia magra, naso aquilino, baffi conquistatori, caramella all’occhio sinistro, pochi capelli, ma sapientemente accomodati, un grosso mazzo di violette, ingrandito da un giro di foglie, all’occhiello. Ma ad un tratto la voce squillante di Cerego attrasse di nuovo la sua attenzione verso l’aula:
“I vessilliferi!… i vessilliferi!”
Erano i ministri che entravano in quel punto e s’avviavano al loro banco. Accusati dal Triumvirato, dopo la scissione di febbraio, di non rappresentare più la Sinistra, uno di loro, Piretti, aveva asserito che ne erano rimasti i vessilliferi: la parola era rimasta, continuava ad essere adoperata con accento solenne dagli uni, con tono d’ironia dagli avversarii.
“Come son belli!” esclamava Cerego, frattanto. “Guarda quel Luzzi: che serafino! “Tanto gentile e tanto onesto pare…” No, la testa di Varinuzzi è proprio impagabile… E che fa Milesio?… Si tocca il sedere?… Spiega il vessillo?… Il vessillo! Il vessillo! Il vessillo!…”
Tutta la tribuna si mise a ridere, vedendo il Presidente del Consiglio cavare dalla tasca posteriore del soprabito un gran fazzoletto di colore e soffiarsi il naso: ridevano anche giù nell’aula, rideva anche Sua Eccellenza.
Ranaldi, spianato ancora una volta il cannocchiale, considerava ad uno ad uno i governanti, i supremi reggitori dello Stato, e ne riconosceva le figure rese popolari dalle fotografie e dai ritratti dei giornali illustrati ed umoristici, le più caratteristiche prima di tutte: la faccia lunga, glabra, quasi clericale, del Presidente del Consiglio; il cranio lucente e i baffi incerati del Generale Marghiera, ministro della Guerra; la testa quadrata, la barba quadrata, i capelli a spazzola di Viglianesi, ministro degli Esteri; il naso adunco, gli occhi sbuzzati, il pizzo baritonale del ministro delle Finanze. Un deputato, piccolo e grasso, con un testone rotondo e ricciuto, avvicinatosi a Milesio, gli diceva qualche cosa che Sua Eccellenza ancora in piedi si curvava a udire, senza guardarlo, con gli occhi sul banco, il viso inespressivo, e Cerego apostrofava:
“Melinuzzi, cominci presto con le paroline all’orecchio… Non rompere i freni all’automedonte… Infondi piuttosto un po’ di coraggio al defunto Coletti… Bene! Così!…” rincalzava, vedendo che l’on. Marinuzzi si volgeva al ministro degli Esteri: “Digli che non abbia paura, che Sonnino, se andrà al potere, lo manda ambasciatore alla Repubblica di S. Marino… E chi è ora quella palandrana che s’accosta al nostro venerato Agostino?… Guarda un po’ che lasagne!… Ma, Ortesi, chi è quella palandrana che si struscia contro il banco dei vessilliferi?”
L’interrogato, guardando dietro il cannocchiale, rispose:
“Mi pare un illustre ignoto.”
Ma ad un tratto l’altro, battendo le mani:
“È il cocchiere dell’ambasciata inglese!”
E allora Ortesi:
“Perdio!… Se non è lui!… Con quella faccia!… Con quelle lasagne!… Di’ un po’, Colombo, come si chiama il cocchiere dell’ambasciata inglese?”
“È l’onorevole Uzeda.”
“Ah, ecco!…” fece Cerego; e volgendosi al deputato, a voce alta, lo apostrofò: “Dica un poco, onorevole A, Bi, Ci, U, Zeta, guardi che la palandrana le piglia il lucido, se continua a strusciarsi così…”
Ranaldi sorrise ancora una volta. La redingote dell’onorevole era infatti abbondante ed appoggiato di fianco al banco governativo, parlando col Presidente del Consiglio e col ministro Mazzarini, egli faceva col busto una serie di brevi mosse in cadenza. Ma l’attenzione del giovane fu improvvisamente distratta da una esclamazione di Cerego:
“Pedrin s’avanza alfin!… Pedrin ascende il Calvario, seguito da alquanti Pitirolli… Tromba: attenti!”
Pietro Boglietti, il Presidente dell’assemblea, prendeva infatti posto sull’alto ed ampio seggio, e gli sguardi di Ranaldi andavano, dietro il cannocchiale, dall’uno all’altro banco, da quello del governo a quello della presidenza con un’attenzione crescente, con l’intima soddisfazione di trovarsi a quel posto, di vedere quegli uomini, di assistere a quello spettacolo. Quante volte, leggendo le relazioni delle tornate parlamentari sui grandi fogli politici, a Napoli ed a Salerno, aveva cercato di rappresentarsi il luogo e le persone, la viva fisonomia di Montecitorio!… Ora vi si trovava e riconoscendo dinanzi ed intorno a sé i maggiori uomini di governo, i più autorevoli rappresentanti del popolo, i moderatori della pubblica opinione più reputati per la gravità o la spigliatezza dell’ingegno, un senso di compiacimento lo animava. Le facezie di Dragutte e di Gravoche erano gustose nella loro birichina irriverenza; ma già i cronisti più seri prendevano posto, ordinavano carte, o curvi sulle ribalte cominciavano a scrivere, interrompendo il lavoro per prendere le loro copie degli ordini del giorno, dei disegni di legge, delle stampe ufficiali che l’usciere veniva distribuendo. Ranaldi lo vide avvicinarsi, poi allontanarsi senza avergli dato nulla: egli non osò reclamare.
Fra poco avrebbe pure udito i discorsi solenni dei grandi oratori, avrebbe assistito all’epilogo della gran lotta che si combatteva da una settimana, ne avrebbe visto l’esito dal quale sarebbero dipese le sorti del Paese. L’aula era piena oramai; zeppa a sinistra, un poco meno popolata a destra; ne saliva alle tribune un fragore come di folla in fermento; e le stesse tribune, nessuna delle quali era più vuota, sebbene nella diplomatica e nella reale non vi fosse la ressa delle altre, rumoreggiavano dall’impazienza.
Il giovane abbracciava con uno sguardo la scena, impressionato, commosso dalla maestà di Montecitorio, Foro della nazione, Basilica della terza Roma; quando, dietro di lui, una voce disse con tono breve e secco:
“Hanno mandato un altro?”
Voltatosi, vide un giornalista che lo guardava, dietro le lenti, con freddi occhi interrogatori. Capì d’avere occupato uno stallo già preso, e domandò al sopravvenuto:
“Questo posto non è libero?”
“Nossignore: tutta la prima fila è occupata.”
“Scusi, non sapevo…”
In quel momento il campanello del Presidente squillava, molte voci gridavano: “Ai posti!… Ai posti!…”
Dalla confusione, alzandosi, Ranaldi mise un piede in fallo e dovette appoggiarsi alla colonna. Allora, sotto la mano, sentì che la grave colonna sorreggente l’arco solenne era di legno foderato di cartone.

Da principio, i rumori cessarono: nelle tribune la gente era tutt’occhi e tutt’orecchi; nell’aula gli onorevoli s’insediavano, abbassavano le ribalte, leggevano le carte ufficiali, o scrivevano, o guardavano per aria, aspettando. Poi come uno dei segretarii, l’onorevole Torresio, leggeva con voce squillante e rapida il processo verbale della seduta precedente, un rapporto interminabile, a poco a poco le conversazioni si riappiccarono: non era più il frastuono di poco prima, ma un borbottio sordo sordo, quasi un accompagnamento di contrabbassi al falsetto del segretario. Ranaldi al secondo ordine di banchi, dove aveva trovato un unico stallo vuoto, non udiva una parola della lettura; udì ad un tratto i cronisti esclamare ad alta voce: “L’incidente!… Ci siamo!…” e interrogarsi l’un l’altro: “Chi è?… Chi è?…” Un deputato dell’Estrema, l’onorevole Bigli, aveva chiesto di parlare sul processo verbale, per ottenere che rettificassero il senso d’una sua frase; ma il Presidente, da principio con molto garbo, poi un poco concitato, gli dimostrava che nel rapporto era detto appunto ciò che egli voleva. “Ma sì!… Ma sì!…” gridava Momi Cèrego; e altri colleghi: “Bigli, finiscila!… Pappino ha ragione!… Se lo fate arrabbiare a quest’ora!…” Bigli, aperte le braccia in atto di remissione, sedette. Ma le esclamazioni, nella tribuna della stampa, ricominciarono più vivaci all’annunzio di alcune interrogazioni. L’on. Gorgias interrogava il ministro dei lavori pubblici sull'”ubicazione” d’una fermata in una ferrovia di Sardegna; l’on. Mari il ministro dell’interno sopra uno sciopero di sigaraie in una manifattura di tabacchi del Veneto. Le sigaraie dell’uno e la fermata dell’altro, accesero un foco di fila di apostrofi, di motti, di epigrammi, di allegri commenti: “L’ubicazione! L’ubicazione!… A destra! Passate a destra! Torna a destra!…” Dragutte, coll’indice teso, additava al ministro dei lavori pubblici la parte destra dell’aula; poiché infatti l’on. Marzoli era un ex-moderato passato tra i progressisti dopo il Settantasei; ma i vicini del cronista esclamavano: “Lascialo dire! Lascia ubicare su Gorgias! Lo ubicheremo noi?… Lo ubicherete voi?… Egli lo ubicherà!…” Poi tutta la Camera rise pel mancato lavoro delle sigaraie; ma le interrogazioni non erano finite: ce n’era una intorno allo scioglimento del Consiglio comunale di Casalnovo, un’altra sui danni prodotti da un’alluvione in Calabria, un’altra sull’applicazione d’un comma d’un articolo d’un regolamento. Nessuno udiva né gli interroganti né i ministri; le conversazioni erano generali, nell’emiciclo, e il Presidente tratto tratto scampanellava: dei giornalisti, alcuni cominciavano a consegnare dispacci al fattorino del telegrafo o all’usciere, altri, come il grave Colombo che Ranaldi aveva adesso sotto di sé, riempivano con poche righe di carattere largo le brevi cartelle che poi numeravano; i più almanaccavano sull’esito della battaglia: “Trenta voti di maggioranza… Bisogna vedere che fanno a destra… Quanti sono?… Quattrocentododici fino a stamani… Vedrai che neppur oggi si voterà…” Esaurite le interrogazioni in mezzo a un grande frastuono, la Camera continuò a rumoreggiare; molti deputati, lasciati i loro posti, si raggruppavano qua e là; il Presidente aveva intorno parecchi colleghi coi quali parlava animatamente; Ranaldi guardava in giro un po’ stanco; impaziente d’udire un vero discorso, quando risonò una scampanellata più energica, più lunga delle altre e nella tribuna esclamarono: “Griglia… Griglia… Silenzio!… Sst!… Zitti!” L’on. Griglia, il più eminente uomo di Destra, pubblicista ed oratore, finanziere e diplomatico, ex-Capo del Governo, sorgeva in quel momento; ma Ranaldi dovè mettersi in piedi per scorgerne la forte testa, la calva e rosea nuca contornata da una corona ancor folta di capelli bianchi come neve, la barba candida anch’essa, che sul viso florido e nudrito lo rendeva rassomigliante al San Giuseppe delle Sacre Famiglie.
Nell’aula, un gran rimescolio; gli onorevoli di sinistra lasciavano i loro posti e i loro banchi per affollarsi intorno all’oratore; ne venivano molti perfino dall’Estrema.
Il Presidente scampanellò ancora una volta: ma quando Griglia cominciò: “Onorevoli colleghi!…” non s’udiva più neanche uno zitto.
“Onorevoli colleghi! Il dibattito al quale assistiamo da giorni, se da una parte… assume nondimeno dall’altra… di risultati indubbiamente fecondi…” Deluso e irritato Ranaldi sporgevasi quanto più gli era possibile, concentrava tutta la sua attenzione sull’oratore per afferrare tutte le parole; ma la voce non arrivava lassù nitida e chiara se non quando Griglia volgevasi verso il centro della Camera. Tuttavia, guardando intensamente l’onorevole, protendendo tutto se stesso verso di lui, Ranaldi comprendeva il senso delle monche frasi.
La situazione parlamentare, secondo Griglia, era delle più curiose.
Il Ministero sorto dalla Sinistra, presieduto da uno dei suoi più obbediti capitani, accolto come salvatore del partito dai suoi maggiori organi, incoraggiato, applaudito, fedelmente seguito da quel lato della Camera, era adesso accusato, in quel lato della Camera, di apostasia e, “nol vorrei dire”, di tradimento… Suoni rauchi, scoppii come di tosse malfrenata s’udirono nella tribuna. Un certo movimento avvenne anche tra i colleghi dell’oratore, ma questi proseguiva. A chi dar credito: al gabinetto ed ai suoi fedeli, che sostenevano sempre lo stesso programma; o ai suoi avversarii che non lo credevano più genuino?
Il dibattito avrebbe potuto non interessare per niente l’altra parte della Camera dove l’oratore ascriveva ad onore di sedere, giacché essa sarebbe stata cattiva giudice della sincerità di idee non sue; anzi la discordia degli avversarii avrebbe dovuto esser per lei ragione di contento; ma estranea a quella lotta, un dovere le incombeva: osservare le promesse fatte al Paese, lavorare all’attuazione del programma suo proprio. Egli rammentava il discorso tenuto alla associazione costituzionale di Venezia durante il periodo elettorale, il discorso nel quale, accettando le riforme volute dalle due Camere e sancite dal Re, invocava una sosta nelle novazioni politiche. Il popolo italiano erasi mostrato degno delle maggiori libertà a lui accordate…
“Da lui volute” interruppe una voce brusca a Sinistra.
L’oratore sostò un poco guardando verso l’interruttore, poi riprese, con tono d’arrendevolezza cortese nella quale era un sottile rimprovero al mal garbo della correzione: il popolo erasi mostrato degno delle maggiori libertà chieste ed ottenute, ma esso aveva altri bisogni più gravi, più prementi, alla soddisfazione dei quali era mestieri che si rivolgessero ormai tutte le cure della rappresentanza nazionale… E con fraseggiare dignitoso e signorile, facile, soprattutto, come una lettura; senza incertezze, senza brusche reticenze, senza grossi effetti; con gesti sobrii, con atteggiamenti sempre ben composti, egli enumerava questi bisogni: l’instaurazione della giustizia nell’amministrazione e della sincerità nel bilancio; la razionale sistemazione del sistema tributario; la stipulazione di convenienti accordi commerciali con paesi vicini; l’assicurazione, principalmente, dell’ordine all’interno e della pace all’estero; libertà ordinata e dignitosa pace…
L’oratore non era applaudito ancora, ma ascoltato con attenzione crescente: al banco del governo alcuni ministri, il Presidente del Consiglio fra gli altri, tenevano la mano cupa all’orecchio per non perdere una parola; gli onorevoli affollati ai piedi del settore avevano tutti il collo teso e gli sguardi rivolti al collega: la meccanica uniformità di quell’attitudine faceva un poco sorridere Ranaldi. Il suo posto, rispetto all’oratore, era tale, che l’uditorio rivolto a Griglia pareva rivolto anche al punto della tribuna donde il giovane si protendeva a udire; e tutte quelle facce umane raggruppate sotto di lui, immobili, attonite o vuote d’espressione gli erano per lui una vista quasi comica. Forse contribuiva a quest’effetto un’altra impressione non ancora ben definita, un disinganno simile a quello provato nell’attraversare l’oscura e meschina parte di Montecitorio che dava accesso alla tribuna della stampa, nel sentire che le svelte colonne non erano di marmo ma di cartone. Il senso di delusione ch’egli adesso provava era simile, ma d’ordine diverso, tutto morale: Griglia, uno dei più reputati oratori della Camera, l’uomo politico pel quale senza conoscerlo, senza averlo mai visto né udito, egli aveva concepito un’ammirazione calda, veemente ed esclusiva come un amore, parlava in quel momento: tutta la Camera, tutte le tribune pendevano dalla sua bocca – e che diceva egli? Pace con rispetto, libertà con ordine, elasticità dei bilanci, sincerità delle cifre: periodo di raccoglimento, lavoro fecondo: luoghi comuni di cui erano zeppi gli articoli dei giornali. Tutto il discorso dell’onorevole pareva al giovane un articolo di giornale: a certi passaggi, egli pensava: “Dove ho letto, da chi ho udito dire la stessa cosa?…”. L’articolo aveva una forma corretta, nobile ed insieme elegante; le parole erano scelte, le frasi armoniosamente composte: ora egli non ne perdeva più alcuna; ma non trovava l’aspettata manifestazione di un pensiero nuovo, profondo, dominatore, sovrano…
La voce dell’oratore arrivava più chiara a tutta la Camera mano mano che egli avvicinavasi alla conclusione. Non già che si riscaldasse, che gridasse: neppure si poteva dire che il tono della voce si fosse innalzato; ma essa era più francamente emessa, più nettamente articolata, netta e franca come le dichiarazioni finali dell’onorevole. Quel programma pratico di riforme organiche, di raccoglimento fecondo era il suo: egli intendeva che si sostasse nelle riforme politiche non già perché ne disconoscesse la convenienza, ma perché non poteva affermarne l’urgenza. “Urge una sola cosa: assicurare al Paese la tranquillità di cui ha bisogno…” I primi applausi gli troncarono in bocca le parole: applaudivano i deputati di destra rimasti ai loro posti. “I favoleggiati prodigi del giardino d’Armida sono, per disavventura, impossibili: non v’è ubertà di suolo né clemenza di stagione, né assiduità di cure da consentire che mentre spunta una generazione di frutti, l’altra maturi…” Nuovi applausi. “Bisogna che i periodi di attività e di riposo s’avvicendino: altrimenti il campo si esaurisce. Questa stessa prudenza ci guidi nell’orto morale; perché la vegetazione delle idee è misurata come quella delle piante… Diamo tempo alle riforme votate di metter radici, di produrre tutti i loro frutti; altrimenti metteremo a dura prova la salute del Paese… Noi siamo quant’altri devoti alla causa della libertà e del progresso; il nostro amore, può parere tiepido forse perché è troppo geloso…” I bene, i bravo fioccavano ormai quasi ad ogni frase. “Del resto, il problema da risolvere non è tanto politico quanto sociale… La società nostra non ha tanto bisogno di franchigie, quanto di giustizia… Io seguirò chi si metterà su questa via… Gli oratori che mi hanno preceduto hanno guardato alla fede di nascita del ministero: io guarderò alla sua fede di battesimo…”
Griglia sedette mentre scoppiava un applauso lungo e caloroso: tutta la destra gli s’affollò intorno, gruppi animatissimi discutevano, giù nell’aula, vivacemente; molti onorevoli gestivano accalorati come sul punto di venire alle mani: nella tribuna, ognuno diceva la sua: “E dopo?… Sempre fine l’amico!… Voterà contro o a favore?… Ma che volevate dicesse?… Riconosce ora che il Paese si è mostrato degno della riforma? E quando ne aveva paura?… Bello, il socialismo della destra!… Non ancora connubio: fidanzamento!…”
Ma già una energica scampanellata annunziava la ripresa della seduta: Ranaldi vide sorgere a sinistra uno degli onorevoli che egli già conosceva: il marchese Reggiano,
“Il ministero, nato dall’equivoco, non smentisce la sua origine, e nell’equivoco e con l’equivoco, continua a vivere.”
Era entrato di botto in argomento, senza preamboli, senza espedienti rettorici; e la voce, il gesto, tutta l’espressione della sua persona somigliava quella d’un pubblico accusatore.
“Non per questo noi chiamammo tanta parte del Paese alla vita pubblica… non per questo sentimmo il bisogno di ritemprarci nella comunione col Popolo… non questo gli promettemmo… non questo egli aspettava da noi!…”
Tagliava l’aria col braccio, scrollava il capo, fremente di sdegno, fervido di ideali. “Il dodici novembre ’82 doveva segnare una data non solo nella storia parlamentare, ma in quella della Nazione…, da quest’aula partire una voce gagliarda capace di scuotere, di vivificare, di suscitare…” Come l’eloquenza dell’oratore era diversa da quella del preopinante, così il contegno dell’uditorio mutavasi: una specie di nervosità elettrica serpeggiava, scuoteva la folla dal raccoglimento un po’ torpido in cui la compostezza impeccabile di Griglia l’aveva immersa; i bravo i bene erano gridati quasi in tono di sfida; gli applausi calorosi d’un manipolo di amici rispondevano al mormorio ostile dei banchi ministeriali; ma, come la sorda agitazione cresceva, così Reggiano parlava più alto, più forte, più aspro. Quasi un domatore che più sente recalcitrare la bestia e più le stringe il morso e la sferza, egli non dava tregua al partito del governo: “Gli uomini che seggono a quel banco avevano una missione da compiere…: essi hanno dimostrato di non comprendere qual era e qual è… Non li affratella un ideale, non li unisce il partito…” Le interruzioni erano continue: “È vero!… No! Sì!… Bravo!… Benissimo!…”
Nella tribuna della stampa, molti cronisti scrivevano rapidamente per tener dietro all’oratore; alcuni come Cèrego e Dragutte, prendevano solo qualche appunto; quasi tutti, amici ed avversarii, scambiavano sguardi e brevi commenti per accertare o almeno concedere la vivacità dell’assalto, l’effetto che, nonostante la resistenza delle falangi fedeli, esso produceva sulla Camera. E quando Reggiano dopo una perorazione più concitata, più rapida, fatta d’argomenti incalzanti, enumerò le responsabilità cui i sostenitori di quella politica andavano incontro e dichiarò: “Altri le affronti, io voterò contro…” la Camera restò agitata, turbata, quasi sconvolta dal soffio di quell’eloquenza impetuosa. Sorse un altro a parlare, al centro sinistro, ma nessuno lo udiva, tanto animate e calorose erano le discussioni impegnate dovunque, intorno ai banchi, a piè delle scale: il Presidente scampanellava ogni cinque minuti, ma non gli davano retta; gli stessi cronisti dimenticavano di scrivere per commentare il discorso.
Il nuovo oratore parlò dieci minuti in mezzo ai rumori, accolto dalle grida di: “Basta!… Chiusura!” dei pochi deputati che gli badavano. A un tratto Ranaldi udì intorno a sé scoppii di risa, esclamazioni gioconde: “Ci siamo! Ci siamo! Adesso viene il bello!… Sortini!… Sortini!…” L’onorevole Sortini, un uomo tozzo, molto barbuto, con una gran catena d’oro sul panciotto, era sorto a sinistra, ma egli aveva appena aperto bocca che risate ed apostrofi cominciarono a fioccare dalla Camera e dalla tribuna.
“Onorevoli colleghi, mi direte che abuso della vostra pazienza…”
“Che!… Si figuri!… Parla! Parla!… Parli Sortini!…”
“Però io prometto che sarò breve…”
“Benissimo!… Bravo!… Promissio boni viri!…”
“Onorevoli colleghi, se credete che la discussione non è matura…”
“Ah! Ah!… poveretta!… Mettila sulla paglia…”
Imperterrito, egli continuava, ingrossando la voce, gesticolando con le braccia corte e grosse che facevano i manichi di quella pignatta che era il suo tronco: ma la voce era naturalmente debole; talché non arrivavano lassù, alla tribuna, se non mozziconi di periodi, lembi di frasi rotte, parole, ognuna delle quali provocava un nuovo accesso di ilarità…
“L’Italia è vergine… Quei banchi sono impotenti… L’orizzonte del gabinetto…”
Cèrego, specialmente, non ne perdeva una: quando finiva di torcersi dalle risa, gridava ai compagni: “Zitti!… State a sentire!… No, oggi è veramente sublime…” Ranaldi era scandalizzato del contegno dei giornalisti: l’oratore si esprimeva con immagini un po’ stravaganti, saltava da un argomento all’altro; ma non pareva al giovine che dicesse cose veramente ridicole, molto diverse da quelle che si leggono sui giornali e s’odono nei caffè e nelle farmacie. Durante una tregua delle risa, Sortini affermava giunto il momento d’avere il coraggio delle proprie opinioni, di decidersi risolutamente di saltare il fosso “fare, onorevoli colleghi, come diceva il personaggio di Dante Alighieri…” Momi, Dragutte cominciavano già a gongolare, gridando: “Zitti!… Ah!… Ah!… Sentiamo Dante Alighieri… Sentiamo che fece il personaggio…” E l’oratore: “…che giunto alla riva del pelago non si ferma già, né torna indietro, ma si volge all’acqua perigliosa e guada…” Scrosciò una risata così generale, in tutti i banchi, da tutte le tribune, che l’oratore restò colla bocca aperta e le braccia tese in atto di slanciarsi a nuoto. Poiché vide ridere anche i suoi vicini di banco, si chinò verso di loro, interrogandoli, voltandosi da destra a sinistra e viceversa; ma, come la risata non finiva, egli si risolse a concludere: “Insomma: chi comprende la situazione tanto meglio; chi non la comprende o non la vuol comprendere, tanto peggio…” “Bravo!… Benissimo!… Ah! Ah!…”
“Per conto mio non farò come quelli che, non contenti di tenere un piede nella maggioranza e uno nell’opposizione, vogliono anche metterne un altro…”
Allora tutta la Camera si torse, le risa convulse, spasmodiche come singulti formarono un concerto in mezzo al quale le ultime parole del disgraziato si perdettero.
Ma la calma e il silenzio si ristabilirono come per incanto quando sorse a parlare l’on. Corsi, il celebre leader dell’Estrema Sinistra. Ranaldi che aveva riso con gli altri alle ultime sparate del Sortini e s’era ricreduto, a suo riguardo, riconoscendo meritata l’accoglienza fattagli fin da principio, rivolse tutta la sua attenzione al nuovo oratore. Non udì neppure una parola, e provò una grande delusione. Corsi era rauco, la voce uscivagli rotta dalla gola come se parlasse mangiando; poi la distanza, le cattive condizioni acustiche dell’aula rendevano più confuso il suono inarticolato che arrivava alla tribuna. Ranaldi comprendeva però, dal solo aspetto del deputato radicale, il genere della sua eloquenza. Le mani, le braccia, la testa, tutta la persona, non stava un istante ferma. Mostrando delle carte, egli vi batteva su cinque, sei, sette, otto volte con la destra; additando il banco ministeriale pareva lavorasse a far penetrare un succhiello nell’aria, e alzava le braccia, le incrociava sul petto, si voltava da tutti i lati. I suoi colleghi, compresi quelli dell’altro lato della Camera, gli s’affollavano intorno, gli prestavano un’attenzione così profonda come quella accordata a Griglia; e sui banchi dell’Estrema le interruzioni approvative ed ammirative gli erano frequenti. Ma più parlava, più confusa arrivava la sua voce alla tribuna della stampa; e solo i reporters anziani, quelli che comprendevano gli oratori dall’atteggiamento della persona, annunziavano che il discorso era una requisitoria contro il ministero, più severa, più ardente, più acre di quella pronunziata dall’on. Arconti. Quella dichiarazione di guerra, dopo il discorso di Arconti e la buffa difesa di Sortini, e le riserve diplomatiche di Griglia, produceva un senso d’inquietudine tra i giornalisti ministeriali: Ranaldi lo comprendeva a certe frasi che i suoi vicini si scambiavano sotto voce, alla baldanza degli oppositori. “Scendono!… Scendono!… La baracca Milesio è in ribasso!… Guardate quel Curti-Sapioli: se non pare un cane bastonato!…” Alcuni facevano anticipatamente il computo dei voti: il ministero aveva per sé un centinaio di suffragi sicuri, a sinistra; all’opposizione c’era il partito dei duumviri, tutta la sinistra giovane, tutta l’estrema. I centri si sarebbero scissi; a destra, astensione prevalente e quasi generale: tutto sommato, una maggioranza a favore d’una diecina di voti, se pure; tale, in ogni caso, da non poter salvare il governo. Ma i ministeriali davano per sicura una maggioranza di trenta voti, almeno; Cèrego, quantunque non fosse parso a Ranaldi molto sicuro, dimostrava che, se fossero arrivati col treno dell’alta Italia, i deputati che avevano annunziato la loro presenza pel momento del voto, la maggioranza di 45 o 40 voti era certa. Solo Colombo non parlava, badava a scrivere, cartelle sopra cartelle, a consultare le prime colonne del resoconto sommario del quale Ranaldi aveva chiesto una copia all’usciere. Non potendo udire Corsi, che era interrotto sempre più spesso da approvazioni sempre più calde, egli leggeva quelle colonne, umide, odoranti di tipografia; e nonostante la stanchezza, e l’intorpidimento di tutta la persona, poiché da tre ore restava fermo al suo posto, non pensava ad andarsene, afferrato da un interesse simile a quello che si prende in teatro ad un dramma. Più grande, anzi, poiché il dramma era reale e non concepito freddamente a tavolino da uno scrittore; e i personaggi recitanti nell’aula parlavano per proprio conto, spinti da passioni realmente provate, e lo scioglimento impossibile ad antivedere, non era atteso soltanto per semplice curiosità, ma per la somma di conseguenze d’ogni genere che avrebbe avuto nella vita della nazione…
Pareva che il discorso del Corsi, finito tra applausi vivissimi ed insistenti, avesse accresciuto l’impressione di sgomento cominciatasi a manifestare sul principio: si vedevano alcuni deputati, che i giornalisti chiamavano tirapiedi di Milesio, andare a confabulare col capo del governo; salire e scendere pei settori accostandosi un momento all’orecchio dei tepidi amici, degli irresoluti, quasi per comunicare loro una parola d’ordine. Voci insistenti chiedevano: “Chiusura!… Chiusura!…” e specialmente nella tribuna della stampa gridavano: “Ai voti!… Ai voti!… È tardi!… La chiusura!…” Ma il Presidente scampanellò, e sorse un altro oratore al centro sinistro. “Chi è?… Chi è?…” Dragutte annunziò: “To’! Il cocchiere dell’ambasciata inglese!…”
Il deputato che era stato a lungo intorno al banco ministeriale prima della seduta, cominciò a parlare, con voce un po’ malferma, ma chiara, tenendo tutt’e due le mani afferrate alla ribalta.
“Onorevoli colleghi, ho bisogno innanzi tutto di fare appello alla vostra indulgenza, se dopo gli insigni oratori che vorrei poter chiamare col nome di maestri…”
Non lo lasciarono finire: nell’aula rumoreggiavano, pestavano coi piedi; nelle tribune lo apostrofavano: “Andiamo!… A quest’ora!… Ma chi è?… Un neo, uno degli eletti dell’art. 100!…” Dragutte, specialmente, udendo che l’onorevole faceva con quel discorso il suo esordio parlamentare, pareva inferocito: “Ma chi ha mai esordito in una discussione sopra una quistione di fiducia?… Sta zitto, art. 100!… Mettetegli la museruola!…” L’oratore, finito il preambolo, sostò un momento, guardandosi attorno incerto e quasi sgomento; ma una violenta scampanellata e una vivace esortazione del Presidente, ristabilirono un relativo silenzio. Ricominciò, dicendo che la situazione di cui si discuteva non era senza riscontro nella storia parlamentare, e che il modo come altre crisi dello stesso genere erano state risolte, poteva esser seguito, o per lo meno dar lume in quel momento. Tutti si volsero a udirlo. La promessa d’un paragone dal quale poter trarre qualche criterio sul da fare, gli conciliava l’attenzione generale. “Onorevoli colleghi, la situazione presente è del tutto eguale a quella determinatasi, dopo il bill sull’emigrazione, nella House of commons, l’anno millesettecento…” Un Uh! generale, fragoroso come un colpo di vento, levossi da tutta l’aula; Dragutte gridò: “Fuori!… Alla porta!… Facciamola finita!…” altri giornalisti emettevano suoni incomposti, sibili, latrati, miagolii, nitriti, o battevano i piedi contro i banchi per soffocare la voce dell’oratore; il quale, adesso, preso coraggio, proseguiva imperterrito citando “l’illustre Macaulay…”, i “capisaldi del diritto costituzionale”, le opinioni dei “più chiari giuspubblicisti…”.
Gli Uh!… Uh!… l’accompagnavano, più forti, più lunghi, ad ognuna di quelle frasi; il baccano cresceva di momento in momento, diveniva così violento che gli squilli del campanello presidenziale quasi non s’udivano più.
“Ma chi è?… Dove l’hanno pescato?… Si può sapere chi diavolo è questa palandrana?… Nessuno lo conosce?… Colombo?… Colombo?…” Colombo che scriveva ancora senza prender parte al chiasso dei colleghi, sorridendo appena alle loro più violente apostrofi, disse: “È un siciliano… un principe siciliano…” Allora Dragutte si mise a cantare, forte: “Un prence egli è, e nulla più…” accompagnato dai vicini che facevano da contrabbassi; ma il canto e l’accompagnamento si perdeva nel gran concerto dei cronisti esasperati che grugnivano, bubilavano, crocidavano, cantavano la ritirata: “Ritirati, cappellon!… Ritirati, cappellon!” o gridavano dei “Bravo!… Bene!… Ma benissimo!…” ironici. Il Presidente, arrabbiatissimo, scoteva il campanello come se lo picchiasse sulle spalle di qualcuno, si rivolgeva all’oratore per incoraggiarlo, o forse per invitarlo ad essere succinto; ma l’oratore, dopo brevi pause, ripigliava: “Il partito whig non è la nostra sinistra… il nostro moderato non è tory…” E i muggiti, i belati, i guaiti, gli squittii, gli urli animaleschi salivano al cielo.
“Momi, la marcia!… La marcia, Momi!…” gridavano parecchi rivolti al Cérego incitandolo, spronandolo, ma Cérego pareva di malumore, non più disposto come al principio della seduta a far chiasso. “Su, Momi, la marcia!…” E Ranaldi, intontito, sdegnato, e suo malgrado sorridente, non sapeva che cosa significasse quell’invito, fin dove dovesse arrivare il baccano; quando Momi, dapprima a fior di labbra, poi a tutta voce e sempre rinforzando, intonò la fanfara reale: “Tarà, taratatà, tarataltà, taratà…” Allora tutti si misero ad accompagnarlo, con la voce, con le mani, coi piedi; e alle prime battute della marcia: “Perepè, perepè, perepè!…” il concerto divenne così alto che tutte le tribune, gli stessi deputati rumoreggianti e vociferanti, si volsero ai banchi della stampa.
E l’oratore continuava! Tranquillo, sicuro, disinvolto, quasi gli prestassero un’attenzione benevola, anzi lo incoraggiassero addirittura, continuava a parlare, a rivolgersi agli “onorevoli colleghi”, a consultare un suo foglio di appunti. Impossibile udire una sola frase: intendevasi solamente il tono interrogativo delle antipofore, l’accento vittorioso degli inferimenti improvvisi, poiché il discorso era un vero discorso, ordinato, pieno di effetti rettorici. I deputati, stanchi, seccati, presero il partito di uscire, a frotte, rumorosamente; ma neppure quella dimostrazione lo arrestò: dinanzi all’aula spopolata e ormai tranquilla, egli continuava a perorare. E adesso Dragutte, Cérego, tutti i giornalisti prima furibondi, esprimevano uno stupore straordinario, una ammirazione senza limiti. “Perdio!… Corpo!… Che faccia!… Che polmoni!… Che fegato!…” Essi si guardavano l’un l’altro e la loro meraviglia cresceva, udendo il discorso dell’oratore, una specie di lezione di diritto costituzionale che egli faceva alla Camera: “I partiti si avvicendano al potere… la Corona ha il diritto del veto… il ministero è responsabile!…”
“Ma, onorevole di Francalanza,” gridò a un tratto il Presidente “venga alla quistione!”
“Francalanza!… Oh, Francalanza!… Di’, franco-Lanza!…”
Udendo il nome dell’oratore, i giornalisti ricominciarono a motteggiare, a rumoreggiare, a tempestare; e l’onorevole, dopo essersi arreso un momento al richiamo presidenziale, spiegava ancora il meccanismo parlamentare, le attribuzioni delle due Camere, le facoltà del potere esecutivo. “Ma, onorevole di Francalanza, che c’entra questo?… onorevole di Francalanza, la Camera è impaziente!… Ma la prego, onorevole di Francalanza!…” Ogni due minuti il Presidente lo interrompeva; e i giornalisti, adesso, preso il partito della canzonatura, si chiamavano tra loro col nome dell’impassibile oratore, mutando il senso della particella nobiliare: “Di’ Francalanza; vieni fuori?… Deh, Francalanza, hai il resoconto sommario?…” Molti, come gli onorevoli, se ne uscivano; Ranaldi, a cui le gambe cominciavano a formicolare, li seguì. Nella saletta, il fumo di sigari era fitto come una nebbia; il frastuono, assordante: discutevano le dichiarazioni di Griglia, di Arconti, e di Corsi, profetavano l’esito della votazione, narravano il dietro-scena, denunziavano i maneggi dei corridoi, le trame dell’ultim’ora. Per tutti quei discorsi, per la contraddizione delle notizie, per la sicurezza con la quale i risultati diametralmente più opposti erano creduti e negati, la curiosità di Ranaldi cresceva. Egli comprendeva che la sicurezza era ostentata; che tolto un certo senso di baldanza negli oppositori, nessuno poteva garentir nulla; e l’aspettazione dell’ignoto verdetto diventava in lui ansiosa come se il voto lo riguardasse personalmente. “Parla ancora!…” annunziavano i cronisti che andavano un momento a vedere quel che avveniva nell’aula; e le storpiature del nome di Francalanza interrompevano la gravità delle discussioni. “Ma che muso!… Ma che tipo!… Questo vi dà il Paese!… L’articolo 100! L’articolo 100!…”
Allora le conversazioni prendevano un’altra piega, s’aggiravano sulla riforma elettorale, sulle speranze che aveva fatto concepire, d’una radicale rinnovazione dell’ambiente politico.
“La chiusura!… La chiusura!…”
Tutti corsero ai loro posti. Dopo l’ultimo discorso la Camera aveva votato la chiusura; alcuni deputati iscritti per parlare rinunziavano alla parola tra le approvazioni generali. Quando sorse il Presidente del Consiglio l’aspetto dell’aula divenne imponente; tutti gli onorevoli rioccupavano i loro posti, e parevano cresciuti di numero; a sinistra, specialmente, tutti i banchi e tutti i settori erano pieni; non più una tribuna vuota: popolate quelle del Senato e degli ex-deputati; folla d’uomini e parecchie signore nella diplomatica; una dozzina di persone e una dama anche nella reale; e in tutte le altre la gente affollata negli ordini più alti e protesa a guardare nell’aula pareva sul punto di precipitarvi. L’onorevole Milesio, magro, alto, chiuso nella severa redingote tra da militare in ritiro e da pastore protestante, guardò un momento in giro, aspettando che gli ultimi piccoli rumori si spegnessero e cominciò:
“Poiché la Camera – ha espresso la volontà – di venire al voto – io sarò brevissimo. – Del resto, anche – se mi consentisse di indugiarmi – io non potrei, oggi, trarre profitto della sua indulgenza. Le dichiarazioni del governo – sono fresche di appena tre giorni, – e non una virgola – noi abbiamo a mutarne…”
Egli parlava breve, conciso, quasi secco: col braccio piegato, il pugno chiuso e il solo indice aperto, faceva un gesto sempre eguale, come per tagliare, per stroncare i suoi periodi che non erano già molto lunghi. La dichiarazione alla quale egli si riferiva era stata anch’essa definita una parafrasi, una trascrizione del programma di Firenze: il ministero non aveva dunque bisogno di ripetere ancora ciò che aveva detto più volte… Al passaggio trascrizione, una voce interruppe: “Per canto e pianoforte…” provocando una risata. Ma l’oratore: “Se nel concetto dei critici, questa definizione implica un biasimo, io credo invece di poterla apprendere come una lode non piccola: la precisa ed insistente ripetizione che può parere monotonia è anche indizio di fedeltà; mentre le variazioni continue possono alterare il motivo fino a mutarne il carattere…” Risero qua e là; alcuni esclamarono: “Bravo! Bene!…” Ma la massa della Camera rimaneva silenziosa, attenta, impassibile. L’oratore non dovendo riesporre il programma del gabinetto, sentiva la necessità di rispondere ad alcune accuse mossegli in quei giorni. E cominciò a confutare le asserzioni di Corsi, di Arconti, dei deputati che avevano parlato nella seduta precedente: “Non è esatto dire – che il ministero… Se l’onorevole Bonacà volesse darsi la pena… Il programma di Firenze rispondeva anticipatamente – a queste difficoltà!…” Senza accorgersene, egli tornava su ciò che aveva promesso di non ripetere: e tutto il discorso, confutazione degli accusatori, riaffermazione di promesse e di impegni, pareva a Ranaldi rigido, grigio, stranamente intonato con l’ora crepuscolare, che stendeva nell’aula come un velo di nebbia e le sottraeva calore.
Ad ogni periodo il giovane credeva che l’oratore stesse per sedere, non avendo altro da dire; che il suo discorso dovesse finire in mezzo a quel gelo, senza un movimento vivace, senza una calda esortazione; pure, Milesio proseguiva. Il ministero non smentiva le sue origini: nessun atto, o parola degli uomini che sedevano a quel banco, poteva far sospettare che essi disconoscessero il loro partito. A quel banco essi non erano andati: erano stati mandati. Se il programma del gabinetto riscoteva approvazioni in altri lati della Camera, non era né ragionevole né possibile rifiutarle e respingerle. Esso aveva detto quel che era e quel che voleva: “Chi ci ama, ci segua”.
E sedette. Agli ultimi passaggi, l’ambiente erasi un poco riscaldato; le decise affermazioni avevano provocato qualche applauso; la stessa repentina illuminazione dell’aula giovava all’oratore; infine scoppiò un battimano nutrito. Ma Ranaldi sentiva ancora l’impressione di stento, di freddo provata in principio: gli pareva che Milesio, compresa l’ostilità della Camera, e già disposto ad andarsene, avesse parlato per dovere, senza impegno, senza zelo; e il giovane vedeva che, nonostante gli applausi finali, il giudizio dei giornalisti concordava col suo. “Ohi, Ohi! Poca lena, stamane!… E che diamine: neppure il solito appello agli amici?… Vecchio effetto, l’andati e il mandati…. Causa persa, mio caro!… Se si vota, stasera, il disastro è fatale!…” Nell’aula, un cicaleccio lungo, un mormorio sommesso, confabulazioni intime tra gruppi di vicini e d’amici, quasi nessuno volesse manifestare chiaramente il proprio pensiero: né i ministeriali le loro paure, né gli oppositori le cresciute speranze.
Quando il Presidente scampanellò per dar lettura dell’ordine del giorno, molte voci esclamarono: “A domani!… a domani!…” Allora alcuni, a sinistra, denunziarono la manovra, gridando: “No!… Si continui!… Avete paura!…”
Proposta la quistione, la Camera risolse, a notevole maggioranza, di proseguire. E cominciò la sfilata degli ordini del giorno, di fiducia, di sfiducia, di fiducia condizionata: “La Camera, udito… La Camera, convinta… La Camera, considerato…”
Quasi tutti i sottoscrittori che sorgevano a darne ragione, parlavano in mezzo alla disattenzione, ai rumori. Pochissimi, nella tribuna della stampa, badavano agli oratori; Colombo, adesso, riceveva ogni due minuti letterine in busta chiusa alle quali rispondeva con biglietti chiusi egualmente, che consegnava all’usciere; poi riprendeva a scrivere cartelle, metodicamente, come un impiegato nel suo ufficio, sordo alle voci dei suoi colleghi che o discutevano vivacemente, o facevano baccano: “Chi parla?… Bertè!… Beh! Lo leggeremo domani nel Dibattimento… Oh Oh! Marinetti!… Un discorso Marinetti: questo poi no!… Passa via!… Auh! Auh!… Psccct!… Bum!… Bum!… Zu!…”
Pitti, primo sottoscrittore d’un ordine del giorno favorevole al quale aderivano trenta deputati, ottenne un po’ d’attenzione; ma, poiché egli tentava una glorificazione del ministero, interruzioni vivaci e applausi insistenti soffocavano le sue parole. Quando sedette, fu fatto un secondo tentativo di rimandare la seduta: le grida “A domani!… Sì!… No!… No!… Sì!…” echeggiavano da tutte le parti. Questa seconda volta la Camera per pochi voti manifestò la volontà di continuare.
Ranaldi udiva i giornalisti formare pronostici prendendo lume da quelle votazioni, studiando gli aggruppamenti delle firme nelle proposte di deliberazioni; ma i criteri erano fallaci; e non tutti gli oppositori si dimostravano sicuri della vittoria; alcuni dicevano che bisognava fare i conti sul gregge degli incerti e degli incoerenti, sulla massa anonima ed acefala che non sapeva ancora come voterebbe e non avrebbe neppur saputo dopo la votazione come aveva votato… E Ranaldi, un momento persuaso che il ministero sarebbe rimasto soccombente, comprendeva ora come prima, l’impossibilità di prevedere il risultato.
Per lui, ogni deputato doveva già esser fermo in una decisione; avversario risoluto o sostenitore fin dal principio; e gli pareva strano che i lunghi discorsi di quella seduta potessero avere influenza sull’animo di un uomo convinto, che gli assalti di Corsi e di Arconti potessero indurre un ministeriale a votar contro, o la difesa di Milesio sottrarre voti all’opposizione. Ma doveva pur esserci un gran numero di indecisi o di mal fidi, se laggiù, nell’aula, invece di votare immediatamente, parlavano ancora, esortavano, predicavano, se era vero quel che dicevano i cronisti cioè che, nei corridoi, armeggiavano e complottavano. Allora, chi avrebbe potuto dire come sarebbe finita?
A furia di mettere e levar pesi nei due piatti d’una bilancia, da qual parte sarebbe traboccata all’ultimo istante? E il giovane si sentiva venire un’idea che giudicava curiosa, un po’ stravagante, ma non del tutto sbagliata: “Tanto vale affidarsene al caso! Mettere un sì e un no in un’urna e tirare a sorte!… Oppure giocarla a pari e caffo!…”
Un movimento generale, un mormorio d’attenzione lo trasse da quei pensieri: “L’allievo-carabiniere!… Silenzio, adesso!… State a sentire!…” Adornesi, l’allievo-carabiniere, da un alto banco dell’ultimo settore di destra, dominava la Camera con l’alta persona rigidamente composta: la mano destra nello sparato dell’abito, il braccio sinistro pendente lungo il fianco, lo sguardo fiso, le sopracciglia corrugate, come un generale sopra un colle nel momento che l’azione impegnata nella pianura sta per decidersi.
“In venti anni di vita parlamentare mai come in questo giorno m’è stato grave parlare. Ho visto in quest’aula combattere lotte accanite e scatenarsi formidabili tempeste; ho visto il bagliore dei lampi, ho udito il cozzo dell’armi, i clamori dei trionfanti e le querele dei vinti: ho visto ancora prepararsi congiure e scoppiare ribellioni violente; ma nelle battaglie, nelle ribellioni, nelle stesse congiure la legge della lealtà vidi sempre rispettata, non mai onorati e premiati i traditori…”
Parve a Ranaldi come se dei colpi di moschetto echeggiassero nell’emiciclo; uno scoppiettio propagavasi pei settori, voci e rumori così forti, brevi e secchi come spari d’armi. I cronisti scambiavano rapide occhiate d’intelligenza, esclamazioni d’allarme: “Ohi! Ohi!… Capperi, Adornesi!… Ora viene il buono!… Ora cominciano i cazzotti!…”
“Una voce amata e venerata…” l’oratore si volgeva verso Griglia “ha qui oggi detto che bisogna distinguere tra fede di nascita e di battesimo: so anch’io che alla fonte battesimale, sia qualunque il rito e il Dio, l’uomo nasce veramente alla vita dell’anima, ma a questa fonte voglio vedere accostare i catecumeni, non apostati…”
Un nuovo, più alto fragore accolse le parole dell’onorevole: applausi, urli, voci di rampogna, proteste di minaccia, un tumulto infernale. Adornesi parlava ancora, gridava anzi, accompagnando la voce con gesti imperiosi, ma non si udiva più nulla, altro che lo squillare del campanello, l’esortazione disperata: “Onorevole Adornesi!… Onorevoli colleghi!!” del Presidente furibondo e abbaiante. All’Estrema Sinistra applaudivano un gruppo di quattro o cinque deputati con più calore che non a destra; ma in ogni parte della Camera gli onorevoli non badavano tanto all’oratore quanto ad apostrofarsi, ad accusarsi, a sfidarsi l’un l’altro. “Mo’ si mettono le mazzate!… Bene!… Bravo!… Stasera finisce a cazzotti!” esclamavano alcuni giornalisti gongolanti; altri si interrogavano in mezzo al tumulto: “Ma allora?… Vota contro?… La destra si divide?… E Griglia?… Chi ci capisce più nulla!…”
L’oratore, infatti, appena poté farsi udire, spiegò che il suo dolore, in quel momento, veniva dalla necessità di doversi separare dal capo del suo partito, di non poterlo seguire nella promessa dell’aspettazione benevola.
Nulla di buono poteva uscire dall’equivoco, dalla confusione, dalle beghe immorali… Ancora grida, ancora urli. Egli sedette senza che le ultime parole potessero udirsi.
“Ai voti!… Ai voti!… Ai voti!…”
In mezzo a un frastuono d’inferno gli ultimi ordini del giorno furono ritirati; Milesio sorto un momento a parlare, dichiarò d’accettare quello di Pitti. Ranaldi credeva che avrebbe risposto sdegnosamente alle accuse di Adornesi; invece, dopo quella dichiarazione scussa scussa, sedette.
E cominciò l’appello nominale. La disfatta del ministero pareva ormai a Ranaldi inevitabile; se mezza destra seguiva Adornesi, se quasi tutta l’Estrema Sinistra seguiva Corsi, quelle due grosse pattuglie unite alle fazioni di sinistra antiministeriale dovevano formare una maggioranza ostile. I no fioccavano spessi, risoluti, quasi trionfatori. I giornalisti ministeriali erano serii e taciturni; alcuni, in piedi, con un foglio in mano, facevano il conto dei voti; quelli che non scrivevano ostentavano una falsa fiducia, scherzavano, apostrofavano i votanti per nascondere la loro paura; solo Colombo, sempre seduto, conservava la sua serenità, non chiacchierava, non cantava vittoria né lagnava la sconfitta.
I sì e i no s’udivano da destra, da sinistra, saltellanti come le note d’un pianoforte i cui tasti sono toccati a caso. A poco a poco, i sì dapprima molto scarsi cominciavano a spesseggiare: alla lettera C le due parti s’equilibravano. E a un tratto cominciò una sfilata di sì, rapidi, impazienti, interrotti a rari intervalli da qualche no sonoro e violento che provocava risate.
I ministeriali riprendevano ardire; Cèrego esclamava: “I miei quaranta voti, vedrete!…” Ormai, che il ministero resterebbe vincente cominciava a non esser più dubbio. Ranaldi, affranto, esausto, intirizzito da sette ore di assoluta immobilità s’alzò, ma senza andar via, poiché non comprendeva quel che avveniva, l’agitazione dei deputati, le esclamazioni dei suoi vicini: “Il patto è stretto!… Quel Nicotera… c’è riescito!…”. E ormai non s’udivano altro che sì, sì, sì, sì, sì. Le proporzioni della già dubbia vittoria crescevano da un momento all’altro e cresceva il fermento nelle tribune e nell’aula.
La maggioranza era di quaranta, sommava a sessanta, s’avvicinava a settanta voti. Quasi tutta la Destra seguiva l’esempio di Griglia che aveva votato a favore; Adornesi restava in compagnia di una dozzina d’intransigenti. Gli astenuti erano pochissimi; come per effetto di un contagio, come non potendo dire altrimenti, tutti rispondevano sì, senza esitare. La proclamazione, 263 favorevoli, 140 contrarii e 12 astensioni, fu fatta in mezzo a un clamore di piazza in rivoluzione.
Ranaldi che non ne poteva più e non si reggeva in piedi, e non era riuscito a capire, s’avviò per uscire. E nella saletta, per le scale, dinanzi all’uscio dell’ufficio telegrafico, non udiva che voci di giornalisti d’opposizione esasperati, insulti rivolti alla maggioranza ministeriale, come, prima della seduta, aveva udito gli insulti dai ministeriali rivolti alla temuta opposizione: “Farabutti!… Mascalzoni!… Cretini!… Branco di pecore!… Che fior di canaglia!…”

II

Consalvo Uzeda di Francalanza era entrato a Montecitorio, in qualità di rappresentante del Paese il 22 novembre ’82, giorno in cui il Re aperse la XIV legislatura, salutando gli eletti dal suffragio quasi universale. La cerimonia inaugurale, sempre solenne, ebbe quella volta una particolare importanza, poiché le elezioni erano state fatte con la nuova legge, a scrutinio di lista ed a suffragio tanto allargato da potersi dire universale; i singoli deputati non rappresentavano, dunque, come prima, qualche centinaio di elettori d’un piccolo collegio, ma parecchie migliaia di cittadini di mezza provincia; la loro autorità era pertanto cresciuta, ed essi avevano diritto ad una maggiore considerazione.
Insuperbito pei seimila e tanti voti che gli avevano dato, ubbriacato dalle dimostrazioni popolari che per tre giorni consecutivi avevano salutato la grande vittoria del “principino”, come ancora lo chiamavano nella sua città natale, l’onorevole di Francalanza, appena eletto, aveva subito fatto le valige ed era partito per Roma in gran fretta, quasi che dal suo arrivo alla capitale dipendesse la salute della patria. La presunzione ereditaria degli Uzeda, più conosciuti, laggiù in Sicilia, col nomignolo di “Vicerè”, poiché vantavano parecchi vicerè tra gli antenati e dei vicerè serbavano ancora il fasto ed il prestigio; l’abilità della quale aveva dato prova nelle amministrazioni locali; la dottrina acquistata da sé, faticosamente ma ostinatamente, quando s’era proposto di mettersi nella vita pubblica, le facoltà naturali che sapeva di possedere: una forte memoria, una straordinaria facilità d’eloquio, una gran dose di astuzia, gli facevano nutrire le più alte ambizioni. L’ambizione lo aveva gettato nella politica, poiché a lui non bastavano né i titoli di principe di Francalanza e Mirabella, né le ricchezze paterne, né il rispetto di cui era circondato nel suo paese. Fino a ventidue anni se n’era appagato, badando soltanto a spassarsi, a guidare i suoi cavalli, a vestirsi come un figurino, a mettere a male ragazze ed a far baccano e prepotenze la notte insieme coi suoi nobili amici. Ma gli Uzeda, oltreché boriosi come veri discendenti di hidalghi, erano stravaganti, cocciuti e anche un po’ matti, e non riuscivano ad andar mai d’accordo in famiglia: Consalvo, per suo conto, s’era messo in urto col padre, il quale lo aveva tenuto fino a tardi chiuso nel noviziato dei Benedettini, e i contrasti erano divenuti quotidiani, quando il principe Giacomo, morta la prima moglie, aveva dato al figliuolo una matrigna. Proprio allora Consalvo, di fresco uscito dal convento, s’era messo a scialacquare ed a far debiti; la tensione si inasprì quindi a tal segno, che il padre lo mandò via di casa, a viaggiare, sperando che dopo quella diversione si sarebbe modificato, e godendo a ogni modo d’una tregua durante la sua assenza.
Il viaggio fu la grande lezione del giovane; e dopo dieci anni, la rammentava ancora. Non poteva, no, dimenticare la mortificazione provata nel vedere che la sua nobiltà, la sua ricchezza, tutte le ragioni del credito goduto in Sicilia, non valevano più nulla, o quasi, appena fuori di casa sua. A casa sua era Consalvo VII; il “principino”, uno dei “Vicerè”, conosciuto, ammirato, invidiato e riverito da tutti: egli era divenuto un signore qualunque a Napoli, a Roma, a Milano, e peggio ancora a Vienna, a Parigi ed a Londra.
Il ricordo di quel senso d’umiliazione quasi scorata, si ridestava più preciso, in lui, per virtù del contrasto, a bordo del piroscafo che trasportava a Napoli, non più Consalvo Uzeda, ma l’onorevole di Francalanza. Quell’altra volta, dieci anni addietro, nessuno aveva badato a lui; adesso i camerieri gareggiavano di zelo per servirlo, per indovinare i suoi desideri; i viaggiatori, saputo della sua qualità, lo guardavano con occhio curioso, parlottando piano tra loro; a tavola, il comandante gli aveva fatto assegnare il posto d’onore alla sua destra. Ed egli non aveva perso tempo: lì, tra una portata e l’altra, s’era messo a fare una specie di piccola inchiesta sulla marina mercantile, interrogando il capitano sui traffici, sul piccolo e il grande cabotaggio, sulla concorrenza tra le vele e il vapore, sull’efficacia dei premii; ascoltando con interesse le risposte dell’uomo di mare, ma enunziando in pari tempo le sue proprie vedute, i risultati “dei miei studii”, le idee “che propugnerò alla Camera…”. Parlava forte, faceva un vero discorso, per farsi udire ed ammirare dalla turba dei semplici mortali intenta a masticare a due palmenti; dimenticava la fame sua propria per gustar meglio la sodisfazione di sentirsi qualcuno, un pezzo grosso, un legislatore, una parte del Potere; per assaporar meglio il contrasto tra la riverenza di adesso e l’indifferenza d’un tempo. Allora, la prima volta che era andato fuori di casa, il suo orgoglio sanguinava vedendosi sconosciuto tra la folla, trattato come tutti gli altri dalle persone alle quali lo avevano raccomandato; offeso ed irato, egli quasi negava la bellezza delle metropoli; la rarità degli spettacoli, la varietà dei godimenti, l’intensità della vita forestiera; quasi voleva tornare indietro, rinunziare al resto del suo viaggio. Ma non v’era mezzo d’esser considerato anche fuori di casa sua come a casa sua, d’esser conosciuto, invidiato, riverito, in quelle grandi città dove, a suo dispetto, doveva pure riconoscere che solo metteva conto di vivere? E il mezzo che gli era rivelato repentinamente, quando meno credeva di trovarlo, a Roma, in compagnia dell’onorevole Mazzarini, pel quale suo zio l’onorevole d’Oragua, gli aveva dato una lettera di presentazione. Egli non aveva pensato, prima, che la politica potesse fargli raggiungere quello scopo, perché non lo aveva raggiunto suo zio. L’onorevole d’Oragua, deputato fin dal ’60, non era riuscito ad altro che ad arricchire: ignorante, incapace di dire una parola in pubblico, era passato di legislatura in legislatura ignoto a tutti fuorché ai faccendieri, ai sensali, agli speculatori. Vedendo invece che un umile avvocatuccio di provincia come Mazzarini aveva conquistato una situazione alla capitale, dove una piccola corte di sollecitatori gli stava sempre intorno, Consalvo s’era proposto: “Io sarò deputato e ministro…”. E niente gli era stato grave per lavorare a quello scopo. Appena tornato a casa, aveva sbalordito tutti con la sincerità della sua conversione: l’elegante rompicollo, il dissipatore ignorante, l’aristocratico disprezzatore della dottrina, dato un addio alle donne, ai cavalli, ai piaceri, s’era messo a studiare, a tenere gravi discorsi nelle società politiche, a fare il consigliere comunale, l’assessore e il sindaco! E non lo avevano arrestato i sarcasmi degli antichi amici, i rinati contrasti col padre, l’opposizione dei parenti borbonici, la sua propria fede borbonica, il suo ideale d’un governo assoluto, lo stesso senso di ribrezzo che gli impediva di stringere le mani altrui, non solamente le ignobili mani d’un borghese o d’un popolano, ma le guantate e profumate; lo schifo che quasi gli vietava di portare del pane alla bocca, perché era stato maneggiato dal panettiere. Aveva cominciato suo zio a fare il liberale per amor d’arruffare; ma adesso non bastava più il liberalismo tepido e malvaceo dell’onorevole d’Oragua, e Consalvo era divenuto democratico e progressista, promettendo di sedere a sinistra, di dare perfino una mano ai socialisti. Tutto questo non gli era costato nulla, o ben poco: parole, parole, parole; egli si sarebbe professato anche nichilista, se fosse stato necessario per conseguire lo scopo. In fondo, nell’intimo della sua coscienza, egli restava quel che era: autocratico, autoritario, despota, e dimostrava con grande impegno che gli uomini sono eguali, perché tutti coloro che non sapevano fare quella dimostrazione riconoscessero che egli era superiore.
Era stato avvezzo da piccolo a considerarsi come fatto d’una pasta diversa da quella degli altri uomini: nella Sicilia ancora quasi feudale di prima del Sessanta tra nobiltà e borghesia correva un abisso; e in mezzo alla nobiltà paesana gli Uzeda, i principi di Francalanza, i “Vicerè” portavano la palma. Al noviziato dei Benedettini, dove era stato per educazione, Consalvo aveva visto imperare gli stessi privilegi: solo i nobili potevano essere ammessi tra i novizii e tra i Padri; i plebei erano Fratelli destinati al servizio delle Loro Paternità, costretti ad alzarsi, a mettersi con le braccia in croce, la schiena piegata, e il capo basso, quando un ragazzo del collegio passava loro dinanzi. Più tardi la coscienza delle sue facoltà naturali, della sua accortezza, della forza della sua volontà, del valore acquistato con lo studio, avevano accresciuto la sua vanità; e soddisfazioni di vanità egli cercava nello studio e nella politica. Come prima aveva fatto sfoggio di cavalli e di cravatte, più tardi s’era messo a sfoggiare teorie economiche e sociali; come prima non aveva citato altre autorità fuorché quella del suo sarto di Firenze e del suo camiciaio di Napoli; più tardi aveva intronato la testa alle persone con le opinioni del “celebre Spencer” e del “famoso Darwin”. Non a vantaggi materiali egli aspirava, mettendosi nella vita pubblica: alla morte del padre era rimasto padrone di parecchi milioni; alla morte dei suoi zii quella fortuna si sarebbe raddoppiata: ma egli voleva essere circondato di considerazione, di rispetto, d’ammirazione; voleva goder credito ed esercitare autorità non più nella breve cerchia dov’era fin a quell’ora vissuto, ma a Roma, in tutta Italia, dovunque sarebbe andato…
E come tutto gli era andato a seconda! Tra per la reputazione acquistata nei Consigli civici, tra per l’eredità politica dello zio, ma specialmente perché al principe di Francalanza nulla era vietato ottenere, arrivava a Roma col prestigio dei seimila e tanti voti raccolti sul suo nome, del favore popolare che aveva circondato la sua candidatura; e arrivava a Roma non come tanti altri nuovi eletti, ancora sconosciuti, costretti a salire in un omnibus d’albergo o in una carrozzella da nolo; ma aspettato alla stazione dall’onorevole Mazzarini, da sua Eccellenza Mazzarini, il quale veniva a prenderlo con la carrozza del ministero del commercio, per condurlo subito a Montecitorio, nella sala rossa, alla riunione degli amici del Governo! Mentre la carrozza scendeva verso il centro della città, Mazzarini gli parlava del posto fattogli assegnare dall’ufficio di presidenza, dell’imminente discorso della Corona, della fisonomia della nuova Camera; ma, in verità, ei non gli dava molta retta, pieno com’era d’un tripudio quasi bambinesco, smanioso quasi di batter le mani, di ridere, di cantare, Egli era a Roma! Era a Roma l’onorevole di Francalanza! Un ministro veniva a prenderlo, gli altri ministri lo aspettavano!… Affacciandosi dallo sportello, egli vedeva la striscia di fuoco che illuminava via Nazionale, edifizii sontuosi che non rammentava di aver visto al suo primo viaggio, un movimento di carrozze, di trams, di pedoni al quale non era avvezzo; e quella vista, la rapida corsa per la grande città dove veniva a prendere il posto sognato, lo eccitavano, quasi lo sollevavano materialmente dal sedile. Dinanzi alla facciata luminosa del Teatro Drammatico, alla folla elegante che s’accalcava sulle sue porte, egli quasi disse: “Che bellezza!…” mentre Mazzarini gli riferiva per sommi capi il discorso della Corona, quel discorso che tutta l’Italia aspettava, del quale egli, non appena arrivato conosceva, con pochi altri, prima di tutti, il contenuto!… Tra i tanti motivi della sodisfazione che stentava a frenare, non ultima era la premura servizievole, quasi umile che gli dimostrava Mazzarini. Ministro, Eccellenza, Mazzarini lo accoglieva adesso come la prima volta, quando era semplice deputato; lo trattava con la stessa dimestichezza, un poco protettrice ma molto più rispettosa ed ossequente d’un uomo d’affari, pel gran signore. L’avvocatuccio arrivato al potere, superbo della fresca sua dignità dinanzi a tutto il mondo, provava un’istintiva soggezione in presenza del patrizio compaesano, quasi che il principe di Francalanza, il discendente dei Vicerè, potesse con una sola parola rammentargli la distanza che li separava. Ed era bastato a Consalvo scrivergli una letterina, dopo l’elezione, perché sua Eccellenza si mettesse ai suoi ordini, prendesse cura di trovargli un alloggio, si offrisse di guidarlo nel mondo parlamentare, di presentarlo ai colleghi del gabinetto, ai decani della Camera. Questa possibilità d’esser subito conosciuto, d’avvicinar subito i pezzi grossi, di mettersi in veduta la stessa sera del suo arrivo alla capitale, lo aveva indotto a lasciarsi ascrivere tra gli amici del gabinetto; senza di ciò non si sarebbe vincolato così presto. Vincolato?… Dov’era il vincolo? A che cosa obbligavasi? Quale carta sottoscriveva? Forse perché andava a quella riunione perdeva la potestà di regolarsi a modo suo, di votare secondo gli conveniva, di mettersi più tardi, nel momento della battaglia, dalla parte di chi aveva maggiori probabilità di vittoria?… Con questa intima riserva egli era andato a far atto di fede ministeriale, per godere i vantaggi dell’amicizia del governo; e un’ora dopo il suo arrivo, appena finito di lavarsi e di cambiar abito all’albergo del Quirinale, dove Mazzarini aveva fissato le sue stanze e mandati i suoi bagagli, era entrato con l’autorevole amico a Montecitorio, nella Sala Rossa già affollata di onorevoli: in mezzo ad un cerchio di Eccellenze, di segretarii generali, di ex-vice Presidenti della Camera, era stato presentato al Presidente del Consiglio; il quale, udito il suo nome, gli aveva steso la mano come a una persona di conoscenza che si ravvisa ad un tratto. “Ben lieto, onorevole, di poterla ringraziare del suo regalo. Ho letto il discorso, mi rallegro sinceramente con lei…” Infatti, egli aveva dato a stampare il programma svolto in un gran comizio elettorale: e ne aveva spedito una copia, accompagnata da dediche, laudative e ammirative, a tutti i luminari del Parlamento, sia di sinistra che di destra, sia di estrema sinistra che di centro: “All’on. Griglia, piccolo tributo di grande ammirazione… All’on. Luzio, con devozione di discepolo… All’autore dei Bisogni reali come ad un maestro…”
Ah, buona veramente, quella sua prima giornata romana, o per meglio dire quella prima notte: quasi tutti coloro che avevano ricevuto il discorso lo ringraziavano del dono e delle dediche; alcuni, è vero, o che non avessero ricevuto l’opuscolo o che non rammentassero il nome dell’autore, gli stringevano la mano senz’altro; ma in cambio tutti i vecchi parlamentari siciliani lì convenuti lo riconoscevano come compaesano, lo complimentavano per la clamorosa riuscita della sua candidatura. E il discorso di Milesio all’adunanza; l’appello fatto ai nuovi rappresentanti del Paese, alle giovani energie non ancora stancate da lotte spesso infeconde; la fiducia espressa dal vecchio statista che quei giovani confortati da così largo suffragio popolare avrebbero saputo esprimere i reali bisogni del popolo, e contentarli, e guidare l’Italia a un’alta e nobile meta, avevano finito di accenderlo, di persuaderlo che egli singolarmente, tra tutti quei nuovi, era chiamato a rappresentare una gran parte: Milesio, guardando in giro, non fermava spesso, più a lungo, gli occhi su lui? non faceva rivolgere a lui quelle esortazioni e quella fiducia?… Tornato all’albergo, messosi a letto, non aveva potuto chiudere occhio; la sodisfazione di cui era pieno, le previsioni della sua fortuna lo tenevano desto, contro voglia, perché era veramente stanco e sentiva il bisogno del riposo del sonno. Il nome dell’albergo dove alloggiava, il pensiero che appena arrivato a Roma era andato al “Quirinale” lo faceva sorridere di puerile compiacenza, gli faceva fantasticare le chiamate, a quell’altro Quirinale, alla Reggia. Fra quanti anni: dieci o trenta? Egli ne aveva appena trentadue: poteva dunque aspettare, ma non voleva che l’attesa si prolungasse poi troppo!… Del resto, egli sarebbe andato al Quirinale molto più presto, tra qualche mese, perché avrebbe chiesto di esser presentato al Sovrano. Voleva frequentare la Corte, il mondo diplomatico, la società elegante, tenersi bene con tutti, farsi amici dovunque!… Non potendo prender sonno, aveva riacceso la candela e s’era messo a sfogliare i giornali comprati a piazza Colonna. Il Menestrello portava alcune curiose variazioni statistiche sulla nuova Camera: il nome di Francalanza era citato due volte in prima linea: “I titolati sono sessantacinque che si dividono così: tre principi: Bramante, Ceri e Francalanza… Riguardo all’età quattro hanno trent’anni: Aretta, Torri, Bustini e Forla, due ne hanno trentuno, Messuoro e Provetti, due ne hanno trentadue, Francalanza e Rivatti…” Per l’età, per la posizione sociale egli era già additato alla pubblica attenzione, usciva subito dal limbo a cui erano condannati centinaia e centinaia di colleghi. Al Quirinale-reggia, sarebbe andato più tardi; ma quanti dei suoi colleghi potevano scendere all’albergo del Quirinale? Quelli ai quali aveva chiesto il loro indirizzo gli avevano detto nomi d’alberghi a lui sconosciuti o nomi di vie e numeri di portoni di più o meno modeste case mobigliate!… Certamente, il domani e i giorni seguenti furono più calmi; nella seduta reale, specialmente, egli provò un vero senso di mortificazione vedendosi perduto in mezzo a più di seicento tra senatori e deputati, i più reputati dei quali scomparivano tra per la gran folla, tra perché l’attenzione era tutta rivolta ai Sovrani. Il caso lo mise vicino a due radicali, che non battevano le mani, né gridavano evviva, anzi guardavano in giro con un sorrisetto canzonatorio, e durante la lettura del discorso della Corona scambiavano scettici commenti. Neppur egli batté le mani, un poco per distinguersi dall’anonima turba acclamante, un poco per ingraziarsi i colleghi repubblicani, ai quali definì il discorso “una raccolta di luoghi comuni”. Più tardi, in mezzo a un gruppo di ministeriali che giudicavano molto accorte e prudenti le parole messe in bocca al re, egli dichiarò che il passaggio relativo all’applicazione della riforma elettorale, tutto il programma della nuova legislatura, specialmente la chiusa, erano “come non si poteva dir meglio”.
Non temeva che potessero scoprire quella contraddizione. Da lontano, la Camera gli era parsa come un intimo circolo di persone che i diversi programmi politici potevano dividere ma che la comune funzione doveva quotidianamente accostare. Adesso invece s’accorgeva che era una specie di grande albergo, dove, ad eccezione dell’ora dei pasti – cioè delle sedute – ciascuno andava e veniva pei fatti suoi, senza badare ai vicini, senza neppure salutarli se non c’era stata una regolare presentazione. Tanti colleghi della precedente legislatura, discretamente assidui a Montecitorio, non già di quelli che si chiamano deputati-telegrafo perché vengono a Roma solo quando c’è da prender parte ad una votazione di fiducia, Mazzarini, vecchio parlamentare, li conosceva appena di nome; dacché era ministro, le sue relazioni avevano preso un grande sviluppo; tuttavia egli non aveva visto ancora la punta del naso di parecchie dozzine di colleghi. Del resto, anche tra quelli che si conoscevano, che stavano spesso insieme, Consalvo vedeva che l’intimità era rarissima e la diffidenza continua. Una delle cose che più lo impressionarono, nei primi giorni, fu la maldicenza unita ad una ipocrisia, così fine che senza la maldicenza egli non l’avrebbe scoperta. Nei circoli delle sue conoscenze, udiva i colleghi lodarsi reciprocamente, ascoltarsi con deferenza, scambiarsi espressioni di viva amicizia, alle volte quasi abbracciarsi: “Tu che hai tanta competenza… Voi che siete una persona di spirito… Ma sì, dite bene: è così, proprio così!… Carissimo!… Mio buon simpaticone!…”. Poi appena il collega lodato andava via, il lodatore sogghignava, ammiccava con l’occhio, esclamava: “Che buffone!…”, oppure: “Bisogna avere una bella dose di cretineria!…”, oppure: “Alla larga!…”. Un giorno che egli accostò Mazzarini intento a parlare con un onorevole, un biondo quasi rossiccio, con la lente d’oro sul naso aquilino e certi scopettoni che gli davano l’aspetto d’un diplomatico, il ministro fece la presentazione: “L’on. di Francalanza… l’on. Codenghi, non ho bisogno di aggiungere: una delle più chiare, autorevoli e rispettate personalità della Camera elettiva…” Il Codenghi mosse un poco il braccio e chinò gli occhi protestando: “L’indulgenza dell’on. Mazzarini…” Mazzarini invece insisté: “Dica la modestia sua! Io considero come una vera fortuna quando ho da trattare con colleghi di spirito così largo, di mente così retta come lei…”. Ma, quando Codenghi si congedò, il ministro, preso Consalvo pel braccio e conducendolo via, gli disse: “State bene attento, principe: guardatevi da quell’individuo: è un fior di mariolo!…”.
Prima di mettersi nella vita pubblica, fin da quando per le stravaganze e le liti continue dei suoi parenti era stato nella necessità di lodarli beffandoli tra sé, e di secondare le pretese dell’uno e contemporaneamente quelle dell’altro, Consalvo s’era assuefatto alla finzione; entrato nelle società politiche e nelle amministrazioni municipali aveva fatto strada con questo mezzo, affermando e negando le stesse cose, secondo l’umore dell’uditorio o della maggioranza o di quei pochi che voleva ingraziarsi, bordeggiando continuamente, menando tutti pel naso. Talvolta egli aveva pensato: “Io sono dunque scettico? Non ho carattere?…” quasi rimproverandosi questo scetticismo, questa mancanza d’una qualità reputata necessaria ad ottenere la stima del mondo: ma i suoi scrupoli s’erano acquetati all’idea che per riuscire bisogna esser così; che le fedi apparentemente più sincere nascondono, il più sovente, un tornaconto eguale a quello che consiglia i voltafaccia e l’instabilità. Del resto la fermezza in una opinione non può esser segno di cocciutaggine, di angustia di mente? Studiando, cercando nei libri le opinioni altrui, egli non ne aveva trovato due esattamente eguali: ed erano opinioni di filosofi, di scienziati, di critici insigni. Tutte le ipotesi, tutti gli ideali più contradittorii possono essere confortati da qualche grande autorità: se ognuno crede di aver ragione, vuol dire o che l’hanno tutti o che non l’ha nessuno. A parole, egli la dava a tutti; tra sé, credeva d’averla soltanto lui. “Il mio carattere” pensava “è di esser senza carattere.” Quella indipendenza, quella pieghevolezza, quella capacità d’ammettere e di negar tutto e di adattarsi a tutto, portate ad un grado estremo erano una grandezza e una superiorità come tante altre… Nondimeno, venendo a Roma, entrando a Montecitorio, egli aveva dubitato un istante. Lì, forse, quella sua attitudine gli sarebbe stata nociva; la saldezza in un principio, il costante proseguimento d’una idea netta e immutabile erano forse il segreto della vera forza. Credendosi scettico consumato, egli aveva ancora un istintivo senso di rispetto per certe cose. Ma il suo dubbio, si disperdeva rapidamente, alla Camera, vedendo che il suo scetticismo di piccolo provinciale era timido e innocente a paragone del cinismo di cui vedeva le prove.
Nei pochissimi giorni corsi tra il suo arrivo alla capitale e l’inaugurazione della legislatura, le conversazioni udite in casa di Mazzarini, dove convenivano parecchi deputati amici del ministro, lo avevano fatto ricredere: schernivano i colleghi; demolivano, con una parola, le reputazioni parlamentari che egli credeva più salde e pure; ministeriali, ne dicevano d’ogni colore perfino contro il Presidente del Consiglio; Mazzarini, suo collega, sua creatura, lo difendeva fiaccamente; alle incolpazioni più gravi, più atroci, portate con un modo leggiero e quasi scherzoso, fingeva di credere che non fossero dette sul serio, ma sorrideva, talvolta, quasi di compiacenza.
Questo continuo malinteso, questa comoda incertezza sul tono col quale le cose eran dette, comoda per la possibilità di disdirsi, dimostravano a Consalvo, che egli non doveva inquietarsi, e che la via per la quale voleva mettersi era la buona. Poi, aperta la Camera, le prove della reciproca disistima e della generale canzonatura, lo avevano confermato nei suoi propositi, erano valsi a fargli recuperare il suo primo senso di balda fiducia. Mentre tanti suoi colleghi giravano timidamente per le sale di Montecitorio, come invitati che non riescono a trovare il padrone della casa dove entrano la prima volta, egli si sentiva come in casa propria: vi parlava a voce alta; dopo pochi mesi vi aveva fatto tante conoscenze quante ordinariamente se ne fanno in parecchi anni. Oltre quelle dovute a Mazzarini, quasi tutte di sinistra, ne aveva contratte molte anche a destra grazie alle lettere di presentazione dategli da suo zio per quelli che il vecchio chiamava “miei amici”. Ma costoro, i più autorevoli, specialmente, Griglia fra gli altri, non lo avevano accolto come egli s’aspettava; cortesi e freddi, pareva lo considerassero eguale al parente; un gran signore ignorante, forse più ricco e perciò più retto, ma certo egualmente destinato a restare sconosciuto. Mortificato e pentito della svista commessa nel ricorrere alle raccomandazioni del vecchio faccendiere, egli era impaziente di dimostrare a tutti costoro, con gli studii, con l’ingegno, con la facilità della parola ch’egli possedeva, il loro inganno. Smanioso di fare il suo esordio, era poco disposto a seguire i consigli di Mazzarini, il quale gli raccomandava d’esser paziente, d’aspettare una buona occasione, e frattanto di assuefarsi all’aria di Montecitorio, di impratichirsi del meccanismo parlamentare. Certo, egli non voleva trascurare nessuno dei mezzi adatti a raggiunger lo scopo; e fin dalla costituzione degli uffici, era andato assiduamente alle riunioni del settimo, al quale la sorte lo aveva destinato. Però anche lì aveva roso il freno, vedendo come la sola anzianità, la presunta esperienza dei vecchi deputati, costituiva il maggior titolo alla considerazione dei colleghi. Per la nomina delle cariche, c’era stata una lotta tra Parrini e Malpioli: Malpioli, uno dei giovani intelligenti rivelatisi nelle ultime legislature, non aveva potuto vincere contro Parrini, solo perché questi sedeva da dodici anni a Montecitorio. Per ogni posto da occupare, nell’ufficio di presidenza, nella giunta del bilancio, nelle tante commissioni permanenti, quel criterio premeva sugli altri. “Come? Io ho quattro legislature!… Io ne ho cinque!… Io ne ho sei!…”
E quantunque la nullità di cotesti presuntuosi dovesse parere tanto più inguaribile quanto più a lungo erano stati alla Camera senza trovare un momento per mettersi in mostra e farsi valere, il numero delle medagline che portavano alla catenella misurava la loro importanza.
Quando il suo ufficio cominciò a lavorare, Consalvo poté accertare l’autorità esercitata dai vecchi parlamentari senz’altro fondamento che la sola pratica: con una parola, con un’osservazione, rammentando un precedente, citando una legge, per la sola virtù della memoria, solo per avere assistito a un gran numero di sedute, essi sgominavano i giovani. Sul progetto di legge relativo ai probi-viri, l’on. Barra aveva parlato a lungo, più volte, dimostrando d’essersi impadronito della quistione, d’averla studiata sotto ogni aspetto: non lo nominarono relatore perché era “troppo giovane”. Quella gioventù di cui Consalvo gloriavasi come d’un grande vantaggio, d’un titolo capace di giovargli, era invece d’ostacolo. Tanti fra questi giovani, quasi tutti i nuovi eletti, sentendo la propria inesperienza, avvertendo il pericolo del fiasco, se ne stavano zitti e quatti, lasciavano fare ai maggiori, stavano a udire, ad osservare, deferentemente e pazientemente.
Anch’egli dimostrava molto rispetto e molta ammirazione ai vecchi, dava loro del maestro a tutto pasto, faceva loro una corte in tutta regola, ma quanto alla pazienza dei colleghi, credeva che fosse alimentata piuttosto dalla paura, e avendo paura d’aver paura anche lui, si faceva forza per parlare, per farsi notare, nell’ufficio, nei corridoi, dovunque gli se ne offriva l’occasione. Alla Camera, durante la discussione del bilancio dei lavori pubblici, s’alzò la prima volta per fare una raccomandazione intorno alle ferrovie siciliane: non aveva prestabilito di chiedere di parlare, obbedì invece a un moto repentino ed impulsivo. Non più di cinque minuti di parola, dinanzi a una cinquantina di colleghi distratti e annoiati, ma conveniva cominciare comunque: e quel modo gli pareva il migliore.
Aspettando di poter fare il gran discorso che doveva essere la rivelazione, egli parlò un poco altre volte, fece altre raccomandazioni, presentò anche un’interrogazione al ministro della guerra intorno a certi inconvenienti avvenuti nell’impresa-viveri del XII° Corpo d’esercito. Sedute spopolate, senza pubblico, con la tribuna della stampa quasi vuota, bastando ai giornalisti il resoconto sommario; e neppure la soddisfazione d’esser nominato da tutte le gazzette perché molti si sbrigavano con un “raccomandazioni varie”; però il Dibattimento e la Politica, portarono sempre il sunto delle sue parole; due o tre righe, nella prima delle quali spiccava, pel carattere corsivo o molto inchiostrato, il suo nome: l’on. di Francalanza. Egli s’era abbonato, subito appena giunto, a tutti i giornali d’ogni colore, mandando i quattrini alle direzioni dei fogli piuttosto che alle amministrazioni: in casa di Mazzarini aveva anche conosciuto Romeo Colombo, e tutto questo: l’assiduità loquace agli uffici, i brevi discorsi alla Camera, gli abbonamenti presi ai giornali, gli pareva avessero dovuto già concigliargli l’attenzione benevola dei colleghi e della stampa.
Quando scoppiò la crisi, quando il ministero ricomposto dallo stesso Milesio si ripresentò alla Camera e vi fu accolto con tanto malumore che una seconda crisi parve imminente, lo spettacolo delle passioni scatenate, delle ambizioni frementi, delle agitazioni, delle gare, delle lotte cui era in preda tutto il mondo politico, gli dette la tentazione violenta di farsi avanti col solo modo che egli poteva adoperare: parlando, facendo un gran discorso politico, il primo vero discorso.
Mazzarini lo dissuase, gli disse che era un errore parlare in quell’occasione; che, nei momenti decisivi, soltanto chi aveva l’autorità di contribuire alla risoluzione poteva essere ascoltato; che un giovane come lui, senza seguito, ancora poco conosciuto, non poteva fare se non una dissertazione teorica, incapace di interessare gli animi appassionati. Egli riconobbe che l’amico diceva bene, che in quel momento non c’era da far nulla, che bisognava anzi agguerrirsi contro le tentazioni. A meno di sentirsi chiudere la strozza dinanzi al pubblico, come suo zio, chi non era capace di fare un discorso? E i discorsi che egli udiva in quell’occasione, che cosa avevano di alto, di nuovo, di peregrino? Si sentiva capace di farne una dozzina di fila, come quelli; di parlare un intero giorno, a favore del ministero, o contro, né a favore né contro, in un senso qualunque. Gli pareva che i più reputati oratori d’ogni parte della Camera non dicessero tutto ciò che si poteva dire in sostegno delle loro opinioni, o che non lo dicevano con la forma, con l’insistente efficacia che ci voleva; se avesse parlato lui, avrebbe messo le cose a posto, denunziati i malintesi, rischiarata la situazione… Ma egli non voleva parlare. Chiese la parola, come la prima volta, obbedendo a un impulso istintivo. Uno dei suoi colleghi aveva affermato che la situazione non aveva riscontro nella storia parlamentare; ora, giusto la sera precedente, leggendo la Storia del Parlamento inglese – che insieme con altri libri di diritto pubblico, di economia politica, di scienza amministrativa formava il suo pascolo serotino, in letto, al lume della candela – aveva trovato che nel parlamento inglese, una volta, sulla fine dello scorso secolo, s’era presentato un caso simile a quello di cui si trattava!…
I suoi elettori avevano il viso composto a mestizia, come nelle visite di condoglianza; alcuni, oltre che tristezza, esprimevano sdegno vivace e confortativa speranza.
“Principe, ci dispiace… Non sapevamo… Un’altra volta, certamente… Ma è una cosa indecente!… Qualcuno ci dovrebbe pensare!… Fanno sempre così?”
Di passaggio a Roma, quegli isolani erano andati a visitare il loro illustre concittadino per salutarlo, per ottenere da lui i biglietti di entrata alla Camera; e giusto ci s’erano trovati nel momento che egli parlava. Vedendolo sorgere, rammentando i trionfi oratorii da lui ottenuti laggiù in Sicilia, avevano creduto immancabili gli applausi e le congratulazioni; e orgogliosi di averlo mandato a Montecitorio, felici di averlo trovato in quella Roma dove s’aggiravano come anime in pena, senza conoscer nessuno, in quella Camera dove se ne stavano mogi come cani in chiesa, s’erano a un tratto rianimati, tirandosi l’un l’altro pel braccio, dicendo a voce alta nella tribuna: “Il principe… Zitto, parla il principe…” per far sapere ai vicini, che conoscevano qualcuno tra gli onorevoli, che erano amici di quel grand’uomo. E con le bocche aperte e gli occhi fissi e le persone piegate in due, avevano aspettato d’udire le cose straordinarie che avrebbe dette e le salve di battimani che lo avrebbero accolto, quando la sua voce era stata coperta dagli urli, dalle esclamazioni, dalle risa, da un baccano infernale. Il grand’uomo, il deputato del loro cuore destinato a sbaragliare la Camera con la forza dell’eloquenza, aveva fatto fiasco, ma un fiasco terribile, come neppure il più cane dei cantanti dinanzi al più feroce dei pubblici! Ne erano spaventati, non si sentivano neppure il coraggio di andarlo a trovare per ringraziarlo dei biglietti, per congedarsi da lui. Ma poiché, non avendo udito nulla di ciò che egli diceva, non potendo ammettere che la sua dottrina e il suo ingegno fossero mancati d’un colpo, essi addebitavano l’insuccesso allo scandaloso contegno degli onorevoli, all’invidia che forse li rodeva, deliberarono di andare, tutti insieme, per confortarlo, per dargli animo, per assicurarlo che essi gli serbavano intatta la loro fiducia devota. E il domani della memorabile seduta, di buon mattino, entrati nel salotto dell’albergo dove Consalvo, già levato, in veste da camera, scriveva, gli venivano incontro imbarazzati, dolenti, sdegnati, gli stringevano forte la mano, parlavano tutti insieme:
“È una vergogna!… Se avessimo saputo!… Ma quel Presidente?… Chi sa come la notizia sarà arrivata da noi?…” Erano stupiti vedendo che il loro deputato pareva non comprendere e li interrogava con lo sguardo, con la voce:
“Ma che?… Perché?… Che cosa è successo?…”
“La seduta di ieri… il discorso…”
“Ah, quel po’ di frastuono?… Ma sì, fanno sempre così, nelle lunghe discussioni! E, in verità, non hanno poi tutti i torti! Pensate che per tre giorni di seguito hanno dovuto sentire dozzine e dozzine di discorsi, lunghi, corti, serii, comici, importanti, futili, pedanteschi, noiosi; pieni, su per giù, la maggior parte, delle stesse cose, delle stesse idee, perfino delle stesse parole, e poi vediamo se la pazienza non scapperebbe anche alle panche!… Certo, non è molto piacevole, per chi parla, sentirsi fare quell’accompagnamento; e ci sono alcuni – anche dei vecchi, eh! – che si smarriscono, e smettono. Ma io mi sono presto abituato ai costumi parlamentari, e non mi lascio intimorire. Non volevo parlare, da principio; chiesi la parola per rispondere a una certa bestia che credeva tutti ignoranti come lui; poi, parlando, sapete come succede, un’idea ne chiama un’altra, e naturalmente…”
“Naturalmente!… Però il Presidente…”
“Il Presidente!… Poveromo! È la vittima più da compiangere! Ma sapete che esce con le braccia rotte, con la voce perduta, tutto in sudore, da una di queste discussioni; e che, appena finito, scappa a chiudersi nelle sue stanze dove muta biancheria da capo a piedi, per non prendere una polmonite?”
“Davvero?… Perbacco!… Eh, veramente…”
“Vorrei vedere un altro al suo posto! Armato d’un semplice campanello! Se avesse a sua disposizione un revolver o un cannoncino, non dico!…”
“Ah! Ah!… Allora!… Ma sì!…”
E tutti riconfortati, essi che erano venuti a confortare, ridevano, ammiravano la disinvoltura del loro eletto, l’indulgenza con la quale scusava i colleghi ineducati, la pratica, l’esperienza, la forza che aveva acquistata in pochi mesi. Non si parlò più del fiasco oratorio, ma del voto, delle cose del collegio, di quel che l’onorevole avrebbe fatto. Veramente, parlava egli solo, rispondeva continuamente, premuroso ed eloquente, alle domande degli elettori. “Il voto era previsto, non lo prevedeva il pubblico, la gente che non sapeva il dietroscena; ma io che… io che… In casa del Presidente del Consiglio, l’altra sera, prendemmo gli accordi che… Io sono col ministero, pel momento, ma s’intende: appoggio chiaroveggente, e non cieca fiducia. Pel momento, pare ben disposto verso di noi: il mio amico Mazzarini appoggia tutte le domande che ho fatte nell’interesse del collegio: fatelo sapere…”
Avendogli uno domandato se sarebbe presto venuto in Sicilia, il suo discorso prese un’altra piega:
“Eh, no; almeno per un certo tempo. Finché la Camera sarà aperta, mai, a nessun patto. Ma anche a Camera chiusa: io ho tante relazioni a Roma, né credo che il deputato, l’uomo politico, si improvvisi a Montecitorio: esso si forma a poco a poco, vivendo alla capitale, frequentando la società… Voialtri partite subito?…” Sì, la comitiva, provvista di biglietti-circolari, partiva il domani. “Se restaste qualche giorno, vi farei vedere la casa che ho affittato… l’albergo era buono pei primi tempi; adesso ho bisogno di sistemarmi a casa mia… Ho preso in affitto un primo piano del Villino Broggi, al Macao… sapete, vicino piazza dell’Indipendenza… quella gran piazza alberata? Sì… un bel quartiere: tremila lire l’anno, e non è caro… ho anche intenzione di mettere un carrozzino: le distanze, qui a Roma, avete visto? sono tanto grandi…” Enumerando le cose fastose che voleva fare, egli aveva cura di spiegarne la necessità, quasi di giustificarsi; perché i suoi elettori non pensassero che egli facesse stravaganze. Era sul più bello di quel discorso, quando il cameriere gli recò, sopra un vassoio, i giornali.
“I giornali del mattino… Il Dibattimento… La Politica… Volete vederli?…”
E li distribuì in giro. Allora ricominciò, pei suoi visitatori, l’imbarazzo di un’ora prima: lì, in quei fogli, doveva essere registrato il fiasco dell’onorevole: i giornalisti che nella loro tribuna avevano fatto come diavoli scatenati, non potevano prender la cosa con tanta filosofia come l’oratore… E lessero.
Il Dibattimento diceva: “L’on. di Francalanza dimostra che la situazione presente non è nuova. Il giovane deputato siciliano, che è un grande patrizio, sfoggia una erudizione molto rara e molto solida che gli fa veramente onore. Peccato che la Camera sia un poco nervosa e non stia attenta come converrebbe…” La Politica era più breve: “L’onorevole di Francalanza parla fra i rumori, rammentando un precedente e dichiarandosi favorevole al ministero”. Ma il Menestrello era più lungo, più favorevole e più grazioso: “L’onorevole di Francalanza, spezza una… lanza, con franca voce, pel gabinetto: l’oratore, che è giovanissimo e possiede molta dottrina e – beato lui – molti quattrini, non si lascia sgominare dall’impazienza dei colleghi e pronunzia un discorso molto serio e molto importante…”.

III

Quel sabato v’era, in casa Mazzarini, molta gente. La vittoria del governo dopo l’aspra battaglia procurava al ministro dei lavori pubblici, passato incolume dal primo al secondo gabinetto Milesio, nuovo favore: tutti i suoi amici, tutte le sue conoscenze venivano a rallegrarsi con lui della meritata fortuna. E l’on. di Francalanza, passando per le sale affollate, sorrideva tra sé al ricordo del vuoto, del freddo, dell’imbarazzo che aveva visto regnarvi le settimane passate, quando il credito di Sua Eccellenza pericolava.
Al posto del ministro, avrebbe egli accettato come moneta di buona lega quelle proteste di amicizia e quelle dimostrazioni di compiacimento?
Mazzarini, invece, era raggiante, la gioia gli si leggeva negli occhi come a un bambino. Oltre che ingenuo, quel contegno non era anche di cattivo gusto?… Consalvo cominciava a criticare, a ridire su molte cose. La società raccolta lì dentro parevagli poco scelta: accanto a qualche pezzo grosso della Camera, v’erano dei colleghi sconosciuti, timidi e umili del ministro come a Montecitorio; una quantità di magistrati e di impiegati più o meno alti, tutta la colonia calabro-sicula barbuta e taciturna. Dispiaceva particolarmente a Consalvo la padrona di casa, una buona signora, in fondo, che teneva un po’ troppo però ad avere un salone politico, a ragionar di politica, a fare il giuoco di suo marito. Piccola, bruna, miope in grado estremo, chiacchierina, inelegante, dispiaceva a Consalvo per l’aria di protezione che un po’ scherzando un po’ sul serio prendeva con lui. Sulle prime, ignaro di tante cose egli aveva creduto all’efficacia dell’amicizia di lei e di suo marito, all’importanza del loro salotto; a poco a poco, specialmente dopo la crisi, e al contrario della folla che dava maggior credito al ministro, egli s’era venuto ricredendo. I Mazzarini, marito e moglie, atteggiandosi a suoi protettori, non sapevano viceversa nascondere il prezzo che attribuivano all’amicizia del “principe”: solamente dal modo col quale la padrona di casa gli dava quel titolo e lo chiamava: “principe!…” egli comprendeva il segreto struggimento di quei borghesucci per la nobiltà; l’invidia che, arrivati alla supremazia politica provavano per un’altra supremazia, meno pratica, più vana, ma impossibile ad ottenere se non si possedeva dalla nascita; la vanità di dimostrarsi intimi con un gran signore genuino, simile a quella di un collezionista che tra molti quadri grandi e belli di moderni autori dà il posto d’onore a un disegnino antico o ad una stampa rara. In quella Roma dove i principi godevano d’un prestigio quasi regale, alcuni anzi più grande del regale, perché disconoscevano la nuova regalità; dove il ritiro di tanta parte dell’autentica nobiltà cittadina, era stato compensato dall’invasione d’una nobiltà più o meno dubbia, presentare un principe, non romano, è vero, ma un principe che si chiamava Consalvo Uzeda di Francalanza, i cui nomi lo dispensavano dall’esibire i diplomi, era un gran vanto per l’avvocato democratico a parole, per la provincialina ubbriacata dalla fortuna.
In casa loro, Consalvo vedeva una quantità di contesse i cui mariti non erano conti, ma colonnelli, contabili o magistrati, o capidivisione: nondimeno, la Mazzarini insisteva molto nel dar loro quel titolo. Di signore autentiche, egli ne aveva incontrate poche e nelle visite pomeridiane, piuttosto che di sera; ma, la marchesa Ersilia Clarenzi da lui riveduta al Quirinale, a un ballo di corte, s’era rammentata di suo zio il duca d’Oragua e gli aveva detto d’andarla a trovare. Al Quirinale, in casa Clarenzi, Consalvo andava per farsi vedere, per farsi conoscere, non già perché ci si divertisse. Un tempo, la società femminile lo attirava; dopo la metamorfosi, con la fermezza cocciuta degli Uzeda, aveva radicalmente soppresso la donna dalla sua vita.
Divenuto incapace di dire una galanteria, di accendersi dinanzi alle bellezze più procaci, per il lungo esercizio della castità, egli stava dinanzi alle signore come dinanzi agli uomini; parlava loro delle più serie cose con la serietà più grande. Sapeva di non esser antipatico di viso, e alle naturali doti della sua persona andava debitore d’una accoglienza quasi sempre affabile, nonostante quell’affettazione di serietà; inoltre, egli faceva alla frivolezza mondana una concessione che gli giovava molto presso le donne: l’eleganza degli abiti. Il conte Guelfo Alghieri-Randolfi gli aveva dato l’indirizzo del suo sarto di Londra, e da Londra egli faceva venire ogni cosa: prima d’andar fuori, quando si guardava allo specchio, rideva alla bella figura che lo specchio gli rivelava. Poi, in società, non provava grandi sodisfazioni: la casa dove andava più volentieri era quella di Clarenzi, come la più signorile e la meglio frequentata; tuttavia v’era troppa gente allegra e futile con la quale egli stava a disagio: vi si eseguiva troppa musica che egli non comprendeva.
La marchesa, giocatrice appassionata, lasciava gli ospiti alla figliuola e alla vecchia sorella, per fare il suo ecarté, in un salottino remoto, dove spesso Consalvo veniva a seguire le vicende delle partite. Studiò anche il giuoco che non conosceva, per poter sedere a tavolino con la padrona di casa, e guadagnarsi meglio la sua simpatia. Oltre che di domenica ella riceveva anche il sabato, e tra i due giorni v’era un gran differenza, perché il sabato veniva pochissima gente, soltanto gli intimi e i privilegiati: quantunque sicuro di annoiarsi peggio, Consalvo voleva esser di questi. Ora, giusto nella mattina, egli aveva incontrato sul corso la marchesa con la figliuola: dopo un breve scambio di chiacchiere, ella gli aveva chiesto se sarebbe andato alla serata della Patti, all’Argentina, ed alla risposta dubbia di lui: “Venga allora a trovarci, se non avrà di meglio a fare…”. Era una cosa molto rara ottener quell’invito, passare dalla folla domenicale all’intimo circolo del sabato: per esservi riuscito egli si sentiva da più, giudicava più severamente la mescolata società dei Mazzarini. Non potendosi esimere dal farsi vedere un momento da loro si compiaceva tuttavia nell’idea di passare da una casa all’altra, di essere dappertutto aspettato, desiderato, trattato con speciali riguardi… “Avete letto, principe, l’articolo dell’Italiano?… Che ne dite? Bisogna essere di mala fede, nevvero, onorevole Pastrini?”
La signora Emanuella dimenticava di pensare ai suoi invitati per esprimere la propria indignazione, contro gli sfoghi d’una certa stampa che, a proposito dell’ultimo voto, del nuovo atteggiamento della Camera, prediceva il finimondo: il voto del 12 maggio segnava la morte dei partiti, l’instaurazione d’un opportunismo che era indizio sicuro dell’agonia delle istituzioni parlamentari. I fogli radicali, da canto loro, calcavano la mano: quel tentativo di fusione tra le varie parti politiche era l’ultimo espediente cui si potesse ricorrere: finito quello, la liquidazione sarebbe stata immancabile.
“Bisogna essere di mala fede? Opportunismo! Fusione! Quando invece nessuno ha insistito con maggiore calore nel dichiararsi fedele alle proprie idee! Avete sentito la Destra? Il governo ha parlato chiaro?…” Ella invocava la testimonianza dell’on. Pastrini, uno dei giovani del centro sinistro che nel loro organo, la Cronaca, si compiacevano dell’avvenimento. Consalvo, prima che il collega rispondesse, e mentre altre persone s’avvicinavano al gruppo, esclamò:
“Quelli che ora denunziano l’accordo sono gli stessi che prima imprecavano al bizantinismo delle divisioni.”
“Bravo, principe! Ben detto!… I partiti, allora, non avevano séguito nel Paese…”
“Discutevano di cose vane…”
“Si dilaniavano a vicenda…”
“Invece di unirsi per badare agli interessi reali, di sodisfare ai veri bisogni…”
“Del resto” rispose Consalvo “chi ha abdicato?”
“Nessuno!”
Egli sapeva che era l’opinione prevalente, lì, quasi la parola d’ordine; e ne rideva tra sé. Ciascuno dichiarava di restar fermo al proprio posto, di non rinunziare alla più insignificante parte del proprio programma: gli strenui campioni di opposti ideali si trovavano poi insieme, come? perché?…
Per ragioni molto semplici che egli aveva comprese, che Mazzarini gli aveva confermate, che tutti realmente sapevano ma che non bisognava riconoscere ad alta voce: perché l’indisciplinatezza della Sinistra rendeva impossibile la durata d’una maggioranza di governo, e necessario l’accordo con altre parti della Camera: perché i conservatori, disperando di riafferrare il potere per le vie dirette, erano i soli capaci di venire a quell’accordo, mediante compensi.
“Nessuno abbandona il proprio posto; nessuno vuole uccidersi moralmente!… Guai se fosse avvenuta una cosa simile! La ragion d’essere del sistema parlamentare sta tutta nella distinzione dei partiti, nel loro alternarsi al potere ed all’opposizione, nella reciproca vigilanza… Può ricredersi un uomo, ne abbiamo visto più d’un esempio, ma come è mai possibile che si ricreda un partito? Se non restassero intorno alla bandiera altro che dieci, altro che cinque fedeli, essi vedrebbero presto o tardi accorrere le reclute, ingrossarsi le loro file, ricomporsi la falange!”
“Se mancassero le ragioni di dissidio…”
“Se fossero cancellati i ricordi delle antiche lotte…”
“Ma dacché mondo è mondo” ripigliava ancora Consalvo “c’è stata una radicale distinzione tra chi vuol muoversi e chi vuol stare fermo; tra chi rimpiange il passato e chi spera nell’avvenire; conservatori e progressisti non mancheranno mai; muteranno i nomi e le persone, resteranno ferme le tendenze. Vedete quel che è accaduto in Francia: i repubblicani che sotto l’impero erano gli oppositori, adesso sono la maggioranza conservatrice; ma sono sorti i radicali a far loro una opposizione più vivace di quella che i repubblicani facevano ai bonapartisti!… E, oltre queste due grandi tendenze, quante altre non ve ne sono; o per meglio dire quante gradazioni esse non comportano! Il Paese non comprende le distinzioni politiche? Chiama bizantine le loro lotte? Ma tutt’al contrario! Chi è il Paese? Il Paese è un nome collettivo, un’astrazione. Non esiste il Paese, ente definito, il cui nome corre sulle bocche di tutti; esistono moltitudini di cittadini in mezzo ai quali, se cercherete bene, non troverete forse due soli che siano interamente, sinceramente d’accordo e che chiedano le stesse precisissime cose! Però, le diversità fra tante opinioni non sono tutte radicali e inconciliabili; vi sono divergenze leggiere, secondarie, che permettono la formazione di gruppi di opinioni, di famiglie di idee; questi gruppi, queste famiglie si danno anch’essi la mano, hanno anch’essi dei punti di contatto, si risolvono gli uni negli altri. Così, se noi cominciamo dall’estremo reazionario…”
E lanciato a tutto vapore, pieno di vanità per l’attenzione che gli prestavano, egli non s’arrestava più: enumerava, definiva, paragonava i mille partiti in cui si divideva il Paese: i reazionarii, i nemici dell’unità, i clericali, i fautori del ritorno al regime assoluto; poi i conservatori rigidi, e gli aristocratici liberali che, rispettando la costituzione, avevano l’ideale d’un governo forte e severo; poi i liberali progressisti, poi i democratici radicali; poi i repubblicani di governo…
Col bisogno di giustificare la sua tesi, egli frazionava sempre più questi partiti, ne inventava di nuovi coniandone lì per lì i nomi; accozzando e riaccozzando a suo modo gli aggettivi: “radicali moderati”, “repubblicani conservatori”, “socialisti aristocratici…”. Tutte queste frazioni, dovevano essere rappresentate in Parlamento: non ne sarebbe nato il caos, perché essi avrebbero stretto alleanza secondo i loro interessi generali o del momento: i conservatori liberali avrebbero dato la mano ai progressisti temperati; i clericali agli assolutisti; e non era anche naturale un’intesa tra sovversivi e reazionarii? Gli accordi, stretti in un’occasione si sarebbero rotti in un’altra, e da queste continue combinazioni e scombinazioni, sarebbe nato l’equilibrio, là “media delle opinioni” necessaria a segnare la rotta alla nave governativa… Parlando, egli guardava in giro, il cresciuto uditorio, ma i suoi sguardi s’arrestavano di preferenza ed erano quasi attratti da quelli di un giovane a lui sconosciuto che stava a udirlo immobile e attonito. Degli altri, qualcuno lo interrompeva tratto tratto, per confermare o modificare le sue opinioni; ma, dopo aver risposto all’interruttore, egli riprendeva subito il filo del ragionamento, non cedeva la parola; e sempre quel giovane pareva pendere dalle sue labbra come udendo un verbo di verità e di salute…
“In Germania!… E in Germania?… Ma giusto in Germania!…” La signora Emanuella aveva a più riprese interrotto, per citare il parlamento tedesco come esempio di questo frazionamento di parti politiche, e quando era stata zitta, aveva, coi moti del capo, con l’espressione del viso, approvato le idee dell’on. di Francalanza; andando via, poiché i doveri di padrona di casa la chiamavano nelle altre sale, ella s’avvicinò al deputato siciliano, e gli disse, sottovoce, toccandogli la spalla con l’occhialino di tartaruga che rigirava sempre tra mano:
“Bravo, principe!… Così!…”
Consalvo rideva tre sé dell’aria di protettrice confidenza che ella prendeva con lui, degli incoraggiamenti che si credeva dover suo prodigargli, quasi a un giovanetto chiamato a dare un esame, bisognoso della benevola indulgenza dei professori. Specialmente dopo il discorso da lui tenuto alla Camera, ella insisteva in quell’attitudine, come per dirgli che il fiasco non doveva poi sgominarlo.
Perché fiasco c’era stato, senza dubbio, nonostante i pietosi eufemismi adoperati da alcuni giornali per nascondere il vero carattere dell’accoglienza fatta al presuntuoso oratore. Consalvo, ostentando la più sicura baldanza dinanzi ai suoi concittadini, sapeva bene quale fosse l’opinione generale intorno al suo esordio parlamentare: ma, come dinanzi ai suoi concittadini, egli s’era mostrato baldo e sicuro dinanzi ai colleghi imbarazzati al pari degli elettori di passaggio; e aveva preso la cosa a ridere dinanzi a quegli altri che ne ridevano, e aveva finto di non comprendere i sorrisi annacquati di quegli altri che lo schernivano.
Il domani della seduta, nei corridoi, aveva sorpreso un gruppo di deputati, che, ridendo sgangheratamente, s’erano subito contenuti al suo avvicinarsi: ma non tanto presto che egli non udisse un giudizio espresso clamorosamente da un piemontese, l’on. Radengo: “A l’è’ ‘na c…!”
E a Montecitorio apprendevasi presto il senso delle più energiche locuzioni dialettali… Ma niente riusciva a scemare la sua fiducia, tutto invece contribuiva ad accrescere il suo disprezzo per quei colleghi che, valendo meno di lui o quanto lui, credevano di poterlo trattare dall’alto in basso a Montecitorio, salvo poi a mutare contegno in casa Mazzarini. Lì, egli sapeva di spiccare, aveva più immediata coscienza dei proprii vantaggi, e dopo aver dominato l’uditorio con la sicurezza della sua parola, voltava le spalle ai colleghi che parlavano a loro volta, riprendendo l’eterno tema della divisione e della fusione dei partiti. Disponevasi a filare all’inglese senza salutar nessuno, quando Mazzarini lo raggiunse nell’anticamera:
“Principe, andate via? Aspettate ancora un momento!…”
“Volentieri se non dovessi fare un’altra visita. Ho preso impegno di non mancare…”
“Quand’è così!… Volevo dirvi che l’affare del giornale va avanti, la redazione è quasi composta… Volevo anzi presentarvi uno dei collaboratori, Ranaldi, un giovane di molto ingegno, che pare sia un prezioso acquisto…”
“Bene! Bene! Voi sapete fare le cose a modo! Non ci mancherà tempo di riparlarne.”

In casa Clarenzi, fin dall’anticamera, Consalvo comprese che la società del sabato non aveva niente da vedere con la domenicale: la guardaroba era quasi vuota: una mezza dozzina di pastrani e appena due o tre mantelli femminili; mentre la domenica, venendo a una cert’ora, non si trovava posto neppure per le mazze. Entrando nel salotto dove donna Maria riceveva, egli udì la voce di lei salutarlo, da lontano:
“Oh, Francalanza! È di parola…”
La marchesa non giocava; e, cosa anche più rara, c’era anche suo marito. La signorina Renata si levò nel punto che Consalvo s’apprestava a salutarla, e strettagli la mano, scomparve. Egli non si trovava in paese di conoscenze, la padrona di casa dovè presentarlo; e gli uomini, ammutoliti, avevano quasi tutti un’aria chiusa e diffidente, come in presenza d’un intruso. In cambio, donna Maria, fattoselo sedere accanto, pareva studiarsi di riuscirgli amabile, di guadagnargli la benevolenza degli altri invitati. Il discorso interrotto al suo arrivo, ricominciò: aggiravasi intorno all’idea d’una esposizione universale a Roma. Tutti gli uomini erano contrarii e tutte le signore favorevoli. La contessa Boriana, specialmente, voleva che ad ogni costo si facesse, sicura della riuscita.
“Siamo o non siamo nella capitale d’una grande nazione?”
“Ma che volete esporre, di grazia? Non abbiamo industrie, non abbiamo colonie…”
“L’arte! L’arte!”
“La baia d’Assab!…”
“Farla bene, o niente; è giustissimo.”
“Ci vuol altro che quadri e statue!”
“E lei, Francalanza? Darà il suo voto?”
Egli si dichiarò in massima favorevole all’idea. La produzione italiana, quantunque ancora scarsa… Ma non gli davano molta retta; la discussione era accalorata; il marchese, senza degnar d’attenzione la moglie che sosteneva l’opportunità dell’impresa, se la prendeva coi promotori; il generale Trotta di Cigliole, secco e lungo, coi capelli e i baffi bianchi come bambagia, spiegava che la più parte di costoro avevano aderito per amore di popolarità, non per fede che avessero nell’idea.
“Ma ci sono le sottoscrizioni!… I primi fondi raccolti!… Deliberazioni di Camere di commercio, di società…”
“Aspettate la sottoscrizione!… Ne riparleremo quando avrete raccolti cinquanta milioni!…”
“E il governo?… Tutto dipende dal governo!… Principe, sa che cosa farà il governo?”
Mazzarini glie l’aveva detto in confidenza: secondare l’iniziativa finché si trattava di dare buone parole e ambigue promesse, ma non impegnare in nessun caso i bilanci dello Stato. Poiché quel disegno vellicava l’amor proprio nazionale, il ministro non voleva che l’intimo suo pensiero si sapesse: presto o tardi la propaganda si sarebbe arrestata da sé, per le immense difficoltà della riuscita.
“Mi duole dirglielo, marchesa: il governo è contrario.” Tutti si voltarono dalla sua parte.
“Come?… Decisamente?”
“Decisamente…” ed egli espose tutto quello che Mazzarini gli aveva raccomandato di non dire; spiegò il perché dell’apparente adesione e della reale opposizione governativa.
Stavano tutti a sentirlo; un signore col pizzo, il cui nome egli non aveva bene udito, s’alzò anche dal suo posto e venne a metterglisi dinanzi, in piedi. Per dimostrare di essere nei secreti ministeriali, per prolungare il suo effetto in mezzo a quella società che dapprima non gli badava, egli inventava particolari di sana pianta, estendeva a tutto il gabinetto le idee di Mazzarini, riferiva testualmente dichiarazioni che nessuno gli aveva fatte.
“Bravo!… Finalmente!… Ma è un equivoco!… Anzi, è parlar chiaro!… Bisogna ripeterlo!… Bravo!… Così?…”
Mentre ciascuno approvava, e il signore che gli stava dinanzi quasi gli batteva le mani, e le dame protestavano, egli udì una voce femminile dire dietro di lui, replicatamente:
“È giusto, è giusto…”
Era la marchesina. In piedi, con una mano appoggiata alla spalliera della poltrona dov’egli sedeva, sola tra le donne, ella dava ragione al governo. Consalvo si levò.
“Non sono con la mamma, onorevole; non credo alla esposizione. Sarebbe una bella cosa, certo, se fosse possibile…”
Il resto della società discuteva con più calore di prima, l’attenzione s’era nuovamente distolta da lui; egli chinò il capo, dette ragione alla sua interlocutrice. Era stato poche volte insieme con la marchesina, nelle sue precedenti visite in casa Clarenzi. La domenica ella aveva quasi tutto il peso del ricevimento, si divideva tra un centinaio d’invitati, né egli faceva nulla per starle vicino. Se le signore più belle lo lasciavano indifferente, le signorine non gli parevano neppur donne; la loro frequentazione non poteva giovargli. È vero che tra le frivole compagne, la Renata faceva, secondo l’opinione generale, eccezione, per la serietà del carattere e la cultura della mente. Figliuola unica, con un gran nome, ricca della doppia ricchezza del padre e della madre, bella d’una geniale bellezza, bruna, alta, forme perfette, pareva strano che a venticinque anni non avesse ancora trovato da accasarsi. Ma Consalvo sapeva qualcosa delle particolari ragioni di questa stranezza. Il marchese e la marchesa stavano insieme come cani e gatti, non avevano altro sentimento comune fuorché un orgoglioso amore per quella figliuola: spartendosi dunque tra loro, sempre intenta a risolvere l’insolubile problema di comporre i loro continui dissidii, ella non aveva quasi tempo di pensare a sé stessa. In quella casa c’erano poi dei vecchi amici, devoti, ma esigenti fino alla gelosia, i quali si credevano in diritto di dire la loro opinione, d’essere ascoltati, d’esercitare una specie di tutela collettiva sulla giovane; talché mentre il padre, la madre e gli amici discutevano i possibili partiti, e quasi s’azzuffavano pretendendo di far accettare i proprii raccomandati, ella restava indifferente, non esprimeva volontà, non sceglieva.
Erasi in tal modo formata una specie di leggenda che affermava l’impossibilità del suo matrimonio: “Ha troppi padri e troppe madri…” dicevano; “è troppo fredda e troppo obbediente…”. Consalvo aveva udito queste cose, senza interesse, senza curiosità; parlando adesso con la giovane, dell’esposizione, della ricchezza nazionale, dei doveri dello Stato, di cose serie e gravi, si compiaceva di vedere che la fama di lei era meritata, di potere anche con una signorina sfoggiare la sua scienza di governo. S’erano seduti vicino al pianoforte, fuori del cerchio dove la discussione, presa un’altra piega, aggiravasi sulla politica: il signore col pizzo andava a piantarsi successivamente dinanzi a quelli che accaparravano l’attenzione generale.
“Povero commendatore!” esclamò a un punto la Renata, vedendo quell’armeggio “È sordo come una campana!”
“Mi faccia un piacere, marchesina: chi è?” le chiese Consalvo “Non udii il suo nome.”
“Il senatore Blandini!”
“Ah!”
Blandini: uno dei pezzi grossi della banca, della scienza e della politica: professore, capitalista, ex-ministro, capo-parte al Senato! Consalvo era dolente di non aver saputo prima il suo nome, di non avergli recitato ancora l’espressione del suo ammirativo rispetto, quando una nuova visita entrò. La più strana figura di donna che egli avesse mai veduta: lunga, magra, dinoccolata, coi denti scoperti come un cavallo annitrente, con indosso un abito straordinariamente vistoso, roseo e giallo: la vecchia miss inglese dei giornali di caricature, una maschera di carnevale. La Renata s’era levata per andarle incontro; e la nuova venuta l’abbracciava, dicendole: “Dear!…”. Inglese davvero?
“Donna Paola Boriani.”
Consalvo provava un senso di stupore. Il nome di donna Paola non gli veniva nuovo; anzi, egli aveva molto udito parlare di lei, come l’Egeria dell’on. Griglia, ma aveva sempre creduto che fosse se non più giovane, almeno più donna, non così stravagante e ridicola come la persona che si vedeva dinanzi.
A ogni modo, poiché la casa di lei dove conveniva una società ristrettissima e sceltissima, aveva fama di essere di difficile accesso, egli si rallegrava tra sé dell’occasione che lo metteva in presenza della celebre dama. Mentre ciascuno riprendeva posto, la marchesina gli passò vicino, e sottovoce, come suggerendogli una lezione, gli disse:
“Le parli inglese… le dica bene dell’Inghilterra…”
Dietro l’occhialino, donna Paola lo squadrava da capo a piedi: narrando alla marchesa in un italiano duro e quasi stentato come quello che parlano gli stranieri, pieno di but, di I’ dont e di true, si voltava ogni due minuti secondi verso di lui, lo guardava con tanta insistenza da imbarazzarlo; pareva continuamente sul punto di esclamare: “Chi è costui? Di dov’è piovuto?…”.
“E Matilde?” domandò la marchesa “Non sai che cosa le accade?”
“I’ dont… Doveva venire alla fine del mese. I believe che non la vedremo per ora.”
“Ma come può star sempre in moto, come non si stanca!…”
“Lasciatela fare!” disse la Boriani “A Roma pel quarto d’ora si sta così allegri!…” Tutti si misero a discutere la manìa viaggiante di quella signora; la marchesa, poiché Consalvo guardava in giro, senza aver nulla da dire, gli spiegò:
“La contessa Pavi, una nostra amica elegantissima e brillantissima, non così vecchia come noialtre…”
“Aulus!…” esclamò donna Paola, come Consalvo faceva un atto di protesta; e la padrona di casa:
“Aspetti di vederla; la vedrà qui certamente…”
La signorina Renata serviva frattanto il the. Il circolo si scompose: uomini e dame con le chicchere in mano, se ne andarono negli angoli della sala, s’aggrupparono diversamente: restarono intorno alla marchesa, Consalvo e donna Paola.
“Do you speak english?” domandò costei a bruciapelo al deputato.
Egli rispose d’un fiato, mentre la marchesina chinava il capo per nascondere un sorriso:
“Molto male, con mio rincrescimento. L’ho studiato a lungo, e a leggere un libro capisco ogni cosa: mi è invece sempre mancata l’opportunità di esercitarmi nella conversazione…”
Ella scoteva il capo d’alto in basso, come un cavallo che senta la briglia, mentre intingeva un biscotto nel the.
“Non stetti tanto a Londra da poter fare profitto. Vorrei potervi passare almeno un anno.”
“Basterebbe, conoscendo già la teoria.”
“Of course…”
“How do you like England?”
“Moltissimo…”
Il colloquio a poco a poco si venne animando: egli esprimeva con termini vivaci la sua ammirazione per la nazione britannica, per i costumi britannici, per la grandezza britannica. Quando gli se n’offriva il destro, ficcava nel suo discorso la mezza dozzina di espressioni anglo-sassoni che sanno tutti, e si infervorava a ripetere quel che aveva già detto quando non comprendeva le lunghe frasi inglesi di quella fanatica. La marchesa li aveva lasciati soli; ma Renata, finito di servire gli invitati, prese il posto della madre. Ella sorrideva discretamente a Consalvo, quasi per dirgli: “Vengo a darvi aiuto; ma vedo che siete sulla buona via…”. Infatti, donna Paola, quantunque piantasse ancora gli occhi addosso all’onorevole come un esaminatore a uno scolaro, ripeteva più spesso il gesto approvatore del capo, come un esaminatore non troppo scontento… Consalvo aveva preso a parlare della politica inglese di Gladstone, di Salisbury; e a poco a poco la conversazione divenne nuovamente generale; nel circolo ricomposto ciascuno disse la sua intorno al nuovo atteggiamento della Camera italiana. Qui i pareri erano diversi da quelli prevalenti in casa Mazzarini: il marchese e Blandini dichiaravano che l’accordo tra Milesio e la Destra significava la fine dei vecchi partiti; il generale, senza esprimere nettamente il suo pensiero, scrollava il capo in atto affermativo, la Boriani, avvertendo che non s’intendeva di diritto costituzionale, non capiva perché la sala delle sedute, a Montecitorio, dovesse essere semicircolare: se l’avessero fatta rotonda non vi sarebbe più stata né Destra né Sinistra e tutti si sarebbero trovati d’accordo. “Ecco un’idea!…” esclamava Micali; “La quadratura del circolo!… Bisognerebbe però che voi veniste a presiedere le sedute…” Scherzi a parte, tutti riconoscevano che non v’erano più in Italia, pel momento almeno, quistioni grandi e ardenti che dividessero l’opinione pubblica, e giustificassero una profonda divisione di parti politiche in Parlamento. Solamente donna Paola non diceva la sua: si voltava a udire gli altri, tutta d’un pezzo, alzando e abbassando le sopracciglia, aprendo e chiudendo gli occhi, stringendosi nelle spalle, dando buffetti alle pieghe della veste, smaniosa non si capiva perché. A un tratto si rivolse a Consalvo e gli domandò a bruciapelo:
“E lei, che ne pensa?”
Egli non esitò un momento:
“Io penso che il Paese è di un solo partito.”
L’uditorio era diverso, nessuno dei frequentatori di casa Mazzarini poteva comparirgli dinanzi; tutti coloro che lo circondavano esprimevano l’opinione contraria a quella da lui sostenuta qualche ora prima. Ed egli diceva bianco dopo aver detto nero.
“Il Paese è d’un solo partito: nessun conservatore nega il progresso, e tutti i progressisti riconoscono la necessità di conservare una quantità di cose. Non mancano gli intolleranti in un senso e nell’altro, ma quanti sono?…”
Micali gli batté le mani; donna Paola lo guardava intenta senza più gestire; ma egli era sicuro di averla per sé. L’amica di Griglia, del moderato arresosi con armi e bagagli, poteva affermare la vitalità delle parti politiche e la diversità dei programmi.

IV

Ranaldi era venuto a Roma trionfando dell’opposizione della famiglia. Suo padre, il commendatore Gaspare Ranaldi, intendente di finanza, aveva chiesto ed ottenuto il ritiro nel 1876, alla caduta della Destra, e viveva d’allora, con la moglie e tre figli maggiori e il minore Federico, nella nativa Salerno. Il fanciullo aveva lungamente peregrinato col padre, dalla Liguria alla Calabria, dal Veneto alla Sardegna, frequentando le quattro classi elementari e le cinque ginnasiali in sei diverse città, imparando altrettanti dialetti, acquistando e perdendo successivamente gli accenti, godendo dei frequenti viaggi, dei continui mutamenti, che invece erano stati ai genitori motivo di disagi e di crucci. Nei primi tempi egli non aveva compreso perché mai, ad ognuna di quelle traslocazioni, una grave inquietudine si diffondesse per la casa, e il padre si chiudesse in camera o in ufficio, e la madre scongiurasse i figliuoli di star buoni, di non aggravare “i dispiaceri” del babbo, e perché poi avesse con lui lunghi colloqui concitati, durante i quali non parlavano d’altro che del ritiro, degli anni ancora mancanti al conseguimento della pensione, della pace che li aspettava a casa loro. L’annunzio del trasferimento prometteva invece a Federico una serie di svaghi e di piaceri tanto più grandi quanto più lontana era l’Intendenza da raggiungere: prima di tutto i preparativi per la partenza, le casse ed i bauli da colmare di roba, le visite di congedo durante le quali già udiva lodare la nuova residenza; poi la partenza, la stazione o lo sbarcatoio pieni d’impiegati, di amici, di signore salutanti; poi la lunga corsa in treno o la traversata in piroscafo, talvolta l’una e l’altra, e talvolta ancora, in Calabria o in Sardegna, dopo il treno ed il piroscafo, il lungo tragitto in carrozza, con i carabinieri galoppanti allo sportello, a motivo dei briganti; e allora, per via, nella nuova città, i luoghi da vedere, le cose da apprendere, i costumi da conoscere: a Salerno, nei primi tempi che vi si era ridotto, egli aveva potuto vantarsi, tra i giovani amici non mai usciti dal guscio, d’aver visitato tanta parte d’Italia. Ma appunto perciò aveva concepito avversione a quella stabile dimora in una città dove era stato più volte, durante le licenze del padre, e che non gli pareva tanto grande, bella od attraente da esser preferita a tutte le altre. Certo, i genitori avevano lì parenti ed interessi; ma per conto suo egli conosceva bene i nonni ed i cugini, e non credeva di doversi rintanare laggiù per amor loro; e quanto alle possessioni – la casa di piazza Cavour, i poderi della Torre e di Marecoccola – per il momento pensava suo padre ad amministrarle; un giorno, poi, sarebbero andate spartite tra i figli, e la sua quota non gli avrebbe permesso di fare il mestiere del possidente: tutt’altro! Il padre e la madre, anzi, gli avevano sempre detto e ripetuto ed inculcato che doveva mettersi in grado di guadagnar denaro, che senza una professione o un impiego non avrebbe potuto mantenersi col decoro nel quale era nato e vissuto. Contemporaneamente, però, essi avevano dichiarato di volerlo sempre con loro e si erano anticipatamente doluti della necessità di lasciarlo andare durante quattro anni a Napoli, per gli studii universitarii.
Fin da quei primi tempi il giovinetto aveva cominciato a dissentire dai genitori. Non che vivere eternamente a Salerno, egli voleva andarsene subito via. Entrava in quel torno al liceo, e tre anni gli parevano lunghi; né l’università di Napoli, alla quale il padre lo destinava, come la più vicina, come quella dove egli stesso aveva ai suoi tempi studiato, lo attirava. Roma, la metropoli vista una sola volta, di passaggio, di sfuggita, e della quale, interrogato, aveva riferito ai creduli compagni cose lette, udite o addirittura immaginate con fervore di fantasia, lo affascinava; per rinunziarvi, per far contento il padre, gli chiese che, dovendo pure fra tre anni recarsi a Napoli per l’università, ve lo mandasse subito, a seguirvi anche il liceo. Fu una grossa lite. Il commendatore e la signora Luisa si opposero vivacemente a quella pretesa, giudicandola stravagante. A Salerno, dicevano, con meno ressa di scolari, gli studii liceali si potevano compiere con maggior profitto – ed egli fece invano osservare che questo vantaggio non compensava la minore valentia dei professori salernitani. Inoltre, per il momento, lo giudicavano troppo ragazzo e dichiaravano che sarebbero stati in troppa inquietudine a saperlo solo nella gran città, – quasi che, anche fra tre anni, egli non dovesse sottostare alla tutela dei Gargiulo, i vecchi amici di casa Ranaldi, ai quali lo avrebbero affidato!
Finalmente affermavano che il distacco anticipato di tre anni, senza necessità, senza ragione, anzi improvvidamente, avrebbe anche importato un dispendio non lieve – e questo era parso a Ranaldi, il vero, il grande, il solo motivo del rifiuto. Egli cominciava a dubitare dell’affetto dei genitori e giudicarne i difetti. Suo padre era diffidente ed avaro. Si lodava dei buoni studii del figlio, lo applaudiva perché non aveva vizii, ma gli lesinava poi i quattrini occorrenti a comperare i libri e a procurarsi qualche svago. Dichiarava che aspettava d’esserne aiutato nell’amministrazione della proprietà, e talvolta lo mandava in campagna, a vender derrate, ma vietava ai fattori di consegnargli denaro. Neanche alla moglie lasciava maneggiar nulla, fuorché l’occorrente alla spesa quotidiana. La madre, risecando, gli dava poche lire il mese con le quali egli comperava libri e fascicoli di opere periodiche; ma ella non gli sapeva attestare in modo più efficace il suo affetto, non lo assecondava nelle sue aspirazioni, non le comprendeva, andava d’accordo col marito nel pretendere di tenerlo sempre legato laggiù. Federico non si ribellava, ma li giudicava tra sé egoisti ed illogici. Se erano tanto orgogliosi dei suoi trionfi di studente, dei premii riportati agli esami, del lieto avvenire assicuratogli dai professori, come mai glielo circoscrivevano fra le mura del loro paesuccio? Professionista, che slancio avrebbe potuto prendere in quella bicocca? E non era poi anche più strano che, dichiarandosi mal contento della propria carriera di pubblico ufficiale, il padre gli desiderasse un impiego governativo?
Federico non sapeva che cosa avrebbe fatto. Molte cose lo attiravano a un tempo. La madre, buona musicista, gli aveva dato il gusto di quest’arte; e sonando al pianoforte, o assistendo alle lezioni di canto della sorella maggiore Maria, o udendo un’opera a teatro, egli sognava di farsi compositore; ma la sola volta che ne parlò in casa, i genitori si posero a ridere. A scuola, egli non aveva provato decisa simpatia o antipatia per l’uno o l’altro insegnamento, come la maggior parte dei suoi compagni, alcuni dei quali non potevano soffrire il latino e il greco, altri nutrivano un particolare rancore contro la storia e la geografia, e quasi tutti spiritavano al solo nome del professore di matematica. Egli aveva studiato ogni cosa con lo stesso zelo e con eguale profitto. La lettura dei libri di viaggi, il fascino delle avventure nei continenti misteriosi e nelle isole deserte, gli aveva fatto disegnare carte geografiche e ricercare la descrizione di sestanti e di bussole; ma se all’annunzio della sua vocazione artistica i genitori avevano riso, non lo lasciarono finire udendogli manifestare il proponimento di far la vita del marinaio. Tanto i Ranaldi quanto i Caravita, la famiglia della madre, erano nobili, e Ranaldi non divideva il senso d’alterezza che ne provavano i parenti; ma non perciò pensava che avrebbe derogato se, invece che al liceo, fosse entrato all’istituto nautico. Del resto, posto che la carriera del capitano mercantile non fosse molto signorile, che c’era da ridire contro quella dell’ufficiale di marina? Ma allora i suoi osservavano che, non dovendo fare il militare, sarebbe stato da stolto sottoporsi a quella disciplina; e del resto, militare o mercantile, la marina lo avrebbe strappato alla famiglia, e il loro amore – il loro egoismo, pensava Federico – non poteva rassegnarsi a perderlo. Egli non insistette, rammentandosi il mal di mare sofferto col cattivo tempo; ma, a questo argomento soggiunto dai suoi, rispose sdegnosamente che quasi tutti i grandi navigatori hanno vinto con l’assuefazione le nausee.
A poco a poco egli si venne così chiudendo in sé stesso giudicando inutile discutere con persone che non lo comprendevano. Altre cose lo avevano ferito, fuori della famiglia. In iscuola, al ginnasio, la gelosia dei compagni meno intelligenti o più svogliati si era vendicata insinuando che i professori lo proteggevano perché suo padre era un pezzo grosso amico del provveditore e del prefetto. Con la coscienza d’aver sempre studiato diligentemente, con la febbre di non far cattive figure, egli aveva provato un doloroso stupore e concepito un muto sdegno a quell’accusa. Udendo un giorno tutta la classe dargli del “figlio di papà” perché il professore lo aveva solennemente encomiato e portato ad esempio, ne aveva anche pianto. Come sbugiardare gli invidiosi, come provare ai calunniatori che suo padre, se diceva qualche cosa al provveditore od ai professori, raccomandava loro di essere particolarmente severi con lui?
Per fortuna, dopo la giubilazione, al liceo di Salerno, quell’accusa non poté più essere ripetuta. Ma egli ne udì allora un’altra, più grave. Gli studenti avevano le loro opinioni politiche: alcuni parteggiavano per la Destra, altri per la Sinistra, parecchi si professavano repubblicani, e qualcuno che non si pronunziava passava per gesuita e borbonico. Ranaldi era prima che ogni altra cosa italiano. In fondo alle più lontane sue memorie, il giorno dello Statuto ed il 14 marzo erano associati all’idea di festa solenne: la bella bandiera fiammante che l’usciere traeva dalla custodia e issava all’asta del balcone centrale, le salve dei cannoni, il Te Deum alla cattedrale, la rivista militare, la premiazione scolastica, la musica nelle piazze, la luminaria ed i fuochi. A scuola, uno dei primi maestri, un vecchio che si chiamava Milone, gli aveva data la prima lezione di storia patria contemporanea in un modo tanto efficace che gli si era indelebilmente stampata nella memoria. Disegnata col gesso sulla lavagna la figura dello stivale, simile a quella della gran carta geografica pendente dalla parete, ne aveva narrato e descritto col gesso le secolari divisioni: il regno delle Due Sicilie, lo Stato romano, il Granducato di Toscana, i possedimenti austriaci, e via dicendo. Quelle linee erano catene, barriere, muri che impedivano l’andare e il venire, e strozzavano la vita nazionale: egli s’era sentito propriamente mozzare il fiato alla descrizione delle male arti di quei governi: l’esilio, la prigione, l’estremo supplizio inflitti a chi manifestava un’opinione od esprimeva un voto o semplicemente portava il cappello d’una certa foggia: impossibile scrivere un libro, diffondere una notizia, cantare una musica, lasciarsi crescere il pizzo: gli sbirri padroni delle cose, della vita, dell’onore dei cittadini. Ma in un cantuccio di quella patria rotta ed inceppata, le cose procedevano molto diversamente, poiché un Re forte e valente lasciava liberi i sudditi suoi: differenza resa evidente dal maestro, con l’imbiancar di gesso la figura del Piemonte – capitale, Torino – sul fondo nero della lavagna, in cima allo screpolato stivale, il cantuccio tutto candido come di neve, attirava gli sguardi e confortava il cuore. Ed ecco un bel giorno il buon Re fare una bella pensata: quella di liberare, riunire, resuscitare tutta l’Italia! Allora, che fa? Insieme con un imperatore suo amico dichiara la guerra agli stranieri e li obbliga a restituire le province mal tolte; intanto, più giù, il popolo desto al fragore dell’armi ed ai canti della vittoria, insorge e mette in fuga i tiranni. Garibaldi scende per conto suo con mille diavoli rossi a rovesciare il maledetto Borbone; poco dopo il Re torna ad intimare una nuova guerra insieme con un altro amico, e sposa la Regina dei mari: così, ad uno ad uno, sotto la mano fremente del maestro infervorato che vi strofinava il bastoncino del gesso con tanta forza da mandarlo in frantumi, tutti gli altri pezzi d’Italia diventavano bianchi: il candore si distendeva a destra, scendeva in basso, risaliva dal basso all’alto, guadagnava tutti gli angoli, ricopriva tutta la figura, abbagliando… Una sera, a Cagliari, mentre c’erano visite in casa, un gran clamore di voci e riflessi di fuoco alle vetrate aveva fatto correre Ranaldi al balcone: le persone intorno dicevano che era la presa di Roma.
Così egli aveva cominciato a palpitare d’amor patrio; poi, col più preciso studio della storia e della letteratura nazionale, il suo fervore venne crescendo all’idea che l’Italia una, libera, grande, lungo sogno, aspirazione secolare, eterno struggimento dei poeti, dei politici, dei patriotti, finalmente esisteva. Che cosa avrebbero detto Dante e Petrarca, se avessero potuto un momento tornare al mondo e vedere il miracolo? Ah, se Leopardi fosse vissuto tanto da assistere al gran fatto! Trent’anni di vita ancora, e con “le mura e gli archi e le colonne e l’erme torri degli avi nostri”, egli avrebbe visto anche “la gloria!”. Alfieri avrebbe avuto novant’anni, se fosse vissuto fino al Sessanta: quanti non vivono anche di più? Ma non era stata una vera disdetta che Giusti, il gran poeta civile, amareggiato dai disinganni, dubitoso dell’avvenire, fosse morto proprio alla vigilia del miracoloso avvenimento?… Per compenso di quei rammarichi, Federico godeva di non aver visto i giorni del servaggio: a scuola, tra i compagni più grandi di lui, vantavasi d’esser nato in terra libera, il dodici novembre del 1860, lo stesso giorno che Vittorio Emanuele entrava in Napoli!… Ed a scuola, i compagni malevoli gli avevano dato del “figlio di birro borbonico!…”
Il commendatore Ranaldi veniva infatti dall’amministrazione napoletana, nella quale si chiamavano intendenze quelle che i piemontesi dovevano ribattezzare col nome di province. Segretario dapprima, poi consigliere, al tempo dell’annessione si era trovato, come il fratello capitano, e come tutti gli impiegati civili e militari delle Due Sicilie e di tutti gli antichi Stati, nel bivio di serbar fede al sovrano decaduto rinunziando all’impiego, oppure di assicurarselo giurando una seconda volta ad un altro. La devozione alla Dinastia era in lui ereditaria. Con pochi beni di fortuna, i Ranaldi entravano tutti negli uffici pubblici, nella magistratura, nell’esercito, nella marina; di nobiltà autentica ma non illustre, non si erano però spinti mai presso al trono e non ne avevano per conseguenza goduti i favori; nondimeno, secondo i tempi, dal regime e dal Re avevano avuto riconosciuti i gradi, le pensioni e gli onori conseguiti grazie alla solerzia ed alla lealtà dei loro servigi. Nessuno di essi aveva mai preso parte a cospirazioni, né si era ascritto alle sette o semplicemente dimostrato fautore di novità: nei moti rivoluzionarii del regno e di fuori, il padre di Federico aveva visto l’effetto di false dottrine destinate ad essere disperse dalla ragione e dal diritto, capaci di ridurre soltanto i malcontenti, gli squilibrati, i sognatori. Egli aveva quindi giudicato malaccorte e pericolose le repressioni severe, attribuendole alla violenza di altri fanatici e scagionandone il sovrano; per conto proprio, aveva sempre consigliato la prudenza ed il perdono, virtù essenziali ad un regime paterno.
L’improvviso trionfo della rivoluzione lo stupì ed afflisse. Quantunque, negli ultimi tempi, il governo che egli considerava legittimo lo avesse un poco trascurato, facendogli aspettare una promozione ad intendente che gli spettava per anzianità, egli lo vide crollare con segreto dolore; questo sentimento non fu determinato né accresciuto dall’incertezza della situazione nella quale egli restava. Dubitoso della durata del nuovo regime, invitato a servirlo grazie all’ottima reputazione acquistatasi, esortato dalla maggior parte dei più risoluti e meno scrupolosi compagni, stretto dalla necessità di accrescere le sue rendite, insufficienti ai bisogni della numerosa famiglia, inadatto ad altri lavori fuorché a quelli dell’ufficio suo, egli finì, dopo molti dubbi penosi, col prender servizio sotto la Dittatura. Mancò alla sua adesione l’entusiasmo, ma non la lealtà. Ne fu rimeritato con la promozione da più tempo invano aspettata; se non che, cessato il governo provvisorio, l’amministrazione italiana non confermò il decreto garibaldino. Altrettanto accadde a molti altri, a suoi compagni ed amici, ed allo stesso fratello: il ministero piemontese, cancellando i decreti del Dittatore, retrocesse tutti i militari da quest’ultimo promossi, rimettendoli nel grado inferiore che occupavano prima del 7 settembre 1860. Come il fratello Gaspare, così il capitano Lodovico Ranaldi aveva ottenuto l’avanzamento non già per favore, ma per diritto acquisito: entrambi, vedendo disconosciute le loro ragioni ed assistendo al trionfo degli intriganti che facevano valere mentite benemerenze patriottiche, non ne poterono concepire molta simpatia per il nuovo ordine di cose. Consigliati di recarsi a Torino per parlare coi ministri, vi andarono ottenendo mezza giustizia: il capitano riammesso nel grado di maggiore, ma tolto dai Corpi combattenti; il consigliere di intendenza riconosciuto intendente, ma non prefetto: dall’amministrazione politica lo sbalzarono alla finanziaria.
Né egli doveva godere in pace del contrastato grado. Come tutti gli impiegati provenienti dalle vecchie amministrazioni ai quali era mancata la destrezza di maneggiarsi e procacciarsi amici e protettori, egli sentì una sorda diffidenza e una secreta ostilità circondarlo, nei primi tempi, e coglier pretesto dalla sua inesperienza delle nuove leggi per infliggergli rimproveri e trasferimenti. Spinto da naturale amor proprio a far del suo meglio, riuscì a vincere il discredito; e nativamente onesto, fino allo scrupolo, volle anche smentire, coll’inflessibilità contro gli affaristi, l’accusa di corruzione troppo spesso scagliata al governo dal quale proveniva; ma allora altri e più grossi dispiaceri lo colsero, perché le nuove birbe non erano da meno delle antiche; anzi, grazie alle inframmettenze parlamentari, riuscivano meglio a sopraffare i galantuomini ed a vendicarsi di chi non si piegava a favorirle. La seconda fase della sua carriera fu perciò tempestosa: sbalestrato dall’uno all’altro capo d’Italia per dar soddisfazione ai protettori dei ladri, dei falsarii, dei prevaricatori, i ministri lo premiavano poi con le croci e le commende: ad ognuno di quei vani onori e di quelle reali afflizioni, egli sospirava il momento d’ottenere, con la giubilazione, la pace della vita privata. Equanime, non chiamava il nuovo ordine di cose interamente responsabile del male visto e patito, distingueva anzi la parte degli eterni vizii umani trionfanti sotto tutti i regimi, a dispetto delle leggi migliori, e non si metteva perciò fra coloro che, mangiando il pane del governo, lo denigravano e ne auguravano la caduta. Ma se non aveva partecipato alla rivoluzione nei primordii, né condiviso l’entusiasmo del domani divampato in tanti suoi colleghi, tanto più freddamente giudicò, coi disinganni, gli uomini e gli avvenimenti. Pieno di buon senso, presto si persuase, dopo le prime esitanze, che il vecchio regno non sarebbe mai più risorto; che anzi la rivoluzione avrebbe ripreso l’andare fatale; ma, ossequente per indole e tradizione all’autorità, rispettoso per educazione delle gerarchie e diffidente per esperienza dei mutamenti, non simpatizzò con gli impazienti e gli avventati che formavano l’opposizione nel Parlamento e nel Paese. Al 1876, compiti gli anni di servizio mentre la rivoluzione parlamentare portava la Sinistra al potere, chiese ed ottenne il ritiro, non condividendo i nuovi entusiasmi per l’avvento d’un partito che si vantava di dover riparare le colpe del predecessore. Al contrario: egli ne temette l’impreparazione e l’intemperanza, ed all’idea dei rischi che si stavano per correre coi vincitori, sostenne la causa dei vinti; sebbene poi, considerando quanto poco aveva da lodarsene, personalmente, l’amarezza antica gli ritornasse in gola. C’era per tutte queste ragioni nei suoi giudizii sulla cosa pubblica una freddezza, un riserbo, che all’ardente figliuolo doveva dispiacere. Quando i compagni gli rinfacciarono la prima volta le origini borboniche, Federico reagì con insolita violenza: nativamente mite, diede e ricevette ceffoni e pugni per affermare il paterno liberalismo; ma apprendendo che suo padre era stato realmente servo dei tiranni, ne provò dolore e vergogna. Più tardi, considerando che non tutti gli impiegati napoletani avevano preso parte alle infamie di quel governo, che anzi tanti erano fra i più stimati rappresentanti e difensori del nuovo regime, se ne consolò: il commendatore Ranaldi aveva bensì potuto appartenere all’amministrazione borbonica, ma per fatalità, non per elezione, soffrendone anzi ed uscendone con un senso di sollievo e di gioia! Non era uno dei rappresentanti della nuova Italia? Il posto del signor Intendente non era segnato accanto a quello del prefetto, del generale, del questore, del procuratore del Re, tutte le volte che si celebrava qualche festa civile?… Ma se in fondo alla memoria, Federico trovava i ricordi delle testimonianze d’ossequio tributate a suo padre, delle solenni cerimonie alle quali aveva preso parte: inaugurazioni, discorsi, ricevimenti di ministri e di prìncipi, e se perciò lo credeva uno dei sostegni della patria risorta, lo vedeva e lo udiva ora, crescendo negli anni, pronunziar critiche e fare reticenze, intorno a quest’Italia diletta, che lo turbavano ed offendevano. Cominciati i dissidii, il contrariato giovanetto dubitava, per il rancore che gl’invadeva l’animo, della coerenza politica paterna. Perché mai suo padre aveva preso servizio sotto il nuovo regime, se non lo apprezzava? Perché non si era dimesso, al Sessanta, se aveva rimpianto l’antico?… Fin dai tempi dei primi giuochi infantili, quando gli scolaretti marinavano la scuola per giocare alla guerra in qualche giardino, fra le macerie di qualche casa abbandonata o lungo la spiaggia, Federico aveva imparato a lanciare il grido di Savoia! come quello che incorava i combattenti nel momento del pericolo e li precipitava irresistibili sugli sgominati nemici. Come mai suo padre, servitore della prode monarchia, parlava ancora rispettosamente dei vili tiranni? Dell’ordinamento costituzionale, il giovanetto aveva udito spiegare la perfezione: Re e Popolo partecipi del governo, quello coi ministri, questo coi deputati; il Senato di nomina regia moderatore della Camera elettiva; il potere giudiziario libero e indipendente fra il legislativo e l’esecutivo: che cosa poteva opporre suo padre a questa perfezione? Un più grave e doloroso stupore egli doveva provare, udendo in famiglia affermare che, senza il tradimento, né mille né diecimila garibaldini avrebbero potuto abbattere un regno come quello di Francesco II!
A questo proposito, non il solo commendatore, ma anche la signora Luisa gettava acqua fredda sul fervore del giovanetto. Donna semplice ed unicamente inquieta del benessere della famiglia, la madre di Federico misurava la bontà dei governi dal trattamento che avevano fatto a suo marito: buono era stato, secondo lei, il borbonico, quando aveva rapidamente promosso il giovane segretario d’intendenza a consigliere; non tanto buono, quando gli aveva fatto sospirare l’avanzamento ad intendente; ottimo il garibaldino, nel rendergli prontamente giustizia; pessimo il piemontese nel negargliela; discreto dopo che ne riconobbe finalmente l’anzianità; detestabile nell’amareggiarlo e nell’infliggergli i frequenti traslochi, il fastidio e il danno dei quali ricadeva su lei, costretta a star sempre senza casa, a fare e disfare i bauli e le casse e a vedere la suo povera roba rovinarsi nei continui viaggi. Aggiungendo a questi motivi di cruccio l’enormezza delle tasse che si portavano via tanta parte del loro reddito fondiario, ella avrebbe avuto troppo poco da lodarsi dell’Italia una, se non fosse stata la paura del peggio. Il nuovo Stato non si dissolveva, il nuovo governo non falliva, come molti profetavano: pagava regolarmente, benché in fogli sudici e non in bella moneta sonante, lo stipendio di suo marito e le cedole della rendita che questi veniva comperando col frutto delle piccole economie e che formavano, al tempo della giubilazione, un ragguardevole capitaletto. Per questa ragione ella doveva augurarsi la saldezza del nuovo regime; ma, quando si parlava dell’antico, e particolarmente delle cerimonie regali, degli splendori della Corte, dei costumi delle principesse, ella che era nata e vissuta a Napoli, vicino alla Reggia, non finiva di rimpiangere il passato, esaltando la sontuosità di certi spettacoli, impietosendosi al destino di Maria Sofia, non comprendendo come la metropoli avesse potuto ridursi alla condizione di un qualunque capoluogo di provincia. “È stato un volenteroso sacrifizio sull’altare dell’unità!…” affermava Federico; ma ella sorrideva di quelle parole, protestava contro quel “volenteroso”, negava la spontaneità, adduceva sintomi di pentimento, senza accorgersi dell’irritazione inflitta al giovanetto. Egli ne aveva provata un’altra, il giorno che il fanciullo di dieci anni, declamando con enfasi una poesia patriottica intitolata Il Disertore, dove una madre diceva al figliuolo: “Figlio mio, t’ho partorito – per la patria e non per me!…” sua madre aveva riso di quella presunzione, di quella “patria”, che, a detta del poeta, esercitava più diritti della mamma! “Io t’ho partorito per me! per me!…” ma tra le braccia della mamma sua che pareva volesse contenderlo a invisibili nemici, egli era rimasto freddo e deluso; e i dubbii uditi esprimere da lei, più tardi, sull’eroismo delle genitrici lacedemoni e romane, lo avevano più profondamente ferito. Se ella non lo condivideva, non per questo doveva negarlo! Certo, ella giudicava così per la forza dell’amor materno; ma, come quello paterno, Federico lo veniva giudicando egoista, vedendosene ostacolato nelle sue aspirazioni.
Si placò un poco quando, compito il liceo, gli fu dato finalmente di lasciare Salerno per Napoli. Suo padre fedelmente e quasi superstiziosamente rispettoso delle tradizioni familiari, lo consegnò ai Gargiulo, in casa dei quali egli stesso e suo nonno erano stati ospitati, al tempo dei loro studi: gli fece assegnare la stessa camera già da lui occupata, nella quale stavano ancora i mobili e i libri da lui adoperati. Federico non vi restò più di un mese: la casa era vecchia, i mobili antiquati, gli ospiti borbonici. Se costoro si contentavano d’una pensione modicissima, tale vantaggio poteva sedurre il genitore, sempre a caccia di economie: per conto suo, egli preferiva avere meno da spendere nei minuti piaceri piuttosto che vivere tra quella gente. La sua risoluzione fu disapprovata dai suoi, i quali vedevano pericoli e danni in qualunque cosa egli facesse, e non gli scrivevano una sola volta senza rammentargli che si guardasse dai cattivi compagni e dai colpi d’aria, dalle carrozze e dai borsaiuoli, dalle indigestioni e dalla politica. Sapevano bene che questa era la sua gran passione!
Libero, sdegnoso delle raccomandazioni che implicavano una sfiducia nel segno del quale si credeva pieno, egli frequentò più le associazioni elettorali e le redazioni dei giornali che non le aule universitarie e le biblioteche. I sentimenti d’italianità si erano specificati in lui, divenendo un culto religioso per la monarchia redentrice e un’ammirazione sconfinata per il partito a lei più devoto. I moderati erano riusciti a portare l’Italia “da Novara a Roma”, – aveva udito e letto sul grave Dibattimento, il giornale di suo padre: – “dai campi del duolo al Campidoglio!…” – disse egli stesso in un foglio napoletano, Il Risveglio, del quale divenne presto gran parte, scrivendovi gli articoli di fondo e la cronaca teatrale. Con la politica, poteva ora soddisfare anche l’altro suo gusto per la musica, ottenendo spesso la libera entrata ai teatri ed ai concerti. Suo padre, quando lo seppe, gliene mosse rimprovero, giudicando che fosse poco dignitoso non pagare il biglietto, che ne restasse impedita la stessa libertà del giudizio: insofferente di quelle continue critiche, egli finì col tacere al genitore quasi tutte le sue occupazioni e i suoi disegni, col restringersi a dargli in poche righe le notizie della salute e del tempo. Gli nascose d’aver preso l’iniziativa di un Circolo universitario monarchico, per porre un freno alle prepotenze del Democratico e del Repubblicano. Dei repubblicani era avversario inconciliabile, ma rispettoso; il loro ideale gli pareva intempestivo, data l’imperfezione umana, e addirittura funesto in Italia; ma ne riconosceva la nobiltà e l’altezza. Quelli che invece si contentavano di chiamarsi democratici, o progressisti, o riformisti, e che si dicevano ossequenti alla monarchia, ma lavoravano a menomarla, discutendo il prestigio, restringendone le prerogative, gli parevano in mala fede. Le stesse parole che designavano, secondo la topografia parlamentare, i due partiti, ne rivelavano le qualità: la Destra era stata destra, sagace, maestra di senno politico, diplomatico, economico; l’opera della Sinistra riusciva veramente nefasta, ponendo a repentaglio, con le riforme più immature, i miracolosi risultati conseguiti dalla risoluta prudenza e dal cauto ardimento. Nel sostenere la moderazione gli metteva una foga alla quale i suoi compagni di fede poco partecipavano, e della quale si stupivano quelli tra i repubblicani ai quali era amico. Scarse e tempestose amicizie: perché, concependo questo sentimento come il più saldo e dolce legame delle menti e degli animi, egli non poteva ammetterlo senza la totale e perfetta concordia, e l’antipatia per l’atteggiamento politico diametralmente opposto al suo, gli impediva di apprezzare le belle qualità degli avversarii. Molti di costoro lo ripagavano di altrettanta antipatia, e liti violente insorgevano coi riformisti. Certi giorni, dovendo discutere e decidere l’atteggiamento di tutta la studentesca a proposito di qualche avvenimento o cerimonia, l’Università diveniva teatro di pugne clamorose: volavano le sedie, i vetri cadevano infranti, guardie e soldati accorrevano: al loro apparire, mentre i riformisti protestavano e i repubblicani fischiavano, Federico si cavava il cappello.
Una volta, ad un rivoluzionario il quale diceva: “Mi farei tagliare piuttosto la mano, che stringer quella di un Re!…” egli rispose: “Io mi onoro di stringerla ad un questurino, e non ad un sovversivo”. Allora l’altro gli diede del “birro dilettante” e dell'”aspirante spia”: trattenuto dai circostanti, non potendo castigare immediatamente l’offensore, lo sfidò a duello. Durante i preparativi, esercitandosi lungamente alla sciabola nella sala di scherma, col braccio irrigidito e le gambe rotte, il suo ardore si temperò alquanto, il pensiero dei parenti lontani lo turbò; ma l’insulto proveniva dalla malvagità dell’avversario: egli negava di averlo provocato. I padrini composero la questione, e le liti ricominciarono, più tardi.
Gli chiedevano che cosa sarebbe stato a quarant’anni, se a venti era tanto codino; ed egli rispondeva che il tempo non avrebbe modificato il suo liberalismo prudente, mentre a breve andare gli scamiciati avrebbero invidiato il knut allo Zar ed il palo al Gran Turco. L’eccellenza del reggimento monarchico costituzionale gli pareva innegabile, evidentissima la necessità di associare l’esercizio dei diritti con l’adempimento dei doveri, di contemperare l’autorità e la libertà. Cavour ed i suoi continuatori incarnavano talmente per lui il patriottismo illuminato e la sapienza politica, che diffidava dell’intelligenza di chi non li ammirava altrettanto. Una grossa questione che minacciò anch’essa di degenerare, fu quella del paragone tra l’inno garibaldino e la marcia reale: udendogli anteporre questa a quello, i suoi avversari gli risero in faccia: “E con simili criterii fai il critico musicale?…”. In verità egli non poteva apprezzare il puro valore artistico delle due composizioni, considerando che il canto dell’indipendenza, accaparrato ora dai sovversivi, echeggiava in tutte le dimostrazioni ostili alla monarchia; mentre la marcia reale evocava magicamente l’epopea nazionale: se egli ne udiva per le strade le prime battute, si scopriva, come al passaggio del Sacramento.
Dopo questi quattro anni di vita napoletana, il ritorno in Salerno, conseguita la laurea, ridestò più acuto e intollerabile il suo malcontento. Durante le vacanze autunnali, alla fine di ogni corso, il soggiorno della provincia non gli era riuscito grave; per la certezza di dover ripartire col novembre, alla riapertura dell’Università, e poi anche perché egli passava quei pochi mesi di riposo in campagna a Marecoccola. Due sole volte si era fermato in città, ma in due occasioni solenni, per i matrimonii delle due sorelle maggiori: di Maria con l’ingegnere Scarola, di Enrichetta col professore Romani. Ora, finiti gli studii, pretendendo suo padre di averlo eternamente con sé, l’idea di dover trascorrere l’esistenza a Salerno facendo il “paglietta” o mummificandosi tra gli scartafacci di qualche pubblico ufficio, quasi gli mozzava il fiato. L’ideale per lui era di andarsene a Roma, di far lì il giornalista, il polemista politico, il critico d’arte; i guadagni sarebbero stati modesti sulle prime, ma suo padre avrebbe potuto bene, senza perciò fallire, continuargli per qualche tempo la pensione pagatagli a Napoli. Come parlare però di quel disegno ad un uomo che giudicava il giornalismo l’ultima delle professioni, l’occupazione dei disoccupati, la capacità degli inetti?
Il temperamento trovato da Federico fu questo: egli avrebbe fatto, sì, l’avvocato – per contentar suo padre; ma a Roma, non già a Salerno, iscrivendosi come praticante, raccogliendo gli affari della provincia nativa – e cercando poi e trovando, una volta alla metropoli, il modo d’appagare le proprie inclinazioni. Questo temperamento, del quale il giovane ammirava la conciliante discrezione, non piacque neppur esso alla famiglia: padre e madre dichiararono di volerlo con loro. La passione per quel figliuolo, unico maschio, continuatore del nome, avvocato a ventidue anni, era cieca nei coniugi Ranaldi. Il commendatore, pur disapprovando l’attività giornalistica, era orgoglioso che il suo Federico sapesse scrivere; la signora Luisa lo giudicava il più bel giovane e il più vantaggioso partito della città, sognava per lui una sposa bella e buona; nobile e ricca, la perla delle mogli. Entrambi, maritate le prime figliuole, prevedendo che anche l’ultima, Giulia, tra poco li avrebbe a sua volta lasciati, non potevano rassegnarsi all’idea di restar soli nella casa deserta. Invano Federico osservò che ad evitare la solitudine avrebbero dovuto semplicemente scegliere con quale delle figlie far vita comune: gli risposero che i generi, benché rispettosi ed affezionati non si sarebbero acconciati a stare insieme coi suoceri; non soggiunsero, credendolo superfluo, che la compagnia cara e necessaria alla loro vecchiezza era la sua. L’ostinazione irritò il giovane, rinfocolò il suo rancore. Provvido veramente, quel grande amore dei genitori che gli contrastava la più innocente e legittima aspirazione, che gli precludeva l’avvenire, gli rinserrava l’orizzonte e gli toglieva la libertà! Quell’amore che dicevano di portargli, ma che li faceva solleciti del loro proprio vantaggio, del loro proprio piacere, non già del suo, non era altro che mostruoso egoismo! Era forse egoista egli stesso non sacrificando i propri desiderii all’affetto e alla devozione filiale? Ma egli entrava appena nella vita, doveva viverla ancora, adoperare la propria forza, provare la propria parte di gioia; mentre essi dichiaravano e ripetevano di non dover far altro al mondo, ormai, fuorché assicurare la felicità dei figli, la sua! Soltanto, pretendevano che la trovasse dove pareva loro che fosse: nella meschinità e nella grettezza della vita provinciale, nella dolcezza monotona ed a lungo andare incresciosa della famiglia, nel servaggio domestico! Per giudicare così, per cadere in simile contraddizione, per non intendere le aspirazioni di un giovane, le loro stesse facoltà mentali dovevano essere anguste! Già la madre, tolta la musica, riconosceva di non intendersi di nulla; e nella stessa musica non dimostrava di possedere un gusto molto squisito.
La cultura del padre era quella dei legulei di trent’anni addietro: nulla egli aveva fatto per rinfrescarla, la qual cosa non gli impediva di condannare, senza conoscerle, tutte le nuove dottrine scientifiche, filosofiche, morali! Disprezzava la politica, vituperava il giornalismo, incapace di comprenderne le funzioni sociali; e dopo aver passato sedici anni agli stipendii del nuovo regno, rimpiangeva l’antico! Quando tutta l’Italia fremeva sotto il giogo iniquo, quando il fiore della gioventù dava le sostanze, la libertà e la vita per la salute della patria, egli se ne era rimasto tranquillo sulla sua poltrona, a servir gli oppressori, ad eseguirne gli ordini, a mangiare il pane! Caduti, non aveva spinto lo zelo fino a restar loro fedele! La paga cresciuta esercitava una persuasione potente! Non tale, tuttavia, da renderlo riconoscente! E si lagnava della sua carriera? Ma che diritto poteva vantare ad un trattamento di favore un impiegato che invece di farsi perdonare la macchia originale, pareva anzi studioso di sfoggiarla, quasi fosse un titolo d’onore? Intransigente coi disonesti? Intrattabile piuttosto, con tutti; ostinato, cocciuto, angoloso, prepotente fuori di casa come in famiglia, ed anche peggio!…
La crisi si risolse nel pianto. Fanciullo, prima di partire per Napoli, tutte le volte che aveva qualche dissapore coi suoi, Federico non recalcitrava, non dava in escandescenze: al contrario: ammutoliva, rifiutava il cibo, si dava ammalato, si chiudeva in sé stesso, covava il suo corruccio, finché una carezza della mamma o una parola del babbo lo facevano sciogliere in lacrime. Allora, il suo rancore si dissipava, rapidamente, la stessa memoria se ne disperdeva. Giovane di ventidue anni, dottore in giurisprudenza, le tracce della nuova tempesta, simile alle antiche, ma tanto più grave, dovevano durare in lui più a lungo. Tra le braccia della madre, che non reggendo a vederlo tanto dolente, gli prometteva di intercedere per lui, di piegare il marito, di trovare una via di mezzo, egli riconobbe che la mamma era la più buona, la più santa fra le donne; baciando la mano al padre, dinanzi a cui ella lo trasse, udendo le dolorose espressioni del suo stupore e la promessa di lasciarlo andar via poiché disconosceva l’affezione dei genitori e la giudicava tirannica, si vergognò d’aver mal giudicato. Ma, superato il parossismo, la febbre dell’anima sua non cessò. Era stato indegno pensare cose tanto tristi dei genitori, ma essi medesimi avevano fatto sorgere in lui quegli odiosi pensieri, con la loro ostinazione nell’ostacolarlo. Come mai non si erano accorti del disastroso effetto della loro opposizione? Perché non lo avevano contentato un poco più presto, evitando quelle scene penose?… Egli stesso avrebbe potuto e dovuto trovare argomenti adatti a persuaderli, facendo assegnamento sull’amor loro… L’amor paterno ed il filiale, in quegli intimi dibattimenti, non gli parvero forze tanto pure quanto erano stimate: l’egoismo li intorbidava. La capacità del sacrifizio era molto rara: egli non aveva saputo rinunziare ai disegni di vita romana, i genitori si erano arresi dopo una lunga lotta.
A Roma, il commendatore aveva un amico d’infanzia nel celebre Satta, deputato e avvocato tra i più influenti alla camera e nel Foro: per convincere il padre della serietà delle proprie intenzioni, Federico gli aveva detto che sarebbe andato nel suo studio: Satta avrebbe immancabilmente portato avanti il figlio dell’amico di gioventù. E infatti il “professore”, come i praticanti lo chiamavano, lo aveva accolto a braccia aperte, gli aveva fatto una vera festa. Una dozzina di giovani popolavano il suo studio, formavano il suo “stato maggiore”. Ad eccezione di un toscano e di due romani, tutti gli altri erano meridionali: napoletani, calabresi, siciliani. Alcuni, gli anziani, lavoravano col professore, studiavano le cause, scrivevano le memorie; altri, ed erano i più, freschi di laurea come Ranaldi, stavano a udire, o prendevano note nei volumi della giurisprudenza, o ricopiavano manoscritti, o correggevano bozze di stampe, o correvano per le cancellerie e i gabinetti dei magistrati a estrarre documenti o a riferire ambasciate.
Federico faceva volentieri quel lavoro: il piacere d’essere a Roma, la novità della vita, l’amicizia del professore non gliene lasciavano vedere la meccanica aridità e la subordinazione quasi servile. Era del resto un onore molto conteso e molto difficile poter copiare le carte di Satta, stare tre o quattro ore al giorno in casa sua, accompagnarlo da per tutto, udire la sua parola. Quando non parlava degli affari professionali, egli discorreva di politica; e il posto che occupava in Parlamento, il credito di cui godeva presso i governanti, conferivano una grande importanza alle sue opinioni, alle sue previsioni, a tutto ciò che egli diceva.
Infatuato della Destra, il giovane credeva di dover udire cose molto amare pel suo partito, poiché il professore godeva fama di progressista ad ogni costo; invece, con suo grande stupore, egli criticava tutt’e due i partiti, ma più il proprio che il contrario. Un giorno che lo accompagnava solo, senza nessuno dei compagni di studio, il suo stupore crebbe vedendolo entrare negli uffici dell’Italiano, il giornale della vecchia Destra. Egli credeva che gli avversarii politici non si potessero incontrare se non sul terreno della lotta; che tra loro non ci potesse essere tregua: che cosa andava dunque a fare Satta, il liberale ardito, tra i conservatori più rigidi?
Seppe più tardi che il professore era amico di Cusagrande; ma questa amicizia pareva impossibile al giovane che le sue amicizie giovanili aveva sacrificato all’ideale politico. Ammaestrato dall’esperienza, s’era proposto, entrando nello studio, di star guardingo, di conoscere bene le idee dei nuovi compagni prima di stringere relazione con loro; ma egli non riusciva a sapere quali fossero queste idee. Non che essi evitassero di parlare di politica; anzi, non parlavano quasi d’altro, non facevano altro, nelle lunghe ore d’ozio, che leggere e commentare gli articoli dei giornali; ma nessuno d’essi dimostrava d’aver fede in un partito. Dicevano male di tutti, demolivano allegramente reputazioni di capi-parte e di giornalisti che Ranaldi credeva superiori al sospetto; ma ognuno di essi aveva pronti una quantità di rimedii per correggere i vizii della Camera, per instaurare la perduta moralità parlamentare: idee più o meno bislacche, ricette da farmacie politiche, proposte che facevano a pugni, dirette ad ottenere uno stesso risultato: restrizione del voto appena allargato, oppure suffragio addirittura universale; un solo deputato per provincia, oppure un’assemblea di mille legislatori; il referendum popolare oppure l’elezione di secondo, di terzo, di quarto grado. Le discussioni prolungavansi indefinitamente, erano riprese da un giorno all’altro, con nuova lena, secondo che nelle notizie parlamentari o negli articoli dei giornali ciascuno trovava nuovi argomenti. Federico stava a udire, col proposito di tenere per sé le proprie idee, poco allettato da quel genere di discorsi; ma i suoi compagni non ne facevano altri. Uno specialmente, Filippo Russo, ci metteva molta passione: per alleggerire alla famiglia il carico del suo mantenimento a Roma, mandava corrispondenze a parecchi giornali di provincia, di diversa tradizione politica; e la sua tesi era appunto questa: che ormai le antiche distinzioni di Destra e Sinistra non avevano più senso; che quattrocento deputati, sopra cinquecentootto, pensavano allo stesso modo e volevano le stesse cose. Per suo mezzo, Ranaldi andò alla Camera, nella tribuna della stampa, il 30 maggio, e vi tornò altre volte. Quantunque facesse forza a sé stesso per evitar la politica, la tentazione lo circondava da ogni parte, non solamente nello studio del professore, ma fuori, nei caffè, nei ridotti dei teatri, per le vie di quella Roma, dove i grandi giornali, gridati dai venditori, esposti da per tutto al pubblico, gli offrivano le notizie di prima mano, con una prontezza alla quale non era abituato; dove egli incontrava ogni giorno le persone che li scrivevano e quelle che erano oggetto delle loro scritture. E il professore più spesso faceva brillanti improvvisazioni dinanzi ai giovani e li metteva a parte delle sue idee, dimostrava di tener lui specialmente da conto. Volle leggere la tesi di laurea di Ranaldi, una tesi politica, I doveri della libertà, il cui solo titolo diceva l’ideale del giovane, i principii di severa disciplina, ai quali voleva che ubbidissero tutti e ciascuno; e per quella monografia che dalla commissione d’esame era stata giudicata molto favorevolmente e data alle stampe, Satta, il progressista che nella libertà avrebbe dovuto vedere più presto un diritto che un dovere, ebbe parole di lode sincera ed assoluta. Ranaldi, che da un pezzo trovava molti argomenti di stupore, non poté nascondere al professore quello che la sua lode gli procurava. Era anche questa volta solo con lui; Satta andava in fretta dal tribunale alla Camera, ma quando, data licenza al giovane di esprimere il suo pensiero, gli udì dire, timidamente, stentatamente: “Io credevo… io non credevo che lei m’avrebbe approvato…” si fermò ad un tratto ridendo. “Ti stupisce?” gli disse dandogli del tu, come faceva qualche volta. “Perché mi credi anarchico? Ma dovrei piuttosto stupirmi io stesso, vedendo un giovane di ventidue anni esprimere idee che cominciano a parer buone molto più tardi…” E, ripresa la corsa, come il passo altrettanto rapida divenne la sua parola. Sì, egli aveva sostenuto il diritto alla libertà quando era stato negato; quando la schiavitù era stata imposta come un dovere; ma della libertà non aveva mai disconosciuti i limiti necessarii al mantenimento del patto sociale. Fare che le due nozioni andassero d’accordo: questo era il problema antico; perché in ogni tempo, in ogni luogo, si manifestano tendenze a sconfinare in un senso o nell’altro, a troppo vincolare, e a sfrenar troppo; e il suo discepolo non aveva tutti i torti meravigliandosi un poco dell’approvazione accordata alla tesi più rigida da chi prima aveva accarezzata la più larga; ma questo mutamento era più apparente che reale. Poiché il pensiero è come il Pròteo della favola, che muta incessantemente d’aspetto, o meglio, poiché non v’è un pensiero unico e fisso, ma una serie infinita di pensieri, incostanti, contradittorii, nessuno può con una parola definire esattamente un uomo; nessun uomo può definire esattamente sé stesso. “Tu incolli sopra una bottiglia di Capri rosso un cartellino dove sta scritto Capri rosso, e sopra una bottiglia di Corvo bianco, il cartellino: Corvo bianco: la confusione è impossibile; se tu scambii i cartellini, i tuoi sensi, gli occhi e il palato ti avvertiranno dell’errore. Ma quando si tratta del pensiero, dello spirito, della persona morale, il sistema dei cartellini è sbagliato. Di quest’uomo dirai che è, mettiamo, credente, passa in quel punto un prete, perché gli vedi addosso l’abito talare e l’odi predicare la parola di Dio; ma sai tu se, nel punto che la predica, egli dubita; e quante volte, prendendosi la testa fra le mani, s’accusa di ipocrisia?” Così in politica. Definire un uomo da una parola, da un discorso, da cento discorsi, è un errore, giacché per ogni idea che egli esprime, ve ne sono, nel suo cervello, migliaia che la combattono o la combatteranno più tardi, e la potranno modificare, trasformare, distruggere. Perché si dice che i più violenti rivoluzionarii diventano i più rigidi tiranni? Tra un rivoluzionario e un autoritario che sembrano due uomini assolutamente diversi, incapaci di poter intendersi mai, la differenza non dev’esser poi molto grande, se l’uno è capace di mutarsi nell’altro e l’altro nell’uno. La convenienza, l’utilità, il tornaconto, può suggerire a ciascuno una certa professione di fede, interessata, e perciò soggetta ad esser disdetta col venire meno del vantaggio, ma chi potrà vantarsi d’esser del tutto disinteressato? Muta la qualità dell’interesse: interesse materiale o morale, diretto o indiretto, presente o futuro, reale o immaginario; ma sempre, tra tutte le opinioni che cozzano dentro di noi e che riconosciamo tutte vere, noi ne esprimiamo qualcuna per uno speciale motivo… “Ah, ah! ah!” Egli s’interruppe una seconda volta, per tirare una risata. Dove diavolo l’aveva trascinato la foga oratoria? Che discorsi scettici teneva a un giovane apostolo! “Sì, caro Federico…” e passatogli il braccio nel braccio riprese la via; “io ho modificato un poco le mie idee; è meglio confessarlo subito; ma le mie idee d’ora non mi sono nate a un tratto nel cervello, ci sono state sempre, invece; solamente, come in una bilancia, levando e mettendo continuamente pesi, ora s’inchina un piatto, ora l’altro, così nel mio, nel tuo pensiero, nel pensiero d’ogni uomo le oscillazioni sono continue. Vedi un poco che cosa accade lì dentro…”
Erano vicini a Montecitorio. “Due partiti che da anni ed anni si combattono, si dilaniano, si calunniano, adesso, guardandosi bene in faccia, cominciano a pensare che forse, in fondo, non c’è tra loro nessuna differenza. Quando la Sinistra non aveva ancor fatto l’esperimento del potere, era difficile, sì, che quest’idea venisse in mente a qualcuno; ma ora? I conservatori che temevano il finimondo dall’opera dei progressisti, si sono accorti che il mondo durerà quanto ha da durare; e se noi fossimo stati al governo durante la formazione del regno, diciamola tra noi, avremmo poi fatto molto diversamente da quelli contro i quali gridavamo?…”
Egli s’era fermato dinanzi al portone del palazzo, dimenticava la sua fretta, rispondeva meccanicamente, con un moto del capo o un gesto della mano, alle persone che lo salutavano passando, tutto occupato a sviluppare quelle idee. Non venivano nuove a Ranaldi; da che era a Roma, le aveva sentite ripetere, più o meno chiaramente, un po’ da per tutto: ma adesso, oltre che teoricamente, egli le vedeva praticamente dimostrate da quella specie di confessione. Il discorso del professore prendeva sempre più il tono d’una confidenza, a quattr’occhi, dell’intima espansione di un uomo che prova l’imperioso bisogno di dire tutta la verità: e un poco per l’evidenza delle prove, un poco per l’orgoglio d’essere stato lodato e messo a parte dell’intimo pensiero del maestro, la fede del giovane si scosse. Da principio, egli non aveva creduto né possibile né utile la lega tra gli opposti partiti, adesso, se uno come Satta parlava a quel modo, bisognava credere che un gran mutamento operavasi, anzi s’era già operato negli spiriti. Egli si sentì un poco turbato da quello che poteva avvenire dentro di lui. La forza innaturale da lui messa nel sostenere principii di moderazione era forse il segno d’un errore d’indirizzo, e credendosi conservatore inflessibile, era egli forse della stoffa dei rivoluzionarii?
In politica, aveva sostenuto con la più grande saldezza le proprie idee; ma in filosofia, nella speculazione pura, era stato egualmente partigiano? Studiando i grandi problemi metafisici, i secolari enimmi che opprimono il pensiero umano, non aveva riconosciuto quella parte di vero che c’è nelle contraddittorie soluzioni? Leggendo la storia della filosofia, vedendo il continuo sorgere e tramontare degli opposti sistemi, e il loro assiduo ritorno dopo un tramonto che pareva definitivo, non s’era persuaso che essi sono tutti falsi e tutti veri ad un tempo? Personalmente, che cosa aveva creduto intorno ai misteri dell’anima e di Dio? Era passato dalla fede positiva alla negativa, secondo l’efficacia dell’ultima lettura, l’umore dello spirito, il colore del cielo. Discutendo di queste cose, aveva dimostrato una grande arrendevolezza, una ragionevolezza larga; soltanto nel difendere un sistema politico era stato incrollabile!… Egli non dubitava ancora; ma, da quel giorno, si trovò naturalmente più disposto ad ascoltare le dimostrazioni di coloro che predicavano la fine delle antiche parti, la convenienza di un accordo formale come sanzione di quello sostanziale già riconosciuto. Il professore tornò a parlargli di queste cose, intimamente, quasi gli importasse di giustificarsi dinanzi a lui; e le parole di Satta esercitavano una più grande influenza nel suo spirito.
I fedeli ai vecchi partiti chiamavano confusionismo la nuova scuola; Satta protestava contro la volgare designazione, parlava d’un illuminato eclettismo. La politica, diceva, è la più pratica delle scienze; ma, se l’eclettismo ha del buono in filosofia, dove si specula intorno a idee, e la cocciutaggine partigiana non può in fin dei conti produrre grave danno, in politica, nella scienza pratica, la vera saggezza consiste nel prendere da tutti i sistemi quel che hanno di buono, o nell’adattare ogni sistema alle necessità del momento.
Secondo lui, in quel momento era necessario che, messe da parte alcune divergenze intorno a quistioni molto secondarie, tutti gli uomini fatti per intendersi si intendessero francamente, sinceramente e si dessero la mano, e si votassero con zelo ed amore ad un’opera di salute. I destini della patria erano in giuoco; le lotte di partito, venuti meno i principii, degeneravano in lotte personali, le più funeste di tutte: il credito del regime parlamentare pericolava, il malcontento del Paese poteva manifestarsi in modo violento se, occupati dai loro piccoli interessi, i deputati trascuravano i grandi, i vitali interessi della nazione… e Ranaldi era già persuaso della giustezza di queste idee, della necessità di questa predicazione, quando un giorno il professore gli disse che aveva da parlargli e lo invitò a desinare con lui. Il giovane era smanioso di sapere che cosa avrebbe potuto dirgli e con l’eccitata immaginazione esaurì tutte le ipotesi senza indovinare. Satta gli disse che, parecchi deputati, concordi nel riconoscere la convenienza di indirizzare per una nuova via, più larga, più diritta, l’attività parlamentare, avevano pensato di fondare un giornale che bandisse il nuovo credo: in questo giornale gli offriva di scrivere. Il capitale, già messo insieme, era tale da dar tempo di conquistare il favore del pubblico; maggiori difficoltà incontrava la scelta della redazione. A cose nuove, uomini nuovi: i fondatori volevano dei giovani indipendenti, fresche energie capaci d’intendere, prima di predicarla e per predicarla, quella rinnovazione ideale. Quanto alla direzione, la difficoltà era superata: il giornale non avrebbe avuto direttore; ma un comitato direttivo composto di cinque fondatori. Redattore capo sarebbe stato forse il Broggi, giornalista lombardo molto conosciuto per la smagliante eleganza dello stile, ma egli voleva mettergli accanto qualcuno di sua particolare fiducia. Non si contentava del solo Russo, che sapeva troppo divagato: aveva invece molta opinione di lui, Ranaldi, e sarebbe stato veramente contento della sua accettazione… Il giovane chiese del tempo prima di decidersi. L’offerta lusingava il suo amor proprio; ed egli non era indifferente ai vantaggi materiali.
Come egli stesso aveva proposto, suo padre non gli dava più di duecento lire il mese; lo stretto necessario; è vero che da casa gli mandavano una quantità di roba, biancheria, oggetti di vestiario, dolciumi, ma l’aiuto era mediocre, e specialmente adesso che egli cominciava a fare qualche conoscenza, che molte tentazioni di lusso alle quali dapprima aveva resistito, lo assediavano più da vicino, il magro assegno gli pareva magrissimo; con poca fatica, senza trascurare lo studio positivo, scrivendo qualche articolo, passando qualche ora in redazione, avrebbe potuto raddoppiare le sue entrate. Poi, per dimostrare alla famiglia che non s’era prematuramente vantato quando assicurava che appena arrivato a Roma avrebbe guadagnato quattrini, si confermava nella convenienza d’accettare; ma l’idea di far opera buona e feconda, di lavorare al rinascimento politico del suo Paese lo seduceva principalmente, lo infervorava, gli metteva addosso una vera febbre.
La lettura dei giornali, i discorsi dei compagni e del maestro, lo spettacolo della Camera, la frequentazione degli uffici giornalistici, quella specie di contagio diffuso nell’aria della capitale avevano operato tanto più facilmente in lui, in quanto che egli aveva già provato il morso della passione politica. Ma il paragone era forse possibile tra le agitate ed inutili discussioni fatte all’Università, o nei circoli giovanili o nei caffè napoletani, e l’opera di propaganda che adesso gli proponevano? Egli non avrebbe parlato a dieci o a venti compagni, ma il suo pensiero si sarebbe diffuso da un capo all’altro del Paese, persuadendo e convincendo.
Si sentiva veramente capace di persuadere e convincere, poiché il suo spirito erasi slargato, aveva perduto l’ostinata rigidezza di prima. L’antica infatuazione per un partito che trasformavasi mentre egli continuava a giurare in suo nome, gli pareva adesso un poco ridicola; continuare a combattere i progressisti come nemici non era prendere per giganti dei mulini a vento?
Morti quei partiti, bisognava suscitarne altri, nettamente distinti, fondati sopra divergenze reali e non nominali; egli intendeva l’eclettismo di Satta come mezzo, non come fine; aveva in mente tutto un nuovo ordinamento della vita parlamentare; e la grandezza dello scopo, l’opportunità del momento lo persuadevano a dir di sì.
Tuttavia sentiva di non poter fare un passo di tanta importanza senza consultare suo padre. Gli scrisse, quindi, e per ottenere più facilmente il consenso, espose egli stesso, preventivamente, i lati meno seducenti della proposta di Satta. Il mondo giornalistico era forse un po’ troppo mescolato, e accanto a pubblicisti insigni v’erano troppi mestieranti. Ma, innanzi tutto, la moralità di Satta era garanzia della moralità della redazione da lui formata; secondariamente, v’era molta differenza tra il giornalista di professione costretto a vivere in mezzo ai colleghi di professione, e il collaboratore d’un giornale che, scrivendo qualche articolo, sarebbe rimasto libero di vivere a modo suo, nella compagnia che gli sarebbe piaciuta. L’acrimonia delle polemiche, le noie delle quistioni personali non erano neppur da temere, perché egli avrebbe scritto articoli speculativi, pieni soltanto di serene idee. Restavano i vantaggi, non ultimo era quello di far cosa grata al professore, di entrar meglio nelle sue grazie.
Suo padre rispose con una lettera secca e breve, in cui rimproverandogli i dispiaceri dati alla famiglia, gli dichiarava che questo sarebbe stato il più grande. Allora, senz’altro, egli andò dal professore e gli disse che accettava.
Satta aveva ricevuto anch’egli una lettera dell’amico nella quale questi lo pregava di lasciare agli studii positivi il figliuolo e quasi lo rimproverava d’averlo tentato: “Dispiace a tuo padre, non ne parliamo più” disse al giovane che veniva a significargli il proprio consenso. “Mio padre” gli rispose “ha la curiosa pretensione di trattarmi come quando avevo dodici anni. Se almeno egli vedesse giusto, potrebbe avere il diritto d’essere ascoltato, ma le sue idee sono troppo particolari e fuori stagione. Tutto ciò che mi può legare a Roma gli dispiace perché vorrebbe che io tornassi a Salerno; ora io ho preso la ferma decisione di non tornarci a nessun patto, e di vivere dove e come credo…”
Salerno, Napoli, la stessa Roma dei primi tempi gli parvero molto lontane, il giorno che prese parte alla prima riunione della redazione. Si teneva in casa dell’on. di Francalanza, un quartiere in via Nazionale, montato con un lusso fiammante: una serie di salotti arabi, giapponesi, persiani, pieni di tende variegate, di vasi panciuti, di ventagli multicolori, e di tavolini minuscoli come deschetti da calzolaio. V’era tutto il comitato direttivo composto del padrone di casa e degli onorevoli Sceasse, Silonne, Buci e Calorio; v’era il redattore capo, Gualtiero Broggi, un piccolo uomo con poco pelo in viso, la fronte solcata da una cicatrice e il monocolo all’occhio destro; v’era l’amministratore Beneventi, israelita, con un naso che pareva un rostro, la barba d’un nero lucente e il cranio nudo roseo come il didietro d’un lattante; v’era Filippo Russo e un redattore letterario, Vietri, bel giovane coi capelli tagliati a frangia sulla fronte, una punta di barbetta alla fiamminga e le mani bianchissime e inanellate. Discutevano del titolo non ancora scelto. Gli onorevoli volevano un titolo serio, perché il giornale, pure avendo una parte letteraria, mondana ed amena, doveva essere innanzi tutto politico; rifiutavano quindi i nomi d’eroi più o meno popolari come Fortunio o Don Chisciotte; l’amministratore, senza proporne alcuno, raccomandava che il titolo fosse di facile comprensione, perché da questo dipendeva la vendita in piazza; la gente spicciola non avrebbe comprato un foglio il cui nome non le dicesse subito qualcosa: i titoli migliori erano per lui i più semplici: Gazzetta di Roma, Corriere nazionale, Cittadino italiano.
“Aspettiamo di sentire l’opinione della signora Vanieri” disse il padrone di casa.
Ranaldi non sapeva ancora che il giornale avrebbe avuto una collaboratrice. Al solo annunzio, egli sussultò. Della Vanieri, di Beatrice Vanieri, che aveva scritto fino a quel giorno nel Gargantua, anzi era stata la fortuna di quel giornale, parlavasi non soltanto come d’una valorosa cronista, ma anche come d’una donna molto attraente. Vedova, giovane, col prestigio della fama letteraria, aveva fatte molte passioni; l’idea d’averla compagna di lavoro infiammava Ranaldi, quantunque non l’avesse mai veduta. Egli non conosceva ancora l’amore, la passione intellettuale di cui sono piene le opere dei romanzieri e dei poeti; struggendosi d’amare e d’essere amato a tal modo, s’era dovuto contentare o del secreto e sterile culto per donne cui non aveva mai parlato, o dei disperati e non meno sterili tentativi di spirare un’anima alle mercenarie. Una scrittrice, una creatura che sapeva la vita, la Vanieri era per lui l’ideale: avendola tutti i giorni vicina, non dubitava che la fiamma si sarebbe accesa. Per suo conto, già era disposto ad amarla, non udiva più quel che dicevano intorno a lui, fantasticando tutto un avvenire di lavoro fecondo, di passione ardente, di felicità alta, quando s’udì squillare il campanello, e il cameriere annunziò la scrittrice. Ella entrò rapidamente, parlando fin dall’anticamera: “Scusate, principe, se mi sono fatta aspettare… prego questi signori di scusarmi…” e al primo vederla, dispiacque a Ranaldi. Non già che fosse brutta, al contrario: ben fatta di corpo, con una statura vantaggiosa, una copiosa chioma castana, la carnagione bianca, anzi pallida, la faccia forse un po’ troppo lunga, ma non disdicente all’alto personaggio; il giovane non riusciva a rendersi conto della propria impressione esaminando a parte a parte quella figura. Forse gli dispiaceva l’aria, il tutto insieme, la petulanza chiacchierina del suo ingresso, l’ineleganza o piuttosto la sciatteria dell’abito: dalla cintura le pendevano sul di dietro due pezzi di guarnizione così sgraziati e tanto gualciti che veniva voglia di strapparli via; sull’abito grigio portava un cappellino giallo e azzurro, giallo di paglia, ricoperto di velluto azzurro non di prima freschezza e ornato d’un’ala di volatile: l’ala era rotta, ad ogni movimento della persona oscillava.
“…Volete ammazzarlo in fasce? State bene attenti, signori miei: il titolo è una cosa gravissima, come il nome d’una creatura. Voi capite quant’è funesta la vita d’un uomo che si chiama Procopio o Apollonio? Neppure un titolo troppo futile, va bene; ma lasciate stare il Rinnovamento ed il Rinascimento, per carità!…”
Seduta accanto a Ranaldi, ella si rivolgeva a tutti fuorché al suo vicino; e il giovane non parlava, un poco punto dalla distrazione del padrone di casa che non lo aveva presentato. Ciascuno dicendo la sua, la discussione animavasi: “Io direi L’Araldo… Ce n’è uno a Como… Il Trovatore è un bel titolo… Anzi, Il Traviato… Ah! ah! ah! Quant’è bello Il Traviato… Siamo pratici: il titolo deve dire che cos’è il giornale: io lo chiamerei semplicemente: Il Partito Nazionale…”. Il Partito Nazionale proposto dall’on. Buci, piacque a parecchi suoi colleghi; ma la Vanieri:
“Il Partito Nazionale, scusate, onorevole, è seccante assai!” E il principe, che fino a quel punto era stato a sentire:
“Scusate, onorevole collega, non siamo d’accordo. Né Rinnovamento, né Partito Nazionale, né Partito Nuovo, né altro titolo di questo genere. Non ci facciamo illusioni: l’opera che stiamo per imprendere non è delle più facili; avremo da superare molte diffidenze; già ne vediamo qualcosa: se la naturale e logica evoluzione delle idee vien detta confusione interessata. Non conviene, poi, a mio giudizio, battezzare una cosa che è ancora da venire. Il Partito nazionale noi vogliamo formarlo appunto perché ancora non c’è. Di più, questi nomi peccano un poco, mi pare, di prevenzione; noi dobbiamo trovare qualcosa di più modesto e di più semplice…”
“Benissimo!… Molto giusto!… Io sto con voi!…”
La scrittrice approvava clamorosamente le idee del principe. L’on. Buci si arrese, e la caccia al titolo ricominciò. Ciascuno proponeva il suo: La Posta, Il Moschettiere, Il Giorno; ma nessuno incontrava interamente.
“E lei, Ranaldi, non dice nulla?”
Il giovane aveva pensato un titolo, che gli piaceva molto, ma per timidezza, per paura di far fiasco come gli altri, se l’era tenuto per sé.
“Ne proporrei anch’io uno, ma non so quanto valga… Un titolo semplice, di facile comprensione, né pesante né futile, mi pare che potrebbe essere La Cronaca…”
“Eccolo!”
Tutti approvarono, concordi: la Vanieri, particolarmente, esprimeva una vera ammirazione per la trovata; ripeteva quel nome, ad alta voce: La Cronaca, quasi a dimostrare quanto bene sonasse; si volgeva al suo vicino, del quale non s’era accorta fino a quel punto, per dirgli:
“Ben trovato!… Molto bene!… La Cronaca: quel che ci voleva…”
“Allora,” riprese il padrone di casa “diamo la parola all’amministratore, per la parte tipografica.” Il Beneventi espose le offerte avute da tre o quattro stampatori e da parecchie cartiere: mostrò dei campioni, riferì dei prezzi. Il Broggi e la Vanieri si misero a discutere, ma pareva più pratica quest’ultima degli uomini. Il tipografo Marcello era “un ladro”, con la casa Pistone non voleva che avessero da fare. “Non sapete che tiri giuoca?…” E raccontava commissioni non eseguite o eseguite al rovescio, di pubblicazioni sospese per colpa di “quegli lader”. Furono scartate assolutamente le tipografie dove si stampavano altri fogli politici; l’amministratore ebbe incarico di tornare a trattare con le rimanenti e di scegliere la più discreta. Metter tipografia propria era per la Vanieri il miglior mezzo di risolvere la quistione; ella assicurava che sarebbe stato un affare, date le condizioni di quell’industria a Roma, e ne spiegava la convenienza con gran lusso di cifre. Quantunque ci fossero lì cinque azionisti rappresentanti della società, ella rivolgevasi particolarmente al principe, come al pezzo più grosso, al più danaroso: “Il denaro sarebbe impiegato al 20 per cento: pensateci, principe!…”. Poi si discusse del servizio telegrafico. Il Broggi aveva grandi idee, raccomandava agli onorevoli di trattare col governo perché il giornale potesse avere un filo speciale. L’antico tipo di giornale, a base d’articoli di fondo, di elucubrazioni più o meno accademiche, con le notizie relegate in terza pagina, aveva fatto il suo tempo: bisognava che la Cronaca fosse innanzi tutto un foglio abbondante di notizie fresche, di prima mano, messe bene in vista; la rapidità e la copia delle informazioni le avrebbero procurato lettori da per tutto, i quali, grazie alle notizie, avrebbero poi letto gli articoli di propaganda. La Vanieri approvava il modo di vedere del redattore capo con più calore degli altri. Aspettando che le pratiche per la concessione del filo telegrafico particolare approdassero, il Broggi ebbe incarico di provvedere al servizio delle corrispondenze. L’on. Sceasse propose un suo cugino che stava a Londra come corrispondente della metropoli inglese; Vietri, il poeta, che non aveva ancora fiatato aprì la bocca per assicurare che Gustave Aloux, il celebre romanziere francese “amico mio” avrebbe accettato sicuramente di mandar delle lettere parigine; e la Vanieri a batter le mani: “Aloux! Aloux! Se Vietri ci fa avere Aloux, un migliaio di signore prenderanno l’abbonamento!…”. Frattanto l’on. Buci, dopo avere discusso a parte col suo collega Calario, richiamava l’attenzione della adunanza:
“Tutto questo sta benissimo; ma sarebbe tempo di pensare a una cosa più impellente: voglio dire all’ufficio del giornale.”
“Sicuro… Certamente… La casa…”
Ma il principe, a quel punto, s’alzò:
“Bisogna senza dubbio pensarci; ma, col permesso dell’onorevole preopinante, io vorrei dire che non c’è tanta impellenza quant’egli asserisce. Sempre che vi sarà bisogno di riunirci, per ora, ed anche dopo, sarò ben felice di mettere a vostra disposizione la mia casa. Potremo anche stabilire fin d’ora quando vogliamo rivederci per concretare le cose lasciate in sospeso. Frattanto, se gradite una tazza di the…”
Così dicendo, offerse galantemente il braccio alla signora; e tutti passarono nella sala da pranzo.
“Oh! Oh!… Una tazza di the… Che modestia…” V’era una tavola molto riccamente ed elegantemente imbandita: i cristalli dalle forme svelte e l’argento massiccio luccicavano in mezzo ai fiori: mazzi di fiori e piatti colmi di pasticcini, di frutta candita, si confondevano da lontano.
“Oh! Oh!… Grazie!… Quante buone cose!…” La Vanieri esaminava i piatti ad uno ad uno, ci ficcava dentro il naso, mangiando pel momento dei sandwichs, ghiottamente. “Caro principe, vi dirò che avete avuto un’ottima idea… Che roba è questa?… Il molto parlare mi mette appetito; e a lu?… Quella crema deve essere eccellente… Vietri non manca: i poeti si nutriscono d’aria!…”
Ella parlava e mangiava tutto in una volta. Il principe aiutava il cameriere a servire i suoi invitati, nessuno dei quali però faceva tanto onore ai rinfreschi quanto la scrittrice.
“E Calorio che voleva cercar subito un ufficio!… Il bisogno di sloggiare non è vivamente sentito; eh?… Ah! ah!… Questo marsala colma una lacuna… Anche lo sciampagna!… crescit eundo!…”
Allegrissima, rideva prima d’ogni altro di quelle espressioni scherzose, caricatura dello stile giornalistico; ma poiché gli altri tornavano a parlare del giornale, del suo ordinamento, della sua fortuna, ella lasciava lo scherzo per affermare:
“Io vi dico che fra un anno la Cronaca sarà attiva. Coi mezzi materiali e morali di cui disponiamo, la riuscita è immancabile. Esiste in questo momento un giornale a Roma?” “Questo poi!… Come… Ce n’è una dozzina…” “Carta stampata, se vi piace; ma giornale come intendiamo noi? Nominatene uno, di grazia… Sarebbe il Dibattimento?… O la Politica?… O la Sveglia?” E uno dopo l’altro li buttava giù, con una parola; buttava giù i direttori, i redattori, gl’ispiratori, dava a questo del “mariolo”, a quello della “volpe”, a quell’altro del cretino. “Cretino, v’assicuro; ma cretino a segno da non capire le cose più intuitive… Ne volete una prova?…” E confortava le sue asserzioni narrando aneddoti, riferendo motti, imitando le persone di cui parlava con una mimica efficacissima che faceva ridere l’uditorio. Poi, tornando al serio: “Quello che non si può tollerare, signori miei, è la mancanza di senso morale!… Oh!… Mi date ragione?… Mancanza di senso morale!…” Tolti due o tre galantuomini, persone veramente integre, tutti gli altri erano banditi, cavalieri di ventura, bravi pronti a lasciarsi assoldare dal maggior offerente. Chi aveva rispetto di sé poteva rassegnarsi a certe convenienze che, prolungandosi, dovevano essere giudicate come vere complicità? Così ella era uscita dal Menestrello, dall’antro dove, per sua disgrazia, l’avevano attirata: antro, sì, con quale altro nome chiamarlo? Se ne appellava a Vietri: “Voi che ci siete capitato, dite se è vero, se un galantuomo può restare in compagnia dei briganti…” se ne appellava ai deputati vecchi i quali conoscevano quei ricattatori, raccontava cose vituperevoli che colmavano di sdegno l’animo di Ranaldi. Sfogandosi, la scrittrice aveva smesso di mangiare: il principe le presentò un piatto di paste perché si facesse la bocca dolce. “Grazie! Voi siete amabilissimo, prenderò un’indigestione… No, basta, adesso grazie davvero… Facciamo una cosa, piuttosto: datemi un po’ di carta, li porterò a casa…”
Lo scoppio delle bottiglie di sciampagna sturacciate la mise di nuovo in allegria: alzato il bicchiere spumante, si rivolse al padrone di casa: “Prima di tutto, all’anfitrione!… Anfitrione! Vi prego di notare l’eccessiva bellezza di anfitrione, ah! ah!…” ridendo, torcendosi ella quasi si buttava nelle braccia del principe. “Poi alla Cronaca, giornale dei giornali… Il merito è tutto vosto…” Adesso si rivolgeva a Ranaldi: “Un bravo di cuore!… In verità, io domando e dico: chi leggerà altre cronache che non siano quelle della Cronaca?… Le politiche di Broggi, scoppiettanti e brillanti come fuochi d’artifizio; le letterarie di Vietri, dove Sainte Beuve dà la mano a Théophile Gautier; le mondane, e crepi la modestia, di Parisina; perché badate, signori miei, io non lascio il mio nome di battaglia…” “No, no!… Bene inteso!… Certamente!…” tutti approvarono. La conversazione divenne generale. “Volete venire a fumare una sigaretta?…” propose ad un punto il padrone di casa.
Un salotto turco era destinato al fumo: alle mura, trofei di pipe; sui tavolini, scatole di sigari, scatolini di sigarette, recipienti di tabacco per tutti i gusti. La Vanieri accese una sigaretta continuando ad assicurare la riuscita morale e materiale dell’impresa. Nessuno ne dubitava, del resto. Stabilito che si sarebbero rivisti fra sette giorni, l’on. Buci s’alzò per andarsene. “Vengo anch’io… ed anch’io…”
Lo stesso principe chiese un momento di tempo, volendo uscire insieme con i suoi invitati. Durante la sua breve assenza, la Parisina ne tessé l’elogio: “Un giovane d’avvenire, con un nome così bello, e con tanti quattrini più belli del nome!…”. Egli tornò portando un gran cartoccio di dolci e un fascio di fiori per lei: “Ma tanti! No, è troppo… Grazie!… Le orecchie v’hanno zufolato?… Parlavamo anche di voi!…”.
Per via, la conversazione continuò; la comitiva aggruppavasi diversamente secondo che qualcuno parlava più forte e richiamava l’attenzione dei più lontani.
La Vanieri, a braccio del principe, il quale portava il cartoccio dei dolci, lo costringeva ogni tratto a fermarsi, per volgersi indietro, per dire qualcosa a questo o a quello, per udire ciò che dicevano gli altri. Dal tema del giornale, erano passati a quello più vasto della politica; e i deputati, Broggi e la scrittrice discutevano animatamente, lungo i marciapiedi, nella notte alta: la scrittrice specialmente precipitava i suoi giudizii sugli avvenimenti e sugli uomini; come del mondo giornalistico, dimostrava una conoscenza minuta, intima, dell’ambiente parlamentare e governativo, diceva cose ardite e spietate, o comiche e mordenti, eccessiva in tutto, nella critica ed anche nell’ammirazione: “Quel Milesio, che forza, che polso, che fibra; un leone, no? Guardatelo in faccia, se non ha la faccia leonina, come Garibaldi; lo sguardo tagliente come d’acciaro!…”. E Ranaldi che le stava vicino dall’altro lato, ammirava in lei, quella bella natura vivace ed esuberante, quell’ingegno versatile, quella larga esperienza. A piazza Venezia, Beneventi e Vietri fecero per congedarsi; ella li costrinse a proseguire fino a mezzo il Corso: lasciato il braccio del principe, preso quello di Vietri, incominciò a parlare di letteratura e di poesia, a declamare versi francesi, a manifestare il suo culto per l’Aloux. A piazza Colonna la comitiva si sciolse; restarono insieme la Vanieri, il principe, l’on. Buci, e Ranaldi. Il Buci abitava in via dei Pontefici, gli altri tre lo accompagnarono. Tornando indietro, videro spegnere i primi lumi: era mezzanotte; ma dinanzi all’Aragno, il principe propose:
“Chi vuole un gelato? Io ho sete…”
Ranaldi entrò per restare in loro compagnia. La Vanieri, vedendo l’on. di Francalanza divorare il gelato, esclamò:
“Adesso si vede il siciliano!”
“E prima, no?”
“No, prima; davvero. Ranaldi, dite voi: pare siciliano? Neppure meridionale: tanto freddo, così corretto…” E prodigò una quantità di lodi all’onorevole, per la sua scienza del mondo, per la sua intelligenza: il principe se le prendeva.
Usciti dal caffè, ella dichiarò che adesso andava a casa. Stava alle Quattro Fontane, vicino a casa di Ranaldi. Allora il principe, lasciandola in buona compagnia, si congedò per andarsene al Circolo della caccia.
Il giovane era lieto ed impacciato ad un tempo, di trovarsi da solo a sola con la Vanieri, non sapendo bene di che parlare dopo che l’unico argomento possibile era stato esaurito in quattro ore di discussione. Ella stessa, lo cavò d’impaccio, domandandogli da quanto tempo era a Roma, che cosa aveva fatto fin lì. Udendo che egli non voleva più tornare al suo paese, gli dette ragione: non c’era altro che Roma per arrivar presto ed alto. “Costa, però; sapete?” Si fermò, scrollando il capo. “Costa; costa tanto che, alle volte, uno si domanda se ne vale la pena…” E senza parlare propriamente di lei ma col tono di chi ha provato le cose che narra, disse come era aspra e dura la concorrenza, tra quella folla avida d’arrivare; di quanti vinti era seminata la via; di quanta forza bisognava essere armati, per vincere. “Se è difficile agli uomini, immaginate che sarà stato per una donna!” Allora, come con un amico d’antica data, come con un congiunto, ella parlò di sé stessa, delle calunnie che l’avevano morsa, delle pene morali e fisiche che aveva dovuto patire prima d’imporsi. Il giovane l’ascoltava pieno di simpatia, di tenerezza. Ella gli dava ancora consigli: diffidate di tutto e di tutti: specialmente di chi più vi fa l’amico, di chi più sta vicino, cominciate a diffidare di me…
“Oh, signora Vanieri…”
“Sì, di me!… Adesso dico per dire; ma io che vi parlo non so se domani potrò esser costretta a combattervi, a sbarazzarmi di voi… Diffidate, aprite gli occhi, non credete: questa è una galera!… Avete visto quel Vietri, eh: il poeta, quell’anima squisita? Sarà il primo vostro nemico. Se vi potrà nuocere, anche senza guadagnare nulla, ne godrà con l’anima, per amore del male, così, per malvagità organica, per la sconfinata superbia che lo rode… Bugiardo, poi, bugiardo come una donna… Voi credete che sia amico di Aloux, che ci farà avere le corrispondenze di Aloux? Avrà seccato quel pover’uomo mandandogli i propri libri per ottenere un rigo di autografo; adesso si spaccia come amico d’Aloux… Aloux corrispondente di un giornale politico!… Non saprei darmene pace. Voi concepite questa cosa? È buffa, semplicemente, ah! ah!…
“E quel Broggi: state attento al Broggi, amico mio: io ne ho sentito di belle, a Torino, sul suo conto: quello lì è capace di passare sul cadavere del suo proprio fratello, se il fratello suo gli sbarra la strada. Tremendo, il Broggi; tremendo… Benvenuti ne ha da sapere qualcosa, quando furono insieme al Caffè… il giudeo, vi dico, è forse il migliore di tutti; ma giudeo, voi capite: giudeo!…”
S’era appoggiata al suo braccio, per parlargli più da vicino, quasi all’orecchio; e Ranaldi sentivasi altero d’aver conquistato d’un tratto l’amicizia di lei, stimavasi fortunato d’esser guidato da un’esperienza come la sua.
“Conosco un poco il mondo, amico mio; ho un certo fiuto… Voi siete giovane; chi sa forse se non pensate male di me, se non mi giudicate invidiosa, maldicente… No, non dico proprio questo; va bene, ma quando avrete sulle spalle cinque anni di vita romana e giornalistica, vedrete le cose come sono; la gara delle cupidigie, la lotta delle ambizioni nascoste sotto tanti nomi belli e sonori: la patria, la virtù, la moralità… E quel siculo, eh? Quel principe?… Avete mai visto una boria simile?… E quella casa? Mi pare un magazzino di tappezziere, quant’è presuntuosa!… Avete sentito le battute: niente programma troppo evidente, niente impegni compromettenti!… Quello lì, vi dico, ci darà da fare… Vuoto di testa, vuota come una zucca, sapete?… Ho parlato mezza dozzina di volte con lui, m’è bastato per giudicarlo. Furbo assai, quel siculo; ma vuoto come una zucca… E poi sapete: così…” mosse la sinistra come una banderuola; e si fermò a un tratto. “Io adesso sono arrivata; tante grazie, Ranaldi… E rammentatevi i miei consigli… Tante grazie; arrivederci!… Buona notte, arrivederci.”

V

Lunghe, nervose, le tornate parlamentari di quella primavera: la vittoria clamorosa del ministero non aveva tanto fiaccato l’ardire degli avversarii quanto riaccesa la loro ira; e sempre che ne trovavano il destro lo assalivano, lo molestavano, ordinavano il suo danno. Milesio, invece di rabbonirli, pareva si studiasse di esasperarli, lasciandoli dire, quasi non li temesse; o rispondendo breve e secco, o facendo rispondere da qualcuno dei suoi; talché l’elettricità si veniva addensando, il tono delle discussioni si inacerbiva, gli incidenti personali fioccavano. Consalvo di Francalanza, per dimostrare che il fiasco non lo aveva sgominato, anzi per sgominare egli stesso chi lo credeva mortificato e confuso, parlò, quindici giorni dopo la famosa tornata, per raccomandare certi interessi siciliani. La concione, ch’ei volle questa volta breve e succosa, passò senza infamia e senza lode; contento d’aver affermata in tal modo la propria padronanza, egli deliberò di starsene zitto, a studiare l’eloquenza degli altri. Ce n’era d’ogni genere e per tutti i gusti: dalla prolissa e cattedratica dei professori, all’impetuosa e scapigliata dei tribuni; dalla stentata e rigida dei militari, alla copiosa e drammatica degli avvocati. Alcuni dei massimi uomini politici, di quelli che Consalvo credeva grandi oratori, erano particolarmente infelici: Crispi pareva sostenesse una battaglia, parlando, quasi volesse aprirsi con le mani la strozza e cavarne la sillaba ribelle, quasi cercasse l’espressione addosso alla propria persona, intorno a sé, tra le sue carte, nell’aria, pronto a ghermirla. Zanardelli era facondo, ma parlava a scatti, saltuariamente, alternando pause lunghe, troppo lunghe, durante le quali pareva non avesse più nulla da dire, con periodi interminabili, emessi così rapidamente che il senso ne sfuggiva. Bernardino Grimaldi sgolavasi come un cerretano in piazza, con accompagnamento, se non di grancassa, di pugni assestati sul banco, e Prinetti, suo vicino, rassomigliava alle sonnambule che recitano d’un fiato le filastrocche mandate a memoria. Contro due o tre la cui parola era veramente facile e chiara e nobile a un tempo, la folla degli oratori abbaiavano, miagolavano, muggivano, ansanti e sbuffanti, per dir cose che non s’intendevano o per ripetere durante un’ora una stessa idea. Ma la Camera non li ascoltava e solo di tratto in tratto, quando interrompevano le loro chiacchiere, gli onorevoli riuscivano a cogliere lembi di periodi e pezzi di frasi: ai più noiosi, contendevano la parola con esclamazioni e rumori, e l’Uzeda era tra i primi a pestare i piedi, a far baccano, per vendicarsi, per sfogare l’irrequietezza che lo tormentava, nelle tornate monotone e interminabili. Studiavasi di far l’inglese, d’essere freddo e composto come un diplomatico; ma i suoi nervi di giovane e di siciliano scattavano. Li avrebbe domati, si sarebbe sentita la forza di domarli se fosse stato sul banco dei ministri; aspettando d’arrivarci si strofinava ad esso, andava a chiacchierare con Mazzarini, col Capo del governo, o saliva su dal Presidente, dal bonaccione Giuanin, col quale era entrato subito in dimestichezza. Verso le cinque lasciava l’aula per salire alla tribuna della stampa a trovare i redattori della Cronaca. Ranaldi non mancava mai. Prima d’entrare al giornale il giovane aveva creduto che la nuova occupazione non lo avrebbe distolto dallo studio, sicuro di dividere così bene la propria giornata da trovare tempo per tutto: cominciate le pubblicazioni, s’era sentito afferrare e travolgere come da un ingranaggio; l’ufficio, la tipografia e la Camera divennero il suo domicilio, il giornale accaparrò tutti i suoi pensieri. A prendere esempio da qualche compagno avrebbe potuto buttar giù i suoi articoli tra un sigaro e l’altro, venire il pomeriggio a chiacchierare nella sala di redazione, dare una capatina a Montecitorio; ma egli metteva molto amor proprio nel lavorar del suo meglio. Quel paio di centinaia di lire che gli davano ogni mese, il primo denaro guadagnato, gli parevano una gran somma; erano per lui, con l’assegno della famiglia, la ricchezza; gli sarebbe parso di non meritarle, di scroccarle quasi se non avesse compito con tutto zelo l’ufficio suo. Poi, egli s’affezionava a quel foglio che aveva tenuto a battesimo, gli pareva quasi d’averlo creato lui solo, sentiva come un dovere di lavorare alla sua fortuna. A poco a poco, senza obbligo, per amore, era arrivato a far solo più che tutti gli altri non facevano insieme. Egli doveva, oltre che scrivere un certo numero d’articoli, aiutare il Broggi nella compilazione; ma il Broggi, o per poca attitudine, o per poca voglia, lasciava fare tutto a lui. I primi numeri erano usciti zeppi d’errori di stampa; egli prese l’impegno di correggere le tre pagine da cima a fondo. Dalle otto della mattina a mezzogiorno, ora dell’uscita del giornale, non aveva un momento di riposo; dopo colazione, andava alla Camera; la sera di nuovo in ufficio, a scrivere, a sollecitare gli altri, a preparare il numero del domani. Amava il giornale quasi come una persona; lo rileggeva, dopo stampato, quasi non ne sapesse a memoria il contenuto, con un piacere nuovo, con l’orgogliosa compiacenza dell’autore per la creazione del proprio ingegno. E se la parte materiale del suo lavoro era ingrata e pesante, egli trovava un compenso nell’altezza e nella generosità dello scopo: la rigenerazione politica e morale del suo Paese, quasi una seconda creazione della Patria. Infatti, egli non si contentava, nei suoi articoli, d’almanaccare intorno alle combinazioni parlamentari, non si rivolgeva ai politicanti di professione, perché credeva che prima dei politicanti bisognasse persuadere il popolo, che non la coscienza dei deputati, ma quella dei cittadini fosse da rinnovare. E nella predicazione metteva un ardor di neofita, una fede così persuasiva, che la riuscita politica del giornale era in gran parte dovuta ai suoi scritti. L’on. di Francalanza non gli lesinava le lodi, gli dimostrava molta simpatia, gli scriveva bigliettini dal suo stallo di deputato, per riferirgli il dietroscena, le notizie circolanti pei corridoi, gli umori dei capiparte, ma più spesso andava a parlargli all’orecchio, su nella tribuna, guardandosi dagli altri giornalisti, prudentemente. Giacché egli non era molto indulgente per gli avversarii, anche i più rispettati, li accusava di malafede, li credeva capaci d’ogni più nera azione. Quella grande e nobile cosa, la formazione d’un partito nazionale, che non avesse altro scopo se non il bene del Paese, era avversata dai duumviri, da Grimaldi perché non ci vedevano altro che l’interesse di Milesio, mal sicuro della Sinistra, e l’ambizione di Griglia e di tutta la Destra, disperata per non poter agguantare altrimenti il potere! Costoro misuravano gli altri alla propria stregua! Se Milesio li avesse chiamati al ministero, si sarebbero subito ricreduti!… E l’Uzeda, oltre che riferire impressioni e notizie al giovane, gli portava spesso brevi note, commenti ai discorsi, previsioni parlamentari da pubblicare tra le ultime notizie della Cronaca: negli scritti, l’onorevole era un altro, non solamente non offendeva gli avversarii, ma li lodava, li trattava con le molle d’oro, come pecorelle smarrite, come figliuoli prodighi, più cari degli altri. Ranaldi che non si occupava mai delle persone ma delle idee, approvava il contenuto di quelle note; il suo imbarazzo era un altro, per la forma. L’on. di Francalanza, con la parola così facile e sino a un certo punto felice, non sapeva scrivere un periodo che si reggesse bene in gambe, usava una sintassi talmente imbrogliata e sconosceva talmente la punteggiatura, che il giovane non poteva lasciare passare quelle scritture senza ritoccarle e, alle volte, rifarle da cima a fondo. Da principio, non aveva saputo, se dovergliene chiedere licenza, oppure se correggere senz’altro; s’era appreso a quest’ultimo partito, perché, quantunque il principe gli dimostrasse molta confidenza, egli vergognavasi di fargli apertamente da maestro. L’amor proprio dell’autore se n’era punto. “Avete mutato qualche parola… avete fatto bene…” gli diceva; ma, dandogli altre note, lo pregava di restituirgli il manoscritto “se non vi piace…”.
“Ma no!” protestava Ranaldi. “Nient’affatto! Soltanto qualche espressione… Questa frase, per esempio, potrebbe essere più chiara, basterà mutare una parola o due, mettere qualche virgola…”
“Fate, fate pure…”
Si sentiva tuttavia che le correzioni gli dispiacevano. Verso la fine di giugno, quando l’Opposizione, non trovando altro mezzo di combattere il ministero, riunì i suoi sforzi per contrastare la proposta chiusura dei lavori parlamentari, Montecitorio fu di nuovo invaso dalla folla curiosa d’assistere all’ultima battaglia. L’aula aveva la sua leggera e fresca veste estiva; buon numero di onorevoli portavano abiti chiari, due o tre erano tutti candidi come colombi; alcuni avevano smesso i panciotti; quasi tutti erano provvisti di ventagli o se ne foggiavano coi giornali, con le stampe ufficiali. Consalvo portava ancora una palandrana nera, di stoffa più tenue, ma severamente abbottonata, e non si faceva vento, quantunque sudasse. Intanto che un oratore di Destra vociferava, accusando la Svizzera di proteggere i contrabbandi, egli dava un’occhiata alla sua posta. Dal collegio gli scrivevano una quantità di persone e di uffici: egli guardava le buste e le metteva da parte; ne aprì e ne scorse due o tre soltanto. Poi sfogliò i giornali siciliani; dacché era a Roma, tanto lontano, tant’alto, le notizie della vita di laggiù lo facevano ridere di compassione per la loro piccineria, di compiacenza per la sua propria importanza. Poi stracciò le fascette dei ponderosi fogli romani e milanesi e lesse gli articoli politici: ferveva la battaglia nella stampa come a Montecitorio; i più miti giornali d’opposizione chiedevano la testa di Luzzi, del ministro della pubblica istruzione; gli altri denunziavano con parole di fuoco la doppiezza, l’immoralità di Milesio. Il Dibattimento, rispondendo alla Cronaca, diceva che l’opera dei suoi ispiratori era più immorale di tutte le altre, poiché legittimava le confusioni, le transazioni, i connubii indegni col pretesto d’una “coscienza nuova”; della quale avevano forse bisogno “i capitani di ventura, i servitori di tutti i padroni” oppure “gli imberbi ambiziosi nati appena ieri alla vita pubblica”. Consalvo sorrise: l’imberbe ambizioso era lui! Sorrideva, non si sdegnava dei due aggettivi perché gioventù ed ambizione erano, pel momento, i suoi maggiori titoli. Messo da parte il Dibattimento e continuando lo spoglio, ei vide un giornale che non soleva ricevere: La Patria, di Torino. Apertolo lesse in prima pagina, al primo posto, sotto il titolo: Profili parlamentari, il suo nome: Consalvo Uzeda. Corse alla firma: era una semplice D, la sigla della Vanieri. Allora divorò l’articolo: cominciava ancor esso: “Giovane, giovanissimo, uno dei più giovani d’anni e di cuore, tra quegli abitanti di Montecitorio che sembrano nati vecchi tutti quanti”; seguiva la lode della nobiltà, di quell’alta stirpe degli Uzeda che avevano sparso il loro sangue “purpureo fiore aragonese” difendendo la croce cristiana sui campi iberici e sui lidi barbareschi, dall’Alcantara a Calatrava; e poi era venuta in Italia, in Sicilia, quando l’isola gemeva sotto gli Anjou. “Il cronista non sa la storia; ma se grande, troppo grande è l’ignoranza sua, gli rammenta che gli Aragonesi non si imposero con la forza bruta dell’armi ai fieri isolani…” ciò per dire che “se Massimo Taparelli D’Azeglio, dopo aver tanto gridato: Fuori lo straniero, fu preso dal dubbio d’esser egli straniero, il principe di Francalanza era esente da simile scrupolo”. E questo principe, spagnolo d’origine, italiano di nascita, era inglese di costume: “se il cronista sapesse la psicologia – ma non la sa, come non sa la storia, come non sa tante, troppe altre cose – egli troverebbe nel giovane deputato il soggetto d’uno studio sul cosmopolitismo dell’anima contemporanea”. Consalvo traeva più rapido il respiro, come avanzava nella lettura, come leggeva ch’egli era un self-made-man; giacché “questo gran signore che avrebbe potuto godersi le sue rendite, girando il mondo, senza far niente” aveva capito una cosa, “una cosa molto semplice, ma eziandio molto difficile; che egli aveva dei doveri…”. Allora lo scrittore domandava: “Che è quest’odio da cui nobili e ricchi sono perseguitati?”. E rispondeva: “È la ribellione contro la fortuna immeritata. La nobiltà e la ricchezza che uno acquista con l’opera propria nessuno le odia, perché tutti le sperano…”. Perciò il dovere di chi si trova possessore di beni non guadagnati direttamente ma avuti dalla nascita, era quello di guadagnarseli indirettamente, di meritarseli. “Questo dovere Consalvo Uzeda ha capito, e dal momento che ha sentito qual è il dover suo s’è messo all’opera, con la perseverante serietà degli hidalghi di Castiglia. Io conosco pochi uomini che abbiano una coltura tanto seria e al tempo stesso tanto brillante: questa cultura il principe di Francalanza l’ha acquistata da solo, perché ha voluto acquistarla: c’è dell’Alfieri in questo giovane patrizio che lasciati i suoi cavalli nelle scuderie, gli amici nei circoli e le dame nei salotti, s’era messo un bel giorno a studiare il diritto pubblico, la storia politica e la scienza dell’amministrazione. In meno d’un anno di vita parlamentare egli si è rivelato. Diciamo la verità, il suo primo discorso alla Camera, dispiacque. Dispiacque non già per sé stesso, ma pel momento in cui fu pronunziato. Nuovo ancora a Montecitorio egli prese la parola in una quistione politica: bell’audacia di giovane che però urtò i nervi ai vecchi. Il Francalanza non si sgomentò: quell’esordiente fu visto resistere alla tempesta come un oratore che avesse vent’anni di tribuna. E subito dopo tornò alla carica; ma questa volta scelse l’argomento: il lavoro dei fanciulli nelle miniere sicule. Dice chi se ne intende che questo discorso, breve, conciso, succoso, è un vero modello d’eloquenza pratica: qualche altro avrebbe fatto della rettorica: il Francalanza ha esposto delle cifre, ha citato dei rapporti di medici, ha detto ciò che ha visto egli stesso: eloquenza di cose, non di parole. Il cronista che lo udiva sentiva stringersi il cuore; ma egli confessava che alla tristezza ed alla pietà per l’atroce destino delle infelici creature penanti nella zolfara nocque lo stupore e l’ammirazione per quel gran signore che parlava dinanzi a qualche centinaio d’oratori di professione, con una sicurezza, una tranquillità, una padronanza, un’efficacia veramente rare; per quel ricco patrizio che faceva schietta professione di democrazia e di socialismo, di vera democrazia e di socialismo santo. L’on. di Francalanza ha una gran forza: la volontà. A Montecitorio è venuto non per la vanità della medaglina come tanti altri. Se lassù facessero ogni giorno la chiama, egli non avrebbe neppure un giorno d’assenza, come dicevamo a scuola. Non ha neppure un giorno d’assenza nel suo ufficio. Quando la Camera è in vacanza, egli se ne va a studiare nella biblioteca, a discutere degli interessi del Paese coi pochi colleghi presenti a Roma. Un altro luogo dove lo troverete è l’ufficio della Cronaca, del nuovo grande giornale romano. E credo d’aver sentito dire che certi trafiletti politici, scritti in uno stile piano semplice e chiaro concordano in modo evidente con le opinioni espresse a voce dal giovane signore. Il quale lavorando come un impiegato, voglio dire con la pazienza, l’assiduità, la continuità d’un uomo che ha un orario da osservare, un cómpito da fornire, un avanzamento da guadagnarsi, non avrebbe tempo né modo e forse neppur voglia di far vita di società, se dalla società non fosse desiderato e attirato con quella dolce violenza alla quale è tanto difficile resistere. Vi sono tre o quattro case, a Roma, tra quelle di più difficile accesso, che Consalvo Uzeda non può esimersi di frequentare. Perché un’altra gran forza, in verità, egli possiede, e la sua riuscita è immancabile per un’altra ragione, che parrà meno ragionevole, ma è forse, credete a me, più grande: la simpatia”.
“Bene! Perdio! Bene!…” a lettura finita, egli quasi pronunziava quelle parole, quasi batteva le mani, quasi piangeva, di gioia, di felicità. Con gli occhi inumiditi dalla commozione, cose e persone tutt’intorno gli apparivano incerte, velate, tremanti: udiva le parole del ministro del commercio, levato dietro il banco del governo, senza comprendere. A un tratto, una voce, accanto a lui, disse, timidamente:
“Scusi, collega… se ha finito, permette un momento?…”
E un deputato, seduto alla sua sinistra, un uomo sulla cinquantina, forte, con larga faccia e la fronte spaziosa e incorniciata da barba e da capelli sale e pepe, additava la Patria. Consalvo porse il foglio, con premura cortese, rispondendo:
“Prego, anzi…”
Voleva darla a leggere a tutti, presentarla al Presidente perché comunicasse l’articolo alla Camera intera. Ma il suo vicino guardò appena il titolo del profilo parlamentare e passò alla seconda pagina.
Consalvo che aveva visto quel posto sempre vuoto, non rammentava più quale deputato l’occupasse; esaminava però curiosamente la figura del collega, cercava di sommare coll’occhio le medagline che gli pendevano dalla catenella. Erano molte, un mucchio, più di mezza dozzina certamente: il collega doveva essere uno dei più anziani, forse rammentava il Parlamento subalpino; e l’anzianità spiegava quel modo d’attaccar discorso con chi non conosceva. O non piuttosto la poca finezza della educazione? Dall’abito, semplice anzi grossolano, dalla camicia senza polsini visibili, e col solino rovesciato che lasciava nudo il collo rugoso e venoso, pareva un possidente di campagna, un uomo molto alla buona. Però il mucchio delle medaglie incuteva rispetto a Consalvo; forse il collega era uno di quei piemontesi all’antica, come Sella, che sotto l’apparenza modesta e bonacciona nascondevano le più sode qualità dell’ingegno.
“Guarda un po’, Francalanza: la contessa ti saluta…” Baldo Guidobaldi, dal banco superiore, chiamava intanto l’Uzeda, additandogli le tribune della presidenza, di dove una dama con l’occhialino faceva cenni col capo: era la contessa, con la figliuola. Consalvo si levò, inchinandosi ripetutamente; poi, volto al conte, accennò con l’occhio il vicino dalle medaglie, come per domandargli chi era. Guidobaldi scosse una spalla per rispondere che non lo conosceva. Frattanto, finito di scorrere la Patria l’onorevole la ripiegava accuratamente:
“Mille grazie, collega… Pare dunque che sono arrivato un po’ tardi… se si voterà la chiusura?”
“Un po’ tardi, veramente.”
“Non è mia colpa. Tanti affari, privati e pubblici, che m’ero perfino dimesso. I colleghi, bontà loro, vollero accordarmi un congedo…”
Era veramente piemontese. Egli narrò gli affari suoi, quelli del suo collegio e del suo municipio, perché pareva che fosse anche sindaco; poi, toccando della situazione politica, disse che l’opposizione s’affannava invano, come già sapendo di parlare con un ministeriale. Dopo essere stato un poco a udirlo, per ingraziarselo, Consalvo si levò, dicendogli:
“Permetta collega: vado a salutare le signore…”
Allora l’altro fece un inchino, affrettato e confuso, come ne fanno dinanzi alle dame le persone non avvezze alla loro compagnia. Ma Consalvo sceso nell’aula, dove, nell’imminenza della votazione, gli onorevoli andavano e venivano, s’indugiava tra i crocchi delle conoscenze, con la Patria in mano, che alcuni gli toglievano confidenzialmente, e poi, scorto il titolo del primo articolo, scorrevano, sorridendo e scotendo il capo, per approvare, per rallegrarsi.
“Quella buona Vanieri… Troppo buona, troppo indulgente…”
“Giusta!… Giusta, soltanto!…”
Però, accorgendosi che i sorrisi dei lettori non erano tanto di rallegramento quanto di sottile canzonatura per quelle lodi che la loro invidia doveva giudicare esagerate, e compre, Consalvo insisté nello scusarsene: sotto il banco della presidenza, mentre l’on. Bandi leggeva l’articolo, egli commentava:
“Queste donne!… Destituite del senso della misura!… Eh? Par quasi che mi prenda in giro!”
Lo squillo del campanello presidenziale e la voce del Giuanin fecero rivoltare tutti quanti a un tratto:
“Vadano ai loro posti! Ha facoltà di parlare l’on. Aguglia.”
Ripreso il suo giornale, Consalvo salì alle tribune.
Remigia, mentre le dame erano tutte intente allo spettacolo, volse il capo quasi aspettasse qualcuno. E la contessa, avvertita da lei, esclamò:
“Francalanza, che bravo!… Sentite, venite un po’ qui: Ci capite nulla? [*]che fanno? Che dicono?… Quando voterete?”
“Il più tardi possibile… Per non far andar via loro signore…”
“Oh, oh!… Ma noi vi piantiamo lo stesso, se non fate presto!…”
“Allora corro da Biancheri…”
“State fermo, siate serio…” Voltasi allora alla dama che stava alla sua destra, presentò: “Paola, il principe di Francalanza… Donna Paola Rodenengo…” La signora rivoltò il capo verso lui, abbassando graziosamente le ciglia, a modo di saluto; e Consalvo rimase. Come mezz’ora prima, quasi gli scappava di bocca un altro “perdio!” tale meraviglia era la faccia di quella donna. Egli non aveva mai visto nulla di simile. Una bellezza perfetta, assoluta, sovrana; una di quelle bellezze lampanti, abbaglianti come un principio di verità, meno discutibili d’un assioma, così grandi che non sembrano umane, tant’alte, miracolose e inarrivabili che il cuore degli uomini ne resta quasi piagato. Bionda di capelli, d’un biondo pastoso e dolce di miele; e pallida di viso, con occhi neri e nere ciglia che parevano un tocco di sfumino sopra un pastello; e pallida d’un pallore che non era malattia o difetto di vitalità, ma quasi una commozione assidua, incessante, quasi una pietà inguaribile. Consalvo ne era sbalordito a segno di perdere la padronanza di sé. Dacché stava a Roma, egli non aveva toccato una donna con un dito. Da molto tempo prima, dal giorno che s’era proposto di mutar vita, le donne, già sua principale occupazione e delizia, eran diventate l’ultimo dei suoi pensieri; ne aveva cercate alcune, antiche amiche o mercenarie, a certi giorni, per igiene; e dal tanto dominio abituato a esercitare sopra sé stesso, dal tanto fervore della sua nuova ambizione, la continenza gli era divenuta insolitamente agevole e abituale. Ma anche quando aveva molto amato, l’amor suo non era mai stato turbamento dell’anima e bisogno d’affetto; l’elegante perversione della compagnia tra la quale viveva, l’abitudine feudale di considerar tutto, a cominciar dall’amore, come merce che si compra e si vende, la facilità con la quale, principe, ricco, giovane, non brutto, egli era riuscito con le donne che non si davano per quattrini, la stessa mancanza d’educazione del senso estetico, laggiù in Sicilia, tra una gente imbruttita dalle continue mescolanze di razze, tutte queste cause avevano fatto dei suoi amori altrettanti esercizii muscolari, semplici spese di forza nervosa. Ora, dinanzi a quella donna, egli provava qualcosa di nuovo, di strano, quasi lo sgomento dei sogni, quando la coscienza si sente invasa, sbandita da un’altra coscienza, ignota, difforme. Un momento, dimenticò d’essere a Montecitorio, nella tribuna della presidenza; non seppe più dove fosse, non comprese ciò che gli dicevano; poi tornò in sé, rispose alla contessa che s’ostinava a voler comprendere ciò che accadeva nell’aula:
“Sì contessa; voteremo la chiusura… Non sente? Non sente?…”
L’Aguglia, riassumendo i lavori parlamentari di quella sessione che il ministero voleva chiudere “per sottrarsi ai suoi giudici” dimostrava come un tempo prezioso fosse stato sprecato in chiacchiere inutili, come nessuna delle grandi leggi pomposamente annunziate fosse arrivata alla discussione. “Per colpa vostra!…” interrompevano dai banchi dei ministeriali; e l’oratore si riscaldava, rimbeccava l’accusa, dichiaravasi pronto a restare al suo posto fino in agosto – “uh! uh!” i ministeriali vociferavano più forte, pur di non dover rispondere ai suoi elettori, quando gli avrebbero domandato: “Che cosa avete fatto?”. “Abbiamo dato tre voti di fiducia ai vostri governanti!” Il baccano cresceva, il Presidente scoteva energicamente il campanello; ma Consalvo non badava più allo spettacolo, per udire donna Paola. La dama parlava con voce piana e dolce, senza accento notevole; e diceva:
“Tutti gli anni, in questa stagione, s’odono le stesse cose. L’opposizione assicura che non s’è fatto nulla; i ministeriali che hanno salvato la patria. La verità mi pare che sia nel mezzo…”
“Ah, come dice bene!” rispose egli. “E perché non dev’esser permesso che la sua voce, la voce del buon senso, s’oda in ogni angolo di quest’aula, per ricondurre gli animi accecati dalla passione di parte al sentimento di giustizia, di equità, di prudenza?”
“Ve l’avevo detto, neh?” disse a sua volta la contessa, torcendo il collo per guardare Consalvo. “Ve l’avevo detto, che la mia amica è forte nel diritto costituzionale?…”
Donna Paola si mise a ridere. Remigia stessa, che non aveva ancor proferito parola, esclamò con tono di indulgente rimprovero che non riesciva a nascondere il sorriso provocato dallo sproposito: “Oh, mamma!…” mentre Consalvo rideva rumorosamente: “Ah! Ah! Ah! Bellissimo, contessa!… Il diritto costituzionale!…”. Una specie di sordo grugnito lo fece tacere: il signore cogli scopettoni che accompagnava le altre dame esprimeva con quel suono e con uno sguardo severo il suo malcontento, anzi il suo biasimo per un contegno sconveniente a un rappresentante della nazione, il cui posto, invece che nella tribuna dove disturbava le persone serie venute a udire i serii discorsi, era giù nell’aula. E l’aula era in quel momento silenziosa e raccolta, perché parlava Vitrelli; anche lui contro il governo, ma con più garbo, con maggiore accortezza: “Il governo, cui spettava la direzione dei lavori parlamentari, ha compito l’ufficio suo in modo tale da metter la Camera in questo bivio: o sciogliersi oggi, senza poter menar troppo vanto d’aver proficuamente lavorato; oppure di intraprendere la discussione di leggi ponderose quando l’inclemenza della stagione terrà lontano da Roma una buona metà, non dirò di tutti i deputati, ma di quelli ordinariamente più assidui…”. Gli amici dell’oratore approvarono; ma poi sorse un ministeriale, l’on. Borio, il quale cominciò: “Io domando a me stesso quale nuova teoria attribuisce al governo la direzione dei lavori parlamentari; domando a me stesso se la Camera non è stata sempre lei stessa…”. Allora la Camera si mise di buon umore; ma quando, dopo avere domandato a sé stesso tante cose, l’onorevole riprese: “E ricordo a me stesso…” risa e interiezioni fecero un concerto assordante.
“Ora” avvertì donna Paola “la discussione fuorvia.” Infatti, dopo gli ultimi due discorsi, gli oratori non s’occupavano più di ciò che bisognava fare, ma dissertavano intorno al quesito: È la Camera quella che dirige i proprii lavori, oppure è il ministero? Consalvo, che si faceva vento con la Patria, rumorosamente, sperando che gli chiedessero quel giornale, diceva tratto tratto a donna Paola, che anche ella, a brevi cenni del capo, richiamava l’attenzione di lui:
“Senta!… Senta!… dov’è più l’argomento?…” “Sempre così… Ma è del resto naturale… Una parola tira l’altra… Le idee s’incatenano…” Ella pronunziava quelle frasi, rapidamente, per non perdere una parola dei discorsi, e non rispose neppure, quando Consalvo le disse: “Come si vede che è assidua a Montecitorio!” Allora, poiché ella non gli dava molto retta; poiché la contessa, mortificata dalle risa che avevano accolto la sua sciocchezza, intontita dalla gravità delle cose che dicevano i deputati, se ne stava zitta, col viso rosso come un peperone, facendosi vento, egli s’appressò a Remigia. La contessina occupava il posto d’angolo, e col gomito appoggiato alla base della colonna, si reggeva la testa sulla mano guantata.
“E lei, si diverte?”
“Sì…”
“È molto lusinghiero per noi, tutte queste gentili spettatrici, così attente, così indulgenti…” Egli si sentiva in vena di galanteria. Dagli abiti, da tutte le persone di quelle dame sprigionavansi profumi eccitanti; il ricordo dell’articolo della Vanieri, delle lodi più eccitanti dei profumi, gli mettevano addosso una smania insolita, un bisogno di muoversi, di parlare. Il turbamento morale prodotto dalla vista di donna Paola era passato del tutto, ora che aveva parlato con lei; restava un’esuberanza di vitalità, un’energia stimolata che chiedeva d’operare. “E la cugina? A casa? I miei complimenti pel suo cappellino. Elegantissimo… di gran gusto… le sta d’incanto…”
Neppur ella rispose, aveva un viso più serio del consueto, quasi severo. E Consalvo, come se non l’avesse ancor vista, giudicava che, senza paragone meno bella di donna Paola, anzi neppur bella nel senso stretto della parola, la contessina poteva piacere molto; che gli piaceva veramente. La vedeva un po’ dall’alto e di scorcio; vedeva un’orecchia piccola e accesa come vampa, una guancia morbida, saporosa che dava imagine d’un’albicocca polputa, come le albicocche tinta d’un giallo rosato e coperta di una specie di soave pruina; vedeva il seno modesto gonfiarsi ritmicamente, distendere il fresco tessuto della veste chiara; e a quella vista mani e labbra gli prudevano. Per distrarsi, riprese a soffiarsi con la Patria; ma, come Remigia lasciava il suo ventaglio chiuso sulla sponda della tribuna, egli disse:
“Contessina, permette?”
Ella stessa glielo porse. Allora, vide il giornale, vide il nome d’Uzeda stampato a grosse lettere, e disse:
“Parlano di lei?”
Egli esclamò, come stupito e confuso:
“Oh, niente… due parole… l’ho ricevuto or ora…”
“Mi faccia vedere.”
Un sussurro, uno zittio lungo correva in quel punto da un capo all’altro della Camera: sorgeva il Presidente del Consiglio. E alle prime parole di Sua Eccellenza, pronunziate con voce piana e bassa in mezzo a un silenzio profondo, scoppiò una specie di tumulto.
“Che è?… Come?… Che ha detto?… Che hanno?…”
“Il ministero non vuole nient’affatto chiudere la Camera: presenta il disegno di legge sulla riforma del Senato e chiede per esso l’urgenza.”
Così aveva detto Milesio, e Consalvo quasi credeva d’aver udito male, e donna Paola s’era rivolta a lui, come per chiedergli la spiegazione di quell’annunzio, che intanto continuava a provocare da ogni parte della Camera esclamazioni di protesta, apostrofi irose, un diavolio.
“C’è novità per aria…” disse Consalvo “l’avevo bene previsto…”
“E che?… E come?…” continuava a domandare la contessa, mentre il signore con gli scopettoni, smesso il cipiglio, tendeva l’orecchio dalla parte del deputato per scoprir qualcosa. Donna Paola, volta all’amica:
“Bice” disse “se l’onorevole resta qui per noi…”
“Per l’amor di Dio!…” protestò la contessa Bice “torni al suo posto… Vada a sentire che accade…”
Così egli stava per fare, appena scoppiata la bomba, senza aspettar l’invito; ma se la curiosità politica lo chiamava giù nell’aula, un’altra curiosità lo tratteneva nella tribuna. Remigia, spiegato il giornale sul velluto verde del davanzale, raccolte le mani in grembo, aveva cominciato a leggere l’articolo della Vanieri; e il ritmo del suo respiro acceleravasi, le guance s’infiammavano, le braccia stringevansi al petto, quasi a comprimerlo, a reprimere il turbamento; e con le labbra un po’ dischiuse, sorda al frastuono dell’aula, a ciò che dicevano vicino a lei, non pareva che leggesse, pareva quasi che bevesse le lodi, che se ne inebriasse.
“Allora, con permesso… Vado e torno… torno subito… Con permesso…”
Egli non sorrideva, rideva apertamente, giù per le scale, sul muso delle persone: “Tò!… Tò!… La piccina!… E che diamine!… Innamorata!… S’è innamorata!…”. Era chiaro: innamorata! Simpatico, le era riuscito simpatico: questo l’aveva capito; non ci voleva molto a capirlo; ma commuoversi, turbarsi così alla lettura della biografia, come se le lodi le andassero diritte al cuore, come se avessero parlato di lei!… “E che diamine!… Innamorata!… Lo vedrebbe un cieco!…” ripeteva fra sé, traversando i corridoi, silenziosi e spopolati; e a un tratto, scorto accanto all’uscio della sala di lettura Mazzarini parlare con Grimaldi, piano, a faccia a faccia, il corso delle sue idee deviò bruscamente: “Ho capito!”. Grimaldi doveva avere accettato le offerte del governo, il rimpasto era stabilito, perciò il ministero dichiarava di non voler chiudere la Camera, d’esser pronto alle nuove battaglie.
Infatti, rientrato nell’aula, dove i colleghi lasciavano rumorosamente i loro posti, perché la discussione era stata sospesa, Consalvo s’avvicinò a Mazzarini per dirgli all’orecchio:
“Ci casca? È cascato?”
Mazzarini sorrideva, e il suo sorriso, di gioia e di trionfo, per sé ed i suoi, di scherno e di pietà per gli avversarii, stonava con le sue parole severe:
“No, principe; nessuno è cascato… S’è tolto di mezzo un malinteso, un equivoco… S’è visto che c’era accordo nelle idee, nel programma…”
Ma il baccano, ora che il Presidente aveva lasciato il suo posto, cresceva fuor di misura; gli onorevoli, raggruppati qua e là, amici ed avversarii, gridavano; dalla tribuna della stampa i giornalisti li apostrofavano; oppure, volte le spalle all’aula, vociferavano tra loro, il pubblico rumoreggiava anch’esso, non comprendendo.
“Alla gogna!… In nome de principii!… Viva noi!… Le onorate fatiche!… Alla luce del sole!… Zitti voialtri!… Chi latra?… Andiamo via!… Ah! ah! ah! ah!”.
Pareva che i più inferociti stessero per menar le mani, le intonazioni ironiche provocavano acri risposte, alcuni ridevano sgangheratamente, altri cercavano di metter pace; una dozzina, rimasti ai loro posti, soli, guardavano intorno, come sapendola più lunga degli altri, come filosofando. Consalvo vide che il suo vicino, il Piemontese con molte medagline, era fra questi; e quando, alla ripresa della tornata, egli risalì al suo posto, dimenticando le signore, il collega gli si fece d’appresso e gli disse, con aria di doloroso stupore:
“Mi dica dunque, collega… il ministero è battuto?”
“Che?… Come?…” fece Consalvo guardandolo bene in viso.
“Se cede, se si disdice…”
“Ma chi è lei?…” stava per rispondergli, quasi temendo d’esser canzonato.
Chi diamine era, come si chiamava quell’imbecille che non capiva, che capiva al rovescio, con otto legislature? Chi diamine l’aveva mandato alla Camera, che ci veniva a fare? Consalvo non si dava pace d’averlo preso per un pezzo grosso, per un esperto parlamentare; poi, vedendo l’aria attonita dell’onorevole, il riso lo disarmò:
“Ma no, ma no; al contrario: sfida l’opposizione, l’ha sgominata, capisce? C’è un accordo col gruppo degli agrarii, Grimaldi entra nel ministero…” “Ah, capisco… capisco… Bene, collega; bene…”
Frattanto, il Presidente leggeva le proposte di deliberazioni, le vagliava e ne metteva a partito una prima presentata dall’opposizione e così concepita: “La Camera, conscia dei suoi doveri, afferma il proposito di mantenere le assicurazioni date al paese”. Gli oppositori emettevano i loro sì brevi, forti, recisi; alcuni con tono rabbioso, altri con accento di sfida, altri gridando in modo da far voltare e ridere tutta la Camera; e i no ministeriali sfilavano, più composti, più rigidi. Quando il segretario chiamò: “Colargedda”, il vicino di Consalvo si levò, aggrottò un poco i sopraccigli pelosi, fece un breve gesto con la destra, come per accrescere forza e solennità alla sua dichiarazione, e proferì un chiaro e franco: “Sì”.
“Collega!… Ma collega!… Che ha fatto?…”
“Come?…” rispose l’altro, rosso, confuso.
“Ma doveva dir no!…”
“Per approvare… io approvo…”
“Ma doveva dir no, respingere l’ordine del giorno… è di sfiducia, contrario al governo, non ha capito?…”
“Contrario?… Ma il Presidente… Io credevo… Ed ora come si fa?…”
L’idea d’aver votato contro il governo, mentre egli era tutto suo, lo contristava; lo sbaglio preso lo mortificava. Chiedeva consiglio al collega, pareva spaventato dall’idea di dover fare una dichiarazione, un discorso; ma come i “no” fioccavano e i “sì” divenivano più rari, e alcuni dei più accaniti oppositori lasciavano i loro posti, certi della sconfitta, e il sordo clamore del trionfo cominciava a levarsi, Consalvo, lieto della vittoria, esilarato dalla semplicità del vicino, gli disse:
“Stia di buon animo… il ministero ha vinto… Un voto di più, uno di meno!”

“Questa è una dichiarazione d’amore, non un profilo!” esclamava il Broggi rivolto alla Vanieri, nell’ufficio della Cronaca, quando, finita la seduta, Consalvo vi entrò. E i cronisti, gli amici dei redattori, tutte le persone che avevano presa l’abitudine di passare alla Cronaca un’ora, di andarvi a prendere le notizie del giorno, dicevano anch’essi la loro, attorniando, assediando la scrittrice, che vociferava più degli altri e teneva fronte a tutti:
“Sissignore! Mi l’ami; e poi?… Ch’el veda, che l’esamini se l’è ben fatt, come arte… Capiss na gott, liù!…” Aragonese o Castigliano? Bisognava decidersi!… La geografia!… La geografia!… E all’apparir di Consalvo, tutti si volsero a lui, quasi invocandone la testimonianza: “Castigliani e Aragonesi, principe?… I suoi vennero o d’Aragona o di Castiglia, è vero?” egli assentì, ridendo, con un gesto che voleva dire: “È naturale” e allora l’altra:
“Anca lu, neh? Ma indove che l’ha studiat’, la geografia? L’aragones l’è castigliano, come un bavarese l’è tudesc! Il Castigliano l’è lo spagnuolo per eccellensa, per antonomasia, ghe semm?…”
E come gli altri non s’arrendevano, e Consalvo pareva sempre disposto a dar torto alla sua lodatrice, ella si volse a Ranaldi gridando: “Ranaldi, dite voi, con quella competensa scientifica che tanto vi distingue: ho ragione o no?”
“Ha ragione” rispose l’interrogato.
“Ranaldi, voi siete un giovane d’ingegno! Ranaldi, io vi amo!…”
“Uuuuh!… Che gran cuore!… Troppi in una volta!…” dissero tutt’intorno, mentre Consalvo, ridendo più degli altri, esclamava:
“E io, allora? Badi che sono geloso…”
La Vanieri lo guardò un poco negli occhi, muta, con studiato atteggiamento di passione; poi, portata una mano sul cuore e scrollando il capo:
“No, minga vera! No, l’è inutil; podi minga resister; lu l’è el me solo amor, la mia passione…” e quasi gli si buttò addosso.
Consalvo, ridendo ancora, la strinse alle braccia; ma allora ella si ritrasse; e quantunque egli continuasse a ridere, il breve contatto con quel corpo di donna, la morbidezza delle braccia, il profumo dei capelli, rinnovò ed accrebbe il suo turbamento, eccitò i suoi sensi più della compagnia delle signore.
Frattanto l’onorevole Sonnino, preso a parte Ranaldi, gli parlava del nuovo fatto politico, dell’entrata di Grimaldi nel ministero, delle nuove polemiche che la Cronaca stava per sostenere; e anche nel gruppo più numeroso e più clamoroso, sedate le risa, la conversazione s’avviò su quel tema. La Vanieri, di buon umore dopo le grida e i motteggi, spiegava la conversione della Sinistra giovane e specialmente del suo capo, la giudicava inevitabile, si stupiva anzi che non fosse avvenuta prima: “Grimaldi l’è un bon fioeu, incapace di voler male a nessuno…; non voleva altro che il portafoglio…”
Il Broggi, quasi non avesse udito la botta della quale pochi sorrisero, fece osservare a Consalvo:
“Se in aprile non si fosse lasciato andare tropp’oltre, a quest’ora la sua entrata nel ministero sarebbe più naturale, non provocherebbe troppi commenti…”
E Consalvo confermava, con un cenno del capo, mentre la Vanieri rammentava: “Ma l’an passà! l’an passà! l’an passà era tutta una cosa col Milesio!…”
Ma poiché il Broggi non riconosceva l’importanza di quell’argomento, ella insisteva ancora: nell’ottanta, sotto il gabinetto Luzio, quando Grimaldi era ministro e Milesio capitanava l’opposizione, forse che le cose non erano andate allo stesso modo? Forse che Milesio non aveva attaccato ferocemente quel Grimaldi che poi doveva tenere nel proprio ministero? Ella citava le parole degli antichi discorsi, le frasi dei giornali, le date, con una precisione di memoria alla quale i suoi compagni di redazione sapevano di potersi affidare; e a poco a poco tutti gli altri tacquero… ella sola restò a perorare. “Diciamo pure che l’è un sacrifissio sull’altar della Patria… che l’è ‘l trionfo della coerenza… disomm quel che volemm… Hin tutt compagn; sono tutti gli stessi, infatti!…”
Ranaldi, dopo tre mesi che lavorava vicino a lei, l’udiva con lo stesso stupore della prima volta, quando gli s’era confidata un’ora dopo la presentazione. Morta sul nascere, la sua grande passione per la scrittrice. Egli aveva creduto che l’intimità sarebbe finita con la passione, e invece mai era stato lontano dal sospirato amore come vicino a lei. Quando ne cercava il perché, non sapeva bene quale, fra i molti possibili motivi, fosse il più potente. Non certamente il legame quasi maritale che univa da molto tempo la sua compagna di redazione a un pittore veneziano: l’ostacolo, anziché spegnere, avrebbe dovuto piuttosto attizzare le fiamme del desiderio. Forse la persuasione che quella donna non era come tutte le altre; che l’ingegno, le facoltà virili dell’ingegno, le stesse abitudini mascoline di vita, ne facevano una creatura a parte, senza esempio. Parlando e scrivendo dell’amore, ella diceva che era la cosa più importante della vita; ma se parlava o scriveva di politica, pareva che non vivesse se non di questa passione; salvo ad accendersi più tardi per l’arte o a dichiarare che fuor della fede nulla importava. Virile era l’ingegno; ma delle donne ella aveva i facili e pronti voltafaccia, l’isterica scontentezza, le sùbite accensioni seguite da freddezze dure; e se questa ambiguità del suo carattere, se l’imprevisto delle sue parole e dei suoi atti tenevano sempre desta la curiosità del giovane, egli era troppo stupito, soltanto stupito, come un naturalista dinanzi a una insolita forma della vita. La sera che ella lo aveva preso a confidente subito dopo averlo conosciuto, esprimendogli giudizii diametralmente opposti a quelli espressi dinanzi agli altri, egli non aveva saputo che cosa pensare di lei, se esserle grato dei suoi consigli o diffidare della sua sincerità. A poco a poco, frequentandola, aveva visto che era così con tutti, che si confidava a tutti, che diceva a chiunque ciò che pensava, che restava sincera nella contradizione perché i suoi pensieri mutavano ad un soffio di vento; ed allo stupore del giovane s’era unita l’ilarità, un sorriso contenuto, ma non sempre; tanto gli pareva comica quella schiettezza complicata, quella malizia ingenua, il mistero delle confidenze fatte al primo venuto, perfino l’ambiguità del linguaggio, la mescolanza del dialetto e della lingua, quell’abitudine di tradurre il vernacolo. Ora ella, lasciato Grimaldi e Milesio, ragionava degli oppositori più accaniti del governo, degli “inconciliabili” e mentre poco prima aveva denigrato gli amici, quasi lodava gli avversarii. “No, Cairoli ‘l’è ona bella figura; l’è bel quel suo odio, l’è grand, l’è antico: neh, Ranaldi? Ghe saria de far un quaicoss de artistico, neh?…” E Ranaldi rammentava che un mese addietro ella aveva scritto contro di Cairoli uno di quei suoi articoli che scottavano, tanto ella sapeva cogliere il lato debole di ciascuno, svelarne le intime magagne, le piccolezze e le ridicolaggini; tanto riusciva a dar sapore all’ironia, a graffiar carezzando. E come l’on. di Francalanza anche lui riconosceva l’onestà, la sincerità del duumviro, ella gli metteva una mano sulla spalla, confidenzialmente, e gli soffiava qualcosa all’orecchio: il principe rideva, scrollava il capo, acceso in viso, poi trattenendo pel braccio la scrittrice, le diceva a sua volta, piano, nell’orecchio, qualch’altra cosa, a cui ella rispondeva esclamando, tra alte risa: “Mi credi! Bravo!”, poi, facendo con la mano il gesto del press’a poco: “O una robba insci!…”.
A un tratto s’udì nella sala attigua un bisbiglio, un aprirsi e chiudersi d’usci, e il Broggi apparve sulla soglia…
“Principe, onorevole di Francalanza… C’è l’on. Grimaldi con l’on. Spirito, di là…”
Consalvo sorse in piedi e andò via, subitamente ricomposto. La Vanieri con la bocca ancora aperta, come nel momento dell’annunzio, guardò il poeta, guardò Ranaldi, poi disse:
“La visita di digestione?”
Vietri, finito di limarsi le unghie della destra, cominciava a lavorare l’altra mano; Ranaldi fece col capo un gesto d’assenso.
“Come si deve; non c’è che dire! La Cronaca trionfa! Vietri, scriviamo un inno a quattro mani?”
Il poeta rispose, senza guardarla, un “No” serio e grave, come se grave e seria fosse stata la proposta. Contemplandolo un momento con la stessa espressione d’irresistibile idolatria, che aveva rivolto poco prima all’Uzeda, ella esclamò:
“Amore, quanto l’è bel!…” Poi a Ranaldi: “Bene, mi vadi de là. Vado a intervistare Sua Eccellensa, per l’articolo di domani.” E s’avviò; ma, prima d’infilare l’uscio, si voltò, tornò indietro: “Ranaldi, ch’el disa… ch’el senta…” E avvicinatasi al giovane, tratta di tasca una carta, gliela porse, dicendogli, con voce un poco abbassata: “L’è ona robba del noster principe… Vuole che riveda l’ortografia… Mi podi minga.”
“E la date a me?”
“Voi che ci avete la mano…Mi podi minga; c’è troppi strafalcioni…”
E Ranaldi ebbe un bel protestare: ripetendo “Fate voi, mi podi minga…” gli lasciò l’articolo sulla scrivania. “Visita di digestione” aveva detto la Vanieri; e – quantunque Grimaldi non fosse ancora ministro – il motto non era improprio, giacché alla incessante predicazione della Cronaca, all’influenza personale di Sonnino, all’azione concorde del gruppo quel risultato era dovuto. Lo riconosceva Grimaldi, venendo nell’ufficio del giornale; lo riconosceva con la sua presenza nel salotto della redazione, senza dirlo, senza neppur parlare di sé stesso. Il discorso, tra gli onorevoli e i giornalisti, dopo la tempestosa tornata, s’aggirava disinteressato, impersonale, intorno ai varii incidenti della discussione, alle disposizioni dei partiti. Grimaldi era particolarmente riservato; alle critiche di cui facevano segno l’opposizione, alle lodi prodigate al ministero, egli se ne stava zitto, con gli occhi modestamente abbassati, come una signorina dinanzi alla quale si parla di matrimonii e d’amori. Consalvo era il più loquace di tutti. Aveva provato tante impressioni piacevoli, quel giorno, che si sentiva insolitamente eccitato, disposto a ridere, a fare il chiasso, col solletico addosso. Parlava in piedi, aggirandosi pel salotto, volgendosi a Grimaldi di preferenza; per far la corte al nuovo astro sorgente, per conquistare la sua amicizia, per entrare nella sua intimità; ma si fermava anche vicino alla Vanieri, a respirare il profumo dei suoi capelli, a saziar l’occhio della vista della nuca bianca e dorata, con un prurito nelle mani e sulle labbra, con la tentazione di ricominciare a prenderla per le braccia, a parlarle nell’orecchio… Remigia di Pianori lo amava! L’amore di lei non gli serviva, perché era ben deciso di non prender moglie e con una ragazza non c’era da far nulla, a meno che ella non usasse flirtare, come le Americane… Ma se l’aveva innamorata, poteva innamorare anche altre, quella Paola la cui bellezza lo aveva tanto turbato qualche ora addietro, altre belle dame alle quali prima non aveva posto attenzione, col proposito di sopprimere le donne dalla sua vita. Ma poteva forse restare eternamente casto? Ora che col sangue riscaldato e coi nervi eccitati egli si sentiva formicolar la pelle e provava come un bisogno di rotolarsi per terra, al pari dei cani in caldo, la sola vista delle gonnelle della Vanieri gli faceva dimenticare l’impegno preso. Avere quella donna gli pareva particolarmente facile; credeva anzi che gli si offerisse, che dicesse un po’ per chiasso un po’ sul serio dicendogli che lo amava; e se fino a quel momento, egli non aveva pensato a trarre profitto della loro intimità, della specie di cameratismo che li univa, che li avvicinava tutti i giorni, ciò dipendeva molto dalla calma dei suoi nervi, ma anche un poco dall’idea che quella donna sopra tutte le altre fosse per lui da evitare. La loro familiarità era troppo grande, i loro rapporti troppo frequenti: mettersi con lei sarebbe stato pericoloso come, per un uomo che vive in famiglia, avere un intrigo sotto lo stesso tetto domestico. Poi, com’egli soleva occuparsi di giornalismo, ella s’occupava di politica, e per questa rivalità, per la disinvoltura che ella metteva nel giudicare gli amici e lui stesso, per l’acrimonia che l’animava contro gli avversarii, egli la considerava con una sorda diffidenza: le chiedeva consigli, le passava i suoi articoli, ma la temeva. Ora però dimenticava il timore, disarmato dal desiderio, persuaso di rendersela più amica, più devota, dicendole che l’amava, prendendola con l’amore, con l’affezione, coi baci; e già studiava il modo di restar solo con lei, quando dalla corte s’udì un fischio modulato come i tocchi di tromba dei comandi soldateschi: tata-tata-taratà. Era Zerella, il pittore, che la chiamava. Com’ella andò via, anche gli onorevoli s’alzarono.
“Bene!” esclamò Sonnino “andiamo a desinare.”
“Dove andate?” domandò Consalvo, disponendosi a seguirli, a far la corte al ministro non potendo farla alla scrittrice.
“Al solito Cornelio.”
“Sapete che faccio? Vengo anch’io con voi.”
“O bravo!”
Uscirono tutti insieme, i quattro deputati col Broggi; ma questi e l’on. Ignoto si congedarono a Piazza Colonna. Grimaldi, tra Merzario e Consalvo Uzeda, entrò nel giardino del Caffè pieno a quell’ora della gente che ancora desinava e dei borghesi che, lasciato il desco familiare, venivano a prendere il gelato o il bicchierino. A una tavola appartata e vuota due seggiole inchinate coi piedi posteriori per aria e le spalliere sulla tovaglia, pareva facessero la riverenza; un cameriere biondo, domandato: “Sono in tre?” avanzò un’altra seggiola per Consalvo e cominciò ad apparecchiare per lui: gli onorevoli non s’erano ancora seduti, che un signore s’appressò a salutarli.
“Il commendatore Gorla” presentò Grimaldi. Consalvo che sperava di restar solo con l’amico Sonnino e col grand’uomo, s’aggrottò. Questo commendatore era intimo di Grimaldi: gli dava del tu, e non parlava della sua entrata nel ministero. Il discorso aggiravasi sulla roba da mangiare: egli raccomandava agli onorevoli un minestrone alla genovese; Grimaldi faceva l’elogio di quello di Milano; e Consalvo guardava una dopo l’altra le donne sedute ai tavolini tutt’intorno; sul verde scuro del giardino, le fresche vesti estive, i leggeri cappelli di paglia attiravano l’occhio: alla luce piovuta dalle lampadine del gas le carnagioni parevano tutte morbide e vellutate. Il commendatore s’era messo a sedere vicino ai deputati; una quinta seggiola fu avanzata per un giovanotto vestito elegantemente: calzoni grigi, panciotto bianco, giacchetta e cravatta nera, gardenia all’occhiello. Questo qui era Ferella, Tommaso Ferella, giornalista in voga, della nuova scuola, elegante, mondana, con pretese letterarie: al suo arrivo Consalvo, che dal principio del desinare non aveva parlato, sciolse lo scilinguagnolo. Come il giornalista era napoletano, egli lodò i vermicelli con le vongole e dichiarò di preferire lo strutto al burro.
“Ora che l’Italia è fatta, bisognerebbe unificare le cucine italiane!”
“Ardua impresa. Si potranno federare; se pure!”
E Grimaldi, messo di buon umore dal cibo, dal vino, propose di comporre una mensa nazionale, un pranzo italiano per eccellenza. Si cominciava naturalmente dai maccheroni, e su questo punto tutti erano d’accordo; poi Sonnino stava per le triglie alla livornese, mentre Grimaldi preferiva le sogliole fritte con calamaretti; e mentre gli onorevoli discutevano, masticando a due palmenti, bevendo, forbendosi la bocca con il tovagliolo, che Grimaldi teneva appeso al collo, come un gran bamboccione, altre persone appressavansi, stringevano la mano al nuovo ministro: “Il dado è tratto?… Milesio rinsavisce?… I miei rallegramenti!…”. E in piedi, intorno alla tavola, aspettavano d’udire il verbo del grand’uomo.
“Stracotto con risotto… zampone di Modena con purée di spinaci…”
“Eh! Ah!… Ma che purée!… Italiano! Bisogna parlare italiano!…”
“O come si dice?”
E Sonnino, nella sua qualità di toscano, suggerì: “Con passato di spinaci”.
“No; allora io sto per l’avvenire dei fagioli!…” Una gran risata fece rivoltar tutta la clientela del caffè dalla parte degli onorevoli. E allora la discussione s’aggirò intorno alla lingua. Grimaldi voleva si riconoscesse la necessità di accettare i neologismi e i barbarismi d’uso comune; Sonnino era purista intransigente e non lasciava parlare il collega, lo riprendeva quasi ad ogni frase; “Dal punto di vista… ho constatato… ciò mi sorprende…”. Ferella, come scrittore, approvava la severità filologica dell’onorevole; ma Consalvo si mise con Grimaldi, fece una gran sfuriata contro i pedanti che volevano mummificare la lingua, rendere più grande il divario fra il vivo linguaggio del popolo e quello dei letterati. Egli diceva che, secondo Spencer, le parole sono come i gettoni: il valore di questi e il significato di quelle dipendono dalla generale convenzione; e come Sonnino scoteva il capo, egli gli dette del “mandarino” e del “bonzo”. Grimaldi che trincava copiosamente, aveva gli occhi lucidi, e li fissava sul suo giovane difensore, con espressione di tenerezza grata; alle frutta, egli offerse del marsala a tutti, e ne vuotò per suo conto due bicchieri di fila. Forbendosi con la lingua i baffi, socchiudendo gli occhi beatamente, egli fece l’elogio dei vini italiani, assicurando che fra cinquantanni l’Italia sarebbe stata la prima nazione vinicola del mondo. E gli onorevoli passarono a rassegna la produzione nazionale, i tipi più accreditati, dal Piemonte alla Sicilia. Anche qui Consalvo disse la sua, approvando l’ottimismo del ministro per quel che riguardava la materia prima. L’industria, però, era timida e pigra; mancava, principalmente, lo spirito d’associazione; poi la réclame non era ancora ben conosciuta. In Sicilia, per esempio… ed egli parlò dei suoi vigneti, della difficoltà di persuadere i suoi mezzadri dell’utilità dei nuovi processi, dei nuovi meccanismi, del cumulo di ragioni per cui doveva rassegnarsi a vendere il suo vino immaturo, alle volte ancora mosto, invece di raffinarlo, di ridurlo un tipo costante.
“Il governo dovrebbe intervenire…” disse il Gorla. “Ma che cosa poteva fare il governo? Un monopolio enologico? Allora: Bacco, Tabacco e Venere, tanto per non lasciar da parte nessuno dei tre vizii – giacché fumo e prostituzione erano in mano sua…”
Con una risatina grassa Grimaldi si tolse il tovagliolo dal goletto e chiamò il conto. Quando i tre onorevoli ebbero pagato uscirono, seguiti dal commendatore, dal giornalista e da due o tre altri. Sul Corso, la comitiva andava lentamente, fermandosi ogni due passi, ingombrando il marciapiede, perché Ferella e Sonnino avevano intavolato una discussione sulla riforma della polizia dei costumi; e Ferella, che stava per la libertà delle mercenarie, si rivoltava ogni momento chiedendo l’approvazione di Grimaldi: “Avvocato!… Dite voi, avvocato… L’avvocato che ha fatto serii studii sull’argomento…”. E gli altri a ridere, compreso l’interrogato, il quale all’uscita dal caffè, col piè malfermo, il viso acceso, s’era appoggiato familiarmente al braccio di Consalvo. Consalvo, superbo dell’onore, pensava adesso, udendo le interrogazioni e le risa, alla reputazione di donnaiuolo di cui godeva Grimaldi, alle satire dei giornali umoristici che lo rappresentavano sempre dietro a qualche gonnella; e l’onorevole, infatti, sbirciava le passanti, grugniva di soddisfazione sfiorando le belle donne, stringeva forte il braccio del collega per richiamare la sua attenzione sulle bellissime, esclamando, nel dialetto nativo: “Quant’è bbona chestaccà!…”. Dinanzi ad Aragno altra gente salutò, s’avvicinò; ma Grimaldi pareva volesse restar solo, trascinava Consalvo e con lui i fedeli. Sonnino, che aveva da far visite, andò via a piazza Colonna, popolata d’una folla fitta, per la musica; da Ronsi e Singer Consalvo propose:
“Se prendessimo un gelato?”
Non c’eran posti disponibili, fuori; ma, scorto Grimaldi, alcune persone che occupavano il tavolino d’angolo, s’alzarono, offrendolo cerimoniosamente. E il grand’uomo si lasciò subito andare sopra una seggiola. Una fioraia, vestita di raso nero, senza niente in capo, con le braccia nude e grosse perle alle orecchie, venne a posare il suo cesto sul tavolino.
“Che sciccheria, stasera!” esclamò Grimaldi, guardandola da capo a piedi, con gli occhietti lubrici.
“E come!”
“Addò sta Ciccillo?”
Scegliendo tra i suoi fiori, ella scoteva il capo:
“Dalli con Ciccillo! Non ci sta più, né Ciccillo né Ciuccillo…”
“Vatténne!… Statte zitta!… Addò sta? Che s’è fatto?…”
Ella gli passò un mazzolino all’occhiello, mentre l’onorevole, con le gambe allungate, la testa rovesciata, le narici aperte, la guardava dal basso in alto, cupidamente. Il commendatore rifiutò i fiori con un gesto del capo; Ferella mostrò la sua gardenia, dicendo: “Troppo tardi, cara”; Consalvo si lasciò anche lui infiorare l’occhiello, nuovamente acceso alla vista delle braccia della fioraia, che erano bianche, ben fatte, coperte d’una peluria bionda, nuovamente eccitato dal passaggio delle mercenarie, che altre volte egli non aveva neppur degnato di uno sguardo, ma che ora considerava attentamente, discutendo tra sé come finire la sua serata. Esse apparivano rapidamente dall’angolo del Corso; oppure s’avanzavano dalla piazza; e passavano a testa alta, senza guardar nessuno, battendo i tacchi, con un fruscio di gonne riscaldate. Ce n’erano di piccole e grasse, di magre ed alte, per tutti i gusti: alcune avevano le facce sciupate dalla cipria, altre infiammate dal rosso; tutte portavano vesti e cappellini ricchi e miserabili a un tempo, di fogge esagerate, sovraccarichi di svolazzi pendenti come stracci e di piume rotte e stinte. Dinanzi a quelle povere diavole, Consalvo rivedeva con gli occhi della memoria le donne che lo avevano turbato, quel giorno; la prestigiosa e quasi innaturale bellezza di donna Paola, la simpatia di Renata, la piacevolezza della Vanieri; e subitamente, senza ch’egli avesse coscienza del come fosse nata, egli accoglieva un’idea prima sempre vivamente respinta: l’idea di prender moglie, di sposare la marchesina che lo amava, o un’altra qualunque; di avere una donna sua, che lo avrebbe garentito contro i turbamenti simili a questo che ora provava, che avrebbe fatto della sua casa un centro d’attrazione, un mezzo di propaganda. E perduto in questo pensiero, non ascoltava più quel che dicevano intorno a lui, la storia della fioraia e di Ciccillo che Grimaldi narrava al commendatore, il quale la stava a udire come la rivelazione d’un segreto trattato diplomatico; la storia d’un’altra fioraia napoletana che Ferella narrava a Grimaldi, il quale lo stava a udire più distratto, guardando le nottambule che continuavano a sfilare. Finita la musica, cominciate a spopolarsi le piazze, Grimaldi dette un’altra volta il segnale della partenza, e i quattro risalirono il Corso. Ora la processione delle affamate era più lunga: se ne incontravano a ogni passo; dalla Posta, dal Babbuino, da tutte le vie traverse ne sbucavano sempre; e come l’ora avanzava, le più miserabili, quelle senza cappello, con l’aspetto di serve, venivano fuori, a due a due, a braccetto, rivolgendo inviti ai passanti. Grimaldi s’era appoggiato da capo al braccio di Consalvo, e facendolo parlare della Sicilia, andava a piccoli passi, risaliva il Corso, fino a San Carlo, fino a palazzo Sciarra, più su ancora, fin presso a piazza del Popolo, dove i passanti erano rari, il marciapiede quasi deserto.
“Dove andremo a finire?” pensava Consalvo, quando Grimaldi, chiamato il Ferella che veniva dietro col commendatore, domandò al giovanotto:
“Neh, Ferella…: che ci sta da donn’Agnese?”
“Roba nuova, dice; ma io ci manco da molti giorni.”
“Vulimm’i a vedé?”
“Dove?” disse Consalvo, imbarazzato, stupito, irresoluto, poiché aveva sentito parlare, così in aria, di questa casa di donn’Agnese come d’un luogo discreto e sicuro dove la gente grave che non voleva dare spettacolo di sé in un luogo del tutto pubblico trovava quel che c’era di meglio a Roma in fatto di mercenarie o anche di donne non del tutto perdute che con la prostituzione secreta aiutavano le famiglie a sbarcare il lunario.
“E come?” esclamò Grimaldi. “Voi non siete ancora stato da donn’Agnese? Ma su, venite! Ferella, presentiamo il principe a donn’Agnese!…”
In cima alla scaletta coperta d’una striscia di stuoia, una serva che pareva una negra, tanto crespi aveva i capelli sul viso color cioccolata, introdusse la compagnia. Sugli usci, i quattro facevano complimenti, ciascuno volendo che gli altri passassero prima, e Ferella o Grimaldi rompevano le cerimonie avanzandosi risolutamente; il commendatore e Consalvo si tenevano indietro, con una specie di paura d’avventurarsi nei luoghi. Entrarono in un salotto che pareva la decorazione del quart’atto dell’Otello: una lampada veneziana poco luminosa pendeva dalla volta, e mobili tra veneziani e turcheschi, seggiole con le spalliere alte come inginocchiatoi, un divano-letto molto basso, tende di gusto orientale lo addobbavano. S’avanzò incontro ai signori una donna alta e forte sulla quarantina, che pareva vestita di carta: tutta di mussola bianca insaldata.
“To’, che si vede: don Bernardino! E quant’onore, stasera!”
“L’onore è mio…”
“L’onore è nostro” aggiunse Ferella.
“Voi state zitto!” ingiunse la matrona. “Abbiamo conti da fare insieme, noi due…” E frattanto guardava Consalvo, da capo a piedi.
“Donn’Agnese, voi mi permettete di presentarvi il mio amico e collega, il principe Consalvo, che ambisce l’onore di poter frequentare la vostra casa ospitale?”
“Fortunatissima” rispose donn’Agnese, abbozzando un sorriso e stendendo la mano. E Consalvo, messo di buon umore dalla serietà della presentazione, prese quella mano, che cedette sotto la sua stretta come se fosse di gomma elastica.
“Ma perché restano in piedi?… Prego, signori, s’accomodino… Posso offrire qualche cosa? Gradiscono un bicchiere di qualche cosa?”
“Donn’Agnese!” pregò Grimaldi. “Se avete ancora di quella birra…”
“Birra? Birra, per tutti?…”
E la serva che pareva una mora portò un vassoio con quattro bicchieri, grandi come boccali, pieni della bionda e spumosa bevanda. Allora, seduto, anzi sdraiato sopra un seggiolone, col boccale della birra in mano, al quale sorseggiava tratto tratto, Grimaldi sospirò di soddisfazione. La padrona di casa sorrideva amabilmente a Consalvo, gli domandava da quanto tempo era a Roma, gli offeriva di fargli visitare l'”appartamento”.
“Andiamo, donn’Agnese!…” disse Ferella.
Come i tre scomparvero dietro una tenda, il commendatore finalmente potè rivolgersi al grand’uomo:
“Senti un po’, ho parlato oggi con Palberti. Sapeva ogni cosa. Promette di votare per voialtri, con un patto, però.”
“Che patto?”
E quando gli altri tornarono, con la padrona di casa, e una pigionale di lei, una giovane dall’aspetto dolce, dagli occhi dolci e stupidi di capra sopra un viso bianco e delicato, vestita d’azzurro, con le gonne corte, il corpetto accollato, trovarono Grimaldi e l’altro che discutevano dei patti di Palberti, della difficoltà di farli accettare a Milesio…
“Milesio, personalmente, sarà favorevole” diceva Grimaldi; “m’impegno io a persuaderlo, ma Nicotera? Nicotera ci darà da fare. Ci sono troppi precedenti…” Consalvo e Ferella erano tutt’orecchi, il giornalista, anzi, cavato di tasca un taccuino, vi prendeva appunti; le donne guardavano stupidamente or l’uno or l’altro.
“E che ne dice questa nennella?” concluse Grimaldi, rivolgendosi alla ragazza.
Ella sorrise, abbassando il capo, per modestia.
Il grand’uomo s’alzò, le si appressò, le carezzò il mento, poi trasse in disparte donn’Agnese.
“Un uomo soltanto può persuadere Nicotera” disse Ferella.
“Biancheri?” rispose Consalvo.
“Precisamente.”
Essi continuarono a discutere dell’affare, gravemente, mentre Grimaldi continuava a discutere non meno gravemente con la matrona. Pareva che egli chiedesse qualcosa, con molta insistenza, e che l’altra rifiutasse, a malincuore ma decisamente; a un punto s’udì che gli diceva, smesso il voi: “Vedi se ci riesci…”. Ma l’altro scrollava il capo, tornava a insistere; finché, decidendosi, come rassegnato:
“Allora, andiamo…” disse.
La padrona rivolse un amabile sorriso ai suoi ospiti, quasi a chieder scusa di lasciarli soli, un momento, ma in buona compagnia; ma, come Ferella e il commendatore erano più che mai infervorati nella discussione, il grand’uomo, dall’uscio, si rivolse a Consalvo, incitandolo con gli occhi lucenti sulla faccia accesa, dandogli del tu: “Iammo, principe! Anima il mercato…”

VI

Il tempo passava, monotono, e Consalvo rodevasi dall’impazienza. Le prime fortune erano rimaste le sole: l’amicizia dei maggiori uomini politici, le lodi dei giornali, la parte da lui presa nella Cronaca, il suo studio attento, perseverante, instancabile, di cattivarsi simpatie, di rendersi accetto, di mettersi in mostra a Montecitorio, nei salotti, in tutta Roma, non davano i frutti sperati. Durante le vacanze parlamentari di quell’anno egli fu chiamato in Sicilia dalla morte della sua vecchia zia donna Ferdinanda Uzeda. Tutta la sostanza della defunta, ad eccezione di alcuni legati pii, andava a lui: egli s’arricchiva ancora di mezzo milione; e l’altro suo zio, il senatore d’Oragua, era anch’egli per morire, inchiodato sopra una poltrona da un insulto apoplettico. Tornato a Roma, alla riapertura delle Camere, l’erede ricevette una quantità di condoglianze gratulatorie per la sua nuova ricchezza; ma di quei quattrini che erano stati la massima ragione della sua rapida notorietà, sul principio, egli adesso quasi rammaricavasi d’esser possessore, comprendendo che gli riuscivano d’ostacolo, giacché la gente doveva credere che un gran signore tanto ricco non potesse essere anche un’aquila d’ingegno e un’arca di scienza. Riaperto il Parlamento, ricominciata la quotidiana battaglia politica, egli si mise a lavorare a una relazione di cui il suo Ufficio l’aveva incaricato, intorno a un disegno di legislazione sociale. Non lavorava solo, Ranaldi lo aiutava.
Dapprima, la revisione del giovane lo aveva seccato tanto che s’era rivolto alla Vanieri; ma qualche giorno dopo averle consegnato l’articolo, glielo aveva richiesto per aggiungervi qualcosa, e allora s’era sentito rispondere: “Scusate, principe: l’ho dato a Ranaldi”. A stento egli aveva frenato un impeto di stizza, gli doleva d’essere stato scoperto da Ranaldi; ma poi se l’era presa con sé stesso, con la propria sciocchezza: bisognava essere sciocco per affidarsi ad una donna, a quella donna! E pensare che, un momento, era stato sul punto di dirle parole d’amore, di farsene un’amante! Ringraziava in cuor suo Grimaldi della presentazione in casa di donn’Agnese: lì le sue velleità d’intrighi galanti e di vincoli matrimoniali s’eran dissipate, provvidenzialmente; ora la Vanieri, le altre, non lo turbavano più, lo lasciavano di sé stesso, come bisognava che fosse. E per correggere l’errore, comprendendo di potersi fidare del giovane, egli aveva ripreso a ricercarne l’aiuto. Ranaldi, capito da sua parte che l’onorevole si sentiva umiliato dalle correzioni fatte di nascosto, ora lo pregava di leggere insieme i suoi scritti; e da quella lettura, dalle osservazioni discrete ma lucide del giornalista egli ricavava un reale profitto, cominciava a scrivere meglio. L’intimità tra loro due s’era accresciuta; e ora Consalvo non scriveva più nulla senza chieder consiglio a Ranaldi. Per la relazione parlamentare questi gli indicava opere, articoli di rassegne e di giornali che potevano giovargli; andava spesso a casa sua, a discorrere dell’argomento, a sentire ciò che egli aveva scritto; e quest’idea di formare uno scrittore, di dirigere gli studii dell’onorevole lo colmava di soddisfazione orgogliosa.
La relazione fu lodata, ma non molto. Consalvo tentava persuadersi che bisogna dar tempo al tempo, che le fortune politiche non s’improvvisano, che sono i frutti di tarda maturazione; ma la persuasione ragionevole urtava contro la passione. Un giorno ricevette da casa sua notizia che lo zio s’era aggravato, che agonizzava; ma giusto in quel torno la Camera aveva da nominare una commissione d’inchiesta sulla Marina mercantile, ed egli s’era fitto in capo di farne parte, sicuro delle promesse di Mazzarini e di Grimaldi; all’ultima ora, il suo nome era stato sostituito da quello d’un vecchio parlamentare veneto; e tanta stizza ne aveva concepita, che, leggendo la lettera, disse tra sé: “Crepi chi ha da crepare”. Poi, di quello zio egli non aveva la migliore opinione. Cupido e pauroso, s’era barcamenato, al Quarantotto, tra borbonici e liberali; anzi un tempo aveva dovuto scappare dal suo paese minacciato dai patriotti come fedifrago; al Sessanta aveva dato il calcio dell’asino ai Borboni, ed era diventato un eroe, a furia di pagar da bere alla Guardia Nazionale; poi in venti anni di vita politica, non aveva fatto altro che speculare sui fondi pubblici, sugli appalti governativi e municipali, sulle ferrovie, nelle banche, arricchendosi, giovandosi del mandato elettivo per rifarsi il guscio, incapace di dire una parola dopo un’altra in pubblico, affiliato alla vecchia Destra, non per convinzione ma per tornaconto, sostenuto dalla consorteria cittadina, da tutti quelli che, in piccolo, avevano fatto come lui. Sollecitata la nomina di senatore per evitare un fiasco terribile, dopo la riforma elettorale, aveva raccomandato il nipote perché il potere restasse in famiglia; ma una sorda invidia pel trionfo clamoroso di questi gli era entrata in cuore; e Consalvo, quantunque ne dovesse ereditare, scherniva tra sé quella bestia presuntuosa, rideva dei suoi boriosi atteggiamenti, era ben deciso a lasciarlo crepar solo. Ma il domani dell’avviso epistolare, leggendo i giornali di laggiù che si faceva mandare tutti quanti, mutò a un tratto sentimento. I giornali annunziavano dolenti e trepidanti l’aggravamento dell’insigne patriotta, del cittadino cospicuo, del vecchio parlamentare, e dicevano che alla casa del venerando patrizio era un continuo accorrere di cittadini e d’autorità ansiosi di saper le sue nuove. Improvvisamente, egli fece le valige, annunziò alla Cronaca la nuova sciagura che stava per colpirlo, e partì. Lo zio non era ancora morto; non dava più parola, ma respirava, tenacemente afferrato alla vita. Appena giunto, egli parlò coi dottori per informarsi del suo stato; prima di congedarli, li pregò, se credevano, di redigere un bollettino sanitario. Il cartello, attaccato tutti i giorni in portineria, riprodotto dai giornali, comunicato per telegrafo da lui stesso alla Cronaca, fece grande effetto, accrebbe l’interesse pubblico pel moribondo. Lo stesso arrivo del nipote, che lasciava i lavori parlamentari per confortare gli ultimi momenti del parente, era giudicato molto bene; e Consalvo, annunziando a Mazzarini, a Grimaldi, a Sonnino, ai deputati intimi, lo stato dello zio, lasciava stampar ai giornali locali che tutto il Parlamento trepidava per la vita del duca d’Oragua. Però la cosa andava in lungo; il vecchio, che teneva gli occhi ostinatamente inchiodati sul nipote, non si decideva ad andarsene, e l’eterno bollettino, la continua montatura dell’avvenimento cominciavano ad essere un po’ ridicoli. Una bella mattina, il duca fu trovato stecchito. Allora Consalvo s’impadronì del morto: imbalsamazione, cappella ardente, messa di requiem, accompagnamento solenne: non lasciò intentato nessun mezzo perché, interessandosi al trapassato, la gente parlasse di lui. E all’annunzio della morte, comunicato circolarmente a tutti i suoi amici di Roma, i telegrammi di condoglianza cominciarono a piovere: i giornali cittadini ne avevano intere colonne: c’erano quelli della presidenza della Camera, e del Senato, del Governo, di Griglia; ma Consalvo ne aspettava ansioso ancor uno nel quale faceva ben altro assegnamento: il telegramma del Re, giacché egli aveva comunicato l’infausta nuova al ministro di Casa Reale, ed anche per maggior sicurezza, al prefetto di Palazzo. Venne il telegramma, nel quale il ministro partecipava le condoglianze del Sovrano; e l’effetto fu straordinario. Ma, perché l’avvenimento fosse noto a tutta Italia, non bastandogli i telegrammi concisi dell’Agenzia Stefani, e quelli dei giornali che avevano corrispondenti in Sicilia, egli stesso mandò, senza firma, un paio di dozzine di dispacci ai fogli grandi e piccoli di Milano, di Bergamo, di Venezia e di Ancona, descrivendo i sontuosi funerali, annunziando le condoglianze del Re, condolendosi col nipote, con l’on. Consalvo di Francalanza, angosciatissimo, ma confortato da tante dimostrazioni di simpatia. Dalla Cronaca gli avevano chiesto, per telegrafo, notizie biografiche del morto, celebre ma ignoto; ed egli le scrisse: scrisse che il duca d’Oragua apparteneva alla generazione di eroi che avevano fatto l’Italia, tra le persecuzioni e le minacce, a rischio della vita e dell’onore, perché i liberi sensi erano una tradizione in casa Francalanza; e che il morto aveva messo a disposizione della causa rivoluzionaria tutta la sostanza di casa Francalanza; e che la casa Francalanza,… nella casa Francalanza,… dalla casa Francalanza… Tre giorni dopo la morte fu aperto e letto il testamento: il defunto lasciava erede il nipote, ma non di tutto: cinquecentomila lire erano destinate alla fondazione d’un ospedale oftalmico; centomila lire andavano al Municipio, perché della rendita si formassero due pensioni pei giovani artisti più promettenti; trentamila lire andavano distribuite agli Istituti di beneficenza; duecentomila lire andavano a un certo Giovanni Rizzo, di Palermo, figliolo naturale, dicevano, del morto. Di questo non si parlò sui fogli, ma per annunziare le magnanime disposizioni dello zio, per continuare ad arrampicarsi sul morto, Consalvo fece piovere altri telegrammi per tutta l’Italia. A Roma egli tornò in primavera, rigidamente vestito di nero, considerevolmente moltiplicato; ma la gente, dopo avergli rinnovato le condoglianze, non s’occupò più di lui. Allora l’impazienza tornò a roderlo, e l’invidia contro coloro che, con meno ingegno di lui, con un nome ignoto, dovendo affrontare le maggiori e peggiori difficoltà dell’esistenza, erano riusciti a farsi avanti. A poco a poco, finì col detestare il suo titolo, le sue ricchezze, la sua stessa gioventù, tutte le sue fortune, considerandole come un impedimento. Se avesse dovuto prender parte alla lotta per la vita, sarebbe stato in contatto con più gente, avrebbe contratto obbligazioni e avrebbe fatto degli obbligati, si sarebbe trovato al centro d’una rete d’interessi sui quali avrebbe potuto fare assegnamento. Il suo nome e la sua sostanza, invece, lo isolavano, nonostante lo studio che egli poneva nell’acquistarsi amici e clienti. Il principe di Francalanza non ne avrebbe mai avuti quanto certi avvocatucoli, quanto certi faccendieri arrivati a Roma dalle estreme province, morti di fame, occupati il giorno a salire e scendere le scale dei tribunali, dei ministeri, di tutti i pubblici uffici, con una serqua di postulanti ai fianchi più morti di fame di loro. Costoro chiedevano favori al governo ma gliene rendevano anche, assicurandogli aderenze devote, e benefattori e beneficati erano cuciti a fil doppio, stretti da una specie di complicità. Quasi tutti coloro che erano saliti giovani al potere, che erano riusciti ad agguantare un posto di viceministro, erano creature di qualche pezzo grosso, di Sella, o di Nicotera, di Zanardelli o di Minghetti; e Consalvo, disperando di potersi tanto ingraziare qualcuno di questi vecchi, invidiava la loro stessa vecchiezza. A che gli serviva la gioventù, senza le grandi soddisfazioni d’amor proprio delle quali aveva bisogno come della stessa aria? Conquistare un posto eminente alla Camera in età ancora fresca, giungere al potere dopo pochi anni di vita parlamentare, grazie alle doti naturali ed al favore delle circostanze; cadere magari, ma additato alla pubblica attenzione, e per risorgere: a questo patto, sì, la gioventù era un pregio; ma che ne faceva egli, se per essa il suo nome era ignoto, se le sue opinioni non avevano credito, se nessuno o troppo pochi badavano a lui? Meglio, cento volte meglio la vecchiaia con la celebrità, con tutte le soddisfazioni dell’amor proprio, con tutte le dolcezze della gloria. Con tutte le amarezze, anche. Quei grandi uomini che egli invidiava erano contraddetti, accusati, insultati, derisi anche e maledetti, come nemici del bene pubblico, e venduti e traditori; ma che importava? Scotto inevitabile, tributo da pagare alla malevolenza, all’ignoranza, alla sciocchezza; chi saliva più alto, più si faceva nemici, e Consalvo voleva averne infiniti, pur di arrivare al primo posto. Nella avversione vedeva il segno della grandezza; e di questo appunto si doleva; d’essere rimasto, di dover rimanere chi sa per quanto tempo ancora un mediocre, uno dei tantissimi che passano senza infamia e senza lode. Ogni volta che apriva un giornale umoristico, quando vedeva le innumerevoli caricature di Depretis, di Giolitti, di Zanardelli, si struggeva d’esser ritratto su quei fogli, anche orridamente, anche sconciamente. Ma essere tosto riconosciuto da tutti, esser segnato a dito, imporsi all’attenzione universale! Volendo, ma non potendo affrettare il corso del tempo, egli si faceva, tutt’al contrario, più giovane che non fosse; dichiarava di dover studiare ancora, molto, a lungo. Studiava infatti, a modo suo, leggendo storie politiche, trattati di economia, volumi di statistiche per sbalordire i colleghi e i giornalisti, e classici italiani e novellieri toscani per impratichirsi della lingua ed emanciparsi dalle revisioni della Vanieri e di Ranaldi, e romanzi francesi e drammi scandinavi per parlarne nei salotti delle signore. Frequentava assiduamente quelli di donna Vittoria e della contessa Borromeo come i due meglio adatti, sebbene fossero tanto diversi ed egli stesso vi figurasse diversamente. In casa Cima, nel chiuso olimpo dove il Boito rappresentava la parte di Giove, col Gualdo sarcastico, scettico, inglesissimo; col Bonghi arca di scienza, egli si sentiva a disagio, tollerato appena, relegato all’ultimo posto; e ne soffriva, acutamente; nondimeno, vi tornava, per poter dire d’esserci stato, sapendo quanto era invidiata quella fortuna e quell’onore. Dalla Borromeo, al contrario, in mezzo alla folla anonima che si rinnovava quasi tutti i giovedì intorno ai pochi assidui del venerdì, egli era in miglior luce, godeva delle sue ore di trionfo quando faceva sfoggio d’eloquenza, nelle ore piccole, dinanzi alla contessa che lo stava a udire fumando come una canna di camino, al vecchio generale Corsi che si faceva un corno acustico con l’orecchio, al Micali ammutolito per la circostanza, agli altri ignoti che non gli incutevano soggezione. Ma né delle mortificazioni sopportate in casa di donna Vittoria, né delle soddisfazioni ottenute dalla Borromeo egli vedeva effetto alcuno; e nello scoraggiamento che a certe ore lo abbatteva, la persuasione d’avere sbagliato strada s’insinuava nell’animo suo. Quella buona società, quella sua condizione sociale che lo faceva ammettere, non servivano a niente, gli nuocevano anzi. I più eminenti parlamentari venivano dal popolo, s’erano fatti da sé, senza aiuti di signore più o meno intellettuali. Leggenda d’altri tempi, che i ministri si facessero nei salotti politici; in tempi di democrazia, le influenze aristocratiche non valevano più niente. Erano valse laggiù, in Sicilia, in mezzo ad un popolo ancora imbevuto delle tradizioni spagnolesche; e nonostante, anche laggiù egli aveva dovuto fare il democratico, stringere mani callose vincendo un senso di fisico ribrezzo, protestare contro le distinzioni di casta mentre s’era sempre creduto e sentito d’una pasta diversa dalla comune. Appena eletto, aveva preso posto a destra, tra i più rigidi conservatori; e ora cominciava a pensare se questo non era stato un errore. Il modo migliore di trarre profitto dalla sua nobiltà e dalle sue ricchezze non era quello di farle dimenticare, mettendosi coi democratici, coi repubblicani, cogli stessi socialisti, combattendo i pregiudizii aristocratici, le diversità sociali, predicando l’eguaglianza ad ogni costo? Tutta la sua educazione e tutta la sua più intima persuasione protestavano contro questa eguaglianza; egli non ammetteva che fossero sinceri neppure quelli che la predicavano con fervore di apostoli, perché il bisogno di emergere, di eccellere, di predominare gli pareva essenziale ad ogni uomo; ma se quello appunto era il mezzo, dato l’andazzo, per salire nella pubblica stima, se gli sciocchi portavano più alto chi, volendo salire, più si sgolava contro le altezze, perché non si sarebbe servito anch’egli di questo mezzo? L’esempio di Paolo Arconti alla Camera, doveva ammaestrarlo. Nobilissimo, ricchissimo, stava alla Estrema Sinistra, portavoce più tonante, presiedeva tutti i comizii radicali, all’aria aperta, scriveva articoli di fuoco nei fogli più accesi – ed era l’amante di sua cugina donna Teresa Duffredi Uzeda dei prìncipi di Casaura, ed aveva i gusti più raffinati ed i costumi più signorili. I democratici di nascita e di professione non lo credevano sincero; ma se ne giovavano, come egli si giovava di loro; perché l’utile era la grande molla di tutti, a destra e a sinistra, in alto e in basso; e tutti lo sapevano benissimo, nonostante le sonore proteste di nobili disinteressi e di suprema idealità. Se si fosse buttato tra i democratici, sarebbe stato accolto a braccia aperte, sostenuto a spada tratta, e, per giunta, tutti quei capoccia conservatori che adesso lo guardavano dall’alto in basso, come il primo venuto, o che lo trattavano peggio, con un’aria di protezione, senza far niente per lui, lo avrebbero riverito e temuto, se egli li avesse affrontati. E a poco per volta questa persuasione si radicò talmente in lui, che egli la venne rivelando.
“Hanno ragione coloro che fanno i repubblicani! Se viene la rivoluzione si trovano dalla parte del manico, e se non viene, per la paura che venga, i nostri buoni amici li tengono da conto, li accarezzano e li piaggiano. Voi avete sbagliato, caro Ranaldi, perché vi siete messo con noi?”
“Perché credo che la salute del Paese dipenda dal nostro partito.”
Egli si mise a ridere.
“Il Paese? Con la P grande? Voi ci credete ancora? Caro mio, se voi dite, chi è, dov’è, che cosa fa, dove si può trovare questo signor Paese ve ne sarò grato. Il Paese siamo io e voi, e l’usciere che sta in anticamera, e la signorina che ricopia lettere di là. Il Paese è tutti, il che vuol dire nessuno. E tanto valgono le nostre idee quanto quelle dei nostri avversarii.”
“Come? Ella crede che siano tutt’uno?”
“Ma sì! Io credo che tutti siamo d’accordo. Noi vogliamo conservare progredendo, gli altri vogliono progredire conservando: la differenza non mi pare un abisso. È quistione d’intendersi…”
“È quistione di metodo…”
“I metodi buoni sono quelli di chi riesce. E per riuscire, non bisogna mummificarsi col Sella e con tutti questi avanzi fossili dell’epoca terziaria di Cavour e di Ricasoli, ma star coi giovani, discendere tra la folla, parlarle, udirne le voci, senza paura che qualche cattivo odore ci salga alle nari. L’Arconti non sdegna di andare nelle osterie, a bere con gli operai. Ed è un conte milionario. Così fa Cavallotti, ed è un poeta romantico.”
“Costoro sono repubblicani!”
“E poi? Credete che faranno i difficili, se un giorno la Monarchia offrirà loro di prenderli come suoi consiglieri? Aspettano forse qualche altra cosa, mentre la Repubblica sta sulle nespole, a maturare? Repubblicani! Pronunziate questa parola come se volesse dire reprobi od appestati! Repubblicani, sì: hanno ragione di esser tali! Perché siamo monarchici, io e voi? Quali sono i frutti del regime che sosteniamo?”
“La Monarchia ha fatto l’Italia.”
“Proprio lei, sola sola? E come l’ha fatta? Sponte o spinte? Con le vittorie, o a furia di disfatte? E che cosa è questa sua Italia? Dov’è la gloria, il lauro e il ferro che il vostro Leopardi andava cercando sessant’anni addietro? Ne avete notizia voi? Siamo l’ultima delle grandi nazioni, una ranocchia gonfiata sul punto di crepare, come quella della favola. Teoricamente, filosoficamente, non mi direte che il regno d’un sol uomo su tutti gli altri suoi simili sia l’ideale. L’ideale, se siete idealista, è tutto il contrario, è la repubblica sociale, l’eguaglianza e l’accordo di tutti. Utopia, sta bene, e lo sanno anche coloro che la sostengono; ma utopia generosa, non rassegnazione antipatica, come la nostra. Generosa e pericolosa, volete dire? Andate là, che il mondo non è caduto e non cadrà, per quante riforme e per quante rivoluzioni si facciano…” Parlava con grande calore, con gran foga, come sinceramente persuaso di quel che diceva, come se nel suo pensiero l’evoluzione fosse matura ed egli stesse per passare nel campo opposto a quello dove aveva militato fino allora.
“Perché resta dunque con noi?” domandò Federico.
“Perché! Perché, espresso così da un giorno all’altro il mutamento d’opinione, parrebbe voltafaccia; perché non mi piace far parlare di me; perché vi sono certe cose e certe persone, tra i radicali, che mi ripugnano; perché preferirei che il nostro partito si svecchiasse, che smettesse una buona volta di prender l’imbeccata da questi oracoli sfiatati, da queste mummie chiuse nel loro egoismo…”
E cominciò a rivelare ciò che aveva nell’anima, il vero motivo del suo malcontento contro i maggiorenti della Destra, che non aiutavano i giovani, che volevano far tutto loro, e credevano dovuto l’omaggio e la sudditanza, come altrettanti Sovrani. E contro il Re, per i cui begli occhi egli ed i suoi sostenevano lotte, affrontavano amarezze, si guadagnavano inimicizie, senza ottenerne neanche un grazie.
“Noi continueremo a sostenerlo, il giorno del pericolo, e vedrete che egli preparerà i bauli, detterà la sua brava abdicazione, e ci lascerà nel ballo, a difendere un posto vuoto! Noi siamo più realisti di lui! A lui non importa niente di niente; fa il filosofo, lascia che l’acqua vada per la sua china. Ma io domando e dico, allora, perché fare i zelanti? Comincio ad averne abbastanza: sto da vent’anni sulla breccia: dieci in Sicilia, dieci qui a Roma, a combattere per gente che non s’accorge di me, a cui forse il mio zelo fa dispiacere. Con questo sistema di scoraggiare chi la difende, di accarezzare i suoi peggiori nemici, la Monarchia corre difilato al precipizio, ed io resto al mio posto e ci resterò forse fino all’ultimo anche per questo: per non parere che pensi a mettermi in salvo, avendo fiutato il cadavere. Ma se aspettano che voglia rompermi ancora le corna per i loro begli occhi, stanno freschi, mio caro Ranaldi!”
Il giovane non era più scandalizzato da quello scettico egoismo. Comprendeva che lo scontento per non essere arrivato ai posti dei quali si credeva meritevole faceva parlare così il deputato. Tanti altri aveva uditi parlare come lui, dichiararsi stufi di sostenere un regime dal quale non traevano nessun profitto, trattenuti solo per un certo rispetto umano dal compiere una “evoluzione” verso la libertà, nel senso della democrazia.
Dall’altra parte, qualche deputato della Montagna, dopo aver fatto il tribuno in provincia ed a Roma, e aver patito processi e condanne per insulti e attentati alle istituzioni, e per eccitamento alla guerra civile, un bel giorno, come il Nicotera, come il Sacchi, dichiarava che la quistione della forma del governo era secondaria, che l’importante erano le riforme sostanziali, e che se la Monarchia permetteva e prometteva di compierle, non c’era ragione di combatterla. Federico non si rallegrava più come un tempo di queste conversioni, cominciando a comprendere che non la forza delle idee, ma quella degli interessi le produceva; così come non si doleva più tanto della tepidezza dei monarchici, di Francalanza, particolarmente. Cominciava a conoscerlo come un furbo ambizioso, come un vanitoso impaziente d’arrivare, a qualunque costo. Da un giorno all’altro, avrebbe realmente abbandonato il suo partito, sarebbe andato a offrirsi egli stesso agli avversarii, pur di mettersi in mostra, di afferrare un solo capello della chioma della fortuna. Il giovane lo udì ancora, infatti, ripetere quello sfogo contro la Monarchia e i conservatori, non più a quattrocchi, ma dinanzi a molte persone, nell’ufficio della Cronaca: non parlava di sé, dell’egoismo dei capi, dell’abbandono nel quale erano lasciati i giovani come lui; ma diceva che, dinanzi al socialismo progrediente, alla “nuova coscienza” affermatasi, la cecità dei Sella e dei Minghetti era imperdonabile, che erano stolte le velleità di resistenza alla De Zerbi, e che erano ridicole le strette di mano distribuite dal Re agli operai. Parlava come uno che fosse sul punto di abbracciare la nuova fede, e Federico non si sarebbe stupito di vederlo realmente aderire in modo più o meno esplicito al socialismo, quando, qualche mese dopo, udì, in casa Borromeo, che ad iniziativa dell’Associazione Statutaria, l’onorevole di Francalanza avrebbe tenuta contro il socialismo una pubblica conferenza al teatro Valle.

Il rapido progresso del partito socialista, la moltiplicazione dei voti raccolti dai suoi candidati, la formazione di tante leghe e fasci e federazioni di operai, la pubblicazione di fogli che profetavano l’avvento del quarto Stato aveva cominciato ad inquietare alcuni dei conservatori. Un venerdì notte, verso il tocco, rincasando dal Whist, Federichello Borromeo trovò che sua moglie, il generale Corsi, il Micali e il Valtelina parlavano animatamente della necessità di fare qualche cosa per opporre propaganda a propaganda. La contessa Virginia, particolarmente, era spaurita, vedeva già il mercato rovinato dalla rivoluzione sociale, i titoli di rendita e le azioni delle società industriali ridotti ad altrettanti pezzi di carta da salumaio, i biglietti di banca svalutati peggio degli assegnati della prima Repubblica francese. Vedendo il marito, se l’era presa con lui, con l’Associazione Statutaria, con quell’accademia dalla quale non partiva una sola iniziativa efficace. Federichello l’aveva lasciata dire, tranquillamente, come sempre, chinando il capo, osservando di tanto in tanto: “Ma che si può fare?… Ma che possiamo fare?…”.
“Qualche cosa si dovrebbe tentare” aveva detto il Micali. “Si dovrebbe imitare i socialisti, nella loro prodigiosa attività di propaganda. Come acquistano proseliti? Parlando al popolo, scendendo in mezzo alla folla, predicando le loro teorie. Prendiamo esempio da loro: facciamo valere le nostre ragioni, dimostriamo ad alta voce come e perché il socialismo non potrà mantenere le sue promesse e preparerà delusioni e catastrofi, rovine e dolori.”
“Ci vogliono uomini di fede e di fegato” rispose Federichello, tossendo; “come quelli che hanno i socialisti. Dove volete che li prendiamo?”
“È vero!… Questo è vero!… Ci mancano gli entusiasti, i coraggiosi, i giovani pieni di vita; siamo un partito di vecchie mummie.”
Renata, che era rimasta nel suo cantuccio, con gli occhi sul ricamo, alzò allora il capo e disse:
“Qualche giovane entusiasta e coraggioso, capace di questa propaganda, non manca. Perché non la proponete a Francalanza?”
E la contessa Virginia, togliendosi il sigaro di bocca, con un gesto vivace, aveva subito esclamato:
“Brava! Francalanza! Francalanza è quello che fa al caso nostro!…”
Il pensiero della fanciulla era sempre rivolto al giovane siciliano, al deputato elegante e studioso, verso il quale la sua prima istintiva simpatia s’era mutata in un sentimento vie più forte e profondo. Ella aveva di lui, della sua fede politica, della sua arte oratoria, un concetto altissimo; lo stimava degno della maggior fortuna, si doleva di non vederlo arrivare tanto rapidamente quanto credeva che meritasse.
Consalvo, vedendo spuntare il giorno dopo la contessa Virginia, prima di colazione, non ancora in ordine nella persona, ma già odorante di sigaro, non seppe dalle prime che cosa volesse da lui.
“Abbiamo bisogno di voi! Abbiamo pensato a voi! È stata Renata che ci ha suggerito il vostro nome!” A quelle prime parole, un senso di compiacimento lo animò, vedendo che la proposta veniva dalla giovanetta; ma, quando seppe che cosa volevano precisamente, la soddisfazione diede luogo alla contrarietà. Non aveva nessuna voglia di esporsi all’odio dei socialisti, di scendere in campo come paladino di quei conservatori dai quali nulla otteneva.
“Come?… Rifiutate?… Niente affatto!… Venite con me, spiegatevi a Federico ed a Renata.” E lo trascinò in casa sua.
“Vi ho proposto io, infatti” gli disse Renata “perché mi sono rammentata delle vostre professioni di fede, perché pochi hanno i vostri studii severi e la vostra calda eloquenza. Voi siete anche tanto giovane, ed è bene dimostrare che il socialismo non ha accaparrato tutte le fresche energie…”
Quel linguaggio, da parte di quella bellissima creatura, solleticava dolcissimamente la sua vanità, ma non lo persuadeva.
“Chi vi ha detto che non sono socialista anch’io?”
“Come ogni persona di cuore, sì; e appunto di ciò si tratta: di dire al popolo fino a qual segno è giusto e santo parlargli dei suoi diritti, ma quanto è necessario e doveroso rammentargli anche i suoi doveri.”
“Il popolo, contessina mia, ode da quell’orecchio soltanto, ed è perfettamente sordo da questo. Andargli a tenere un simile discorso, assumersi una parte tanto antipatica, è una cosa fattibile quando si può sperare d’essere apprezzati e sostenuti da coloro nel cui interesse si parla; ma in Italia, oggi come oggi, a fare i conservatori zelanti, c’è da infliggere un vero dispiacere ai monarchici ed alla Monarchia. Ora, scusatemi, perché dovrei scendere in campo?”
“Per compiere un dovere…”
“Parole! Anche i socialisti compiono un dovere, facendo quello che fanno.”
“Ma come? Le vostre idee…”
“Le idee si equivalgono. Questa dichiarazione vi sembrerà da scettico? Tale è parsa anche ad un giovane, a un idealista come voi, a Federico Ranaldi. Sarà scetticismo il mio; ma è ciò che si trova in fondo all’esperienza. Tutte le fedi si perdono…”
“No, non dite così…” interruppe Renata con voce addolorata. “Non è possibile che in fondo al vostro pensiero, all’animo vostro…”
“In questo fondo, contessina, ci sono molte cose, e forse anche, a cercar bene, un poco di quella fede che vi piaceva in me; ma io non credo di doverla tirar fuori per i begli occhi del Re… di Prussia.”
Renata non insistè più. Quella ragione interessata le dispiaceva peggio, nell’uomo posto tanto alto nel suo cuore, che non l’ostentata indifferenza filosofica. Era vero che i meriti del giovane deputato non erano stati riconosciuti e premiati adeguatamente; ma ella non voleva saperlo tale da non far nulla senza un corrispettivo. Ella fu pertanto stupita e un poco anche mortificata quando udì poco tempo dopo, che, tornando sul primitivo rifiuto, Consalvo accettava di iniziare la proposta propaganda.
Il conte Federico aveva accennato con qualche compagno dell’Associazione Statutaria a quell’idea, di ricorrere al Francalanza per una compagna antisocialista: la proposta era stata accolta con favore, e da più parti Consalvo s’era sentito rinnovare l’invito. Lo stesso Boito, una sera, in casa Cima, si degnò di chiedergli se era vero che si preparava a tenere una serie di conferenze contro il socialismo.
“Mi hanno invitato a tenerle: ma non mi pare il caso…” Come se non avesse udito le ultime parole, Boito replicò:
“È bene opporre propaganda a propaganda; voi avrete occasione di farvi onore.”
E quelle parole del grand’uomo fecero più effetto che non tutti i discorsi e le insistenze di tutti gli altri. Boito incuteva ancora a Consalvo l’antica soggezione; a udirgli esprimere quella lusinghiera fiducia, dimenticò il rancore concepito contro di lui. Poi l’argomento era persuasivo: farsi onore, farsi strada, attirare l’attenzione sul suo nome, mettersi bene in mostra. E a breve andare, dai discorsi delle persone, dall’insieme col quale tutti i suoi conoscenti gli chiedevano se era vero delle conferenze antisocialiste, egli comprese che l’occasione era veramente propizia; che i conservatori in preda alla paura, che il gran pubblico borghese impressionato dal rapido progredire del socialismo, avrebbero accolto con molto favore, con vero slancio, il difensore dell’ordine e il paladino della proprietà. Lo tratteneva tuttavia la paura sua propria, la vecchia paura, di esporsi troppo direttamente alla nimistà dei socialisti, il terrore di dovere essere additato all’odio furente della folla ebbra di sangue, nei giorni della rivoluzione inevitabile. Sedotto dall’idea di far parlare di sé tutta l’Italia, come d’un forte e coraggioso oppugnatore dell’utopia collettivista, diceva a sé stesso che la rivoluzione non era poi tanto imminente; e che oggi, del resto, le rivoluzioni non sono più cruente come una volta, e che la futura rivoluzione sociale avrebbe avuto troppo da fare se avesse voluto impiccare quanti si erano pronunciati contro la comunanza della ricchezza; e anche rinunziando a tenere le proposte conferenze, i rivoluzionarii trionfanti non l’avrebbero certo considerato e protetto come uno dei loro; e che infine quella sua paura era troppo sciocca e vile; nondimeno, se in certi momenti la vinceva, in molti altri, quando prendeva in mano qualche foglio socialista e leggeva le minaccie rivolte ai nemici del popolo, o quando incontrava nei corridoi della Camera qualche rappresentante di quel giovane partito, il Costa con le sue diecine d’anni di condanne per eccitamento alla rivoluzione ed alla guerra civile, il Pantano apologista dell’Ottantanove e del Novantatré, la paura era più forte, e invece di un discorso contro il socialismo egli quasi desiderava di potersi accostare a quei colleghi, di parlare del loro ideale, e di dichiarare che, in fondo, con qualche riserva intorno al tempo e al modo di attuarlo, egli lo condivideva.
Questa possibilità, appunto, di conciliare, nelle conferenze che i conservatori volevano da lui, la lode ed il rispetto per le idee di eguaglianza e di fratellanza umana predicate dai socialisti, con la critica delle circostanze nelle quali costoro credevano di poterle attuare, incoraggiava Consalvo, faceva tacere la sua paura secreta. Così a poco per volta, i giovani monarchici che gli stavano alle costole per strappargli una parola di consenso, udirono da lui risposte meno evasive, sebbene ancora dubbiose. “Dove e come volevano che egli tenesse queste conferenze? In un luogo aperto, accessibile alla folla accorrente in tumulto da tutte le parti?…” No, assicuravano: in un luogo chiuso, in un teatro, con le debite cautele degli amici e della polizia. “E doveva anche rispondere ai possibili contraddittori, sostenere battibecchi inutili e imbarazzanti coi primi venuti?” Mai più, gli garentivano: si trattava d’una conferenza, non d’una accademia. Così, dopo aver posto tutte le sue condizioni, dopo aver prese tutte le cautele, egli si decise. A Renata Borromeo, che già aveva saputo il suo assenso dal padre, egli annunziò una sera:
“Ho accettato il vostro consiglio, contessina, e ve ne sono grato. Il nostro dovere è di difendere con ogni forza la Società minacciata. Io sono l’ultimo del mio partito, ed ho provato molte delusioni, e disinganni; ma, nel momento del pericolo, non posso disertare il mio posto. E il momento è grave come non mai…”

VII

Alle due il teatro era quasi pieno. I giovani del Circolo Nazionale avevano mantenuto la promessa, occupando e facendo occupare da persone amiche tutta la platea prima che le porte fossero dischiuse; i palchi, dove non si entrava senza biglietti, erano stati distribuiti alle famiglie dei socii, di uomini politici, di pubblici ufficiali, di magistrati, di giornalisti, talché non rimaneva ai profani altro che il loggione. Dalla scena, già occupata dai cronisti suoi colleghi e dall’ufficio di presidenza del Circolo, Federico guardava curiosamente nella sala. Se egli non avesse conosciuto la manovra dei promotori per assicurare al conferenziere un uditorio amico, l’avrebbe ora scoperta, vedendo quel pubblico di aderenti, di partigiani, di gente sodisfatta del proprio stato, di signore eleganti venute col ventaglio e l’occhialetto come alla commedia. Non sarebbe stata veramente una commedia l’imminente concione, quella predica contro il socialismo tenuta ai suoi naturali avversarii? Dov’erano i lavoratori che bisognava convertire, il popolo che doveva essere illuminato, la “massa” che conveniva distogliere dalle idee pericolose? Appena, levando gli sguardi verso la galleria estrema ed oscura, Federico poteva scorgere una fila di operai, intenti a guardare silenziosamente giù nella platea e sulla scena. Li riconosceva all’abito, all’aspetto: quasi tutti portavano corpetti scuri, senza camicia; la mancanza di biancheria ai polsi ed ai colli, rivelava particolarmente la loro condizione. Avevano aspettato, in gruppo, sulla via, che aprissero; ma, trovata piena la platea, respinti dai palchi, si erano ridotti lassù, occupando l’ultimo posto anche questa volta che non si pagava niente e che lo spettacolo era dato a loro beneficio. Due o tre coppie di guardie facevano capolino alle loro spalle. Il mormorio, nella sala, cresceva di momento in momento; massimamente nei palchi, dove le dame ricevevano visite come nelle serate di recita; tutte s’informavano dell’oratore, di quel principe siciliano, di quel gran signore che invece di godersi allegramente i milioni, si era dato agli studii sociali. Bell’esempio per l’aristocrazia scioperata. Dov’era? Mancavano pochi minuti alle tre; si sarebbe fatto aspettare? Era già in teatro, dietro le quinte, col presidente del Circolo che lo avrebbe presentato al pubblico. Perché avevano soppresso la musica? Sarebbe stato di grande effetto accoglierlo al suono della marcia reale.
Subitamente un movimento delle persone che stavano sulla scena, richiamò l’attenzione universale. Tutti gli occhi si volsero al palco, dove Consalvo di Francalanza, dando la destra al senatore Armani, già toccava la tavola centrale. Nel primo momento di stupore, prodotto dall’apparizione muta ed improvvisa, le voci tacquero; poi qualcuno tra i più zelanti cominciò a batter le mani; ma già altri, dal palco, coi segni e con gli zittii, chiedevano silenzio, perché il presidente parlava. Le prime parole furono udite soltanto dai più vicini, a poco a poco la voce risuonò chiara per tutta la sala.
“Il sodalizio che mi onoro di presiedere” diceva il senatore, “impensierito dal rapido dilagare d’idee che minacciano non solamente la compagine dello Stato, ma anche la vita della società e gli stessi vincoli della famiglia, ha pensato di opporre alla propaganda di funeste utopie, i dettati della scienza, i consigli della ragione e gli insegnamenti dell’esperienza. Mentre pubblicamente s’insegna a odiare e vilipendere gli istituti che sono vanto della nostra civiltà, noi abbiamo voluto che pubblicamente sorgesse una voce a difenderli. Non basta cullarsi nella fiducia che il secolare buon senso del popolo faccia giustizia dei sofismi di chi lavora a traviarlo: i sovvertitori potrebbero riuscire per un momento a illuderlo e a preparargli giorni terribili. Presento quindi l’oratore scelto dal nostro consiglio per questa prima conferenza: l’onorevole Consalvo Uzeda di Francalanza. Se i concetti che egli svolgerà trovassero nel pubblico qualche contraddittore, l’onorevole oratore desidera non essere interrotto, riserbandosi naturalmente di rispondere in fine a tutte le osservazioni che potranno essergli fatte.”
La presentazione era passata in perfetto silenzio: quantunque amico, il pubblico era freddo, ancora sorpreso dall’ingresso inaspettato, un poco malcontento anche per la mancanza di bande e di bandiere. Soltanto quando il senatore finì, si udirono molti: “Bene!… Benissimo!…” e qualche battimano.
Consalvo era molto pallido. Mai un pubblico discorso gli aveva incusso tanta soggezione e tanto timore. Quantunque rassicurato dalle informazioni degli amici e dalla stessa vista di quella sala elegante, intorno alla composizione dell’uditorio, nondimeno pensava che si sarebbe fuori risaputo parola per parola tutto quanto egli avrebbe detto, e che perciò l’approvazione dei presenti non lo avrebbe salvato dall’odio dei socialisti. Però egli sapeva ancora precisamente che cosa avrebbe detto. Aveva composto una specie di sommario di tutti gli argomenti da addurre: storici, filosofici, economici, umoristici; e alla fine della presentazione cavò di tasca e mise sulla tavola il foglio dove lo aveva trascritto; ma la sola cosa di cui fosse sicuro era l’esordio.
La freddezza del pubblico non era fatta per incorarlo; alzati gli occhi alla galleria e scoperti gli operai che la popolavano e che lo guardavano intenti, sentì crescere il suo turbamento. Nondimeno nessuno potè sospettarlo quando, appoggiate le mani alla tavola e piegatosi un poco, egli cominciò:
“Signore e signori, c’era una volta un critico il quale, affermando con straordinario calore la superiorità della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso sull’Orlando furioso di Lodovico Ariosto, attaccò molte liti con le persone che non la pensavano come lui, e sostenne perciò uno dopo l’altro non meno di quattordici fortunati duelli; ma al quindicesimo, cadde finalmente col petto trapassato dalla lama nemica. Allora i padrini che afflittissimi lo sorreggevano e aspettavano di raccogliere le sue ultime volontà, lo udirono uscire in questa confessione suprema: “E dire che io non ho ancora letto né l’Orlando furioso né la Gerusalemme liberata!…”.”
Una risata argentina, da un palco, diffuse per la sala il contagio della ilarità: l’allegro fragore fu tale che il conferenziere dovette arrestarsi un momento. Federico volse lo sguardo agli spettatori, e un sorriso spuntò sulle sue labbra vedendo tutta quella gente messa a un tratto di buon umore dal vecchio apologhetto, prevedendo l’uso che il deputato ne avrebbe fatto.
“Ciò che si narra del critico letterario avviene, possiamo dire, ogni giorno ai politici; e, se dobbiamo essere sinceri, forse nessuno di noi ha il diritto di scagliare la prima pietra contro chi difende od attacca questo o quel sistema di governo senza conoscere le necessarie cagioni e le ragioni estrinseche ed intrinseche, perché nessuno di noi è senza peccato. Il signor di Voltaire, a un parrucchiere che gli dava consigli sull’arte di poetare, rispose: “Mastro Andrea, fate parrucche…”” Un nuovo scroscio di risa echeggiò per la sala; lo stenografo annotò: Ilarità generale. “Chiedo a me stesso se il grande scrittore francese non sarebbe stato più accorto consigliando a mastro Andrea di studiare la prosodia! (Risa generali, applausi.) Anche un parrucchiere può parlare di versi, se conosce la metrica; ciascuno di noi non solo può, ma deve parlare dell’ordinamento sociale, a patto di averne studiato le leggi. Ora, mentre l’attuale costituzione della società umana è giudicata da un numeroso partito iniqua e peritura, mentre questo partito ne esalta un’altra, tutta diversa, e ne predica e ne chiede l’avvento, il nostro primo dovere è di studiare la nuova costituzione invocata ed esaltata; senza di che tanto l’anteporla quanto il posporla alla presente ci potrebbe un bel giorno costringere all’umiliante confessione del bellicoso critico di cui vi ho narrato la storia. Signore e signori, il partito che combatte la società presente, vuole e prepara il trionfo del socialismo. In che cosa consiste il socialismo? Io ho letto diecine e diecine di volumi, centinaia e centinaia di opuscoli, migliaia e migliaia di articoli per mettermi in grado di spiegare, a me stesso prima che a voi, come sarà governata l’umanità futura; ma debbo subito dirvi… che non lo so ancora. (Ilarità.) Ho dubitato un momento che fosse per difetto d’intelligenza da parte mia… (voci: No! No!) ma veramente non credo ora di essere immodesto affermando che sarei stato capace di comprendere un sistema di reggimento sociale… se me lo avessero descritto. I socialisti serii sconfessano quei romanzieri di fervida fantasia che hanno rappresentato a modo loro la vita avvenire, ma se i pensatori non ci dicono essi quale sarà, qual è la realtà che vogliono attuare, bisogna pure, per averne un’idea, accettare l’immagine che ne dànno i romanzieri. Nel regime socialista, ciascun cittadino lavorerà non per conto suo proprio, ma per conto di tutto il consorzio, e riceverà in cambio del suo lavoro un assegno tanto largo, che non si potrà spendere tutto. Se questa sarà la sola difficoltà nello Stato futuro, potremo dire senz’altro che tutto andrà d’incanto: la somma da spendere, il modo di spenderla sarà un problema insolubile. (Risa.) Dicono i romanzieri che ciascun cittadino spenderà i suoi buoni sulla ricchezza comune nel modo che più gli farà piacere: uno preferirà i bei cavalli, un altro i bei vestiti, un terzo la buona tavola, e via discorrendo. Resta soltanto da sapere chi vorrà essere tanto discreto da scegliere i cibi peggiori, i vestiti più brutti e i cavalli sfiancati. (Ilarità.) E non potrebbe anche darsi che ciascuno vorrà insieme i bei cavalli, i bei vestiti, la buona tavola, e tutte le cose buone, in una volta, nessuna eccettuata? Uno dei romanzieri dei quali vi parlo, spiega che i prezzi alti, ai nostri giorni, vogliono dire che certi articoli sono riservati solamente alla gente ricca; ma che in avvenire solo chi avrà un gusto speciale per tali articoli li acquisterà. Ora, il gusto per questi articoli sarà benissimo speciale, ma è certo che tutti gli uomini lo condividono; e la questione sociale esiste appunto per ciò, che ognuno vorrebbe soddisfare i suoi specialissimi gusti! Sapete voi qual è uno degli inconvenienti dell’attuale ordine di cose? Che i mercanti e i commessi, calcolando sulla vendita delle loro merci per vivere, ci fanno comprare con le loro arti ciò di cui non abbiamo bisogno. Vedete: quando noi ci fermiamo dinanzi a una mostra sfolgoreggiante, e ci struggiamo di possedere le belle cose che vi sono esposte, non è già il nostro appetito, il nostro istinto, il nostro bisogno che ci fa tanto cupidi; ma l’arte tenebrosa e la magnetica suggestione del mercante e dei suoi commessi. In avvenire, tutte le merci saranno della nazione, e i commessi non avranno interesse a vendere i brillanti piuttosto che gli strofinacci: allora nessuno vorrà più i brillanti e tutti si contenteranno degli strofinacci. Ancora un altro vantaggio: vi saranno magazzini o depositi centrali dove si troverà tutto il necessario, non già le botteghe speciali di oggigiorno. Il sistema moderno è tanto incomodo, che alcuni riformatori non capiscono come le nostre signore si decidano a fare le loro compere. È veramente una cosa incomprensibile; se le signore non ci sveleranno il loro segreto, noi dobbiamo rassegnarci a non capirne nulla.”
Un’altra fragorosa risata echeggiò per la vasta sala, e Federico rise anch’egli; ma il riso suo freddo e contenuto, non che dalle cose che l’oratore diceva, era anzi eccitato dal vedere e dal sentire come quelle cose puerili piacessero tanto all’uditorio. Forse non era da stupire che la moltitudine si mettesse di buon umore a quelle barzellette, che gongolasse credendo con quei burleschi argomenti disperso il pericolo del cataclisma sociale; ma come mai l’oratore poteva insistere su quel tono, come mai credeva possibile combattere il formidabile avversario con armi di quella natura? Ma già l’onorevole Uzeda cambiava metro.
“Signori, se noi non possiamo prendere sul serio le visioni descritte dai romanzieri del socialismo, dobbiamo riconoscere che neppure i socialisti serii ne fanno gran conto. Ma a questi ultimi noi chiediamo invano come sarebbe precisamente il mondo quando il loro ideale fosse attuato. Non lo sanno essi medesimi, e tutta la loro scienza, tutti i loro sforzi, sono diretti non già alla creazione, sempre difficile, ma alla facilissima critica. Seguiamoli in questa loro opera; vediamo quali addebiti fanno alla società presente, per giudicare il fondamento delle loro ragioni. Al presente ordine sociale essi muovono questa accusa suprema: che è fondato sul privilegio. Ora, o signori, che cosa vuol dire questa parola? Essa ha due significati: uno che direi storico, l’altro naturale. Storicamente i privilegi furono; oggi non esistono più. Le prerogative di classi chiuse in sé stesse, i vantaggi e le esenzioni di caste inaccessibili furono dispersi dal soffio purificatore della Rivoluzione francese. Oggi ogni cittadino è uguale ad un altro. Questa eguaglianza non è, certo, totale; ma potrebbe mai esserlo? Qual è, non dico il fantasioso romanziere, ma l’utopista più delirante, il quale sogni l’eguaglianza assoluta? Chi potrà ridurre gli uomini alla stessa statura, alla stessa forza, agli stessi sentimenti? Vi sono, da uomo a uomo, differenze che possono sembrare e saranno anche piccole se noi guardiamo l’umanità nel suo complesso, da lontano, astrattamente; ma che sono grandissime se consideriamo gli uomini ad uno ad uno, nei loro rapporti; queste differenze native, fatali, insuperabili, spiegano il vario aspetto e l’instabile assetto della società nostra, danno ragione dei privilegi intesi nel senso naturale e inalienabile della parola. La bellezza ha i suoi privilegi; ha i suoi privilegi l’intelligenza; hanno i loro la forza e la gioventù, ai quali corrispondono quelli della debolezza e della vecchiaia; come a quelli della scienza e della ricchezza corrispondono quelli dell’ignoranza e della povertà; perché, o signori, noi saremo barbari a paragone della civiltà nuova che certi apostoli vanno predicando e preparando; ma nella nostra barbarie cerchiamo pure di temperare la crudeltà di quella lotta per l’esistenza che è e sarà sempre la stessa legge della vita nella natura universa!”
Voci impetuose gridarono da più parti: “Bene! Bravo!” e Federico si guardò intorno. Chi erano quegli zelanti? Come potevano sinceramente approvare? Che cosa volevano dire quelle parole? Che significavano quei luoghi comuni?
“Perché tutti i privilegi, i più naturali, i più legittimi sparissero, bisognerebbe che tutti gli uomini fossero eguali. È questo il pensiero dei socialisti? Occorre intendersi intorno al significato della parola eguaglianza. Gli uomini sono eguali: come negarlo? Se non fossero eguali, non porterebbero il comune nome uomini. Tizio è uomo, Caio è uomo come Tizio e come Sempronio. Ma Tizio è Tizio, e Caio è Caio; e ciascuno di costoro, pur avendo comune con gli altri la qualità d’uomo, ha in proprio una particolare individualità, diversa da quella degli altri; ora questa diversità importa diseguaglianza. Ammettono i socialisti che l’eguaglianza è accompagnata da diseguaglianza, o credono che sia totale ed assoluta? Io infatti ho letto nel Marx, nell’Engels, ed in molti altri, che bisogna abolire ogni distinzione di classi sociali, che tutti debbono essere lavoratori, e che l’eguaglianza consiste nel partecipare al godimento dei prodotti in proporzione del lavoro fornito; perché l’uomo di braccio o di mente più forte, può fornire, nella stessa unità di tempo, maggior lavoro che un debole, o uno stesso lavoro in più breve tempo; e perciò che le doti individuali, e la maggiore o minore capacità che ne è la conseguenza, sono privilegi naturali, e che l’ineguaglianza naturale è un vero diritto, e che ogni altra eguaglianza, oltre quella derivata dall’abolizione delle classi, cade per necessità nell’assurdo. Ora, se così è – e par difficile che non sia – come è mai possibile che i medesimi socialisti vogliano abolite tutte le disparità sociali e politiche, ed affermata la perfetta eguaglianza dei diritti, dei doveri e delle condizioni d’esistenza per tutti? Questa eguaglianza, in questi termini espressa e reclamata, sarebbe l’eguaglianza assoluta, quella che i maestri del socialismo e l’universale buonsenso hanno dichiarato impossibile? Bisognerebbe, mi pare, decidersi. Se io avrò fornito per debolezza di fibra, per ottusità o disattenzione, un lavoro inferiore a quello d’un mio vicino, avrò diritto a un compenso inferiore od eguale a quello di costui? Se il mio compenso sarà inferiore, dove se ne va l’eguaglianza? Se sarà eguale dove se ne va la giustizia? Da questo dilemma è difficile uscire. Ora fermiamoci un momento a considerare una dopo l’altra le formidabili punte. Se l’unico inconveniente dell’eguale ripartizione dei beni tra coloro che disegualmente hanno concorso a produrli fosse l’offesa al senso della giustizia, noi potremmo anche passarvi sopra, perché, mutatis mutandis, sarebbe lo stesso inconveniente che oggi i socialisti lamentano nella società nostra ma compensato da un vantaggio. Oggi, dicono i socialisti, chi lavora da mattina a sera stenta la vita, mentre chi non fa niente nuota nell’abbondanza; domani nuoteranno nell’abbondanza tanto chi produce poco, quanto chi produce molto: ingiustizia per ingiustizia, chi non preferirà la seconda alla prima? La quistione, però, è un altra; la quistione è questa: come, e da chi saranno prodotti tanti beni da potervi nuotare dentro tutto il genere umano? Io ho supposto poc’anzi che, per fiacchezza di muscoli o per ottusità di mente, il mio lavoro sia inferiore a quello del mio vicino; ma ho anche sottinteso che io compia la mia parte di lavoro con tutta coscienza. Non riesco ad eguagliare il vicino perché non ho le qualità sue, ma faccio ogni mio sforzo per eguagliarlo. Questo sforzo, naturalmente, è penoso; il braccio si stanca, la fronte è in sudore, la mente si confonde. E, intanto che io soffro, un pensiero entra nella mia mente: “O perché mi affanno così, se, qualunque sia la mia parte al lavoro, la mia parte al beneficio sarà eguale a quella del vicino? Vale la pena di affannarmi? Non è meglio procedere agiatamente?” E il mio zelo si rallenta, e la mia produzione, già scarsa, scema ancor più; e mentre scema la mia, il mio vicino gagliardo pensa a sua volta: “O perché debbo lavorare con zelo a produrre molto, se chi produce meno di me, per incapacità reale o per pigrizia, partecipa esattamente come me al godimento dei beni? Non è meglio prender le cose con più calma, riposarsi spesso ed a lungo?…” E questo ragionamento, ripetuto da tutti i deboli e inabili come me, da tutti gli abili e gagliardi come il mio vicino, importerà un continuo decrescimento della produzione dei beni comuni, della comune ricchezza, il che vuol dire un continuo assottigliamento delle eguali razioni di ognuno. Ricorreremo ai sorveglianti perché lo zelo dei lavoratori sia mantenuto? Ma, prima di tutto, se distingueremo tra sorveglianti e lavoratori, non sarà più vero che tutti saremo lavoratori; in secondo luogo, se i sorveglianti avranno poco da fare, tutti vorranno essere sorveglianti, mentre se il loro ufficio sarà troppo penoso, nessuno vorrà sostenerlo; in terzo luogo chi dovrà scegliere i preposti alla vigilanza? Non un capo, perché non vi saranno capi. Si procederà allora per elezione: avremo quindi candidati, coi relativi programmi. Uno prometterà di chiudere un occhio, ma io voterò per quello che mi assicurerà di chiuderli tutti e due… (Ilarità.) Ecco che i sorveglianti saranno impegnati dinanzi ai loro elettori e costretti a mantenere le loro promesse, sotto pena di non essere rieletti alla prossima votazione, come noi deputati (ilarità fragorosa) il che vuol dire che bisognerà ricorrere ad altri sorveglianti che sorveglino i sorveglianti, il che vuol dire semplicemente che si cade in quell’assurdo che uno dei socialisti più serii, Federico Engels, riconosce essere la conseguenza della pretesa d’una eguaglianza assoluta. Noi dobbiamo quindi escludere che i beni, alla cui produzione gli uomini diversamente concorrono, siano egualmente ripartiti; e dobbiamo ammettere invece che la repartizione sia fatta proporzionatamente alla produzione. Allora avremo tutti i vantaggi e nessun inconveniente; avremo cioè soddisfatto il senso della giustizia, perché chi avrà fornito più lavoro sarà premiato con una razione maggiore, e viceversa; e avremo mantenuto, col premio, lo stimolo ad accrescere la produzione. Ecco in verità, risolto il problema. Se non che, o signori, dire: tutti debbono lavorare ed a ciascuno sarà dato secondo il suo lavoro, è una formola, seducente come tutte le formole; ma, se noi cerchiamo di farci un’idea di ciò che accadrà nel mondo quando sarà attuata, vedremo che la seduzione sparisce. Infatti: dire che la partecipazione ai beni sarà in proporzione del lavoro fornito, significa che quanti hanno lavorato più e meglio saranno privilegiati, avranno diritto ad un maggiore e migliore compenso, a cibi più abbondanti e squisiti, a godimenti più rari e raffinati.
“Gli utopisti vogliono che tutti gli uomini siano ricchi o agiati egualmente, questa eguaglianza nella ricchezza o nell’agiatezza, è la promessa con la quale allettano gli operai; perché se gli operai sapessero che il risultato dell’agitazione, sarà, come abbiamo visto, l’indigenza e la mediocrità universale, non darebbero loro ascolto. Ciò che muove il lavoratore a dichiararsi malcontento è la speranza del meglio; egli spera di lavorare sempre meno e di godere sempre più: è questa la formula della profezia socialista: il massimo dei beni col minimo dello sforzo; formula contro la quale protestano la ragione, la logica, le leggi del mondo organico e fisico dove gli effetti sono sempre rigorosamente proporzionati alle cause. (Applausi.)
“Tornando, quindi, ai rapporti del capitale e del lavoro, noi vediamo che il salario del lavoro non deve assorbire la rendita del capitale. Capitale e lavoro sono due termini che non si possono dissociare; l’uno crea l’altro e l’altro crea l’uno, con alterna vicenda. Gli stessi socialisti riconoscono che il capitale non è altro che lavoro umano concretato, sostanziato e cristallizzato: ora se il lavoro di due braccia è fruttuoso, non vogliamo che dia frutto il lavoro racchiuso dentro una sostanza? Ma i socialisti dicono che questa sostanza è formata col lavoro non di chi la possiede, sibbene degli altri, e che è perciò una usurpazione ed un furto. Tutti hanno lavorato, essi dicono, ma non tutti posseggono. Ma noi torniamo, o signori, al punto donde partimmo. Tutti hanno lavorato, sì; ma non tutti egualmente. Andiamo in un luogo dove si lavora, in una manifattura, e facciamo per un momento astrazione dal proprietario o dagli azionisti. In questa manifattura avranno lavoro, poniamo, mille persone; ma il loro lavoro è molto diverso. C’è un direttore tecnico, c’è un direttore amministrativo, c’è un cassiere, vi sono mezza dozzina di computisti e di scritturali, vi sono un buon numero di ispettori, di periti, di magazzinieri, di capi officina, di custodi: tutte persone che avranno una diversa, remunerazione. Fra gli stessi operai, a secondo dell’età, della forza, della perizia, della natura del lavoro, le paghe saranno molto diverse. Tutte queste diversità di trattamento sono legittime, e resterebbero inalterate se anche non ci fossero i capitalisti che prelevassero un profitto: tutti gli stipendii e i salarii crescerebbero, ma proporzionatamente. Ora, o signori, che accade? Accade una cosa naturalissima: chi ha i più forti stipendii, vuol dire chi ha più studii, più capacità, più destrezza, può accumularne una parte e diventare capitalista, piccolo o grande. Certo, non tutti coloro che potrebbero accumulare accumulano realmente, e vi sono direttori ai quali parecchie migliaia di lire al mese non bastano e cassieri i quali finiscono col fare una scappata in Isvizzera (Ilarità) ma, regolarmente, queste persone riescono a formare un patrimonio. Diremo che questa ricchezza così formata, per una parte con l’ingegno e lo studio, per l’altra col risparmio e la previdenza, sia iniqua? Ma se questa è iniquità, io non so più qual cosa al mondo meriti d’essere stimata giusta! (Applausi) Saranno soltanto i grossi impiegati, quelli che riesciranno a formare una sostanza? Non una sostanza, ma un gruzzolo, non potrà essere messo insieme da quelli operai che avendo, grazie alla intelligenza e alla perizia, un forte salario, hanno anche la virtù di risparmiarne una parte? E gli operai esperti e intelligenti non possono salire a quei gradi dove il risparmio è più facile e copioso? La storia non è piena di esempii simili? Non ne vediamo noi tutti i giorni? E additeremo all’odio pubblico questi borghesi, divenuti borghesi, e grassi per giunta, grazie a qualità che il mondo ha sempre onorato? Vi fu un tempo, è vero, nel quale il mondo onorava non già l’intelligenza e la previdenza, ma la forza e la brutalità. Allora l’umana attività si esplicava con la guerra e non con l’industria; allora la ricchezza, la proprietà, il feudo, si acquistava in un modo veramente barbaro, con la prepotenza della conquista violenta; ma anche allora avveniva una scelta, per effetto della quale i guerrieri più animosi e gagliardi, più esperti e avveduti, partecipavano alla spartizione della conquista. Anche allora c’erano quelli ai quali non toccava nulla o ben poco, che dovevano contentarsi della paga o del minuto bottino, e costoro dovevano naturalmente invidiare la sorte degli altri; e siccome erano i più, se avessero voluto, avrebbero potuto impedire che i capitani si appropriassero le terre conquistate. Perché, dunque, non lo facevano? Perché, nonostante l’invidia, un istinto li avvertiva che la miglior sorte degli altri era meritata; e perché speravano di potersi rifare in un’altra occasione. Il valore degli uomini è perfettibile e, come quello di tutte le cose, è relativo. Un bicchier d’acqua che da noi non costa nulla, in un deserto è impagabile; un guerriero che non ha potuto farsi valere in mezzo a una moltitudine di combattenti, si distingue quando pugna da solo o con pochi; e se non è riuscito a distinguersi in compagnia di più valenti di lui, emerge se l’occasione lo mette insieme con pusillanimi o malaccorti. La complessità dei casi, grandissima nella guerra, e infinita nelle attività pacifiche, nelle arti campestri, nelle speculazioni industriali, nelle occupazioni intellettuali, dove la qualità della mente, l’esperienza e la scienza valgono, per definizione, molto più che non nella battaglia. La presente ricchezza, nel mondo, è dovuta per la massima parte a queste qualità; i vestigi della conquista e della prepotenza vanno sparendo; vi saranno ancora feudi che risalgono ai tempi delle Crociate, come i loro possessori; ma questi, generalmente parlando, non pare che abbiano altra cura fuorché quella di venderli… (Ilarità) mentre alcuni riescono a sbarazzarsi dei pregiudizii di casta, e si affratellano agli operai del pensiero e scendono fra i lavoratori del braccio, per studiarne la vita e i bisogni… (Ovazione)
“Se, dunque, il capitale formato con mezzi leciti e probi, è impiegato a creare nuovo lavoro, e se chi lo impiega contribuisce a nuovo lavoro, diremo che sia iniquo il frutto del capitale? Due difficoltà opporranno i socialisti. La prima è che non sempre queste condizioni si avverano; che vi sono capitali formati in modo veramente iniquo, con la frode, col furto; che i possessori di questi capitali ne fanno un impiego stupido o indegno, che ne traggono un interesse usuraio. E nessuno, sciaguratamente, potrà negarlo; ma, a togliere questi danni non basta il sistema escogitato dai socialisti. Vi saranno, anche nello stato socialista, falsarii o ladri che falsificheranno i buoni o le tessere; vi saranno oltre che i parsimoniosi, anche gli avari che li accumuleranno cupidamente, vi saranno gli usurai che li cederanno agli infingardi, agli sciuponi. Vogliamo creder possibile che questi e gli altri simili inconvenienti siano evitati? Concediamolo pure; concediamo che le leggi dello stato socialista vietino e puniscano tutte le umane passioni; ma perché queste leggi siano rispettate bisognerà, prima di tutto, creare un esercito infinito di vigili, di informatori, di censori, di giudici, e di agenti della comunità, e per ogni semplice cittadino si avranno almeno un paio di angeli custodi. (Ilarità) Per conseguenza la costrizione delle passioni, il perfetto adempimento del dovere da parte di tutti, l’impossibilità delle minime infrazioni da parte di ognuno, saranno ottenuti a costo di quella libertà così cara, così preziosa, come sa chi per lei vita ricusa, e lo stato socialista, che manterrà questa ferrea disciplina, che costringerà tutti a lavorare, misurerà a tutti egualmente le ore di lavoro e di riposo, e che darà a tutti una razione press’a poco eguale di svaghi e di piaceri, rassomiglierà troppo a una colonia penitenziaria, dove i condannati non stanno chiusi a chiave, ma vivono apparentemente liberi e possono anche sposarsi, possedere, dar feste o rappresentazioni teatrali, ma sempre sotto la vigilanza degli aguzzini che hanno l’occhio all’orologio e ai regolamenti, e le manette e i fucili a portata di mano. (Ilarità, applausi)
“Ma, o signori, io vi dissi che i socialisti possono opporre due difficoltà, quando odono sostenere la legittimità per la ricchezza onestamente formata. Abbiamo visto che cosa si deve loro rispondere quando dicono che non tutte le ricchezze sono formate onestamente; più semplice è la nostra risposta quando essi ci fanno osservare che non tutti i buoni, i meritevoli riescono a formarla. È vero, anche questo è sciaguratamente vero. La ricchezza è solo in parte il premio dell’operosità, dell’intelligenza, della dottrina e in una parola del valore; un’altra parte è dovuta al caso, alla fortuna. Gli uomini, sotto questo aspetto, sono altrettanti giuocatori i quali imparano dapprima le regole della partita, aguzzano poi l’ingegno per formar piani, di attacchi o di difesa, pongono tutta la loro attenzione ai compagni e agli avversarii, pensano le combinazioni possibili, calcolano le probabilità e vincono grazie a questo studio e a questo zelo; ma grazie anche al caso che dà loro buone carte; senza delle quali lo studio e lo zelo poco o niente profittano. Ora, o signori, press’a poco così vanno le cose nella vita; e tutti gli sforzi degli uomini sono in gran parte frustrati quando la fortuna non li sorregge; ma la fortuna è tal benefica dea che consente a ciascuno di sperare, sempre, fino all’ultimo respiro. La ricchezza, assoluta o relativa, non può esser di tutti; è impossibile che quanti prendono parte al giuoco della vita vincano tutti, e che le vincite siano eguali; i giuocatori lo sanno, ma prima che le carte siano date, prima che il dado sia tratto, essi sono tutti in egual grado animati e confortati dalla speranza, e chi perde, se prova un umano senso di dispetto, accetta nondimeno la necessità della sorte, e aspetta la rivincita. O perché, se le cose vanno tanto male nel mondo, se pochissimi vincono e godono, e quasi tutti perdono e soffrono, noi non troviamo che mai, nei corsi e nei ricorsi della storia, il giuoco è stato abolito? Qual è la forza che ha mantenuto quelle istituzioni contro le quali i socialisti si scagliano? Dicono che sia stata e sia la forza bruta delle armi e quella che dipende dall’ignoranza e dalla incoscienza: il giorno che il popolo sarà istruito, che avrà aperto gli occhi, esso si muoverà come un sol uomo e non troverà più soldati contro di sé, perché i soldati avranno anch’essi buttato via i moschetti. Ma occorre veramente un corso speciale di studii perché i contadini, gli operai, i soldati s’accorgano e imparino che la condizione dei proprietarii, degli industriali e dei comandanti è più fortunata? (Ilarità) Se lo sanno e lo sentono, se l’hanno sempre saputo e sentito, perché non hanno distrutto e non distruggono subito, con la semplice forza del numero, queste situazioni e questi gradi eminenti? Perché ciascuno ne spera uno, legittimamente; perché, se non lo ottiene eminentissimo, si contenta di quello che gli capita guardando a chi è ancora meno fortunato di lui; perché spera ancora di migliorarlo per conto suo o dei suoi; perché quelli stessi che sono vinti del tutto, sopraffatti e travolti riconoscono che questa è una delle conseguenze fatali del giuoco, uno degli esiti inevitabili della vita!
Il consorzio sociale ridotto a una bisca, l’attività umana abbandonata alla cieca fortuna, il benessere e la felicità dipendenti da una combinazione di carte e di numeri: tale era dunque, pensava Federico, l’ideale dell’oratore e di coloro che gli battevano le mani? Tutti gli sforzi degli uomini, creature coscienti, non dovevano tendere invece a ridurre, a circoscrivere la parte del caso, a impedire le sue ingiustizie? Non era preferibile e doveroso distruggere in tutti le supreme speranze delle fortune insolenti ed assicurare invece ad ognuno una parte, piccola, ma sicura? Era più degno degli uomini cullarsi nell’aspettazione regolarmente delusa, di esser sollevati sopra una vetta sublime dalle bassure mefitiche, o non piuttosto procurare di attendarsi tutti sulle soleggiate pendici?
L’ordine che regna attualmente nel mondo sarà disordinatissimo come sostengono i socialisti; ma è il prodotto necessario e fatale delle forze che hanno agito ed agiscono nella natura e nella vita. Essi vorrebbero sostituirlo con un altro, con un ordine vero e non soltanto apparente, perfetto e non soltanto relativo; e ciò che promettono è così bello e seducente, che in verità è da stupire come tutti non abbraccino la nuova fede. Perché noi tutti non siamo socialisti? Chi non metterebbe tutte le sue forze a servizio di questo partito per assicurare la felicità del genere umano? Dal primo giorno che questo ideale balenò alla mente di un uomo – e il giorno è passato da un pezzo, perché il socialismo non è nato ieri – come mai non ha affratellato tutte le coscienze e tutte le volontà? Tredici secoli prima di Cristo si tenta di tradurlo in atto nell’isola di Creta; Platone lo condivide e lo enunzia in Grecia, altri altrove: come mai l’umanità è così tarda ad accettarlo? Ogni volta che un socialista si trova con un avversario, è inclinato a sospettare che costui sia interessato. Diremo che fosse interessato Aristotile quando dimostrò che in politica, come del resto in amore, il divino Platone era… platonico?… Lasciamo stare le accuse di interesse, perché noi potremmo da parte nostra rispondere che sono interessati anche i socialisti. E, certo, nel nostro campo, vi può essere chi combatte la nuova dottrina perché teme di dover perdere i vantaggi che attualmente usufruisce; come tra coloro che la sostengono, qualcuno è guidato dall’utilità che ne ricava; ma, posti da parte gl’interessati, che non mancano in nessun partito, e considerando gli spiriti nobili, che abbondano in tutti, che cosa impedisce che si uniscano per trasformare la faccia della società e conseguir l’ideale? La forma della società resiste per la semplicissima ragione che la maggior parte degli uomini, se concepiscono l’ideale, obbediscono ai dettami della ragione. L’ideale si chiama così perché non attuato e non attuabile; il giorno che fosse attuato, non sarebbe più l’ideale, ma il reale. Questa non è metafisica: è filosofia pratica, perché c’insegna a guardarci dai voli d’Icaro. Per volare al cielo, quell’infelice si ruppe l’osso del collo (Ilarità); noi che combattiamo il socialismo non vogliamo che, affidata ad ali di cera, sperando di raggiungere il paradiso superno, l’umanità si prepari una caduta tremenda. Diranno che non siamo ragionevoli, ma ciechi; risponderemo che non siamo noi i ciechi, ma essi gli illusi.”
Pronunziate con forza, accompagnate da un energico gesto, queste parole sollevarono nuovi applausi. Il pubblico era stato messo di buon umore dalle facezie, ammirava ora la facile loquela dell’onorevole, si sentiva rassicurato dalle sue dimostrazioni. Tutte quelle signore eleganti, tutti quegli uomini amanti del quieto vivere, quegli impiegati cupidi dello stipendio, quei giovani infervorati dell’ideale aristocratico, erano grati all’oratore che disperdeva così, tra la colazione e il pranzo, con un bel discorso garbatamente pronunziato, l’incubo della rivoluzione sociale. Quegli argomenti erano semplici, chiari, inoppugnabili; bastava enunziarli perché tutte le minacce del socialismo apparissero vane e quasi ridicole. E dovunque si applaudiva, in platea, in tutti gli ordini dei palchi, fuorché sul loggione. Gli operai riusciti a trovar lassù un posto disagiato, dal quale si udiva male, stavano sempre immobili, attentissimi, cercando di non perdere una sola parola, senza che né una voce né un gesto rivelasse il loro pensiero. E l’onorevole di Francalanza, tutte le volte che spingeva gli occhi in alto, durante le sapienti pause provocatrici di applausi, si sentiva disturbato da quegli sguardi fissi di spettatori silenziosi. L’impassibile loro atteggiamento gli incuteva una soggezione tanto grande, quanto forse non sarebbe stata la contrarietà se lo avessero interrotto e disapprovato. Che pensavano, come giudicavano? Si ridevano dei suoi argomenti? Ne riconoscevano il peso? O non piuttosto covavano un sentimento d’odio implacabile contro chi combatteva la loro fede e la loro speranza? Senza di loro, egli sarebbe stato più ardito, più intransigente; le attenuazioni, le concessioni erano fatte per quella parte del pubblico.
“Io che sto dinanzi a voi ho passato e passo buona parte della mia vita a studiare il problema sociale. Non credo di essere un’aquila, ma non sono neanche una talpa; sono un uomo preso a caso in mezzo alla famiglia umana, con le medie facoltà degli uomini medii. Perché non ho potuto aver fiducia nell’efficacia dei mutamenti proposti dai socialisti? Perché sono qui a combatterli piuttosto che a sostenerli? Quanti, come me, assistono alla predicazione della lotta di classe e deplorano i sentimenti di invidia, di gelosia, di rancore, di odio, che dividono gli uomini, non si darebbero tutti al socialismo, se potessero credere che il suo trionfo segnerebbe la concordia finale, totale e indistruttibile? Ma chi non si metterebbe, animo e corpo, tra i riformatori, chi non darebbe la sua attività, i suoi beni, la sua stessa vita alla causa della riforma, pur di assicurare a tutto il genere umano la pace suprema?…”
Federico lo udiva e lo guardava con un senso di stupore: quel prepotente, quel cupido si commoveva, si inteneriva, pareva veramente sul punto di fare il sacrifizio di tutto sé stesso sull’altare dell’umanità; pareva già spoglio di ambizioni, umile, solo zelante al bene degli altri.
“Se anche dubitassimo che la pace sia conseguibile per questa via, noi, potremmo e vorremmo prestarci all’esperimento, purché almeno durante la prova fossimo tutti concordi; ma che rispondere all’intima voce, la quale ci avverte che questa concordia non è possibile neanche durante la prova, e come chiudere gli occhi a quella luce che irraggia da tutte le pagine della storia e dimostra la fatalità della lotta? Noi vediamo che gli stessi socialisti, gli stessi annunziatori e preparatori della pace universale, sono anch’essi divisi in diverse scuole che si combattono e non sempre ad armi cortesi. Tra i seguaci di Ferdinando Lassalle e i devoti di Carlo Marx, tra i giovani socialisti e i Vollmariani, tra i centralisti e i federalisti, tra i possibilisti e gli intransigenti, tra i collettivisti e gli anarchici, vi sono state e vi sono aspre e violente contese. Quel conservatore che fosse disposto a convertirsi, sarebbe incerto a quale di tante scuole diverse portare la sua adesione. Non sarebbe legittimo che costui dicesse: “Mettetevi prima d’accordo, e poi sarò con voi”? (Ilarità) Ma questo non è difetto particolare al socialismo; che anzi ogni partito, quello che sembra più compatto, è diviso da opposte tendenze; in ogni scuola si rivelano metodi diversi, ogni sistema comporta qualche varietà. Dovunque sono uomini sono diversità di opinioni, disparità di sentimenti, differenza di umori, tali e tante variazioni temporanee o permanenti, che il consenso perfetto è impossibile, non dico fra tutti o fra molti, ma fra pochi, fra due. Frenare le opposte tendenze, ridurre tutti a un animo è vana speranza. I socialisti si lusingano di ottenere questo risultato perché, dicono, quando il loro programma sarà attuato, l’eccellenza dei risultati forzerà tutti a convenire con loro. Ma, posto che questa eccellenza si raggiunga, chi assicura che gli uomini se ne contenteranno? Che cosa appaga il cuore umano? Quando la ragione e gli stessi fatti gli dicono che non ha motivo di lamentarsi, non prova egli ancora un intimo, secreto, indefinibile disagio, e non sorgono in lui velleità nuove, che si mutano in nuove volontà, desiderii nuovi, che si mutano in nuovi bisogni e che lo spingono a mutare il suo stato? Chi dice che i beni promessi dai socialisti, saranno, se ottenuti, tanto apprezzati da non esser posti a rischio mai più? La tradizione religiosa dice che l’uomo fu creato nel paradiso terrestre; poteva goderselo tranquillamente, ma tanto fece che lo perdette. Il paradiso che ci promettono sarà perduto un’altra volta, tranne che i socialisti posseggano il segreto di levarci il gusto del pomo. (Ilarità prolungata) Ma l’eccellenza appunto, si deve negare che sia conseguibile, per tutte le ragioni che vi ho dimostrate; per altre moltissime che ho tralasciate; per altre, sempre nuove, che si potrebbero trovare in tutti i campi dello scibile: nella storia, nell’economia, nella fisiologia, dovunque. I socialisti sono uomini come noi; e tutte le opere nostre riescono imperfette, e nessuna rivoluzione mantiene ciò che promette. Fu abolita la schiavitù della gleba, e parve un vantaggio inestimabile, fu abolito il servaggio feudale, e parve un bene impareggiabile; ma non udite voi oggi i socialisti gridare, che il salario è una schiavitù e un servaggio come prima, peggio che prima? Aboliamo il salario, troviamo un’altra cosa, o un altro nome: si batteranno le mani, si urlerà di gioia, si metteranno fuori i lumi (Ilarità), ma un bel giorno, quelli stessi che avranno instaurato il nuovo sistema vi cominceranno a trovare difetti, si accorgeranno d’essersi ingannati, inventeranno una nuova novità alla quale correre dietro.
“Con questo io non voglio dire che le condizioni della vita umana debbano restare immutabilmente quelle che sono oggi. Dovrei negare la possibilità del progresso; meriterei che mi si chiudesse la bocca. Il progresso è la sintesi di tutta la storia umana; chi ne ha sfogliato i libri immortali, ha letto questa parola in ogni pagina. (Bene, bravo!>/i>) Ma sono proprio i socialisti quelli ai quali si potrebbe, dico si potrebbe, rimproverare la negazione del progresso. Quando essi, infatti, ci vengono a dire che l’ingiustizia regna oggi nel mondo come una volta, che la condizione degli operai è intollerabile come in altri tempi, non vengono essi a negare i miglioramenti ai quali noi crediamo? E allora, se dovessimo seguirli in questo modo di vedere, noi potremmo anche rimproverarli di essere illogici; perché, negando il progresso del passato, diventa logicamente impossibile affermarlo ed aspettarlo nell’avvenire. Ma i socialisti sono logici, credono al progresso futuro e non negano il passato se non per questa ragione: che esso sembra loro troppo lento e troppo magro, e per eccitare le moltitudini a conseguirne uno grandissimo e rapidissimo, dicono che niente si è ottenuto, che di tutto bisogna far tabula rasa. E questo, o signori, è ciò che ci divide da loro. Ammesso il progresso, come lo ammettiamo tutti, e riconosciuto che esso non è stato tanto rapido e grande quanto gli uomini avrebbero voluto; come dobbiamo considerare i presenti ordini sociali? Dobbiamo considerarli, quantunque siano zeppi di difetti, come una preziosa conquista ottenuta dopo sforzi secolari sulla barbarie primitiva, con l’opera assidua dei pensatori e dei martiri.
“E che dobbiamo insegnare ai giovani, ai semplici, a tutti coloro che non sono capaci d’un loro proprio pensiero, e che hanno bisogno di consiglio e di guida? Dobbiamo forse insegnar loro che bisogna distruggere questi ordini, immediatamente, improvvisamente, come si abbatte una casa inabitabile, come si disperde una fonte inquinata, come si abbrucia una suppellettile infetta? Dobbiamo insegnar loro che, mentre il moto verso il meglio è stato lentissimo nei secoli e nei millennii, oggi ad un tratto potrà essere rapidissimo, grazie a quest’opera di distruzione? Questo, o signori, insegnano i socialisti, e quando dico socialisti non intendo quelli temperati, oculati, prudenti, che per fortuna non mancano in questo partito; ma i socialisti tipici, quelli che parlano e scrivono per comunicare il loro fanatismo alle turbe. Che vogliamo fare noi invece? Noi vogliamo dire alle moltitudini: Questi ordini che segnano il progresso, piccolo o lento quanto si voglia, debbono essere rispettati; non è una buona ragione distruggerli oggi, perché domani ne avremo di migliori, sarebbe lo stesso come se prima d’avere un abito nuovo, perché il vecchio è vecchio, volessimo andar nudi; come se, prima d’avere una casa nuova, perché l’antica è difettosa volessimo dormire all’aperto. E la pazzia d’andar nudo o di dormire sotto le stelle è ancora possibile; ma gli ordini sociali non si possono smettere come un abito o abbandonare come una casa: si possono e si debbono modificare, e quando i vecchi sono modificati, non sono più vecchi, bensì nuovi, o rinnovati. Ma la rinnovazione non è definitiva; che anzi bisogna assiduamente tornar sopra il già fatto, per correggere, per adattare, migliorare sempre e sempre più. A quest’opera bisogna attendere, e se essa procederà troppo lentamente a paragone dei nostri desiderii e delle nostre speranze, non dobbiamo perciò né scoraggiarci né ribellarci. Lo scoraggiamento è da pessimisti, da fatalisti, da pusillanimi. Si accascia chi non ha fibra, chi non ha fede, chi non vede oltre sé stesso, chi non pensa che se il frutto dell’opera sua maturerà troppo tardi perché egli possa gustarlo, lo gusteranno i suoi figli, le generazioni future. Chi si ribella è mosso bensì da una generosa impazienza; ma se costui pensasse che vi sono fatalità ineluttabili, modererebbe la sua impazienza e insegnerebbe che seguirne gli scatti è stoltezza. Facciamo dunque oggi ciò che oggi si può; uniamo i nostri studii, le nostre braccia, le nostre volontà, i nostri cuori, fraternamente. Questo noi diciamo alle moltitudini. Ed ai socialisti diciamo: riconoscete ciò che l’antica sapienza degli uomini ha sempre riconosciuto; ammettete le necessità che hanno fondamento nella natura, negli istinti, nelle leggi della vita e del mondo, rinunziate all’impossibile, e otterrete, ed otterremo il possibile. Noi vi chiediamo d’esser con noi nella prudenza, nella ponderazione, nella misura; perché noi siamo con voi nella fede che l’umano consorzio possa e debba trovare un assetto sempre migliore, e nella buona volontà di mettere in opera tutti i mezzi coi quali raggiungere uno stato sempre più alto, più concorde e più giusto.”
Un subisso d’applausi, una ovazione formidabile accolse le ultime parole dell’oratore. Tranne che sul loggione dove gli operai si alzavano silenziosi come erano rimasti durante l’intera conferenza, in tutto il teatro, dal palcoscenico alla platea ed ai palchi, non si vedevano altro che braccia distese, mani plaudenti, bocche acclamanti; sorti in piedi, mettendosi i cappelli, disponendosi ad uscire, gli spettatori lanciavano ancora nuovi bene! bravo! si fermavano ancora ad applaudire. Le stesse signore partecipavano alla dimostrazione: non gridavano, non facevano molto rumore con le mani guantate, ma la vivacità del gesto e l’animazione delle fisionomie rivelavano la soddisfazione, il piacere, l’ammirazione. La marchesa Castiglione era fra le più infervorate; in piedi, rivolta all’oratore, protendeva le braccia magre, picchiava forte una contro l’altra le manine, si volgeva alla giovinetta amica visibilmente esortandola a fare altrettanto; ma la contessina era rimasta seduta tutta raccolta nella persona, ancora intenta, quasi aspettasse una nuova ripresa dell’orazione. E Federico andava con lo sguardo da lei all’oratore, il quale riceveva ora i complimenti dei circostanti, delle persone salite apposta sul palcoscenico. “Bravo, onorevole!… Ma bravo di cuore!… Era quello che ci voleva!… Discorso veramente magistrale!… Bisogna stamparlo subito subito!…” L’ironia e il ragionamento, dicevano, erano stati sapientemente contemperati; alla forza di quelle dimostrazioni, di quegli esempi nulla si poteva opporre; e la chiusa, particolarmente la chiusa: uno squarcio d’eloquenza magnifica, una fervida esortazione a tutti gli uomini di buona volontà; l’eccitamento alla universale concordia. E Federico, udendoli, pensava con un intimo sorriso come quella gente e lo stesso oratore, avessero dimenticato tutte le precedenti dimostrazioni della discordia inevitabile. Adesso i socialisti avrebbero immediatamente annacquato il loro vino perché i conservatori come il conferenziere e i suoi accoliti si dichiaravano socialisti ragionevoli e temperati dalla paura della rivoluzione! Salvo a giudicare rivoluzionario ogni tentativo di riforma, ogni disegno di novità!
“Addio, Ranaldi,” gli disse il conte Borromeo, venendogli innanzi. “V’è piaciuta la conferenza?”
“Ed a lei?”
“Bella, bella; ma ci sarebbe da parlarne, ed io vado a prendere mia figlia, e poi corro alla stazione.”
“Parte?”
“Vado a Torino.”
“Buon viaggio, onorevole!”
Già il teatro era mezzo vuoto. Federico scambiò ancora qualche parola con alcuni conoscenti, poi uscì. La folla che si disperdeva per le vie adiacenti al teatro non parlava d’altro che del discorso e del suo tema. Il giovane udiva lembi di frasi pronunziate con voce grossa: “Ma è tempo di finirla con le utopie!… Roba da manicomio!… L’eguaglianza!… L’abolizione della proprietà!…”. Qualcuno giudicava fin anche che l’oratore era stato troppo blando, che aveva assunto un tono troppo concessivo; s’era servito, sì, dell’ironia, e stava bene; ma sarebbe stato anche necessario bollare con parole di fuoco l’opera dei perturbatori.
“Gli operai sono brava gente, rassegnata al loro destino: infami sono coloro che li seducono, che li pervertono…” Udendo quei giudizii, Federico sentiva crescere lo sdegno e la ribellione nati in lui durante la concione, e un bisogno di gettare in faccia a quella gente l’angustia delle loro menti, l’egoismo dei loro cuori. Solo i ciechi e i sordi potevano attribuire ai perturbatori quello che era movimento fatale delle idee; solo un feroce egoismo poteva lodare la rassegnazione degli sciagurati, solo una maledetta paura poteva giudicare funesto che le coscienze si illuminassero. I paurosi dovevano piuttosto essi medesimi aver coscienza della loro paura, e vergognarsene; e vedere e sentire che il bene, il meglio non si poteva raggiungere senza quest’intima luce. Accostarsi, unirsi, procedere concordi, sì; ma spettava ai socialisti dar l’esempio della moderazione, o non piuttosto ai conservatori dar quello dell’ardimento?
Toccava ai disagiati, ai morti di fame, persuadersi che bisognava avere pazienza e tollerare ancora i disagi e la fame; o non piuttosto agli opulenti arrossire della loro abbondanza e dar mano ad un’opera di giustizia? La giustizia ideale, l’eguaglianza assoluta, il paradiso in terra non si potevano raggiungere? E perciò bisognava tollerare l’intollerabile? E non si doveva fare il possibile né tentare nessuna via per ottenere un miglioramento, anche piccolo? Se anche il peggio era da temere, il timore del peggio poteva impedire che si affrontasse una crisi? Vi sono certe sostanze che i dottori somministrano e gli infermi si procurano, quantunque sappiano che possono fare tanto male quanto bene; ma se c’è già un male insopportabile, la paura d’un male maggiore nulla vale contro la speranza di qualche sollievo. Si provocano a bella posta crisi che possono essere mortali, si tentano operazioni che possono avere un esito funesto: una crisi e un taglio, una estirpazione non si dovevano tentare nel corpo sociale, se era infermo, mostruosamente rigonfio in alcune parti, esangue in tutto il rimanente? Tutto il giorno Federico rimuginò queste idee; a casa non fece nulla, non scrisse, non lesse, osservando il mutamento che avveniva dentro di lui, sentendo sorgere dalle latebre della memoria, dall’intimo della coscienza pensieri e sentimenti concepiti altra volta, quando s’era fermato qualche istante a considerare il problema sociale, quando aveva visto qualche spettacolo di miseria oscura o di lusso insolente. Aveva ricacciato dentro di sé quei sentimenti, aveva combattuto quei pensieri, persuaso della fatalità delle differenze sociali, accecato dai pregiudizii; ora il velo gli cadeva dagli occhi. Come mai? Ad un tratto? Un altro velo, il velo della passione, non si sostituiva al primo? Non pensava egli queste cose, non aveva cominciato a pensarle per la gelosia dalla quale s’era sentito mordere acquistando la tristezza che Renata amava il Francalanza? Che importava! Da quella conferenza contro il socialismo egli sentiva d’essere uscito socialista. Restò in casa fino a tardi. L’idea che andando al giornale, vi avrebbe probabilmente incontrato il deputato, lo trattenne dal recarvisi, quando finalmente uscì. Scese dal Pincio, attraversò piazza del Popolo, s’avviò per i prati di Castello, arrivò sotto le mura del Vaticano col bisogno di restar solo, pieno dei nuovi pensieri. Non si sentì neppure di andare al solito caffè, con i soliti amici. Entrò in una trattoria di piazza Rusticucci, dinanzi alla piazza di San Pietro luminosa e deserta. Mangiò poco e di malavoglia. Non aveva ancora finito quando udì il grido del giornalaio che vendeva la Cronaca. Era un grido più forte del solito, quello col quale si annunciano le grandi e gravi notizie; ma, per la distanza, non si distinguevano bene le parole: “L’ato… dato… l’accordato… l’attentato…”. Poi la frase cominciò a compiersi: “L’attentato d’oggi contro…” ma il nome si udì soltanto quando il venditore fu vicinissimo: “L’attentato contro il deputato Francalanza!… Il tentato assassinio del deputato Francalanza!…”.
Federico comprò il giornale e lesse avidamente: “Stasera, dopo aver tenuta la conferenza sul socialismo della quale parliamo a lungo in altra parte del giornale, l’onorevole Uzeda di Francalanza rincasava, quando fu affrontato da uno sconosciuto, il quale gli esplose contro due colpi di revolver. Uno di questi andò a vuoto; l’altro, disgraziatamente, ferì non lievemente alla spalla l’onorevole deputato. L’aggressore fu subito disarmato ed arrestato. Aveva assistito alla conferenza del teatro Valle, ed ha voluto sfogare con un delitto la rabbia provata nell’udire la lucida e serena discussione dell’egregio sociologo; al quale mandiamo commossi l’espressione della nostra più viva simpatia e i più caldi auguri di pronta guarigione”.

VIII

Consalvo Uzeda s’era sentito alleggerito d’un gran peso nel pronunziare le ultime parole della sua conferenza. Ne aveva patito l’incubo per più di un mese; oramai era cosa passata. I calorosi applausi degli aderenti gli facevano piacere, ma non lo illudevano molto; il domani sarebbero venute senza meno le risposte vivaci e le critiche acerbe. Comunque, per il momento, pensava che meglio di così non sarebbe potuta andare. Uscendo dal teatro, una quantità di persone gli s’erano messe alle costole, e non l’avevano più lasciato, rinnovando i complimenti, tornando sugli argomenti da lui svolti, suggerendogliene altri per il libro che aspettavano da lui. A poco a poco, sul Corso, il codazzo delle persone che lo seguivano si era con sua soddisfazione, diramato; una mezza dozzina lo seguivano ancora. Avendo sete entrò da Aragno: gli ammiratori sedettero intorno, ed egli offerse a tutti da bere. Fu accostato da altre persone, da giornalisti, da conterranei, che si rallegravano con lui; poi andò al giornale. Anche lì gli parlarono della conferenza; le cartelle dell’articolo nel quale se ne rendeva conto erano già in tipografia, e Balzan gli disse che fra poco ne avrebbe avute le bozze. Egli le aspettò, le lesse e ne fu malcontento. La relazione era troppo sommaria e strozzata; ma data l’angustia dello spazio, non s’era potuto fare di più. Ottenne nondimeno che si accennasse ad alcuni punti essenziali, ed aspettò ancora di rivedere le nuove prove. Uscì alle sette insieme col Banzatti che aveva fretta di andare a casa e salì in una botte a piazza Colonna, offrendogli un posto fino a piazza del Tritone: egli fu un momento titubante, ma proprio in quel momento s’avviava per la salita l’onorevole Gionata, ed egli si accompagnò al collega. Parlarono della situazione parlamentare, della condizione del Ministero; giunti sulla piazza il Gionata voltò a sinistra, ed egli a destra. S’avviò lentamente, pensando a ciò che gli aveva detto il collega, alla probabile crisi, e alla lentezza della sua fortuna politica. Nulla ancora aveva ottenuto di quanto sperava e credeva di meritare; a niente erano giovate le prime impazienze, i lunghi lavori, il giornale, le amicizie. Si erano serviti di lui, anche ora lo avevano esposto al rischio di quella conferenza, e tutto era e sarebbe stato invano, chissà per quanto tempo ancora. La piccola rinomanza concepita in una breve cerchia non gli bastava, quasi l’offendeva, quasi gli faceva considerare preferibile la totale oscurità. Ignorato da tutti, avrebbe potuto credersi negletto ingiustamente; la mediocrità alla quale era giunto lo crucciava perché poteva segnare il grado del suo valore, agli occhi di chi non lo conosceva come egli stesso si conosceva. Non dubitava di sé; aveva sempre un altissimo concetto del suo ingegno, delle sue attitudini, della sua forza; il difficile era diffondere questo concetto, fare che un numero sempre maggiore di persone, intorno a lui, lo condividesse!
Giunse con questi pensieri quasi sul portone di casa. I primi lumi splendevano d’una luce d’oro nell’ultimo chiarore del crepuscolo; dinanzi a lui la strada era deserta; dietro di lui il rumore d’un passo. Si voltò: un uomo di umile stato, piccolo, con la barba ispida e un cappelluccio a cencio gli si accostò.
“È lei il deputato Francalanza?”
“Sono io.”
“È lei quello che ha tenuto oggi il discorso al teatro Valle?”
“Sì, io. Che volete?”
Quelle domande e il tono di voce escludevano che lo sconosciuto chiedesse qualche soccorso, come l’Uzeda aveva dapprima supposto.
“Allora…” riprese il suo interlocutore, portando una mano alla tasca “allora, ecco… prenda… questo è per lei…”
Egli vide luccicare la lama d’un pugnale, e non ebbe tempo di gettare un grido, di buttarsi indietro, che un urto violento alla spalla lo scosse. L’aggressore stava per dare un secondo colpo; ma già una voce, dietro di lui, gridava: “Ferma!… Ferma!…”. E dalle portinerie e dalle finestre spalancate altre voci rispondevano: “Ferma!… Ferma!… Dalli!… Assassino!…”.
L’omicida non fece un passo per tentare di fuggire, non oppose un moto di resistenza alle persone che gli furono sopra e lo disarmarono. Il portinaio di Villa Spada, riconosciuto il suo padrone pallido e barcollante, corse a lui:
“Eccellenza!… Signorino!… Chi è stato?… È ferito?…”
“Qui… Non è nulla… Portatemi su….”
Ma l’abito si rigava di sangue e l’Uzeda impallidiva sempre più.
“Una sedia!”
“Adagiatelo sopra una sedia!”
“Sora Rosa, andate voi!…”
“Subito…, ecco…” Mentre il portinaio e uno degli astanti lo sorreggevano, la portinaia accorreva con una sedia; su quella il ferito si abbandonò e fu trasportato sotto il vestibolo, su per le scale. Persone di servizio e padroni si affacciavano agli usci, chiedevano che cosa era accaduto, significavano con gli atti e le parole la loro pietà vedendo quel viso esangue, quegli abiti insanguinati, dai quali il sangue stillava sui candidi gradini di marmo.
“È morto?… È ferito?… Chi è stato?… Com’è stato?… Dinanzi al portone?… Hanno arrestato l’assassino?… Un dottore?… Dove sono le guardie? Dove sono i carabinieri… Non si trovano mai?… Povero signore!… È solo in casa?… Meglio portarlo all’ospedale… Ma era un ladro?… A quest’ora?… In una strada come questa?… Chi era?… Che voleva?… Il cameriere è in casa?… È in casa, bisognerebbe avvertirlo…”
La sora Rosa, infatti, passò innanzi, salendo a due a due le scale, mentre la sedia col ferito procedeva lentamente, seguita da una mezza dozzina di persone, ciascuna delle quali diceva la sua. Giunta sull’ultimo pianerottolo, la portinaia vide schiudersi l’uscio del senatore. La Clelia, con aria di curiosità, chiese:
“Che succede? Che è questo rumore?…” “Hanno ammazzato il deputato!…” le gridò la sora Rosa, con le mani nei capelli.
“Gesù! Come?… Perché?…”
Ma l’altra non le rispose, soffiando forte e attaccandosi al campanello elettrico. Antonio, aperto l’uscio, viste quelle due facce sconvolte, udite le loro parole affannose, non comprese sulle prime, a bocca aperta dallo sbalordimento.
“Il vostro padrone!… Lo portano su!… L’hanno sparato!…”
“Il padrone?…”
E si precipitò per le scale. Già i portatori, quantunque si fossero dato il cambio più volte, erano giunti sull’ultimo ripiano. Tra le parole costernate, i consigli, i suggerimenti, la sedia col ferito entrò per l’uscio spalancato.
La Clelia, rimasta ancora un momento sull’uscio suo, tornò dentro e andò difilato nel salotto dove la padroncina leggeva, aspettando l’ora del pranzo.
“Signorina… Signorina… Non sa?… Non ha sentito?…”
“Che c’è?”
“Hanno ammazzato il deputato Francalanza… lo portano su in questo momento…”
Renata sorse in piedi tutta smorta in viso; il libro le cadde dalla mano distesa a cercare istintivamente un appoggio.
“Ammazzato?… Morto?…”
“Par morto, o muore: non so… Signorina, che ha?… Gesù mio, signorina!…”
“Dio!…”
La breve parola le uscì sibilando dalle labbra pallide e frementi; gli occhi si dilatarono, rotearono, vuoti di sguardo; le mani si congiunsero al seno, comprimendolo forte.
“Dio!…”
E ad un tratto ricadde, irrigidita.
“Signorina mia!… Signorina mia!… Non mi faccia paura anche lei!… Si faccia coraggio!… Gli vuol bene: è vero?… Me n’ero accorta!… Sono stata una stupida!…”
“Morto, hai detto?… Morto?…”
“Ma no, non sarà morto… è ferito, è svenuto, guarirà, stia sicura… Non sente?… Una carrozza… Il dottore!…”
Allora la fanciulla si risollevò. Disse, brevemente: “Vieni, andiamo…”
“Che vuoi fare?”
“È solo, andiamo ad assisterlo.”
Parlava con un accento così risoluto, che la donna non tentò di opporre una sola parola, seguendola. E appena entrò in casa del ferito, appena fu dinanzi alla gente assiepata intorno al letto, il viso le si ricompose così, che nessuno poté sospettare l’angoscia che le attanagliava il cuore. Con voce dolce e ferma pregò gli astanti che si scostassero, che non togliessero l’aria al giacente; e, scorto il viso cereo, gli occhi vitrei, il corpo sanguinoso e abbandonato, non un moto la tradì.
“Preparate dell’acqua, una brocca, una catinella…”
“Clelia vai a prendere il cotone fenicato, nell’armadio della mamma… Una spugna, una forbice, qualche tovaglia…”
Il dottore, arrivando con l’ispettore di polizia, trovò tutto pronto. Gl’intrusi furono allontanati: ella restò, con la Clelia ed Antonio, vicino al letto. L’abito fu tagliato addosso al ferito, fu tagliata la camicia e il corpetto intorno alla spalla; egli trasalì, le labbra sibilarono ad uno strappo. Apparve la carne bianca dell’omero, apparve lo squarcio della ferita. Ella chiuse un istante gli occhi, poi li riaperse.
“La spugna… Accosti la catinella… Mi passi l’asciugamano…”
Il dottore si rivolgeva a lei; ella lo assisteva, come se avesse passato la vita in una clinica chirurgica. Chiuse ancora gli occhi, strinse forte le mascelle quando col ferro il sanitario frugò nella ferita, strappando un gemito al paziente. Tornata padrona di sé, domandò a bassa voce:
“È grave?…”
“Non credo.”
Allora respirò più liberamente.
“L’emorragia è arrestata. Bisognerebbe spogliarlo del tutto; occorre qualche striscia di tela…”
Ella corse a casa, fece a lembi un lenzuolo; quando tornò di là, il ferito era sotto la coltre, col busto eretto, appoggiato a un monte di guanciali e di cuscini: dalla camicia da notte aperta e squarciata sulla spalla destra, appariva il petto nudo, bianco e grasso quasi quello d’una donna, appena ricoperto sullo sterno da una lanuggine bionda. Quella nudità era fatta casta dalla ferita, dal sangue, dal pericolo di morte. La fanciulla dette ancora opera alla medicazione, come una suora, silenziosa ed agile, pronta ad ogni cenno del sanitario. Il ferito tornava in sé, girava gli occhi, moveva il capo. Ella si chinò su lui, gli disse, con un tenue sorriso:
“Francalanza, mi riconosce?… Siamo qui noi!… Il dottore assicura che non è nulla… Come si sente?…”
“Grazie…” rispose egli, guardandola. “Bene… meglio…”
“Ha bisogno di qualche cosa?… Ha sete?…”
“Sì…”
Ella stessa gli sorresse la testa e gli accostò il bicchiere alle labbra.
Squillò il campanello del telefono; la notizia dell’attentato si era diffusa; dalla Cronaca, dagli altri giornali, da Aragno, dai ministeri cominciarono a chiedere informazioni e particolari. Poco dopo, sopravvenendo le prime visite, Renata si ritirò, dando ordine alla Clelia di restare a disposizione del dottore e di chiamarla quando la gente se ne fosse andata. Ma, fino dalle prime parole rivolte al ferito da giornalisti, da colleghi, da amici, il dottore espresse il timore che la commozione potesse riuscire dannosa, e pregò gli astanti di ritirarsi. Il salotto, lo studio e l’anticamera rimasero pieni fino a tardi di gente; ma quando lo stesso Durante lasciò la camera del paziente, assicurando che tutto procedeva bene, le persone cominciarono ad andarsene. A mezzanotte lo stesso chirurgo, visto che il ferito riposava tranquillamente, diede le ultime raccomandazioni alla Clelia e ad Antonio, e andò via. La Clelia passò ad avvertire la signorina. La cuoca, venuta a schiuderle l’uscio, le disse che la signorina non aveva quasi assaggiato il desinare tenutole in caldo, e che si era ritirata in camera sua.
“Povera signorina!… È un gran colpo per lei!… Adesso bisognerebbe avvertirla…”
“Di che?”
“Che non c’è più nessuno, di là…
“Vuol tornarci ancora?”
“Non so, m’ha detto di chiamarla…”
“Se la lasciasse riposare?”
“Ma riposerà?…”
Ella apparve sull’uscio dell’anticamera, lieve come un’ombra.
“Clelia, sono andati?”
“Signorina sì, anche il dottore.”
“Chi c’è? Antonio?”
“Solo lui.”
“Andiamo.”
Le due donne tentarono di dire qualche parola per consigliarla a restare in casa e ad andarsene in letto; ella rispose, con voce dolce e ferma:
“Non possiamo lasciarlo solo, tutta la notte. Vieni.” Non trovò l’infermo così calmo come aveva sperato. Respirava con affanno, scuoteva il capo nel sonno grave; brividi nervosi gli passavano per le braccia e le mani.
“Che ha, signorina?” le domandò con voce bassa ed inquieta Antonio, additandolo “Da qualche momento, da che è andato via il dottore, si agita, pare che soffra…”
“Soffre…” rispose ella, chinandosi a guardare l’infermo. “Che ha detto il dottore?”
“Di dargli qualche cucchiaio di quella pozione che è sul canterano, se si desta…”
“Bene. Se volete andare a riposare, resto qua io.”
“Riposare? Non ci mancherebbe altro!”
“Tu, Clelia, torna a casa, o buttati qui sopra un divano. Io resto.”
“Resto con lei.”
“Fa come vuoi.”
Si pose a sedere sopra una poltrona, accanto al letto, con le spalle alla lampada, gli occhi rivolti all’infermo. Poco andò che udì il respiro forte dei due servi addormentati, Antonio nella stanza attigua, la Clelia in un angolo della stessa camera. Dalla via non saliva un rumore; solo di tanto in tanto, di lontano, veniva il fragor sordo d’una carrozza. Ella restava come assorta, con le mani congiunte, nella contemplazione di quel viso bianco e biondo. “Bisogna salvarlo! Bisogna che viva!” Passato lo stordimento e l’ambascia del primo istante, dispersa la prima paura che egli fosse già morto, questo era il pensiero che l’aveva sostenuta e dominata. Perché egli vivesse, perché fosse salvo era accorsa, aveva represso la commozione violenta, aveva data e dava l’opera sua. Era entrata nella casa d’un giovane, lo vegliava seduta al suo capezzale: nulla le importava ciò che ne avrebbero osservato i suoi o gli estranei. Se anche quel ferito fosse stato uno sconosciuto, gli avrebbe prestato le sue cure egualmente; ma una tenerezza gelosa la teneva a quel posto; vigile, inquieta e trepidante dinanzi all’uomo che era il suo pensiero, soave e tormentoso da anni. Forse egli non s’era neppure accorto del suo sentimento: che importava? Egli non aveva bisogno di lei; ma ella viveva di lui. Ne ammirava la vivacità dell’ingegno, il calore della parola, le piaceva il suo nome antico e sonoro; prediligeva con la fantasia, senza ancora conoscerla, la terra infocata e odorosa nella quale era nato e dalla quale veniva. Lo dicevano ambizioso: ella giudicava legittima e nobile l’ambizione di un uomo che aveva la sua posizione sociale, la sua cultura, la sua attitudine alla vita pubblica. Non tutto le piaceva in lui: certe professioni di scetticismo che aveva udito uscire dalle sue labbra, certe ironie, certi sarcasmi le erano stati cagione di contrarietà e di dolore. Anche quel giorno, al teatro Valle, durante la conferenza, non aveva condiviso tutti gli entusiasmi della sua anima: pure ammirando l’abilità delle argomentazioni, qualche cosa l’aveva scontentata: le note umoristiche troppo ripetute, il rigore dell’attacco contro le speranze d’un migliore assetto della famiglia umana, la mancanza d’un caldo soffio di simpatia animatrice. Ma gli stessi suoi difetti la stringevano a lui, eccitando il desiderio, il bisogno, la fede, di correggerli, se un giorno avesse potuto metterglisi a fianco e illuminarlo e ispirarlo. Ora egli giaceva sopra un letto d’agonia, col petto squarciato per aver professato pubblicamente quell’idee da lei non condivise interamente; e dinanzi all’effetto malefico ella non si sentiva più sicura nel giudizio di poco prima. Aver significato apertamente e solennemente un pensiero che stava quasi per costargli la vita, era stato un atto di stupendo coraggio civile! Doveva egli forse temperare l’espressione del proprio pensiero e cercare qualche ipocrita accomodamento per evitare il pericolo? Andargli incontro era stato degno d’un uomo forte e cosciente. Nel mondo anch’ella vedeva ora una lotta necessaria, fatale, se la semplice espressione d’un concetto sociale e politico si pagava col sangue; se il fanatismo armava la mano d’un uomo contro un altro colpevole solo di non pensar come lui. Ella poteva dolersi che il fanatismo esistesse, che le opinioni non fossero uniformi e concordi, che l’amore non governasse il mondo; ma l’uomo che aveva esercitato il diritto di enunziare le proprie idee, aveva anche compito un nobile, un alto, un santo dovere, ed era degno di tutta l’ammirazione e di tutta la pietà ora che giaceva sopra un letto di dolore. Ella stringeva forte le mani una contro l’altra udendo l’affannoso respiro del ferito, le torceva nell’impotenza di far nulla per alleviarne la pena. Vedendolo dare un sussulto più grave degli altri, sorse in piedi, si chinò su lui, gli prese una mano. Era calda di febbre.
“Consalvo… Consalvo…” gli disse, sottovoce, ma quasi all’orecchio, chiamandolo la prima volta col suo bel nome, tante volte ripetuto mentalmente e sussurrato; ma egli non udiva, immerso in un egro sopore, e un’eco le restava dentro: “Salvo… salvo…” come una speranza, come un augurio.
Lasciò la sua mano, tornò a sedere, a contemplare il viso febbricitante, con gli occhi aridi e fissi. Bisognava salvarlo: era troppo crudele che quella giovane vita perisse così, sia pure sopra un campo di battaglia, per un’idea. E quell’idea, se era legittima, se rispondeva alla realtà delle cose, non era, no, generosa! Una voce, dentro di lei, nonostante tutti i tentativi di persuasione contraria, le diceva che dimostrare inevitabili i mali sociali e impossibile ogni rimedio, poteva esser cosa che la ragione approvava, ma non il cuore. Morire per tentar di redimere gli uomini era divino; per togliere loro ogni speranza, inumano. Ed ella non voleva che l’uomo da lei amato lasciasse la vita in quella avventura: voleva vederlo salvato a un più degno destino; e poi, e prima, a sé stessa, all’amor suo!…
La notte scorreva così, tacita e lenta. La Clelia, destatasi, venne un momento in punta di piedi vicino al letto, per chiederle se avesse bisogno di nulla.
“Nulla; va! va a buttarti sopra un divano…”
Con gli occhi grevi di sonno, la donna obbedì. Nell’anticamera, al rumore del suo passo, Antonio si destò: Renata udì i due servi parlare un poco piano fra loro; poi le voci si spensero. L’infermo era adesso più tranquillo, e il respiro più facile. Ella gli toccò ancora la mano: le parve che fosse meno calda. Non la lasciò così presto come la prima volta. La presenza della donna, quantunque addormentata, l’aveva trattenuta; sola, si sentiva ora più ardita. Ma, ad un tratto, la testimonianza della propria coscienza le fece salire una fiamma alla fronte. “Che faccio!…” disse tra sé. Era stata sul punto di chinarsi su quel viso, di baciarlo. Restò un poco in piedi appoggiata alla sponda del letto, guardando con tutto l’ardore della sua passione il viso bello e maschio; poi tornò a sedere, a immergersi nei suoi pensieri. A poco a poco, le ciglia cominciarono a calarle sugli occhi stanchi dalla lunga veglia; ma ella reagì, con una tensione della volontà, dell’immaginazione, di tutta l’anima. Se si fosse destato, nessuno ormai gli era vicino. Che vita, quella d’un uomo solo senza un affetto sul quale poter fare sicuro assegnamento! Egli, e tutti i giovani suoi pari, la conducevano per amore della libertà, senza pensare ai giorni della solitudine triste; e quante volte ella si era sentita stringere il cuore all’idea delle altre donne, delle molte donne che avevano tenuto e continuamente tenevano qualche posto nella sua vita! Non erano venute anch’esse, assiduamente o per una notte, in quella casa, in quella camera? Non vi avevano lasciato qualche cosa dell’esser loro, un’eco della loro voce, una traccia del loro profumo, una forcella dei loro capelli? Non sarebbero tornate, alcune, le preferite, le meno volgari, udendo che egli giaceva in letto, ferito? E le pareva che esse entrassero realmente in quella camera, silenziose e guardinghe; che si avvicinassero a lui, che lo baciassero, senza i suoi scrupoli. Una, particolarmente, l’amante del cuore, significava, con la sicurezza dell’incesso, con la risolutezza degli atti, il dominio esercitato sul giovane; e nello scorgere lei, le rivolgeva uno sguardo di superbo disprezzo. Si impadroniva della casa e dell’infermo, giudicava mal fatta ogni cosa; la medicazione, la disposizione dei guanciali, il grado della luce. Abbassava la lampada, e nella penombra saettava contro di lei sguardi pungenti di scherno. “Che fa, qui costei?… Chi è questa intrusa?… Ti ama?… Ma tu non l’ami, tu; non le hai detto mai che l’ami; tu ami me, sei mio, e non sai che farti dell’amor suo!…” Lo teneva per mano, lo baciava sulla bocca, e col nuovo giorno al sopravvenire del dottore, della gente, riceveva tutti, dava spiegazioni ai visitatori ed ordini ai servi. La Clelia, venuta accosto alla sua padrona, le diceva: “Venga via; qui non è il suo posto; non vede che tutti la guardano?…”. Ma ella non riusciva ad alzarsi, appesantita su quella poltrona, con le gambe divenute come di sasso. E tutta la sua persona si veniva pietrificando, a poco a poco, dalle gambe al cuore, che batteva con la rigidità d’un martello, e che poi si induriva anch’esso, si rapprendeva, orribilmente; finché, nel punto del massimo spasimo ella si destò. Aveva sognato, aveva dormito, non sapeva quanto tempo: la notte era sempre alta, nessuna voce, nessun rumore tutt’intorno. Guardò l’infermo: aveva gli occhi aperti, la guardava tacitamente. Ella sorse e gli si fece dappresso.
“Siete desto?… Come vi sentite?…”
Consalvo chinò un poco il capo, con un ambiguo segno d’assenso.
“Meglio, è vero?… Vi sentite meglio?… Vi siete destato da un pezzo?”
Diniegò col gesto.
“Non potete parlare?”
“Sì…” rispose, pianissimo. Poi soggiunse: “Ma voi, qui…”
Ella scosse le spalle.
“Non pensate a me. Eravate solo, son qui ad assistervi. Avete bisogno di nulla? Volete che chiami Antonio?”
“Ho sete.”
“Subito… Ma prima bisogna che prendiate qualche cucchiaiata di questa pozione, ha detto il dottore… Aspettate… appoggiatevi… così…”
Ancora una volta gli resse il capo e gli diede la mistura.
“È sgrata?”
“No…”
“Volete ancora dell’acqua?”
“Ora non più… grazie…”
“La ferita vi duole?”
“Sì…”
“Vi sentite la febbre?”
“Non so.”
Ella gli prese il polso.
“No, fortunatamente non ce n’è più. Vedrete che guarirete rapidamente.”
“Vi ringrazio dell’augurio… Come siete buona…” Gli rispose solo con un tenue sorriso.
“Manca molto a far giorno?” domandò egli ancora.
Fattasi alla finestra, ella scorse il primissimo chiarore dell’alba in fondo al cielo.
“Comincia appena ad albeggiare.”
“Avete passata tutta la notte sopra una poltrona! Come ne sono dolente…”
Poiché parlava con qualche stento, ella protestò:
“Vi prego di non affannarvi per me; ho passata la notte benissimo.”
“Ne sono dolentissimo… ora andate a riposare, vi prego…”
“Sì, ora andrò. Vi manderò Antonio: va bene?”
“Sì, grazie… Era venuta molta gente?”
“Molta gente, iersera. Amici vostri, colleghi, giornalisti. Non li avete uditi?”
“Poco, soffrivo. Che dicevano?”
“Erano tutti inorriditi, dicevano che solo un pazzo poteva aver commesso quell’atto.”
Egli fece ripetutamente segno di no col capo.
“Lo conoscete?”
“No; ma non era pazzo…”
“Vi parlò?”
“Sì… come uno che sa bene quello che fa!…”
“E non concepiste nessun sospetto? Non aveste tempo di salvarvi?”
“In qual modo?”
“È vero!… Che infamia!”
Egli disse in atto e con voce di filosofica rassegnazione:
“Sono gli incerti del mestiere!… Ora andate, andate, ve ne prego…”
Le stese la mano. Ella gli diede la sua.
“Buona, buona!… Voi siete tanto buona…”
E la guardò negli occhi. Ella non sostenne quello sguardo lucente di gratitudine e di tenerezza. Sentì che egli attirava la sua mano, che l’accostava al proprio viso; e non seppe, o non volle o non potè ritirarla: il giovane vi impresse le labbra tepide e frementi.
“No” disse ella, finalmente ritraendola. “Addio… arrivederci…”
E tutta Roma fu piena della notizia, gridata dai giornalai, diffusa per i caffè, per gli uffici pubblici, telefonata e ripetuta da tutte le parti: Federico, uscendo di casa, non udì parlare d’altro. Le espressioni di rammarico erano universali; ma lo sdegno dei moderati prorompeva acre e violento contro i partiti estremi, alla propaganda dei quali era direttamente addebitato il tentato omicidio. I giornali nemici del ministero, particolarmente, s’impadronivano del ferito, mostravano la sua piaga a tutta l’Italia, facevano ricadere il suo sangue sul capo di coloro che avevano coscientemente eccitato l’istinto feroce d’un incosciente, predicando l’odio e la vendetta sociale. Interrogato l’assassino, verificate le sue affermazioni, si seppe che costui, un certo Lorani, umbro, non era ascritto al partito socialista, che non aveva neppure assistita alla conferenza dell’onorevole Francalanza; che era uno sciagurato senza arte né parte mandato via per mala voglia di lavorare e stravaganza di idee da tutti i padroni presso i quali era stato impiegato in luoghi diversi; che era arrivato a Roma da qualche settimana e non mangiava da due giorni, che era passato per caso dinanzi al teatro Valle quando la folla ne usciva, ed aveva saputo da un passante perché tanta gente si era adunata e che cosa il deputato aveva detto; che s’era messo a seguire il gruppo di persone tra le quali gli avevano additato l’oratore e che lì per lì aveva concepito l’idea di sfogar su di lui la rabbia della fame. Invano, sulla fede di queste notizie, i socialisti, i repubblicani, i radicali ricusavano ogni responsabilità nell’accaduto, tentavano di assegnare all’avvenimento il suo giusto carattere contro ogni esagerazione ed ogni preconcetto: tutti gli altri lavoravano a gonfiarlo, a farne il sintomo d’una condizione di cose intollerabile. Telegrafata a giornali di provincia, poco esattamente, la notizia era commentata dai monarchici piemontesi, dai moderati lombardi, dai conservatori meridionali con giudizii roventi che telegrafati a loro volta a Roma, mettevano nuova esca al fuoco. L’onorevole di Francalanza era un’insigne vittima dell’abuso della libertà, della licenza imperversante: egli cresceva da un momento all’altro sino alla statura d’un eroe. Solo fra tanti pusillanimi che gridavano a quattr’occhi contro le aberrazioni democratiche, ma non ardivano metter fuori la punta del naso, opporre propaganda a propaganda, egli aveva dato prova di ammirabile e raro coraggio scendendo in mezzo al popolo per fare udire apertamente, nitidamente, serenamente la voce della ragione; e la prima volta che in Roma, nella capitale di un libero Stato, un libero cittadino tentava di esprimersi liberamente, uno di coloro ai quali le sue opinioni non garbavano, gli rispondeva con una stilettata. Il pugnale del Lorani aveva colpito, sì, il petto d’un ragguardevole cittadino, di un rappresentante della Nazione; ma, oltre quella vita umana, aveva ferito qualche cosa di più sacro ancora; di più necessario e prezioso a tutti: la libertà. Il suo simulacro era battuto dalla mano del Terrore. La demagogia, invitata a ragionare, non trovando argomenti da opporre, ricorreva alle armi corte. Questa volta era toccata all’onorevole di Francalanza; la prossima a chi? Nessuno avrebbe potuto più significare un’idea sgradita ai tiranni imberrettati di frigio, senza correre il rischio di finire accoppato. Ma era tutta e soltanto loro la colpa? No, no; non era giusto asserirlo. Essi avevano fatto e facevano il loro mestiere; la colpa era di chi aveva il dovere di opporsi alle loro insane teorie; alle loro folli pretese, alla loro velenosa propaganda, e che invece di compiere questo dovere aveva trescato con loro, fedifrago alla Patria e al Re.
Dopo il tocco, Federico si recò a far visita al deputato. Trovò il letto circondato da una folla di gente: lo stato del ferito era tanto soddisfacente, che il dottor Durante gli aveva consentito di ricevere, di parlare. Egli narrava e rinarrava la storia dell’aggressione, tutto ciò che aveva fatto all’uscita del teatro fino all’arrivo dinanzi al portone di casa e all’incontro con l’aggressore; e a quanti lo interrompevano per osservare che naturalmente era stato colto alla sprovveduta, rispondeva al contrario che fin dal primo momento aveva capito le intenzioni ostili del malfattore. Era stato avvertito del pericolo, soggiungeva, fin dall’annunzio della conferenza; una lettera anonima lo aveva sconsigliato dal pronunziarla perché poteva costargli qualche grosso dispiacere.
“E non vi siete armato?… E non ti sei fatto seguire da qualche guardia?…”
Egli scrollava il capo, dicendo con accento di grande semplicità:
“A che pro?… Né le armi né le guardie giovano, in simili casi.”
“Ma allora perché ti sei lasciato accostare?… Come non vi siete messo sulla difesa?…”
“Dovevo fuggire?… dovevo gridare occorruomo?”
E tutti riconoscevano, che, realmente, non c’era nulla da fare; ma il suo coraggio rifulgeva e costringeva tutti all’ammirazione, rasentando per taluni la stessa temerarietà. E quanto sangue freddo, nel dire al portinaio che “credeva” soltanto di esser ferito, nell’ordinargli di trasportarlo su e di chiamare il dottore!… Egli si schermiva dalle lodi; diceva che non c’era niente di straordinario in quel che aveva fatto. Il pugnale, spiegava, era prodigiosamente passato fra il polmone ed il cuore; ma la ferita era abbastanza profonda.
“Ho sentito però con molto piacere,” osservò Federico “che la guarigione è questione di giorni.”
“Forse di qualche settimana” corresse egli; “ma, insomma non c’è nulla di grave.”
“Questa è una circostanza fortunata,” osservò l’onorevole Marazzi “della quale noi tutti ci rallegriamo; ma non menoma per nulla la gravità del fatto, che è enorme.”
Voci concordi esclamavano tutt’intorno:
“Enorme, mostruoso, intollerabile…”
“Milesio dovrà oggi renderne conto, non ne potrà uscire con le solite barzellette…”
“Sperate che si ravveda? Fiato sprecato!…”
“Preparatevi al peggio!”
“Guardiamoci tutti che non facciano la pelle anche a noi!”
L’onorevole Finocchiaro, uomo di sinistra, ministeriale, osservò:
“La disgrazia toccata al nostro collega…”
“La chiamate disgrazia?” interruppero gli altri con voce grossa.
“Dite delitto! Dite assassinio!… Altro che disgrazia!… Qui si assassina la gente!…”
“Sì, è un delitto…”
“Al quale siamo arrivati per merito dei vostri amici, del vostro governo…”
“Scusate, scusate, non esageriamo…”
“Ah, parlate già di esagerazione? Avete il coraggio di parlare di esagerazione, qui, dinanzi a un uomo accoltellato?… E non siete stati voi, con le vostre teorie liberali, con la vostra politica democratica, che avete permesso il dilagare dei principii sovversivi, l’ordinarsi delle forze rivoluzionarie?…”
“Nessuno più di me deplora… Nessuno più di me deplora…” tentava di dire il Finocchiaro; ma gli altri lo investivano, ad una voce, con gli occhi fuori della testa, con gesti violenti:
“Deplorate, piangete le lagrime del coccodrillo, a quest’ora!… Dopo che il male è fatto!… Dopo che è quasi irrimediabile!… Bisognava deplorarlo prima, bisognava; non mettervi coi fautori dei settarii e degli assassini…”
“Creda, collega… fece allora l’altro, rivolgendosi direttamente al ferito; e Consalvo, fra le voci iraconde dei suoi amici, gli rispondeva:
“Ma certo, ma certo… le sono tanto grato… non dia retta…”
Allora il Marazzi si rivolse contro di lui:
“Che cos’è?… Gli dai ragione anche tu, adesso?… Giudichi che abbiano ben fatto a pugnalarti? Ti dispiace che non t’abbiano sgozzato addirittura?”
“Andiamo!… La mia persona non c’entra…”
“Non c’entrerà per te; tu sei padrone di buttarti nel Tevere quando ti piace… Ma qui la nostra libertà, la nostra vita sono in giuoco, se non pensiamo a difenderle, come in un bosco, in mezzo ai briganti!…”
E tutti gli altri facevano eco, mentre Consalvo taceva, con gli occhi socchiusi, come se quel frastuono cominciasse a stancarlo: “Bisognava dare una stretta ai freni!… Far macchina indietro!… Mandare via i traditori del Paese!… Affidare il governo a gente capace di opporre un argine alla marea progrediente, che minacciava di travolgere ogni cosa!…”.
“Alla Camera!… Alla Camera!… Sono le due!… Alla Camera!…”
Federico profittò dell’uscita dei deputati per andar via anche lui, per seguirli a Montecitorio.
L’aula era più affollata del consueto; nella tribuna della stampa i giornalisti commentavano vivacemente l’attentato; si rinnovava la disputa avvenuta in casa Francalanza; tranne che non c’era più un solo ministeriale in mezzo a una muta di oppositori, ma due partiti press’a poco uguali, quindi alle accuse dei conservatori i liberali rispondevano per le rime: L’Uzeda era stato ferito? La cosa era dispiacevole; ma pezzi più grossi di lui erano stati aggrediti, colpiti ed uccisi! Che si poteva farci? Ah, sì: buttar giù il ministero!… Così i matti e i fanatici sarebbero scomparsi dalla faccia della terra! Perché non s’era guardato? Perché non aveva portato con sé uno stocco o un revolver? Insomma, che cos’era questa ferita? Era moribondo, sarebbe rimasto storpiato o deturpato?… Ma gli altri rincaravano la dose delle accuse e delle ironie. Ma sì! ma sì!… Un semplice salasso!… Una precauzione igienica, nell’imminenza dell’estate!… Ciascuno si munisse di stocchi e di revolver, di cotte e di elmi: si battagliasse per le strade, come ai felici tempi di mezzo!… Il ministero doveva essere rovesciato fin dai suoi primi atti di follia demagogica; ormai il male era fatto, e forse irreparabile. Cieco chi non lo vedeva! Ma domani te ne avvedrai, come diceva il piovano Arlotto!…
La scampanellata presidenziale ridusse tutti al silenzio. Il Biancheri, dall’alto del suo seggio, cominciò a parlare, dicendosi dolente di dovere annunziare alla Camera che un collega, l’onorevole Consalvo di Francalanza, era stato la sera precedente, vittima d’un odioso attentato.
“Io compio il dovere di portare all’infermo le espressioni della condoglianza non soltanto mia, ma di tutta la Camera (Bene) e sono certo d’interpretare il sentimento unanime dell’assemblea rinnovando qui, oggi, l’augurio che il nostro onorevole collega ci sia al più presto restituito perfettamente risanato, affinché egli possa tornare alle lotte nobili e pacifiche del pensiero, le sole feconde…”
Il Presidente si diffuse ancora un poco sull’iniquità inutile delle brutali e proditorie aggressioni, indi comunicò l’interrogazione presentata dall’onorevole Marinuzzi. Il capo del Gabinetto sorse in piedi per dichiarare che, prima d’ogni cosa, si univa alla Camera, in nome del Governo, nello stigmatizzare il tentato assassinio e nel far voti per la pronta guarigione dell’egregio collega. “Sono lieto di annunziare che il colpevole è stato assicurato alla giustizia, la quale fa il suo corso e pronunzierà il suo verdetto; ma già vi sono tutte le ragioni per credere che l’omicida non sia nel pieno possesso delle facoltà mentali…”
“Bel conforto!… La solita scusa!… È vero!… Silenzio!…”
Il Presidente fu costretto a scampanellare per far tacere gli interruttori:
“L’onorevole di Francalanza” continuò il Milesio “aveva tenuto al teatro Valle una conferenza d’argomento sociale, applaudita dagli aderenti e ascoltata con deferenza dagli avversarii…”
“Alla grazia della deferenza!… E i disturbatori messi alla porta?… C’era un accordo!… C’era un complotto!…”
“Qualche contrasto avvenuto in principio fu senza importanza e potè esser sedato con meno fatica che non debba talvolta sostenere l’onorevole nostro Presidente quando parla qui dentro qualcuno di noi…”
Molti deputati risero, dissero bravo; mentre all’opposizione, voci acri gridarono: “Anche la barzelletta!… Questo è cinismo!… Ma non si vergogna?…”.
“Ripeto che la giustizia segue il suo corso; e che bisogna aspettare le conclusioni; ma da ciò che finora risulta, non pare che l’omicida avesse complici, che premeditasse il delitto. Il Governo prese tutte le precauzioni necessarie ad assicurare la libertà di parola al conferenziere.”
“E di azione all’assassino!” gridò una voce. Altre si levarono qua e là concitate; nella tribuna della stampa esclamazioni di plauso e di biasimo scoppiarono e s’incrociarono; il Presidente dovette scampanellare ancora, più volte: “Onorevoli colleghi!… Ma onorevoli colleghi, lascino parlare il ministro…”.
“… L’ordine fu assicurato dentro e fuori il teatro; il nostro egregio collega attese a molte cose dopo che ne fu uscito; l’autorità di pubblica sicurezza non credette che egli corresse più pericolo e giudicò finito il proprio dovere…”
“Ebbe torto!…”
“Il delitto del quale l’onorevole di Francalanza è stato vittima è di quelli che riesce impossibile, con tutta l’oculatezza, prevedere e impedire. Noi lo deploriamo vivamente, in nome della civiltà, della libertà del pensiero, del rispetto al quale ha diritto la vita umana.”
Le ultime parole dell’oratore furono accolte da caldi applausi e il Presidente passò all’ordine del giorno. Ma, se la Camera passò ad altro argomento, non mutarono metro i fogli d’opposizione. L’attentato contro l’onorevole di Francalanza, colpevole solo di essersi opposto ai nemici dell’ordine, della proprietà e della famiglia, continuò a fare le spese dei loro articoli di fondo. E in cronaca, nelle ultime notizie, il bollettino medico, firmato dall’onorevole senatore Durante, annunziava lo stato dell’infermo: “Lieve reazione febbrile… Il processo di cicatrizzazione si compie regolarmente…”. Consalvo, infatti, guariva rapidamente, troppo rapidamente, secondo il suo desiderio. Dal fondo del letto, per mezzo dei giornali, dei discorsi degli amici, egli vedeva e misurava l’effetto prodotto dall’accidente occorsogli, la simpatia e il credito procuratigli dall’attentato, la reputazione di coraggio, l’aureola di martirio che cominciavano a circondare il suo nome. E quasi gli dispiaceva che la sua vita non fosse stata realmente in pericolo, che la guarigione non avesse tardato un poco; ma perché la sollecitudine e la commozione dell’opinione pubblica si sarebbero proporzionate alla gravità della ferita, alla durata dell’infermità.
Ed ai visitatori che gli chiedevano come stesse, egli rispondeva, con voce fioca, che non si sentiva bene, che la piaga gli doleva, che la perdita di sangue gli aveva prodotto una grave reazione nervosa per la quale tutte le funzioni sensorie e vitali si erano indebolite. Una sera, Federico, il quale aveva già cominciato a sospettare che il deputato recitasse la commedia, ne fu certo: il Durante annunziò che il domani non sarebbe venuto e che il ferito poteva levarsi.
“No, dottore!…” rispose egli; “non mi sento ancora in forze.”
“Ma se non ha più niente?”
“Credete!”
“Ne sono certo. Levatevi, nutritevi bene, bevete molto latte, mangiate larghe fette d’arrosto: vedrete che tutto passerà…”
Nonostante, egli restò un altro giorno a letto, e cominciatosi ad alzare, ne passò parecchi altri ancora sopra una poltrona, con un bastone a fianco, al quale s’appoggiava penosamente quando aveva da muovere qualche passo in presenza della gente, col petto curvo, come un vecchio che uscisse da una lunghissima infermità. Intorno a lui era sempre un cerchio di persone, di deputati, di senatori, di giornalisti i quali parlavano del tema eterno: la politica liberalesca del Milesio, la necessità di mutare indirizzo di governo; e quando egli interveniva nella conversazione per esprimere il proprio parere, tutti stavano a udirlo con nuova deferenza, come un oracolo. Egli diceva, a voce bassa ma chiara, che la fede nella libertà non era in lui scossa per l’accidente toccatogli; che con la libertà e per la libertà bisognava governare e combattere; ma che, naturalmente, gli eccessi erano da evitare, e che bisognava avvertire il governo dei pericoli ai quali andava incontro: il Milesio era ancora in tempo a ravvedersi.
I più arrabbiati non approvavano queste opinioni, non volevano che all'”uomo nefasto” si desse quartiere; ma egli rispondeva a costoro che era espediente di buona politica lasciare allo stesso “retore liberale” l’ufficio di correggere gli errori della sua retorica; e a voce più bassa, agli intimi, spiegava che questo era anche il modo di perdere quell’uomo: se fosse caduto sostenendo le sue idee, si sarebbe potuto un giorno o l’altro rialzare più forte; appoggiato dagli antichi avversarii, staccato dai suoi amici si sarebbe liquidato. In verità, Consalvo non sapeva bene che cosa sarebbe accaduto, e quindi non era deciso intorno alla condotta da seguire. Per un momento, si era illuso che il pugnale del suo aggressore avesse ferito a morte anche il Ministero: la commozione del pubblico, l’eccitazione della stampa moderata, la sollevazione dei deputati conservatori gli erano parsi tali da travolgere il Milesio; ma, dopo l’esito dell’interrogazione, quando ebbe visto che non una foglia era caduta, si persuase che l’avvenimento, se lo metteva in prima linea, se lo additava all’attenzione universale, non era tale che egli potesse sperarne maggiori immediati vantaggi. Cominciando ad uscire, andando alla Cronaca, alla Camera, nei pubblici ritrovi, misurò dalle calde accoglienze, dalle deferenti e reverenti espressioni, dalle mute ma eloquenti strette di mano, l’improvviso aumento del suo credito; ma la segreta sfiducia tornava a tormentarlo: anche la pugnalata sarebbe stata invano: già la commozione era sedata; col tempo, nessuno avrebbe più pensato al suo caso. La prima volta che era uscito di casa, aveva fatto una visita ai Corradi, per rendere le dovute grazie alla contessina. Non l’aveva più vista dalla notte, che, destandosi, se l’era trovata vegliante al capezzale e che aveva baciato la sua mano. Aveva pensato a lei, durante la convalescenza, con un senso d’intimo compiacimento, certo ormai che la fanciulla lo amava e persuaso che quell’amore gli era dovuto; ma senza esserne turbato se non perché l’amore di una fanciulla per un uomo come lui deciso a non incappare nei vincoli matrimoniali, poteva essere un poco imbarazzante. “Se crede che la sposi!…” diceva tra sé; ma, col fermo proponimento di restar libero, non credeva necessario significarlo, né fare il crudele respingendo senz’altro i muti omaggi, la discreta adorazione della giovane; anzi, non gli pareva mal fatto di mettere qualche esca al fuoco, solleticato nella vanità, ricordandosi i tempi della prima gioventù, i trionfi galanti riportati in Sicilia con signore, con donne di umile stato e con le stesse creature perdute. La contessa era in Roma; e come tutti i pomeriggi, aveva una quantità di visite. L’entrata di Consalvo nel salotto provocò una dimostrazione di vivace simpatia: quasi tutte le signore giovani si alzarono, tutte le mani inguantate si tesero verso di lui, mentre il coro delle vocette femminili, acute e squillanti, intonò il saluto.
“Oh, Francalanza!… Francalanza, che bravo!… Perfettamente guarito?… Complimenti, principe!… Rallegramenti, onorevole!”
La contessa, fumando un grosso sigaro toscano, con gli occhi lagrimosi dal fumo, gli prese la destra con tutte e due le mani, gliela strinse come se non volesse più lasciarla.
“Bravo, Francalanza!… Bravo!… Sentite che coro?… Tutte queste signore sono entusiasmate… Voi siete l’eroe del giorno!… Non avete che da buttare il fazzoletto…” Renata lo guardò muta, con occhi di passione: egli le si accostò, le strinse la mano senza dirle una sola parola, ma forte, come se tra loro corresse una tacita intesa. Ella non godeva dell’accoglienza fatta dalle astanti, era anzi sordamente irritata dalle loro espressioni ammirative, particolarmente dalle parole, dagli atti della piccola Errera, la quale esclamava, con gli occhi rovesciati, con voce flebile, quasi sul punto di svenire:
“Come cadeste bene Francalanza!… Colpito al petto!… Da eroe!…”
“Per difendere la causa della società, della famiglia!…” rincaravano tutt’intorno; e donna Elisa, con nuovo sdilinquimento:
“Io mi rallegro con voi della guarigione: ma, se anche non foste guarito, se anche il colpo fosse stato mortale” e la manina faceva il gesto di vibrarlo “il vostro destino mi sarebbe parso invidiabile…”
“Questo poi!” esclamò la contessa.
“Invidiabile e mille volte preferibile alla piccola oscura vita dei mediocri, dei pusillanimi, degli imbelli.”
Egli si godeva il trionfo, modesto in tanta gloria, parco di parole, largo d’inchini, di sorrisi, di gesti che volevano significare: “Voi siete troppo buone!… Non ho fatto niente di straordinario!… Non merito tanto”.
Mentre Renata serviva il the, la contessa lo richiamò al suo fianco per chiedergli, sotto voce:
“Come spiegate il rialzo della rendita?”
“Non so, contessa; non ho visto neppure i corsi.”
“Anche le azioni della Banca d’Italia sono in aumento. Durerà?”
“Che volete che vi dica! Vado attorno da così poco tempo!…”
“È vero. Ma v’informerete? Io riparto per Torino quest’altra settimana: fatemi sapere qualche cosa prima che vada via…”
“Non mancherò.”
Egli andò incontro a Renata che veniva ad offrirgli una tazza fumante.
“Ho sentito da vostra madre che riparte fra giorni?”
“Sì,” rispose ella brevemente.
“Ma partirete presto anche voi?”
“Ai primi di luglio, credo.”
“Dove passerete l’estate?”
“A Livorno, col babbo.”
“Anche a me hanno consigliato i bagni di mare. Probabilmente verrò a Livorno anch’io.”
Ella non rispose.
“Non vi ho detto ancora quanto vi sono grato del soccorso che mi prestaste…”
“Non occorreva dirlo.”
“Senza di voi, in quei primi momenti…”
“Non feci nulla davvero.”
Nelle parole della giovane, nel tono della voce, c’era qualcosa di freddo, di duro, quasi di ostile.
Egli pensò che fosse pentita del passo fatto entrando in casa di lui, vegliando al suo capezzale, per paura d’essersi esposta alla critica. Non sapeva che Renata di nulla era pentita, che aveva anzi narrato alla madre, al padre, semplicemente, ciò che aveva fatto per assistere il vicino. La irritavano ora le leziosaggini delle signore, la contrariava quell’accenno alla nuova partenza della madre; né, in quello stato d’animo, la promessa che egli sarebbe venuto a Livorno, fatta a quel modo, con una specie di sottinteso, le faceva piacere. In momenti simili a quelli, ella chiedeva a sé stessa se non fosse meglio dimenticare quell’uomo, studiare di strapparselo dal cuore, tanto la sua condizione le pareva sciagurata, tanto le pareva impossibile che egli l’amasse. Ma simili propositi erano di breve durata; e il pensiero di lui tornava tosto a signoreggiarla, e il suo nome udito pronunziare in mezzo a un discorso, letto in mezzo ad un articolo, le faceva salire le fiamme della passione alla fronte.
E il nome di Consalvo Uzeda tornava in quei giorni continuamente sui fogli. Dopo la conferenza sul socialismo e l’attentato, egli cominciava ad essere considerato come una delle forze del partito conservatore, in tutta Italia; esauriti gl’indirizzi gratulatori, gli piovevano ora inviti per ripetere la sua conferenza, in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto; per tenere a battesimo bandiere e gonfaloni di società monarchiche in Romagna e in Liguria, per commemorare le glorie della Destra nel Mezzogiorno e nelle Isole. A poco a poco si sentiva trascinato a prendere un posto di combattimento che non aveva desiderato, al quale non si sentiva adatto. E mentre la gente ammirava il suo coraggio, lo esaltava come degno d’un eroe di altri tempi, lo giudicava più unico che raro nella codardia universale; la paura, l’antica secreta paura dei repubblicani, dei socialisti, degli anarchici, di tutti i rivoluzionari, tornava a stringergli il cuore. Egli si vedeva, direttamente additato al loro odio, alla loro esecrazione, da quegli inviti, da quelle lodi, da quelle esaltazioni. Finché si trattava di ringraziare, il rischio era poco; ma accettare gli inviti, fare il commesso viaggiatore della reazione, esporsi al fuoco della battaglia dopo avere ricevuta una prima stilettata, poco gli andava. Non aveva paura, no, di un altro attentato, di un’altra ferita, e neppure di morire in mezzo alle cure, al compianto universale: lo sgomentava l’idea della rivoluzione, lo atterriva la visione sinistra delle prigioni, della forca, della ghigliottina, delle teste livide sulle picche insanguinate; gli tremava il cuore pensando ai tribunali rivoluzionarii, ai comitati di salute pubblica, alle folle impazzate e avide di sangue. Ne aveva, certe notti, l’incubo; allora domandava a sé stesso come mai, con quel sentimento, s’era buttato nella politica; quale stolto consiglio, quale cieca ambizione lo avevano spinto a lasciare la vita del signore scioperato e ignorato, per quella dell’uomo di parte.
Ai troppo zelanti ammiratori, in quei primi giorni, ai troppo pericolosi inviti, rispondeva dicendo grazie e adducendo per esimersi, l’ancora malferma salute; ma non avrebbe potuto a lungo servirsi di quel pretesto; e, d’altra parte, se voleva farsi avanti, visto che per le altre vie non era arrivato, bisognava pure che accettasse quella nella quale si trovava posto dagli avvenimenti.
Ai primi di giugno, pregato dai colleghi romagnoli, di commemorare in Forlì il conte di Cavour, egli si vide costretto a dir di sì ed a partire. Si fermò un giorno a Bologna, invitato dal senatore Ricci; e mentre andava a pranzo da lui, udì gridare per le strade: “Supplemento alla Provincia! Supplemento alla Provincia! La caduta del Ministero!…”. Non capì. Aveva lasciato a Montecitorio un’acqua morta, nell’imminenza delle vacanze, col caldo precoce di quell’anno: la Camera discuteva fiaccamente il bilancio dell’agricoltura…
Ebbe per un momento la tentazione di tornare subito a Roma, piantando Cavour e i suoi seguaci; ma comprese che non era possibile, dopo gli impegni presi. Aveva con sé il cifrario della Cronaca: telegrafò a Federico per sapere come andavano le cose. E leggendo che la sollevazione improvvisa si aggravava, che ai caduti non davano quartiere, egli fu sicuro che questa volta qualche cosa avrebbe ottenuto.
Federico, a Roma, assisteva al dietroscena della crisi, della quale, sulla Cronaca e sugli altri fogli, il pubblico aveva notizie laconiche e false. Mentre si annunziava che Milesio faceva portar via le sue carte dal ministero, si sapeva invece che egli metteva in moto tutte le sue influenze per restar al Governo, per ottenere l’incarico di ricomporre il Gabinetto. Il Presidente della Camera e del Senato lo avevano additato alla Corona; ma contro di lui era tutto un partito, a corte. Il giovane non credeva che questo partito esistesse, né che, esistendo, esercitasse una vera forza; ma, udendo le notizie che tutti ripetevano, nelle redazioni, nei ritrovi politici, era costretto ad arrendersi. Il Re, personalmente, nutriva simpatia per il vecchio Piemontese, ne apprezzava le antiche benemerenze, aveva resistito al lungo e paziente lavorio di coloro che glielo dipingevano come traditore della monarchia, come un Liborio Romano redivivo, e la sua resistenza era stata, dicevano, agevolata dall’indifferenza della “marchesa di Maintenon”; ma, dopo che l’ammiraglio Morin era uscito dal primo gabinetto Milesio, ed aveva preso posizione di combattimento contro l’antico collega, la marchesa aveva lavorato per il suo amico. In quei primi momenti della crisi, nessuno parlava ancora del Morin che neppure era in Roma; i parlamentari ostili ad una nuova “incarnazione” del Milesio consigliavano un accordo tra il suo avversario di Sinistra, il Baccarini, e il Bonghi, capo della Destra.

Consalvo tornò a casa raggiante. Quando giunse sul portone scendeva la sera, accendevano i primi lumi, come il giorno dell’attentato. Egli si guardò intorno con un sorriso interiore: da quel giorno era cominciata propriamente la sua fortuna. Senza l’attentato, senza la ferita, quanti anni ancora avrebbe vegetato, prima di ottenere un posto di sottosegretario in qualche Ministero di terz’ordine? In meno di due mesi la stilettata di un pazzo lo sbalzava a ministro dell’Interno, a vice Presidente del Consiglio, quasi Viceré come i suoi maggiori! Egli ringraziava in cuor suo il pazzo, ma poi reagiva contro la propria esagerazione. Senza i meriti reali, la stilettata non gli avrebbe giovato a nulla: nei lunghi anni d’attesa, coi discorsi, con le relazioni, con gli articoli, con le conferenze, le sue rare qualità erano state apprezzate, a poco a poco, tra i colleghi, in mezzo ai giornalisti, in una cerchia sempre più larga: egli aveva disperato, perché non si era reso ben conto di questo lento diffondersi della sua fama; ma un giorno o l’altro ne avrebbe avuta la prova e la misura, anche senza il rumore dell’attentato… La strada era deserta, come quel giorno; ed egli si avvicinava leggiero e sorridente al punto dove era stato colpito. Il rumore d’una carrozza scendente da S. Nicolò da Tolentino distrasse la sua attenzione: un legno signorile si avanzava, gli veniva incontro, si fermava sull’uscio di casa sua. Era la marchesa che riaccompagnava in casa Renata. La giovanetta balzò giù mentre Consalvo si avvicinava a salutare, col cappello in mano.
“Oh, Francalanza!… Non vi si vede più!… Siete stato fuori di Roma?”
“Sì, marchesa, sono stato un poco in Romagna.”
“Abbiamo sentito, abbiamo sentito…”
Egli aspettava che gli domandassero della crisi, per dare la grande notizia della sua entrata nel nuovo Gabinetto, ma Renata non diceva nulla e la marchesa gli stese la mano:
“Fatevi vedere, parleremo di tante cose. Addio, Renata: rammentati della mia commissione.”
La carrozza si mosse, i due giovani si trovarono insieme nel vestibolo, si avviarono insieme per le scale. Renata procedeva a capo chino, come contrariata dall’incontro, dalla inaspettata compagnia. Portava un abito color di malva tenera, una veletta della stessa tinta, che dava uno straordinario risalto alla carnagione rosea del viso, ai capelli d’oro della nuca dove era annodata.
“La contessa è ancora a Torino?” domandò Consalvo, per dire qualche cosa.
“Sì.”
“E il senatore?”
“Anche il babbo.”
La certezza che il turbamento della fanciulla procedente al suo fianco proveniva da lui, mentre già egli si sentiva il cuore gonfio d’orgoglio appagato, moltiplicava la sua soddisfazione interiore, la mutava in un sentimento di trionfante superbia.
“A Livorno quando andrete?”
“Fra giorni.”
“Beati voi. Io dovrò rinunziare ai miei disegni.”
Si struggeva di dirle che era stato chiamato da Morin, che era ministro dell’interno; ma, nel considerare il bel corpo agile della giovane, nel mirare le ciocche d’oro della nuca bianca, nel respirare l’odore un po’ acre della veste muliebre, un altro turbamento si impadroniva di lui e metteva come un lievito di scontento nel suo trionfo. Egli era rimasto fino a quel giorno frigido dinanzi a Renata; non lo aveva infiammato la prova d’amore datagli dalla fanciulla accorrendo al suo capezzale dopo l’attentato; non il ricordo del bacio impresso, quella notte, sulla sua bianca mano: ora, la prima volta, nella cupidigia della improvvisa fortuna, nella voluttà dell’ambizione soddisfatta, egli sentiva un’altra cupidigia e il bisogno di un’altra voluttà, tutta fisica, tutta sensuale: come aveva contentata la sua lunga brama del potere e della gloria, così voleva ora poter saziare un’improvvisa sete di baci su quella nuca, sottoporre e possedere quel corpo, sbramare ad un tratto tutti gli istinti, ottenere in una volta tutte le prove della propria potenza.
“Avete rinunziato a Livorno?” gli domandò ella, dopo un breve silenzio.
“Rinunziato?… Per forza!”
“Che cosa vi trattiene?”
“La crisi!”
“Infatti…”
“Non se ne sentiva propriamente il bisogno, in questa stagione, quando d’ordinario i lavori parlamentari finiscono… È scoppiata per scombussolare tutti i miei piani…”
Parlava disinvolto, con tono ilare, salendo adagio le scale, soffermandosi tratto tratto, come stanco, per trattenere quanto più era possibile la bella creatura, per prolungare l’eccitazione alla quale era in preda. Renata si fermava con lui, porgendogli ascolto, appoggiandosi all’ombrellino, serena in apparenza.
“Mi facevo una festa di passare un mese a Livorno, in compagnia di persone amiche… Invece sarò probabilmente costretto a non muovermi da Roma…”
Non sapeva come dire la notizia della sua nomina, temeva di riuscir goffo annunziandola alla giovane come l’avrebbe annunziata ad un giornalista. Ella stessa lo trasse d’impaccio:
“Entrate nel nuovo Ministero?”
“Chi ve l’ha detto?”
“Nessuno… Lo immagino, dalle vostre parole…”
Ella si era improvvisamente accesa in viso, guardandolo, ferma, in mezzo all’ultimo ripiano delle scale. Improvvisamente, leggendole in faccia la commozione che provava all’idea della sua fortuna, il bisogno di trattenere quella donna, di vedersela vicina, di sentirla parlare, gli suggerì un artifizio del quale non si sarebbe creduto capace.
“Mi hanno offerto, sì, un portafoglio; ma sono incerto ancora se mi convenga accettarlo…”
“Che Ministero?”
Egli rispose modestamente, quasi scusandosi:
“L’Interno.”
“Bene” diss’ella, ma con voce fredda. “Perché non accettereste?”
“Perché non sono sicuro della vitalità del nuovo gabinetto…”
“Che importa la durata? Se l’ufficio è onorevole, se le vostre idee sono accettate…”
“Ecco: questo è il punto. Morin le conosce, e se non le accettasse non mi avrebbe chiamato…”
“Naturalmente…”
“Ma non so fino a che segno la composizione del suo Gabinetto sia omogenea… Non le sole mie idee debbono concordare con quelle di Morin, ma tutti i suoi collaboratori dovrebbero essere unanimi… Ora la concordia mi sembra più apparente che reale. Vi sono alcuni che intendono spingersi troppo nella reazione contro la politica di Depretis, altri che, viceversa, vorrebbero frenar troppo questi zelanti. Una via di mezzo dovrebbe essere la risultante di queste due tendenze; ma non so se, invece di contemperarsi, si urteranno… E poi… Non so veramente, vi sono altre ragioni…”
“Consigliatevi coi vostri amici.”
“Mi sono consigliato. Ma credete che un uomo politico abbia amici sinceri?…”
“Perché?…”
“Perché l’amico d’oggi sarà il nemico di domani, quando non è stato il nemico di ieri. Perché l’invidia, la gelosia, il dispetto, il sospetto sono continui ed invincibili, s’insinuano anche nelle anime più alte e le intorbidano. Nella società umana il disinteresse, l’altruismo, la sincerità non sono purtroppo frequenti; nel nostro mondo, credete, mancano affatto.”
La sua parola s’accendeva nel dire quelle cose, nel significare l’amarezza del rammarico, la tristezza della solitudine morale, perché egli sentiva d’esser ora sulla via buona, d’eccitare finalmente interesse e commozione nell’animo della fanciulla.
“Vi saranno pure le eccezioni!…”
“Non dico di no; ma io non ho la fortuna d’averne una accanto a me. Vi saranno, vi sono spiriti nobili, acuti e sereni; ma come volete ch’io vada da loro a pregarli di mettersi nei miei panni? È un ufficio che si può chiedere a una persona familiare ed amica, che ci conosce, che conosciamo…”
E la guardò. Erano giunti sul pianerottolo dei loro due quartieri.
Ella s’era tolto il guanto della mano destra. Consalvo sentì che stava per isfuggirgli, che fra un istante la bianca mano si sarebbe accostata al campanello.
“Ditemi voi che debbo fare.”
Anch’ella lo guardò. Attraverso la veletta egli vide il viso di lei imporporarsi, poi sbiancarsi ad un tratto.
“Io?…” rispose, con lieve tremito nella voce. “Che posso dirvi io?… Come volete che giudichi?…”
“Voi, sì;” soggiunse egli con voce più calda. “Non c’è bisogno d’esser stati alla Camera per intendere il mio imbarazzo. Voi avete un’anima così luminosa, da discernere subito, da farmi discernere la via che mi conviene seguire. Se anche non vi sentite sicura del vostro giudizio, che v’importa? Io lo antepongo a tanti altri, a tutti gli altri… Guardate: è forse uno scrupolo il mio; ma nessuno come voi è capace d’intenderlo e valutarlo…”
Egli parlava con l’accento della sincerità, dimenticando il sì risposto a Morin, il moto d’orgoglio provato nel veder finalmente appagata la sua ambizione, come se realmente quel fantastico scrupolo che sottoponeva alla giovane per sedurla, per attirarla, fosse sorto nell’animo suo, vi avesse esercitato un’azione gagliarda.
“Io temo che si siano rivolti a me non per altro se non perché oggi, dopo il caso toccatomi, il mio nome è stato ripetuto con qualche insistenza come quello d’una presunta vittima dei rivoluzionarii, quindi d’un presunto vendicatore dell’ordine. Senza la stilettata di Lorani, non si sarebbero accorti di me.”
“Non dite così, non siete giusto…”
“Lasciatemi dire. Siete tanto buona, ascoltatemi… Quanto poco io valga, lo so io stesso meglio che altri; e so pure che vi sono di quelli che valgono ancora meno. Ma appunto questo mi pare che accada: il mio valore reale, qualunque possa essere, non è oggi quello che determina l’invito di Morin, bensì il rumore sollevato intorno a me dalla pazzia d’uno sciagurato. Con questa condizione, che valore ha l’invito? Mi è stato rivolto liberamente, coscientemente, o non piuttosto per suggestione, per l’opportunità del momento? Non sono designato per un caso fortuito, che poteva accadere a me come ad altri, capitatomi senza né colpa né merito?…”
Ella era rimasta a udire tenendo il braccio appoggiato alla ringhiera, con gli occhi bassi. Egli la guardava, e quella figurina deliziosa, agile ed elegante, quel viso ombreggiato dalla grande ala del cappello, quella gola stretta nel colletto alto, quel seno un poco ansante, quella vita arcuata, quelle braccia sottili, quelle pallide mani, tutto il mistero di quel corpo chiuso nella veste come in una guaina, lo tentavano sempre più acutamente.
“È uno scrupolo che vi fa onore” rispose ella, dopo un breve silenzio; “ma fuori di luogo.”
“Credete?”
“Ne sono certa. Se il vostro caso fosse occorso al primo venuto tra i vostri colleghi, nessuno avrebbe pensato a farne un ministro.”
“Ma se non mi fosse capitato quel caso, non avrebbero fatto ministro me.”
“Il vostro valore non è creato dal caso. Se dite che questo vi ha messo in evidenza, potete avere ragione; ma le cose del mondo dipendono quasi tutte così, dagli avvenimenti, da occasioni impreviste, da circostanze fortuite.”
“I miei avversarii diranno che mi ha fatto ministro il Lorani.”
“Diranno una cosa non vera. E poi, v’importa degli avversarii? Degli amici vi deve premere. L’invito vi è venuto direttamente da Morin?”
“Sì.”
“Vi ha parlato, o vi ha scritto?”
“Mi ha scritto. Volete leggere la sua lettera?”
Ella non rispose altrimenti che con un moto di esitazione, guardando l’uscio di casa sua; ma Consalvo non le diede tempo:
“Aspettate, vado a prenderla in un istante…”
Non aspettò la risposta, aveva già cavato di tasca le chiavi, dischiuse l’uscio, entrò rapidamente, corse alla scrivania, vi frugò convulsamente, con la paura che ella gli sfuggisse, col bisogno imperioso di vedersela ancora accanto, con una febbrile speranza, con la folle aspettazione di poterla prendere, di stringerla fra le braccia, di spegnere sulle sue labbra l’improvvisa sete di baci. Quando tornò sul pianerottolo, ella s’accostò improvvisamente a lui.
“Sale gente,” disse con voce bassa ma concitata; “non voglio farmi trovare per le scale.”
“Chi sale?…”
“Non so; parleremo un’altra volta…”
“No, sentite…”
I passi e le voci dei sopravvenienti si accostarono.
“Renata… Renata… Sentite un momento… Siete venuta una volta… Renata…”
La prese, la trasse, la spinse dietro l’uscio, lo chiuse mentre le parole animate delle persone che salivano, echeggiavano sotto le volte dello scalone: “È impossibile; non ci pensare… Ma se ti dico… Ripetigli che è tempo perduto…”
“Renata… Renata…” le soffiava egli all’orecchio stringendosi a lei che si stringeva all’uscio, che schiudeva ancora la bocca per gridare, come nel primo momento, senza che alcun suono le uscisse dalla bocca, e che ancora, come nel primo momento, tendeva le braccia per respingerlo, senza riuscire ad opporglisi. “Renata… Renata… Renata… Siete qui!… Un’altra volta!… Vi rammentate quando ci veniste?… A salvarmi la vita!… Credete che me ne sia scordato?… Nulla vi ho detto, perché non ho saputo dire… Ma ora… Ma ora…”
Con le mani febbrili brancicava il bel corpo, le premeva sul seno, annodava le dita intorno alla nuca, e nella nuca era la maggior resistenza di lei, perché egli non riuscisse ad accostare la bocca alla bocca.
“Renata!… Renata!…” continuava a soffiarle all’orecchio, con voce tanto più bassa quanto più si appressavano dietro l’uscio quelle dei sopravvenienti. “Renata, vi amo!… Non lo sapete?… Non ve l’ho detto?… Renata, ti amo!… E tu pure mi ami!… Bella!… Bella!… Sei mia!”
Non sapeva quel che diceva, come ebbro, come pazzo, nella tensione spasmodica di tutti i nervi, nella impetuosa pulsazione di tutte le arterie, nella furiosa prepotenza dell’istinto virile. Gli sconosciuti, per le scale, si erano precisamente fermati, dietro l’uscio, parlavano con voce più acre: “Erano i patti stabiliti… Niente affatto: l’avvocato è testimonio… Il contratto precedente non lo diceva”.
“Bella… Anima!… Vita!… Nelle tue mani la mia vita!… Perché t’ho chiesto consiglio?… Ora e sempre dirai tu ciò che ho da fare… Mia!… Creatura mia!..”
La sua voce era proprio un soffio, tanto erano vicini gl’invisibili sconosciuti; ed il suo corpo era tutto stretto al corpo di lei che pareva schiacciato fra lo stipite e l’uscio, aderente al legno, rigido come il legno. E a un tratto egli riuscì a premere con le labbra sulle labbra. Erano fredde fredde, agghiacciate; ma egli le tentò, ne cercò l’interno umidore; e allora vide gli occhi di lei stravolgersi, udì il sibilo del fiato farsi rantolo, sentì il corpo accasciarsi. La sorresse per le ascelle: invano. Ella cadeva, lentamente, ma pesantemente, tramortita dal bacio. Le voci non s’allontanavano. Egli la distese per terra, fredda sulla fredda soglia marmorea, e le si buttò addosso con un bramito selvaggio.

IX

Nei primi giorni lo stupore ingombrò talmente l’anima sua, che gli altri sentimenti ne restarono attutiti e come soffocati. Rivedendosi a Salerno, nell’antica casa dei suoi, tra i vecchi genitori e i vecchi servi, per le vie della città rimasta press’a poco la stessa, egli provò come l’impressione d’un sogno che lo riportasse d’un tratto agli anni remoti della prima gioventù, a consuetudini di vita dimenticate, ma subitamente riprese come se mai non le avesse lasciate. Roma, il giornale, la politica, la guerra, la rivoluzione, l’amore, il dolore, tutto era offuscato, quasi dimenticato nell’evocazione della prima vita vissuta tra quelle mura, nella risurrezione di memorie, di impressioni, di affetti tanto lungamente e così profondamente nascosti, che egli aveva potuto crederli finiti e dispersi. Più grato e insieme più triste, tenero e amaro, per il rimorso della lunga dimenticanza passata e la paura della morte vicina, era il sentimento dal quale si sentiva invaso dinanzi al padre e alla madre. Vecchi, erano vecchi entrambi; la madre scarna e bianca, il padre curvo e calvo, gravi e taciturni entrambi, entrambi premurosi ma come frenati da un senso di soggezione dinanzi al figlio celebre, vissuto alla metropoli. Negli atti, nelle parole, negli sguardi era evidente il loro timore che la vita della piccola città e della famiglia semplice non gli piacesse, che non gli piacesse la qualità dei cibi, i modi della gente, l’arredo della casa, l’accento del dialetto. Lo avevano accolto a braccia aperte, col sorriso negli occhi e sulle labbra, ma senza molestarlo di soverchie domande sui casi suoi, sulle sue intenzioni. Egli aveva detto che si sarebbe fermato un pezzo, ed essi ne erano rimasti più confusi che lieti. Vedendosi fatto segno alle cure più intelligenti, allo zelo più discreto, all’affetto quasi rispettoso di quei vecchi, egli si sentiva premere e stringere il cuore da un rimorso intollerabile. Era stato l’amore, l’orgoglio, lo struggimento di entrambi, e così aveva corrisposto alla loro idolatria; abbandonandoli, dimenticandoli, lasciandoli invecchiare soli e dolorosi. Le due sorelle avevano da tanto tempo lasciata la casa, che quasi vi erano divenute estranee, dedite tutte ai mariti ed ai figli; e i vecchi non avevano sorrisi se non per i nipotini: una diecina di ragazzi e bimbe quasi tutti bellissimi, ma vivaci e rumorosi tanto, che, nonostante lo studio, egli non riusciva talvolta a nascondere il proprio fastidio. I vecchi gli davano ragione, pure scusando i monelli e non sapevano come fare per incuter loro verso lo zio la soggezione che essi provavano dinanzi al figlio. A certi momenti questa era tanta, e tanto evidente, che egli sentiva il dovere di protestare e ribellarsi; pure non significava la propria indegnità, non diceva una sola parola che esprimesse il suo pentimento, come essi non ne dicevano una che significasse il loro dolore. Avevano riposto in lui tutte le loro affezioni, tutte le loro speranze; ed egli era corso dietro ad altre speranze e ad altre affezioni; ed ecco: si ritrovavano ora insieme, delusi tutti: egli dall’esistenza, essi da lui! Che dire? Tante cose gli salivano alle labbra; ma non si potevano né dire né udire senza pianto e senza strazio. Meglio tacere, meglio prender esempio da loro, che avevano pure tante cose da dirgli, e le soffocavano.
Egli le comprendeva, le intuiva da parole che sembravano indifferenti, da atteggiamenti, da silenzii più eloquenti degli stessi discorsi. Accarezzando i nipotini, lodandone la bellezza, i vecchi cercavano sulle faccette di quelle creature una rassomiglianza, guardavano lui, facevano paragoni; poi ammutolivano. Si struggevano, era evidente, d’avere una creatura sua, l’erede del nome, il continuatore delle tradizioni familiari. Quando parlavano dei matrimonii contratti dai suoi coetanei, molto tempo innanzi, tanto da essere padri di giovanetti e di adolescenti, la loro voce si spegneva, i loro sguardi lo evitavano. Se il discorso cadeva sugli affari, sui commerci, sulle industrie, sulla cultura dei campi, sulla ricchezza, lodando la pratica attività, essi biasimavano implicitamente quella che va dietro ad altre cose. Non dicevano, no, che egli aveva fatto male a non prendere in moglie una ricca fanciulla del suo paese; ma tale era il pensiero che li crucciava. Il loro pensiero era che se egli si fosse creata una famiglia, se avesse dovuto badare a una casa propria, e crescere i propri figli e lavorare per lasciarli nella maggiore agiatezza possibile, la sua vita avrebbe avuto uno scopo concreto, al suo cuore non sarebbe rimasto tempo e modo di struggersi in vane tristezze. Essi vedevano la sua tristezza crescere e giganteggiare secondo che la prima impressione del ritorno nella casa natale si attenuava, e ne restavano contristati essi medesimi, e come vieppiù intimiditi.
Il tempo scorreva per lui lento, pigro, vuoto, mortale. Passati i primi giorni, durante i quali aveva badato a sistemar le sue cose, a riconoscersi nelle memorie domestiche e cittadine, non seppe più che fare. Impossibile scrivere a Roma, rammentarsi a qualcuno di coloro che ci aveva lasciati; considerava anzi come una singolare fortuna che nessuno scrivesse a lui: troppa amarezza, troppo disgusto aveva raccolto lassù; la sola cosa che ardentemente desiderasse era poter cancellare, svellere, distruggere ogni vestigio, in sé ed intorno a sé, della sua vita romana. Ma l’impresa era disperata. Quand’anche i parenti e gli estranei non gli avessero chiesto notizie degli ultimi avvenimenti, egli udiva ancora il mugghio terribile della moltitudine sollevata, il crepitio sinistro delle fucilate, gli urli e i gemiti dei morenti; e mescolato e confuso col ricordo della pubblica sciagura stava quello del suo proprio dolore. Uno solo di quei lutti lo avrebbe fiaccato; uniti, si aggravavano a vicenda e gli rendevano la vita intollerabile. A certi momenti, era come se l’aria gli mancasse, come se la gola gli si serrasse. Frugando tra i vecchi libri e le vecchie carte, ritrovando i volumi e i quaderni sui quali aveva studiato la storia del suo paese, ripensando ai fremiti d’entusiasmo che gli erano passati per tutte le fibre all’idea della patria grande e gloriosa, il fiele dello scherno gli saliva alle labbra. Un’orda di barbari e un pugno di mulatti ne avevano avuto ragione! Ma il destino era meritato, interamente. Si espandono, conquistano, signoreggiano il mondo i popoli operosi e forti, concordi, non i ciarloni, i vili, i nemici di sé stessi. Ora i partiti erano intenti a lavarsi le mani e ad accusarsi reciprocamente: gli imperialisti rigettavano la colpa delle disgrazie sui liberali, che avevano reso impopolari le imprese coloniali e impedito di largheggiare nei mezzi necessarii a compirle; i liberali addebitavano la rovina all’improntitudine, all’ignoranza, alla sciocchezza degli imperialisti. I repubblicani che chiamavano responsabile la Corte, i socialisti il capitale, i capitalisti l’anarchia, gli anarchici la società, gli umanitarii il militarismo, i militari l’inframmettenza borghese, i borghesi l’incapacità militare; e nessuno aveva il coraggio di confessare la sua parte di torto e ciascuno pareva godesse di una sventura che serviva a denigrare l’avversario.
Era bastato che Francalanza si dimettesse perché la sommossa si chetasse come d’incanto: il danno e la vergogna della nazione si risolvevano con una crisi ministeriale, come la discussione d’un bilancio. Il nuovo Gabinetto doveva mirare alla pace ed all’onore; ma chi voleva subito risarcire l’onore e chi voleva subito stipulare la pace. I conservatori, i militari, gli espansionisti pretendevano la rivincita, che i socialisti, i repubblicani, i democratici vietavano come sicura occasione di nuovi maggiori disastri; i primi erano invece sicuri di ottenerla con niente, e accusavano gli avversarii di imporre la viltà per il discredito che ne sarebbe poi venuto al regime. Il nuovo Governo si barcamenava per il momento tra le due correnti, per non esser subito travolto dall’una decidendosi a seguir l’altra. Alcuni dicevano che si perdeva un tempo prezioso, che volendo riparare la disfatta bisognava subito mandare un’altra squadra al Tropico, mentre quella Repubblica era tutta al suo trionfo, prima che l’America del Nord mettesse nella bilancia il peso della sua autorità; ma a costoro non si dava ascolto, o si rispondeva che una nuova squadra non poteva improvvisarsi, che quella perduta era quanto c’era di meglio, che l’intervento degli Stati Uniti era sicuro, che una guerra con quella nazione sarebbe stata fatale. I giornali amici del nuovo Gabinetto annunziavano che questo aveva ordinato il richiamo di tre classi di leva, l’armamento di tutte le navi disarmate, il concentramento di tutte le forze disponibili alla Maddalena, grandi approvvigionamenti di carbone e di munizioni; ma prima di dare queste notizie avevano messo le mani innanzi: il governo compiva uno stretto dovere di preveggenza, per non essere sorpreso dagli eventi, per ottenere le migliori condizioni di pace; nessun proposito in lui di continuare la guerra, di esporre il Paese a nuovi sbaragli. E i giornali amici del Ministero caduto, i sostenitori degli imprevidenti, degli incauti, dei temerarii, che avevano preparato la catastrofe di Colon, condannavano quei preparativi come inutili se era stabilito di non più combattere, come insufficienti se bisognava imporsi.
Gli ardimentosi volevano l’armamento del naviglio mercantile, il richiamo delle leve di terra, l’invio di due corpi d’esercito alla Tropicale; una spesa di cento milioni; i prudenti rispondevano che il naviglio mercantile consisteva in mezza dozzina di piroscafi lenti e malandati, che non bastavano due corpi d’esercito, che per vincere la Tropicale non ne bastavano quattro, che forse duecentomila uomini non erano troppi, e che la spesa sarebbe salita a un miliardo, a due miliardi. Esagerazione, rispondevano i battaglieri, e del resto trattandosi di ristabilire il prestigio della patria, non bisognava contare; se occorrevano mezzo milione di soldati, tre miliardi di spesa, tre miliardi si dovevano spendere per mandare mezzo milione d’uomini. Federico restava con quei fogli in mano, immobile, senza sguardo, come istupidito. Alcuni, a testimonianza della fiducia che riponevano nella sua opinione, gli domandavano che cosa credeva che bisognasse fare; egli rispondeva loro: “Non so, non so nulla”; e dentro di sé quella parola riecheggiava, sola, piena d’un altro senso. Nulla, non c’era da far nulla, non si poteva aspettare o sperar nulla, non si poteva credere in nulla. Di quale partito, di quali uomini fidarsi? Tutti gl’idoli che egli aveva venerati avevano rivelato le loro magagne, in tutti aveva trovato presunzione, ignoranza, vanità, intransigenza, difetti e vizii insanabili. Egli rideva della sua antica ricerca d’un uomo capace di salvare la nazione: nessuno poteva nulla salvare. L’Italia, e come ogni altro paese del mondo, e il mondo intero, erano stati salvati e perduti, e risalvati e riperduti, per fatalità inevitabili, secondo leggi ignote. Né l’apparente salvazione era realmente uno stato prospero e felice, né quella che si giudicava rovina era veramente tale.
Perché chiamare rovina la sconfitta patita ora dagli Italiani, o la condizione nella quale si trovavano cento anni prima, al tempo delle dominazioni straniere e delle tirannie paesane? Che cosa avrebbero dovuto fare essi, allora ed ora? Sollevarsi tutti, dal primo all’ultimo; farsi ammazzare tutti per la rivincita e per la libertà? Non lo facevano né l’avevano fatto: segno che il male non era tanto grande quanto alcuni, gli zelanti, i fanatici, lo giudicavano. La maggior parte delle nazioni e dell’intero genere umano non pensavano ad altro fuorché alla fame da saziare, nel modo più agevole e pronto. Quella stessa cieca potenza che aveva messo l’istinto della vita in ogni uomo, aveva anche dato ad alcuni, a pochissimi, l’appetito di qualche idea; ma l’efficacia delle idee sulle cose, che all’anima ingenua era parsa grande, ora pareva meno che nulla all’anima disingannata. Iniziando la sua carriera, egli aveva creduto di dedicare tutte le sue forze al bene pubblico, d’esercitare quotidianamente un apostolato. Quell’opera, che egli aveva creduto provvida e nobile, era stata giudicata iniqua ed impura dai suoi avversarii. Perché credere che la ragione e la verità erano state dalla sua parte, e non da quella degli altri? Nessuna missione egli aveva esercitato: s’era dato al giornalismo dopo essersi accorto che l’arte non era pane per i suoi denti; e al giornalismo ed all’arte s’era dato per poter vivere fuor del paese natale, libero dal giogo dei parenti, sulla via della gloria e della ricchezza. Questo era stato il suo vero ed unico scopo, travestito e decorato col nome di missione sociale!
E che valeva tutto ciò che egli aveva detto e scritto, in tanti anni? Che valeva tutto ciò che avevano detto e scritto gli altri al pari di lui, i più valenti, i sommi?
Le parole umane se ne andavano col vento, gli stessi scritti si cancellavano e si disperdevano; quelli che parevano immortali duravano un poco di più; ma l’oblio li aspettava del pari, dopo secoli invece che anni; ma anni e secoli e millenni non erano altro che momenti nell’eternità.
Un giorno, per una via di campagna, egli vide una lumaca avanzare lentamente, rigando di bava il cammino. Tutti i suoi scritti diffusi sui tanti fogli gli parvero allora come una bava che egli avesse lasciato dietro di sé. Se la lumaca avesse avuto coscienza, avrebbe presunto di letificare e beneficare il mondo con la qualità della sua bava; l’esperienza, reciprocamente, insegnava all’uomo che tutta la sua attività era altrettanto fruttuosa quanto quella dell’animale. Vide anche le formiche e le api intente ad un’opera più intelligente, ma vana del pari. In preda alle passioni della vita, gli uomini non potevano giudicare la inutilità dei loro atti; ma chi, come lui, era uscito fuori alla riva del pelago dopo esservi stato immerso sino ai capelli, riconosceva nel consorzio umano un formicaio più grande, un alveare più complicato, dove tutto si riduceva, come nei piccoli e semplici, a nascere, a crescere, a procreare ed a morire. Questa capacità di arrivare a comprendere la propria vanezza era l’unico privilegio dell’uomo sui bruti. Lustro ed inganno tutto il resto; le trovate dell’ingegno, le indagini del pensiero, le affermazioni della fede.
Dalle alture di San Giovanni si dominavano il mare, le rive, i campi, le colline, le città, i villaggi, i casolari, tutto un pezzo di mondo. Mentre i piroscafi solcavano il golfo sporcando il cielo di fumo, i treni strisciavano tra le valli e i monti, entravano nei trafori ruttando anch’essi, fischiando, rumoreggiando.
Due glorie della scienza, due trionfi della civiltà! Che importava arrivare un poco più presto o un poco più tardi? In che cosa lo stato umano s’era avvantaggiato dell’invenzione di quelle macchine? Quali sofferenze avevano sopportato e sopportavano i popoli che le avevano ignorate ed ignoravano ancora?
Ai vantaggi corrispondevano i rischi; né quelle macchine andavano sole: c’erano uomini nelle loro viscere, dinanzi alle fornaci ardenti ed alle bollenti caldaie, al posto della pena e del pericolo. La via era segnata dai pali del telegrafo: appoggiandosi a qualcuno d’essi, egli udiva una musica eolia. Anche quell’altra invenzione tanto decantata non procurava agli uomini nessun reale benefizio: senza l’elettricità, essi avevano egualmente comunicato fra loro. La scienza non aveva nulla creato: a furia di penose ricerche, a costo di errori madornali, aiutata principalmente dal caso, non aveva fatto altro che adattare in pochi modi qualcuna delle cose esistenti. In miriadi modi si potevano adattare le miriadi delle cose. Ma le condizioni della vita umana restavano inalterate, un ritardo di mezz’ora in un treno diretto faceva smaniare i viaggiatori moderni forse più che non smaniassero per la perdita di un’intera giornata gli antichi. Il progresso era tutto apparenza, illusione e presunzione. Tolta agli uomini la presunzione, che cosa restava loro? Che sapevano essi del loro destino, del mondo, della prima origine delle cause, dell’ultima fine di tutti gli effetti? Nulla, nulla, nulla. E invece di essere modesti, umili e rassegnati, essi erano arroganti, boriosi, inframettenti: gridavano, urlavano, battagliavano, pretendevano la signoria dell’universo, e si piegavano soltanto dinanzi a un Dio fatto a loro immagine e somiglianza.
Le campane delle chiesuole e delle cappelle squillavano in lontananza, chiamavano i fedeli alla predica ed alla preghiera. Sì, gli uomini pregavano Dio; ma ad ogni preghiera rispondeva una bestemmia. Lo invocavano nelle piccole occorrenze della loro piccola vita, perché Egli continuamente mutasse le leggi naturali, e sconvolgesse l’ordine degli avvenimenti; e lo benedivano quando l’evento era propizio e lo maledivano quando era avverso; alcuni lo benedivano sempre, a qualunque costo, credendo che Egli si divertisse a straziarli in questa vita, per poi compensarli in un’altra che nessuno sapeva come era fatta. Costoro erano giudicati folli da coloro che, badando soltanto ai piaceri della vita terrestre, erano bollati come bruti. Ma gli uni e gli altri si ribellavano al giudizio, e nessun giudizio di nessun giudice umano aveva mai credito e rispetto assoluti. Sì, alcuni, quelli che parevano i migliori, predicavano quelle che parevano virtù, ma tutte le prediche non avevano mutato la natura degli uomini, e i vizii erano necessarii all’esistenza delle virtù, che senza quelli non avrebbero avuto più significato. Non c’erano dunque né virtù né vizii, né colpe né meriti: nulla, nulla, nulla.
Dall’alto, nel silenzio profondo, il mondo gli pareva un semplice aspetto, una scena dietro alla quale non c’era nulla. Come tutte le cose tacevano, non sparivano anche al suo sguardo, non si dissolvevano nella chiarità del cielo? E contemplandolo con gli occhi intenti ed ardenti, tutto si cancellava infatti, tutto si disperdeva; ma quando egli credeva di vedere il vuoto ed il nulla restava la sua veggente coscienza. Non si poteva affermare veramente il nulla se non quando anche la coscienza spariva; ma, sparita la coscienza, chi o che cosa poteva pronunziare l’affermazione? La coscienza umana esisteva, era sempre presente ed attiva; e nella coscienza dell’uomo non si rispecchiava già il nulla, ma il tutto: le forme e le essenze, le cose e le idee, i sentimenti ed i fatti, l’universo materiale e morale, il mondo fisico e il metafisico!
Allora, che cos’era tutto questo mondo, tutto questo tutto, che pareva un inganno, ma che stava e durava, e premeva ed opprimeva, inesorabilmente? Era il Male. Tutte le forme dell’esistenza, dalle più semplici alle più complicate, erano forme maligne. Ogni atomo della inerte materia era il prodotto d’una irritazione, d’una infezione, d’un processo morboso. La terra, con i suoi piani ed i suoi monti, gli appariva come un enorme neoplasma, una mostruosa ipertrofia, una terribile sclerosi; le acque, i rivi, il mare, come un flusso, un catarro, un’iperemia; il fuoco come una febbre. L’alterazione si aggravava con la vita organica. In mezzo agli atomi indolenti, nascevano e crescevano le cellule: da questa superfetazione cominciava la sensibilità, cioè i pungoli, le crispazioni, i brividi, i fremiti, le trafitture, i dolori, gli spasimi. E l’unico fine del processo morboso non poteva essere altro, logicamente, che la necrosi.
La vita finiva con la morte perché era tutta un morbo dalle sue prime e più semplici fasi; e perché si manifestava e diffondeva nel corso d’un altro morbo, in mezzo al tumore del mondo. Gli esseri viventi, parassiti e vibrioni di questo tumore, si nutrivano delle sue morte fibre, o si divoravano tra loro; i più perniciosi, i più devastatori erano gli uomini.
Dall’alto, la città distesa sotto la costa, lungo la riva, bianchiccia in mezzo al bruno delle terre e al grigio del golfo, dava immagini d’un cancro piantato in mezzo ai tessuti ed ai vasi. Come un cancro, essa tutto rodeva intorno a sé, i prodotti dei campi e del mare, le altre forme della vita, la materia inerte. Stendeva i suoi tentacoli, mortificava una seconda volta le cose morte; e un simile processo, con maggiore o minore intensità, si ripeteva dove erano uomini; dalle epulidi dei villaggi ai terribili carcinomi delle metropoli, la degenerazione cancerosa si diffondeva da per tutto.
Federico pensava che, quella sua concezione, se egli l’avesse manifestata, avrebbe fatto spavento. Ma il più spaventevole non era appunto che un cervello umano l’avesse potuto elaborare? Nel cervello, nell’anima umana si assommava tutto il male dell’universo, e diveniva cosciente. Altri accoglievano una concezione che pareva contraria a quella del Bene: ma essa non era né contraria alla prima, né fondata come la prima. Il bene è un intervallo del male, come il piacere è una tregua del dolore. Esiste il dolore, il bisogno, la fame, la sete, il freddo, la caldura: i momentanei appagamenti, i sollievi fugaci non impediscono che i bisogni tornino ad urgere, col loro corteggio di sofferenze. Tutto quello che si è inventato per moltiplicare ed acuire i piaceri, le gioie, le soddisfazioni, le voluttà non è servito a nulla, si è ridotto a una complicazione, e tornato di nocumento a quei pochi che soli hanno potuto giovarsene. Altrettanto è accaduto, di tutte le invenzioni della bontà, della virtù, dell’amore. Tutte le prediche, tutte le esortazioni, tutti gli esempii, tutti i sacrifizii, tutti i martirii, i più grandi, i più clamorosi, erano stati invano, saranno invano: il male dura, invariato, eterno, inesorabile. L’anima può struggersi dalla sete del bene, può morirne, senza vederla appagata mai. Allora, perché insistere? Perché non accettare la legge dell’universo? Perché non riconoscere che la vita e l’esistenza è un contagio? Nel rivolgere tra sé queste idee, non che nuova ragione di cruccio, egli trovava la sola consolazione. Consolazione amara, come l’amaro che gli tornava alla gola dopo aver preso cibo. Era infermo, la sua digestione non si compiva regolarmente. I dottori lo misero a dieta, i parenti scelsero gli alimenti più sani e leggieri: egli si adattò a queste cure, senza volerle, senza aspettarne nulla. Il suo male era depressione ed esaurimento nervoso portato dalle lunghe fatiche mentali, dai patemi dell’animo, dagli eccessi e dalle frodi nell’amore. Gli ordinarono anche l’assoluto riposo intellettuale, precisamente quando sviluppare in uno scritto la sua concezione del Male gli parve il solo modo gradito di occuparsi, di ingannare il tempo, di ucciderlo aspettando di esserne ucciso. E nonostante le rimostranze dei genitori, si mise al lavoro; ma allora un altro cruccio lo rose: egli non riuscì a significare ciò che pensava, ordinare organicamente i frammentarii e saltuarii concetti, ad enumerare le prove. E tanto più la sua impotenza gli riuscì dolorosa, quanto che proprio allora, superata dalla nazione la crisi, studiosi di politica, di sociologia, di filosofia esprimevano le loro teorie, raccomandavano i loro sistemi, diffondevano i loro consigli. Perché non aveva egli una voce tanto gagliarda da farsi udire dall’uno all’altro capo della terra natale, di tutte le terre abitate, per significare l’inezia di quei consigli, l’insussistenza di quei sistemi, la fallacia di quelle teorie, la vanità e l’inutilità di tutto, la ferrea necessità del dolore, della morte, del male? Nessun partito, tra quelli che parevano più nuovi e audaci, meno sofferenti dell’ordine di cose esistente, era capace di formulare nettamente quest’idea. Quelli che parevano più ribelli, che erano disposti ad abbattere tutto, partivano dal concetto che tutto fosse da riedificare, che si potesse ricostruire eliminando ogni causa di danno. Con il loro pessimismo attuale, essi erano i più ottimisti e speranzosi nel futuro. Gli anarchici, volendo distruggere da cima a fondo il vecchio consorzio dei viventi, promettevano un nuovo assetto paradisiaco. Data la fatale eternità del male, la differenza tra costoro e i conservatori più accaniti, si riduceva a una quistione di forma e di tempo. Con una modificazione di forma da compire nel tempo, l’uomo e la natura avrebbero mutato di tempra, tutto sarebbe stato agevole e propizio, immutabilmente! I predicatori di questa dottrina dovevano essere più sciocchi degli stessi conservatori; perché costoro, quantunque predicassero il mantenimento d’un ordine iniquo, non ne negavano i danni, anzi li giudicavano fatali; mentre quegli altri ne promettevano la fine! Bugiarda promessa, stolta speranza, illusione ridicola. Mai, mai, mai, qualunque cosa si tenti, qualunque mutamento si compia, qualunque rivoluzione trionfi, i mali sociali [non] scompariranno, come non scompariranno i mali morali, come non scompariranno i fisici, manifestazioni particolari del male infinito ed eterno. La rivelazione di questo male nella coscienza implica un solo vero bene, nel quale è il solo vero rimedio offerto agli uomini: la possibilità di abolire la coscienza, di distruggere la massima forma dell’attività morbosa universale, di ridurre l’essere vivente a materia insensibile. L’esistenza della materia è anch’essa un danno, le infime forme vitali che nascono dalla concezione di un corpo umano sono anch’esse dolenti; ma il sentimento di sé, la memoria, il giudizio, il pensiero, la passione, tutti i tormenti della psiche sono finiti. Se la morte è il fine necessario della vita, tutta la saggezza consiste nell’affrettarne il conseguimento. Che fa la medicina quando il corpo, apparentemente sano, ma pure in preda al travaglio dell’essere, s’inferma palesemente, in modo tale che gli stessi credenti nella salute, debbono riconoscere l’infermità? La medicina asseconda ed affretta lo scioglimento della crisi. Quando la vita si rivela quella che è, tutta una crisi verso la morte, l’affrettamento del processo, il conseguimento della morte sarà considerato come l’unica cosa conveniente.
Il suicidio gli parve allora non più un atto disperato, da commettere furiosamente, improvvisamente, nelle ore delle angosce più acute, quando la ragione vacilla; bensì nel tempo della massima quiete, nell’apparente soddisfazione, quando il cuore è più tranquillo, quando la mente è più lucida, più presente a sé stessa, quando il concetto della malignità dell’essere si impone allo spirito esente da passioni e da pregiudizii, pervenuto al sommo della chiaroveggenza, un atto da compiere deliberatamente, da preparare attentamente, come il più solenne, come un esempio insigne, come l’insegnamento supremo. Ma quanti sono capaci di compierlo così, e quanti comprenderanno di doverlo imitare? Non c’è forse uomo, tra i più semplici, tra i più ciecamente obbedienti all’istinto della vita, tra i più invasi dal male della vita, che in qualche fuggevole istante non sia abbagliato dalla verità e non intravvede il male suo e dei suoi simili, ma quanti sono coloro che ne hanno l’esatta, la piena, la ferma coscienza? Quanti sono stati coloro che si sono uccisi, non già per sfuggire ad un determinato dolore, ma persuasi della fatalità del dolore universale? In ogni tempo si sono visti e uditi predicatori dell’insania della vita, del male dell’essere, della vanità del tutto; ma costoro non hanno uniformato i loro atti al loro concetto. Hanno professato il pessimismo, ma nessuno, o solo pochi, li hanno ascoltati, per poco, distrattamente, con uno scettico riso, come si ascolta un predicatore la cui vita privata è la negazione delle belle cose che dice. E perché questa contraddizione?
Federico la vedeva e la giudicava dentro di sé. Concepita la necessità di distruggere la vita, il suo primo pensiero non era quello di compiere la distruzione, bensì di predicarla. Tentava di scrivere, quando doveva agire. L’istinto vitale, la forza maligna operavano ancora in lui insidiosamente, nel punto stesso che egli credeva di averli smascherati e confusi. Se ciò accadeva in lui, che cosa non doveva accadere tra la folla degli sciagurati immersi nell’inganno, affascinati e perduti dalla Sirena Illusione? Predicare agli uomini la morte, con le parole o con l’esempio è stato e sarà sempre invano. Si può riconoscere il male, ma esso è tale e tanto, che non si lascia vincere. I saggi indiani hanno predicato l’astinenza e decantato il Nirvana: a che pro? Il più coraggioso rivelatore del dolore e del male ha concepito il suicidio della Terra; con quale effetto? Dove sono le opere, le azioni, i tentativi, un principio di esecuzione? Una setta di fanatici Sciti si mutilano per sottrarsi all’istinto della procreazione, ma costoro non sono già mossi dalla verità filosofica, bensì da un pregiudizio religioso. E quanti sono? E gli Sciti e tutti i popoli del vecchio e del nuovo mondo non crescono prodigiosamente, urtandosi, combattendosi, come colonie di microbi e di bacilli antagonisti dentro una piaga? Poi, quando si sono moltiplicati, quando si sono combattuti, quando hanno esercitato in tutti i modi la loro funesta energia, gli uomini di tutte le razze sospirano, gemono, piangono, urlano! Non sarà dunque possibile impedire questo danno? Non si troverà un modo di salvarli, loro malgrado? Si continuerà ancora e sempre a ricadere nell’inganno, ad inseguire una gioia illusoria, una felicità chimerica, un bene assurdo? Non ci sarà una nuova forma d’attività, la più cosciente, la più illuminata, la più conforme alla natura delle cose, intenta perciò a combattere non più i concorrenti, o le intemperie o i parassiti, ma la vita stessa? Tanti uomini si dànno alla milizia, forniscono le armi per uccidere coloro che li vogliono uccidere, si preparano ad una sterile e sanguinosa opera di difesa e di offesa; altri si stillano il cervello per inventare nuovi ordigni e nuove macchine che complicano sempre più le cose, altri per accrescere d’una pagina, d’una riga, il libro dell’ignoranza umana; altri predicano le parole d’un Dio che nessuno ha visto, di cui tutti in qualche ora dubitano; non se ne troveranno alcuni che, compresa la fallacia e l’insania di questa e di tutte le altre simiglianti attività, attenderanno unicamente a svellere il male umano dalle radici? Tanti partiti sorgono, si trasformano, si riformano, si scindono, per meglio combattersi mentre sono divisi soltanto da parole, da equivoci, da malintesi; e non se ne formerà mai uno, composto sia pure di pochissimi coscienti, che grideranno a tutti gli altri la loro insania, e li sforzeranno a riconoscere l’origine prima dei loro dolori e li guariranno loro malgrado del male della vita?…
Loro malgrado, sì! Perché l’uomo mortale non vuol morire, è attaccato alla sua vita, sia essa la più grama, la più sfrenata, da un istinto così prepotente, che solo in circostanze estreme, può essere vinto. Egli stesso sarebbe stato capace di uccidersi?
In quella casa di campagna, appese al muro d’un corridoio, erano le armi che gli erano venute dallo zio colonnello; una pistola corta e un revolver primitivo, con tutte le sei canne che giravano intorno al tamburo e si caricavano dalla bocca, con polvere e palle, erano cariche da tempo immemorabile, forse da Calatafimi, e certo non avrebbero preso fuoco; pure, accostando per prova la bocca alla tempia, l’impressione di quei gelidi anelli gli metteva un brivido di ribrezzo per tutti i nervi. La vinceva, tenendo a lungo l’arma in mano, e a certi momenti pensava che nulla sarebbe stato più facile che farne scattare il grilletto; ma altre volte restava attonito, atterrito, con gli occhi sbarrati, col sangue gelato, all’idea di quell’atto. Egli lo avrebbe forse commesso, ma non con la freddezza voluta. Sentiva d’aver bisogno d’una eccitazione, d’una esaltazione sia pure rapida, ma intensa. Se qualcuno lo avesse ucciso, gli avrebbe reso un benefizio; pure riconosceva che il vedersi dare la morte, al lampeggio di una canna di schioppo o d’una lama di coltello, lo avrebbe fatto tremare. Perché il benefizio fosse veramente insigne, bisognava che qualcuno lo uccidesse a sua insaputa, mentre pensava, mentre leggeva, mentre si aggirava per la campagna, quando era immerso nel sonno, in qualunque istante della sciagurata esistenza.
Lungo i sentieri, per i campi, se vedeva qualche insetto, lo schiacciava col piede: l’essere vivente spariva in un attimo, non restava altro che una macchia nel suolo. Perché non si rovesciava su lui un macigno tale da ridurlo in un lampo a poltiglia? Perché, se le cose che egli pensava erano orribili, qualcuno inorridito, un suo simile o Dio, non lo schiantava così?…

Un giorno ricevette da casa una lettera nella quale gli dicevano di tornare in città, perché suo padre stava poco bene. Tornò subito, infatti, la sera stessa. Il padre aveva preso freddo, ma la polmonite temuta non si era dichiarata: gli dissero prima che entrasse nella camera dell’infermo, dalla quale udiva venire delle voci sconosciute. Entrando, vide un bel vecchio, stranamente rassomigliante al principe di Bismarck, e una bambina alta e bionda, che stava ritta al capezzale dell’ammalato.
“Mio figlio” disse questi, presentando. “Il mio migliore amico, il Presidente Ursino, e la sua bella nipotina. Làsciati vedere, Anna” continuò, tenendo per mano la bambina. “Quanto rassomiglia al povero Gigi! Gli occhi, la fronte, la bocca…”
Federico comprese che parlava del padre della fanciulla, figlio del Presidente.
“Non ti ricordavi di Salerno? Come ti piace?…” le domandava ancora l’infermo.
“Mi piace!” rispose ella, vivacemente “non ne rammentavo nulla; ci venni che ero troppo piccola. I dintorni sono bellissimi. Quante passeggiate ci sarà da fare!…” Disse le ultime parole rivolte a Federico, il quale assentì con un cenno del capo. La voce della bambina era calda e dolce, con appena una velatura d’accento toscano. La faccia era capricciosa, con un naso un poco rivolto in su, gli occhi umidi e lucenti, la bocca piuttosto grande: un insieme capriccioso ed espressivo.
“Come ti farei volentieri da guida, figlia mia” riprese ancora una volta il commendatore “se non fossi così, se avessi le gambe d’una volta…”
“Ma come?” esclamò ella. “Vuol restare in letto tanto tempo? Aspetterò che si levi, andremo adagino quando sarà stanco: non ho mica furia! Perché forse il babbo le avrà detto che sono, come ho da dire?… un poco vivace?…”
“No, no; e quand’anche!… Allora è inteso, andremo tutti insieme quando sarò in piedi. T’invito fin da ora al Sacro Monte, di dove viene mio figlio.”
“È un bel sito? Che si vede?” domandò ella a Federico.
“Bellissimo” rispose egli “si vedono i due golfi, Napoli e Salerno, il Vesuvio, gli Appennini, le isole” e nel descrivere il panorama alla fanciulla, che stava a udire spalancando gli occhi grandi e profondi, ripensava alle immagini morbose concepite lassù, dinanzi a quella vista.
“Che bellezza! Che incanto!… Guarisca subito, commendatore!” aggiunse congiungendo le mani in atto di preghiera; “guardi che voglio andarci presto, presto, e che non ci andrò senza di lei!…”
Quando i due visitatori si ritirarono, non si parlò d’altro che di loro. Il Presidente tornava in patria dopo quarant’anni di carriera, giubilato, per riposarsi. Era vedovo, aveva visto morirsi uno dopo l’altro l’unico figlio e la nuora, gli restava la sola nipotina per tutta famiglia: si capiva quindi che l’amasse d’un amore folle, che la giudicasse la più bella, la più intelligente, la migliore fra tutte. Quantunque esagerasse, per un sentimento spiegabilissimo, Anna non era indegna di tante lodi. Bella, nello stretto senso della parola, no; ma vaga, leggiadra, piena di simpatia, certamente. Buona e intelligente anche, si capiva dallo sguardo, dall’espressione, dalla voce, dalle parole, dalla pietà filiale, della quale il commendatore riferiva alcuni tratti uditi dall’amico suo.
Ella tornò in casa Ranaldi il domani, e tutti i giorni seguenti ancora, perché suo nonno, venendo a trovare ogni giorno il commendatore, la conduceva sempre seco, non voleva lasciarla mai sola. Il commendatore che si rimetteva lentamente, se la faceva sedere vicino, preso da una gran simpatia per la nipote dell’amico, quasi non ne avesse qualche dozzina per proprio conto. Ma i nipoti suoi erano un po’ troppo chiassosi per l’infermo, mentre Anna, più grande di tutti quei monelli, gli stava vicino come una donna fatta, gli rendeva tanti servizietti prima che la signora Checchina arrivasse a renderglieli lei. Ma qualche altra volta, mentre i due vecchi amici ragionavano di cose gravi o intime, di politica o di affari, o delle memorie giovanili, Anna andava coi bambini e con le bambine in giardino, sulla terrazza, e faceva il chiasso con loro come se fosse della loro stessa età, e inventava una quantità di giuochi che deliziavano i piccoli e che la rendevano ad essi cara e preziosa. “Non è venuta Anna? Non viene oggi Anna?” dicevano entrando dal nonno, se non la trovavano; e la volevano anche nelle case loro, e pregavano il nonno di lei perché la lasciasse andare in loro compagnia, e battevano le mani ed erano felici al consenso del Presidente. Una delle gioie dei più piccoli era udire le fiabe e le novelle che la maggiore amica narrava. Quante ne sapeva! E tutte una più bella dell’altra. Un giorno ella chiese a Federico se tra i tanti suoi libri, non ne avesse qualcuno per lei. Egli trovò le fiabe del Perrault, e gliele diede. Anna prese il volume, ne lesse il titolo, e lasciò cadere le braccia.
“Queste le ho già lette, molto tempo fa…”
“Che le hai dato?” domandò il commendatore.
“Le fiabe del Perrault” rispose ella, piano, come mortificata.
“A una signorina di diciotto anni?” disse a Federico il padre. “Che t’è venuto in mente?”
Federico aveva creduto che Anna ne avesse quattordici, tutt’al più, che fosse alla sua prima veste lunga, tanto aveva l’aria ingenua ed infantile. Le cercò qualche romanzo, s’indugiò a sfogliare quelli che gli parevano meglio adatti ad una signorina, ne scartò alcuni dove rilesse pagine libere e audaci. Ella accolse con festa i prescelti, li lesse rapidamente, ne chiese ancora degli altri. In breve egli non ne ebbe più d’italiani.
“Conosce il francese?” le domandò.
“Anche un poco l’inglese” ella rispose, con una ambigua espressione d’ironica modestia.
“Ha studiato, sapete” spiegò suo nonno “e studia ancora da sola. Dove trova il tempo non lo so, perché ha lei tutto il peso della casa. Io non m’occupo di nulla: lei fa i conti, tiene le chiavi, compra la roba, dirige le persone di servizio, come una buona massaia.”
Studiava e leggeva la sera nei momenti di riposo; e la lettura era la sua distrazione prediletta, sebbene le piacessero anche moltissimo le passeggiate, le scampagnate, i teatri ed i balli. Dei libri letti disse l’impressione lasciatale, e Federico ne lodò la giustezza. “Una perfezione” la definì un giorno la signora Checchina, udendone lodare con caldissime parole le molteplici virtù, dal marito convalescente, la Perfezione cominciarono a chiamarla, quando non c’era, in casa Ranaldi, le figlie, i generi ed i nipoti.
Uno di costoro glielo disse un giorno, in presenza di tutti:
“Anna, la Perfezione, sai che ti chiamiamo così…”
Ella arrossì fino sulla fronte, poi sorrise:
“Perché mi canzonate?”
“Non ti canzoniamo, figlia mia” rispose il commendatore. “Ti ammiriamo.”
“Via non mi confonda. Pensi piuttosto alla sua promessa, adesso che sta bene!”
Qualche giorno dopo, infatti, le due famiglie andarono al Sacro Monte. Federico sarebbe rimasto a casa, se suo padre non avesse insistito per averlo con sé la prima volta che andava fuori dopo la malattia.
La giornata era stupenda, tutta la comitiva di buon umore; mezza dozzina di bambini stipati in una carrozza sotto la vigilanza di Anna facevano un tal chiasso che s’udiva dalle altre carrozze nonostante lo scalpitio dei cavalli e il fragore del moto. Su, alla terrazza della villa, dinanzi allo spettacolo grandioso dei due golfi, la giovinetta restò un momento muta, come confusa e sbalordita, poi congiunse le mani, intrecciandone le dita, stringendole forte, come a reprimere la commozione.
“Dio! Dio!” mormorò poi, con voce sommessa e come rotta. “Che meraviglia!”
“Le piace proprio? Le pare una cosa veramente bella?”
Ella si rivoltò verso Federico, guardandolo. Il giovane s’accorse che i grandi occhi ora stupiti erano pieni di lagrime.
“Piange?”
“Non so… Uno spettacolo tanto grande, tanto stupendo… E a lei non piace? Bisogna proprio dire che non si apprezza ciò che abbiamo tutti i giorni dinanzi…”
Poco dopo, attirata dai piccoli, corse per il giardino a cogliere fiori, a farne mazzolini, che poi venne a distribuire ai grandi. Federico ebbe tre rose, una bianca, una rosea ed una rossa. Le mani che le porgevano erano fresche e odorose come i petali di quei fiori. Egli le passò macchinalmente all’occhiello, guardando il cielo e il mare, ripensando alla sua visione del male eterno ed infinito, mentre Anna, coi minori amici, tornava in giardino, a cogliere i primi aranci. Quelle forme fresche di vita, quei fiori, quei frutti, quei fanciulli, quelle giovinette, erano anch’essi espressioni del male? Anch’esse. Piaghe, ulcere, tumori hanno forme e colorazioni che si ammirerebbero se non fosse la nozione dell’infermità che va ad essa associata. Reciprocamente, fiori, frutti e fanciulli si ammirano perché si dimentica il segreto lavorio di corruzione che li sfronderà, li farà marcire, invecchiare e incancrenire. La seduzione ne è tutta apparente. Chi ha visto il fondo delle cose, se ne guarda come del peggiore inganno. La saggezza espressa dal genere umano nella secolare esperienza, ripete ai giovani che la gioventù, la salute, i piaceri, sono tutti beni fallaci e fugaci. Essa raccomanda però quelli morali e promette premii futuri che non sono meno chimerici. Allora perché non dire a quella giovinetta che le esteriori forme da lei ammirate e la stessa sua vita non erano altro che prodotti del principio maligno? Perché non aprirle gli occhi alla verità, se ella pareva tanto intelligente e tanto sensibile?… Non l’avrebbe compresa. Venivano dal giardino i suoi allegri richiami, le sue esclamazioni canore: “Margherita!… Filippoooo!… Guarda questi, come sono grossi!… La scala più giù!… Ti stracci la gonna, amoruccio mio”. Quando tornò su, animata dal moto, coi capelli un poco sconvolti, con la faccia arrossita, tutta vibrante e fremente di gioia, Federico sorrise di sé stesso. Come aveva potuto supporre un istante che quella sciocca fosse capace di intenderlo? A tavola, l’appetito vorace, l’eloquio vivace di lei e di tutti gli altri, lo infastidivano. Poco poteva egli mangiare, e nulla sapeva dire che fosse intonato all’allegria di tutte quelle giovinezze. I vecchi ne sorridevano, la incoraggiavano, egli ammutoliva. Anna lo guardava di tanto in tanto, gli fermava un poco gli occhi negli occhi, come sul punto di dirgli, di chiedergli qualche cosa, poi si volgeva ai piccoli che aveva vicini, facendo loro da mamma. Prima che calasse la sera, tornarono tutti in città. Federico, spogliandosi, tolse le rose dall’occhiello e le buttò via. Ma, subito dopo, si pentì di quell’atto, raccolse i fiori e li mise a suggere nuova vita in un calice pieno d’acqua.
“Perché ho fatto così?” pensò poi “Perché prolungo artificialmente la vita a quei fiori? Che m’importa d’essi? Che m’importa di chi me li ha donati?…” E la figura di Anna gli sorse dinanzi. Riconobbe anzi che da qualche tempo ella era sempre presente al suo pensiero, nel primo piano o nello sfondo. Che voleva dire? Perché s’interessava a quella giovinetta? Perché le aveva cercato i libri adatti alla sua età ed al suo stato, e non le aveva dato i primi capitati? Perché aveva lodato la giustezza del suo criterio? Perché l’aveva giudicata capace e poi incapace d’intenderlo? Che bisogno aveva egli d’essere inteso? Le creature umane s’intendono? E non ci sono inganni formidabili tra le creature e in ogni creatura? La verità alla quale era arrivato consentiva che egli s’illudesse ancora? Perché il caso, sventando i suoi propositi di solitudine, gli aveva messo dinanzi una donna, egli si interessava a costei, la prima venuta, una bambina? Perché era vaga ne apprezzava la vaghezza? Perché pareva buona credeva alla bontà?
Passato lo stupore, riconobbe che questo effetto doveva prodursi. Egli non si era ucciso come avrebbe dovuto; l’istinto della vita, la speranza del bene operavano ancora in lui, vincevano ancora, come avrebbero vinto sempre fino all’ultimo istante, le persuasioni filosofiche e i concetti astratti. A quarant’anni, sì, dopo le sue delusioni, dopo i suoi dolori, dopo i suoi furori di distruzione, egli poteva innamorarsi di quella fanciulla. Anche più tardi, a cinquanta, a sessanta, con un piede nella sepoltura! Non sarebbe stato il primo né l’ultimo! Soltanto se egli se ne fosse realmente innamorato, se il sentimento avesse cercato alimento e manifestazione e ricambio, se per quell’amore egli fosse tornato alle illusioni e agli inganni, se l’istinto della vita gli avesse fatto credere che la felicità consisteva per lui, vecchio d’animo, decrepito di pensiero, guasto di corpo, nel vivere accanto a quella bambinella, la bilancia sarebbe traboccata, l’occasione necessaria e sufficiente a farla finita sarebbe spuntata. Dopo una notte insonne, levatosi con la bocca cattiva e la testa greve, si guardò allo specchio. Sapeva già d’esser dimagrato e intristito; che bisogno aveva dunque di esaminarsi dinanzi a quel testimonio muto? Il bisogno di considerare che cosa era avvenuto del suo aspetto, delle sue fattezze, in altri tempi da altri giudicate espressive. “Già, voglio vedere se sono ancora bello!…” Mentre una voce interna gli gridava che era ridicolo, un’altra sussurrava: “Via, non c’è male ancora!…”. Poteva ancora innamorare una donna, poteva ancora sedurla. Non possedeva quel certo fascino proprio a chi ha molto vissuto, il cui cuore ha molto amato, i cui occhi hanno visto molte cose? Ventidue anni di differenza potevano essere tanti, ma non erano poi troppi in certi altri casi. Non si sono viste persone di oltre quarant’anni, prossime alla cinquantina, sposare giovinette poco più che ventenni? Non aveva egli letto romanzi nei quali si vedevano fanciulle entrate appena nella vita innamorarsi di uomini maturi, d’alto animo, di pensiero gagliardo? E le rose recise fiorivano ancora!…
Poi una gran pietà lo vinse di sé stesso, come se, realmente uscito con lo spirito fuori della propria persona, si considerasse da estraneo. La tristezza che gli aveva occupata altre volte l’anima, vedendo uomini e donne tentar d’arrestare il tempo precipitante, ricorrere ai mal celati artifizii, ai capelli finti, alle pettinature industri, alle tinture, ai cosmetici, alle dentiere, e sfoggiar abiti e affettar modi della età tramontata, tutta la tristezza provata dinanzi allo spettacolo della vecchiaia non rassegnata, visibilmente camuffata di gioventù, gli strinse il cuore. E la vecchiaia sua gli parve più grande che realmente non fosse. Dacché era tornato da Roma, la sua carne non aveva provato una sola tentazione, i suoi sensi erano rimasti sordi ed inerti. Che specie d’amore avrebbe potuto offrire a una giovinetta nel pieno rigoglio della vita; in qual modo avrebbe iniziato una vergine?
E la tempesta s’addensò nell’animo suo, vedendo che l’amor proprio non l’aveva ingannato, che egli non era indifferente ad Anna. Perché mai ella lo guardava con quegli occhi grandi, taciti, interrogatori che lo avevano guardato alla terrazza, dinanzi al panorama di cartone? Perché li abbassava, se si vedeva guardata da lui, con una espressione di turbamento? Perché si volgeva a lui, talvolta, nelle conversazioni familiari, chiedendo le sue opinioni, chiamandolo a confermare le proprie, e tal altra ammutoliva e quasi lo fuggiva? Perché, mentre già dava il voi paesano a tutti coloro ai quali non dava del tu serbava per lui solo il lei della soggezione e del turbamento? Perché uno dei nipotini aveva potuto osservare che ella non dava più tanta retta ai piccoli amici? All’idea che egli potesse realmente turbare quell’anima, una gran tenerezza malinconica e grata lo invadeva e una esclamazione gli saliva alle labbra: “Povera figlia!…”. Grato a lei doveva essere, sì, tanto, poiché ella gli attribuiva ancora un valore di vita, ma poveretta lei se credeva che la sua vita fosse simile a quella degli altri. Un giorno un altro nipotino gli riferì che Anna gli aveva chiesto se lo zio Federico era stato mai promesso. “No, mai”, pensò di risponderle egli stesso; “ma ora, sì”. E poiché ella gli avrebbe chiesto il nome della sua fidanzata, le rispondeva nel proprio pensiero: “La Morte”.
La morte gli prometteva più beni che non l’amore e avrebbe mantenute le sue promesse. Lo avrebbe difeso da tutti i dolori del corpo e dell’anima, da tutti i bisogni, da tutte le vergogne, da tutti i disinganni, da tutti gli spergiuri, da tutte le bestemmie; gli avrebbe assicurato la pace immutabile, la quiete infinita, l’eterno riposo. L’amore, la gloria, il denaro, il dominio, tutto era ingannevole; se pure qualcuna soltanto delle loro tante promesse si avverava, ciò che si otteneva era caduco, e dietro alla vita più bella stava ancora la bellezza ultima e massima: la morte. Ma, conoscendo questa verità, ripetendosela continuamente, qualche cosa dentro di lui la negava, la soverchiava, la travolgeva. I suoi atti non andavano d’accordo con i suoi pensieri. Avrebbe dovuto evitare la giovinetta, e invece la cercava. Mentre voleva negarne la bellezza, si rinfrescava gli occhi contemplandola. Un secreto, acuto e penetrante compiacimento gli invadeva l’anima, nel vedere le nuove prove dell’effetto prodotto sulla fanciulla. Tutti gli istinti, tutti gli appetiti ad uno ad uno si ridestavano. Un giorno frugò nella guardaroba giudicando troppo vecchi e brutti gli abiti che aveva sottomano, non trovandone di abbastanza belli, andò dal sarto. Un altro giorno andò dal dottore per farsi curare il male di stomaco. Un altro giorno ancora, in campagna, aiutando Anna a passare un rigagnolo, prendendola per un braccio, sentendo la mollezza deliziosa di quelle carni, le vene gli si gonfiarono di sangue caldo. Era ancora giovane; stanco forse, ma non esaurito. A quarant’anni l’uomo ha raggiunto il vertice della vita; l’ascensione è finita, ma la discesa non è ancora cominciata. Allora, e non prima, in quella sosta, quando non si sprecano più forze per inoltrarsi, quando si raccolgono e si tesoreggiano anzi quelle che restano, allora è da dare stabile assetto all’esistenza. E perché l’esistenza sua doveva diversificare da quella degli altri? Che aveva egli di singolare? Per quale orgoglio e quale presunzione si voleva sottrarre al destino di tutti, e assumersi la missione di andar predicando cose che nessuno avrebbe ascoltate, di annunziare la grande scoperta che la morte è fatale?
E la vita lo riprese. Con la primavera nuova, coi primi sorrisi del cielo, coi primi olezzi dei fiori, qualcosa rifiorì nell’anima sua. La freschezza, la grazia, la soavità, tutte le seduzioni di Anna lo avvinsero. Come un collegiale, egli passò sotto le finestre di lei, la seguì da lontano, arrossì alla sua vista. Voltarle le pagine della musica, ricopiarle i disegni del ricamo, sceglierle libri e giornali, divennero per lui altrettante felicità. Tutti gli argomenti che potevano confortarlo acquistarono nuova forza: tutti coloro che lo stimavano giovane, adatto a creare una famiglia, gli riuscirono accetti; la possibilità di cancellare il suo passato morale, di aprire una nuova era nella sua storia gli parve naturale ed innegabile. Quando seppe che i dieciotto anni di lei erano già diciannove, ne fu consolato. Prima che la potesse sposare, Anna avrebbe quasi raggiunto i venti: non era dunque una bambina. Fece il conto dei suoi amici che avevano preso moglie dopo i quarant’anni: non erano pochi. A sessanta egli avrebbe potuto avere un figlio soldato, a settanta sarebbe stato nonno. Superata la crisi presente, lunghi anni di maturità sana e gagliarda si sarebbero seguiti… Un giorno, per via, incontrò un vecchio che si fermò un momento a guardarlo, poi gli si avvicinò stendendogli la mano:
“Ranaldi!… Non mi riconosci?”
Lo riconobbe infatti, alla voce, agli occhi: era un compagno di scuola, uno della provincia, del quale non gli riusciva di rammentarsi il nome, dopo tanti anni che non lo vedeva più.
“Io ti ho riconosciuto immediatamente! Ti conservi bene, sai!… Mi trovi” aggiunse, con un sorriso amaro “un poco cambiato?…”
Era un vecchio, quasi tutto bianco, nei capelli, nei baffi, nelle ciglie, e rugoso, e incurvato. Quel vecchio doveva avere appena quattro o cinque anni più di lui. Egli non capì bene che cosa gli diceva, occupato com’era, sulle prime, da un senso di egoistica soddisfazione all’idea di non essere stato in modo così atroce colpito dal tempo; ma più tardi, rimasto solo, rivedendo quella rovina con gli occhi della mente, antivedendo quella che fra poco sarebbe avvenuta anche in lui, calcolando quanto era imminente, tutta l’anima gli si chiuse. Finito, egli era un uomo finito. Quanti anni, lunghi, oscuri, irrevocabili, erano passati dal tempo degli studii e dei chiassi evocati da quel compagno! Quanti? Venticinque! Anche più! E Anna non era nata ancora, ne erano passati ancora sei o sette prima che ella nascesse! Ed egli aveva potuto sognare di farla sua? Ed aveva mendicato allo specchio assicurazioni di giovinezza e lusinghe di venustà? E aspettava forse di chiedere alle quarte pagine dei giornali rimedii contro l’esaurimento e promesse di virilità? Improvvisamente un impeto di sdegno e di vergogna lo sollevò dallo stupore accorato e dalla mortale meraviglia. La perfidia dell’eterna illusione gli parve insopportabile, la sciocchezza e l’impotenza sua e di tutti gli uomini, senza misura e senza fine. E il bisogno di vincerla, di reagire, di dare il passo alla fredda ragione, lo strinse. Quel giorno, tornato a casa vi trovò Anna col nonno. Quasi perché egli potesse meglio misurare l’enormità del proprio inganno, Anna era più rosea e più fresca, più rigogliosa che mai: tutta vestita di bianco, con un cappellone di paglia fiorito di papaveri, che le dava un aspetto quasi infantile, e allegra, eloquente, vibrante ed esuberante di vitalità. Un senso di rancore gli morse il cuore dinanzi a quella floridezza; poi sentì che il rancore diventava odio e quasi tentazione di spezzare quella vita prima della sua propria. Il riso di lei gli parve irritante. A chi rideva, di che rideva? Forse di lui, che l’aveva creduta sincera! La vanità di quella frivola era stata piacevolmente eccitata vedendosi fatta segno all’attenzione d’un uomo, del primo uomo capitato, perché così voleva la sua natura femminile; ma se egli avesse spinto la sciocchezza fino al punto da rivelare le sue intenzioni, chissà qual altro fragoroso riso! E lo sdegno, la vergogna, il rancore, l’odio, tutti i moti violenti si accumularono, ebbero bisogno di prorompere.
L’argomento del discorso, tra suo padre e i cognati, e il nonno di lei, era politico. Nella mattina il giornale locale e quelli di Napoli avevano portato la notizia d’un attentato contro la Camera austriaca. Un anarchico aveva deposto e fatto esplodere una bomba, sull’angolo della piazza del Parlamento all’uscita dei deputati. L’effetto non era stato molto micidiale; il solo autore dell’attentato era morto, per il tremendo coraggio di aver percosso la capsula con un sasso, stando inginocchiato dinanzi allo strumento di distruzione. Dalla parte dell’edifizio, si erano prodotti guasti notevoli, ma tra i deputati e i passanti, solo una dozzina erano i feriti, e due soli gravemente. Nel domicilio dell’anarchico si era trovato uno scritto, ancora fresco, dove, sul punto di uscire per commettere l’attentato, egli dichiarava i motivi che lo spingevano: il bisogno di protestare contro la società borghese ed i suoi rappresentanti occupati a combattersi in nome di quelle idee di patria e di nazione alle quali l’anarchia sostituiva il più vasto e generoso concetto dell’universale solidarietà umana; la speranza di far proseliti che, col sacrifizio della propria vita, dessero la morte ai detentori dei poteri pubblici, ai capi dei Governi e degli Stati, e dimostrassero con l’efficacia dell’esempio cruento e del martirio serenamente affrontato, la necessità di sopprimere, quindi, non più gli individui particolari, ma l’autorità che avevano arbitrariamente esercitato; affinchè ultimamente, in un avvenire più o meno lontano, ma immancabile, il consorzio civile, affrancato da ogni tirannia piccola o grande, materiale o morale, e sotto le uniche leggi della perfetta eguaglianza e dell’assoluta libertà, conseguisse quella felicità che gli era dovuta.
“Che ammasso di assurdità e di aberrazione!… Che sciocchezze e che orrori!… La patria negata! L’autorità soppressa! Il delitto convertito in esempio!… È una pazzia! È l’incoscienza!… No, è un’infamia!… Non c’è rigore bastevole a punirla, a prevenirla!…”
Tutti, ad una voce, discordando appena nella forma, esprimevano esecrazione e terrore. Il Presidente Ursino inorridiva particolarmente perché l’anarchico era italiano. Egli non capiva come un Italiano di Trieste avesse compito quell’atto, in Austria, mentre la sua terra natale era ancora oppressa dallo straniero. Il commendatore Ranaldi diceva che un simile orrore era conseguenza di pervertimento morale, delle stolte propagande; ma che, non potendosi andare più oltre, giunta l’evoluzione dell’idea rivoluzionaria all’estremo limite dell’anarchia, si poteva e si doveva sperare in un ritorno alle sane e secolari tradizioni dello spirito umano.
“Non si può andare oltre?” osservò a un tratto Federico, che fino a quel punto era stato a sentire, senza dir nulla. “Si andrà oltre, vedrete!”
“Come? In che modo?…” domandarono gli altri, mentre suo padre lo guardava, tacendo.
“Credete che l’anarchia sia l’ultima parola della ribellione? Ce n’è un’altra, ce ne sarà un’altra. Io non mi stupisco niente affatto che un Italiano, in Austria, abbia potuto commettere un atto simile, invece di imitare, per esempio, Oberdan. Certo, vi sono ancora triestini, che sognano di riunirsi a questa nostra patria comune come la massima possibile felicità. Altrettanto sognavano, cinquant’anni addietro, i milanesi e i veneziani. La felicità che questi hanno ottenuta, e noi con loro, non si vede e non si sente, è vero, ma solo perché è inesprimibile, tanto è grande e profonda!…”
La sua voce era piena d’una tagliente ironia.
“Quando gl’irredenti saranno redenti, come noi, non avranno più da odiare l’oppressore straniero; soltanto, come già tra noi vi sono alcuni incontentabili i quali trovano qualche cosa da ridire nella nostra gioia presente, così anch’essi, o alcuni di loro, penseranno che il problema non è stato ancora risolto. E chi sentirà che la libertà ottenuta è un inganno, che il pagar le tasse al governo italiano o all’austriaco, che il servire nell’esercito italiano o nell’austriaco, che l’obbedire al poliziotto italiano o all’austriaco, che il rispettare le leggi votate dai deputati italiani o dagli austriaci è press’a poco la stessa cosa, odierà l’oppressore paesano come e quanto già odiava il forestiero. Questo Badini mi pare dunque molto logico: invece di prendersela contro i deputati austriaci perché austriaci, salvo poi a prendersela coi deputati italiani, perché deputati, se l’è presa direttamente contro la funzione esercitata da quegli onorevoli…”
“Ma come? Lo approvate? Lo approvi? Che modo è questo di ragionare?”
“Lo approvo? Un momento! Non ho ancora finito. Dico che invece di procedere per gradi cominciando dal mirare vicino per poi arrivare più lontano, egli ha diretto subito il suo colpo contro la meta più alta; così un soldato volendo uccidere qualcuno per protesta contro il militarismo, non ammazza il suo caporale, dietro al quale sta il sergente, il furiere e tutti gli altri ufficiali sino al generale, ma accoppa il Ministro della guerra addirittura. Soltanto, sono d’accordo che l’eccidio è inutile; e non già perché, ammazzato un ministro, un deputato, un re, un imperatore, se ne fanno altri. Questa cosa l’anarchico la sapeva; egli ha, nondimeno, dato fuoco alla bomba, per far proseliti, – e l’ha scritto – che ammazzino ancora altri deputati, e poi ancora altri, che ne sterminino ancora altri, finché i borghesi intimoriti si persuaderanno a non eleggerne più, a non creare più altri legislatori ed esecutori di leggi, anzi a distruggere tutte le leggi. Ma quando saranno distrutte tutte le leggi, l’anarchico crede che il paradiso sarà conseguito; e qui è la sciocchezza sua. Perché, quando parrà che non vi saranno più leggi, ve ne saranno ancora, non fosse altra, la legge di non potere fare più legge; e gli uomini della società futura giudicheranno che questa è la più intollerabile di tutte; e allora si tornerà da capo e si vedrà ancora una volta ciò che fu noto sin dal primo principio a chi vide il fondo delle cose; voglio dire che tutte le rivoluzioni sono state e saranno inutili; e che la radice del male non è negli ordinamenti politici, ma nella nostra stessa natura…”
“Che novità!… Cose sapute e risapute!… Ma che vuol dire?… Ma che bisognerà fare?… Ma l’attività umana…”
Smentito da tutte le parti tranne che da suo padre, Federico sorrise, con un gesto pacato della mano.
“Un momento! Se non mi lasciate finire! Lei, Presidente, vuol dire che tutte le persuasioni astratte e tutti i disinganni concreti non impediranno all’attività umana come non le hanno mai impedito, di operare, di sperare, di attendere? Certo, certissimo; il mulo che fa andar la ruota, se anche non avesse gli occhi bendati, se anche vedesse che è condannato ad aggirarsi sempre dentro uno stesso circolo, non tralascerebbe per questo di muoversi, perché soltanto a patto di muoversi dentro quel circolo, egli mangia, beve e vive. Così gli uomini, è certo, continueranno a ricalcare le loro proprie pedate, credendo di procedere oltre, come il mulo bendato, od anche – e questo dimostra che la loro sopportazione è ancora più grande di quella del mulo – quando si sono già accorti che non procedono niente affatto, ma girano. Soltanto, in mezzo a questi uomini che abbiamo finora considerati complessivamente, vi sono certe varietà di sentimenti e di umori, grazie alle quali vediamo ogni giorno che alcuni si illudono molto ed altri poco; che alcuni vorrebbero correre, ed altri sdraiarsi, che alcuni si stimano infinitamente superiori al mulo, ed alcuni quasi lo invidiano; ora c’è una particolare varietà di cotesti uomini, e sia pure scarsissima, composta di quelli che arrivano a persuadersi essere il male, sotto tutte le forme, sociali, morali e fisiche, la condizione stessa dell’esistenza, sia dell’uomo che del mulo, o dell’insetto, o della pianta, o della pietra; e tanto costoro ne sono persuasi, che arrivano a distruggere, date certe condizioni, l’esistenza loro. Ora, se la religione della sofferenza umana che i nostri filosofi hanno scoperta diventerà una vera religione, se l’amore del prossimo, la carità, l’altruismo crescono e si effondono continuamente come sostengono i nostri ottimisti, verrà un giorno nel quale coloro che sono sul punto di procurarsi il gran benefizio del non essere, si vergogneranno del loro egoismo, e sentiranno il dovere di procurar lo stesso bene anche agli altri, al maggior numero possibile…”
Tutti tacevano.
Anna s’era accostata con tutti gli altri, piccoli o grandi, a udire. Nella breve pausa fatta dall’oratore, il solo Presidente Ursino domandò, aggrottando le ciglia:
“Il che significa?”
Federico, che aveva parlato fino a quel momento con un tono ed un sorriso di sottile ironia, riprese ad un tratto, con voce un poco stridula ed acre:
“Il che significa che si andrà oltre quell’anarchia attualmente giudicata come il termine ultimo della ribellione alla morale della tradizione, e che un nuovo partito sorgerà, il quale non s’indugerà a risolvere l’insolubile quistione sociale, ma affronterà tutto il problema umano. Questo partito saprà che la radicale soluzione indicata dalla stessa natura, è una sola: la morte. Darsela e darla a un tempo, sarà giudicato un diritto e un dovere. L’uccisione d’un uomo si condanna giustamente come il più nefando delitto, perché dalla morte data ad un simile, l’assassino ottiene un vantaggio per la sua propria vita; s’impadronisce del denaro altrui, soddisfa la gelosia, vendica l’onore, sbrama una passione; ma un giorno, quando in qualche testa umana, poche o molte non importa, si radicherà la persuasione che non c’è nessun vantaggio in nessuna vita, che nessuna passione s’appaga, che tutte risorgono, dopo il creduto appagamento, più feroci ed urlanti; che il bisogno non cessa, che il dolore è eterno, che il male è insanabile, allora la morte da questi pochi o da questi molti, sarà voluta dare non come una punizione e una vendetta, ma come un premio. Questi uomini non crederanno di formare un semplice partito politico, ma una religione nuova, e un fervore mistico li animerà. Lo sciagurato che lanciò ieri la bomba sapendo di doverne essere la prima vittima, voleva ottenere col terrore nel tempo, una modificazione dell’assetto umano; i fedeli della religione della morte lanceranno le bombe solo per morire insieme coi loro fratelli di dolore, per liberarli e liberarsi. Essi saranno certi di rendere il massimo bene a chiunque resterà sotto il colpo, uomo o donna, giovane o vecchio, povero o ricco, in qualunque disposizione del corpo e dell’anima. La più gran parte dei passanti in mezzo ai quali semineranno la morte saranno in preda a cure, a crucci, a tormenti, ad assilli, a rimorsi, a necessità; e quelli che si sentiranno gonfi di speranze troveranno a breve andare il disinganno, e quelli che per caso si crederanno felici, vedranno, dopo fatto qualche passo, disperdersi la loro felicità. La morte sarà un benefizio per tutti, per i sofferenti che non soffriranno più, per i gaudenti che non vedranno la fine del gaudio loro. E non la sola vita umana questi mistici vorranno distruggere, ma tutte le sue opere vane e tutte le altre effimere vite. Come gli anarchici d’oggi, essi si chiuderanno in luoghi remoti e segreti, a preparare, coi più potenti mezzi della chimica futura, strumenti che, in piccolo volume, racchiuderanno una forza tremenda, e che rovineranno dalle fondamenta tutto un edifizio, che ridurranno in polvere tutto un quartiere di città, e che non lasceranno un solo ferito, e neanche un solo cadavere intatto, ma faranno sparire tutti i corpi viventi come con una pedata si fa sparire un insetto.”
Egli era sorto in piedi: fece il gesto, strisciando forte con la suola sul pavimento. Il suo pensiero si precisava in quel punto. Egli trovava repentinamente la soluzione cercata. Per la concitazione, si mise ad andare su e giù per la sala, continuando a parlare:
“Costoro non abbomineranno la sola vita, ma la stessa esistenza delle cose che sono o sembrano inerti. Non potranno annientarle, ma romperle, sì, scioglierle, ridurle a uno stato sempre più incoerente. A pezzo a pezzo, coi loro formidabili arnesi, vorranno isterilire, rovinare, frantumare e polverizzare tutto ciò che sta in un angolo del mondo, la stessa materia del mondo, il monte, la collina, il promontorio, la pendice, l’isola, il campo. Ci furono un tempo distruttori di templi, di immagini, avremo i distruttori delle cose e della vita. Io già li presento, li vedo derivare dai più freddi e più logici anarchici. Questi uccidono e muoiono insieme con le loro vittime; non resta da far loro che spogliarsi dell’odio di cui sono ora animati; manca ad essi soltanto la rinunzia alle assurde speranze riposte in un avvenire chimerico, la semplice persuasione che con la morte si è già ottenuto, immediatamente. Il passo non è lungo, qualcuno lo compirà. Un primo esempio sarà tosto seguito da altri; allora il partito sarà formato e conterà proseliti sempre più numerosi. E già mi par di sentirne ripetere i nomi. Perché odieranno la vita essi saranno chiamati biofobi; perché faranno saltare a pezzo a pezzo il mondo si chiameranno geoclasti.”
Tacque, si fermò, guardando i circostanti. Erano tutti ammutoliti, tutti gli sguardi erano chini, tranne quello di Anna. La giovinetta lo guardava con i grandi occhi smisuratamente ingranditi, pieni di una espressione di spavento e angoscia. Anch’egli la guardò. Allora ella congiunse le mani, le strinse forte, col gesto abituale, ed esclamò:
“Che vi hanno fatto, perché diciate così?”
Quelle parole, il tono di quella voce, il lampo di quegli sguardi, gli rimasero nell’anima, incancellabili. “Che vi hanno fatto perché diciate così?…” Non le vivaci proteste dei cognati, non i freddi ragionamenti del Presidente, non il doloroso silenzio delle sorelle e dei genitori lo impressionarono altrettanto. Quella bambina aveva trovato la nota più giusta, l’osservazione più penetrante, la verità della quale egli stesso aveva una sorda coscienza. Tutti i suoi torbidi pensieri, tutta la sua nera disperazione, tutto l’odio suo mortale derivavano dall’esperienza dolorosa, dal veleno distillato in vent’anni di pandemonio politico, di galera giornalistica, di amori malsani. Se egli avesse vissuto in un altro mondo, o in un altro modo, in quel mondo, non sarebbe venuto a quelle conclusioni spaventose. Aveva visto lo spettacolo del male, la petulanza della menzogna, le tortuosità dell’ipocrisia, la ferocia degli egoismi, la mordacità della calunnia, la cupidità degli appetiti, la presunzione dell’ignoranza, l’insolenza della vanità, la sfrenatezza di tutte le peggiori passioni, ma non si era soffermato dinanzi al bene, non ne aveva cercate e raccolte le prove. Aveva commesso il male egli stesso, ingolfandosi nella battaglia, senza voltarsi indietro, senza ritrarsi di tanto in tanto, senza ritemprarsi sotto il tetto paterno, negli affetti semplici e sani. Non ce n’erano? Non era santo l’accordo dei suoi genitori, anche se ottenuto con gli anni, dopo i malintesi inevitabili? Non era una cosa buona e bella e commovente quella corona di freschissime vite che ne allietavano la vecchiezza, anche se facevano talvolta troppo rumore? I vecchi si rivedevano nei figli e nei nipoti; ed egli solo, con la sua presunzione di giudice supremo di tutto e di tutti, li addolorava e li atterriva. Solo, si sentiva solo in mezzo a quell’intimo cerchio; nessuno comprendeva le sue idee, di nessuno aveva cercato l’amore. E d’amore e di bene egli non era, no, incapace; ne aveva avuto sempre bisogno, il suo odio era una forma d’amore insoddisfatto, il suo concetto del male era l’inappagato struggimento del bene. E improvvisamente, all’idea di avere vicino ciò che cercava, di non dovere far altro che stendere la mano per ottenerlo, di stringere al cuore Anna, di rifarsi una gioventù, di entrare in una nuova esistenza con la benedizione dei suoi vecchi augusti, sentì gli occhi spietrarglisi e il pianto bagnargli le ciglia. Pianse tutta la notte, di speranza e di disperazione, ora lusingandosi d’essere ancora in tempo, ora sentendo quant’era tardi; a certi momenti immaginando e quasi pregustando le gioie che poteva ancora assaporare, a certi altri antivedendo e presentendo nuovi, maggiori dolori. I dolori non sarebbero mancati, ma una nuova voce gli diceva che sarebbero stati sani e santi, che bisogna accettare tutta l’esistenza qual è. La voce antica gridava ancora la necessità di ricusarla, di spezzare il cerchio degli inganni. Come uscire da quel travaglio? Come risolvere quel dubbio? E la soluzione dipendeva forse tutta da lui? Che c’era realmente nell’anima di Anna? Lo aveva ella compreso, lo amava, non lo giudicava troppo arido e vecchio, troppo orribile, più moralmente che fisicamente, dopo avergli udito proferire quell’atroce profezia?
Bisognava parlarle; dalle sue parole avrebbe preso consiglio. Senza svelarsi, senza chiederle nulla, direttamente, avrebbe trovato modo di conoscere il suo sentimento. E cercò l’occasione di restare da solo a sola con lei.
Un giorno, al Sacro Monte, dove ella era venuta col nonno, restarono soli.
“Volete venire alla cappella?”
“Ma sì! Con entusiasmo!”
Si avviarono. La via era come sospesa sul golfo, addossata da una parte al monte, chiusa dall’altra da un muricciuolo, sotto al quale la costa precipitava fino al mare. Il mare, lucido come specchio, pareva distendersi all’infinito, oltre l’orizzonte velato da sottili vapori. In alto il sole sfolgorava, ma la fitta vegetazione ne arrestava i raggi, ed Anna faceva girare capricciosamente il manico dell’inutile ombrellino rosso appoggiato alla spalla.
“Che bellezza!… Che incanto!…” esclamava, dinanzi al paesaggio grandioso. “Guardate Capri!… Guardate il Capo!… E quel piroscafo che se ne va in Sicilia!… È la strada della Sicilia, è vero?”
“Sì…”
“E questa scoscesa!… E questa spiaggia!… Si contano le casupole, i sassi, le rughe del mare!… Direte ancora che è di cartone?”
Egli restò un poco in silenzio, poi disse:
“Che ve ne importa ciò che io ne penso? Godetene voi, non ve lo impedisco!”
Ella rise.
“Grazie del permesso! Ma è che io non ne godo pienamente, pensando che a voi non piace. Non vi è accaduto mai, gustando un buon cibo, di non giudicarlo più buono se qualcuno vicino a voi ci trova un cattivo sapore?”
“Voi fate dipendere la vostra opinione da quella degli altri?” disse egli, con tono mordace.
“Nossignore; penso con la mia testa. Ma se fremo d’entusiasmo e qualcuno vicino a me resta diacciato, un poco di quel gelo raffredda anche me.”
“Non sapevo che foste tanto sensibile!…” osservò egli, con la stessa espressione di sottile ironia.
“Non più degli altri” replicò ella, tosto.
“Avete scelto allora un cattivo compagno.”
“Di questo non siete giudice voi.”
“Mi volete fare dei complimenti?”
“Niente affatto; vorrei dirvi…”
Ma non disse nulla; tacque ad un tratto, facendo girare più rapidamente, quasi nervosamente il manico dell’ombrellino.
“Che cosa?” domandò Federico.
“Vorrei dirvi…” riprese ella con un certo stento “vorrei chiedervi ciò che già vi chiesi l’altra sera: che cosa vi hanno fatto, perché siate così?”
Le rispose con un falso sorriso, con una finta curiosità impertinente, mentre sentiva che il cuore gli batteva più forte.
“Così come, di grazia?…”
“Così triste, scettico, acre, indifferente alle cose belle, sprezzante di ciò che piace agli altri, di ciò che credono gli altri; non so se posso anche dire…”
“Dite, dite pure, vi accordo tutti i permessi, oggi…”
“Non ridete… Questo riso non è sincero, fa male, peggio del rancore che esprimete quando parlate sul serio. Che male ci avete fatto, l’altra sera, con le vostre terribili profezie! Non avete visto il viso dei vostri genitori? Scusatemi, ma si dubiterebbe della vostra bontà, udendovi dire di quelle cose.”
“E chi vi dice ch’io sia buono?”
“Dovrei rispondervi che me lo hanno detto i vostri parenti, le persone che vi conoscono; ma perché non ripetiate che giudico con la testa degli altri” e sorrise “vi dirò che l’ho sentito, che l’ho compreso da me, nonostante le vostre parole amare e velenose… anzi proprio in quelle.”
Egli non rispose, con l’impressione che quella creatura stesse per leggere nel suo pensiero, per guardare dentro all’anima sua.
“Non volete che vi si giudichi buono? Lasciateci dire almeno che siete molto migliore di quel che non vogliate apparire. Lo sappiamo tutti, lo sanno meglio di tutti i vostri genitori; ma ciò non toglie che essi siano addolorati dalle vostre parole. Avrete certo buone ragioni per esser divenuto così misantropo; ma permettetemi di dirvi che a quei poveretti dovreste cercare di nascondere i vostri sentimenti acri, e mostrare soltanto i dolci. Vi dispiace che vi dica queste cose? Il mio nonno è tanto amico del vostro babbo, che mi pare di conoscervi da moltissimo tempo, di potervi parlare come una sorella…”
Ella pronunziò a bassa voce le ultime frasi; l’ultima parola, sorella, si udì appena. Per la soggezione di tenere un così grave discorso, lei giovanetta, ad un uomo? Non perché quella parola le sonava male, ne rendeva difficile un’altra, più intima ancora?
“Vi ringrazio” disse Federico, smettendo il tono dell’ironia “volete che vi parli come ad una sorella?”
“Ma sì! ma sì!”
“Volete sapere perché sono così? Volete sapere come sono realmente, in fondo, proprio nel fondo dell’essere mio? Sapete quanti anni ho?”
“Non lo so.”
“Ho quarant’anni, e ne ho passati venticinque, un quarto di secolo, – più che voi non ne abbiate – fuori di qui, a Napoli, a Roma, all’Università, nel giornalismo, nella politica, in mezzo al più vasto e tenebroso mondo. Ho vissuto, e la vita mi ha fatto come sono, come voi m’avete visto, peggio che non m’abbiate visto. Vi entrai con tanta fede, e con tante illusioni che ora non ho più, perché essa me le portò via a pezzo a pezzo, ad una ad una. Credevo al bene, alla virtù, a una infinità di cose, e ora non ci credo più. Fremevo d’entusiasmo per il mio paese, per questa Italia di cui avevo studiato la storia, e lacrimate le sciagure e benedetta la resurrezione… Ringraziavo Dio d’avermi fatto nascere lo stesso giorno che l’Italia risorgeva a dignità di nazione; me ne tenevo dinanzi ai più vecchi di me, come se qualche cosa della schiavitù, dell’abbiezione durante la quale essi erano nati, li contaminasse, mentre io ero nato puro, libero cittadino d’un libero, d’un glorioso paese…”
“Sì, sì…” fece ella secondandolo col gesto del capo, incoraggiandolo col tono della voce, quasi eccitandolo e spronandolo a manifestare un sentimento buono e vivace.
“Voi provate un simile entusiasmo?”
“Sì! sì! Ho studiato anch’io la storia, è una delle cose che più mi piacciono; ho visto a Torino, a Firenze, i ricordi del nostro risorgimento, i quadri delle battaglie, le vecchie bandiere scolorite dal tempo, traforate dalle palle, le vecchie uniformi dei soldati e dei volontarii; ho letto i proclami dei generali stranieri e dei re nostri, le sentenze di morte pronunziate contro i martiri, le lapidi murate sui luoghi memorabili, e ne ho ricevuto impressioni vivissime, fino a piangerne…”
“Ne ho pianto anch’io, ma ora rido del mio pianto.”
Ella si fermò, lo guardò attonita e dolorosa:
“Come è mai possibile?”
“Perché ho letto, dopo la storia, la cronaca; perché ho guardato dietro le scene della rappresentazione apparentemente magnifica; perché l’egoismo nascosto sotto l’eroismo mi si è rivelato, ma specialmente perché ho visto e vedo che i sacrifizii purissimi delle poche anime veramente nobili e belle furono compiti in forza dell’illusione, che l’unità, la libertà, l’indipendenza d’Italia avrebbero assicurato tutte le fortune a tutti gl’Italiani. Quel che si è ottenuto voi lo vedete, quantunque non vi occupiate di politica, né abbiate letto le statistiche, né siate vissuta in mezzo a quel mondo dove sono vissuto io.”
“Ma in tutte le cose” rispose ella vivacemente “vi sono difetti; le più belle, esaminate troppo da vicino sembrano brutte, o meno belle. Capisco benissimo che a Roma ne abbiate viste molte addirittura disgustose; ma scusate: lassù avevate messo casa per conto vostro, o mangiavate al caffè?”
“Che c’entra questo?”
“Ve lo spiegherò quando mi avrete risposto: al caffè o in casa?”
“Al caffè, al caffè.”
“E questo è il male! Vi siete guastata la salute, e non avete visto una cosa molto istruttiva. Se aveste messo su casa vostra, con la sua brava cucina, ci sareste entrato qualche volta, ed avreste visto quello che vi vedo io ogni giorno: che i cibi più gustosi e nutritivi non si possono preparare senza maneggiare della roba non sempre pulita, senza ammucchiare una quantità di detriti che vanno a finire allo spazzaturaio.
“A casa mia io entro in cucina tutti i giorni, e vi passo anzi parecchie ore, per invigilare e per dare una mano alla cuoca, quando occorre. So fare molte salse, molti dolci, un po’ di tutto; con tutto l’amore della nettezza, con tutto l’orrore per le sudicerie, bisogna pure imbrattarsi le mani, salvo a lavarsele dodici volte di fila. Della vostra politica io non m’intendo, ma immagino che anch’essa debba essere una specie di cucina, dove si preparano le leggi invece delle pietanze; nel manipolare le più belle e le più buone, non si eviteranno gl’inconvenienti delle cucine, ci si unge, ci si affumica, ci si ritrova in mezzo a bucce di limoni, a gusci d’uova, a lische di pesce, a rigovernature di casseruole… Voi sapete che cosa siete?”
“Pare di no! Ditemelo voi.”
“Siete poeta. Il paragone che vi ho portato non vi piacerà perché non è punto poetico. Vorreste tutto bello, tutto buono, tutto grande, tutto puro. Non siete il solo. Ma bisogna farsi una ragione!
“Oggi per il nostro povero paese corrono giorni prosaici; voi, che v’infiammaste di poesia patriottica, siete tanto scontento, che sembrate finanche cattivo, dal tanto amore del meglio. Ma il meglio, si dice, è nemico del bene…”
A un tratto, scoppiò in una risata.
“Ma sapete che è curiosa? Io vi faccio la predica, a voi! Come se tutte queste cose, con la vostra esperienza, non le sapeste meglio di me! Come se l’illusa, se la poetica, non dovessi essere io, piuttosto!…”
“Avete ragione! Sono uno sciocco a parlarvi così!…”
“E voi avete torto! Mi avevate promesso di parlarmi come ad una sorella, di aprirmi l’animo vostro.”
“Non posso e non debbo mantenere la promessa; perché a voi, alla vostra giovinezza ignara e fiduciosa, le conclusioni disperate che io ho tratto dall’esperienza si debbono tenere nascoste; o è inutile svelarle perché restano incomprensibili.”
“Adesso mi dite, con belle maniere, che la sciocca sono io!”
“No, Anna…” e pronunziando la prima volta dinanzi a lei, il nome di lei, una grande dolcezza, una tenerezza infinita, uno struggimento ineffabile lo costrinsero a tacere un istante; “no, Anna; non siete sciocca, siete anzi una delle più intelligenti creature del vostro sesso che io abbia finora conosciute;” ed ella chinò gli occhi, con un fine sorriso, con una espressione di modestia e di incredulità; “ma avete la disgrazia di dover ragionare con un uomo che è giunto all’estremo limite della stanchezza e della sfiducia, che non crede più a niente, che non aspetta più niente.” Ella si fermò ancora una volta, lo guardò negli occhi.
“Più niente niente?…”
Egli tacque, confuso da quello sguardo lucente, dolcissimo nella sottile ironia, quasi eccitatore, quasi provocatore d’una confessione attesa, desiderata.
Ma la paura di ingannarsi e la vergogna di scoprirsi, la suggestione dell’amor proprio e l’esitazione della volontà, gli fecero rispondere:
“Più niente niente di ciò che è possibile…”
Ella si fermò. Erano giunti dinanzi alla grotta dell’eremita: una vera grotta, scavata nel vivo sasso, chiusa da un rozzo cancello dalle sbarre del quale si scorgeva nel fondo buio una specie d’altare.
Accanto all’entrata, sopra una piccola buca lunga appena tanto da lasciar passare le monete, stava scritto con brutti caratteri: Elemosina, e intorno alle lettere erano dipinte orribili figure di santi spirituali col capo girato dall’aureola, di anime del purgatorio circondate da lingue di fiamma. Anna guardò dapprima tacitamente la grotta, la scritta, le pitture; poi, si voltò a guardar Federico.
“Niente di ciò che è possibile?” disse, ripetendo le parole di lui. “E l’impossibile?”
Egli rispose, con un sorriso:
“À l’impossible nul n’est tenu…”
“Ma che cosa è l’impossibile, secondo voi?”
“Lo volete sapere?”
“Sì!”
“Dimenticare, ricominciare, tornare addietro, ritrovare la speranza, la fede, la forza d’un tempo, rimettermi nella strada maestra battuta da tutti i miei simili…”
“Questo vi riuscirà difficile, forse, ma non è impossibile.”
“Con gli anni che ho sulle spalle?”
Ella abbassò l’ombrellino, lo chiuse con un gesto di impazienza.
“Se volete sostenere che siete vecchio, lasciamola lì; è inutile discutere.”
“Sono giovane, allora? Faccio in tempo a ricominciare? Come debbo fare?”
“Potete e dovete crearvi una famiglia: questo è il rimedio di cui avete bisogno.”
“E sono adatto a crearmela?”
“Perché no? Solo che vogliate!”
“E dove troverò una donna la cui volontà si accordi con la mia?”
S’udirono a un tratto le voci dei fanciulli chiamar da lontano:
“Anna!… Anna!…”
Ella rispose:
“Cercatela.”
E l’ultima notte arrivò, la notte bianca, angosciosa, ed eterna, durante la quale egli non potè chiudere gli occhi un istante, con l’animo in tempesta, il cervello in fiamme, il cuore in tumulto. Anna lo amava, sarebbe stata sua solo che egli avesse voluto. Contro tutti i suoi antichi convincimenti, le promesse dell’amore, la gioia di possedere un’anima viva, di dare tutta l’anima sua a quella creatura dolce e gentile, gli sorridevano ineffabilmente. Si vedeva al suo fianco, in un lungo viaggio di nozze, in una interminabile luna di miele, ringiovanito ad un tratto, prestigiosamente. La nuova esistenza non sarebbe stata tutta fiorita, ma gli avrebbe preparato travagli sani e fortificanti. La legge era la legge, procreare nuove esistenze, rivivere nei figli, che un giorno gli avrebbero chiuso gli occhi. Bella, buona, dolce, gentile, e fresca tanto, e tutta pietosa era la creatura a cui si sarebbe unito per sempre. Lo amava: il cuore gli si struggeva dalla gratitudine. A quell’umile sentimento s’aggiungeva anche la superba eccitazione dell’amor proprio: improvvisamente egli aveva coscienza di valere ancora qualche cosa, d’essere uscito con l’anima stanca dalla lunga esperienza, ma con un fascino nuovo sulla fronte. E tutte le sue forze latenti e disconosciute si sollevavano, insorgevano, facevano impeto, chiedevano d’essere esercitate, subitamente lo facevano balzare dal letto sul quale s’era disteso vestito, andare e venire per la camera con una mano stretta nell’altra, col gesto familiare ad Anna. Stringersela al petto in una stretta che nulla avrebbe potuto mai più sciogliere! Dirle tutto quello che aveva nel cuore, la resurrezione operata da lei, il miracolo della salute restituitagli con una parola, con uno sguardo! Non esitare più, non discutere più: abbandonarsi al sentimento, all’istinto, fiduciosamente e ciecamente… Esser cieco e sordo, sì, per non vedere, per non udire le cose e le voci contrarie, la disproporzione delle età, la sua vecchiezza morale, la sua stanchezza fisica, le insidie, i pericoli, i danni immancabili!… Ai quadri ridenti succedevano allora i tristi, i dolorosi, i desolati: i malintesi, le discordie, la nimistà da cui sarebbero stati più tardi e forse troppo presto divisi: egli vecchio senz’altro fra dieci anni, ella ancora nel rigoglio della prepotente giovinezza… E che importava? E perché pensare al poi, a un domani che forse non sarebbe venuto, se la morte avesse colto uno dei due, od entrambi?
E se importava, se bisognava pensare al poi ed al tutto, se egli doveva restare quello che era, con la disperazione e il suo scetticismo, allora la morte, subito, prima del nuovo giorno!
Presa l’arma in mano, l’esaminò, la posò sulla scrivania. Provò a scrivere; ma non potè. Che scrivere, a chi? Non era più l’ora. Col nuovo giorno la decisione doveva esser presa, irrevocabile. Egli sarebbe andato a uccidersi all’Eremitaggio, dinanzi allo spettacolo visto con lei, nel luogo dove ella gli aveva detto della donna cui unirsi: “Cercatela”. Quella parola significava: “L’avete qui, dinanzi a voi”. Morire, morire piuttosto che cercarne un’altra, che rinunziare a lei. Da sei mesi che frequentava quella creatura, il suo fascino lo aveva talmente penetrato, che ora se ne sentiva tutto pieno, fisicamente, come d’un fluido che circolasse nelle sue vene, che attivasse il suo respiro, antico, consueto, noto effetto della passione, contro la quale si credeva agguerrito, e non era. Contro nessuna passione era agguerrito: l’esperienza tornava vana. L’esistenza ancora forte e tenace reclamava tutti i suoi diritti, egli poteva troncarla d’un colpo, ma non comprimerne le energie, non mortificarne gl’istinti, non evitarne gli errori. Tutta la sua vita trascorsa gli passò dinanzi, dai giorni più remoti, dalle prime fedi, dalle prime illusioni, dalle prime battaglie. Alla finestra, vide spuntare il primo chiarore dell’alba. Spalancò le vetrate, s’affacciò alla terrazza. La freschezza della mattina temperò l’ardore della sua febbre, sollevò il suo petto oppresso. Sulla metallica lastra del mare, infinitamente puro, la purezza del cielo si rispecchiava con la prima luce, con le prime colorazioni. Perché non aveva egli più un’anima tersa, degna di riflettere l’immacolato candore di Anna? Perché l’aveva conosciuta così tardi, nel meriggio della sua giornata mortale, dopo tante contaminazioni? Pianse. Poi l’altro uomo che era in lui gli disse che non vi sono candori immacolati, che Anna era un essere umano come tutti gli altri, con tutte le stimmate umane, con tutte le macchie del suo sesso. Ella stessa lo aveva ammonito di guardarsi dalla troppa poesia. Se ella lo accettava così com’era, perché avrebbe egli fatto il difficile?… La rinunzia era bella, era la sola bella: sparire in quell’istante che l’occhio del sole si schiudeva sulla fronte del mare e del cielo, tra le ciglia dei tenui vapori, nel silenzio solenne e quasi attonito dell’universo. Morire con un sogno nell’anima, sparire prima di un nuovo risveglio. Ma già la città e la casa si ridestavano; rumori di carri. voci lontane per le vie; usci che si aprivano, stridori di passi nelle camere attigue.
Egli vide la madre avanzarsi verso di lui: potè appena nascondere il revolver tra le carte, fingendo di frugarvi.
“Già levato, Federico?…” domandò ella. “Che hai? Ti senti male?…”
“No, mamma… Non ho dormito…”
“Perché?”
Tacque un momento, prima di dire la parola decisiva. Vide la madre sua vecchia, decrepita: si vide vecchio con lei. A quarant’anni passati, senza salute, senza entusiasmo, avvizzito, isterilito, sposare una illusa bambina, accettare il sacrifizio della sua gioventù…
“Mamma, senti, ho pensato a tante cose… Mettiti a sedere accanto a me… Ho bisogno di parlarti.”
“Dì, figlio mio!…”
Già: invece di uccidersi, come aveva divisato tante volte, come aveva promesso a sé stesso; invece di uniformarsi alla disperata concezione del male universale, prender moglie, mettere al mondo altre creature, contribuire alla perpetuazione del male…
“Mamma, ti rammenti quando mi parlasti di Anna Ursino?… Quando mi dicesti che aveva una simpatia per me, e che s’era fitto in capo – furono le tue parole – di sposarmi?”
“Come no!… Anna è innamorata di te: se ne sono accorti tutti quanti, anche suo nonno, finalmente.”
“E che ne dice?”
“Ha detto a tuo padre che sarebbe molto felice se questo matrimonio si combinasse… Io dapprima ero contraria, non te lo nascondo, e non te ne ho più parlato; ma se a te piace, se vuoi…”
Non protestare, non obbiettare, accettare quelle offerte, goderne, esultarne: così voleva la vita.
“Mamma,” egli disse – prendendo la mano rugosa di lei “ho pensato a tutto: chiedi la mano di Anna per me…”