Federico De Roberto – Pietro Micca

Questa la raccontava don Giacomo Spatafora, ai villeggianti seduti al fresco, sotto i platani, dinanzi al Casino di conversazione di Sant’Antonio al Monte.
Come passava il fattorino che saliva ogni giorno, a cavallo all’asina, a Barreale per portarvi e prendervi la posta, Giovannino Paternò aveva detto:
– To’: Pietro Micca!
– A proposito! – chiese il barone Ventimiglia. – Volevo domandarlo da un pezzo: si chiama proprio Pietro Micca, come quello dell’assedio di Torino?
Don Giacomo Spatafora, che era il sindaco del paese, rispose:
– Nossignore. Lui si chiama, a casa sua, Saverio Rosicalerba. Pietro Micca glie l’hanno appiccicato, quando fu del colèra del sessantasette.
– E com’è stato?
– Avrà fatto qualche atto di coraggio?
– Altro che!… – esclamò il sindaco, e stava per cominciare il suo racconto; ma il segretario comunale gli fece segno di star zitto.
Pietro Micca, avvicinandosi alla comitiva, si cavava rispettosamente il berretto filettato di rosso, e teneva abbassata come una sciabola la verga d’oleastro che gli serviva per frustare e punzecchiar l’asina restia, quando andava per la posta. Era basso di statura, con una faccia magra e piccola dal grosso naso ricurvo, dagli occhietti grigi e dalla barba rada, grigiastra, dura come ciuffi di setole.
– Che c’è, Pietro?… – chiese il sindaco, vedendolo restar piantato lì, in quell’atteggiamento quasi militare.
– Al brigadiere gli debbo dir nulla? – chiese, a voce bassa, come continuando un discorso.
– Niente. Gli dirai che i certificati non li posso fare, per la ragione che lui sa. Ma nell’ufficio c’è spiegato tutto.
Allora Pietro Micca alzò la sua verga di oleastro salutando in giro la comitiva, girò sui tacchi e si allontanò per la sua via.
– Se non pare un vecchio sergente in ritiro, con quel berretto e quella verga!… – riprese il sindaco Spatafora, ridendo.
– No; il bello sapete cos’è? – osservò il barone. – È la gran serietà, l’aria di riflessione, il suo laconismo!… E dunque sentiamo: come andò che gli misero quel nome?
– Eccomi, signore, e vi servo. Fu pel colèra del sessantasette, che i cristiani cascavano freddi come le mosche. Ma a Sant’Antonio, niente: non c’era stato per fortuna nessun caso, altro che quello della lavandaia del vicario; ma era stato un falso allarme. Per questo, appunto, la gente che scappava di qua e di là voleva venirsene da noi, a portarci il malanno in casa nostra. Autorità, polizia, non se ne parla: neppure l’ombra; che la società era in dissoluzione. Ecco signore che per guardarci la nostra pelle, noi abbiamo chiamato tutti gli uomini validi del paese per armarli e fare la guardia.
– La guardia a che cosa?
– Al paese, per non lasciarvi entrare nessuno di fuori via!
– Al solito!… Selvaggi!… – esclamava il barone, gesticolando dall’indignazione. – Sempre selvaggi sarete?…
– Selvaggi, perché mettiamo un cordone sanitario? – rispondeva il sindaco, con grande pacatezza.
– Ma che cordoni… e cordoni!… Ma non sapete che sono tutte sciocchezze?… Ma nei paesi civili…
– E se ci pigliava un colèra fulminante, chi ce lo toglieva, la vostra civiltà?
Come era un pezzo che don Giacomo Spatafora ed il barone non si bisticciavano, quest’ultimo riprendeva, stringendosi nelle spalle:
– Con voi, caro don Giacomo, ve l’ho detto tante volte, è inutile discutere!… Il colèra, se viene, è una disgrazia, come tante altre… ma non per questo si deve tornare al medioevo, coi cordoni, le sentinelle e le barricate!… È una disgrazia -ripeteva, cavandosi il cappello e abbassando un poco la testa – che manda Domineddio ma voialtri la rendete più terribile, con tutte queste paure… Col colèra, vedete fuori: si va, si viene, tutti restano al loro posto, cosa vuol dire! e le autorità dànno l’esempio…
– Sicuro, col contravveleno che hanno in tasca…
Il barone lo fissò un poco, poi si alzò come per andarsene. – A questo siamo?… V’ho inteso, a rivederci…
– Aspettate!… barone, venite qui!… – diceva don Giacomo, intanto che tutti gli altri ridevano di cuore, dimenticando la storia di Pietro Micca.
– Prendete fuoco?… – ripiglia don Giacomo, costringendo il barone a sedersi nuovamente. – Andiamo, ditemi un po’: lo sapete cos’è che produce il colèra?
– Sono i microbi.
– Ma gli scienziati, ce n’è che non ci credono?
– E cosa volete concludere?
– Che ognuno ha la sua opinione! E la mia è che sia malefizio…
A questa dimostrazione, fatta da don Giacomo con un sorriso ambiguo, come per dare a intendere che egli non credeva poi molto a quel che diceva, il barone Ventimiglia stava per andarsene un’altra volta, perdendo la pazienza, col maggior gusto degli astanti, quando Giovannino Paternò disse:
– E la storia di Pietro Micca?… Lasciamo per ora tutti questi discorsi, e sentiamo la storia.
– La storia!… La storia!…
Mentre il barone gesticolava ancora, don Giacomo Spatafora che lo guardava con la coda dell’occhio, riprese il suo racconto, interrompendosi un poco da principio, fingendo di aver paura di lui:
– Dunque… abbiamo detto, signore, che, chiamati tutti gli uomini validi… ci siamo armati per far la guardia al paese. Di armi, quelli che ne avevano: doppiette, o pistole d’arcione, o carabine, portavano le proprie; per gli altri, c’erano i fucili della Guardia Nazionale; ma non bastavano a tanti. Saverio Rosicalerba, che ancora non si chiamava Pietro Micca, ma aveva sempre quell’aria di serietà, ed era uomo di poche parole, viene da me e mi dice che vuole un fucile, per prestare il suo servizio. Io dico: se non armiamo lui, chi vogliamo armare? Basta: la distribuzione, allo scopo di evitare favoritismi, l’abbiamo fatta a sorteggio ed ecco signore che io ho letto il nome di Saverio Rosicalerba invece di quello di Pietro Strano, che era veramente uscito. Potevo sapere?… Il grazioso era che gli schioppi – dei ferri vecchi – erano molto lunghi; e a vedere Rosicalerba, quando teneva il suo a spall’arme pareva uno che portasse una canna da pesca!
Gli astanti cominciavano a ridere, e il barone Ventimiglia, rabbonitosi, prestava anche lui ascolto al narratore.
– Armati tutti gli uomini, ecco signore che abbiamo disposto il servizio. Prima di tutto, ci siamo divisi in due squadre: una per la guardia di giorno e l’altra per la notte. Per non usar preferenze, abbiamo diviso a metà gli uomini di tutti i ceti: metà dei proprietari il giorno e metà la notte, così i contadini e gli operai: in tutto, saremo stati due centinaia. Di giorno, era niente: dai posti di guardia si dominavano le strade e i campi, se mai qualcuno avesse voluto entrare saltando i muri, venendo dalle traverse. Il più del tempo, si passava giocando alle carte, oppure chiacchierando, coi fucili a portata di mano. Ogni tanto, ma di raro, perché sapevano le nostre intenzioni: drlin, drlin,, lo scampanio delle sonagliere. Una carrozza: all’armi! Eccoci in fila in mezzo alla strada, sbarrandola, coi fucili spianati: “Alto là!…”.
– Selvaggi!… – borbottava ancora il barone.
Don Giacomo Spatafora, senza badargli, riprendeva:
– “Alto là… Di dove venite?”. “Da Barreale”. “Dietro-fron’!”. “Ma” dice “abbiamo il certificato del sindaco; abbiamo questo, abbiamo quest’altro…”. Le donne pregano, i bimbi guardano spaventati. “Dietro-fron’!… Cocchiere: volta!”. E il cocchiere, vedendosi le bocche dei fucili, voltava subito. “Buon viaggio!…”.
Come il barone si dimenava sulla seggiola, don Giacomo s’interruppe.
– Avete nulla, barone?…
– Ho che è più forte di me!… Son cose che non posso neppur sentirle.
– E perché… Vi pare che abbiamo fatto andare indietro tutti quanti? Nossignore! La famiglia di Tornabene non l’abbiamo ricevuta? “Alto là!… Di dove venite?”. “Da Regalmini”. “Avete il certificato?”. “Eccolo qua”. “Spiegatelo e mettetelo in mezzo alla via”. Come il foglio di carta, aperto era per terra, uno di noi s’avvicinava e ci guardava. “Vengono da Regalmini: c’è il bollo”. A Regalmini si godeva perfetta salute: li abbiamo lasciati entrare!
Gli astanti ridevano più di prima, all’aria di serietà astuta con cui don Giacomo diceva quelle cose. Il barone guardava per aria, arruffandosi i baffi.
– Dunque, di giorno la guardia era niente. I guai erano di notte: prima di tutto per la stessa oscurità, pel sonno mancato; poi perché, non potendosi dominare le posizioni, bisognava scaglionarsi per tutta la cinta del paese, in mezzo alle vigne ed ai boschetti. Ecco signore che don Antonino Laspina, il capitan d’arme, dispone il servizio delle sentinelle: alla torretta dei Ficarazzi, a San Giovanni, al palmento di Giacomia, nella sciara dei Pollastrella, e così tutto in giro. L’ordine era: al primo all’arme – fuoco! Tutte le sentinelle vicine, appena sentito lo sparo, dovevano concentrarsi nel punto dove si era tirato. Ogni uomo era sempre posto allo stesso punto, per abituarsi a conoscere la località. Un piano di guerra, in tutto e per tutto, ché don Antonino ci aveva genio, e ai villani non raccontava altro che storie militari, e anche quella di Pietro Micca, il vero, che avevano sentita a bocca aperta… Veniamo adesso al posto della Macalubba, quello dove montava la guardia Rosicalerba, che era il più difficile da guardare. La Macalubba, sapete com’è: il gruppo dei Casalini qui; dinanzi, il boschetto; poi le viottole scorciatoie che s’incrociano dietro il poggio. Marasca e Falsaperla erano stati messi al crocevia; cento passi più là, Rosicalerba, fra il boschetto e le case; poi Nino il cacciatore nelle vigne di massaro Nicola, poi don Giuseppe Frássari, e poi altri… Eccoci arrivati, signore, alla notte di mezz’agosto, che c’era una luna piena da vederci come a mezzogiorno. Don Antonino Laspina, a un’ora di notte, prima di andarsene al corpo di guardia centrale del Municipio, aveva passata la ronda, per vedere se tutto stava bene; e, come ogni sera, ripeteva a Rosicalerba e a tutti gli altri la consegna: “Il primo cristiano che s’affaccia dietro un muro o dietro un albero sparate subito all’aria per fare accorrere gli altri. Se invece sentite sparare, non fate fuoco, mi raccomando; ma correte sul luogo, per dare mano forte. Se veniste col fucile scarico, non potreste essere di nessun aiuto… Avete capito?”. Rosicalerba chinò il capo, senza dir niente, come al solito. E così, passata la ronda, ognuno restò al suo posto. Io mi trovavo di guardia alla torretta dei Ficarazzi ed avevo accesa la pipa. Con quel chiaro di luna, si vedeva distintamente tutto in giro per la campagna e si sarebbero potuti contare i sassi della via; ma il cuore si stringeva, pensando a quello spavento della peste. Non era ancora tardi, ma non si sentiva il più piccolo rumore, il più piccolo segno di vita. A Barreale, dove morivano a cinquanta per giorno, non si vedeva un solo lume; mentre, in altri tempi, a due ore di notte, c’era come una luminaria. Per le strade, qui, non un sonaglio di mulo, non stridore di ruote, non un canto di carrettiere. Al paese, tutti tappati in casa. Silenzio e solitudine. Vi dico che, con quel chiaro di luna, era una cosa che stringeva il cuore… Io avevo finito di fumare la mia pipa e l’avevo riposta in tasca. In coscienza, avevo un po’ di sonno; pensai: “A quest’ora chi vuole andare attorno?”. Così, appoggiato il fucile al muro della torretta, mi misi a sedere sopra un grosso sasso… e credo che mi appisolai… Tutt’ad un tratto, due colpi, uno dopo l’altro: pon… pon… Salto in piedi, col fucile in mano. Venivano dalla Macalubba. Dico: “Ci siamo!…”. Possono passare cinque secondi, quando si ode, dalla stessa parte, un terzo colpo: pan!… Sangue di bacco, la cosa è grossa!… Mi metto a correre verso la Macalubba. Alla guardia di San Giovanni non c’era nessuno; la sentinella era accorsa come me. Corro più presto; da lontano, nella vigna di massaro Nicola, dov’era il posto di Nino, vedo un gruppo di gente. “Che è?… che è?…” grido da lontano. Rispondono, agitando le braccia: “Niente!… Niente!…”. Cos’era? Nino il cacciatore aveva visto saltare un coniglio tra le vigne e gli aveva tirate due piombate, freddandolo…
– Ah! ah! ah!… – una risata scoppiava nell’uditorio.
– Un coniglio che pareva un maiale: non ne ho visto mai uno così grosso! Nino lo teneva per le zampe di dietro dandolo a pesare: “Erano tre sere che me la faceva in barba, saltandomi fuori tiro. Sangue d’un ulivo, ci avevo rabbia. Stasera m’apposto dietro il muro, col fucile. Tutt’in una volta: fru-fru… pon-pon!…”. E pesava la bestiola, che sarà pesata quasi dieci chili. Intanto, altra gente accorreva, da tutti gli altri posti, e don Antonino Laspina anche lui. “Chi va là?… Amici!… Cos’è stato?… Niente, il coniglio…”. E ognuno voleva sentire quanto pesava, tanto era grosso, la bestia! “Ma tu,” dice don Antonino Laspina a Nino il cacciatore, “quanti colpi hai sparati?”. Risponde Nino e dice: “Due signore”. “Io però ne ho sentiti tre” dico io, dicono tutti gli altri: “Sicuro, tre!”. “Dunque, chi ha sparato l’altro colpo?”. Nino, col capo al coniglio, non si era accorto di niente. Ecco Marasca che dice: “Il terzo colpo è partito dai Casalini, dev’essere stato Rosicalerba”. “Ma dov’è Rosicalerba?”. Fra tutti gli accorsi, Rosicalerba non c’era. “Andiamo a vedere…”. Ci siamo buttati, signore, i fucili sulle spalle e ci siamo avanzati fra i Casalini e il boschetto: Rosicalerba non si vedeva! Si ferma don Antonino e si mette a gridare, in quel silenzio della notte, con le mani fatte ad imbuto intorno alla bocca: “Ohé!… Ohé!…”. Non risponde nessuno. Ad un tratto, io inciampo in qualche cosa. Mi chino, e che trovo? Lo schioppo di Rosicalerba. “Don Antonino, qui c’è lo schioppo!…”. Si avvicinano tutti. “Com’è”, dice, “carico?”. Fiuto dalla parte del cane e dico: “È stato sparato or ora!”. Ci fermiamo allora a tenere consiglio: c’è il caso che quel povero Rosicalerba abbia passato un guaio? La consegna era precisa: non sparare, ma accorrere. Se ha sparato anche lui, sarà stato per qualcuno che voleva passare per forza?… Don Antonino Laspina ci dispone in fila, ed ecco che ci siamo messi a battere il boschetto. “Rosicalerba, ohé!… ohé…”. Niente Rosicalerba. Tornati tutti dinanzi ai Casalini, ognuno dice la sua, e non sappiamo che cosa fare. A un tratto don Antonino si batte la fronte e ci fa segno di seguirlo dentro le rovine. “Cosa volete fare?”. “Niente, venite con me…”. Dentro, c’era buio come in un forno. Abbiamo fatto dei fasci d’erba secca e li abbiamo accesi. Subitamente, come abbiamo sbattuto per terra i calci dei fucili, s’è sentito un grido: “Aiuto!…”. “Ah, carogna!…” fa don Antonino, “l’avevo detto io che ha avuto paura e s’è nascosto!”. Ecco che siamo entrati in fondo all’ultima stanza, e abbiamo visto Rosicalerba con la faccia al muro. “Ohé”, grida Laspina, “sei sordo?…”. Lui risponde, senza voltarsi, con una voce pietosa: “Chi siete…?”. “Siamo noi!… Cosa fai qui dentro? Così stai alla consegna?…”. Era giallo come un morto e noi ci tenevamo i fianchi, dalle risa. “Cosa fai?…” tuona don Antonino, per non ridere anche lui. Dice, come domandando perdono: “Niente”. “E perché hai sparato?”. “Perché ho sentito sparare… per chiamare aiuto…”. “E il fucile?…”. “Mi è cascato a terra…”. Allora don Antonino si avanza e gli batte sopra una spalla: “Bravo Pietro Micca! Evviva! Evviva!…”. Voleste vedere? Una convulsione di risa, da non poterne più… Pietro Micca! bravo Pietro Micca!… Da quel momento, Rosicalerba si è chiamato Pietro Micca!
Il barone Ventimiglia, Paternò, il segretario, tutti ridevano; quando, finita la storia, s’intese uno scalpiccio di ferri sul selciato, e comparve Pietro Micca, a cavallo all’asina, con la sacca della posta e la verga in mano. Dietro, venivano due carabinieri a cavallo.
– Se non pare un generale!
L’asina, sentendo i cavalli, si mise a recalcitrare, e Pietro Micca lavorava a frustarla di santa ragione, per non fare cattiva figura dinanzi a tanti spettatori. I carabinieri passarono innanzi e l’asina continuava a girare su se stessa.
– Dàlli, Pietro… attento!…
A un tratto, come uno dei cavalli nitrì da lontano, essa partì al galoppo, con Pietro Micca che, afferrato alla criniera, sollevava la verga in atto di trionfo.
– Bravo Pietro Micca!… Evviva! Evviva!…